sabato 8 agosto 2020



1966


 


 

Traduzioni.

 

 

  Honoré de Balzac, Gli allegri racconti. Tutto il teatro. A cura di Gianni Nicoletti, Milano Mursia, 1966 («I grandi scrittori di ogni paese. Serie francese», XVI), pp. 919.

 

  Cfr. 1961.

 

 

  Balzac, Dai Licenziosi racconti. La bella Imperia, «I Tris. Nuove idee per leggere divertendosi», n. 1, Bologna, Sampietro editore, 1966.

 

 

  Balzac, Dai licenziosi racconti. L’amante del re, «I Tris. Nuove idee per leggere divertendosi», n. 2, Bologna, Sampietro editore, aprile-maggio 1966, pp. 101-117;

 

  L’erede del diavolo, Ibid., pp. 121-142;

 

  I divertimenti di re Luigi XI, Ibid., pp. 145-164;

 

· Il connestabile, Ibid., pp. 167-186.

 

 

  Balzac, Dai licenziosi racconti La pulzella di Thilhouse, «I Tris Nuove. idee per leggere divertendosi», n. 3, Bologna, Sampietro editore, 1966.

 

  La traduzione di questi contes drolatiques balzachiani si deve ad Anita Licari e a Gianni Celati. Essi saranno inseriti, nel 1967, nel primo dei tre volumi delle Storie licenziose pubblicate dall’editore bolognese Sampietro nel 1967 e nel 1968.

 

 

  Honoré de Balzac, I capolavori della “Commedia umana”. 6: Studi filosofici: Le Marana, Séraphita, Louis Lambert, Storia dei tredici: Ferragus, La duchessa di Langeais, La fanciulla dagli occhi d’oro. Traduzioni di Renato Mucci, Alessandro Prampolini, Firenze, Casini, 1966, pp. XVI-600.

 

  Cfr. 1960.

 

 

  Onoré (sic) de Balzac, La contessa Angelica (Una figlia d’Eva). Traduzione di Saverio Li Volsi, Milano, Zibetti Editore, 1966 («Biblioteca Universale Zibetti», 15), pp. 207.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Saverio Li Volsi, Presentazione, pp. 7-14. [Cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici];

  La contessa Angelica, pp. 15-207.

 

  Il testo balzachiano è suddiviso in nove capitoli secondo il modello della prima edizione originale di Une fille d’Eve (Souverain, 1839); è tradotta la dedica del romanzo alla contessa Bolognini Vimercati inserita da Balzac nell’edizione Furne del 1842, sul modello della quale si fonda questa traduzione che riteniamo, nel complesso, corretta.

 

 

  Honoré de Balzac, Eugenia Grandet a cura di Maria Luisa Belleli con sedici tavole a colori di Aligi Sassu, Milano, Curcio Editore, 1966 («I classici Curcio»), pp. 252, 16 tavv.

 

  Cfr. 1964.

 

 

  Honoré De Balzac, Eugenia Grandet. Traduzione di Vittoria Sorge. Illustrazioni di Marisa Ridolfi e Giampiero Donnini. Copertina di Guido Bertello, Milano, Mondadori, 1966 («Biblioteca degli anni verdi. Serie verde», 52), pp. 187; ill.


  Sin dalle prime pagine del romanzo, la traduzione ci pare, in diversi luoghi, non sempre fedele e aderente al modello francese.

 

 

  Onorato di Balzac,Eugenia Grandet, Milano, Editrice Boschi, 1966 («Romanzi celebri», 31), pp. 188.

 

  Cfr. 1962.

 

 

  Honoré de Balzac, Illusioni perdute. Versione di Argia Micchettoni, Milano, Garzanti, 1966 («Garzanti per tutti. I grandi libri», 35-36), volumi 2, pp. 337; 330.


  Struttura dell’opera:

 

  Honoré de Balzac. “Illusioni perdute”, pp. 3-9. [Cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici];

  Volume primo:

  I due poeti;

  Un grand’uomo di provincia a Parigi (I);

  Volume secondo:

  Un grand’uomo di provincia a Parigi (II);

  Le sofferenze di un inventore.

 

 

  Honoré de Balzac, Romanzi. Il curato di Tours. Storia della grandezza e decadenza di César Birotteau. Gobseck. All’insegna del gatto che gioca a palla. Introduzione di Mario Bonfantini. Traduzioni di Silvana Castelli, Mary Molino Bonfantini, Neva Pellegrini, Roma, Gherardo Casini, (aprile) 1966 («I giganti», 2), pp. 317; ill.

 

  Mario Bonfantini, Balzac e il suo tempo, pp. 5-20. [Cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici];

  Cronologia della vita di Balzac, p. 21;

  “La Commedia umana”. Prefazione di Balzac, pp. 22-28;

  Vicende e personaggi nell’opera di Balzac. Riassunti di tutte le opere, pp. 29-49;

  Il piano della “Commedia umana”, p. 50;

  Il curato di Tours. Traduzione di Silvana Castelli, pp. 51-95;

  Storia della grandezza e decadenza di César Birotteau. Traduzione di Silvana Castelli, pp. 99-224

  Gobseck. Traduzione di Mary Molino Bonfantini, pp. 227-257;

  All’insegna del gatto che gioca a palla. Traduzione di Neva Pellegrini, pp. 259-314.

 

  Segnaliamo, a proposito della traduzione di Histoire de la grandeur et de la décadence de César Birotteau, che il testo è suddiviso in tre parti e sedici capitoli titolati secondo il modello dell’edizione originale del romanzo pubblicata da Boulé nel dicembre 1837.


 

 

 

Studî e riferimenti critici.

 


  Honoré de Balzac. “Illusioni perdute”, in Honoré de Balzac, Illusioni perdute … cit., pp. 3-9.

 

  [...]. L’ambizione. Illusions perdues è il titolo generale di uno dei più importanti cicli romanzeschi di Balzac che fa parte della seconda sezione della Comédie humaine. Nella sua svelta, ma affascinante suddivisione dei romanzi balzachiani secondo i grandi temi, Alain mette Illusioni perdute sotto l’etichetta dell’ambizione, e così riassume il motivo fondamentale dei tre romanzi: «È nelle Illusioni perdute, che il lettore fa la conoscenza di Lucien Chardon, altrimenti detto Lucien de Rubempré. Questo lungo ciclo narrativo, traboccante di tragedie, ha inizio ad Angoulême, ove Lucien, che è tanto poeta quanto bello, s’innamora della signora de Bargeton, illustre per la sua cultura straordinaria e per la sua nobiltà: è nata Nègrepelisse d’Espard. Lucien fa delle pazzie. È sorpreso da un invidioso provinciale ai piedi della sua ninfa, nello stesso boudoir di costei. Di qui un duello, che punisce il calunniatore, e fornisce l’occasione di conoscere il signor de Bargeton che è un uomo timido, goloso e cavalleresco. Risultato: sotto il pretesto di separarsi per un certo periodo di tempo, gli innamorati si ritrovano a Parigi. A Parigi, Lucien va allo sbaraglio nel gran mondo con i suoi vecchi vestiti provinciali, e, nonostante la sua bellezza, appare ridicolo. La sventura di Lucien attinge il colmo in un palco dell’Opéra, in cui tutti si prendon beffe crudelmente del poeta d’Angoulême. Si vede come le rivalità volgano in tragedia gli amori silenziosi, e soltanto sognati, senza il pungolo della gelosia. Lucien, respinto dalla sua dama, decide di cercar la vera gloria, ed eccolo in rapporti con il cenacolo di d’Arthez, ove incontra particolarmente Bianchon e Joseph Bridau, senza contare i molti altri, politicanti o autori che ammira in totale ingenuità. Cerca di collocare il suo Archer de Charles IX, romanzo che lui reputa geniale. Occorre dire che Lucien non è dipinto come ragazzo sprovvisto di talento. Al contrario. Tra i suoi sonetti, c’è persino qualche buon sonetto. Sfortunatamente, mentre la gloria è piuttosto lenta ad arrivare. Lucien s’imbatte in Lousteau, che è soltanto un arruffone senza scrupoli. E Lousteau rivela a Lucien il teatro e il giornalismo. Ed ecco Coralie, che ha la perfezione della bellezza ebraica e fa impazzire le platee con le sue danze. Fa impazzire anche Lucien che s’incarica del resoconto della rappresentazione, e vi infonde una libertà, una felicità d’espressione, uno spirito, una vivacità che fanno miracoli. Notate che Balzac non si accontenta di dircelo. Ci dà da leggere l'intero resoconto. E non so se quest’arte non superi addirittura il romanzo, poiché non si pretende di solito che il romanziere sia anche giornalista. Noi abbiamo, almeno, un’idea esattissima del talento necessario nel mondo dei giornalisti per essere presi in considerazione. Quanto agli amori di Lucien e di Coralie, costituiscono forse il romanzo più commovente che ci sia in tutto Balzac. Non hanno altro fondamento che la bellezza, cosa che permette di predire la catastrofe, se è vero che la bellezza è solo un accidente nell’amore ...».

  La delusione. «Balzac scrisse questo romanzo quando era all’apice della sua maturità di autore. Egli ha creato in questa sua opera quel nuovo tipo di romanzo che esercitò un influsso decisivo sull’evoluzione letteraria di tutto il secolo XIX: il romanzo della delusione, il romanzo cioè che rappresenta come il falso concetto che l’uomo della società borghese s'è necessariamente fatto dell’esistenza s’infranga miseramente, urtando contro la brutale prepotenza della vita capitalistica ...» afferma Lukács in uno dei suoi saggi balzachiani. «Naturalmente, la prima comparsa, sul terreno del romanzo moderno, del naufragio delle illusioni non è avvenuta con Balzac. Il primo grande romanzo, il Don Chisciotte, è pure un romanzo delle «illusioni perdute». Ma in Cervantes la società borghese, in via di formazione, distrugge le ultime illusioni feudali, mentre in Balzac, al contrario, sono proprio la concezione dell’uomo, la concezione della società e dell’arte, eccetera, sorta dall’evoluzione borghese, cioè i più alti prodotti ideologici dell’evoluzione rivoluzionaria borghese, quelle che si riducono a mere illusioni, venendo a confronto con la realtà dell’economia capitalistica ... Balzac plasma con straordinaria finezza e arditezza il nuovo tipo umano caratteristicamente borghese del poeta: il tipo del poeta che è l’arpa eolia dei vari venti e delle varie tempeste della società, un groviglio di nervi, labile, disorientato, ipersensibile. È un tipo di poeta, questo, che in quel periodo non compariva che sporadicamente, ma che sarà straordinariamente caratteristico dello sviluppo posteriore (da Verlaine a Rilke) della poesia borghese ... Ma un carattere come quello di Lucien non ha per sé soltanto la straordinaria verità, del tipo, ma offre anche la migliore base per mettere in luce sotto tutti gli aspetti, quelle antinomie che accompagnano la capitalizzazione della letteratura. Il contrasto intimo tra il talento poetico e la fiacchezza umana di Lucien riduce Lucien a un balocco in mano di tutte quelle tendenze poetiche e letterarie, che sono al servizio del capitalismo. E questo miscuglio di fiacchezza e di ambizione, la mescolanza dell’aspirazione alla purezza e a una vita proba e onesta con un’ambizione smisurata e disorientata e con una raffinata e ipersensibile avidità di godimenti: è questo che rende possibile sia la brillante carriera di Lucien sia il suo rapido prostituirsi e infine la sua vergognosa sconfitta ...». [...].



  Segnalibro. “I Racconti ameni” di H. de Balzac (Sugar, lire 5.000), «Corriere d’informazione», Milano, Anno XXII, 3-4 gennaio 1966, p. 3.

 

  Il «realismo visionario», come è stato definito quello di Balzac, si applica in questo volume alla materia salace, ridanciana della storia boccaccesca. Balzac vi si impegna con grandiosi effetti in una sorta di «pastiche», di imitazione anche linguistica della novellistica medievale. con beffe, prodezze amatorie, adulteri; ma naturalmente, trattandosi di Balzac, non si resta nell’imitazione libresca, tutto acquista vitalità sanguigna, slancio, vigore. Le illustrazioni di Doré aggiungono sapore al libro.

 

 

  I libri della settimana. Racconti. Honoré de Balzac «I racconti ameni», «Radiocorriere TV. Settimanale della Radio e della Televisione», Torino, Anno XLIII, N. 3, 16-20 Gennaio 1966, p. 29.

 

  Il senso del comico, profondamente radicato in Balzac, trova piena espressione in questi racconti che restano una delle opere più divertenti — nel senso più alto del termine — della letteratura mondiale. Nella materia, nel modo di narrare, per la lingua, «Les contes drolatiques», imitano i vecchi «conteurs» francesi tanto amati da Balzac, ed in particolare Rabelais: tuttavia non si tratta di uno sterile anche se magistrale esercizio letterario, ma di una vera e propria ricreazione, ricca di naturalezza e di vigore Particolari problemi ha presentato la traduzione in lingua italiana dell’arcaico francese usato dall’autore.

 

 

  Gli amori di Balzac, «Stampa Sera», Torino, Anno 98, Numero 10, 13-14 Gennaio 1966, p. 8, 3 ill.

 

L’enigma di Pont d’Andert.

 

  XLIII — Dopo la morte di Mme de Berny, avvenuta il 27 luglio 1863 (sic), Balzac è di ritorno a Parigi dall’Italia dove si è recato per incarico del conte Guidoboni-Visconti; nella capitale francese attendono però il nostro romanziere numerosi creditori che non gli concedono un attimo di respiro. Per sfuggire al carcere per debiti, Balzac riparte nuovamente per l’Italia, dove si ferma prima a Venezia e poi a Milano. Portato a termine l’incarico affidatogli dal conte Guidoboni (non senza un certo vantaggio personale), Honoré rientra a Parigi e si vede costretto a chiedere ospitalità al conte per sfuggire ai creditori che gli danno la caccia; il provvidenziale intervento della contessa Guidoboni salva il nostro romanziere dall’arresto e, onde evitare altri scandali, il conte offre all’amico ospitalità in una sua tenuta alla periferia di Parigi. Al termine di un viaggio in Sardegna, dove sperava arricchirsi con le miniere d’argento dell’isola, Balzac conosce una sua nuova ammiratrice, tale Elena de Valette, ma si tratta di una donna leggera che ben presto costringe Honoré a rompere i rapporti con lei. E’ in questo periodo che Balzac pensa di darsi al teatro e compie i primi tentativi con l’aiuto di M. Jolly.

 

  Trascorse alcune settimane, Balzac s’appresta a presentarsi a M. Jolly per sottoporgli il suo primo lavoro teatrale. Per scrivere «L’école des ménages», Honoré ricorre all’aiuto di alcuni amici fra cui Lemaire, Monnier, Saint-Firmin ed altri, ma il lavoro è ben lontano dal raggiungere il successo sperato. Una mattina Balzac si presenta a M. Jolly e gli legge il manoscritto ... un disastro! M. Jolly si rifiuta di ascoltare la fine, con queste parole: «Voi non avete la minima idea di cosa sia un lavoro teatrale, ciò che mi avete letto è qualcosa di ibrido che sta fra il romanzo e il canovaccio di una serie di fatti che non siete riuscito a vivificare creando dei personaggi che si muovono sulla scena come vita ...». Jolly, che ha già versato a Balzac un anticipo di seimila franchi, si rifiuta nel modo più assoluto di dare al romanziere quanto pattuito per la stesura della seconda parte, ossia altri ottomila franchi. Ciò è un colpo durissimo per il nostro romanziere, il quale, fidando sull’aiuto di Jolly, aveva già contratto altri debiti per arredare il proprio appartamento. Mobilieri, palchettisti, tappezzieri, vetrai ed altri bussano alla porta di Honoré esigendo il pagamento dei loro conti, ma Balzac non dispone di un soldo; il poco che aveva gli era servito per pagare un vecchio debito di ventiquattromila franchi. I debiti contratti ammontano complessivamente a ben 230 mila franchi. Come pagare tale somma? I soliti espedienti non servono più e non avendo il coraggio di rivolgersi ancora una volta al conte Guidoboni, Balzac si vede svuotare letteralmente l’alloggio alla presenza di un ufficiale giudiziario. Lo scrittore e disperato; fatta eccezione per il letto, tutto viene sequestrato, egli vorrebbe mettersi a scrivere, ma dove? Non ha più un tavolo, un pezzo di carta, una penna, nulla! Ridotto quasi alla fame, Balzac pensa di lasciare Parigi, ma dove andare? Saputo che un suo amico, tale Sébastien Peytel sta per essere condannato alla ghigliottina, egli si reca a Macon insieme con un suo conoscente, tale Gavarni. Ottenuta l’autorizzazione a parlare col Peytel, già critico d’arte del giornale «Le Voleur», Balzac pubblica su un quotidiano locale una serie di articoli nei quali dimostra l’infondatezza dell’accusa rivolta all’amico di avere assassinato la giovane moglie (in attesa di un bimbo), buttandola dalla carrozza in transito sul ponte d’Andert durante una notte di tempesta, e con lei anche il cocchiere, tale Louis Rey. Gli articoli pubblicati da Balzac sul «Secolo» (giornale di Macon) convincono i giurati e l’opinione pubblica che l’accusa rivolta a Peytel è forse un grossolano errore giudiziario. Peytel spera in tal modo di sfuggire alla pena capitale ma altri particolari emersi durante il processo annullano gli sforzi di Balzac. Peytel, allora, chiede la grazia, ma il fatto di essere stato un anti-orleanista e di avere a suo tempo scritto un libello dal titolo «La physiologie de la poire», induce Luigi-Filippo a rifiutarla. Il 28 ottobre 1839, Peytel affronta la ghigliottina senza però, che la sua colpevolezza sia provata del tutto. Nell’autunno di quello stesso anno Balzac convoca presso di lui 3 suoi conoscenti: Teofilo Gautier, Laurent-Jean e De Belloy: «Cari amici — egli dice loro —, ho preso l’impegno per domani di leggere a M. Harel, direttore del Porte-Saint-Martin, un dramma in cinque atti, ma non ho scritto ancora una riga. Questa notte voi tre dovete aiutarmi a mantenere la parola data!».


 

  Numero 12, 15-16 Gennaio 1966, p. 6, 4 ill.

 

Una prima tumultuosa.

 

  XLIV — [...]. Consumata una cenetta fredda molto frugale, Balzac e i suoi amici si mettono subito al lavoro: non c’è da perdere un minuto, il tempo stringe! Gautier scrive una scena d’amore, Ourilac (sic) e Belloy combinano ben poco, sono invece Honoré e Laurent-Jean che scrivono tutto il dialogo. Verso l’alba l’opera è pronta. Honoré e gli altri traggono un respiro di sollievo: Harel avrà il suo «Vautrin», come promesso. All’ora fissata, Balzac si reca da M. Harel col manoscritto. Harel ascolta con attenzione la lettura dell’opera e, pur non restandone entusiasta, l’accetta. Balzac è alle stelle per la gioia: se M. Harel ha accettato «Vautrin» significa che egli può diventare un grande drammaturgo! Ma sono soltanto sogni di un letterato il quale spera di avere trovato nel teatro un filone d’oro, sogni soltanto ... Quello stesso giorno Honoré si reca a fare visita a Elena, colla quale ha sempre mantenuto buoni rapporti, le spiega l’accaduto e la prega di anticipargli diecimila franchi, somma che egli le restituirà con gli interessi non appena avrà ricevuto di diritti d’autore che «Vautrin» gli darà. Per due mesi consecutivi Honoré lavora con M. Harel ed altri alla realizzazione scenica dell’opera, egli trascorre ore e ore accanto agli attori improvvisandosi regista e suggeritore; al tempo stesso egli si getta con furore sui lavori teatrali dei maggiori autori per scoprire il segreto del loro successo. La prima rappresentazione (allora non s’usava l’anteprima per i rappresentanti della stampa) viene fissata per il 14 marzo 1840. La notizia non manca di destare un certo stupore e il nome di Honoré de Balzac ritorna sulla bocca di tutti. L’attesa per questa prima esperienza del romanziere in campo teatrale si fa molto più viva e la serata si preannuncia un successo di pubblico. Il «tout Paris» sarà presente alla rappresentazione, cosa questa che inorgoglisce, ma al tempo stesso fa temere il nostro romanziere. Ed ecco la sera tanto attesa, sarà presente anche M. Lamartine, cui Honoré ha fatto pervenire un invito personale. La sala del teatro è sfavillante di luci ed è gremita in ogni ordine di posti. L’avvenimento sembra destinato a una felice conclusione ... I primi tre atti si susseguono sulla scena senza applausi, ma senza incidenti. In un palco è presente anche il duca d’Orléans, figlio di Luigi-Filippo, il «re borghese». Poco dopo l’inizio del quarto atto avviene l’irreparabile: entra in scena fra gli altri Lemaitre, il quale indossa per l’occasione un’uniforme da generale messicano, ma in tutto simile a quella di gala del re Luigi Filippo. Di statura e corporatura molto simili a quelle del sovrano, la sua apparizione provoca un mormorio fra il pubblico presente in sala, quando poi l’attore inizia a recitare la sua parte la cosa diventa anche più stridente: dalla sala al alzano voci di protesta ed altre se ne aggiungono. In breve tutto il teatro echeggia di grida e fischi. Il duca d'Orléans, visibilmente seccato, lascia il palco imitato da molti. Rientrato a palazzo, egli fa sapere a Luigi-Filippo di essere stato ridicolizzato in un teatro di Parigi, la quale cosa fa andare in escandescenza il re. La reazione di quest’ultimo è immediata ed è così che egli impartisce l’ordine di sospendere immediatamente la rappresentazione e di chiudere i battenti del teatro fino a che gli piacerà. Incaricato della cosa è lo stesso ministro dell’Interno, che si vale di un certo numero di agenti.


 

  Numero 16, 20-21 Gennaio 1966, p. 8, 3 ill.

 

Tentativi inutili.

 

  XLV. — [...]. Accompagnato da Victor Hugo, Balzac si presenta al ministro dell’Interno per cercare di fare annullare l’ordine sovrano. Nulla da fare! Il ministro, che è impegnato in altre faccende, si fa rappresentare dal suo segretario. La discussione si fa a tratti vivace ma è una battaglia perduta; alla fine il segretario del ministro, s’avvicina a Balzac e, porgendogli una busta nella quale sono tre biglietti da mille franchi, dice al romanziere: «Il ministro si rende conto della situazione e non può che dimostrarvi in tal modo la sua comprensione per il malaugurato incidente occorsovi ieri sera!». Toccato nel vivo, Balzac risponde: «Riferite al ministro che non posso capire questo suo atto, Balzac non è l’uomo che riceve l’elemosina, comunque ringraziatelo». In confidenza, Balzac aveva sperato in un’indennità, ma non in una somma così esigua, che non gli permetteva nemmeno di saldare il debito contratto qualche giorno prima con Elena de Valette. Alla fine dell’anno 1839, Balzac viene nominato presidente della «Societé des Gens des Lettres», si tratta di un presidente che ben conosce le condizioni dei suoi colleghi letterati e in molte occasioni il nostro romanziere sostiene i diritti degli scrittori a maggiori compensi per la loro attività. Questa campagna porta a Balzac plausi e critiche, nondimeno egli continua nella sua battaglia. Propostogli di entrare a far parte dell’«Académie Française», Balzac ne resta molto lusingato, ma, quando s’accorge che sono ancora troppi coloro i quali non appoggerebbero un suo ingresso in seno alla suddetta organizzazione, egli preferisce abbandonare i sogni primitivi. «Se l’Académie non mi vuole — avrà un giorno a dire Balzac ad un amico — peggio per l’Académie, non è Balzac che ha bisogno di lei, semmai lei ad avere bisogno di lui!». Stanco di abitare lontano dalla città, Balzac decide di affittare un modesto alloggio in città. Dopo non poche ricerche, egli va a stabilirsi in un caseggiato situato in «rue Basse» (attualmente «rue Raynouard») presso tale lime de Brugnol. Costei è una donna sul quarant’anni, ancora piacevole nonostante la non più giovane età. Ex attrice della Comédie Française, la Brugnol è ben felice di affittare parte del suo alloggio a M. Balzac e di prendersi cura di lui. Honoré, dal canto suo, non trova di meglio di approfittare dell’ammirazione che la Brugnol prova per lui, sicché tra i due nasce una profonda simpatia, cosa questa abbastanza spiegabile anche perché fino a pochi mesi prima Mme Brugnol era stata l’amica di un altro scrittore già ospite a casa sua, Latouche. «E’ stata una parentesi piacevole — avrà a scrivere più tardi Honoré parlando della sua padrona di casa —: Mme Brugnol fu per me più che una persona amica, essa seppe sostenermi nel momenti più difficili dandomi tutta se stessa».

 

 

  Numero 17, 21-22 Gennaio 1966, p. 6, 4 ill.

 

La commedia umana.

 

  XLVI — [...]. Se dobbiamo porre fede a un testimonio oculare, il direttore de L’époque, M. Solar, l'appartamentino occupato dal Balzac al n. 19 di rue Basse, oggi chiamata «la casa di Balzac» alla quale il pubblico viene ammesso per visitare il luogo dove il romanziere visse, era già allora in uno stabile più che modesto. Le tre stanze di cui l’appartamento si compone sono arredate con mobili comuni in quel tempo, nessuna traccia di lusso, fatta eccezione per qualche bella miniatura appesa alle pareti del salotto. Nel novembre dell’anno 1840 M.me Balzac decide di andare a vivere con il figlio; il romanziere non ne è certo entusiasta, ma non può rifiutare ospitalità alla madre. Quando quest’ultima si accorge dei rapporti che intercorrono fra suo figlio e M. Brugnol, nonché del carattere irascibile di Honoré, preferisce andarsene. Nel lasciare la casa essa lascia Honoré un biglietto con le seguenti parole: «Il giorno in cui decisi di venire a vivere con te non pensavo certo a quanto sarebbe accaduto fra di noi. Avevo sperato che restarti vicino potesse essere per entrambi fonte di gioia e di serenità, ma fu un errore. Ora soltanto ho potuto rendermi conto di quello che è il tuo vero carattere, pertanto non v’è ragione che soffriamo insieme, possiamo farlo benissimo anche restando lontani come è stato fino a poco tempo fa. Ciò che però più profondamente mi ha rattristato è la freddezza con la quale hai sempre trattato tua madre, mi hai fatto sentire tutto il peso che la mia presenza ti procurava e poiché io ti voglio ancora bene ti libero di questo peso lasciandoti vivere come meglio ti aggrada!». Nel 1841 la casa che il conte Guidoboni ha fatto costruire per conto di Balzac, facendogliene poi dono viene messa all’asta dal romanziere ancora una volta senza denaro. La costruzione è in ottime condizioni e ancora bene arredata. Il giardino che si stende attorno ad essa è ben tenuto e l’unico grosso albero che vi cresce sembra un’aperta sfida al desiderio di Balzac «di non avere nulla che gli togliesse il sole». Alla vendita all’incanto accorrono numerose persone, ma le offerte sono basse e nessuno sembra intenzionato a forzare il prezzo d’acquisto. Il giorno seguente lo stabile viene venduto per 17.500 franchi all’architetto Claret, poca cosa se si pensa al valore reale dello stabile e del terreno. «Sono costretto — scrive in quest’occasione Balzac a M.me Hanska — a rinunciare anche all’ultimo muro che poteva concedermi un quieto rifugio. E’ destino che nella mia vita non vi sia che dolore e desolazione!». Qualche giorno più tardi, dopo avere incassato la somma della vendita, Balzac verrà a sapere che l’architetto Claret ora soltanto un prestanome: chi ha veramente acquistato lo stabile è lo stesso conte Guidoboni che l’aveva fatto costruire per il romanziere e poi glielo aveva donato. Anche questo colpo è molto duro per Honoré, ma il bisogno di denaro gli impedisce di recarsi dal conte per restituirgli ciò che in effetti era suo. In quella stessa estate del 1841, Balzac annuncia per lettera a M.me Hanska di avere portato a termine un lavoro molto impegnativo dal titolo: «La commedia umana»; l’opera costituisce un gigantesco ciclo di racconti e romanzi che tratteggiano la vasta attività letteraria del nostro autore. Balzac si presenta ai suoi tre editori per studiare un piano di pubblicazione. La riunione avviene il 2 ottobre, data in cui è siglato il contratto che reca le firme di Balzac, Dubochet, Hetzel e Nanteuil (sic).


 

  Numero 18, 22-23 Gennaio 1966, p. 8, 3 ill.

 

La morte del conte Hanska (sic).

 

  XLVII — [...]. Verso la fine di novembre dell’anno 1841, Balzac, desideroso di conoscere ciò che gli riserva il destino, si reca da una chiromante, certa Balthazar, la quale gli comunica che gli giungerà dall’estero una lettera molto importante. La mattina del cinque gennaio egli riceve la missiva tanto attesa: si tratta di Eveline Hanska, la quale gli annuncia la morte del vecchio consorte, avvenuta il 10 novembre del ‘41. Se lo desidera, ora Eveline è libera di sposare Honoré. L’occasione non potrebbe essere più propizia per il nostro romanziere: amore e ricchezza ad un tempo! Nella lettera, però, Eveline non accenna minimamente alla possibilità di un matrimonio. Eppure lo avevano desiderato tanto mentre il conte era in vita! Honoré scrive allora una lunga lettera nella quale dice fra l’altro: «... non puoi immaginare quanto mi abbia rattristato la notizia che mi hai dato, tuo marito aveva un animo nobile, seppe darti tenerezza quando non poteva più darti l’amore cui tu hai diritto; ma quanto è accaduto era inevitabile. Per parte mia non ho mai cessato d’amarti. Come dimenticare il nostro primo incontro, il tuo volto e i tuoi grandi occhi che mi guardavano fissamente quasi per scoprire i miei pensieri e i miei sentimenti? Anche se fra noi c’è stato un periodo di silenzio ciò non toglie nulla al nostro amore. La mia esistenza è stata ed è ancora tormentata da situazioni che talvolta mi hanno spinto sull’orlo della più completa disperazione, ma il pensiero di te mi ha sempre sostenuto! Ora, se lo vuoi, è venuto il momento in cui possiamo rendere finalmente realtà un sogno cullato per tanto tempo. I tuoi lunghi silenzi mi hanno rattristato, tuttavia leggere la lettera che tu ora hai vergato per me mi dà una grande gioia ...». In effetti la lettera che Eveline ha fatto pervenire a Honoré non è di una donna innamorata, ma solo di una creatura toccata dal dolore. Eveline sa bene infatti che la morte del conte, suo marito, non significa un facile matrimonio con uno straniero, matrimonio cui sono contrari molti, specialmente i suoi parenti che non ammettono l’ingresso nella famiglia di uno straniero, per di più di uno scrittore il quale, oltre a essere un dongiovanni, è uno scialacquatore ingolfato nei debiti. «Quell'uomo ti sposa soltanto per il tuo denaro», essi vanno ripetendo a Eveline ogni giorno. «Non è ammissibile che una donna del tuo rango non possa trovare fra la nobiltà del nostro paese un compagno che sostituisca degnamente quello di cui ti ha privata il destino». La Hanska non sa come comportarsi, anche perché le nozze con Honoré potrebbero comportare la rinuncia di parte dei suoi beni. La risposta che essa dà alla lettera di Honoré è piuttosto evasiva ... Per rimediare alla sua disastrosa situazione finanziaria, Balzac tenta ancora una volta la via del teatro, con «Les Ressources de Quinola», un lavoro in cinque atti. Le prove vanno abbastanza bene, ma alla fine del quarto atto si attende logicamente il copione del quinto. Con una faccia tosta inimmaginabile, Balzac esce con questa battuta: «Il quinto atto? Non l’ho ancora scritto, ma lo farò subito».


 

  Numero 21, 26-27 Gennaio 1966, p. 8, 4 ill.

 

A Pietroburgo.

 

  XLVIII – [...]. — La frase di Balzac causa ovviamente il risentimento del direttore del teatro (l’«Odeéon»), M. Lireaux, comprensibilmente impressionato dalla leggerezza dell’autore; tuttavia, poiché il tempo stringe, fa continuare le prove, Balzac promette che lavorerà sodo, e così è infatti, però buona parte della propria attività egli la disperde nel modificare il copione già scritto. Ne seguono battibecchi col direttore del teatro e con gli attori seccati di vedersi continuamente cambiata la parte. Balzac sembra non darsi pensiero, in effetti non ha troppa dimestichezza con le difficoltà sceniche e continua imperterrito nel suo lavoro di lima. Dopo alcuni giorni anche il quinto atto è pronto e il lavoro sembra essere definitivamente portato a compimento. Il pandemonio successo in occasione della presentazione di «Vautrin», il precedente lavoro, non costituisce una remora, ma anzi un incentivo per il pubblico che desidera constatare se Balzac si sia riscattato o meno. Fissata la data della rappresentazione, è lo stesso Balzac che si preoccupa di vendere un certo numero di biglietti sottobanco ricavandone qualche soldo che gli permette di tirare avanti alla meno peggio. L’opera, dal titolo «Quinola», va in scena la sera del 10 marzo 1842. Anche in quest’occasione il teatro è gremito. Quando il sipario cala sul primo atto è una marea d’applausi. Balzac non crede ai suoi occhi e alle sue orecchie! Sollevato il sipario, già dopo poche battute l’atmosfera in teatro si raggela, le cose peggiorano man mano con la presentazione del terzo e del quarto atto, senza però che si verifichino degli incidenti. Verso la metà dell’ultimo, visibilmente seccati, alcuni spettatori danno in escandescenze contro l’autore e gli attori. Ne deriva una tale gazzarra che si è costretti a chiamare la forza pubblica per impedire che alcuni sostenitori di Balzac vengano pestati. Chiuso in un palco, ignorato dal pubblico, Honoré assiste muto a questo suo secondo insuccesso. Dopo che il teatro si è svuotato, egli esce a testa bassa col cappello calcato sulla fronte nel timore di essere riconosciuto e fatto oggetto a qualche violenza. Seppure rattristato, non sembra che Honoré se la prenda troppo per quanto è avvenuto all’«Odéon»; ciò che lo preoccupa non è il suo fallimento come autore drammatico, bensì il fatto che le nozze con la contessa Hanska si presentano molto problematiche. Dopo avere pensato a lungo, decide di partire: si recherà in Ucraina per avere un abboccamento con Eveline. Gli ostacoli che egli deve superare non sono pochi, perfino dei cavilli legali, una clausola del Codice civile russo vieta infatti ai cittadini di quel paese di contrarre matrimoni con stranieri residenti fuori della Russia e di conseguenza il trasferimento in altre nazioni di beni e capitali. Oltre a ciò è da risolvere il problema dei figli che la contessa ha avuto dal suo matrimonio. Rimediato un po’ di denaro, Balzac lascia Parigi diretto in Russia. Il viaggio è un massacro, ma egli lo sopporta pieno di speranza: la carta è troppo importante per essere giocata alla leggera, inoltre egli è ancora legato da sincero affetto a Eveline, la quale forse l’ama anch’essa. Dopo un viaggio interminabile, Honoré giunge a Pietroburgo dove ha fissato l’appuntamento con Eveline. L’incontro fra i due avviene nel luglio del 1843. Eveline, la quale è accompagnata dalla figlia Anne (divenuta nel frattempo una bella signorina, anche se un po’ fredda e taciturna), va incontro a Honoré. La scena è un po’ patetica, senza tuttavia uscire dai limiti della correttezza formale. Eveline ospita il suo ex-innamorato nella lussuosa residenza del conte di Kountazoff, situata nel centro della città, dove nel frattempo ha preso alloggio.

 

 

  Numero 23, 28-29 Gennaio 1966, p. 16, 4 ill.

 

Rinasce l’amore.

 

  XLIX – [...]. Rivedersi dopo tanto tempo, rinnova la passione nel cuore dei due e ben presto è la riconquista nel senso più completo della parola; Honoré trova che anche se sono trascorsi alcuni anni dalle loro serate di Ginevra e di Vienna, Eveline non ha perduto nulla del suo fascino ed Eveline, dal canto suo, constata che Honoré non è poi l’uomo disilluso e stanco della vita quale lo dipingevano le sue lettere. Ricordando la breve permanenza nella città di Pietroburgo, Balzac scriverà più tardi: «L’amore, creduto perduto e ritrovato, può paragonarsi a una meravigliosa opera d’arte, un quadro dipinto da un sommo artista per il quale, i pensieri, le sensazioni, le frasi sussurrate sulle labbra, e i battiti del cuore sono le magiche tinte che lo compongono e di cui sono contrastante sfondo, le sofferenze e le rinunce della separazione ...». Ancora una volta, l’amore diviene per Honoré un dramma sublime e patetico, essenza stessa della vita dell’uomo. Al braccio di Eveline, Balzac scopre Pietroburgo e la Russia, stretti l’uno all’altro essi compiono lunghe passeggiate fuori città fra i boschi di betulle, in riva ai ruscelli dalle acque limpide come di cristallo. Un giorno Eveline propone a Honoré di presenziare a Krasole-Selo a una rivista militare cui partecipano due reggimenti polacchi. Egli accetta e [in] quell’occasione il romanziere francese può vedere da vicino «il p piccolo padre della Santa Russia», lo Czar. Ma in tanta gioia, Honoré prova un’amara disillusione: a Pietroburgo sono molti coloro che lo conoscono per i suoi scritti, ma sembra che proprio per tale motivo lo evitino appena possono. Quando Balzac chiede a Eveline la spiegazione di ciò, essa risponde: «Mio caro, i tempi sono purtroppo cambiati dal 1839 quando il marchese di Custine fece conoscere per la prima volta agli intellettuali russi alcune delle vostre opere; voi sapete che la Corona non ama troppo coloro i quali si fanno propagandisti di idee nuove nel campo sociale, alcuni vostri scritti giunti piuttosto recentemente vi hanno fatto giudicare un personaggio «sospetto» e non troppo accetto. Questo è il motivo vero, non altri ... eppure molti — ve lo assicuro — apprezzano quanto me la vostra opera di letterato!». Queste parole forniscono a Balzac la spiegazione di molte cose: i pochi inviti ricevuti, gli ostacoli avanzati al suo matrimonio con Eveline, la fredda cortesia notata nei suoi confronti da parte di chi l’aveva avvicinato. Una sera Honoré affronta il delicato argomento del matrimonio con la bella contessa. «Sono certo rammenterete — dice Honoré a Eveline — la promessa fattami: “Vi giuro che sarò vostra moglie il giorno in cui sarò libera da altri legami!”». La contessa non nega questa sua promessa, tuttavia fa notare al suo innamorato che la cosa è impossibile, almeno per il momento, ossia sua figlia Anna dovrà prima trovare marito, quindi bisognerà risolvere il problema dell’eredità del marito. Anna, come abbiamo detto, è ormai una bella ragazza e i partiti non sembrano mancarle, però nulla di definitivo autorizza ancora Balzac a sperare su delle nozze a breve scadenza. All’inizio d’ottobre (1843), Balzac è costretto a lasciare Pietroburgo per fare ritorno a Parigi. Il viaggio sarà ancora una volta molto lungo. Le tappe che attendono il nostro romanziere sono: Tilsit, Berlino, Lipsia, Dresda, Bruxelles e infine Parigi. Prima di salire sulla diligenza, Honoré stringe fra le braccia Eveline e la bacia sulle guance. Per rendergli meno penoso il lungo viaggio, la contessa ha provveduto Honoré di una pelliccia, di un paio di stivali imbottiti e di una spessa sciarpa di lana.


 

  Numero 24, 29-30 Gennaio 1966, p. 14, 4 ill.

 

La principessa e la contessa.

 

  L. – [...]. Da Dresda, dove ha l’occasione di visitare il Museo e il Tesoro, Balzac scrive una lettera a Eveline. «Bisognerà che ritorni a Dresda in tua compagnia perché i quadri esposti in questo museo mi dicano qualcosa. Una cosa soltanto mi ha attratto e commosso, le figure muliebri di Rubens che mi ricordavano te». E’ durante questo viaggio che Honoré viene colpito di frequente da forti emicranie, sembra si tratti di aracnoidite, ossia una infiammazione delle meningi. Fattosi visitare da un medico, Honoré si sentirà dire: «Sono spiacente per voi, ma morirete come Michat (sic), Béclard e tanti altri che hanno abusato del loro cervello». A Parigi, Honoré fa fare una copia in gesso di un suo busto, assai somigliante, scolpito precedentemente da un amico. E’ intenzione di Balzac inviare la copia alla contessa Hanska in regalo. E’ l’anno 1844. Le condizioni di Honoré peggiorano, le emicranie continuano ed ad esse s’aggiungono delle epistassi frequenti. Egli si sente debole ed altri malanni contribuiscono a rendere più delicata la sua salute già scossa. Nell’ottobre di quell’anno egli viene colpito da una dolorosa nevralgia che non gli dà tregua. In questo periodo, Balzac riceve il manoscritto di una novella scritta da Eveline. Dopo averlo letto con attenzione, il romanziere scrive alla sua innamorata: «Ti ringrazio per l’attenzione avuta nei miei confronti e mi rallegro con te, è una cosa buona degna di essere pubblicata». Eveline, allora, invita Honoré a correggere il manoscritto, ad ampliarlo e pubblicarlo sotto suo nome, Balzac non vorrebbe, ma poi accetta. L’opera uscirà col titolo «Modeste Mignon». Nella primavera del 1844, Balzac incontra Liszt nel salotto della principessa Belgioioso, a Marly. E’ un incontro burrascoso perché Honoré non ha dimenticato che il famoso musicista ha fatto la corte a Eveline. Geloso della sua innamorata, Balzac offende pubblicamente il suo rivale, ma Liszt non è uomo da non rispondere a tono. Il diverbio sembra non turbare la contessa di Belgioioso la quale mostra, invece, di ammirare i due avversari e lo fa molto apertamente. Verso la fine della serata, ritornerà la calma, anzi sarà lo stesso Liszt che, riappacificatosi con Balzac, lo pregherà di presentare i suoi saluti alla contessa Hanska quando le scriverà. Qualche mese più tardi, durante un ricevimento in casa della contessa Ida de Bocarné, a Balzac viene presentato tale Koreff, medico, ipnotizzatore e ... ciarlatano. Poiché Caroline (sorella di Eveline Hanska) è amica della de Bocarmé e frequenta la casa di quest’ultima, scrive alla sua innamorata: «Koreff è un infame spione, una spia dell’Austria, e tua sorella non lo sa o non se ne rende conto. Ho saputo che essa si confida con questo losco individuo e gli ha parlato anche di noi».


 

  Numero 28, 3-4 Febbraio 1966, p. 14, 3 ill.

 

La vittoria di Eveline.

 

  LI — [...]. Il 14 giugno 1844, Balzac è molto sorpreso vedendo arrivare a casa sua, in rue Basse, «Lirette», ossia Henriette Borel, l’istitutrice di Anna (la figlia di Eveline e del defunto conte Wenceslas Hanska (sic); che aveva favorito lo scambio epistolare fra la giovane contessa e il romanziere. M.me de Brugnol, che oltre ad essere la padrona di casa del romanziere è anche la sua segreta amica, non è troppo soddisfatta di questa visita. Essa teme infatti che la Borel venga da parte della contessa Hanska, ma si rassicura non appena s’accorge che la giovane donna mostra a Honoré un grosso libro sulla cui copertina è riprodotto un grande crocefisso. L’arcano è subito spiegato. «Signor de Balzac — dice la Borel al romanziere, — voi sapete che io ero di religione protestante e da tempo ho abbracciato il Cattolicesimo, orbene, ora che mia figlia si sposa e poiché non ho altri legami, ho deciso di farmi suora, entrerò nell’ordine delle Domenicane!». La cosa lascia piuttosto sorpreso Balzac, egli non ha che dire. Qualche mese dopo la Borel metterà in atto questo suo desiderio e Balzac scriverà alla contessa Hanska per metterla al corrente della cosa. Una sera, verso la fine dell’estate dell’anno 1844, Léon Gozlan si reca a fare visita a Honoré e trova quest'ultimo ancora a tavola con M.me Brugnol. Con Gozlan, redattore de «La Presse», è uno strano personaggio, un certo Vidoq (sic), un tipo dalla figura massiccia e dai tratti duri. Non si tratta di un uomo qualsiasi, bensì di un ex forzato divenuto prima informatore e poi funzionario della «Surété (sic)» e che Balzac aveva espresso il desiderio di conoscere. Honoré sfrutterà questa strana conoscenza per ottenere da Vidoq notizie sul suo passato che gli serviranno per tratteggiare la figura di alcuni importanti personaggi dei suoi romanzi. Frattanto a Pietroburgo, la contessa Hanska riesce a vincere la causa e a rientrare in possesso dei beni di cui era stata privata dopo la morte del marito, il conte Wenceslas. Da Pietroburgo, essa rientra a Wierzchovnia. dove ha la sua residenza ufficiale. Informato della cosa dalla stessa Eveline, Honoré le scrive subito una lettera nella quale si dice lieto della sua vittoria. «Sono molto lieto per voi — egli scrive, — io non sono molto sensibile alla mia fortuna, anche perché ne ho avuta ben poca sinora, comunque il fatto che abbiate vinto la causa che vi stava tanto a cuore mi fa molto piacere». Nella missiva Honoré esprime anche la speranza di potersi recare a Wierzchownia, ma questa volta è la stessa Eveline che lo prega di non muoversi da Parigi, in compenso gli invia ventimila franchi e una sua bellissima miniatura. Quella somma sarà per Honoré «l’inizio del loro piccolo tesoro comune!». Honoré ringrazia dei doni la sua bella, la quale fra l’altro gli ha fatto pervenire anche una ciocca dei suoi capelli. «La miniatura che mi avete mandato è un vero capolavoro — scrive Honoré, — siete talmente somigliante che talvolta mi scopro intento a parlarvi come se mi foste veramente di fronte. E’ una gioia ammirarvi, una cosa meravigliosa che mi concede attimi di vera gioia».


 

  Numero 29, 4-5 Febbraio 1966, p. 10, 4 ill.

 

Incontro a Dresda.

 

  LII. — [...]. Nel gennaio del 1845, Eveline informa Honoré di trovarsi a Dresda presso l’«Hotel de Saxe» insieme alla figlia Anna, la quale ha scelto l’uomo che dovrà diventare il compagno della sua vita: il giovane conte Georges Mniszech, discendente di una. nobilissima famiglia del Palatinato. Eveline descrive Georges: «... uomo affascinante, di ottima cultura, dall’aspetto distintissimo, buon parlatore e ... profondamente innamorato di Anna». Nella missiva, Eveline non dice però a Honoré di raggiungerla, pertanto se da un lato la notizia del fidanzamento di Anna riesce molto gradita al nostro romanziere, il fatto che la sua donna non esprima il desiderio di rivederlo lo rammarica non poco. «Perché — chiede a se stesso Balzac — non vuole che io la raggiunga? Questo suo modo d’agire deve avere un motivo ben preciso. E allora perché non dirmelo? E’ una crudeltà tenermi su quest’altalena che mi tormenta giorno e notte!». Honoré scrive subito una lettera indirizzandola all’«Hotel de Saxe» e solo due settimane dopo riceve la risposta tanto attesa. «Mio caro, — scrive Eveline —, non dovete essere così triste se nella mia prima lettera non ho espresso il desiderio di rivedervi, la causa di ciò è valida. Dovete sapere che fino a pochi giorni fa era qui a Dresda una persona che non desideravo vi vedesse in mia compagnia, ciò per il nostro bene. Questa persona potrebbe nuocerci e compromettere i nostri progetti. Ora sono felice di dirvi che vi attendo e più presto arriverete più felice sarò!». Dopo questa seconda missiva, Honoré è felice e fa precedere la propria partenza da un messaggio: «Vi prego di perdonarmi — egli scrive — se vi sono apparso sospettoso e ridicolo, ma non sapeva che avessimo tanti nemici. E’ destino che io trovi spesso sul mio cammino persone che mi detestano, tuttavia l’avere incontrato voi, che amo tanto, mi compensa largamente!». Ai primi di maggio dell’anno 1845 Balzac è nuovamente a Dresda. Egli prende alloggio all’albergo «Stadt Roma». Per sessanta lire al mese egli può disporre di un appartamento di tre stanze situato al terzo piano dell’edificio. Mai come in quell’occasione. Honoré sente d'essere perdutamente innamorato della bella contessa. Stringendola finalmente fra le braccia, egli le sussurra dolcemente all’orecchio: «Tu sei la gloria, il piacere, l’onore, la fortuna, la felicità, la voluttà d’un uomo che t’ama e che non pensa che a te ...». Per sfuggire agli occhi indiscreti di altre persone che non approvano i rapporti che intercorrono fra Honoré ed Eveline, i due lasciano Dresda e, accompagnandosi ad Anna e al conte Mniszech, trascorrono qualche giorno alle terme di Homburg-Kannstadt, visitano poi Colonia e altre località sulle rive del Reno. Una sera, i quattro si recano a teatro a vedere «I saltimbanchi» di Dumersan e Varen, uno spettacolo che ha incontrato l’approvazione del pubblico. In quell’occasione le due coppie s’attribuiscono per gioco i nomi di alcuni personaggi del lavoro: Balzac sarà Bilbouquet (sic); Eveline, Atala; Anna, Zéphrine; Georges, Gringalet. Prima di lasciare Dresda per Parigi, i quattro combinano di raggiungere insieme la capitale francese. Ciò avviene e durante la permanenza a Parigi Eveline e Anna fanno una serie di acquisti pagando somme enormi in abiti e profumi.


 

  Numero 30, 5-6 Febbraio 1966, p. 10, 3 ill.

 

Madame De Brugnol.

 

  LIII — [...]. Grazie all’interessamento della signora Brugnol, EvEline e Anna Hanska si sistemano In un bellissimo appartamento situato in «Rue de la Tour», posto nelle immediate vicinanze di «Rue Basse», dove abita Balzac; ma quando la Brugnol s’avvede che il romanziere trascorre quasi tutte le notti fuori casa e che le due dame russe sono spesso ospiti dello scrittore, essa non sa nascondere il proprio malumore, particolarmente quando si trova in presenza della bella contessa. La tempesta non tarda a scoppiare e qualche giorno più tardi Eveline ha un diverbio con M.me Brugnol. Balzac interviene prontamente nella disputa e liquida su due piedi la «serva padrona». Il piccolo scandalo procura a Balzac un sacco di fastidi; la Brugnol, infatti, non è soltanto la nutrice del romanziere, ma anche la sua confidente e in più di un’occasione gli ha anche anticipato del denaro. Per evitare altre scenate, Honoré restituisce alla Brugnol le somme avute e invita Eveline e Anna a lasciare Parigi con lui: si trasferiranno a Tours, l’amena località dove Balzac è nato. Qui, i tre prendono alloggio presso l’«Hotel de Faisan», il migliore della città, situato ad appena un centinaio di metri dalla casa natale di Honoré. La tappa a Tours è piacevole, ma non può prolungarsi come Anna ed Eveline desidererebbero, il conte Georges — che nel frattempo è dovuto recarsi a Bruxelles — insiste perché Anna lo raggiunga al più presto. La partenza avviene quasi all’improvviso e Honoré decide di seguire la sua innamorata. Riuniti, i quattro visitano numerose località dell’Olanda, fra cui Amsterdam, l’Aia e Rotterdam. In quest’ultima, Balzac acquista un certo numero di mobili, nonché quadri e tappeti che dovranno essere sistemati nella casa che un giorno ospiterà Eveline e lui, dopo il matrimonio. Dall’Olanda, Honoré è costretto a rientrare temporaneamente a Parigi per incontrarsi con alcuni editori e discutere altri affari connessi con la sua produzione letteraria, ma appena sistemate le cose, egli fa subito ritorno a Bade, dove la contessa e la figlia si sono fermate in attesa del suo ritorno dalla capitale francese. Dopo una permanenza di una quindicina di giorni in quest’ultima località, Anna decide di lasciare Bade per Mulhouse. Il viaggio viene compiuto in treno. Da Mulhouse, il gruppo raggiunge in diligenza Chalon-sur-Saône e quindi Lione, Marsiglia e, a bordo del piroscafo «Leonidas», Napoli. Sfortunatamente, una disputa sorta fra Honoré e un suo editore, costringe il romanziere a rientrare precipitosamente a Parigi. Egli non si ricongiungerà con i tre amici se non nella primavera del 1846, a Roma. Da questa capitale, Balzac proseguirà poi per la Svizzera e giungerà dopo parecchie settimane a Tours per scegliere, incaricato dalla sua innamorata, quello che dovrà diventare il loro splendido nido.


 

  Numero 33, 9-10 Febbraio 1966, p. 8, 3 ill.

 

Il matrimonio di Anna.

 

  LIV. — [...]. Mentre Eveline, lasciata Roma, ritorna a Dresda, Honoré le fa pervenire una lettera nella quale le dice fra l’altro: «Dopo tanti giorni trascorsi insieme in un meraviglioso vagabondaggio attraverso paesi e città ricchi d'arte e di storia, mi riesce difficile restare seduto al tavolo e lavorare. Certo, però, che non mi è facile concentrarmi come un tempo ora che la mia mente è sempre rivolta a te, unica ragione della mia vita!». Proprio in quei giorni Honoré riceve una lieta novella: M.me de Brugnol non si farà, più viva con lui, ha sposato tale Eschoet, scultore in legno. Poiché la contessa Hanska ha già pagato in buona parte i debiti contratti da Honoré e gli ha concesso un largo credito perché sistemi la loro futura casa, Balzac è attratto verso una speculazione che, a detta del suo amico Rothschild, dovrebbe fruttare un sacco di soldi nel giro di breve tempo. Per tale motivo, Honoré acquista un blocchetto azionario delle «Ferrovie del Nord». Sfortunato in affari, anche questa volta, Balzac s’avvede di avere riposto male le proprie speranze; infatti, contrariamente alle previsioni, le azioni subiscono un forte ribasso. Dovendosi giustificare con Eveline, Honoré le fa presente di avere tentato la speculazione solo perché sperava di aumentare «il loro tesoro comune», ma la cosa la lascia quasi indifferente, essa è talmente ricca che la perdita, non la impensierisce, anzi sollecita Honoré perché, oltre a Tours, egli acquisti un appartamento a Parigi destinato a ospitarli dopo le loro nozze. Dopo molte ricerche, Balzac sembra propendere per un palazzo situato nel quartiere di Beaujon. Si tratta di una costruzione imponente ricca di ricordi legati alla storia di Francia, la cui facciata dà su «Rue Moulin» e già proprietà di un alto personaggio dei tempi del Direttorio, il commissario generale Nicolas Beaujon. L’atto d’acquisto dello stabile viene firmato dalle parti il 18 settembre 1864 (sic) presso lo studio del notaio Gossart Da Dresda, Eveline fa pervenire a Honoré parte del denaro necessario per arredare la nuova dimora e lui fa del suo meglio per trovare presso noti antiquari, mobili, arazzi ed altre cose di valore. Poiché Eveline è in attesa di un figlio suo, Balzac fa arredare anche la stanza del futuro erede (per il quale egli ha già scelto il nome di Victor Honoré); essa, oltre che bellissima, sarà fornita di tutto il necessario. Il particolare della futura nascita di un figlio sembra però preoccupare più Honoré che Eveline, la quale, date le sue condizioni avrebbe ragione d’affrettare il matrimonio. Nelle sue lettere, Balzac ripete a Eveline tutto il suo amore e la gioia di essere padre della creatura che essa reca in grembo, ma più che a se stessa, Eveline pensa ad Anna, a sua figlia, fidanzata al conte Georges. Grazie all’interessamento non tutto disinteressato della madre, il matrimonio fra Anna e il conte Georges viene fissato verso l’inizio d’ottobre. Per desiderio del futuro marito, il conte Mniszech, la cerimonia nuziale si svolge a Wiesbaden. Al rito e al successivo fastoso ricevimento assistono Balzac ed Eveline, felice più che mai di avere sposato Anna e di riavere al suo fianco Honoré.


 

  Numero 34, 10-11 Febbraio 1966, p. 8, 4 ill.

 

Una notizia terribile.

 

  LV — [...]. Ma ecco M.me Brugnol rifarsi viva. Essa è venuta in possesso di un pacchetto di lettere scritte da Eveline e Honoré e minaccia di divulgarne il contenuto. Per ricuperarle, Honoré è costretto a versare alla sua ex governante cinquemila franchi. Onde evitare altri incidenti del genere, il romanziere brucerà il giorno seguente tutte le lettere inviategli da Eveline: grossa perdita per i biografi della famosa coppia! In novembre giunge a Honoré una notizia terribile. La creatura che Eveline attendeva — ossia quello che secondo Balzac doveva essere Victor-Honoré Balzac — è morto subito dopo essere venuto alla luce. Ignorando che la data del parto fosse così vicina, Balzac incassa malamente il duro colpo. Al tristo annuncio datogli da Eveline, Honoré risponde: «Non so dirti — egli scrive — quanto grande, profondo sia il mio dolore, è un disastro generale ... Avevo sempre sognato di avere un giorno un figlio da te. Era uno dei sogni della mia vita; tuttavia è già una fortuna per me se tu sei viva, tu che io amo più della mia stessa esistenza! ...». Il 4 febbraio Balzac può recarsi a Francoforte e rincontrare Eva che nel frattempo ha deciso di stabilirsi a Parigi Balzac lascia Francoforte insieme alla sua innamorata e i due prendono temporaneamente alloggio in un palazzo situato in «rue Neuve-de Berry». Questo si compone di cinque locali con annesso un vasto giardino. La pigione è 600 franchi ogni due mesi. Eveline è venuta a Parigi anche perché curiosa di vedere la casa che Balzac ha comperato e che diventerà il loro nido. Ma è una delusione. Le stanze sono piuttosto piccole ed hanno i soffitti bassi, anche il giardino è mal curato e per nulla attraente! I mobili, poi, un orrore, fatta eccezione per quelli comperati a suo tempo a Dresda. La compagna di Honoré ne rimane veramente sconcertata, non avrebbe mai immaginato tanto cattivo guato da parte del suo futuro marito! Honoré comprende benissimo di non avere capito nulla dei gusti della compagna e non tenta nemmeno di giustificarsi. Eveline si dà subito da fare e sostituisce tutto ciò che Honoré ha acquistato per lei. Per contro, Honoré cerca di riparare portando con sé Eveline nei migliori salotti di Parigi e facendole da guida. Egli accompagna Eveline all’Opéra, nelle visite ai musei e alle pinacoteche della capitale. Il 15 aprile, Balzac parte con la Hanska diretto in Renania, da dove essa proseguirà sola fino a Wierzchownia per incontrarsi con Anna e Georges. Frattanto Balzac riceve nel nuovo alloggio la sorella di Eveline, che da tempo risiede a Parigi. Si tratta di Aline, con la quale sono le due sue figlie, Pauline e Ernestine. Ma la visita è tutt’altro che gradita a Balzac in quanto s’avverte che le esclamazioni di meraviglia delle ospiti nel visitare la casa sono tutta una falsità. Paolina, ad un certo punto, esclama: «Ma questa dimora non ha nulla che vedere con quella di Wierzchownia. E’ un sogno!». Per amore di pace, Balzac preferisce fare orecchie da mercante e non badare alle future parenti.


 

  Numero 38, 15-16 Febbraio 1966, p. 10, 4 ill.

 

Il viaggio a Wierzchownia.

 

  LVI. — [...]. La notte fra il 27 e 11 28 giugno 1847, profondamente abbattuto nel vedersi ancora una volta solo e prevedendo che le agognate nozze con Eveline resteranno lettera morta, Honoré de Balzac redige il proprio testamento. «E’ mio desiderio — scrive fra l’altro il romanziere — essere portato alla sepoltura a bordo di un carro funebre di prima classe, ma senza altro accompagnamento di vetture. Lascio alla contessa Eveline Hanska i diritti d’autore delle mie opere, ma essa dovrà passare a mia madre una pensione di tremila franchi per il suo sostentamento ... I debiti che ho contratto e che non ho ancora saldato potranno essere pagati con le somme provenienti da tali diritti. Lascio alla contessa Mniszech il mio tavolo con piano di malachite e i quadri che essa vorrà scegliere; ad Alessandro de Berny un tavolo di noce scolpita sul quale ho spesso lavorato ...». Poiché nel frattempo anche le condizioni di salute dello scrittore si sono fatte piuttosto precarie, questi rinuncia ad altri viaggi. L’estate a Parigi è in quell’anno molto calda e Honoré ne soffre, ma preferisce non lasciare la capitale nella speranza di vedersi ritornare Eveline, questa però si trova lontano e occupata da troppe cose per potere rientrare in Francia, anche le sue lettere sono piuttosto scarse e in esse Honoré cerca invano delle frasi affettuose che lo aiutino a sollevarsi dalla profonda prostrazione in cui è caduto da qualche tempo. Gli amici del romanziere hanno notato la sua trasformazione e fanno il possibile per rialzargli il morale; Honoré, però, rifiuta quasi tutti gli inviti e preferisce restare chiuso anche per parecchi giorni di seguito nel suo appartamento senza vedere nessuno. Una sera egli accetta di recarsi a una festa, ma rientra ben presto a casa più triste di prima. Finalmente il primo settembre giunge, via Odessa, una lettera di Eveline. Essa lo prega di raggiungerla ai più presto a Wierzchownia. La mattina del 5 dello stesso mese, Honoré parte recando con sé cibarie per otto giorni ... Il viaggio è molto lungo: parte in treno, parte in diligenza e in carrozza. Giunto a Radziwillof, Balzac trova ad attenderlo una «Kibitka» su cui è un soldato armato incaricato di scortarlo fino a destinazione. A Wierzchownia, Balzac giunge il 16 settembre terribilmente stanco e infreddolito. L’incontro con Eveline gli rida animo. Honoré viene ospitato, in una principesca dimora popolata di domestici. Il romanziere rimane ammirato da tanta ricchezza ed eleganza, tuttavia egli rimpiange la propria stanza di lavoro dove almeno fa caldo; nel palazzo, infatti, la temperatura è tutt’altro che invitante anche perché il riscaldamento è assicurato da poche stufe e qualche caminetto. Eveline sistema Balzac in uno dei sette appartamenti riservati agli ospiti di riguardo, formati da un salotto, uno studio e una camera da letto. In quest’occasione la contessa annuncia a Honoré di avere rinunciato a tutti i propri beni in favore della figlia, fatta eccezione per una grossa rendita che servirà al suo sostentamento. Dissimulando i suoi sentimenti, Balzac loda la contessa per una prova di così profondo amore filiale ma in cuor suo non approva tanta munificenza.


 

  Numero 39, 16-17 Febbraio 1966, p. 6, 4 ill.

 

La rivoluzione.

 

  LVII — [...]. Nel novembre di quell'anno (1847), Balzac ed Eveline, lasciano Wierzchownia diretti a Kiev dove incontrano Georges Mniszech che si trova colà per affari. A proposito di questa visita alla «Gerusalemme russa» dove almeno una cinquantina di persone morivano ogni giorno di colera, Balzac scrive: «Il giovane conte era in viaggio per raggiungerci, egli proveniva da un territorio vasto quanto il dipartimento della Senna-Marna e intersecato da tre fiumi, il Dnieper, il Pripet e il Tetereff. Così potei vedere Kiev, quella che è chiamata «La Roma del Nord», la città tartara dalle trecento chiese e il tesoro della Raurat, e la Santa Sofia delle steppe. Lo credereste? Un mugico che aveva letto tutte le mie opere mi manifestò un’ammirazione sconfinata e tutte le settimane, dopo la mia partenza, bruciò un cero nella chiesa di San Nicola per invocare su di me la benedizione di Dio. Seppi più tardi che egli aveva promesso un certo numero di monete d’argento a una domestica della contessa Hanska per sapere da essa quando avrei fatto ritorno in Russia ...». All’inizio del febbraio dell’anno 1848 Balzac giudica necessario rientrare in patria per sistemare l’appartamento di «rue Fortunée». Prima di partire, Honoré promette a Eveline che ritornerà da lei per sposarla e quindi condurla con lui a Parigi. Balzac giunge nella capitale francese il giorno 22, affacciatosi alla finestra del suo studio dove aveva appena finito di scrivere una lettera alla sua innamorata, nota un gruppo di rivoltosi armati dirigersi verso il palazzo reale. In «rue Dupont» vengono erette delle barricate, s’incomincia a sparare. Violenti scontri hanno luogo nei quartieri di Halles e di Saint-Merry. La mattina seguente si ode ancora il crepitìo della fucileria e presso il «boulevard des Capucines» gli insorti lamentano parecchi morti. Il pomeriggio del 24, vinta la resistenza delle forze fedeli al re, i rivoluzionari penetrano nel palazzo delle Tuileries e lo saccheggiano, Balzac, che è tra la folla, entra anch’egli nella lussuosa dimora, ma s’impossessa soltanto di un quaderno del piccolo conte di Parigi il quale, nel frattempo, è in fuga col padre, Luigi-Filippo I, che, dopo avere abdicato, è fuggito con i suoi alla volta dell’Inghilterra. Il trono viene trasportato dalla folla urlante ai piedi della colonna del 14 luglio e dato alle fiamme.


 

  Numero 40, 17-18 Febbraio 1966, p. 10, 3 ill.

 

La giovane Paolina.

 

  LVIII — [...]. In seguito ai gravi rivolgimenti politici, cinque banche chiudono i battenti, il prezzo dell’oro va alle stelle, con la chiusura dei più importanti istituti di credito il commercio interno ristagna. Il 13 marzo il giornale «Constitutionnel» pubblica una lettera che reca la firma di Honoré de Balzac. Indirizzata al direttore del medesimo, la missiva dice: «Signore, alcune persone mi hanno fatto l’onore di pensare alla mia persona per la carica di deputato in seno all’Assemblea Nazionale, prima di rendere la cosa di pubblica ragione, ho atteso però che il loro numero fosse abbastanza considerevole e che il mio nome apparisse sulle liste ufficiose per non essere tacciato di tracotanza se avessi espresso anzitempo il desiderio di presentarmi candidato. Ritengo che la gravità delle circostanze, la solennità e l’importanza del momento non permetta a chi è stato designato a tale alta missione di negare alla patria la propria cooperazione, ora che la Francia ha quanto mai bisogno dell’aiuto dei suoi figli». Il 31 marzo Balzac è obbligato ad accendere, insieme con altri, le luminarie appese all’«albero della libertà» issato in piazza Beaujou. Honoré non si rifiuta, ma in merito a tale avvenimento egli scriverà a Eveline nell’intimità del suo studio: «Dovrei lavorare di più per dare vigore alla luce di quel palloncini ... ma io incomincio a sentire il peso degli anni e m’avvedo di non avere olio abbastanza per la bisogna; la fiamma che ancora brucia in me debbo tenerla per la donna che amo, devo consumarla sull’altare dell’amore perché è soltanto nell’amore che le porto ch’io trovo la forza di vincere questa solitudine fredda e vuota come la morte. Dal giorno in cui il destino ti ha posto sulla mia strada ho sempre sognato di unire la mia esistenza alla tua, di farti dono di tutto me stesso, corpo e anima, ma gli avvenimenti mi costringono a vivere ancora di speranze». Il 20 aprile il candidato Balzac pubblica sul «Débat» la propria professione di fede. «Dal 1789 al 1848 — dice lo scritto — la Francia, o se volete Parigi, ha conosciuto notevoli mutamenti; per tale motivo io auspico la nascita di un nuovo governo che dia alla Francia stabilità, forza, e ricchezza, ricchezza fondata sul rispetto della legge, sulla fratellanza, sull’onestà. Come uomo e come francese io mi auguro che la nuova Repubblica sia forte e saggia ...». Alle elezioni, tenute il 29 aprile, Balzac ottiene 20 voti, non troppi in verità; maggiore successo egli miete la sera del 25 maggio quando presenta la prima di un suo nuovo lavoro teatrale dal titolo: «La Marâtre». Fra gli spettatori è Victor Hugo insieme con la sua famiglia al completo. Quando cala il sipario è un’ovazione frenetica. Balzac non crede ai propri occhi. Poco dopo sarà Hugo stesso che andrà a congratularsi con lui, ma sarà un fuoco di paglia e ben presto i francesi dimenticheranno «La Marâtre». Frattanto Balzac riceve da Eveline una lettera molto fredda, essa lo consiglia di sposare qualche altra donna. Una delle tre sorelle di Eveline, Alina, si reca da Honoré e (al corrente della cosa) gli propone di sposare la sua giovane figlia Paolina. Honoré, indignato, rifiuta.


 

  Numero 42, 19-20 Febbraio 1966, p. 8, 4 ill.

 

Ritorno in Ucraina.

 

  LIX — [...]. L’insuccesso finanziario della «Marâtre» non ha scoraggiato Balzac. Egli sa bene che in aprile, per esempio, molti teatri non hanno incassato più di 30 franchi per sera. Anzi, una rappresentazione di «Ruy Blas», alla Porte-Saint-Martin, ha fruttato 9 franchi! Parte per Saché, nella nativa Turenna, e vi si trattiene ospite della signora Margonne, ormai vedova. Di là scrive alla signora Hanska: «La mia ipertrofia del cuore fa tristi progressi». Passate le sanguinose giornate di giugno, lo scrittore ritorna a Parigi e, il 17 agosto 1848, legge alla «Comédie-Française» il suo «Mercadet l’affarista». Ricorda un attore del tempo: «Leggendo il primo atto, Balzac si sbottona la giacca e si toglie la cravatta. Nel secondo, si toglie il panciotto e resta in maniche di camicia. Quando sta per finire, si allenta anche la cintura. Ma ha letto con tanto brio e ha espresso una così prodigiosa vitalità che la commedia viene accettata all’unanimità. Subito lo scrittore si disinteressa del suo lavoro. Il suo più vivo desiderio è di ritornare in Ucraina, presso Eva Hanska. Lascia alla madre l’alloggio della rue Fortunée e parte. Arriva a Wierzchownia ai primi d’ottobre del ’48. Ritrova con gioia le braccia amorose d’Eva. Una sera, viaggiando in slitta, su un lago gelato, con una scorta di cosacchi, alla luce di fiaccole, la signora Hanska spiega a Balzac le ragioni che le impediscono di decidersi a sposarlo: l’opposizione della famiglia Rzewuski a questa unione male assortita, tre nuovi processi per la divisione d’eredità e, soprattutto, la per dolorosa separazione da Anna che continuerebbe a vivere a Wierzchownia, mentre la madre risiederebbe a Parigi. Balzac studia una soluzione: la famiglia Mniszech, che non ha un eccessivo entusiasmo per Wierzchownia, potrebbe acquistare la casa del pittore Gudin, adiacente alla «Folie-Beaujou» (sic) e stabilirsi anch’essa a Parigi, vicinissima a Eva e Honoré. Ma per fare questo essa dovrebbe vendere beni in Russia ed espatriare. Troppo complicato! Un giorno, la signora Hanska s’accorge che Balzac riceve alla madre continue richieste denaro per la casa della rue Fortunée. Quando s’avvede che oltre 400 mila franchi sono stati ingoiati da quella che ella chiama «la follia Beaujou», esclama con furore crudele: «E adesso, basta! Non voglio più sentir parlare della rue Fortunée! Andate a Parigi e vendete tutto! Dove volete condurmi? In mezzo ai pasticci, alle spese, ai debiti? Basta, basta! ...». Balzac, profondamente turbato, fissa la donna amata e poi mormora, con cupa gravità: «Va bene! Partirò solo ...». Di colpo la collera della signora Hanska svanisce. Eva getta le braccia al collo di Honoré, gli prende la grossa testa fra le mani e lo bacia sulla fronte, mentre una lacrima le riga il viso ...


 

  Numero 45, 23-24 Febbraio 1966, p. 12, 4 ill.

 

Le nozze!

 

  LX — [...]. Balzac s’irritava nel vedere il tempo trascorrere e avvicinarsi la fine di quell’anno 1848 che egli contava di terminare a Parigi accanto ad Eva Hanska divenuta sua sposa. Ma questa obiettava che, cominciato l’inverno, era praticamente impossibile lasciare la Russia. Bisognava almeno aspettare l’epoca in cui si possono utilizzare le slitte: un periodo piuttosto breve poiché, alla fine di febbraio o ai primi di marzo, viene il disgelo e le strade rimangono poi a lungo impraticabili. Balzac dovette rassegnarsi ad aspettare la fine della primavera. Per tutto l’inverno fu afflitto da raffreddori. Dal gennaio del 1849 anche il cuore, colpito da ipertrofia, lo fece soffrire. Era curato da due medici, i dottori Knothé, padre e figlio. Diceva il primo: «I vostri medici francesi sono molto da apprezzare dal punto di vista diagnostico, ma sanno assai poco in campo terapeutico». Balzac era ora curato con forti dosi di succo di limone puro. Nulla di più irritante per lo stomaco. Un giorno lo scrittore cadde come folgorato su un divano. «La testa — egli scriverà — mi pesava come un masso di milioni di chilogrammi. Rimasi nove ore senza poter muovere. Per spiegare quello che sentivo dovrei paragonare la mia testa alla cupola di San Pietro rimbombante di suoni ...». Viene l’estate, sopraggiunge l’autunno. Balzac, spossato, con tremendi dolori di testa, non esce quasi più. «Sono quattordici mesi — scrive — che mi trovo in questo deserto (perché questo è veramente un deserto) e mi sembra che tutto questo tempo sia passato come in un sogno». La palpitazione del cuore si aggrava, gli accessi di soffocazione si fanno più frequenti, la vista s’indebolisce. Un giorno la signora Hanska dice alla figlia e al genero: «Io devo qualcosa all’uomo che tanto ha sofferto per me e al quale ho dato l’ispirazione, ma poche gioie. Se sta per morire, voglio che spiri con la sua mano nella mia, con la mia immagine nel cuore ...». Anna e Georges, commossi, approvano. Ma la salute di Balzac comincia a migliorare. Lo scrittore e la signora Hanska possono guardare più serenamente all’avvenire. Finalmente, il 14 marzo 1850, il vescovo di Jitomir accoglie la coppia ai piedi dell’altare della chiesa di Santa Barbara, a Berdiscev, e celebra le nozze. Testimoni: i conti Georges Mniszech e Gustave Olizar, il curato della parrocchia e il segretario del vescovo. Rientrato a Wierzchownia, dopo un viaggio di 50 chilometri in slitta, Balzac è esultante. Scrive alla madre: «Devi dire a tuo genero, lo scettico Surville, che ho sposato una donna della più alta nobiltà europea!». Il 14 aprile, gli sposi decidono di mettersi in viaggio per Parigi. Solo a Francoforte potranno trovare un treno. Fin là, il viaggio sulle strade trasformate in pantani, su una carrozza che più volte va fuori strada, è un calvario tremendo per gli sposi e soprattutto per Balzac, più che mai malato.


 

  Numero 47, 25-26 Febbraio 1966, p. 6, 4 ill.

 

Servito da Caterina I e Caterina II.

 

  LXI — [...]. Da Dresda, Balzac scrive alla madre, a cui ha affidato la casa di rue Fortunée: «Abiteremo al piano terreno, è perché non sono in grado dì salire scale. Spero che la casa sia ora veramente graziosa e pronta a ricevere la sua bella padrona». Sulla lettera, Eva aggiunge di suo pugno: «Avrei voluto riportarvi vostro figlio nelle migliori condizioni di salute. Ma bisogna sperare molto nell’aria nativa. Quanto a voi, signora, credetemi; sono impaziente di rendere omaggio alla madre del mio eccellente e perfetto marito. Troverete in me una figlia veramente affezionata». Alla Gare du Nord, i coniugi prendono una vettura, vi fanno caricare i bagagli e si fanno portare in rue Fortunée. Balzac sa che la madre è a Suresnes dove avverrà il primo incontro con la nuora. Ma in casa è rimasto il fedele domestico François Munch. Tutte le finestre sono illuminate, per ricevere i padroni. Balzac suona. Nessuno risponde. Suona ancora, ripetutamente. Insiste a lungo, nessuno viene ad aprire. E’ notte tarda e lo scrittore, inquieto, va a cercare un fabbro. Questi riesce a far scattare la serratura e ad aprire i battenti: finalmente i coniugi Balzac sono nella loro casa! Ma si fa incontro ai padroni, con lo sguardo smarrito, l’anziano domestico. Egli pronuncia parole sconnesse e assume un atteggiamento minaccioso. L’infelice è impazzito. Presagio funesto, nel momento stesso in cui la coppia prende possesso della sua casa. Viene finalmente il momento in cui Honoré ed Eva possono pensare solamente alla loro vita e al loro futuro. Purtroppo, il fedele dott. Nacquart trova lo scrittore «in condizioni penose». Non ci vede quasi più, non può camminare e perde frequentemente i sensi. Aiutata da due nuove cameriere (che Balzac chiama con due grandi nomi della storia russa: Caterina I e Caterina II) la moglie si dedica alle cure domestiche e fa da segretaria e infermiera allo scrittore. Balzac, come ogni malato, e sovente impaziente ed esigente. Evelyne non ha un carattere troppo facile. Ne nascono battibecchi e discussioni dal tono acido. «La gente — scrive Eva al fratello — nota subito le lacune nell’educazione di mio marito. So che qualcuno dice che avrei almeno potuto sposare un uomo che sapesse maneggiare il coltello e la forchetta ... Vorrei insegnargli un po’ come comportarsi, ma è malato e non voglio farlo soffrire di più». Ma un giorno Eva si stizzisce veramente. Balzac s’è messo in testa di scrivere, al duca di Bordeaux, capo della Casa reale di Francia, per annunciargli come, in seguito al matrimonio con la signora Hanska, figlia di una cucina di Maria Leczinska, anche lui, Balzac, entri a far parte della famiglia dei Borboni ... Evelyne ha un gran da fare per spiegare al marito come un passo del genere sia grottesco ...


 

  Numero 51, 2-3 Marzo 1966, p. 8, 4 ill.

 

Victor Hugo presso il morente!

 

  LXII — [...]. Nella prima metà di giugno del 1830, Auguste Vacquerde così descrive una visita, in rue Fortunée. «La signora ci disse che il medico gli aveva ordinato un assoluto riposo e ci pregò di non costringerlo a parlare. Entrammo nel salone più grande e vedemmo Balzac. Era seduto, quasi sdraiato su una grande poltrona, presso una finestra. Era avvolto in un’ampia veste da camera, la testa appoggiata su un cuscino, e un cuscino sotto i piedi. Quale penoso cambiamento avevano operato in lui il tempo e la malattia! Svanita la sua bella vitalità, spenta quell’intrepida esuberanza che rendevano tanto originale la sua persona! Il grande romanziere non era più che l’ombra di se stesso. Tutto quello che rimaneva in lui di vita e d’energia si era concentrato nello sguardo. Egli teneva gli occhi fissi su di noi. Sono ormai passati due anni e vedo ancora quei grandi occhi neri che scrutavano e interrogavano ...». «Grazie della vostra visita — mormorò — ma dovete parlare con mia moglie. Per me, oggi, è proibito ... Ma vi ascolto». Così, in modo dolorosamente compassionevole, si stava spegnendo, a 50 anni, questo grand’uomo, ricco di genialità e di cuore, che aveva lavorato trent’anni per conquistare la fama e che aveva appena sposato la donna per tanti anni desiderata ... L’11 luglio, Balzac è colpito da peritonite. Gli applicano cento sanguisughe sull’addome. Il 5 agosto, egli urta con violenza la gamba destra contro un mobile. Si forma un ascesso che viene aperto da un chirurgo, ma che non va in suppurazione. Si manifesta la cancrena. Secondo i medici, il malato è ormai perduto. Al suo capezzale rimane solo il vecchio amico dott. Nacquart il quale non riesce a nascondere il proprio pessimismo. Balzac capisce: non gli rimangono che poche ore da vivere. Pronuncia allora le patetiche parole: «Se ci fosse Bianchon ... Lui mi salverebbe! Vieni, Bianchon! ...». (Come si sa, Bianchon è uno dei personaggi immaginari della «Commedia umana»). Nella camera rossa del primo piano, dov’è stato trasportato, Balzac, fra due crisi di delirio, riceve l’Estrema Unzione. Alle 11 l’agonia comincia. Sono al suo capezzale: Eva, la madre di Balzac, e Laure Surville. Alle 21 si accosta un altro visitatore: Victor Hugo. Nelle sue «Choses vues» egli racconta: «Venne ad aprirmi una cameriera, con una candela in mano. Piangeva. Dissi il mio nome. Mi fece entrare in un salotto del pianterreno illuminato da una candela. Venne un’altra donna e disse: «Sta morendo ... La signora si è ritirata ... Se volete, posso chiamare il signor Surville, che è ancora in piedi ...».


 

  Numero 52, 3-4 Marzo 1966, p. 8, 4 ill.

 

Il mistero della camera azzurra.

 

  LXIII — [...]. «La donna mi lasciò — scrive Victor Hugo nelle sue “Choses vues” — ed io rimasi in attesa. Nella casa c’era un sentore di cadavere. Entrò il signor Surville ed io gli chiesi di poter vedere Balzac. Attraversammo un corridoio, salimmo una scala coperta da un tappeto rosso e ingombrata da oggetti d’arte, percorremmo un altro corridoio. Vidi una porta aperta e udii un rantolo forte e sinistro. Entrai nella camera di Balzac. Il letto, di mogano, era al centro della stanza. Alla testa e ai piedi si vedevano delle traverse e delle cinghie: evidentemente servivano per muovere il malato. Balzac era in quel letto, la testa abbandonata su un mucchio di cuscini. Aveva il volto violaceo, quasi nero, la barba ispida, i capelli grigi e corti. Una vecchia infermiera e un domestico stavano in piedi, dalle due parti del letto. Angosciati e quasi terrorizzati, ascoltavano in silenzio i rantoli del morente. Un odore insopportabile esalava dal letto. Sollevai un lembo della coperta e presi la mano di Balzac, umida di sudore. La strinsi, ma essa non rispose alla pressione». Victor Hugo si ritira. Balzac cesserà di vivere alle 11,30 di sera. L’indomani, Eva scrive al fratello, Adam Rzewuski, per annunciargli la morte del marito. Da questa lettera intima, certamente non destinata alla pubblicazione, traspare un ardente amore per Balzac. Uno dei più accurati biografi di Balzac, Albert Arrault, scrive: «La signora Balzac ha meravigliato tutti per il suo atteggiamento di dolore e di dignità». Tuttavia non ci è possibile tacere le sbalorditive rivelazioni fatte da Octave Mirbeau, nel 1907. L’autore del «Giardino dei Supplizi» comincia col dire che «gli sposi s’erano ingannati a vicenda quando avevano creduto, sinceramente, di poter trasformare in slanci spirituali e in un’esaltazione amorosa quanto di più crudo e di più preciso ci può essere nel desiderio delle creature umane. Quindici anni di progetti, di sogni e di menzogne, per scoprire in un solo giorno il duplice errore e il dupplice (sic) crollo!». Poi Mirbeau riferisce un’atroce confessione che gli sarebbe stata fatta moltissimi anni dopo dal pittore Jean Gigoux. «La mattina del 18 agosto 1850 — avrebbe detto Gigoux a Mirbeau — incontrai la signora Balzac nella sua camera azzurra. Era avvolta in una vestaglia rossa che le lasciava le braccia nude. Aveva i capelli in disordine. Mi disse: “Non vorrete mica lasciarmi sola tutto il giorno, come ieri? Stavo per impazzire ... E’ di voi che ho bisogno! Non voglio vedere altri che voi!”». Gigoux rimane. Viene la notte. Eva, sfinita, si mette a letto. Ben presto il pittore le si accosta ed essa lo attira a sé.


 

  Numero 54, 5-6 Marzo 1966, p. 14, 4 ill.

 

Era un genio!

 

  LXIV. — [...]. «Alle dieci e mezzo di sera — confida Gigoux a Mirbeau — due forti colpi vengono battuti alla porta della camera azzurra. Una voce grida: «Signora, signora! Venite! Il signore sta spirando!». Eravamo entrambi sul letto, immobili, il collo teso, la bocca spalancata. Ci guardammo senza dire una parola ... Gigoux trattiene Eva che ha già messo un piede fuori della coperta, per scendere. La voce non si fa più sentire. Eva, scarmigliata e discinta, ripete: «Perché mi avete impedito ... perché mi avete trattenuta? E’ stupido ... stupido! ...». Dopo dieci minuti, l’infermiera ritorna, batte nuovamente alla porta e urla: «Signora, signora! Il signore è morto!». Jean Gigoux giura a Mirbeau che quel grido angosciato non ebbe in quel momento alcun senso preciso per lui. «Non mi rendevo affatto conto — egli afferma — che nel preciso istante in cui egli moriva, io ero nella sua casa, in un letto, con sua moglie ... Non so se riesco a spiegarmi». Il pittore così continua: «La signora Balzac corre affannosamente su e giù per la camera. Non sa che cosa fare e dice lamentosamente: «Dio mio, Dio mio! ... E’ stata colpa vostra! Non dovevate ...». Fuori, la donna continua a picchiare e a chiamare: «Signora, signora!». Evelyne sta per uscire, quasi priva d’indumenti. Gigoux si alza, la costringe a mettersi le calze e a riordinarsi i capelli. Essa continua le sue lamentele: «Ma perché l’ho seguito? ... Io non volevo. E’ stato lui ... Tu lo sai ... E tu, perché sei venuto proprio oggi? La colpa è tua ... E quella vecchia, che cosa immaginerà ... no, no. Non voglio andarci! Non voglio più vederlo! Portami via ... Riportami in Russia! Subito! ...». L’infermiera è di nuovo alla porta. Con la vestaglia mal allacciata, coi capelli arruffati, scalza. Eva esce gridando: «Sì, sì! Eccomi! Vengo, vengo!». E Gigoux si rimette a letto ... Eva non ritorna che alle quattro del mattino, pallida e disfatta. Ha pianto molto. Sollecita il pittore, che si è rivestito, ad andar via, subito. Gli rifiuta il bacio d’addio. «E’ strano — dirà Gigoux a Mirbeau — non credo d’essere un uomo malvagio; eppure solo dopo moltissimi anni ho capito quanto fosse ignominiosa la parte da me sostenuta in quei giorni ...». I funerali di Balzac si svolsero il 21 agosto. Il ministro Baroche, che si trovava vicino a Victor Hugo, credette di dover esprimere il suo giudizio su Balzac con queste parole: «Era un uomo eminente». Hugo replicò: «No, signore. Era un genio!». Eva morì nel 1882, quasi rovinata dalle spese stravaganti della figlia Anna. Fino a quell’anno, Jean Gigoux, rimase notoriamente l’amante della «vedova Balzac».

 

 

  Il gazzettino letterario. “Illusioni perdute”, «Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, Anno LXXIX, Numero 83, 25 marzo 1966, p. 3.

 

  In due volumi dei «Garzanti per tutti» è apparsa una buona traduzione italiana di uno dei più importanti cicli narrativi di Balzac: quelle Illusioni perdute che fanno parte della seconda sezione della Comédie humaine e che il grande romanziere francese scrisse quando era all’apice della sua maturità di autore. Come ha osservato Lukács, Balzac creò con questa sua opera un nuovo tipo di romanzo che doveva esercitare un influsso decisivo sull’evoluzione letteraria di tutto il secolo XIX: il romanzo della delusione. Tre storie che si saldano in un’unità vitale, una prodigiosa prova di forza narrativa di fronte alla quale ancora oggi non possiamo che rimanere ammirati e conquistati.

 

 

  Ci voleva la parola d’ordine per parlare con Balzac, «Oggi», N. 6, 1966; 1 ill.

 

  Un giardino grande, ben curato, che soffoca una deliziosa «orangerie» nel quartiere elegante di Parigi al numero 47 di rue Raynouard (sedicesimo arrondissement), fu, più di cento anni fa, il rifugio del grande Honoré de Balzac. Lo scrittore vi abitò dal 1842 al 1848, vale a dire nel suo periodo più fecondo. Da principio scelse come dimora proprio «l’orangerie», dove si nascondeva con le sue carte e la sua eterna vestaglia da camera. Lavorava al lume di torcia, preferibilmente di notte. Allora questo quartiere non faceva parte del comune di Parigi, ma costituiva un piccolo villaggio (Passy) posto proprio alle porte della città. Balzac vi si era rifugiato nella speranza di restare in pace, lontano dalla compagnia rumorosa degli amici, dai salotti, dagli obblighi mondani. Per varcare la porta del giardino c’era bisogno di una parola d'ordine. «Chi è?», rispondeva lo scrittore al tintinnio del campanello. Se l’ospite gridava «porto pizzi dal Belgio», oppure «la stagione delle prugne è arrivata», Honoré apriva, altrimenti si rinchiudeva nella sua stanza o scappava da un cancello segreto che si apriva dall’altra parte del parco. La villa aveva infatti due uscite: una che dava su rue Basse (l’attuale rue Raynouard) e l’altra su rue Berton. Balzac se ne serviva spesso per sfuggire non solo agli importuni ma anche ai creditori. Nelle tasche dello scrittore non ballavano mai molti quattrini. Lo stesso arredamento della casa era semplice e per nulla ricercato. Sui muri Honoré scriveva con ironica rassegnazione: «Qui metterò un rivestimento in marmo di Pharos, qui un plafone dipinto da Delacroix, qui un tappeto d’Aubusson», ecc. In questo angolo tranquillo Balzac scrisse di notte (tenendosi sveglio con enormi cuccume di caffè) alcune delle sue opere più famose: I parenti poveri, La cugina Betta, Il cugino Pons. Morì nel 1850.

 

 

  Fiori d’arancio. Un duo o un duello, «Stampa Sera», Torino, Anno 98, Numero 143, 22-23 Giugno 1966, p. 15.

 

  «Il matrimonio è un duo o un duello» cioè il perfetto accordo di due esseri l’uno accanto all’altro, o la lotta di due esseri l’uno di fronte all'altro. E’ uno dei tanti aforismi francesi sull’unione dell’uomo con la donna per tutta la vita. Balzac ne ha fornita tutta una serie nella sua «Fisiologia del matrimonio». Ascoltiamolo: «Il matrimonio è una scienza», «il matrimonio deve incessantemente combattere un mostro che tutto divora: l’abitudine». Queste massime si adattano ancora ai tempi nostri mentre un’altra dello stesso Balzac: «La donna sposata è una schiava che bisogna saper mettere su un trono» ha ormai quasi perduto, nella moderna concezione del matrimonio, il suo peso e il tuo significato.

 

 

  Shakespeare, Balzac e Beethoven sono messi sotto accusa in Cina, «Avanti! Quotidiano del Partito socialista italiano», Milano, Anno LXX, N. 177, 10 agosto 1966, p. 1.

 

  Honoré de Balzac: «Egli ha esaltato la reazionaria teoria dell’umanità. La cura da lui proposta per trasformare la società è ridicola e falsa».

 

 

  Luciano Anselmi, “Tutto Balzac”. A cura di Mario Bonfantini Volumi I II e III Editore Casini. Lire 450, «La Fiera letteraria», Roma, 23 giugno 1966, p. 15; 1 ill.

 

  Mario Bonfantini, in una lucidissima introduzione, presenta per l’editore Casini nella collana economica «Autori e capolavori», uno del maggiori romanzieri dell’ottocento europeo: Honoré de Balzac, l’affascinante, inesauribile «raccontatore di storie» della Commedia umana per la prima volta, a quel che ne sappiamo, presente con tutto il piano della sua opera, e con il sunto, straordinariamente felice, di tutti i romanzi: da Addio, il suo primo racconto, a Mercadet l’affarista, uno dei drammi più belli, attraverso i celeberrimi Eugenia Grandet, Papa Goriot, La storia dei tredici (che contiene lo stupendo racconto, Ferragus), Splendore (sic) e miserie delle cortigiane ecc. Inoltre, in appendice al primo volume, l’edizione integrale de Il curato di Tours dedicato allo scultore David. Primogenito di undici figli (sic!) di un poverissimo proprietario del Tarn, Balzac ebbe, fin dalla primissima infanzia, il marchio della grandezza degli eletti. Autodidatta. insoddisfatto, sanguigno e collerico, imparò da sé il latino e studiò con accanimento, fino al vent’anni, le origini e gli sviluppi della madre lingua. Poi, come il suo Rastignac, partì per Parigi: e lì ce lo immaginiamo, dall’alto della collina del Père Lachaise, abbracciare con lo sguardo i confini dell’intera città e giurare a se stesso di conquistarla. Balzac giovane è Rastignac, Balzac maturo è il padre di Eugenia Grandet: il bottaro avaro e sospettoso che per concludere buoni affari finge di balbettare e di non sentire e che per prudenza pronuncia come in un ritornello, la fatidica frase: «Non so. Non posso. Non voglio. Si vedrà». Lo stesso infantile e patetico snobismo della giovinezza — aveva fatto correre discretamente la voce di una sua parentela con i nobilissimi Balzac d’Entraigues — serve a tratteggiare la sua figura umana che di per sé, così come si è sviluppata, rappresenta un capolavoro di temerarietà e di saggia amministrazione di se medesimo, con quel suo frequentare le lezioni dello storico Guizon (sic) alla Sorbona, quel disprezzo per le professioni liberali (nessuno, meglio di lui, tratteggerà le figure di notai e avvocati ambiziosi e pasticcioni), quel definirsi continuamente «poeta», fino all’abilissima macchinazione con la quale riuscì a farsi concedere dalla esigentissima famiglia due anni di proroga parigina, con un piccolo mensile, al fine appunto di dimostrare agli altri (a sé non c’era bisogno) di esser stato chiamato per la vocazione dello scrivere.

  Dominato sempre, fino all’ultimo giorno di vita, da due passioni: la gloria letteraria e gli affari. La prima gli verrà incontro, e molto presto; l’altra gli sfuggirà per tutta la vita. Formidabile ideatore di affaristi senza scrupoli e di aristocratici in rovina, egli finirà per somigliare sempre di più ai secondi, avendo con quelli in comune la nobiltà d’animo, la generosità nativa e l’ideale della vita spensierata. Anche se, a leggere ciò che han scritto i «terribili» fratelli Goncourt nel loro torrenziale Journal gran parte di queste qualità furono più supposte che reali. Comunque il suo mondo poetico, è, in fondo, un mondo conservatore ed utopistico, seppur affascinante (il suo modello è Walter Scott): per questo motivo è un mondo che conosce le secche lacrime del rimpianto, ma ignora volutamente il rimorso. (Si pensi ad Eugenia Grandet). Un mondo a tinte fosche o idilliche, nere o bianche con totale assenza di grigio. Uomini divisi in carnefici e vittime, animali da preda o predati (si pensi a Ferragus, a Vautrin e, per contrasto, alla ardente signora Desmarets o ad Eugenia Grandet), dove gli stessi buoni, se vogliono sopravvivere, annota felicemente Bonfantini, debbono accettarne la dura legge e passare dalla parte dei forti.

 

 

  Roland Barthes, «Vouloir nous brûle …», in Saggi critici. Traduzione di Lidia Lonzi, Torino, Giulio Einaudi editore, 1966 («Saggi», 370), pp. 36-39.


  Thibaudet aveva rilevato che nella produzione dei grandissimi scrittori esiste spesso un’opera limite, un’opera singolare, quasi imbarazzante, in cui essi ripongono il segreto e insieme la caricatura della loro creazione, e attraverso la quale suggeriscono l’opera aberrante che non hanno scritta e forse avrebbero voluto scrivere; questa sorta di sogno, dove si mescolano in modo insolito il positivo e il negativo di un creatore, è la Vie de Rancé di Chateaubriand, è il Bouvard et Pécuchet di Flaubert. Ci si può domandare se per Balzac l’opera limite non sia Le faiseur.

  In primo luogo perché Le faiseur è teatro, è cioè un organo aberrante sopraggiunto tardi in un organismo di possente compiutezza, adulto, specializzato, quale è il romanzo balzachiano. Non dobbiamo dimenticare che Balzac è il romanzo fatto uomo, è il romanzo teso fino all’estremo della sua possibilità, della sua vocazione, è in qualche modo il romanzo definitivo, il romanzo assoluto. Che senso dare, allora, a quest’osso soprannumerario (quattro drammi contro cento romanzi), questo teatro in cui passano alla rinfusa tutti i fantasmi della commedia francese, da Molière a Labiche? È senza dubbio la testimonianza di un’energia (la parola va intesa nel senso balzachiano di estrema potenza creatrice) allo stato puro, liberata da tutta l’opacità, da tutta la lentezza del racconto romanzesco. Le faiseur è forse una farsa, ma una farsa che brucia: è fosforo creativo; la sua rapidità non è gradevole, agile e insolente come nella commedia, ma dura, implacabile, elettrica, avida di travolgere e non intesa a illuminare; è una fretta essenziale. Le frasi passano senza tregua da un attore all’altro, come se, al di sopra dei rimbalzi dell’intreccio, in una zona superiore di creazione, i personaggi fossero stretti fra loro da una complicità di ritmo: nel Faiseur c’è qualcosa del balletto, e l’abbondanza stessa dei monologhi, questa temibile arma del vecchio arsenale di teatro, aggiunge alla corsa una sorta di complicazione intensa: e il dialogo ha sempre almeno due dimensioni. Il carattere oratorio dello stile romanzesco è infranto, ridotto a una lingua metallica, mirabilmente recitata: è altissimo stile teatrale, la lingua stessa del teatro nel teatro.

  Le faiseur è degli ultimi anni di Balzac. Nel 1848 la borghesia francese muterà fisionomia: al proprietario fondiario o industriale, gestore economo e prudente dell’impresa familiare, al capitalista dei tempi di Luigi Filippo, tesaurizzante beni concreti, subentrerà l’avventuriero del denaro, lo speculatore allo stato puro, il Capitano di Borsa, l’uomo che da niente può ricavare tutto. È stato osservato che in molti tratti della sua opera Balzac aveva raffigurato in anticipo la società del Secondo Impero. Questo è vero per Mercadet, uomo della magia capitalistica, per cui il denaro si scinde miracolosamente dalla proprietà.

  Mercadet è un alchimista (tema faustiano caro a Balzac), lavora ad estrarre qualcosa dal nulla. Il niente, qui, è addirittura più che niente, è un positivo vuoto di denaro, è il buco che ha tutti i caratteri dell’esistenza: è il Debito. Il Debito è una prigione (proprio in quell’epoca infieriva la prigione per debiti, la famosa Clichy che torna come un’ossessione nel Faiseur); Balzac stesso fu recluso nel Debito per tutta la sua vita, e l’opera balzachiana si direbbe la traccia concreta di un furioso divincolamento per uscirne: scrivere era prima di tutto estinguere il debito, superarlo. Allo stesso modo Le faiseur, nella sua durata drammatica, è una serie di movimenti forsennati per emergere dal Debito, per abbattere l’infernale prigione del vuoto monetario. Non già per morale; piuttosto per una sorta di esercizio dionisiaco della creazione: Mercadet non si adopra a pagare i debiti, si adopra in maniera assoluta a creare denaro con niente. La speculazione è la forma sublimata, alchimistica, del profitto capitalistico, come uomo moderno, Mercadet non lavora più su beni concreti ma su idee di beni, su Essenze di denaro. Il suo lavoro (concreto come attesta la complicazione dell’intreccio) verte su degli oggetti (astratti). La carta-moneta è già una prima spiritualizzazione dell’oro; il valore ne è l’ultimo stadio impalpabile: all’umanità-metallo (quella degli usurai e degli avari) sta per succedere l’umanità valore (quella dei faiseurs, che fanno qualcosa col vuoto). Per Mercadet la speculazione è un’operazione demiurgica destinata a trovare la pietra filosofale moderna: l’oro che non è oro.

  Il grande tema del Faiseur è dunque il vuoto. Questo vuoto è incarnato: è Godeau, il socio fantasma, che è sempre atteso, che non si vede mai, e che finisce per creare la ricchezza a partire dal suo solo vuoto. Godeau è un’invenzione allucinante; Godeau non è una creatura, è un’assenza, ma quest’assenza esiste, perché Godeau è una funzione: tutto il nuovo mondo è forse in questo passaggio dall’essere all’atto, dall’oggetto alla funzione: non occorre più che le cose esistano, basta che funzionino; o meglio, esse possono funzionare senza esistere. Balzac ha visto la modernità che si annunciava, non più come il mondo dei beni e delle persone (categorie del codice napoleonico), ma come quello delle funzioni e dei valori: dove sussiste non più ciò che è ma ciò che si regge. Nel Faiseur tutti i personaggi sono vuoti (salvo le donne), ma esistono perché appunto il loro vuoto è contiguo: si reggono gli uni con gli altri.

  Questo meccanismo è trionfante? Mercadet trova la sua pietra filosofale, crea denaro dal niente? In effetti, Le faiseur ha due conclusioni: una è morale; l’alchimia prestigiosa di Mercadet è sventata dagli scrupoli di sua moglie, e Mercadet andrebbe in rovina se non arrivasse Godeau (ma non lo si vede ugualmente) riportando a galla il socio, salvo mandarlo a vivere mediocremente in Turenna per finirvi nei panni di un casalingo gentleman-farmer, cioè proprio il contrario di uno speculatore. Questa è la conclusione scritta, ma non è certo che sia la conclusione reale. La vera, virtuale, è che Mercadet vince: sappiamo bene che la verità profonda della creazione è che Godeau non arriva: Mercadet è un creatore assoluto, non deve niente se non a se stesso, al suo potere alchimistico.

  Il gruppo delle donne (la signora Mercadet e sua figlia Julie), a cui va aggiunto il pretendente Minard, giovane di buoni sentimenti, è posto decisamente al di fuori del circuito alchimistico; esso rappresenta il vecchio ordine, quel mondo della proprietà angusta ma concreta, il mondo delle rendite sicure, dei debiti pagati, del risparmio; mondo se non aborrito (perché non c’è niente di estetico né di morale nella superenergetica di Mercadet), quanto meno ininteressante: mondo che può solo espandersi (alla fine del dramma) nel possesso più pesante che ci sia, quello della terra (una proprietà in Turenna). È evidente come questo teatro si muova tra due poli nettamente opposti: da un lato il pesante, il sentimento, la morale, l’oggetto, dall’altro il leggero, il galvanico, la funzione. In questo senso Le faiseur è un’opera-limite: i temi sono spogliati di ogni ambiguità, divisi in una luce abbagliante, spietata.

  Inoltre, Balzac vi ha forse attuato il suo più grande martirio di creatore: disegnare in Mercadet la figura di un padre inaccessibile alla paternità. È noto che il Padre (Goriot ne è la piena incarnazione) è la persona cardine della creazione balzachiana, creatore assoluto e al tempo stesso vittima totale delle sue creature. Mercadet, levitato, affinato dal vizio della speculazione, è un falso padre, sacrifica la propria figlia. E l’impeto distruttivo di quest’opera è tale che a questa figlia accade una cosa inaudita, di un’audacia che raramente si riscontra sui nostri teatri: questa figlia è brutta, e la sua stessa bruttezza è oggetto di speculazione. Speculare sulla bellezza significa ancora fondare una contabilità dell’essere; speculare sulla bruttezza significa chiudere il cerchio del nulla: Mercadet, figura satanica del «potere» e del «volere» allo stato puro, sarebbe completamente bruciato, distrutto, se un ultimo colpo di scena non gli rendesse il peso della famiglia e della terra. E sappiamo bene del resto che in realtà non rimane più niente del faiseur: divorato, affinato dal movimento della sua passione e a un tempo dall’infinita vertigine della sua onnipotenza, lo speculatore manifesta in sé la gloria e la punizione di tutti quei prometei balzachiani, quei rapitori del fuoco divino, di cui Mercadet è come l’ultima formula algebrica, insieme grottesca e terribile.

  «Bref», 1957.

 

 

  Alberto Bevilacqua, Esiste uno stile Simenon. Balzac senza lungaggini, «Corriere della Sera», Milano, Anno 91, N. 284, 18 dicembre 1966, p. 11.

 

  Nell’articolo, non è presente alcun riferimento a Balzac.

 

 

  Carlo Bo, La Genova dei romantici, in Echi di Genova negli scritti di autori stranieri, Torino, ERI – Edizioni Rai Radiotelevisione Italiana, 1966, pp. 41-88.

 

  pp. 74-75. Con Balzac non abbiamo la stessa fortuna di Stendhal. La visione di Genova viene inserita nel contesto di Honorine ma si ha l’impressione che si tratti di uno dei tanti espedienti comuni del romanziere. C’è soltanto una notazione di sapore personale e che ci consente di immaginare che si tratti di una derivazione diretta dalla esperienza. Alludo al peso della notte e della pioggia che cade a torrenti. Qui qualcosa della memoria di viaggiatore deve aver sollecitato l’inserimento di questa divagazione. Tutto il passo sembra rispondere alla categoria della memoria e lascia supporre che fosse un tratto dell’uomo, colto qui in un momento d’abbandono su una materia che alla fine non ha avuto altre possibilità di soluzioni.

  L’altro accenno alla legge di successione che si applicava a Genova restituisce una doppia possibilità: o Balzac era informato, nel senso che aveva letto i “viaggi” degli scrittori francesi del Settecento oppure si basava soltanto su delle notizie avute nel suo soggiorno genovese. Soggiorno di cui non restano altre testimonianze, se non di carattere sentimentale (per l’esempio, l’idea di ritirarsi a vivere a Chiavari ma che poteva benissimo essere soltanto una delle sue tante boutades).

  Molto giustamente il nostro compianto amico Tito Rosina [1899-1958, critico letterario e autore di studi dedicati, in modo particolare al D’Annunzio] nell’opera che aveva cominciata su Liguria ispiratrice, a proposito di questo Balzac genovese ha scritto: «Egli capitò certamente a Genova nel 1837 e nel 1838, conobbe molti esponenti della brillante società d’allora, ed ebbe modo di conoscere persone e vicende, una delle quali gli offrì lo spunto per la novella Honorine che pubblicò poi datandola da Parigi nel 1836. Gli esegeti, e principalmente il Pessagno, ritengono di aver identificato la Honorine della novella in Luigia Pallavicini, quella stessa dell’Ode di Ugo Foscolo, andata sposa a un funzionario del Consolato Francese a Genova, dove d’altronde Balzac pone il punto di partenza della novella».

  Ecco i due punti della novella che rientrano di diritto nel libro degli echi genovesi:

 

  Nel 1836, durante il soggiorno della corte di Sardegna a Genova, due parigini più o meno celebri poterono ancora credere di essere a Parigi abitando un palazzo affittato dal console generale di Francia sulla collina, ultima piega dell’Appennino fra il porto San Tommaso e la famosa lanterna che, in tutti i keepsakes, orna sempre il panorama della città. Quel palazzo era una di quelle ville rinomate in cui i patrizi genovesi avevano speso milioni ai tempi dell’aristocratica repubblica.

  Se la notte è bella, lo è sopratutto a Genova, dove la pioggia è caduta come vi cade, a torrenti, tutta la mattina; quando la purezza del mare lotta con la purezza del cielo; quando il silenzio regna nei viali e nei boschetti, nei marmi dalla bocca spalancata da cui l’acqua cola misteriosa; quando le stelle brillano, quando le onde del Mediterraneo si seguono come le confidenze di una donna. Confessiamolo: quel momento in cui l’aria odorosa profuma polmoni e pensieri, in cui la voluttà, visibile e mobile come l’aria, vi inchioda su una poltrona mentre, un cucchiaio in mano, sfiorate gelati e sorbetti con una città ai piedi, delle belle donne in faccia, e quel momento alla Boccaccio non è possibile che in Italia e in riva al Mediterraneo.

  Immaginate attorno al tavolo del marchese di Negro, il fratello ospitale di tutti i talenti in viaggio e del marchese Damaso Pareto, due francesi, un console generale con la moglie bella come una Madonna e due bambini addormentati, l’ambasciatore di Francia e la moglie e due parigini che sono a quel tavolo per prendere commiato in occasione di un magnifico pranzo, avrete il quadro del gruppo radunato sulla grande terrazza della villa, in una sera di maggio ...

  Una ereditiera genovese! Questa espressione potrà fare sorridere proprio a Genova dove le ragazze sono quasi sempre diseredate a favore dei maschi; ma Onorina Pedrotti, la figlia unica di un banchiere senza eredi maschi era un’eccezione. Era una di quelle belle genovesi, le donne più belle d’Italia, quando lo sono davvero. Per la tomba di papa Giulio Michelangelo prese i suoi modelli a Genova. Dalle donne genovesi viene la larghezza e la curiosa posizione delle mammelle nelle figure del Giorno e della Notte, che tanti critici hanno trovato esagerati e che sono invece peculiari delle donne liguri. A Genova la bellezza, oggi, si nasconde sotto il “mezzaro” come a Venezia sotto i “fazzioli”. Questo fenomeno è visibile in tutte le nazioni in decadenza. Il tipo nobile si trova soltanto nel popolo, come, dopo l’incendio delle città, le medaglie sotto la cenere. Ma, già eccezione per la ricchezza, Onorina lo era anche per la bellezza aristocratica. Immaginate dunque la Notte di Michelangelo, vestitela di un abito moderno, attorcete i lunghi e magnifici capelli intorno alla bella testa un po’ bruna di toni, mettete scintille negli occhi sognanti, avvolgete il seno possente in una sciarpa, pensate all’abito bianco ricamato di fiori ed avrete davanti la moglie del console.

 

 

  Lorenzo Bocchi, Gli archivi di Hetzel in una biblioteca. Nei documenti d’un editore l’Ottocento letterario francese, «Corriere della Sera», Milano, Anno 91, N. 46, 24 febbraio 1966, p. 3.

 

  Balzac firmò con lui il contratto (lo si può ammirare all’esposizione) per la pubblicazione delle sue opere complete sotto il titolo generale La Comédie Humaine, ricevendo un acconto di quindicimila franchi su una percentuale di cinquanta centesimi per volume e su una tiratura di trentamila esemplari.

 

 

  Mario Bonfantini, Balzac e il suo tempo, in Honoré de Balzac, Romanzi ...cit., pp. 5-20.

 

  Honoré de Balzac nacque il 20 maggio 1799 a Tours, da Bernard-François e da Anne-Charlotte-Laure Sallambier. Primo degli undici figli di un poverissimo piccolo proprietario del Tarn (a sud del Massiccio Centrale) che si chiamava in realtà Balssa, Bernard-François, intelligente e ambizioso, si era fatto insegnare il francese e il latino da un prete, entrando poi come scrivano nello studio di un notaio della regione. Sui vent’anni era emigrato a Parigi dove, autodidatta dalle grandi letture, esperto nei misteri della procedura legale, curioso di scienze e di storia, di bell’aspetto e dotato di una salute di ferro, riuscì a fare una prestigiosa carriera: dallo studio di un procuratore, arrivò al Consiglio della Corona come segretario del Primo Referendario cui prestò valido aiuto in importanti affari; ci è noto un documento col quale, «Sua Maestà affida le funzioni di cancelliere al ‘sieur Balzac’, segretario del suo consiglio». Dal che si vede com’egli avesse già vantaggiosamente modificato il suo rustico cognome. Più tardi assumerà anche, saltuariamente, il de nobiliare, che il figlio Honoré si appropprierà (sic) dopo i primi successi, facendo correr discretamente la voce d’una antica parentela della sua famiglia con quella, nobilissima, ed estinta, dei Balzac d’Entraigues. Bernard-François, al momento della sua nascita, dopo d’aver traversato senza danni le bufere della Rivoluzione, era un funzionario abbastanza importante del regime napoleonico (nella sussistenza, cioè fornitura di viveri all’esercito, con diritto di portare l’uniforme), e inoltre amministratore dell’Ospedale e Ospizio di Tours. Aveva sposato un anno prima, cinquantaduenne, una graziosa giovinetta di vent’anni, appartenente alla ricca borghesia, il cui padre aveva fatto la sua stessa carriera, ed era come lui framassone. Ad Honoré seguirono tosto due figlie, Laure (cui il Nostro fu sempre legatissimo), e Laurence, e dopo qualche anno Henry, il cui vero padre era, notoriamente, un nobile del vicinato, Monsieur de Margonne.

  Intelligente, brillante e piuttosto colta, di carattere freddo e autoritario, Madame Balzac assunse presto le redini della famiglia, mostrandosi rigida amministratrice pur nell’amore del lusso; mentre il marito badava ad arricchire la sua bella biblioteca, ad occuparsi in modo quasi maniaco della sua splendida salute, e a sfogare le sue fantasie in una serie di curiosi memoriali, nei quali la pretesa alla precisione scientifica, le preoccupazioni sociali e una certa vena utopistica, preannunciano abbastanza chiaramente quelle che saranno le tendenze di suo figlio Honoré: «Sullo scandaloso disordine causato dalle giovinette ingannate e abbandonate in assoluta miseria, e sui mezzi di utilizzare una parte di popolazione perduta per lo Stato e assai funesta per l’ordine sociale», «Sui mezzi di prevenire i furti e gli assassinii e di ricondurre gli uomini che se ne sono resi colpevoli ai compiti della società», «Storia della rabbia, e mezzo di preservarne come già un tempo gli uomini» ... Non si curò molto dei figli che pure amava, ma Honoré, oltre a sfruttare la sua ricca biblioteca, ebbe mezzo di sentire più volte i genitori discutere di occultismo, degli «illuminati», e di razionalismo. La madre, sebbene non credente, lo portava alle più importanti funzioni della magnifica cattedrale di Tours, che lo impressionarono molto. A otto anni Honoré fu rinchiuso nel Collegio degli Oratoriani di Vendôme, celebre per la sua serietà e severità, i cui allievi non andavano mai in vacanza. Vi si mostrò scolaro assai mediocre, ma sempre appassionato di letture, al punto da farsi mettere in cella apposta per poter leggere senza fastidi. Interessanti certe note dei suoi educatori: «Carattere sanguigno, facile a riscaldarsi, e soggetto talvolta a febbri di calore»; «Grande spensieratezza, taciturnità, nessuna cattiveria, originalità completa». Nei sei anni che vi restò, secondo Honoré, la madre lo andò a trovare solo due volte, ma la cosa è poco credibile, perché egli amò sempre esagerare la durezza della genitrice. Esterno quindi al liceo di Tours, e poi allo Charlemagne a Parigi, dove il padre era stato trasferito, Honoré riesce a prendere la licenza nel 1816, iscrivendosi alla Facoltà di Diritto che frequentò per tre anni, facendo pratica intanto presso l’importante studio di un procuratore amico del padre, che sarà per lui un prezioso luogo di osservazione. Nel frattempo, la sua timidezza era svanita, e aveva incominciato a mostrare quella travolgente vivacità che è rimasta leggendaria. «Gli occhi piccoli, scintillanti di spirito, la taglia grossa e corta, spessi capelli neri in disordine, faccia ossuta, grande la bocca, la dentatura a breccie, trascurato nel vestire» (secondo il ritratto di un coetaneo), Balzac non tardò tuttavia ad esprimere una certa capacità di seduzione, dovuta soprattutto ad una prestigiosa eloquenza.

  Alla Sorbona. più che frequentare i corsi dei legisti, si entusiasmava per le lezioni degli storici come Guizot, Villemain, e del filosofo Victor Cousin. Frequentava anche il Museo di Storia naturale, dove insegnava Etienne Geoffroy Saint-Hilaire, il rivale di Cuvier, cui Balzac doveva sentirsi più vicino, sebbene stimasse più «grande» quest’ultimo. Sappiamo anche di appassionate letture di filosofi, che ora annotava accuratamente. Quando nel 1819 suo padre fu messo in pensione e la famiglia, trovandosi di colpo in strettezze, decise di trasferirsi nel villaggio di Villeparisis dove un cugino avrebbe affittato loro una villa, Balzac si rifiutò nettamente di lasciare Parigi, come di diventare procuratore o notaio: voleva essere «poeta». La sua ambiziosa famiglia prese la coraggiosa decisione di concedergli due anni di esperimento, passandogli una retta mensile di poco più di cento franchi. Alloggiato in una soffitta, e conducendo una vita di cui egli si compiaceva di descrivere alla sorella Laura le eroiche miserie, dopo molte incertezze Balzac intraprese un dramma storico in alessandrini, il Cromwell (il romanticismo o meglio la «bataille romantique» era già alle porte anche in Francia); ma sono di questo periodo i suoi entusiasmi per le opere del grande clinico e fisiologo Bichat, per l’Anatomie du cerveau del Gall, e soprattutto per L’Art de reconnaître les hommes par la physionomie del Lavater, che gli lascerà una profonda impressione. Nel ’21 la lettura del Cromwell fatta a Villeparisis davanti a una specie di consiglio di famiglia, ebbe un esito disastroso. Balzac, dopo essere rimasto ancora qualche mese a Parigi progettando dei romanzi, fu obbligato a stabilirsi a Villeparisis, dove nel frattempo la sorella Laure si era sposata con l’ingegner De Surville. Ivi nella primavera del 1822, egli fa la conquista della contessa Laure de Berny, che aveva vent’anni più di lui, e fu la prima a credere nel suo genio, gli sarà sempre vicina, preziosa per le sue rievocazioni dei costumi di un tempo, e venerata anche col passar degli anni sotto il nomignolo di «la Dilecta». Sulla fine di quello stesso anno i Balzac tornarono a Parigi, e Honoré accettò di vivere con loro a patto di versare una pensione di 1200 franchi annui, per il puro vitto e alloggio. Giacché egli era entrato in relazione con un certo Auguste Lepoitevin, che si faceva chiamare Le Poitevin de l’Egreville e che, di penna vivace, aveva creato una specie di laboratorio dove si confezionavano con grande rapidità romanzi o meglio romanzacci d’avventure, a metà strada tra il genere sentimentale francese e il «romanzo nero» inglese, allora assai ricercati e discretamente pagati da parecchi editori. Fu così che Balzac, dal 1821 al 1824, solo o in collaborazione col suo «patron», scrisse e pubblicò sotto diversi pseudonimi (Lord R’Hoone, Le bachelier Horace de Saint-Aubin, Viellerglé), almeno una quindicina di opere, alcune delle quali, corrette e mutato il titolo, ristamperà col suo vero nome, nel 1836: L’Héritière de Birague, Jean-Louis, Clotilde de Lusignan, Le Centenaire, Le Vicaire des Ardennes, La Dernière Fée, Annette et le Criminel (ripubblicato col titolo di Argow-le-Pirate), e Wann-Chlore (poi Jane la Pâle). Opere di poco valore sebbene non prive di qualità, che Balzac più tardi dirà di aver scritto anche per farsi la mano e studiare «i princìpi» del romanzo. Fra i suoi modelli, com’era naturale, finì per imporsi Walter Scott. E non bisogna dimenticare che poco dopo, invalsa la moda dei «codici letterari» e delle fisiologie, più o meno caricaturali, Balzac trattò anche quel genere, nel quale perseverò diversi anni, mostrando la sua passione per lo studio dei costumi contemporanei, e mettendo già a frutto la sua eccezionale capacità di osservazione, servita da una prodigiosa memoria (Code des Gens Honnêtes ... L’Art de mettre sa cravate, Théorie de la démarche, Etude de moeurs par les gants, Physiologie de la toilette, du Cigare, de l’Adjoint, ecc.).

  Ma quella curiosa passione per gli affari che lo dominerà per tutta la vita, e il desiderio d’arricchire prontamente. lo impegnarono nel 1825, con un socio e capitali raccolti qua e là (anche da Madame de Berny) in un’impresa editoriale, che si ampliò tosto con l’acquisto di una stamperia, faticosamente e maldestramente diretta da lui stesso, e infine con una fonderia di caratteri ... La società fu sciolta nell’aprile 1828, a cura di un volonteroso cugino, che riuscì a tacitare i creditori, e Balzac restò debitore di 45.000 franchi verso sua madre (che nel frattempo aveva fatto un’eredità). Per nulla impressionato, si rifugiò dapprima in casa del Latouche, versatile letterato e abile «talent scout», riprese il progetto di un grande romanzo storico che avrebbe dovuto fruttargli successo e denari e, continuando a far debiti, affittò un appartamento in Rue Cassini (allora in periferia, ammobigliandolo piuttosto lussuosamente).

  Dopo un soggiorno in Bretagna presso un vecchio generale amico di suo padre, per documentarsi, eccolo comporre e dare alle stampe (sul principio del 1829) Le Dernier Chouan ou la Bretagne en 1800 (poi, Les Chouans), possente racconto di perfetta ambientazione storica, drammatico e talvolta anche melodrammatico, che fu la prima rivelazione del suo genio. Il romanzo ebbe poco più che un successo di stima, ma sulla fine dello stesso anno la Physiologie du Mariage par un jeune célibataire, gli dava la notorietà. Opera composita, piena di sentenze e di analisi psicologiche improntate ad un certo cinismo, riboccante di aneddoti, brevi storie e schematici racconti (Balzac si era ispirato anche al trattato di Stendhal, De l’Amour, allora quasi del tutto ignoto), il libro che contiene in nuce tutte le qualità e le tendenze del grande romanziere, ebbe un gran successo anche di scandalo. Ormai lanciato, Balzac si fa una nuova amica nobile, la Duchessa d’Abrantès, è introdotto da lei nel famoso riservatissimo salotto di Madame Récamier, dominato dallo Chateaubriand, frequenta lo studio del Barone Gérard, pittore ufficiale di Napoleone e poi di Luigi XVIII, dove conosce Mérimée, Victor Cousin, Cuvier, Delacroix, stringe amicizie nell’alta nobiltà, e, cosa più importante, acquista la fiducia del Girardin: un giornalista che aveva sposato Sophie Gay (la più brillante delle «muse romantiche») e stava diventando un grande impresario e direttore di riviste e giornali. Sulle ali del successo, e sempre pungolato dai debiti che la sua vita ormai lussuosa gli fa moltiplicare, Balzac inizia allora un periodo di attività sbalorditiva.

  Nell’anno 1830 (senza lasciarsi distrarre dalla rivoluzione di Luglio che si limita a scrutare a fondo), pubblicherà, sotto il titolo generale di Scènes de la vie privée, ben nove fra romanzi e racconti lunghi, di cui La Maison du Chat-qui-pelote, dove brillano già le qualità più caratteristiche della sua «maniera», Gobseck, un piccolo capolavoro, La Paix du Ménage, Le Bal de Sceaux, Étude de Femme, Une Fille d’Eve, tutte analisi e pitture dell’alta società sotto l’Impero e la Restaurazione; senza contare alcuni racconti storici. Trovò anche il modo di collaborare a diversi periodici mondani, come «La Mode», «La Silhouette», «La Caricature», e «Le Voleur» del Girardin, al quale fornisce ogni dieci giorni un articolo di attualità letteraria, politica o teatrale. E nel contempo fondava, col vecchio amico Sautelet e il Girardin stesso, un ebdomedario, il Feuilleton des Journeaux (sic) politiques, che si riprometteva di essere una specie di appendice o supplemento settimanale di tutti i giornali quotidiani, dedicato alle questioni culturali, letterarie, storiche, filosofiche, scientifiche, che essi a quel tempo trascuravano. Il periodico ebbe breve vita; ma nei sette numeri che conserviamo (sui ventuno usciti) vediamo Balzac dissertare con lo stesso brio travolgente, una larga informazione e una sorprendente abbondanza di idee, sul Trattato della luce di Herschell come sulle Opere complete di Paul-Louis Courier (il grande pamphlétaire di sinistra sotto la Restaurazione), o su uno studio sul Credito immobiliare, come sulla dottrina socialistica di Saint-Simon; oltre a trattare, s’intende, di filosofia e di critica politica, di problemi morali e religiosi e soprattutto di Storia, ivi compreso il problema, allora attuale, del romanzo storico ... E ancora, dal settembre 1830 a tutto il ’31, egli fornirà al «Voleur» di Girardin una serie di scintillanti e mordaci Lettres sur Paris, dedicando, fra l’altro un passo rivelatore di Stendhal (Le Rouge e (sic) le Noir), che passava quasi inosservato, e di cui egli metteva rapidamente in rilievo i riferimenti politico-sociali.

  È il momento in cui Balzac incomincia a manifestare, nelle opere come negli articoli, quella sua «filosofia della vita» maturata fin dall’adolescenza. La lettura dell’«Illuminato» Saint-Martin, e soprattutto del grande mistico svedese del secolo precedente, Swedemborg (sic), che il romanticismo stava mettendo di moda, aveva risvegliato in lui una forma di misticismo che resterà sempre viva, e che lo condurrà anche ad una sorta di spiritualismo cristiano (l’uomo, «né angelo né animale», può divenire angelo, mettendo in valore la miglior parte di sé, e accedere così «agli abissi superiori nella profondità dell’infinito»). Visione che, in virtù del principio della corrispondenza proclamata da Swedemborg, fra il mondo spirituale e il mondo materiale, nella misteriosa unità dell’Universo, Balzac accoppiava alla classificazione dei generi e delle specie che stavano costruendo i grandi naturalisti Cuvier e Geoffroy Saint-Hilaire; la quale per lui trovava corrispondenza a sua volta (cosa non ancora osservata da nessuno!) nelle categorie e nei ceti della società, nonché nei tipi umani, che si modellano sulle loro attività e professioni ... In politica dopo d’esser stato, come suo padre, monarchico per forza di ragione, opportunista per necessità, bonapartista per ammirazione, e volterriano per il temperamento vivacemente satirico, egli finiva per ammettere la fatalità del «fatto compiuto». Ma, dopo d’aver accettato nelle prime Lettres sur Paris il regime di Luigi Filippo, eccolo poco dopo sfogare il suo spirito critico negli articoli  sulla «Caricature»; con una condanna sempre più violenta di quell’alta società borghese, di quel regime dei grandi speculatori e affaristi in cui il denaro è sinonimo di potere che, pur affascinandolo, gli fa orrore, e lo respingerà, a poco a poco, col favore del suo snobismo mondano, verso un miscuglio di socialismo sansimoniano e di legittimismo nostalgico. E sarà l’idea motrice di tutta la «Comédie Humaine».

  Nelle opere pubblicate nel 1831 il misticismo sembra dominare: con il romanzo moralistico e magico (sotto l‘influenza di Hoffmann) de La peau de chagrin che, uscita nel gennaio, gode di un enorme successo; con Jésus-Christ en Flandre e Maître Cornélius, ambedue ambientati nel XV secolo, con Le Chef-d’oeuvre inconnu; mentre Les Proscrits (ambientato nel 1308) dà un significativo rilievo alla figura di Dante esule a Parigi; e Sur Catherine de Médicis (ossia Les Deux Rêves) riferisce un dialogo con Robespierre, sognato dall’autore, nel corso del quale, discutendo della strage della notte di San Bartolomeo, si vuol dare una lezione di «realismo politico» (Balzac tornerà sullo stesso argomento con due altre parti dell’opera, Le Martyr calviniste, e Le Secret des Ruggieri). E ciò senza trascurare i costumi contemporanei, cui dedicava quel romanzo composito, dove le finezze psicologiche si alternano a colpi di scena e ad avventure persin piratesche, che è La Femme de trente ans.

  Il 1832 e il ’33 segnano per Balzac un ritorno all’analisi della società contemporanea: da Madame Firmiani, La Grenadière, Les Murana e Le Message, al Colonel Chabert e al Curé de Tours, serie di racconti lunghi fra i quali l’ultimo, un capolavoro, lascia trapelare un violento anticlericalismo; cui si aggiunsero lo studio satirico de La Bourse, il romanzo semiautobiografico e misticheggiante Louis Lambert (opera alquanto grezza) e, finalmente, Le Médicin (sic) de Campagne e Eugénie Grandet. Due grandi romanzi, nel primo dei quali Balzac dava la sua «ricetta» per ovviare alle ricorrenti crisi e alle lotte civili della società moderna, con una sorta di socialismo cristianeggiante e paternalistico; mentre il secondo, patetica storia d’amore di Eugénie sotto l’incubo della gigantesca figura dell’avaro per antonomasia, il «père Grandet», suscitò l’ammirazione e la commozione dei contemporanei, ed è tuttora giudicato come l’opera più perfetta di Balzac per la semplicità e purezza della linea e dello stile: quasi del tutto esente da quell’enfasi amplificatrice che fu il suo grande pericolo.

  Il fortunato romanziere è ormai disputato dagli editori, ai quali promette più di quanto sembrava umanamente possibile dare, con una fiducia nelle proprie forze che talvolta spaventa lui stesso e un ritmo di lavoro che non tarderà ad intaccare la sua pur fortissima tempra. Fin dal ’31, anticipando come al solito i previsti guadagni, Balzac ha acquistato due cavalli, un cabriolet e poi un aristocratico tilbury, ha un domestico, una cuoca e un cameriere, e sfoggia una chiassosa eleganza. Ma a questi brevi periodi di dissipazione si alternano a settimane e mesi in cui, avvolto nella leggendaria tonaca bianca cinta da una catenella d’oro da cui pendono le cesoie anch’esse d’oro, egli siede al suo tavolo per settimane e mesi, coricandosi alle sei del pomeriggio per svegliarsi a mezzanotte e lavorare, con l’aiuto di infiniti caffè, sedici e persino diciotto ore al giorno.

  Intanto, da un contratto editoriale all’altro, si va sviluppando quasi per forza di cose il suo «gran disegno». Già il 15 febbraio del 1831, subito dopo La peau de chagrin, aveva promesso all’editore Canel delle Scènes de la vie militaire; sulla fine del ’32 si impegna a fornire all’editore Gosselin una serie di Études philosophiques, che raccoglierà anche libri già usciti, e contemporaneamente firma un contratto con l’editore Mame per degli (sic) Études de moeurs. Nel ’33 Eugénie Grandet è apparsa col sopratitolo di Scènes de la vie de province; e nell'ottobre dello stesso anno eccolo accettare, senza curarsi del precedente impegno col Mame, l’offerta di Madame Béchet per una edizione collettiva in dodici volumi di Études de moeurs, che comprenderanno a loro volta tutte le precedenti «Scene della Vita Privata», quelle della «Vita di Provincia», e delle, nuovissime, «Scene della Vita Parigina».

  Cosicché «un bel mattino» di quel 1833 Balzac potè piombare in casa della sorella Laura e del cognato De Surville esclamando: «Salutatemi, perché io sto semplicemente diventando un genio»! Gli si era maturata infatti l’idea di collegare tutte queste sue opere o gruppi di opere, componendone anche molte altre, in una specie di «sistema», un grandioso ciclo narrativo che doveva analizzare e illustrare tutta la società contemporanea — la Restaurazione e il Regime di Luigi Filippo —, con sguardi retrospettivi all’impero napoleonico e all’ultimo Settecento in cui tale società affondava le sue radici. Mentre i racconti ambientati in un più lontano passato avrebbero illuminato certe «costanti» sociologiche, dando l’idea della sua «filosofia della Storia». Un’impresa che nessun narratore aveva mai nemmeno pensato. E di cui egli esponeva i princìpi, l’anno seguente, in una lettera alla «Straniera» rimasta giustamente famosa:

  “Io credo che nel 1838 le tre parti di quest’opera gigantesca saranno, se non perfezionate, almeno architettonicamente sistemate, in modo da poter giudicare dell’assieme.

  Gli Studi di costume rappresenteranno tutti gli effetti sociali, senza che sia stata trascurata una sola fisionomia, un sol carattere di uomo o di donna, un modo di vita, una professione o una zona sociale, e nessuna regione di Francia, nè qualsiasi cosa riguardante l’infanzia, la vecchiaia, l’età matura, la politica, la giustizia, la guerra.

  In modo da tracciare per filo e per segno la storia del cuore umano e la storia sociale in tutte le sue parti, ed ecco il basamento. Ma non saranno fatti immaginarii, bensì quello che accade ovunque.

  Allora, la seconda assisa è rappresentata dagli Studi filosofici: perché, dopo gli effetti, si mostreranno le cause. Avrò dipinto, negli Studi di costume, i sentimenti e il loro gioco, la vita e il suo andamento. Negli Studi filosofici, dirò il perché dei sentimenti e su che si basa la vita: qual è la parte, quali sono le condizioni senza le quali non sussistono nè la società nè l’uomo; e dopo d’avere percorso la società per descriverla, la percorrerò per giudicarla. Così, negli Studi di costume ci sono le individualità tipizzate; negli Studi filosofici i tipi individualizzati. E ovunque avrò dato la vita: al tipo, individualizzandolo, all’individuo, tipizzandolo. Avrò dato il pensiero al frammento, e avrò dato al pensiero la vita dell’individuo.

  Poi, dopo gli effetti e le cause, verranno gli Studi analitici, di cui fa parte la Fisiologia del Matrimonio, giacché, dopo gli effetti e le cause si devono ricercare i princìpi. I princìpi sono l’autore stesso; ma, man mano che opera raggiunge in spirale le altitudini del pensiero, essa si rinserra e si condensa. Se occorrono ventiquattro volumi per gli Studi di costume, ne basteranno quindici per gli Studi filosofici, e nove per gli Studi analitici. Così l’uomo, la società, l’umanità, saranno descritti, giudicati, analizzati, senza ripetizioni, e in un’opera che sarà come le Mille e una Notte dell’Occidente.

  Quando tutto sarà finito, il mio tempio levigato, scolpito il mio frontone, tolte le impalcature, dati gli ultimi colpi di pettine, avrò avuto ragione o avrò avuto torto. Ma dopo d’aver fatto la poesia, la dimostrazione d’ogni sistema, ne farò la scienza nel Saggio sulle Forze umane. E, sui basamenti di questo palazzo, io, fanciullescamente scanzonato, avrò tracciato l’immenso rabesco dei Cento racconti ameni ...”.

  E qui occorre aggiungere che fin dal 1832 Balzac, per dare sfogo al suo prepotente umore rabelaisiano, aveva cominciato una serie di Contes drolatiques («Racconti ameni», o, forse con maggiore aderenza al titolo e al carattere del libro, «Le sollazzevoli historie»), in un linguaggio saporitamente arcaico che ricalcava quello dei conteurs francesi dell'ultimo Medioevo e del Rinascimento: novelle ambientate nei tempi dei suoi modelli, allegre, burlesche, ironiche, irriverenti, talvolta anche serie, ma sempre vivamente pittoresche. Ne aveva progettate dieci «decine», a mo’ del Boccaccio e delle quattrocentesche Cent Nouvelles nouvelles, ma riuscì a scriverne solo tre decine, che ultimò e pubblicò nel 1837.

  Per tornare al prestigioso progetto, ricorderemo che Balzac subito dopo, sempre nel 1834, aveva un’altra geniale e originalissima trovata: l’idea del «ritorno» di alcuni personaggi da un romanzo all’altro. E la mise in pratica subito con Le Père Goriot, in cui certi personaggi già messi in scena nei romanzi precedenti riapparivano, e altri se ne affacciavano destinati a sostenere parti più o meno importanti nelle opere future. Egli creava così un vero mondo tutto suo, immagine tipizzata del mondo reale, e potrà dire con ingenuo orgoglio di avere «fatto concorrenza all’Anagrafe».

  Abbiamo nominato testé la «Straniera». Così era firmata una lettera di ardente ammirazione ricevuta dal Balzac nel marzo 1832, che risultava inviata ad Odessa. E l’incognita ribadiva poco dopo, dando al romanziere il modo di rispondergli. Dopo una corrispondenza abbastanza fitta la Straniera gli diede convegno a Neuchâtel in Svizzera, dove nell’estate del ’33 Balzac potè incontrarla e chiarire il mistero che la avvolgeva. Si trattava di Evelina Rzewuska, di illustre famiglia polacca che aveva parteggiato per la Russia, sposa fin dal 1819 del conte Venceslao Hanski, maresciallo della nobiltà in Ucraina, di ventidue anni più anziano di lei. Nel ’32 essa si era data per ventisettenne, ma aveva in realtà cinque anni di più. Delusa sulle prime dall’aspetto del suo prestigioso romanziere, Madame Hanska non tardò ad essere affascinata dalla sua vivacità e dalla sua appassionata eloquenza, mentre il marito stesso si dichiarava incantato di questa casuale e celebre conoscenza. Pel Natale di quell’anno Balzac potè raggiungere la coppia a Ginevra, portando seco il manoscritto incominciato di Séraphita: lo stravagante racconto o meglio poema in prosa forsennatamente mistico (di ispirazione svedenborghiana) che canta i pensieri e le ebbrezze di un angelico essere androgino, Séraphita-Séraphitus. La Hanska fu entusiasta di quel soggetto, e Balzac passò a Ginevra «quarantatré giorni di amore e di lavoro». Prima di lasciarsi i due amanti si scambiarono doni simbolici, promesse di eterno amore e, poiché l’anziano marito era malandato di salute, giurarono di sposarsi subito dopo la sua morte. Colta, dedita allo spiritualismo pur nella sua ardente femminilità, nobile, ricchissima (regnava su un’immensa proprietà con ben tremilacinquecento «anime») e di maestosa bellezza, E velina Hanska colmava tutti i voti di Balzac, il cui amore fu senza dubbio alimentato anche dalla vanità. Sta il fatto che, nel corso d’una corrispondenza epistolare durata una quindicina d’anni, egli le confiderà, come già sì è visto, tutte le sue idee, i suoi progetti, i progressi del suo lavoro e anche (non senza imprudenza) le difficoltà economiche tra cui si dibatteva di continuo; tacendo, naturalmente, dei suoi altri amori.

  Nel 1834, infatti, egli si legava alla bella e ardente Contessa Sarah Guidoboni-Visconti: anch’essa svedenborghiana accanita, che lo iniziò allo spiritismo e alla magìa greca e indù; cose di cui Balzac fu preso al punto da sostenere che si sarebbe dovuto insegnare il «magismo» al Collegio di Francia! In quell’anno, oltre al Père Goriot egli pubblicava un nuovo romanzo filosofico, e un interessante racconto drammatico, La Fille aux yeux d’or: secondo episodio (il primo, Ferragus, era uscito due anni avanti) di una fantastica Histoire des Treize che resterà incompiuta, destinata a narrare le imprese di tredici misteriosi personaggi, ciascuno già potente nel suo campo, i quali formano un’associazione segreta per rendersi padroni di Parigi.

  Nel ’35 Balzac dà alle stampe quattro opere, tra cui Séraphita e Le Lys dans la Vallée, e troverà anche il tempo di fare, nel mese di giugno, un viaggio a Vienna, per incontrarsi con la amata Evelina. Però, perseguitato dai creditori, sempre rinnovati dalle sue manìe di grandezza e dalla sua folle prodigalità, e volendo insieme sottrarsi al dovere di servite nella Guardia Nazionale, egli è obbligato ad affittare un nuovo segretissimo alloggio, nel quale vive rinchiuso sotto il nome di Madame veuve Durand, aprendo la porta solo a chi pronunciava una delle tre parole d’ordine da lui istituite. E ciò mentre sua madre, insediandosi nel vecchio alloggio di Rue Cassini, badava a fronteggiare la situazione con le scarse rimesse di denaro che egli le faceva.

  Ma ben presto rieccolo a galla. Riesce ad acquistare (soprattutto con cambiali) un vacillante periodico, la «Chronique de Paris», e lo trasforma in un grande settimanale, con una redazione di cui faceva parte il critico di teatro allora più famoso, Gustave Panche (sic), oltre a Jules Sandeau e al giovane Théophile Gautier, e con la collaborazione di George Sand, Hugo e Tocqueville. La rivista rinnovata esce il 3 gennaio 1836, con l’ambizioso sottotitolo di «Critica politica, amministrativa, scientifica, letteraria, artistica e industriale», tosto sostituito con quello più modesto di «Giornale politico e letterario». Tutti i campi della letteratura e dell’arte vi risultavano ben provveduti, senza contare gli illustratori, fra cui spiccava l’amaro e possente genio satirico di un Daumier. La politica la trattava lo stesso Balzac, per lo più in forma critica, prendendo pretesto da qualche pubblicazione, e dedicando ogni cura alla parte che allora lo interessava maggiormente e nella quale il regime del «re borghese» si mostrava più incerto e sprovveduto, i rapporti con l’estero. Questa sua attività è stata variamente giudicata; certo è che quegli scritti di Balzac, pur non privi di idee geniali, peccano gravemente di astrattismo. Nei confronti della monarchia di Luigi Filippo, egli mostra una opposizione ora mordente e ora larvata. A chi faceva notare che Balzac era molto riservato sulle sue vere idee, un letterato suo intimo assicurò che egli le avrebbe manifestate solo quando sarebbe stato ministro, vale a dire (la battuta sembra essere proprio di Balzac stesso) «quando la Francia vorrà ricordarsi di Richelieu»! Egli era in realtà più chiaro nelle sue opere narrative, da cui trapela un certo legittimismo progressista; e in una sua prefazione affermerà di scrivere «alla luce di due grandi fiaccole, la Religione e la Monarchia». Ma i veri legittimisti o «moderati», diffidarono sempre, non senza ragione, di questo originale «compagno di strada», e Louis Veuillot, il famoso polemista di destra, ebbe a scrivere che Balzac «difendeva il Trono e l’Altare in un modo da fare gran piacere ai nemici del Trono e dell’Altare». La rivista, dopo il successo dei primi tempi, in cui Balzac sempre troppo fiducioso si affrettò a trasformarla in bisettimanale, ricadde nelle precarie condizioni di quando l’aveva acquistata, benché egli, nel tentativo di rimetterla a galla, vi pubblicasse anche le primizie di qualche suo racconto. Finché nel luglio 1837 fu costretto ad abbandonare l’impresa, e, per le scadenze delle cambiali non pagate, rischiò la prigione per debiti, da cui lo salvò soltanto l’intervento della compiacente Guidoboni-Visconti, nella cui casa si era rifugiato.

  In questi due anni egli aveva continuato ad eseguire il grandioso programma già enunciato a Madame Hanska, pubblicando, oltre a diversi racconti di minore importanza, l’interessante studio Les Employés, un grande romanzo, Grandeur et Décadence de César Birotteau, e la prima parte delle Illusions perdues (di cui uscirà la seconda nel ’39, e la terza nel ’43), col risultato di risollevare un poco le sue finanze. E intanto, incaricato dal conte Guidoboni, il marito della sua amante, di sbrigare le controversie originate dall’eredità della madre, morta a Torino, Balzac vi si era recato in compagnia di un giovane segretario che era in realtà una donna travestita, Caroline Marbouty, e ne aveva approfittato per farsi una prima idea dell’Italia, tornando a Parigi attraverso alla Svizzera. Vi era andato poi nuovamente, e sempre con la stessa missione, nel febbraio del ’37, visitando anche Milano e i suoi musei, frequentandone i salotti, facendo conoscenza col Manzoni, e spingendosi poi sino a Venezia. Inoltre, sempre in quel cruciale 1837, scrivendo alla Hanska, le annunciava il progetto di una nuova sistemazione editoriale delle sue opere; per cui entro quattro anni avrebbero dovuto essere completate in ogni loro parte e stampate le tre già da tempo ideate sezioni degli «Studi di costume», «Studi filosofici», e «Studi analitici», per le quali egli ha ora trovato il titolo generale, e assai chiaro di Studi sociali.

  Ma il furioso lavoro e le agitazioni di quegli anni hanno compromesso gravemente la sua salute. Sull’ingiunzione del suo medico, di passare un certo periodo in campagna, Balzac acquista, a Ville-d’Avray, la proprietà detta «Les Jardies», che migliora con costosi lavori, facendo chimerici progetti, per farla fruttare: come quello di impiantarvi, in grandi serre, una cultura di ananas, il frutto esotico ricercatissimo a Parigi e di grande valore commerciale ... Nel febbraio del ‘38 si reca a Nohant, presso la vecchia amica George Sand; nel marzo concepisce il progetto di sfruttare le ricche scorie d’argento delle miniere di carbone in Sardegna; vi si reca approfittandone per vedere la Corsica, e si troverà preceduto di pochi giorni da una ditta di Marsiglia che si era già fatta dare le necessarie concessioni dal governo sardo. Al suo ritorno si rimette a scrivere. Aveva pubblicato nel ’38 due soli libri, La Maison Nucingen e Le Curé de Village; nel ’39 escono la seconda parte delle Illusions perdues, Les Secrets de la Princesse de Cadignan, Béatrix, Massimilla Doni, e il grande romanzo di costumi parigini, Splendeurs et Misères des Courtisanes; nel 1840 sarà la volta di quattro racconti lunghi, fra cui Zaverius Marcas (sic) e un puro patetico capolavoro, Pierrette. Ancora, in quell’anno, faceva rappresentare un dramma, Vautrin, che metteva in scena il mitico e sinistro personaggio di un ex forzato che diventa un pericoloso intrigante d’alto bordo, personaggio già accennato e che sarà più tardi sviluppato nelle sue opere narrative (per esso si era valso fra l'altro delle confidenze di Vidocq, l’ex forzato divenuto capo della polizia di Parigi). Il dramma però non ha fortuna e perdippiù verrà sospeso per ordine del ministro degli Interni. Balzac lancia allora un altro periodico, la «Revue Parisienne», in forma di un elegante volumetto mensile di contenuto genialmente svariato, dovuto in gran parte alla sua penna. La rivista ebbe subito un grande successo, ma si fermò al terzo numero, per ragioni che non d sono del tutto chiare. Balzac vi aveva anche pubblicato, in due puntate, un lunghissimo saggio sulla Chartreuse de Parme del tuttora misconosciuto Stendhal: scritto generoso, pieno di grandi e meritati dogi e di intuizioni geniali, anche se l’opera in esame non vi appare bene centrata.

  Nella primavera del ’41 egli è sfinito e ancor più gravemente ammalato; riuscirà egualmente a dare alle stampe, in quell’anno, cinque romanzi, fra cui Une Ténébreuse affaire, Ursule Mirouet e La Rabouilleuse, sostenuto com’era dalla sensazione di essere ormai in vista del porto. Il 2 ottobre infatti gli firma un contratto decisivo con quattro librai-editori, Furne, Dubochet, Hetzel, e Paulin, consorziatisi per reggere al gravame dell’impresa (compreso l’ingente anticipo all’autore), allo scopo di «stampare e vendere le opere complete [di Balzac], sotto il titolo generale de La Comédie Humaine»; e ciò «non solo per le opere già pubblicate ma anche per quelle a venire»; restando inteso che «l’ordine e la distribuzione delle materie [nelle varie sezioni], la divisione in tomi e il succedersi dei volumi apparterranno esclusivamente a Monsieur de Balzac». Sia per un’illuminazione di Balzac (che in un suo racconto del ’35 aveva parlato dell’«inferno parigino» che attendeva «il suo Dante»), sia per l’indiretto suggerimento d’un giovane ammiratore inglese che lo andò a visitare in quello stesso anno, il gran titolo era finalmente trovato, e l’autore medesimo ne aveva accennato allo Hetzel, cominciando le trattative, in una lettera del ’39. «L’ordine delle materie» era quello già sommariamente indicato nella lettera alla Hanska qui citata, e che Balzac completerà e perfezionerà in un «Catalogo» del ’45: giacché la stampa di questo monumentale complesso durò dal 1842 al ’48. E cioè:

  Prima Parte: Studi di costume, Scene della Vita: 1. Privata; 2. di Provincia; 3. Parigina; 4. Politica; 5. Militare; 6. di Campagna.

  Seconda Parte: Studi filosofici.

  Terza Parte: Studi analitici.

  Intanto, nel gennaio di quel ’42, Balzac riceveva la notizia d’un fatto che avrebbe dovuto trasformare completamente la sua vita: il conte Hanski era morto il 10 novembre dell’anno precedente. Qui lo aspettava però una grave delusione: alla sua lettera, misurata, copertamente ardente, eppure imprudente (arrivava a dare consigli alla Hanska su come comportarsi nella imbrogliatissima questione dell’eredità, e a raccomandarle di sposare al più presto a un uomo «molto ricco» la figlia, che aveva allora quattordici anni!) la amatissima vedova esponeva una serie di gravi difficoltà di carattere sociale: l’insurrezione dei parenti del defunto marito di fronte al testamento, i dubbi della propria famiglia, la sorveglianza diretta dello Zar sulla sua condotta, il timore che le sottraessero la figlia, cui intendeva dare una rigida educazione religiosa; e concludeva nettamente con le parole: «vous êtes libre»! Balzac accuserà gravemente il colpo ma non si rassegnerà: spinto da un sentimento sincero coltivato nell’intimo per tanto tempo, quanto dalla vanità e dall’ambizione, dal sogno di poter abbandonare le durissime lotte che conduceva da più di dieci anni, per trasformarsi in una specie di principe consorte russo, che vive beato a fianco d’una donna ancor bella, colta, e legata alle più grandi famiglie d’Europa. Il 19 marzo ebbe un’altra delusione: il fiasco del suo dramma Les Ressources de Quinola, dovuto anche all’inimicizia dei giornalisti, da lui così duramente maltrattati nelle Illusions perdues. Ma il 16 aprile si annunciava la messa in vendita del primo volume della Commedia Umana; e poiché l’amica gli raccomandava pel momento di non farsi vedere in Russia, egli si immerse ancora una volta nel lavoro, pubblicando fra il 1842 e il ’43 ben sei romanzi, tra cui un Début dans la Vie, Albert Savarus (ispirato al suo amore e alla sua delusione), L’Envers de l’Histoire Contemporaine, il bel racconto Honorine, e La Muse du Département. Così dal luglio al novembre del ’43 potè stare assente da Parigi, andare a Pietroburgo dove si ritrovò finalmente con la Hanska, e approfittando del ritorno per visitare città e musei della Germania e del Belgio. Il ’44 fu un tempo di ostinato lavoro, che gli permise di dare alle stampe, fra quell’anno e il successivo, il romanzo Les Paysans, importante anche dal punto di vista sociale, oltre a Modeste Mignon, Gaudissart II e Un Homme d’Affaires, arrivando poi nel ’46 a La Cousine Bette, uno dei suoi capolavori. Malato di una forma di meningite, ebbe però la consolazione d’una ardente ripresa epistolare con la Hanska, che andò a trovare a Dresda dove essa si era recata con la figlia Anna e il di lei fidanzato: un’allegra compagnia in cui tutti presero pittoreschi o burleschi soprannomi, intitolandosi «la joyeuse troupe des Saltimbanques», E di lì eccolo in Italia, con l’amica e la figlia; viaggio cui seguì un mese di soggiorno in incognito vicino a Parigi, e poi ancora un vagabondaggio attraverso la Francia, l’Olanda e il Belgio. Il 28 settembre 1846 Balzac era così rassicurato da comprare una bella casa a Parigi, Rue Fortunée (nome di buon augurio!), per la futura sposa. Poi, dopo un salto a Wiesbaden per assistere al matrimonio di Anna Hanska, è già di ritorno per riprendere il suo lavoro («il canto del cigno»: Le Député d’Arcis, e Le Cousin Pons, che uscirono nel ’47); mentre la sua promessa dava alla luce a Dresda un bambino nato morto che avrebbe dovuto chiamarsi Victor-Honoré.

  Nel settembre del ’47 Balzac può alfine recarsi a Wierzchownia, nelle terre della Hanska, tornando a Parigi nel febbraio dell’anno successivo, sempre malato e stroncato dalle fatiche del viaggio. Assisté alla rivoluzione del ’48, notando il saccheggio degli appartamenti reali al Louvre con un disgusto che non gli impedirà tuttavia di portarsi candidato — con esito infelice — all’Assemblea Costituente della Seconda Repubblica. Nel maggio ha la soddisfazione di un successo teatrale, col dramma La Marâtre; quindi pone la sua candidatura all’Accademia di Francia, per il posto lasciato vacante dalla morte di Chateaubriand e, colpito ora da una grave ipertrofia del cuore, parte nel settembre per Wierzchownia dove resterà più di un anno e mezzo, mentre sua madre si assume l’incarico di mettere in ordine l’appartamento di Rue Fortunée in attesa degli sposi. Balzac e la contessa Evelina Hanska si sposarono finalmente il 14 marzo 1850, ma il romanziere era ormai finito. Dopo un viaggio tremendo, arrivò a Parigi per mettersi a letto senza levarsi più. Morì infatti fra grandi sofferenze il 21 agosto (sic); scarsamente assistito, come fu notato, dalla moglie che sembra avesse già trovato un altro corteggiatore. Victor Hugo (che era stato il solo, con Lamartine, a votare per lui, all’Académie Française), fece un commosso e bellissimo discorso pel suo seppellimento, nel famoso cimitero del Père-Lachaise.

  È curioso notare come l’opera di Balzac, che pure conquistò subito un pubblico di sempre più numerosi e appassionati o addirittura fanatici lettori, fu presto tradotta in più lingue e incominciò ad esercitare una grandissima influenza su tutta la narrativa europea (specie la russa e l’inglese), non incontrò in Francia il favore dei critici contemporanei. Fin verso il ’40, quand’egli voleva avere degli articoli elogiativi e «intelligenti», era obbligato a farli scrivere, sotto la sua guida, da qualche suo amico! La gelosia, e anche l’incomprensione per il bagaglio ideologico di cui nutriva i suoi romanzi, lo ostacolavano tenacemente. Soprattutto insidiosa e fastidiosa gli fu l’avversione di colui che stava diventando il massimo critico del tempo, il Sainte-Beuve, nel quale la tenace diffidenza d’un letterato rimasto in fondo fedele al «gusto classico», malgrado la vivace esperienza romantica, si univa ad un profondo senso di insofferenza verso l’uomo e, indubbiamente, di gelosia per i successi del romanziere. Balzac se ne vendicò nel 1840 sulla sua «Revue Parisienne», con una stroncatura della grande opera di Sainte-Beuve, l’Histoire de Port-Royal, che sebbene sostanzialmente ingiusta rivela in più tratti un autentico acume. Ma ciò, com’era naturale, non migliorò molto la situazione. Solo verso la fine, e negli anni immediatamente successivi al 1850, egli incominciò a trovare ammiratori anche fra i maggiori confratelli. Fu primo ad esaltarlo, a dir vero, uno scrittore mediocre ma di vivacissimo ingegno però e dalla rumorosa attività, lo Champfleury, il quale proclamò che da Balzac bisognava partire, per modellare su di lui un nuovo genere di narrativa veramente attuale, il «realismo». Si trattava in sostanza d’un realismo alquanto gretto, che si voleva fondato su una documentazione minutamente cronistica, per arrivare ad una sorta di «verità» che oggi chiameremmo fotografica. Ma già nel ’48 ecco Baudelaire (che aveva stretto amicizia con Balzac quand’era ancor giovanissimo) coglier l’occasione d’un articolo sullo stesso Champfleury per tributargli la massima lode, mostrando la sua opera non solo fondata sulla più seria osservazione della vita, ma anche trasfigurata da un autentico soffio di poesia. E intanto Flaubert, oltre a Chateaubriand, prendeva Balzac per modello: non certo per la rapidità e fecondità, ma perla profondità e giustezza dell’osservazione sociale. L’autore di Madame Bovary, in una sua lettera, lamentando le invidie e le ingiustizie de imperavano nel mondo letterario, dirà d’aver «questionato» due ore, per cercar di persuadere Sainte-Beuve che non era stato giusto trattare Balzac come aveva fatto lui.

  E già siamo alle soglie del Naturalismo. Il giovine Zola si ispira direttamente a Balzac nell’ideare il suo grandioso ciclo dei Rougon-Macquart che, seguendo le vicende d’una famiglia, dovrà illustrare tutta la società francese dal 1848 al Secondo Impero e oltre; e anche per l’esigenza di mettere alla base di questo tipo di narrativa, destinata a trionfare fin verso la fine del secolo, se non proprio una «dottrina», una filosofia della storia e della vita come il suo grande predecessore, certo una teoria, con pretese spiccatamente scientifiche. E d’altronde, se nell’opera dello Zola, secondo la netta sentenza del nostro De Sanctis, alla psicologia si andava sostituendo la fisiologia, non aveva ben ragione Zola stesso nell’additare in Balzac il principio e un primo grandissimo esempio di questa evoluzione dal Realismo al Naturalismo!

  Il trionfo del Simbolismo, dell’estetismo, il gusto anche per la prosa dallo stile conciso e «perfetto», in poche e preziose pagine, e l’affermarsi non solo fra noi della tendenza a distinguere rigorosamente il Bello dal non-Bello, dovevano quindi per alcuni decenni oscurare alquanto la gloria di Balzac, cui si rimproverarono le patenti diseguaglianze, le enfatiche ingenuità, e persino le «grossolanità». D’altronde già ai suoi tempi l’asciutto e sobrio Stendhal, benché pervaso di riconoscenza per il celebre collega che aveva infine proclamato il suo vero valore, trovava poco giusto che Balzac gli facesse l’appunto di trascurare lo stile, e confidava ad un amico il rammarico che quel grande scrittore a sua volta, forse geloso della gloria poetica di Hugo, caricasse le sue pagine di similitudini ed immagini superflue o di cattivo gusto. Ma in tempi a noi più vicini appunti di questo genere, se non dimenticati, sono risultati di minor peso, di fronte alla grandiosità dell’opera, così spesso animata, come già aveva detto Baudelaire, da una ricca vena poetica. E questa rivalutazione, favorita dal diffondersi della critica di ispirazione marxista (di cui parleremo più avanti) si può dire abbia toccato il suo culmine, soprattutto in Francia, con gli studi critici e le celebrazioni della duplice ricorrenza del centocinquantenario della nascita e del centenario della morte dell’autore della Commedia Umana (1949 e 1950).

  Come possiamo giudicare oggi quest’opera gigantesca, e i principi cui il suo autore la volle informata?

  Quanto alla sua «dottrina», la parte che Balzac chiamava scientifica, e che egli ricapitolò nell’Avant-propos dell’edizione completa iniziata nel ‘42, risulta estremamente semplice, per non dire sommaria: «La prima idea della Comédie Humaine, si mosse in me, da principio come un sogno, uno di quei progetti impossibili che si accarezzano e si lasciano volar via: una chimera che sorride, rivela il suo volto di donna e apre immediatamente le ali sollevandosi nel cielo dell’irreale. Ma la chimera, come molte chimere, si trasforma ora in realtà, esprimendo dei comandi e una sua tirannìa cui bisogna sottostare. Quest’idea nacque da un confronto fra l’Umanità e l’Animalità [...] L’animale è un principio che prende la sua forma esteriore, o, per parlare più esattamente, le differenze della sua forma, negli ambienti dove egli è chiamato a svilupparsi. Le specie zoologiche risultano da tali differenze ...». Così, con richiami al grande naturalista settecentesco Buffon, al «grandissimo» Cuvier, e soprattutto al Geoffroy de Saint-Hilaire, e forzandone come si vede le teorie, Balzac arriva genialmente alle soglie dell’evoluzionismo darwiniano. Ma qui, con audace trapasso, egli viene a dire che si può anzi si deve trasferire questa teoria nel campo sociale: «... Sono dunque esistite, esisteranno dunque in tutti i tempi delle specie sociali, come vi sono delle specie zoologiche».

  Nel campo propriamente politico, Balzac narratore e uomo rimase estremamente semplicista, come tosto vedremo. Ma l’applicazione più interessante di questo principio «darwiniano» egli la fece per quanto riguarda i diversi «ceti» più che le classi, e soprattutto le condizioni del vivere, i mestieri, le professioni e quindi gli ambienti. La posizione sociale, l’attività che si esercita, porteranno sempre lo stesso tipo di modificazioni ai pur differenti caratteri degli individui. Cosicché la mentalità di un notaio, di un medico di campagna, di un usuraio della metropoli, di un piccolo negoziante, di un grande finanziere o di una dama secondo il gradino sociale che essa si trova ad occupare, saranno in fondo, per ciascuno di essi, estremamente simili, condizioneranno in notevole misura la loro condotta ... Concezione che aveva in realtà dietro di sè una lunga tradizione, rappresentata dai moralisti, dall’antico Teofrasto al La Bruyère, e ancor più chiaramente dai commediografi. Ma è pur vero che nessuno fino ad allora, nell’indagare l’influenza di queste deformazioni dei singoli caratteri sulle azioni degli individui, sugli affetti e fin nei più riposti penetrali dell’anima, era arrivato tanto in là, e con tal forza persuasiva di rappresentazione.

  Non solo, ma il Balzac romanziere (sarebbe il caso di dire, poeta), vi combinò genialmente, in base alle dottrine fisiognomiche del Gall e del Lavater che abbiamo già visto, quella che egli chiamava la «fisiologia»: stabilendo dei precisi rapporti fra l’aspetto fisico di ogni individuo e il suo carattere, e le progressive alterazioni dell’uno e dell’altro nel tempo e in relazione all’attività esercitata. Anche qui si tratta d’una osservazione che era già stata fra le più comuni. Ma il fatto è che Balzac si può considerare il primo narratore che abbia dato ai suoi personaggi un fisico, in modo da conferir loro una illusione di realtà naturale prima di lui sconosciuta. Non solo, ma le minute descrizioni con cui egli, fin dal 1830 incomincia quasi tutti i suoi romanzi: di una casa, di un appartamento o di una camera d’affitto, di una strada, di un quartiere e magari di un’intera città, illuminando l’ambiente in cui è cresciuto e vive e agirà il tale suo personaggio, e venendo a creare un’autentica «simbiosi» fra la materia e lo spirito, attingono ad una vera e propria magìa artistica. Cosa che fu già riconosciuta acutamente dal Baudelaire, che disse, in quel suo articolo del 1848, che il «realismo» balzacchiano doveva considerarsi come «un nuovo metodo di composizione». E ciò in netto contrasto con quanti protestavano e protesteranno ancora fin quasi ai dì nostri — contro quelle «troppo lunghe» descrizioni.

  Se qualche volta le descrizioni di Balzac ci possono sembrare mancate, il difetto è del personaggio che viene dopo, il quale non arriva a «legare», non appare abbastanza vivo. Non già perché sia mancata la debita ambientazione, ma perché lo scrittore nel caratterizzarlo ha seguito troppo uno dei suoi schemi intellettualistici, o lo ha scelto addirittura in base a un suo criterio di comodità, per affiancarlo a qualche personaggio già noto cui voleva creare nuove relazioni amiche o nemiche, o per aggiungere qualche nuovo abitante al mondo della sua Comédie: cedendo a quella passione di completezza che gli ha fatto pur disegnare un certo numero di personaggi artificiosi, semplici marionette di cui egli regge troppo visibilmente i fili. Però quasi sempre, anche in questi casi, la prima parte di quel miracolo creativo si era già effettuata. E questo «metodo» appunto brilla con tutta la sua resa, e non solo dal lato poetico ma anche con una portata sociale, in Eugénie Grandet: dove si comincia a descrivere la casa del vecchio avaro, il quartiere, la città di Saumur e le sue attività economiche, le quali ci dicono l’origine della ricchezza di Papà Grandet; per tornare ancora all’abitazione in cui intristisce la sua giovane figlia. È forse l’esempio più tipico, il più chiaro, fra i tanti che si potrebbero citare; ma non tralasceremo le prestigiose figurazioni della facciata della casa di Claës nella Recherche de l’Absolu, e la meravigliosa riuscita di Pierrette, la cui triste vicenda si apre con la magica descrizione di quella piccola città all’alba, tutta corsa da ruscelli, e il Curé de Tours, con la minuta illustrazione della canonica e di quell’alloggio che sarà così ferocemente disputato.

  Nel campo più propriamente sociologico, le idee base di Balzac sono, come abbiamo già notato, ancor più sommarie, e non sempre coerenti: alla base della società di ogni tempo c’è sempre stata e sempre ci sarà una guerra «fra chi ha e chi non ha», fra i poveri e i ricchi, nella quale i poveri sono e saranno sempre perdenti, salvo quel certo numero di individui i quali, adottando i metodi del mondo senza scrupoli in cui vivono, riusciranno ad elevarsi ai ranghi superiori. Unico rimedio, come abbiamo già visto, quella specie di socialismo imposto dall’alto, in nome di un paternalismo illuminato e progressista. Il che non toglie però che Balzac, a dispetto di questo schema, riesca a far vedere talvolta gli effetti dell’irresistibile spinta «dal basso», con un’intuizione ed una potenza raffigurativa che possiamo cogliere nei Paysans.

  In quanto all’epoca sua, che come è noto Balzac voleva analizzare e illustrare completamente e a fondo: cioè l’età della Restaurazione, e quella soprattutto di Luigi Filippo dal 1830 in poi (due periodi storici che egli considera giustamente legati, giacché nel primo di essi già si manifestano chiaramente le tendenze che domineranno nel secondo) ha si può dire una sola idea, ma ben chiara. Distrutti ormai gli ideali dell’Antico Regime, o di altre epoche passate, dove secondo lui l’individuo per salire, sviluppare come diremmo oggi la propria naturale «volontà di potenza», poteva contare assai più sulla nascita, sul valore militare, sulle doti intellettuali, ora, col progressivo trionfo della borghesia, le ambizioni umane non hanno che un mezzo per realizzarsi: la conquista della ricchezza, che diventa sinonimo del potere, nella vita di società come nella politica. E il regime della Monarchia di Luglio, con lo scatenarsi di tutte le cupidigie, delle speculazioni finanziarie più spregiudicate, non solo permesse ma anzi praticate e incoraggiate dallo stesso monarca e dai suoi ministri (il Guizot, a chi gli faceva presenti le difficoltà economiche e la miseria di certi ceti, lanciò in risposta la celebre battuta: «Arricchitevi»!), questa società in cui la caccia al denaro calpesta i sentimenti più sacri, arma gli uni contro gli altri i membri della stessa famiglia, offre a Balzac continue conferme.

  La visione sociale, troppo banalmente schematizzata come abbiamo visto in quella lotta dei ricchi contro i poveri, gli si articolò maggiormente, a dire il vero, con l’occasione. Così, il racconto citato La Fille aux yeux d’or si apre con una vivacissima visione di Parigi, «vasto campo incessantemente agitato da una tempesta di interessi», dove non si incontrano più veri visi ma maschere: «maschere di debolezza, maschere di forza, maschere di miseria, maschere di gioia, maschere di ipocrisia: tutte estenuate, tutte improntate ai segni incancellabili di una affannosa avidità». E «in questo inferno in cui tutto fuma, tutto brucia, tutto brilla, ribolle, fiammeggia, si evapora, si spegne», si possono distinguere, partendo dal basso, cinque classi: «il mondo che non ha nulla», cioè l’operaio, il proletario, il piccolo bottegaio; «il mondo che possiede qualcosa», cioè quello dei commerciami all’ingrosso e impiegati d’ogni specie, che Balzac chiama «i borghesi», le cui ambizioni sono: «la sciabola di Guardia Nazionale, un pasto monotono e sicuro, un posto decoroso nel cimitero del Père-Lachaise e, per la vecchiaia, un poco d’oro guadagnato nel rispetto delle leggi». Vengono poi, terzo girone di «questo inferno che forse un giorno avrà il suo Dante», notai, procuratori, ed avvocati, e medici, tutti al corrente dei segreti di quella società che appunto per questo disprezzano. C’è poi la classe degli artisti, «nobili volti, ma pesti e ammaccati, assassinati dalle rivalità e dalle calunnie». E infine, la grande proprietà, l’aristocrazia, i saloni dorati dove non c’è più niente di vero: la cortesia ricopre il cinismo, e la vita vuota d’ogni ideale modella quei volti di gente che non ha più niente da desiderare, «quella fisionomia dei ricchi segnata dalla smorfia dell’impotenza, su cui si riflette l’oro e da cui l’intelligenza è fuggita». Dove si noterà, sotto la febbrile potenza evocativa, una contraddizione curiosa in Balzac: il dare per soddisfatta, contenta dei propri limiti, una borghesia che in realtà è «piccola borghesia», dove pur egli mischia i grandi commercianti; e il non parlare dell’alta borghesia, che egli a quanto sembra confondere con la grande proprietà terriera e l’aristocrazia: dimenticando proprio quei sommovimenti continui, quello sfrenato desiderio di arrivare, l’insonne cupidigia che caratterizzava invece, proprio per lui e in tutti i suoi romanzi, il mondo borghese.

  E qui si pone la questione del valore storico dell’opera di Balzac. Esaltato spesso col dire che dalla Commedia Umana, seguendo le imprese dei singoli eroi grandi o piccoli, si verrebbe ad avere una precisa idea del modo con cui si preparano e svolgono gli eventi, con cui si è fatta la storia in quell’epoca e magari, per analogia, di come si fece in passato e si farà in futuro. Ma in verità i personaggi di Balzac e i vari gruppi sociali, ex-ufficiali napoleonici, nobili di vecchio stampo, commercianti, gli speculatori stessi e i finanzieri, anche quando non si limitano a far pesare come forza d’inerzia certe qualità mutuate secolarmente dal mestiere (esempio tipico i contadini) non appaiono quasi mai come veri «motori»; non «fanno» propriamente la storia vi si adattano o la sfruttano. Un Rastignac (il nome rimasto proverbiale del giovane di provincia che nell’atmosfera di Parigi «apre gli occhi», e con lo spregiudicato ingegno, la furberia, la stessa bellezza fisica, arriverà alla fortuna), un Du (sic) Marsay, altro avventuriero di classe che è giunto ai fastigi del potere politico, persino il tenebroso ex forzato Vautrin, si inseriscono semplicemente nella grande catena degli eventi, sfruttano la situazione per far fortuna, o per far la fortuna o la disgrazia di altri individui, e non sono in sostanza dei veri «protagonisti». E gli stessi intrighi più sorprendenti, della Storia dei Tredici, di Un tenebroso Affare, del Rovescio della Storia contemporanea, quegli intrighi coi quali il Balzac si compiaceva di illuminare i lati più «inverosimili» della «realtà», appaiono ad uno spettatore obbiettivo semplicemente come concessi dal tale o tal’altro momento storico: sottili e impressionanti espedienti per cu: la malizia umana si vale delle possibilità offerte dalla particolare struttura di una società, di un regime e anche quando (cosa più unica che rara) si tratta di una vera congiura per rovesciarlo, essa appare subito inefficace, campata in aria. Sicché la Commedia Umana non sarebbe da questo punto di vista altro che una «commedia di costume». Cosa sempre notevolissima in quanto valore artistico, ma poco rilevante come storia sociale: sulla quale Balzac porterebbe semplici testimonianze riflesse, gettando al massimo su qualche minuto ingranaggio uno sprazzo di luce, sempre limitato e parziale anche se i punti su cui esso si rifrange sono innumerevoli. Con la conseguenza che anche il valore di documento verrebbe a sfumare: in quanto per Balzac la notazione particolare vale già come una premessa all’interpretazione. E fu notato infatti che assumono oggi ai nostri occhi un’importanza documentaria maggiore gli scritti di contemporanei assai meno geniali di lui come George Sand, appunto perché registratori più imparziali delle ideologie, delle opinioni e sentimenti dei tempi loro.

  La verità però è meno semplice. Balzac, anche se difettoso nell’indicazione e valutazione degli «ingranaggi», con la passione che ebbe di studiare, analizzare, ricostruire nel vigore creativo delle sue pagine una tal quantità di persone, luoghi e situazioni sociali differenti, finisce per darci dell’epoca sua un panorama che, se non è propriamente «storico», resta pur sempre una miniera per l’osservatore: tanto più preziosa in quanto molto spesso egli si dimentica delle proprie teorie per abbandonarsi ad una generosa simpatia, ad un pungente interesse umano. E se pure interpretò troppo spesso i suoi «dati» alla luce di quelle due famose sue «fiaccole» (come si ricorderà, la Religione e la Monarchia), colse (vorremmo dire fiutò) con la sua avidità caratteristica, parecchie diagnosi che venivano allora suggerite da molte parti; e, trasformandole in idee-forza per animarne con travolgente energia il suo mondo, conferì loro un’evidenza che può essere storicamente istruttiva. Prima di tutte, ripetiamo, l’idea dell’«argent», del famelico slancio con cui, dopo le guerre napoleoniche, libero ormai dagli scrupoli e dai freni consuetudinari dell’Antico Regime, il secolo nuovo, guidato dalla borghesia, si lanciava alla conquista della ricchezza e del potere. E quindi, in dipendenza da ciò, il formarsi automatico di una psicologia «di massa», alla quale si oppone con tanto maggior violenza lo scatenarsi dell’individualismo più feroce dei moderni «condottieri»: gli avventurieri del giornalismo, della vita mondana, del potere politico o poliziesco e della finanza. Il Brunetière (che pure verso la fine del secolo partecipò alla riabilitazione del romanziere anche in quanto sociologo), osservò giustamente che Balzac non ci parla propriamente dell’industria, cioè della «questione sociale» nel nuovo significato della parola, di cui egli aveva pur sotto gli occhi manifestazioni imponenti; e assai poco dei grandi «avvocati» (nel suo mondo contano soprattutto notai e procuratori, per le complicate e cavillose questioni delle eredità e dei trapassi di proprietà), e nemmeno dei «professori», quei grandi universitari che incominciarono proprio con Luigi Filippo a pesare tanto nella vita pubblica; mentre invece, sempre legato com’è al fattore economico diretto, si interessa degli scienziati in quanto «inventori».

  Ma questo difetto non conta molto, di fronte ad una ben più importante stortura. Il fatto è che quelle forze di fondo da lui così bene intuite, il Balzac romanziere le vede poi troppo facilmente dominate, sviate, o compresse o indirizzate a piacere, dall’arbitrio anzi dal capriccio di pochi uomini; i quali obbediscono ancor più che all’avidità, alla voluttà del potere. Come i trenta usurai che in Gobseck ci sono presentati come gli assoluti padroni di Parigi, o quei famigerati «Tredici» dell’omonima favola non compiuta; o come, insieme al suo «Medico di campagna», quei benefattori e quelle benefattrici: cuori voltisi al bene perché feriti dal mondo, che con una semplice ingegnosa beneficenza annullano senz’altro tutti i contrasti sociali, isolando e trasformando intere provincie in altrettanti paradisi terrestri. Dove scorgiamo Balzac non più inventore di miti, ma vittima di alcune delle utopie più pericolose che ci abbia lasciato in eredità l’Ottocento. E riguardo ai tenebrosi intrighi privati che secondo lui tanto influirebbero sulla politica, non si può non notare che egli appunto della politica mostra di avere una concezione alquanto puerile, romantica nel peggior senso della parola, melodrammatica. Giacché c’era in lui (se ci è consentito il paragone) lo stesso semplicismo per cui il Machiavelli arrivò a pensare e a lasciar capire che, ad esempio, un Duca Valentino con un po’ più di fortuna e un po’ più di assassinii sarebbe potuto diventare arbitro perpetuo del Papato e padrone assoluto d’Italia, a dispetto degli interessi e delle grandi forze politiche ormai scatenate non solo d’Italia ma di tutta Europa. Onde si capisce benissimo come l’autore della Comédie Humaine ammirasse la Chartreuse come un grande modello di «roman à idées», in grazia di tutta la politica da operetta della Corte di Parma, che aveva nelle intenzioni e nell’opera di Stendhal una funzione non precisamente dottrinaria.

  Tutto ciò non ha impedito che (già lo abbiamo accennato) la critica di ispirazione marxista abbia elevato a Balzac un monumento: come al primo grande rappresentante, e forse al più grande, di quel realismo critico il quale, secondo l’idea di Engels (mutuata e sviluppata da un passo dell’Estetica di Hegel) analizzando e illustrando i costumi e i fatti sociali di un dato paese in un dato momento, ne mette fatalmente in luce le ingiustizie e gli errori, destando così nel lettore lo sdegno e magari l’ardore di abolirle: cosicché l’opera letteraria finisce per essere «rivoluzionaria», anche contro le intenzioni o le opinioni politiche professate personalmente dallo scrittore, che possono essere (com’era appunto il caso di Balzac) conservatrici o addirittura reazionarie. Giudizio che è stato assunto in particolar modo dal Lukács che lo ha coonestato con una bella quantità di scritti su Balzac, fra cui finissimo quello su Les Paysans. E non è detto che una tale opinione non abbia fondamento, come il lettore avrà inteso da quanto precede. Ma vorremmo si capisse anche la necessità di contenere nei giusti limiti questa lode, di non conferire con tanta facilità all’opera di Balzac una specie di primato assoluto in materia, svalutando completamente ad esempio, come appunto ha fatto il Lukács, l’opera d’uno Zola.

  D’altronde, siccome è pur sempre l’arte di Balzac quella che più ci importa, giacché senza di essa gli stessi concetti che abbiamo esposto non sarebbero che rozzi e inerti schemi, bisogna pur dire che quelle «idee generali», quelle verità profonde che egli credeva di detenere sulla società dei tempi suoi e di tutti i tempi, se erano per lui un pericolo non gli furono certo inutili. Sebbene in minore e più incerta misura che non la «fisiologia», di cui abbiamo visto i saporosi frutti, queste concezioni non gli servirono soltanto da stimolo, ma anche da punto d’appoggio. Senza la sua semplicistica idea della santità della famiglia, non avremmo quella parlata atrocemente sublime di Papà Goriot, tutta la straziante figura di questo «Christ de la paternité» (la definizione è di Balzac). Senza quella sua ossessionante visione del mondo borghese, tutto incentrato in una spietata lotta di interessi che divien fatalmente più feroce fra i membri d’una stessa famiglia, non avremmo tante sue creazioni fra le più felici, come quel patetico e perfetto racconto che si intitola Le Colonel Chabert. Non avremmo il Balzac più vivo, col suo famoso impeto animatore di tutto un mondo: il Balzac che da questa sua odiosa società schiava del desiderio di potenza e dell’oro in cui tutte le tradizionali virtù si distruggono, è stato anche affascinato, sì da cantarne con le miserie anche le grandezze, con un febbrile e repugnante entusiasmo: un po’ alla maniera di Carlo Marx che, proprio nell’anno in cui si conchiudeva la pubblicazione della Commedia Umana, esaltava appunto in un tratto famoso del suo Manifesto il travolgente scatenarsi di energie e le mirabolanti imprese di quella borghesia della quale pur si accingeva a promuovere la distruzione.

  Un mondo di tragica e seducente bellezza, di inebbrianti grandezze il cui godimento è riservato ai dannati: un inferno il cui epicentro è Parigi. E si capisce come, malgrado qualche fuggevole frecciata ironica, a Balzac sia andata tutta la fraterna simpatia di Baudelaire.

  Senonché nella Parigi di Baudelaire il Bene e il Male, continuamente mischiati, si affrontano e conducono la loro lotta quotidiana nell’intimo del poeta, protagonista, come dei personaggi in cui egli si sdoppia. Mentre il mondo di Balzac è per lo più crudamente diviso in carnefici o vittime, animali da preda o predati, e gli stessi buoni, se vogliono sopravvivere debbono accettarne la dura legge, e passare dalla parte dei forti. È un mondo che conosce le secche lagrime del rimpianto, ma ignora il rimorso. Il Balzac conservatore e utopista si poté disperdere in qualche costruzione ideologica artificiosa. Ma il Balzac poeta e «mistico», non tanto per idee e programma quanto per una tendenza profonda, connaturata ad modi della sua ispirazione, si compiacque di immaginare sullo sfondo di questo mondo perverso, vittime dei malvagi e dei folli o esangui trionfatrici delle passioni, celestiali fanciulle straziate, pallidissime figure di sante, secondo un modello romantico-medievaleggiante che egli felicemente rinnova; di cui la più bella, l’unica forse perfetta, è quell’Eugenia Grandet che egli stesso dichiarò di aver raffigurata con l’ingenuo fervore e con gli incantati colori da miniatura di un antico pittore sacro.

  Figure commoventi ma, si badi, impotenti: senza nessuna vera efficacia sulla vita d’intorno, se non a patto di rinchiudersi in una specie di ritiro, traendo con sè, nel migliore dei casi, i loro ammiratori e beneficati nell’atmosfera rarefatta di questo loro piccolo mondo beato. Chè se appena tanto fanno da seguire nel mondo di fuori col pensiero e col cuore un essere amato augurandogli buona fortuna, subito ne appaiono anch’esse contaminate. Come apprendiamo, nel Lys dans la Vallée, dalla lettera con cui Madame de Mortsauf accompagna la dipartita di Félix de Vandenesse che la lascia per affrontare il mondo: affettuosissimi e soavi consigli, coi quali si suggerisce in sostanza al giovane, se vuol riuscire, di sacrificare tutto alle convenzioni crudeli della società in cui dovrà vivere; e la perfetta riuscita dell’eroe dimostrerà chiaramente l’intima perversione di questi consigli.

  È stato osservato, dal cattolico Mauriac come «l’umanità balzacchiana, nata sotto il segno di Bonaparte, protesta che non c’è nulla da fare al mondo se non conquistar l’universo»; e quindi, come il mondo di Balzac non sia propriamente «cristiano». Certo non troviamo in esso un senso immanente della divinità, come in quello di Dostojevski. Ma la divinità non è propriamente assente dalla concezione di Balzac, bensì trascendente: se mai un po’ troppo ‘trascendente’. E se non possiamo negar fede alla vivace difesa della moralità dell’opera sua che fece pubblicamente lo scrittore, dobbiamo aggiungere che si tratta per lo più di una moralità da ricavare alla fine, quasi come la morale delle favole. È pur vero che i suoi personaggi sono improntati ad un’energia di conquista che si potè anche chiamare nitciana, ma non bisogna dimenticare che per lui i malvagi, i forti, i trionfatori del suo mondo, potranno essere ammirati e invidiati, ma non sono mai felici (il suo Vautrin sogghigna satanicamente soddisfatto, ma non è un uomo, è una specie di mostruoso simbolico fantoccio). Felici, nelle loro febbrili ansietà, sono soltanto i giovani sognatori di vittorie, negli anni del collegio, nelle eroiche stagioni delle soffitte, prima che la battaglia li corrompa e il mondo li ingoii. Come felice è stato, a dispetto di tutto, Balzac, nella sua prepotente ingenua gioia di vivere e di operare: nel suo ultraparadossale impegno di riuscire a eguagliare i trionfi perversi del mondo, a diventare uno dei potenti della terra («Ciò che Napoleone ha fatto con la spada, io lo farò con la penna»!), valendosi del mezzo più puro che ci potesse essere, con la sola forza dell’arte sua.

  E si capisce come da tutto ciò, da quel mischiarsi all’amore dell’Arte di una ammirazione per il cinismo della «pratica» e di ideologie più o meno sommarie, dovesse fatalmente risultare nelle sue opere una certa dose di impurità. Impurità, naturalmente, anche di stile: di quel suo stile così mirabilmente flessuoso e variato, che sa valersi anche del gergo, che si adatta e piega a tutte le situazioni e alle parlate di tutti i personaggi, ma che è fatalmente minato dall’enfasi dottrinaria o sentimentale, da quelle ‘esagerazioni’ in un senso o nell’altro cui le concezioni che abbiamo esposte fatalmente lo spingevano.

  Qui, ancora una volta, ricorderemo la giustificazione che ebbe a dare Baudelaire delle sue esagerazioni, dopo d’averlo chiamato «visionario, e visionario appassionato»: «Il suo gusto prodigioso del dettaglio, che dipende da una smoderata ambizione di veder tutto, indovinar tutto, e fare indovinare tutto, lo obbligava d’altronde a incidere con più forza le linee principali, per salvare la prospettiva dell’assieme. E mi fa talvolta pensare a certi acquafortisti, che non sono mai contenti del morso dell’acido, e trasformano in valloni i graffi più energici della lor lastra. Da questa sorprendente inclinazione naturale sono nate delle meraviglie. Ma tale disposizione è generalmente definita: i difetti di Balzac. Per parlar meglio, sono proprio in ciò le sue qualità».

  Diciamo più giustamente, le qualità e i difetti inerenti alle sue qualità. Perché, a forza di essere «marcati», molti suoi tratti sono francamente grotteschi, certi suoi personaggi, imperniati su una sola qualità buona o cattiva, spinta all’estremo, lo sono altrettanto, e alcuni loro atti risultano addirittura assurdi (quel devotissimo servitore di Ursule Mirouet che, seguendo prestamente nel giardino la sua padroncina, si butta a baciare la ghiaia dove essa ha posato il piede, e così sveltamente si rialza che quella, voltandosi non riesce ad accorgersene).

  Narra nel suo libro di memorie su Balzac il Gozlan, suo giovane e devoto amico (e la cosa fu già a quei tempi riferita, travisata e sfruttata dai malevoli) come nella casa di campagna delle Jardies appena comprata, sui muri freschi di calce e sui pavimenti Balzac si compiacesse di segnare col carboncino le indicazioni dei lussuosissimi mobili d’arte, mosaici preziosi e rare suppellettili che l’avrebbero dovuta adornare; donde lo stesso Gozlan, affettuosamente burlandolo, scrisse un giorno su una parete: «Qui, un quadro di Raffaello, inestimabile, come non se ne è mai visti»; e la bella risata di Balzac quando lesse. Era quello in fondo lo scopo cui sempre mirava lo scrittore, attraverso a tanti minuziosi studi sul vero e a tante pretese scientifiche. Azioni, paesaggi potentemente tipizzati, magari anche ‘veri’, come vero può essere un capolavoro di Raffaello; ma, insieme, di qualità inestimabili, più grandi d’ogni comune misura, «come non se n’era mai visti». Non bisogna dimenticare però che quest’ansia dello smisurato è la sorgente, come degli errori di Balzac, anche della sua maggior poesia.

 

 

  Mario Bonfantini, Balzac 1950, in Ottocento francese, Torino, Giappichelli, 1966 («Collana critica»), pp. 65-94.

 

  Cfr. 1950.

 

 

  Edda Cantoni, Lo sguardo acuto di Balzac sulla Francia della borghesia in ascesa. La “Commedia inumana”, «l’Unità. Organo del Partito comunista italiano», Roma, 20 marzo 1966, p. 20; 1 ill.

 

  Una serie di edizioni che ripropongono e sviluppano il «caso» di un intellettuale conservatore, che fu al tempo stesso uno dei grandi scrittori realisti.

 

  Prometeo o la vita di Balzac, suona il titolo della più recente biografia del grande scrittore ottocentesco, scritta da André Maurois; e lo studio è tutto teso ad illuminare con dati e notizie le circostanze in cui fu concepita, e poi faticosamente, drammaticamente portata a termine un’opera così vasta, varia, ambiziosa: una cinquantina di romanzi in vent'anni (dal 1830 al ‘50), e per argomento «la commedia umana», tutta la vita del suo tempo, cioè, e la società in tutti i suoi aspetti. Impresa titanica, in cui Balzac finì per logorarsi e in cui lo sorreggeva una fiducia senza limiti nei poteri della letteratura, chiamata, addirittura, a trasformare il mondo. (Anche se il più importante contributo alla letteratura su Balzac, in definitiva, è La commedia umana (sic) di André Wurmser, che esamina con grande ricchezza di particolari e chiarezza di impostazione critica e ideologica i rapporti dell’opera balzacchiana con la realtà storica, economica, sociale e artistica di allora). I due volumi non sono tradotti in italiano. Si stanno però accumulando, da qualche mese a questa parte, importanti traduzioni di romanzi, che offrono l’occasione per riaprire il discorso su Balzac.

  Le (sic) illusioni perdute è per molti aspetti un autentico capolavoro, e soprattutto un tipico esempio di come quest’arte, pur tendendo a rappresentare sentimenti e passioni «universali» (come Dante, come Shakespeare, che Balzac aveva sempre presenti), rimanga anche saldamente agganciata alla realtà umana e sociale del suo tempo, scoprendo anzi con chiaroveggenza le vere forze che vi agiscono e la determinano. Il denaro, innanzi tutto; poi la ambizione, l’ascesa sociale.

 

Ideali caduti.

 

  La borghesia, uscita trionfatrice dalla Rivoluzione, aveva poi visto naufragare — con la caduta di Napoleone, la restaurazione e i fatti del ’30 — i propri ideali eroici, sostituendoli con meschini disegni di rapide carriere, di fortune enormi accumulate in modo più o meno lecito, di arrivismo spicciolo. E’ la nascita del capitalismo, visto dagli intellettuali più acuti senza la minima simpatia, anche per motivi di casta: la letteratura (ed è proprio quel che Le illusioni perdute dimostrano) finisce fatalmente col diventare una merce, un oggetto di scambio, a tutti i livelli, dalla tipografia all’industria giornalistica, all’ideologia. Lukàcs, che ha esaminato in particolare queste opere della maturità balzacchiana, scritte fra il 1837 e il ‘43, riconosce in esse «il romanzo della delusione, il romanzo cioè che rappresenta come il falso concetto che l’uomo della società borghese s’è necessariamente fatto della vita s’infranga miseramente, urtando contro la brutale prepotenza della vita capitalistica».

  A Balzac dunque, ostile alla borghesia e al capitalismo, è toccato, se non di cantarne la epopea, almeno di scriverne la storia. Ben guardandosi dal celare le proprie nostalgie per il passato, spiegabili meno con l’ideologia che con il suo snobismo inguaribile, che gli faceva apparire tutto ciò semplicemente e soprattutto «volgare»; e che gli conferiva, anziché la miopia del reazionario, uno sguardo insolitamente sicuro e penetrante.

  E qui giocavano molti fattori, anche di tipo preminentemente letterario: l’invenzione del romanzo storico, ma di storia contemporanea (come stava già facendo in parte Stendhal), imparando da Walter Scott la tecnica della descrizione minuta (le puntuali ricostruzioni di ambienti, città, vie, palazzi, salotti, mobili, quadri, vestiti); la scoperta della scienza come fonte di risultati preziosi per lo scrittore, per esempio quello delle «deformazioni professionali», capaci di stampare in volto alla gente, e nei gesti, nel comportamento, i segni della routine quotidiana; e anche quello del rapporto determinante (pur limitato ancora al solo piano estetico) fra ambiente e individuo; la grande trovata, infine, di collegare i romanzi tra di loro grazie al ritorno dei personaggi.

 

Opera «aperta».

 

  La contraddizione fra le idee legittimiste di Balzac e i risultati della sua arte fu notato, se non subito, almeno qualche decennio dopo. Già nel ’76 Zola scriveva: «Stranissimo questo sostenitore del potere assoluto, dal talento essenzialmente democratico, e che ha scritto l’opera più rivoluzionaria che si possa leggere ... Ci sarebbe da fare uno studio curioso, che io porrei così: come il genio di un uomo possa andare contro le sue convinzioni». Nel 1888 Engels, prendendo Balzac a esempio fondamentale della sua teoria della letteratura, arrivava a definire questo fenomeno con la celebre formula: «trionfo del realismo». «Quanto più nascoste rimangono le opinioni dell’autore tanto meglio è per l’opera d’arte. Il realismo di cui io parlo può manifestarsi anche a dispetto delle idee dell’autore. ... un esempio: Balzac, ... ci dà nella Comédie Humaine un’eccellente storia realistica della società francese, poiché sotto forma di una cronaca, egli descrive quasi anno per anno, dal 1816 al 1848, la spinta sempre crescente della borghesia in ascesa contro la società nobiliare ...».

  Giansiro Ferrata, nella sua bella prefazione alle Illusioni perdute, traccia un persuasivo profilo dell’ideologia balzacchiana, che ne viene fuori un tantino più complessa, contraddittoria essa stessa a volte, già in partenza. proprio in rapporto alla complessità delle forze sociali in gioco a quel momento. «Opera aperta» per eccellenza, secondo Ferrata, La commedia umana deve la sua riuscita ad un equilibrio quasi miracoloso fra una quantità di elementi diversi, di ordine tematico, strutturale, stilistico; e la stessa trilogia delle Illusioni è in questo senso un ottimo «campione». Oltre al richiamo dei motivi autobiografici presenti in questa opera (i tentativi editoriali, tipografici e giornalistici di Balzac soprattutto, e molte delle sue qualità personali, l’ambizione, la tenacia), particolarmente feconda risulta la sua lettura «in parallelo» con Il rosso e il nero di Stendhal.

  Il rapporto fra Balzac e la sua opera gigantesca (per numero di volumi, certo, ma anche per ampiezza di orizzonti e per intensità), è anch’esso complicato e singolare; e se a Balzac capitava di confondere sistematicamente la vita osservata, vissuta, con quella creata, e i personaggi dei libri con gente incontrata davvero, leggendo La Commedia Umana, bisogna riconoscerlo, capita anche a noi. Il più grande dolore della su vita, diceva Oscar Wilde, era stata la morte di Lucien de Rubempré. Mentre Proust, che ammirava Balzac per la vitalità e la complessità del mondo da lui creato, si rifiutava un po’ inorridito a questo genere di cattura particolarmente insinuante. «Così, leggendo Balzac, continuiamo a provare, e quasi a soddisfare, le passioni da cui la grande letteratura ci deve guarire», soffrendo per la partenza di un personaggio o divertendoci ad una serata mondana (Anche se in definitiva è proprio Proust che «contro Sainte-Beuve» ci insegna ad amare Balzac nonostante le sue manie e i suoi snobismi; e che, a furia di fargli il verso nei suoi famosi «pastiches», finì per sortire analoghi effetti quando, una sera a cena nel 1917, parlò così brillantemente di Balzac da dar l’impressione che lo scrittore in persona stesse per entrare da un momento all’altro e sedersi a tavola).

 

 

  Raffaele de Cesare, Balzac nel luglio 1836, «Contributi dell’Istituto di filologia moderna. Serie francese», Milano, Vita e pensiero, 1966 («Pubblicazioni dell’Università cattolica del Sacro Cuore. Contributi, ser. 3. Scienze filologiche e letteratura», 10»), Volume quarto, pp. 84-183.

 

  [...] all’inizio del mese di luglio 1836, Balzac, ospite di M. de Margonne, si trova ancora al castello di Saché in Turenna dove, secondo i progetti fatti prima della partenza, si proponeva di terminare le Illusions perdues, assolvendo definitivamente il proprio, gravoso impegno editoriale con Mme Béchet, di rifornire con altri racconti le colonne della «Chronique de Paris» e, fra un romanzo e l’altro, di prendersi qualche giorno di riposo e di distrazione. Ma, a differenza di altri soggiorni sul suolo natale di Turenna che avevano rappresentato per lo scrittore una benefica pausa tanto provvida per la sua salute fisica quanto feconda per la sua attività letteraria, e che gli avevano consentito di rientrare nel mondo «infernale» di Parigi, più riposato e più sicuro di sé e, al tempo stesso, largamente provvisto di manoscritti (altrettanta valuta da cambiare in oro sui banchi di editori e di direttori di giornali!), questa corsa in Turenna del giugno-luglio 1836 non sembra raggiungere nessuno di questi benefici risultati. Contrariamente ai propositi, la resa di lavoro è stata molto inferiore al previsto: le Illusioni perdues sono rimaste interrotte poco oltre il loro quarantesimo foglio (appena un terzo dell’intero lavoro!), e nulla è stato naturalmente fatto di tutti quegli altri racconti programmati per queste settimane (gli Héritiers Boirouge, la fine del Cabinet des Antiques, la fine di Ecce homo, César Birotteau, la Torpille). Le condizioni di salute, invece di migliorare, hanno subito un improvviso peggioramento con il malore sopravvenuto la sera del 26 giugno [...]. Infine, nemmeno sotto il rilievo psicologico, il soggiorno di Saché segna una ripresa per Balzac. Le notizie che arrivano da Parigi relativamente alla «Chronique de Paris» mantengono lo scrittore in uno stato di tensione, di ansia, il meno adatto a consentire un efficace riposo.

  Nessuna difficoltà abbiamo dunque ad immaginare Balzac, ai primi di luglio, preoccupato e scontento di se stesso e più tormentato dell’imminente futuro di quanto non sia stato, quindici giorni prima, alla vigilia della partenza per Saché. Dopo le lettere della fine di giugno, a Mme Hanska, a Zulma Carraud e ad Emile Regnault, non abbiamo altri documenti in questi primi giorni di luglio. Ma il silenzio dello scrittore non può contraddire una situazione abbastanza drammatica di fatti che ci è confermata da testimonianze indirette, di poco precedenti o successive alla prima settimana del mese.

  Per parlare subito della situazione economica che attende Balzac al suo ritorno a Parigi, essa non ha infatti nulla di incoraggiante. Nè in realtà, dopo quello che si è visto nei mesi precedenti e ciò a cui ora si è accennato, ci sarebbe da attendersene una diversa. L’ammontare dei debiti che ha incredibilmente appesantito il primo semestre del 1836, non ha subito modifiche di rilievo nè è stato riassorbito da importanti proventi librari, giornalistici o di affari. Le difficoltà, al contrario, vanno accrescendosi non tanto per l’aumento dei debiti correnti quanto, piuttosto, per la mancanza di quelle entrate sulle quali (grazie ad un lavoro sovrumano di invenzione che in realtà, come s’è detto, s’è rivelato inferiore al previsto) lo scrittore riteneva di potere contare. [...].

  In queste condizioni, inaridita fra gli amici o gli abituali sovvenzionatoli ogni fonte a cui attingere aiuto, lo scrittore non ha a disposizione che Werdet, l’ultima miniera dalla quale sia ancora possibile estrarre del denaro. La miniera Werdet, con l’andare dei giorni sempre meno opulenta, sottoposta come è, senza pietà, alle continue esigenze di Balzac, è in via di quasi completo esaurimento. Ma se non permette di fornire del buon denaro contante, è ancora abbastanza organizzata per consentire modo di procurarsene, attraverso un gioco di cambiali, con operazioni di credito più o meno compiacenti e più o meno corrette. D’altra parte, Balzac ha, dalla sua, una inesauribile capacità di convinzione e troppo allettanti titoli di romanzi, che si dichiara disposto a finire al più presto, per non giungere a spremere qualche nuovo migliaio di franchi al suo fedele editore. [...].

  Alleata autorevole ed insperata di Balzac continua ad essere George Sand; e si deve forse ad un suo nuovo intervento, nobile e disinteressato, presso Buloz se costui, facendo forza sul proprio naturale temperamento, si rassegna a considerare chiuso l’affare del Lys non solo nelle aule del Tribunale ma anche nella tribuna polemica delle colonne delle sue due riviste. [...].

  Per risolvere finalmente [la] spinosa e sgradita questione [dell’ultima «livraison» delle Etudes de moeurs, da tanto tempo promessa e mai consegnata alla vedova dell’editore Charles Béchet] e per sfuggire alle conseguenze giudiziarie che lo minacciavano, Balzac aveva appunto deciso, intorno alla metà di giugno, la sua partenza per Saché e s’era imposto il «tour de force» di redigere e di concludere in poche settimane le Illusions perdues, il romanzo in definitiva destinato a coprire il suo impegno con Mme Béchet. Ma, colpito da un malessere il 26 giugno nel parco del castello di Saché, preoccupato dalle notizie parigine sulla sorte della «Chronique», costretto, infine, a rientrare a Parigi prima del previsto, lo scrittore aveva dovuto interrompere l’opera di cui non riportava seco se non più di quaranta fogli scritti alla fine del mese e al principio di luglio: molto meno della metà del romanzo, e, per di più, in un primo getto creativo necessitante ancora un lungo, intenso lavoro di lima. Tutto rimaneva dunque pressapoco allo stesso punto di prima; nè c’era certo da sperare molto in un accomodamento con Mme Béchet ora che il nuovo ritardo doveva averla resa più furibonda ed intransigente verso il suo inafferrabile autore.

  Nella impossibilità di consegnare il manoscritto ancora largamente incompleto, Balzac, al suo ritorno da Parigi, si trova così davanti agli stessi problemi incombenti al momento della sua partenza, ed obbligato una volta di più (in condizioni commerciali di netta inferiorità) a riprendere in mano le trattative già iniziate da tempo per il trasferimento dei diritti di stampa e di vendita da Mme Béchet a Werdet. Da una parte, si tratta di indurre la prima a cedere, ad un prezzo ragionevole, al secondo l’ultima «livraison» delle Etudes de moeurs (già pagata, come è noto, da più di sei mesi) e, subordinatamente, i diritti sui volumi della intera serie delle Etudes de moeurs finora pubblicati, di cui Mme Béchet è la proprietaria e di cui possiede, in magazzino, migliaia di copie ancora invendute. D’altra parte, si tratta di convincere Werdet, la cui situazione finanziaria sta diventando, come è noto, molto pesante, a riscattare tutti questi diritti, sobbarcandosi ad un nuovo, importante esborso, ed a cacciarsi in un affare tanto oneroso nel presente quanto incerto nel futuro.

  L’affare non si farà che più tardi e il contratto fra i due editori non sarà sottoscritto che ai primi di agosto in assenza di Balzac. [...].

  La mancanza della corrispondenza di Balzac, nel mese di luglio, è ancora più grave per la ricostruzione della sua vita privata e per la conoscenza di quegli episodi intimi d’ordine familiare o sentimentale che ci accingiamo ora a ricordare. Qui, nell’assenza di ogni altro documento, il biografo non può che narrare affidandosi, il più cautamente possibile, a supposizioni e ad ipotesi.

  La storia dei rapporti familiari, non facili, fra Mme de Balzac ed il figlio non sembra comunque aver preso una piega diversa dal solito. [...]. Ai rimproveri materni, alle continue preoccupazioni per l’avvenire del fratello Henry, si aggiunge poi un nuovo imbarazzo causato in famiglia dall’arrivo inatteso di un giovane nipote (Alphonse de Montzaigle, figlio minore di Laurence) che, trascurato dal padre, è venuto a chiedere aiuto e protezione alla nonna e allo zio. Balzac che, come abbiamo visto, ha aperto un conto per il ragazzo presso il suo sarto Buisson, non parlerà dell’episodio con molta tenerezza nè sembrerà molto commuoversi di questo destino pietoso. [...].

  Se le notizie intorno alla vita familiare dello scrittore, durante il luglio, sono estremamente scarse, altrettanto può dirsi di quelle relative alla vita dei sentimenti. La mancanza di lettere inviate in luglio dal romanziere all’Etrangère — lo si è già accennato — non ci permette di dire nulla sui rapporti fra i due amanti, anche se l’interruzione, di per se stessa eloquente, di tale corrispondenza può farci supporre che — preso nella morsa delle mille inquietudini finanziarie, interessato alla nuova avventura con Mme Marbouty e, contemporaneamente, sempre legato alla Contessa Guidoboni-Visconti, lo scrittore è sentimentalmente estraneo all’amante lontana.

  Le scuse per il lungo silenzio con le quali Balzac aprirà la sua lettera del 22 agosto, il racconto, quant’altri mai tendenzioso, che egli fa in questa lettera del suo viaggio in Piemonte e, soprattutto, il carattere e le circostanze di questa evasione italiana a due, ci confermano, del resto, che il legame sentimentale fra Balzac e Mme Hanska è dei più sottili e che, se rimane unito, è perché lo scrittore, nel non volerlo spezzare, ubbidisce non tanto a ragioni affettive quanto a quelle di convenienza diplomatica e di prudenza per l’avvenire.

  Non meno profondo (e non meno eloquente) è il silenzio epistolare con Louise. Lo abbiamo già rilevato e vai qui ripeterlo: questa stella, che si è rivelata decisamente irraggiungibile, ha stancato i sogni — sempre concreti — di un amante troppo affaccendato nel quotidiano per rincorrere amori ideali; e sta già scomparendo dal cielo balzacchiano, senza, crediamo, troppi rimpianti.

  Tutto induce a credere che il silenzio della corrispondenza con Louise non sia dovuto alla perdita di lettere o di testimonianze, ma all’inesistenza di esse. Anche laddove, tuttavia, un carteggio è certamente esistito e molte testimonianze non debbono essere mancate, siamo ridotti a pure congetture perché tutto è stato distrutto o s’è perduto senza lasciare traccia.

  Vogliamo alludere ancora una volta ai rapporti con la contessa Guidoboni-Visconti, di cui nulla si continua a sapere. Eppure, la presenza della «contessa» nella vita privata dello scrittore è in questo periodo singolarmente importante. Generosa, sensibile, delicata nella stessa scelta dei mezzi che servono a togliere l’amante d’imbarazzo, è certamente lei (che si rivela in questo momento ben più comprensiva di Mme Hanska) che forma il progetto del viaggio in Italia, convince il proprio marito ad approvarlo e decide così della partenza di Balzac. Non è possibile dir di più a questo proposito nè lavorare di fantasia. Ma anche l’assenza di ogni testimonianza diretta non può impedirci dal sottolineare la comprensione che Sarah dimostra nei riguardi dell’amante e tutto l’appoggio, segreto o ufficiale, con cui l’assiste. Non solo la giustificazione del viaggio è scelta fra le più plausibili e le più onorate, ma dignitoso è anche il modo con cui Balzac, incaricato di una missione di fiducia, può ricevere, in parte almeno, dai Guidoboni il denaro occorrente per il viaggio. E tutto ciò è architettato, definito, realizzato al fine unico di salvare Balzac dalla sua insostenibile situazione parigina, di metterlo al riparo per qualche tempo dai pericoli più incombenti della massa dei creditori, giacché la contessa non può farsi probabilmente alcuna illusione nè sulle competenze giuridiche o amministrative dello scrittore intorno all’incarico affidatogli, e forse neppure sulla stessa fedeltà di lui durante l’assenza italiana.

  Una oscurità altrettanto profonda cade ugualmente sugli incontri e sugli accordi che, in queste stesse settimane di luglio, Balzac ha con Caroline Marbouty per convincerla a seguirlo nel suo viaggio in Piemonte. È sicuro che i due debbono essersi incontrati al ritorno di Balzac da Saché e debbono aver parlato di questo progetto prendendo altresì le disposizioni per la sua realizzazione. E anche sicuro che, in vista di tale assenza da Parigi, Mme Marbouty si è preoccupata di lasciare le sue due figlie in collegio e di diffondere, presso amici e conoscenti, la voce che si reca in campagna per una ventina di giorni circa. Ma di tutto ciò non abbiamo che indizi indiretti, ed un intero, curioso capitolo della biografia dello scrittore ci sfugge quasi completamente.

  Il silenzio e le ombre che avvolgono queste quattro muse del romanziere cadono anche sulle ultime settimane di vita di Mme de Berny, il cui annuncio di morte sopravviene improvviso dalla Bouleaunière il 27 luglio mentre Balzac, che probabilmente non immagina il precipitare della malattia della «Dilecta», è già in viaggio, attraverso la Francia, alla volta di Torino.

  Ben poco anche qui sappiamo delle giornate in cui lentamente si spegne Laure de Berny e dell’ultimo scambio di lettere che ella ha avuto con l’antico amante. [...]. Alle nove di mattina di mercoledì 27 luglio, nella sua casa di campagna, vicino a Nemours, Mme de Berny muore all’età di 59 anni, «après dix jours de souffrances nerveuses très aiguës, d’étouffemens et d’hydropisie». Poche ore dopo la sua morte, il figlio maggiore Alexandre, ne comunica la notizia a Balzac con questa lettera che arriverà a Parigi il giorno seguente e che lo scrittore, già assente dalla capitale, troverà solo al suo ritorno in Francia, circa un mese dopo. [...].

  In quella ventina di giorni che intercorre fra il ritorno a Parigi da Saché (3 o 4 luglio) e la partenza da Parigi per Torino (26 luglio) non abbiamo alcuna notizia che ci testimonii una intensa vita mondana dello scrittore. Questa austerità, abbastanza estranea alle abitudini di Balzac, non ha nulla da stupirci dopo ciò che si è detto. Assorbito nel disimpegno dei suoi complicati e molteplici affari, ed occupato anche nei preparativi del viaggio, è ben naturale che il romanziere non abbia trovato nè tempo nè volontà per riprendere il suo posto nei salotti della società aristocratica di Parigi [...].

  I fatti che l’hanno deciso [il viaggio a Torino] sono, grosso modo, abbastanza noti, e da tempo. Già quaranta anni fa, H. Prior ha riassunto la questione del viaggio piemontese nei termini seguenti, che riprendiamo testualmente dal suo bell’articolo su Balzac à Turin:

  La mère du comte Guidoboni était une comtesse Patellani de Milan. Elle avait épousé en premières noces le comte Pierre Guidoboni-Visconti dont elle avait eu deux enfants, le comte Emile, que nous connaissons, et une fille nommée Massimilla, en souvenir de l’aïeule Visconti, et qui fut mariée au baron François de Galvagna, Préfet du Département de l’Adriatique, pendant la durée du royaume d’Italie et depuis conseiller d’Etat. En secondes noces la comtesse Guidoboni-Patellani épousa un français, Pierre-Antoine Constantin, dont elle eut un fils appelé Laurent.

 Or, Madame Constantin-Patellani mourut en 1836 et laissa sa fortune particulière, qui à la vérité n’était pas très considérable — car elle avait eu un frère et huit soeurs — à ses deux fils, le comte Emile Guidoboni et Laurent Constantin, et à un petit fils mineur, Emile de Galvagna, Madame de Galvagna étant morte avant sa mère.

  La liquidation de cette succession assez embarrassée nécessitait la présence du comte Emile à Milan et à Turin; mais celui-ci, dont la santé n’était pas très bonne à cette époque, qui était indolent de nature et qui n’aimait guère à s’occuper d’affaires, se déchargea sur Balzac du soin de régler des différends qui s’étaient élevés contre les cohéritiers et le pria de partir en ses lieu et place pour l’Italie. Balzac accepta sans hésiter. [Cfr. H. Prior, Balzac à Turin, «Revue de Paris», 15 janvier 1924, pp. 368-369].

  La messa a punto della questione fatta dal Prior non è priva di vari punti oscuri e meriterebbe, senza dubbio, qualche precisazione ulteriore. Anzitutto si vorrebbe essere meglio informati sulla consistenza di questa eredità e sulla natura di un patrimonio disposto in parte nei regni Sardi in parte nel viceregno Lombardo-Veneto giacché connesso, ma diverso, sembra lo scopo del primo viaggio di Balzac in Piemonte (a Torino e a Tortona) nel 1836 e quello del secondo viaggio nel Lombardo-Veneto (a Milano e a Venezia) dell’anno successivo. Inoltre, si amerebbe sapere qualcosa di più su Emilio Guidoboni-Visconti e sulle ragioni che lo dissuasero dal recarsi a Torino e, più tardi, a Milano e dall’occuparsi personalmente dell’eredità. Soprattutto si desidererebbe conoscere meglio, infine, in che modo furono giustificate le pressioni esercitate dalla contessa sul marito (giacché è certamente a lei che risale questo progetto), perché della divisione dell’eredità fosse incaricato proprio Balzac, scrittor di romanzi, persona notoriamente poco tagliata per questo genere di missione, senza alcuna competenza giuridica, senza abilità amministrativa (reduce com’era da una così catastrofica liquidazione!) e, oltre a ciò, non meno inesperto della lingua italiana che estraneo agli usi e ai costumi della Penisola.

  Purtroppo ben poco rimane da aggiungere sulle circostanze dell’episodio che, dopo le pagine del Prior non è stato illuminato da nuove, più vaste ed approfondite ricerche. Gli archivi della famiglia Guidoboni-Visconti, per quanto noi sappiamo, non esistono più; e già si è detto della distruzione, presumibilmente completa, della corrispondenza fra Sarah Guidoboni-Visconti e Balzac. D’altra parte, nessuna notizia è emersa dalle carte dei Patellani a Milano o dei Galvagna a Venezia che potesse apportare qualche chiarimento. Rimarrebbero da esplorare gli archivi notarili di Tortona e, soprattutto, le carte dei legali dei Guidoboni-Visconti a Torino (Luigi ed Arnoldo Colla) ma esse, pur conservate in parte, sono per il momento ancora inaccessibili.

  Su taluni aspetti della questione si possono tuttavia presentare alcune ulteriori precisazioni ed avanzare alcune congetture.

  Dobbiamo anzitutto ad un documento, recentemente emerso dagli archivi notarili del notaio ed amico di Balzac Outrebon, una serie di notizie relative alla natura degli affari e alle contestazioni di Emilio Guidoboni-Visconti in Piemonte per cui si rendeva opportuno prendere delle decisioni e per la cui sistemazione si doveva appunto pensare, in assenza del conte, ad un uomo di fiducia. Si tratta del contenuto della procura generale intestata il 16 luglio, da Emilio Guidoboni-Visconti a Balzac con un atto passato a Versailles, rogato da Outrebon e debitamente firmato da due testimoni. Sulla base di tale procura lo scrittore è autorizzato a regolare tutti gli affari pendenti di una vendita immobiliare effettuata vari anni prima dal conte ad un tal Montebruno, commerciante genovese, a condizioni evidentemente iugulatorie, e che l’ex-proprietario ora vuole annullare. [...].

  Oltre a ciò [..], si può supporre anche che la naturale indolenza, le condizioni di salute, le bizzarrie proprie di carattere non siano state le sole a trattenere a Versailles o a Parigi, ma che ad esse si siano affiancate anche riflessioni d’altro genere. [...].

  Rimangono sempre da chiarire comunque le ragioni che hanno fatto intestare a Balzac, e solo a Balzac, la delega a trattare per questa eredità italiana dei Guidoboni. Ma qui sembra indubbio che la grande organizzatrice del progetto e colei che dovette riuscire ad imporlo al marito sia stata la contessa. La quale, desiderosa di garantire all’amante, sotto un onorabile pretesto, qualche settimana di tranquillità al riparo di tutta quella tempesta finanziaria provocata dalla liquidazione della «Chronique de Paris» e dalla muta dei creditori, ha certamente predisposto ogni mossa ed ha convinto il marito.

  Comunque si sia svolta questa «scena della vita privata», che trasforma il romanziere in procuratore d’affari transalpini, sta il fatto che il viaggio d’Italia sembra essere stato concertato e deciso dopo il ritorno di Balzac a Saché, negli stessi giorni della liquidazione della «Chronique de Paris». Il 16 giugno, il conte Emilio Guidoboni-Visconti ha già ufficialmente incaricato Balzac di rappresentarlo nelle questioni torinesi, ed in questo stesso giorno, come si è visto, il notaio di Balzac, Outrebon, ha rogato una regolare procura intestata allo scrittore «pour faire résilier une vente en Piémont».

  Contemporaneamente, in vista dell’imminente partenza, Balzac si preoccupa di munirsi di alcune lettere commendatizie indispensabili per essere introdotto, al suo arrivo, nella società torinese. Servendosi delle sue conoscenze mondane e diplomatiche, direttamente o indirettamente, egli perviene ad interessare il conte Apponyi, ambasciatore d’Austria a Parigi e decano del corpo diplomatico, e, per suo tramite, il marchese Antonio Brignole-Sale, ambasciatore Sardo sì da ottenere la desiderata presentazione negli ambienti della aristocrazia sabauda. [..].

  Munito della delega dei Guidoboni-Visconti, di queste e di altre lettere di presentazione; provvisto di una lettera di credito per Torino rilasciatagli, per le spese di soggiorno e per gli anticipi agli avvocati, dallo stesso conte Emilio, Balzac si appresta, nei giorni seguenti a completare tutti gli altri preparativi di viaggio. [...].

  Nel pomeriggio del 26 luglio 1836, Balzac parte finalmente dalla rue Cassini per Torino seguendo l’itinerario della Borgogna, del Rodano, dell’lsère e del Moncenisio (Dijon, Lyon, Chambéry, Pont-de-Beauvoisin, Modane, Susa) che era l’itinerario abituale dei viaggiatori del tempo diretti dalla Francia sul Piemonte.

  Ma, come è noto, Balzac non è partito solo. In questo cosiddetto viaggio di affari, il plenipotenziario dei conti Guidoboni-Visconti ha trovato modo di introdurre una variazione sentimentale che non era certo stata predisposta all’inizio, negli accordi con la contessa. Nei giorni precedenti la partenza, egli ha quindi fatto molto di più che non i soli preparativi di cui s’è parlato finora. Ha messo cioè in opera tutte le sue capacità di persuasione per convincere la giovane scrittrice da poco conosciuta, cui aveva inutilmente proposto, il mese prima, una escursione in Turenna, ad accompagnarlo in questo più lungo e romantico viaggio al di là delle Alpi. Persuasore tanto più abile quanto meno la resistenza della giovane signora sembra essere stata difficile, Balzac è riuscito nel suo intento, organizzando un viaggio a due che si presenta ovviamente fervido di sorprese e può avviare ad una totale intimità.

  Purtroppo, tutti i particolari di quest’opera di convincimento restano misteriosi nè, per quanto sappiamo, Balzac ha mai avuto il coraggio di confessarli a voce o di scriverli a chicchessia e nemmeno di utilizzarli nella finzione narrativa. È evidente, d’altra parte, che era nell’interesse diretto dello scrittore divulgare il meno possibile l’episodio a Parigi, non lontano dalla contessa Guidoboni-Visconti e non lontano, nemmeno, da quel circolo di conoscenze mondane che, come è noto, si facevano un caritatevole dovere di trasmettere all’Etrangère, dalla capitale francese, ogni informazione che avesse rapporto a Balzac.

  Meno interessata ad una assoluta discrezione, Mme Marbouty ci ha lasciato, è vero, in alcuni suoi scritti, memoria di qualche episodio che prepara ed accompagna il viaggio. Ma questa sola fonte, che sarebbe preziosa, è purtroppo soggetta ad un serio beneficio d’inventario. [...].

  [...] i due viaggiatori arrivano [a Torino] la mattina del 31 luglio 1836. [...].

  Interrotti o messi da parte l’inizio delle Illusions perdues e la continuazione di Ecce homo; dimenticati tutti gli altri progetti (Les Héritiers Boirouge, La Torpille, Qui a terre a guerre ecc. ecc.) Balzac nelle tre settimane che passa a Parigi fra il suo ritorno da Saché e la sua partenza per Torino, arresta ogni sua attività letteraria. Colpa, certo, della liquidazione della «Chronique de Paris», degli affari editoriali relativi alla cessione Béchet-Werdet, dei preparativi per il viaggio italiano, ma, certo anche, testimonianza di una profonda stanchezza intellettuale, di un senso di inutilità e, quasi, di distacco e di indifferenza verso la propria vocazione.

  Nella «Chronique de Paris» di domenica 3, di giovedì 7, di domenica 10, di giovedì 14, di domenica 17 e di domenica 24 luglio, appaiono sei brevi Lettres de Critique Politique (Etranger), che sarebbero a rigore attribuibili a Balzac redattore in titolo per tale rubrica internazionale della rivista.

  Ma c’è anche qui da domandarci, come abbiamo fatto per le Lettres della fine del mese di giugno, se esse appartengono veramente al romanziere o se siano piuttosto da attribuire a quel collaboratore che, probabilmente, ha già sostituito Balzac sin dalla fine del mese precedente, durante il suo soggiorno in Turenna.

  Noi riteniamo per certo che lo scrittore non abbia nulla a che vedere con la redazione di queste sei Lettres. [...].

  Ci sembra molto difficile che Balzac sia l’autore di tutte e sei le Lettres del luglio 1836. Quasi impossibile che siano sue le Lettres pubblicate il 3, il 17 e il 24 luglio. Tutt’al più si potrebbe ammettere che egli abbia scritto le sole tre Lettres che coincidono col periodo passato a Parigi, e cioè quelle pubblicate il 7, il 10 e il 14 luglio. Le uniche, del resto, che, a differenza di tutte le altre, sembrano anche denunciare, a ben guardare, alcune movenze stilistiche non estranee a Balzac.

  A chiudere l’indagine presente su Balzac nel luglio 1836, bisognerà occuparci ora dei rapporti fra Balzac e la critica contemporanea: rapporti che, analogamente a quanto ci è accaduto di vedere in molti dei mesi precedenti, continuano ad essere, in luglio, caratterizzati da una fondamentale ostilità.

  Su di un complesso di una quindicina di articoli, brani di articoli, trafiletti concernenti il romanziere, che emergono da uno spoglio quasi completo della stampa quotidiana e periodica di questo mese, solo quattro possono dirsi favorevoli a lui: tutti gli altri, negativi, si differenziano fra loro solo per i procedimenti retorici da cui sono contrassegnati. Da una espressione di severità misurata ed equilibrata si passa a quella di una ferocia polemica che nulla perdona nè allo scrittore nè all’uomo. Dalla satira si passa all’ironia; dal sarcasmo all’indignazione del pudore offeso.

  La pubblicazione del Lys dans la vallée costituisce, come era da attendersi, l’argomento centrale della maggior parte delle critiche; e ragioni moralistiche, politiche o di rivalità giornalistica (ultimi echi dell’ancor non sopita lotta fra Buloz e Balzac) rafforzano, nel condannare il volume, le divergenze, più o meno serene, di natura letteraria.

 

 

  Carlo Cordié (a cura di), Honoré de Balzac (1799-1850), in Dizionario di centouno capolavori della letteratura francese, Milano, Casa editrice Valentino Bompiani, 1966 («Guide culturali Bompiani»), pp. 112-115.

 

  Eugenia Grandet [Eugénie Grandet]. Romanzo pubblicato sulla fine del 1833. È il primo dei grandi libri di Balzac, secondo alcuni il suo capolavoro. Nella città di Saumur il terribile papà Grandet, ex bottaio, ha raggiunto con una serie di felici speculazioni la ricchezza, e l’aumenta con una eroica e atroce avarizia. Il lettore è trasportato senz’altro nel seno della sua famiglia, tra la fedele serva Nannina, la debole moglie e la figlia giovinetta Eugenia, un essere di luminosa bellezza, d’animo nobile e delicato, attorno al quale si intrecciano le cupidigie delle due grandi famiglie borghesi della città, i Cruchot e i Des Grassins, che sperano e lottano per legarsi con un matrimonio alla ricchissima ereditiera. La sera stessa del compleanno di Eugenia, occasione a una piccola festa in casa Grandet, arriva improvvisamente Carlo Grandet: un giovine parigino educato nel lusso e nell’ozio, figlio di un fratello del vecchio Grandet, il quale, in seguito a un fallimento di quattro milioni, si è fatto saltare le cervella. Il vecchio avaro apprende la morte del fratello da una lettera, che lo prega di curarsi della liquidazione e di fornire al figlio i mezzi per andare a tentare la fortuna in India. Nei pochi giorni che il giovine, sconvolto dalla sventura, passa in casa Grandet, in Eugenia nasce pel cugino una profonda passione, un vero grande amore che Carlo, scosso, mostra di contraccambiare. Poi il giovane parte, non senza giuramenti di eterna fedeltà. Questa prima parte è la migliore: i personaggi acquistano incomparabile rilievo, i fatti si intrecciano e sviluppano classicamente nel giro di brevi giorni, e l’amore di Eugenia è colto con una delicatezza che non fu forse mai più raggiunta dal Balzac. Il resto non è che la conclusione: la storia della vita di Eugenia, tutta condizionata da quel primo episodio decisivo, cui si contrappone il classico ritratto dell’avaro, il personaggio del padre, che va acquistando via via una terribile imponenza. Informato che la figlia ha consegnato al cugino partente tutto il piccolo tesoro che egli le aveva regalato, il vecchio la condanna letteralmente alla prigionia nella sua camera, e non si riconcilia con lei se non quando sa che la moglie è ormai vicina a morte, spinto allora e dalla pietà e dalla voce dell’interesse, temendo che Eugenia rivendichi la parte che le spetta del patrimonio. Carlo intanto non dà notizie, ma Eugenia resta incrollabilmente fedele al suo sogno. Papà Grandet, ormai ottantenne, passa progressivamente nelle mani della figlia la sua immensa fortuna, e viene a morte (episodio celebre, vero brano da antologia, con la tremenda ultima battuta del vecchio, nell’affidare tanto oro alla figlia: “Mi renderai conto di tutto laggiù”). Il cugino ritorna, nuovamente ricco, dopo una dura vita di avventuriero, ormai fatto simile quasi allo zio: non pensa più alla piccola signorina di provincia di cui egli ignora l’enorme patrimonio, e si lascia persuadere a un mediocre matrimonio mondano d’interesse. Eugenia, che lo ama sempre, paga i debiti del padre di Carlo che egli non vuol più riconoscere, poi acconsente a sposare uno dei vecchi pretendenti di Saumur, col patto che sarà un “matrimonio bianco”. Vedova a trentasei anni, finisce la sua vita nella solitudine, riversando in beneficenza quanto più può dei suoi tesori. Debole, affrettata in questa parte, l’opera tuttavia splende di una forza d’arte incomparabile: il personaggio di Eugenia e quello del padre sono giustamente considerati fra i più felici della numerosissima schiera dovuta alla penna di questo genio creatore. Lo stile appare qui non meno mobile, penetrante e sentito, e senza dubbio assai meno minuzioso e greve che non in molte altre opere dello stesso romanziere, il quale non si è abbandonato quasi mai a quelle troppo lunghe digressioni moralistico-sociali che conferiscono interesse a molte delle sue opere ma ne alterano la pura linea.

 

  Papà Goriot [Le père Goriot]. Romanzo che viene considerato comunemente quale capolavoro di Balzac, pubblicato nel 1835. E certo è uno dei più tipici del grande scrittore che, intrecciando nelle sue file i maggiori personaggi che occuperanno in seguito la scena della Commedia umana, dove fu accolto nelle “Scene della vita privata”, getta le basi di una vasta epopea borghese, potente nel rilievo plastico quanto sconsolata nelle conclusioni. Il protagonista, il vecchio Goriot commerciante a riposo, vive unicamente dell’amore fanatico per le sue due figliuole, Anastasia e Delfina, che egli ha innalzato, con grave sacrificio, a un grado sociale molto superiore al suo, sposando l’una al conte Restaud, l’altra al barone Nucingen. L’amore paterno è per Goriot una passione esclusiva, assorbente e cieca, ch’egli estende fino a compiacersi delle colpe delle due figlie, di cui la prima è l’amante di Maxime de Trailles, l’altra di Eugène de Rastignac. Vane, egoiste, crudeli, esse lo taglieggiano fino all’ultimo, mentr’è ridotto, in sempre più dura povertà, a trascorrere i suoi tardi anni nella meschina pensione borghese della signora Vauquer. E qui pure sono allogati il giovine Rastignac, che si accinge, come allora si diceva, a conquistare Parigi; Vautrin, ch’è il forzato Jacques Collin, in lotta assidua con la società; Vittorina Taillefer, gentile fanciulla, respinta dal padre, un gran signore, la cui fortuna aveva preso le mosse da un delitto impunito. Le ansie dolorose, la decadenza e la morte di papà Goriot (che s’illumina quasi di un raggio della tragedia di re Lear) costituiscono la trama principale del romanzo, in cui il Balzac ha tatto le prime prove della sua tumultuosa rappresentazione ciclica della vita contemporanea. Ma nell’esistenza dei protagonisti si inseriscono, a tutto rilievo, figure minori che, come l’usuraio Gobseck, formano un fondo vivo di folla scomposta in passioni e in atteggiamenti diversi, continuamente tesa in un dramma di interessi che non trova conclusione né pace.

 

 

  Marise Ferro, I libri che Balzac ha scritto sotto falso nome. Gli errori di gioventù di un grande romanziere, «Stampa Sera», Torino, Anno 98, Numero 98, 27-28 Aprile 1966, p. 3.

 

  Dopo l’insuccesso di un dramma in versi il giovane autore si mise a produrre romanzi di appendice spinto dal bisogno di guadagnare – Il mercato del suo ingegno non gli rese né fama né denari – Quei libri (molti) furono un errore, ma già contengono in germe ciò che si svilupperà stupendamente nella “Comédie Humaine”.

 

  I romanzi d’appendice tornano di moda, almeno in Francia. I misteri di Parigi di Eugène Sue, Rocambole di Ponson du Terrail, e persino la serie del criminale Fantomas di Souvestre e Allain, sono stati stampati in edizioni pregevoli. Non so se tali libri abbiano ancora decine di migliaia di lettori, come centocinquanta, cento, cinquanta anni fa, il fatto è che dalle edizioni a dispense in carta volgare, con illustrazioni che formavano la delizia delle cameriere della fine del secolo passato e del principio del nostro, siamo passati a edizioni rilegate in pelle degne delle biblioteche più raffinate.

  Il romanziere che ha avuto la veste editoriale migliore è stato Balzac. Non il Balzac della Comédie Humaine, che ormai si legge in sei o sette edizioni complete di grande valore, ma il Balzac romanziere d’appendice, il giovane che si firmava Lord R’Hoone in un primo tempo e quindi Horace de Saint-Aubin. Dopo la laboriosa stesura del dramma in duemila alessandrini intitolato «Cromwell» e mai stampato, il giovane Balzac (aveva 19 anni), avvilito dal mediocre successo ottenuto alla lettura della sua prima fatica letteraria in versi, aveva deciso di scrivere in prosa. I suoi primi modelli erano stati Byron e Goethe; dopo la lettura dei romanzi storici di Walter Scott aveva preso ad esempio il romanziere scozzese. Strano e faticoso inizio dello scrittore che sarà il più grande dell’Ottocento francese! Balzac non sapeva misurare e organizzare le sue forze. In lui coraggio e disperazione, illusione e pessimismo si alternavano. Inoltre era accanito lettore di qualsiasi opera, filosofica, scientifica, matematica, letteraria che fosse. Nella sua testa il fuoco divampava, le sue idee erano incandescenti e audaci. Seguiva le correnti scientifiche e umanistiche del suo tempo, si innamorava del passato, prefigurava l’avvenire. Amava la chimica e le scienze occulte, credeva nella scienza e nel mistero. Era difficile mettere ordine nel caos di pensieri che brulicavano nella sua testa. Ed era povero. Dopo la rovinosa esperienza del dramma «Cromwell» fatta a Parigi nella soffitta gelata di rue Lesdiguière (sic), era tornato in famiglia. La famiglia Balzac viveva in un paese poco lontano dalla capitale, Villeparisis, poiché padre Balzac, ch’era stato un funzionario dello stato ricco e qualificato, era in pensione, Honoré in famiglia si annoiava. Aveva abbandonato gli studi legali, rinunciando alla laurea in legge, per scrivere in versi, aveva fallito la prima prova, adesso gli toccava fare il figlio di papà in provincia, aspettando che il padre e l’amico più caro di casa, il dottor Nacquart, gli trovassero un posto ben remunerato. L’idea di avere un impiego trovato dal dottor Nacquart lo portava alla disperazione. Alla sorella Laura, da poco sposata, scriveva: «... sarò un impiegato, una macchina quindi, un cavallo da maneggio che fa trenta o quaranta giri di pista, beve, mangia e dorme a ore fisse. Sarò un uomo simile a tutti gli altri. E chiamano vivere questa rotazione di ruota da mulino, questo perpetuo ritorno delle medesime cose? Se almeno una persona amata buttasse, su una simile esistenza, un po’ di grazia! Non ho ancora raccolto un fiore dalla vita e sono nella stagione in cui fioriscono! Quando sarò sessantenne avrò forse bisogno del denaro e delle soddisfazioni che esso può dare? Un vecchio è un uomo che ha già mangiato e che guarda gli altri mangiare. Ma io sono giovane ed ho il piatto vuoto. Ho fame e niente si offre alla mia avidità. Di che cosa ho bisogno? Di cibi raffinati poiché ho due sole passioni, l’amore e la gloria ...».

  La gloria letteraria, bene inteso. Ma per raggiungere la gloria letteraria bisognava vivere a Parigi. Il giovane Honoré fece tanto che riuscì, aiutato dalla nonna Sallambier che gli pagò l’affitto e gli diede di nascosto il denaro necessario, ad andare nella capitale. Voleva scrivere e guadagnare. «... se riesco a scrivere quattro romanzi all’anno, sarò ricco», scriveva alla sorella Laura. Nella sua testa i sogni erano resi più attraenti dalle cifre. Egli sognava il successo ma aveva bisogno di denaro. Come guadagnarne, e subito? A Parigi conobbe un gruppo di giovani scrittori di pochi scrupoli che scrivevano romanzi d’appendice. Tra gli altri vi era il figlio di un attore in voga, Auguste Lepoitevin, che aveva già scritto per il teatro e che conosceva a menadito i segreti degli attori. I due giovani simpatizzarono e Lepoitevin offrì a Balzac di entrare a fare parte della sua «fabbrica» di romanzi. Fabbrica o fabbricazione era il nome adatto a libri scritti in serie secondo una formula di successo. Non arte, mestiere. Tali romanzi pubblicati in appendice ai quotidiani parigini, avevano enorme successo, migliaia di lettori. Il giovane Honoré accettò l’offerta. Si disprezzò per questo, ma scrisse il suo primo romanzo d’appendice. Nello stesso tempo scriveva alla sorella: «Spero di diventare ricco scrivendo romanzi. Ma che caduta la mia! Ahimè, perché non possiedo millecinquecento franchi di rendita per potere scrivere come voglio? Ma devo essere indipendente e non ho che un mezzo: sporcare della carta ...».

  Egli era cosciente di ciò che faceva e non osava firmare col suo nome. Firmò con lo pseudonimo Lord R’Hoone i primi volumi, che furono Clotilde de Lusignan e L’héritière de Birague. Poitevin metteva mano anche egli ai romanzi firmati da Balzac? Forse no, aveva troppo da fare per conto suo, ma l’intesa tra i due giovani era di collaborazione, perciò i primi romanzi firmati Lord R’Hoone portarono anche la firma di Poitevin, che si era scelto lo pseudonimo di Viellerglé.

  Con i romanzi scritti per piacere a un grosso pubblico, Balzac credeva di guadagnare molto denaro. Non fu così e oggi si può dire che fu la sua fortuna. Clotilde de Lusignan non ebbe successo. La madre di Balzac, che non era di carattere dolce e che aveva sperato nei lauti guadagni del figlio, scriveva irritata alla figlia Laura: «Clotilde è un libro mancato, Honoré non vi ha lavorato abbastanza». Il giovane Honoré che aveva giudicato il romanzo «une cochonnerie» dovette arrendersi all’evidenza che più lo feriva: aveva venduto il suo ingegno a un calcolo immondo e questo calcolo non gli rendeva niente. Ebbe giorni di depressione paurosa, ma si riprese. Rinunciò alla collaborazione di Poitevin, cambiò pseudonimo prendendo quello di Horace de Saint-Aubin e continuò a scrivere.

  Il nuovo romanzo, Le vicaire des Ardennes uscì nel 1822 e dopo qualche settimana venne addirittura sequestrato per immoralità. Il vicario delle Ardenne era la storia di una certa marchesa di Rosann che si credeva innamorata del giovane vicario da poco arrivato nel paese in cui abitava, ma quest’istinto che la portava verso il sacerdote era puro perché scoprì che era suo figlio. Una vicenda di pessimo gusto, di procedimento melodrammatico come era nella moda dell’epoca, che offese le autorità e i ben pensanti.

  Balzac ebbe un accesso di scoraggiamento e se non fosse stata la presenza tenera di madame de Berny, avrebbe smesso di scrivere. Poiché, se non aveva incontrato la gloria, il giovane Honoré aveva incontrato l’amore, e un amore vero, disinteressato, profondamente sentito. Madame de Berny, colei che gli sarà vicina fino alla morte, aveva vent’anni più di lui, era comprensiva, intelligente, coltivata, convinta che nel giovane che d’impulso le aveva dato fiducia e cuore, vi era più che ingegno, genio. Gli errori del romanziere non erano che smarrimenti giovanili, ricerca della vera vocazione.

  Madame de Berny aveva ragione. I romanzi giovanili di Balzac sono un errore, e forse un orrore, ma contengono in germe ciò che si svilupperà stupendamente nella Comédie Humaine. Quanti furono questi errori? Molti, ahimè. Oggi i cultori del genio di Balzac li hanno rintracciati quasi tutti e dei maggiori ne dànno una edizione accurata, rilegata in pelle rossa, in esemplari numerati. Clotilde de Lusignan, L’héritière de Birague, Le vicaire des Ardennes, Jean Louis, Le centenaire, Wann-Chlore, Jane la pâle, La dernière Fée, Argow le pirate, Annette et le criminal (sic), Le sorcier, ecc. ecc., tutti firmati Horace de Saint-Aubin, riempiono un bello spazio nella biblioteca di chi ama Balzac. Ma sono romanzi leggibili? Ne dubito. Io amo Balzac, ho letto tutta la Comédie Humaine, credo, anzi, d’essere uno dei pochi italiani che conoscono bene l’opera e i personaggi del grande romanziere, ho comperato la edizione intera dei suoi romanzi di giovinezza, li ho tutti davanti a me, belli, presentati magnificamente. Ma non ho cuore di aprirne uno. I soli titoli mi scoraggiano.

 

 

  G. G., Nuove pubblicazioni, «Il Messaggero di Roma», Roma, 2 febbraio 1966, p. 3.

 

  Balzac scrisse «Les contes drolatiques» tra il 1832 e il 1837. Panico in tutti i suoi progetti di lavoro, l’autore di «La comédie humaine» di questi racconti ameni avrebbe voluto scriverne cento, suddivisi in gruppi di dieci, ciascun gruppo preceduto da un prologo e seguito da un epilogo. Probabilmente perché preso da altri lavori riuscì a portarne a termine soltanto trenta: quanto basta per averci lasciato l’occasione di una delle letture più amene che si possano compiere. E’ noto che per i soggetti di questi trenta racconti (così come sarebbe accaduto per gli altri) il Balzac s’ispirò a un materiale narrativo tramandato dai secoli precedenti: alle «Cent nouvelles nouvelles» al «Moyen de parvenir» di .Beroaldo de Verville, allo «Heptaméron» della regina di Navarra, al Boccaccio e in special modo al suo veneratissimo, ammiratissimo e «degno compatriota» Rabelais: e che, inoltre, per rendere più aderente al soggetto il modo di raccontarlo forgiò una lingua artificiale dove confluivano costruzioni di periodo e vocaboli in uso nei secoli precedenti.

  Ai «Contes» Balzac attribuì, nel quadro generale della propria produzione, un posto di primaria importanza. Essi avrebbero dovuto rappresentare — secondo quanto si legge in una sua lettera a Evelina Hanska (la donna conosciuta nel 1832 e sposata nel 1848) — ma plus belle, partie de glorie (sic) dans l’avenir». Questa lettera è di un periodo in cui la «Comédie», attraverso i romanzi che la compongono, è in costruzione, pertanto si può comprendere come lo scrittore fosse portato a sopravalutare «Les contes», cioè a pensare che essi avessero potuto e dovuto rappresentare per lui, nel futuro, la miglior parte della sua gloria. Tuttavia, per quanto riguarda noi e il nostro giudizio, credo che bisogna evitare di cadere in una posizione opposta: quella di sottovalutare «Les contes» nei confronti dell’altra produzione dello scrittore. Siamo, infatti, personalmente persuasi che «Les contes» lungi da essere un semplice divertissement rappresentano una vera e propria opera darte e che tra essi e «La comédie» esiste un nesso che non si risolve unicamente «nella particolare comicità balzachiana» così come da qualcuno è stato affermato. «Les contes», questo sontuoso, pantagruelico, grasso e insieme raffinato banchetto di antiche pietanze, costituiscono la via più diretta per conoscere l’intima natura del Balzac. In essi, in quelle vivande così gustosamente ricercate e, poi, così saporosamente offerteci si riflette e si realizza tutta la robusta e gioiosa potenza creativa del grande narratore. E, forse, proprio per questa ragione, proprio perché il Balzac era consapevole di averli composti aderendo, in piena gioia, al mondo rappresentatovi con la parte più intima della propria natura, proprio per questo egli ebbe un giorno a scrivere di essi quanto abbiamo sopra riportato della sua lettera a madame Hanska.

  Ora, dei «Contes drolatiques» è uscita, nelle settimane scorse, una bella edizione italiana (arricchita da alcune illustrazioni di Gustavo Dorè) per i tipi della Sugar, e nella traduzione di Aurelio Valesi. Diciamo subito che nessuna pubblicazione ci sembra giungere così opportuna. In tempi, infatti, come quelli che corrono, in cui, di qua e di là dalle Alpi, certi «romanzieri», che mai hanno avuto in dono, come il Balzac, la gioia del raccontare, in nome di uno sperimentalismo che di «nuovo» non ha se non l’arroganza del nome, tendono alla distruzione del personaggio e della trama (la necessaria atmosfera nella quale il personaggio respira e vive) i «Racconti ameni» possono servire, e in modo quanto mai efficace, a ridonare al disilluso e paziente pubblico di lettori il gusto e il piacere per la lettura. In tempi come quelli che corrono in cui certi romanzieri non sanno o non vogliono trattare alcuni argomenti se non con una torbida licenziosità, i «Racconti ameni» dimostrano come quegli stessi argomenti possono essere svolti, in maniera piacevole, pastosa persino, ma senza ricorrere ad alcuna insistenza od ossessione sessuale. E, inoltre: in tempi come quelli che corrono, in cui, specialmente in Italia, si esaltano come innovatori del linguaggio narrativo alcuni romanzieri anziani e giovani, sol perché dotati del «don des langues», cioè della possibilità d’impadronirsi e di usare «tutte le lingue speciali dei più disparati settori della vita» e della società, i «Racconti ameni», naturalmente se letti in francese, insegnano quanto antica sia, invece, quella presunta innovazione di quel tali scrittori.

 

 

  Mario Gasparini, La Donna. Pensieri scelti e coordinati da Mario Gasparini, Bologna, Tipografia Luigi Parma, 1966.

 

  Numerose citazioni da opere di Balzac.

 

 

  Ferdinando Giannessi, Felice ritorno dei «Racconti ameni». Quando il Balzac si diverte con la storia, «La Stampa», Torino, Anno 100, Numero 15, 19 Gennaio 1966, p. 11.

 

  Les Contes drolatiques di Balzac che ora leggiamo nella buona versione di Aurelio Valesi, «I racconti ameni», con duecento illustrazioni di Gustavo Dorè — erano fino ad oggi comparsi in Italia una sola volta, 45 anni fa. Motivo della lunga assenza tra noi è il linguaggio usato — o meglio inventato — dall’autore: che affermò di voler riprodurre il lessico e lo stile del francese cinquecentesco, ma in realtà fece un’allegra mescolanza di arcaismi pescandoli nella tradizione letteraria di quattro o cinque secoli, e creando un pastiche tanto bizzarro e gradevole nell’originale quanto destinato a diventare goffo nelle traduzioni. E l’unica via possibile era quella scelta dal Valesi con giudizioso coraggio: lasciar perdere lo stile, puntare sulla sostanza degli intrecci, insaporirli ricorrendo liberamente alla nostra lingua viva con aggiunte di termini dialettali e di rare espressioni antiquate.

  Così la lettura procede veloce, quasi sempre gradevole. Non che qui si trovi il grande Balzac della «Commedia umana». Tuttavia la secondarietà dell’impegno toglie ben poco al gusto del pubblico e all’allegria di un passatempo di ottima classe.

  Perché questo Balzac che manda in vacanza la propria fantasia fra storie e storielle salaci prendendo spunto dal suo dilettissimo Rabelais, dal Boccaccio dalle malizie dell’antica novellistica francese; e che rielabora i fatti di personaggi scandalosamente celebri — la cortigiana Imperia, maestra di leggendarie galanterie nella Roma rinascimentale, la bella Ferronnière, amante di Francesco I —; questo Balzac, dicevamo, è un bellissimo esempio di come la narrativa argutamente spregiudicata possa ottenere piacevoli effetti senza cadere in torbide licenziosità, né impantanare fra ambigue ossessioni una vena che pure investe con popolaresca franchezza carni e sensi scoperti.

  Si veda, per un’idea con creta di questa fondamenta le dignità, il racconto «Il succubo», che oltre ad essere il più lungo e forse il più bello di tutti, è anche — dato l’argomento — il più esposto agli usuali trabocchetti di tanta cattiva letteratura. Succubo, infatti, sarebbe uno di quei «diavoli femmine aventi missione di corrompere cristiani con le blandizie e le letizie dell’amore», e qui abbiamo la vicenda di una ragazza che, incline per natura all’intima e svariata frequentazione con l’altro sesso, finisce con l’attirarsi nella pettegola e bigotta Tours del tardo Duecento l’accusa di appartenere a quella diabolica genìa. Sì che muore sul rogo, dopo una sfrenata giostra di passioni, debolezze, insidie, e colpi di scena d’ogni genere.

  La materia è grossa: l’epopea della carne generosa da una parte e la satira del fanatismo clericale essendo addirittura gli ingredienti caratteristici della più livida pornografia. Ma vedete come Balzac muove anche qui i suoi personaggi: con quanta leggerezza di pantomima o di balletto sul filo del buon gusto, lontano da ogni pretesa di moralizzare e lieto soltanto di svagarsi in una storia che sfugge alle abituali dimensioni del bene e del male, della virtù e del vizio. Una favola per adulti, insomma.

 

 

  Saverio Li Volsi, Presentazione, in Honoré de Balzac, La contessa Angelica ... cit., pp. 7-14.

 

  Nel grande ciclo de La Commedia Umana, il romanzo Una figlia d’Eva è forse quello che meglio delinea i costumi, la psicologia e il carattere di un’epoca — diciamo pure di una generazione — scaturiti dai nuovi rapporti economico-sociali instauratisi in Francia dopo la Rivoluzione e, particolarmente, sotto Luigi Filippo. Se è vero, come è vero, che i personaggi de La Commedia Umana sono tutti eccezionali, maggior rilievo acquistano in questa storia i protagonisti principali, che Balzac fa agire, interamente dominati dalle loro passioni, nel bene e nel male, con un’energia davvero impetuosa.

  Inserito nella serie Scene della vita privata, il racconto è un vero studio sui costumi della Parigi dell’epoca (per cui poteva ben figurare nell’altra serie Scene della vita parigina) che val la pena di esser letto anche come romanzo a sè stante, specie da coloro che non hanno ancora affrontato tutta la grande opera di Balzac.

  Svariati argomenti che vi sono trattati, o anche solamente sfiorati, si sviluppano tutti attorno al personaggio principale: lo scrittore Raoul Nathan. In quell’epoca romantica, o quasi, ogni scrittore è drammaturgo, e i legami tra uomini di lettere e commediografi sono più che frequenti. Nathan ha un’attrice per amante, e quando, rimanendo autore, diviene giornalista, il suo orizzonte si apre alle più ambiziose speranze. L’alta società gli apre le porte, forse per la celebrità più che per l’uomo in sè. Del resto, Victor Hugo ha ben la sua Juliette per amante, ed è ricevuto in casa d’Orléans; Alfred de Vigny è l’amante di Maria Dorval, ma il salotto della contessa d’Agoult gli è sempre aperto. Così Nathan ha la sua Florina, ma trova una vera contessa che sarà preziosa per lui, e non soltanto come amante ideale. E’ la contessa Angelica, sposata al conte di Vandenesse, un ex Pari di Francia, piuttosto maturo per la fresca figlia di Eva, un po’ stanco dei suoi trascorsi politici ed amorosi, indulgente e generoso che, vegliando sull’onore della moglie, e comportandosi con lei in modo quasi paterno, contribuisce prima al suo sviamento e poi alla sua salvezza.

  La storia di Nathan e della giovane, bella e ingenua contessa di Vandenesse che, senza concedergli niente, si compromette per lui, il quale a sua volta è spinto al suicidio — mancando il colpo, dirà Balzac — appare un idillio a prima vista di scarso rilievo: ma è su questa trama che il racconto si svolge, interessando i protagonisti in un crescendo di eventi e di emozioni, descritte con un impressionante verismo.

  Il dramma vi è sfiorato soltanto, ma la commedia — davvero umana — vi è rappresentata come inserita nel più drammatico ambiente del gran mondo parigino.

  Il vecchio Schmucke, ingenuo adoratore delle sue graziose allieve; Vandenesse, che supera la sua amarezza e il suo scetticismo d’uomo di mondo, per ritrovare la tenerezza e le gioie della famiglia; Maria Angelica e Maria Eugenia, le due sorelle che giungono al matrimonio come ad una liberazione dalla schiavitù morale e fisica dell’ambiente bigotto e limitato di una famiglia borghese ove sono cresciute; Nathan, l’uomo celebre, il quasi genio senza esprit-de-suite, il sognatore ambizioso che vive, insieme, la vita delle sue opere e quella propria: una doppia vita; Florina, l’attrice, bella e tortuosa immagine di illusioni perdute, che pur avendo avuto amanti, rimane attaccatta (sic) a Nathan — come carne all’osso — sacrificandogli tutto: son personaggi vivi, reali, messi a nudo ed esplorati sino in fondo all’animo, dalla penna perforatrice di Balzac.

  La passione della contessa di Vandenesse per Nathan è di quelle che non perdonano, quando si abbattono su fragili figlie di Eva che, possedendo tutte le debolezze proprie del gentil sesso, non ne possiedono anche tutte le virtù, le più rare.

  Maria Angelica vuole bene al marito, ma il suo amore, quello che lei ritiene l’unico della sua vita, e per il brillante scrittore alla moda: un genio brutto ma affascinante nel parlare e nel gestire. Si tratta però di un arrivista ambizioso, che convive con un’amante attrice: Florina, ma Angelica questo non lo sa.

  L’amore tra questi due ha qualcosa di diverso dai tanti amori che sinora sono stati descritti dai più noti letterati del mondo intero. Per Angelica è un nobile e puro sentimento, e tale rimane incontaminato: l’unica colpa che lei si riconosce è quella del segreto verso il marito che, comunque, non è mai veramente tradito. Per Nathan è una passione violenta e immensa, ideale, anche se in essa si fondono falsità, inganni e ambizioni; una passione che lo eleva e lo fa sentire grande e migliore.

  Gli unici baci che si scambiano questi due innamorati, sfiorano appena le loro fronti: eppure la tragedia, il dramma, è sempre vicino a loro e sta per esplodere.

  Sono salvati entrambi — lui dalla prigione e dalla morte, lei dallo scandalo e dalla passione — prima dallo stesso amore di Angelica, poi dalla generosità e ancora dall’amore del marito di lei, l’unico, il vero amante della sua vita.

  La storia sembra concludersi così, un po’ banalmente in apparenza. In realtà un finale non c’è, in quest’opera tra le più care a Balzac (che ci ritornò sopra più volte); essendo appunto uno studio di costumi più che un romanzo, non ha bisogno di una conclusione ad effetto, e ben lo sanno coloro che di Balzac hanno letto e riletto altri scritti.

  L’Autore stesso si preoccupò di farci sapere, in testa all’edizione originale (Souverain, Paris 1839), che «Une fille d’Èva (sic)» era stato scritto, tra l’altro, anche con lo scopo di mettere in rilievo certe situazioni ambigue in cui possono trovarsi donne senza esperienza, spinte da circostanze varie verso passioni illecite. Solo quelle che hanno saputo conservare una dignità, anche nelle più impetuose tentazioni, possono sperare di ritrovare la serenità della vita coniugale. Maggiormente felici se le alternative della illecita passione avranno loro fatto desiderare le dolcezze e la sicurezza di un matrimonio vero.

  Coloro che conoscono nel suo insieme l’opera di Balzac, incontreranno in «Una figlia d’Eva», personaggi già noti, ritrovandoli in un nuovo ruolo, ad un’altra età della loro vita, in ambienti un po’ diversi e con comportamenti differenti, cambiati insomma, come tutti si cambia, poco o molto, nel cammino della nostra vita.

  L’azione del romanzo, notiamo per inciso, si svolge tra il 1833 e il 1834, posteriormente all’epoca che comprende la maggior parte degli episodi narrati da Balzac. I lettori di «Lys dans la vallée» ricorderanno il giovane e fremente Felice di Vandenesse, il cui amore appassionato per la signora di Mortsauf è il nocciolo del racconto, benché Felice sia infatuato dalla fiamma sensuale di Lady Dudley (che appare, non ultima, in questo «Una fille d’Éve (sic)»), e, verso la fine del romanzo, appaia come lo spasimante ripudiato di Natalia di Manerville.

  Quelli che hanno letto «César Birotteau» vi riconosceranno il banchiere du Tillet (qui, cognato di Vandenesse) che nella precedente storia aveva iniziato la sua ambigua carriera con un meschino furto, facendo poi una certa fortuna nell’altro racconto «La Maison Nucingen», che è poi il «rovescio della medaglia» di «César Birotteau». Ritroveranno Delfina di Nucingen se l’avranno seguita in «Le Père Goriot», quando era occupata unicamente nei suoi amori con Rastignac, altro protagonista di «Une fille d’Eve», ove Delfina favorisce, forse un po’ malinconicamente, gli amori di una donna più giovane. Quanto alle due sorelle Granville, Maria Eugenia e Maria Angelica, provengono da un’opera poco nota, «Une double famille» ove si ritrova il loro padre, il magistrato conte di Granville, spinto tra le braccia di una graziosa donnina, dalla bigotteria e la mancanza di spirito della moglie, l’educatrice delle due sorelle in «Une fille d’Eve».

  Questi personaggi, ed altri ancora, già conosciuti in precedenti scritti, possono dare però l’impressione di essere ... di seconda mano, di mancare quindi d’originalità, ma ciò è un errore di cui ci si accorge subito procedendo nella lettura: i personaggi di Balzac sono sempre vivi e freschi anche se invecchiati dagli anni.

  Si può aggiungere, per concludere la presentazione di quest’opera al lettore italiano, forse la meno tradotta fra tutte, che c’è una maniera tutta particolare di leggere ed interpretare Balzac.

  Vi si può trovare infatti accenni biografici che in alcuni casi sono di un’evidenza veramente stupefacente. E non solo riguardanti l’A. bensì gli stesa protagonisti dei suoi racconti, che spesso sono stati bene individuati in personaggi reali.

  Per rimanere nel quadro del romanzo qui tradotto, si è voluto vedere lo stesso Balzac nella figura di Nathan. Florina può invece ricordare sia una Flora, sia una Florigny, sia una Florville, tutte attrici vissute m quell’epoca ed in un ambiente non molto dissimili da quelli della nostra protagonista.

  Altri hanno visto in Nathan un amico di Balzac, Léon Gozlan, romanziere assai noto in quel tempo: soprattutto nell’origine si assomigliavano i due, avendo entrambi un padre ebreo, e tutti e due segretamente battezzati dalle loro madri.

  Lo stesso Alessandro Dumas, ha una somiglianza con Nathan: è infatti il solo scrittore di teatro dell’epoca ch’è considerato un grand’uomo senza esserlo, proprio come Nathan. Ciò, a parte la bizzarra fisionomia comune ai due: Dumas come Nathan si veste in maniera abominevole, scrive drammi e romanzi, fa del giornalismo, e collaborò con un (sic) pseudonimo ad un vaudeville. La sua carriera letteraria comincia verso il 1825, pochi anni prima di quella di Nathan. All’epoca del racconto di Balzac, Dumas è da cinque anni l’amante di un’attrice di second’ordine che ha molti punti di contatto con Florina: Margherita Ferrand, in arte Ida Ferrier, meglio nota come Mademoiselle Ida dal gran pubblico. Dumas la sposò nel 1840. E nel 1844, in Les Comédiens sans le savoir, Balzac scriverà che Nathan ha sposato Florina qualche anno addietro.

  In tempi più recenti si è voluto scoprire in una giovane aristocratica milanese, Clara Maffei dei Conti Carrara-Spinelli, il ritratto che Balzac ci fa della figlia di Eva, Maria Angelica. L’A. ebbe un flirt senza conseguenze con questa contessa Maffei, durante il suo soggiorno in Italia, che per molti punti richiama alla mente quello di Nathan con la contessa di Vandenesse.

  Nei limiti di questa breve presentazione, non ci possiamo soffermare oltre su particolari, peraltro davvero stupefacenti, come ad esempio l’analogia tra Felice di Vandenesse e Andrea Maffei, marito della contessa Clara.

  Rimandiamo perciò, chi ha interesse ad approfondire l’argomento, alla letteratura specializzata non difficilmente reperibile, specie se si ricorrerà ai testi originali.

 

 

  Giovanni Macchia, Ritorno a Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno 91, N. 254, 10 novembre 1966, p. 3.

 

  Il romanzo ha subito, da un secolo a questa parte tante di quelle deviazioni e trasformazioni che non poche volte si è cominciato perfino a dubitare della sua sopravvivenza. Considerato, agli inizi della sua fortunosa esistenza, come un figlio bastardo cui non servisse imporre, fuori d’ogni linea di legittima discendenza, regole e leggi di buona educazione, lasciato a quella piena libertà che hanno di solito i figli di nessuno, si è trovato col tempo, abilissimo sfruttatore delle sostanze altrui (memorie, tragedie, opere morali eccetera), a disporre di un territorio immenso.

  Dall’esperienza di questi ultimi decenni si è potuto constatare che ogni modesto scrittore, trattando quel territorio come una specie di fondo demaniale lasciato dallo Stato (cioè dai grandi depositari della dottrina classica) in permanente incuria, l’ha sfruttato a suo piacimento, riducendolo, frantumandolo, abbellendolo. Il romanzo è così diventato ora un gradevole giardino, ora una camera di tortura; un labirinto d’inganni o una prospettiva di cose certe; un giuoco di specchi o un’arma offensiva, un’innocua distrazione per ragazzi, una bomba incendiaria.

  Era spiegabile che in tanta disordinata carriera persone responsabili, che esistono anche in letteratura, dovessero correre ai ripari: critici e romanzieri. E invocassero non di rado quei grandi progenitori che avevano creato il benessere della famiglia. Il nome di Balzac spuntava quando le cose si mettevano al peggio. Ci fosse un Balzac! Lo si è visto come uno zio d’America il quale, ritornato tra noi, avrebbe riorganizzato fortune tanto dissestate. Per praticità e senso del mestiere chi poteva averla vinta su di lui? Evviva allora Balzac!

 

*

 

  «Ritorni a Balzac» ce ne sono stati parecchi nel Novecento, vibranti come un’invocazione e un augurio. Ricordo quello formulato molti anni fa da un acutissimo critico e romanziere scomparso, Ramon Fernandez, e che fermò anche Léautaud.

  Ma è mia opinione che non ci sia da fidar molto in questi «ritorni», se essi vengono considerati come robusti ricostituenti per scrittori in crisi. Nel campo incerto della creazione letteraria, uno può cibarsi quotidianamente di Virgilio, Ariosto, Manzoni, sentirsi molto meglio e non scrivere più un rigo. Lo stesso Balzac non ignorò che esempi eccelsi possano provocare in un romanziere veri stati di paralisi, e negli anni della gioventù amò nutrirsi di materiali di second’ordine, di sottoprodotti che irrobustirono la sua già invidiabile fibra.

  Non di ritorni credo si debba parlare, ma di un’esigenza di rivedere criticamente l’insegnamento di alcuni grandi creatori del passato, per riconoscere quanto del loro processo creativo e delle loro conquiste debba essere riproposto alla nostra attenzione di lettori, oggi. Rivedere Balzac come suscitatore di problemi attuali, problemi espressivi le cui soluzioni possono essere accolte o respinte.

 

*

 

  La più fondata opposizione a Balzac parte da coloro che continuano a provare un non immotivato disprezzo per la macchina del romanzo: costruzione, invenzione dei fatti, «imbroglio». È una reazione abbastanza antica. Flaubert diceva di voler fare dei libri in cui non ci fosse che da scriver frasi, e quel che lo mandava in bestia era dover escogitare un piano. Gide intendeva epurare il romanzo da tutti gli elementi che non gli appartenevano e faceva dire ad un suo personaggio: il mio romanzo non ha argomento. Non furono pochi coloro che accarezzarono l’ambizione di scrivere un romanzo su «nulla».

  È innegabile che in Balzac la macchina esiste ed egli teneva che ci fosse, perché dal suo funzionamento dipendevano la realizzazione della sua «commedia» e l’accurata sistemazione dello stato civile dei personaggi. Ma nulla di più ingeneroso che salutarlo come il responsabile meglio accreditato del romanzo tradizionale a tre dimensioni, dove tutto ciò che si vede esiste e tutto ciò che esiste si vede, con i personaggi a tutto tondo che si sporgono avanti e che uno può accarezzare e respingere. Temo che confondano Balzac con l’allievo Champfleury, la riproduzione scrupolosa del modello, tipica della dagherrotipia, con le violente e feroci acqueforti che caratterizzano la visione del grande romanziere. Ammetto anch’io che la stirpe dei balzacchiani sia quasi tutta da rifiutare. Ma se non sentiamo gravare su molti di quei personaggi il «sospetto» che avvilisce romanzi antichi e moderni, non è perché il mondo di Balzac sia modellato, fedelmente sulla realtà. La sua struttura è invece retta da mura piuttosto sgretolate, e attraverso profonde crepe penetrano all’interno fasci di luce che danno alle cose un rilievo allucinato, come se stessero per andare in rovina. Egli è della tempra di Daumier, non di Henri Monnier.

  I campioni del romanzo puro (e gli stilisti, i prosatori d’arte che videro in lui un pauvre scribouilleur) restano in lotta con un genere che disprezzano e che tuttavia non hanno il coraggio di liquidare. Per uccidere il romanzesco, estraendolo dal tessuto stesso della narrazione come una repugnante malformazione, finiscono col dare un colpo di grazia al romanzo. Ci si libera dei fatti, poi dei personaggi, e infine della psicologia. Sintomi di quella decadenza dell’umano che Balzac aveva esaltato in tutta la sua potenza.

 

*

 

  Altre ragioni possono, malgrado tutto, giustificare un interesse moderno per l’autore della Comédie Humaine. Ne indicheremo soltanto due.

  La prima è quella d’avvicinare il romanzo alla scienza, ma non nella forma seguita dai naturalisti. Balzac fu spettatore e interprete di una trasformazione della società che ha qualche somiglianza con il rivolgimento cui stiamo assistendo. La sua scienza non è la nostra. Ma è lo spirito scientifico che potrebbe servire, in una nuova prospettiva, ad animare una concezione della letteratura. Si tratta di svolgere in modo non scientifico un’intuizione scientifica, è questo l’aspetto della scienza che serve alla letteratura. La scienza occupa uno dei domini della fantasia.

  L’altra ragione interessa un procedimento descrittivo apparentemente contraddittorio: la «visionarietà» del reale rivelata col massimo di precisione. È un procedimento che Baudelaire trasferirà in poesia. Esso esprime una specie di «patologia» del vedere. L’ossessione dello sguardo di Balzac raggiunge il senso della profondità e il cuore romantico delle, cose, su cui i moderni romanzieri francesi nutrono non ingiustificati sospetti. Ma avverto non so quale sapore balzacchiano nella dichiarazione d’uno scrittore che gli sta tanto lontano: Robbe-Grillet. «Rien n’est plus fantastique que la précision». Proprio quel che pensava Balzac. Naturalmente noi arriviamo, a ben altre conseguenze. Arriviamo, direi, alla precisione nel diluvio. La realtà si è avvicinata a tal punto ch’essa ci trasmette la sua vertigine. La vertigine. delle cose viste troppo da vicino, anche se portate da immensità astrali: le venature, le rughe, i densi reami dell’essere: rigagnoli di materia. Non lo splendore dell’indiretto, come diceva James; piuttosto l’accecamento del troppo diretto.

 

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  Ma, propugnatori o negatori di Balzac, credo che gli uni e gli altri dovrebbero andar d’accordo su un punto. Non si tratta di tentare, attraverso la sua opera, una restaurazione del genere-romanzo, di cui nessuno ha mai fissato le regole. Non si tratta d’inaugurare dall’esterno vistosi lavori di riadattamento. Essi potrebbero somigliare ad uno di quei giuochi maledetti in cui, da tanti pezzi confusi, si deve ricomporre una figura, un disegno, le linee d’un volto. Se il giuoco riesce, dopo molta fatica e pazienza, si resta inebetiti e delusi. È preferibile allora tenersi il cubo isolato, il vuoto che supera il pieno, la linea che non aspira a divenire figura.

  «La letteratura attuale — ha detto un critico tedesco — non è possibile se non nelle forme della sua crisi». Penso che bisogna affrontare la crisi, ma non fino al punto ch’essa distrugga la forma stessa, cioè il romanzo. Bisogna affrontare la crisi e allontanare al tempo stesso la distruzione del romanzo. Ritrovare nella crisi, com’è avvenuto per il teatro (Pirandello), nuove forme d’espressione.

  La sfiducia verso Balzac può derivare da una cattiva lettura (o da un luogo comune), da un difetto d’interpretazione. A sentire un romanziere francese contemporaneo, oltremodo interessato in materia, il Butor, esistono poche invenzioni attuali che non possano trovare in quell’opera annuncio e giustificazione. Esistono poche letture che siano più utili per un romanziere e che introducano meglio il lettore ai problemi del romanzo contemporaneo. Non so se in Balzac si riuscirà a trovare tutto questo; ma addentrarci, sperderci nel gran labirinto della Commedia Umana, non sarà esercizio che possa condurre ad operazioni sbagliate.

 

 

  Giovanni Macchia, L’operazione Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno 91, N. 89, 15 aprile 1966, p. 3.

 

  Tra i molti avvenimenti cui stiamo assistendo nel mondo delle nostre lettere, c’è anche la resurrezione del romanzo d’appendice. Non discutiamo per ora il fenomeno. C’interessiamo soltanto del modo con cui ci viene offerto.

  Ci viene offerto indubbiamente in forma alquanto insolita. Nella mensa ricchissima imbandita dagli editori il romanzo d’appendice non è più il semplice pane, che tutti possono mordere, ma è divenuto un piatto raro, quasi ricercato, cui vengono rivolte sofisticate attenzioni. E’ un piatto da servire insomma in lucide stoviglie d’argento.

  Il fenomeno ha preso piede anche in Francia. E recentemente, in edizione di lusso, sono stati pubblicati i giovanili romanzi popolari o d’appendice che Balzac scrisse nella sua prima giovinezza e che non furono mai ammessi nella Comédie Humaine. Confesso d’averci messo parecchio a procurarmeli.

  Rilegati in mezza pelle rosso-fiamma, con taglio superiore dorato, con sovracoperta e astuccio di protezione, divisi in quindici volumi, numerati in mille e cinquecento copie, essi non sono stati messi in vendita ma riservati ai membri di un’Associazione: Les Bibliophiles de l’Originale. Non basta. Questi esemplari riproducono in fac-simile l’edizione originale; hanno la rilegatura identica a quella dell’esemplare personale di Balzac conservato nella collezione Lovenjoul a Chantilly. Nessun capolavoro di preziosa letteratura è stato mai sottoposto ad un trattamento di maggior riguardo. Ancora. Alla storia di questi romanzi è dedicato il sedicesimo volume della collezione, nella stessa veste e con la stessa rilegatura rosso fuoco, in mille e cinquecento esemplari numerati fuori commercio riservati ecc. ecc. Ne è autore Pierre Barbéris (Aux Sources de Balzac. Les Romans de Jeunesse, Paris, 1965). E per la prima volta assistiamo anche alla piena rivalutazione di tutta un’attività che, quando non è stata violentemente rigettata (Sainte-Beuve), ha suscitato non lieve titubanza e finanche sgomento tra gli specialisti più intransigenti. Dichiariamo subito che ci discostiamo parecchio dalle opinioni del Barbéris.

 

*

 

  Nella storia delle lettere esistono inizi folgoranti. Gli inizi di Balzac furono tetri, quasi un po’ umilianti. La stessa sovrabbondanza della prima produzione — Balzac fu sovrabbondante fin da ragazzo — le imprime un carattere di facilità grossolana. Non c’è la fatica che dà nobiltà anche ad un fallimento. Si è scrittori anche per quel che non si scrive. E daremmo volentieri ragione a quel professore, amico di casa Balzac, il quale, letto un suo dramma su Cromwell, disse: «Potrà far tutto, ma non lo scrittore».

  Balzac parte da posizioni strettamente strumentali. Tratta il romanzo come un carpentiere tratta la quantità di legname necessaria per estrarne un tavolo o un armadio. Ma, pur rozzamente, s’intravede il concetto che si affermerà in lui in tutta la sua potenza: l’oggettività della creazione. Tutto ciò che si fa deve tendere ad essere un oggetto. Solo un oggetto può andare incontro al pubblico e generare altro pubblico. L’oggetto più maneggevole ad essere esportato è il romanzo popolare. Dimenandosi tra l’una e l’altra delle forme alla moda Balzac scivola senza repugnanza nel romanzo d’appendice.

  Non c’è che dire. I titoli di questi romanzi sono certo allettanti. L’ereditiera di Birague. Il Vicario delle Ardenne. Clotilde di Lusignano. Annetta e il criminale. Eroi ed eroine con sottotitolo, come nei melodrammi. Clotilde s’innamora del suo bell’ebreo. Annetta del suo bel criminale. Questa figura dell’omicida sconosciuto affascinava, sembra, la società 1820-30, contagiata dal Corsaro di Byron o da Jean Sbogar di Nodier. E Balzac non può rinunciare a questi pirati che s’innamorano. Sono uomini che celano «un fatal segreto», conosciuto purtroppo da qualche «temibile testimone». O eroi satanici il cui sguardo uccide un uomo. O criminali riabilitati dall’amore.

  Ma credo sia alquanto sleale tentare una rivalutazione di questi romanzi che Balzac non firmò se non con pseudonimi (Lord R’Hoone, cioè Honoré; Horace de Saint-Aubin), alcuni dei quali furono scritti in collaborazione e che l’autore gratificava di «cochonneries littéraires». Il Barbéris cerca di attenuare la forza di questa definizione. Certo Balzac provò per quei romanzi un sentimento di vergogna e insieme di affettuosa gratitudine: come se a quell’esperienza sbagliata egli dovesse pur sempre qualcosa. Permise, è vero, che venissero ripubblicati. Ma significherà pure qualcosa il giudizio così reciso espresso nella prefazione alla Comédie Humaine (1842): «Non riconosco per opere mie se non quelle che portano il mio nome ... M’avvalgo d’un diritto incontestabile ...». Niente è più dannoso in letteratura dello sviscerato amore. Nulla di più dannoso a Balzac dei fanatici di Balzac.

 

*

 

  Io sarei invece del parere che nella storia del loro autore bisognerebbe dare a questi romanzi un valore del tutto pratico: uno strumentale ed uno anche critico. Sul primo punto non crediamo di offendere la memoria di Balzac se affermiamo ch’egli scrisse Clotilde o Wann-Chlore per la speranza d’un guadagno, che poi si rivelò assai limitato. «Quest’anno — scriveva alla sorella nel 1822 — spero di guadagnare i ventimila franchi da cui deve iniziare la mia fortuna». «Tra poco — scrive un’altra volta — Lord R’Hoone sarà l’uomo alla moda, l’autore più fecondo, più amabile, e le signore l’ameranno». Quel Lord R’Hoone andava candidamente verso il pubblico come un giovinetto mal armato va in battaglia, per incontrare il disastro o la gloria. La grossolanità, da cui non guarì mai, sembrava un’espressione paradossale della sua purezza. Al pubblico, entità misteriosa e satanica, bisognava sacrificar tutto: anche il proprio nome.

  Quanto al valore strumentale di simile produzione, egli disse a Champfleury: «Ho scritto sette romanzi per semplice studio; uno per imparare il dialogo; uno per imparare la descrizione; uno per raggruppare i personaggi; uno per la composizione ...». I giovani romanzieri di oggi, tanto per cominciare, pubblicano saggi critici. Egli entrava maldestramente nella grossa macchina del romanzo. Ne fracassava i congegni. Voleva vederla funzionare non nel silenzio della propria stanza, tra i tentativi tormentosi, in mezzo alle paperasses, ai fogli strappati o smarriti, ma pubblicando, bene o male, come un disperato, anche sotto falso nome, per mettersi in comunicazione con gli altri. Ciò che significò alla fine: misurare sull’esperienza il peso del proprio insuccesso.

  Infine, accenti critici in forma di parodia rivolti ad una letteratura «romantica» ch’egli utilizzava ed insieme disprezzava (vedi l’abbozzo del romanzo Falthurne, o l’invocazione alla Musa romantica nel romanzo di Clotilde). S’inoculava così dei veleni che sarebbero poi serviti di difesa e di protezione dell’organismo. Attraverso altri testi, prendeva un’oscura coscienza di quella che sarebbe divenuta la sua opera futura, segnando le punte estreme di ciò che avrebbe utilizzato o respinto.

  Ciò che avrebbe utilizzato. C’era naturalmente anche questo. E basterà, in tal caso, fornire qualche esempio.

  Una delle sue benemerenze fu d’accorgersi, uscita la traduzione francese, della bellezza (nera, insidiosa) di un romanzo come Melmoth, l’uomo errante del reverendo Maturin. E lo utilizza, sia quando scrive lettere d’amore a Madame de Berny (copiandone dei brani) sia quando pensa al suo romanzo del Centenario, in cui già si rivela, nell’immensità terrificante dei paesaggi notturni, con la terra che sembra sognare sotto la luna, la forza del suo sguardo. Romanzo come scuola d’incubi che, impigliandosi non di rado in eventi anche ridicoli, riuscisse ugualmente a trasmettere fremiti ossianici ed il brivido delle apparizioni. La morfologia di questo romanzo verrà sgominata nella fase matura della sua attività. Ma certe impennate, certe situazioni non verranno cancellate.

  Della giovanile esperienza resterà fedelmente in Balzac l’ossessione di vedere, da qualsiasi parte ci volgiamo, essenze e forze demoniache, irrazionali e misteriose. Resterà una maniera rozza, incredibile di sviluppare vicende romanzesche. Ma se nella prima produzione egli si affidava all’immaginario per arrivare alla realtà, si affiderà poi alla realtà per scoprire l’immaginario. Escluderà i «faits imaginaires» per sostituirvi «ce qui se passe partout». Come diceva Baudelaire, il quotidiano è leggendario. E nascerà l’immensa, la fantastica Parigi di Balzac, romanziere del meraviglioso quotidiano.

 

*

 

  La grande crisi che attraversò Balzac dopo aver pubblicato l’ultimo di questi romanzi (crisi che lo condusse quasi sull’orlo del suicidio) non ebbe niente a che fare con quella di un Racine o di Manzoni. Non c’era silenzio o afasia in lui, ma chiasso, confusione. E più che di un duello con se stesso si trattò di un duello con il pubblico. Quando rinunciò a fare il romanziere e si mise a fare l’editore, quel pubblico egli non lo perse mai di vista: lo affrontò in altra sede, dalla parte, non di chi scrive, ma di chi produce libri. E nella rovina che ne seguì, era pur riuscito a seguire il funzionamento del fatto letterario nei suoi due aspetti essenziali. Un assaggio di sociologia della letteratura compiuto a proprie spese.

  Il tempo era maturo per comprendere che, nella lotta ingaggiata tra lo scrittore e il pubblico, bisognava far diventare il pubblico (già incantato e passivo spettatore) protagonista: protagonista di romanzi. Dalla platea immersa nell’ombra bisognava trascinarlo nella luce del palcoscenico (l’immenso palcoscenico della Comédie humaine) e farne oggetto di rappresentazione. Gli inesistenti pirati e criminali che s’innamorano, in quei primi romanzi, cederanno così il posto agli autentici pirati e criminali della società moderna, coloro che non s’innamorano, è stato detto, e che restano tali: Philippe Bridau, Vautrin, Gobseck. Fu soltanto questa — e non fu cosa da poco — la loro metamorfosi.

 

 

  Giovanni Macchia, Balzac e la strada del romanzo. Conferenza, Torino, Teatro Carignano 25 febbraio 1966.

 

 

  Albert Maquet, A proposito del soggiorno di Balzac a Torino nell’agosto 1836. 2. Deux témoignages inédits de Charles Boucheron, «Studi Francesi», Torino, 26, Anno X, fascicolo 1, gennaio-aprile 1966, pp. 70-75.

 

 

  A. N., Honoré de Balzac,La storia dei Tredici”, I «Capolavori Sansoni» - pagg. 318 - L. 350., «La Fiera letteraria», Roma, 20 gennaio 1966, p. 22.

 

  Delle varie collane i cui testi appaiono settimanalmente distribuiti nelle edicole, i «Capolavori» di Sansoni è certamente quella che maggiormente si raccomanda per la qualità dei titoli pubblicati. [...].

  Uno degli ultimi volumi pubblicati è stato La Storia dei Tredici di Balzac: così suona il titolo nella versione italiana e francamente non si capisce la necessità di aggiungere l’articolo determinativo al semplice «Histoire des Treize» delloriginale francese. Non è del resto l’unica pecca di una traduzione che a tratti raggiunge anche notevoli effetti comici, come ad esempio quando ci propone Enrico de Marsay nell’atto di vincere un «uomo dei sobborghi» (ha un sapore di «abominevole uomo delle nevi» ) al «terribile gioco della ciabatta», traducendo alla lettera la parola savate che sta qui invece ad indicare una specie di pugilato, praticato un tempo in Francia e nel quale era consentito colpire anche con i piedi; come quando conferisce senza esitare a un guardiaportone la nazionalità elvetica, trascurando il fatto che in francese la parola suisse in tale accezione non la implica necessariamente.

 

 

  Luigi M. Personè, Un diario terribile, «Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, Anno LXXIX, Numero 70, 12 marzo 1966, p. 3.

 

  Ecco un ritrattino di Balzac, appena uno schizzo:

  «Balzac mangiava come un porco. Quando sfiorava l’indigestione con la pancia gonfia da scoppiare e quasi impazzito, si coricava, a mezzanotte si faceva svegliare, beveva del caffè e buttava giù grossolanamente qualche pagina. Dopo di che prendeva il via».

  Con Balzac i due fratelli ce l’hanno; ci godono a prenderlo spesso di petto, a scoprirne i gusti e le magagne.

  Peccato che proprio gli spunti più frizzanti non si possano riferire qui.

 

 

  Guido Piovene, Madame la France, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1966 («Le Scie»).


   pp. 221-228. Sono riprodotti, con qualche variante formale, i due articoli dedicati dal Piovene a Balzac nelle pagine del «Corriere della Sera»: Il profeta Balzac, 26 febbraio 1950 e La città dei misteri, 5 marzo 1950.


 

  G. S., Les contes drolatiques, «La Fiera letteraria», Roma, 2 febbraio 1966.

 

 

  Vittorio Saltini, Il più grosso romanzo di Balzac. Le “illusioni perdute” e l’industria culturale, «Corriere della Sera», Milano, Anno 91, N. 43, 20 febbraio 1966, p. 11.

 

  Quest’opera balzacchiana, per la prima volta tradotta integralmente, viene da alcuni proposta come un capolavoro - Soltanto da un punto di vista sociologico può essere esemplare, ma come verità artistica non possiede grande validità.

 

  La prima traduzione completa del più grosso romanzo di Balzac. Illusioni perdute (Ed. Riuniti, pp. 635, lire 3500), esce soltanto ora. Il ritardo è connesso con la sorte di un’opera, che è stata da poco rivalutata, ma ora da alcuni è proposta come il capolavoro di Balzac. Il che mi pare eccessivo, anche se, da un punto di vista sociologico, si tratta forse del romanzo balzacchiano più esemplare.

  Ma, quanto a verità artistica, migliori restano Eugenia Grandet, e soprattutto La cugina Betta, dove culmina la concentrazione realistico-visionaria di Balzac, la sua capacità di sentire tutto un mondo, la società borghese, come una mostruosa unità, come un organismo mitologico che, pregno d’ambizione e di denaro, stritola gl’individui nelle sue spire. Nella Cugina Betta la vita erompe con una pienezza che, malgrado le inverosimiglianze e le solite carenze espressive balzacchiane, offre di continuo la sorpresa del genio. I personaggi (Hulot, Crevel Betta, la signora Marneffe) e i loro vizi v’hanno una vita così diabolicamente autonoma, che Balzac ne insegue le possibilità più contradditorie in un tumultuoso crescendo.

  Poco di simile nelle Illusioni perdute, malgrado il fascino della trama. Un giovane poeta, Lucien de Rubempré, dopo i sogni e i tentativi provinciali, corre a Parigi con un’amante. Qui, dopò le illusioni d’una rapida affermazione, sperimenta la miseria dell’ambiente dei giovani artisti, finché, stanco, si vende all’industria culturale, che copre interessi politici, e diventa un giornalista famoso, ma anche l’amante di un’attrice, sicché s’indebita e si compromette fino a dover tornare in provincia.

  L’originalità del romanzo sta nella rappresentazione del formarsi di quella che, tanto più tardi, Horkheimer e Adorno chiameranno appunto l’industria culturale; e che Lukács, nel saggio sulle Illusioni perdute, definì la «capitalizzazione dello spirito».

  Lukács ha anche indicato questo libro come il tipico «romanzo della delusione», in cui un giovane di talento, inseguendo le sue aspirazioni umanistiche con l’individualismo del borghese in ascesa, s’imbatte in quella sostanza del mondo borghese, il capitalismo, che ne contraddice l’umanesimo. Lucien si rassegnerà a questa vittoria della prosa borghese.

  Il romanzo della delusione non fu inventato da Balzac. Esso è una categoria del romanzo moderno. La definizione del «romanzesco» fornita, prima che Balzac scrivesse, da Hegel, e ricavata dalla considerazione del Don Chisciotte e del Meister, s’accentrava già sul tema delle «Illusioni perdute».

  «Il romanzesco», notò Hegel, «è la cavalleria divenuta un contenuto reale» dal momento che la realtà «s’è trasformata in un ordinamento stabile della società civile e dello Stato». A questa «intrattabile stabilità», a questa «prosa del reale», s’oppone nei romanzi il protagonista, «con i suoi fini soggettivi dell’amore, dell’onore e dell’ambizione o con i suoi ideali d’un mondo migliore». I «nuovi cavalieri sono in particolare dei giovani che devono scontrarsi con il corso del mondo», per «mutarlo, migliorarlo, oppure tagliarsi a suo dispetto almeno una fetta di cielo sulla terra». Queste «lotte nel mondo moderno» sono peraltro «l’apprendistato, l’educazione dell’individuo alla realtà esistente». Alla fine l’eroe riconoscerà «l’amaro risveglio» dalle illusioni umanistiche, sia che «metta giudizio» sia che insista nella ribellione.

 

Genuino e fragile.

 

  Così Hegel scoprì il «personaggio problematico» quale protagonista del romanzo. Ma tale problematicità ha in concreto molti limiti. Nel romanzo inglese, per esempio, di solito l’eroe alla fine fa ammenda di tutto e riconosce giusta la realtà borghese vittoriosa. Questo non è il caso delle Illusioni perdute. Tuttavia anche la problematica di Lucien, la sua fisionomia etica e intellettuale, ha gravi limiti in confronto a quella d’un Werther, o d’un personaggio di Tolstoj o di Dostoevskij.

  L’eroe balzacchiano ha una «genuinità» genericamente rousseauiana: nella misura in cui è «naturale», cade vittima della società (Goriot, Birotteau, Pons). Questa dialettica elementare basta a render poetici libri come Eugenia Grandet, Il curato di Tours, o anche La cugina Betta: ma alle Illusioni perdute non basta, perché il protagonista qui dev’essere un intellettuale. Senonchè Lucien. se pur ha qualcosa di genuino, è troppo fragile e moralmente inconsistente. Il limite della sua personalità diventa un limite del romanzo, poiché attenua il peso dello scontro con la realtà e con l’industria culturale.

 

Senso della realtà.

 

  Sempre, del resto, alle sue figure d’intellettuali Balzac fornisce una fisionomia artistica ed etica che è convenzionale e genericamente romantica. Questa debolezza nella rappresentazione della fisionomia morale è proprio di Balzac come di Stendhal e di Flaubert. Ciò deriva dal fatto che per tutti loro vale quel che Auerbach ha scritto di Stendhal: che malgrado il suo senso della realtà e la sua spregiudicatezza, v’è in «tutto il suo spirito qualcosa d’inconsistente».

  Certo, quanto a senso la realtà, un Goethe o Dostoevskij sono meno lucidi di Balzac o di Stendhal: ben altra è la loro ricchezza problematica. E ancora: Stendhal e Balzac esaltano a parole, ma non dimostrano nei fatti, l’eccezionalità spirituale del loro protagonisti. Un Tolstoj invece presenta Pierre, Andrea, Anna, Levin come persone in fondo normali; ma in quanto li carica della propria ricchezza morale, ne fa autentici «personaggi problematici» che vivono con coscienza tutti i contrasti dell’epoca: e in modo tanto più indicative quanto non sono degli intellettuali di professione.

 

 

  Vittorio Saltini, Un secolo fa con «Delitto e castigo» cominciò un tipo nuovo di romanzo, «Corriere della Sera», Milano, Anno 91, 13 dicembre 1966, p. 11.

 

  Cos’era nato di nuovo, con la storia di Raskolnikov? Per capirlo, bisogna andare un po’ indietro.

  In Balzac, ed esempio, i personaggi furono di due tipi: o creature «naturali» e genuine, vittime perciò della giungla borghese; o individui corrotti, capaci di tentare la scalata sociale accettando il gioco feroce della società individualistica. [...].

  Ma per gli eroi di Dostoevskij il motivo balzacchiano della riuscita individuale è inoltre reso illusorio dalle condizioni oggettive. [...].

  Gli eroi di Balzac o di Stendhal già a volte discorrevano della liceità o della fatalità del delitto nella giungla degli egoismi borghesi. Ma lo facevano tranquilli, senza mettere con ciò in questione le radici della propria coscienza. Il gusto del potere prevaleva.

 

 

  Franco Simone, Un romanzo esemplare di Balzac: «Les Paysans», in AA.VV., Studi in onore di Italo Siciliano, Firenze, Olschki, 1966 («Biblioteca dell’Archivum Romanicum», S. I., 86), pp. 1095-1117.

 

  Si tratta della versione italiana dell’importante studio dedicato a Les Paysans, compreso in H. de Balzac, Les Paysans, Torino, Les Éditions Fogola, 1965.

 

 

  Franco Simone, A proposito del soggiorno di Balzac a Torino nell'agosto 1836. I: Sugli amici torinesi di Balzac e, in particolare, su Costanzo Gazzera, «Studi Francesi», Torino, 26, Anno X, fascicolo 1, gennaio-aprile 1966, pp. 69-70.

 

  [...] si può facilmente presumere che, nel ricordo favorevole conservato da Balzac degli amici torinesi, in qualche modo operasse la gratitudine per l’aiuto ricevuto e per il fortunato cambiamento agevolato e favorito.

  Una prova di tanta riconoscenza credo utile ricordare agli studiosi. Da Parigi, secondo testimonia la corrispondenza, Balzac ringraziò gli amici torinesi per l’accoglienza ricevuta. Ringraziò, tra gli altri, anche Costanzo Gazzera al quale mandò in dono i due volumi di Le Livre mystique (tome Ier: Les Proscrits. Histoire intellectuelle de Louis Lambert. Extrait des Études Philosophiques. Paris, Werdet Libraire-éditeur, 1835, pp. 352; tome IIe: Séraphita. Extrait des Études Philosophiques, Paris, Werdet libraire-éditeur, 1835, pp. 357). Il dono fu certamente apprezzato dal Gazzera che conservò i due volumi come il pegno di un’amicizia che non poteva non essergli gradita.

  Come, dopo questa realtà documentata dalla corrispondenza, sia nata la leggenda che Costanzo Gazzera avrebbe bruciato i due volumi di Balzac non saprei dire. Certo è che il primo a diffondere una simile leggenda è stato Henry Prior il quale, nel suo eccellente studio su Balzac à Turin (in «La Revue de Paris», del 15 gennaio 1924) per illustrare la personalità del Gazzera dice testualmente (op. cit., p. 382, nota 2): «Homme d’une haute piété (sic) et chrétien convaincu, il se lia assez intimement avec Balzac avec lequel il correspondit pendant quelque temps. L’abbé Gazzera était un bibliophile passionné et Balzac crut lui faire plaisir en lui renvoyant un exemplaire sur papier de chine du Livre mystique. Mais quelque temps avant sa mort l’abbé, pris de scrupules religieux, détruisit les volumes de Balzac qu’il possédait et les lettres qu’il avait reçues du romancier».

  La strana e del tutto ingiustificata notizia è riprodotta da R. Pierrot nel modo seguente (Balzac, Correspondance, Paris, Garnier, 1964, t. III, p. 143, nota 2): «Balzac lui [C. Gazzera] envoyait un exemplaire sur chine du Livre mystique ... après la mise à l’index des oeuvres de Balzac, il détruisit les volumes de ses oeuvres qu’il possédait et les lettres qu’il avait reçu de lui».

  Giunti a questo punto, il lettore avrà facilmente intuito che i libri mandati in dono da Balzac al Gazzera esistono perché non furono affatto bruciati. Essi si trovano presso la biblioteca dell’Accademia delle Scienze di Torino unitamente a tutta la ricca libreria dell’abate bibliofilo che, al momento della morte (1859), volle fare dono alla sua Accademia di una preziosa raccolta di libri rari, soprattutto francesi. I due volumi, catalogati C2, II, 134 e C2, II, 135, recano naturalmente la dedica autografa di Balzac [...]. Tuttavia, diversamente da quanto aveva promesso Balzac stesso e diligentemente ripetuto i lettori della sua corrispondenza, i due volumi non sono sur papier de chine. Così, infatti, assicurava il romanziere nella sua lettera allo Sclopis del settembre 1836 (cfr. Correspondance, ediz. cit., vol. III, p. 146); così ripetevano il Lovenjoul e H. Prior (op. cit., p. 383), sottolineando che questo sarebbe stato uno dei due rarissimi esemplari del Livre mystique stampati in edizione di lusso e noti ai bibliofili. Non so nulla del secondo esemplare promesso dal romanziere a Madame Hanska. Ma, per quanto riguarda quello mandato a Torino a Costanzo Gazzera, confermo che si tratta di un esemplare comune di una edizione che già Balzac giudicava, senza esitazioni, «mauvaise». [...].

 

 

  Franco Simone, Tra le ultime «illusioni perdute». La morte di Balzac, «La Stampa», Torino, Anno 100, Numero 227, 6 Ottobre 1966, p. 3.

 

  Balzac morì il 18 agosto 1850. La morte, pur attesa, colpì Parigi di tanto stupore da convincere Victor Hugo a riconoscere che, nello stesso istante, il romanziere entrava nella tomba e nella gloria. Ma nella tomba gloriosa Balzac entrò con serenità o con sgomento? Con quale animo affrontò la morte lo scrittore che tante volte si era compiaciuto a descriverla? Ad un interrogativo che, da oltre un secolo, è stato oggetto di infinite discussioni, la precisione ormai raggiunta dagli studi balzacchiani offre, finalmente, una risposta verosimile e convincente.

  Nel 1850, a cinquantun anni, Balzac persegue ancóra un sogno che aveva non poco tormentato la maturità dell’uomo e dello scrittore. Conosciuta nel 1832 la signora Hanska, da allora il romanziere non altro desidera che legare a sé per la vita la bella contessa polacca. Volendo realizzare il suo sogno, Balzac incontra cento ostacoli e, ad uno ad uno, coraggiosamente li supera. Attende che nel ‘41 muoia il marito legittimo, il conte Hanski; favorisce nel ‘46 le nozze della figlia Anna, sollecita l’autorizzazione della polizia russa, soggiorna in Ucraina, progetta persino di diventare suddito dello Zar. Fino all’ultimo non è affatto sicuro di giungere alla mèta.

  La signora Hanska che, favorendo generosamente le follie finanziarie dell’amico, a poco a poco ne conosce tutti i difetti, sembra preferire un amante lontano ad un marito vicino. Soltanto nel ‘50, quando insieme hanno atteso e pianto un figlio nato morto, la «bella straniera» non sa più come opporre altri indugi alle insistenze del romanziere e nel marzo, con una cerimonia segreta, si unisce in matrimonio con Balzac. Ormai lo sposo è un uomo logorato dal lavoro, quasi cieco, incapace di scrivere, condannato dal cuore ammalato a pochi mesi di vita. La signora Hanska ha ragione quando dice di essere non la moglie di Balzac, ma la sua infermiera.

  Fu Eveline de Balzac una infermiera premurosa? Dal 1850, e più ancora dopo la morte (1882), le difese e le apologie della signora Hanska si sono susseguite con una frequenza degna di miglior causa. Ancora un anno fa, nella sua biografia del romanziere, A. Maurois ha colto l’occasione per tessere l’elogio della «soeur grise» che Eveline sarebbe stata, confermando la tesi di autorevoli specialisti secondo i quali l’uomo che nel ‘47 era partito per l’Ucraina per essere rigenerato nella felicità, quello stesso uomo era ritornato a Parigi, nel maggio del ‘50, ammalato di una passione che lo avrebbe ucciso. La lettura di documenti rimasti fino ad oggi riservati e, soprattutto, la pubblicazione delle lettere di Eveline de Balzac alla figlia consigliano di trasformare completamente il quadro romantico in cui campeggia un Balzac «tué par l’amour».

  Già O. Mirbeau si era fatto portavoce di una testimonianza che il pittore Jean Gigoux aveva confidato non, soltanto al Mirbeau, come sovente si ripete, ma anche a Rodin e al poeta Heredia. Nei mesi che la signora Hanska visse a Parigi come moglie di Balzac, non pare che la contessa abbia saputo frenare la sua irrequietezza sentimentale. Testimonianze della famiglia avevano presto sottolineato che il romanziere non era stato curato con sollecitudine, che egli stesso aveva denunziato le leggerezze della moglie, che Eveline, in attesa del peggio, cercava nuovi appoggi e un sicuro avvenire. Nella visita che Victor Hugo fece all’amico morente, il poeta non trovò al capezzale di Balzac la moglie.

  Ora, proprio Mirbeau precisa che, in quei tristi giorni, l’affascinante infermiera era impegnata in nuovi rapporti sentimentali con Jean Gigoux. Il pittore, molti anni più tardi, ricorderà, non senza civetteria, una scena che sarebbe grottesca se non fosse raccapricciante. Negli istanti in cui Balzac agonizza, nel salotto vicino Eveline Hanska si consola tra le braccia di Gigoux. Sollecitata ad accorrere presso il morente, si rifiuta; neppure la convince il rantolo del marito; soltanto la decide il consiglio dell’amico che finalmente l’abbandona discinta allo sguardo severo della servitù. Balzac muore senza il conforto della moglie.

  Quanti mai commenti ha suscitato questo quadro! Gli uni lo hanno negato, gli altri lo hanno confermato. Ma, ora, i nuovi documenti e le sicure testimonianze sono in grado di decidere la lunga disputa. Un primo fatto è certo. Morto Balzac, la vedova attira in casa il giovane Champfleury e, fingendo d’incaricarlo di ordinare i manoscritti dello scrittore, lo circuisce, lo finanzia, lo entusiasma per quasi un anno. Poi, viene il matrimonio con Jean Gigoux col quale, dal ‘52, Eveline de Balzac vive senza contrasti fino alla morte. Commentano simili rapporti sentimentali e coniugali le confidenze che la signora Hanska scrive alla figlia.

  Balzac è morto nell’agosto e, già nel novembre, la vedova racconta con estrema disinvoltura, i particolari della sua vita mondana e li commenta nel modo seguente: «Mai la mia salute è stata più florida; ma non bisogna dirlo. A tutti bisogna dire che sono ammalata». Nel maggio del ‘51, nove mesi dopo la morte del marito, confessa di divertirsi molto nei «cafés-chantants» e di andare, talvolta, in qualche ambiente equivoco («je ne sais quel moulin-rouge»). Nel settembre non rinuncia ai bagni di mare e così si descrive alla figlia: «Fumo come un vulcano o, per esprimermi meno poeticamente, come un vecchio lupo di mare. Credo che giungerò a masticare tabacco. A questo conduce l’abuso dell'Oceano!». In questa donna non è, certo, facile riconoscere la signora alla quale Balzac scriveva: «Ti prego di ben comprendere quanto io apprezzi una creatura quale tu sei, incapace di intrighi, di debolezze, disposta soltanto ad amare nel modo più candido e più semplice».

  La verità è che Balzac di proposito aveva voluto ingannarsi. E’ stato precisato con esattezza che tante effusioni sentimentali ed erotiche che riempiono Les Lettres à l'Etrangère si fanno più insistenti soprattutto dopo la morte del conte Hanski. Pare certo che, quando ebbe la sicurezza di mettere la mano sul patrimonio cospicuo della bella polacca, soltanto allora Balzac legò fedelmente il suo cuore alla donna che gli apriva la possibilità di raggiungere la posizione sociale ed economica cui aspirava da tutta la vita.

  Tuttavia, a difesa di Balzac rimane un’altra certezza non meno significativa. Il suo sogno — diventare il principe consorte della castellana di Wierzchownia — Balzac coltivò soltanto quando avvertì che con le sue proprie forze non sarebbe più diventato il principe delle lettere francesi. Dopo Le Cousin Pons e La Cousine Bette il romanziere è finito (1847). Allora Balzac si aggrappa alla realtà immediata, sviluppa sentimenti contrari al suo temperamento, corre in Ucraina, in Germania, in Italia, quasi perseguitando la ricca vedova e la sua ingenua figlia. E quando raggiunge il sogno, questo sfuma, come La Peau de Chagrin, perché lo Zar consente le nozze del romanziere con la vedova del conte Hanski al patto che il patrimonio venga devoluto alla figlia del primo letto.

  L’infedeltà della bella straniera è l’ultima tappa di un destino che Balzac si costruì con le sue proprie mani. In punto di morte, lo scrittore ebbe l’ennesima prova che «se la donna restava il suo sogno, sempre egli aveva teso le braccia alle illusioni». Forse l’aristocratica polacca non sopportò un corpo disfatto, le tristezze di una disastrosa situazione economica, la solitudine di un avvenire incerto. Balzac avvertì, prima di ogni altro, una evidente evoluzione sentimentale, visse l’ultima delle sue «illusions perdues», e, nell'agonia, non pronunciò il nome di Eveline. Forse prevedendo che sarebbe morto non di amore ma disilluso, il romanziere da giovane aveva scritto: «I grandi uomini sono come gli scogli. Vi restano attaccate soltanto le ostriche».

 

 

  Franco Simone, L’Italia nella letteratura francese. Pugnali e veleni, «La Stampa», Torino, Anno 100, Numero 255, 8 Novembre 1966, p. 5.

 

  Mai come negli anni della strage di San Bartolomeo (1572) la civiltà italiana fu con più certezza identificata con il mito italiano; mai, come allora, ogni difetto e tutte le colpe furono attribuite ai nostri pugnali e ai nostri veleni. Una condizione politica e sociale del tutto contingente sarà ricordata, ancora due secoli dopo, da Balzac quando osserverà che, in quegli anni avendo avuto il mito italiano un nuovo sviluppo, proprio da allora quando i romanzieri vollero introdurre degli italiani nei loro racconti, sempre li descrissero nel ruolo o di assassini o di avvelenatori (1842: Sur Catherine de Médicis). Le statistiche confermano Balzac. Ben presto il viaggio in Italia diventò un genere letterario fra i più diffusi nella cultura europea. Tuttavia, bisogna sottolineare che il genere fu coltivato soprattutto dai viaggiatori francesi.

 

 

  Zygmunt L. Zaleski, La présence de la Pologne et d’autres pays slaves dans la vie et dans l’œuvre de Balzac, «Antemurale», Romae, Londinii, Institutum Historicum Polonicum, Societas Polonica Scientiarum et Litterarum in Exteris, Vol. X, 1966, pp. 355-377.

 

  La présence des éléments slaves se manifeste chez Balzac sur trois plans: il s’agit, premièrement, des personnages slaves — polonais avant tout — dans la «Comédie Humaine».

  En second lieu une exploration s’impose pour faire en quelque sorte l’inventaire des amitiés et des contacts slaves dans la vie même de Balzac. Ces relations slaves gravitent certes autour du personnage central de beaucoup le plus important, Mme Hanska, mais qui cependant n’épuise pas toute la richesse scintillante des rencontres avec les Russes et les Polonais avant tout.

  Troisièmement, il nous semble nécessaire de poser et approfondir le problème slave, surtout russo-polonais, du point de vue des préoccupations politiques très vivaces chez Balzac. […].

  Ce problème mérite d'être traité dans toute son étendue et dans toute sa signification morale et psychologique.

  Sans vouloir insister spécialement sur les personnages slaves de la «Comédie Humaine», remarquons cependant que le compartiment russe est ici relativement pauvre. Quelques profils furtivement aperçus, quelques allusions sans véritable importance ... Il est vrai que Balzac a formé ici de vastes projets. Il s’est proposé d’écrire un roman consacré à la campagne de Napoléon en Russie, mais vue du côté russe précisément. Ce projet figure même sous le titre de la Bataille dans le prospectus de la «Comédie Humaine». Il avait également l’intention d’écrire un drame tiré de l'histoire de la Russie, «Pierre et Catherine». Ni l’un, ni l’autre de ces projets ne sera jamais réalisé.

  Le compartiment serbe est plus favorisé. Sous l’influence de Charles Nodier, de Mérimée et sa «Guzla», et du «Voyage en Orient» de Lamartine, Balzac semble s’intéresser réellement […] aux fastes de la Serbie et surtout à la femme du peuple serbe. On trouve les traces de cet intérêt dans «Un Début dans la Vie», sans parler d’une fugace allusion dans «Massimila Doni». C’est surtout la femme serbe qui attire l'attention passionnée du romancier. […].

  Enfin les personnages polonais de la Comédie Humaine méritent un moins bref examen. Ils sont nombreux, les plus nombreux parmi les figures slaves. Bien entendu c’est à l’Etrangère, Mme Hanska, que nous devons cette richesse des figures polonaises dans l’oeuvre balzacienne. N’oublions cependant pas que Balzac tellement sensible à toute la chatoyante complexité des événements de son époque fait connaissance des émigrés polonais et aussi de certains Russes avant de connaître sa future femme. L’influence de Mme Hanska cristallise ces données, rehausse peut-être le sens de toutes ses expériences éparses qui devaient cependant se produire avant l’irruption de l’Etrangère dans la vie de Balzac ou indépendamment de leur rencontre épistolaire. […].

  Il est cependant nécessaire de constater que malgré toutes sortes de critiques et de variations d’opinion de Balzac sur les choses polonaises, fluctuations et même contradictions qui correspondent d’ailleurs à la diversité et aux contradictions d’opinions des Polonais eux-mêmes de son temps, il est difficile de ne pas admettre une sorte de «préjugé favorable» qui se profile spontanément dans toute cette scintillante diversité d’opinions de Balzac sur la Pologne et ceci en dehors et antérieurement à la rencontre de Mme Hanska. Ces préjugés favorables correspondent peut-être — si l’on admet cette terminologie psychanalytique — à la tendance du super-ego de la collectivité française de cette époque saturée de souvenirs napoléoniens et impressionnée par les événements de 1830.

  Dans tous les cas, si l’on veut se rendre compte de l’aménagement moral véritable de ce compartiment polonais et slave dans la vie et dans l’œuvre de Balzac, il est indispensable, certes, de reconnaître non seulement les limites et la complexité chatoyante, parfois contradictoire de l’influence de Mme Hanska sur Balzac, mais avant tout de se laisser pénétrer et en quelque sorte contaminer par la bouleversante existence morale du grand écrivain dont la nature semblait être sculptée par une implacable volonté d’exubérance, de tendresse et de grandeur.


 

 

Adattamenti radiofonici.

 

 

  La donna di trent’anni di Honoré de Balzac. Adattamento di Nicola Manzari. Regia di Amerigo Gomez. Otto puntate, Secondo programma, marzo 1966.

 

  Cfr. 1956.

 

 

  Pelle di zigrino di Honoré de Balzac, adattamento di E. Pannunzio e G. Montesanto. Regia di Amerigo Gomez. Cinque puntate, Programma nazionale, settembre 1966.

 

  Cfr. 1963.



Marco Stupazzoni

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