giovedì 30 aprile 2020



1953


 


 

Traduzioni.

 

 

  Honoré de Balzac, La cugina Betta, Traduzione di Ugo Dèttore, Milano, Rizzoli Editore, (novembre) 1953 («Biblioteca Universale Rizzoli», 646- 650), pp. 468.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 567.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Nota, pp. 5-9. [cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici].

 

  Traduzione, nel complesso, fedele e corretta rispetto al modello originale.

 

 

  Honoré de Balzac, Appendice dell’Unità. Papà Goriot. Grande romanzo di Honoré de Balzac, «l’Unità. Organo del Partito comunista italiano», Roma, Anno XXX (Nuova Serie), N. 10, 10 gennaio-N. 108, 18 aprile 1953 (85 puntate), pp. 4, 6; ill.

 

  Traduzione alquanto lacunosa e maldestra del capolavoro balzachiano, come testimonia questo estratto desunto dall’incipit del romanzo:

 

  La signora Vauquer, nata di Conflans, è una donna anziana che da quarant’anni gestisce a Parigi una pensione borghese sita in via Nuova Santa Genoveffa, tra il Quartiere Latino e il sobborgo San Marcello. La pensione, nota sotto il nome di Casa Vauquer, accoglie imparzialmente uomini e donne, giovani e vecchi, e tuttavia la maldicenza non ha mai attaccata la moralità di quella rispettabile istituzione.

  La facciata della pensione guarda verso un minuscolo giardino, cosicché la casa cade ad angolo retto sulla via Nuova Santa Genoveffa, dove la vedrete tagliata in profondità. Lungo la facciata, tra l’edificio e il giardinetto si stende uno spiazzo acciottolato largo una tesa, affiancato da un viale sabbioso, bordato di gerani, di lauri rosa e di melograni piantati entro grandi vasi di maiolica bianca e turchina. Si accede al viale da una porta bastarda, sormontata da un cartello sul quale si legge: CASA VAUQUER, e sotto: Pensione borghese per ambo i sessi e altri.

  La signora Vauquer, che ha circa cinquant’anni, assomiglia a tutte le donne che hanno avuto delle disgrazie. Ha l’occhio vitreo e l’aria innocente d’una mezzana che fa la ritrosa per farsi pagar meglio, pronta a tutto, però per addolcire la propria sorte. Ciononostante, in fondo è una buona donna dicono i pensionanti. i quali la credono priva di mezzi, sentendola gemere e tossire come loro. Chi era stato il signor Vauquer? Essa non dava mai troppe spiegazioni sul defunto. E come aveva perduto il suo patrimonio? Rovesci di fortuna rispondeva la donna; il marito si era comportato male verso di lei, le aveva lasciata soltanto gli occhi per piangere, quella casa per vivere e il diritto di non compatire ad alcuna disgrazia, perché diceva, essa aveva sofferto tutto il soffribile.


 

 

 

Studî e riferimenti critici.

 

 

  Nota, in Honoré de Balzac, La Cugina Betta ... cit., pp. 5-9.

 

  Honoré de Balzac, il padre del romanzo realistico, nacque a Tours il 20 maggio 1799. Fu dapprima avvocato, poi aiuto di notaio e finalmente socio di un editore; ma in nessuna di queste attività, che pure dovevano fornirgli spunti e ritratti per la sua opera letteraria, si ritrovò, in nessuna raggiunse il minimo successo: le imprese editoriali, inoltre, non gli procurarono che disinganni e debiti, per pagare i quali – oltre che per dare sfogo a un’irresistibile vocazione, a un’irrefrenabile piena creativa – cominciò, a partire dal 1829, a scrivere.

  Né riuscì la letteratura a dargli calma e riposo: temperamento a cui la natura stessa negava ogni specie di tranquillità, e ossessionato, inoltre, dal bisogno di denaro richiesto dalle sue molte altre imprese sbagliate o disgraziate nonché da un irreprimibile gusto per lo spreco, egli continuò a scrivere, in un’ansia senza pause e senza precedenti, quindici ore al giorno, «terminando le sue opere come in un’ebbrezza della fantasia alimentata da innumerevoli caffè. Lo stampatore veniva a ritirare le pagine manoscritte l’una dopo l’altra, ed egli correggeva le bozze, apportandovi interminabili aggiunte col medesimo ardore, esasperando i tipografi. Era fiero della sua eccezionale potenza di creazione e di lavoro: si considerava il “Napoleone della letteratura”», e finì per ammazzarsi letteralmente di fatica. Aveva, infatti, da poco sposato la contessa Hanska, sua vecchia amica, quando il 18 agosto 1850, a Parigi, cadde fulminato da un attacco apoplettico.

  Cinquantun anni di vita: ventuno di ininterrotta febbre letteraria, durante i quali pubblicò duemila pagine diranno, novantasei romanzi che, suddivisi in differenti serie chiamò complessivamente Commedia umana. Ecco I principali titoli: “Scene della vita privata”: Gobseck (1830), La donna di trent’anni (1831-42), Il colonnello Chabert (1832); “Scene della vita di provincia”: Eugenia Grandet (1833), Il giglio nella vallata (1835), Orsola Mirouet (1841), Una casa di scapolo (1842); “Scene della vita parigina”: Papà Goriot (sic) (1834). Grandezza e decadenza di Cesare Birotteau (1837), La cugina Betta (1846), Il cugino Pons (1847); “Scene della vita politica”: Un affare tenebroso (1841); “Scene della vita militare”: Gli “chouans” (1829); “Scene della vita di campagna”: Il medico di campagna (1833), Il parroco di villaggio (1839-46), I contadini (1844). E oltre alla Commedia umana scrisse studi filosofici, alcune commedie, una serie di racconti rabelaisiani, eccetera.

  La cugina Betta (La cousine Bette) è il primo dei due romanzi elle il Balzac riunì sotto il titolo di I parenti poveri, e di cui Il cugino Pons costituisce il secondo. A loro volta, I parenti poveri sono solo una parte – come s’è visto – delle Scene della vita parigina, le quali, infine, rappresentano appena una delle sei raccolte in cui si suddivide la Commedia umana. Sebbene le proporzioni di questo romanzo siano notevoli, ci troviamo, quindi, di fronte solo a un particolare di un edificio narrativo enorme – se pure sciolto in ogni suo elemento – il più vasto e ambizioso che uno scrittore abbia mai concepito e portato pressoché a compimento.

  Il Balzac scrisse La cugina Betta nel 1846, quattro anni prima di morire, in uno dei momenti più critici della sua vita, assillato dal bisogno, oppresso dai debiti, perseguitato dai creditori. Egli era riuscito, nel marzo di quell’anno, a fare un rapido viaggio in Italia – e continue tracce di quel suo soggiorno sono a ogni passo del libro sbarcando a Civitavecchia e di là portandosi a Roma, ove soggiornava la sua grande amica, la contessa Hanska. E in Italia era rimasto, visitando musei e monumenti e frequentando la scelta società della Hanska (della quale faceva parte quel principe di Teano che aveva sposato la cugina della contessa, e a cui il Balzac dedicò il romanzo), sino alla fine del successivo aprile, allorché dovette far ritorno a Parigi, per tentar di fronteggiare i suoi difficili impegni.

  E fu nell’estate del ‘46 che lo scrittore compose da cima a fondo i due romanzi dei Parenti poveri, iniziando, ai primi di luglio, dalla Cugina Betta. Il 28 giugno egli scriveva, infatti, alla Hanska: «Sto per applicarmi alla Cugina Betta, terribile romanzo, poiché il carattere della protagonista è un miscuglio di mia madre, della signora Valmore e di zia Rosalia. Sarà la storia di non poche famiglie». Il Balzac, in quel tempo, aveva incresciosissimi dissensi con sua madre, che non smetteva di premurarlo in ogni maniera perché egli le rendesse le rilevanti somme da lei prestategli; zia Rosalia era una prozia della Hanska, ostile al matrimonio della pronipote col Balzac: chiare, dunque, le relative allusioni. Quanto invece a Marceline Desbordes-Valmore – poetessa e romanziera di appassionata sensibilità, sposa e madre esemplare – non si comprende davvero per qual verso possa essere intervenuta nella nascita della torbida e sconcertante figura della cugina Betta, ovvero la signorina Lisabetta Fischer di cui qui si narra la storia.

  Una storia di rancori, di vendette, di ipocrisie, in definitiva della vittoria (in cui il Balzac credeva fermamente) del male sul bene: e lungo tutte le sue pagine, incombente e paurosa, la mancanza di denaro. Nessuna meraviglia – a ricordare le condizioni nelle quali l’opera fu concepita e creata – che l’affannosa ricerca del denaro ne divenisse il principale motivo conduttore, e ne costituisse una sorta di clima ossessivo, in cui ogni cosa viene ridotta in cifre, e l’amministrazione privata di ogni personaggio viene calcolata con minuzia di computista.

  Nessuna meraviglia. Ma in realtà è meraviglioso che un uomo nelle condizioni del Balzac, invece di cedere allo scoraggiamento, mantenga tanta forza creatrice da sfruttare lo stesso proprio stato d’animo agitato, per farne il motivo drammatico di una narrazione, e da fare di questa narrazione una delle sue creazioni più armoniche e compatte

  Non sono molti, infatti, i romanzi del Balzac in cui le vicende si intreccino con maggiore necessità per formare un tutto unito, dal quale non si potrebbe distrarre un solo elemento, senza compromettere l’armonia dell’insieme. E non sono molti i suoi romanzi in cui l’osservazione della vita si trasfiguri con egual naturalezza fino a creare una verità dell’inverosimile.

  Perché, molta parte della trama della Cugina Betta è inverosimile, e finanche, a tratti, decisamente assurda. Inverosimili i particolari esteriori, la meccanica dei rapporti tra i personaggi; ma il guscio romanzesco o addirittura popolaresco che racchiude vicenda ed episodi si adatta mirabilmente a far risaltare la verità umana dei personaggi e la verità d’arte del loro clima. Così come il linguaggio convenzionale dei loro dialoghi diviene miracolosamente espressivo di caratteri, di stati d’animo, di passioni. Tanto è vero che il genio può costruire con qualsiasi materiale.

  Nessun piano preventivo guidò, del resto, il Balzac nella redazione di quest’opera: «È una cosa che cresce e si allunga ogni giorno più», scrisse egli stesso; «e io non voglio sciupare un soggetto così bello: ho bisogno di tutti i suoi sviluppi». E così La cugina Betta, la prima redazione della Cugina Betta, fu scritta in sei settimane!

  Come d’abitudine, il Balzac vi ritornò su a più riprese, nel manoscritto, nella copiatura, nella correzione delle bozze di stampa; e, come d’abitudine, sempre per aggiunger testo a testo, raddoppiandone, triplicandone l’estensione, quasi mai per cancellar nulla. Finanche dopo la sua pubblicazione in appendice sul “Constitutionnel” che si protrasse dall’8 ottobre al 3 dicembre dello stesso anno, egli riprese a rielaborare l’opera, la quale assunse la sua forma definitiva solamente nella prima stampa in volume, che apparve nel 1847-48, per le edizioni «Chlendowski et Pétion», seguita, a distanza di un anno, dall’inclusione nell’edizione generale della Commedia umana; della quale, insieme con Il cugino Pons, venne a formare il diciassettesimo tomo.

  La terribile fatica che da sedici anni il Balzac s’era imposta, finì per ammazzarlo. Fu proprio dopo la stesura di questi due romanzi che egli cominciò a dar segni di un inguaribile esaurimento. Il 20 dicembre 1846 egli scrive, infatti, alla contessa Hanska, che il suo medico, il dottor Nacquart, lo aveva ammonito di fare attenzione alla propria salute, messa in serio pericolo dall’eccesso di lavoro. E adopera un verbo che nella sua volgare crudezza dà tutta la misura della febbre creativa che l’aveva consumato e della coscienza che egli ne aveva, un verbo nel quale è l’involontaria sintesi della sua stessa vita: «La mia salute è stata ormai atterrata dagli sforzi cagionatimi dalla Cugina Betta, “vomie” in appena due mesi ...».

 

 

  Fragaglia, «Il Foglietto. Giornale della Daunia», Foggia, Anno XXXIX (nuova serie), N. 31, 17 settembre 1953, p. 3.

 

  Honoré de Balzac era uomo che sapeva apprezzare i piaceri della vita. Così quando uno zio, vecchio e avaro, morì lasciandogli una discreta sommetta, lo scrittore comunicò la lieta novella agli amici con queste parole: «Ieri mattina alle cinque, mio zio ed io siamo passati a miglior vita».

 

 

  Accaduto … a Balzac, «La Voce del Popolo. Giornale della Provincia di Taranto», Taranto, Anno 70, N. 40, 18 Ottobre 1953, p. 4.

 

  A Onorato Balzac, quand’era giovane, la sorella domandò qual’era (sic) il suo ideale per la vita. «Essere celebre ed esser» amato», rispose Balzac. «E quando sarai più avanti con gli anni?» domandò ancora la sorella. «Essere celebre», fu la risposta.

  Se ai tempi di Balzac ci fosse stata la Cubana, la fumosa Brillantina Vegetale Cubana della Aly Mariani & C. di Roma, che dona ai capelli il colore naturale, la seconda risposta sarebbe stata come la prima: «Essere celebre ed essere amato!».



  Umberto Barbaro, Modelli di stagione. Non luogo a procedere, «l’Unità. Organo del Partito comunista italiano», Roma, Anno XXX (Nuova Serie), N. 268, 29 settembre 1953, p. 3.

 

  Che non sia lecito, da un soggetto, arbitrarsi ad azzardare un giudizio di valore artistico è ovvio: da quanto ho raccontato di sopra mi sembra debba risultare, altrettanto ovviamente, l’assurdità, del credere di poter dedurre, da un semplice soggetto, un giudizio di ordine morale. Anche, si badi bene, se si conoscono le idee e le posizioni, morali dell’autore. Perché, nella società divisa in classi, non è infrequente che gli artisti credano di dover disancorare la loro attività di pensiero e la loro attività pratica da quella artistica; cosicché può succedere che la loro opera esprima, di fatto, una ideologia diversa, o addirittura opposta a quella che essi professano. È il caso, tante volte citato, di Balzac. «Indubbiamente Balzac era legittimista: la sua grande opera è un’elegia continua sull’irreparabile decomposizione del gran mondo; le sue simpatie vanno tutte alla classe condannata a morire ...». Ma «egli ha visto l’ineluttabilità del crollo dei suoi cari aristocratici» e li ha descritti come esseri «che non meritavano una migliore sorte: egli ha visto i veri uomini dell’avvenire là dove si trovavano effettivamente al suo tempo ...» (Engels, Lettera a Miss Harkness); e insomma l’opera di questo codino è, contro le sue intenzioni, un’opera positivamente progressista e rivoluzionaria. E a chi dubitasse dell’interpretazione di Engels, che è poi quella di Marx, che recentemente è stata ripresa, illustrata e sviluppata dal Lukács, si può ricordare l’interpretazione, non sospetta, di Emile Zola che, nel suo studio sul romanzo, dava del Balzac esattamente lo stesso giudizio: o si può ricordare l’odio di classe che trasuda nelle parole di una aristocratica protagonista di Marcel Proust, Madame de Ville Parisis, che sdegnosamente diceva: «Balzac s’è sforzato per tutta la vita a dipingere una società dalla quale non era ricevuto» (come se, tra parentesi, il fatto di non ricevere Balzac non fosse un nuovo motivo di disonore per quella società).

 

 

  Bernard Berenson, Diario, «Corriere della sera», Milano, Anno 78, N. 97, 23 aprile 1953, p. 3.

 

  Le (sic) «Mémoires de deux jeunes mariées» di Balzac è un’esposizione lirica del problema del matrimonio, condotta attraverso le lettere che due giovani donne dell’alta società e alcuni altri personaggi si scambiano, dando materia psicologica e motivi di azione al racconto. Louise, bellissima, vivace, ricca di talenti c di un fascino che abbaglia lei medesima, cerca, per la sua vita, l’amore, la passione, il piacere, il diletto e niente altro. Vive, insomma, per tramutare in realtà i propri sogni; e questi assorbono non solo tutto il suo universo, ma principalmente l’essere per cui arde e si consuma: l’amato. Louise l’ama gelosamente, esclusivamente; e finirebbe per ucciderlo o uccidere se stessa, come infatti accade quando sospetta la infedeltà del suo secondo marito.

  La profondità d’immaginazione dimostrata nelle sue lettere di grande amatrice è perfin superata nelle risposte della sua tanto casalinga amica, Renée, la quale si richiama sempre all’ordine sociale, alla famiglia e alla maternità. Nell’insieme si ha proprio un quadro di Amor Profano e di Amor Sacro. Poi, volendo, si può vedervi anche una illustrazione del detto di un Cinese, che noi Occidentali trattiamo l’amore come una pentola d’acqua calda da lasciar sopra un fornello spento, mentre essi lo trattano come una pentola d’acqua fredda, sì: ma da posare sopra un fornello acceso. La nostra, quindi, si raffredda, e la loro diventa sempre più calda.

  Ora è la vasta ed intima percezione delle gioie e delle pene connesse con l’uno e con l’altro di tali modi di vita a rendere così ammirevole e bella l’opera di questo Balzac matrimoniale.



  Jean-Jacque (sic) Bernard, Balzac et le théâtre. Commento e note di A. M. Zanelli, «Le Lingue nel mondo. Unica rivista italiana di cultura linguistica», Firenze, Anno XVIII, N. 8, 31 Agosto 1953, pp. 323-326; 1 ill.

 

  Honoré de Balzac (Tours, 1799-Parigi, 1850), fecondissimo romanziere, autore della Comédie humaine, è meno noto come scrittore di teatro, forma d’arte per la quale era evidentemente meno dotato. È tuttavia con un romantico dramma Cromwell (mai terminato e non giunto a noi [sic]), che egli inizia la sua carriera di scrittore; e lo accompagnerà per tutta la vita l’ambizione di ottenere un clamoroso successo teatrale.

  Il valore più autentico di questo scrittore consiste nella sua particolare nuova maniera di rappresentare la realtà: realista attento e meticoloso osservatore, la realtà osservata si trasforma nei suoi romanzi in vita vissuta: i caratteri dei suoi avari, dei suoi giovani ambiziosi, dei suoi banditi senza scrupoli, delle fanciulle innamorate e di tanti altri personaggi, sono a volte ingrossati, esagerati, ma forse appunto per questo essi sembrano vivere, muoversi, agire in una realtà autentica. Balzac ha genialmente immaginato di collegare fra loro i suoi romanzi, facendovi ricomparire gli stessi personaggi, cosicché attraverso le varie Scènes («de la vie privée, de la vie de province, de la vie parisienne, de la vie politique, de la vie militarne, de la vie de campagne») che costituiscono le sue Études de moeurs, egli è venuto rappresentando drammaticamente tutta una società, tutto un mondo. La sua originale idea è poi stata ripresa da Proust, Duhamel e altri.

  Scrittore non sempre piacevole, a volte disordinato, sovraccarico, e con qualche grave difetto di stile, è stato molto studiato e discusso: non piacque fra gli altri al Sainte-Beuve, che gli fu nemico, mentre fu acutamente compreso nella sua essenza dal Baudelaire, il quale, quando tutti non vedevano in Balzac che un realista, lo definì «visionnaire». [...].

 

  L’attention vient d’être à nouveau attirée sur Balzac dramaturge par les excellentes représentations qu’a données, des Ressources de Quinola, la Compagnie théâtrale d’amateurs de la S.N.C.F. (Société Nationale des Chemins de Fer Français), L’Équipe, qu’anime avec autant de sûreté que de goût M. Henri Demay, son metteur en scène.

  L’Équipe donne ses représentations dans la grande salle qu’a aménagée à son intention la S.N.C.F. contre la gare d’Austerlitz, sur les rives de la Seine.

  Jouer les Ressources de Quinola était une entreprise hardie, mais intéressante: elle se situe dans la ligne des efforts que poursuit L’Équipe depuis plusieurs années: ressusciter sinon des chefs-d’œuvre (y a-t-il vraiment des chefs-d’œuvre à ressusciter?), mais des demi-chefs-d’œuvre, ou tout au moins des ouvrages plus ou moins manqués, mais offrant des particularités, des intentions, voire des éclairs de génie, qui justifient cette prospection. […].

  Cette fois, L’Équipe tournait ses recherches vers le XIXème siècle et c’est ainsi qu’elle alla déterrer ces Ressources de Quinola, dont l’échec en 1842 avait bien semblé définitif.

  Il est certain que Balzac n’était pas homme de théâtre. Cela n’est pas nouveau. Il est non moins certain qu’un génie tumultueux comme le sien déborde ses propres limites. Un romancier de cette trempe abordant le théâtre n’y apporte rien d’indifférent. Mais le théâtre n’est pas le roman, et le plus grand écrivain, dans un domaine qui n’est pas le sien, peut être trahi par le métier.

  On raconte que Balzac, rencontrant un soir, dans un couloir de théâtre, Alexandre Dumas père, lui dit: «Quand je serai fatigué d’écrire des romans, je ferai des pièces». Dumas, qui connaissait bien les complexités et les embûches du métier dramatique, lui répondit: «Alors commencez tout de suite».

  La carrière de dramaturge de l’auteur de la Comédie-Humaine est jalonnée par quelques échecs, ou pour le moins de demi-succès. Ce fut d’abord Vautrin, le 14 Mars 1840, qui portait à la scène cet extraordinaire personnage d’aventurier que l’on trouve dans plusieurs des romans (le Père Goriot, Illusions perdues, Splendeurs et Misères des Courtisanes). De nos jours, M. Edmond Guiraud a fait de ce Vautrin une bonne adaptation. Les Ressoucers (sic) de Quinola viennent ensuite (19 mars 1842). Puis ce fut Paméla Giraud, le 26 Septembre 1843, la Marâtre, le 25 Mai 1848, enfin le plus connu de ses ouvrages, Mercadet ou Le Faiseur, écrit en 5 actes avant 1840, réduit ultérieurement en 3 actes par Dennery et créé dans cette version au Théâtre du Gymnase le 9 Septembre 1851. Le Faiseur est encore joué de nos jours, mais point dans sa forme originale; il a fait l’objet de quelques adaptations, notamment celle de Mme Simone Jollivet, que Charles Dullin 25 joua au Théâtre de l’Atelier et qui marqua un des rôles les plus saisissants de ce grand comédien.

  Que dire de ces Ressources de Quinola que L’Équipe vient de nous offrir? Une bonne pièce? Certainement pas. Une pièce curieuse par sa conception, par certaines scènes où l’on sent la patte du grand homme, per certains éclairs, même, de génie ? Oui, sans doute. Une pièce valable; comme le suggère la notice de L’Équipe? Peut-être.

  « Nous pensons, nous dit L’Équipe, que la forme de représentation que nous lui avons donnée prouvera la valabilité de cette pièce Elle ne doit pas être considérée absolument comme une œuvre intellectuelle, mais comme une manifestation de théâtre populaire pur et simple. C’est là notre sentiment; le partagerez-vous»?

  Or, justement, ce dont il faut louer M. Henri Demay et sa compagnie, c’est d’avoir trouvé une forme de représentation adéquate à une œuvre proprement injouable, et qu’ils ont réussi par là même à rendre valable.

  Certes, je ne me suis pas senti d’emblée convaincu. Plusieurs fois, j’ai songé, pendant la première partie: «Que d’efforts, que de temps, que de fantaisie, que d’ingéniosité, que de talent dépensés pour un ouvrage qui ne méritait pas cela! Après l’Ile de la Raison, après Est-il bon? Est-il méchant?, heureuses résurrections, L’Équipe, avec ces Ressources de Quinola, n’est- elle pas en train de s’égarer dans de vaines recherches?».

  Sans être absolument persuadé, de la réelle valabilité de la pièce, je dois dire, que ce premier sentiment s’est dissipé par la suite. Je rends cet hommage à L’Équipe qu’en nous restituant un tel ouvrage, avec le goût, la justesse dans la fantaisie, l’ingéniosité du décor et l’harmonie des costumes […].

  Pour juger la pièce, il faut d’abord nous rappeler qu’elle fut écrite en pleine époque du mélodrame. C’est un mélodrame historique d’un genre assez particulier: il se fonde sur une hypothèse à vrai dire fragile. Au XVIème siècle, un certain Fontanarès, précurseur de Fulton aurait imaginé la machine à vapeur. Aussitôt connue l’extraordinaire nouvelle — un bateau qui va marcher tout seul ! — voilà que foisonnent autour du génial inventeur tous ces profiteurs que l’on voit surgir dans les temps, telles des mouches sur des gâteaux de miel. Ici, c’est la projection même de la vie torturée de Balzac, en proie jusqu’à la fin aux usuriers et aux gredins; le malheureux Fontanarès verra se dresser contre lui toutes les puissances du jour; et la gloire même de son invention lui sera dérobée par son principal créancier. Trahi par les hommes, il sera en outre tiraillé par les femmes, et il devra son salut à l’amour de l’une d’elles, une pure Marie que Balzac a peinte sous des traits touchants. Mais il le doit aussi aux ressources de Quinola, précisément. Qu’est-ce donc que ce Quinola qui tire les ficelles des marionnettes? C’est le valet de Fontanarès, une sorte de transposition de Scapin dans le mélodrame, le ressort et l’image de la pièce, tumultueux, inconsistant, artificiel, savoureux et bouffon comme elle, cette pièce que l’on trouve souvent exécrable et qui vous prend brusquement par un éclair; drame, au fond, d’un homme au génie sans frein, à son aise dans le roman, mais incapable de se plier aux disciplines du théâtre, faites de choix, de mesure, et souvent de sacrifices. On pouvait évidemment penser qu’une telle pièce ne valait pas un tel effort et, malgré cela, il n’est que trop juste de remercier L’Équipe de l’avoir sauvée du néant pour en faire un de ses plus beaux spectacles. C’es donc que l’ouvrage contenait cette réussite en puissance: ainsi L’Equipe a eu raison. […].

 

 

  Ugo Bernardini Marzolla, Coerenza di Balzac, «Letterature Moderne», Milano, Malfasi Editore, Anno IV, N. 3, Maggio-Giugno 1953, pp. 296-306.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 567.

 

  Balzac monarchico legittimista fu definito dal neorepubblicano Victor Hugo «della forte tempra degli scrittori rivoluzionari». Hugo guardava all’avvenire: l’Avvenire con la lettera maiuscola, come tanti altri miti esasperati dalla sua magniloquenza generosa. All’avvenire guardava pure Balzac, posando il sereno sguardo dello storico tanto sui repubblicani «che fan leva sul presente ch’essi dominano, e distruggono il passato, ma a vantaggio dell’avvenire», quanto sul gentiluomo ultrarealista «che non ha minore importanza, perché accovacciato su delle rovine vuol fare del passato l’avvenire».

  Queste parole si leggono nel romanzo Les Chouans, del 1829, l’anno in cui Balzac si metteva in campo letterario con la guida di Walter Scott. E lì, l’obiettività del giudizio era reclamata dalle coincidenti esigenze del romanziere e dello storico in una situazione del racconto. Ma dietro ci stava pure l’uomo Balzac, non ancora giunto all’estremo disgusto per la decadenza dell’istituto monarchico e della moralità pubblica, né ancora fattosi schiavo dell’immane volontà di trarre da se stesso tutta la nequizia del mondo per servire la verità e la necessità di ristorare l’ordine sociale.

  In termini di politica quelle due caratterizzazioni storiche si traducono così: Balzac ammette la portata storica progressiva del movimento repubblicano; Balzac crede nella possibilità d’infuturare le tradizioni dell’ancien régime nella società francese economicamente e strutturalmente modificata dalla rivoluzione (le rovine, dice il conservatore). Sono esse per lui le estreme forze opposte sulle quali è possibile fondare la fede nell’avvenire; ed è implicita la avversione per le forze medie, per i compromessi costituzionali.

  Ma bisognava decidersi, e Balzac si era già deciso per il legittimismo e la monarchia: prima d’istinto, poi per convinzione appoggiata a correnti tradizionaliste di pensiero. La stessa attrattiva esercitata su di lui dalla guerra dei realisti (gli Chouans) si spiega non solo col fascino di romantiche grandezze e di costumi regionali di Bretagna e dipartimenti limitrofi, ma anche con una posizione ideologica già ferma.

  Tuttavia egli intese e assorbì quanto di avanzato si veniva svolgendo nella cultura dell’epoca, offrendo un tipico esempio di attualissimo fermento rivoluzionario in una splendida coerenza di princìpi. Per questo la sua opera immediatamente gravitò intorno alla crisi politica, morale e intellettuale del 1830, l’anno della rivoluzione che mise in forse la stabilità della monarchia e nel fatto segnò la fine della dinastia borbonica.

  La restaurazione del 1814 che innalzò al trono Luigi XVIII, sebbene fondata sul principio della legittimità, fu sentita come un compromesso costituzionale tra le forze moderate della borghesia per liquidare le avventure dittatoriali dei bonapartisti, frenare gli ultralegittimisti che sognavano la restaurazione integrale della vecchia monarchia, e incatenare i bollenti repubblicani eredi del giacobinismo rivoluzionario.

  L’antico principio monarchico era dunque scosso dalle fondamenta. Basti osservare che dopo la grande Rivoluzione, col crollo del regime feudale e con l’irrompere delle fortune della borghesia agraria, bancaria, manifatturiera e intellettuale nello spazio della nuova libertà, si era spezzato il legame fra la struttura economica e giuridica e il principio divino della monarchia, e questa scadeva dal limbo celeste del suo metafisico essere al piano della pragmatica possibilità di affermarsi come libera istituzione a volta a volta reclamata e rifiutata dal prevalere di opposti interessi politici, e per la capacità o meno del regnante di rispettare e assecondare le esigenze costituzionali della nuova borghesia.

  Infatti, nei due cicli storici che hanno il pernio nella crisi del 1830: 1814-1831 (regno dei Borboni Luigi XVIII e Carlo X), 1831-1848 (regno dell’orleanista orleanista Luigi Filippo), si osserva ripetuto il passaggio graduale dal rispetto della Carta Costituzionale ad una tendenza di reazione e di rigido conservatorismo che in ambedue i casi determina la caduta del regime. La punta estrema della reazione si ebbe sotto Carlo X, conte di Artois, rappresentante il partito dei monarchici ancien régime e personalmente fautore della politica forte.

  Il 1830 travolse lui e la dinastia borbonica. Luigi Filippo, balzato al trono in virtù di questa rivoluzione, e agli inizi dichiaratosi fedele alla costituzione, ben presto, creatasi una maggioranza sicura fra il corpo elettorale e i deputati in accordo con gli interessi della dinastia orleanista e della corte (il cosiddetto paese legale), iniziò anche lui una conversione a destra che isolò la monarchia dal paese, la pose in contrasto con l’opinione pubblica, con i repubblicani, bonapartisti, liberali uniti attorno a Constant, Béranger e Courier, cattolico-liberali seguaci di Lamennais e la corrente socialista organizzata di recente e diretta da Proudhon e Blanc. Nel 1848, sulla questione della riforma elettorale, precipitò in mezzo al dilagare dei moti popolari.

  La crisi del ’30 fu dominata dai moderati, dai Thiers, Talleyrand, Guizot; quella del ’48, ben più importante perché investe le ultime vestigia del principio monarchico ormai deprezzato e svuotato per la dimostrata insolvenza dei suoi obblighi verso il paese profondamente trasformato, segna il limpido manifestarsi dell’idea democratica tendente sempre più coscientemente a differenziarsi dalla stessa idea liberale che pure aveva funzionato come l’ala sinistra rivoluzionaria della borghesia.

  C’è da domandarsi qual è la posizione di Balzac in questo quadro storico dell’intellettuale che abbraccia mezzo secolo. Il quesito non va inteso in senso pragmatico-politico. Per togliere l’equivoco deve essere modificato così: qual è la posizione dell’intellettuale Balzac e come egli concepisce il proprio compito di scrittore nella lunga crisi della sua epoca.

  Anzitutto affermiamo che Balzac è uno spirito universale. Comunemente si definisce con l’etichetta dell’universalità l’immensa congerie di conoscenze dottrinarie e reali ch’egli ha prodigato da gran signore nei suoi romanzi. Ma qui indichiamo la forma del suo sapere orinato in concezione del mondo, la sua filosofia e la sua religione. Ché di religione e filosofia egli stesso, teorizza nella Prefazione alla Comédie humaine, non solo per le innumerevoli osservazioni acute e le frequenti digressioni ragionate che s’incontrano nella sua opera, motivate per lo più dalle situazioni dei romanzi, ma soprattutto per la base ideale dell’intera costruzione storico-romanzesca. Questa base, per convinta asserzioni (sic) dello stesso Balzac, è il pensiero teologico-politico di De Bonald e di Joseph De Maistre, reazionario rispetto all’illuminismo, ma che tuttavia dovè assorbire l’interesse illuministico rivolto alla massa, all’organizzazione della società, in un assetto destinato ad assumere carattere sempre più decisamente scientifico. Balzac se ne fa un cardine di sicurezza su cui imperniare il movimento del suo pensiero rivolto allo studio dell’uomo nella società.

  È opportuno ricordare il concetto fondamentale di Bonald, che la volontà di Dio creatore coincide con la volontà della creatura, cioè la natura, e di conseguenza con la volontà generale della società che è un prodotto naturale. Da questa concezione metafisica, che pur contiene inviluppata una filosofia naturalistica, deriva la nobiltà originaria della monarchia, poiché in Dio e nella sua volontà (volontà di Dio-natura-società) risiede la sovranità, e la politica corrispondente non può essere che un intransigente conservatorismo per mantenere le leggi e la costituzione originarie, che sono opera di Dio-natura né possono essere fatte e disfatte dagli uomini seguendo il mutevole interesse del singolo o la somma degli interessi dei singoli, come ammetteva Rousseau estensore di nuove costituzioni in conseguenza della dottrina del contratto sociale.

  Il Bonald, in teoria e in politica, era la mente più autorevole del gruppo parlamentare ultrarealista, che in nome della fede cattolica e della monarchia assoluta avversava la monarchia costituzionale fondata sulla carta largita da Luigi XVIII e diffidava dello stesso re, riconoscendo come suo vero capo l’ultrareazionario conte di Artois (poi Carlo X).

  Alla posizione di questi fieri conservatori aderiva Balzac, e ne fanno fede i suoi atteggiamenti di uomo e di scrittore.

  Ma poiché le idee valgono solo per il loro contenuto concreto, osserviamo che il suo cattolicesimo è una struttura che ha una duplice funzione: l’una di spremere i metafisici concetti di unità e di causa prima a cui riportare l’origine del mondo e della società, l’altra pragmatica di formare le anime umane, rigenerarle, toglierle alla dilagante corruzione per dominarle. La religione di Balzac e tutta qui, in tre o quattro formule metafisiche e in alcuni derivati pedagogici, spenti dell’ardore di ricerca e dell’ansia pascaliana. Scrive Gide che «ci sarebbe da domandarsi s’egli ha mai letto l’Evangelo».

  Quanto alla monarchia, è appunto la forza che può e deve dominare le anime ricondotte alle leggi eterne del vero e del bello, dopo le tremende vertigini della Rivoluzione. Ma è una monarchia che può conciliarsi con la trasformazione avvenuta nella società, purché le si restituisca pienamente la sua funzione d’essere, secondo la famosa immagine di Bonald, la chiave di volta dell’edificio sociale, non sostenendolo col suo sforzo, ma mantenendo al loro posto le diverse parti della costruzione, e «con la sola sua presenza» assicurando la integrità dell'insieme.

  Nella fantasia di Balzac l’immagine serena di questa Monarchia-Provvidenza, — e perciò non despotismo, perché vi opera un potere generale secondo una volontà generale mirante a realizzare il fine conservativo del corpo sociale e l’interesse comune — questo cielo fatto ordine terrestre per una lockiana armonia fra le istituzioni umane e l’universale congegno della natura che è perfetta perché riposa su leggi eterne e inamovibili, assume una bellezza ideale, e vi si associa quanto di buono, di eroico, di grande esiste nel mondo, di cui l’antica nobiltà, fra i ceti sociali, era depositaria e immagine vivente; diviene, insomma, mito e sogno d’artista. Nel romanzo Une ténébreuse affaire, Michu, il fedele guardiacaccia di una famiglia di nobiltà feudale, gli Hauteserre, rappresenta poeticamente la devozione, il rispetto per i gentiluomini del trascorso regime sulle cui fronti Dio ha scritto le più alte virtù umane. Michu sacrifica la sua vita per fedeltà, e nella sua morte sente il compiersi di una volontà superiore: «Era scritto lassù, disse Michu, che il cane di guardia dovesse morire al medesimo posto dei suoi padroni!».

  In questo nostalgico poeticizzare il mondo scomparso, il tema della monarchia divina, che nel piano della realtà resta astratto e antistorico, acquista concretezza, rivelando l’origine sentimentale della struttura ideologica. E nello slancio vitale che sorregge lo sforzo di acquistare la piena coscienza di sé come personalità vivente storicamente in un mondo di relazioni, è da vedere la prima origine della scoperta dell’edificio della realtà umana che la struttura teologica maschera. Questa scoperta filosoficamente spinge Balzac molto più in là di Bonald, liberando il naturalismo dinanzi al quale Bonald si sofferma come ad un limite che non sa varcare.

  Se l’operazione lenta e continua della divinità non differisce da quella della natura, anche la società appartiene al medesimo movimento generale e segue le leggi naturali: essa deve configurarsi in un bene ordinato congegno, in un organismo vivente, in un suo ordine generale. Enumerare e definire gli individui che la compongono e le specie sociali, e infine osservare i movimenti particolari nel movimento generale indagandone le leggi e i motori, significa istituire una scienza della realtà sociale, operare una razionalizzazione di questa sfera naturale partendo dal basso. Questa esigenza in De Maistre, sebbene anch’egli teologizzante, è già più viva che in Bonald. S’inizia l’èra dei sociologi, i quali, procedendo alla liquidazione della concezione logica, sottraggono alla teologia e rendono autonomo lo studio delle leggi a cui è sottoposta la società, precisamente nel loro carattere naturale e necessario che Bonald e Maistre avevano denunziato.

  Balzac è già orientato in questa direzione. E con l’intuito potente di cui era dotato, con la rapace sete di conquistare alla propria conoscenza ed arte questa realtà sociale ridotta a fisica sociale, a storia e scienza dell’animale sociale sviluppatosi in una straordinaria varietà di tipi per l’azione dell’ambiente, fa appello alle scienze naturali moderne, a Leibnitz, Buffon, Bonnet, Cuvier, Geoffrey (sic) de Saint-Hilaire, si caccia nel nuovo metodo di sottomissione ai fatti e all’esperienza, supera la tendenza mistica di Swedenborg, Saint-Martin ed altri a cui aveva aderito spinto dal medesimo demone scientifico per scoprire «i misteri della scienza nelle loro relazioni con l’Infinito» (cfr. i suoi romanzi swedenborghiani, La peau de chagrin, Louis Lambert, La recherche de l’absolu, ove la ragione umana nell’ansia di scoprire la verità è spinta fino al limite del mistero e della follia), e fonda il romanzo d’impianto realistico, cioè storico e sociale, d’un determinato periodo storico e di una determinata società, quella francese della Restaurazione, della quale egli stesso è individuo sociale, partecipe attivo, e perciò osservatore diretto, come si conviene a questo nuovo genere di empirismo.

  Egli ebbe chiara coscienza del salto rivoluzionario a cui si esponeva. Lanciava la sua opera controcorrente, vivisezionando una società per condannarla, e l’opera si ritorceva contro le verità eterne, ch’erano fondamento della sua moralità. Bisognava riaffermarle solennemente — ciò elle fece con la Prefazione — ed eliminare l’equivoco ch’egli fosse passato armi e bagagli fra i romantici liberali. Ma quanto distorte dalla loro definizione tradizionale risultavano le basi teologiche di partenza, or che gli era giocoforza percorrere la nuova via sino in fondo!

  Il filosofo e politico, non certo disposto a transigere coi principî, poteva ben appagarsi di un residuo di razionalismo che gli garantiva la formazione dell’animale sociale con leggi conformi alla formazione di qualsiasi altro ordine di cose naturali («in armonia con il concetto che noi abbiamo della potenza divina»: Prefazione). Ma all’applicazione pratica la mente scientifica resta sconcertata e titubante dinanzi alla immensa varietà che lo stato sociale presenta e dinanzi alla complicazione dei drammi della vita sociale ove giocano tutti i gradi dell’intelligenza umana. Onde rimane valido solo il bisogno intellettualistico del narratore di garantire al proprio genio, con l’appello alla natura e a Dio, la validità delle sue leggi creative in senso di realismo storico ed umano.

  In ambedue i casi si ha una laicizzazione dei princìpi di Bonald e Maistre. E il dichiarato cattolico tradizionalista non è che un tollerante in materia religiosa, quali divennero tanti artisti attorno all’anno critico 1830, quando tutti i princìpi inveterati, monarchia legittimismo cattolicesimo, vacillarono e una ventata di romanticismo irreligioso e di liberalismo rivoluzionario operante nelle sette segrete cominciò a soffiare sulla Francia.

  Per questo dicemmo in principio che l’opera di Balzac gravita attorno alla crisi di quell’anno. Qui appunto è l’origine dei compromessi tentati in Francia fra la Chiesa e la democrazia, fra i princìpi cattolici e le professioni di un protestantesimo sentimentale, fra cattolicesimo e misticismo platonizzante, fra morale cattolica e bisogni pratici di tolleranti accomodamenti.

  Balzac non si era forse evoluto verso queste correnti innovatrici quando scriveva che «il Cristianesimo, soprattutto il Cattolicesimo, costituisce un sistema completo di repressione delle tendenze depravate dell’uomo» (Prefaz.)? Non è questo un pragmatismo confinante con l’indifferenza religiosa? E quando scriveva, nel Médecin de campagne: «Il dogma della vita futura non è solo un conforto, ma pure uno strumento specifico di governo» non assumeva un machiavellismo ortodosso?

  Il De Vigny in Servitude et grandeur militaire denunciava che la società francese sprofondava nel naufragio delle credenze religiose. Questo giudizio anche Balzac l’avrebbe sottoscritto. Ma a Balzac, come a tanti altri, si attaglia un’accusa specifica del medesimo Vigny: «Gli artisti mettono il cattolicesimo in luce come una preziosa medaglia e si immergono nei suoi dogmi come in una fonte epica di poesia; ma quanti di essi s’inginocchiano nelle chiese ch’essi abbelliscono?» E contro i filosofi cattolici aggiunge: «È raro che questa Croce sia al loro fianco nella solitudine».

  In questo atteggiamento spirituale la nozione stessa balzachiana di Dio talvolta tende ad un (sic) decisa immanenza: «Tutto è movimento. Il pensiero è movimento. La natura è stabilita sul movimento. La morte è un movimento i cui fini ci sono poco noti. Se Dio è eterno, credete ch’egli sia sempre in movimento? Forse Dio è il movimento stesso. Ecco perché il movimento è inesplicabile al pari di lui e come lui, profondo, illimitato, incomprensibile, intangibile» (La peau de chagrin). Anche Leopardi dalla visione dell’intrico di movimenti e di relazioni che costituisce il cosmo formulava il concetto di Dio come possibilità infinita.

  È evidente che Balzac, senza essere un filosofo, ha vissuto su una base ferma tutto un movimento di pensiero, giungendo per conto suo alla romantica rottura della ragione tradizionale e all’apertura del mondo delle infinite relazioni, e dà la mano alle correnti e agli sviluppi successivi, positivismo, evoluzionismo e, nel campo politico, empirismo, parlamentarismo, socialismo utopistico, democrazia. Egli rappresenta un punto nodale, in cui i valori tradizionali, i quali perdono di concretezza e si svalutano da sé, possono essere salvati ritrovandoli in una riorganizzazione scientifica della realtà.

  L’idea della Provvidenza importante per tutti i cattolici (da Chateaubriand a De Maistre), finirà per essere eliminata dal dominio sociale col Comte. Ma già in Balzac è una parola vuota di senso o polisensa, che è lo stesso, e spesso è richiamata con ironia. A questo proposito è singolare la chiusa del romanzo Cousin Pons. Il ribaldo Rémonencq muore per aver tracannato erroneamente un bicchierino di vetriolo. Commenta Balzac: «Questa fine degna di un tale scellerato è una prova in favore della Provvidenza, che i pittori dei costumi umani sono accusati di porre in oblio, forse a causa dell’abuso che tanti drammi ne fanno nello scioglimento». Sorriso di grande artista che vuol conchiudere il romanzo serenamente con una nota arguta sul volgare modo di intendere il problema del bene e del male. Altrove Vautrin esclama: «Ho imparato ... a imitare la Provvidenza, che ci uccide a torto e inconsideratamente» (Père Goriot). Situazione artistica, d’accordo; ma quanta parte dello spirito ribelle di Vautrin non è in Balzac?

  E allora qui si manifesta la nuda verità che è dietro la posticcia facciata di una cattedrale inconsistente: la concreta visione balzachiana del mondo. Col suo pragmatismo gli atti umani sono tutti livellati sulla palude della bassa concupiscenza, ambizione, egoistica vanità, che sono le molle dell’agire umano, e tutte le qualità umane, buone e cattive, sono relative e reversibili.

  Il quadro gli è offerto dall’epoca contemporanea, il medesimo quadro giudicato da Vigny dall’alto della virtù stoica nella quale si rinchiuse come in una torre di avorio. Balzac vi si interna e ne trae una visione en artiste che conserva tutti i connotati della realtà, ingigantiti in nuove misure di realismo artistico. Alla lettura critica il suo realismo appare impuro, inconseguente, contaminato dal falso romanzesco, per l’irrompere dello straordinario, dell’astratto, dell’iperbolico nell’attenta misura degli sviluppi dei fatti e della psicologia. Questione di squilibri e difetti d’arte giustamente criticati.

  L’artista non fa che svolgere il suo naturale compito, che è di adeguare i mezzi al fine, ed essendo il fine di dare una visione drammatica della realtà contemporanea, ed essendo i mezzi forniti dal suo temperamento impetuoso, dalla cultura farraginosa, dalla immaginazione ardentissima non sempre dominata, il risultato doveva essere quello che è, coi suoi difetti, i quali non tolgono che tanto la materia còlta obiettivamente nella realtà, quanto quella intuita mercé una eccezionale intelligenza delle cose e virtù integrativa, quanto infine ciò che è fantasticato e proiettato in tragedie smisurate di personaggi che superano le stature reali, corrisponde a fatti e fenomeni e modi e costumi e drammi piccoli e grandi della sua epoca e della sua società, — ed è noto lo stupore ammirato dei contemporanei nel vedere riprodotta la realtà della loro vita, fedelmente, dicevano per evidente illusione — a «pezzi della realtà» (Croce), di cui il narratore si serve secondo il suo genio.

  Ma il fatto è che il genio suo è formidabilmente coerente nelle intenzioni e nell’attuazione, e quel mondo di grandezze sia della mediocrità sia del vizio, o, se vogliamo, di manie sia della passione buona sia della malvagia, è creato da un poeta moralista: poeta in quanto lo solleva a sé con l’assentimento artistico, moralista in quanto, pur senza violare le leggi dell’arte, sa far parlare i fatti per dare lezioni di virtù etiche, secondo i concetti da lui espressi nella Prefazione. «L’uomo non è buono né cattivo; nasce con certi istinti e con certe abitudini; la società, ben lungi dal depravarlo, come pretende Rousseau, lo perfeziona e lo rende migliore, ma le sue cattive tendenze vengono sviluppate dall’interesse». «Il pensiero e la passione, che comprendono la ragione e il sentimento, costituiscono sì l’elemento fondamentale della società, ma ne sono anche l’elemento distruttore».

  La sua coerenza ai princìpi invocati per la riorganizzazione della società agisce da lievito per un vivo fermento polemico contro la degenerazione della razza al tempo della monarchia di Luigi Filippo, sotto la quale trionfano le passioni individuali e l’interesse; e poiché in Balzac c’è l’attore e l’osservatore, il reprobo figlio naturale del secolo e il fulminatore di anatemi, l’animo polemico si traduce in fantasia ironica, mediatrice fra realismo e romanticismo.

  La macchia denunciata da Balzac è l’imborghesimento della società. Con questo termine investe anzitutto la nobiltà privata dei suoi artigli e caduta nella mollezza, nella muta rassegnazione a tutte le tempeste, paga solo di aver recuperato almeno in parte le sue ricchezze. Da storico obiettivo Balzac esamina la situazione politica e morale di questa classe decaduta. L’alta nobiltà ricominciava «la muta opposizione che in passato aveva fatto a Napoleone, ciò che era la sua unica possibilità sotto la pressione dell’azione e dei fatti, ma che nel piano morale dell’epoca equivaleva a dare le dimissioni» (Béatrix).

  In secondo luogo, la nobiltà recente, dei blasoni concessi come da Napoleone così dai re restaurati. E qui si sbizzarriscono le donne, divenute in primo piano arbitre dei mariti, degli amanti, degli uomini politici, dei banchieri, esperte d’ogni intrigo, duchesse, viscontesse, che nei modi fanno rimpiangere la finezza e spiritualità della società feudale.

  L’accento principale è sulla lotta per il danaro, terribile Moloch della nuova borghesia, per la quale il problema dell’esistenza è ridotto ai termini categorici d’una sentenza scekspiriana (sic) citata in Cousin Pons: «Shakespeare ha detto: avere o non avere delle rendite, questa era la questione». Balzac scopre questo mondo economico e l’addomestica erigendo un sistema dell’interesse, con leggi ferree che innalzano l’abile e machiavellico e travolgono l’incauto che commette un qualsiasi errore o una debolezza, come pure esigono la tragica oppressione dello strato sociale proletario, che Balzac non ignora.

  Perciò il quadro più vasto abbraccia la gente indaffarata a cercare nella rovina del simile la propria fortuna, i Nucingen, Steinbock, Birotteau, Ferragus, Gobseck, Gaudissart, Aulot, Lousteau, Rastignac, Vautrin, M.me Nourrisson, M.me de Mortsauff, M.me de Beauséant, M.me Marneff, M.me Claës, M.me Camusot e tanti altri, analizzati, sviscerati senza pietà per lunghe serie di romanzi, onde fornire l’immagine di un aggregato d’individui ben caratterizzati nella loro posizione sociale, ma distruttori dei propri simili e di se stessi e della società.

  Mondo intuito nelle dimensioni di una filosofia della Volontà: filosofia alla quale Balzac si era applicato fin da giovinetto collegiale, se dobbiamo dar consistenza a quel Trattato della volontà, il cui manoscritto gli fu sequestrato da un sorvegliante e distrutto. Ma, qualsiasi fosse la sua dottrina giovanile, in seguito egli vide nella volontà la sottomissione dei sentimenti, l’impegno con se stesso, la determinazione della sorte dell’uomo, eliminati da ogni ingerenza la provvidenza e il caso. L’azione a cui spinge la volontà, dovendo attuarsi in un mondo di relazioni, abbisogna di uno sforzo continuo a vincere le resistenze, nel quale sforzo l’uomo può trovare la misura di una cauta saggezza, come può peccare d’immoderatezza ed essere causa della propria caduta.

  La visione balzachiana reca all’estremo parossismo volontà, azione e sforzo individuali in un mondo che si costituisce con leggi sue. Su questo punto Balzac è coerente col suo pensiero. In sostanza l’individualismo, inteso come sostituzione di una legge arbitraria alle leggi naturali, era condannato secondo i noti concetti di Bonald. Balzac trasferisce la storia dell’individuo nel piano razionale che il pensiero posteriore al ’30 elabora in senso laico, ove i concetti d’individuo e di volontà possono essere di base a fantasmi umani e concreti di una poetica realistica.

  Infatti non bisogna perdere di vista che in Balzac è ineliminabile la posizione di partenza intellettualistica, che la concezione unitaria ed universale del mondo poggia sulla rispondenza del singolo al tutto e del tutto al singolo. Non per nulla si dichiara seguace della dottrina dell’unità di composizione organica di Saint-Hilaire, che Goethe ammirò altamente in uno scritto del 1830 sul famoso dissidio tra Cuvier e Saint-Hilaire, affermando che il grande scienziato era «pervenuto ad una maniera di pensare elevata e conforme all’idea». Questa coincidenza fra i due artisti li pone in rapporto assai intimo, che giustifica in parte la definizione di idealista data da alcuni a Balzac ed anche la propria difesa che il romanziere ha fatto nella Prefazione dall’accusa di materialismo in realtà, a Balzac coceva d’essere definito materialista perché vi si associava l’etichetta d’immoralista; inoltre si sentiva orgoglioso erede della corrente tradizionalista, ai cui princìpi costantemente ritorna rafforzato da nuovi acquisti culturali.

  Tanto Goethe quanto Balzac fermano l’idea nella forma individuale, che dopo serie innumerevoli di esseri li contiene tutti. La deduzione balzachiana di questo concetto è un processo armonico, in cui gli esseri sociali (forze individuali creatrici) generino continuamente la forma sociale, in una generale solidarietà, e il divenire si svolga come spinoziana necessità razionale e causale. Ma Balzac vede nei suoi tempi rotta questa solidarietà per l’esasperazione dell’egoismo individuale, e guarda gli esseri come momenti transeunti che si perdono senza creatività in un disorganico e accidentale movimento, che non è flusso razionale del divenire, svolgimento storico, e li contempla con dolore e commiserazione nella loro individualità, la quale resta come difetto di essenza, vizio di forma, forza incondita avventata contro i limiti delle leggi naturali per infrangerli e imporre una propria legge gravida di tragedie paurose.

  Un pessimistico sentimento e un presentimento di apocalisse occupa l’animo di Balzac, che crede gravemente compromesso il lavoro della natura e delle sue leggi sull’umanità, e fermato il processo storico.

  Posto a fronte di questa realtà, che è un ineluttabile risultato della scossa rivoluzionaria, degli eroici furori sotto Napoleone e della successiva depressione spirituale col conseguente materializzarsi nel culto dell’interesse e corrompersi della borghesia sotto il regno costituzionale, Balzac la condanna in blocco, né può dirsi che con l’avanzare in età abbia mitigato il suo giudizio, ché anzi i suoi romanzi si fanno più crudi ed aspri, come il terribile libro La cousine Bette del 1846. La misura tradizionale del bene e del male affiora qua e là nella sua opera, per suggerire una sentenza discriminatrice sulla moralità di singoli. Ma l’inquisitore non è qui. È nell’istituire il processo all’intera sua generazione; e in blocco vi corrisponde la sua opera, anche se in una costruzione così vasta agiscano impulsi e idee contraditorie.

  Colpa originaria del mondo contemporaneo è, come s’è visto, la «riuscita sociale» — economica, politica — eretta a fine d’un machiavellismo individuale che opera a spese dell’intera comunità e si getta dietro le spalle i gravi problemi della moralità. Colpa sociale, dunque, perché esiste e si sviluppa in quanto esiste il mondo delle relazioni umane ove è da scoprire e studiare e diagnosticare: quel mondo di relazioni che Balzac appunto erige dall’atomismo individuale in «organismo vivente» sulle leggi ch’egli deduce dall’analisi delle stesse forze individuali, dei moventi dell’agire, delle passioni, delle arti sottili, dei costumi di un’epoca.

  La caccia all’interesse, la lotta per la riuscita si risolvono nello sfruttamento impietoso dell’intelligenza da parte di avidi, scaltri e senza scrupolo, l’uno lupo all’altro, che sono la stragrande maggioranza. E all’«intelligenza» ridotta al silenzio e al dispregio, mentre per la sua natura divina possiede le verità eterne che sono l’antidoto dei mali attuali, Balzac fa appello perché torni a dominare con i diritto (sic) a lei largiti da Dio.

  Il tradizionalismo qui appare nella funzione voluta dal moralista, come un supporto necessario per un grande compito di rinnovamento, di fronte a quella «società per azioni» ch’era la monarchia di luglio (Marx), ch’egli ricrea in un quadro gigantesco, perché nell’atto di scoprirsi come società nelle sue infinite relazioni, riveli il suo male, che è di tutti gli uomini come di lui stesso Balzac assetato di oro e di mondanità, giocoliere fantasioso e audace in quell’inferno borghese, nel quale sente e vive lo spirito di rivolta — si ripensi al terribile ed infernale Vautrin — nella duplice faccia di estremo prodotto individualistico renitente perfino alla legge della sua società corrotta, che l’ha creato individuo sociale, e di ultima ratio per salvare il mondo dalla stasi mortale. Ma è la rivolta che deve preparare il ritorno alle leggi naturali, all’equilibrio degli slanci vitali e al naturale svolgimento della storia sociale, in altri termini la sistemazione della rivoluzione ormai accettata.

  Rivoluzione accettata, proprio così, sebbene certe affermazioni possano trarre in inganno. Anzitutto la posizione polemica assunta implica già l’accettazione di quella realtà perché storicamente avveratasi. In politica non si combattono le ombre. E neppure si lotta per tornare al passato, quando si è così progressivi da innestare su un pensiero tradizionale forti correnti di nuova scienza. Si voglia o no, si è costretti a guardare all’avvenire. E Balzac vede la possibilità di dare al vecchio popolo francese una giovane organizzazione.

  Non corriamo troppo, né spingiamo Balzac antistoricamente al di là dei limiti della cronologia e del pensiero contemporaneo. La comunità umana che egli presenta nella Comédie è l’ombra di quella da lui vagheggiata sulla solidarietà e sui fini conservativi dell’organismo sociale. Anzi è convinto che quell’insieme di esseri rivolti all’interesse, servi del danaro e delle rendite e dell’ambizione politica, sotto una monarchia costituzionale che si suole considerare un progresso sulla monarchia feudale, non potrà mai costituirsi in un ordine giusto. Nel Trattato della vita elegante denuncia la menzognera uguaglianza politica sotto la monarchia filipparda, la generalizzazione dei mali antichi, la costituzione di una «democrazia di ricchi», la persistenza, pur nel 1830, di «due specie di uomini, i ricchi e i poveri ...». E questa critica può legittimare una profezia animata dalla fede nell’avvenire. «Noi siamo i nuovi pontefici d’un avvenire sconosciuto di cui prepariamo l’opera» — affermò nel 1834, nella Lettera agli scrittori francesi. La rappresentazione di una società ideale avrebbe dovuto indurre il romanziere a creare un mondo idillico. E questo non lo fece Dante e neppure il Manzoni, e tanto meno l’ha fatto Balzac.

  Ma, restando nel vero e tenendo conto di certe fedi politiche mai smentite anche se contradette, dobbiamo riconoscere che la ricercata struttura sociale, giustificata su premesse di scienza attuale e costruita tenendo l’occhio alle vie segrete della natura, presenta proprio il mondo intenzionale dell’uomo deluso del presente, non come freddo e arido schema o didascalia, s’intende, poiché Balzac era un artista, ma ingagliardito dalla concretezza vivente degli individui sociali rotti a tutte le peripezie d’un machiavellismo sistematico. Infatti la struttura sociale viene immediatamente svelata nella sua assolutezza formale dall’agire politico, assunto come contenuto che si individualizza nei personaggi, i quali ne sono come la proiezione fantastica, mossi all’azione dall’interesse che desta ed esaspera in essi le passioni naturali e le potenti forze volitive a raggiungere il proprio fine egoistico con una strenua lotta in cui uno sormonta ed uno cade e questi può ancora riprendersi, personaggi che l’assentimento poetico dell’artista riesce a creare tragici e rivoltanti insieme.

  Per questo l’opera di Balzac si contrappone all’idealismo sentimentale del Lamartine, Musset, Sainte-Beuve, — Sainte-Beuve, l’anti-Balzac nato, com’è stato definito — i quali cercavano nel romanticismo individuale un’evasione ai problemi posti dall’anno critico 1830.

  Victor Hugo nel ’22 scriveva: «La storia degli uomini non offre poesia se non dall’alto delle idee monarchiche e delle credenze religiose» (prefazione alle Odes), e si meritava, assieme ad altri, la citata pungente ironia di De Vigny contro i cattolici estetizzanti. Dopo il ’50 Hugo si getta nella politica, rifiuta il romanticismo individualistico o per lo meno cerca di scostarsene avviandosi al romanzo di costume, e formula la necessità del rinnovamento artistico: «L’arte per l’arte può essere bella, ma l’arte per il progresso è ancor più bella. Bello è sognare il sogno, ma sognare l’utopia è meglio. Il poeta non appartiene a se stesso: appartiene al suo apostolato. Egli è gravato di questo compito immenso: mettere in cammino il genere umano». Hugo si ergeva come un leone contro la morte della società nel Secondo Impero e contro l’apparizione dell’arte pura e impassibile. Balzac nel ‘50 chiudeva la sua giornata di uomo e di scrittore lasciando un grandioso esemplare di arte, in cui additava la patria ideale nella «società» ricondotta ai suoi eterni princìpi, ch’egli vedeva essersi in qualche modo ricostituita con sforzo eroico sotto Napoleone sulla tempesta delle passioni e delle volontà scatenate dalla rivoluzione dell’’89, ma che vedeva morta e impossibile a risorgere dalle meschine ambizioni, cabale di corridoio, interessi dei novelli cavalieri d’industria, dalla pavida politicuccia conservatrice degli appannaggi salvati dei nobili decaduti, e dalla mondanità sufficiente e compiaciuta delle pseudodame, sotto la monarchia costituzionale di Luigi Filippo.

  Fare società di un agglomerato. Questo è il significato del compito ch’egli si attribuisce nell’autodefinirsi storico dei costumi e sociologo. E vi si getta armatissimo di una straordinaria intuizione e perspicacia, di una profonda psicologia; e l’ansia dell’infinito è pari al desiderio di toccare il limite certo, la felicità del creatore-scopritore dell’immenso spazio ove si svolge l’ardente ed inesauribile affaccendarsi umano è pari alla soddisfazione di obbedire ad una legge eterna di razionalità, il rigore scientifico con cui il sociologo e lo storiografo descrivono i fenomeni e ne valutano gli effetti è pari alla conoscenza intuitiva con cui l’artista scopre le cause ed i moventi passionali. L’opera risulterà una enorme protesta contro il presente, ma egli pensa che la struttura resti.

  Poeta sociologo, intuisce l’unità sociale ideale nella profonda esigenza unitaria della fantasia. E qui è forse il legame più vero che avvicina Balzac a Goethe. L’accettazione dell’idea goethiana ha una ragione estetica; infatti l’adesione alla dottrina di Saint-Hilaire è spontanea per la necessità della fantasia di rapportare l’analisi del singolo al tutto, risolvendo in puro sentimento l’intero mondo concettuale. Nel ristabilito equilibrio tra la storia dell’individuo e la riconquistata società, il dramma piccolo e grande dell’individuo si giustifica nella razionalità del corpo organico in cui agisce, onde acquista il suo significato umanamente etico.

  Chi badi alla esagerazione maniaca della passione, alla fantasmagoria degli eventi illogici, al mancato sfruttamento di alcune situazioni bene impostate, alle digressioni fastidiose, alla deficienza stilistica, deve giustamente scorgervi i difetti dell’artista e dello scrittore. Ma essi non distruggono né il valore della costruzione, né il significato ideale, né l’incanto poetico di un mondo ora accarezzato da un alito di magia che ha le sue naturali carenze, ora investito da un soffio potente che ha le sue periodiche incostanze.

 

 

  Fernanda Bianco, Non ho madre né figli, solo cervello. Con questa frase Balzac ha voluto spiegare il significato della sua travagliata esistenza, «Tempo», Milano, Anno XV, N. 49, 3 Dicembre 1953, pp. 37 e 54.

 

  “Figlio del dovere e del caso” disse la bella Carlotta Laura Sallambier. alludendo al suo primogenito, Onorato di Balzac. che le nacque il 20 maggio 1799, a Tours.

  La madre, che aveva trentatré anni meno di suo marito, non amò mai quel figlio non desiderato e male accettato, e gli preferì gli altri soprattutto il secondogenito, che pare non fosse nato dal massiccio e anziano Bernardo Francesco di Balzac. Perciò Onorato non trovò molta tenerezza in famiglia. Il padre lo voleva avviato a solidi studi legali, e nel 1816 gli fece iniziare corsi di giurisprudenza, rifiutandosi di condiscendere alle sue “manie letterarie”. La madre, in bilico fra l’indifferenza e l’ostilità non lo aiutava affatto.

  Ma il ragazzo aveva una sua personalità, e un’ambizione che per tutta la vita lo condussero a battersi per raggiungere la ricchezza e la gloria, che egli giudicava il bene supremo dell’esistenza. Era un aristocratico, come il padre, il quale — benché di origine contadina — si vantava di illustri ascendenze e aveva simpatizzato per la monarchia e l’Impero. Onorato possedeva in forma fanatica il gusto del fasto e della bellezza, e il suo prodigioso ritmo di lavoro era dovuto in parte al bisogno di conquistare quei beni materiali di cui non riusciva a fare a meno.

  Quando i genitori si convinsero che il ragazzo non avrebbe mai cercato altro che essere uno scrittore, si lasciarono persuadere a fargli tentare un esperimento della durata di due anni, durante i quali avrebbe cercato di diventare un autore celebre. Onorato si isolò in una soffitta, con una pensione annua di millecinquecento franchi. Si mise a scrivere furiosamente, ma i suoi “due soli ed immensi desideri, essere celebre ed essere amato” (aveva vent’anni e non attribuiva ancora al denaro l’enorme importanza che gli diede poi) non si realizzavano.

  Compose una tragedia, “Cromwell” che fu giudicata di nessun valore. Intanto si stava accorgendo che la soffitta non era nè bella nè comoda, e pensò che “essere celebre ed essere amato” non era sufficiente. Era necessario essere anche ricco. E allora scese a compromessi col proprio ingegno, e si mise a buttar giù romanzi grossolani, densi d’intreccio, che piacevano al basso pubblico, una specie di letteratura che oggi verrebbe definita a “fumetti”. Non ottenne i risultati che aveva sperato. Scaduti i due anni, scese dalla soffitta e tornò in famiglia.

  Ma non poteva rassegnarsi a restare passivo, in attesa di una gloria che non veniva e di una ricchezza che era ancora illusione. Decise di associarsi a un editore, e iniziò la pubblicazione, in volume unico delle opere di La Fontaine e di Molière. Ma la faccenda andò male. Fece un altro tentativo, rilevando una tipografia. L’autore della «Commedia Umana» e di «Eugenia Grandet» si mise a stampare opuscoli banali, pubblicazioni di tipo commerciale che esaltavano le «Pillole anticatarrali di lunga vita del farmacista Curé», o l’«Arte di mettere la cravatta».

  Onorato non inorridiva, chinando il suo viso, ben pasciuto e tuttavia dotato di una certa bellezza, su quelle bozze di stampa. Non poteva assolutamente fare a meno di essere ricco, e sperava di appagare la propria aspirazione con altri mezzi che non fossero la sua arte. Ma aveva sbagliato anche questa volta. La ditta fallì e il giovane dovette, oltre all’amarezza e al disinganno, subire i rimproveri della madre che gli aveva prestato del denaro per quell’impresa e lo reclamava di ritorno.

  Balzac non aveva la stoffa dell’affarista, benché, certo, credesse di averla. Un suo tentativo di pubblicare un giornale politico, «La Chronique de Paris», si risolse miseramente, caricandolo di altri debiti e fastidi di ogni genere. Nel 1840 stampò la «Revue Parisienne», una pubblicazione a cui attendeva tutto solo. Dovette smettere al terzo numero. Quasi alla stessa epoca ebbe in animo di creare una società per lo sfruttamento delle miniere argentifere sarde, e fece perfino un viaggio nell’isola, ma per sua fortuna la cosa non si concluse in alcun modo. I molti tentativi di rappresentare opere teatrali, sempre allo scopo di guadagnar denaro, non ebbero successo. «Pamela Giraud», «La Marâtre», «Les Ressources de Quinola», fecero fiasco. Il dramma «Vautrin» venne proibito dal Ministero dell’Interno, perché il primo attore Lemaître assomigliava troppo al re Luigi Filippo.

  In mezzo alle lotte e ai dissensi, fioriva intanto l’amore. Balzac ebbe — nei riguardi alle donne — dei gusti, che non sono mai stati condivisi dalla maggioranza degli uomini. Egli amava le donne più vecchie di lui, forse per ritrovare in esse quella tenerezza materna che gli era mancata. Il suo primo grande amore fu Laura di Berny, separata dal marito, madre di nove figli. Lei aveva quarantasei anni e lui ventiquattro. Non era una gran bella donna, possedeva vivacità e spirito e un sufficiente fascino fisico. La chiamò «Dilecta» e l’amò per tredici anni, fino alla morte di lei.

  «Io detesto profondamente le giovinette — scrisse Balzac — e tengo più conto della bellezza sviluppata che di quelle che si svilupperanno».

  Dopo gli insuccessi commerciali, Balzac tornò a buttarsi nella letteratura. Il suo nome cominciò a diventare noto. I romanzi che andava pubblicando ebbero quasi subito larga risonanza in Francia e all’estero. Il primo romanzo degno di lui, dopo i molti tentativi giovanili, fu «Les Chouans», apparso nel 1829. Balzac si rivelava uno psicologo, un minuzioso narratore di particolari, un abilissimo cronista della società francese dell’epoca, che egli descrisse magistralmente nell’opera alla quale lavorò per un gran numero di anni: la «Commedia umana», una raccolta — divisa in tre parti — di lavori (romanzi e studi) che documentano appunto i vari aspetti della vita parigina, provinciale, politica, militare e campagnola. Egli, sempre prodigo di lodi a se stesso, definì la «Commedia umana» «più vasta, letterariamente parlando, di ciò che è la cattedrale di Burges (sic) come architettura».

  Ma Balzac era anche estremamente severo, con le proprie opere. Non ne era mai soddisfatto, e faceva e rifaceva un testo infinite volte, rimaneggiava le bozze a tal punto, che gli editori andavano in collera e finivano col ridurgli notevolmente gli utili. Questa sua incontentabilità fu un suo lato caratteristico, che gli quadruplicava la già enorme fatica a cui si sottoponeva. Il romanzo «Le père Goriot», storia di un povero padre che si rovina perché le figlie siano ricche e felici, lo rifece ben diciassette volte.

  Balzac fu molto letto e ammirato dalle donne, alcune delle quali si innamorarono di lui attraverso i suoi libri, senza averlo mai visto. La sua vita sentimentale fu piuttosto densa di avventure, che si inserirono fra i due grandi amori della sua vita, il primo per la matura Laura di Berny e l’ultimo per Eva Hanska. Prediligeva le gran dame, le contesse e le marchese, che appagavano il suo bisogno di lusso e di raffinatezza.

  Ma non fu sempre fortunato, e qualcuna lo fece soffrire; la duchessa di Castries, ad esempio, e, si crede, anche Olimpia Pélissier, che divenne poi la seconda moglie di Rossini. Spendeva pazzamente, si ingolfava nei debiti senza alcun criterio, e per tutta la vita ebbe ai talloni uscieri e creditori che non gli davano pace. Si estenuava nel lavoro pur di soddisfare le sue sfrenate ambizioni. Restava alla scrivania perfino quindici ore al giorno, senza mai uscire, rifiutando di vedere gente, e si sosteneva con infinite tazzine di caffè, con qualche bagno caldo e con poche ore di sonno. Il suo cervello vulcanico lavorava a ritmo travolgente. Lasciò un’opera colossale, anche in rapporto alla brevità della sua esistenza.

  I romanzi si susseguivano ai romanzi, di (sic) studi filosofici agli studi analitici. Il suo ingegno sembrava inesauribile e appariva costantemente scintillante. Grasso e pesante, tutt’altro che spirituale nell’aspetto, a spese del quale i caricaturisti dell’epoca si divertirono assai, egli aveva una smisurata coscienza del proprio talento e un freddo egoismo che costituì un lato spiacevole della sua natura. «Io non ho madre nè amici — disse una volta — io ho solo cervello. Bisogna che le altre esistenze concorrano alla mia».

  Era talvolta un poco volgare, ma spiritoso e cordiale, per quanto alcuni dei suoi contemporanei – fra cui il Saint (sic) Beuve – non gradissero affatto la sua eccessiva presunzione, e molti lo ritenessero, in definitiva, un pallone gonfiato, opinione non condivisa da Victor Hugo, dal Gauthier (sic), dalla Sand, che gli erano sinceramente amici. Ma la boria di Balzac era basata su autentiche capacità, per quanto non fosse di buon gusto la frase che egli fece incidere sotto una piccola statua di Napoleone: «Ciò che egli fece con la spada, io farò con la penna».

  Venne in Italia e frequentò i salotti dei nobili, ovunque bene accolto e apprezzato, salvo che dal Tommaseo, il quale non lo potè soffrire. Talvolta scappava per sfuggire alla prigione per debitori, oberato com’era di insolvenze, e si nascondeva sotto nomi finti.

  Alla fine del febbraio del 1832 egli ricevette, da Odessa, una delle tante lettere anonime che i suoi lettori, e più specialmente le sue lettrici, gli spedivano. Era la prima lettera della «Straniera», la «Fata del Nord»: Eva Hanska, la donna il cui amore suggellò la vita amorosa di Balzac. Era una contessa polacca, moglie di un ricchissimo signore assai più anziano di lei. Aveva avuto sette figli, sei dei quali erano morti in tenera età. La corrispondenza con Balzac, dapprima affettuosa e amichevole, divenne presto amorosa, da ambo le parti. Finalmente i due si incontrarono e fu l’inizio della passione.

  Quando il conte Hanska (sic) morì, nove anni più tardi, decisero di sposarsi. Il loro amore doveva essere ben radicato e tenace per resistere così a lungo, a meno che non si voglia considerare il fatto — che un uomo come Balzac si guardava bene dal trascurarlo — che la Hanska era molto ricca e per di più aristocratica. Si unirono in matrimonio il 14 marzo 1850, a Berditcheff, in Ucraina. Egli aveva già preparato a Parigi, in Rue Fortunée, un appartamento lussuoso, che gli era costato molti sacrifici e molto denaro, ed era felice di potervi tornare insieme alla sposa così a lungo desiderata.

  Ma gli eccessi, gli sforzi, l’usura a cui il Balzac si era sottoposto durante la sua vita di lavoro, gli avevano minato l’organismo. Qualcuno scrisse che egli aveva bevuto cinquantamila tazzine di caffè, di un caffè particolarmente denso e ricco di caffeina che lo aiutava e sferzare il cervello. Il suo cuore era malato. e da tempo lo faceva molto soffrire. Tornò a Parigi disfatto dal lunghissimo viaggio. Giunse alla porta della sua palazzina e suonò il campanello. Nessuno gli venne ad aprire. Era notte. Egli bussò, tempestò. Alla fine dovette chiamare un fabbro. Trovò il suo domestico, che aveva lasciato a custodire la casa, rintanato in una stanza: era impazzito.

  La felicità di Balzac con la «Prediletta», come la chiamò, durò solo pochi mesi. L’ipertrofia cardiaca gli dava penose sofferenze. In luglio ebbe una grave crisi. Il 18 agosto 1850 entrò in agonia. Si dibatteva nel letto, e chiamava disperatamente il dottor Orazio Bianchon, gridando che solo lui poteva salvarlo. Ma il dottor Bianchon non poteva accorrere, perché non era un uomo vivo: era un personaggio di uno dei suoi romanzi. Eva Hanska, china sul moribondo, piangeva in silenzio. Egli si spense tra le braccia di lei. Aveva cinquantun anno.

 

 

  Carlo Bo, Primi dati su Proust, in Della lettura e altri saggi, Firenze, Vallecchi Editore, 1953, pp. 148-179.

 

  pp. 151-152. Cfr. 1947.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 566.



  Carlo Bo, Romanzo e metafisica (1946), in Riflessioni critiche, Firenze, Sansoni, 1953 («Biblioteca di Paragone», XI), pp. 171-178.

 

  pp. 171-172. Simone de Beauvoir ci propone questo tema estremamente ricco di suggestioni e osserviamo intanto che in un tempo, come il nostro, pieno di confusione di programmi, decisi dall’esterno, il ribadire certe posizioni serve appunto a illuminare la sede delle nostre ricerche e la necessità di procedere con pulizia e con sincerità. Perché non si tratta di scoperte e di invenzioni completamente insospettate; dal momento che la scrittrice fa il nome di Dostoievskij si capisce che il problema del romanzo è riportato alla sua base d’origine nella più rigida delle formulazioni. Intanto viene precisata la funzione del romanziere che è quella di seguire passo per passo la sua creazione e non già di disporre su un testo stabilito a priori il frutto di un’immaginazione controllata e privata di quella corrente di pura nozione che deve invece costantemente mantenere.

  A questo riguardo non conosco esempio più bello di Balzac: chi scrive la ‘Cousine Bette’ sembra in un primo tempo fatto a posta per abbattere questa concezione del romanzo ma si provi a rileggere quelle pagine sotto questa luce e si vedrà come certi atti, come certe soluzioni nascano contro la volontà del romanziere stesso: certi dati di pura illuminazione intervengono nonostante la diversa disposizione dello scrittore, a sua insaputa e contro la sua volontà di organizzatore intellettuale. Vuole dire che Balzac non ha potuto fare a meno di sottrarsi a questa sua seconda sorte di creatore, di un creatore ben altrimenti disposto giacché non si trattava più di fare muovere le sue figure nel senso della favola che raccontava ma di consegnarle al ritmo ignorato di questa verità che nasceva per lui nella maniera stessa della sua creazione. In realtà il vero romanziere sopporta sempre questa lotta interiore che per lui ha il doppio nome di creatura e di creazione e la sua opera reale nasce appunto dal momento in cui si sente vittima di questa nuova forza e abbandona il semplice metro del ‘carattere’ per aderire al moto infinito del ‘discorso’.

 

  Romanzo, personaggio, lettore, pp. 365-384.

 

  Cfr. 1951.

 

 

  Giuseppe Bocconetti, Inutili tentativi di un ipnotizzatore fallito. Resisteva alfluido” il maggiordomo di Balzac, «Il Tempo di Milano», Milano, Anno VIII, 13 Maggio 1953, p. 3.


  Lo scrittore francese subì il fascino delle teorie di quel Mesmer, mago dei maghi, che fu taumaturgo celebratissimo da principi e da re, ma non riuscì mai ad imitarlo – Una fine poco allegra.

 

  Di Honoré de Balzac, si sa che fu grande scrittore, dalla felice vena poetica, dalla fantasia fervida, attento osservatore scrupoloso dei costumi della società del suo tempo. Soprattutto, il profondo pensatore de La comédie humaine, di La peux di (sic) chagrin e di Eugenia Grandet. Di Balzac mago e stregone poco si conosce o quasi nulla. Pure lo fu. Anzi: tentò di esserlo, perché non vi riuscì mai. Considerava la magia un fatto «che precede la logica e la ragione». Una «dottrina» meravigliosa. E se ne interessò grandemente. Con quanto successo, poi, riuscì a tradurre in pratica le sue «nozioni» ed il suo potere magnetico, di taumaturgo, ce ne parla un medico-poeta, a lui contemporaneo ed amico, Giovanni Rajberti, autore di quel capolavoro di umorismo e di satira che è Il gatto. Scrive, infatti, il Rajberti, che Balzac soleva spesso vantarsi con gli amici del proprio talento ipnotico e magnetico. Di ciò, anzi, mentr’era nel 1838, ospite di una ricca famiglia milanese, volle dare pubblica dimostrazione, sottoponendo all’esperimento il proprio maggiordomo. E’ vero che questi, sulle prime, dava segni evidenti di «esaltazione», spalancando tanto di occhi e facendo boccacce, accompagnandosi con gesti da «spiritato». Ma niente di più. Contrariato, Balzac, volle ritentare l’esperimento con un «soggetto più disposto». Ma per quanti sforzi facesse, anche quella volta, non riuscì ad andare oltre i risultati di prima. Gli era parso, a un dato momento, che il «paziente», un certo Gattino, uno sgorbio d’uomo, brutto, gobbo, rachitico, fosse piombato nel sonno, in stato di «trance». Tentò, allora, di richiamare l'attenzione dell’amico più vicino a lui aiutandosi con i gesti, con lo sguardo. Ma quello leggeva. Tossì leggermente, per farsi sentire. Ma anche il «gobbo» si svegliò. «Ma come non dormivate?». «Certo. Con una poltrona tanto comoda e soffice, con il sonno arretrato che ho, pure voi vi sareste appisolato». Dopo di chè, non ci fu più modo di fargli chiudere gli occhi. Da quella volta Balzac non parlò più nè di magia, nè di magnetismo.

  Non stupisca che un uomo dotato come Balzac, spirito critico e realistico; uomo di grande cultura, abbia potuto tentare le vie dell’occultismo e dell’irrazionale. Scriveva Voltaire: «Più la ragione progredisce, più si accentua il fanatismo».

  Da che l’uomo è al mondo, ha sempre creduto possibile di influenzare — mediante lo aiuto di forze occulte e soprannaturali— il mondo fenomenico e la natura. Magari nel desiderio di modificarne il decorso nel proprio ed esclusivo vantaggio. Non soltanto: ma codesta credenza in un «potere» che sfugge al controllo della scienza e della ragione — quando ancora non era razionalmente progredito ed intellettualmente maturo — ha salvato l’uomo dalla disperazione e dallo sconforto. Dal momento che mai avrebbe potuto o saputo darsi una ragione dei tanti fenomeni che pure si presentavano al suo sguardo e lo piombavano nel terrore. Comunque, la magia non sempre è stata arma di conservazione, non sempre il culto per essa ha coinciso con l’opposizione al progredire meccanico e razionale della Civiltà. Nel medio-evo, ad esempio, ove non era esorcismo diabolico, evocazione infernale, stregoneria, il magnetismo, costituì un valido fatto culturale, aspetto di un vero e proprio sviluppo intellettuale. Non furono nemmeno pochi gli uomini di ingegno — che la storia ha designato precursori del progresso scentifico (sic) moderno, che toccò il suo apogeo nel secolo illuministico, i quali assunsero il magnetismo alla medicina, con quanto successo lo dimostra l’uso che se ne fece nei secoli successivi ed anche oggi; ancorché la civiltà scorre rapida e veloce sul dritto binario del più ortodosso razionalismo. Nessuna meraviglia, dunque, di Balzac. Tanto più se si pensi che fu contemporaneo, subendo il fascino delle sue teorie, di quel Mesmer, «mago dei maghi», taumaturgo celebratissimo da principi e regnanti, alchimista e stregone, il fondatore del «magnetismo animale» applicato alla medicina e che da lui prese nome «mesmerismo». [...].

 

 

  Arrigo Cajumi, Due romanzi di Giono, «La Nuova Stampa», Torino, Anno IX, Num. 174, 23 Luglio 1953, p. 3.

 

  Lo stesso carattere scarsamente erotico ha il più sobrio e recente Moulin de Bologne (ed. Gallimard, 1953) per cui occorre fare il nome di Balzac. Aneddoto provinciale, con un uomo misterioso che qualcuno crede il generale dei gesuiti in incognito, una famiglia perseguitata dalla maledizione divina, una fanciulla dal volto per metà deforme, che dopo una festa da ballo dove è stata schernita, corre a sposare lo sconosciuto, il quale le dà degli anni felici, ma non riesce a sottrarla alla cattiva sorte. Il narratore è un gobbo che spia la drammatica vicenda, e sembra trarre diletto dai movimenti psicologici dei personaggi, dalla contemplazione del destino che li stritola. Una lunga novella, più che un romanzo, nello stile del Curé de Tours, il che induce a ritenere come Giono si cerchi ancora.

 

 

  Marcello Camillucci, La Divina Commedia e la Commedia Umana, «L’Avvenire d’Italia», Bologna, Anno LIX, 25 febbraio 1953, p. 3.

 

 

  Marcello Camillucci, Dante e Balzac, «L’Osservatore romano», Città del Vaticano-Roma, 1 febbraio 1953, p. 3.


  Due nomi assai lontani nel tempo ma che la sapienza e la finezza critica di V. Lugli (Dante e Balzac - E.S.I. – 1953) sa accostare facendone i due poli di un itinerario culturale che è qualcosa di più di una storia della fortuna di Dante in Francia [...].

  L’incontro di Balzac con Dante era inevitabile. Aveva anch’egli, come tanti altri, sofferto che alla Francia mancasse il grande poema nazionale e tentò di sostituirsi, nel suo prometeico entusiasmo, al poeta che era venuto meno. Di qua il legare tutta la sua attività creatrice matura in vaste cornici dove tutta la vita della nazione si distende, i personaggi ritornano, la realtà e la fantasia si allacciano indissolubilmente: Scènes de la vie privée, Scènes de la vie de province, Scènes de la vie parisienne, che vengono a costituire le tre prime parti riguardanti l’individuo delle Etudes de moeurs mentre la quarta e la quinta avrebbero avuto per oggetto la società, le masse (Scene della vita politica e militare) e, a conclusione le Etudes philosophiques che avrebbero studiato le «cause» mentre, più tardi, s’aggiungeranno ni disegno originario le Etudes analytiques che si sarebbero volte ai «principi».

  Balzac vuole conquistare la gloria come «l’historien des moeurs du XIX.me siècle» ma non si perita di trovare ancora – ’34-’37 — un titolo generale che abbracci tutto l’immenso affresco. Il prefazianatore delle due prime raccolte: Félix Davin, propone: Le (sic) mille et une nuits de l’Occident, ma Balzac sente che nella suggestiva denominazione orientale si perde quel fermento unitario che trascende le singole invenzioni; così come respinge il titolo suggerito dall’inglese Henry Reeve: La diabolique Comédie perché, anche affondando le sue radici nell’«humus» putrido di un’umanità ribelle e perduta, non ignorava il bene e la virtù «chè se le umane passioni urgono, si addensano nell’opera come le fantastiche figure di uomini ed animali all’esterno della gran cattedrale, all’interno rischiarate da luci divine, raggiano le pure bellezze dell’altare».

  Poi Balzac non si sarebbe mai permesso di parodiare, anche solo nel nome, il Poeta col quale intrattenne, sin dalla giovinezza, un affettuoso commercio che va dalle citazioni comuni all’età romantica alle rispondenze ispirative più generali come quando, anticipando Baudelaire, si pone dinanzi alla Metropoli quale a un Inferno i cui abitanti siano implacabilmente guidati dalla sfera dei due demoni che l’hanno in balìa: il Guadagno e il Piacere ovvero quando in Séraphita tenta di seguire Dante nell’ultima sublime ascensione, sia pure col sussidio della teosofia di Swedenborg. E quando, nel 1841. arricchito il disegno di altri capolavori, gli si impone la necessità di un titolo generale, cade quello insufficiente di Etudes sociales, e si afferma ambizioso, ma logico, quello dantesco. Egli sentiva la responsabilità dell’assunto ma coraggiosamente si assolveva. Anche se l’unità per l’epopea romanzesca non poteva equipararsi a quella del poema medievale per aver egli meno vivo il freno dell’arte e per aver obbedito a sollecitazioni tanto variamente centrifughe pure è innegabile una coerenza ed interiore proporzione di simile natura che il Thibaudet gli riconosce senza ambage «il pense la Comédie Humaine comme a été pensé la Divine Comédie, catholiquement».

  «L’immmensité d’un plan, qui embrasse à la fois l’histoire et la critique de la société, l’analyse de ses maux et la discussion de ses principes, m’autorise, je crois, à donner à mon ouvrage le titre sous lequel il paraît aujourd’hui: la Comédie humaine. Est-ce ambitieux? N’est-ce que juste?». E se nella Commedia ottocentesca il cattolicesimo dell’allievo di De Maistre e di De Bonald, ora assai lontano nel suo velleitarismo sociale dalla fede medievale di Dante e se la pietà del pellegrino d’oltretomba per Francesca, Farinata, Ulisse non aveva nulla dell’ambigua simpatia che legava lo scrittore ai personaggi coi quali – come acutamente notò Mauriac – Balzac si vendicava «forçat lui-aussi, que des négriers exploitent». La realtà che egli analizza ha in sè veramente la potenza d’orrore dell’inferno dantesco e Vautrin, Rastignac, Lucien de Rubempré, Maxime de Trailles, sono i dannati di una fantasia che ha in sè del dantesco e non dimentica, nel Louis Lambert, Le Médecin de Campagne, l’Envers de l’Histoire contemporaine, della luce sovrannaturale, avendo avuto Balzac il presentimento di tutto «et même de ce fleuve souterrain, de ce courant de grâce qui parcourt invisiblement le monde». [...].


 

  Raffaele de Cesare, Balzac ed “Eugénie Grandet” (Ricerche sulla genesi dell’opera), «Studi Urbinati di storia, filosofia, letteratura», Urbino, Anno XXVII, Nuova Serie B. n. 1, 1953, pp. 51-108.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., pp. 566-567.

 

  pp. 51-52. Importante per diversi aspetti e pressoché negletta dalla critica, la genesi di Eugénie Grandet è delle più complesse ed elaborate. Se il romanzo in sé, quale organismo compiuto, nasce nel corso di pochi mesi, fra l’agosto e il dicembre 1833, taluni temi principali e numerosi episodi di esso si maturano in una lenta formazione molti anni prima. E, ancora, la configurazione stessa dell’intreccio, la disposizione generale dei protagonisti, l’attenzione per una vicenda al tempo stesso di ambiente c di carattere in cui l’accento cada su di un contrasto fra padre e figlia, la messa a fuoco, infine, come elemento promotore del dramma, di una passione quale l’avarizia, tutto ciò in varia misura e con vario interesse è prefigurato dallo scrittore con lungo anticipo sulla redazione del nostro romanzo cd affonda le sue radici ben addentro nel tempo.

  Quale introduzione ad una lettura critica di Eugénie Grandet valga dunque dedicare un attento esame alla storia interna di quest’opera in cui si riassume, come si vedrà, tanta parte della tematica giovanile balzacchiana. Senza pretendere, naturalmente di ricostruire per intero la genesi del nostro romanzo, tale esame potrà tuttavia impostarne i caratteri essenziali e seguirne almeno gli sviluppi principali. Non solo, ma pur nelle incolmabili lacune e negli errori inevitabili in tal genere di studi, esso potrà forse andare anche al di là di una semplice introduzione storica. Attraverso una ricerca di questa natura, nel tentativo di ripercorrere a ritroso il cammino che ha portato il Balzac alla definitiva elaborazione di Eugénie Grandet, sarà infatti possibile cogliere, di riflesso, un aspetto di singolare importanza nella tecnica di lavoro del Balzac: del modo quanto mai composito con cui l’opera d’arte in lui nasceva, sollecitata ora da letture, ora da richiami biografici, ora dall’ambiente che lo circondava, ora, infine, da precedenti sue opere se non addirittura da plagi di se stesso. In margine ad analoghi studi — talora esemplari — compiuti per altri romanzi della «Comédie humaine», anche questa nostra indagine varrà così a meglio chiarire certe caratteristiche costanti di una tecnica narrativa tanto ricca nelle sue complesse articolazioni quanto, ancora, poco nota e studiata. [...].

  pp. 107-108. Uno dei fulcri sui quali l’esegesi francese ha tentato di ricostruire la formazione dei personaggi principali del romanzo, e cioè l’identificazione di essi con l’avaro Niveleau e con sua figlia viene anzitutto a cadere. Il tema dell’avaro — e con caratteristiche prefigurazioni grandettiane — compare infatti fra i primi nell’attività letteraria balzacchiana in cui occupa subito un posto precipuo; e non dissimilmente, il tema della fanciulla-vittima, fidanzata infelice, raccoglie fin dagli albori della produzione del Nostro, una intensa cristallizzazione di interessi. Ambedue i tempi precedono così, di molti anni, il problematico incontro del Balzac con i due storici (o pseudo-storici) abitanti di Saumur, i tratti dei quali, al fisico come al morale, divergevano oltretutto, assai notevolmente, dai nostri personaggi. In modo ben diverso da quanto non si sia fin qui creduto, l’avaro Niveleau non costituisce quindi, nella migliore delle ipotesi, che un’occasione tardiva, non più importante di un’altra occasione, tale, tutt’al più, da ricollegarsi alla genesi del nostro romanzo solo attraverso una successiva mediazione letteraria.

  La genesi così approfondita nel tempo e così complessa di Eugénie Grandet, la tecnica narrativa quant’altra mai composita quivi testimoniata dal Balzac, come allontanano poi qualsiasi identificazione dell’avaro Grandet e di Eugénie con il Niveleau e sua figlia, escludono altresì qualunque altro significato «a chiave» dei personaggi del romanzo. Nessuna persona vista o conosciuta dal Balzac e di cui ci rimangono documenti, può dirsi Grandet o Eugénie, o può, anche, riconoscersi come esclusiva prefigurazione di un personaggio; nessun avvenimento esterno può rivendicare la paternità unica di uno qualsiasi dei momenti del romanzo. Tutto, se anche all’inizio fu fatto storico, è mutato e trasformato per la sovrapposizione di altri elementi; e lo scrittore, come ci sembra di aver fin qui rilevato, attua la sua opera prendendo ovunque la sua materia, nei ricordi di una giovinezza lontana, in curiosità di adolescente, nella realtà attuale di passioni e di simpatie, negli schemi e negli episodi di precedenti suoi romanzi, nella memoria di qualche lettura. Ed ora utilizza una materia sedimentata in lui da anni e sfruttata, fino ad allora, solo in parte, ora occasioni nuove legate a più recenti esperienze. Indifferente della provenienza, si serve di ogni materiale per creare, nella visione di nuovi rapporti, un nuovo equilibrio.

  Questa, e non altra, ci sembra la più attendibile conclusione a cui la nostra ricerca (che non presumiamo certo completa) possa consentire di approdare. Come poi, nell’atto della fusione, la così varia materia cooperatrice alla genesi del romanzo si leghi in un nuovo metallo, e in qual misura e con quale lucentezza esca dal crogiolo della ispirazione balzacchiana è questione che non ci interessa in questa sede. Ci basti per ora aver fissato le componenti del romanzo nella loro originaria sostanza; solo una successiva indagine sul valore e sull’equilibrio poetico del romanzo (sulla purezza della fusione, per rimanere nell’immagine) potrà proporre e risolvere questo secondo problema.

 

 

  Marise Ferro, Tre righe di Balzac a cent’anni di distanza. Colloquio col male, «Nuova Stampa Sera», Torino, Anno VII, Numero 191, 12-13 Agosto 1953, p. 3.

 

  Incontro sulle verdi rive della Charente con il diabolico Vautrin, il beffardo personaggio della pensione Vauquer, travestito da altissimo prelato spagnuolo.

 

  Leggo nelle Lettres à l’Etrangère, tomo quarto, di Balzac (Edizioni Calmann-Lévy, Paris), queste parole: «Ieri, alzato all’una del mattino, non sono riuscito a scrivere una riga ... sì, tre righe, che troverai in questa lettera. Queste tre righe guardale bene: sono il frutto di sette ore di lavoro!». Balzac, uno degli scrittori più fecondi del mondo, una notte del dicembre 1846, ha impiegato sette ore per scrivere tre righe. Ebbene, confesso che la cosa mi strazia. Nel 1846 Balzac, che morirà nel 1851 (sic), era già stanco, pure lavorava dodici, sedici ore al giorno, sottoponendosi a orari martorianti, rubando il lavoro al sonno, strappandoselo proprio dalle viscere (difatti, morirà per troppo lavoro). Le tre righe che mandò alla futile contessa Hanska, eccole: «Que ferons-nous de Jacques Collin, ou de ce prêtre espagnol, Carlos Herrera, car je ne sais sous quelle forme je dois le considérer? dit M. Camusot au Procureur Général ...». Sono tre righe del romanzo La Dernière incarnation de Vautrin, che Balzac finì nel dicembre del 1847, lasciando per sempre il suo personaggio maledetto, Vautrin, la personificazione del Male.

 

Personaggio diabolico.

 

  Quelle tre righe, frutto di sette ore di lavoro, a centocinque anni di distanza, bastano per fare risorgere in me un mondo. Ecco che in virtù di esse, tutta una parte della Comédie Humaine, mi è davanti. E’ vero che io amo Balzac e quasi tutti i suoi personaggi, ma questo potere evocatore delle parole, questa proiezione nel futuro dello scrittore, non sono forse le prove che l’uomo merita di vivere? Eccomi circondata dal mondo balzachiano, da una vita più forte della vita stessa. E posso riandare tra pagine lette parecchi anni fa, ricordare, dire.

  Il giorno che Lucien de Rubempré, dopo avere fallito a Parigi l’amore, la ricchezza, la gloria letteraria, decise di suicidarsi, incontrò sulle rive della Charente, dove voleva annegare i suoi disperati ventitré anni, un alto prelato spagnolo, il quale ne capì i tenebrosi intenti e lo salvò. Lo salvò chiedendogli, attraverso speciose sofisticherie, addirittura l’anima, poiché l’alto prelato spagnolo altri non era se non Vautrin, il personaggio diabolico di Balzac. Vautrin! Lo vedo, è alto di statura, ha larghissime spalle, grandi mani, la guancia segnata dal vaiolo, i capelli rossastri, l’occhio duro, magnifico e splendente. E’ travestito in modo da non spaventare, non me, ma Lucien de Rubempré; ha la parrucca di capelli lunghi ed incipriati simile a quella di Talleyrand, la redingote nera elegantissima col nastro azzurro e bianco finito dalla croce d’oro sul petto, le lunghe calze di seta nera e le scarpe dalle fibbie d’argento.

  Come riconoscere sotto quell’abito da alto dignitario della Chiesa spagnola, l’ex-forzato Trompe-la-Mort, il temuto e terribile Jacques Collin? Come riconoscere il Vautrin di trentacinque anni prima, il beffardo pensionante della pensione Vauquer, colui che tentò Eugéne de Bastignac! (sic) Colui che senza giri di parole, ridendo, disse all’ambizioso che voleva conquistare Parigi: «Vi sfido a fare quattro passi in questa città senza cadere in intrighi infernali. Scommetto la mia testa contro questo cespo di insalata (parlava in un orto) che cadrete in un vespaio in casa della prima donna che vi piacerà, anche se sarà ricca, bella e giovane ... A Parigi l’uomo onesto è il nemico comune. Che cosa credete che sia l’uomo onesto? A Parigi è colui che tace e non partecipa. Non vi parlo di quei poveri idioti che fanno sempre il loro dovere senza mai essere ricompensati e che io chiamo la confraternita delle ciabatte di Dio».

 

Uno dei dieci.

 

  «Certo in essi v’è la virtù in tutto il fiore della sua ingenuità, ma anche la miseria. E mi pare già di vedere la smorfia di quei poveretti se Dio ci facesse lo scherzo di non essere presente il giorno del giudizio universale! Se dunque volete fare fortuna, e in fretta, dovete essere ricco o parerlo. Per arricchire dovete azzardare grossi colpi; però tenete conto che gli uomini che riescono subito, sono giudicati dei ladri. Tirate le vostre conclusioni, ma la vita è proprio così. Non è migliore che fare cucina, puzza alla stessa maniera e sporca le mani: imparate soltanto a sbrogliarvi con astuzia, questa è tutta la morale della nostra epoca. Se vi parlo in questo modo della vita è perché ne ho il diritto, la conosco. Credete che io me la prenda con la società? Per nulla. La società è sempre stata quale è oggi, i moralisti non la cambieranno mai. L’uomo è imperfetto. E, badate io non accuso i ricchi né difendo i poveri: l’uomo, è uguale in alto e in basso. A volte si trovano su un milione di uomini-bestie dieci uomini in gamba che riescono a mettersi al di sopra di tutto, anche delle leggi: io sono uno di quei dieci ...». Parole esplicite, che suonano di pessimo gusto all’orecchio di chi ama il conformismo, parole ciniche, certo, ma Vautrin era il male personificato, non poteva avere illusioni né vedere, se cresce tra noi, il fiorellino azzurro dei bei sentimenti umani. Del resto Rastignac, ch’era un ambizioso vestito di belle maniere e senza violenza, non cedette alle parole del tentatore, e bene gliene incolse perché fece carriera, mentre Vautrin pagò di persona, andò in prigione per la terza volta, ne fuggì ancora e, commettendo un orribile delitto, si nascose sotto le vesti dell’alto prelato spagnolo don Carlos Herrera.

 

Senza segreti.

 

  E’ dunque in veste di prelato che io mi vedo davanti Vautrin. Come mi è conosciuto! Molto, molto di più di una persona umana in carne e ossa, di una madre, un figlio, un amante. Lo straordinario di questi incontri della memoria è che non ci lasciano ignoto nulla della persona che incontriamo: passato, presente, futuro, tutto di essa ci è noto. Se chiudo gli occhi, per il potere evocatore dello scrittore di genio, io, in riva alla Charente, nella mite giornata di autunno, vedo Vautrin tale e quale lo vide Lucien de Rubempré e lo conosco intero. Conosco il marchio di forzato che ha sulla spalla sinistra; conosco il leggero difetto del suo passo che ha trascinato al penitenziario la catena. Conosco i suoi parenti, i suoi complici, i suoi amici, i suoi nemici. Conosco anche il modello della sua ultima incarnazione, Vidocq, l’avventuriero che ebbe vita reale e che il Larousse definisce così: «Vidocq, avventuriero francese nato ad Arras (1775-1838). Fu capo della pubblica sicurezza, dopo essere stato malfattore». Conosco il segreto più riposto della sua natura, quel fuoco oscuro che gli bruciava fantasia e cuore davanti a un bel viso d’uomo; conosco il suo grido d’amore, sterile grido, sfuggitogli soltanto come sfida davanti a Esther Gobseck, la cortigiana che non era riuscita, nonostante la sua abnegazione, a salvare Lucien de Rubempré; conosco le sue lagrime sul cadavere di Lucien; conosco tutte le sue scelleratezze, ma anche le sue nobiltà, le sue generosità, le sue eleganze morali.

  Poiché Vautrin, eroe romantico, ribelle romantico, era il malvagio cosciente della propria forza e degli scopi per i quali adoperava tale forza. Conosceva la società e le sue leggi, la storia, la letteratura, la filosofia, le religioni, il costume; e quindi i veri motivi che lo avevano portato a combattere quasi tutte le forme della vita e del pensiero. Non cedeva a nessuna retorica, sapeva d’essere dannato, accettava d’esserlo. Non aveva paura né di Dio, né del diavolo, né degli uomini, né della morte. Era il male in tutta la sua potenza, senza possibilità di redenzione. Balzac, che pure si professava cattolico, non credeva alla purificazione del vero malvagio. «On ne peut devenir ici-bas que ce que l’on est», scrisse.

  Ma arrivata ad un certo punto, visto che mi immagino a colloquio con uno dei personaggi che più amo della Comédie Humaine, bisogna pure che mi chieda che cosa potrebbe dirmi ch’io già non sappia Vautrin, personaggio completamente espresso. In esso Balzac non ha lasciato nulla di misterioso, egli non è come lo Strovoguine di Dostoiewskj, pieno d'ombre, di pause, di grandi trasalimenti. Vautrin essendo il male nel suo assoluto è tutto di un pezzo, chiaro e formidabile. Io di fronte a lui potrei soltanto tremare di paura. Non avrei certo paura della sua crudeltà, del suo cinismo, del resto sempre giustificati, e so che, parte anticonformista di una società che non amo, potrei anche intendermi, da certi lati, con lui; ma avrei paura del suo disprezzo. Vautrin disprezzava le donne in maniera totale. Che cosa potrei dire al terribile in riva alla Charente? Forse qualche cosa che gli potrebbe fare piacere anche se banale: «Lasci, caro Vautrin, ch’io contempli in lei il male nella sua corposità, il male con tutto il suo peso, la sua responsabilità, la sua gravità. Sono abituata a una letteratura e — peggio — a una cinematografia di malvagi mediocrissimi, ignoranti, di sangue grosso e di cervello più grossolano ancora. Lei, almeno, facendo il male, diceva l’origine da cui nasceva, ne raccontava chiaramente la storia, ne faceva quasi la giustificazione; e insegnava che vi è oltre il male radicato nel cuore degli uomini, un male peggiore, che investe la radice della vita stessa e che possiamo riconoscere nella natura. Insegnava, insomma, che così come erano fatte, così quali sono tuttora, le leggi e la società non sono sempre accettabili. Senza volerlo lei aveva in se stesso, caro Vautrin, la stoffa di un riformatore».

 

 

  Giuseppe de Lorenzo, I “Contes drolatiques” e le “Mille e una notte”, in Scienza d’Occidente e sapienza d'Oriente, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi editore, 1953, pp. 167-186.

 

  Cfr. 1950.

 

 

  M. Mar., Il romanzo sceneggiato. “Eugenia Grandet”. Capolavoro della “Commedia umana” di H. de Balzac, «Radiocorriere. Settimanale della Radio italiana», Torino, anno 30, numero 37, 13-19 settembre 1953, p. 9; 1 ill.

 

  In una vecchia casa tetra e fredda, nella cittadina di Saumur, vive il vecchio ricchissimo Grandet, un ex bottaio che si è formata una vistosa fortuna attraverso una lunga serie di abili speculazioni finanziarie. Accanto a lui, sottomesse al suo dispotico volere, schiave della sua folle avidità di denaro, conducono una vita stentata e meschina la moglie debole e malaticcia, la fedele serva Nannetta e la giovane figliola Eugenia. La fanciulla, ormai in età da marito, è contesa, in una lotta sorniona e sottile, dalle due famiglie più in vista della città, i Gruchot e i De Grassins, che aspirano ad assicurarsi il patrimonio della bella ereditiera attraverso un ambito matrimonio.

  Durante una festicciola in famiglia per celebrare il compleanno di Eugenia giunge improvvisamente da Parigi un elegantissimo e raffinato giovanotto: è Carlo Grandet, figlio del fratello del vecchio avaro. Il giovane è all’oscuro che il padre si è ucciso in seguito al fallimento della sua impresa commerciale, dopo aver affidato il figliolo all’affetto e alle cure del vecchio Grandet. Il fascino del giovane e lo strazio del suo dolore nell’apprendere la luttuosa notizia sconvolgono l’animo puro e romantico di Eugenia che gli si lega con profondo amore.

  Alla passione della cugina Carlo non rimane insensibile ed alla sua partenza per le Indie, secondo le ultime volontà del genitore, i due innamorati si scambiano doni in pegno di eterno amore.

  Partito Carlo, tutto sembra apparentemente riprendere come prima; è avvenuto invece il «fatto nuovo» a mutare l'intero corso della vita avvenire. Infatti Grandet scopre che la figlia ha regalato al cugino le monete d’oro ch’egli era solito donarle il giorno della sua festa. Sconvolto da questo atto per lui assurdo, punisce la ribellione della figlia relegando la poveretta in una camera a pane e acqua; nè si riconcilia con lei se non al capezzale della moglie morente. Passano intanto gli anni: Carlo non dà notizie di sè ed Eugenia intristisce sempre più accanto al vecchio padre finchè questi muore lasciandola erede di una sostanza immensa. Carlo ritorna in patria dopo lunghi anni trascorsi alle Indie dove si è accumulato una discreta fortuna con loschi traffici. Non pensa più alla cugina e si adatta ad un matrimonio di convenienza capace di soddisfare le sue ambizioni mondane. Eugenia sempre innamorata di lui, gli facilita l’attuazione del progetto matrimoniale e sposa a sua volta uno dei vecchi pretendenti col patto che sia un «matrimonio bianco». Rimasta vedova si riduce a vivere solo cercando conforto alla sua lunga pena nella preghiera e nella beneficenza.

  «Eugenia Grandet» si colloca nell’insieme della produzione letteraria di Balzac in primissimo piano, tra le sue opere più significative ed esemplari. Il romanzo — che è del 1833 — appartiene al grande affresco della «Commedia umana» delle cui «Scene della vita di provincia» fa parte accanto al «Giglio nella valle», «Ursula Mirouet», «Il curato di Tours» e «Illusioni perdute». Senza dubbio in Eugenia Grandet l’arte di Balzac, con i suoi caratteri migliori, ha trovato una delle più compiute espressioni tanto da farla considerare da taluni il suo capolavoro.

  La sanguigna violenza dello stile, non appesantito da eccessive notazioni moralistiche, la robusta costruzione dei caratteri (Grandet ed Eugenia) son creazioni tali da non poter essere dimenticate; e la minuziosa puntuale rappresentazione di ambienti e costumi, conferisce all’opera una straordinaria forza di suggestione. Tutta la prima parte del romanzo, sino alla partenza di Carlo, appartiene al miglior Balzac; la morte dell’avaro — il vecchio Grandet — è poi un pezzo di tale acutezza psicologica da porsi tra i grandi esempi della narrativa di ogni tempo.

  Nella seconda parte le cadute ed i limiti propri dell’arte balzacchiana ne diminuiscono il valore senza però compromettere l’equilibrio d’insieme del romanzo. Un certo deteriore romanticismo, un soggiacere alle facili lusinghe del pathos, certi modi da romanzo d’appendice, ci fanno avvertire il diminuito interesse dell’autore per i suoi personaggi. Di loro ha già tutto detto; non gli resta ormai che affrettarne la fatale risoluzione.

 

 

  Carlo Richelmy, Rossini e Dumas maestri di cucina, «Nuova Stampa Sera», Torino, Anno VII, Numero 14, 16-17 Gennaio 1953, p. 3.

 

Divoratori famelici.

 

  Balzac invece potrebbe essere additato come un precursore di moderne teorie: aveva pressoché abolito la carne ed era un famelico divoratore di frutta che condiva però con bottiglie di vino vecchio. Percorreva poi chilometri e chilometri, ai quattro angoli di Parigi, per assicurarsi tre diverse qualità di caffè e con scrupolosa attenzione sorvegliava la loro miscela sorridendo beato nel sorprendere il compiacimento degli ospiti per l’aromatico nettare. Rossini, Dumas, Victor Hugo, Balzac, pur mostrando gusti diversi, concordano nella sentenza di un loro contemporaneo: «I piaceri della tavola sono quelli che si apprezzano di più, che si lasciano più tardi di tutti ed ai quali si ritorna più spesso. Chi potrebbe applicare questo rilievo agli altri piaceri

 

 

  Gian Luigi Rosa, Dante e Balzac, «Il Mulino», Bologna, Anno II, N. 2, 1953, pp. 83-85.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 567.

 

  Si tratta della recensione al volume di Vittorio Lugli, Dante e Balzac (1952).

 

 

  Antonio Sauro, Il mito del romanticismo francese Bari, Adriatica Editrice, 1953.


Napoleone e la lingua romantica.

 

  pp. 13-14. Vi è un’aria di strana parentela tra questo discorso di Napoleone al papa [cfr. Vigny, Servitude et Grandeur Militaires], imitazione confessata, e il modo in cui si esprime Philippe Bridau del Balzac o meglio ancora il suo Vautrin:«Un homme est tout ou rien ... Il est moins que rien quand il s’appelle Poiret, on peut l’écraser comme une punaise; il est plat

et il pue. Mais un Homme est un Dieu quand il vous ressemble. Ce n’est plus une macchine (sic) couverte en peau; c’este (sic) un théâtre où s’émeuvent les plus beaux sentiments».

 

  pp. 19-20. Il Balzac aveva compilato una raccolta dei Pensieri dell’Imperatore, frutto di letture pazienti ed assidue. Questa raccolta, egli finì col venderla a un «fabbricante di berretti» il quale voleva ottenerela Legion d’Onore ma l’aumentò di una prefazione in cui si legge che le massime così riunite «sont à Napoléon ce que l’Evangile est à Jésus-Christ». Non è difficile scoprire nei romanzi di lui le tracce dei rapporti incessanti che esistono tra il suo pensiero e l’opera scritta dell’Imperatore. Basterà questo solo esempio per provarlo: «Napoléon écrit à Schoenbrunn,le 13 mai 1809, dans le Bullettin adressé à la Grande Armée, maitresse de Vienne, que, comme Médée, les princes autrichiens avaient de leurs propres mains égorgé leurs enfants».

 

Le forme letterarie.

 

  pp. 23-24. Il Delacroix osserva: «La vie de Napoléon est l’apogée de notre siècle pour tous les arts ». La letteratura soggiogata dal ricordo di questo imperatore che dava del tu ai suoi soldati e li abbracciava (32), vuole ormai dei personaggi più vivi, più comuni e quindi più reali, le cui gesta non potranno esprimersi — perché si è troppo vicini all’epoca in cui hanno operato — in termini vaghi o con perifrasi molli.

(32) Cfr. Balzac: le Médecin de campagne, II, V, o ancora III. «Le soldat avait son estime, et il en faisait son enfant, s’inquiétant si vous aviez des souliers, du linge, des capotes, du pain, des cartouches. Un sergent et même un soldat pouvait pouvait lui dire: Mon bon ami».

 

Realismo e pittoresco.

 

 pp. 50-51. Hugo per lo più ha visto la fisonomia imponente dell’Imperatore, dio della guerra e padrone del mondo. E’ l’Imperatore ugualmente che ci mostra Balzac, dapprima sul campo di battaglia di Iena, vestito della sua divisa verde «qui faisait bien valoir sa pâle et terrible figure césarienne», poi nel 1813, prima della campagna di Germania, già ingrassato, ma circondato di ammirazione e accompagnato dagli auguri di un popolo di cui aveva fatto la potenza e garantito fino allora la sicurezza. Sarebbe possibile formare così una intera galleria la quale, per la varietà e per la verità, non cederebbe affatto agli schizzi dei pittori.

  La visione magnifica degli eserciti francesi s’impone anche a tutta una generazione di poeti e di romanzieri. Il Philippe Bridau di Balzac, nella sua ammirazione per i pennacchi e i galloni delle truppe francesi, ne è una espressione simbolica. Leggiamo difatti in Un ménage de garqon: «Une revue aux Tuileries, la dernière qu’y fit Napoléon, et à laquelle Philippe assista, l’avait fanatisé. Dans ce temps-là, la splendeur militaire, l’aspect des uniformes, l’autorité des épaulettes, exerçaient d’irrésistibles séductions sur les jeunes gens».

 

  pp. 82-83. Il Balzac, nel suo Médecin de Campagne, fa narrare la spedizione d’Egitto da un soldato analfabeta, l’ex “voltigeur” Goguelat. In questo passo, sotto la volgarità delle frasi, il meraviglioso straripa da ogni dove: «Alors, nous nous sommes mis en ligne à Alexandrie, à Giseh, et devant les Pyramides. Il a fallu marcher sous le soleil, dans le sable, où les gens sujets d’avoir la berlue voyaient des aeux (sic) desquelles on ne pouvait boire et de l’ombre que ça faisait suer. Mais nous mangeons le Mamelukà l’ordinaire, et tout plie à la voix de Napoléon qui s’empare de la haute et de la basse Egypte, l’Arabie, enfin jusqu’aux capitales des royaumes qui n’étaient plus, et où il y avait des milliers de statues, les cinq cents diables de la nature ... Mais Napoléon veut se venger de l’Angleterre et lui prendre les Indes pour se remplacer sa flotte. Il allait nous conduire en Asie, par la mer Rouge, dans les pays où il n’y a que des diamants, de l’or pour faire la paye aux soldats, et des palais pour étapes».

 

Sensibilità e anima romantica. Dopo il dramma della sconfitta.

 

  pp. 150-151. Il desiderio di grandi passioni felici ebbe sicuramente una potente attrattiva su un gran numero di coloro che seguirono Napoleone; questi uomini attesero da lui che di­spensasse loro quei successi di una natura particolare, conseguenza prevista e quasi immancabile delle vittorie che otteneva. Il Balzac ce lo lascia nettamente intravedere attraverso le parole di uno dei suoi personaggi, il comandante Genestas. La scena si svolge in Germania, durante la campagna del 1805, prima della capitolazione di Ulm, allorché Genestas è sottotenente: « Le soir mon régiment se cantonna dans le pare d’un beau château habité par une jeune et jolie femme, une comtesse; je vais naturellement me loger chez elle, et j’y cours afin d’empêcher tout pillage. J’arrive au salon au moment où mon maréchal-de-logis couchait en joue la comtesse, et lui demandait brutalement ce que celle femme ne pouvait certes lui donner: il était trop laid. Je relève d’un coup de sabre sa carabine, le coup part dans la glace ; puis je flanque un revers à mon homme et l’étends par terre. Aux cris de la comtesse, et en entendant le coup de fusil, tout le monde accourt et me menace. Arrêtez, dit-elle en allemand à ceux qui voulaient m’embrocher, cet officier m’a sauvé la vie! Ils se retirent. Cette dame m’a donné son mouchoir, un beau mouchoir brodé que j’ai encore, et m’a dit que j’aurais toujours un asile dans sa terre, et que, si j’éprouvais du chagrin, de quelque nature que ce fut, je trouverais en elle unesoeur et une amie dévouée; enfin elle y mit touts (sic) les herbes de la Saint Jean. Cette femme était belle comme un jour de noceh, mignonne comme une jeune chatte. Nous avons dîné esemble (sic). Le lendemain j’étais devenu amoureux fou; mais le lendemain il fallait se trouver en ligne à Guntzbourg, je crois, et je délogeai muni du mouchoir. Le combat se livre ; je me disais: A moi les balles ! Mon Dieu ! parmi toutes celles qui passent, n’y en aura-t-il pas une pour moi? ... Je n’étais pas dégoûté, je voulais une bonne blessure au bras, pour pouvoir être pansé, mignotté par la princesse. Je me précipitais comme un enragé sur l’ennemi. Je n’ai pas eu de bonheur, je suis sorti de là sain et sauf. Plus de comtesse, il a fallu marcher. Voilà».

 

  p. 152, nota (24). Il Balzac è ricco di personaggi del genere. Il titolo di barone e il grado di generale accordati al generale Gouraud, il primo nel 1814, il secondo nel 1815. gli sono rifiutati dagli uffici (cfr. Pierrette, 13 L, T. IX, p. 44); Max Gilet rimane capitano, invece di essere capo di battaglione e cavaliere della Legion d’Onore, secondo le nomine fatte durante la campagna di Waterloo. (Un Ménage de Garçon, B L, T. IV, p. 370). Numerosi ufficiali in «demi-solde» figurano in quest’ultimo romanzo, intorno a Philippe Bridau. Fra essi i capitani Giroudeau e Carpentiers vivono grazie a mediocri impieghi. Ne la Comédie Humaine, i traviati sono rappresentati dal colonnello Franchessini (le Père Goriot, B L. T. VI, p. 337) e dal comandante Castanier (Melmoth réconcilié). Il colonnello Chabert rappresenta le grandi vittime.

 

Rassegnazione e disperazione.

 

  pp. 165-166. Tuttavia, sembrando finita, l’epoca delle grandi spedizioni e delle conquiste, si rinunzia generalmente a chiedere alle armi ciò che non potevano più dare. Il popolo stesso sentiva che tutto era ormai terminata, che dallo zaino di un semplice soldato, nonostante la parola di un ministro, non sarebbe mai venuto fuori il bastone di un maresciallo di Francia. Il dialogo immaginato dal Balzac tra il Comandante Genestas e il cacciatore di frodo Butifer è a questo riguardo caratteristico: «Viens à mon régiment, monte sur un cheval, fais-toi carabinier. Si jamais le boule-selle sonne pour une guerre un peu propre, tu verras que le bon Dieu t’a fait pour vivre au milieu des canons, des balles, des batailles, et tu deviendras général. Oui, si Napoléon était revenu».

 

  pp. 172-173. Il Balzac le ha rias­sunte queste bohèmes, in uno dei suoi personaggi molto rappresentativi, il conte de la Palférine; ma fa osservare anche che avevano avuto come precursori altri sfaccendati di cui segnala l’esistenza fin dal 1821, ai tempi leggendari di Maxime de Trailles. La Bohème degli artisti che si è salvata dal nulla grazie alle sue preoccupazioni estetiche e perché non era de. tutto oziosa, ha riunito nelle sue file G. de Nerval, A. Houssaye, Th. Gautier, Ourliac, Célestin Nanteuil, C. Rogier, senza parlare di Corot, Chassériau, Marilhat, di una folla di pittori e di poeti che attraversarono il «cénacle» della «rue du Doyenné», tempio della festa e delle dite, vi sono certo delle sfumature. Eppure tutti soffrivano dello stesso male.

  Il Balzac scrive quanto segue: «La Bohème se compose de jeunes gens tous âgés de plus de vingt ans, mais qui n’en ont pas trente, tous hommes de génie dans leur genre ... A quelle époque vivons-nous? ... Quel absurde pouvoir laisse ainsi se perdre des forces immenses? ... Là se trouve la fleur inutile, et qui se dessèche, de cette admirable jeunesse française que Napoléon et Louis XIV recherchaient, que néglige depuis trente ans la gérontocratie sous laquelle tout se flétrit en France ». In questo brano il Balzac parla degli sfaccendati mondani.

 

La Rivolta.

 

  p. 199. Balzac che è legittimista, si mostra ancora più duro: «Je le dis hautement: je préfère Dieu au peuple; mais, si je ne puis vivre sous une monarchie absolue, je préfère la République aux ignobles gouvernements bâtards, sans action, immoraux, sans principes, qui déchaînent toutes les passions sans tirer parti d’aucune, et rendent, faute de pouvoir, une nation stationnaire.

  La piccola borghesia e anche quella media, alle quali il sistema censuario rifiuta non solo l’eliggibilità, ma ancora il diritto di votare, si disaffezionano di questo regime che trovano mediocre, letar­gico, volto unicamente verso gli interessi materiali, troppo amico dei vecchi e dei ricchi; gli si rimprovera di non essere favorevole che a coloro la cui situazione è già fatta e di allontanare spietatamente tutti coloro che hanno il desiderio di arrivare. Mentre il Balzac gli getta in faccia tutte queste accuse in un breve romanzo, Zéphirin Marcas, Quinet scrive che esso procede per strade in cui cresce la messe della vergogna.

 

L’adattamento.

 

  p. 206. Tutti non ambiscono un maresciallato civile e alcuni si accontentano di rivolgere i loro desideri verso altitudini più moderate, ma ognuno è convinto che l’uomo forte s’impadronisce del mondo, o della parte del mondo sulla quale ha messo gli occhi. E’ questa la storia degli eroi di Scribe e di quelli di Balzac, per citare soltanto quelli. E’ ugualmente la storia di Balzac stesso, il quale non ha nessun gusto per i ranghi inferiori della gerarchia sociale.

 

  pp. 213-215. Difatti esso ha goduto di una tale considerazione sotto l’Impero che, dopo Waterloo, molti ufficiali hanno creduto di decadere andandovi a cercare un nuovo campo di azione. [...]. Lo stesso tipo si ritrova, tranne qualche variante, nel romanzo di Balzac: è il generale d’Aiglemont. [...].

  Quando il danaro è stato guadagnato, bisogna ancora investirlo vantaggiosamente, dimodocchè i capitali di cui si dispone aumentino in valore il più rapidamente possibile, il che incoraggia la speculazione. Il grosso commercio, nell’opinione pubblica, incontra un favore ancora più marcato, perché vi si maneggiano somme considerevoli e perché le possibilità di arricchirsi vi sono molto maggiori. Si può dire lo stesso dell’industria che dà prestigio a chi la esercita: sul mercato dei valori sociali, César Birotteau scompare vicino ad Anselme Popinot o ai fratelli Cointet. Senonché il commercio propriamente detto non è ancora l’ideale verso cui va di preferenza «l’arrivismo» della giovane generazione. Difatti esso procura la riuscita soltanto a rarissime personalità. Inoltre, ha in sé qualche cosa di scialbo e di misero che non conviene alle nature effervescenti dell’epoca romantica. Per queste, ci vogliono carriere più sicuramente lucrative, in cui l’oro suoni più giocondamente, in cui si raggiunga più presto e più brillantemente il risultato cercato. Un Popinot è insomma un semplice soldato che ha percorso tutti i gradi prima di raggiungere il culmine della gerarchia. E’ meglio cominciare come ufficiale, in una funzione di comando.

  Queste funzioni di comando, dove il danaro affluisce in ondate serrate e continue, sono note. Notaio, avvocato, è certo una bella cosa. Ma agente di cambio o banchiere è molto meglio. In tali situazioni, non si possono tentare che grossissimi colpi, i quali procurano all’uomo furbo guadagni favolosi e si sa godere della ricchezza con ben altro folgorìo dei miseri bottegai, perché si è avuta, fin dal primo giorno, l’abitudine dell’opulenza. Si lavora in maniera più elegante, in un ufficio chiaro e bene arredato, che non rassomiglia affatto ai bugigattoli oscuri in cui i padroni delle case di commercio si rifugiano per dare i loro ordini. I grandi affari non sono veramente il dominio che dello speculatore di professione.

  Egli finanzia le grosse imprese industriali; fonda società per sfruttare le concessioni di miniere, di canali e di ferrovie; emette azioni e specula alla Borsa; riscuote percentuali. Gli basta essere audace e volere: tutto allora gli cade nelle mani. Nucingen, nella Comédie Humaine, coi suoi diciotto milioni, è il prototipo di questi approfittatori.

 

  pp. 219-222. Il romanzo di Balzac e il teatro di Scribe mostrano perfettamente ciò che gli arricchiti attendono dalla fortuna: delle case sontuose o meglio ancora dei palazzi nove scintillino lampadari in una fuga di salotti lussuosamente addobbati, dei cavalli nelle scuderie, delle carrozze, dei lacchè in livrea, dei castelli in provincia, dei diamanti per le donne, un palco all’Opéra o all’Opéra-Comique: delle collezioni di oggetti d’arte. [...].

  Queste sommità si possono però raggiungere, purché si disponga di capitali considerevoli, i quali permettono soltanto le supreme ascese. Perché Balzac ama la signora Hanska? In parte perché ella rende giustizia al suo genio, ma in parte ugualmente perché rappresenta il suo sogno di potenza e gli assicura la sua parte di regalità. Respinto da Mme de Castries, si afferra disperatamente a questa speranza, con tutta la forza della sua immaginazione febbrile. Ella appartiene alla grande nobiltà polacca; è favolosamente ricca, possiede terre estese come province, popolate da contadini quasi schiavi, sui quali regna senza controllo. Egli non è che un borghese francese, plebeo d’aspetto e di modi, un «rurale» appena dirozzato, senza distinzione nè bella presenza. Nota il Fontaney nel suo Journal Intime, in data 7 settembre 1831. « M. de Balzac est là. Je le vois enfin, ce nouvel astre ... Gros garçon. Oeil vif, gilet blanc, tournure d’herboriste, mise de boucher, air de doreur, ensemble prestigieux».

  Ma che egli, così volgare, che egli, stampatore in fallimento, sposi questa principessa delle Mille e una notte, questa nuova Maria Luisa che crede imparentata con tutte le corti sovrane dell’Europa e che dipende solo dallo czar, quale prestigio, quale Marengo o quale Austerlitz!

  Avrà vinto nella sua campagna di Russia, mentre Napoleone ha dovuto abbandonare Mosca. Avrà conquistato la fortune (sic). Vivrà in un lusso sfrenato, con un fasto orientale, da monarca asiatico. Dominerà il Faubourg Saint-Germain, il solo luogo che conti a Parigi, capitale incontestata dalla Francia e del mondo. Scrive difatti alla sorella: «Va, Laure, c’est quelque chose que de pouvoir, quand on le veut, ouvrir son salon et y rassembler l’élite de la société, qui y trouve une femme polie, imposante comme une reine, d’une naissance illustre, alliée aux plus grandes familles, instruite et belle. Il y a là un grand moyen de domination».

 

  pp. 224-225. Nel romanzo di Balzac, numerosi sono i borghesi arrivati alla fortuna che meditano di conquistare un seggio nelle assemblee parlamen­tari e di cui alcuni, allontanando la folla dei loro competitori, riusciranno ad occupare il potere. Crevel, ex profumiere, capo di battaglione della Guardia Nazionale, ufficiale della Legion d’Onore, sindaco del suo circondario, muore, mentre sta per essere eletto deputato. Ma il droghiere Anselme Popinot sarà conte e ministro del Commercio nel 1838, pari di Francia nel 1844; Boniface Cointet, il tipografo di Angoulême, farà la stessa carriera, malgrado le azioni vili di cui s’è reso colpevole. Camusot, già mercante di seterie diventerà Membro del Consiglio delle Manifatture, pari di Francia e barone, senza parlare ancora di Francois Keller, genero di un senatore dell’Impero e cognato del Maresciallo di Canigliano, nè di Nucingen, nè di un trovatello come Du Tillet. [...].

  La fortuna non è in se stessa la meta suprema, ma essa è il mezzo col quale si diventa padroni di tutto, l’artiglieria a cui nulla resiste e che dà vittorie sicure. Gobseck lo sa benissimo e lo dice: «Je suis assez riche pour acheter la conscience de ceux qui font mouvoir les ministres depuis leurs garçons de bureau jusqu’à leurs maîtresses. N’est-ce pas le pouvoir? Nous sommes dans Paris une dizaine ainsi ... les arbitres de vos destinées».

 

  p. 233. Dice la Signora de Beauséant a Rastignac: «Voyez-vous, vous ne serez jamais rien ici, si vous n’avez une femme qui s’intéresse à vous. Il vous la faut jeune, riche, élégante, Mais, si vous avez un sentiment vrai, cachez-le bien comme un trésor, ne le laissez jamais soupçonner, vous seriez perdu. Vous ne seriez plus le bourreau, vous deviendriez la victime». In tal modo il generale Bonaparte si è servito di Josephine de Beauharnais per ottenere il comando dell’Armata d’Italia. Il Balzac constata: «Il s’est plié, tordu, il a rampe! Oui, Bonaparte a rampé!». Senonchè la sua condotta gli era stata dettata dalla grandezza della mèta da raggiungere e che raggiunse difatti. La sola debolezza, insegna il romanziere, fu di sposare quella donna, che avrebbe dovuto essere soltanto per lui lo strumento di una folgorante ascesa.

  L’amore che procura all’orgoglio altissime soddisfazioni e che permette al minimo adolescente esaltato di prendersi, in caso di riuscita, per un vincitore, diventa dunque agli occhi dei romantici la passione per eccellenza, il sogno celestiale che basta attraversare una volta sulla terra e dopo il quale si può morire. Non occorre ricordare il posto che ha tenuto la donna nell’esistenza di uno Stendhal o di un Musset, o anche di un Balzac; non è il caso di ricordare come altri, per essa hanno conosciuto le prostrazioni del dolore, ma anche l'ebrezza che dà la gloria. Offre davvero la pienezza delle gioie supreme agli uomini che vogliono sfuggire alla terra, alla triste ed ingannevole realtà.

 

  pp. 235-236. Louis Lambert scrive alla sua fidanzata: «Ma bien-aimée, écoute certaines choses que je n’osais te dire encore. Je sentais en moi je ne sais quelle pudeur d’âme qui s’opposait à l’entière expression de mes sentiments, et je tâchais de les revêtir des formes de la pensée. Mais maintenant, je voudrais te dévoiler la bouillante ambition de mes sens irrités par la solitude où j’ai vécu ... Mais est-il possible d’exprimer combien je suis altère de ces félicités inconnues que donne la possession d’une femme aimée? ... Ma vie entière, mes pensées, mes forces, se fondent, s’unissent dans ce que je nomme mon désir, faute de mots pour exprimer un délire sans nom».

 

  pp. 237-238. [Louis Lambert] vorrebbe uccidere l’amante di una bella giovane, perché, scorgendoli ambedue al Théâtre Français, si sente geloso della loro felicità. Scrive Balzac per scusarlo: «N’était-ce pas dans notre monde de Paris, un effet d’instinct bestial joint à la rapidité des jets presque lumineux d’une âme comprimée sous la masse de ses pensées? N’était-ce pas chez l’homme le coup de foudre de son besoin le plus impérieux, l’amour?». Tutti questi eroi sono pronti a spargere il loro sangue o meglio ancora quello degli altri, come in guerra, ma il loro linguaggio è pieno di immagini tolte in prestito dall’arte militare e parlano sempre di nemici da sorprendere, di fortezze da assediare, di difese da espugnare.

 

  p. 238. Lucien de Rubempré, ossessionato dal ricordo dell’Imperatore, fa a se stesso queste riflessioni: «Il se disait qu’il était plus beau de percer les épais bataillons de la tourbe aristocratique ou bourgeoise à coup de succès que de parvenir par la faveur d’une femme. Son génie luirait tôt ou tard, comme celui de tant d’hommes, ses prédécesseurs, qui avaient dompté la société; les femmes l’aimeraient alors».

 

  p. 240. Il superuomo possiede diritti sulle specie subalterne che lo circondano, ma non si sente legato da nessun vincolo rispetto ad esse, perché egli è di essenza superiore. Il mondo intero è fatto per obbedirgli, per servirlo, per soddisfare le sue passioni, per accontentare il suo bisogno di comandare e di godere. Al contrario, egli stesso non potrebbe essere lo schiavo di nessuno. Prova quindi la sua superiorità con la conquista che implica l’uso della forza, la sua vittoria lo santifica e gli assicura la remissione di tutti i suoi peccati. Questa etica si afferma senza nessun velo sotto la penna degli scrittori romantici. Balzac lo afferma nel Lys dans la Vallée, con la voce di lady Dudley, quando afferma a Félix de Vandenesse che lo si insulta paragonandolo agli altri uomini: «Les règles de la morale ne te sont pas applicables. Dieu t’a mis au-dessus de tout».

 

  pp. 241-242. Prendiamo come esempio in Balzac il personaggio di Philippe Bridau. E’ precisamente il tipo di quegli uomini che la sorte aveva eletti. E Balzac narra con ammirazione la carriera che si conosce: arruolato volontario a diciassette anni, all’uscita dal Liceo, poi nominato sottotenente di cavalleria nel novembre 1813, tenente e capitano nel 1814, decorato a Montereau e poi aiutante di campo dell’Imperatore di cui porta gli ordini, Philippe Bridau si trova tenente-colonnello e ufficiale della Legion d’Onore il giorno di Waterloo, a venti anni. E’ proprio quello il soldataccio felice, spadaccino dal pugno d’acciaio che non ha paura di nulla e che non ha paura di nulla e che il più fulgido avvenire attende. L’Impero crolla, ma Bridau, che tre anni di guerra hanno formato per sempre, conserva le bramosie delle grandi belve e, quando muore, è andato avanti nel gran mondo abbastanza per diventare conte di Bambourg e «chef de corps» nella guardia: la monarchia paterna di Carlo X, pur prescrivendo un necessario adattamento al nuovo stato di cose, acconsente una cosa così straordinaria.

  Tuttavia non è quello l’eroe romantico per eccellenza. Soltanto gli individui senza coscienza, coloro che non hanno nè famiglia nè nome, realizzano la perfezione agognata, perché di costoro si è sicuri, se manifestano qualche grandezza, che essa è dovuta soltanto a loro, all’ascendente del loro ingegno. Napoleone difatti appartiene ancora alla nobiltà; i suoi inizi furono favoriti dagli intrighi del padre, grazie ai quali, ammesso alla scuola di Brienne, ha visto aprirsi dinanzi a sè le strade del potere. Si tratta quindi di oltrepassare il modello, e il personaggio scelto è per lo meno orfano e bastarde; se non è ancora un trovatello, a malapena si acconsente a farlo nascere nelle classi inferiori della società: ad ogni modo il suo merito rifulgerà tanto più che verrà dagli strati più bassi della società. Sono queste le origini che si attribuiscono volentieri a molti fra coloro che hanno raggiunto i gradi più invidiabili negli eserciti imperiali. Dice il colonnello Chabert: «Je suis un enfant d’hôpital, un soldat qui pour patrimoine avait son courage, pour famille tout le monde, pour patrie la France, pour tout protecteur le bon Dieu».

 

  pp. 245-246. Lo Stendhal e il Balzac meglio ancora, attribuiscono ai loro personaggi lo stesso imperialismo. Lo Stendhal ci fa vedere il figlio di un contadino. Julien Sorel, il quale, dopo essersi chiesto se non avrebbe fatto il sacerdote, per strappare un giorno alla Chiesa la porpora di Cardinale, diventa, grazie alla sua volontà agente, tenente di usseri e cavaliere de la Vernaye. In Balzac il prototipo dominatore si riconosce nel Père Grandet, in Balthasar Claës e nel canonico Trubert le cui ambizioni di natura diversa, ma violente e brutali, si muovono in una cerchia borghese e si coprono di apparenze modeste. Il capo dei Tredici al contrario, esercita la sua azione in zone molto meno ristrette. Costui, Henri de Marsay, bastardo di lord Dudley e della marchesa di Vardac, ha fatto alleanza con Paul de Manerville, Maxime de Trailles, Bourignard, Vandenesse e alcuni altri per sostituirsi ad un tempo al principe e al boia. Viola la clausura di un convento di Carmelitane, per farne uscire Antoinette de Langeais; emana sentenze di morte; dispone della vita di coloro che gli fanno ostacolo; regna da despota sui suoi complici, come un imperatore i cui poteri sono illimitati e riesce con un tale successo che la Rivoluzione del 1830 gli darà il posto di primo ministro. Il Balzac va anche a prendere un ex forzato, Jacques Collin, detto Trompe-la-Mort, detto Vautrin, detto l’abate Carlos Herrera. Questo Bonaparte dei lavori forzati che dispone dell’esercito del vizio, è in possesso del segreto di due re, fa tremare l’aristocrazia parigina, tratta sul piede di uguaglianza con la magistratura; la nobiltà, la borghesia, il popolo, di cui ha battuto la polizia in tutti gli scontri, si vedono finalmente costretti ad incaricarlo della loro difesa e lo nominano capo della polizia criminale. Bisognerebbe ancora menzionare due allievi di lui: Eugène de Rastignac dapprima, e soprattutto Lucien Chardon. Rastignac che conosce a Parigi la miseria dello studente povero, s’innalza dando libero corso alla sua ambizione, mette a posto la sua famiglia, i suoi fratelli e le sue sorelle, esattamente come ha fatto Napoleone, diventa sottosegretario di Stato sotto la Monarchia di Luglio, conte e pari di Francia. In quanto a Lucien Chardon, figlio di un apoticario di Angoulême e di una damigella de Rubempré, destinato da Vautrin ad essere segretario di Legazione, ministro plenipotenziario e membro nominato dal re della Camera Alta, approfitta così bene delle lezioni del suo maestro che ottiene di prendere il nome di sua madre per meglio penetrare nelle Ambasciate e che, alla penultima pagina della sua storia, fidanzato alla figlia del duca di Grandlieu, si trova in possesso di sette milioni.

 

  pp. 247-248. Il Balzac a sua volta ha fatto l’elogio di questa volontà imperiale con la quale è stato conquistato il trono di Francia: «Napoléon est une des plus violentes volontés connues dans les annales des dominations humaines: il ne pouvait donc y avoir de curieux en lui que les lois parle-squelles (sic) il a construit et maintenu son pouvoir». Molto evidentemente Napoleone è il modello a cui si è ispirato per costruire un gran numero dei suoi personaggi ed è anche il modello che ha ispirato i suoi contemporanei.

Nel fisico, gli stessi lineamenti si riproducono con una costanza ostinata [...]. Quest’occhio, secondo la gustosa immagine di Philippe Bridau, «qui piombe les imbéciles», come anche che curva i deboli e fa tremare gli avversari. [...] Louis Lambert fulmina i suoi educatori [...]. Tale deve essere l’atteggiamento di coloro che, come dice così bene Vautrin, si fanno «dompteurs de bêtes féroces».

 

  p. 251. Evidentemente, quando si possiede tale sicurezza, si è disposti a fare del successo la sola norma del proprio merito. «Je réussirai», esclama Rastignac e Balzac nota per il lettore che ciò è «le mot du joueur et du grand capitaine». Se si è Buridan, si vuole oro in quantità, la morte del primo ministro e il suo posto; se si è Lucien de Rubempré o Julien Sorel, si desiderano milioni e la figlia di un aristocratico: altrettanti equivalenti dello scettro di Napoleone. Non si ha nulla e si desidera tutto, come l’eroe de la Peau de Chaqrin. Così si spiega l’esclamazione di Rastignac con la quale termina il Père Goriot, quando il giovane avventuriero, contemplando Parigi, scaglia alla città la sua minaccia: «A nous deux, maintenant!».

 

  pp. 252-253. La maggior parte ammetterebbe senza difficoltà che la fortuna è la virtù, che l’onestà non serve a nulla, che bisogna accettare gli uomini e le donne come i cavalli di ricambio che si lasciano morire ad ogni tappa: tre asserzioni che sono immaginarie, ma che si trovano sotto la penna di Balzac. E’ nella straordinaria conversazione di Vautrin con Rastignac che bisogna cercare gli aforismi più curiosi, quelli attraverso i quali si scorge con evidenza come la persona dell’Imperatore, liberata da tutta la sua ideale maestà, ispiri gli «arrivisti romantici». Basta citare a casaccio. «N’est-ce pas une belle partie à jouer que d’être seul contre le hommes et d’avoir la chance» ... «Je vais vous éclairer avec la supériorité d’un homme qui, après avoir examiné les choses d’ici-bas, a vu qu’il n’y avait que deux partis à prendre: ou une stupide alliance ou la révolte» ... «Nous avons le sang fiévreux des lions» ... «Savez-vous comment on fait son chemin ici? par l’éclat du génie ou par l’adresse de la corruption. Il faut entrer dans cette masse d’hommes comme un boulet de canon ou s’y glisser comme une peste» ... ecc., ecc. Costantemente Julien Sorel, prima di agire, s’ispira a Napoleone, ed è sempre l’Imperatore che torna sulle labbra di Vautrin, sia che giudichi se stesso, egli forzato evaso, uccisore all’occorrenza, ma uomo di genio, sia che stimoli l’energia dei suoi due discepoli, Lucien de Rubempré ed Eugène de Rastignac. Dice a quest’ultimo: «Il faudra lutter contre l’envie, la calomnie, la médiocrité, contre tout le monde. Napoléon a rencontré un ministre de la guerre qui s’appelait Aubry et qui a failli l’envoyer aux colonies. Tâtez-vous. Voyez si vous pouvez vous lever tous les matins avec plus de volonté que vous n’en aviez la veille». […].

  […] l’imperatore è lo stesso il suo modello, ed egli parla come Vautrin: «Si nous voulons. Marguerite, que rien n’arrête notre volonté où nous lui dirons d’aller, il faut que cette volonté soit assez forte pour briser sur sa route tout ce qu’elle rencontrera, sans coûter une larme à nos yeux, un regret à notre coeur».

  Poiché, come dice l’eroe di Balzac, si debbono fare grandi colpi per conseguire la fortuna e poiché l’esistenza appare a tutti i personaggi romantici un’impresa azzardosa, è certo che la loro «roulette» si fermerà ora sulla rossa, ora sulla nera, e che in tal modo corrono il rischio di perdere la partita. Senonchè Vautrin è fatalista come Napoleone e gli altri lo sono al pari di lui.

 

Poesia e Imperialismo spirituale.

 

  pp. 290-291. Scrive il Balzac alla sorella: «Je suis jeune, mon assiette est vide, et j’ai faim. Laure, Laure, mes deux seuls et immenses désirs, être célèbre et être aimé, seront-ils jamais satisfaits?». Bisogna anche comprendere che il Carlo-Quinto di Hernani traduce il pensiero di V. Hugo, Buridan quello di Dumas, che sotto il nome di Vautrin, è in realtà Balzac che si rivolge a Rastignac: «L’on plie sous le pouvoir du génie, on le haït, on tâche de la calomnier, parce qu’il prend sans partager, mais on cède s’il persiste, en un mot on l’adore à genoux quand on n’a pu l’enterrer sous la boue». L’egemonia è promessa agli uomini di genio, titolo a cui pretendono di aver diritto tutti gli scrittori.

 

  pp. 294-295. V. Hugo si qualifica di profeta: ha ricevuto l’incarico di insegnare, di condannare e di benedire; parlerà alle intelligenze e ai cuori. Il Vigny palpita di emozione quando evoca la grandezza dello scrittore nella società moderna [...]. Il Balzac è in preda allo stesso nervosismo, che palesa in termini ancor più vigorosi: «Aujourd’hui, l’écrivain a remplacé le prêtre, il a revêtu la clamyde des martyrs, il souffre mille maux, il prend la lumière sur l’autel et la répand au sein des peuples; il est prince ,il est mendiant, il console, il maudit, il prie, il prophétise, sa voix ne parcourt pas seulement la nef d’une cathédrale, elle peut quelquefois tourner d’un bout à l’autre du monde; l’humanité, devenue son troupeau, écoute ses poésies, les médite, et une parole, un vers ont maintenant autant de poids dans les balances politiques qu’en avait jadis une victoire ... Une feuille de papier, frêle instrument d’une immortelle idée, peut niveler le globe; le pontife de cette terrible et majestueuse puissance ne relève donc plus ni des rois, ni des grands il tient sa mission de Dieu: son coeur et sa tête embrassent le monde et tendent à le sertir en une seule famille. Une oeuvre me saurait donc être cachetée aux armes d’un clan, offerte à un financier, prostituée à une prostituée; les vers trempés de larmes, les veilles studieuses et fécondes ne s’avilissent pas aux pieds cru pouvoir, elles sont le pouvoir».

 

  p. 309. Il Balzac, per cui l’economia politica non ha segreti, sa anche come debbano funzionare i congegni indispensabili allo Stato. Nel 1833, egli pubblica il Médecin de campagne in cui il suo eroe, il Dr. Benassis, trasforma miracolosamente tutta una provincia. Nel 1837, per mostrare la sua competenza di riformatore, scrive les Employés, che sono la sua dichiarazione di candidatura al posto di capo del governo. A sentirlo, esercito e magistratura eccettuati, non vi sarebbe bisogno che di cinquemila funzionari ben pagati per amministrare la Francia, mentre i ministri troppo numerosi ne hanno quarantamila sotto i loro ordini, ma che muoiono di fame. Egli ha calcolato tutto, ha previsto tutto, e offre di spezzare la macchina, per ricostruirla con le proprie mani, nella certezza di un rendimento migliore. Nulla sfugge all’occhio vigile del poeta-Messia, che tiene in portafogli delle soluzioni per i problemi più diversi e il cui spirito sempre sveglio, testimonia un’attività napoleonica.

 

  pp. 325-327. Vi sono altre confessioni più evidenti ancora: Balzac, l’atleta dei grandi combattimenti, pone se stesso fra i «maréchaux de la littérature». A casa sua possiede una statua di Napoleone che ha ornata di un’iscrizione senza equivoco: «Ce qu’il n’a pu accomplir par l’épée, je l’accomplirai par ma plume». Per essere più sicuro di riuscire nell’intento, si mette docilmente alla scuola del titano. Lo ha scelto come Maestro: da ciò durante sette anni quel libro di cucina che non lascia il suo scrittoio e sul quale nota i pensieri più notevoli dell’Imperatore, modello ai suoi occhi di energia, d’intelligenza e di audacia. La propria esistenza, di lui Balzac, gli appare come un seguito di battaglie caldamente combattute che, nella sua corrispondenza, paragona di volta in volta a Marengo, a Brienne, a Champaubert, pur temendo d’incontrare un Waterloo. In certi giorni si fa abbastanza modesto; scrive alla signora Hanska: «Je suis un démon à trois cornes, de la race, un peu dégénérée de Napoléon». In altri il parallelo che inizia non volge a suo vantaggio: «Si vous saviez quels prodiges de volonté, de persistance créatrice, il faut pour seulement gagner mes vingt-quatre jours (di libertà) en juin et juillet, vous diriez, comme un de mes amis, qui a perçu un peu du mouvement de ma fournaise, que Napoléon n’a pas montré tant de vouloir, ni tant de courage» (91). [..].

  (91). Balzac: Lettres à l’Etrangère, 10 maggio e 28 aprile 1834; in quest’ultima lettera, si tratta di vacanze che il Balzac desidera accordarsi; cfr. ancora 1 e 22 ottobre 1836, 20 ottobre 1837, 15 novembre 1838, 2 giugno 1839, 8 aprile e 12 luglio 1842, 8 febbraio 1844; le parole combat, lutte e victoire tornano continuamente sotto la sua penna.

 

  La meravigliosa illusione, madre dei grandi sforzi, nasce colla gioventù di questi uomini, li accompagna durante la loro età matura; da vecchi, spesso, li possiede ancora. Talvolta essa li tradisce, ma ve ne sono anche che ricompensa. E’ il sole della loro esistenza. Scrittori e artisti, tutti avanzano nel seguito di essa, si precipitano nelle mischie, tentano di innalzarsi a poco a poco sopra la folla con una serie di Diciotto Brumai, avidi di mettere alla prova la loro forza e il loro valore. Si sa ciò che fu la vita di un Balzac, la sua caccia sfrenata alla fama e al successo per trenta anni di lavoro ostinato. Doveva morire sulla breccia.

 

 

  Pietro Volta, L’avventura di un gran romanziere a Torino. Sotto l’aspetto d’un bel ragazzo la signora Carolina Marbouty accompagnava Balzac, «La Sicilia. Quotidiano liberale», Catania, Anno IX, N. 234, 4 ottobre 1953, p. 3.

 

  Balzac amava molto l’Italia, in Italia viene per trattare affari d’ipotetiche miniere, per trafficare fra avvocati e notai, per trovare donne o per portarvene. E una ve ne portò a Torino, nel modo più romanzesco e più scandaloso, cioè travestita da uomo.

  Come portava avanti, nelle, febbrili notti di composizione eccitate a furia di caffè, tre romanzi nel medesimo tempo, così accadde a Balzac d’avere nel medesimo tempo tre amori: laggiù, in Polonia, nel nevoso castello, la Straniera, «madame Hanska», che più tardi sarà sua moglie; a Parigi, la contessa Guidoboni-Visconti moglie inglese di un gentiluomo milanese, melomane a tal segno che, ricco com’era, andava per suonare e a prender posto col suo violino nelle pubbliche orchestrine anche umilissime; e, andando a Torino, Balzac si trascinò dietro un terzo amore, un bel ragazzo bruno e affascinante, chiamato Marcello.

 

Marcello.

 

  Marcello: ossia la signora Carolina Marbouty, testa matta di provincia, nipote e figlia di magistrati, moglie tediata di un tedioso cancelliere-capo al Tribunale di Limoges. Costei va a Parigi, a periodi, per farvi vita brillante e conoscervi celebrità letterarie.

  Visto da vicino, Sainte-Beuve, il grande critico, goffo e presuntuoso, la delude. Non così Balzac. Il gran romanziere la riceve nel salotto del famoso divano bianco. Ha indosso la sua tonaca di lana «cachemire» bianca, stretta al fianco da un rosso cordone. Bello non è; ma come parla, come s’infiamma, come trascina gli interlocutori nel mondo ardente e dinamico della sua inesauribile fantasia! ...

  Sicché andata a trovare il romanziere per un’ora, la signora Marbouty rimase in casa sua tre giorni e tre notti, senza prendere sonno. Ma, finiti i tre giorni, Balzac deve partire per l’Italia. Lo mandano a Torino. E chi ve lo manda, per aiutarlo a sottrarsi ai creditori e a fargli guadagnare qualche migliaio di franchi, è proprio la contessa Guidoboni-Visconti. C’è una complicata storia di eredità; e di quell’eredità Guidoboni-Visconti reclama una parte. Tra avvocati e notai, la matassa è indiavolatamente imbrogliata: vada dunque Balzac, ingegnoso in tutto, a tentare di dipanarla. Ma bisogna, per questo, lasciare la signora Marbonty e spegnere i fuochi appena accesi — e con quale ardore! – in quei tre giorni!

  Ad un tratto. Balzac ha un’idea:

  — Su, svelta, prepara la tua valigia. Vieni a Torino con me ...

  La Marbouty scuote il capo:

  — Sei matto? Mio marito finirebbe per saperlo ...

  Zitto per un attimo — cosa rara! — Balzac ci pensa su un momento. Poi, trovata la seconda idea, si batte una mano sulla fronte, ed esclama.

  — Il modo c’è. Staremo via dieci giorni. Lascia ad un’amica fidata il compito di spedire di qui, da Parigi, le tue lettere al coniuge cancelliere ... E vieni con me, vestita da uomo ... Hai il profilo virile: dirò che sei un mio giovane amico, un romanziere in erba ... Ti va?

  Le va. E partono. Salendo in diligenza, la signora Marbouty, ridotta a bel giovanotto, chiede a Balzac che se la gode e se la ride:

  — Che nome ho? Non mi posso certo chiamare Carolina ...

  E Balzac decide:

  — Mio giovane amico, ti chiamerai Marcello ...

  E così Onorato e Marcello partono beati per la frontiera italiana.

 

Il bagno alla grande Certosa. 

 

  Strada facendo, il gran romanziere ha una curiosità. In Savoia, sopra Chambéry, incontrano un convento famoso; quello della Grande Certosa. Balzac vuole visitarlo.

  Ma, quando i due viaggiatori stanno per varcare la soglia, il frate guardiano fa severa opposizione:

  — Voi signore, potete entrare ... Ma l’altro viaggiatore non può: è una donna ...

  — Fratello, voi siete matto! ... Costui una donna? Se si chiama Marcello ...

  — Si chiami come vuole, non entra. E’ senza dubbio una donna ...

  Il portiere, per quanto Balzac infurii e minacci, non cede.

  — Dov’è il priore? — chiede Balzac, incollerito — Sono Onorato di Balzac, lo scrittore ...

  E rivolgendosi a madame. Marbouty che rimane fuori, le dice:

  — Tu, Marcello, passeggia intorno al laghetto. Chiarirò l’equivoco e ti farò chiamare ...

  Balzac incontra il priore che viene a dargli il benvenuto e gli fa visitare il convento. Poi, Balzac. entrato nelle simpatie del monaco gli racconta l’accaduto.

  Sono vivamente contrariato ... Il vostro frate guardiano ... Uno stranissimo equivoco ... Il mio giovane amico Marcello, scrittore di vivo ingegno, ancora alle prime armi, scambiato per una danna ... Se voi poteste farla entrare...

  — Andiamo subito ad incontrarlo noi stessi. Vi farò così visitare anche gli orti e i giardini ...

 

Nei salotti dell’alta società.

 

  Ed escono all’aperto, Balzac, il priore e i più ragguardevoli monaci che sono stati presentati al romanziere. Per i viali, separati dal ruscelletto che diventa lago con alti e fitti canneti, il priore cerca ansiosamente Marcello per offrirgli ospitalità. Senonchè, all’improvviso, là dove il canneto si dirada, Marcello appare. Ma non è Marcello. E’ Carolina. Carolina Marbouty, la quale, nel gran caldo del meriggio di luglio, ha avuto una bellissima idea; prendere un bagno. Ed ora, davanti ai monaci che cercavano Marcello, Eva nuda viene su pudicamente arrossendo, per asciugarsi al sole.

  A Torino, nel migliore appartamento dell’Albergo Europa, in piazza Castello, la coppia Balzac-Marcello suscita subito curiosità e attenzione. Il gran romanziere è felice trascinandosi dietro Marcello. Ognuno, a Torino, gli parla del suo famoso bastone dal pomo adorno di turchesi; e in molti salotti, egli trova, al posto d’onore, la caricatura di bronzo che gli ha fatta Dantan regalandogli un pancione falstaffiano.

  Con Marcello, Balzac si gonfia e fa il pavone:

  — Vedi caro, — caro e non cara — come sono celebre anche di qua delle Alpi? E senti come tutte queste signore italiane, liete di poter parlare francese, mi chiamano cher «Maître!»

  Ricevimenti dappertutto, serate a teatro, ascensioni a Superga con cavalli delle scuderie di re Carlo Alberto. E tra pranzo e pranzo, in casa Sclopis di Salerano, in casa Costanze, in casa Sanseverino, è miracolo se Balzac trova tempo di andare sino a Rivoli, nei bei giardini dell’avvocato Luigi Colla, per affidargli gli interessi di Guidoboni-Visconti. E dovunque — caro, carissimo, «Cher Maître» — Marcello dietro, in redingote grigia e con un’aria fatale e romantica da far innamorare tutte le donne. E tutte a chiedere a Balzac:

  — Sempre con voi, il giovane Marcello?

  — Sempre con me, signora.

  — Vi ama?

  — Mi ammira.

  — Scrive anche lui?

  — Meglio di me.

  — Impossibile!

  — Grazie.

  Ma una sera Marcello, con le sue arie, dà ai nervi di Silvio Pellico, reduce dallo Spielberg ed ospite dell’ambasciatore di Francia, presso il quale esercita le funzioni di bibliotecario. Silvio Pellico dà l’allarmi, come il monaco della Certosa:

  — Costui è una donna!

  Messo alle strette, Balzac confessa:

  — Sì, è vero. Una dama parigina che vuole conservare l’incognito ...

  Cambiamento a vista, le dame torinesi volgono le spalle a Marcello. Ma verso Marcello si fanno avanti, in fitta schiera, i cavalieri tutti languori e sospiri. E Balzac di gruppo in gruppo:

  — Non posso dire chi è ... Non posso! ...

  Mistero, Curiosità. Febbre di sapere, d’indovinare ... Balzac ha raccomandato:

  — Per carità! Silenzio. Tutti ignorano e devono ignorare il viaggio di questa virtuosa dama, presa dalla mania di venire in Italia ... Un’indiscrezione la rovinerebbe ...

  E tutti a spettegolare, ma sottovoce, affinché quanto si mormora a Torino non si oda a Parigi.

  C’è un ballo dalla marchesa di Saint-Thomas. Insieme ai suoi abiti maschili, Carolina ha portato uno toeletta da sera. E all’Albergo Europa, vestendosi per recarsi al ballo, Balzac le dice:

  — Vieni così. Vestita da donna. Sarà divertente per tutti rivedere in abito scollato e braccia nude il bel paggio byroniano, il vezzoso adolescente che ha destato tanta curiosità ...

  Non appena, sfolgorante donna, Marcello entra nei saloni della marchesa di Saint-Thomas, al braccio di Balzac, un nome corre tra gli invitati:

  — Come non averci pensato prima? E Giorgio Sand! Per questo, Balzac ha detto «Scrive meglio di me ...».

  E tutti e tutte si fanno intorno all’ex Marcello per chiederle notizie di De Musset — caro e tenero De Musset — e parlare alla supposta Sand di Lelia e di Indiana e informarsi dei nuovi volumi che sta preparando.

  Marcello agguanta Balzac.

  – Mi credono Giorgio Sand! ...

  — Lasciali credere.

  — Mi parlano di letteratura ...

  — Parlane anche tu.

  — Non so parlarne. Sono una piccola bestia. Tutti i letterati sono così: bestie, ma grosse.

  E si allontana ridendo, gli basta ridere, e gli altri rimangono pure negli impicci.

  Ma Carolina non si perde di animo. Si diverte anzi, a rilasciare autografi. Uno di essi si trova tuttora nella biblioteca di Torino ed è scritto su un volume della Sand, Lelia: «Balzac è il più grande scrittore francese!» Firmato: Giorgio Sand, con una scrittura che non ricorda per nulla quella della grande scrittrice francese.

  E’ facile immaginare Balzac al ritorno in albergo: – Ma perché hai scritto su quel libro: «Balzac è il più grande scrittore francese»? ... E’ proprio volerai far smascherare da tutti ... Credi forse che George Sand, quella vera, l’avrebbe mai scritto?

 

Il pellegrino infedele.

 

  Comunque, il giorno dopo, a corto di denaro e chiusi i tribunali dal caldo eccessivo, Balzac e Marcello, lasciando giureconsulti e belle dame, studi di notai e salotti, si mettono sulla via del ritorno. La Gazzetta piemontese annuncia: «Onorato di Balzac, festeggiatissimo dalla più alta società piemontese, ha lasciato ieri Torino. Un au-revoir all’illustre romanziere del Lys dans la vallée». E risalgono per Novara e il Lago d’Orta, in modo da raggiungere, rasentando il lago Maggiore, il Sempione.

  Le Alpi entusiasmano Balzac. Questa lotta di cime e di nuvole, quel consesso di bianchi giganti schierati gli un contro gli altri, formano uno spettacolo grandioso, una visione epica, michelangiolesca, degna della Commedia Umana. Si sa, Balzac vede grosso e al suo sguardo, più che le deliziose miniature tutte preziosi colori dei paesaggi leggiadri, convengono i grandi affreschi nei quali la natura aggiunge potenza alla creazione.

  Ma c’è, prima di tornare a Parigi, l’ultima sosta: Ginevra. Balzac c’è stato due anni prima con la signora Hanska, e, nel rivedere quei cari luoghi, subito s’intenerisce. Subito, dall’acquaforte alpestre passa all’oleografia del lago sentimentale, ripercorrendo le varie tappe dell’amore felice con la Straniera: l’albergo dell'Arco dove abitavano, la villa Diodati, le case, i giardini, i caffè ...

  Commemorativo e commosso, Balzac ritorna dappertutto. E la sera scrive alla signora Hanska: «Tenero pellegrinaggio. Ho pianto in tutti i luoghi dove fummo carissima! così profondamente felici!».

  Ma dimentica di dire all’amica ucraina, alla musa ... di Wierzchovnia che, nel suo gran pianto commemorativo c’è accanto a lui, per asciugargli le lacrime Carolina Marbouty, la quale intanto sé rivestita da uomo e condivide apertamente col grande romanziere l’unica camera rimasta disponibile in albergo. Così pure succede alla tappa di Bourg.

  Ma sembra a Balzac che, dando a due uomini la sola stanza vuota, il locandiere li abbia guardati con aria sospetta.

  — Queste occhiate — egli dice a Marcello — queste occhiate mi seccano ...

  Ben di più gli seccano, la mattina seguente, le parole che la bella albergatrice dice, in presenza di Balzac, al giovane Marcello:

  — Mi dispiace signore, che abbiate dovuto dormire senza comodità. Ma oggi si faranno libere altre stanze, e, se questa sera pernotterete ancora a Bourg, vi eviterò certamente l’incomodo di dover dormire con vostro padre ...

  Balzac, punto nel debole della sua vanità d’essere sempre giovane, manda giù un boccone amaro. E la galante amica del gran romanziere, scambiata — colpa dei pantaloni — per sua figlia, rise talmente che Balzac, rientrati a Parigi, rimandò subito Carolina a ridere a Limoges accanto al suo marito Cancelliere-capo.

  Quando, l’anno, seguente, egli tornerà in Italia per venire a Milano all’albergo Bella Venezia, in piazza San Fedele, egli scenderà solo e soletto in modo da non essere scambiato per il padre di nessuno ...


 

 

Adattamenti radiofonici.

 

 

  Il colonnello Chabert di Honoré de Balzac. Adattamento Radiofonico di Alberto Cantini. Compagnia di prosa di Milano con la partecipazione di Giulio Stival. Regia di Claudio Fino. Terzo programma, 3, 8 febbraio 1953

 

 

  Eugenia Grandet di Honoré de Balzac, Secondo Programma, Quattro puntate, 6-11 maggio e 14-21 settembre 1953.



Marco Stupazzoni

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