venerdì 16 agosto 2013


1857


Traduzioni.

 

Balzac, Fasto e miseria delle cortigiane di Balzac. Prima versione italiana di A. A., [Appendice a] «L’Arte. Giornale letterario, artistico teatrale», Firenze, Parte 1a: Esther felice, Anno VII, N. 27, 4 Aprile 1857, pp. 28, 45, 47-54; 8 Agosto 1857, pp. 56-63. Parte 2a.: Come l’amore ritorni nei vecchi, Anno VII, N. 65, 15 Agosto 1857, pp. 78, 80-81, 83-84, 86-94; 30 Dicembre 1857, p. 96.[1]

  La traduzione è condotta sul testo dell’edizione Furne del 1844-1846. Si tratta, osserva L. Carcereri, «di una traduzione con tagli e con qualche adattamento e libera interpretazione» (p. 512).


  [Balzac], La Morte di una santa, «Costumi del giorno. Giornale di mode, lettere, teatri, industria, arti e mestieri», Milano, Anno VIII, 8 distrib., Aprile 1857, pp. 59-62.

  [Da: Le Lys dans la vallée].

  Io ritornai presso la moriente nel momento in cui il sole tramontava e indorava la merlatura de’ tetti del castello d’Azay. Tutto era puro e tranquillo. Una luce mite rischiarava il letto dove riposava Enrichetta. In quel momento il corpo era per così dire annullato, l’anima sola regnava su quel viso sereno come un bel cielo dopo il nembo.

  I due sacerdoti erano assisi presso del letto. Il sig. di Mortsauf restò come fulminato nel riconoscere i vessilli della morte che sventolavano su quella creatura adorata. Io presi sul canapè il posto ch'ella aveva occupato. Poi scambiammo tutti quattro delle occhiate in cui l’ammirazione per quella celestiale bellezza si frammischiava a lagrime di rammarico. L'abate de Dominis ed io ci parlavamo con segni comunicandoci scambievoli idee. Sì, gli angeli vegliavano su di lei. Le linee si purificavano, tutto s'ingrandiva e diveniva maestoso sotto agli invisibili incensori dei Serafini che la custodivano! Le tinte verdi delle sofferenze corporee cedevano il luogo ai toni intieramente bianchi, al pallore opaco e freddo della vicina morte. Quale ora misteriosa!

  I figli di lei, Jacopo e Maddalena, entrarono. Maddalena ne fece tutti abbrividire pel movimento di adorazione che la precipitò davanti il letto, le congiunse le mani e le inspirò la sublime esclamazione:

  – Finalmente! ecco mia madre!

  Maddalena restò cogli occhi fissi sopra sua madre, respirando quando ella respirava, imitando il suo spiro leggero, ultimo filo che la legava alla vita, e che noi seguivamo con terrore, temendo ad ogni sforzo di vederlo rompersi. Siccome un angelo alle porte del santuario, la giovinetta era avida e tranquilla, forte e prosternata. In quel momento, l’Angelus fu suonato nel campanile del borgo; l’aere addolcito spinse a ondate il tintinnio che ne annunziava che a quell’ira la cristianità tutta ripeteva le parole pronunziate dall’angelo alla Donna che riparò agli errori del suo sesso. Quella sera, l’Ave Maria ne parve un saluto del cielo; la profezia era sì chiara e l’avvenimento sì vicino, che noi ci struggemmo in lagrime. I mormorii della sera, auretta melodiosa tra le fronde, ultimi canti d'augelli, ronzio d'insetti, voci delle acque, grida piagnolose della rana; tutta la campagna diceva addio al più bel giglio della valle, alla sua vita semplice e campestre. Questa poesia religiosa, unita a tutte le sue poesie naturali, esprimeva sì bene il canto della partenza, che i miei singhiozzi furono tosto ripetuti. Abbenchè la porta della camera fosse aperta, noi eravamo sì bene immersi in questa soave e tenera contemplazione, come per imprimerne indelebilmente nell’anima nostra la ricordanza, che non avevamo veduto le genti di casa genuflesse in un gruppo ed in atto di porgere fervide preci. Tutta quella povera gente, abituata alla speranza, credeva ancora di con servarsi la padrona, e questo sì chiaro presagio li oppresse tutti.

  Ad un gesto dell’abate Birotteau, un vecchio famiglio uscì per andar in cerca del curato di Saché: giacchè il medico, ritto in piedi presso del letto, tranquillo come la scienza e tenendo la mano addormita della malata, aveva fatto un segno al confessore per dirgli che quel sonno era l’ultima ora senza dolori che restava all’angelo richiamato nel cielo. Era giunto l’istante per amministrarle gli ultimi sacramenti della Chiesa. A nove ore ella si destò dolcemente, ne guardò con occhio sorpreso, ma dolce, ed abbiamo tutti riveduto il nostro idolo nella bellezza dei suoi bei giorni.

  – Madre mia, sei troppo bella per morire, ella è la vita, la salute! esclamò Maddalena.

  – Cara figlia (diss’ella sorridendo), io vivrò, ma in te.

  Furono abbracciamenti strazianti della madre ai figli, e de’ figli alla madre. Il signor di Mortsauf baciò piamente sua moglie in fronte. La contessa arrossì vedendomi.

  – Caro Felice! (diss’ella) ecco, io credo, il solo rammarico che vi avrò dato io!

  Ella mi stese la mano, e quand'io la presi per baciarla, ella mi disse col suo grazioso sorriso di virtù: – Come altre volte, Felice!

  Noi tutti uscimmo e ci recammo nella sala durante il tempo che doveva durare l’ultima confessione della moriente.

  Trascorse un’ora in profondo silenzio.

  L'abate Birotteau ritornò dopo aver ricevuto la confessione generale della contessa di Mortsauf, e noi rientrammo tutti nel momento in cui, seguendo una di quelle idee che vengono a quelle anime nobili, tutte sorelle d'intenzione, Enrichetta erasi fatta abbigliare di un lungo vestimento, che doveva servirle di funereo lenzuolo.

  Noi la trovammo seduta sul letto, bella delle sue espiazioni, giacchè io vidi nel camminetto  (sic) le nere ceneri delle mie lettere ch’erano state bruciate, sagrifizio che ella non aveva voluto fare (mi disse il confessore) che al momento della morte.

  Ella ne sorrise a tutti del suo sorriso d'altri tempi; i suoi occhi umidi di lagrime annunziavano lo scioglimento supremo; ella scorgeva già le gioie celestiali della terra promessa.

  – Caro Felice! (mi diss’ella stendendomi la mano e stringendo la mia) restate.

  Voi dovete assistere ad una delle ultime scene della mia vita, e che non sarà la meno penosa di tutte, ma nella quale voi entrate per molto.

  Ella fece un gesto, la porta si chiuse.

  All’invito di lei, il conte si assise, l’abate Birotteau ed io restammo in piedi. Assistita dalla sua cameriera, la contessa si alzò, si pose genuflessa dinanzi al conte sorpreso; e volle restare in quella positura. Poi, quando la cameriera si fu ritirata, ella rialzò la sua testa che aveva appoggiata sulle ginocchia del signor Mortsauf sorpreso.

  – Quantunque io mi sia condotta verso di voi come una sposa fedele (gli disse ella con voce alterata), può essermi avvenuto, o signore, di mancare talvolta ai miei doveri; ma io ho pregato Dio di accordarmi la forza per chiedervi perdono de' miei falli. Sì, ho potuto portare nelle cure di un’amicizia posta fuori della famiglia delle attenzioni più affettuose di quelle ch'io doveva a voi. Forse io vi ho irritato contro di me pel confronto che potevate aver fatto di queste cure, di questi pensieri e di quelli che vi doveva. –

  Io ebbi (diss’ella a voce sommessa) un’amicizia viva; che nessuno, nemmeno quegli che ne fu l'oggetto, non ha conosciuta per intero. Quantunque io mi sia conservata virtuosa, stando alle leggi umane, e che sia stata per voi una sposa senza macchia, spesso idee involontarie o volontarie mi passarono pel cuore, ed ho paura in questo momento di averle accolte. Ma siccome io vi ho teneramente amato, e mi sono mantenuta vostra sposa sommessa, e che le nubi, passando sotto del cielo, non ne hanno alterato la purezza; voi mi vedete implorare la vostra benedizione con fronte pura; io morrò senza alcuna idea amara, se odo dalla vostra bocca una dolce parola per la vostra Enrichetta, per la madre de’ vostri figli, e se voi le perdonate tutte queste cose, ch'ella non ha perdonato a sè medesima, se non dopo le assicurazioni le più sante del tribunale da cui siamo chiariti di tutto.

  – Enrichetta! Enrichetta! (sclamò il vecchio, versando in copia le lagrime sul capo di sua moglie) vuoi tu farmi morire? Egli la rialzò con forza inusata, la baciò santamente in fronte e fissandola:

  – Non debbo io chiederti perdono? (soggiuns’egli) non fui spesso aspro conte? non ti tormenti tu con iscrupoli infantili?

  – Sarà così (soggiuns’ella), amico mio; ma siate indulgente per le debolezze dei moribondi, e tranquillatemi. Quando giungerete a quest’ora, voi penserete che vi ho abbandonato benedicendovi. Mi permettete voi di lasciare al nostro amico qui presente questo pegno di un sentimento profondo? (diss’ella additando una lettera ch’era sul marmo del cammino). Egli è ora mio figlio adottivo, ecco il tutto. Il cuore, caro conte, ha i suoi testamenti; i miei ultimi voti impongono al nostro caro Felice sacre opere da adempiere; io non credo aver isperato troppo di lui; fate che non mi sia lusingata fuor di modo su voi, permettetemi di lasciargli in legato alcuni pensieri.

  Il signor di Mortsauf vide impallidire sua moglie: egli la prese e la portò egli medesimo sul letto, dove la circondammo.

  L’abate Birotteau alzò un dito sulle labbra. A questo gesto la moriente inchinò la testa; sopraggiunse lo sfinimento: ella agitò le mani per indicare di far entrare il clero, i suoi figli ed i suoi famigli. Prima di ricevere il sacramento della Estrema Unzione, ella chiese perdono alle sue genti di averle talvolta sgridate; implorò le loro preci e le raccomandò tutte individualmente al signor di Mortsauf.

  Quand’ella ebbe cessato di parlare, cominciarono le preci; poscia il curato di Saché le diede il viatico. Pochi momenti dopo, la sua respirazione s’imbarazzò; una nube si distese sopra i suoi occhi, che bentosto si riapersero; ella mi volse un ultimo sguardo e morì agli occhi di tutti, udendo forse il concerto de nostri singhiozzi …


  [Balzac], La Società Parigina nei primi anni del secolo XIX. Opera ridotta dal francese da G.[iuseppe L.[ubrano][2]. Le sventure di un padre. Volume unico, Napoli, Stamperia e Calcografia, 15 e 16 Vico Freddo Pignasecca, 1857, pp. 272.

  Un volume in 16°. Si tratta di una versione alquanto ridotta e mutilata in molte parti, soprattutto descrittive, de Le Père Goriot, la cui traduzione – che si deve, come per il primo volume di questa storia della Società Parigina nei primi anni del secolo XIX (cfr. Amore e civetteria, 1856), alla discutibile penna di Giuseppe Lubrano – è condotta sul testo dell’edizione Furne del 1843.


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   Numerosi e frequenti sono i tagli operati arbitrariamente dal traduttore sul testo originale: segnaliamo, come una tra le testimonianze, a nostro avviso, maggiormente significative, la completa e radicale cesura della lunga sequenza testuale che si riferisce alla descrizione della Maison Vauquer e che, nell’edizione della “Nouvelle Pléaide” del romanzo balzachiano curata da Rose Fortassier (III, 1976) copre lo spazio tipografico di circa cinque pagine: da «Pendant le jour, une porte à claire-voie […]» fino a «[…] la grosse Sylvie, la cuisinière, s’empressait de servir le déjeuner des pensionnaires internes» (pp. 51-55).

  Segnaliamo altresì frequenti errori ed imprecisioni di matrice linguistica e di natura stilistica presenti nel testo; grossolana è la svista tipografica che riporta l’anno 1849 (sic) in luogo del 1819 come l’«époque à laquelle ce drame commence».

  Questa traduzione-riduzione del Père Goriot è indipendente dalla precedente e scadente prima versione italiana del capolavoro balzachiano dovuta a Luigi Masieri e pubblicata, a Milano, dall’editore Pirotta nel 1835.

  L’opera è presente nella Biblioteca Nazionale ‘Sagarriga Visconti-Volpi’ di Bari.



Studî e riferimenti critici.

 

  Balzac (Di) Onorato, in Nuova Enciclopedia Popolare Italiana. Volume III, Quarta edizione, Torino, dalla Società l’Unione Tipografico-Editrice, 1857, pp. 136-137.[3]

  BALZAC (DI) Onorato (biogr.). – Nacque nell’antica provincia francese di Touraine (Turenia), capoluogo del circondario dello stesso nome, nello scompartimento d’Indre-et-Loire, a 42 chilometri O.S.O. da Tours, il 20 maggio 1799, e morì a Parigi il 19 agosto 1850, d’ipertrofia di cuore, pochi mesi dopo il suo matrimonio con una ricca vedova, i cui beni di fortuna dovevano render lieta alfine la vecchiaia di un uomo che nella sua gioventù e virilità condotto avea vita difficile ed agitata. Compiè i suoi studii al liceo di Vendôme, e recossi, nel 1820, a Parigi, dove esordì nella letteraria carriera con alcuni oscuri romanzi, e nella commerciale coll’acquisto di una patente di stampatore e di uno stabilimento tipografico, dal quale dovette allontanarsi per cattivi affari. Dal 1827 al 1829 pubblicò molti altri oscuri romanzi pseudonimi, che non lasciarono reminiscenza di sorte nei suoi lettori; ma nel 1830 cominciò per lui un’era novella. Non fu più d’allora in poi oscuro ed ignoto romanziere, bensì celebre scrittore; il turense senza eleganza diventò tantosto il paladino (lion) dell’epoca; il plebeo Balzac si vide trasformato in signor di Balzac; il rovinato tipografo era già gentiluomo di antica data. Nel decennio trascorso dal 1830 al 1840 la voga straordinaria di cui godeva ebbe valido appoggio da una farragine di scritti da esso pubblicati, disuguali in merito, ma avidamente letti. Poscia, ecco tutto ad un tratto rinnovarsi nel 1840 il periodo dell’oscurità primiera. Sfortunati lavori, drammi morti appena nati, tentativi abortiti, formarono la sequela dei suoi guai, ed il pubblico infedele trasportò sulla testa più giovane di Eugenio Sue gli allori della moda, prodigati da lunga pezza all’abbandonato Balzac. Tali si furono le fasi principali di cotesto strano uomo di lettere.

  Indagando le cause di simili bizzarrie del favore popolare, troveremo che il fondo del merito di Balzac consiste in una verità di osservazione, per così dire, cittadinesca, fiamminga, particolareggiata, mirabilmente minuziosa, talvolta eccessiva, sovente piccante. Noteremo inoltre che cotesta analisi acquistò il suo vero valore e diventò gloriosa dopo il definitivo trionfo della così detta borghesia, in conseguenza della rivoluzione dell’anno 1830. Altro fatto, non meno degno di attenzione, si sé il tono di aristocratica pretesa e di falsa eleganza con cui piacquesi Balzac d’investire i suoi personaggi, che in realtà altro non sono se non mercanti, banchieri, sensali, speculatori commerciali, convertiti dallo scrittore in conti e marchesi. Le sue eroine, duchesse o viscontesse, sono da questo lato ancor più notevoli che i suoi eroi, giacchè la borghese loro educazione si cela sotto lo schermo delle apparenze araldiche. Per tal guisa alle pretese di nobiltà trovavasi mista l’ignoranza completa dei costumi formanti il carattere della società feudale. Il risultato di questo miscuglio si fu quello di piacere molto ad un’età in cui la borghesia, sostituendosi definitivamente alla nobiltà, altro non chiedeva che redarne almeno in parte i corrotti costumi, i vizii e le ridicolaggini, purchè le riuscisse di regnare in sua vece. Balzac piaggiava ad un tempo le due frazioni della società, quella che giungeva al potere e quella che perdevalo, conservando però le proprie ricchezze.

  Non è certamente lavoro di comune ingegno cotesta alleanza dei difetti, della corruzione e delle magagne di due classi diverse; scorgesi quindi che Balzac è, la mercè dell’ironia e dello scetticismo, un borghese di Turena, un discendente di Rabelais; ma per il lusso delle tappezzerie descritte nei suoi romanzi, per la splendidezza dei mobili, per l’affettazione degli stemmi e delle delicature della vita, egli è l’aristocrazia in persona, o n’è piuttosto una pretesa imitazione. Fra i suoi lavori che più si avvicinano alla perfezione, e soddisfano meglio la critica, sono precisamente quei tipi in cui la vita borghese riproducesi colla più vera fedeltà, e permette allo scrittore di sfoggiare tutto il suo talento. A tal classe appartengono Eugénie Grandet; Le Médecin de campagne, e Les Scènes de la vie privée, de la vie parisienne e de la vie de province. Havvi all’incontro più ricercatezza, più affettazione, e una pretensione malaugurata di astrusa metafisica nella Peau de Chagrin; nella storia intellettuale di Louis Lambert, e nella Recherche de l’absolu; finalmente un inesplicabile e confuso misticismo nella Séraphita e nel Lis (sic) dans la Vallée. Non si parla qui che dell’epoca brillante di Balzac, senza accennare ai numerosi aborti dell’ultimo suo stadio, né ai due drammi intitolati Vautrin e le Ressources de Quinola, che naufragarono ai due teatri più frequentati di Parigi, di Porta San Martino e dell’Odeone. Ma il libro che serve forse più di tutti gli altri a darci un’idea adequata del merito di Balzac si è il trattato minutamente scandaloso degli errori e dei difetti della vita conjugale, che piacquesi d’intitolare Physiologie du Mariage, quadro immorale di turpi immoralità, che pure ottenne da molti grandissimo applauso.

  Non fu risparmiato il ridicolo sul modo di vivere di Balzac durante lo splendido periodo della letteraria sua gloria; si faceziò sul suo titolo di nobiltà, si versarono sarcasmi sull’ora ondeggiante, or rasa sua capigliatura, e alla spiritosa Girardin venne il ticchio di scrivere un libro intero sul mitologico bastone del romanziere. Non si può negare che la piaga micidiale di Balzac fosse la vanità; vanità inarrivabile, che gli fece desiderare e perfino sperare di farsi padrone di tutti i generi di stile, di pervenire a tutte le grandezze, di afferrare tutti i destini, di essere tutto ad un tempo e di un soffio, storico, moralista, corruttore elegante, poeta, solitario, visionario, rivoluzionario, metafisico, pittore, musico, medico, architetto, legislatore, giornalista, critico, drammatico, stampatore, operajo, genealogo. Pretendeva dunque di riunire in sé Napoleone, Talleyrand, Rabelais e Richelieu. Nato per essere abilissimo osservatore e analizzatore delicato delle pretese e de’ vizii secreti di una società decrepita e stanca, non si accontentò di cotesto posto, d’altronde bellissimo, ma tentò quasi al medesimo istante di costituirvisi filosofo, pubblicista, rigeneratore, fisico, naturalista, legislatore e moralista. Nei suoi Contes drolatiques, in cui sfoggia il più furfantesco linguaggio, lacerò il manto che avviluppavalo, e apparve cinicamente nudo al par di Rabelais. Nel Lis dans la Vallée rinnegò il sentimento della realtà, elevossi di un solo slancio alle regioni eteree, prese a prestito i suoi vanni dall’angelo del misticismo, e andò a perdersi in mezzo alle nuvole. Il risultato di quest’ambizione napoleonica, sì frequente del resto ai giorni nostri, si fu, se non la distruzione, almeno la depressione e il deterioramento di un pregevolissimo ingegno. Le qualità vere e reali di Balzac si offuscarono e si corruppero progressivamente sotto l’influenza di cotesta universale pretensione. L’autore rispettabile delle scene cittadinesche e dei quadri di famiglia, che legger non si ponno senza interesse e talvolta senza ammirazione, non fu più che un goffo e confuso imitatore di Retif de la Bretonne e di Swedenborg, di Rabelais e Ducray-Duminil, di Pigault-Lebrun e Marivaux.

  A questa causa di perdizione aggiungasene un’altra ancora, ed era il bisogno di molto produrre, onde colla copiosa produzione ammassare ingenti somme di danaro. La pretensione in Balzac a tutte le glorie lo condusse all’ammanierato e all’affettazione; la smania di assorbire il mercato letterario lo rese prolisso e sconnesso. Quinci il doppio e singolare carattere di cui s’improntano gli ultimi suoi romanzi: miscuglio di barocco e triviale, di prolissità e ricercatezza, di scorrettezza e affettazione. Uno degli scrittori più arguti dei giorni nostri paragonava le migliori opere di cotesto autore ad un fiorellino odoroso sbocciante da un letamajo; ma giustizia vuole si aggiunga che se il fondo è sempre la corruzione, vi si mostra nondimeno talvolta una vegetazione abbondante e graziosa, e tal altra debile e stecchita; ben di sovente inoltre il fiore sparisce, e non iscorgesi più il triste letto da cui ebbe nascimento.


  Europa in particolare. Notizie storiche sulla Francia, in Geografia storica moderna universale, Coreografica, Politica, Statistica, Industriale e Commerciale scritta sulle traccie di Adriano ed Eugenio Ralbi, Marmocchi Ritter, Roon, Naltebrun, Chauchards, Muntz, Ghiberti, Lavallée ecc. per cura di una Società di Dotti Letterati fra i quali G. B. Carta. G. Sacchi, G. e V. De Castro, A. Strambio, Volume I, Milano, Francesco Pagnoni Editore; Napoli, Giuseppe Marghieri coeditore, 1857, pp. 452-520.[4]

  p. 514. Il signor di Balzac è un profondo e minuzioso osservatore, talvolta d’una temerità maravigliosa, il quale, per esempio, è riuscito a svelare i più nascosti secreti della organizzazione delle donne con una verità che ha atterrito più d’una delle sue leggitrici. L’autore del Papà Goriot disnuda con pari evidenza la cupidità svergognata de’ finanzieri di quest’epoca, dalla sordida avarizia del padre Grandet sino al machiavellismo dell’usuraio Gobseck, sino alle sfolgorate infamie dell’alta banca. Non si può di sconfessare la varietà del pennello del signor di Balzac. Nel Giglio nella valle egli scrisse con la squisita tenerezza di un cuor di donna, e si mostrò terribile rivale dei romanzisti della scuola patetica. Il suo spirito, non punto schiavo d’alcun sistema, è uno specchio che riflette la società intiera, dalle immense visioni mistiche di Serafita, che riproducono tutti i misteri dell’illuminismo, sino al grossolano sensualismo di Rabelais che rivive nei Racconti erotici (Contes drolatiques). Il complesso delle sue opere è una delle più singolari pitture dell’epoca presente: peccato che non sia dominata da una più alta idea morale! Il solo scopo di Balzac pare sia quello di dipingere; se una conseguenza morale deriva dalle sue opere, egli se ne arreca; ma se viene il contrario, punto non se ne dà per inteso, con che dimostra di non comprendere la vera missione dell’artista. […]

  Fra i prediletti dal pubblico è duopo annoverare il signor Federico Soulié, il cui nome si è reso illustre da alcuni anni. Egli è fornito di belle doti, il suo stile è meno individuale, meno elegante di quello del signor di Balzac, quando è buono, ma non ne ha i difetti. La maniera del signor Federico Soulié è larga e franca.


  Un po’ di tutto. La mania delle scommesse, «Il Diavoletto. Giornale Triestino», Trieste, Anno X, N.° 11, 11 Gennajo 1857, p. 43.

  Balzac si era incontrato più volte al foyer della Comédie française con un faccendiere che aveva la taran­tola inglese delle scommesse. — Scommetto di sì — scommetto di no — scommetto prò — scommetto contro — il valentuomo non usciva di lì. — Balzac risolvette di castigare la costui monomania. Una sera fece accendere 300 candele nel suo salotto, indi se ne va al Téâtre-français (sic); trova quel parlatore; si trattiene alquanto con lui e poscia gli dice:

  – Me ne vado, perché mentre io sto qui a parlare con voi, ho 300 candele accese in casa — Farceur! — La pura verità— Scommetto di no — Quanto? — Quanto volete — Va 500 fr., e venite con me; Merle ci accompagnerà per com­provare il fatto. Si monta in vettura, si giugne in casa di Balzac e vi si trovano in fatti le 300 steariche accese. Il parlatore tirò fuor i 25 Napoleoni, ma si vendicò non chiamando più Balzac che l’uo­mo delle candele. Quindi la fola che da certe (sic) Mémoires venne a propagarsi; cioè che Balzac tenesse abitualmente accese 100 candele nel suo salotto.


  Cronaca contemporanea. Cose straniere – Francia. Università, «La Civiltà Cattolica», Roma, coi tipi della Civiltà Cattolica, Anno VIII, Terza Serie, Vol. IX, 6 Febbraio 1857, pp. 498-502.

  pp. 499-500. L’indebolimento poi degli studii ce lo spiega più chiaro la Revue des Cours publics citata nell’Univers del 24 Gennaio, narrandoci che in Parigi, ove vi ha cinque licei, tra collegi, ed innumerevoli istituzioni, appena vi hanno dieci o dodici persone che s’intendano di versi latini: ed aggiunge che alla Sorbona si spiegano romanzetti e comediole moderne con grande plauso degli scolari. È evidente che gli educati ad ammirare i troppo facili allori dei Balzac e delle Sand, poco si devono curare di entrare poi nella carriera di professore, che dovranno insegnare ai fanciulli Virgilio ed Omero. Questa ci pare una buona spiegazione de due mali deplorati saviamente dai giornale dei Débats.


  Notizie letterarie. “I Racconti del Popolo”. Letture illustrate raccolte e dirette da Michele Uda. Prima pubblicazione della Raccolta: “I Misteri di Milano”. Racconto Storico-Contemporaneo di Alessandro Sauli, «L’Anello. Giornale per tutti», Trieste, Anno I, N. 34, 11 Febbraio 1857, p. 137.

  Quando l’esule romanziere francese gittava per il primo fra una moltitudine avida di violente emozioni il suo libro dei Misteri di Parigi, una strana vertigine invase le menti dei novellieri contemporanei, e, da un capo all’altro dell’Europa, proruppe uno sciame di servili imitatori e plagiari.

  — A che buono lo scoraggiante cinismo e la fredda analisi di Onorato Balzac? a che il talento descrittivo e gl’immaginosi concetti di Alessandro Dumas, le virili e irrefrenate aspirazioni della Dudevant, l’anima passionata della Gay, gli esagerati contrapposti di Victor Hugo, o il misticismo monotono di Lamartine?... Hanno essi comprese le segrete aspira­zioni del popolano? Le loro mani si sono for­se inoltrale sotto la camiciola turchina dell’o­peraio... ne hanno essi interrogato il cuore e noverate le pulsazioni? — No!


  La lettura dei romanzi, «Il Vero Amico. Foglio settimanale», Bologna, Anno IX, N. 7, 13 Febbraio 1857, pp. 25-26.

  p. 25. Tu vedi perciò colla più scaltra malizia travisato il nobile fine del matrimonio nelle Memorie di due giovani sposi (sic) di Balzac [...].


  Dei Filogalli e del danno gravissimo che recano alla lingua italiana. Le pessime traduzioni dei romanzi e del teatro francese, «Cosmorama Pittorico. Giornale storico, artistico, letterario, teatrale, satirico», Milano, Anno XXI, Serie IV, Num. 18, 10 Marzo 1857, pp. 63-64.


  p. 63. Il crollo potente del primo impero produsse un cambiamento totale nell’indole e nella forma della letteratura francese cui la civiltà progrediente a passi giganteschi impresse una più gagliarda spinta. Al classicismo sottentrò il romanticismo, e correndo sull’orme incancellabili dell’omerico Walter Scott, Dumas, Balzac, De Vigny, Vittor Ugo (sic), Soulié e Sue alzavano uno stendardo vittorioso sul quale era scritto romanzo, e da quel­l'ora questo genere di letteratura consacrata pu­ramente al diletto ed a fugare le nebbie che le amare cure della vita stendono sull’animo uma­no, ebbe culto e trono.


  Notizie Drammatiche, «Lo Scaramuccia. Giornale-Omnibus», Firenze, Anno IV, N° 31, 30 Maggio 1857, p. 4.

 Arena Labronica – La drammatica compagnia Santecchi diretta dall’artista Francesco Chiari, è sempre festeggiata ed onorata da numeroso uditorio. Il Capodaglio seguita ad essere applaudito ogni giorno, e ciò è naturale poichè esso oramai è artista sicuro dell’esito, e di una reputazione acquistatasi con il suo raro merito ed abilità. La Bordiga, la Masi, la Zerri, il brillante Pegna, l’amoroso Grassi, giovani tutti son degni di lode per i progressi che hanno fatti in sì breve tempo, e dei quali giova sperar bene. Il Chiari poi è un caratterista gradito e bravo, e dove ha recitato è sempre piaciuto. Il Papà Goriot da esso dato per sua beneficiata fu un trionfo, poichè il pubblico rimase sodisfatto e contentissimo del modo con cui dipinse il Chiari il carattere del povero vermicellaio, personaggio tanto difficile a rappresentarsi per le diverse passioni che lo agitano. Il Chiari però seppe superare tutte le difficoltà e fece ridere e piangere il pubblico a sua voglia. Quest’oggi infatti si replica questa produzione.


  Del romanzo in Italia e in Francia, «Il Novelliere. Giornale di lettere ed arti», Napoli, Anno I, N. 1, 10 Giugno 1857, pp. 1-2.

  p. 2. Non abbiamo creduto far parola di Onorato di Balzac, ingegno forte ed acutissimo, perché le sue opere non che romanzo ci sembrano piuttosto un esame pratico e filosofico del cuore umano.


  Notizie Drammatiche, «Lo Scaramuccia. Giornale-Omnibus», Firenze, Anno IV, N° 38, 18 Luglio 1857, pp. 2-4.

  p. 4. FERRARA. – La drammatica compagnia Santecchi diretta da Francesco Chiari, continua a fare eccellenti affari. La magnifica Arena è sempre stivata d'uditorio, e la serata del caratterista Chiari riuscì brillantissima. Egli recitò il Papa Goriot, e n’ebbe molti applausi insiem cogli altri. Il Capodaglio, Pegna, e la Biagini vengono sempre onorati dall’ovazioni del pubblico.


  Notizie Drammatiche, «Lo Scaramuccia. Giornale-Omnibus», Firenze, Anno IV, N° 41, 8 Agosto 1857, pp. 3-4.


  p. 4. FERRARA. – Drammatica Campagnia Santecchi – Beneficiata di Francesco Chiari.

  Sebbene fuori di circostanza, pure non possiamo dispensarci di accennare alla beneficiata dell’applauditissimo e distinto artista Chiari non avendolo fino ad ora permesso il nostro Periodico.

  Papà Goriot è produzione ben conosciuta, sarebbe quindi inopportuno parlarne; d’altronde non torneremmo che al solito ritornello del Dramma francese; slancio, inventiva, forti impressioni ... ma egli è l’effimero fiore, il metallo inorpellato, l’artata luce che simula il giorno; un quadro insomma a grandi dimensioni, il soggetto del quale sia confusamente e innaturalmente espresso, sebbene i gruppi di che è composto sieno artisticamente condotti. Ciò sia detto colle dovute riserve.

  Papà Goriot dunque tale quale sotto il punto di vista, nesso, abbiamo tentato darne un’idea, fu il dramma scelto a beneficiata del Caratterista Chiari, nè poteva sceglierne uno ove maggiormente far spiccare i bei doni naturali e l’artistico magistero, giacchè il carattere da lui assunto compendia semplicità di costume, amor paterno, e buona fede senza limiti, che tradita poi, degenera dalla imbecillità alla monomania. E qui l’esimio Chiari si mostrò degno artista anche nel genere serio, specialmente allorchè come pazzo, il Goriot, lo si voleva chiuso a Bicêtre.

  A questa scena fu un applauso di piene mani, che mal reggeva la voce commossa a maggiormente attestarlo. Egli come altra volta dicemmo ci ricorda il Taddei tanta è in lui somiglianza d'azione, di voce, di dire; e nelle e molte svariate parti che sostenne in questo corso di recite, fu sempre segno al generale applauso dovutogli ancora qual Direttore della Compagnia.

  Solo ci duole del di lui troppo attaccamento ai drammi oltramontani, ed a versi martelliani del Goldoni, autore per noi rispettabilissimo, astrattamente dal costume, lingua e versi, sebbene il Chiari li reciti con inappuntabile spezzatura e fossero dal Sommo costruiti con molta semplicità. […].


  Eugenio Sue, «Corriere delle Dame», Milano, Anno LV, N. 34, 25 agosto 1857, pp. 266-267.

  p. 266. La letteratura e il teatro francese hanno fatto una nuova perdita che sarà vivamente sentita, Eugenio Sue è morto ad Annecy, in Savoia, il 3 agosto p. p. soccombendo ad una malattia della midolla spinale. De’ cinque romanzieri che si sono maggiormente distinti sotto il regno di Luigi Filippo, Onorato Balzac, Federico Soulié, Eugenio Sue, Alessandro Dumas e madama Giorgio Sand, non vivono ormai che i due ultimi; gli altri tre si sono spenti nella forza dell’ingegno, prima dell’età della vecchiaja e del riposo.


  Cletto Arrighi, «Il Pungolo. Giornale critico-letterario illustrato», Milano, Anno I, N. 27, 8 Sett.bre 1857, pp. 241-242.

  p. 241. Quanto a me mi ci sono addormentato sopra, poco su, poco giù come su quelli di Paul de Koch o di Balzac, o di tutta la schiera di questi inutili parolai, nati a far perder il tempo agli spiriti deboli. Ben inteso che Arrighi è un Paul di Koch (sic) di strapazzo, un Balzac di contraffazione.


  Novità del giorno, «L’Anello. Giornale per tutti», Trieste, Anno I, N. 130, 12 Ottobre 1857, p. 518.

  In Parigi al Teatro della Gaité (sic) si studia una commedia intitolata: Papà Goriot. — La signora Balzac, vedova del rinomato romanziere, intentò un processo all’autore, sostenendo che sia tolto perfino il titolo d’un capitolo della no­tissima Comedie (sic) Humaine. L’autore si difende in modo curioso, dicendo che l’idea del lavoro di Balzac non è neppur nuova, ma bensì tolta dal Re Leardo, dramma di Shakespeare.


  La moglie del giocator non ride sempre, «Il Diavoletto. Giornale triestino», Trieste, Anno X, N.° 327, 29 Novembre 1857, p. 1325.

  Del resto non sono queste chiacchiere che una debolissima eco di quanto ne scris­sero sommi scrittori in proposito, e specialmente pel teatro, tanto sui giuochi antichi che sui moderni, facendone conoscere le orribili conseguenze; fra i primi dei quali primeggia quell’eletto ingegno alemanno dello Schiller, e fra i moderni, ossia sui giuochi di Borsa, molti in Francia, fra quali principalmente Ponsard e Dumas, che furono premiati ed alta­mente incoraggiati ne’ loro sforzi umanitarj dall’imperatore Luigi Napoleone, ed ai quali preludeva già molti anni innanzi il grande Balzac colle sue magnifiche opere “Sulla gran­dezza e la decadenza di Cesare Birotteau e sulla casa di Nucingen.


  La Riabilitazione, «Il Diavoletto. Giornale triestino», Trieste, Anno X, N.° 334, 6 Dicembre 1857, p. 1353. 

  In un nostro articoletto pubblicato negli scorsi giorni [cfr. scheda precedente] noi accennavamo ad un’opera di tipo morale-commerciale del grande Balzac intitolata. “Della grandezza e della decadenza di Cesare Birotteau”. In quel lavoro, varamene magnifico, il sommo scrittore dipinge in modo commoventissimo la riabilitazione solenne di quell’onesto negoziante, avvenuta dopo molti anni dacché era stato vittima di cattive speculazioni, di rapaci compagni, di depositarj infedeli. [...].

  Quel negoziante sciagurato da noi citato più sopra, e preso a tipo dall’illustre romanziere francese, era aggiunto al Podestà, e cavaliere della Legione d’onore. — Caduto, egli depose tutti gli onori, abbandonò tutto il suo avere e quello della moglie, che pure per legge avrebbe potuto ritenere, ai suoi creditori; poscia s’impiegò egli, la moglie, e la figlia, e tutti lavorarono con così grande alacrità, con tanta perseveranza per varj anni, che riuscirono a poter pagare il resto dei loro debiti ai creditori, unitamente agli interessi, quantunque questi si fossero già tutti accordati col 60 p. % restituendo i loro titoli di credito.

  Dopo ciò egli si presentò dinanzi al Tribunale, il quale, poscia che ebbe preso cognizione dell’onorevole fatto, pronunciò in seduta pubblica e solenne sentenza di riabilitazione ed egli venne poi portato alla borsa, quasi in trionfo, colla sua decorazione all’occhiello, che non avea piò rimessa dopo il fatale giorno del suo fallimento. — Ed era giustizia.

  Ma quanto pochi sono i Birotteau! — di cui pure ebbimo qualche raro esempio anche fra noi — e quanto più facilmente, e più solidamente sono riabilitati alcuni nella pubblica opinione, se giunsero con un buon aggiustamento a conservare un bel patrimonio, con tutte quelle finezze legali che li tengono a rispettosa distanza del codice penale! mentre all’infelice cui non rimane nulla, si dà dell’asino per giunta.


  A. Airaghi, Quattro corbellerie che possono servire di proemio alla terza annata del “Fuggilozio”, «Il Fuggilozio. Giornale di amena letteratura contemporanea», Milano, presso l’Ufficio del Giornale, Tip. di Gius. Redaelli, Anno III, [Num. 1°.], [1° Gennajo] 1857, pp. 1-2.

  pp. 1-2. Però, se volete far a modo nostro, scendiamo da queste ascetiche altezze su cui ci siamo arrampicati senz’avvedersene, e, in mancanza di meglio, volgiamo lo sguardo e consideriamo i diversi modi coi quali s’affacciarono all’annata attuale le innumerevoli persone che credono alla verità di quella leggenda in cui è detto che ciascuno è destinato a ripeter sempre nel corso dell’anno ciò che stava facendo allorchè l’anno incominciava. […].

  I mariti – apostoli della propria fede e martiri della carità delle mogli – russando coraggiosamente sotto le coltri legittime, sognavano i placidi sonni dell’avvenire e dimenticavano le minaccie filosofiche del signor Onorato di Balzac.


  A. Ajraghi, L’educazione moderna, «Il Fuggilozio. Giornale di amena letteratura contemporanea», Milano, presso l’Ufficio del Giornale, Tip. di Gius. Redaelli, Anno 3.°, Num. 15.°, 11 Aprile 1857,pp. 229-231.

  p. 231. Quante volte, nel dubbio che un dì o l’altro possa cader anch’io nelle panie del matrimonio, fremo all’idea che m’abbia a toccare in sorte una di queste precoci signorine che godettero in collegio i beneficii del mutuo insegnamento! e quante volte mi si rizzarono sul capo i pochi capelli che mi rimangono, pensando a quel terribile aforismo di Balzac che «una fanciulla potrà forse uscir vergine dal collegio, ma casta non mai!».


  Aurelio, G. Revere e V. Bersezio, «La Ragione. Foglio ebdomadario di filosofia religiosa, politica e sociale», Nuova Serie, An. III, T. VII, N. 139, 13 giugno 1857, pp. 236-238.

  p. 238. E cosa direbbe il sig. Bersezio, se domani per avventura leggesse su qualche efemeride straniera: Questo romanzo spreca il suo bello ingegno in imitare la maniera francese di G. Sand, di H. Balzac, di P. de Kock? Adagio, signori miei, direbbe il sig. Bersezio, o che non ci apponiamo; ditemi prima perché io sprechi il mio bello ingegno, e come e dove io mi sia imitatore, e poi andatene pure con la buon’ora, critici zuccherati!


  H. B., Correspondance de Paris, «La Ragione. Foglio ebdomadario di Filosofia religiosa, politica e sociale», Torino, Anno III, - Nuova Serie, Tomo V, Num. 112, 6 dicembre 1857, pp. 187-190.

I.

  p. 187.

  Dans cette première lettre, signor Direttore, je me suis proposé de vous tracer une esquisse générale de notre situation intellectuelle: oeuvre amère, car cet examen est plein de tristesses et de dégoûts, et notre température morale a baissé de bien des degrés. […] La librairie nous inonde de contes sans naïveté, de nouvelles sans imagination, de biographies sans vérité; les auteurs passent à la police correctionnelle; plus ils sont flétris, plus ils sont lus; l’appétit du scandale a remplacé la soif du beau. Ce qui se vend, ce qui se lit, ce sont les oeuvres de M. Alexandre Dumas fils, de M. Champfleury, e tutti quanti, que l’on range communément sous la dénomination de réalistes; je ne veux pas nier le talent que ces messieurs pourraient avoir; mais lorsque je vois des oeuvres comme la Vie à vingt ans, la Dame aux perles, et bien d’autres, entre les mains d’une jeunesse, qui (pour parler seulement des romanciers) prétend que Balzac écrit mal, et que George Sand est immoral, je ne puis m’empêcher de maudire ces succès de la frivolité, ces oeuvres qui énervent une génération, ou qui déshonorent une littérature, comme les biographies bavées par M. Eugène de Mirecourt, et leurs auteurs tout (sic) ensemble.


  H. B., Correspondance de Paris, «La Ragione. Foglio ebdomadario di Filosofia religiosa, politica e sociale», Torino, Anno III, - Nuova Serie, Tomo V, Num. 113, 13 dicembre 1857, pp. 210-213.

  pp. 210-211. Je fermerais ici cet aperçu général, ce bilan de la France intellectuelle où, comme vous le voyez, les idées généreuses ne font pas tout-à-fait faillite, si je croyais devoir vous entretenir d’une oeuvre, qui appartient nécessairement par sa merveilleuse popularité à l’histoire littéraire du moment. Je veux parler du Cours familier de littérature de M. de Lamartine. […].

  Parfois, il se joue de l’inconséquence; ainsi il ne ménage point son admiration à Pascal, à Voltaire, à Charles Nodier, à Balzac, qui se rattachent si intimement à Rabelais et à Montaigne; plus tard il associera des dissemblables, par exemple Talleyrand et Béranger!


  Cesare Balbo, Giovanni di Procida. Dramma in cinque atti. Prefazione, in Novelle di Cesare Balbo. Nuova edizione con l’aggiunta di una novella e due drammi sinora inediti, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1857 («Nuova Biblioteca Popolare – Classe V. Novelle e Romanzi. Novelle di Cesare Balbo»), pp. 407-410.

  p. 409. Io credo che se conoscessimo l’intima natura degli eventi, anche più terribili, noi li vedremmo succedere pur troppo con una semplicità, una posatezza, quasi dicevo una pace, che ci stupirebbe e spaventerebbe tanto più. È noto, e, se non vero, ben trovato, quel detto di Napoleone a Talma: «In natura i tiranni non hanno né la voce grossa, né i gesti arrabbiati che lor si fanno sovente sulla scena. Parlano e camminano come ogni altro». E sì, che anche in mezzo alla letteratura sulfurea, Balzac, Mérimée ed altri si son contentati sovente di questa espressione storica. I loro predecessori Manzoni e Walter-Scott se ne sono contentati sempre.


  Vittorio Bersezio, Scene della vita moderna. Le Ciarle assassine, «Rivista Contemporanea. Filosofia – Storia – Scienze – Letteratura – Poesia – Romanzi – Viaggi – Critica – Archeologia – Belle Arti», Torino, Tipografia Economica diretta da Barera, Volume Undecimo, Anno Quinto, Settembre 1857, pp. 56-85; Ottobre 1857, pp. 178-205.

  pp. 77-78.

  Sventa. Ed ha ragione. Una giovine bellezza che non si mariti la è un capitale che giace infruttuoso.

  Giulia. O mio Dio! Che metafora prosaica …

  Sventa. Da mercatante: è alla moda.

  Giulia (ad Amalia): Ed io invece trovo che hai torto. Una vedova che passa a seconde nozze gli è un potere che abdica. Una donna che si dà ad un marito perde la sua libertà.

  Amalia. Ma quando questo marito lo si ami.

  Sventa. Bah! L’amore, mi diceva un filosofo, è come la palla al gioco: conviene stare ad una certa distanza per tramandarsela; quando le mani si stringono la palla casca a terra …

  Sternuti. E la raccoglie un amante.

  Sventa. Bravo!

  Amalia. Ma ella, signor Sventa, finisce per dar ragione a tutti.

  Sventa. Gli è il più acconcio per non aver mai torto.

  Sternuti (ad Amalia). A questo proposito, ha ella letto la Physiologie du mariage di Balzac?

  Amalia. Signor no.

  Sternuti. Un libro interessantissimo.

  Sventa. Sì, una filza di paradossi per istruire i mariti e che giova benissimo a scaltrire le mogli.

  Giulia. Gli scritti di quella fatta sono tutte sciocchezze brillantate di spirito. Voler scrutare nell’animo delle donne: figuriamoci se è possibile ad un uomo!

  Pietramala. Non lo è nemmeno alle donne medesime.

  Sternuti (ad Amalia): Se ella volesse leggerlo …

  Amalia. Grazie.

  Giulia. Può benissimo servire alla sera per introduzione ai sogni della notte.

  Sternuti. Sarà un favore per me il potermela servire. Glielo porterò domani (Amalia gli fa un leggier cenno di ringraziamento).

[…]

  pp. 192-193.

  Servo (annunziando): Il signor Sternuti (parte).

  Sternuti (entra con in mano un libro a legatura elegante): Buon giorno miei cari. La signora è alla teletta, neh? Occupazione grave che ci darà un’ora da aspettare.

  Pietramala. Che bel libro è quello che avete in mano?

  Sternuti. La Physiologie du Mariage di Balzac, che ieri sera ho promesso alla signora di portarle.

  Quadri. Ah! Ah! La vuole ammaestrarsi.


  Can. Carlo Bindi, Della vita e delle opere di Giuseppe Arcangeli, in Giuseppe Arcangeli, Prose e poesie del Professore Giuseppe Arcangeli Accademico della Crusca. Vol. I – Poesie, Firenze, Barbèra, Bianchi e Comp., 1857, pp. V-CIX.

  p. LXXI. Ma è tempo che dicasi anche una parola del suo modo di poetare. Non si penserà molto a scorgere ch’esso fu del tutto diverso da quello che più si accarezza oggi da certi giovani ingegni, i quali coi loro maestri d’oltralpe pare vogliano risuscitare tra noi il secento. Non sai che cosa sia più strano se la forma o l’idea, se l’immagine o la lingua. Caricature pindariche, vanno sciolti da ogni legge, e dei numeri, come il Tebano, e del buon senso, come i pazzi. Ma per fortuna il tristo vezzo, dopo tanto gridare de’ pochi savi a chi il bene piace, incominciasi alquanto a dismettere; né Virgilio, se non altro, leggesi più per ridere, né Dante per dormire, come, dopo Byron e Lamartine e Balzac, dicevami con gravità doversi fare, un cotale, buon’anima, che si vantava d’alti spiriti italiani.


  V.[incenzo] Broglio, La principessa Maria Wyse-Solms-Bonaparte, «Panorama universale. Giornale illustrato», Milano, Anno II, N. 4, 25 Gennaio 1857, pp. 2-3.

  p. 2. Noi ci faremo quindi a presentare un saggio della più bell’opera (Nice ancienne et moderne) di questa illustre donna, la cui amicizia tennero sì cara e preziosa, e l’infelice Gérard de Nerval, Vincenzo Gioberti, Lamennais, Balzac, ed a cui oggi rendono omaggio A. Karr, Victor Hugo, Eugène Sue, George Sand, e molti altri elettissimi ingegni della Francia e dell’Italia.


  Vincenzo Broglio, Cenni sulla vita e sugli scritti della Principessa Maria Wyse-Solms-Bonaparte per Vincenzo Broglio, Milano, coi tipi di Giuseppe Redaelli, 1857.

  pp. 13-14. Cfr. scheda precedente.


  C., “Gli ultimi coriandoli”. Romanzo contemporaneo, per Cletto Arrighi, Milano, 1857, «Il Pungolo. Giornale critico-letterario illustrato», Milano, Anno I, N. 11, 16 Maggio 1857, p. 110.

  La chiusa o, dirò meglio, lo scioglimento: Justine, eclairez Monsieur (sic), è tale che varrebbe forse a raccattare tutto il capitolo. Ma ahimè! È troppo bella, è troppo magistrale, perché letta una volta s’abbia da dimenticare più mai. Ebbene – noi l'abbiamo letta, circa dieci anni fa, e non l'abbiamo dimenticata; e anzi ci ricorda essere stata scritta per una Femme abandonnée, e da tale che di simili faccende se ne intendeva per bene, il Balzac. La sola differenza sta nel nome del domestico: Jacopus, éclairez monsieur! E quella tal femme di Balzac parlava francese a suoi domestici, perché erano appunto francesi e in Francia, la qual cosa in una milanese, non aristocratica, e contessa per accidente, puzzerebbe anzi che no di caricatura. E quella tal femme, sempre di Balzac, viveva e voleva vivere solitaria in un suo castello in fondo della Normandia: nulla dunque di sorprendente se la sua anticamera non fosse punto schiarata e fosse uopo chiamare un servo per tale officio: cosa questa in uno splendido palagio di Milano così poco giustificabile che l’autore, malgrado l’aiuto di Justine, volle spendere quattro linee a non giustificarla. Ora, che l’autore abbia letto Balzac ... niente di male, anzi molto di bene – ch’egli se ne ricordi ... ottimamente! ma che lo ricordi troppo fedelmente e con atto di ammirazione un po’ troppo segnalato, questo ci sembra improvvido consiglio, perché nessuno vorrà credere che non l'abbia fatto a posta.


  G. D. C. [?], Gli ultimi coriandoli. Romanzo contemporaneo per Cletto Arrighi, «Cosmorama Pittorico. Giornale storico, artistico, letterario, teatrale, satirico», Milano, Anno XXX, Serie IV, Num. 28, 16 Aprile 1857, pp. 113-114.

  p. 113. E specialmente su principii, quando vecchi e giovani immiserentisi nell’ozio, gridano all’audace che osa fare, al valente che fa bene solo perché fa, nè gli ponno perdonare la vita passata tra le potenti aspirazioni, e gli studi affannati, e le assidue cure del pensiero! Meglio sarebbe correre i caffè e le bische! La sentono così costoro, e davvero quasi quasi vien voglia di dar loro ragione ... Balzac gio­vane, un esempio per tutti, assediò la fama con venti assalti infruttuosi ed ebbe una quaranti­na di volumi uccisi ai suoi piedi. […].

  E lirica e dramma vi ha nel romanzo dell’Arrighi. Forse per questo rado incontri analisi di sentimenti minuta, come non incontri osservazione sociale microscopica, quale si usa oggidì per la prima dagli imitatori di Dumas figlio, imitatore anch’esso di Giorgio Sand, per la seconda dagli imitatori di Balzac.


  Felice Calvi, Una regina della moda. Scene della vita contemporanea scritte da Felice Calvi, Milano, Tipografia e Libreria Pirotta e C. 1857. 

  p. 18. Il circolo era composto da una ventina circa di persone dai venti ai cinquanta, le quali, ciascheduna nella propria sfera, avevano certa importanza relativa. Erano, per così dire, quanto in Milano si noverava di geniale, di eccentrico, di distinto per eleganza, opulenza, spirito, e non so che di spregiudicato.

  Oltre i nostri conoscenti, si contavano due o tre forestieri [...].

  p. 19. Uno scrittore di cattivi romanzi e di pessimi articoli di giornale. [...].

  p. 25. E cosa aveva a che fare quel duello colla Noati?

  Tutto.

  Non fu l’affare il più semplice del mondo? Un urto, un risentimento naturalissimo in uomo che ha del sangue nelle vene ....

  Oibò, siete lontani le mille miglia, e giacchè a quest’ora la parola è libera, ecco quel che so su questo fatto.

  Davvero mi sorprendete, mio caro Balzac, disse la Santa Lucia volgendosi allo scrittore di cattivi romanzi; voi volete farmi provare delle emozioni.

  p. 51. Il Biglia si levò senza perditempo e si gettò in un bagno freddo, entro cui aveva versato una boccia di acqua di colonia; vi restò un dieci minuti, poi si lavò il viso con acqua gelata mediante una spugna finissima, seguendo il suggerimento di Balzac; si rase e stava vestendosi quando sopraggiunse Bigio.


  Leone Carpi, Del credito, delle banche e delle Casse di risparmio nei loro rapporti coll’agricoltura. Studii di Leone Carpi, Torino, Tipografia economica diretta da Barera, 1857.

  pp. 15-16. Chi conosce come procedano e come operino le funzioni economiche della società, s’accorgerà di leggieri quai disastri enormi accadrebbero nel breve giro di pochi anni ove un tale sistema venisse adottato.

  Nelle epoche prosperose sarebbe un Eldorado, tanto più per l’accoglienza disordinata che si farebbe a questa come a tante altre seducenti novità. Ma cosa ne avverrebbe, scorsa la luna di miele, per dirla con Balzac, od all’apparire sull’orizzonte non solo di un sintomo delle grandi crisi politiche e sociali, ma anche delle semplici crisi commerciali, niuno è, che pratico sia degli affari economici, che nol vegga!


  Carlo de Cesare, Dell’industria britannica, in Il Mondo civile e industriale nel secolo XIX per Carlo de Cesare, Napoli, pei tipi di G. Gioja, 1857, pp. 17-62.

  pp. 17-18. Onorato Balzac volendo dipingere in un suo romanzo la facoltà manifattrice dell’Inghilterra diceva che, la materia sotto la mano dell’operaio inglese diventa molle come una pasta, anche quando la maggior forza di aggregazione unisce le sue numerose particelle.

  Minerale, vegetale od animale che sia la sostanza ammollita, in ogni sua più piccola parte il manifattore Britannico vi colloca un pensiero, vi trasfonde un movimento, l’acconcia alle sue attitudini, e la materia si fa morbida, flessuosa, pieghevole, e pare che risponda a tutt’i moti dell’essere che dandole forma, le infonde la vita. E quella materia a volontà del manifattore prende la forma d’un magnifico cocchio, d’una splendida teletta, d’un grande specchio, d’un seggiolone, d’un sofà con soffici cuscini, d’un armadio, e fin d’un letto col suo cortinaggio. L’arte poi modificandola in ragione dei bisogni, degli usi, del gusto e della moda soddisfa a tutt’i desiderî; toglie al verno i rigori; crea la primavera intorno alla dimora dell’uomo; rende fresche le aure d’estate, spande fiori ed essenze su le vestimenta, su i capelli, e su le membra umane; tenta ogni mezzo per fare che l’uomo viva agiato e felice.


  G. B. Crollalanza, Rivista bibliografica. “Monographie de V Hôtel de la Mairie d’Orléans” par J. Eugène Bimbénet Greffier en chef de la Cour impériale d'Orléans – Orléans 1835 – Gatineau in 16.°, in G. B. Crollalanza, G. A. Gabrielli, La Enciclopedia contemporanea comprendente: In una Parte Originale Articoli sopra quistioni o fatti d’importanza scientifica o industriale odierna. In un Sunto della Stampa Estratti o riproduzioni importanti di attualità, invenzioni, trovati, utili applicazioni, e cognizioni in ogni genere di scienze ed arti. In un’Appendice di Varietà Corrispondenze, indicazioni bibliografiche e del giornalismo, annunzi commerciali e vari, notizie d’interesse transitorio. Opera periodica volta a promuovere in ogni classe di persone gli studi delle scienze e delle arti. Diretta e compilata da G. B. Crollalanza e da G. A. Gabrielli colla corrispondenza e collaborazione di illustri scienziati italiani e coi materiali desunti dai migliori periodici d’Europa. Vol. V.°, Fano, Presso la Direzione, 1857, pp. 12-16. 

  pp. 14-15. E proseguendo sempre con questa sana critica, il Bimbenet disamina tutte le parti interiori ed esterne del maestoso edificio quali si ammiravano prima della sua restaurazione; la quale compiutasi oggi serve a smentire le ingiuste rampogne che il romanziero Balzac aveva lanciato contro la città di Orleans cui rimproverava acremente la negligenza per la quale si vedeva deperire così importante monumento. E qui mi piace notare la somma delicatezza dell’autore il quale nell’atto che si è creduto in dovere come buon cittadino di difendere la sua patria contro le accuse del Balzac, non à mancato di farlo con tutta quella riverenza e con tutti que’ riguardi che son dovuti ad uno scrittore così famigerato ed illustre.


  P. Dolzino, Un’amicizia e due vendette. Romanzo storico in 98 capitoli. Ad Moschettieri, Bargellone, Venti e dieci anni dopo, «Cosmorama Pittorico. Giornale storico, artistico, letterario, teatrale, satirico», Milano, Anno XXI, Serie IV, Num. 68, 17 Settembre 1857, pp. 273-274.

  p. 273. Misero! Umana ingiustizia! Quanto aveva ragione il nostro comune amico Balzac, col quale ogni sera noi tre scrittori di questa ingenua sto­ria giocavamo a tavola molino od all’oca sull’an­golo del Caffè dei delitti e delle pene — quanto aveva ragione di alzare que’ suoi lamenti nel­l'ultimo de’ suoi quaranta volumi!

  Sventurato anche lui! Non può gustare ancora le delizie di giocar con noi a quel giuoco in­teressante! Ma lui felice! Non sarà almeno co­stretto a sollevare altri lagni per le terrene in­giustizie. E perché? domanderanno coloro che leggono. Bah! La risposta non è tanto facile: egli è morto.


  C. Ferrari, Corsa a vapore (Train-express). Attraverso i “Feuilletons” Parigini. Corsa seconda. “La Presse”, «Il Messaggere di Parigi. Giornale non politico», Paris, Anno primo, N° 20, 14 febbraio 1857, pp. 2-3.

  p. 2. Questa volta è un pezzo grosso che ci capita per le mani: si tratta nientemeno che del signor Paul Feval (sic), cui molti non arrossirono di comparare a Balzac! … Eh via, mi direte voi, paragonare l’autore del Paradiso delle donne, a quello della Commedia umana! Eppure la è così; a Parigi i soli paradossi son possibili, l’assurdo solo è credibile in fatto di letteratura. Tra Feval e Balzac, v’è un abisso, a colmare il quale non basta tutta la nuova scuola romantica, abbenchè taluno pretenda fusi nella stessa forma papà Grandet e Tonton Marquis. Feval è fecondo scrittore: ecco tutto.


  C. Ferrari, Appendice del Messaggere di Parigi. I balli parigini. Schizzi fotografici della moderna Società. Due parole al lettore, «Il Messaggere di Parigi. Giornale non politico», Paris, Anno primo, N° 22, 28 febbraio 1857, pp. 1-2.

  p. 2. […] scorrete rapidamente le bettole di Montmartre, di Batignolles o delle altre barriere, e vi troverete sotto gli occhi spettacoli inimmaginabili, magici, che sorpassano ogni vostra aspettativa. Studiate quelle fisionomie, quelle donne soprattutto che li frequentano, e voi avrete afferrato la linea di demarcazione che separa il demi-monde dal quart de-monde, le grisettes dalle lorettes, le musardines dalle roses-pompon, le Signore dalle Camelie dalle Donne di marmo, le Marco dalle Olimpie, le sedicenti attrici d’un teatro qualunque dalle creature che Balzac ha così stupendamente descritte nella Comédie humaine, i tipi di Gavarni da quelli del figlio Dumas, e avrete un’idea di tutte le diverse metamorfosi che possono arrivare ad una donna degradata sull’asfalto parigino.


  Paolo Féval, Madama Gil Blas. Memorie e avventure di una donna de’ nostri giorni del signor Paolo Féval. Versione di S. P. Zecchini consentita dall’Autore. Volume Primo, Torino, Si vende dall’Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1857.

Libro Primo.

Capitolo I.

De’ miei primi anni – E del mio padrino.

p. 11. Talora i viaggiatori mi gettavano il loro obolo fin dal principio della salita: questi erano i giorni fasti; ma quando la diligenza carreggiava qualche illustre Gaudissart (1), viaggiatore di commercio per nastri, minuterie o simili, mi trovava costretta di far tutta quanta la salita correndo e ripetendo la mia cantilena.

  (1) Titolo di un romanzo di Balzac.


  Angelo dei Fogolari, Opuscoli morali. Lettere di Angelo dei Fogolari di Roveredo, maestro di lingua italiana di Lipsia, Lipsia, presso J. B. Hirschfeld, 1857.

  Al benemerito Sacerdote Jacopo Maria Zamboni di Roveredo, Lipsia, il 1° Agosto 1857, pp. 117-119.

  pp. 118-119. Io Le fui sconoscente; confesso il mio peccato; me ne pento e nol farò mai e mai più. Ella si degnerà quindi coprire d'un velo il mio passato, che d’altri guai non è, per quanto io so, colpevole, e far buon viso a questa letterina, colla quale m’azzardo dedicare a Lei, grande amico degli studi ameni, quella parte del presente libriccino, che ha per scopo di allontanare i giovani da certe vie allettevoli, e dannose.

  Io ardisco tanto, conoscendo da gran tempo il di Lei bell’animo, e sapendo, che un cuor delicato e gentile accoglie con bontà le offerte più tenui dell’amicizia. Ma Ella non creda, ch’io voglia mediante questa dedica sdebitarmi da ogni mio dovere verso di Lei. Oh! non ne penso, non ne faccio di queste. – Così ha fatto Balzac, quello scrittore possente ed infaticabile, quel genio della Francia, verso i Milanesi, che per ben tre mesi lo ospitarono generosamente. Con un paio di dediche egli intese tributar loro ogni sua gratitudine e procurarsi pur il diritto di calunniare, alla solita guisa dei romanzieri francesi, sull’Italia, ove il sapiente Berenger (sic) affermò aver più imparato in soli tre anni che in venti nell’immensa e misteriosa Parigi.


  A. G., Rassegna bibliografica, «Rivista Contemporanea. Filosofia – Storia – Scienze – Letteratura – Poesia – Romanzi – Viaggi – Critica – Archeologia – Belle Arti», Torino, Tipografia Economica diretta da Barera, Volume Undecimo, Anno Quarto, Dicembre 1857, pp. 625-640.

  pp. 631-632. Ma se il Balzac non potè veder compita la sua Commedia umana, di cui non lo saziavano i molteplici e meravigliosi frammenti; la Benzoni potè appena esemplare alcuna parte della sua idea; così per gli studi forse tardivi, come per la malagevolezza dell’arte in Italia, e per quel pudore, freno nobilissimo all’anima delle nostre donne, ma ostacolo possente a quella ricchezza e fecondità di studi psicologici, che l’ardimento di tutto fare e di tutto dire concede agli scritti delle donne francesi.


  Pompeo Gherardi, Le Gemme d’Arti Italiane Anno X. 1857. La Strenna Italiana, in G. B. Crollalanza, G. A. Gabrielli, La Enciclopedia contemporanea ... cit., pp. 40-41. 

  p. 41. Raccomandasi però questa Strenna a preferenza delle altre non solo per le sue 5 incisioni ma più perché intende ad istruire in qualche modo il sesso chiamato debole, troppo (per la massima parte) omai infrancesato per rinunziare non che ai Romanzi di Balzac, di Dumas, di Victor Hugo; alle strambė novelle, ai racconti di sangue, alle ben colorate menzogne che ci vengono giù dai monti e pei mari a che fare? ... a corromperci.


  Francesco Domenico Guerrazzi, La Torre di Nonza. Racconto storico di F. D. Guerrazzi, Torino, Società Editrice Italiana di M. Guigoni, 1857.[5]

  pp. 37-38. «Gualtiero Scott, che facilmente fu principe di quanti Novellieri scrissero prose di romanzi da poi che mondo è mondo, se ne togli uno solo, messere Giovanni Boccaccio, si valse assaissimo e da pari suo di siffatta facoltà; i romanzieri di Francia acconsentendo in questa come in ogni altra cosa alla stemperata loro natura ne usarono e ne abusarono; in ispecie il Balzac, il quale una volta salito in bigoncia per descrivere vi so ben dire io, che se ne va a Roma per Ravenna: ch’egli ti risparmia un ragnatelo o un chiodo tu lo speri invano; pari, anzi superiore in questo ai dipintori fiamminghi, i quali ritraendo co’ pennelli la Natura, non ti fanno grazia né di una fibra di bietole, né di un pelo di palpebra di lepre, né di un sommolo di ala di anitra; ond’io sovente meco stesso ho pensato, che se cancelliere o notaro con metà meno della diligenza di cui fa prova il Balzac s’industriasse a inventariare i mobili di qualche eredità giacente o le mercanzie del fondaco del fallito meriterebbe senz’altro di essere come cosa unica impagliato e messo nella bacheca, conforme per le bestie rare si costuma nei Musei. Guardimi il cielo, che per me si voglia dibattere pure uno scrupolo alla reputazione, che a buon diritto si gode cotesto valentuomo del Balzac, tuttavia io non mi asterrò dallo avvertire, ch’egli prese troppo alla lettera il dettato di Orazio: Ut pictura poesis; certo la poesia arieggia con la pittura quantum licet esse sororibus, ma non sono una medesima cosa, e la ragione ti apparisce manifesta. La vista con un sol colpo d’occhio forma lì sull’atto, o dopo spazio brevissimo di tempo l’analisi e la sintesi del quadro, mentre la intellettiva del lettore si rende conto degli oggetti e degli attributi loro uno dopo l’altro, né senza maggiore o minore fatica; per la quale cosa ordinariamente succede, che la descrizione prolungata di soverchio riesca sazievole, e l’anima nostra infastidita cessi dallo attenderci.


  F.[rancesco] D.[omenico] Guerrazzi, Veronica Cybo duchessa di San Giuliano. Racconto storico di F. D. Guerrazzi, Livorno, Gio. Batt. Rossi Librajo-Editore, 1857.

  pp. 7-8.

  Cfr. 1851; 1855.


  Irco., Un parapiglia di buon genere. Scene contemporanee, «Il Bazar. Giornale umoristico non politico», Brescia, Vol. I, N. 14, 4 Giugno 1857, pp. 106-108. 

  p. 107. Taglia svelta e mingherlina — genere femminile occhi neri – sei sottane con crinolino, cerchio ed accessori non si conosce l’età precisa ma è dai diciotto ai trent’anni fare da blasé, secondo il buon tuono — qualità morali, zero di dote, e quattro romanzi di Balzac imparati a mente.


  Giovanni Martini, Bibliografia. “L’Innominato”. Racconto del secolo XIII di Luigi Gualtieri per commento ai “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni – Tip. Brasca Editore V. Battezati, Milano, «Cosmorama Pittorico. Giornale storico, artistico, letterario, teatrale, satirico», Milano, Anno XXI, Serie IV, Num. 72, 2 Ottobre 1857, pp. 290-291.

  p. 290. I Sansculotti in forma di libri hanno di nuovo valicato le Alpi comandati da brillanti e valorosi generali; dai Sue, dai Dumas, dai Sand, dai Balzac, dai Souvestre, dai De-Koch (sic). L’ingegno italiano piuttostochè creare una scuola che per brio e per vigore potesse ostare a quella, si è avvolto nei suoi gravi paludamenti.


  Enrico Montazio, Giorni provenzali. Lettere a M*** Crestaina in via Calzaioli [Continuazione], «Il Fuggilozio», Milano, presso l’Ufficio del Giornale, Tip. di Gius. Redaelli, Anno 3.°, Num. 25, 20 Giugno 1857, pp. 385-388.

  p. 387. Nota 1. Il Francese è un metallo che non si presta all’amalgama, lo che non vuole punto dire che le sue molecole sieno pure. Leggero troppo per approfondire le altrui istituzioni, troppo capriccioso e impaziente troppo, per volersi dar la pena di studiare ed appropriarsi le altrui abitudini, instabile sempre, e col moto perpetuo nella mente e nella persona, non saprai meglio paragonarlo, giacchè siamo a parlare di metalli, che al mercurio, il quale vi schizza di mano quando precisamente credete di tenerlo meglio stretto, e mentre vi sorprende per la sua massa brillante e apparentemente compatta, non avete che a posarvi sopra il dito perché si riduca in minuti frantumi che ruzzolano precipitosi per tutti i versi(1).

  (1) Veggonsi giudizii assai più di questi severi sulla indole e sul carattere dei Francesi in Balzac, il più accurato psicologo ch’essi abbian mai posseduto in letteratura. (Maximes et Pensées, 1853-54).


  Saverio Montépin, I Gaudenti di Parigi per Saverio Montépin. Il Re della Moda. Traduzione di M. L., Torino, Società Editrice Italiana di M. Guigoni, 1857.

  p. 11. Gli è ben vero che molte cose, oggi del tutto introvabili nel commercio della curiosità elevata e della ferravecchiamologia di scielta (V. Balzac; Parenti poveriIl cugino Pons) erano da secoli nella famiglia di Massimo, e a lui erano passate in eredità.


  Saverio Montépin, I Gaudenti di Parigi per Saverio Montépin. Il Filo d’Arianna, traduzione di M. L. Vol. IV, Torino, Società Editrice Italiana di M. Guigoni, 1857. 

  pp. 107-112. 

II.

Un ammiratore di Balzac.

 

  pp. 107-108. Ex- sottocapo della brigata di sicurezza! – ripetè Massimo dopo aver letta la carta che il visitatore gli aveva presentata, voi appartenete dunque alla polizia, signore?

  Sì, signor conte, rispose Thévenin, avevo quest’onore.

  La fisonomia di Massimo espresse chiaramente che egli trovava bizzarra cosa che si rivendicasse un simile onore.

  Poi riprese:

  E ora?

  Ah! ora, signor conte, sono ritornato alla vita privata ... – potrei dire che io mi sono ritirato volontariamente, ma ho l’abitudine della franchezza ... mi hanno ringraziato.

  Davvero?

  Mio Dio, sì.

  E perché dunque?

  Signor conte, fece Thévenin, amate voi Balzac? ...

  Massimo guardò il suo interlocutore con stupefazione, e quasi si persuase che avea a fare con un pazzo.

  Voi mi domandate se amo Balzac? ... esclamò alla fine.

  Sì, signor conte.

  Ma, con quale scopo? ... Questa domanda, è vero?

  Appunto questa.

  Voi mi comprenderete. – Sol che prima, vi prego, rispondetemi.

  Or bene, sì, l’amo.

  Avete letto tutte le opere che compongono la Umana Commedia? ...

  Certo.

  Allora vi è famigliare il personaggio di Peyrard negli Splendori e miserie delle cortigiane vi è famigliare? ...

  Massimo fece un cenno affermativo.

  Or bene! riprese Thévenin, la storia di Peyrard è appunto la mia ... il che mi dispensa dall’entrare in lunghi particolari sul mio conto ... il compito che ogni di mi venia dato alla prefettura non bastava alla divorante mia attività. Credetti molto innocentemente di potere nei miei ritagli di tempo, porre i miei talenti a servizio de’ particolari; – ciò è venuto all’orecchio del signor prefetto che l’ha trovata cattiva cosa, e mi ha congedato. Vedete, signor conte, ciò tutto trovasi nella Umana Commedia di Balzac! ah! che uomo quel Balzac ... come conosceva non solo il cuore, ma la vita fino ne’ suoi minimi particolari, e come sarebbe stato un prodigioso prefetto di polizia se non avesse amato meglio d’essere il più grande romanziere del mondo ....

  L’entusiasmo del signor Thévenin pose un pallido sorriso sulle labbra di Massimo. [...].


  E. d.-P., Appendice. La Certosa di Parma. Romanzo storico di Federico Stendhal, «L’Annotatore. Foglio settimanale», Parma, Anno I, N° 35, 24 Ottobre 1857, pp. 1-2.

  p. 1. Parmigiani che amate la storia del vostro bel­lissimo paese, udite cose non mai dette nè in prosa nè in rima! È il Signor Enrico Beyle, o meglio, per dirvi il secondo cognome con cui di propria autorità si ribattezzava, è il Signor Fe­derico Stendhal che le regala frutto di studii profondi nella città e nelle croniche nostre. La sicurezza delle notizie non può essere maggiore: il romanzo è storico, fece furore al tempo della sua comparsa nel mondo e principalmente negli alti ranghi sociali: il Signor Stendhal abitò lungo tempo l’Italia, fu instauratore di una nuova scuola letterario-romantica di cui questo romanzo era il capo-lavoro; il Signor Dottor Luigi Masieri l’ha tradotto, i Signori Borroni e Scotti l’hanno stampato nel 1855 a Milano, che volete di più?

  Non vi venga però il prurito di leggerlo! Guai a voi anime prave se lo faceste! Balzac dichiarava non potere quest’opera venir convenientemente apprezzata se non «dai diplomatici, dai ministri più illustri, e dalle milledugento o millecinquecento teste che sono a capo dellEuropa» anatemizzando i profani che ardissero di leggerlo e giudicarne. Rassegnatevi dunque se non siete del bel numero: io stesso non l’ho letto che ignorando il precetto del gran gerofante dei romanzieri francesi fra il 183o ed il 1840; se l’avessi saputo, non l’avrei pure toccato colle mani: infatti non avendo badato che alla parte storica, non ho capito che questa, e tutto il resto mi è parso confusione ed oscurità.

  Pieno pertanto di pentimento per sì grave peccato e per aver gettato il mio tempo (credetemelo, non dico bugia) in una cosa sì fuori dell’ordinario, mi impongo la penitenza di narrarvi il bello storico di questo lavoro affinchè un can­tico di riconoscenza si innalzi, malgrado le proi­bizioni di Balzac, al grande illustratore di Parma moderna.

  Udrete novità! I vecchi le chiameranno men­zogne, ma non credete a questi laudatores temporis acti: non ne parlate se non con gente nata dopo il 1820. I vecchi vorrebbero tenerci allo scuro di quello che succedeva ai tempi della loro giovinezza per gridarci poi biricchini e peggio­ratori: dunque non badate alle loro parole. Ben­ché quanti vi sono al giorno d’oggi che badino ai vecchi? … Abbasso la scuola dell’esperienza, viva quella della fantasia, e con essa vivano questi privilegiati scrittori della grande nation, ad essi, ad essi si creda e vedrete il progresso che ne uscirà!


  Il Pompiere, Corrispondenza di Sondrio, «Il Pungolo. Giornale critico-letterario illustrato», Milano, Anno I, N. 37, 17 Novemb. 1857, p. 332.

  Se Balzac in luogo d’andare a Milano a farsi fischiare, fosse venuto per un mese quassù, invece di scrivere quelle tante centinaia di pagine per insegnare ai mariti a guardarsi, e premunirsi dalle infinite muliebri infedeltà, avrebbe semplicemente potuto dire – Andate a Sondrio, ove la virtù è tanto solida che si è pietrificata! = Oh! quanto ci avrebbero guadagnato i mariti ed anche il mio paese!


  [Vicomte de Querille], Varietà. Il Barone I. De Rothschild*, «L’Educatore israelita. Giornaletto di letture a cura di Levi Giuseppe ed Esdra Pontremoli», Vercelli, Tip. E Lit. De-Gaudenzi, Anno Quinto, 1857, pp. 57-61.

  *Ricavato dal giornale parigino Il Figaro: l’articolo è scritto dal Visconte di Querille – e riportato nell’Univers Israélite.

  pp. 59-60. Il gran Balzac riceveva gentile accoglienza in casa del sig. Rothschild, gli dedicò una novella, e lo richiese di più d’un servizio. Un giorno gli tolse in prestito 3,000 fr. per un viaggio in Allemagna. Il Sig. Barone unisce a questo presente una lettera di raccomandazione pel suo nipote di Vienna. La lettera non era suggellata: è l’uso. Balzac la legge, la trova comune e poco degna d’uomo come lui. Sdegna di recarla al suo indirizzo, e ritorna a Parigi con l’autografo in tasca.

  Al ritorno va a trovare il Sig. De Rothschild – Ebbene, gli disse il Barone, avete visto mio nipote? –

  Balzac confessa fieramente di non aver consegnata la lettera. – Me ne spiace per voi, ripiglia il Barone. L’avete ancora in portafogli – Per bacco sì, eccola – Osservate questo picciolo geroglifico sotto la soscrizione. Vi apriva un credito di 25,000 fr. sulla mia banca di Vienna.

  Balzac si morse le pugna. Perché avete aperto la lettera di raccomandazione?

  Uno scrittore ingegnosissimo, uno spiritoso bibliotecario che non vive più, doveva pagare addì 15 ottobre 18… la somma di 3,000 fr. Se il creditore si fosse contentato di parole l’affare sarebbe stato e tosto saldato … ma era un uomo ruvido ed intrattabile. L’autore veduto ogni suo sforzo inutile, perde la ragione, e dice: volete una cambiale pagabile al 30 dal Sig. De Rothschild?

  Si accetta, e segna. Era un affare da galeotto, perché il Sig. De Rothschild non gli doveva un soldo. Mette quindici giorni a far su la dovuta somma, ricorre a tutti gli spedienti. In fine il 30 alle 9 antimeridiane, entra nel gabinetto del Sig. De Rothschild con tre mila franchi in oro.

  Signore, gli dice l’autore, a vostra insaputa m’avete reso un gran servizio.

  Signore, risponde il Barone, sono lietissimo d’aver potuto essere utile ad un pari vostro. – Ho preso la libertà di fare una tratta su voi di tre mila fr. che non mi dovete, la cambiale sarà presentata dentr’oggi, eccovi la somma. Fatemi la finezza di pagarla, e serbarmi il secreto.

  Il Sig. De Rothschild incassò la somma senza fiatare: e mentre lo scrittore ritiravasi raddoppiando le sue proteste di gratitudine, lo richiamò dicendogli – Bisogna che vi renda la vostra tratta. L’ho pagata stamane alle otto. Poco mancò che il romanziere venisse meno. Egli aveva rasentato la galera, e la grandezza d’animo del Banchiere l’aveva salvato dall’infamia … […].


  Ferdinando Ranalli, Del sublime, del mezzano e del tenue, in Degli ammaestramenti di letteratura. Libri quattro. Seconda edizione corretta ed ampliata. Volume secondo, Firenze, Felice Le Monnier, 1857.

  p. 271. E se da qualche cerretano d’oltremonti il divino poeta è bestemmiato, eccoci a rintuzzare quelle bestemmie collo stesso stile vaporoso e fantastico di bestemmiatori. I quali ci potrebbero dire se ci stupiamo che non cel dicano: com’è che voi vi stimate sì superbi d’un autore, della cui maniera di concepire e significare le cose non punto ritraete, e anzi da’ vostri Victor Hugo, Balzac, Dumas, La Martine, e via dicendo, pigliate frasi e imagini, quasi non d’altro di vostro mettendo che le desinenze de’ vocaboli?


  Luigi Settembrini, Lettera al Fratello Giuseppe Settembrini. Santo Stefano, 20 Agosto 1857, in Epistolario. Con prefazione e note del Prof. Francesco Fiorentino, Napoli, Cav. Antonio Marano, Editore, 1883, pp. 138-142.

San Stefano, 20 Agosto 1857.

  Mio carissimo Peppino,

  Ho letto che il Beroldo il 16 maggio era a Calcutta, accolto con grandi dimostrazioni di stima e di benevolenza da tutte le autorità di quel paese. […]

  Intorno al tuo Errico io non so che dirti per invogliarlo allo studio. […] Tenta se gli piacciono i romanzi, ma i grandi e gli utili romanzi, come il Don Quijote, tradotto dal Gamba, i romanzi di Walter Scott, quelli del Balzac, e di Giorgio Sand, e qualcuno dei nostri italiani.


  Carlo Tèoli, Proemio, in Michele Corinaldi, Versi di Michele Corinaldi, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1857. 

  Cfr. 1874.


[1] Segnalato e analizzato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., pp. 512-513.

[2] Riportiamo integralmente la nota della Presidenza del Consiglio Generale di Pubblica Istruzione in risposta alla domanda dell’editore Mariano Lombardi relativa alla possibilità di continuare la stampa dell’opera, nella quale viene citato in maniera esplicita il nome di Giuseppe Lubrano quale suo traduttore.

  p. 272.

  Presidenza del Consiglio Generale di Pubblica Istruzione.

  Rip. Car. N°. 46 – oggetto

Napoli 14 gennaio 1857.

  Vista la domanda del signor Mariano Lombardi, con la quale ha chiesto di proseguire dalla pagina 181 in poi la stampa dell’opera intitolata Società Parigina nei primi anni del secolo XIX ricavato dal francese dal signor Giuseppe Lubrano. – Visto il parere del R. Revisore signor D. Gaetano Squitieri. – Si permette che la suindicata opera continui a stamparsi, ma non pubblichi senza un secondo permesso che non si darà se prima lo stesso R. Revisore non avrà attestato di aver riconosciuto nel confronto esser l’impressione uniforme all’originale approvato.

Il Segretario Generale

Giuseppe Pietrocola.

Il Consultore di Stato Presidente provvisorio

Capomazza.

[3] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., pp. 532-534.

[4] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., pp. 534-535.

[5] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p.  531. Edizioni successive: Torino, 1858; Milano, 1864, 1883; Livorno, 1864.

Marco Stupazzoni

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