domenica 16 agosto 2020



1968

 

 



Edizioni in lingua francese.


 

  Honoré de Balzac, Eugénie Grandet, avec introduction et notes par Elisa Denina, Milan, Charles Signorelli – éditeur, 1928 («Scrittori francesi», 60), pp. 152.

 

  Cfr. 1928; 1930; 1940; 1963.

 

 

  Honoré de Balzac, Nouvelles: Un Episode sous la Terreur. Le Réquisitionnaire. Le Passage de la Bérésina (Adieu). El Verdugo. Le colonel Chabert. Avec introduction et notes d’Armand Landini, Milan, Charles Signorelli Editeur, 1968 («Scrittori francesi», N. 77), pp. 119.

 

  Cfr. 1931; 1940.



  Honoré de Balzac, Le Père Goriot. Présentation de G. Chappon d’après l’édition de Laurent Brégeon dans la Collection des Classiques Hatier, Milano, Casa Editrice Bietti, 1968 («I classici illustrati Bietti»), pp. 96; ill.


  Edizione alquanto mutilata del romanzo balzachiano.


 

 

 

Traduzioni.

 

 

  Honoré de Balzac, La Commedia umana. Volume I. A cura di Massimo Colesanti. Prefazione di Giovanni Macchia. Traduzioni di Neva Pellegrini, Roberto Prini, Lidia Locatelli, Giovanna Della Porta, Roma, Gherardo Casini Editore, 1968 («I grandi secoli», 10), pp. LXII-600; 32 ill.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Giovanni Macchia, Il cammino di Balzac, pp. IX-XXXIX. [Cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici];

  Massimo Colesanti, Note bio-bibliografiche, pp. XLI-LXII. [Cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici];

  Prefazione di Honoré de Balzac, pp. LXIII-LXXIX;

  Al “gatto che gioca a pelota. Traduzione di Neva Pellegrini, pp. 1-56:

  Il ballo di Sceaux. Traduzione di Roberto Prini, pp. 57-115;

  Memorie di due giovani spose. Traduzione di Lidia Locatelli, pp. 117-318;

  La borsa. Traduzione di Giovanna Della Porta, pp. 319-351;

  Modeste Mignon. Traduzione di Giovanna Della Porta, pp. 353-600.

 

  Come indicato da M. Colesanti nell’ultimo paragrafo (Testo, p. LXII) della sua ricca rassegna bio-bibliografica balzachiana, il modello delle traduzioni è quello del testo dell’edizione Gallimard (“Bibliothèque de la Pléiade”) che riproduce quello del Furne corrigé.

 

 

  Honoré de Balzac, Memorie di due giovani spose. Introduzione di Gianni Nicoletti. Traduzione di Gemina Fernando, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1968 («I grandi scrittori stranieri», 289), pp. 288.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Gianni Nicoletti, Introduzione, pp. 5-22. [Cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici];

  Nota bibliografica, p. 23;

  Memorie di due giovani spose, pp. 25-288.

 

Il romanzo Mémoires de deux jeunes Mariées fu pubblicato [...] su «La Presse» dal primo novembre 1841 al 15 gennaio 1842. Era stato annunciato sovente sulla «Revue de Paris» sotto il titolo Mémoires d’une jeune Mariée. Pubblicato poi chez Souverain in due volumi in 8°, nel 1842, fu ristampato lo stesso anno nel secondo tomo della quinta edizione delle Scènes de la Vie privée (che comprende pure Une fille d’Eve, La Femme abandonnée, La Grenadière, Le Message, Gobseck, Autre Etude de Femme), Paris, Furne, in 8°, con otto incisioni. Chi voglia consultare il testo orignale può vedere il primo volume della Comédie humaine, Etudes de Moeurs, Scènes de la Vie privée, I, Bibliothèque de la Pléiade, Texte établi et préfacé par Marcel Bouteron, Editions Gallimard 1951, pp. 128-327.

 

 

  Honoré de Balzac, Papà Goriot. Romanzo. Traduzione di Gemma Rusconi Di Como, Milano, Rusconi Editore, 1968 («I Classici di “Gente”», 10), pp. XX-245; 1 ill.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Gilberto Forti, Prefazione, pp. VII-XIV. [Cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici];

  Cronologia della vita e delle opere, pp. XV-XX;

  Papà Goriot, pp. 3-240.

 

  Il romanzo è suddiviso in quattro capitoli titolati secondo il modello della seconda edizione Werdet (maggio 1835).


 

  Honoré de Balzac, Papà Goriot. Traduzione di Luigi Martin, Milano, Fratelli Fabbri Editori, (giugno) 1968 («I grandi della letteratura», 32), pp. 303.

 

  Struttura dell’opera:

 

  E. H. V., [Introduzione], pp. 7-10. [Cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici];

  Papà Goriot, pp. 11-301.

 

  Anche in questa traduzione, il romanzo è suddiviso in quattro capitoli titolati secondo il modello della seconda edizione Werdet (maggio 1835)

 

 

  Honoré de Balzac, Splendori e miserie delle cortigiane. Traduzione di Anna Premoli e Francesco Niederberger, Milano, Garzanti, (luglio) 1968 («Garzanti per tutti. I grandi libri», 57), pp. 565.


  Struttura dell’opera:

 

  Honoré de Balzac. “Splendori e miserie delle cortigiane”, pp. 3-9. [Cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici];

  Splendori e miserie delle cortigiane, pp. 13-549;

  J.-A. Ducourneau, Note, pp. 551-562.

 

 

  Honoré de Balzac, Storie licenziose 3. Traduzione di Amadeo Amadei, Bologna, Sampietro, 1968 («Piccola collana», 70.113), pp. 205.

 

  La traduzione della terza decina dei Contes drolatiques è preceduta dalla seguente nota editoriale:

 

  Pubblicati fra il 1832 ed il 1835 col titolo:«Les cent contes drôlatiques, colligez es Abbaïes de Tourayne, et mis en lumière par le sieur de Balzac, pour l’esbatement des Pantagruélistes et non aultres», e quindi consegnati alla tradizione più semplicemente come «Contes drôlatiques» (tre decine di «contes» ognuna con prologo ed epilogo, più alcuni progettuali frammenti non compresi nella nostra edizione), queste storie — o racconti — amene sollazzevoli immorali amorose eretiche o licenziose (aggettivi con i quali di volta in volta sono state definite, tutti rimandabili al francese «drôle» e comunque sufficienti ad indicare il potenziale di «eresia» presente in questa cospicua parentesi della «Comédie» in cui confluiscono programmaticamente umori rabelaisiani, aretiniani, laici e quattrocenteschi — basti citare il Masuccio Salernitano), furono da noi pubblicate parzialmente in un periodico che poi chiudemmo. Abbiamo perciò sentito la necessità di concludere il discorso interrotto, anche se. nel momento in cui il terzo ed ultimo volume delle «Storie» vede la luce, altre edizioni, più e meno pregevoli, sono In circolazione. Naturalmente, mentre rinviamo ad altra e più impegnativa sede un «discorso» su Balzac, il luogo deputato ad accogliere queste storie di coppie adultere, «allegri conventi», monaci gaudenti, è, per noi, proprio la ereticissima «Piccola collana ‘70». In fondo, anche la nostra «irreligiosità», come quella di Balzac, non è rivolta tanto a «quel galantuomo che sta lassù», quanto, sinteticamente, ai suoi ministri di ieri e di oggi.

 

 

  Honoré de Balzac, L’unica dote. Traduzione e libero adattamento di Bepi Planelli, «I Grandi Narratori», Roma, Anno V, N. 5, 23 Marzo 1968, pp. 5-110.

 

  Si tratta della libera riduzione del conte drolatique balzachiano: L’Héritier du Dyable. Il testo mutuato da Balzac è preceduto dalla seguente Premessa (pp. 3-4):

 

  Questo è il secondo volume che pubblichiamo, tratto dai famosissimi «Contes drolatiques», cioè «Le sollazzevoli storie» di Honoré de Balzac. Dopo che il primo («Non è una colpa»)[1] ha avuto un ottimo successo fra i lettori.

  Il protagonista di questa storia è un pretino di Turenna che con l’aiuto della sua furbizia, unica dote a disposizione, dà la scalata ai gradi ecclesiastici, in un tempo (siamo all'epoca delle grandi riforme e del famigerato Concilio di Costanza) in cui non erano certo i meriti di santità a far percorrere in fretta le vie della carriera ecclesiastica.

  Un prete tutto a suo modo. Tanto a suo modo che viene paragonato al diavolo in persona.

  Un racconto che ha fatto ridere generazioni di francesi e che finalmente viene tradotto fedelmente anche in Italia. La malizia arguta di Honoré de Balzac, si sbizzarrisce in questa saga, fra le gesta epiche, comiche, boccaccesche che la compongono.

  Una lettura piacevolissima fino all’ultima pagina. Un’aria lieta e pacioccona così come Balzac intendeva che fosse. Senza pensieri, senza preoccupazioni, senza falsi pregiudizi moralistici.

  Da farci una buona risata in compagnia.

  Che rider fa buon sangue, lo diceva anche il maestro di Balzac, Rabelais.



  Honoré de Balzac, La notte turca. Traduzione e libero adattamento: B.[epi] P.[lanelli], «I Grandi Narratori», Roma, Anno V, N. 7, 1 Maggio 1968, pp. 5-82;

 

  I Divertimenti di Re Luigi XI, Ibid., pp. 83-108.

 

  Prosegue la serie di queste maldestre trasposizioni riguardanti i testi di Balzac: in questo caso, siamo di fronte all’adattamento di altri due Contes drolatiques: La Connestable e Les Joyeulsetez du roy Loys le unziesme, entrambi appartenenti alla prima decina.


 

 

 

Studî e riferimenti critici.

 


  Honoré de Balzac. “Splendori e miserie delle cortigiane”, in Honoré de Balzac, Splendori e miserie delle cortigiane ... cit., pp. 3-9.

 

  […]. Appartiene al gruppo di romanzi che, nella ripartizione definitiva della Comédie humaine, prese il nome di Scene della vita parigina, ed è strettamente collegato con un altro romanzo della stessa sezione, le Illusioni perdute. Circa dodici anni trascorsero dal progetto iniziale dell’opera alla sua pubblicazione: risale infatti al 28 gennaio 1836 la prima menzione ad un romanzo dal titolo La Torpille fatta da Balzac in una sorta di programma di lavoro tracciato sul manoscritto de Le père Goriot; lo stesso titolo ricompare nel maggio dell’anno successivo in una lettera a M.me Hanska, ma nel corso della lunga gestazione dell’opera, l’autore abbandona la denominazione iniziale ed anzi amplia largamente il romanzo, strutturandolo in modo tale da dare maggior risalto, in quattro parti distinte, ai personaggi principali.

  Durante la stesura, Balzac dovette superare varie difficoltà fra le quali non ultima la riluttanza degli editori ad accogliere, per presentarla al pubblico, la storia di una cortigiana: la parte iniziale avrebbe dovuto essere pubblicata dall’editore Girardin, della Presse, nel 1836 e nel 1838. ma tutte e due le volte, appunto per questa ragione, il progetto non andò in porto. La pubblicazione avvenne poi in fasi successive nel 1839, ’43, ‘46, e solo nel 1847 anche L’Incarnazione di Vautrin fu data alle stampe; alla morte di Balzac. le diverse parti del romanzo non erano state ancora riunite in un solo volume ed è solo nell’edizione definitiva della Comédie humaine che Splendori e miserie delle cortigiane figura con i suoi quattro capitoli insieme.

  È noto come Balzac fosse un sostenitore della verità storica e sociale nei suoi romanzi, e in quale misura tendesse all’osservazione diretta della realtà e alla documentazione di fatti, ambienti, persone: perciò, accingendosi a descrivere il mondo della prostituzione, della malavita e della polizia, non solo si preoccupò di consultare vari studi sociologici sull’argomento, ma pare si fosse messo in contatto con la persona che, per la sua attività e il suo passato, rappresentava una preziosissima fonte in proposito, cioè François-Eugène Vidocq, ladro, falsario, più volte evaso, passato poi al servizio della polizia. Del resto, fra i romanzi che nel clima realistico-naturalistico del momento trattarono argomenti simili, Splendori e miserie delle cortigiane è indubbiamente fra i più significativi, anche se tradisce qualche debolezza dovuta, con ogni probabilità, alla troppo lunga elaborazione.

  I personaggi. Si è detto dello stretto legame con le Illusioni perdute: Lucien de Rubempré, infatti, si muove come personaggio principale in entrambi i romanzi; nel primo assistiamo alla sua lotta per affermarsi nel mondo giornalistico-letterario e al crollo delle sue illusioni, nel secondo, al suo rapporto con Carlos Herrera-Vautrin, che rappresenta il centro dell’azione romanzesca. Questo nelle prime tre fasi del racconto; la quarta infatti è quasi un’aggiunta estranea all’azione principale e testimonia dell’intenzione di Balzac di non voler limitare il romanzo alla storia dell’amore fra Esther e Lucien, ma di voler conferire ad esso la consistenza di studio sociale. Lucien ha un carattere estremamente debole, una tempra ben diversa da quella di un Rastignac o di un de Marsay (Balzac stesso lo definisce «un uomo per metà donna»); ed è il soggetto più adatto a subire l’influenza di Vautrin: il suo animo di giovane tutto teso verso la conquista della società e della celebrità, e che però è conscio della difficoltà dell’impresa e soprattutto dell’insufficienza delle sue risorse, rappresenta infatti il terreno in cui meglio può attecchire il seme della tentazione. Lucien, dopo il crollo delle sue illusioni, troppo debole per restare onesto e d’altra parte troppo ambizioso per accontentarsi di una vita mediocre, si presta a tutte le macchinazioni di Vautrin: ma la sua statura nel male non è tale da reggere il confronto con quella gigantesca del galeotto e la sua perdita si preannunzia fatale. Il rapporto tra i due si presenta come un vero e proprio patto: Il Curtius (Balzac, Bonn, Cohen, 1923) vuole vedere in esso il transfert affettivo di un anti¬femminista, che, pur eliminando la donna dalla sua vita, non può escluderne l’amore come sentimento. L’affetto che Vautrin nutre per Lucien rappresenta l’aspirazione verso l’ideale che in lui sussiste pur nella coscienza del male, il desiderio di realizzare in altri ciò che avrebbe voluto per sé, la nostalgia di Satana per la bellezza dell’angelo. Vautrin, infatti, realizza il mito romantico dell’angelo ribelle che, pur nella caduta, conserva una superba nobiltà e un’oscura bellezza: il motivo che lo spinge al delitto è il bisogno di soddisfare il suo fortissimo istinto di creazione, il suo desiderio di potenza, che, nel legame con Lucien de Rubempré, si traduce in un atteggiamento di paternità spirituale.

  Esther invece, che incarna il tema romantico della cortigiana riabilitata dall’amore e dalla morte, non è una delle figure femminili balzachiane meglio riuscite, anche se il suo senso profondo di devozione e i suoi slanci di generosità verso l’uomo che l’ha risollevata fino a sé sono resi con molta suggestione. Balzac, descrivendo il mondo della prostituzione a cui Esther appartiene, evita ogni lato scabroso e non giunge a mostrare sino in fondo lo squallore di questa vita: le cortigiane sono colte nella loro natura istintiva, con le loro reazioni eccessive e improvvise, e con una vaga nostalgia per la vita rispettabile e borghese alla quale hanno rinunciato. Il loro mondo, anteriore alle leggi sociali, non è tuttavia privo di una sua moralità.

  Esther Gobseck percorre tutti i gradini della scala sociale, dalla sordida camera di rue Langlade al lussuoso appartamento del barone de Nucingen. Secondo il critico Félicien Marceau, la trasformazione che Carlos Herrera le impone per essere degna di Lucien è solo superficiale: «... Mi si dirà ch’essa è trasformata, trasfigurata dal suo amore per Lucien. Non ne sono convinto. Esther ha una certa grandezza che non aveva Coralie. Ma in lei resterà sempre qualcosa della prostituta. Balzac non afferma, d’altra parte, ch’essa rimpiange «il suo fango oscuro»? Dopo parecchi anni passati con Lucien, non riacquista forse ben presto il linguaggio professionale? ...». È chiara, invece, in lei una certa forma di esaltazione nel sacrificio che la porta a cercare il suicidio come unico ed estremo mezzo di purificazione.

  Valutazione critica. Antoine Adam, oltre a riconoscere nel romanzo la filosofia politica di Balzac in quella sua tendenza al conservatorismo e al legittimismo del tipo di Bonald e de Maistre, vede in esso entrambe le dimensioni del realismo balzachiano: l’osservazione diretta del reale e la tendenza a superarne l’apparenza pura per scoprire le leggi che ne regolano il corso, e in ciò individua la validità del romanzo: «... Questa veridicità nell’osservazione dei costumi, questa cura di giungere, al di là dei fatti, alle leggi che li spiegano e di spingersi oltre le leggi stesse fino alle grandi idee morali che informano la nostra vita e che solo la poesia aveva fino ad allora trattato, ecco ciò che conferisce a Splendori e miserie delle cortigiane un valore particolare ...».

  Riferendosi poi allo stile dell’opera, aggiunge:

  «... Balzac usa una lingua energica e pittoresca, d’una ricchezza prodigiosa. Si serve del gergo della malavita con mirabile abilità, usa il linguaggio della società galante e la lingua del popolino di Parigi con altrettanta facilità ...».

  Per quanto riguarda la trama del romanzo e il susseguirsi sempre più serrato delle vicende, specie nella seconda metà del racconto, Vittorio Lugli si chiede:

  «... Romanzo poliziesco? Balzac aveva la passione di questi intrighi che fioriscono intorno ai fuorilegge, ai forzati, agli evasi. Il pubblico poi era avidissimo di queste appassionanti avventure, adorava le storie di evasi, vere o immaginate. I quotidiani, moltiplicatisi dal 1830 per la libertà di stampa, provvedevano con le appendici alla richiesta dei lettori. Abili manipolatori, addetti a questa industria letteraria, lavoravano a soddisfare il gusto diffuso: tra essi uno che li rappresenta tutti, è ben ricordato anche se non si legge più, Eugène Sue. La cui grande fortuna può anche aver incitato Balzac a queste Splendeurs, che del resto non fecero ai Mystères de Paris la concorrenza che forse sperava il grande Honoré. Ma egli è a ben altro livello artistico anche in questo gremito e patetico giallo. Anche dove l’intrigo è falso (lo notava Maurice Bardèche) i personaggi sono veri ...».

  Poi, mettendo in risalto la forza creativa di Balzac, il Lugli afferma: «... Così un romanzo che, uno dei più ricchi e vividi del ciclo, non si pone tuttavia tra i capolavori assoluti, reca intera la virtù dello scrittore magnifico, la vita urge nelle persone, solleva le pagine che vanno leggere per la gioia e la foga del narratore. E, meglio forse di altre parti della Comédie, ci immerge nel mondo balzachiano, ci fa vivere in esso agevolmente ...». […].



  Modesta Mignon, «Radiocorriere TV. Settimanale della Radio e della Televisione», Torino, Anno XLV, 4 agosto 1968, p. 29.

 

  Chiunque l’abbia conosciuta, certamente si è un po’ innamorato di lei. E non è difficile: basta leggere uno dei romanzi più lunghi — anche più belli – di Balzac, quello che da lei, appunto, prende il nome, «Modesta Mignon».

  Balzac nacque mentre i francesi cominciavano a interessarsi delle vicende di un giovanissimo generale, Napoleone, e morì proprio a metà del diciannovesimo secolo. Questo romanzo, di cui la radio comincia a trasmettere un adattamento radiofonico in quindici puntate curato da Anna Maria Romagnoli, uscì nel 1844 e fu uno degli ultimi del grande narratore francese. Un critico lo ha definito «di una limpidezza esemplare nonostante i lussureggianti particolari», dando atto a Balzac della straordinaria capacità di delineare con estrema vigoria i personaggi più complessi.

  Modesta Mignon è un’adolescente bellissima che viene educata come un fiore di serra. Alle sue spalle c’è la burrascosa vita del padre, un nobile provenzale che ha combattuto con Napoleone in quasi tutta l’Europa e che ha sposato la figlia di un baronetto tedesco. Dopo la fine dell’epopea napoleonica costui, Carlo Mignon de La Bastie, si è dato al commercio a Le Havre ma è rimasto travolto da un tracollo finanziario e dalla tragica, fine della primogenita, sedotta da un uomo indegno. Carlo Mignon decide di lasciare la famiglia per tentare nuovamente fortuna oltremare, ma prima di partire affida la secondogenita, Modesta, alle cure della madre e di alcuni amici devoti. Sembra che la vita della fanciulla trascorra in un’atmosfera depurata, ma l’amore è in agguato.

  La ragazza, infatti, si innamora di un famoso poeta, Canalis, infatuandosi dei suoi versi e con un ingegnoso stratagemma riesce a mettersi in contatto epistolare con lui. Canalis è un giovane letterato tutto preso dalla propria facile fama e dalla dissipata vita della Parigi elegante; dietro i versi appassionati nasconde un animo ambizioso, scettico e cinico. Senza averlo mai veduto. Modesta si infatua di lui ed egli si presta al gioco allettando l’ingenua fanciulla con lettere infiammate. Tutto lascia prevedere che l’amore giocherà alla fine un brutto tiro a Modesta e già l’ombra del dramma amoroso della sorella si profila su di lei, quando un gentiluomo subentra al mestierante Canalis, Ernesto de La Brière. Amico del «poeta» e suo confidente, Ernesto riesce a vedere, non visto, la ragazza e si sostituisce a lui nella corrispondenza.

  Quando Modesta scoprirà l’inganno resterà naturalmente delusa, ma nel frattempo il padre sarà tornato, di nuovo ricco, dalle Indie e il suo intervento sarà determinante per sciogliere il nodo. Sarà Carlo Mignon, infatti, a porre la figlia di fronte alla scelta tra l’amore immaginato e sognato e quello vero, meno brillante ma profondo. Canalis tenterà alla fine di recuperare la fanciulla, attratto dalla sua bellezza e, ora, dalla sua ricchezza: ma la scelta di Modesta Mignon non potrà essere che a favore di Ernesto. Personaggi e interpreti della prima puntata: Jean: Mico Cundari; Simone Babila Latournelle: Laura Carli; Exupée: Ezio Busso; Modesta Mignon: Maresa Gallo.

 

 

  Rivive Balzac in un film sovietico, «l’Unità. Organo del Partito comunista italiano», Roma, Anno XLV, N. 327, 6 dicembre 1968, p. 8.

 

  L’errore di Honoré de Balzac — il primo film sulla vita dello scrittore francese — è stato presentato in questi giorni a Mosca ad un gruppo di giornalisti.

  L’impresa di far rivivere sullo schermo l’illustre scrittore francese è stata affrontata dal regista di Kiev, Timofei Levtchouk. Il film si ispira al testo teatrale dello scrittore ucraino Natan Rybak il quale ha rievocato, nel suo dramma, gli ultimi anni della vita di Balzac e la storia del suo matrimonio con la contessa polacca Evelina Ganska (sic).

  Victor Khokhriakov, attore del Teatro Maly, ha impersonato Balzac e i critici sono stati unanimi nell’apprezzare la sua interpretazione. Quello di Balzac e il sessantacinquesimo ruolo che l’attore ricopre e senza dubbio, il più importante.

  Nel finale del film, una delle scene più belle, sfilano davanti allo scrittore che sta per morire tutti i personaggi della sua Commedia umana.

 

 

  Ernesto Baldo, Linea diretta. Buazzelli regista, «Radiocorriere TV. Settimanale della Radio e della Televisione», Torino, Anno XLV, n. 53, 29 dicembre 1968-4 gennaio 1969, p. 23.

 

  Mercadet l’affarista di Honoré de Balzac che, nella traduzione e riduzione di Carlo Terron, fu uno dei più grossi successi di Tino Buazzelli al Piccolo Teatro, entrerà prossimamente negli studi televisivi di Milano per essere realizzato in due puntate. La commedia che in quell’occasione di alcuni anni or sono venne già ripresa dalla televisione, è stata ora sceneggiata dallo stesso Buazzelli che della trasmissione sarà non soltanto il protagonista, ma anche il regista. Il bravissimo attore registrerà Balzac durante la sua prossima permanenza a Milano, dove andrà con il Teatro Stabile di Genova per rappresentare la riduzione scenica del romanzo di un altro grande scrittore francese: Bouvard e Pécuchet di Flaubert. Balzac di pomeriggio, Flaubert di sera: con un lavoro così intenso, Buazzelli non farà fatica a mantenere il proprio peso al di sotto dei novanta chilogrammi.

 

 

  Salvatore Battaglia, Incremento e decadenza del personaggio, in Mitografia del personaggio, Milano, Rizzoli Editore, 1968 («Saggi Rizzoli»), pp. 311-316.

 

  pp. 312-315. Per tutto l’Ottocento la Francia ha conosciuto una prodigiosa creatività di mondi sociali e di personaggi tipo. Un critico come Albert Thibaudet considera i romanzieri francesi di questo secolo (romanticismo, realismo e naturalismo) come altrettanti «appaltatori di uffici anagrafici». Nella prima metà del secolo, attraverso un diagramma che va da Eugenio Sue (I misteri di Parigi, L’ebreo errante) a Victor Hugo (Notre-Dame de Paris, 1831; I miserabili, la cui redazione risale al 1845-48, sebbene il romanzo sia stato finito nel 1862), sembra che gli scrittori si attengano – dice il Thibaudet – alla parola d’ordine del loro maestro, il Balzac: «faire la concurrence à l’état civil». Dopo il 1850, a partire da Flaubert fino a Zola, da «concorrenti» i narratori scadono a «impiegati» dell’anagrafe: è l’epoca del romanzo realista o naturalista1. Nessun’altra letteratura ha rappresentato nel romanzo un così vasto panorama di epoche come s’è fatto in Francia durante l’Ottocento. Se Balzac rievocava la commedia umana dalla Rivoluzione alla Restaurazione, Émile Zola progettava di documentare quella del Secondo Impero. Il primo la edificava con venti volumi, l’altro con venticinque: dei veri grattacieli.

  S’intende che il disegno di concepire la narrativa a misura ciclica (nell’arco della cronologia, della storia, della società, delle dinastie familiari) al Balzac derivò dal romanzo storico di Walter Scott, nel cui ambito doveva toccare al Manzoni di dare il capolavoro. È lo stesso Balzac a riconoscere l’avvio del suo lavoro dal romanziere inglese nella celebre prefazione alla Comédie humaine (del 1842). Ma egli possedeva anche la consapevolezza della propria innovazione e modernità rispetto al metodo elementare, semplicistico e alquanto arcaico di Walter Scott. Rispetto al romanzo “storico” il Balzac capiva che il suo interesse “sociale” era destinato a moltiplicare le prospettive del racconto, in quanto «la natura sociale», egli scriveva, «è un’altra natura dentro la stessa natura»2. Al narratore inglese egli accreditava l’ambizione di elevare il romanzo nella sfera dell’epica, avendo tentato di saldare insieme «il dramma, il dialogo, il ritratto, il paesaggio, la descrizione, il meraviglioso e il vero, che sono poi gli elementi dell’epopea». Ma Walter Scott narrava mondi estinti e archeologici, e i suoi personaggi sono ricavati dalle lapidi e dal registro dei decessi; mentre Balzac sfogliava gli album di famiglia, seguiva il movimento delle nascite, celebrava il miracolo della generazione, incarnata nel suo Papà Goriot. E poteva scrivere: «L’État Social a des hasards que ne se permet pas la Nature, car il est la Nature plus la Société». Il talento narrativo di Walter Scott, a giudizio del Balzac, consisteva nella coscienza che lo scrittore ebbe dell’infinita molteplicità della natura umana. Come poteva essere emulato? L’autore francese riteneva che fosse ancora possibile. Bastava osservare, inseguire, studiare il “caso”, che è «il più grande romanziere del mondo, il più fecondo». Per il narratore moderno la realtà non avrebbe avuto più segreti [...].

  Quest’impresa si presentava con dimensioni gigantesche. Ma un autore che si attenesse a riprodurre la realtà con assoluto rigore, potrebbe venirne a capo [...].

  L’immensa popolazione che coabita nella Commedia balzachiana ha talmente esaltato la vitalità del personaggio, che potrebbe sembrare esaurito ogni ulteriore sviluppo e incremento, se non avessimo, dalla stessa matrice, la proliferazione altrettanto incontenibile dei romanzi zoliani.

 

  Note.

 

  1 Si veda di A. Thibaudet il cap. IX (Le réalisme) della sua Histoire de la littérature française de 1789 à nos jours, Paris, 1936.

  2 Nell’Avant-propos del 1842 (si veda l’edizione a cura di Marcel Bouteron, La Pléiade, Paris, 1951, pp. 3-16). Il Balzac partiva dalle scienze naturalistiche e pensava di rappresentare l'umanità (nella sua varietà di generi, tipi, individui) secondo quanto facevano gli scienziati nel descrivere l’animalità. E pertanto alla natura (l’animale) si aggiungeva il fenomeno della società umana: «Le differenze tra un soldato, un operaio, un amministratore, un avvocato, un ozioso, un dotto, un uomo di Stato, un commerciante, un marinaio, un poeta, un povero, un prete, sono, sebbene siano più difficili a farsi cogliere, altrettanto considerevoli che quelle che distinguono il lupo, il leone, l’asino, il corvo, il pescecane, il vitello marino, la pecora, ecc. Sono esistite ed esisteranno in tutti i tempi delle Specie Sociali così come ci sono le Specie Zoologiche».

 

 

  Adriano Bozzoli, Echi di un romanzo di Balzac nel Tommaseo e in Cesare Cantù, «Contributi del Seminario di filologia moderna, serie francese», Milano, V, 1968, pp. 739-760.

 

  Il problema che si vuole qui affrontare è quello degli influssi esercitati da un romanzo di Balzac, Le médecin de campagne, su due narratori italiani dell’Ottocento, il Tommaseo e Cesare Cantù. L’opera di Balzac — come si sa — è del 1833; ma gli influssi da essa esercitati, di cui si vuole trattare ora, risalgono ad un tempo posteriore a quella data, di sette anni per il Tommaseo, e di quasi un ventennio per Cesare Cantù. Sono reperibili in opere diverse sia per la natura sia per l’estensione: per il Dalmata in un racconto lasciato incompiuto, dato alle stampe solo parzialmente dall’autore, e, in modo integrale, postumo, da Raffaele Ciampini[2]; e per il Cantù in un romanzo pure lasciato incompiuto e pubblicato, finora soltanto parzialmente, postumo[3].

  La fortuna del romanzo balzacchiano è dovuta alla particolare caratterizzazione del protagonista, del dottor Benassis, dotato di elevata moralità, animato da uno spirito di filantropia e da una straordinaria intraprendenza in favore di una vallata del Delfinato, tanto da condurla da condizioni di miseria fisica, morale ed economica ad uno stato di floridezza. Agisce in ordine ad un piano chiaramente prestabilito che affonda le radici nell’idealità umanitaria in lui maturata più che in una spiritualità profondamente religiosa; in lui la religione è solo una componente contesta con altre, «è assorbita dalla politicità dell’assunto e non lievita in alcun modo, con un disinteressato principio, la sostanza del romanzo»[4].

  Delle varie componenti del personaggio, interessa, ora, quella del medico: la dominante in cui si manifesta con immediatezza l’umanità della figura; interessano gli elementi che individuano tale aspetto, poiché definiscono un mito poetico che è passato nella nostra letteratura. Di tali elementi caratterizzanti verremo parlando a mano a mano che instaureremo i raffronti fra la figura balzacchiana con quelle del Tommaseo e del Cantù, nell’intento di porre in evidenza ciò che i due scrittori hanno assimilato da Balzac ed il modo personale in cui essi hanno saputo rielaborare gli elementi acquisiti individuando le proprie creazioni letterarie rispetto al modello seguito.

 

* * *

  La prima figura che prendiamola studiare, è quella del Tommaseo delineata nel racconto Un medico. [...].

  È noto, infatti, che il Tommaseo mostrò una forte avversione per Balzac, che potrebbe indurre a mettere in discussione ogni proposta di ricerca intesa a saggiare la possibilità di rapporti sul piano letterario fra i due autori. Di tale avversione si trovano documenti nell’epistolario. In data 5 luglio 1836 il Tommaseo scriveva al Cantù: «Fate un articolo alquanto severo sui romanzi del Janin, e del Balzac e simili: tanto per disvischiare gl’italiani dalle panie dei francesi»; ed il 7 aprile dell’anno successivo, quando seppe che il Balzac, in viaggio in Italia, incontrava accoglienze favorevoli, scriveva all’amico milanese: «Che il Balzac sia accarezzato costà me ne duole più che d’una nuova invasione di barbari. Son queste, mio caro, le nostre piaghe, e di queste vivono i bachi che voi sapete». Le riflessioni tanto per disvischiare gl’italiani dalle panie dei francesi, e son queste, mio caro, le nostre piaghe, mostrano che i giudizi negativi ai quali esse seguono, non esprimono il genuino pensiero del Tommaseo, ma soltanto una ostilità passionale verso Balzac; che quei giudizi s’inscrivono, cioè, nell’alveo della sua ben nota avversione per la Francia mostrata nel periodo dell’esilio oltralpe durante il quale, trovandosi in condizioni avvilenti, si inasprì verso la nazione ospite, e, di riflesso, verso i suoi letterati.

  Di differente tonalità, infatti, sono i giudizi anteriori all’esilio, risalenti al 1833, che troviamo registrati nel Diario Intimo. In data 30 aprile egli scriveva: «Leggo Ferragus (sic) di Balzac. L’ultima parte ha non comuni bellezze. Jacquet è un bel carattere; tanto più bello che fa, e parla poco»; e in data 11 maggio: «Il Ferragus (sic) di Balzac. Se la curiosità si potesse eccitare a più nobil fine, la letteratura sarebbe una vera potenza. In questo caso la lettura del romanziere francese suggerì perfino la riflessione sul tema — fondamentale nel Tommaseo — della funzione della letteratura nella società; dal che è agevole argomentare che quando egli non era stimolato dai disagi di una condizione dura da sopportare, come quella subita in esilio, riconosceva dei valori positivi anche nell’opera di Balzac. E in tale predisposizione si trovava certamente quando pose mano al racconto menzionato, come appare documentato da una affermazione contenuta in Scintille, del 1841, riflettente l’atteggiamento maturato dallo scrittore nel periodo che a noi interessa: «In ciascun popolo è qualcosa di buono da riguardare con riverenza; ma in ogni bontà son due parti: l’incomunicabile, e la diffusibile fuori. Giova la prima contemplare e l’altra adoprare. Ma nel giudicar che facciamo segnatamente la Francia, noi confondiamo le due: onde ambedue ci diventano e vane e nocive». Nel passo, l’atteggiamento dello scrittore è più sereno di quello rilevato nel Diario Intimo e tale da consentire l’acquisizione di elementi validi provenienti dalla Francia quale appunto il motivo ispiratore del Médecin de campagne come del resto, nello stesso periodo, si è avuto anche quello di Volupté di Sainte-Beuve in Fede e Bellezza.

  A favorire l’accoglimento del motivo balzacchiano, concorreva una particolare coincidenza autobiografica, la quale — a parere del Ciampini — avrebbe avuta un’influenza determinante: la conoscenza del dottor Giulio Robecchi da cui il Tommaseo fu curato con paziente dedizione e senza esigere alcun compenso in denaro, negli anni 1836-37. La tesi, tuttavia, benché molto suggestiva, non sembra accettabile sic et simpliciter, poiché pare di non poter individuare nella sola esperienza autobiografica il movente che determinò il Tommaseo a comporre il racconto. Si riconosce che essa non fu estranea al travaglio che ne precedette la stesura, ma che ha potuto condizionare l’opera solo in quanto predispose lo scrittore ad accogliere la suggestione proveniente dal romanzo di Balzac. [...].

  Ma oltre all’esperienza autobiografica e al dato esterno, sembra che si unisca nella formazione del mito poetico tommaseiano, anche la suggestione esercitata dalla creazione balzacchiana del dottor Benassis. Ciò traspare dalla chiara corrispondenza fra l’idealità del medico in Balzac e quella nel Tommaseo. Il momento dell’incontro fra di esse è rappresentato dalla definizione di ’cittadino’ con la quale il Dalmata specifica il carattere del proprio personaggio: ‘cittadino’ significa adempiente ai «civili uffizi», cioè il medico intento a «congiungere in vincolo amico lo spiritual mondo e il corporeo, l’uomo e le cose, la natura e l’arte, il vicino e il lontano di luoghi e di tempi». Tale è il medico nell’idealità, tommaseiana e tale è anche in Balzac, come si avrà modo di vedere in seguito. Dal che sembra lecito arguire che i punti di contatto fra i due scrittori possono essere instaurati sia a proposito dello stadio iniziale della figurazione tommaseiana, nel determinare — ad opera del romanziere francese — il desiderio di creare un ritratto di ideale medico filantropo, sia nel momento conclusivo, nel condizionare nel Tommaseo le modalità secondo le quali le varie componenti derivanti dalla esperienza propria ed altrui, si sono sublimate in fantasma poetico.

 

***

 

  E tale influenza, comunque attuata, crediamo di poter verificare mediante il raffronto dei testi.

  Il Tommaseo narra — come è noto — le vicende di un giovane dall’infanzia fino alla laurea in medicina, con l’inserto di qualche rapido excursus sull’attività professionale, ed in tale ambito prospetta la professione del medico come una missione, da svolgere soprattutto fra i poveri. La delinea in due momenti distinti: in quello della scelta fatta nell’intraprendere gli studi universitari, e nei luoghi del racconto in cui si parla dell’attività professionale. Nel primo caso è presente come proposito scaturente dalla riflessione che conduce il protagonista ad optare per quella professione fra le tante possibili. [...].

  Entro tali linee è tratteggiata la figura del medico nell’opera del Tommaseo, che a noi pare richiami il ritratto del medico di campagna balzacchiano.

  Nel dottor Benassis, infatti, la professione è vista come espressione di un impegno morale esplicantesi nel beneficare l’umanità, e soprattutto quella parte di essa che sentiva maggiormente la necessità della sua opera. Scaturisce, è vero, da una travagliata vicenda esistenziale, anziché da una meditazione giovanile come nel racconto del Tommaseo, ma non per questo ha meno vigore e meno costanza. [...].

  Da tutto il romanzo traspare come tale missione sia attuata fedelmente. Fin dall’inizio si leggono le lodi di chi si prodiga all’assistenza dei poveri con dedizione e spirito di carità, col desiderio di dare più che di ricevere, senza pensare in alcun modo ai proventi dalla propria fatica.

  Ed anche quando il medico non è riuscito a strappare il paziente alla morte, risuona la lode, come nel caso del decesso dell’ultimo dei malati di cretinismo [...].

  Benassis stesso muore per non aver voluto venir meno al proprio ufficio [...].

  E l’estremo atto del suo servigio è degno suggello della vita trascorsa nella vallata.

 

***

 

  Ma i raccordi fra l’opera del romanziere francese e quella del Dalmata non sono limitati alla figura del protagonista; altri ne esistono, riguardanti figure minori ed aspetti particolari. Ne è un esempio il caso del giovinetto ammalato ospitato in casa del medico per essere curato.

  Nel Médecin de campagne esso è posto da Genestas presso il dottor Benassis ed entra in scena solo verso la fine del romanzo, mentre in Un medico viene introdotto nella prima parte dell’opera. Benedetto riceve presso di sè il figlio di una signora francese di Nancy, che, tempio addietro, l’aveva aiutato ad evitare il servizio militare consentendogli in tal modo di completare gli studi. Per riconoscenza ne ospita il figlio ammalato.

  Avvicina i due casi anche il particolare che entrambi i pazienti vengono curati senza ausili farmaceutici, ma solo con un regime di vita sano, all’aria aperta fra i monti, nella confidenziale familiarità del medico. [...].

 

***

 

  Dopo questo, occorre rammentare la natura evocativa del racconto. Le vicende dei due romanzi vengono esposte con l’accorgimento della narrazione post factum inserita nelle conversazioni tenute durante le lunghe cavalcate quotidiane mentre Genestas accompagna il dottor Benassis nel giro delle visite, oppure nel salotto del dottor Benassis, «de chaque côté de la cheminée du salon», nel romanzo francese; e durante una passeggiata attorno a Bastia in «un bel dì di febbraio [...] nell’ora del mezzogiorno [...] per un’erta dove la valle si protende e si leva soavemente nel poggio» nel romanzo del Tommaseo. Si è, comunque, sempre in un’atmosfera nella quale il cuore facilmente si apre alle confidenze.

  Avvicina Un medico a Le médecin de campagne anche il paesaggio che costituisce lo sfondo sul quale operano i protagonisti delle vicende. Nel romanzo di Balzac esso è formato da una valle del Delfinato, tutta verdeggiante, mentre in quello del Tommaseo è costituito da due luoghi, uno toscano comprendente la zona appenninica attorno a Pistoia, e l’altro côrso, entrambi montuosi e selvaggi; ma ciò che li caratterizza è il fatto di non apparire mai un mero elemento esornativo, senza alcuna incidenza sulla vita dei personaggi. Costoro non solo si abbandonano spesso alla contemplazione estatica della natura, ma appaiono particolarmente sintonizzati con essa che quasi ne riflette l’intima tensione.

  Un altro raccordo ci sembra possibile instaurare a proposito della attenzione dedicata dai protagonisti al tema del matrimonio. Nel Médecin de campagne, se ne parla come di un elemento che completa la condizione umana, consente di disciplinare la vita secondo un ordine familiare e sociale. Nella prima parte del romanzo, si mette l’accento sul fatto che il dottor Benassis trovi moglie al maniscalco venuto da Grenoble nella vallata in cui si svolge l’azione dell’opera [...].

  Anche nel Tommaseo, [...] il matrimonio è presentato come principio di ordine; viene considerato un elemento esigito dalla natura umana. Il modo in cui egli ne parla è ben diverso da quello usato da Balzac perché è informato da un più accentuato spirito cristiano.

 

* * *

  Esaurito l’esame dell’opera tommaseiana, passiamo a studiare le possibilità di raccordo fra il romanzo balzacchiano e quello del Cantù. Nè il raccordo, a differenza di quello instaurato con il Tommaseo, va posto in discussione in linea pregiudiziale, poiché è ben noto che il Cantù studiò con passione la letteratura francese seguendone con continuità la produzione e segnalandone, sulle riviste milanesi coeve, alcune delle opere più significative.

  Ma, nonostante ciò, crediamo opportuno richiamare alcune circostanze che mettono in evidenza come egli, a parte l’interesse per la cultura francese in genere, avesse sicuramente la conoscenza di Balzac e del suo romanzo qui preso in considerazione.

  Il silenzio tenuto sullo scrittore sembra assumere il valore di un implicito giudizio favorevole in un articolo del 1835 sulla produzione narrativa e teatrale coeva in cui viene dato parere negativo su alcuni degli Autori maggiormente in voga. [...].

  D’altra parte sugli stessi periodici ai quali il Cantù collaborava regolarmente, le opere di Balzac erano tutt’altro che ignorate. Del Médecin de campagne uscì, a firma di Luigi Battaglia, una recensione nel «Ricoglitore Italiano e Straniero», nella quale si diceva che «Il Medico di campagna è il filantropo illuminato per eccellenza; anzi egli è la filantropia e il colto buon senso in carne ed ossa fusi in un uomo [...] una morale purissima». Il giudizio era stampato sul fascicolo di maggio del 1834 e veniva ribadito dallo stesso critico, sul medesimo periodico, nel dicembre di quell’anno, in un inserto posto nella recensione ad altra opera di Balzac. L’interesse per il romanzo venne inoltre sottolineato con la traduzione che ne fu data in quell’anno a Milano.

  Che l’opera fosse ben nota al Cantù, è documentato da una citazione trattane e posta come didascalia all’inizio di una sua novella del 1836 [Veglia di stalla]. La citazione è tolta dalla redazione del Médecin de campagne del 1833 [...].

  A tutto ciò va aggiunto che il Cantù ebbe occasione di conoscere direttamente Balzac, durante il suo soggiorno a Milano nel 1837 [...].

  Di Balzac, peraltro, dovette parlarsi assai di frequente in casa Cantù ove, accanto a Cesare, era il fratello Ignazio che in occasione quella visita stese un profilo del romanziere francese. In esso Ignazio parla anche del Médecin de campagne, che considera dal punto di vista morale: «Tutto il romanzo s’aggira appunto nell’enumerare i benefici di questo padre de’ poverelli ‘il dottor Benassis’, il dissodamento delle terre, la cura de’ cretini, l’incanalamento delle acque, le piantagioni, i verzieri, i mercati, le fabbriche, le manifatture animate e promosse da questo benefattore dell’umanità». E più avanti: «È un buon libro di morale, di economia, d’agricoltura». In tal modo il critico lo aveva inteso. Da esso pare che Ignazio Cantù abbia tratto il suggerimento per ideare la figura del medico filantropo che pose come centro di una serie di raccontini compilati a scopo educativo del popolo. [...].

 

***

 

  Il medico del Romanzo Autobiografico appare un personaggio ben individuato, in armonia con la tonalità del contesto, che pur essendo a noi pervenuto incompiuto — come s’è ricordato — non può essere considerato informe alla stregua di Un medico. Il romanzo del Cantù è definito nelle linee fondamentali; i suoi personaggi sono chiaramente caratterizzati e in tale condizione è anche quello del medico. Nell’opera la figura non occupa il ruolo del protagonista, come avviene del dottor Benassis, ma riprende il modello balzacchiano in modo inequivocabile.

  Entrambi i personaggi vengono definiti con l’appellativo di ’angelo’: «c’était un ange!» scrive Balzac; «E quando compare è come se vedessimo un angelo che venisse a dirci parole di conforto», scrive Cantù. Come il dottor Benassis e Benedetto anche il personaggio del Cantò si dedica all’assistenza dei poveri con abnegazione [...].

  È attento alle esigenze morali dell’ammalato [...].

  Anche il medico del romanzo del Cantù, come il dottor Benassis e Benedetto, pone l’attenzione sull’utilità del matrimonio come mezzo per migliorare le condizioni fisiche e morali della vita [...].

  Questi sono gli aspetti della creazione del Cantù che richiamano alcuni presenti in quelle del Tommaseo e di Balzac. Ma ad essi altri vanno aggiunti, — pure ripresi dal romanzo balzacchiano — che compaiono soltanto in quello del Cantù.

  Primo fra questi è l’impegno posto dal medico nel migliorare le condizioni ambientali in cui vivono le persone affidate alle sue cure: l’impegno, cioè, non solo di soccorrere gl’infermi, ma anche di prevenire le malattie. In questo l’opera del dottor Benassis è vasta e profonda: egli giunge ad edificare ex novo un paese prima formato da capanne, a fondarlo in una zona più salubre di quella originaria, procura di far fiorire la vita economica e sociale degli abitanti di tutta una vallata; l’opera del medico del Cantù è, invece, più limitata. È contenuta nell’ambito dell’azione sui singoli o su questioni particolari, senza aprirsi a prospettive di più vasta portata.

  Egli consigliava di migliorare le condizioni della casa, dell’igiene personale [...].

  Sollecita una vita morigerata [...].

  Da Balzac il Cantù riprende anche il motivo della carità. [...].

  Di tale atteggiamento da tenere da parte del medico, aveva accennato anche il Tommaseo, quando aveva scritto quel che l’una mano riceve darà sovente con l’altra; nel Cantù, tuttavia, il tema è svolto con maggiore efficacia.

  Il rapporto già rilevato fra lo scrittore lombardo e Balzac, ha un ultimo riscontro nel racconto di due casi di soccorso prodigati l’uno in favore di una ragazza indotta a impegnarsi in lavori estenuanti per sostenere la madre, l’altro in favore del padre di una numerosa nidiata di figli che, disperato per il pessimo andamento degli affari e in procinto di essere incarcerato per i debiti, tenta il suicidio. Il medico gli procura l’aiuto di altri, pure deluso e sfiduciato, che nel gesto di carità, trova la via per superare lo stato di avvilimento.

  Analoghe vicende si leggono nel Médecin de campagne in cui il dottor Benassis avvia sulla strada della rinascita economica più di un fallito nel proprio lavoro, trovando modo di incoraggiarli e aiutarli ad uscire dalle panie della sventura. Spesso attua ciò trasferendo i beneficiati dal paese di origine nel proprio Comune, affidando loro incarichi, come accade, ad esempio, del giudice Dufau.

 

* * *

  Entro tali limiti pare si iscrivano i raccordi fra il romanzo di Balzac e le opere dei due scrittori italiani. La loro natura ed entità variano in esse in relazione alle caratteristiche loro peculiari, che poterono consentire la ripresa di volta in volta di aspetti diversi del romanzo francese.

  Innanzitutto ciò è rilevabile a proposito della figura del protagonista che costituisce il centro di interesse più significativo: nel racconto tommaseiano essa appare caratterizzata da una marcata tonalità morale, mentre nel romanzo del Cantù, è individuata dalla temperie squisitamente religiosa che la permea.

  Anche l’ambiente in cui le creazioni dei due Autori sono inserite, contribuisce a segnare le possibilità dell’influenza balzacchiana. Perciò essa avrà una consistenza apprezzabile in Un medico, che è ambientato — come si è ricordato — in parte in Toscana, in parte in Corsica, ma sarà ancor più estesa nel Romanzo Autobiografico del Cantù in cui l’azione del medico si svolge esclusivamente in un villaggio posto sulle rive del lago di Como.

  Nella diversità di situazioni e di caratteri, di volta in volta intonati dagli scrittori italiani alla propria indole e al contesto dell’opera da essi creata, sono, dunque, pur sempre palesi gli echi dell’opera di Balzac che appare la sorgente dell’ispirazione prima ed il modello in ordine al quale viene foggiato soprattutto il personaggio del medico nelle sue linee fondamentali. Il mito poetico, che non aveva tradizione in Italia benché corrispondesse ad un atteggiamento tipico della spiritualità romantica, venne accolto in tal modo nella nostra letteratura.

 

 

  Raffaele de Cesare, Balzac nell’agosto 1836, «Contributi dell’Istituto di filologia moderna. Serie francese», Milano, Società editrice Vita e Pensiero, Volume Quinto, 1968, pp. 575-737.

 

  Partito da Parigi nel pomeriggio del 26 luglio e giunto a Torino nella mattinata del 31, dopo un viaggio-record di meno di cinque giorni, Balzac si inizia, fra la fine di luglio ed i primi di agosto, alle gioie della sua prima esperienza italiana: gioie tanto più fervide quanto più questa esperienza transalpina, vagheggiata da anni, preparata da una conoscenza letteraria abbastanza viva (pur senza alcuna pratica della lingua e dei costumi degli Italiani), e sempre rimandata per un seguito di contrattempi, si offre ora, alle attese dello scrittore, inquadrata nelle condizioni più seducenti.

  Anche per Balzac, come per non pochi dei suoi contemporanei, questo primo incontro con l’Italia si realizza infatti sotto il segno di una «vacanza» che non è solo godimento degli occhi e dello spirito, ma che si arricchisce di una intensa tonalità sentimentale. Il mito di quel viaggio d’Oltralpe, perfetto solo se inserito nel gioco appassionato o capriccioso di una avventura d’amore che trasformi il soggiorno nei paesi assolati del Sud in una vera e propria evasione da ogni convenzione e da ogni abitudine quotidiana, appartiene ad una tradizione romantica non ignorata da Balzac. E questi è felice ora nell’assumerlo per sé e per la sua compagna di viaggio e nello strapparlo al regno irraggiungibile dei sogni per farsene una realtà vera e vissuta.

  Le ragioni del viaggio piemontese sono, come ben sappiamo, quelle di sorvegliare gli interessi, alquanto trascurati dalla lontananza, di alcuni amici franco-italiani, i Guidoboni-Visconti. Ma, come anche è ben noto, in questa sua prima discesa italiana, lo scrittore è accompagnato da una giovane donna che non ha nulla a che vedere con l’adempimento della missione giuridico-finanziaria concernente gli affari dei Guidoboni. E tale presenza femminile, più o meno impeccabilmente camuffata in un romanzesco travestimento maschile, non è nemmeno quella di una pietosa sorella che «d’une main inoffensive» ha guidato i passi di un uomo stanco, disilluso della vita e «mourant», come più tardi lo scrittore cercherà di fare apparire la propria guida e se stesso davanti agli occhi di madame Hanska. Essa è piuttosto la presenza, vivace e piacente, di una donna ricca di temperamento, già iniziata alle sorprese dell’adulterio, e pronta a riscavalcare, senza scrupoli eccessivi, le barriere e le convenzioni morali imposte dalla società.

  In altre parole, lo scrittore — che già durante il viaggio ha tentato di intrecciare rapporti più affettuosi con la sua compagna — si propone non solo di dirigere sul posto le abbastanza spinose pratiche giuridiche tendenti a tutelare i diritti dei Guidoboni-Visconti, ma di approfittare delle mille occasioni di un prolungato tête-à-tête in paese straniero per soddisfare il suo capriccio per Caroline Marbouty: in breve, di dare a questo suo viaggio l’intero valore di una vacanza sentimentale cui l’arte, il paesaggio, le distrazioni e le sorprese turistiche siano chiamati a provocare e ad accompagnare le voluttà d’amore.

  Non è facile (anche a causa di questo sottofondo amoroso del viaggio che non solo esclude confessioni dirette e relazioni esplicite sui particolari del soggiorno torinese, ma confonde le cose nel gioco di più complicate motivazioni) ricostruire giorno per giorno queste settimane piemontesi del 1836, coglierne ogni sfumatura di tono, valutarne il complesso carattere. Già altri hanno scritto sul viaggio a Torino ed hanno tratteggiato le linee di questo episodio in una serie di articoli precisi e rievocatori. A noi stessi sarà possibile, nel corso delle pagine che seguono, aggiungere qualche altro elemento nuovo. Ma una ricostruzione storicamente e psicologicamente compiuta di questo mese, passato lontano da Parigi, al di fuori del cerchio ossessivo delle preoccupazioni finanziarie e letterarie (costanti, come è noto, per Balzac) in un paese mai conosciuto prima, fra amicizie nuove, fra occupazioni diverse, mondanità e distrazioni che non hanno il loro equivalente in Francia, e, per di più, con l’esigenza segreta e ben ferma di soddisfare un nuovo capriccio amoroso, costituisce una impresa francamente disperante e, in ogni caso, pone il biografo di fronte a difficoltà insormontabili. Conviene dir ciò, fin da ora, al lettore e prevenirlo che, nella comune indiscrezione di spiare Balzac fra strade, escursioni, salotti torinesi, la cronaca dovrà spesso interrompersi davanti a muraglie d’ombra.

  Bisogna inoltre avvertire che non solo molte fonti storiche ci mancano perché non sono mai esistite (nè, dopo ciò che si è detto, avrebbero potuto esserlo), ma molte altre, che sono quasi certamente esistite, o sono andate distrutte o sono tuttora inaccessibili e sconosciute. In questo quadro delle informazioni perdute o inesistenti, è particolarmente da rimpiangere il silenzio di Balzac su molti particolari del suo viaggio. Non che egli, costretto dalle circostanze, non sia stato obbligato, ad un certo momento, a redigere una qualche relazione del viaggio italiano, ma tale relazione è delle più confuse, delle più frammentarie e delle più infide. Né c’è, a dire il vero, da aspettarsi diversamente. La relazione inviata al ritorno da Parigi, a fine agosto, alla contessa Hanska deve necessariamente far apparire agli occhi della corrispondente (gelosa e preoccupata del lungo silenzio) questo viaggio di piacere come un viaggio d’obbligo, come un atto di generosità verso degli amici che non cessa dall’essere altruistico anche se — il particolare non poteva venir taciuto — distoglie lo scrittore dalle troppo pesanti obbligazioni parigine offrendogli una breve pausa di meritato riposo. E deve, attenuando e quasi cancellando la presenza troppo sospettabile di madame Marbouty sottolineare questo carattere di viaggio di convalescenza, trasformandosi, per di più, nella sua ultima parte fra Ginevra e Neuchâtel, addirittura in un pellegrinaggio di devozione e di rimembranza dei primi amori svizzeri del romanziere e dell’Etrangère. Gran parte della versione «russa» che Balzac narra a madame Hanska è pertanto premeditatamente inesatta, falsata a bella posta nei fatti e, ancora di più, nel tono.

  Più loquace, più precisa (e talora anche cinicamente indulgente ai particolari più scabrosi) è certo l’altra «partenaire» dell’evasione torinese, madame Marbouty. Il suo Récit de voyage, scritto molti anni dopo gli avvenimenti e, più ancora, la sua lettera alla madre del 2 agosto 1836, da Torino, costituiscono due testimonianze di innegabile valore. E di esse, infatti, ci varremo più tardi, largamente. Ma già si è messo in guardia il lettore sulla opportunità di non prendere alla lettera le affermazioni di questa ciarliera e troppo vanitosa musa balzacchiana: e non si può non sottolineare, inoltre, il fatto che il Récit de voyage, scritto nel 1881 (più di quarant’anni dopo gli avvenimenti narrati) appartiene ad un’epoca in cui madame Marbouty è già immersa nella più desolante follia.

  Rimangono, è vero, altri documenti: alcune lettere di Balzac ai suoi nuovi amici italiani (Sclopis, Saint-Thomas, Sanseverino Vimercati, Barolo, Colla); alcune lettere che taluni di questi corrispondenti si scambiano fra loro, comunicandosi le loro impressioni sul soggiorno dello scrittore francese e precisando date di inviti o particolari di riunioni; alcune notizie, rapide, inserite nei giornali di Torino. Ma tutto ciò non è molto e, ad ogni modo, si rivela largamente insufficiente. E più profondo è poi il silenzio di tutte quelle fonti di informazioni dalle quali, a rigore, ci sarebbe da attendersi altri e più oggettivi ragguagli. Nulla, per esempio, ci proviene dagli Archivi della Polizia dello Stato Sardo che pur doveva tener gli occhi aperti su ogni straniero (soprattutto se francese e ancor più se scrittore) che venisse a Torino: distrutti in gran parte, per la parte che resta non serbano alcun ricordo del romanziere. Nulla dai dispacci (sia in quelli politici sia in quelli consolari) dell’ambasciatore francese a Torino, marchese de Rumigny che pur s’era trovato a conoscere personalmente Balzac durante il suo soggiorno, e che pur era persona loquace, indiscreta, portata per natura alla «divagation dans l’esprit» (come diceva sottilmente di lui l’ex-ambasciatore sardo a Parigi, conte di Sales) e ad informare di tutto, nei suoi interminabili rapporti, il Ministero francese degli Esteri. Nulla nei dispacci del Ministero sardo degli Esteri all’ambasciatore a Parigi su questo viaggiatore che pur era stato raccomandato dall’ambasciatore presso amici influenti di Torino e presso il Ministero stesso. Poche notizie (lo si è già accennato) sui giornali locali i quali si interessano al romanziere francese solo di sfuggita nonostante il fatto che la notorietà di lui, già diffusasi da più di cinque anni in Italia, avrebbe dovuto rinverdirsi ora di nuovi successi, grazie al suo passaggio da Torino.

  Tale situazione documentaria rivela fin d’ora tutte le insufficienze della nostra ricostruzione e giustificherà, speriamo, tutte le lacune, o buona parte di esse almeno, che il lettore lamenterà nelle pagine che seguono. Nella mancanza di documenti che abbiamo ora denunciata, la fatica del biografo non è dunque facile; e poiché non è lecito lasciar libero corso all’immaginazione o intervenire con congetture psicologiche laddove le notizie ci fanno difetto, la cosa migliore sarà quella di dire subito che ci rassegniamo a catalogare, senza alcun intervento, il poco che sappiamo.

  Prima, tuttavia, di accingerci alla ricostruzione del soggiorno piemontese di Balzac dal 31 luglio all’11-12 agosto 1836, sarà opportuno premettere alcune osservazioni sulla situazione di Torino nel momento in cui il narratore e madame Marbouty vi mettono piede: uno sguardo panoramico su tale situazione non è infatti un excursus inutile; al contrario, potrà aiutarci a spiegare le ragioni di certi particolari aspetti della prima esperienza italiana di Balzac.

  Anzitutto, da una o due settimane, il colera imperversa nell’Italia centrale e settentrionale e dalla frontiera dei ducati di Parma e Piacenza si estende negli Stati Sardi dalla parte di Voghera e di Tortona. Fino al 20 luglio, a Torino non si nutre ancora alcuna inquietudine: le grandi città dello Stato Sabaudo (Genova, Torino) sono finora sicure. Ma già dal 23 luglio, il colera, progredendo dal Sud verso la Lombardia e provocando colà decine e decine di morti (40 decessi al giorno a Milano, più ancora in altri luoghi della regione) comincia a destare serie apprensioni anche in Piemonte; tanto più che le zone del Tortonese e del Vogherese cominciano anch’esse ad essere falcidiate dall’epidemia. Il Re di Sardegna, per timore del contagio, ha deciso di sospendere la concentrazione delle truppe per l’annuale campo d’armi, e le misure sanitarie, già prese ai confini col ducato di Parma e con il Lombardo-Veneto, sono state rafforzate: precise disposizioni sono state date per obbligare i viaggiatori in provenienza dalla Lombardia e dagli Stati Parmensi ad una quarantena di 6 giorni in luogo non infetto. Nonostante tutto ciò, ai primi di agosto, il colera faceva notevoli progressi anche in Piemonte e si estendeva a Genova ed al suo territorio, mieteva vittime in Liguria, nella capitale, nelle cittadine rivierasche e dell’entro-terra (Chiavari, Novi).

  Sia a causa dell’epidemia, sia a causa dell’avanzata stagione estiva, la vita politica, sociale e mondana di Torino languiva notevolmente in questo mese. Fin dalle ultime settimane di luglio, Carlo Alberto e la Corte s’erano trasferiti in campagna, al castello di Racconigi per rimanervi fino alla fine di agosto. Con la Corte erano partiti alcuni Ministri. Altri, ugualmente assenti dalla capitale, erano in villeggiatura. Anche il Corpo diplomatico aveva disertato i calori ed i pericoli di Torino, disperdendosi chi in campagna, chi nei pressi della residenza reale di Racconigi «pour faire la cour au Roi». E, naturalmente, buona parte dell’aristocrazia piemontese era già partita o si apprestava a partire per le proprie terre, più o meno vicine alla capitale.

  Balzac arriva dunque a Torino in un momento in cui la capitale piemontese è disertata dalla Corte, dal Corpo diplomatico e dalla nobiltà per il timore del colera o per l’afa estiva. Ciò spiega non solo le prime impressioni riportate dai viaggiatori al loro arrivo in città («notre voiture fesait (sic) un grand fracas à travers les rues (presque désertes) de Turin»), ma anche le prime difficoltà che lo scrittore incontra nel rintracciare le persone presso cui è stato raccomandato e nell’iniziare la sua attività di delegato dei Guidoboni-Visconti. Oltracciò, in tali circostanze, è comprensibile come la vita mondana di Balzac nel corso di quella quindicina di giorni passati a Torino, pur, come vedremo, abbastanza intensa, si sia svolta più in un cerchio limitato, sebbene importante, di conoscenze che non su di una grande scena di società; ed abbia ignorato, altresì, i supremi fastigi (certo, ambiti dallo snobismo balzacchiano) di grandi ricevimenti d’apparato o, addirittura, di una presentazione a Corte.

  Premesse queste poche indicazioni generali, è tempo di accingerci ora ad una descrizione, quanto più possibile diligente, delle giornate piemontesi di Balzac e della sua occasionale compagna di viaggio, Caroline Marbouty, alias Marcel, dal primo giorno del loro arrivo, nella mattinata del 31 luglio 1836.

  Alloggiati l’uno e l’altra in due camere del primo piano dell’Hôtel de l’Europe (segnalato allora dalle guide ai viaggiatori come il primo albergo di Torino, al n°19 di piazza Castello), i due assaporarono fin dal loro arrivo le gioie di una ospitalità fastosa e raffinata. [...].

  I piaceri delle deliziose colazioni e dei confidenziali tête-à-tête nell’ospitale sala da pranzo dell’Hôtel de l’Europe, inondata di sole, non attardano tuttavia Balzac in albergo. Fin dalle prime ore del suo arrivo, il 31 luglio, egli si è posto in movimento per organizzare il diario dei suoi molteplici impegni sociali ed amministrativi.

  Consapevole dei doveri che gli impone la fiducia accordatagli dall’Ambasciatore sardo a Parigi, lo scrittore si affretta, anzitutto, a rimettere, appena giunto, al Ministero degli Esteri i dispacci diplomatici ed i pacchetti di cui è latore. Il 31 luglio, giorno del suo arrivo, è domenica: i funzionari della Segreteria di Stato sono naturalmente assenti: ma Balzac si reca ugualmente alla sede del Ministero (che, del resto, è solo a pochi passi dal suo albergo, nell’altro lato della piazza Castello, sotto i portici) e consegna, perché sia trasmesso al cavalier Eligio de Buttet, primo Ufficiale alla Segreteria, in assenza del Ministro, tutto ciò che gli è stato affidato a Parigi.

  È molto probabile che, in questo stesso giorno, Balzac si affretti a cercare anche le persone per le quali aveva ricevuto da Parigi lettere di presentazione, e si faccia annunciare in casa del conte Federico Sclopis di Sai erano e del giovane marchese Felice Carron de Saint-Thomas. Le case dell’uno e dell’altro sono anch’esse a pochi passi da piazza Castello, e non è difficile supporre che in queste prime ore del suo soggiorno lo scrittore abbia risalito la via Dora Grossa fino al palazzo di Città, alla casa dello Sclopis o sia disceso lungo la Contrada Nuova fino a piazza San Carlo, ove abita la marchesa di Saint-Thomas col figlio. È certo, comunque, che il 1°agosto, Federico Sclopis è già al corrente dell’arrivo di Balzac a Torino ed ha già ricevuto la lettera che il barone Nasi e il marchese Brignole-Sale, rispettivamente consigliere ed ambasciatore sardi a Parigi, gli avevano indirizzata per raccomandargli lo scrittore. Gran signore e perfettamente compreso dei doveri di ospitalità che una tale presentazione esige, lo Sclopis ha già pensato a festeggiare il viaggiatore invitandolo a cena e riunendo intorno a lui un certo numero di «illustrazioni» locali. Il 1°agosto, il patrizio piemontese dirama infatti una serie di inviti a Carlo Boucheron, professore di letteratura greca e di eloquenza latina all’Università di Torino, all’abate Costanzo Gazzera, conservatore della Biblioteca universitaria e segretario perpetuo della Accademia delle Scienze di Torino, al conte Ludovico Sauli d’Igliano, consigliere di legazione e commissario generale de’ Confini de’ Regi Stati, e, probabilmente, a Pier Alessandro Paravia, professore di eloquenza italiana nell’Università di Torino. Come si vede, sono convocati, per onorare il romanziere francese, taluni degli uomini più celebri che la cultura piemontese enumeri in questo periodo: nè fa meraviglia trovarvi anche il conte Sauli giacché costui, vivace e spregiudicato diplomatico, largo dissipatore del proprio tempo, poco preoccupato della sua carriera e vagamente anticonformista, è anche, nelle sue ore di libertà, cultore di studi storici ed eruditi. L’invito è rivolto per il pranzo dell’indomani, 2 agosto; e poiché il conte Sclopis, durante l’estate, non tiene casa montata in città ma nella sua villa di campagna — la vigna di Val Salice — il pranzo avrà luogo appunto in Val Salice, a due leghe da Torino (oltre la Gran Madre di Dio) per le cinque del pomeriggio.

  Al pranzo di Sclopis (cui fa gli onori di casa la madre del conte, Gabriella Peyretti di Condove) Balzac è invitato solo: Marcel, il suo sedicente segretario, non verrà a riprenderlo che dopo cena, in carrozza, per ritornare insieme a Torino. Ma già prima di questa presentazione di Balzac al mondo della cultura e del patriziato piemontesi, lo scrittore e Marcel, fra il 31 luglio e il 1°agosto, esplorano insieme, «en touriste», la città e si abbandonano alle sorprese della vita italiana. La sera del 31 luglio o quella del 1° agosto, i due visitatori hanno trovato anche il tempo di recarsi a teatro e di godere del primo spettacolo italiano della loro esistenza.

  Un interessante documento delle prime due giornate torinesi del romanziere e della sua compagna ci è offerto dalla lettera che Caroline Marbouty indirizza alla madre, madame Pétiniaud de Lacoste, il 2 agosto 1836 [...].

  È anzitutto esatto che Balzac, come abbiamo visto, sia stato latore di dispacci dell’Ambasciata sarda a Parigi per il Ministero degli Esteri di Torino; ed altrettanto esatta è la notizia dell’invito a pranzo, in campagna, la sera del 2 agosto, «chez un Sénateur» nel quale è appunto da identificarsi, senza pericolo di errore, il conte Federico Sclopis, che apparteneva al Reale Senato quale membro della cosiddetta Classe Promiscua. Di questo invito abbiamo già fatto cenno poco fa. Ma vi ritorneremo ora brevemente perché esso riceve conferma da altre due testimonianze recentemente pubblicate di due fra gli invitati alla vigna Sclopis di Val Salice quella stessa sera del 2 agosto.

  La prima testimonianza è rappresentata da un breve biglietto di risposta, datato 1 agosto, di Boucheron a Sclopis. [...].

  La seconda testimonianza appartiene ad una lettera che P. A. Paravia, professore di letteratura italiana nell’Università di Torino, indirizza alla sorella, a Venezia, il 2 agosto 1836. Nel ragguagliare i familiari di tutti gli avvenimenti professionali e mondani delle sue giornate piemontesi, il professore non manca di accennare, in un passo sfortunatamente molto rapido, alla presenza di Balzac e alla probabilità di un incontro con il romanziere francese, la sera stessa, senza dubbio in occasione del pranzo offerto dal conte Sclopis. [...].

  Impossibile ci è stato invece trovare una conferma all’accenno che si legge nella lettera di Caroline Marbouty, relativo ad una rappresentazione dell’Alfieri, in onore di Balzac, progettata per i primi di agosto 1836. ...].

  Fin qui, in questi primi giorni della sua permanenza piemontese, Balzac è stato ricevuto da solo. Marcel, suo sedicente segretario, è rimasto in ombra come si compete ad un personaggio in subordine, il cui nome non era stato, del resto, neppure notificato (alla stessa maniera dei domestici o del personale di compagnia) fra i viaggiatori di riguardo in arrivo nella capitale sabauda. Nè più nè meno di un segretario qualsiasi, Marcel si è limitato ad accompagnare il romanziere nelle sue prime passeggiate attraverso Torino, e ad andare con lui, una sera, allo spettacolo. In ogni altra circostanza, la sua presenza, subalterna e non ufficiale, è rimasta ignorata nei primi inviti che la società torinese si appresta a fare allo scrittore famoso venuto da Parigi. Ma la sera del 2 agosto, Marcel si è recato alla villa Sclopis in Val Salice a riprendere Balzac dopo cena. Dovere, anch’esso, di semplice segretario che però fa uscire Marcel dall’ombra e lo pone alla ribalta, sia pure ambiguamente, delle curiosità di quel mondo patrizio e di cultura che comincia ad attorniare lo scrittore. È certamente in questa occasione che Balzac è stato obbligato a presentare ai suoi ospiti (fra i quali, non dimentichiamolo, c’è pure una signora di grande dignità morale e di fine cultura, la contessa Gabriella Peyretti di Condove, madre di Federico Sclopis) il suo sedicente segretario.

  Ma in che modo e sotto quale nome è avvenuta questa presentazione? Ed a quali ragioni Balzac è ricorso per giustificare decentemente la mistificazione del travestimento maschile di Marcel-Caroline Marbouty?

 

* * *

  È necessario, a questo punto, aprire una parentesi per esporre un piccolo, ma curioso, problema psicologico che merita di essere esaminato subito giacché, in certo senso, condiziona tutte le reazioni torinesi di fronte all’apparizione abbastanza sconcertante della giovane donna travestita da paggio. L’idea del travestimento maschile di Marcel era stata presa fin dal mese precedente a Parigi, di comune accordo fra Balzac e Caroline Marbouty, ed ambedue l’avevano abbracciata subito ritenendola la migliore per ragioni pratiche e ... morali. Essa avrebbe semplificato e reso meno costoso il viaggio, avrebbe nascosto la partenza della giovane signora da Parigi, agli occhi dei conoscenti di lei non meno che a quelli degli amici di Balzac interessati a far giungere indiscrezioni in Ucraina o a Versailles, ed avrebbe attenuato infine lo scandalo di una coppia morganatica in viaggio. Nel calcolo di tutte queste ragioni non mancava forse neppure un leggero gusto della mistificazione e il piacere, abbastanza tipico del parigino all’estero, di bravare le convenienze locali. Ma, in realtà, non mancava soprattutto una larga dose di ingenuità, di imprudenza e di inesperienza del mondo italiano. E tutta questa parte di rischio, non prevista nè considerata a Parigi, diventa di colpo chiara agli occhi di Balzac a Torino, allorché le complicazioni e i pericoli del travestimento si dimostrano d’un tratto assai superiori ai vantaggi. Il travestimento maschile di una giovane donna può ancora ingannare, di sera, il pubblico di un teatro, può passare inosservato fra la folla frettolosa di una città straniera, può non preoccupare — anche se scoperto — in un paese sconosciuto in cui forse non si rimetterà più piede. Ma non può essere sostenuto, e deve essere comunque giustificato, in casa di ospiti — e di ospiti fra i più importanti della città per nascita o per intelligenza — fra un piccolo gruppo di persone che accolgono il viaggiatore con affabilità, con premura e con impeccabile cortesia.

  Nella casa di campagna degli Sclopis, Balzac ha dunque capito che la commedia del travestimento maschile di Marcel non era più rappresentabile, che questa «blague» non era scherzo da esportarsi fuori dell’ambiente abbastanza spregiudicato di Parigi dove era stata inventata, e che era indispensabile chiarire le cose, appigliandosi ad un partito che potesse giustificare presso i suoi nobili ospiti una così sconveniente mascherata.

  Ma a quale partito appigliarsi? Ci sembra impossibile che, nell’imminenza di fare le presentazioni, Balzac non si sia reso conto dell’enormità della sua idea (soprattutto in un ambiente come quello torinese) e non abbia pensato che era necessario cercare una via d’uscita che, senza dire la verità, spiegasse la trovata del travestimento e la rendesse onorabile per gli attori (se stesso e madame Marbouty) e per gli spettatori.

  La fantasia balzacchiana, chiamata in aiuto in un momento così delicato, non è venuta meno al gioco cui il romanziere l’aveva già addestrata nel mondo della sua creazione artistica. C’è solo da domandarsi se non sia intervenuta con troppa vivacità complicando lo sviluppo già molto imbrogliato delle cose e cacciando autore e personaggi in un nuovo inestricabile imbarazzo.

  Nella impossibilità di presentare Caroline Marbouty per la donna che era veramente (piccola borghese provinciale, separata dal marito, dall’esistenza abbastanza squallida fra mondanità di secondo rango e collaborazioni alla «petite presse») e di divulgare i motivi di una scappata alquanto volgare, Balzac ha avuto una seconda grande idea: quella di far intendere ai propri ospiti che nella compagna si nascondeva una donna di eccezione, una scrittrice di grande valore, una personalità troppo superiore alla media, per classe e per intelligenza, per preoccuparsi dei «si dice» convenzionali. In altre parole, una signora che potrebbe essere anche la baronessa Du Devant, in arte, George Sand! Solo una donna dai costumi leggeri o una grande scrittrice, già famosa in tutta Europa per il suo anticonformismo, può rappresentare una tale commedia. E ciò che non si perdona, nè a Torino nè altrove, ad una cortigiana borghese, si accetta, anche a Torino, quando il personaggio è provvisto di una notorietà europea, può permettersi il lusso di scavalcare ogni apprezzamento morale e, grazie alla sua indiscussa superiorità artistica, è al riparo d’ogni sospetto.

  Non vogliamo affermare che Balzac abbia esplicitamente presentato sotto il nome di George Sand madame Marbouty, la quale, lasciando cadere la non più utilizzabile identità maschile, si trasformava così per l’occorrenza in una grande scrittrice e salvava, per di più, l’onorabilità propria e quella del romanziere. Ma è certo che questi si è compiaciuto di suggerire l’identificazione, di rafforzare l’equivoco e di rendere il più verosimile possibile la nuova mistificazione. Ed è certo che, fin dalla sera del 2 agosto 1836, tutta la società torinese ha creduto in buona fede di trovarsi di fronte alla grande e spregiudicata scrittrice francese, troppo illustre, troppo nota e troppo seducente per essere discussa anche nelle bizzarrie dei suoi atteggiamenti.

  Tutta una serie di documenti ci consente di affermare che la «commedia sandiana» di Caroline Marbouty è stata rappresentata a Torino con il migliore impegno da parte di tutti i personaggi; sia di quelli che hanno suggerito la nuova mistificazione (Balzac e Marcel) sia di quelli che l’hanno considerata sacrosantamente vera. Ci sono, anzitutto, a questo proposito, delle confessioni di Balzac stesso che, sia pure con spiegazioni non sempre identiche, avvalorano la realtà di questo farsesco episodio.

  Meno di due anni dopo gli avvenimenti che stiamo narrando, fra la fine di febbraio ed i primi di marzo 1838, Balzac è ospite a Nohant di George Sand. E in casa della scrittrice, per la quale è stato ripreso da ammirazione e da simpatia, si è lasciato trascinare dalla sua foga di conversatore raccontando di sé, del suo passato, dei suoi progetti futuri. Fra l’altro, ha detto alla sua ospite «qu’il avait voyagé en Suisse avec une personne qu’à toute force on voulait prendre pour elle ...». L’ammissione — che ci è confermata, del resto, da un altro documento — è preziosa. A George Sand, alla persona, cioè, direttamente interessata a questa strana faccenda, lo scrittore non poteva evidentemente dire di più, nè svelare la parte presa nella mistificazione. Ma già il fatto di avere ammesso la cosa, in questi termini ambigui, mostra che la vicenda è realmente esistita e che Balzac non vi è stato del tutto estraneo. Del resto, dieci anni dopo il viaggio torinese, allorché la lontananza dei fatti e l’assenza di persone coinvolte in essi permettevano una sincerità maggiore di quella di cui dà prova ora Balzac, questi è molto più esplicito. [...].

  Che Balzac abbia contribuito a dar credito, durante tutto il suo soggiorno piemontese, all’identificazione Marcel-George Sand, ce lo attestano indirettamente le rettifiche e le precisazioni che in seguito, prima della partenza da Torino e al suo ritorno a Parigi, egli si vede costretto a fare a taluni amici italiani che di tale mistificazione erano state le vittime. [...].

  Durante tutto il suo soggiorno piemontese, Balzac ha avuto l’interesse a tener desto l’equivoco [...]. Ma, alla sua partenza, non è ormai più preoccupato del decoro di cui bisognava drappeggiare se stesso, madame Marbouty, e per cui bisognava onorevolmente giustificare il travestimento maschile della sua compagna. Molto di più lo preoccupa la convinzione, sempre più diffusa e certa, che si va facendo a Torino di questa presunta identità. Partendo dal Piemonte, ed arrivato a Parigi, Balzac non pensa più agli amici che lascia nella capitale sabauda, ma ai nemici che ritroverà nella capitale francese, fra giornalisti, scrittori, conoscenti comuni suoi e di George Sand. E il suo terrore è che questa strana vicenda di George Sand, in incognito a Torino con lui, conosciuta a Parigi e naturalmente smentita dai fatti, gli crei una serie di imbarazzi e di noie estremamente spiacevoli. Balzac ha forse capito che il gioco della fantasia l’ha portato troppo lontano e che egli rischia di diventare prigioniero di un imbroglio più grave ancora di quello da cui aveva voluto uscire. Di qui, tutti i suoi sforzi per fare macchina indietro e per scindere ogni responsabilità dall’atteggiamento troppo credulo dei Piemontesi! [...].

  Del resto, di un’altra riunione al castello di Rivalta, in cui l’identificazione di Caroline Marbouty-George Sand è stata proclamata, troviamo conferma in una nuova testimonianza. È quella del severo professore Carlo Boucheron, il quale, in una lettera spedita il 20 agosto al conte Federico Sclopis a Aix en Savoie. [...].

  Abbiamo proposto questa piccola questione che non solo, come si è detto, contribuisce ad inquadrare le accoglienze fatte dalla società torinese alla strana coppia parigina, fin dai primi giorni del loro arrivo, ma illustra anche, sia pure sotto una prospettiva minuscola, il gioco della fantasia balzacchiana applicato ai particolari della realtà quotidiana. Ma è venuto il momento di concludere e di fare il punto su questo episodio prima di continuare nella narrazione delle giornate piemontesi di Balzac e di Marcel. Il travestimento maschile di Caroline Marbouty, escogitato da lei e dallo scrittore con incredibile leggerezza a Parigi, non è servito se non a dare un certo gusto del piccante e del proibito ai due «partenaires». Giunto a Torino ed introdotto nella società che accoglie il romanziere francese, Marcel — nè poteva essere diversamente — è stato subito riconosciuto per donna, e Balzac ha capito benissimo che la commedia del travestimento diventava quanto mai sconveniente. La società torinese si rifiutava di partecipare a questa farsa troppo scoperta che Insognava di conseguenza giustificare, e nel modo più onorabile per tutti. A questo punto, lo scrittore ha avuto una idea luminosa ed altrettanto romanzesca chela prima: far credere o lasciar credere che il misterioso Marcel fosse George Sand in persona, donna, si sa, di ima moralità non impeccabile, ma troppo grande scrittrice ed abbastanza nobile dama per essere giustificata — anche a Torino! — in ogni sua stranezza. Nel presentare agli amici torinesi la sua accompagnatrice, Balzac ha pertanto tenuto quell’atteggiamento ambiguo, indispensabile a dar il maggior credito all’equivoco e a rafforzare negli amici la convinzione di trovarsi realmente di fronte alla illustre scrittrice francese.

  Ad un certo punto, però, vista con quanta credulità la seconda mistificazione si diffondeva e si accreditava, il romanziere ha probabilmente compreso tutti i pericoli di questo equivoco e tutte le reazioni, per lui estremamente sgradevoli, che una tale convinzione, diffusa oltre le Alpi, avrebbe potuto provocargli al suo rientro a Parigi. E senza potere dire chi fosse realmente Caroline Marbouty (il che sarebbe stato andar oltre la più elementare prudenza) ha cominciato a far macchina indietro e a smentire. Troppo tardi. Gli amici torinesi si sono rifiutati di credere alla verità, e per tutto il periodo del soggiorno in Piemonte (ed anche oltre ...) Marcel è stata considerata George Sand e festeggiata per tale!

 

* * *

  Ma torniamo ora [...] a Balzac e a Marcel-Marbouty-Sand e al diario delle loro giornate torinesi. Il 2 agosto, Balzac è stato dunque ospite degli Sclopis in Val Salice, ed anche Marcel ha fatto il suo ingresso nel mondo della aristocrazia subalpina. D’ora innanzi, identificata o no con George Sand, ella ha abbandonato la funzione subalterna del segretario ed è ricevuta sullo stesso piano dello scrittore francese. Per l’uno, non meno che per l’altra, il sipario di tutte le mondanità torinesi si apre in un ambiente di perfetta uguaglianza sociale.

  Uno o due giorni dopo l’invito di Sclopis, Balzac è stato anche ospite del giovane marchese Felice Carron de Saint-Thomas, l’altro patrizio piemontese cui era stato raccomandato da una lettera di presentazione dell’ambasciatore sardo a Parigi, il Brignole-Sale.

  Una lettera di Balzac al Saint-Thomas, databile fra mercoledì 3 e sabato 6 agosto, mostra che i due si sono già conosciuti, che il romanziere è stato già presentato alla madre di Felice (la contessa Enrichetta Guasco di Bisio) e ad un certo cerchio di amicizie del giovane marchese (fra cui la contessa Fanny Sanseverino Vimercati, amante di Felice) e che, nelle ore libere dagli affari dei Guidoboni- Visconti, ha già concertato col suo nuovo amico una serie di visite ad alcuni monumenti e curiosità della capitale. Gli accenni di questa lettera ci confermano quanto già dicevamo: che, fra il gruppo, più culturale, dello Sclopis, e quello, più mondano, del Saint-Thomas, Balzac e Marcel sono ormai pienamente introdotti nella «gentry» torinese. [...].

  Organizzatore dell’escursione [a Superga] è [...] il giovane marchese di Saint-Thomas, e ai due visitatori francesi si accompagna la contessa Fanny Sanseverino-Vimercati. Ma è della partita anche il cavaliere Victor de Seyssel [...].

  [...] vivi rapporti di cordialità e di simpatia si formano ben presto fra madame Marbouty, Balzac e Victor de Seyssel, ed è certo un peccato che gli archivi Seyssel non abbiano lasciato traccia di un carteggio di Balzac che dovette sicuramente esistere. I tre fraternizzano a tal punto che, al momento del ritorno in Francia, Victor de Seyssel gioca uno scherzo a Balzac e a Marcel. Questi decidono di vendicarsi e di rispondere allo scherzo con un altro scherzo. [...].

  Grazie all’amicizia con Federico Sclopis e con Felice de Saint- Thomas, Balzac è penetrato ormai nel mondo, sempre abbastanza chiuso, di una parte dell’aristocrazia subalpina, ha stretto conoscenza con dame e con signori di quella società, con accademici, con giovani «dandys» (sic), in una parola, è diventato ormai un elemento della vita pubblica torinese di cui, al di fuori anche degli ambienti che frequenta, persone e giornali cominciano ad interessarsi. È curioso rilevare a questo proposito che il 6 agosto 1836 il «Messaggiere» di Torino, un giornale letterario, artistico, teatrale, da poco fondato ma già abbastanza diffuso nella capitale, pubblica un breve articolo elogiativo dell’opera del romanziere francese segnalandone, infine, la presenza in Piemonte. [...].

  Di qui a poco, tuttavia, Balzac perde la compagnia di uno degli amici più illustri e più cari di quel gruppo. È quella del conte Federico Sclopis che, il 10 agosto, deve lasciare Torino per un viaggio in Savoia e nella Svizzera. [...].

  La partenza di Federico Sclopis non interruppe tuttavia l’intenso calendario torinese dello scrittore e di Marcel nè l’organizzazione delle feste cui, più che il serio conte di Salerano, è deputato il giovanissimo e mondano marchese di Saint-Thomas. Su programma appunto di Felice de Saint-Thomas, cugino dei padroni di casa, l’indomani 10 agosto, Balzac e Marcel sono invitati al castello di Rivalta, ad una ventina di chilometri da Torino (sulla strada fra Orbassano e Rivoli), dal conte e dalla contessa della Chiesa di Benevello. Partecipano all’escursione in carrozza, che si protrae per tutta la giornata, oltre, naturalmente, Felice de Saint-Thomas, la madre di lui, contessa Enrichetta Guasco di Bisio, l’abate Gazzera, il Boucheron, Sauli d’Igliano e forse anche altri ancora. Questa «bonne journée», trascorsa in una bella villa della campagna torinese, fra un cerchio di persone di raffinata amabilità, in una cornice di lusso e di eleganza di altri tempi, costituisce uno degli episodi più importanti delle grandezze piemontesi dello scrittore. Essa non solo segna un momento di vera evasione da ogni preoccupazione domestica (più tardi Balzac dichiarerà di essersi sentito quel giorno interamente piemontese) ma ha anche un piccolo posto nella storia letteraria dell’opera balzacchiana.

  Invitato a lasciare un ricordo del suo passaggio nell’album della contessa Polissena di Benevello, il romanziere scrive di getto, con una grafia veloce e sicura, quasi senza pentimenti, un breve racconto di poco più di una pagina, brioso e grottesco, che sembra quasi riflettere il buonumore dello scrittore in vacanza, gaio, contento di sé, cui sorridono la gioia della scampagnata, il piacere di sentirsi al centro dell’interesse e delle amabilità di tutti, circondato da un gruppo di ammiratori e di ammiratrici.

  Il racconto, scritto in quel francese macaronico, ma pieno di vivacità e di colore, che lo scrittore riteneva in buona fede di esemplare su quello dei narratori del XV secolo e su quello di Rabelais, non è che l’illustrazione sàpida di un «bon mot» su di una scultura rappresentante il cavallo di San Martino, ed ha un significato estremamente episodico non solo entro l’opera balzacchiana in generale, ma anche entro il più angusto àmbito dei Contes drolatiques nei quali fu, molto più tardi, inserito. Ma esso ci sembra qui interessante, sia pure per ragioni esterne, sotto un duplice punto di vista. Anzitutto, come già si è accennato, esso testimonia, nel modo più chiaro, la gioviale distensione psicologica dello scrittore durante questa «bonne journée» piemontese, lontana dai crucci e dalle preoccupazioni di Parigi. Poi, esso sembra essere stato sollecitato nella fantasia dello scrittore (non solo per il suo tono gioioso, ma anche per quanto riguarda il suo stesso contenuto) da una ragione per così dire locale. Si è pensato che l’idea della raffigurazione di San Martino a cavallo, sconciata dalla mano di un maldestro scultore, sia un’idea che doveva aver già fatto parte del ricco patrimonio leggendario turennese di Balzac. Ed è probabile che sia appunto così, che l’aneddoto raccontato (e che certo l’autore non ha inventato lì per lì) Balzac lo conoscesse da tempo e l’avesse udito proprio a Tours, città dove San Martino è, per così dire, di casa. Sembra certo, comunque, che, a risvegliare questo ricordo sia stata una occasione presentatasi agli occhi del narratore proprio a Rivalta. Nel cortile interno della parte più antica della villa (la sola parte che, in realtà, abbia diritto al titolo di castello) un tondo in terracotta, appartenente al XVII o al XVIII secolo., raffigura infatti l’episodio di San Martino a cavallo, che dona al viandante povero la metà del suo mantello. È estremamente probabile che, soffermandosi con gli occhi su questo rustico medaglione in ceramica, ed udendo dai proprietari del castello le ragioni di tale raffigurazione e dei suoi probabili rapporti di culto con il borgo di Rivalta, Balzac abbia ritrovato nella sua memoria l’eco lontana dell’aneddoto udito forse in giovinezza, e gli abbia dato, d’un tratto, il suo volto narrativo. [...].

  A questo punto bisognerà [...] premettere che Balzac non è riuscito solo a stringere rapporti di amicizia c di cordialità con i due giovani patrizi a cui era stato presentato, da Parigi, attraverso le commendatizie dell’ambasciatore Brignole-Sale. Grazie all’incanto innegabile che lo scrittore sa diffondere intorno a sé, nella sua scintillante conversazione, grazie all’intelligenza che la sua personalità emana, per così dire, da ogni poro, e grazie anche alla sua celebrità di romanziere alia moda, adorato in tutta Europa da un pubblico femminile, Balzac è riuscito anche a destare una vivace corrente di simpatia presso le madri dei suoi due giovani amici.

  Sia la contessa Gabriella Peyretti di Condove, madre di Federico Sclopis, sia la contessa Enrichetta Guasco di Bisio, madre di Felice de Saint-Thomas, erano donne di vasta cultura, di vivi interessi intellettuali, attente a tutto ciò che giungeva dalla Francia, e si compiacevano nell’invitare e nel ricevere nelle loro belle case personalità delle arti, delle lettere e delle scienze di ogni parte d’Italia e stranieri di passaggio a Torino. Il salotto della contessa Sclopis aveva fama di essere uno dei più accoglienti di Torino, e la stessa padrona di casa, donna amabile e virtuosa, era conosciuta come persona di vaste letture francesi. La marchesa Enrichetta de Saint-Thomas riuniva anch’ella nella sua bella e centrale casa di piazza San Carlo, aristocratici e letterati piemontesi, ed era donna di vivaci curiosità letterarie. [...]. Del resto, è probabilmente dovuto alla gentilezza della marchesa Enrichetta de Saint-Thomas il dono che Balzac riceve a Torino di tre lettere del commediografo piemontese Alberto Nota e di una lettera del poeta e giornalista Felice Romani che, indirizzate alla marchesa stessa, andranno successivamente a far parte della collezione di autografi di madame Hanska.

  Ora, grazie appunto alla simpatia che Balzac ha saputo destare nelle due gentildonne, queste si adoperano ad introdurre lo scrittore francese in altre case ed in altri salotti della società torinese. La marchesa di Saint-Thomas darà, nel suo palazzo di piazza San Carlo, una grande cena in onore del romanziere e ad essa interverrà, vestita finalmente da donna, ed elegantissima nella sua toilette parigina, anche madame Marbouty. Sempre la marchesa di Saint- Thomas, o la contessa Sclopis, presenta Balzac alla marchesa Giulia Falletti di Barolo, una grande dama francese (nasceva Colbert de Maulévrier, ed era discendente del grande Colbert) ormai completamente piemontesizzata in seguito al suo matrimonio con il marchese Tancredi Falletti di Barolo. Anche a costei, una austera gentildonna, tutta dedita alle opere di carità, di spiriti rigorosamente legittimistici, ma generosamente tollerante in fatto di politica, amabile verso tutti i suoi amici, interessata alle lettere e (come dice un suo biografo) «à tout ce qui paraissait chaque année de remarquable», amica di Lamartine con il quale aveva intrattenuto una lunga corrispondenza, Balzac riesce ad ispirare una intensa simpatia. [...].

  In casa della marchesa di Saint-Thomas (o, più probabilmente, in casa della marchesa di Barolo di cui Pellico era bibliotecario) Balzac ha conosciuto infatti anche l’autore delle Mie prigioni che era già allora non solo una illustrazione piemontese, ma una vera e propria celebrità europea. Nella sua infinita vanità, Caroline Marbouty insiste nel suo Récit de voyage sull’ammirazione ch’ella avrebbe destato in Silvio Pellico e tende a far credere anche come questi, ospite della marchesa di Saint-Thomas, cadesse addirittura innamorato di lei e passasse, con lei, tutta la serata [...].

  Ciò che Pellico dovette pensare di Balzac e della sua straordinaria compagna di viaggio non ci è purtroppo noto. Non crediamo tuttavia che i giudizi formulati dal mite, religiosissimo ed ormai stanco Silvio dovettero essere molto entusiastici. Una sua postilla (l’unico documento in cui, a nostra conoscenza, egli abbia nominato Balzac) al manoscritto già citato della Destruction projetée du monument élevé au duc de Berry sembra al contrario manifestare non poche riserve e perplessità sul valore etico (l’unico che in definitiva contasse per il Silvio di questi anni) della ricca produzione del romanziere francese. [...].

  Sempre per il tramite della contessa Sclopis e della marchesa de Saint-Thomas, Balzac è presentato anche alla contessa Faustina di Castellengo, una ancor giovane signora piemontese sposata al marchese Roero di Cortanze. Anche fra la marchesa di Cortanze e lo scrittore francese, a quello che sembra, i rapporti non si arrestarono ad una fredda conoscenza mondana avvenuta in un salotto e poi dimenticata; e dovettero colorarsi, invece, di una mutua simpatia. [...].

  Un’altra amicizia italiana di Balzac destinata, questa, a prolungarsi nel tempo e ad occupare un certo posto nella vita e nell’opera del narratore, è nata anch’essa a Torino, durante le due settimane di questo soggiorno, in casa della marchesa de Saint-Thomas. Vogliamo parlare dell’amicizia col conte Faustino Sanseverino Vimercati-Tadini e con la moglie di lui, Fanny, sorella di colui che diventerà un sodale italiano di Balzac, il principe Alfonso Serafino Porcia. All’escursione a Superga compiuta in compagnia della contessa Sanseverino abbiamo già accennato nelle pagine che precedono. Ma è opportuno ritornare ora su tale incontro, cercando di raccogliere tutto ciò che sappiamo di questa conoscenza con la giovane coppia lombarda. I Sanseverino-Vimercati, originari del Milanese, si trovavano in quelle stesse settimane a Torino, in attesa di partire per la Francia, dove si recheranno per un lungo soggiorno verso la fine di settembre. Le ragioni di questa prolungata sosta torinese ci sfuggono; ma in essa dovevano giocare anche, indubbiamente, motivi di amicizia e più segrete cause sentimentali. Il conte Faustino (o Faustone, come era detto dagli amici) aveva in Piemonte vecchie e nuove conoscenze; la contessa Fanny era (come tutto lascia ad immaginare da infiammate lettere d’amore che si conservano ancora nell’archivio Carron de Saint-Thomas) presa da grande passione per il giovane Felice de Saint-Thomas. È infatti grazie a costui che Balzac ha occasione di conoscere i due Sanseverino, di frequentarli abbastanza assiduamente e di offrire i suoi servizi alla coppia lombarda a Parigi allorché questa si sarà stabilita nella capitale francese. Da parte del romanziere, come ci testimoniano lo scambio delle lettere, gli incontri avvenuti più tardi e il testo della dedica degli Employés, l’amicizia con i Sanseverino fu viva fin dall’inizio e destinata a durare a lungo. Quali impressioni abbia invece riportato nei suoi primi incontri con lo scrittore la brillante ed intelligente contessa lombarda ci è più difficile dire. Più tardi, allorché Fanny Sanseverino, recatasi a Parigi, avrà l’occasione di rivedere più volte Balzac, di leggere altre opere di lui e di scambiare con lui lettere, il suo atteggiamento sarà abbastanza complesso e contraddittorio; e le sue lettere a Felice de Saint-Thomas ce la mostreranno in una posizione ora di autentica ammirazione, ora di perplessità, ora di vero e proprio sdegno Per il momento, ai primi incontri torinesi, sembra che la contessa non abbia provato se non un sentimento di leggero disappunto, tipicamente femminile, vedendosi davanti un uomo che, per l’aspetto fisico, si allontanava così profondamente da quell’ideale personalità di scrittore, finissimo analizzatore di sofferenze segrete e di drammi dell’anima, che ella stessa s’era foggiata nella sua fantasia alle sue prime letture dei romanzi balzacchiani.

  Il frammento di una lettera inviata da Fanny Sanseverino a Milano all’amica Clara Maffei, ad una data che ci è ignota, ma che risale certamente all’agosto del 1836, riflette questa sensazione di disappunto, unita alle perplessità mondane ed aristocratiche circa la strana compagna del romanziere e la sua possibile estrazione sociale. [...].

  A tutti questi incontri con i «grands personnages de Turin» (come, con la consueta vanità, scriverà Caroline Marbouty nel suo Récit de voyage) vanno aggiunte la presentazione e la visita, di prammatica per ogni viaggiatore di distinzione, all’ambasciatore francese negli Stati Sardi, che Balzac non mancò di fare durante il suo soggiorno. [...]. La visita al marchese de Rumigny è [...] certa. [...].

  Fra una visita e l’altra, fra un pranzo ed una riunione mondana, fra un impegno d’affari [...] ed una escursione nella campagna piemontese, solo, accompagnato da Marcel o guidato dagli amici, Balzac ha certamente visitato anche, nel corso di questo suo soggiorno, quanto la città poteva offrire di artistico o di caratteristico, percorrendo strade, entrando in chiese o in musei. Purtroppo dei ricordi torinesi di Balzac turista nulla è rimasto nella corrispondenza sua nè in quella di madame Marbouty. Pochissime allusioni alle impressioni destate nello scrittore della capitale sabauda sono solo reperibili in alcuni romanzi o racconti posteriori al viaggio; e tutte sono della più scarsa importanza. Si è pertanto costretti ad ammettere che Torino (a differenza di Milano, di Venezia, di Genova, di Napoli, di Roma, e perfino di Firenze, rapidamente attraversata) non ha lasciato tracce nè durature nè profonde nell’immaginazione del narratore.

  Interroghiamo tuttavia questi testi ed esaminiamo queste allusioni per cercare di seguire meglio Balzac lungo le sue peregrinazioni turistiche, di vedere ciò che di Torino è rimasto più impresso nella sua memoria, e di illustrare come, nel ricordo, si siano colorate queste poche e non tutte favorevoli impressioni.

  Il frammento Valentine et Valentin (redatto probabilmente nel 1842) inquadra una parte dell’azione a Torino, dove il personaggio principale, Peyrade, ha svolto durante l’Impero una funzione di polizia e dove si manifestano i suoi dissidi con la moglie. Ma Torino non è che un nome, un dato storico-geografico che resta estraneo alla vicenda. In altri romanzi, Balzac (secondo un procedimento narrativo che gli è abituale) stabilisce fra ambiente cittadino e vicenda privata una serie di rapporti e anche, talora, di condizionamenti. Qui, la città sabauda è un indifferente sfondo ambientale, pallido e del tutto impersonale, che lo scrittore non ha voluto calare nel dramma di Peyrade e che non ha saputo nè voluto nemmeno animare del calore dei propri ricordi rivissuti.

  Un accenno più preciso e più tipico a Torino, che si legge nella Vieille Fille (scritta, come è noto, alcuni mesi dopo il soggiorno italiano, nell’ottobre-novembre 1836), ci è più prezioso. Esso ci permette supporre che lo scrittore ha visitato il già famoso Museo Egiziano della città, situato, allora come oggi, nel palazzo di via Accademia delle Scienze, poco oltre la piazza Carignano.

  Si tratta di una rapida pennellata che, insieme ad altre, contribuisce a tratteggiare felicemente l’aspetto fisico-morale di un personaggio: nel caso particolare, dell’indimenticabile chevalier de Valois [...].

  Vari anni più tardi, un nuovo accenno a Torino può leggersi nell’articolo Ce qui disparaît de Paris, redatto nel 1844. Questa volta l’allusione riguarda la città in generale, così caratteristica nella perfetta distribuzione simmetrica delle sue strade. Tale disposizione urbanistica non ha entusiasmato Balzac; e, a distanza di anni, i ricordi di questa fredda, geometrica scacchiera si fanno più aspri e si incrudeliscono [...].

  Tutto qui, in questi due o tre rinvii. [...]. La città subalpina, sia per quanto riguarda i tesori artistici delle sue chiese e dei suoi musei (non molto numerosi, in realtà), sia per quanto riguarda la sua struttura urbanistica ha lasciato Balzac indifferente quando non lo ha francamente indispettito. In sé, la città non ha saputo dir nulla allo scrittore, il quale, se da qualche cosa è stato colpito e conquistato, lo è stato dagli uomini che ha conosciuti, dall’accoglienza sempre cortese, in qualche caso anche cordiale ed affettuosa, dei piemontesi. La durata delle amicizie contratte durante questo soggiorno, che si protrarrà negli anni successivi a Parigi, è lì a dimostrarcelo. Ed una prova di più potrebbe esserci offerta anche dal fatto che, memore delle gentilezze ricevute, il romanziere si compiacerà immaginare il giovane conte Victurnien d’Esgrignon del Cabinet des Antiques scorrazzante per l’Italia in compagnia della duchessa de Maufrigneuse, amabilmente ricevuto anche dalle «plus grandes familles ... à Turin». [...].

  [...] uno degli scopi del viaggio, e forse lo scopo principale, era quello di ottenere, da parte di tal Montebruno, commerciante genovese, la rinunzia all’acquisto, da costui fatto molti anni prima, di due tenute di proprietà dei Guidoboni-Visconti (Montereale e Castellar Guidobono) nei pressi di Tortona. La vendita al Montebruno era stata fatta da un fiduciario del conte in circostanze speciali e ad un prezzo irrisorio. Forte di tale ragione, il conte Emilio Guidoboni-Visconti voleva ora rientrare in possesso di queste terre o farsi versare dal Montebruno una congrua indennità. Nel caso che il Montebruno si fosse rifiutato di pagare un equo prezzo, Balzac avrebbe dovuto citarlo davanti ai Tribunali subalpini per esigere l’annullamento dell’atto di compra-vendita; e, in caso di sentenza favorevole, avrebbe dovuto provvedere egli stesso a rivendere le due tenute a prezzi di mercato, o ad affittarle ed amministrarle per conto dei Guidoboni.

  La questione, come si vede, era abbastanza ingarbugliata in linea di fatto non meno che di diritto: onde è naturale che Balzac, fin dal suo arrivo a Torino, si sia preoccupato di mettersi in contatto con un buon avvocato torinese per studiare i mezzi più opportuni a districare le fila del problema.

  È così che, probabilmente su suggerimento del conte Sclopis, egli stesso uomo di leggi, lo scrittore si rivolge ad uno degli avvocati principi del foro piemontese, l’avvocato collegiate Luigi Colla, noto giureconsulto, il cui passato politico durante l’esilio di Carlo Emanuele era stato filofrancese e liberale. Con Luigi Colla e con il figlio di lui, Arnoldo, anch’egli avvocato e collaboratore del padre, Balzac deve avere avuto numerose conferenze non solo per ottenere da parte di Colla il patrocinio dell’affare, ma anche per trovare, prima di imbarcarsi in un processo, quali possibilità di accordo amichevole esistessero.

  Fin dall’inizio, tuttavia, nessuna via per un accomodamento amichevole pare riuscire ad aprirsi. Di fronte alla resistenza del Montebruno, che si trincera dietro i documenti del suo atto di acquisto, non c’è che il mezzo, lungo, incerto, costoso, di ricorrere alle vie giudiziarie. È quello che, ad un certo momento, lo scrittore ha dovuto proporsi di fare, fissando con Colla un piano d’azione sia per studiare i mezzi legali onde costringere il Montebruno alla restituzione delle due tenute, sia per scegliere un avvocato a Tortona, sia, infine, per associare al patrocinio della causa una persona che possa esercitare i suoi buoni uffici fra le due parti (e sembra essere stato costui un tale Armella che, più tardi, si rivelerà personaggio dalla moralità abbastanza dubbia e segretamente d’accordo con il Montebruno).

  Anche qui, tuttavia, siamo ridotti alle informazioni più scarse e più generiche, giacché la storia di questo processo (che si trascinerà per anni senza approdare a risultati) ci sfugge interamente in tutti i suoi particolari. Forse domani un fortunato ritrovamento del «dossier» processuale potrebbe permettere una ricostruzione più precisa dei fatti e della parte avuta da Balzac. Per ora, la ricerca dei documenti si è rivelata, a Torino come altrove, del tutto deludente. Un buon numero di carte, appartenenti all’archivio della famiglia Colla, è tuttora conservato all’Archivio della Provincia di Torino e presso privati. Ma, per quanto ci è stato possibile vedere, esso non raccoglie i documenti dello studio legale, e nulla è emerso in esso che possa direttamente o indirettamente riguardare il processò Guidoboni-Montebruno.

  Tutto ciò che sappiamo è questo: che Balzac non si limita ad incontrarsi, come si è detto, con i due avvocati Colla per discutere con essi l’impostazione del processo, per illustrare le richieste dei suoi amici Guidoboni e per trasferire nelle mani dei due legali la somma (ricevuta a Parigi) destinata alle spese giudiziarie. Ma, di persona, si reca da Torino a Tortona per una ricognizione «sur place» delle tenute in questione (Montereale e Castellar Guidobono) e, probabilmente, per prendere accordi diretti con un procuratore di Tortona che, stando sui luoghi, possa in seguito collaborare con Luigi ed Arnoldo Colla a Torino. [...].

  Nonostante tutti i tentativi di trovare un accomodamento amichevole col Montebruno o con i suoi delegati, e nonostante tutte le premure che Balzac si dà per incamminare nel modo migliore il processo, esso appare subito molto difficile e delicato. Grazie anche alla lentezza della procedura sabauda, non solo esso non riesce ad essere prontamente istruito, ma si arenerà contro ogni sorta di opposizioni e di cavilli mossi dalla parte avversa e (come si è già avuto l’occasione di accennare) non sarà ancora giudicato due anni dopo, nella primavera del 1838. Ce lo testimonia l’interessante scambio di lettere fra i due Colla e Balzac, nel 1837 e nel 1838, che vedrà di fronte la rassegnata attitudine dei due uomini di legge piemontesi (abituati alle macchinosità procedurali dei loro tribunali) e l’irritazione dello scrittore sempre più spazientito contro i cavilli e le lentezze degli Italiani «qui ne savent faire vite qu’une seule chose»!

  Ma a proposito dell’incontro fra Balzac e Luigi Colla, bisogna aggiungere qui qualche altra osservazione. Indipendentemente dai rapporti d’affari che occupano parte delle giornate piemontesi dello scrittore e che, più tardi, determineranno uno scambio epistolare abbastanza intenso, un legame di simpatia e di amicizia è andato, anche qui, formandosi fra Balzac e Colla. Da questi, lo scrittore francese non è stato solo considerato un cliente di riguardo, ma un amico illustre per cui si hanno riguardi ed attenzioni particolari. [...].

  Molti anni dopo questi avvenimenti, nel 1844, Balzac si ricorderà ancora delle confidenze autobiografiche del vecchio avvocato in un passo di Modeste Mignon dove l’esempio di Luigi Colla sarà esplicitamente menzionato [...].

  Già prima, tuttavia, dell’episodio narrato in Modeste Mignon, conversazioni e fatti legati a questi incontri torinesi con Luigi Colla s’erano impressi nella memoria di Balzac pronti ad entrare un giorno o l’altro, consapevolmente o inconsapevolmente, nel gioco misterioso della creazione letteraria del romanziere.

  Tutti i lettori ricorderanno, nella seconda parte del Cabinet des Antiques, l’apparizione di quel bizzarro personaggio che è il vecchio giudice Blondet, esperto giureconsulto e botanico fervente. Senza arrivare a dire che il personaggio balzacchiano tragga le sue prime origini nella realtà dell’uomo di legge piemontese, è legittimo affermare comunque che, nella raffigurazione di questo bizzarro tipo umano che decora con la sua estrosa figura la scena provinciale di Alençon, Balzac ha fatto confluire alcuni elementi caratterizzanti la personalità di Luigi Colla. [...].

  La sera stessa del viaggio a Rivalta, mercoledì 10 agosto, o, come è più probabile, nei giorni immediatamente successivi [...], Balzac definisce l’itinerario del suo rientro e decide la partenza. [...].

  Anche per quanto riguarda il viaggio di ritorno — a cominciare, come si è visto, dalla stessa data di partenza da Torino — molti particolari ci sfuggono. Venutoci a mancare il Récit de voyage di madame Marbouty, che si interrompe prima della partenza da Torino e che, pur con tutte le sue stravaganze, costituisce una importante fonte di informazioni, siamo ridotti alle poche e scarne notizie dell’epistolario di Balzac. Notizie importanti anch’esse, non v’è che dire, ma imprecise e, nel tono se non nei fatti, già deformate talora verso una relazione «mitologica» del viaggio.

  Le informazioni più circostanziate sono quelle che Balzac comunica a Federico Sclopis nel settembre del 1836:

 

  Nous avons fait (Marcel et moi) un très fatiguant voyage, car il a fallu voir tant de choses (le lac Majeur, le lac d’Orta, le Simplon, la vallée de Sion, le lac de Genève, Vevay, Lausanne, la Valserine, Bourg et sa belle église) que le temps nous manquait ...

 

  Ad illustrare i dati di questo itinerario non ci rimane molto da aggiungere. Lo scrittore e la sua compagna sembrano aver fatto il viaggio di ritorno, fino alla Svizzera, a piccole tappe con soste sul lago d’Orta e sul lago Maggiore (che i due vedono per la prima volta) e, certo, con una sosta a Domodossola, prima di attraversare il Sempione. [...].

  Non mancherà, più tardi, di metterne al corrente la principale interessata, anche se è dubbio che le memorie d’amore per Eve Hanska siano state così intense nell’intima vicinanza, non certo spirituale, di Caroline. Ma il romanziere deve giustificare la sua «équipée» piemontese agli occhi della gelosa amante lontana; e il meno che possa fare è quello di ricorrere alla rievocazione e alla descrizione angosciate della propria infelicità [...].

  In questo contesto, Caroline non può che diventare una innocente amica di famiglia, un essere sentimentalmente neutro («une amie de madame Carraud et de Jules Sandeau» — per l’occorrenza il nome di Sandeau è stato ufficialmente rispolverato!) e la sua presenza quella di una suora di carità che guida un morente [...].

  Balzac, il 21 agosto, era già dunque a Parigi dove, accomiatatosi dalla sua compagna di viaggio e sceso nella sua casa di rue Cassini, ha potuto dare un’occhiata alla corrispondenza giunta al suo domicilio durante la sua assenza (ed apprendere fra l’altro la inattesa notizia della morte di madame de Berny). Ma il suo rientro è stato di brevissima durata e, forse, solo di poche ore. Il 22 è di nuovo in viaggio, e da questo secondo viaggio, come apprenderemo da testimonianze successive, non sarà definitivamente di ritorno che il 23 agosto. [...].

 

***

 

  Comunque si siano svolti i particolari del ritorno, la lieta e spensierata parentesi italiana si è ormai conclusa. I due viaggiatori — che hanno probabilmente raggiunto nel corso del viaggio una completa intimità — si sono ormai salutati e divisi: alle loro spalle hanno lasciato un episodio abbastanza bizzarro di spregiudicata «bohème» in cui turismo, capriccio amoroso, mondanità aristocratiche ed affari giudiziari si sono trovati curiosamente mescolati: davanti a loro non possono ormai attendersi che le ben conosciute inquietudini di ogni giorno. La solita «routine» squallida e desolante per madame Marbouty, divisa fra i suoi doveri materni, le sue piccole ambizioni, i suoi mediocri amori e le sue illusioni letterarie; il ritmo ossessionante di una esistenza immersa nell’inferno dei debiti e del lavoro per Balzac.

  Ma qui, prima di seguire Balzac nel mondo carico di preoccupazioni in cui rientra, una parola va ancora detta sullo scrittore e su Marcel e sul seguito della loro amicizia che fu abbastanza tempestoso ed amaro. Poiché — chiusa ormai la parentesi torinese — non d sarà più data l’occasione di occuparci di Caroline Marbouty nel corso di questi ultimi mesi del 1836, sarà opportuno ricordare che, se il viaggio di Torino creò fra i due una intesa sensuale, non riuscì a fissare un più duraturo vincolo di affetto e di ammirazione. Pur preso nel gioco voluttuoso di questo capriccio, Balzac dovette certamente vedere nella sua occasionale compagna di viaggio una povera donna divorata dall’ambizione, dal desiderio di far carriera nel campo letterario (senza avere mezzi d’ingegno molto spiccati). E, d’altra parte, Caroline Marbouty non ebbe difficoltà a scorgere nel fondo dell’anima del suo «partner» quella decisa e feroce componente d’egoismo che ne costituiva tanta parte del carattere, ed a comprendere che ogni suo progetto di servirsi di Balzac per aprirsi una breccia fra giornali e teatri sarebbe stato vano; e solo facile il contrario.

  Che i due abbiano o no meditato, lungo la strada del ritorno, su questo strano equivoco che, in nome di una effimera passione, aveva messo l’uno e l’altra in una direzione sbagliata, sta comunque il fatto che di un seguito costante ed affettuoso dei loro rapporti dopo il loro rientro a Parigi non abbiamo più traccia. [...].

  Nell’autunno del 1836, Balzac parlerà ancora, naturalmente, di Marcel ai suoi amici torinesi che gliene domanderanno notizia, ma in termini ora mondani ed amichevoli, ora più distaccati: sempre gentili, ma senza alcun entusiasmo. [...].

  Notizie di incontri e di rapporti epistolari fra i due abbiamo solo a partire dal 1838, ma quanto mutati rispetto a quelli che dovettero esistere a Torino nell’agosto 1836! [...].

  Nel 1844, madame Marbouty pubblica il suo romanzo, Une fausse position, nel quale, come è noto, taluni avvenimenti autobiografici, appena trasposti e facilmente riconoscibili, costituiscono l’elemento essenziale della trama. È l’avvenimento capitale che rompe definitivamente ogni rapporto fra i due. Nelle pagine di questo racconto «a chiave», Balzac si vede raffigurato nel personaggio di Ulric e vede riflessi negli atteggiamenti e nelle espressioni di costui, atteggiamenti ed espressioni suoi propri: e di quelli che, per essere in gran parte autentici, egoistici e cinici, lo scrittore rifiuta di riconoscere a se stesso e, soprattutto, di vedere messi in evidenza davanti agli occhi del pubblico.

  Uscito il romanzo, Balzac, che lo ha letto, non nasconde tutto il suo risentimento e tutta la sua collera per quello che — con scarso equilibrio critico — considera la prova del più nero dei tradimenti. Scrivendo a madame Hanska il 24 dicembre 1846 ed inviando all’amante una lettera appunto di Caroline Marbouty (destinata ad arricchire la collezione d’autografi della contessa) egli tiene a sottolineare che tale documento è proprio la «lettre d’un atroce bas bleu qui fit le fameux voyage avec moi, sous le nom de George Sand, et qui écrit des livres contre moi». Esagerazione, come sempre, giacché Une fausse position è tutt’altro che un libro scritto contro Balzac: ma esagerazione a cui questi crede in perfetta buona fede e sulla quale, d’ora innanzi, regola il suo atteggiamento. [...].

  Senza esagerazione, tutto ciò che attende Balzac al suo ritorno è semplicemente disastroso: e, questa volta, non solo in rapporto a quel suo disordinatissimo bilancio economico-finanziario, che gli è divenuto peraltro familiare, ma anche nella più ampia prospettiva della sua vita sentimentale ed intellettuale. [...].

  Un appunto autografo dello scrittore, tracciato in quel curioso quadernetto che è l’Echéancier del 1836, ci dà alcuni elementi per valutare questo stato di cose, elencando, sia pure incompletamente, gli impegni finanziari di Balzac fra il 1° e il 31 agosto: da quelli, cioè, che sono venuti a scadere durante la sua assenza a quelli che scadono successivamente al suo ritorno. [...].

  Le cambiali non sono molo numerose, ma sono tutte di cifre molto elevate [...].

  La tecnica usata dallo scrittore resta sempre quella che gli conosciamo abituale da tempo: ricorrere all’espediente di sottoscrivere o di farsi sottoscrivere nuove cambiali, scontarle (ad interessi che sono spesso d’usura) e servirsi delle somme così raccolte per far fronte alle scadenze più urgenti; oppure rinnovare vecchie cambiali attraverso delle nuove a più lontana scadenza (ma anche qui il peso degli interessi è rovinoso!). [...].

  A tutti gli impegni finanziari ed economici che si sono finora registrati, lo scrittore non deve più aggiungere quelli derivanti dalla gestione della «Chronique de Paris», affare disastroso ma ormai liquidato nelle condizioni che si sono viste nei mesi precedenti. Un intero capitolo delle preoccupazioni e dei pesi finanziari di Balzac si è dunque, per sua fortuna, chiuso, e non incide più nel passivo dei suoi bilanci mensili. [...].

  Ma l’esistenza dello scrittore è anche movimentata da tutta una serie di piccoli debiti e di piccole spese che insorgono talora all’improvviso ed a cui è necessario far fronte subito. Anzitutto, c’è il problema del normale andamento quotidiano della casa di rue Cassini, dove lo scrittore è sceso al suo rientro a Parigi (la abbandonerà solo più avanti per il più sicuro ritiro di rue des Batailles). [...].

  Negli stessi giorni di questa vorticosa fine di mese in cui, a decine, le cambiali sembrano volteggiare intorno al capo dello scrittore, c’è poi un altro pagamento a cui far fronte di urgenza. Si tratta dell’affitto della casa per la rata scaduta fin dal 15 luglio. [...].

 

***

 

  Ora, anche sotto la prospettiva editoriale, il mese di agosto presenta alcuni avvenimenti di notevole rilievo che meritano di essere qui studiati.

  Il primo ed il più importante è quello della conclusione, finalmente realizzata dopo mesi di trattative, della famosa cessione delle Etudes de moeurs au XIXe siècle da madame Béchet a Werdet. [...].

  Il 9 agosto 1836, durante l’assenza di Balzac, l’accordo viene finalmente concluso e firmato dai due interessati. Ai termini di esso, madame Béchet cede dunque a Werdet gli esemplari tuttora invenduti delle varie «livraisons» da lei pubblicate delle Etudes de moeurs (circa 8500 volumi giacenti ancora in magazzino) e il diritto ì pubblicare l’ultima «livraison» della raccolta, secondo un contratto già da lei Stipulato con lo scrittore il 21 ottobre 1833. A sua volta, riceve in compenso una somma di 30.000 fr. circa, a pagamento degli esemplari ancora invenduti, a rimborso degli anticipi da lei già fatti a Balzac ed a titolo di indennità per l’ultima «livraison» non ancora pubblicata. [...].

  La conclusione dell’affare delle Etudes de moeurs è un fatto molto importante che Balzac ha dovuto apprendere, al suo ritorno a Parigi, con un grande sospiro di sollievo. Non che l’affare procuri a lui del denaro o lo liberi dagli impegni presi. Le circostanze e le clausole della cessione ci confermano che Balzac ha già ricevuto da madame Béchet anticipi pari al prezzo totale dell’ultima «livraison» promessa ed ancora non consegnata; e che Werdet non è disposto nè a versare altri soldi nè a rinunziare a tale suo diritto. Ma la cessione a Werdet non solo interrompe l’azione giudiziaria promossa a suo tempo da madame Béchet per ottenere l’immediata consegna delle Illusions perdues, ma differisce ancora di un mese l’insopportabile peso di terminare a tamburo battente il romanzo interrotto dai giorni di Saché. L’articolo 10° del contratto parla di una data di scadenza fra il 1° e il 15 ottobre. Ma lo scrittore sa che questa non è una delle clausole più importanti del contratto e che non sarà in seguito ad essa che madame Béchet lo impugnerà. In altre parole, egli sa di potere contare sulla pazienza di Werdet e di potere differire la consegna del manoscritto anche al di là di questa data. E, difatti, le Illusions perdues saranno pubblicate solo alla fine del gennaio 1837.

  C’è poi, in questo affare, un altro fatto di cui non va sottovalutata l’importanza psicologica. Con la cessione a Werdet delle Etudes de moeurs, Balzac ha riunito, sotto un unico editore, la pubblicazione presente e futura dell’insieme delle sue opere. E il romanziere, che pensa spesso a Walter Scott e a Constable, è convinto che, se un grande autore può fare la fortuna del suo editore, un editore devoto; responsabile dell’intera produzione di uno scrittore può fare, a sua folta, la fortuna di questi. Le cose andranno, fra breve, in maniera lei tutto diversa. Werdet soccomberà in una lotta impari con le circostanze; e saranno allora, da parte di Balzac, recriminazioni e querimonie a non più finire. Ma l’avvenire, come si dice, è sulle ginocchia degli Dei; e Balzac, in questi ultimi giorni dell’agosto 1836, conclusa la cessione Béchet-Werdet, si culla ancora in grandi sogni per quanto concerne gli sviluppi di una programmazione editoriale avente Werdet come unico agente responsabile.

  Un altro progetto editoriale che, in questi stessi ultimi giorni d’agosto, Balzac e Werdet definiscono insieme, è quello della pubblicazione della 2a «livraison» delle Etudes philosophiques.

  Questa 2a «livraison», formata di 5 tomi, [...] comprendenti rispettivamente Maître Cornélius (tomo 11), Jésus-Christ en Flandre, Mélmoth réconcilié, l’Eglise (tomo 22), l’Histoire intellectuelle de Louis Lambert (tomi 23 e 24), l’Interdiction (tomi 24 25), non comparirà che dopo la metà di settembre. Ma tutto porta a supporre che fin d’ora Balzac e Werdet si siano messi d’accordo per organizzare concretamente la pubblicazione e per fissare definitivamente il contenuto di questa 2a «livraison» destinata a continuare la prima (uscita fin dall’anno precedente) e da molti mesi promessa ai lettori a gran rinforzo di pubblicità. [...].

  Comunque siano andate le cose sotto l’aspetto economico, ambedue questi contratti editoriali relativi alle Etudes de moeurs e alle Etudes Philosophiques, ai due grandi «volets» cioè in cui l’opera balzacchiana ancora si divide (in attesa di ritrovare la sua unita all’insegna della Comédie Humaine) rappresentano due risultati importanti da cui lo scrittore si ripromette grosse conseguenze pratiche nel campo di una migliore organizzazione editoriale della sua opera e di una più vasta diffusione. [...].

 

***

 

  L’allusione alla morte di madame de Berny è evidente e non ha bisogno di commenti. È infatti al suo ritorno a Parigi, nella notte del 21 agosto, che, fra la corrispondenza arrivata in rue Cassini durante la sua assenza ed ammucchiatasi sul suo tavolo di lavoro, lo scrittore trova la famosa «lettre de deuil», vecchia ormai di quasi un mese, che Alexandre de Berny gli aveva indirizzata da Nemours, il 27 luglio, poche ore dopo la morte della madre. [...].

  [...] appresa la funesta notizia della scomparsa di Laure de Berny, Balzac non pensa più agli ultimi avvenimenti, allo stanco tramonto di un amore, al definitivo distacco dei sensi, ai contrasti e alle irritazioni che hanno avvelenato i rapporti nei mesi precedenti. Cancellato dal ricordo tutto ciò che appartiene sgradevolmente al passato più recente, Balzac è invaso dalle memorie struggenti di un tempo più lontano, interamente occupato dal mito e dalla realtà di Laure de Berny: di quello in cui la Dilecta era l’unica donna veramente amata con una passione che rinasceva tutti i giorni e vinceva ogni altra avventura; e di quello in cui colei che aveva creduto — attraverso le ombre di un apprendistato laborioso — al genio di lui, rimaneva a proteggere — angelo custode discreto e prezioso — i primi trionfi letterari.

  Nè Balzac può non riflettere, davanti alla lettera di Alexandre, ai propri torti verso Laure de Berny, involontari o consapevoli, di un tempo e di ora. Soprattutto alla sua prolungata assenza dalla Bouleaunière, al viaggio intrapreso la vigilia stessa della morte di lei, alla spregiudicata gaiezza della propria «équipée» per le strade di Francia e di Italia, nei giorni stessi che hanno seguito la morte dell’amica.

  È difficile analizzare tutto ciò, soprattutto in una personalità sentimentalmente ed intellettualmente così complessa ed eccezionale come quella di Balzac. Molto meglio di quanto il biografo sappia dire ricostruendo la storia recente e lontana di questo amore, e cercando di desumere, da tale ricostruzione, il significato della morte della Dilecta per Balzac, ci dicono le parole che questi stesso ha scritte, nei giorni dell’agosto 1836, ad amici lontani e vicini; ed anche a conoscenze che ignoravano tutto di madame de Berny e alle quali lo scrittore poteva pur tacere la notizia della morte. Tutte le testimonianze che ci restano si accordano nel mostrarci un uomo sconvolto ed affranto, e ce ne rilevano la disperazione, l’intensità di un dolore fra i maggiori di quelli fin qui sofferti. [...].

  Il dolore provato da Balzac alla notizia della morte di madame de Berny ci è noto anche attraverso altre testimonianze che debbono risalire a queste stesse settimane, fra la fine di agosto e i primi di settembre. Esse sono andate purtroppo perdute, e la loro perdita è particolarmente grave. Ma una eco di esse ci è conservata attraverso le risposte e le considerazioni dei corrispondenti a cui lo scrittore aveva comunicato il luttuoso avvenimento.

  Scrive Laure Surville in una pagina del suo volume su Balzac, sa vie, ses oeuvres, lamentando che il profilo che ella traccia del fratello debba, per motivi di discrezione, limitarsi a sottolineare solo i tratti dello scrittore e quelli del congiunto, e lasciare nel vago i lineamenti della sua biografia sentimentale segreta:

 

  Je ne peux publier de sa volumineuse correspondance que ce qui a rapport à lui ou à ses oeuvres, et le montrer que sous l’aspect de fils ou de frère; ces restrictions privent le public de quelques pages intéressantes, notamment de celles qu’il m’adressa après la mort d’une personne bien chère. C’est ce que j’ai lu de plus éloquent dans l’expression de la douleur.

 

  Non v’è dubbio che Laure Surville si riferiva con questa allusione molto discreta ad una o a più lettere del fratello concernenti la scomparsa di madame de Berny, ed è veramente un peccato che questa o queste lettere siano andate oggi disperse, perdute o distrutte. Conoscendo quali rapporti di affetto e di intimità abbiano sempre legato Honoré alla sorella Laure, non abbiamo difficoltà ad immaginare con quale immediatezza e con quale abbandono lo scrittore deve aver parlato alla sorella del dolore provocato in lui dall’improvvisa ed inattesa notizia.

  Non meno delle testimonianze perdute nel carteggio fra Balzac e Laure de Surville è da rimpiangere un’altra lettera dedicata ad un’altra persona a cui lo scrittore apriva il suo cuore senza infingimenti e senza riserve. Vogliamo accennare alla lettera nella quale, al ritorno dall’Italia, Balzac comunicava la notizia della scomparsa di madame de Berny a Zulma Carraud. E, certo, anche qui, egli doveva effondere la sua pena con una sincerità e con una intensità che, per ragioni diverse, non potevano ritrovarsi espresse in maniera altrettanto immediata nelle lettere ad Eva Hanska ed a Louise. [...].

  Quali, ora, in questo stesso mese di agosto, i rapporti sentimentali con l’Etrangère? [...].

  La scomparsa di Laure de Berny ha scavato dunque nella vita spirituale dello scrittore un vuoto morale e sentimentale che solo Eva Hanska può colmare, ora, in tutta la sua profondità. Aggiungendo alle doti d’intelligenza e di tenero affetto, che erano proprie di madame de Berny, le doti di giovinezza e di fiorente bellezza, ormai perdute dalla Dilecta, ella poteva, anzi, assumere la funzione d’angelo tutelare e d’amante in forma ancora più assoluta E le parole che abbiamo citate rappresentano una vera e propria investitura ad Eva Hanska di quella missione consolatrice e protettrice, di quella guida sentimentale e morale che Laure de Berny aveva fin qui esercitate nel cuore dello scrittore.

  In altre parole, operando, per così dire, una autentica traslazione sentimentale, spirituale e fin quasi mistica, da Laure de Berny ad Eva Hanska, Balzac fa di questa seconda la nuova Dilecta cui, nunc et semper, ogni ragione di vita è definitivamente consacrata. [...].

  La prima a rompere il silenzio è madame Hanska che, probabilmente verso la metà di agosto, riallaccia i rapporti scrivendo una lettera a Balzac. Questa lettera (perduta come tutta la corrispondenza dell’Etrangère) sarebbe infatti pervenuta in rue Cassini — a stare ad una dichiarazione dello scrittore — il 21 agosto, poche ore prima del ritorno dal viaggio d’Italia.

  A questa lettera Balzac risponde con una lunga missiva che porta nell’autografo la data — politica — du 13 juillet au 22 août e che, già in tale ambigua indicazione di data (come se essa fosse stata pensata, in forma di «journal», fra questi due termini-limiti) sembra denunciare la cattiva coscienza del corrispondente. Comunque, il fatto più importante è che lo scrittore risponde subito ed a lungo, mettendo al corrente l’Etrangère – minutamente se non esattamente – di tutti gli avvenimenti che si sono succeduti nel corso di questo lungo e movimentato mese di silenzio. [...].

  Ma i guai cominciano allorché, sulla fede dei fatti accaduti, si vorrebbe far coincidere le affermazioni e le espansioni sentimentali dello scrittore con la realtà dei fatti a noi nota. Ben lungi dall’identificarsi con l’interpretazione di Balzac, essa rifiuta ogni accordo sostanziale. E tutto ciò che si può dire è che quanto il romanziere scrive all’Etrangère di sé, degli avvenimenti della propria esistenza durante le settimane piemontesi, delle sue preoccupazioni, dei suoi sentimenti è un miscuglio di sincerità e di menzogna, di verità e di mistificazione fra i più curiosi del mondo e, in certo senso, fra i più inesplicabili. [...].

  In verità, Balzac dà qui una delle prove più luminose di come un romanziere riesca a trarre dalla realtà elementi veri per falsarli, immediatamente dopo, accomodandoli a quel modello che il suo disegno fantastico esige. Nulla di più vero, ad esempio, che il viaggio in Piemonte era dovuto alla sistemazione degli affari dei Guidoboni- Visconti, e la circostanza non è affatto taciuta [...]. Tutto è perfetto ed esatto nei più piccoli particolari: la stanchezza fisica e la disperazione per lo scacco della «Chronique», i pagamenti aggiornati, la sistemazione con Werdet, la lettera di cambio dei Rothschild, il conte Guidoboni-Visconti e il palco al Théâtre-Italien, il processo ecc. ecc. Ma nulla di più falso dell’insieme di una tale ricostruzione che, nella sua impeccabile organizzazione logica, addossa così sapientemente ogni motivazione del viaggio sulle proprie spalle e su quelle, assolutamente irresponsabili, del conte Emilio Guidoboni-Visconti, su di un dovere d’amicizia verso un socio di palco, e impedisce alla corrispondente di cercare ogni altra giustificazione del viaggio altrove. [...].

  Balzac non tace neppure di aver viaggiato in compagnia di una donna. Ma anche qui il fatto reale si trasforma subito in un fatto fantastico: la confessione diventa una mistificazione. Questa presenza femminile, che può naturalmente provocare sospetti e gelosie in madame Hanska, è, per così dire, tutta desensualizzata: essa perde, cioè, tutti quei caratteri di una giovane, piacente, spregiudicata compagna di viaggio (quei caratteri appunto che avevano deciso la scelta di Balzac) per trasformarsi in una amica di amici comuni, disposta per fraterno dovere d’amicizia — e beninteso senza alcun secondo fine! — ad accompagnare lo scrittore [...].

  [...] Balzac non vuole e non può rompere con Eve Hanska a cui lo legano non solo calcoli precisi di un eccellente investimento sul futuro, ma, anche, ricordi incancellabili di trascorse stagioni d’amore. Neuchâtel, Ginevra, Vienna, non sono solo espedienti facili di un gioco letterario romantico-sensuale, ma realtà vere che affondano i loro piaceri nel cuore e nella carne dello scrittore. A queste considerazioni, consapevoli o inconsapevoli nella mente di Balzac, si aggiunga il fatto della morte di madame de Berny: una solitudine spirituale che lo scrittore non può riempire se non con colei che è ormai la sua amante da tre anni, che ha doti di intelligenza, di distinzione e di bellezza, che è giovane, che è straordinariamente ricca e che egli spera di potere un giorno sposare. [...].

  Molto meno ci rimane da dire sulle altre figure femminili che popolano il mondo sentimentale di Balzac. Di Sarah Guidoboni-Visconti, che si ha ragione di considerare la presenza più insistente nella vita amorosa dello scrittore, tutto, ancora una volta, rimane avvolto nel mistero e nel silenzio. [...].

  Di più sappiamo di Louise dalla quale Balzac ha ricevuto due lettere ed a cui ha risposto due volte. [...].

  Ancor meno sappiamo delle amicizie di Balzac, cerchio esiguo, [...], ma che pur comprende uomini devoti, affezionati, pronti ad ogni sacrificio. I due devotissimi [Regnault, Borget], sui quali lo scrittore sa di potere fare ogni affidamento in qualsiasi occasione, sono assenti da Parigi. [...].

  La vasta scena mondana parigina, in altri mesi calcata con tanta assiduità dalla corpulenta persona dello scrittore, rimane ovviamente deserta in queste ultime settimane di agosto. [...].

  Quanto all’Europa, dotta o mondana, che è più curiosa del romanziere celebre di quanto non sia la Francia stessa, il suo interesse per Balzac non va certo sminuendo. E c’è anzi da esser sicuri che, a Torino soprattutto, nelle case del patriziato piemontese, fra la via Dora Grossa e la piazza San Carlo, il recentissimo passaggio del narratore deve continuare a tener vivi i soggetti di conversazione con commenti ora di ammirazione, ora di biasimo, ora di scandolezzata riprovazione, ora di rassegnata indulgenza ... [...].

  Da Vienna altra capitale «balzacchiana», giunge invece la [...] lettera di Hammer-Purgstall, il quale reclama ancora a gran voce il famoso secondo esemplare del Livre Mystique, richiesto da tempo e non ancora pervenutogli. [...].

  [...] quali sono questi «travaux abrutissants» a cui Balzac pensa con tanto terrore e a cui è costretto a sottomettersi fin dal suo rientro a Parigi, in quella settimana che ancora lo divide dalla fine di agosto? [...].

  Ci sono, anzitutto, le pagine (un terzo circa dell’intera opera) di Illusions perdues scritte a Saché alla fine di giugno e non più riprese. [...].

  C’è poi — e più urgente ancora — la revisione dei racconti destinati a completare i cinque volumi della seconda «livraison» delle Etudes philosophiques [...].

  C’è poi un racconto, la Vieille Fille che Balzac ha promesso a Béthune per la «Chronique de Paris» e di cui ha ricevuto in pagamento una somma che è stata probabilmente conteggiata sul saldo della liquidazione, a diminuzione del passivo che lo scrittore ha contratto con il gerente della rivista. [...].

  C’è quindi la riedizione della Dernière Fée che è in grande ritardo sul previsto ordine di pubblicazione e che l’editore Souverain ha naturalmente fretta di ultimare e di mettere in commercio. [...].

  Una rapida menzione è tuttavia indispensabile ai Mémoires d’une jeune mariée, già venduti a Werdet prima del viaggio in Italia; alle Souffrances d’un inventeur e a quel fantomatico (e sempre ricorrente) Président Fritot promessi alla fine del mese alla «Chronique de Paris» e da questa rivista già ufficialmente annunziati ai lettori ai primi di settembre; e, infine, alla terza «livraison» delle Etudes philosophiques promessa da molto tempo al pubblico e che Werdet vuole assolutamente pubblicare subito dopo la seconda.

  Il programma di lavoro che le necessità impongono a Balzac è, come si vede, di una mole straordinaria e quasi ciclopica. [...].

  Riassumendo i nostri argomenti più che sarà possibile, diremo in breve che, a favore dell’attribuzione a Balzac delle varianti del 1836, stanno due considerazioni: esterna la prima, interna la seconda. Abbiamo già avvertito che il romanziere sa meglio d’ogni altro quanto lo pseudonimo di Horace de Saint-Aubin sia trasparente per tutti i lettori. Non si tratta solo quindi di rimettere in vendita, corrette alla meglio, le opere di giovinezza di uno sconosciuto; ma si tratta di riesporre nuovamente il proprio nome ad un pubblico e ad un tribunale critico che, perfettamente al corrente dell’identità del defunto baccelliere, non risparmieranno paragoni, giudizi sullo scrittore di ieri e su quello di oggi. L’affare della riedizione delle Oeuvres de jeunesse, nato come affare esclusivamente commerciale, sta diventando un affare di delicato prestigio letterario; e la posta in gioco è psicologicamente troppo importante (soprattutto nelle condizioni «ambientali» di oggi) perché Balzac rimanga estraneo alla impresa della revisione, lasciando tutto il carico e tutte le responsabilità degli interventi sul testo al collaboratore che, ai termini del contratto Souverain, era stato indicato nella persona di de Belloy: una mediocrità (dal punto di vista letterario) che Balzac non stima nè come segretario nè come uomo di fiducia, e a cui non riconosce particolari qualità intellettuali e morali.

  L’altra considerazione nasce dall’analisi delle modificazioni subite dal testo. Queste modificazioni toccano profondamente non solo le convinzioni politiche, morali, religiose proclamate nell’edizione precedente dell’opera (1825), ma trasformano singolarmente carattere e movenze psicologiche dei personaggi, taluni aspetti dell’ispirazione, la tecnica narrativa e, in particolare, danno un più ordinato e giustificato assetto alla sintassi e allo stile, abbastanza scapigliati e scorretti, della edizione datata 1825. Così, tutti gli accenni vagamente libertari ed accesamente polemici contro il Trono e l’Altare sono soppressi; tutte le osservazioni spregiudicate o maliziose contro la religione e la morale scompaiono; e sono contemporaneamente aboliti alcuni fra quei «calembours» o doppi-sensi che potevano prestarsi ad una interpretazione oscena o immorale, ed alcuni di quei rinvii, troppo rischiosi, a Tristram Shandy.

  Parallelamente, gli episodi legati più da vicino a reminiscenze del romanzo «nero» inglese, troppo terrificanti, troppo fantastici o troppo avventurosi, sono riportati ad una scala più umana ed attutiti; come attutiti o smorzati sono quei «festoni» di un sedicente lirismo, quei ricami intimistici, quelle esuberanze o quegli abbandoni patetici che sono un altro aspetto della cultura e del fare balzacchiano nelle opere di giovinezza. Insomma, lo svolgimento narrativo ubbidisce a canoni più seri e più ordinati, nel senso che è più rispettoso della comprensione del lettore, più attento ad evitare una narrazione estemporanea ed abbastanza va-comme-je-te-pousse, e nel senso che elimina anche tutte quelle spiegazioni, giustificazioni, parentesi aperte col lettore (una specie di colloqui confidenziali, interrompenti fastidiosamente la narrazione) che risentono anch’essi di una tecnica letteraria di Balzac giovane. Infine, il lettore — cui è fatta grazia di un gran numero di immagini, comparazioni fuori luogo, di un realismo «terre-à-terre» (altro tipico esempio del cattivo gusto dei romanzi giovanili dello pseudo-Horace) — si trova davanti a pagine di uno stile più sicuro, più controllato — nettamente migliore — di quelle dell’edizione 1825; di una sintassi più chiara, più uniformemente elegante, dove le frasi sono ora raggruppate, ora disgiunte secondo criteri più corretti, più ordinati, più precisi.

  Ora, tutti questi interventi che, da una parte, cambiano il testo per migliorarlo, dall’altra, lo lasciano sussistere nei luoghi dove meritava di sopravvivere così come era, sono importanti sotto una duplice prospettiva. Innanzitutto, essi si realizzano secondo una linea storico-politica, morale, religiosa e letteraria che è ben balzacchiana. Vogliamo dire che essi si accordano perfettamente con quello che è lo sviluppo spirituale e culturale dello scrittore quale si è venuto maturando da una decina di anni a questa parte, ed illustrano il suo mutato carattere in fatto di libertarismo politico e di una sua diversa osservanza morale (apparentemente almeno) più rispettosa nei confronti della religione. Quindi, questi interventi denunciano l’opera di uno scrittore di marca che difficilmente potrebbe essere identificato in quell’oscuro collaboratore o segretario di Balzac che è de Belloy. Già, in un’altra occasione, abbiamo detto che scrivere meglio di Balzac delle Oeuvres de jeunesse non è impresa disperante, e che anche un modesto revisore poteva eliminare i luoghi peggiori di tali romanzi, i più frettolosi ed i più disordinati per imperizia stilistica. Ma uno scrittore mediocre, anche se è pari a questo compito, lo è molto meno allorché si tratta di eseguire trasformazioni più sostanziali, di provvedere ad ampie aggiunte e, soprattutto, allorché è necessario sopprimere, aggiungere, correggere, tenendosi da capo a fondo in armonia col nuovo tono impresso all’opera nella revisione generale. In questo, ci sembra, un revisore deve essere alla stessa altezza dell’autore del testo da correggere. Ora, colui che ha rimaneggiato, ampliato, alleggerito il testo della Dernière Fée del 1825, ha tutti i caratteri psicologici e letterari, la stessa taglia, in una parola, di Balzac.

  Quanto si è detto fin qui porterebbe direttamente alla conclusione che tutte le varianti contrassegnanti l’edizione 1836 delle Dernière Fée siano attribuibili dunque a Balzac. A tale ipotesi, un’altra importante considerazione contrasta, tuttavia, singolarmente. L’insieme delle correzioni apportate al testo del 1825 costituisce una massa veramente imponente. Quando e come Balzac, nel mese di agosto 1836, si sarebbe potuto sobbarcare al peso di una revisione puntuale che non può non avere richiesto giornate intere o, addirittura, settimane di lavoro senza interruzione? Noi conosciamo il ritmo veramente straordinario della attività balzacchiana e non dobbiamo stupirci di alcuna «performance» narrativa dello scrittore. Ma ci è veramente difficile poter trovare per le fatiche della correzione della Dernière Fée quello spazio di tempo di almeno una settimana che sembra, anche a forze intellettuali prodigiose, il minimo indispensabile ad un tale fine. E non solo nel mese di agosto, ma anche (ammettendo che il lavoro di correzione sia stato compiuto con un certo anticipo sulla data di pubblicazione — ciò che contrasta con le abitudini di Balzac) nel corso dei mesi di luglio o giugno o maggio. [...].

  Dal momento in cui Jane la Pâle è pubblicata (aprile 1836) non v’è più lettore in Francia interessato alla riedizione delle Oeuvres de jeunesse che ne ignori la vera paternità. Dissipato ogni mistero, tutti sanno che, sotto il nome di Horace de Saint-Aubin, si cela lo pseudonimo di Balzac giovane e che le opere di giovinezza del defunto «bachelier ès lettres» e quelle attuali del «plus fécond de nos romanciers» fanno tutt’uno. Inoltre, la Notice stessa, se da un lato indulge a tutta una affabulazione fantastica e in una serie di episodi satirici, grotteschi, umoristici o patetici tende ad allontanarsi da ogni appiglio col reale, d’altro lato agevola l’identificazione stessa sottolineando troppi punti trasparentemente legati alle vere vicende o alle vere preoccupazioni di Balzac.

  Ciò posto, è evidente che il romanziere non solo non possa disinteressarsi al modo in cui la biografia segreta di Horace de Saint-Aubin viene da Sandeau presentata al lettore, ma tenga a sorvegliare personalmente che essa non vada oltre quella contaminazione che egli immagina la più propria a rievocare il mito della propria giovinezza nella quale, metà umoristicamente, metà seriamente, vuol drappeggiarsi.

  In queste circostanze, è lecito supporre che Balzac non solo abbia inventato, in collaborazione con Sandeau, alcuni aspetti del personaggio, ed abbia discusso i caratteri della Notice con lui, ma, pur lasciando ogni libertà al suo collaboratore nel lavoro materiale della redazione, ne abbia rivisto e corretto, qua e là, il testo. [...].

  [...] vi sono episodi della Notice che [...] sono ripresi nelle Illusions perdus (sia nei Deux poètes, sia in Un gran homme de province à Paris) in modo, per così dire, trasparente. Vogliamo accennare alle avventure di Horace che saranno in seguito proprie a Lucien sia precedentemente all’arrivo a Parigi sia, più tardi, lungo l’amara esperienza nella capitale francese. [...].

  [...] sappiamo troppo poco delle circostanze che hanno accompagnato genesi e redazione di queste pagine introduttive alla Dernière Fée per avanzare una simile ipotesi che, d’altra parte, contrasta con alcuni sicuri dati di fatto: la firma apposta da Sandeau alla Notice, la ripresa e la pubblicazione di essa, vari anni dopo, nei Revenants, il fatto infine che, del «fare» narrativo di Sandeau la Notice ha non pochi tratti caratteristici.

  Un fatto tuttavia, dopo ciò che si è detto, sembra risultare incontrovertibile. La Notice su Saint-Aubin ha fondamentalmente un netto, sicuro «colorito» balzacchiano, e le sue parentele con i testi di Balzac sono troppo numerose e, talora, troppo precise, perché l’ispirazione, se non la mano, del grande scrittore non sia ravvisabile anche agli occhi di un lettore frettoloso. Bisognerà capovolgere completamente il problema e pensare che tali parentele dipendano dal fatto che Balzac si sia impossessato (per quanto concerne i propri romanzi posteriori al 1836) degli spunti narrativi di Sandeau e (per quanto concerne i romanzi anteriori al 1836) si sia lasciato svaligiare a man salva da Sandeau? In linea di principio l’ipotesi è possibile; ma noi preferiamo ritenere (e crediamo che i lettori condivideranno con noi l’ipotesi) che sia il contrario ad essere accaduto. E cioè che sia Balzac ad avere ispirato l’opera di Sandeau, ad avere inventato, in collaborazione con lui, il personaggio (forse al tempo della convivenza dei due amici alla rue Cassini, nella primavera del 1836), e, più tardi, ad avere rivisto il manoscritto o le bozze, lavorandovi sopra con correzioni, aggiunte, soppressioni, ritocchi come se si fosse trattato di una sua propria opera. [...].

  Conformemente allo schema che abbiamo già seguito per i precedenti mesi, concludiamo ora la nostra indagine biografica su Balzac nell’agosto 1836 enumerando qui ed illustrando tutti quegli articoli e quei riferimenti che la stampa periodica francese dedica al nostro scrittore fra il 1° e il 31 agosto.

  Diremo subito che il panorama critico non subisce, rispetto a quanto si è già avuto l’occasione di vedere nel mese di luglio ed in quasi tutti gli altri mesi precedenti, modificazioni notevoli, e mantiene le sue già note caratteristiche: vale a dire che, come il solito, esso continua ad essere contrassegnato da un atteggiamento negativo sostanziato di una severità che non è nemmeno pacata e serena, ma astiosa o sarcastica.

  Su quella ventina di articoli o di brani di articoli concernenti Balzac che, nel periodo studiato, possono leggersi nei giornali e nelle riviste parigine (ai quali, come al solito, abbiamo limitato la nostra inchiesta), solo due, infatti, presentano una nota favorevole per lo scrittore: la recensione (anonima) al Lys dans la vallée che, apparsa nel «Corsaire» del 1° agosto, applaude (in contrasto con la tradizionale ostilità di questo giornale per Balzac) all’abilità e al pathos narrativi di tale romanzo; alcuni giudizi, pieni di simpatia, che A. Houssaye espone nel corso di una indagine sulla produzione narrativa francese contemporanea, pubblicata nella «Renommée» dei giorni 27 e 28 agosto. Al di fuori di queste due voci, singolarmente isolate, tutte le altre testimonianze, sia che si organizzino in un ampio e compiuto discorso critico, sia che, di passaggio, traccino rapidi giudizi su questa o su quell’opera, sia, infine, che si rivolgano alla biografia dello scrittore, rimangono contraddistinte da una netta animosità tutta penetrata di malevolenza o, nei casi più innocenti, attenta a cogliere spunti umoristici o caricaturali.

  Anche i temi di tutte queste critiche restano fondamentalmente gli stessi. A Balzac si continua a rimproverare l’immoralità e la volgarità della sua produzione narrativa, lo stile scorretto, pretensiosamente raffinato o, quando non è nè l’uno nè l’altro, incomprensibile e «drolatique». E se dall’aspetto letterario si passa a quello biografico, le accuse di vanità, di scarsa moralità professionale, di affarismo etc. etc., ritornano puntualmente a colorire delle tinte più nere la figura dello scrittore.

 

 

  Massimo Colesanti, Note bio-bibliografiche, in Honoré de Balzac, La Commedia umana ... cit., pp. XLI-LXII.

 

  Questa ampia e documentata sezione bio-bibliografica curata dal Colesanti si articola nelle seguenti sezioni:

 

  Cronologia della vita di Balzac, pp. XLI-XLIV; Bibliografia de “La Commedia umana” (Opere di Balzac 1830-1840; La Commedia Umana; Edizioni complete; Traduzioni italiane), pp. XLIV-LVII; Studi (Bibliografie; Testimonianze; Biografie; Studi generali; Riviste; Il contributo italiano), pp. LVII-LXII; Testo, p. LXII (cfr. la sezione: Traduzioni italiane).

 

 

  Gemina Fernando, Balzac amava e disprezzava i sardi e gli italiani, «Frontiera. Rivista mensile illustrata di cultura, arte, scienza, politica, umanità», Cagliari, Anno I, n. 3, marzo 1968, pp. 90-92.

 

  Vogliamo fare una corsa per l’Italia in compagnia di Honoré de Balzac?

  Il primo suo saluto all’Italia fu a Genova, il secondo a Torino; poi venne la sosta importante, e non sembrerebbe vero, ma fu la Sardegna. Spinto dalla mania degli affari e dal miraggio della ricchezza, ma specialmente dal bisogno di denaro che l’aveva sempre assillato, passa il mare, sbarca nell’Isola, dando così, per quei tempi, prova di vero coraggio. Era l’anno 1838, non bisogna dimenticarlo; e la Sardegna in quei tempi era ... quel che era.

  Parlando di quest’impresa, dice Dionigi Scano che Balzac «fu un industriale mancato ... perché gli mancò quel minimo di aiuto, di tranquillità e di mezzi occorrente a siffatte imprese. E perché non ebbe mai questo minimo, svanì per lui l’aureo sogno delle colate metalliche ottenute dalle scorie della miniera dell’Argentiera in Sardegna»[5].

  La storia di questo viaggio è curiosa: tornato nel 1837 a Genova, fa amicizia con un certo Giuseppe Pezzi, negoziante; costui gli parla di una grande speculazione che poteva essere tentata con la raccolta delle scorie argentifere che nelle miniere dell’Argentiera abbondavano, e dalla fondita delle quali poteva ancora estrarsi altro argento. Per poterlo fare bisognava domandare la autorizzazione al Governo Piemontese, dal quale dipendeva la Sardegna, cosa che Balzac non poté fare che l’anno seguente.

  E Pierre Fournier si domanda: «Est-ce pour étudier les costumes des abitants (sic) ou pour exploiter les mines d’argent que Honoré de Balzac visita l’île de Sardaigne ...». Probabilmente per l’una e per l’altra cosa. Volentieri egli sarebbe diventato il Walter Scott della Sardegna, se la fortuna l’avesse aiutato nell’impresa della miniera; ma disgraziatamente per lui, arrivandoci l’anno dopo, trovò che l’autorizzazione dal governo, il Pezzi l’aveva ottenuta per sè. È per l’ennesima volta il miraggio della ricchezza che si dilegua, mentre i debiti da pagare sono sempre soverchianti.

  Val dunque la pena di studiare usi e genti tanto primitive da esser quasi selvagge? Così almeno egli le presenta, non nell’opera letteraria, ma in diverse sue lettere, specie a Madame Hanska, alla quale scrive: «L’Afrique commence ici: j’aperçois une population déguènellée (sic), toute nue, bronzée comme des Ethiopiens». E un’altra volta: «J’ai vu des choses comme on ne raconte des Huroins (sic) et de la Polynésie».

  Evidentemente esagera. Ma egli prova per l’Isola italiana la stessa antipatia — giustificata del resto — che prova per molte, per troppe cose in Italia. Certo lo irritava — mai sazio di onori e di adulazioni com’era — l’ammirazione non incondizionata, e le critiche qualche volta aspre e qualche volta ingiuste alla sua opera di romanziere, e quel fare alquanto scanzonato degli italiani, che gli fioriva attorno in epigrammi e canzoncine tutt’altro che rispettose del suo genio.

  Gian Carlo del Negro, patrizio genovese, che pur lo aveva accolto ospite in casa sua e trattato con grande signorilità e gentilezza, non si perita di ridergli dietro con epigrammi di questo genere:

 

  «Balzac corre l'Italia da corriere,

  Che correr con la penna è il suo mestiere;

  Meraviglia non fia se dirà poi

  Che arti e saper non regnano fra noi».

 

  E Arnaldo Fusinato aveva già scritto, scherzosamente, alludendo al romanzo «La femme de trente ans»:

 

  «Ed anche allora che l’età minaccia

  Illanguidir di sua bellezza il raggio,

  E la freschezza della vaga faccia,

  Non si perde per questo di coraggio,

  Né come le altre donne si sgomenta

  Se si vede alle spalle gli anni trenta,

  Poiché scrisse Balzac che a quell’età

  La donna piace più che in gioventù,

  Poiché a trent’anni ha già studiato, e sa

  Ogni secreta dell'amor virtù;

  E si sa ben che se Balzac l’ha scritto

  Convien far di cappello e rigar dritto».

 

  E un anonimo veneziano aveva messo in circolazione, manoscritta, una curiosa poesia nella quale, la comprensione di Balzac per l’Italia, è bellamente satireggiata. Eccone un breve saggio:

 

  «Un omo de cartello,

  Un talentazzo,

  Che i parti apena nati dal cervello

  Vendendo a un tanto al brazzo,

  La fama à pubblicà per leterato.

  Dopo aver traversà

  Senza vardar a spese, per urgenza,

  A tiro a quatro, co la diligenza,

  Il bel giardin d’Italia sorprendente

  Ma che per le so’ idee xe risultà,

  Cussì l’ha dito, cossa indiferente».

 

  Forse per questo dunque, come si vendica della Sardegna che non gli dà l’agognato argento né alcuna ispirazione per la sua arte, affermando che di là comincia l’Africa, che la popolazione è tutta nuda, e che le donne non fanno altro che impastare un orribile pane di ghiande e d’argilla; così si vendica anche degl'italiani, se non proprio dell’Italia e in una lettera del 24 maggio a Madame Hanska, così si esprime: «... j’ai été frappé de peu de ressources qu’il y a chez les Italiennes: elles n’ont ni esprit ni instruction: elles comprennent à peine ce qu’on leut dit ...». Parole veramente strane, se si pensa che le scriveva da Milano, dove frequentava il celebre salotto della contessa Maffei, nel quale si davano convegno tutti i più begl’ingegni che da ogni parte del mondo sostavano nella capitale lombarda, e dove la stessa Clara Maffei l’aveva incantato col suo spirito colto e vivace, con la sua grazia incomparabile, soprattutto col suo primo saluto nell’accoglierlo in casa sua: «J’adore le génie! ...».

  Pure a Milano gli era venuta l’ispirazione per uno dei suoi libri cui arrise miglior fortuna perché simpatico, pieno di sentimento e di delicatezza, e soprattutto di quella sana morale che troppi lamentavano assente dall’opera di Balzac: «Mémoires de deux jeunes mariées».

  A Milano aveva conosciuto, benché superficialmente, Alessandro Manzoni, che però non gli era riuscito simpatico, forse perché nell’arte come nella vita, si trovava al polo opposto. E benché avesse detto che nel veder Manzoni gli era parso di vedere Chateaubriand, per il quale del resto non aveva alcun rispetto, criticava acerbamente «I promessi sposi», e si vantava di non aver letto l’«Ettore Fieramosca» né il «Marco Visconti» ai quali arrideva uno strepitoso successo perché dagli stessi italiani erano giudicati manzoniani. Che lo dicesse per partito prese e senza convinzione?

  Sentiva invece per Gioachino Rossini una forte simpatia; e di questo è prova una delicata romanza, che, scritta per la musica del grande italiano, mandava poi, vera dichiarazione d’amore, a Madame Hanska, la donna lungamente, quasi leggendariamente amata, e che poi divenne sua moglie. In quella romanza egli univa l’anima del musicista alla sua di poeta, univa la Francia all’Italia e l’offriva alla Polonia (la Hanska era polacca), quasi spiritualmente omaggio d’amore e di fede della latinità, alla nazione dell’eterno martirio. Eccone i dolcissimi versi:

 

  «Rive chérie

  Où sont nées mes amours,

  Sois ma patrie!

  Là, mon amie,

  De cieux la fleur

  C’est attendrie

  De mon maleur (sic).

  Rive chérie

  Où sont nées mes amours

  Sois ma patrie!

  Là de ma vie

  Commença l’heur (sic):

  Mélancolie

  N’est plus douleur.

  Ah! dis, Chérie,

  Où sont nées mes amours,

  Est la patrie!».

 

  Ma la «rive chérie» non era in Polonia, né in Italia, né in Francia. Il primo incontro tra il romanziere francese e la gentildonna polacca era avverano in Svizzera, a Neuchâtel; la rive chérie era dunque forse riva del sogno.

  Possiamo dunque pensare che la simpatia per Rossini fosse un’eccezione; ma non si frequenta un salotto come quello della Maffei senza stima almeno per la padrona di casa, e tuttavia non potrebbe senza contraddirsi, avere scritto quelle parole di disprezzo nei riguardi di altre signore italiane, quali la contessa Serafina di San Severino, la contessa Eugenia Bolognini Vimercati, la principessa Cristina di Belgioioso, alle quali tutte dedica libri con parole di deferente omaggio e di devota ammirazione, come non possono scriversi che per donne d’alto sentire e d’intelligenza eletta. Tipica è quella rivolta alla Bolognini Vimercati nella dedica a lei di «Una (sic) fille d’Ève»: «Si les Français sont taxée de légèrité (sic), d’oubli, je suis Italien par la constance et par le souvenir».

  Ma Balzac è sempre pieno di stranezze e di contraddizioni: e il suo sentimento per l’Italia, a volerlo analizzare bene, si direbbe un amore-odio. Cercava di trovare il brutto, il difetto, la manchevolezza in molte cose di Italia; e tuttavia, in «Massimilla Doni» esaltava il genio italiano: e tuttavia sognava di realizzare tra l’Italia e la Francia un’alleanza intima e costante come nel secolo XVI aveva ideato il Bandello.

  Non gli fu possibile, politicamente; ma nella sua opera di scrittore troviamo certi passaggi così aggraziati che, in un ricordo sia pur fugace dell’Italia, sembrano colmi di una tenerezza risplendente. «Ici — Genova — les églises, et sourtout (sic) les chapelles, ont un air amoureux et coquet qui doit donner à una (sic) protestante envie de se faire catholique. — Comme nous savons déjà l’italien, son amour, exprimé dans cette langue si molle et si favorable à la passion, m’a paru sublime. — Rome est la ville où l’on aime. Quand on a une passion c’est là qu’il faut aller en jouir: on a les arts et Dieu pour complices». Così, nelle (sic) «Mémoires de deux jeunes mariées» fa scrivere alla baronessa de Macumer, che viaggia in Italia assieme allo sposo. E quel titolo, de Macumer, cui sono annessi dei feudi in Sardegna, ricorda ancora l’Italia, e precisamente una piccola borgata sarda, Macomer, che Balzac deve aver traversato quando andava alla ricerca dell’argento.

  Amava Roma, d’un amore colmo di ammirazione e di passione. Da una lunga lettera alla sorella Laura si rileva quanto forti siano state le impressioni che la ville éternelle aveva dato alla sua anima non meno che alla sua intelligenza. L’illuminazione di San Pietro a Pasqua, «vaut à elle seule le voyage»; la benedizione del Papa urbi e orbi, e l’affluenza di oltre cinquantamila forestieri venuti a Roma per la circostanza lo riempiono di commozione. È ricevuto in udienza particolare dal Papa, «dont la pantoufle hiératique a été baisé par moi». Dotto e amante delle arti, Gregorio XVI aveva accolto con grande affabilità lo scrittore francese, e gli aveva dato un rosario benedetto da portare a sua madre, dono che Balzac accolse con profonda gratitudine: «Je t’envoie, pour ma mère, le chapelet dit la corona, bénit par le Pape; j’y joues (sic) un petit scapulaire, et l’instruction pour dire le chapelet».

  Da Roma, oltre questi oggetti di pietà, porta anche un quadro di Sebastiano del Piombo, uno del Bronzino, e uno del Miravelt; ma più che tutto un’ammirazione sconfinata e un gran desiderio di tornarvi. Ancora alla sorella: «... je suis content de Rome, que j’ai l’intention d’y passer l’hiver prochain tout entier, car je veux tout en savoir. Rome, malgré le peu de temps que j’y suis resté, sera des plus grands et des plus beaux souvenirs de ma vie, et, si jamais tu y vas, tu sauras quelle preuve d’affection cela est que d’y écrire à quelq’un, mème (sic) à sa soeur; et il faut bien aimer sa mère pour revenir achever un roman et des affaires, au lieu de finir tout d’un coup avec cette grande chose ...».

  Roma la studiò forse anche per farne lo sfondo di qualche romanzo; ma la vita, logorata dall’eccessivo lavoro, non gli diede il tempo di tradurre in atto la bella idea, che ci avrebbe lasciato un documento immortale del suo amore per la città santa, e per essa dell’Italia.

  La «Divina Commedia», che fino ad allora gli era parsa un eterno enigma, gli viene svelata attraverso il commento dotto e caldo del principe Michelangelo Caetani, che in quei giorni teneva a Palazzo Farnese una serie di conferenze dantesche. Ed è a Roma, che dopo essersi prosternato ai piedi del Vicario di Cristo, l’autore della «Commedia Umana» s’inchina riverente davanti all’autore della «Commedia divina».

 

 

  Elena Fiorioli, Balzac e il mito di Foedora, «Culture française. Quindicinale didattico linguistico-letterario», Bari, 15, 1968, pp. 229-235.

 

  Su M. Reboussin, Balzac et le mythe de Foedora.

 

 

  Gilberto Forti, Prefazione, in Honoré de Balzac, Papà Goriot ... cit., pp. VII-XIV.

 

  Nel programma di lavoro che Honoré de Balzac si era imposto nel mezzo del suo cammino letterario, la Commedia umana doveva rappresentare la società contemporanea, in tutti i suoi aspetti, attraverso le vicende di centinaia di personaggi. In una prefazione del 1842, egli stesso annunciava che l’opera complessiva avrebbe abbracciato dai duemila ai tremila personaggi; ma quattro anni dopo, in una lettera a un amico, ritoccò questo bilancio preventivo e si prefisse di aumentare la popolazione della Commedia, tenendola tra le quattro e le cinquemila anime.

  Alla morte di Balzac le creature uscite dalla sua fantasia erano 2.472, senza contare 566 figure anonime e una schiera di personaggi storici citati col loro vero nome. Molte altre creature morirono col romanziere, che si era vantato di portare a spasso, nella propria testa, tutto il mondo del suo tempo. Come il suo Rastignac, anche lui aveva lanciato una sfida a Parigi: «A noi due, ora», e per vincere questa sfida, si era messo a fare concorrenza all'anagrafe, a gareggiare con Dante e Shakespeare, a inseguire con la penna il sogno di conquista che Napoleone aveva inseguito con la spada. Aveva detto testualmente «L’inferno parigino avrà forse, un giorno, il suo Dante».

  Alla ricca e varia demografia balzacchiana Papà Goriot contribuisce in misura relativamente modesta. Se sono esatte le cifre raccolte da A G. Confield, un critico che amava le statistiche, i personaggi di questo celeberrimo tra i romanzi di Balzac erano soltanto ventitré nell’edizione originale e divennero cinquanta nelle edizioni successive. Questo aumento di numero merita qualche considerazione, poiché tutto lascia credere che sia stato deciso da Balzac proprio nel momento in cui cominciava a prendere forma il grandioso progetto della Commedia. Le nuove edizioni di Papà Goriot furano, infatti, il terreno in cui trovò applicazione per la prima volta la tecnica che avrebbe dovuto presiedere alla costruzione complessiva, e vi furono pertanto introdotti personaggi supplementari, destinati a stabilire una rete di collegamenti con i romanzi anteriori e con quelli successivi.

  Secondo il progetto di Balzac, ogni romanzo avrebbe dovuto essere autonomo, ma nello stesso tempo coordinato con gli altri, mutuandone personaggi e vicende in un’economia di scambi e di prestiti. La Commedia era una specie di palcoscenico rotante, sul quale uomini e donne si sarebbero ora spinti verso il proscenio, ora ritirati nell’ombra, verso le quinte, obbedendo al volere del loro demiurgo, che di ciascuno avrebbe fatto di volta in volta il protagonista o il comprimario o la comparsa.

  Così, per esemplificare, il personaggio di Rastignac nasce alla vita letteraria nel 1831, con La pelle di zigrino, dove è raffigurato come un ricco viveur che passa tra le tentazioni di Parigi; ma tre anni dopo, nel 1834, Balzac lo richiama in servizio in Papà Goriot e gli fa compiere un passo indietro per narrare la giovinezza del viveur, il suo tirocinio di studente povero, la sua iniziazione mondana, i suoi preparativi per la conquista di Parigi. Ancora: Vautrin, l’ergastolano che in Papà Goriot fa la sua prima apparizione, sarà di nuovo al proscenio in Illusioni perdute, nella veste dell’abate Carlos Herrera, e poi in Splendori e miserie delle cortigiane. E ancora, per accennare alla sorte di un personaggio minore: l’avvocato Derville, che papà Goriot incarica di difendere gli interessi delle figlie contro i generi, ha una parte più importante nel precedente Gobseck e risusciterà più volte nei romanzi successivi.

  Un esercito di uomini e donne era dunque agli ordini di Balzac, che li manovrava come un generale, facendoli trionfare o cadere, soffrire o gioire. Forse, nel concepire i suoi piani di battaglia, Balzac si sentiva davvero un generale, un Napoleone della letteratura: e per questo, forse, lo ferì dolorosamente la frecciata con cui Sainte-Beuve, nel 1834, l’aveva paragonato a «quei generali che non sanno conquistare la più piccola posizione se non versando a fiumi il sangue delle loro truppe».

  Papà Goriot fu scritto tra la fine del 1834 e le prime settimane del 1835, quando Balzac aveva trentacinque anni. Il romanziere aveva appena terminato La ricerca dell’assoluto e si trovava in un tale stato di spossatezza che il medico gli consigliò di prendersi un po’ di riposo e di andare a respirare l’aria della sua Turenna. Lo scrittore obbedì: partì in settembre, accettando l’invito di un amico, e per alcune settimane si ritirò a Saché. I giorni di riposo furono peraltro pochissimi, ché Balzac non seppe resistere alla tentazione del lavoro, ch’era in lui una smania, un’ossessione. Poco dopo il suo arrivo annunciò alla madre e alla sorella che il manoscritto di Papà Goriot sarebbe stato pronto per i primi dell’ottobre successivo, forse pensando allora non a un romanzo, ma a un lungo racconto che avrebbe potuto concludere rapidamente.

  In realtà la stesura proseguì poi a Parigi e lo tenne occupato, forsennatamente occupato, per quattro mesi. Lavorava sedici, diciotto, venti ore al giorno; e quando il medico intervenne per esortarlo a risparmiarsi, adottò un altro orario di lavoro, cominciando alle sei del mattino e continuando fino alle tre del pomeriggio, in modo da concedersi un po’ di respiro nella serata. Si era impegnato a pubblicare il romanzo nella Revue de Paris, e la prima puntata apparve il 14 dicembre 1834, mentre non era ancora terminata la redazione della parte finale.

  Dopo un breve rallentamento, Balzac tornò alla sua frenetica corsa col tempo, riducendosi «come un povero cavallo attrappito» Per vincere la corsa, rinunciò a un progettato viaggio a Vienna, dove avrebbe dovuto rivedere Evelina Hanska, “la straniera”, l’amore della sua maturità, per festeggiare con lei, il 26 gennaio, un anniversario sentimentale. Proprio il 26 gennaio scrisse le ultime righe del romanzo, con la mano tremante per la fatica e l’emozione; e alla signora Hanska, che aveva puntualmente ragguagliato sui progressi de lavoro, poté annunciare: «Oggi Papà Goriot è finito».

  L’11 febbraio l’ultima parte del romanzo uscì nella Revue di Paris; e meno di un mese dopo, il 2 marzo, l’editore Werdet lo pubblicò in volume. Nelle edizioni posteriori, non si sa se per errore o per orgoglio, Balzac mise in calce all’ultima pagina del libro la data “Saché, settembre 1834”; che era piuttosto la data d’inizio che quella di conclusione del suo lavoro,

  Per l’edizione originale del 1835 Balzac volle scrivere una prefazione in cui rispondeva agli appunti che i critici gli avevano rivolo dopo la pubblicazione del romanzo sulla Revue de Paris. La prefazione cominciava con queste parole: «L’autore di questo schizzo non ha mai abusato del diritto di parlare di se stesso, che pure appartiene ad ogni scrittore». Certo, Balzac non parlava di sé in Papà Goriot e tuttavia in quest’opera, forse più che in altre precedenti e successive, riversò grandissima parte di sé.

  Non c’è opera d’arte che non sia in qualche modo autobiografica e Balzac è presente nel romanzo non soltanto con le sue massime, le sue invettive, le sue considerazioni sul mondo contemporaneo, ma anche con le sue esperienze umane. La vicenda stessa del protagonista riflette romanzescamente una situazione che Balzac dichiarò di avere attinto dalla realtà. «L’avvenimento che è servito da modello», scrisse infatti nel 1839, «presentava circostanze atroci, quali non s’incontrano neppure tra i cannibali; il povero padre ha gridato per venti ore d’agonia per avere da bere, senza che alcuno venisse in suo soccorso, e le sue due figlie erano l’una al ballo, l’altra a teatro, benché non ignorassero lo stato in cui si trovava il loro padre».

  Ma Balzac parla di sé, soprattutto, attraverso le parole, le azioni e le reazioni di Rastignac. Eugenio di Rastignac è evidentemente un Balzac di ventun anni, poiché al giovane provinciale il romanziere presta i propri ideali e le proprie ambizioni di conquistatore di donne, di salotti e di ricchezza. Il nome stesso fa da spia a questa identificazione, tanto più se si ricorda che in origine lo studente non doveva chiamarsi Rastignac, bensì Massiac. Se occorresse una conferma, ecco la testimonianza di un vecchio amico dello scrittore, Jules de Pétigny: «I primi e i migliori romanzi della Commedia umana, e cioè La pelle di zigrino, Papà Goriot, Il giglio nella valle, fanno apparire in primo piano un giovane che esordisce nella vita, un giovane più goffo che timido, col cuore pieno di ardenti desideri che si rivolgono alla prima donna incontrata e vanno a urtarsi contro i mille ostacoli materiali che le convenienze sociali oppongono agli amori dei novizi. Questo personaggio presentato con tanto candore è lo stesso Balzac, quale io l’ho conosciuto; e non dubito che la maggior parte dei passi falsi e delle piccole umiliazioni sofferte dal personaggio nelle sue esperienze amorose non fossero per Balzac altrettanti ricordi».

  I riferimenti autobiografici, sui quali si sono gettati come segugi i cultori di studi balzacchiani, sono innumerevoli. La famiglia Rastignac è una copia abbastanza fedele della famiglia Balzac: in entrambe c’è una sorella che si chiama Laura e alla quale si confidano le speranze in un alto destino; in entrambe c’è una madre alla quale si ricorre nei momenti di difficoltà finanziarie, anche se la madre di Rastignac è certamente più tenera di quella di Balzac; in entrambe c'è un fratello che si chiama Enrico. Come Rastignac, lo scrittore si è iscritto alla facoltà di diritto e ha conosciuto lo squallore delle pensioni borghesi. Se Rastignac trova la sua protettrice nella viscontessa di Beauséant, Balzac ha fatto il suo ingresso in società sotto gli auspici e grazie all’affetto di diverse dame, e in particolare di Laura de Berny, di Zulma Carraud, di un’altra Laura, la duchessa d’Abrantès, vedova di un maresciallo di Napoleone, e della marchesa Enrichetta de Castries.

  Ma il personaggio di Rastignac non basta allo scrinare per proiettare se stesso nel romanzo, e allora alio studente di legge si affianca uno studente di medicina, il buono, onesto e modesto Bianchon, che rappresenta l’altro ideale di Balzac: l’ideale di una vita appartata, silenziosa, oscura, spesa in una nobile missione umanitaria. Bianchon si appassiona alla frenologia proprio come ha fatto Balzac; e Bianchon ha uno dei suoi maestri nel naturalista Cuvier, che è anche uno degli idoli di Balzac insieme con Geoffroy Saint-Hilaire (il precursore dell’evoluzionismo, al quale Papà Goriot è dedicato).

  Sarebbe troppo lungo seguire in tutte le sue ramificazioni il filone autobiografico, ma mette il conto di segnalare ancora le curiose affinità, almeno potenziali, che legano Balzac all’ergastolano Giacomo Collin, alias Vautrin, alias Trompe-la-Mort. La figura del bandito che si ribella a una società «incancrenita», nella quale uomini meschini «lottano tra loro come ragni in un vaso», affascinò sempre Balzac. Già nelle opere giovanili, sull’esempio di Schiller e di Byron, egli aveva raccontato le imprese del conte Scelerone e del conte di Valdezzo (in Falthurne), e poi quelle del pirata Argow (nel romanzo omonimo), più tardi, nel 1833, aveva descritto il genio sinistro di Ferragus, ex forzato e capo dei Divoranti, in un episodio della trilogia La storia dei tredici. A vent’anni Balzac aveva sognato di asservire la società con un potere magnetico, e questa speranza continuò ad accarezzare, segretamente e ingenuamente, per tutta la vita. Nella maturità conobbe e ammirò il celebre Vidocq, l’ex ergastolano salito al grado di capo della polizia, del quale probabilmente invidiò il destino. D’altronde, Balzac ammetteva (ed è un’ammissione geniale e illuminante) che lo scrittore è potenzialmente «un criminale, capace di concepire il crimine, o di evocarlo e contemplarlo». Infine, per una certa somiglianza anche fisica col forzato di Papà Goriot, gli amici chiamavano il romanziere «caro Vautrin».

  Da questi pochi cenni si può già intravedere quanto fossero tumultuosi i tempi di Balzac, quanto varie e talvolta avventurose le sue esperienze. Non sarà fuor di luogo ricordare che lo scrittore aveva visto la luce nell’anno stesso in cui Napoleone ritornò dall’Egitto e si fece padrone della Francia col colpo di Stato del 18 brumaio; che era stato studente di liceo nell’anno di Waterloo; che visse la giovinezza sotto Luigi XVIII e Carlo X; che entrò nella maturità mentre scoppiava la rivoluzione liberale del 1830 e Luigi Filippo regnava tra tumulti, sommosse e saccheggi; che assistette alla rivoluzione del ‘48 e alla nascita della Repubblica. L'arco della sua vita, compreso tra il 1799 e il 1850, coincide quindi con uno dei periodi più agitati della storia di Francia e d’Europa.

  Intrighi, congiure, scandali, grosse affaires giudiziarie, patrimoni rapidamente costruiti e rapidamente distrutti, personaggi che salivano dalla polvere all’altare e precipitavano dallo splendore nella miseria: tutto questo faceva parte dell’atmosfera che Balzac respirò e che lo ispirò. I suoi sogni ambiziosi erano possibili e plausibili soltanto in una simile temperie; ed egli cercò di realizzarli nei modi più diversi, ora affidandosi alle regine dei salotti parigini, ora tentando avventure speculative (una fabbrica di caratteri da stampa, la fondazione di effimere imprese editoriali, un tentativo di sfruttare le miniere d’argento della Sardegna), ora battendosi clamorosamente per la causa della giustizia (l’inutile campagna per salvare il notaio e scrittore Peytel, condannato a morte per l’uccisione della moglie e di un cameriere).

  Tra le molte vicende sentimentali, la più duratura e patetica è quella con la polacca Evelina Hanska, con la quale tenne una lunga corrispondenza a partire dal 1832. Balzac vide “la straniera” per la prima volta nel 1833 in Svizzera, la ritrovò a Vienna nella primavera del 1835 e fu di nuovo accanto a lei, dopo otto anni di lontananza, a Pietroburgo. Dopo averla accompagnata in lunghi viaggi attraverso l’Europa, la sposò finalmente in Ucraina, il 14 marzo 1850, pochi mesi prima della morte.

  All’autore di Papà Goriot doveva essere negata la gioia della paternità, o almeno di una paternità palese e ufficiale. Dalle sue relazioni ebbe forse due figli, nati rispettivamente nel 1834 e nel 1836, e cioè proprio negli anni di Papà Goriot: la misteriosa Maria, alla quale dedicò Eugenia Grandet, e Lionel-Richard Guidoboni-Visconti, dato alla luce da una signora inglese, Sarah Lowell, contessa Guidoboni- Visconti; ma in entrambi i casi dovette serbare per sé il segreto della paternità. Nel 1846, infine, Balzac aspettò trepidamente la nascita di un figlio dalla signora Hanska; ma il bambino, che avrebbe dovuto chiamarsi Victor-Honoré, nacque morto.

  Nell’attesa di quel piccolo Victor-Honoré il romanziere aveva scritto alla “straniera”: «Mi sembra di avere nel cuore, nelle vene e nella testa vita, coraggio e felicità per tre». Erano parole degne di papà Goriot, che accomunava il proprio destino a quello delle due figlie gridando: «Io vivo per tre».

  Sul tema della paternità Balzac si era già soffermato nei suoi primissimi romanzi, un po’ per istinto, un po’ perché lo attiravano i nodi drammatici impliciti in questa condizione, un po’ per la suggestione di illustri modelli letterari, primo fra tutti Re Lear. (Alcune battute del re shakespeariano sono ripetute quasi testualmente da papà Goriot, un padre tanto più infelice perché gli è negato il conforto di una Cordelia).

  Quando Papà Goriot fu pubblicato, la fama di Balzac si era ormai consolidata e il suo pubblico andava facendosi sempre più numeroso. Il romanzo fu accolto dai lettori con tale favore, prima come feuilleton e poi in volume, che Balzac poté abbandonarsi all’entusiasmo nel descrivere alla signora Hanska il successo ottenuto. Una misura di questo successo è data dal fatto che nell’aprile del 1835 andarono in scena contemporaneamente, e in concorrenza tra loro, due pièces intitolate Le père Goriot, nelle quali la materia del romanzo era stata manomessa liberamente dai rispettivi autori, che facevano le più ampie concessioni alla legge del “lieto fine”.

  Non altrettanto favorevole fu l’accoglienza dei critici. Alcuni accusarono Balzac di plagio per le affinità esistenti tra il suo romanzo e un dramma di Charles-Guillaume Etienne, I due generi, che veniva spesso rappresentato intorno al 1830; altri osservarono che la sfida di Rastignac a Parigi, nell’ultima pagina, lasciava l’azione in sospeso e la sorte di alcuni personaggi indefinita; altri ancora sostennero che la narrazione era disuguale nel ritmo e cedeva volentieri all’esagerazione. Tutti questi rilievi non toccarono Balzac, mentre lo ferirono e amareggiarono quelli riguardanti la presunta immoralità del romanzo. In particolare gli si rimproverava di aver tolto alla paternità «il suo diadema», di avere attribuito a papà Goriot una «debolezza ridicola, pietosa e stupida»; e, più in generale, di avere dato della società parigina un’immagine falsamente crudele, esagerandone la corruzione e compiacendosi di scoprirne le piaghe. «La maggior parte delle donne», scriveva un critico, «sono tre o quattro volte adultere. Quanto agli uomini, essi sono, come si può immaginare, i degni maschi di queste femmine».

  Balzac fece mostra di non accorarsi troppo di questi rimproveri, proclamando che non poteva «prendere sul serio osservazioni ridicole», né «armarsi di un’ascia per uccidere delle mosche». Che bisogno c’era di «render conto alla Critica, questa vecchia parassita dei festini letterari, che è scesa dal salotto per andare a sedersi in cucina»? Ma, nonostante l’ostentazione di indifferenza, le ferite dovevano dolere, se Balzac non poté fare a meno di esporre la propria difesa in due successive prefazioni a Papà Goriot.

  Nella prima, dopo aver rovesciato sugli avversari tutto il sarcasmo di cui era capace, pubblicò un curioso specchietto statistico per dimostrare che fra tutti i suoi personaggi femminili quelli “virtuosi” erano in maggioranza rispetto ai “criminali”: su sessanta donne, trentotto appartenevano al primo gruppo. Il risultato di questo suo «esame di coscienza» era dunque lusinghiero per la società; ma Balzac si diceva disposto a fare di più, e cioè a dedicare un suo prossimo libro (Il giglio nella valle) alla storia di una moglie d’irreprensibile virtù: «Quando l’autore avrà dipinto la donna virtuosa, della quale inizierà la ricerca in tutti i boudoirs d’Europa, gli si renderà finalmente giustizia; e i rimproveri cadranno da sé».

  Nella prefazione aggiunta per la seconda edizione, scrisse ancora: «L’autore sapeva bene che era scritto nel destino di papà Goriot di dover soffrire nella sua vita letteraria come aveva sofferto nella vita reale. Poveruomo. Le figlie non lo volevano più riconoscere perché si era ridotto alla miseria; e i giornali l’hanno rinnegato anch’essi col pretesto dell’immoralità». E rivendicò il diritto di rappresentare la realtà qualunque fosse, piacesse o non piacesse ai moralisti: «L’autore non è morale o immorale ... per un proposito deliberato. Il piano generale che unisce le sue opere tra loro ... lo obbliga a dipingere tutto».

 

 

  Giancarlo Franceschetti, Ancora su “Le Chef-d’oeuvre inconnu”. Per un ricupero del protagonista, «Studi Francesi», Torino, 36, Anno XII, fascicolo 3, settembre-dicembre 1968, pp. 419-433.

 

  [...] credo opportuno fondare ora, sulla già adombrata ricostruzione del racconto, una illustrazione critica la quale, polarizzandosi sul protagonista, faccia risaltare gli errori commessi dal narratore sia nella prospettiva, sia nella condotta del racconto (al quale nuoce soprattutto l’alternanza di reticenze e verbosità calcolate), sia nello scolpire i caratteri, sia nel distribuire sostanze e accidenti. Insomma, Balzac è venuto meno alla più doverosa ed elementare sincerità in un’opera dominata da un protagonista titanico, il ricupero del quale a me pare possibile e perfino sensazionale, data la sua vitalità autentica, purtroppo sbiadita e snaturata in una creazione inibita — ripeto – e cripto-libertina che appare diversa da quella che è.

  Ogni qualvolta, quasi per uno scrupolo di verifica, rileggo Le Chef-d’oeuvre inconnu per riscontrare la parabola, il significato e la catastrofe del racconto nella ricostruzione da me proposta, mentre, sul piano esegetico c specialmente su quello psicologico, vedo finalmente a posto le disperse tessere del metaforico mosaico sul piano della critica estetica, invece, si rinnova in me un senso di sorpresa da mettere a carico di Balzac. [...].

  Ma rassegniamoci all’idea che nello Chef-d’oeuvre inconnu solo il protagonista è un tipo umano riuscito, e prescindiamo dagli altri, esattamente come, davanti ad un ritratto deliberatamente messo a fuoco in fotografia, usiamo prescindere dagli elementi di sfondo o paesaggio (o magari da altre persone) che appaiono vistosamente sfocati. Comunque sia, dicevamo che inizialmente la messa a fuoco è tutta per Poussin. Per l’eroe quasi fanciullo, trepidante e postulante, Balzac parteggia nelle prime due o tre pagine, il che non è poco nell’economia di un racconto di ventisei pagine. Il narratore riesce a farci condividere le ansie dell’esordiente in un’aura artefatta di mistero perché si diffonde, indugia, approfondisce con accurate e pensose didascalie psicologiche e moraleggianti, in cui, oltre ad insoliti e compiaciuti calligrafismi di stile, sentiamo vibrare sottintesi autobiograficamente allusivi. [...].

 

 

  Giovanni Macchia, Il cammino di Balzac, in Honoré de Balzac, La Commedia umana ... cit., pp. IX-XXXIX.

 

  Cfr. 1967: Balzac e la strada del romanzo.

 

 

  Gianni Nicoletti, Introduzione, in Honoré de Balzac, Memorie di due giovani spose ... cit., pp. 5-22.

 

  Le premesse dell’antropologia di Balzac erano semplici, elementari. Si paragonò a Buffon: come vi sono specie zoologiche, così vi sono specie sociali. Ma in quelle, diceva, mancano la distinzione e l’evoluzione, mentre fra gli uomini costumi e abitudini sono sempre assai diversi, e si modificano «au gré des civilisations». Ammessa la differenza, che è un salto qualitativo, volendo osservare e narrare la molteplice varietà della condizione umana, e soprattutto quella complessa dell’ottocento francese, c’era da galoppare dietro ogni mutamento, fra l’accavallarsi di storie grandi e piccole, personaggi intravisti o studiati a fondo, cause ed effetti, azioni e reazioni, sfumature e forti contrasti. Balzac vi consumò immensa energia. Aprì profondi squarci nel fluido formicolio di cose e persone, nella «commedia» del vivere ammassando i fatti e volendoli descrivere «comme ils sont».

  Se perciò i Mémoires de deux jeunes Mariées costituiscono forse uno dei romanzi più lineari di Balzac, possono essere considerati e compresi solo nell’ambito del grande «catalogue» che l’autore concepì, e che doveva riunire centotrentasette opere nel trittico Etudes de Moeurs, Etudes philosophiques e Etudes analytiques, attraverso le scene della vita privata, della vita di provincia, parigina, politica, militare e di campagna. I Mémoires sono il sesto romanzo della prima parte, Etudes de Moeurs, del primo libro o Scènes de la Vie privée. La loro cronologia appartiene al sesto secolo che la Comédie humaine abbraccia, — dal 1308 al 1846 — e precisamente agli anni 1823-1833 del regno di Charles X. I luoghi dell’azione sono a Parigi e nella Vallée de Géménos, in Provenza. L’argomento storico e sociale è quello del matrimonio, di cui si narra pure nel Contrat de Mariage, in Petites Misères de la Vie conjugale e nella Physiologie du Mariage. Cioè pure questo romanzo, come tutti, si spiega soltanto come parte di un’architettura omogenea per intensità e ampiezza, eterogenea nella molteplicità dell’articolazione. Racconta il momento particolare di una vita privata, ma che è quale il periodo storico incita a vivere. Ogni uomo è posto nel sistema in cui fu imprigionato dalla nascita. In esso esiste, fuori di esso o sogna, o si ribella, talvolta muore. Balzac cercò di individuare quale fosse il sistema del momento storico. Ogni suo scritto allargava lo squarcio dell’indagine ben intrecciata e concentrica.

  Strumento fondamentale dell’orchestrazione (o della «cattedrale», come Balzac si compiacque di dire con fervore ieratico e romantico) fu, come è noto, il «ritorno» dei personaggi, il metodo dei «personnages reparaissants». Ognuno di essi doveva essere centro della propria vicenda, almeno comparsa nella vicenda altrui, e costituire in un romanzo il punto focale dell’analisi microscopica, o transitare nel romanzo successivo se non altro come una figura intravista con la coda dell’occhio. La prospettiva di una simile tessitura, forse pensata nel 1833 e in atto dal 1835, gli diede il brivido del grande scopritore o (come avrebbe dichiarato) il sentimento della genialità; e non ostante le illustri obiezioni di Sainte-Beuve, priva di questo intreccio tendente all’infinito, la Comédie humaine sarebbe stata senza dubbio un fatto letterario assai minore. Se il settecento aveva scavato induttivamente nell’individuo attraverso l'interminabile duetto epistolare, l’ottocento faceva i primi passi nel romanticismo corale e «sociale». Sotto il patrocinio dantesco la commedia tumultuava immensa, e il commediografo si affannava a starle dietro, teso a non perdere nè il senso del particolare nè il senso del generale. Vi poneva tutta la vita, la propria e l’altrui, il secolo, l’ambiente, la cultura e la nazione. Dall’oggetto minimo risaliva all’universo.

  Questi Mémoires non fanno eccezione anche se i personaggi principali, le «deux jeunes mariées», sono soltanto due. Un peccato d’origine, sembra, fu la corrispondenza con la contessa Guidoboni Visconti, l’ardente Frances Sarah Lovell sposa di un mite aristocratico milanese, che compensando lo sgarbo della sofisticata Marquise de Castries smise di resistergli nella primavera del 1835 (la contessa, «lily of the valley », fu certo collaboratrice del titolo balzacchiano Le Lys dans la Vallée, meno probabilmente del bel giovane Lionel-Richard Guidoboni Visconti, nato il 29 maggio 1836 a Versailles, che va collegato piuttosto al conte Lionel de Bonneval). Ma mentre la composizione del Lys dans la Vallée sta tra il giugno e l’ottobre del 1835, i Mémoires furono scritti dal novembre del 1841 al gennaio seguente, per cui altre figure femminili avevano avuto il tempo di mischiarsi al peccato primario: non fossero che Caroline Marbouty, compagna del viaggio a Torino, che incantò Gazzera, la Marchesa di Barolo e perfino Silvio Pellico, o la stessa Mme Hanska, per tranquillizzare la quale Balzac aveva bisogno di lettere sempre più copiose; d’altronde, non bisogna dimenticare le sorelle di Balzac, Laure e Laurence, — la prima lo aiutò veramente — e Mme Zulma Carraud. Anche la scenografia trasmutava, nel crogiuolo dello strepitoso alchimista, e per esempio «les Jardies», — la proprietà di Sèvres acquistata tra il 1837 e il 1839 — diventarono la «bastide» di Mme de l’Estorade. Le facoltà mnemoniche, in Balzac, unificavano ogni cosa.

  Naturalmente, con l’aiuto di qualche eccitante. Balzac non era raffinato e pronto al rischio dello stupefacente come Baudelaire, e si contentava del caffè. Con la sua «cafetière-veilleuse», diceva, «les souvenirs arrivent au pas de charge», accompagnati dalla «cavalerie légère des comparaisons» e dall’artiglieria della logica. Il romanzo si articolava su diramazioni e collegamenti di altri romanzi, si estendeva distendendosi, aspirando alla continuità perenne se non infinita. Oggi, allenati alla secchezza e all’impoverimento, siamo stupiti da tanta energia «prometeica». E invero, solo il tempestoso meriggio romantico poteva non dico riuscire nell’impresa, ma almeno tentarla.

  Si sa che la «cattedrale» non fu costruita senza inconvenienti. Non vi sono soltanto errori di cronologia nei fatti; la vita di alcuni personaggi non coincide sempre, a seconda delle opere in cui vi si allude, qualcuno addirittura muore e risuscita. Per restare a un caso dei Mémoires, la Duchesse de Chaulieu ha di volta in volta più di quarant’anni nel 1821, trentotto nel 1824, addirittura cinquanta nel 1829. Anche se, come dice Fernand Lotte che ha trattato a fondo la questione, «il est admis que l’on ne précise jamais l’âge des jolies femmes», bisogna riconoscere che il demiurgo aveva momenti in cui il caos gli prendeva la mano.

  Per fortuna abbiamo il repertorio del medesimo Fernand Lotte (allegato all’undicesimo volume dell’edizione Pléiade), che si aggiunge al repertorio di Cerfberr e Christophe e permette di seguire ogni filo della trama, dal suo comparire allo scomparire, he due giovani spose che in particolare qui interessano sono Renée de Maucombe e Louise de Chaulieu, e la loro anagrafe non è tra le più complicate ma neppure semplice. La prima nasce intorno al 1803, figlia del Comte de Maucombe, nobile marsigliese perseguitato tra il 1793 e il 1793 (se ne parla nelle Illusions perdues), e sorella di Jean, diventa Comtesse de l’Estorade sposando con un «mariage de raison», nel novembre del 1823, Louis Comte de l’Estorade, figlio di un avaro gentiluomo provenzale. La seconda appartiene a una illustre famiglia «du faubourg Saint-Germain», figlia di Henri e di Eléonore, sorella di Alphonse e del Marquis de Chaulieu, sposa in prime nozze Felipe de Macumer, in seconde nozze il poeta Marie Gaston, e muore suicida a trent’anni. Come si vede da questo sommario stralcio, le due vite traggono altre vite parallele, contrapposte o coincidenti.

  E ogni vita traversa più di un romanzo. Eléonore duchesse de Chaulieu s’incontra non solo nei Mémoires, ma in Modeste Mignon, nel Cabinet des Antiques, nel Bal de Sceaux, in Eugénie Grandet, in Splendeurs et Misères des Courtisanes, nei Secrets de la Princesse de Cadignan. Il marito duca Henri de Chaulieu è presente pure nei medesimi romanzi, inoltre in Les Employés, in Albert Savarus, Béatrix, La Muse du Département. Gli accostamenti non sono utili solo per la linea cronologica dei fatti, ma per i caratteri, la psicologia, la storia del costume. Da Modeste Mignon sappiamo che nelle vene di Eléonore scorre il sangue di Maria Stuart, dal Bal de Sceaux che «regnava» su Parigi, o che poteva permettersi di regalare all’amante Canalis un «beau coffre d’ébène incrusté de nacre, et garni de fer travaillé comme de la dentelle», proveniente dal re di Spagna e già appartenuto al papa Leone X, che era appassionata, violenta, vendicativa, o che era ancora bella (o «ben conservata») a cinquantasei anni. Si faccia attenzione a questi precedenti. Non solo sarà più chiaro il modo di vivere e di amare della protagonista Louise de Chaulieu, figlia di Eléonore, ma si comprenderà esattamente quanto Balzac sostiene nell’Avant-propos alla Comédie humaine, che l’uomo nasce «avec des instincts et des aptitudes». Il mondo romanzesco-romantico di Balzac include molta fede in una sorta di trasmissione magnetica e animale, deterministica almeno in parte, di specie analoga alla sua fede nel mesmerismo.

  L’articolazione genealogica che dà forma a Renée de Maucombe è invece molto semplice. Del padre, dicevo, si parla nelle Illusions perdues e in Modeste Mignon, oltre che in questi Mémoires. Della madre soltanto nei Mémoires, e così del fratello Jean. Anche ciò è spiegabile, o come vedremo spiega Renée. Tra una famiglia di antica stirpe, storia, civiltà, e una famiglia di nobili campagnoli provenzali e «razionali», c’è una differenza che dà il tono all’epistolario fra le due giovani. La seconda ha pochi antenati e crescerà, — farà la propria storia — con la volontà e una scelta misurata, mentre la prima vivrà di rischio, passione e sventura. Sainte-Beuve deplorava «l’inextricable lacis des corridors de certaines mines ou catacombes» in cui il lettore rischia di perdersi. In realtà (tornando ancora alle opere in cui si incontra la duchessa Eléonore de Chaulieu) bisogna tener conto che Balzac scrive Modeste Mignon nell’aprile-luglio del 1844, il Cabinet des Antiques tra il marzo del 1836 e l’ottobre del 1838, o Splendeurs et misères des Courtisanes tra il 1838 e il 1847; Balzac, per prometeico che fosse, non poteva concretizzare tutte le sue intenzioni. Ma leggerne un’opera senza non diciamo conoscere, almeno intuire tutta la «cattedrale», sarebbe non un torto allo scrittore bensì una privazione del lettore.

  Balzac anticipò, in fondo, un esperimento modernissimo: a suo modo, una lettura molteplice della Comédie humaine. Eléonore de Chaulieu ama Melchior baron de Canalis, personaggio dai complessi riferimenti, che nel Cabinet des Antiques ha per donna schermo la Marquise d’Espard, nella cui casa Louise de Chaulieu, moglie di Macumer, conoscerà il futuro secondo marito Marie Gaston; a sua volta, quest’ultimo è figlio adulterino di lady Brandon, di cui si parla in La Grenadière ... Cioè, preso un qualsiasi filo della trama, dovrebbe essere possibile risalire per lunghe tortuosità ai mille capi del groviglio. Non è un caso se fu tanto cara all’ottocento romantico l’immagine del serpente. Si voleva un’indagine completa sulla vita sociale, in cui i legami di corsi e ricorsi sembrano sciogliersi a ogni colmo, e invece si snodano in nuova giuntura.

 

*

 

  È possibile passare adesso a qualche breve osservazione che riguardi particolarmente i Mémoires de deux jeunes Mariées. Il romanzo, pubblicato su «La Presse» dal primo novembre 1841 al 15 gennaio del 1842, poi in due volumi presso Souverain nel 1842 con la dedica a Georges (sic) Sand e una breve prefazione, infine nel secondo tomo della Comédie humaine senza la prefazione, era stato annuncialo fin dal 1834 come Mémoires d’une jeune Mariée. Qualcuno ha pensato che avesse rapporto con un’opera progettata, Soeur Marie des Anges, di cui rimangono pochi frammenti. Il risultato fu complesso ma non intricato. Prima avvertenza e che appartiene al genere epistolare, così di moda durante il secolo precedente.

  Balzac è cosciente di questa «novità», e nella Préface poi eliminata (porta la dicitura «aux Jardies, mai 1840») scriveva che la pubblicazione di una corrispondenza era «chose assez inusitée depuis bientôt quarante ans». Egli adotta tuttavia il medesimo artificio di quarant’anni addietro, dichiarandosi semplice curatore di documenti riscoperti e solo in parte corretti e «arrangés». Non si trattava di rinnovare una consuetudine. Nell’Avant-propos alla Comédie humaine Balzac aveva parlato di «histoires», «histoire des moeurs», «histoire du coeur humain». Rifacendosi pure per ciò al diciottesimo secolo, il romanziere dichiarava apertamente e in modo programmatico la volontà di essere storico e non mero «poeta» dei fatti della vita intima. Inoltre il genere epistolare offriva il consueto vantaggio (quello medesimo che aveva spinto gli scrittori del settecento ad adottarlo con tanta frequenza) di un’approfondita indagine delle variazioni emotive del soggetto nel rapporto con gli altri, di molteplici chiarimenti «autobiografici» o pseudoautobiografici, di riconoscimenti e confessioni.

  La forma epistolare era perciò la più confacente all’indagine che Balzac intendeva condurre con questi Mémoires, i quali configurano attraverso la dialettica delle lettere due specie di matrimoni, quello costruttivo, «raisonnable» e «philosophique» di Renée de Maucombe, — come dicevo — e quello passionale, avventuroso e fantasioso, di Louise de Chaulieu. Lo scrittore cercò di essere imparziale, anche se l’uomo (o il romantico che recitava la sua parte) scrisse a George Sand: «J’aimerais mieux être tué par Louise que de vivre longtemps avec Renée». A volte pare anzi che le due donne siano facce dell’unico dilemma bifronte, riflessivo e intuitivo, della letteratura francese: lo dichiara Renée nel capitolo XVIII, chiedendo all’amica: «Entre nous deux, qui a tort, qui a raison?», e rispondendosi che forse avevano ambedue torto e ragione nella medesima misura. D’altronde non il solo caso, — Vigny fu esplicito — in cui i personaggi si spartiscono equamente due fondamentali interpretazioni della vita nel diciannovesimo secolo. La dialettica di mente e cuore significa alternativa di critica e poesia, analisi e sintesi, prudenza e rischio. Socialmente, è scelta tra amore matrimoniale e matrimonio d’amore.

  A questo proposito il discorso potrebbe essere molto lungo. Renée, nel medesimo passo cui si accennava, aggiunge amaramente che la società vende ad alto prezzo «nos dentelles, nos titres et nos enfants». Senza volere attribuire a Balzac una coscienza sociologica (morì legittimista, con il disappunto di Victor Hugo), rappresentò con pochi scrupoli la crisi dei tempi di Louis XVIII, Charles X e Louis-Philippe, officina dei dolori e dei disastri successivi. Anche nel caso di questo romanzo la diagnosi è esatta. A ragion veduta la fantasia è aristocratica e cittadina, — parigina — come Louise de Chaulieu, mentre l’oculatezza e provinciale come Renée. Per conseguenza (e l’osservazione è importante) la fantasia ha vita intensa ma breve, l’oculatezza è costruttiva. Sembra che Balzac osservi non sempre suo malgrado come l’aridità e la secchezza siano infinitamente più produttive dell’ardore generoso. Infatti Louise muore giovane e suicida, Renée diventa a sua volta «reine de Paris», ed è ancora in ascesa nel 1841. Qual è la «morale» della favola?

  Si potrebbe pensare soltanto a una idealistica involuzione delle idee come causa prima e dommatica. Bisogna invece tenere presente il senso di una società il cui sforzo confluisce al capitale. In quest’ordine di fatti economici, prevalenti e brutali, non c’è posto per le divagazioni «superflue», e conta soprattutto la solidità accumulatrice, mèta cui bisogna convogliare tutte le forze biologiche a disposizione. L’amore autonomo e puro, lo splendido feticcio dei «coeurs sensibles» (di cui non mancano precedenti settecenteschi), è temibile come un pericoloso diversivo. Naturalmente la poesia, la lirica, che appartengono allo stesso moto eccentrico rispetto al capitale, sono considerate ugualmente rovinose, e vanno ostacolate, quanto meno isolate. Questa è la ragione per la quale amore, poesia e morte costituiscono il trittico Il più frequente nella produzione artistica del romanticismo. Il poeta è suicida nella letteratura e talvolta nella realtà. L’innamorato è soggetto alla sventura, conseguenza della sua dissennatezza.

  Ogni comportamento libero, il cui scopo sia concretizzare una conquista indipendente dalla ricchezza, è per necessità antisociale.

  La sostanza implicita della reciproca contestazione fra le due amiche è quindi conforme a questo drammatico contrasto sociale. «Ce que j’ai lu de la littérature moderne roule sur l’amour, le sujet qui nous occupait tant, puisque tonte notre destinée est faite par l’homme et pour l’homme», dichiara Louise dal principio. E ben presto mette alla prova l’«impegno».

  Innamorata del suo insegnante di spagnolo, che poi risulta essere il duca di Soria e barone di Macumer, architetta un complesso meccanismo di sottile conquista, di specie feudale e cortese, per cui ottiene non solo passione, ma adorazione. Quasi uno spasimo «lirico» cresce fino al matrimonio, coronamento di un sentimento «autonomo» e «puro», in cui ogni interesse economico e razionale è accantonato. Alla perfetta simbiosi manca «solo» la maternità, vagamente sostituita da un viaggio in Italia. Poi la prima catastrofe, la morte di Macumer, con l’angosciato rimpianto: «Et pas d’enfant de lui!». Quando Louise si riprende, con gesto spontaneo liquida la proprietà assicurandosi solo una rendita, e con significativo rovesciamento giudica gli affari «fardeau», «ennuis», «mécomptes», «pertes pour une veuve de vingt-sept ans». In quest’ordine nuovo, e finanziariamente sconclusionato, prorompe il secondo amore, addirittura e su due piedi per un poeta, il quale pensa che il genio sia il più rapido mezzo di fortuna («n’est-ce pas à en rire pendant vingt-quatre heures?»). Louise vuole sperimentare la seconda grande variante dell’amore, sentire la passione dopo averla ispirata, sposare Marie Gaston dopo Felipe Macumer. L’ebbrezza salirà al colmo, — «inebriatevi», raccomandava Baudelaire caldamente — fino alla conclusione, la morte prematura e per mezzo del male tipicamente ottocentesco, la tisi, contratta volontariamente. Lo strano è che il tradimento di Marie Gaston esisteva solo nell’immaginazione di Louise, sta pure col concorso di apparenze contrarie. La fantasia giuoca pessimi scherzi ai poeti e agl’innamorati.

  La controparte Renée de Maucombe, contessa de l’Estorade per volontà di Dio e soprattutto dei genitori, è destinata (come già dicevo) a salire invece molti gradini della scala sociale, aiutata dalla pazienza, dal rigore cattolico e dal ragionamento economico. Il suo personaggio non manca di problematicità, che tuttavia ella sa sapientemente coordinare. Appena uscita dal convento sposa il figlio del vecchio gentiluomo avaro, e lo trasforma prima in marito e poi, negandosi a lui per qualche tempo e ricostruendone il fisico malconcio dopo la prigionia in Russia, in amante. Dal canto suo, Renée non ama ma in un certo senso amerà; ha una visione della vita femminile prolifica e individualista («je ferai mes dieux de mes enfants e (sic) mon El-Dorado de ce coin de terre»); decide sempre la felicità dell’intera famiglia. Quindi è preoccupata sin dall’inizio per la scapigliatura di Louise, che avverte chiaramente: l’amore ha per scopo il piacere mentre il matrimonio «se propose la vie». D’altronde, Renée inganna un poco il marito, «fatuo» al punto da credersi amato come se non fosse il ... marito. È vero che ha dalla sua un’osservazione sostenibile, che fra due creature può morire la passione ma non la tenerezza. Non manca però di aridità, anche se a un certo punto si fa sociologa, dichiarando che giustamente la società sacrifica la Donna alla Famiglia.

  Ed è proprio questa, — per concludere — la morale della favola. Louise replica prima: «le mariage rend philosophe?»; poi ammette ironicamente «que c’est être honnête que de tromper», chiedendo fino a qual punto la virtù possa essere calcolo. La discussione diventa dibattito culturale, poiché mentre Louise leggeva Corinne Renée leggeva Bonald. Nella sua opera di demolizione dei principii rivoluzionari, la donna era per Bonald mero strumento intermediario tra il padre e il figlio, come i ministri trasmettono il potere del re al popolo e come il figlio di Dio comunica il verbo divino alla materia creata della cattolicità. Con questa trilogia la controrivoluzione era completa, il principio di autorità salvo e ben conservato, la deduzione dommatica del potere monolitico e antilibertario rafforzata.

  Unico dubbio è che non fosse all’origine un discorso di natura «metafisica», un rassodamento della religiosità, bensì un risultato aritmetico della politica borghese che una volta ancora aveva bisogno di piccoli nuclei sociali ordinati e convergenti verso l’accumulazione della privata proprietà. Non c’era posto, ovviamente, per l’infinita espansione degli esseri e delle cose volute dai poeti. Adeguandosi, Renée riconosce ben presto di condurre una vita monotona e «reglée à la manière d’une vie de couvent», di avere «les réalités du ménage» e non «les illusions de l’amour». Ma accetta e teorizza la «falsità» indispensabile alla donna, se per falsità s’intende «le calcul nécessaire de l’avenir». Ciò che importa è la famiglia, e non è depravazione «la sagesse de l’épouse qui veille à ce que la famille ne se ruine pas par elle-même».

  La medesima Renée confessa il suo atteggiamento controrivoluzionario contrapponendo le leggi sociali (della borghesia) alle leggi naturali. Dice esplicita: «La loi naturelle et le code sont ennemis». Balzac aveva espresso le medesime idee nell’Avant-propos; la società non guasta l’uomo come pretendeva Rousseau, bensì lo perfeziona, e intende la società retta dai «due» principii «eterni», la religione e la monarchia. La fine di Louise (bisogna confermarlo?) era perciò inevitabile. Se ne trova un preannuncio all’inizio del romanzo, quando scrive a Renée che restando nel mondo farà cose che potranno parere sciocche, «car il m’est impossible d’accepter ce que je vois». Lo conferma nell’ultima lettera: «n’étais-je pas un feu follet de femme destinée à s’éteindre après avoir brillé?». Si dichiara sconfitta pronunciando le ultime parole, riferite da Renée, siccome «commençant le (sic) vie conjugale par une ardeur extrême, elle ne peut que décroître». È la vittoria dei «rapporti coniugali», e come dice Wurmser i rapporti coniugali «sont des rapports de propriété».

  Per Balzac ogni amore che non implichi la società è destinato al fallimento; non è possibile soddisfare l’anima senza appagare l’interesse. La società in cui vive poggia le proprie fondamenta sul commercio e sull’interesse. Non v’è possibilità di modificarla o di uscirne se non con la separazione e la morte.

  Era una diagnosi dura. Tuttavia l’unica che possa spiegare la dialettica dell’ottocento francese, la successiva crisi della poesia, il rifiuto sociale, collettivo, dell’artista «maledetto», il suo morboso spirito di isolamento. All’ultimo atto della commedia occidentale, dopo alcune nobili e vane sortite, la favola si consumò interamente come la meravigliosa impossibilità della speranza.

 

 

  Laura Padellaro, Balzac lo proclamò «re della musica», «Radiocorriere TV. Settimanale Della Radio e della Televisione», Torino, Anno XLV, n. 40, 29 settembre-5 ottobre 1968, pp. 38-39.

 

  p. 38. Gioacchino Rossini fu proclamato «re della musica» da Balzac, il quale occupava un posto fisso all’«Opéra», nel famoso «palco delle tigri» dove sedevano intellettuali e nobili francesi «inamovibili». Balzac amava di Rossini la bontà, la pigrizia, il genio; e spese un po’ della sua fantasia pur di allettare il musicista, assai sensibile ai riti gastronomici, con giocondi banchetti.

 

 

  Carlo Pellegrini, Balzac, in Romanzieri francesi, inglesi e russi dell’800, Roma, Eri classe unica, 1968, pp. 40-44.

 

  Cfr. 1955.



  Anna Maria Rubino, Adolphe de Custine visto dai contemporanei, in Alla ricerca di Alphonse de Custine. Sei studi con documenti inediti, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1968 («Quaderni di cultura francese», 10), pp. 11-26.

 

  pp. 18-20. E certamente il complimento che più dovette toccar Custine sarà stato quello (invero esagerato) fattogli da Balzac a proposito de L’Espagne: «Vous êtes le voyageur par excellence (...). Vous êtes aussi spirituel que Beyle et plus clair, sans énigmes, plus social».29 Ma proprio perché eccessivo, lelogio sembra dar credito a quel sospetto per cui le «flatteries ingénieuses déguisaient un appel à la bourse du Marquis» 30. L’argomento, da non sottovalutare, lascia perplessi e incerti sull’autenticità della stima testimoniata da Balzac a Custine. A ciò si aggiunga che l’articolo che egli scrisse su Le Monde comme il est, fu sollecitato dalle pressioni di Mme d’Abrantès (in quel momento molto legata a Custine), la quale anzi ne pretese una seconda redazione non avendo ritenuta la prima sufficientemente elogiativa 31. Bisogna riconoscere d’altra parte che Balzac non prescinde neppure dalle critiche; già a proposito de Le Monde egli aveva scritto a Custine: «... il y a matière à critique», anche se dopo aveva aggiunto: «Le livre est d’une incontestable supériorité, trop de supériorité même, il sera la lecture favorite de ceux qui dégustent, des hommes d’élite»32. E lo stesso giudizio di «incontestable supériorité», ribadito nell’articolo scritto per il romanzo, verrà lì preceduto dall’accusa di avervi voluto «justifier le suicide»33. A complicare il rapporto Balzac-Custine interviene ancora un altro personaggio, Mme Hanska che, come ha ampiamente messo in luce il Luppé, non fu estranea all’evoluzione sia positiva, sia negativa, dell’atteggiamento di Balzac nei confronti di Custine. Se infatti in un primo tempo il fatto che Custine avesse incontrato l’Etrangère a Vienna (maggio 1835) e fosse venuto a conoscenza del loro segreto non fece che aumentare le simpatie di Balzac, la reazione suscitata presso il governo zarista in seguito alla pubblicazione de La Russie, gli fece ritenere compromettente per la sua amica un’ammirazione apertamente denunziata tanto da fargli rinunziare di dedicare il Colonel Chabert all’ormai pericoloso autore 35. Nel luglio del 1843 si recherà a sua volta in Russia con l’intenzione (o l’incarico) di «réfuter Custine» e tirando quindi le somme, evidentemente poco positive del suo soggiorno, pare abbia detto: «J’ai reçu le soufflet qui était destine à Custine» 36.

 

 

  Note.

 

  29. Balzac, Correspondance, Paris, Garnier, III, p. 426.

  30. Cfr. P. de Lacretelle, introd. citata, p. 44. Cfr. anche G. Delattre, Les opinions littéraires de Balzac, Paris, P.U.F., 1961, p. 377.

  31. L’articolo, che non fu poi pubblicato da Balzac, è stato raccolto nelle Oeuvres Diverses, Paris, Conard, 1938, II, pp. 677-679. La sua storia è interessante. Balzac in una lettera a Custine del 15 gennaio 1835 aveva scritto «J’ai réclamé le droit de parler de votre livre à la Revue de Paris, à moins que M. Hugo ne s’arme de son amitié pour vous, le seul point sur lequel on puisse vouloir l’emporter sur lui pour faire cet article, vous passerez par mes parfums, et je tâcherais de les brûler de manière à ce qu’ils n’entêtent pas les jaloux». (Correspondance, cit., II, p. 620). Fu quindi costretto a redigere una seconda volta l’articolo promesso (che come abbiamo detto non venne poi pubblicato) per le rimostranze di Mme d’Abrantès che non lo aveva ritenuto sufficientemente elogiativo (Cfr., ivi, p. 640). Forse tuttavia dovette limitarsi alla soppressione di quel passo che, cancellato di suo pugno, è stato raccolto anch’esso (in nota) nelle Oeuvres Diverses, cit., pp. 730-731. Il 16 febbraio comparve ne «Le Figaro» un articolo di Jules Sandeau, piuttosto severo, su Le Monde comme il est. Mme d’Abrantès si affrettò a scrivere a Balzac una lettera piena di recriminazioni (17 o 18 febbraio 1835) che inizia così: «On vient de me dire que M. Sandeau avait fait un arride dans le Figaro contro M. de Custine. M. Sandeau est votre ami intime, il loge chez vous, il est comme votre frère pour ainsi dire. Vous deviez connaître cet article» (in Balzac, Correspondance, II, p. 632). Secondo H. Malo, sarebbe stato lo stesso Balzac a scrivere l’articolo de «Le Figaro», facendolo firmare da Sandeau. [...].

  32. Correspondance, cit., II, p. 620.

  33. « En peu de temps, voici donc deux écrivains appartenant aux sommités sociales qui tâchent de justifier le suicide, M. de Custine et M. de Vigny. Tous deux ont tort, La suffrance (sic) est l’apprentissage des grandes volontés humaines». Oeuvres Diverses, cit., II, p. 677.

  35. Ma nel 1846 gli dedicherà la nuova edizione de L’Auberge Rouge. Nel 1839 Balzac aveva inserito alcune pagine de L’Espagne nella prefazione de Les Employés (già pubblicato ne «La Presse», luglio 1837, con il titolo: La femme supérieure), citando Custine «comme un personnage presque aussi illustre par son nom que par son talent». Ma la prefazione venne eliminata nelle edizioni posteriori. Nelle Lettres à l’Etrangère non mancano i riferimenti a Custine ed è interessante soprattutto notare come Balzac, già prima che La Russie venga pubblicata, si preoccupi di eventuali conseguenze per la sua amica. Cfr. Lettres à Mme Hanska, Paris, Ed. du Delta, 1967, I, pp. 671 677-678 e 681-682.

  36. Così almeno riferisce J. Janin (Lettres de Russie, textes établis et présentés par H. Massis, Paris, Le Livre Club du libraire, 1960, p. 18). Il 7 agosto 1843, lo stesso Custine scriveva a Varnhagen: «Voilà Balzac appelé pour me réfuter. Ceci est le commencement d’une guerre; mais je ne compte pas la soutenir: il était dans mon caractère de jeter le premier cri; que d’autres viennent après pour continuer l’attaque: je me contente de les avoir avertis». (Op. cit., p. 469). […].

 

 

  Franco Simone, L’amore difficile, le confessioni, gli intrighi. Nelle lettere a Eveline Hanska la perduta illusione di Balzac, «La Stampa», Torino, Anno 102, Numero 3, 4 Gennaio 1968, p. 13; 1 ill. [Balzac e Madame Hanska in una caricatura del 1839 (dal «Journal des Ecoles»)].

 

  L’interesse per Balzac continua ed aumenta. Continua l’interesse per l’uomo, la cui vita appare sempre più intrecciata come il migliore dei suoi romanzi. Aumenta l'interesse per lo scrittore ormai valutato anche nelle opere minori e meno riuscite. Proprio in questi giorni è stato possibile compiere un altro passo decisivo per gli studi balzacchiani. Dopo una laboriosa preparazione, Roger Pierrot, il diligente editore della corrispondenza generale di Balzac (Paris, Garnier, 4 voll. 1960-66), pubblica finalmente il primo volume della raccolta completa delle Lettres à Madame Hanska (Éditions du Delta, Paris, 1967, pp. 772). La raccolta si presenta come «la prima edizione integrale condotta sugli autografi» e tale, per i testi riuniti e commentati, da fornire uno strumento ormai indispensabile per risolvere quanti problemi restano ancora insoluti nella vita e nelle opere del romanziere.

  Nessuno deve stupire che soltanto ora sia stato possibile preparare un’edizione completa e corretta delle quattrocento lettere scritte da Balzac nel periodo più fecondo della sua vita (1832-48) a colei che doveva diventare la moglie legittima soltanto cinque mesi prima (11 marzo 1850) della morte del romanziere. Senza alcun dubbio, del ritardo è colpevole, in primo luogo, proprio Madame Hanska.

  Ben presto, come Balzac acquistò fama e gloria, attorno ai suoi autografi e, più logicamente, attorno alle sue lettere si esercitò l’interessata astuzia degli speculatori. Il romanziere, con il suo particolare carattere e sempre a corto di denaro, era la vittima designata a cadere naturalmente nelle trappole che, in ogni modo, gli venivano tese. Clamoroso fu il ricatto che Balzac dovette subire nel 1847 quando la governante gli sottrasse le lettere ricevute da Eveline Hanska, proprio le lettere che, dal ‘34, venivano amorosamente conservate in un cofanetto fatto preparare allo scopo.

  Per un caso fortunato lo scrittore ritornò in possesso della sua preziosa raccolta. Ma l’incidente tanto insospettì Eveline, che l’interessata pretese la distruzione delle sue lettere. «Nel giorno più triste della sua vita» il romanziere eseguì l’ordine, pur sapendo di privare i suoi ammiratori della metà del romanzo epistolare che, per molti anni, aveva scritto in collaborazione con l’amica lontana.

  Il singolare episodio spiega, almeno in parte, la severità con la quale Madame Hanska, dopo la morte di Balzac, sempre trattò i possibili editori della corrispondenza del marito. Già nel ‘51 la diffidente contessa impedì legalmente la pubblicazione su La Mode delle lettere scritte alla misteriosa Louise. Negli anni seguenti dimenticò volentieri la promessa fatta all’editore Michel Lévy di permettere la divulgazione delle lettere ricevute da Balzac. Giunse, persino, a dichiarare che il pacco prezioso era andato perduto durante l’incendio della sua casa di Mosca. Finalmente curò di persona una edizione (1876) di trentacinque lettere il cui testo, appena messo a confronto con gli autografi, apparì tutto alterato ad esclusivo vantaggio dell’interessata.

  Morta Eveline Hanska (1882), l’eccezionale corrispondenza ebbe una sorte migliore, ma non definitiva. Acquistata da Charles de Spoelberch de Lovenjoul venne lasciata in eredità all’Institut de France e depositata nella biblioteca del castello di Chantilly dove, da allora, fu sempre a disposizione degli studiosi. I quali, con grande fatica e per merito soprattutto di Marcel Bouteron, riuscirono a preparare soltanto il materiale per i primi quattro tomi (1899-1950), che oggi sono introvabili in libreria. Le lettere dal febbraio al settembre 1848 non sono mai state pubblicate in volume.

  Tante difficoltà e così esasperante lentezza nella pubblicazione del più bel romanzo d’amore scritto da Balzac hanno nuociuto non poco alla sicura conoscenza del mondo in cui, a prezzo di tanti sacrifici quotidiani, operò lo scrittore. Per molti anni, dai mesi del Médecin de campagne agli ultimi capolavori, quando ormai Madame de Berny e la marchesa de Castries si allontanavano ammalate e ingannate, quando soltanto Zulma Carraud vigilava sul «grande illuso», unico conforto di un lavoro sovrumano furono le lettere scritte ad Eveline Hanska. Dal 1844, quando il romanziere già sapeva di dover bruciare la propria vita nella creazione, Balzac quasi quotidianamente confessava ogni suo pensiero alla donna lontana che rincorreva come il suo ultimo sogno di uomo e di artista.

  Tuttavia le Lettres à Madame Hanska non rappresentano soltanto il grande «journal intime» di Balzac. Tante lettere di dichiarata confessione sono, pure, il documento che ci svela i laboriosi giuochi sentimentali dello scrittore, fedele ad Eveline soltanto per lettera. Vi leggiamo i propositi del letterato abile nel seguire e registrare ogni sviluppo del suo successo parigino, i disegni dell’uomo che aspira persino alla gloria politica, gli intrighi di quell’ingenuo affarista che fu sempre Balzac.

  Soprattutto, tante lettere — troppe? — in cui lo scrittore mentisce alla sua donna e al proprio cuore, ci confermano quanta diffidenza il piccolo borghese avesse legittimamente suscitato nella lontana ma tanto preveggente vedova del conte Hanski. Più si sentiva sorvegliato, più Balzac mentiva. Ma quando mentiva, di tanto allontanava la possibilità di sposare la bella contessa polacca. Di questo cerchio che s’illuse di aver finalmente rotto cinque mesi prima di morire, Balzac fu prigioniero per sempre. La storia postuma delle sue lettere alla moglie ci assicura che questo destino umano di Balzac per tramutarsi in vera gloria ha dovuto attendere più di un secolo.

 

 

  E. H. V., [Introduzione], in Honoré de Balzac, Papà Goriot, Milano, Fratelli Fabbri ... cit., pp. 7-10.

 

  Quando, nello squallido ambiente della Pensione Vauquer, sullo sfondo delle sue pareti scrostate, fra l’olezzo dell’eterna minestra di cavolo, incontriamo il giovane gentiluomo-studente Rastignac e incominciamo a seguire la sua ascesa mondana, il nostro primo pensiero è: “Ecco ancora uno di questi giovanotti di belle speranze e di pochi quattrini che cercano di farsi strada nel bel mondo parigino, attraverso le simpatie e i favori delle dame. Possibile che i romanzieri francesi dell’Ottocento, ad eccezione di Victor Hugo e di Dumas, non sapessero pensare ad altro? Possibile che il problema di farsi strada nel chiuso e frivolo bel mondo parigino fosse il loro pensiero dominante?”. Del resto non c’è dubbio che, a meno di rifugiarsi come fecero Dumas e Victor Hugo nell’ampio e colorito mondo della storia e delle avventure impossibili, uno scrittore francese come Stendhal, Balzac o Maupassant, che avesse voluto descrivere con l’accento della verità il mondo che gli stava intorno, doveva appunto occuparsi di questo tipo tutto francese di arrampicatore sociale, simpatico, o antipatico, o perfino criminale, secondo le circostanze. Né si può rimproverare a Balzac, scrittore verista per eccellenza, di aver trattato nella sua Comédie humaine di quei problemi di snobismo e di denaro che affliggevano i giovani intraprendenti e brillanti ma privi di mezzi o di naissance che volevano farsi strada a Parigi. Ma, man mano che ci addentriamo nella lettura del romanzo, facendo la spola fra le miserabili stanze della Pensione Vauquer e le ‘adulate regge’ delle belle dame parigine, ci rendiamo conto che in Papà Goriot c’è ben altro che non la semplice storia di un arrampicatore sociale in lotta con la propria coscienza e con l’onesta povertà della sua famiglia provinciale, ha figura del vecchio pastaio Goriot, schivo, modesto e mite fra i lazzi dei pensionanti di Madame Vauquer, prende a poco a poco dimensioni tragiche, illuminate tuttavia da una luce grottesca: Papà Goriot è un Re Lear nella Parigi ottocentesca; un Re Lear la cui follia si accende e la cui vita tramonta non sullo sfondo di una nordica brughiera in tempesta, ma nell’ambiente, in apparenza prosaico e quotidiano, di una Parigi spietatamente divisa in caste, dove, per un uomo che si è spogliato di tutto, anche dei suoi principi morali, per amore di due figliole scervellate e in fondo infelici, anche il problema di prendere un fiacre per appostarsi sul passaggio delle belle orgogliose può assumere dimensioni angosciose. Povero Re Lear parigino: non ha nemmeno una Cordelia accanto a confortarne la follia e la morte: la sua Cordelia sono i due studenti poveri, Rastignac e Bianchon, che si alternano al suo capezzale e che impegnano le loro povere risorse per alleviargli le ultime ore, fra l’indifferenza degli altri abitanti della miserabile pensione. Le figlie, le belle borghesucce abbagliate dal mondo nobiliare dove le ha introdotte la cieca ambizione dell’affetto paterno, travagliate dalle angosce dei pasticci in cui ci sono cacciate per mantenersi all’altezza del mondo dorato e corrotto al quale ormai appartengono, non possono o non vogliono recarsi al capezzale del morente che le invoca. Eppure ne hanno causato la morte con la loro stupida e disgustosa lite. E Delfina, che pure è la migliore delle due, la più gentile d’animo, la più affettuosa, rifiuta di credere che il padre sia veramente e gravemente ammalato, perché proprio la sera in cui il padre la invoca dal suo letto di tormento, ella deve recarsi al ballo destinato a segnare il suo definitivo e trionfale ingresso in quel mondo nobiliare che finora, malgrado la ricchezza del marito alsaziano, l’ha tenuta lontana, l’ha respinta ai suoi margini. E le imperiose ‘necessità’ della vita mondana trionfano su tutta la linea: anche Rastignac, il buon Rastignac, cede, e pure con l’animo pieno d’angoscia, accompagna al ballo l’affascinante e scervellata Delfina. Al funerale di Papà Goriot i due spietati generi salveranno le apparenze inviando a seguire la bara dell’uomo che hanno disprezzato e forse ucciso con la loro durezza, ciascuno una carrozza stemmata, vuota. Quelle carrozze vuote sono come un ultimo simbolo del bel mondo parigino, altrettanto vuoto nella sua vana pompa.

  Balzac è un verista sui generis: i suoi personaggi acquistano uno straordinario rilievo attraverso un’accentuazione quasi caricaturale delle loro passioni e dei loro difetti: sono figure veritiere, ma più grandi del vero. Balzac ha visto lo squallore del mondo e lo ha descritto spietatamente: ma i suoi romanzi non sono squallidi, anzi, sono divertenti e coloriti, appunto perché l’esagerazione dei caratteri e la rapidità della narrazione li immergono in un clima di esagitata drammaticità.

  Come accade spesso per i sommi narratori, quando si è parlato delle creature della loro arte, poco resta da dire del creatore: leggendo la biografia di Balzac, si stenta a ravvisare in quest’uomo che scriveva affannosamente, chiuso nella sua stanza, sfornando un romanzo dopo l’altro e sostenendosi con innumerevoli tazze di caffè, quel formidabile ‘conoscitor delle peccata’ che ci ha dato i capolavori della Comédie humaine. La vita di Balzac è tutta nella sua opera, dai Contes Drôlatiques, maliziosi e grassi come il suo buon faccione di Tourangeais, ai grandiosi e affascinanti romanzi. Nato a Tours il 20 maggio 1799, fu educato in collegio a Vendôme. La famiglia si trasferì a Parigi nel 1814 e Balzac vi intraprese lo studio del diritto, seguendo al tempo stesso dei corsi di letteratura alla Sorbona. Nel 1819 ha inizio la sua attività letteraria. Nel 1830 incominciano la vita mondana e i successi letterari. Perpetuamente perseguitato dai creditori, dal 1835, anno in cui pubblica Papà Goriot e concepisce l’idea di una Comédie humaine, arriva a lavorare fino a sedici ore al giorno. Nel 1833 era comparsa nella sua vita Madame Hanska, il suo grande amore polacco. Qualche viaggio in Polonia e in Italia, l’imprudente acquisto di una costosa proprietà. Lavoro sempre più affannoso. Già dal 1841 la salute comincia a cedere. Qualche incontro con Madame Hanska illumina d’amore questi ultimi anni della sua vita. Finalmente le nozze in Ucraina. Qualche mese dopo, beffarda, lo coglie la morte. Victor Hugo ne pronuncia l’elogio funebre.

 

 

  Giuliano Vigini, Splendori e miserie delle cortigiane, «Letture. Rassegna critica del libro e dello spettacolo», Milano, Anno XXIII, N. 12, Dicembre 1968, pp. 830-831.

 

  Splendeurs et misères des courtisanes (1839-1847) — in origine La Torpille — si ricollega nell’azione a una altra importante opera della Comédie humaine, Le illusioni perdute (1837), «stupendo romanzo» (Proust). Ne ripresenta il brillante e ambizioso Lucien de Rubempré, collocandolo però, in questo libro, non più nella parte di attore-protagonista, ma in un ruolo più secondario, pur essendo ugualmente l’elemento catalizzatore, l’ago magnetico a cui si riconducono le reazioni e gli atteggiamenti dei personaggi-chiave. E ripresa anche la figura di quel don Carlos Herrera — l’abile bandito Vautrin mascherato sotto sacre e diplomatiche vesti — che era riuscito a distogliere dal suicidio, con allettanti promesse, il disilluso Lucien. Nuova è invece, nella sostanza, l’affascinante eroina ebrea Esther, anche se non è difficile riscoprire in lei il tema caro ai romantici della cortigiana redenta per mezzo dell’amore e della morte. In questo, Splendori e miserie delle cortigiane si ispira a modelli e situazioni già note, come si può rilevare tra l’altro dal Marion Delorme (1831) di V. Hugo e dalla novella Frédérick et Bernerette (1838) di A. de Musset. Altre figure tipiche dell’universo balzachiano ricompaiono nell’opera, in particolare —- oltre a Lucien e a Vautrin — il ricco barone Nucingen (cfr. La maison Nucingen, Le père Goriot), dipinto da Balzac con sicuri effetti tragico-comici, non inferiori a quelli da lui ottenuti nelle migliori pagine dell’Illustre Gaudissart (1833).

  Balzac è qui, come sempre, innanzitutto uno che racconta, analizza e riflette. La parola scorre rigogliosa dalla sua penna, componendo, nel suo vorticoso fluire, quadri d’ambiente e ritratti singoli, abbozzando con realismo ma altresì con invenzione più d’un aspetto del mondo del vizio. dell'intrigo, della passione, smontando (con l’aiuto dell’ex forzato evaso, F. E. Vidocq, suo amico) gli ingranaggi della giustizia e della polizia. Fissa le cose, ma non le ritrascrive, come un Goncourt o uno Zola, bensì la ricrea e riequilibra accordandole con il suo animus, al pari di un Maupassant, conferendo ad esse l’impronta del suo sentire (la «seconda vista» di cui avverte nella prima edizione della Peau de chagrin) e, spesso, anche il marchio dell’arte. È invero abbastanza chiaro, nell’intera Comédie humaine, questo stato di coesistenza tra la materia oggettivata, le esigenze specificatamente letterarie e il mondo intimo dell’autore. La sua opera non è mai a senso unico, ma un crocicchio a più direzioni: molteplici sono, difatti, i suoi modi di essere di fronte alla realtà, di interpretarla, di renderla secondo le diverse prospettive (moralistiche, storiografiche, stilistiche, umane ...) richieste, in quel determinato momento, dalla sua arte e dal suo spirito.

  Splendori e miserie delle cortigiane non realizza tuttavia, a questo riguardo — se strettamente valutata sotto l’angolazione del piano narrativo e dell’unitarietà nello svolgimento episodico — un equilibrio perfetto, in quanto non risulta — soprattutto per la lunga elaborazione, ma anche per la strutturazione intrinseca dell’opera — ben fusa nelle sue varie sezioni, anzi nella terza e quarta parte è addirittura racchiusa in compartimenti stagni. Un filo unitario generale lega, ben inteso, tutto il complesso narrativo, ma ciò non toglie che, tra un capitolo e l’altro, emergano con evidenza vari stacchi e che i personaggi siano soltanto adombrati, o perché hanno vita troppo breve oppure perché sono, continuando a vivere, lasciati troppo a lungo in disparte. Esther scompare dalla scena (suicidandosi) verso la fine della seconda parte, giustificando da allora sempre meno il titolo di un libro non avente più ormai il suo originario centro d’interesse. Esther era stata fin lì il climax del racconto: con la sua uscita dal proscenio, invece, il romanzo si trasforma, diventando più spesso dissertazione, trattato. E l’interesse propriamente romanzesco di una storia, pur ancora ricca di sorprese e di risvolti, rischia in tal modo di disperdersi, per cedere il passo a un interesse di tipo nuovo, ma indubbiamente — nell’economia del libro — meno avvincente.

  Eppure, nonostante le lacune, Splendori e miserie delle cortigiane, oltreché reggersi bene in valore letterario, è un’opera viva, sanguigna. Se Esther le infonde una delicata e insieme potente atmosfera di dramma (come la Kitty Bell nel Chatterton [1835] vigniano); se Nucingen, con la sua incontenibile passione senile, le conferisce toni di briosa commedia, è certamente Vautrin che la anima e la domina in tutto. Questo deus ex machina è, da sé solo, un romanzo nel romanzo, tanto la sua figura è complessa, e la sua volontà, astuzia e intelligenza creative. È il motore di ogni macchinazione e vendetta, questo tetro maestro di azione non meno che di eloquenza, degno di stare accanto ai più luciferini Diabolici di Barbey d’Aurevilly, se fossero stati scritti. Vautrin sembra la personificazione del genio del male. Solo in ultimo acquista contorni più umani, distaccandosi dal suo passato e consacrandosi a difendere, con l’identico ardore, quella giustizia di cui era stato, poco tempo prima, un irriducibile nemico. Più che di un riscatto dovuto a reale pentimento, tuttavia, si dovrebbe parlare di una nuova condizione sopraggiunta come effetto di uno stato di crisi, di stanchezza. In Vautrin il cambiamento nasce sì dal bisogno di cambiar vita, ma si risolve in un semplice capovolgimento del suo rapporto con gli uomini, nell’ordine dei fatti della giustizia. Tuttavia la forza attrattiva di questo personaggio resta. E lascia sempre, nella sua scia, anche un’ombra di sorpresa e di mistero.

 

 

 

Adattamenti radiofonici.

 

 

  Gli Chouans. Romanzo di Honoré de Balzac. Traduzione e libero adattamento di Naro Barbato. Regia di Dante Raiteri. Personaggi e interpreti: Il narratore: Corrado De Cristofaro; Maria de Verneuil: Livia Giampalmo; Galop-Chopin: Silvio Spaccesi; Corentin: Claudio Sora; Francine: Adriana Vianello; Il comandante Hulot: Gino Mavara, Gudin: Gino Susini; Il marchese di Montauran: Ezio Busso; Pielle-Miche: Franco Giacobini; Marche-à-Terre: Adolfo Ceri, Du Guenic: Ivano Staccioli; Bauvan: Manlio Busoni; Il prete: Angelo Zanobini ; Madame Du Gua: Renata Negri; Beau-Pied: Dario Mazzoli ed inoltre: Giuliana Corbellini, Franco Luzzi, Renato Moretti, Gianni Pietrasanta, Gigi Reder, Enzo Rispoli, Secondo programma, 30 novembre 1968-4 gennaio 1969, sei puntate.

 

 

  La signorina Mignon. Romanzo di Honoré de Balzac. Adattamento radiofonico di A. M. Romagnoli. Regia di Carlo Di Stefano. Compagnia di prosa di Firenze della RAI Personaggi e interpreti: Jean: Mico Cundari, Modesta Mignon: Maresa Gallo, Il barone De Canalis: Franco Volpi; Eleonora Di Chalieu: Laura Gianoli: Filossena: Luigia Tirinnanzi, Ernesto La Brière: Walter Maestosi, Secondo programma, 5-26 agosto 1968; Programma nazionale, 9 dicembre 1968-3 gennaio 1969, diciotto puntate.

 

 

 

Adattamenti teatrali.

 

 

  Mercadet l’affarista di Honoré de Balzac. Regia di Tino Buazzelli. Scene di Mischa Scandella. Costumi di Felicita Gambetti. Musiche di Romolo Grano. Interpreti: Tino Buazzelli, Gabriella Giacobbe, Nicoletta Languasco, Renato Campese, Felice Andreasi, Roberto Del Giudice, Roberto Paoletti, Antonio Pavan, Raffaele Giangrande, Attilio Corsini, Werner Di Donato, Bruno Alessandro, Pupo De Luca, Luisa Bertorelli, Leda Palma, Stagione 1968-1969.



[1] Cfr. 1967.

[2] N. Tommaseo, Un medico, a cura di R. Ciampini, in «Nuova Antologia», 74 (1939), vol. 404, pp. 241-283. [N. d. A.].

[3] Romanzo Autobiografico.

[4] Da R. de Cesare, Immagini di carità nella «Comédie humaine» [...] 1949. [N. d. A.].

[5] Cfr. 1927.



Marco Stupazzoni

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