sabato 4 aprile 2020



1950

Il Centenario della Morte.[1]

 

 


Edizioni in lingua francese.

 

 

  Honoré de Balzac, Lettres à l’Étrangère di Honoré de Balzac, a cura di Agostino Severino, Firenze, Edizioni Le Lingue Estere, (settembre) 1950 («Le più belle pagine d’amore», 1), pp. 78; 2 ill.

 

  Si tratta di un corpus di trenta lettere inviate da Balzac a M.me Hanska tra il 9 settembre 1833 [nella prima lettera l’anno è erroneamente trascritto in 1933 (sic)] e il 16 dicembre 1844. La corrispondenza balzachiana è preceduta da una Nota bibliografica (pp. 5-6, che qui trascriviamo) e da una Introduzione (pp. 7-18; cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici) redatte da Agostino Severino, a cui si deve la compilazione dell’apparato di Note ai testi presente alle pp. 73-78. Le due illustrazioni inserite nel volume sono: Balzac à 37 ans. Peinture de Louis Boulanger e La Comtesse Eveline Hanska par Daffinger.

 

Nota bibliografica.

 

  Gli originali delle lettere di Balzac alla contessa Rzeivuski-Hanski, posseduti dal diligente biografo del grande scrittore, visconte Charles de Spoelberch de Lovenjoul, videro la luce nella Revue de Paris a spizzico tra il 1894 e il 1898, e servirono al Lovenjoul per un racconto della vicenda d’amore, pubblicato da Calmann-Lévy col titolo di Études balzaciennes; Un roman d’amour (1896). Ora essi sono conservati, insieme con molti altri documenti balzacchiani, nella biblioteca di Chantilly. L’unica edizione integrale in volume è in continuazione di quella definitiva delle Oeuvres iniziata nel 1869 presso Calmann-Lévy; consta di due tomi, pubblicati il primo nel 1899, il secondo nel 1906 (di pagg. 575 e 475, rispettivamente; posteriori alla pregevole Histoire des oeuvres d’Honoré de Balzac del Lovenjoul, la cui terza ediz. è del 1888). — Di queste lettere, di cui si ebbe una nuova edizione nel 1925 presso lo stesso editore, si occuparono alcuni critici, e segnatamente P. De Garlache (Un roman vécu: Balzac et l’étrangère in «Revue generale», 1925, 113); v. anche «Revue des deux Mondes», 1919, 6, e 1922. Sull’avventura, e sulla vita amorosa di Balzac, sono da consultare: L. J. Arrigon, Les années romantiques de B. (Paris, 1927); B. Benjamin, La vie prodigieuse d’H. de B. (Paris, 1925); E. Biré, H. de B. (Paris, 1897); W. H. Helm, Aspects of B. (London, 1905); v. B. (sic) Bouteron, B. et M.me de Berny («Revue des Deux Mondes», 1921, 7). Le pubblicazioni sulla Hanska e sulla sua condotta dopo la morte del marito sono diecine; se ne veda l’elenco nella Bibliographie di Talvart et Page (sic). La donna fu difesa da Marcel Bouteron, il grande studioso del Balzac e editore dei Cahiers balzaciens (Apologie pour Mme Hanska, «Revue des Deux Mondes», 15 déc. 1924, p. 811-29).

  Chi voglia andare di là da queste orientazioni veda Les femmes dans la vie de B. cit. a pag. 8, n. Qualche altra lettera è nell’Intermédiaire des Chercheurs et des Curieux, i cui indici si consultano sempre con profitto su questioni balzacchiane. Inoltre, si vedano alcune opere che non sono citate nella bibliografia poderosa pubblicata u cura di W. H. Royce col titolo di A. Balzac bibliography (Chicago-Paris, 1930), e segnatamente: Mauriac Claude, Aimer B. (Paris, 1945). Curtiers P. R. (sic), Balzac (Paris, 1933). Una bibliografia generale, e fuori dell’argomento qui trattato, deve ricercarsi nei volumi di storia della letteratura; sufficienti quella data dal Pellegrini e quella che il Neri appose al suo articolo nella Enciclopedia Italiana (vol. VI).

  Delle lettere che fan parte di questa scelta, alcune sono riportate per intero, da altre è stato espunto tutto ciò che il B. vi scriveva sulle vicende economiche e sul corso dei lavori letterari. E se così si è fatto, chiaro è il motivo: lasciare alla corrispondenza quel carattere di lettere di amore, che qui soltanto importa.

  Le parti e le parole che nel testo son racchiuse nelle parentesi quadre son dovute al primo editore. Le note in fine del volume sono alcune storiche o biografiche, per aiutare nel lettore l’intelligenza del testo (e quelle seguite da [L] son dovute al Lovenjoul), altre linguistiche, soltanto quando era necessario sottolineare o spiegare costrutti propri dello stile del Balzac e meno noti presso altri scrittori, oppure vocaboli antiquati o inusitati.

 

 

 

Traduzioni.

 

 

  Honoré de Balzac, Gli Allegri racconti raccolti dalle badie di Turrena e messi in luce dal signor di Balzac pel divertimento dei pantagruelisti e non per altri. Per la prima volta tradotti da Aldo Fortuna, Milano, Alberto Corticelli (Tipografia E. Barigazzi), (aprile) 1950 («I grandi scrittori di ogni paese»), pp. 482.

 

 Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 560.

 

 Cfr. 1921.

 

 

  Onorato de Balzac, I Capolavori della “Commedia Umana”. I. Papà Goriot - Il Colonnello Chabert - Un tenebroso affare - Facino Cane - Sarrasine. Introduzione di Pietro P. Trompeo. [Traduzioni di Renato Mucci, Oete Blatto e Maria Ortiz], Roma, Gherardo Casini Editore, (Luglio) 1950 («I Grandi Maestri», 3), pp. XI-481.


  Struttura dell’opera:

 

  Pietro P. Trompeo, Chiose a Balzac, pp. V-XI; [cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici].

  Papà Goriot (Traduzione di Renato Mucci), pp. 3-208;

  Scene della vita privata. Il Colonnello Chabert (Traduzione di Oete Blatto), pp. 211-266;

  Un tenebroso affare (Traduzione di Maria Ortiz), pp. 269-434;

  Facino Cane (Traduzione di Maria Ortiz), pp. 437-447;

  Sarrasine (Traduzione di Maria Ortiz), pp. 451-477.

  Honoré de Balzac, pp. 479-480.

 

  Trascriviamo integralmente la nota finale su Honoré de Balzac:

 

  Honoré Balzac, o De Balzac come firmò dopo il 1830, nacque a Tours il 20 maggio 1799, e morì a Parigi il 18 agosto 1850. Studiò prima nel collegio degli Oratoriani a Vendôme, ed iniziò nel 1816 gli studi di giurisprudenza fino a che potè dedicarsi alla letteratura scrivendo una tragedia su Cromwell che fu un fallimento. Si volse quindi al romanzo popolare a forti tinte, e nello stesso tempo tentò una impresa editoriale, la gestione di una tipografia e di una fonderia di caratteri che furono altrettanti insuccessi, caricandolo di debiti che egli dovette trascinarsi peri tutta la vita.

  Il suo primo romanzo degno di menzione è Les Chouans apparso nel 1829, e ad esso seguono una serie di opere di grande importanza, fra cui i capolavori Le père Goriot, Le médecin de campagne, Eugénie Grandet, Le colonel Chabert, attraverso i quali egli già vagheggia il disegno di un grande ciclo che descriva tutte le classi, tutte le condizioni, tutti gli aspetti della società del suo tempo.

  Nel 1830, egli pubblica un gruppo di sei racconti sotto il titolo di Scènes de la vie privée, e manifesta il proposito di collegare fra loro tutti i personaggi dei suoi romanzi, in modo da formare «una società completa», e sceglie il titolo Études de moeurs au XIXe siècle, che escono fra il 1834 e il 1837, ripartiti in Scènes de la vie privée, Scènes de la vie de province, Scènes de la vie parisienne, a cui s’accompagna una serie di Contes et romans philosophiques, detti in seguito Etudes philosophiques. Nei 1841, Auguste de Belloy di ritorno dall’Italia, gli offre lo spunto da cui trae il titolo La Comédie humaine, quasi a parallelo dell’opera di Dante.

  Balzac tentò anche il teatro, ma con scarsa fortuna. Il suo primo dramma, e il più importante, Le faiseur ou Mercadet, fu rappresentato dopo la sua morte.

  Dal 1830 in poi la vita dell'uomo si confonde quasi interamente con la sua esistenza di artista. Pensò vagamente alla vita politica, aspirò senza successo all’Accademia, visse immerso nel lavoro, e coltivando poche amicizie di artisti come Hugo, la Sand, Gautier. Fu il primo a riconoscere l’ingegno di Stendhal quando questi pubblicò la Chartreuse de Parme, mentre non fu amico del Sainte-Beuve da cui lo dividevano profonde differenze di carattere.

  Fra le molte donne che egli amò, la signora de Berny fu il suo più tenero e sincero affetto. Nel 1832 aveva iniziato una corrispondenza epistolare con la «Straniera» che gli aveva scritto da Odessa, e che gli si rivelò poi come una gran dama polacca, la contessa Hanska; s’incontrò con lei l’anno seguente in Svizzera, la ritrovò nel 1835 a Vienna, e quindi in varie città d’Europa. Rimasta vedova, Balzac pensò a sposarla, ma il progetto incontrò opposizione nella famiglia di lei. Balzac raggiunse la Hanska in Ucraina nel 1847, vi tornò malatissimo nel 1849, e il 14 marzo 1850 ebbe luogo il matrimonio cui seguì un doloroso viaggio fino a Parigi, dove pochi mesi dopo Balzac moriva ancor giovane, fiaccato dalla fatica di un immane lavoro.

 

Opere di Balzac.

 

  La Comédie humaine comprende le seguenti opere: Les Chouans, e la Physiologie du mariage (1829); El Verdugo, Étude de femme, La paix du ménage, La Maison du chat-qui-pelote, Le bal de Sceaux, La vendetta, Gobseck, Une double famille, Adieu, L’élixir de longue vie, Sarrasine, Une passion dans le désert, Un épisode sous la Terreur (l830); La (sic) Réquisitionnaire, Les proscrits, Le chef d’oeuvre inconnu, L’auberge rouge, La peau de chagrin, Jésus-Christ en Flandre, Maître Cornélius (1831); La Bourse, Madame Firmiani, Le message, Le colonel Chabert, Le curé de Tours, La femme abandonnée, Louis Lambert, La Grenadière, Les Marana (1832); Le médecin de campagne, Eugénie Grandet, L’illustre Gaudissart (1833); La recherche de l’absolu, La femme de trente ans, Le père Goriot (1834); Un drame au bord de la mer, Melmoth réconcilié, Le contrat de mariage, Séraphita (1835); La Messe de l’athée, l’interdiction, Le lys dans la vallée, Facino Cane, L’enfant maudit, La vieille fille (1836); Les employés, Gambara, Histoire de la grandeur et de la décadence de César Birotteau ( 1837); Le cabinet des antiques, La Maison Nucingen, Une fille d’Eve (1838); Le curé du village, Les secrets de la Princesse de Cadignan, Massimilla Doni (1839); Pierrette, Z. Marcas, Pierre Grassou, Un prince de la Bohème (1840); Une ténébreuse affaire, Ursule Mirouet, La fausse maîtresse, Mémoires de deux jeunes mariées (1841); Un début dans la vie, Albert Savarus, La Rabouilleuse, Autre étude de femme (1842); Honorine, La Muse de département, Sur Catherine de Médicis (1843); Modeste Mignon, Gaudissart II, Béatrix, Les Paysans (1844); Un homme d’affaire (1845); Les comédiens sans le savoir, La cousine Bette, Petites misères de la vie conjugale (1846); Le cousin Pons, L’envers de l’Histoire contemporaine, Le député d’Arcis. Sotto il titolo Splendeurs et misères des courtisanes, si raccolgono Esther heureuse, A’ combien l’amour revient aux vieillards, Où mènent les mauvais chemins, La dernière incarnation de Vautrin. Illusions perdues comprende Les deux poètes, Un grand homme de province à Paris, Ève et David; Histoire des treize comprende Ferragus chef des Dévorants, La Duchesse de Langeais, La fille aux jeux d’or.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., pp. 559-560.

 

  Le traduzioni dei romanzi e dei racconti balzachiani qui raccolti possono considerarsi, nel complesso, fedeli e corrette.

 

 

  Onorato de Balzac, I Capolavori della “Commedia Umana”. II. La donna di trent’anni - Eugenia Grandet – Il medico di campagna - I segreti della principessa di Cadignan. Traduzioni di Gianna Tornabuoni, Renato Mucci e Maria Ortiz, Roma, Gherardo Casini Editore, (Settembre) 1950 («I Grandi Maestri», 4), pp. 527.

 

  Struttura dell’opera:

 

  La donna di trent’anni (Traduzione di Gianna Tornabuoni), pp. 3-145;

  Eugenia Grandet (Traduzione di Renato Mucci), pp. 149-295;

  Il medico di campagna (Traduzione di Maria Ortiz), pp. 299-477;

  I segreti della principessa di Cadignan (Traduzione di Maria Ortiz), pp. 481-525.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 560.

 

  Le traduzioni dei romanzi e dei racconti balzachiani qui raccolti possono considerarsi, nel complesso, fedeli e corrette.

 

 

  Honoré de Balzac, Il Colonnello Bridau (Un ménage de garçon) di Honoré de Balzac. Traduzione e introduzione di Maffio Maffii, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1950 («Biblioteca Moderna Mondadori», CXXX-CXXXII), pp. 337.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 561.

 

  Cfr. 1932 e 1933.

 

 

  Honoré de Balzac, Eugenia Grandet di Honoré de Balzac, a cura di Remo Cantoni. Traduzione di Marise Ferro, Milano, Universale economica (Torino, Stabilimento tipografico F.lli Pozzo per conto della «Cooperativa Libro Popolare»), (giugno) 1950 («Serie letteratura», n. 53, Volume XXIV), pp. 198.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Remo Cantoni, Prefazione, pp. 7-12; [cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici].

  Eugenia Grandet, pp. 13-198.

 

  La traduzione fornita da Marise Ferro del capolavoro balzachiano può ritenersi, nel complesso, corretta.

 

 

  Honoré de Balzac, Papà Goriot. Traduzione di Gabriella Alzati, Milano, Rizzoli Editore, (maggio) 1950 («Biblioteca Universale Rizzoli», 148-150), pp. 270.

 

  Struttura dell’opera:

 

  [Gabriella Alzati?], Nota, pp. 5-6; [cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici].

  Papà Goriot, pp. 7-270.

 

  La versione italiana che Gabriella Alzati fornisce di Le Père Goriot è da giudicarsi fedele e corretta.



 

Estratti.

 

 

  [Balzac], Due ritratti parigini, «l’Unità. Organo del Partito comunista italiano», Roma, Anno XXVII, 20 agosto 1950, p. 3.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 561.

 

 

  Onorato Balzac, Il giovane critico biondo di Onorato Balzac (traduzione di Bruno Biral), «Il Progresso d’Italia. Quotidiano indipendente del mattino», Bologna, Anno V, N. 74, 15 Marzo 1950, p. 3.

 

  Estratto da: Monographie de la presse parisienne.

 

 

  [Balzac], La Modista (Traduzione di Mario Picchi), «La Fiera letteraria Settimanale delle lettere delle arti e delle scienze», Roma, Anno V, Numero 34, 3 settembre 1950, pp. 3-4; 1 ill.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 561.

 

  I brani di Balzac, che pubblichiamo qui per la prima volta in Italia, fanno parte dell’edizione che Bernard Grasset va ordinando, nella sua serie dei Cahiers verts[2], basandosi sulla collezione inedita del secolo scorso appartenente al visconte di Lovenjoul. Il frammento che ha per titolo: La modiste risale al 1830.

 

 

  Honoré de Balzac, Un profilo. Un uomo infelice, «l’Unità. Organo del Partito comunista italiano», Roma, Anno XXVII, N. 153, 29 giugno 1950, p. 3.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 561.

 

  Honoré de Balzac, nato nel 1799 e morto nel 1850, è quest’anno commemorato in tutta la Francia. Balzac, autore di circa un centinaio di volumi, creatore della celebre «Comédie humaine» che raccoglie ben 17 (sic!) romanzi, e oggi consacrato il fondatore della grande scuola realistica francese, lo scrittore che con più grande forza e con più vasta visione descrisse la vita e i costumi della borghesia dei suoi tempi. I suoi personaggi sono vivi oggi come al tempo in cui l’autore li immaginò e li realizzò.

 

 

  H. de Balzac, Appunti inediti di H. de Balzac. Valentino e Valentina (Traduzione di Mario Picchi), «La Fiera letteraria. Settimanale delle lettere delle arti e delle scienze», Roma, Anno V, Numero 34, 3 settembre 1950, p. 5.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 561.

 

  Il frammento inedito intitolato: Valentine et Valentin risale agli anni 1841-1842.

 

 

 

Studî e riferimenti critici.

 

 

  Onorato di Balzac. Il titano prodigo di se stesso, «Il Giardino di Esculapio», Milano, Anno XIX, N. 3-4, 1950, pp. 69-95; 14 ill.

 

  Se si pensasse alla mole dell’opera che Onorato di Balzac profuse al mondo senza conoscere le date della sua vita, lo si crederebbe arrivato a un’estrema e valida vecchiezza; e non visse invece che cinquantun anni. Ma ogni anno ebbe dall’intensità del lavoro una maggior durata e certamente, quando si volesse di quell’attività di scrittore far il conto in ore, si troverebbe tal somma di tempo da star a paragone con la longevità, per esempio, di un Victor Hugo e forse superarla.

  Fu un titano che attese senza posa alla sua gloria e alla sua morte, giustamente convinto d’aver ereditato dai genitori una grande energia vitale ma illuso di poterne lungamente abusare.

  Egli era in ciò — e non in ciò soltanto — il figlio di suo padre, di quel Bernardo Francesco che s’era messo in mente di dover durare centenario e voleva insegnare anche ad altri l’arte di vivere a lungo.

  Ne aveva anche ereditato la vanità delle apparenze sociali. Il padre, nato da un contadino che nell’atto di nascita ha il nome di Balssa, aveva ritenuto suonasse meglio Balzac e a un certo momento insinuò, prima soltanto nei rapporti con nuovi conoscenti, poi regolarmente, tra nome e cognome la particella nobiliare «de» e si firmò Bernardo Francesco de Balzac. Il figlio ritenne la particella e diede o si diede a intendere di discendere da un’antica e nobile famiglia dei Balzac e che suo padre avesse trovato in autorevoli documenti la legittimità di quella discendenza.

  La debolezza del nobile lignaggio influì probabilmente anche sulle sue opinioni politiche, poiché, nato dopo la grande rivoluzione, il 20 maggio 1799. avendone vissute altre due, nel ‘30 e nel ‘48, rimase un incrollabile conservatore, sostenitore del trono e dell’altare come si addiceva al rampollo d’una stirpe secolare, anche se accettava, come del resto quasi tutta la nobiltà, Napoleone e l’Impero, per lo splendore e la potenza della Francia in quel periodo per la grandezza di Napoleone, col quale sentiva una certa parentela d’ambizione e di genio, e anche per il carattere antidemocratico dell’Impero.

  Il padre non si occupò caldamente di politica. Servì decentemente tutti i regimi e predilesse problemi più generali e più serenamente filantropici di quelli delle forme di governo. Nondimeno, nel 1809 pubblicò un opuscolo per proporre l’erezione d’un monumento nazionale a Napoleone; opuscolo nel quale si è voluto vedere la prima idea dell’Arco di trionfo ai Campi Elisi. Caduto l’imperatore, non potendo pensare a onori per il grosso Luigi XVIII, diede alla luce nel 1816 un «Opuscolo sulla statua equestre che i francesi devono far erigere a perpetua memoria di Enrico IV». Era il legittimismo rivolto a un passato glorioso.

  Si considerava un discepolo del Rousseau, di cui anche suo figlio fu ammiratore. Precorse i fautori dell’eugenetica, deplorando che si combinassero matrimonii con tanta leggerezza, senza esame dello stato fisico di coloro che si assumevano la responsabilità di mettere al mondo altri uomini, eredi forse delle loro malattie e quindi infelici e pericolosi. D’altra parte riteneva che la maternità dovesse essere protetta senza riguardo esclusivo alla legittimità e a tal proposito pubblicò nel 1808 una «Memoria sullo scandaloso disordine cagionato dalle ragazze ingannate e abbandonate nell’assoluta miseria, e sui mezzi di render utile una parte della popolazione perduta per lo Stato e assai funesta all’ordine sociale». L’anno innanzi ne aveva pubblicata un’altra «Sui mezzi di prevenire i furti e gli assassinii».

  Egli dava in luce volentieri scritti che riteneva utili all’umanità, con una tendenza che può far sorridere in lui ma che diventa una torrenziale magnificenza nella letteratura del figlio, la quale offre tra l’altro — come anche ogni superficiale conoscitore sa — numerose pagine sui problemi sociali, economici morali, con idee riformatrici. Onorato di Balzac era tanto convinto del valore sociale della sua «Commedia umana» che chiamava le sue narrazioni non romanzi ma «studi».

  E lo stesso interesse che nei romanzi egli manifesta per la medicina ricorda in grande, suo padre, autore nel 1810 d’una «Storia della rabbia e mezzo di preservarne, come un tempo, gli uomini»; opera che considerava di così speciale serietà da avvertire nel frontespizio: «Questa edizione è per il solo Governo; non sarà inviata ad alcun autore di giornale o di foglio periodico». Egli vi parla de’ rimedi, se la piglia coi cani, che considera anche veicoli di peste, al punto da desiderarne il totale sterminio e vi accenna a una tassa su questo pericoloso animale di cui sembra che la prima idea, accettata poi universalmente, fosse proprio sua.

  Per la salute e l’assicurazione della longevità il suo programma era certo, se non peregrino, assennato: esercizi fisici, specialmente lunghe passeggiate a piedi e moderazione in tutto, specialmente nel tributo a Venere: opinione quest’ultima accettata dal figlio, il quale affermava che il letterato ha bisogno di fare buon conto della castità, ma non pensava che ad abbreviare la vita un mezzo vale l’altro. Il padre si vantava di non essere mai ricorso a medici e una volta che fu gravemente malato volle curarsi da sé e prese le medicine che gli parvero convenienti, correndo rischio di rimetterci la pelle. A ogni modo visse ottantatrè anni e morì quando Onorato era già trentenne, per una disgrazia.

  Il figlio, diverso in questo, apprezzò i buoni medici e ne ebbe uno che fu anche suo amico, il dottor Nacquart, al quale ricorreva per prestiti almeno quanto per consigli. Esclamava; — Ottant’anni ! Il fiore dell’età! —, facendo progetti che andavano lontano.

  La madre di Balzac, Laura Sallambier, figlia d’un direttore d’ospedali parigini, era trentatrè anni più giovane del marito, a cui andò sposa quando lei ne aveva diciotto e lui cinquantuno: graziosa donna, il cui ritratto dà l’impressione d’una leggiadra donnina del Settecento. Sebbene, secondo qualche biografo, «un po’ galante», non pare si concedesse tutta la libertà supponibile con tanta differenza d’età. Si occupò con assiduo zelo de’ suoi quattro figli (un quinto morì in tenera età) e, se mostrò di prediligere, dei due maschi, l’altro, Enrico Francesco, fu probabilmente perché, donna pratica, diffidava delle esuberanze del primogenito, sopra tutto quando, messolo a studiar legge e a far pratica prima con un avvocato e poi con un notaio, dovè constatare che Onorato non si sarebbe occupato mai d’altro che di letteratura.

  Cosa curiosa, la signora Balzac, brava madre di famiglia e attaccata al vivere positivo, amava le letture spirituali di carattere eccezionale e il figlio, divoratore di libri sin da fanciullo, trovò per ciò in casa le prime opere che dovevano, tra l’altro, farne un fervente ammiratore del famoso visionario svedese del Settecento Emanuele Swedenborg, ricordato poi in più d’un romanzo, specialmente nel fantastico racconto intitolato «Seraphita» (sic) e in «Louis Lambert», che contiene molto di autobiografico.

  Si può per ciò dire che in pochi uomini l’eredità tanto paterna quanto materna sia così riconoscibile come in questo grande scrittore, col suo carattere in cui lo spirito conservatore ferve d’idee riformatrici, la fantasia errante fin nelle sfere del soprannaturale si accoppia con un grande interessamento per la vita degli affari (la sua «Commedia umana» è il vasto quadro d’una società che ha il massimo motore nel danaro), un acuto senso della realtà tale da farlo ritenere il precursore della scuola realistica, con una forte credenza e una viva ammirazione per i grandi sentimenti di eroica purezza.

 

Balzac tipografo e affarista.

 

  Che i genitori non fossero pienamente contenti di lui si capisce pensando alla generale diffidenza dei padri e delle madri per la vocazione artistica dei figliuoli, causa del resto frequente delle più amare delusioni.

  Il ragazzo voleva vivere scrivendo e pareva più invasato che serio quando parlava, prima d’aver dato alcuna prova considerevole del suo talento, d’un avvenire sicuro in cui si prospettava agli ascoltanti ammirato dagli uomini e amato dalle donne. Una prova fatta esaminare da persona di buon giudizio, una tragedia «Cromwell», parve anzi affatto scoraggiante — per gli altri.

  Egli si ostinò e ottenne dal padre un assegno annuo di millecinquecento franchi per un esperimento di due anni. Ritirato in una specie di soffitta, si mise a lavorare con quella intensità di cui doveva poi seguitar a dare prodigioso esempio sino alla fine della vita; ma il risultato non poteva essere rapido e, passati due anni, gli convenne tornare in famiglia.

  Il proposito però non mutava e non cedeva. Scrivere, scrivere, diventar glorioso e ricco ed essere amato.

  Da prima aveva pensato soltanto al bello. «Laura, Laura, — diceva in un lettera alla sorella — i miei due soli e immensi desiderii, essere celebre ed essere amato, saranno mai soddisfatti?». E a vent’anni, dalla sua soffitta: «Il fuoco ha preso nel mio quartiere alla testa d’un giovinetto. I pompieri vi sono da un mese e mezzo: impossibile spegnerlo. Egli s’è infiammato di passione per una graziosa donna che non conosce. Si chiama la Gloria». Poi, provati i morsi della povertà, sentita l’umiliazione delle strettezze economiche, vi aggiunse la Ricchezza.

  Vedeva che dalla letteratura avrebbe tardato a trarre i guadagni di cui sentiva il bisogno per il suo gusto di vita suntuosa e pensava a ingegnarsi con alti mezzi. Verrà un giorno, durante il suo viaggio in Italia, in cui a Genova far conoscenza con un certo Pezzi dal quale apprenderà la possibilità d’un grosso affare in Sardegna sfruttando le scorie delle miniere d’argento, si recherà poi addirittura nell’isola senza più la compagnia dell’informatore e se ne tornerà mani vuote, perché l’altro avrà già avuta da solo la concessione dello sfruttamento. E un’altra volta s’ingolferà nella rovinosa speculazione di comprare dirigere un giornale, «La Chronique de Paris». Era destino che gli affari non gli riuscissero. L’argento di Sardegna fu un lieve episodio e lo stesso giornale un episodio grave ma meno tormentoso, in paragone, del tentativo giovanile di far l’editore e il tipografo.

  Cominciò con associarsi a un libraio per la pubblicazione in un sol volume prima delle opere di La Fontaine poi di Molière e l’impresa non ebbe fortuna. Allora pensò a rilevare una tipografia e ottenne dal padre il capitale di quei millecinquecento franchi che antecedentemente aveva ricevuti: un capitale che il padre aveva ben destinato a lui. E la somma fu ingoiata dalla cattiva speculazione, a cui aveva aggiunta, con pari insuccesso, quella di fonditore. Sembra che escogitasse anche un nuovo sistema di stereotipia.

  La licenza d’esercizio come tipografo gli fu concessa in seguito a rapporto del prefetto di polizia, in cui è detto ch’egli ha fatto studi di diritto ed è anche letterato, non ha appreso l’arte né lavorato materialmente, «ma si sa nello stesso tempo ch’egli conosce bene il meccanismo di quest’arte. Del resto si comunica che la condotta del signor Balzac è regolare e ch’egli confessa buoni principii».

  Povero grande scrittore, che pubblica ogni sorta di opere e opuscoli senza valore letterario per mandare innanzi l’azienda; che concede ai clienti sconti inverosimili, probabilmente per tirar danaro nella cassa quasi vuota, e finisce col dover abbandonare l’impresa carico di debiti, dopo aver danneggiato sé e gli altri.

  Oggi diverte vedere i titoli di alcune delle pubblicazioni uscite col suo nome di stampatore. La prima fu di certe «Pillole anticatarrose di lunga vita o Grani di vita, del farmacista Cure», con indicazione delle farmacie di Francia dove si trovavano e un’Istruzione sull’uso. E altri richiami di prodotti farmaceutici più o meno serii seguirono: «Il Tesoro dei polmoni del dottor Portal, preparato da Cure farmacista a Parigi», il «Trattato delle malattie dei lattanti», con un atlante d’anatomia patologica, «I rimedii di donnicciole (de bonnes femmes) o mezzi per prevenire, curare e guarire tutte le malattie, redatti e messi in ordine alfabetico secondo il manoscritto originale di Madama Michel ex-infermiera»; la «Mistura brasiliana di Lepère, farmacista a Parigi», con traduzione in italiano, inglese, spagnolo e tedesco.

  D’altro genere, almeno più divertente, furono le pubblicazioni sulle varie arti umoristiche, come l’arte di mettere la cravatta, ch’era allora in verità più complicata di quella d’oggi, «L’arte di pagare i debiti e soddisfare i creditori senza sborsare un soldo» (e quanto sarebbe piaciuto a Balzac possederla!), «L’arte di non far mai colazione in casa e di pranzare sempre da altri, insegnata in otto lezioni indicanti le diverse ricette per farsi invitare tutti i giorni, tutto l’anno, tutta la vita, del fu cavaliere di Mangenville, con ritratto» ...

  Ma insomma ci rimise suo padre, rimasero in dubbio di perdere i creditori non ancora soddisfatti e ci rimise la sua parte anche la signora De Berny, un cui figlio poi riprese l’azienda e la condusse avanti prosperamente.

 

Donne ed amori.

 

  La signora di Berny fu l’amica, la protettrice, l’amante del giovine Balzac, che aveva ventidue anni meno di lei.

  Laura Hinner, figlia d’un arpista tedesco di Maria Antonietta, aveva sposato a sedici anni il venticinquenne Gabriele di Berny d’una famiglia originariamente piemontese di Vigone presso Torino, il quale divenne consigliere di Corte reale e visse in così poco accordo con la moglie che questa finì col separarsene. Ella era una donna abbastanza colta, sentimentale e si considerò incompresa: disposizione adatta a cercare altrove la comprensione e il resto.

  Quando, nel 1823, strinse relazione con Onorato, ardente giovine di ventiquattr’anni, ella poteva rammaricarsi di contarne quarantasei, avendo messi al mondo non si sa se con la collaborazione esclusiva del marito, ben nove figli, quanti ne generò Laura di Noves, presunto oggetto dei sospiri di Francesco Petrarca.

  Il tempo delle distrazioni galanti era passato, ma la vivacità, l’ingegno sfolgorante, la freschezza fisica e sentimentale che distinguevano questo corteggiatore ebbero per lei un fascino irresistibile. Cominciò col considerarsi l’amica, la consigliera, ma cedette presto alla foga di colui che poteva essere suo figlio e che del resto trovava in lei l’attenzione d’una bella donna, sebbene piccoletta, ben conservata.

  A Balzac, del resto, piacevano le donne mature, che celebrò anche ne’ suoi scritti. In quella parte della «Storia dei Tredici» intitolata «La duchessa di Langeais» egli dice: «Non v'è che l'ultimo amore d’una donna che soddisfaccia il primo d’un uomo». Era il caso di loro due. In una lettera alla «Straniera», la sua futura moglie, scriveva: «Quanto a me, io detesto profondamente le giovinette e tengo più conto della bellezza sviluppata che di quelle che si svilupperanno». Opinione lusinghiera per l’amica lontana, che aveva passati i trenta.

  «Una donna di trent’anni — dice nel romanzo intitolato appunto «La donna di trent’anni» — ha irresistibili attrazioni per un giovane. Una fanciulla ha troppe illusioni, troppe inesperienze, e il sesso è troppo complice del suo amore perché un giovine possa esserne lusingato. Una donna invece conosce tutta l’estensione dei sacrifici da fare». Il ragionamento continua in modo da nobilitare il così detto «sacrificio».

  La predilezione di Balzac per la trentenne era così nota che Arnaldo Fusinato nelle sue sestine su «La donna romantica» così motteggiava: Scrisse Balzac che a quell’etàLa donna piace, più che in gioventù,Perché a trent’anni ha già studiato e saOgni secreta dell’amor virtù E si sa ben che se Balzac l’ha scrittoConvien far di cappello e tirar dritto.

  Ma lui, il veneto poeta, è d’altra opinione: Trovo che meglio si confà a’ miei dentiUn bocconcin fra i diciassette e i venti.

  La signora di Berny e la signora Hanska furono i due grandi amori del romanziere, l’una chiamata la Dilecta, l’altra la Praedilecta, l’una amata cordialmente, anche quando le relazioni sessuali fra un uomo ancor giovane e una donna che aveva passato la cinquantina erano già cessate, l’altra desiderata per lunghi anni; l’una dal 1823 al 1836, anno della morte di lei, cinquantanovenne, l’altra dal 1832, anno della prima conoscenza, al 1850.

  Da queste due lunghe relazioni, con una donna invecchiante e con una quasi sempre lontana, non mancarono naturalmente distrazioni più o meno vivaci. D’altre amanti dello scrittore, che non doverono essere pochissime, dato l’entusiasmo che i suoi romanzi suscitarono nelle donne, alcuni nomi ed episodi sono noti: la non più giovane duchessa d’Abrantès, vedova del maresciallo napoleonico Junot, che nel declinare della fortuna economica scrisse molto, sopra tutto sulle vicende e sulle persone del suo tempo; la trentenne signora Valette, vedova di non austeri costumi, che gli fece piacevole compagnia in un soggiorno bretone; la signora Carolina Marbouty, letterata, trentenne, che, piantato il marito in provincia, si fece condurre da lui a Torino travestita da uomo, mentre la signora di Berny, la Dilecta, stava per morire; la dolce Maria Dufresnoy, a cui dedicò uno de’ suoi migliori romanzi, «Eugenia Grandet», «la povera, semplice, deliziosa borghese — egli scrisse , la più deliziosa creatura che sia caduta come un fiore dal cielo, la quale viene da me di nascosto, non esige né corrispondenze né premure e dice: — Amami, amico mio, io t’amerò tutta la vita».

  Della marchesa poi duchessa di Castries non riuscì a trionfare. La dama dai capelli d’oro, che aveva fatto parlare di sé per la relazione col giovane conte di Metternich troncata dalla morte dell’amante, mandò una lettera anonima all’autore della «Fisiologia del matrimonio» criticandone lo spirito. Parecchie di queste relazioni cominciarono con lettere anonime, e del resto lettere di ammiratrici sono comuni nelle biografie amorose degli scrittori e degli artisti. Balzac rispose difendendosi. Ella si fece conoscere e lo invitò. La lettera d’invito gli pervenne lo stesso giorno della prima lettera della signora Hanska. Si affrettò a recarsi da lei e se ne innamorò, ma la marchesa amò non lui sì bene il piacere di tenerlo aggiogato, se lo trasse dietro a Aix in Savoia e a Ginevra e qui infine lo congedò, forse malcontenta di una più audace insistenza dell’innamorato, il quale ne soffrì moltissimo.

  Un anno prima di morire scriveva a sua sorella, parlando del suo mal di cuore: «Queste orribili soffocazioni mi sono cagionate da contrarietà, da sentimenti troppo forti. Ho bisogno che nella mia vita tutto sia color di rosa. Le atrocità della dama che sai sono state l’origine del male; poi i disastri del 1848 ...». I disastri del ‘48 erano la rivoluzione democratica, la proclamazione della repubblica, odiosa al monarchico conservatore, che s’innamorava delle donne specialmente se appartenevano all’aristocrazia e avevano titoli di marchese, di contesse, di duchesse. La signora Hanska si seccava del vanto che il suo illustre amatore menava di sposare una dama discendente da parentela regale c cercava, come altri e altre, invano, di frenarne l’enorme vanità, anche se ne lusingavano gli atteggiamenti «legittimisti».

  Un’altra donna della quale ritengono alcuni ch’egli non ottenesse i favori, nonostante una certa intimità, sarebbe quella Olimpia Pélissier che divenne la seconda moglie di Rossini. Ma qui il caso è dubbio. La bella Olimpia non era da mettere nel candido corteo di sant’Orsola. E se poi Balzac ne disse male, ciò non significa necessariamente che parlasse da corteggiatore respinto. Di più d’una donna che non gli aveva lasciato nulla da desiderare egli poi disse male, specialmente scrivendo alla sua gelosa polacca. Questo è uno dei lati non belli del carattere di Balzac.

  Con la Pélissier egli aveva tenuto a metà un palco in teatro. Ne frequentava il salotto familiarmente. Si cita un passo delle Memorie del dottor Ménière nel quale è detto che il romanziere avrebbe volentieri sposato la brillante signora, la quale alla bellezza univa il possesso di venticinquemila franchi di rendita (gran somma allora). E in verità più d’una volta l’uomo sempre assillato dal bisogno, sempre carico di debiti e perseguitato da creditori, ebbe speranza di sposare una donna ricca; né certo è trascurabile, fra i motivi che lo resero così costante verso la Hanska, quello delle buone condizioni economiche della Praedilecta.

  Il dottor Ménière riteneva che del supposto rifiuto di Olimpia, la quale poi fu felice di andar a nozze con un uomo ancor più celebre, e per giunta benestante, Balzac serbasse una profonda amarezza. È opinione ch’egli la raffigurasse in Fedora, la donna senza cuore del romanzo fantastico «La pelle di zigrino». Quanto a ciò che valeva moralmente la seconda moglie del glorioso musicista, ecco che cosa Balzac ne scriveva alla «Straniera» nel 1833: «Due anni or sono Eugenio Sue litiga con una cattiva cortigiana, celebre per la sua bellezza. (Ella è il modello della Giuditta di Vernet). Io m’abbasso a rappaciarli e mi si attribuisce la donna ... Quanto a Rossini ... egli mi fa pranzare con la sua amante, che è precisamente la bella «Giuditta», l’antica amante di Orazio Vernet e di Sue ...».

  La più lunga infrazione alla fedeltà ch’egli fingeva di serbare all’Eva lontana fu la relazione, durata un buon quinquennio, dal 1835 al 1840, con la contessa Guidoboni-Visconti, naturalmente trentenne, conosciuta all’ambasciata d’Austria.

  Era una inglese di procace bellezza, figlia d’una madre volontariamente annegatasi per la paura di morire, sorella d’un fratello che, rapita la figlia d’un gran signore, era poi finito in istato di costante ubriachezza, di altri due fratelli suicidi e di due sorelle, una bigotta sin quasi alla demenza e l’altra dedita agli amori e alle bevande spiritose che la finirono.

  Lei, la seducente Sarah, meno squilibrata, si contentava d’indulgere ad amorosi capricci, non trattenuta dai riguardi per un marito bonario, il conte Emilio Guidoboni-Visconti, milanese, che univa in sé il patriziato dei Guidoboni di Tortona e l’aristocrazia dei Visconti di Milano e che chiudeva un occhio, o era estremamente miope, sulla condotta della moglie, preso dal dilettantismo musicale che lo spingeva a sonare qua e là nelle orchestre e da una più grottesca mania : quella di lavare, asciugare, riempire boccette da farmacia e incollarvi etichette.

  Dopo una resistenza non scoraggiante ella divenne l’amante dello scrittore famoso, poi forse autore d’un Guidoboni-Visconti nato nel maggio del 1836, dopo un altro fratello la cui paternità era attribuita a un principe polacco rinomato per il suo cinico dongiovannismo.

  Per un certo periodo di tempo il terzetto visse persino nella stessa casa e la contessa aiutò più d’una volta coi danari del marito l’amante a cavarsi d’impaccio coi creditori e con gli uscieri, fino al punto che un usuraio intentò un processo al conte perché nella casa comune ma in appartamenti diversi alla minaccia d’un sequestro i mobili suntuosi dell’appartamento che lo scrittore mobiliava ogni tanto con lusso erano trasportati in quello dei coniugi e l’usciere trovava nel proprio domicilio del debitore poca roba di nessun valore.

  Balzac spendeva pazzamente e faceva debiti come respirava, costretto talora alla latitanza per sfuggire alla prigione dei debitori, tenendo più d’un appartamento e una stanza in un albergo fuori mano, con nomi finti, uno dei quali fu «dottor Giambattista Mège, medico». E quando aveva bisogno di danaro non si faceva scrupolo di ricorrere alle donne, amiche o amanti. Era questo un altro lato non bello del suo carattere di quasi pazzesco dissipatore e di egoista.

  Egli in fondo non sentiva che se stesso e l’opera gigantesca a cui si riteneva destinato e a cui tutto doveva essere subordinato. Un amico gli ricordava quasi inorridito le confessioni di quel suo egoismo: «Io non sono più né fratello né figlio né amico; sono un cervello ... Bisogna che le altre esistenze concorrano alla mia».

 

Balzac in Italia.

 

  Questo formidabile lavoratore viveva realmente in uno stato di perpetua esaltazione. Era spesso di buon umore, si faceva amare nei salotti per il suo spirito gaio, per le sue grasse risate, per l’abbondante e varia conversazione ricca di osservazioni originali e di paradossi (il pittore Delacroix, che lo aveva in uggia, lo chiamava un chiacchierone), faceva tollerare la sua disinvoltura, che riusciva sgradevole ai raffinati, la sua candida impertinenza di credere tutto lecito a un uomo glorioso, la sua vanità ingenuamente millantatrice. Di tutti i personaggi mille o duemila — da lui creati, egli, il creatore, fu il personaggio più straordinario, perché s’era creata anche un’atmosfera nella quale viveva quasi in istato di sogno e d’ebrietà, immaginario gran signore, una forza del destino lanciata verso supreme grandezze, interprete d’un mondo e insieme conquistatore, da poter far incidere in buona fede sotto una statuetta di Napoleone le parole: «Ciò ch’egli fece con la spada farò io con la penna».

  Si poteva discuterlo, si poteva anche dubitare della solidità e durata della sua fama, ma la fama c’era, ce grande, e il genio raggiava dalla fronte e dagli occhi, nonostante quella sua figura di borghese tarchiato e panciuto; e la pubblica curiosità, francese ed europea, era intensa e tutte le porte si aprivano in accoglienze lusinghiere. I commenti potevano poi essere diversi.

  Così avvenne pe’ suoi viaggi in Italia, di cui visitò le principali città, preferendo tuttavia Milano.

  Con quella sua fisima d’essere destro uomo d’affari, soltanto per averne descritti tanti nelle sue opere, si assunse l’incarico di districare in Italia una matassa ereditaria del Guidoboni-Visconti. Probabilmente la contessa sua amante ve lo incoraggiava per favorirne una partecipazione diretta o indiretta nei profitti. Per ciò si recò una prima volta, nel 1836, a Torino, traendosi dietro a guisa di paggio la Marbouty (ignara di quella compagnia o non gelosa la bella Sarah), e una seconda volta a Milano, ma da solo.

  C’è un volume del Gigli[3] che racconta minutamente questa parte della vita d’Onorato di Balzac, prima a Milano, poi a Venezia e più tardi altrove, specialmente a Roma. Basti qui ricordare qualche episodio della vita milanese.

  Sceso alla Bella Venezia, l’albergo di piazza San Federe (sic)già caro a Stendhal e che fu per gran parte dell’Ottocento frequentato dai visitatori illustri di Milano, dopo un po’ si trasferì in un palazzo del Corso di Porta Orientale, oggi Corso Venezia, ospite del principe Porcìa, la cui sorella, contessa Sanseverino, gli aveva dato a Parigi lettere di presentazione, e vi conobbe i teneri e, sembra, per un pezzo casti amori di quel gentiluomo con la contessa Bolognini, separata dal marito, che abitava in via Cappuccini; uniti dalle anime e dai confinanti giardini. Per una novella intitolata «Le fantasie di Gina», ritrovata autografa e inedita una trentina d’anni fa, in cui la protagonista ama il suo adoratore ma non gli si dà e inventa ogni pretesto per tenerlo avvinto ma discreto, finché va a Torino a farsi fare un’operazione e, tornata con una sola mammella come le amazzoni della mitologia, lascia scoprire l’arcano della resistenza e accontenta l’amatore, egli avrebbe preso lo spunto — con in più molta immaginazione — dalla platonicità dei due amanti milanesi.

  Gl’inviti non gli mancavano né nelle case patrizie né nei palchi della Scala, il gran ritrovo della vita elegante milanese. La migliore amica divenne la giovanissima contessa Maffei, del cui salotto già rinomato fu assiduo. La sera, quando era stanco, vi si addormentava in una poltrona accanto al fuoco. Quando era in vena, teneva circolo e incantava gli ascoltatori col suo spirito, co’ suoi quadri di vita parigina, con le sue opinioni su ogni ramo dello scibile: per esempio sul magnetismo e ipnotismo, una delle fissazioni d’un uomo che amava occuparsi dei misteri d’un mondo ignoto o mal noto, naturale o soprannaturale.

  Il suo romanzo «La pelle di zigrino» è fondato, come si sa, sulla trovata d’uno strano mercante d’oggetti d’arte e d’antichità che dona a un giovane disperato, avviato al suicidio, un pezzo di pelle di zigrino il cui possesso assicura il soddisfacimento di qualsiasi brama, ma a ogni brama soddisfatta si ristringe, fino ad annientarsi e a causare così la morte del possessore, il quale diventa in tal modo una specie di re Mida e non può amare se non sacrificando la vita. E un altro romanzo «La ricerca dell’assoluto», è il dramma d’un uomo che mette la sua famiglia sull’orlo della rovina per giungere con esperimenti chimici a scoprire l’unità della materia.

  A proposito di magnetismo, il medico poeta Giovanni Raiberti racconta in un suo scritto d’aver assistito in casa Porcìa a uno di questi discorsi di Balzac, il quale, vedendolo sorridere d’incredulità, fece un primo esperimento su un cameriere e non riuscì ad addormentarlo. Disse allora che occorreva un soggetto più debole, magari rachitico, e il medico si accordò con una specie di nano, gobbo dalle due parti, e glielo condusse; ma in tre faticose sedute l’ipnotizzatore se lo vide davanti sempre sveglio; solo nella terza accennò un momento ad abbassare le palpebre, ma per la comodità dello star a sedere che cominciava a conciliargli il sonno. Balzac ci rimase male e Raiberti se ne divertì, non pensando che cinquant’anni dopo l’ipnotismo sarebbe divenuto un capitolo della scienza. Il romanziere andava più avanti del medico; il quale scrisse anche un sonetto contro l’esagerazione delle feste e dei complimenti ond’era, secondo lui, affogato l’ospite illustre. La scienza nelle sue novità e nelle sue ipotesi attraeva la fervida utente dello scrittore, che era stato nell’adolescenza e in gioventù ed era ancora un gran lettore. Lavater e Gall, per esempio, lo interessarono grandemente e il Cantù riferisce che, recatosi a visitare il Manzoni, di cui forse non aveva letto il romanzo già famosissimo in Italia, gli parlò fra l’altro di cranioscopia.

  Intanto andava in giro per Milano e dintorni a veder opere d'arte, non di rado in compagnia della «piccola Maffei», e quella viva reciproca simpatia finì con ingelosire, fra una traduzione del tedesco e una dall’inglese, il marito di lei, Andrea Maffei, che scrisse una lettera alla moglie per dolersi di quella intimità e pregarla di non ricevere il francese se non quando c’erano anche altri nel salotto.

  Uguali ricevimenti a Venezia, dove si recò da Milano, uguale curiosità, uguali articoli nei giornali sul famoso «signor di Balzac», in cui poi le riserve o le critiche si accodano alle lodi. Insomma, un avvenimento. Ma l’acre Tommaseo, sempre pronto a inveire cristianamente contro chi non gli garbava, quel Tommaseo che s’era piaciuto di dar del gobbo a Giacomo Leopardi, scriveva da Parigi al Cantù: «Che il Balzac sia accarezzato costà mi duole più che d’una invasione di barbari ...», nientemeno! Aggiungeva che il romanziere era tenuto anche a Parigi «per cosa ridicola e bassa». E, scagliava vituperò alla «crassa galanteria milanese» e ai «quattro nobilucci scoglionati», accordandosi, senza volerlo, con «La Voce della Verità», il famoso giornale cattolico e antiliberale molto aspro contro uno scrittore difensore del trono e dell’altare.

  Ma il critico più violento fu Antonio Lissoni. che pubblicò in Milano una violenta «Difesa dellonore dell’armi italiane oltraggiato dal signor di Balzac nelle sue Scene della vita parigina e Confutazione di molti errori della storia militare della guerra di Spagna fatta dagl’italiani». Nella novella «Le Marana» dove una donna d’origine italiana, divenuta grande cortigiana, fa allevare con scrupolosa moralità in Ispagna, a Tarragona, la figlia Juana, che invece si lascia sedurre da un Montefiore nobile milanese, è descritta la presa di Tarragona dall’esercito francese per opera principalmente d’un reggimento formato quasi tutti d’italiani «mauvais sujets» ivi raccolti come oggi nella Legione straniera, onde il reggimento — secondo Balzac — «si fece una grande reputazione di valore sulla scena militare e la più detestabile di tutte nella vita privata». In quell’assalto fu ucciso – seguita la narrazione —, il loro celebre capitano Bianchi il quale durante la campagna aveva scommesso di mangiare il cuore d’una sentinella spagnola e lo mangiò».

  Il Lissoni, che aveva fatto la guerra di Spagna e aveva preso parte all’espugnazione di Tarragona, vide in quella novella, come in altre opere dello scrittore il vilipendio degl’italiani. Ho qui sotto gli occhi il raro opuscolo nel quale egli nega la cattiva reputazione di quei soldati italiani, ricorda che il capitano Bianchi era in realtà il valoroso e non antropofago sergente Bianchini, giudica falsa e oltraggiosa l’intenzione del capitano Montefiore, bello d’aspetto ma poco coraggioso, e osserva che anche nella novella inserita in «Altro studio di donna» si fa torto agl’italiani.

  In verità in questa novella il colonnello italiano, che uccide un colonnello francese in franco duello, è presentato come valorosissimo, benché d’una tremendi irascibilità, e ha soltanto il torto di disporre della moglie, messinese, d’un capitano piemontese ch’egli ha salvato da morte e per il quale appunto ha ucciso il crudele colonnello francese; l’ufficiale, oltraggiato dal sentire il suo salvatore chiamare a sé la moglie in presenza di tutti, si vendica bruciando lui e lei nella casa dove si trovano. Ma lì Lissoni se la piglia col Balzac, con la Francia, con la letteratura d’oltralpe ed esagera.

  Il Balzac amò l’Italia, e nelle sue opere mescolò italiani antipatici e simpatici ai simpatici e antipatici francesi. Non li trattò certo, ne’ suoi momenti di severità, peggio dei parigini. Prima di venire in Italia aveva maledetto, descrivendo un paesaggio dei dintorni di Parigi, i «poveri ricchi che, disgustati della nostra bella Francia, vanno a comprare a prezzo d’oro il diritto di disprezzare la loro patria visitando di galoppo o esaminando attraverso un occhialetto i luoghi di quell’Italia divenuta tanto volgare»; ma quando vi fu ne fece altro giudizio. Non pochi suoi romanzi e novelle hanno personaggi italiani trattati persino con ammirazione e sono dedicati ad amici e amiche e conoscenti italiani.

  A Genova è accolto cordialmente dal marchese Di Negro, ch’egli dice «fratello ospitaliero di tutti gli uomini d’ingegno che viaggiano», ed entra in relazione col marchese Damaso Pareto, altro francese «travestito da genovese». Per fortuna il seno delle donne genovesi non è una contraffazione della Francia.

  Onorina Pedrotti – dice nel romanzo omonimo – è una di quelle belle genovesi che sono le più magnifiche creature dell’Italia quando son belle. Per la tomba di Giuliano Michelangelo prese i suoi modelli a Genova, donde quella ampiezza, quella curiosa disposizione del seno nelle figure del Giorno e della Notte che tanti critici trovano esagerate ma che sono speciali delle donne liguri. A Genova la bellezza non esiste più ora che sotto il «mezzero», come a Venezia non si ritrova che sotto i «fazzioli». Fenomeno che si osserva presso tutte le nazioni rovinate». (Balzac pecca non di rado nel passare dal particolare al generale).

  A Roma s’interessa ai commenti danteschi (che tutti gli studiosi di Dante oggi conoscono) del principe di Teano don Michelangelo Caetani, o Cajetani com’egli scrive nella dedica a lui dei due romanzi «I parenti poveri» - fra i più forti della sua Commedia – in cui dice che da quei commenti egli ha veramente appresa la grandezza di Dante, «il cui poema è il solo che i moderni possano opporre a quello d’Omero», In quella dedica Balzac gli si professa riconoscente e ama congiungere il nome di lui a quello dei Porcìa, dei Sanseverino, dei Pareto, dei Di Negro, dei Belgioioso (ma della Belgioioso aveva scritto nelle sue lettere un giudizio ostile, pur avendole dedicato «Gaudissart II», un semplice articolo sull’arte di vendere; nomi, dice, che rappresentano nella «Commedia umana» l’intima e continua alleanza dell’Italia e della Francia», già consacrata dal Bandello «in quella magnifica raccolta di novelle da cui sono usciti parecchi drammi di Shakespeare, talvolta anche parti intere e testualmente».

 

I Medici della «Commedia umana.

 

  Ma particolarmente notevoli, in quella moltitudine di personaggi fra i quali gli stranieri non mancano per completare la visione più ancora d’un’epoca che d’un paese, sono alcuni dei molti medici che vi s’incontrano.

  Il romanziere fa circolare buon numero de’ suoi personaggi da un romanzo all’altro. La ricca serie è simile a una serie di sale in cui molti invitati si rincontrano più volte in varii casi e atteggiamenti, come nel ballo che è uno degli interessanti capitoli di «Cesare Birotteau», un altro de’ suoi maggiori romanzi. E il più circolante di questi invitati è senza dubbio il medico Orazio Bianchon che si ritrova un po’ da per tutto, con tratti i quali, raccolti, costituiscono una interessante biografia, dalla giovinezza povera e insieme studiosa e gaudente alla maturità illuminata dalla fama e onorata d’una cattedra.

  È un liberale, severo pei vizi dell’alta società, che però frequenta, e fedele amico di Rastignac, brillante ma cinico arrivista, per aver con lui vissuto gli anni difficili della giovinezza. Come in molti suoi colleghi della realtà – i migliori — la generosità non esclude il pessimismo. Nell’«Interdizione» — poderosa novella egli dice: «Quando ho voluto dare una stretta di mano alla virtù, l’ho trovata che tremava in una soffitta, perseguitata dalle calunnie ... tenuta per una pazza, una stramba o una bestia». Dice anche paradossalmente – «In qualità di medico so che la bontà dello stomaco esclude la bontà del cuore». E Rastignac l’impudente esclama: – Povero Bianchon! Egli non sarà mai altro che un galantuomo! —.

  Orazio Bianchon è un medico di molto acume e di molto sapere, che cura corpi e penetra nelle anime, che assiste ai drammi e alle commedie della vita, osservatore a volta a volta lepido e commosso e sa anche raccontare i drammatici o comici casi di cui è stato testimone. — «Credimi — dice a Rastignac – i medici sono in grado di giudicare gli uomini e le cose; i più abili fra noi confessano l’anima confessando il corpo».

  Balzac lo presenta materialista, ma lo ha caro anche perché rispecchia la sua inclinazione per le novità scientifiche. Per esempio, il dottor Bianchon afferma: «Ho accertato parecchi fatti relativi all’illimitato dominio che un uomo può acquistare su un altro. Io sono in contrasto con l’opinione di miei colleghi, interamente convinto del potere della volontà considerato come forza motrice. Ho visto, esclusi i compari e i ciarlatani, gli effetti di questa “possessione”.

  Gli atti promessi dal magnetizzato al magnetizzatore durante il sonno sono stati scrupolosamente compiuti nello stato di veglia. La volontà dell’uno era divenuta la volontà dell’altro», anche se l’imposizione aveva carattere criminale. Così certo parlava Balzac nel salotto del principe Porcìa a Milano quando il medico Raiberti si faceva beffe di lui col nano gobbo.

  Orazio Bianchon è il medico per eccellenza della «Commedia umana», degno di quel grande chirurgo Desplein, che vi figura come suo maestro e primeggia nella bellissima novella «La messa dell’ateo», apparsa tradotta or sono molti anni nelle pagine di questa rivista. A proposito di lui e della chirurgia Balzac dice inesattamente: «La gloria dei chirurghi rassomiglia a quella degli attori, che esistono soltanto da vivi e il cui talento non è più apprezzabile appena sono scomparsi». Egli dimentica l’insegnamento che rimane insieme col nome.

  Desplein «possedeva uno sguardo divino: penetrava il malato e la sua malattia con una intuizione acquisita e naturale che gli permetteva di comprendere le diagnosi proprie dell’individuo e determinare il momento preciso, l’ora, il minuto in cui bisognava operare» ... Ma l’uomo, «avvezzo sin dalla giovinezza ad anatomizzare l’essere per eccellenza, prima, durante e dopo la vita, a frugarlo in tutti i suoi organi senza trovarvi quell’anima unica, così necessaria alle teorie religiose», era ateo. E tuttavia il suo allievo Bianchon scopre per caso ch’egli va a sentire messa nella chiesa di San Sulpizio apprende da lui che, rispettando il desiderio di un povero portatore d’acqua a cui ha dovuto la possibilità di mantenersi agli studi, il quale « aveva la fede del carbonaio, amava la Vergine come se fosse sua moglie» e credeva nel benefizio delle messe per le anime dei morti, l’ateo riconoscente ha dato alla chiesa la somma necessaria per far dire quattro messe l’anno e va regolarmente a sentirle.

  Balzac tempera così l’ateismo, che avversa e che gli dispiace specialmente nei medici. Quindi nel «Curato del villaggio» fa convertire il giovane dottor Rouband, conquistato dall’eroismo cristiano della signora Graslin e dalla; bontà del curato Bonnet, uno dei parecchi preti esemplari immaginati ed esaltati dal romanziere che la gesuitica «Voce della Verità» dipingeva coi più foschi colori. E in «Orsola Mirouèt» (sic) il dottor Minoret, già amico degli enciclopedisti e di Robespierre e medico consulente dell’imperatore Napoleone, ritiratosi poi in provincia, dopo aver perduto moglie e figli, con Orsola, figlia d’un cognato, ch’egli adora, è prima convertito al magnetismo dal collega parigino Bouvard, col quale s’era rotto appunto per contrasto su quell’argomento, e che lo conduce alla presenza d’un misterioso personaggio, guaritore per fede, e d’una donna «medium» dalla quale apprende particolari straordinarii della sua casa lontana e dei sentimenti della sua pupilla, e poi al cattolicismo dalla tenerezza filiale e dalla religiosità della fanciulla.

  In questo romanzo, dove Balzac fa la più ampia e calda apologia del mesmerismo, è narrata anche la tragica fine dei parenti Minoret, ostilissimi all’orfanella per passione dell’eredità pericolante: lui travolto dalla propria carrozza, la madre impazzita dal dolore e portata a Passy nella casa d’alienati del dottor Blanche, padre di quel dottor Bianche che nella stessa casa ospitò e assisté Maupassant dopo la perdita della ragione.

  Medico di provincia tutt’altro che simpatico è invece nel romanzo «Una casa di scapolo» lavaro e duro dottor Rouget, sospettato daver amareggiata la vita della bella moglie, morta giovine, e innamoratosi in vecchiaia d’una bellissima ragazza di campagna detta «la rabouilleuse» perché occupata a cercar gamberi nei rivi e nei fossi; la quale diventa la serva padrona, poi, morto il dottore, si fa sposare dal figlio e lo obbliga a sopportarne la tresca con un giovane sfruttatore.

  Uno strano medico, introdotto a curare una strana malattia, è l’ebreo polacco Mosè Halpersohn, uomo freddo, che si fa pagar bene, ma che è considerato possessore d’una scienza in parte misteriosa. «S’ignora in Europa dice Balzac con la sua solita sicurezza affermativa che i popoli slavi posseggono molti segreti; hanno una collezione di rimedi sovrani, frutto delle loro relazioni coi cinesi, i persiani, i cosacchi, i turchi e i tartari. Certe contadine, che passano per fattucchiere, guariscono radicalmente la rabbia in Polonia con succhi d’erbe». (Superfluità di Pasteur!). Halpersohn poi «possiede una borsa di seta che immerge nell'acqua per colorarla leggermente e certe febbri cedono a quell’acqua bevuta dal malato».

  È chiamato a curare la figlia del barone di Boulac, abbandonata dagli altri medici, giacente da anni in un letto dove ha crisi spaventose che la fanno abbaiare come un cane e tra una crisi e l’altra ha a volte ancora l’uso delle mani ma non dei piedi; la più grave delle numerose malattie descritte nella Commedia umana, alcune delle quali non hanno, secondo il romanziere, trovato ancora un nome nella medicina. Halpersohn il nome lo conosce: si chiama la «plique», malattia polacca. E riesce quasi miracolosamente a guarire l’inferma, figlia d’una polacca.

  Impotenti invece sono i quattro medici chiamati a curare Raffaele de Valentin, il protagonista di «La pelle di zigrino». Come s’è detto, il giovane è in balia d’un fantastico pezzetto di pelle donatogli da uno strano mercante, un terribile talismano che consente al possessore la soddisfazione di qualsiasi suo desiderio, ma a ogni soddisfazione la pelle si ristringe e a mano a mano che si ristringe il possessore si avvicina alla morte. Infatti egli muore nell’atto di abbracciare la donna amata.

  C’è da domandarsi se Balzac volesse soltanto dar libero corso alla sua immaginazione in una favola drammatica o credesse alla possibilità d’un siffatto portento, che ha tutta l’aria piuttosto d’un simbolo. Bisogna, a ogni modo, tener presente che, prima della diffusione dei racconti del Poe in Francia, egli diede saggi anche di una non dissimile letteratura tragica e fantastica, come nelle novelle «La Grande Bretèche», in cui un marito convinto che la moglie ha nascosto l’amante in un gabinetto ne fa murare la porta, impedendo la liberazione – che ricorda «Il barile d’amontillado» dello scrittore americano —, e «L’elisire di lunga vita», in cui un padre sul punto di morte confida al figlio la boccetta d’un liquore che ravviva ciò che tocca e il figlio non ravviva che un occhio ed egli stesso, morendo, è ravvivato soltanto assai parzialmente.

  D’altra parte si può ricordare che Balzac, quando fece lo sproposito di comprare la «Chronique de Paris», era convinto di arricchirsi perché si trovava in possesso del «Beduck», pietra incastonata in un anello con incisa in caratteri arabi la parola «beduek». Era il regalo fattogli a Vienna da un orientalista e Balzac affermava di averne esperimentato il magico potere. Bizzarro carattere, probabilmente egli la dava a intendere agli altri e anche, prima di tutto, a se stesso.

  Il consulto dei quattro dottori sullo strano male di cui soffre il possessore della pelle di zigrino è un po’ la satira delle discordanti teorie mediche. «Tre di quei dottori portavano con sè tutta la filosofia medica, rappresentando la battaglia che si danno fra loro la Spiritualità, l’Analisi e non so che Eclettismo beffardo. Il quarto era Orazio Bianchon, uomo pieno d’avvenire e di scienza, il più ragguardevole forse dei medici nuovi, saggio e modesto rappresentante della gioventù studiosa ...». La dotta conversazione dei tre è d’una gravita che riesce comica e la conclusione si riduce a modesti suggerimenti terapeutici già messi in uso dal quarto, Bianchon, che è il medico curante, e al consiglio di recarsi alle acque di Aix in Savoia. Lì i frequentatori lo prendono in uggia, lo fuggono, vogliono bandirla. Ed ecco l’amena macchietta del medico di stazione termale che deve badare prima di tutto alla prosperità dello stabilimento e quindi alla soddisfazione della clientela. Egli tiene a Raffaele un bel discorso per convincerlo che vivrà gli anni di Matusalemme a patto di evitare l’aria troppo ossigenata, che accelera ne’ suoi deboli polmoni la combustione; quindi gli consiglia di andarsene nella «brumosa Inghilterra».

  Lunga lista si farebbe dei seguaci d’Esculapio sparsi in tutti i romanzi e in tutte le novelle della vastissima opera. Basti qui chiudere la rapida rassegna col ricordo del dottor Benassis, protagonista del romanzo intitolato appunto «Il medico di campagna», un vero poema di bontà, di saggezza, d’intelligenza dedicato alla celebrazione del medico, del modesto medico di villaggio che considera veramente la professione come una missione. In una valle della Francia dove è un angolo senza sole in cui vegetano e muoiono i cretini, il dottor Benassis, che vi si è rifugiato dopo una tragedia finita con la morte dell’amante male abbandonata e del figlio, intraprende, lottando contro la superstizione e la testardaggine degli abitanti, il trasporto dei cretini in altro luogo e il risanamento della zona che diventa fertile e prospera. Suo compagno nell’opera generosa il curato. Il medico e il prete vi appaiono veramente i sostegni d’una vita sociale sana, laboriosa e decente.

  E questo era lo scrittore che certi critici italiani d’allora dicevano immorale.

 

Il titano abbattuto.

 

  Ma allora si era esigenti, a ragione e più spesso a torto. Nella prima lettera che la signora Hanska scrisse anonima, o fece scrivere dall’istitutrice della figlia ella esprimeva bensì l’ammirazione per il grande romanziere, ma insieme gli rimproverava di essersi lasciato andare nel romanzo «La pelle di zigrino» a descrivere una specie d’orgia, un banchetto d’intellettuali con intervento di cortigiane in voga, durante il quale, specialmente dopo le copiose libazioni, i convitati esprimono opinioni che potevano ben apparire scandalose, ma che erano le loro e non dell’autore.

  Da quella fine di febbraio del 1832 in cui egli ebbe la prima lettera della «Straniera» cominciò una corrispondenza amichevole che divenne ben presto amore, più ardente, si capisce, nell’uomo meridionale (la famiglia di Balzac era d’origine provenzale, sebbene egli fosse nato a Tours) che in quella donna polacca, in quella contessa Evelina Rzewuska, maritata col signor de Hanski, la quale era stata presa, per così dire, piuttosto alla testa che al cuore.

  Nata verso la fine del 1801, la Praedilecta era andata sposa diciannovenne a quel ricchissimo signore maturo d’anni e di salute non gagliarda, che se la portò nella sua villa di Vierzchownia a vivere una vita solitaria e noiosa, nonostante la nascita di ben sette figli, dei quali sei morirono nell’infanzia e una sola sopravvisse alla madre.

  Conforto delle donne elle si annoiano la lettura; lettura preferita della signora Hanska le opere di Balzac; donde la corrispondenza e la relazione. Questa era già amore l’anno seguente, quando egli poté incontrarla in Svizzera a Neuchâtel. Scrisse poi alla sorella celebrando la bellezza della «ventisettenne», che in realtà aveva quasi trentadue anni, dicendola così imprudente da gettargli le braccia al collo in presenza d’altri. «Quanto al marito, in cinque giorni non ci ha mai lasciati un secondo. Non importa ... l’abbiamo mandato a occuparsi della colazione; ma eravamo in vista e allora, all’ombra d’una grande quercia, è stato scambiato il primo furtivo bacio dell’amore. Poi, giacché il marito s’avvia verso la sessantina, io ho giurato d’aspettare ed ella di riservarmi la sua mano, il suo cuore».

  Tutto calcolato. Il povero signor de Hanski, divenuto, da marito classico, buon amico dell’amico di sua moglie, cadde più tardi inalato di paralisi progressiva e morì nel 1841, Ma dovettero passare quasi altri nove anni prima che la vedova, ch’egli era andato più d’una volta a visitare nella villa di Vierzchownia («grande come il Louvre» scriveva il magnificatore, ma non aveva che una trentina di stanze), si decidesse a mantenere la promessa.

  Volle prima maritare la figlia, poi bisognò ottenere il permesso dello Zar, necessario per le nozze con persona straniera, che fu in principio rifiutato e poi concesso quando ella cedette tutti i suoi beni alla figlia e non ritenne che una rendita d’usufrutto. Si sospettava, forse non del tutto a torto, che nell’amore del romanziere avesse un tantino di posto anche la ricchezza della fidanzata. E finalmente il 14 marzo 1850 il matrimonio ebbe luogo.

  Egli aveva cinquantun anni, ella quarantotto. Ella non godeva d’una gran buona salute (morì quattro anni soltanto dopo il marito [sic]). A nozze avvenute lo sposo scriveva a sua sorella: «Disgraziatamente ella è afflitta, son già parecchi anni, da un male dei più dolorosi, una gotta artritica ... I piedi e le mani si gonfiano al punto da non permetterle di muovere le dita e camminare ...». Ed egli era un uomo finito.

  Nei lunghi mesi che si fermò presso la fidanzata il rigido clima settentrionale aggravò la malattia di cuore che lo faceva soffrire già da parecchi anni e di cui attribuiva le origini e il peggioramento — come abbiamo visto — a patemi amorosi e politici (la duchessa di Castries e la rivoluzione del ‘48) ma che doveva sopra tutto all’eccesso di lavoro.

  Fu detto da qualche biografo che Balzac morì vittima delle sue cinquantamila tazze di caffè. A Fontenelle, che raggiunse i novantanove anni, qualcuno raccomandò di smettere l’uso del caffè: — Il caffè è un lento veleno —. — Che sia lento me ne accordo rispose il filosofo secolare. In verità ogni costituzione fisica ha un vario potere di resistenza. Balzac d’altra parte non prendeva il semplice caffè che generalmente si usa, ma dei terribili estratti, che dovevano contenere forti dosi di caffeina, per tenersi sveglio e di cervello alacre nelle lunghe ore di lavoro.

  Il lavoro lo abbatté. Egli andava avanti a scrivere fin diciotto ore al giorno. Spesso si metteva a letto alle sei di sera per alzarsi a mezzanotte, riprendere fino a mezzogiorno il compito immane e poi passare quattro ore a correggere le bozze: uno sforzo, un disordine che anche nei più robusti la natura punisce. Se si pensa alla mole della sue opere (sic), di cui romanzi e novelle sono la maggior parte, ma non tutta; se si pensa alla molta altra letteratura anonima della sua giovinezza; e se si pensa inoltre che ogni scritto era riveduto, rimaneggiato — il «Papà Goriot», uno de’ suoi capolavori, fu rifatto diciassette volte — si rabbrividisce a una impressione di gigantesco sacrifizio. Egli fu lo schiavo del bisogno che lo attanagliava coi perpetui debiti cagionati da una smoderata passione del lusso e delle speculazioni affaristiche, ma anche lo schiavo del suo cervello vulcanico sempre in eruzione creativa.

  Le raccomandazioni e gli ammonimenti del suo vecchio amico, il dottor Nacquart, non ci poterono nulla. In Russia dove star ancora in letto dopo le nozze e giunse a Parigi alla fine di maggio con la sposa semidisfatto dal lungo viaggio. Arrivò di sera alla palazzina che aveva comprata, restaurata e suntuosamente mobiliata per la sua Eva e dovè chiamare un fabbro per farsi aprire: il servo non veniva alla porta perché era impazzito.

  Ricaduta. Agonia. Nell’agonia il creatore invocava, come fosse reale e viva, una delle sue creature, il medico Orazio Bianchon: — Chiamate Bianchon ... chiamate Bianchon ... Bianchon mi salverà ...

  Morì il 18 agosto 1850, entrato già da un pezzo nella immortalità.

  Dopo un secolo la sua fama non è impallidita, sebbene i suoi romanzi non siano ricercati come una volta, specialmente dalle signore avvezze alla più spiccia letteratura amena dei nostri tempi. Gli «studi» di questo «dottore in medicina sociale» richiedono un’attenzione e si potrebbe quasi dire una resistenza che non è di molti. Le sue lunghe descrizioni, le sue riflessioni e digressioni, quella sua arte di penetrare lentamente, cominciando dal paese, dalla via, dalla casa nello spirito e nella condotta dei personaggi, possono stancare. La sua prosa non è elegante, sebbene qua e là ricca di colore. Flaubert, che ne riconosceva la grandezza, dal punto di vista dello stile quasi non lo considerava uno scrittore. I suoi personaggi principali sono a volte, nella loro verità, «più grandi che natura». Diventano, da tipi, prototipi.

  E un mondo vive ancora e s’illumina intorno al suo nome. Maupassant ha detto di lui: «È un inventore prodigioso ben più che un osservatore: solamente divinava sempre giusto».

 

 

  Corriere milanese, «Corriere della Sera», Milano, Anno 75, N. 146, 21 giugno 1950, p. 2.

 

  Agli Amici della Francia, in corso Vittorio Emanuele 31, questa sera, alle 21,15, Samuel de Sacy parlerà sul tema: «Balzac et le mythe de l’aventurier».

 

 

  In memoria di Balzac, «Corriere d’informazione», Milano, Anno VI, N. 143, 17-18 giugno 1950, p. 1; 1 ill.

 

  In memoria di Honoré de Balzac, questa vecchia diligenza dei tempi del grande romanziere effettuerà un servizio di due settimane per le vie di Parigi, dal Café des Deux Magots, in Saint-Germain-des-Prés, fino alla piazza della Bastiglia e alla Maddalena.

 

 

  Balzac e la duchessa, «Corriere d’informazione», Milano, Anno VI, N. 217, 22-23 giugno 1950, p. 1; 1 ill.

 

  La folla circonda la vettura che trasporta a Saint-Germain-des-Prés il signor Suarnet e la signora Alice Cocea che, con indosso i costumi del tempo, incarnano Honoré de Balzac e la duchessa di Langleais (sic). La gentile rievocazione del grande scrittore, di cui ricorre quest’anno il centenario, è stata organizzata dai commercianti del Boulevard Saint-Germain.

 

 

  Pettegolezzi di un secolo fa. Insuccesso di Balzac come ospite milanese, «Corriere d’informazione», Milano, Anno VI, N. 159, 6-7 luglio 1950, p. 2.

 

  Quando, nel lontano febbraio 1837, Onorato di Balzac capitò a Milano, la Gazzetta Privilegiata ne dava l’annuncio ufficiale nella rubrica degli «ospiti illustri», e Defendente Sacchi, pochi giorni dopo, in una Notizia letteraria, scriveva testualmente: «La nostra città accoglie da due giorni fra le sue mura il signor Balzac, lo scrittore francese che in pochi anni fece il maggior numero di opere che descrivono in ogni maniera la vita dell’uomo e la società; quello che è anche più popolare fra noi, perché i suoi scritti corrono nelle mani di tutti, in originale e tradotti».

  Se è vero che una certa notorietà Balzac godesse già anche da noi, se è vero che egli fu ricevuto nei più eleganti e colti salotti, festeggiato ed esaltato, se è vero che s’arrivò sui giornali di mode a proporre «una moda alla Balzac», è forse più vero ancora che la parte intellettualmente più sana e più seria della società del tempo finì per averlo in uggia. Anzi vi fu chi lo giudicò un «vanesio fanfarone», chi biasimò l’eccessiva sua parzialità per i suoi compatrioti, la continua esaltazione apologetica di sè stesso, le sue manie, il bastone dalla vistosa impugnatura, i panciotti sgargianti, la veste da camera bianca a foggia di tonaca da frate ...

  E, quanto all’eleganza, poi, bisogna rifarsi ai vapori di certe damine del tempo, vere preziose ridicole, perché è noto il giudizio che dello scrittore francese, o meglio del suo aspetto fisico, diede Chateaubriand quando lo vide per la prima volta: «aspetto da panettiere, modi da ciabattino, corpo da bottaio, camminata da venditore ambulante, abiti da bettoliere ...». Ce n’è per tutti i gusti, tranne quello di farne un figurino d’eleganza! Ma, a parte l’eccentricità dello scrittore, quello che maggiormente finì per disgustare gli intelligenti e, si può dire, tutta l'aristocrazia milanese, fu la sua boria di pretta marca parigina. La quale rifulse in modo veramente disgustoso allorché Balzac volle, non richiesto, esprimere un parere sui Promessi Sposi, romanzo del quale egli aveva letto soltanto quattro o cinque pagine. Il giudizio provocò tanti commenti e così violente satire, persino in versi, che la popolarità e la simpatia verso lo scrittore francese declinarono ancor più rapidamente di quanto fossero nate per la deplorevole piaggeria di una parte del mondo cosiddetto intellettuale del tempo.

  Balzac andò a far visita al Manzoni e i particolari dell’incontro fra i due romanzieri fecero per molto tempo le spese delle conversazioni nei salotti milanesi, suscitando i più disparati commenti. Chi per poco conosca l’indole tanto opposta dei due può ben figurarsi cosa poteva uscire da un tal colloquio.

  La conversazione fra Onorato di Balzac e Manzoni si era specialmente aggirata intorno ad argomenti che a quel tempo si chiamavano volentieri filosofici, e che per primo lo stesso Balzac aveva toccato, e cioè sul «sistema empirico», che allora dominava in Francia, a cui si contrapponeva la scuola spiritualistica tedesca, e naturalmente lo scrittore francese aveva esposto le ragioni della propria preferenza per la prima. Alessandro Manzoni non era stato un contraddittore eloquente: evidentemente egli si sentiva troppo lontano da uno scrittore tanto diverso da lui; lasciò che l’altro parlasse, e così, quando Balzac ebbe dato pieno sfogo ai suoi sentimenti, il discorso andò morendo. Probabilmente, il Manzoni ritenne che una discussione in argomento lo avrebbe condotto molto lontano, e non avrebbe scosso l’altro da opinioni troppo aprioristicamente radicate per poter essere rimosse. Egli fu preso da uno di quei momenti di egoistica pigrizia mentale, in cui lasciamo discorrere gli altri, sempre più convinti nell’intimo delle nostre buone ragioni: lasciò che l’impetuoso torrente dell’altro precipitasse, senza scatenare il suo.

  Balzac deve aver tratto dalla conversazione un’idea del tutto errata; nella sua fatuità, non comprese il severo e alto ingegno del suo competitore, la presunzione smodata di sè gli vietò quella serenità coscienziosa che pure in un uomo del suo ingegno doveva essere un obbligo. E fu così che arrivando più tardi a Venezia, invitato a pranzo dalla contessa Mocenigo Soranzo, parlerà del grande romanziere italiano con tanta supponenza, da provocare il noto e giusto risentimento dei veneziani, le pungenti satire del poeta Nalin che gli darà l'appellativo di «lasagna», le rampogne del Fusinato e le proteste dei giornalisti, espresse in una acerba critica di Tullio Dandolo, sulla Gazzetta di Venezia.

  Per contraccolpo, le ire si scatenarono ancor più furibonde a Milano, tanto che il Balzac, accortosi tardi dell’errore e della propria grossolanità, scriveva alla contessa Maffei, pregandola di trasmettere al «collega lombardo» le sue scuse. A poco giovarono, non presso il Manzoni, che aveva ragione di infischiarsi del gradasso francese, ma presso la società in cui aveva sperato di lasciar di sé simpatico ricordo. Di lui fu detto infatti: «Come scrittore incanta, in politica è biasimevole, in società è un gran farfallone».

 

 

  Centenario di un genio. Balzac nel salotto della contessa Maffei, «Corriere d’informazione», Milano, Anno VI, N. 195, 18-19 agosto 1950, p. 2.

 

  Cento anni fa, il 18 agosto, moriva a Parigi Onorato di Balzac, il più vulcanico e il più vorticoso dei romanzieri francesi del secolo XIX, quello che fu definito un Bonaparte letterato senza deposizione e senza Waterloo. I contatti che ebbe con Milano questo grande scrittore rimasero memorabili: tutta la società intellettuale del tempo, quando egli capitò qui, fu di lui incantata anche senza conoscerne profondamente le opere, ma così, per posa, per vezzo, per quella forma di estetismo un po’ servile che fin da allora si aveva per lo straniero, moda non puranco abbandonata a tutt’oggi. Prima che arrivasse era aspettato con ansia, con ambizione, oseremmo dire con orgoglio, quasi che fosse una degnazione per lo scrittore visitarci. E il soggiorno milanese lasciò strascichi clamorosi per certe note intemperanze di giudizio attribuitegli a proposito dei letterati italiani in genere e del Manzoni in ispecie.

  Scendendo a Milano, il 13 (sic) febbraio 1837 — aveva allora 38 anni — Balzac si presentò subito alla contessa Maffei, la dama del celebre salotto immortalato dal Barbiera, la quale gli spalancò le braccia dicendo: «j’adore le genie!». Fisicamente c’era poco da adorare: la contessa Fanny Sanseverino Porcìa aveva già da Parigi prevenuto la Maffei: «Se lo immaginate grande, snello, pallido, scarno, con una fisionomia che è già un’ispirazione, disilludetevi: è piccolo, grasso, paffuto, rotondo, rubicondo, con due occhi negri e scintillanti, focoso nel dialogo com’è la sua penna». Agli uffici di polizia, nel registro degli stranieri, egli si qualificò «possidente». Vanteria inutile perché se parecchi fra i colti conoscevano i suoi romanzi, molti di più erano quelli che sapevano come la sua vita fosse una tribolazione continua, in eterna lotta coi creditori, immerso fino alla gola nei debiti per speculazioni che immaginava redditizie e nelle quali s’ingolfava audace, ignaro, mal pratico.

  Editore, stampatore, fonditore di caratteri, proprietario di giornali, tutto tentò, i più disparati mestieri, gli impieghi più impensati. Egli stesso si dipinse nel Mercadet. A Milano si sapeva tutto questo, e si esagerò nel giudizio dell’uomo. Un giornale teatrale, La Fama, arrivò a stampare che Balzac era venuto a Milano evaso dalle carceri di Parigi, ove era prigioniero per debiti. Non era vero, ma erano veri i debiti nè egli si peritò di accenderne anche a Milano persino con le sue ammiratrici, una delle quali fu la duchessa Litta-Bolognini, che si lamentava con la Maffei per le continue richieste di danaro dello scrittore. Ma a Milano, durante il soggiorno di Balzac, non si parlava che di lui, tutti volevano vederlo o pretendevano di averlo visto e di avergli parlato. Erano oggetto di curiosità, di interessamento, di ammirazione i suoi panciotti sgargianti, il suo bastone da passeggio che aveva un’impugnatura formata da una palla tempestata di pietre preziose — si affermava — che gli serviva probabilmente da tabacchiera e nella quale era il ritratto «di una bellissima donna».

  Aveva sì una conversazione brillante, ascoltava però più volentieri che discorrere, e poi ogni qual tratto si addormentava, nonostante bevesse caffè, non a tazze ma, a caffettiere, o si immergeva in pensieri profondi, dai quali si distoglieva di scatto, con una fragorosa risata, per conto suo. Bizzarro era: rimase celebre persino la sua veste da camera, una lunga tunica da certosino, con cordone e cappuccio. In tale abito claustrale lo ritrasse a Milano, in una statuetta di scagliola, lo scultore Alessandro Puttinati, e tutte le dame volevano averla. La Maffei, allora da poco sposata col conte Andrea Maffei, letterato di autentico valore, fu effettivamente presa dal fascino di Balzac al punto di suscitare una segreta e penosa gelosia nel marito, che un giorno le indirizzò una affannata e affettuosa lettera, più da padre che da marito, con la quale la scongiurava di allentare le sue premure per lo scrittore francese, perché non ne fosse tocca la reputazione di lei. Non mancò ai suoi doveri di moglie la Maffei, ma indubbiamente, quando Balzac rivalicò le Alpi, il buon Maffei dovette tirare un respiro di sollievo ... Non fu certo per questa fiammata senza scottature che, in seguito, il Maffei si separò dalla intelligentissima moglie: fu una incompatibilità indefinibile che restò indefinita, e sulla quale lo stesso Maffei, rimasto amico anche separato, scherzava. Poiché egli era un uomo alto di statura, e lei era una donnina graziosa e minuta, a chi gli chiedeva come mai lui così grande e grosso avesse sposato una donna così piccina, rispondeva: «Perché quando si prende moglie occorre prenderne il meno possibile ...».

  Con la Maffei, Balzac visitò Brera, volle andare a Saronno a rimirarvi i delicati affreschi di quel Raffaello della Lombardia che è il Luini. Era entusiasta del Duomo di Milano, ma anche delle donne milanesi, davanti alle quali diventava un lirico esplodente. Convertitosi al magnetismo (che allora era in voga col clamoroso Meismer (sic) e che è poi l’attuale radiazione delle mani di cui molti si credono in possesso), si vantava di aver magnetizzato, non le donne, ma un lustrascarpe del corso di Porta Orientale (l’attuale corso Venezia).

  Morì a 51 anni dopo una produzione di romanzi copiosissima, nei quali l’anima umana non è mai stata più acutamente e profondamente studiata.

 

 

  Taccuino del mondo, «L’Umbria. Quotidiano del mattino», Perugia, Anno II, N. 203, 1 Settembre 1950, p. III.

 

  Anche i giornali di Mosca hanno pubblicato di questi giorni articoli in onore di Balzac ricorrendo il centenario della morte. Tutti sono naturalmente concordi nell’affermare che Balzac ha alzato la voce contro lo intollerabile dominio borghese. Il «Trud» scrive: «L’influenza corruttrice dell’oro e della criminale morale borghese smascherata da Balzac è oggi documentata dalla prepotenza americana che impone un imperialismo al popolo francese».

  E le «Isvestia», organo del Governo: «Il sistema capitalistico, energicamente denunciato da Balzac, sarà sconvolto in tutto il mondo come voleva il grande scrittore». Ma se Balzac, dicono a Parigi, non ha avuto altra aspirazione nella vita che quella di diventare un capitalista!

 

 

  Letteratura sul lastrico. Nobiltà e tradizione della bancarella del libro, «Corriere d’informazione», Milano, Anno VI, N. 212, 7-8 settembre 1950, p. 2.

 

  I compratori di libri sono In maggior numero che voi non pensiate, e i libri s’adoperano a più usi che voi non pensiate. Consolatevi. Questa filosofia di circa duecento anni fa vale ancora, soprattutto per quanto riguarda gli scarsi beni di fortuna dei letterati in genere. Ne seppe qualcosa anche Balzac quando confessava alla futura moglie, la contessa Hanska, d’aver venduto un suo romanzo ad un ex-cappellaio il quale, pubblicandolo col proprio nome e dedicandolo a Luigi Filippo, poteva ottenere una ... onorificenza che costituiva la maggior aspirazione della sua vita ...

 

 

  Libri, «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, Anno LXIII, Numero 260, 19 Settembre 1950, p. 3.

 

  Onorato De Balzac, I capolavori della Commedia Umana: I. Papà Goriot, Il colonnello Chabert. Un tenebroso affare. Facino Cane. Sarrasine. con Introduzione di P. P. Trompeo (pp. XII-484. rileg. L. 1800) - Casa Ed. Casini. Roma 1050. — Balzac è il fondatore del romanzo moderno, e rimane tuttora il più potente creatore di figure ed il più efficace descrittore di ambienti della letteratura narrativa di tutti i tempi. Ma l’opera di Balzac è di una mole tale, ed in tanti parti è divenuta talmente caduca, che la sua conoscenza appare ormai ardua per il lettore moderno. Questa scelta della «Commedia Umana» condotta con precisi criteri estetici e critici, intende offrire al lettore d’oggi il fiore immortale della complessa opera balzacchiana, e quanto di essa è veramente immortale. Una guida affascinante e perfetta allo studio di Balzac è la recentissima biografia di Stefan Zweig. Balzac, pubblicata dall’editore Mondadori nei quaderni della «Medusa» con una introduzione di Lavinia Mazzucchetti (pp. 395. L. 300 —.).

 

 

  La caffettiera di Balzac, «Corriere d’informazione», Milano, Anno VI, N. 278, 23-24 novembre 1950, p. 4; 1 ill.

 

  La celebre caffettiera di Balzac che, insieme con altri numerosi cimeli, è stata presentata all’esposizione organizzata nella Biblioteca nazionale di Parigi in occasione del 100° anniversario della morte del grande scrittore.

 

 

  Corriere Milanese, «Corriere d’informazione», Milano, Anno VI, N. 296, 14-15 dicembre 1950, p. 2.

 

  Alla Famiglia Meneghina, in via Meravigli 7, per iniziativa della Lega Italia-Francia, domani sera, venerdì, alle 21,15, Bruno Revel parlerà sul tema: «Balzac dopo cento anni».

 

 

  Marco Agnello, Il centenario della morte di Balzac. Non è ancora chiarito il mistero della camera azzurra, «Giornale dell’Emilia», Bologna, 10 giugno 1950, p. 3.

 

  Tra i tanti misteri della vita di Balzac, vi è anche quello della sua morte, che un recente biografo ha definito «il mistero della camera azzurra». La camera azzurra era quella nella quale Balzac morì il 18 agosto 1850 qualche mese dopo il suo ritorno dal viaggio in Polonia dove aveva sposato la «straniera», la contessa Hanska.

 

I rapporti con la straniera.

 

  Questi ultimi due anni, il 1849 e il 1850, sono stati una insuperata risorsa per i biografi e per i critici di Balzac. L’anno scorso la Francia ha celebrato i centocinquanta anni della nascita dell’autore della «Commedia Umana», e quest’anno essa ne celebra il centenario della morte. Numerosi volumi sono usciti su Balzac, di critica, di bibliografia, biografici, di curiosità, eccetera. Anche molti inediti hanno visto la luce, specialmente il seguito della corrispondenza con la «straniera», per il periodo riguardante, appunto, il viaggio in Polonia, il matrimonio e il ritorno a Parigi.

  I biografi e i cacciatori di curiosità e di aneddoti hanno rovistato in tutti i cassetti, in tutti gli armadi, in tutti gli angoli polverosi pur di cogliere un aspetto nuovo o inedito di Balzac. Così l’uomo è stato messo impudicamente a nudo, e la sua vita intima, quella che ogni individuo ama tener segreta, è stata frugata e esplorata con crudele curiosità.

  Naturalmente, i rapporti tra Balzac e la «straniera» hanno attirato in modo speciale l’interesse dei biografi. La vita amorosa e la vita coniugale di un grande scrittore rappresentano miniere preziosissime, e pressoché inestinguibili di pettegolezzi e di piccoli scandali quotidiani.

  Balzac aveva dovuto attendere venti anni per realizzare il suo sogno d’amore. La contessa Hanska era sempre riuscita a tenere in rispetto il suo ardente corteggiatore e spasimante. Finchè il matrimonio, celebrato quando Balzac era vicino alla cinquantina, mise fine a questa tortura. Ma lo scrittore fu felice nella sua nuova esistenza? La condotta di madame Hanska prima e dopo il matrimonio è stata, da certi biografi d’oggi e da alcuni contemporanei di Balzac, severamente criticata. Donna estremamente enigmatica, la chiave del suo carattere ardente si troverebbe, secondo alcuni, nella esaltazione e nel disordine della sensibilità slava. E, si aggiunge, solo un compatriota, un polacco, potrebbe scrivere di lei una biografia che sia anche una interpretazione psicologica.

  In attesa, però, di questa riabilitazione morale e psicologica della contessa Hanska, negli ultimi anni signora Balzac, ella continua a non avere una buona stampa in Francia.

 

“Mi umilia. Non andrò”.

 

  Per esempio, in occasione del doppio anniversario balzacchiano, è stato rispolverato dalle biblioteche un volumetto di Octave Mirbeau, nel quale questo scrittore dubbioso rivelò l’atroce retroscena della morte di Balzac. Nel libro di Octave Mirbeau intitolato La 628-E8, vi era un capitolo dedicato alla morte di Balzac. La figlia di madame Hanska, che viveva ancora nel 1907, quando l’edizione del libro uscì, protestò violentemente asserendo che la narrazione era falsa e calunniosa nei riguardi di sua madre. Mirbeau decise di sopprimere il capitolo incriminato nella seconda edizione del suo libro. E così fu.

  Un giorno, nel suo studio, il pittore Jean Gigoux raccontò a Octave Mirbeau la morte di Balzac nella terribile giornata del 18 agosto 1850. Quel che ha scritto Victor Hugo, nelle Cose Viste, a proposito della morte dell’autore della Commedia Umana, non è esatto, secondo Jean Gigoux, al dire del quale Balzac è morto solo, abbandonato da tutti, come un cane. Il giorno della sua morte nessuno dei suoi amici venne avvertito.

  Balzac era tornato dal viaggio in Polonia ammalato di arterio-sclerosi, procuratagli, secondo alcuni, dal suo lavoro folle e dall’abuso di caffè, da un male specifico, secondo altri. I dispiaceri avevano fatto progredire il male, e Balzac era terribile a vedersi. Le frequenti iniezioni non servivano a nulla, e i medici lo consideravano ormai spacciato. Il 18 agosto solo il dottor Nacquart era al suo capezzale. Gli domandò più volte se voleva vedere qualcuno, ma Balzac rispose sempre di no, e non parlò mai della moglie, come se non esistesse per lui.

  La moglie, in quel momento, vestita con un pigiama rosso scarlatto, si trovava nell’altra stanza insieme al suo amante, il pittore Jean Gigoux, autore appunto del racconto. Gigoux cercò inutilmente di convincere la donna ad entrare nella stanza dove Balzac stava morendo: «E’ così duro verso di me, rispose la donna. Non fa nemmeno attenzione alla mia presenza. Mi umilia. No, non andrò».

  Gigoux le disse allora che la gente avrebbe malignato sulla sua condotta, e che gli amici di Balzac non avvertiti sarebbero stati assai duri verso di lei. Madame Hanska sembrava più annoiata che addolorata. Ella temeva soprattutto Victor Hugo. L’infermiera che si trovava al capezzale di Balzac recava di tanto in tanto le notizie sui progressi dell’agonia. Balzac aveva perduto la conoscenza, e il suo corpo puzzava terribilmente. «Non ho mai sentito una cosa simile», diceva la infermiera che pensava di scoraggiare la moglie dall’entrare nella stanza, dove il moribondo rantolava solo solo.

 

“Il signore, è morto”.

 

  Alle dieci e mezza di notte l’infermiera bussò alla camera da letto della signora Balzac. «Signora, disse, il signore sta per morire». La moglie non discese dal letto. E poco più tardi, l’infermiera tornò, bussò nuovamente per dire: «Il signore è morto».

  «Lasciatemi confessare una cosa inaudita, disse a questo punto il pittore, una cosa inesplicabile. Non è per scusarmi o per difendermi. Vi assicuro che quel «Monsieur est mort» non evocò in me, in un primo momento, nulla di preciso e nulla di formidabile. Non vi associai l’idea di Balzac. Nono vivi erigermi immediatamente la colossale figura di Balzac, gli occhi chiusi, la bocca chiusa, raffreddata per sempre. No, ero talmente fuori di me, fuori da ogni conoscenza e da ogni verità, ero annegato in tali tenebre morali che quella notizia gridata dietro una porta e che l'indomani si sarebbe diffusa in tutto il mondo non mi fece una impressione maggiore che se avessi appreso che un uomo qualunque, uno sconosciuto, era morto. Io non mi dissi «Balzac è morto», ma piuttosto mi domandavo: «Chi dunque è morto? Meglio, non mi chiesi assolutamente nulla. Per un eccezionale fenomeno di amnesia avevo dimenticato veramente che mi trovavo, nel momento stesso in cui egli moriva, nella casa, nel letto insieme alla moglie di Balzac».

  Questo terribile racconto è vero, oppure è frutto di una mostruosa fantasia? Ecco il problema che si è posto e che si pone agli studiosi e ai biografi di Balzac. Nel 1907, quando apparve la prima edizione del libro di Mirbeau, si svolse, sulla stampa francese, una violenta polemica.

 

Gigoux non c’entrava?

 

  Il pittore Gigoux nel 1850 non conosceva ancora, secondo certuni, madame Hanska. A quel tempo egli era invece l’amante di una certa signora Gudin, la moglie di un altro pittore, vicini di casa di Balzac. Egli fece conoscenza della vedova Balzac nel 1852, entrando assai presto nella sua vita sentimentale. I biografi, dunque pensano che il pittore, uomo assai fantasioso, abbia inventato in gran parte i particolari narrati molti anni più tardi a Mirbeau, allo scultore Rodin, e ad altre persone ancora.

  Sembra che questo Gigoux fosse, ai suoi tempi, un bel giovane e che avesse avuto un successo folle con le donne. E nella vecchiaia sfogava la sua delusione di non essere diventato un grande pittore raccontando scene di alcova e episodi intimi. Mirbeau. dal canto suo, avrebbe colorito il racconto del pittore per ottenere le crudeli e fredde pagine sulla «Morte di Balzac».

  Questa, ripetiamo, la interpretazione benevola dei biografi e degli studiosi balzacchiani. Essa non lava la memoria della signora Hanska da tutte le colpe, ma la assolve dall’accusa di aver lasciato morire suo marito solo come un cane. Tuttavia, il «mistero della camera azzurra» rimane intero, perché se le cose non sono accadute proprio come Gigoux raccontò e Mirbeau trascrisse, è certo che gli ultimi mesi dello scrittore con la moglie non furono nè lieti nè felici.

 

 

  [Gabriella Alzati?], Nota, in Honoré de Balzac, Papà Goriot ... cit., pp. 5-6.

 

  Honoré de Balzac, il padre del romanzo realistico, nacque a Tours il 20 maggio 1799. Fu dapprima avvocato, poi aiuto di notaio e finalmente socio di un editore: ma in nessuna di queste attività, che pure dovevano fornirgli spunti e ritratti per la sua opera letteraria, si ritrovò, in nessuna raggiunse il minimo successo: le imprese editoriali, per contro, non gli procurarono che disinganni e debiti, per pagare i quali — oltre che per dare sfogo a un’irresistibile vocazione, a un'irrefrenabile piena creativa — cominciò, a partire dal 1829, a scrivere.

  Né riuscì la letteratura a dargli calma e riposo: temperamento a cui la natura stessa negava ogni specie di tranquillità, e ossessionato, inoltre, dal bisogno di denaro richiesto dalle sue molte altre imprese sbagliate o disgraziate nonché da un irreprimibile gusto per lo spreco, egli continuò a scrivere, in un’ansia senza pause e senza precedenti, quindici ore al giorno, «terminando le sue opere come in un’ebrezza della fantasia alimentata da innumerevoli caffè. Lo stampatore veniva a ritirare le pagine manoscritte l’una dopo l’altra, ed egli correggeva le bozze, apportandovi interminabili aggiunte col medesimo ardore, esasperando i tipografi. Era fiero della sua eccezionale potenza di creazione e di lavoro: si considerava il “Napoleone della letteratura”», e finì per ammazzarsi letteralmente di fatica. Aveva, infatti, da poco sposato la contessa Hanska, sua vecchia amica, quando il 18 agosto 1850, a Parigi, cadde fulminato da un attacco apoplettico.

  Cinquantun unni di vita: ventuno di ininterrotta febbre letteraria, durante i quali pubblicò duemila pagine all’anno, novantasei romanzi che, suddivisi in differenti serie, chiamò complessivamente Commedia umana. Ecco i principali titoli: “Scene della vita privata”: Gobseck (1830), La donna di trent’anni (1831-42), Il colonnello Chabert (1832): “Scene della vita di provincia”: Eugenia Grandet (1833), Il giglio nella vallata (1835), Orsola Mirouet (1841), Una casa di scapolo (1842); “Scene della vita parigina”: Papà Goriot (sic) (1834), Grandezza e decadenza di Cesare Birotteau (1837), La cugina Bette (1846), Il cugino Pons (1847); “Scene della vita politica”: Un affare tenebroso (1841); “Scene della vita militare”: Gli “chouans” (1829); “Scene della vita di campagna”: Il medico di campagna (1833), Il parroco di villaggio (1839-46), I contadini (1844). E oltre alla Commedia umana scrisse studi filosofici, alcune commedie, una serie di racconti rabelaisiani, eccetera.

  In Papà Goriot (nell’originale: Le Père Goriot), che, come già Eugenia Grandet, è uno dei massimi romanzi balzacchiani, sono scolpiti non pochi dei tanti personaggi assurti poi a simbolo del carattere che li anima: figure diventate popolari e proverbiali, ormai, nelle quali s’è in seguito come fissata e cristallizzata la medesima ragion di vita che in ciascuna di esse s’incarna.

  Su tutte rifulge, però, quella del vecchio Goriot, il commerciante a riposo che l’amore paterno, fanatico, esclusivo, illimitato, fa una specie di Re Lear della Parigi 1820; che ogni cosa sacrifica al benessere delle figliuole; che a qualunque decadenza — miseria e bassezza — si riduce felice, pur di saper soddisfatto un loro capriccio; che, non potendo ammettere, in cuor suo, come esse possano mai aver torto, identifica il bene nel loro stesso piacere, e lì lo persegue; che anche sul letto di morte scusa il loro egoismo, e la povertà e la solitudine a cui esse l’hanno abbandonato, e muore benedicendole ...

  Sì, un povero essere, un padre cieco e debole come ce ne son tanti, nella vita e nella letteratura: ma la sua stessa passione, a tal punto esasperata, così implacabile e compiuta e totale e senza incrinature, ne ingigantisce la statura, lo rende inconfondibile ed eterno. Non è solo un «personaggio», ma una «maschera» nuova che il Balzac ha sfoggiato.

 

 

  Luciano Anceschi, Balzac sans crainte, «Europe. Revue Mensuelle», 28e Année, N.os 55-56, Juillet-Août 1950, pp. 145-149.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 556. Il testo, rivisto e ampliato, in lingua italiana di questo studio di Luciano Anceschi è ora presente, con il titolo: Emozioni di Balzac, in L’esercizio della lettura. Introduzione di Guido Guglielmi. A cura di Liliana Rampello, Parma, Pratiche Editrice, 1995, pp. 63-73.


  Il y a dans l’oeuvre de Balzac une extraordinaire attention portée à mille aspects particuliers de la réalité humaine de son époque Balzac a eu la vaste ambition de décrire des hommes et des milieux sous un nombre infini d’aspects et rayonnant dans toutes les directions.

  A-t-il voulu donner des proportions épiques à une oeuvre de moraliste ? Balzac appartient certainement à cette catégorie rare et puissante d’écrivains qui réunissent à présenter avec une richesse intense d’émotions la vérité de leur époque — quel que soit l’ordre dans lequel parfois cette vérité se présente. C’est pourquoi relire aujourd’hui Balzac après tant d’expériences, et à une époque à ce point différente dans ses assises mêmes est une aventure très attirante, plus spécialement pour ceux qui «ne vivent pas personnellement», intimement l’histoire de la France. C’est en somme la découverte d’une ville oubliée.

  Dans un certain sens nous pouvons déjà nous sentir un peu de cette postérité à qui Balzac rêvait de laisser quelque chose de ce que malheureusement les civilisations anciennes et modernes n’avaient avant lui jamais laissé: une oeuvre qui porte en soi la «géographie historique» nécessaire à la reconstitution minutieuse et totale de la société, un témoignage vivant sur les coutumes. Ceci implique un échange continu et fructueux entre l’oeuvre de littérateur et la réflexion du moraliste. Ceci entraîne un incroyable fourmillement de types et de passions, de sentiments et de mouvements rassemblés dans une vue dominante, et si l’on peut dire, presque hégémonique du siècle.

  Il convient de ne pas perdre de vue Balzac critique et essayiste; mais il est certain que l’authenticité de Balzac réside en ceci: lorsqu’il peint un trait de moeurs, il est aussi tout imagination — et lorsqu’il s’abandonne au hasard de l’imagination, il est peintre de moeurs. En conséquence, s’il est vrai qu’il soit entièrement engagé dans son «présent», et nous laisse de la France de son époque, de la région de Paris et de Paris même une image très vaste et également minutieuse, avec cette joie puissante qui remplit toutes ses peintures (lui pour qui, comme le disait Baudelaire, dans son Paris, même les portiers ont je ne sais quel génie) il touche en même temps à quelque chose d’autre qui nous intéresse directement, quelque chose qui est peut-être inséparable de la nature même de l’homme.

  Souvent l’oeuvre de Balzac ne supporte pas une lecture lente et minutieuse, qui se plaît aux textes difficiles, offrant de la résistance. Bien qu’il ait une idée suffisamment claire et définie de sa situation dans le siècle littéraire, il n’est certainement pas à placer parmi les écrivains qui portent toujours en eux la connaissance souveraine du critique. Si nous tenons compte de ses préoccupations en matière de style, dans lesquelles se glisse je ne sais quelle angoisse, comment pensons-nous que Balzac se serait comporté à l’égard du fameux dilemme «ingénu» de Valéry? Il est fort probable qu’il eût été comme fasciné par l’idée d’un écrivain disposé à écrire quelque chose de faible, «en toute conscience et dans une entière lucidité», mais peut-être en contradiction avec son génie, aurait été entraîné à enfanter à la faveur d’une transe un chef-d’oeuvre» grandiloquent et presque terrible — à être comme le monstre d’une société.

  D’autre part, il y a lieu de penser que Balzac joue d’une façon irrévérencieuse, un peu forcée avec les figures les plus haut placées, comme s’il s’agissait d’illustres marionnettes. Un fameux essayiste espagnol a écrit: «Dante est très grand; Dostoïewski est énorme; Balzac (comme Shakespeare) est sur la crête qui séparé l’énorme du très grand. J’irai plus loin: Shakespeare se place en deçà de la crête, sur le versant de Dante; Balzac sur celui de Dostoïewski et point n’est besoin de préciser que ceux qui se placent en deçà sont les artistes». Étrange aventure pour un écrivain français! Et cependant, pour employer des formules analogues «ce qui en Shakespeare est création est chez Balzac parturition».

  Eh bien, avec cet enfant qui est le sien, et qui, comme nous le savons, fait concurrence à l’état civil, avec cet enfantement illimité et imaginaire, quel but s'est donc proposé Balzac? J’entends : quel est le sens général qu’il a lui-même entendu donner à son propre système poétique? Si Balzac s’était posé à propos du roman, cette question que Baudelaire dit s’être posée au début de son activité poétique, peut-être aurait-il dû répondre de façon assez semblable à celle de Baudelaire.

  Chateaubriand et Stendhal, Hugo et George Sand, Mérimée, le «roman populaire» remplissaient la scène, et le roman était abandonné aux poètes dédaigneux, aux critiques insatisfaits et inquiets. Il est très probable que Balzac ne se posa jamais une question aussi nette; il est très probable qu’en bon romantique de la génération ingénue, il trouva bien vite sa voie, comme par intuition, je dirais presque (si le terme n’était dangereux) par un instinct sollicité de toutes parts: l’idée première de la Comédie Humaine fut d'abord chez moi comme un rêve.

  Cependant, dans l’Avants-Propos (sic) de 1842, où nous trouvons des philosophies extravagantes, des perspectives politiques et religieuses sommaires, des traits autobiographiques, se font jour, finalement le désir et la volonté de construire une oeuvre liée à la vie. En fait, de nombreuses conditions ont facilité la naissance d’une fiction à ce point liée à la réalité morale de l’homme.

  Dans un pays où les rapports entre la littérature et la société ont toujours été étroits et où le goût de la peinture de moeurs, de la réflexion sèche et directe sur l’homme est liée à l’essence de l’art, Balzac était réellement prédestiné. Son destin mûrit alors que la France, après la Révolution étale toute la richesse, la variété, la puissance de ses couches sociales. Balzac sans reprendre souffle, court au travers de cinq régimes. Il unit l’idéologie romantique à l’utopie fertile du «roman historique» et les anciennes couches nationales de «l’histoire des moeurs».

  Il est vrai: Balzac était un visionnaire qui étreignait toute la réalité par la force de la volonté et du talent. Cependant chaque visionnaire a sa méthode personnelle pour provoquer la vision, pour la saisir et la traduire.

  Il suffit à Balzac d’un mot, d’un signe pour mettre en mouvement le flux puissant de son imagination ... D’autre part, l’enseignement de Buffon n’exclut pas en lui la leçon de Swedenborg.

  Mais prenons garde à une autre déclaration révélatrice: Comment rendre intéressant le drame à trois ou quatre mille personnages que présente une Société? Comment plaire à la fois au poète, au philosophe, et aux masses qui veulent la poésie et la philosophie sous de saisissantes images? C’est là une question d’un certain poids, je pense, et non pas seulement pour Balzac et son époque. Cependant, en bon tireur, le romancier a touché les deux cibles: il a été ce qu’on nomme «un romancier populaire» — et en même temps, même si Sainte-Beuve et Delacroix ne l’ont pas aimé, des hommes tels que Gautier ou Baudelaire, de diverses façons lui ont témoigné leur admiration.

  Quel fut le secret de cette réussite? Balzac ambitionnait d’être le secrétaire de la société française contemporaine, de faire la nouvelle histoire d’un Paris glorieux en un siècle si extraordinairement riche en visages bons ou mauvais autour du signe hégémonique de l’intérêt. Il voulait être l’«instituteur des hommes» au travers d'une comédie tout humaine. Il ne s’est pas borné à une peinture imaginative, il ne s’est pas arrêté à ce seul jeu des passions qui plaît tant à certains lecteurs. Cependant, dans son esprit, les limites de la littérature, de la sociologie, de la morale, de l’éducation ne sont pas toujours clairement précisées; elles se mêlent dans une confusion tout à fait romantique. D’autre part, il faut excuser les faiblesses de son écriture, ses ficelles de métier — Balzac était toujours à court de temps. Il est vrai que (comme le dit un poète italien) si «au XVIIIe siècle, le style, confiné aux frivolités de salon se borne aux étincelles déliées d’une éducation consommée et d’une conversation spirituelle, à l’époque de Balzac, le style se cherche».

  Qu’on pense à ce propos aux tons différents avec lesquels est prononcé le mot «amour» dans Marivaux et dans Balzac.

 

***

 

  Essayons d’étudier maintenant les méthodes de Balzac, pour voir s’ils peuvent encore, d’une façon ou d’une autre, nous servir. On sait que Balzac tendait de temps à autre à vivre instinctivement dans la peau de son personnage à s’identifier avec lui, en étudiant tous les aspects de sa vie: son milieu social, sa vie professionnelle et de classe, son langage, ses expressions typiques, sa terminologie technique très appropriée. Balzac vécut très intimement avec ses personnages et notamment avec son plus important personnage: Paris. Pour traduire cette vie, il lui suffisait d’une enseigne commerciale, ou encore, comme dit Gautier, des discours de deux jeunes mariés surpris dans une rue. Il suffit d’ouvrir un volume des Œuvres Diverses, si passionnantes pour le balzacien, pour voir de quelle façon il recueille les éléments de son inspiration (dans son cas il s’agit réellement d’inspiration, et, au sens propre, de fureur) durant son travail mineur de journaliste; et comment il prépare de longue date ses études de milieux comme avec ce Code des gens honnêtes, auquel il a pour le moins collaboré; comment il s’adonnait à des divertissements en marge, tel ce Petit dictionnaire critique et anecdotique des Enseignes de Paris, dont Balzac fut peut-être l’auteur, et en tout cas l’imprimeur, ou, enfin comment il s’exerçait à des essais d’écriture rapide, légère, d’un brillant facile, par exemple dans ses Lettres sur Paris ... En tout cet ensemble de chroniques se mêle à la grosse machinerie de l’oeuvre générale qui avance avec une force presque naturelle, automatique, et se transforme ainsi en un fleuve multiple aux reflets changeants ...

  Que de thèmes ouverts au balzacien! Balzac et la société littéraire de son temps, ses amitiés et sa participation au Club des Haschichins ses rapports avec Baudelaire, dont M. Ferran nous informe de façon si précise, avec Gautier, avec tous les autres de cette extraordinaire génération. Il y a aussi le Balzac des carnets, et des mémoires, notamment du Journal de Delacroix! Peut-être Delacroix n’aimait-il pas le bruyant Balzac, sa conversation parfois irritante, ses créations d’incroyables fantasmagories; il est certain que la première rencontre chez Nodier fut froide et le jugement de Delacroix se réaffirmera par la suite en une déclaration de faillite: «Je persiste à trouver son genre faux, d’abord et faux ensuite ses caractères», et le rapprochant du peintre Monier, en dépit de l’opinion de Gautier, il critique son système de décrire «par le dehors» (22 juillet 1860) ... Enfin, il conviendrait de suivre dans tous les replis de sa vie extraordinaire et bien modeste, l’homme Balzac — cet homme qu’un poète a qualifié comme le plus singulier et le plus romantique, le plus héroïque et le plus poétique de tous les personnages que ce même Balzac a extrait de son propre sein. Toute précipitation dans l’étude d’un auteur, est dangereuse. C’est aussi un manque de respect coupable, pour le louable travail de l’homme, pour sa conscience de créateur.

  En vérité, il faudrait suivre toutes les courbes, les sens interdits, les passages difficiles du mouvement intérieur. Mais il faut conclure. Je laisserai à d’autres les interprétations «sociologiques» de Balzac, où s’égare la vérité de l’art, ou cette façon d’oublier dans les auteurs, le fait essentiel qu’ils sont d’abord des écrivains, qui est souvent le fait des existentialistes. Il me plaît que la lecture ne soit pas troublée; qu’elle s’occupe des lettres par amour des lettres; et que l’on vive dans l’auteur étudié, dans Balzac écrivain, comme Balzac lui-même vivait dans ses personnages. C’est ainsi que je rêve d’une saison tout entière consacrée à Balzac, une époque entièrement donnée et ouverte à son oeuvre.

 

***

 

  «Revenons à la réalité; parlons d’Eugénie Grandet», disait Balzac; et si ce n’est pas là peut-être un bon principe d’esthétique, c’est certainement une lueur révélatrice du sentiment de la réalité chez un homme aussi divers. Génie énorme, terrifiant et ingénu, la réalité était pour lui, justement cette marque qu’il imprimait avec vigueur et sans repos à ses figures, à ses symboles. Il y a particulièrement réussi dans Les Paysans et par-dessus tout dans la Cousine Bette. Là, la machinerie du roman est bien cachée; et la joie de conter se fait plus libre, dans une prodigieuse et folle invention. On trouve toujours, chez Balzac, une impatience qui traduit une certaine avance de la fantaisie sur l’écriture.

  Balzac a connu l’Italie. Il y est venu à diverses reprises, il a vécu en différentes villes, y a connu les hommes de lettres du temps et a eu une rencontre un peu embarrassée avec Manzoni ; il y fut fêté, aimé, discuté; des salons d’accès difficiles s’ouvrirent pour lui et il leur consacra par la suite, quelques récits — chaque fois que l’Italie apparaît dans ses récits il en évoque le paysage et les moeurs avec véracité. Mais Balzac doit à l’Italie quelque chose qui le touche d’encore plus près: il lui doit le grand mythe de Dante. Je sais qu’autour de ce thème complexe Balzac et Dante, travaille actuellement un distingué universitaire italien, Vittorio Lugli; mais le rapprochement difficile, et pourtant nécessaire des deux noms suggère une réflexion générale. Guido Piovene a signalé la renaissance du culte de Balzac en France, aujourd’hui. Ne convient-il pas de rapprocher le sens de cette renaissance à celui de l’intérêt très marqué que portent les plus grands poètes anglo-saxons à la poésie et à l’antique amour de Dante? Un sentiment de quelque chose de changé dans l’ordre de ce goût général des lettres qui agit aussi sur la génération de l’oeuvre littéraire: Disons pour conclure qu’aucune peur de l’impureté n est nécessaire dans une oeuvre vivante et pleine, telle que l’attend le lecteur. Un besoin cependant de renouvellement se fait jour, ainsi qu’une volonté de rompre certaines formes fermées (parfaites, gratuites) et de mettre dans l’art la vérité de l’homme et de la vie.

  Et nous devons cela à Balzac.

 

 

  Luigi de Anna, Nel primo centenario di Honoré de Balzac, «Ausonia. Lettere e arti nel mondo», Siena, Anno Quinto, NN. 43-44, Aprile-Maggio 1950, pp. 9-15.

 

  Honoré de Balzac, brillante e fecondo romanziere realista, il più grande creatore di esseri viventi che sia mai esistito, domina, incontestabilmente, tutta la prima metà del sec. XIX. Alcune parti della sua vita intima e certi aspetti equivoci del suo carattere esuberante sono ancora troppo oscuri, nonostante i molti lavori critici di tanti eminenti studiosi. Sono stati, è vero, messi in circolazione tanti aneddoti fantastici, e desideri infiammanti e raffinatezze sensuali sul suo conto, ma il monumento ciclopico, che egli ha saputo erigere, non è stato degnamente apprezzato, come era logico pretendere e la sua storia precisa e definitiva non è perciò ancora scritta e chi sa se lo sarà mai.

  Nato a Tours il 20 maggio 1799, fu messo, all’età di sette anni, al famoso collegio di Vendôme, diretto dai padri dell’oratorio. Egli studiò molto e lesse libri di ogni genere con una specie di frenesia ritmica, che niente poteva saziare. Poi segui i corsi del liceo e, dopo il trasferimento di suo padre a Parigi, si iscrisse alla facoltà di Diritto e frequentò la Sorbona con entusiasmo straordinario. A 21 anni entro, come giovane di studio da un avvocato e poi da un notaio, ma non vi volle rimanere, con grande stupore di suo padre, poiché egli ambiva di diventare un letterato, un giornalista, un romanziere, un drammaturgo e, forse, un poeta. Lunghe e interminabili discussioni ci furono in casa sua, dopo una tale inaspettata dichiarazione, ma egli finì col persuadere i suoi genitori, i quali acconsentirono a prendere in affitto per lui una modesta camera ammobiliata, vicino alla biblioteca dell’Arsenale, affidandolo alle cure di una vecchia domestica. Ma la gioia di essere finalmente libero e indipendente e di poter lavorare secondo la sua vocazione e il suo intimo istinto, lo infiammarono di un ardore sorprendente, facendogli dimenticare tutte le amarezze del duro e logorante lavoro e tutte le angosce dell’incerto domani nell’ebrezza più assillante della sua imminente produzione letteraria. E scriveva: «tre soldi di pane, due soldi di latte, tre soldi di salumeria m’impedivano di morir di fame e tenevano il mio spirito in uno stato di lucidità singolare. Il mio alloggio mi costava tre soldi al giorno e consumavo tre soldi di olio per notte». E, nonostante gli sforzi immensi di lavoro tenace, duro e intrepido, si accorse che i suoi articoli e soprattutto i suoi schizzi di romanzo, che intraprendeva con frenetica voluttà, non gli permettevano di assicurare, anche modestamente, la sua esistenza; e allora, per consiglio di M.me de Berny, della quale si sa, attraverso la sua Correspondance, ch’ella aveva occupato nella vita intima di Balzac un gran posto e che era diventata sua amante appassionata, entrò in società con alcuni tipografi, ma fece cattivi affari, che finirono coll’indebitarlo sempre più e accasciarono, per un pezzo, la sua esistenza depressa. Il danaro, le cifre che non tornavano, i debiti che aumentavano vertiginosamente erano una incessante fantasmagoria, di cui non poteva fare a meno, di cui ne godeva anche e se ne serviva per sovreccitare la sua fervida immaginazione intellettualmente affaticata. E s’immerse, con acre voluttà, nei lavori letterari e pubblicò, sotto pseudonimi diversi, dal 1822 al 1825, alcuni assurdi romanzi di avventure che, più tardi, abolì dalle sue opere complete. Poi, trovando decisamente la fortuna troppo lenta ad arridergli, ritentò delle speculazioni di libreria, si fece successivamente editore, stampatore, fonditore di caratteri, creò addirittura un’impresa per cercare, nelle antiche miniere di Sardegna, l’oro (sic) che i Romani vi avevano lasciato, ma tutto fu inutile e s’ingolfò sempre più nei debiti e nella rovina più paurosa.

  Nel 1829 pubblicò il primo volume della sua ammirabile Comédie humaine, che lo pose, ad un tratto, alla testa dei più grandi romanzieri del sec. XIX e che porta, nella Prefazione, questa dichiarazione inconfondibile: «j’écris à la lueur de deux vérités éternelles: la Religion et la Monarchie». E, da allora, Balzac non cessò più di produrre, segregandosi dal mondo per mesi interi e lavorando come un forsennato, anche quindici ore al giorno, al lume della candela, dando al sonno solo alcuni istanti febbrili, e sostenendosi a forza di caffè, vivendo così con i personaggi reali dei suoi romanzi. Talvolta però pranzava, verso le sei, con alcuni intimi amici, ma allora egli non beveva che acqua, mangiava poca carne, ma della frutta in quantità pantagruelica, specialmente pere e pesche. Dopo pranzo, andavano tutti insieme abitualmente sulla terrazza a prendere il caffè, il suo caffè, divenuto proverbiale. Che colore! che aroma aveva questo caffè! Egli lo faceva da sé e si componeva di grani di Bourbon, Martinique e Moka ed era veramente squisito. Anche il suo , giallo come l’oro veneziano, dopo averlo tanto decantato, lo faceva gustare solo ai suoi amici affezionati. Poi, diceva loro addio e andava a letto per cercar di dormire qualche ora e potersi alzare a mezzanotte e rimettersi, con maggior ardore, al lavoro fino alla mattina seguente.

  Dal 1830 al 1848 egli compose 97 opere formanti 10.616 pagine di edizione compatta e la Comédie humaine era, come si era proposto, finita appena di un terzo, ed egli era giunto ad identificarsi così perfettamente nella pelle dei suoi personaggi, che gli sembravano più reali dei veri eroi del mondo vivente. Ordinariamente Balzac prendeva molte note. Dovunque andasse, nelle strade e nei salotti, nei teatri e nelle trattorie, nelle botteghe e nei negozi, nei palazzi e nei castelli, sui pubblici passeggi o nei sobborghi, il suo taccuino e il suo lapis erano a portata di mano e vi annotava e raccoglieva tutto ciò che gli pareva utile e indispensabile. Tutti i suoi manoscritti erano sovraccarichi di cancellature, di freghi, di raschiature di ogni genere; egli correggeva da sé le bozze di stampa e ne migliorava il testo, sia con numerosi cambiamenti, sia con aggiunte frequenti. Per un lavoro di questa ampiezza occorreva avere un corpo ammirabilmente resistente a ogni specie di fatica e Balzac aveva, secondo Sainte-Beuve «le corps d’un athlète et le feu d’un artiste épris de la gloire» [cfr. Causeries du Lundi]. Perseguitato dalle guardie del commercio e specialmente dai capi della guardia nazionale detentori di un mandato di arresto per omissione di servizio, dovette giocare di astuzia per non essere arrestato, allontanandosi da casa in ora insolita, rifugiandosi presso qualche amico fidato, travestendosi e attraversando solo le vie poco frequentate. Ma una mattina, mentre si credeva al sicuro, fu riconosciuto, preso e messo in prigione. Quando ne usci, cominciò a mangiare molto e talvolta eccessivamente e a mostrare il formidabile appetito di un eroe di Rabelais e a dare troppo da bere a tutti quelli che erano soliti di pranzare con lui. Un giorno mangio cento ostriche, dodici costolette, un anatrotto, un paio di pernici, una sogliola, oltre a un abbondante antipasto e poi una dozzina di pere e di mele e bevve parecchi vini e liquori. Egli non fumava affatto e non ammetteva né la sigaretta, né il sigaro e né la pipa; tollerava appena che gli altri fumassero in sua presenza e spesso lanciava violenti diatribe contro l’uso del tabacco, uno degli «excitants modernes».

  La preoccupazione che ossessionò più visibilmente Balzac per tutta la vita fu quella di pervenire rapidamente alla gloria, agli onori e alla fortuna. Ma come arrivarvi solo, invidiato, sperduto nella moltitudine? Gli mancava assolutamente la fantasia dell’immediata improvvisazione e macerava le sue opere nel cervello stravolto durante anni interi, e poi, ad un tratto, le buttava giù alla rinfusa, con una tensione prodigiosa, ne accumulava i piani, rileggeva i manoscritti, cambiava, cancellava, rifaceva, sopprimeva. La fortuna ch’egli cercò durante tutta la sua esistenza gli giunse, almeno in parte, quasi alla vigilia della sua morte. Ma la gloria, alla quale aspirava e della quale si sentiva degno? L’Accademia francese aveva respinta la sua candidatura ed era stato questo scacco immeritato il crollo totale della sua ambizione. Nel 1839 Balzac pose, per la prima volta, la sua candidatura all’Accad. francese. Aveva 39 anni e aveva già pubblicato più di 20 volumi, alcuni dei quali rimasti celebri. Non essendo stato eletto, si ripresentò nel 1841, sicuro, questa volta, di trionfare cd ottenne soltanto due voti. Sei anni dopo, nel 1847, ci fu una nuova elezione ed egli riportò ancora due voti, quello di V. Hugo e quello di M. Pongerville. Nel 1849 dovevano essere rimpiazzati alla Accademia Chateaubriand e Vatout e non ebbe, neppure questa volta, miglior successo di prima. E dopo una tale ripetuta e ingiusta disfatta, mise il cuore in pace e non si ripresento più, nonostante il suggerimento dei suoi ammiratori: era un’ambizione che il destino frustrava e gli rapiva inauditamente.

  Ma l’avventura di Balzac e della marchesa de Castries è uno dei più commoventi episodi della vita del gran romanziere. Si conobbero incidentalmente per corrispondenza e infine la marchesa invitò Balzac a casa sua e divennero pazzamente innamorati fin dal primo momento. Ella aveva 35 anni ed era la più ipocrita e libidinosa delle civette, la donna più immorale e più pericolosa per un uomo esasperato dall’immaginazione come Balzac, il quale, stomacato dai suoi ignobili tradimenti, finì per piantarla e allontanarsi da lei per sempre col cuore martoriato. E, per placare il suo dolore e l’amarezza che ne risentiva, si rimise al lavoro con maggior lena e perseveranza di giorno e di notte e qualche tempo dopo egli stesso confessava argutamente: «cette liaison a été l’un des plus grands chagrins de ma vie». Nel 1833 conobbe la signora polacca Hanska. Aveva un giorno trovato presso l’editore Gosselin una strana lettera a lui indirizzata e firmata l’Etrangère, proveniente da Odessa. Egli rispose gentilmente e una corrispondenza animata si intavolò subito fra la misteriosa straniera e lui. Infine, dopo circa due anni, egli riuscì a vedere a Neuchâtel questa bella signora, che gli piacque molto. Ella era la moglie di un vecchio russo, maggiore di lei di 25 anni, e che viveva, per dieci mesi all’anno, in Ucràina, al castello di Wierzchownia. Da questa unione erano nati cinque figli, di cui una sola viveva, la piccola Anna. Balzac non volle più pensare alle altre donne fatali che lo circuivano, se lo contendevano e lo ossessionavano. E cercò di rimanere fedele a. questa, l’amò con passione e ne fu subito corrisposto. E continuarono per molti anni a scriversi delle lettere infiammate (raccolte nelle Lettres à l’ètrangère), a struggersi nella morbosa libidine del possesso e a vedersi, ogni tanto, nelle varie parti d’Europa. Nel novembre 1841 il marito della signora morì di paralisi e tutti e due, felici e liberi, lei molto ricca e lui già pieno di gloria, credettero bene di unirsi definitivamente in matrimonio, e solo dopo infinite difficoltà di ogni genere riuscirono a realizzare il loro sogno e a sposarsi il 14 marzo 1850 nella chiesa parrocchiale Sainte-Barbe di Berditcheff. La signora ebbe subito una ricaduta di mal di cuore di cui soffriva e i due sposi, con grande disappunto di Balzac, dovettero interrompere i loro preparativi di partenza e finalmente, dopo tante peripezie, giunsero a Parigi alla fine di maggio. Essi si diressero direttamente verso la Rue Fortunée, ove Balzac aveva fatto degnamente ed elegantemente allestire la sua abitazione, della quale diceva: «je ne suis que le gardien de ces merveilles». Ma questa unione, frutto di tanti sogni e di tante speranze, si era infranta in poco tempo. Balzac si ammalò gravemente dopo poco e non potè più né leggere né scrivere con la medesima intensità di prima. Soffriva molto di stordimenti e non si reggeva più in piedi. Il medico, chiamato di urgenza, lo visitò accuratamente, ma non volle pronunziarsi e giudicò prudente di chiamare altri tre colleghi a consulto. Ma ormai egli era spacciato. Entrò subito in agonia con grande tormento di quanti lo assistevano e non lo si sentì quasi più parlare. E sua moglie, che Balzac aveva così vivamente desiderata e ardentemente amata, non era neppure apparsa al capezzale del marito per raccoglierne l’ultimo respiro. Anzi O. Mirbeau ha dato nel Temps del 6 novembre 1907 una versione spaventosa e scandalosa della morte di Balzac, mostrando sua moglie «brouillée à mort avec son mari et le trompant sous le toit même de sa maison pendant que le malheureux râlait dans la chambre voisine». Si affermava anche che ella aveva fatto vendere o aveva sparpagliato e distrutto le carte più intime di suo marito, i suoi documenti, le sue opere inedite per ignominia o per rancore. Ma cosa c’è di vero in tutto ciò? Nessuno è riuscito a saper niente di positivo e, probabilmente, non si saprà mai nulla.

  Balzac, dopo una straziante agonia morì, fulminato da un colpo, il 18 agosto 1850, all’età di 51 anni. Fu però in tempo a ricevere l’estrema unzione. I funerali furono semplici e imponenti: i cordoni della coltre mortuaria di terza classe erano tenuti da Baroche, ministro dell’Interno, da V. Hugo, A. Dumas e Sainte Beuve. Un corteo immenso seguiva il feretro. V. Hugo pronunzio un meraviglioso discorso funebre, che commosse tutti quelli che assistevano, fino alle lacrime.

  H. de Balzac era un uomo orgoglioso e vanitoso. Egli aveva detto un giorno clamorosamente: «Non ci sono a Parigi che tre uomini che sappiano scrivere: Hugo, Gautier e io». Egli era mosso da una volontà indomabile di riuscire ad ogni costo, ma era un uomo piuttosto disordinato e incostante, e passò una gran parte della sua vita infernale a cercare invano un adattamento più confacente alle sue ideologie. Visse perpetuamente nel bisogno più assillante, nonostante i suoi guadagni non indifferenti; scialacquava spesso e troppo in tante futilità e non si preoccupava affatto dell’indomani, per cui non fu mai in grado di raggiungere la condizione più che agiata che agognava. Fece costruire il padiglione «des Jardies», vicino a Sèvres (egli aveva voluto esserne l’architetto e, quando fu finito di costruire, si accorse che una scala da mugnaio sostituiva quella di pietra o di marmo, che non c’era affatto), si circondò di ninnoli da ornamento di tutte le dimensioni, di quadri, di disegni, di oggetti d’arte, di mobili antichi, molti dei quali aveva, però, indicati solo in descrizioni sommarie, tracciate col carbone sui muri, ecc. Questa abitazione non fu mai terminata. Egli continuava a lavorare con coraggio smisurato e logorante: era un’orgia di lavoro intellettuale, che gli toglieva la serenità e la calma.

  Le opere di H. De Balzac si compongono essenzialmente dei suoi romanzi, la cui riunione forma la Comédie humaine, monumento titanico, che l’umanità non perderà mai più di vista, tutto un mondo fittizio, che dà la sensazione del mondo reale.

  La Comédie humaine comprende: I°) Scènes de la vie privée; 2°) Scènes de la vie de province; 3°) Scènes de la vie parisienne; 4°) Scènes de la vie politique; 5°) Scènes de la vie militaire; 6°) Scènes de la vie de campagne; e poi: Etudes philosophiques; Etudes analytiques. Balzac scrisse anche cento Contes drôlatiques; alcuni drammi, fra i quali, Vautrin, che fu interdetto per causa d’immoralità; la Marâtre; Mercadet ou le Faiseur e una commedia, Les Ressources de Quinola; e, infine, ha lasciato l’interessantissima Correspondance.

  I personiaggi (sic) che, in generale, Balzac mette sulla scena di questa «histoire naturelle de l’humanité», come egli dice, e che sono tutti vivi e vari, appartengono a tutte le classi della società. Infatti egli è l’evocatore più fecondo e più profondo, il più straordinario creatore di anime e di tipi che sia mai apparso; nessuno si è più di lui distinto a individuare i suoi personaggi così bene affastellati, con una pittura minuziosa e perfetta dell’ambiente in cui vivono, delle loro abitudini, delle loro attitudini. Nessuno, dopo Shakespeare e Molière, ha saputo creare e plasmare dei tipi così immortali come H. De Balzac. Egli ha dipinto l’avarizia in Grandet, l’arrivismo in Rastignac, l’affarista in Mercadet, l’invidia e la gelosia in Cousine Bette, l’ambizione dell’intelligenza in Les souffrances d’un inventeur, il vecchio degradato e abietto in Hulot, la cortigiana in Esther, il commerciante geniale ma vanitoso in Birotteau, il banchiere in Nucingen, il finanziere in Gobsek (sic) in Fraisier, il dovere in Bianchon, il collezionista maniaco in Cousin Pons, la donna eroica in Mme de Mortsauf, la tirannia di una invenzione in Balthazar Cloës (sic), il giornalista in L. de Rubempré, la ragazza di teatro in Coralie, l’amore paterno spinto fino all’avvilimento in Père Goriot, la devozione in le Médecin de campagne, ccc. : ovunque, un istinto irresistibile, nobile o basso, virtuoso o perverso. I suoi personaggi vogliono, per la maggior parte, soddisfare la passione sfrenata che li domina e che è l’incentivo predominante della loro vita morale; la loro esistenza è una corsa spietata al denaro, all’affarismo, alla concupiscenza, al lusso, al godimento più sfrenato, per cui essi rimangono lontani da ogni idea nobile, da ogni sentimento generoso, da ogni proposito retto e leale. I buoni sono rari e quelli che preferisce e affastella con sadica voluttà sono, come egli stesso ha detto, «les êtres vulgaires qu’il idéalise dans leur laideur ou leur bêtise». Questo visionario allucinato ha dipinto dunque l’amore appassionato, la libidine, lo spasmo, la tenerezza, il sacrificio, l’odio, l’orgoglio, l’adulterio, l’intrigo, l’ipocrisia, l'ingratitudine, la ribellione, il delitto, i ricatti, gli affari loschi, i vergognosi retroscena politici, giustificandoli, spiegandoli, esaltandoli con quel morboso disordine di pensiero, di azione e di costume, che era la caratteristica della società francese dopo l’Impero. Egli ha composto e idealizzato i suoi numerosi personaggi, osservando e vagliando tutte le sfumature più impensate della vita e, con gli elementi reali da lui posseduti, li ha foggiati con la sua incessante meditazione e ne ha fatto i simboli viventi delle sue concezioni anche le più astratte. Per tal modo Raphaël de Valentin nella Peau de chagrin è l’inquietudine morale del secolo, che non può saziare i propri appetiti di godimento; Modeste Mignon è la rivincita dell’immaginazione sulla verità; Philippe Brideu (sic) ladro, spia, assassino, parricida, muore ricco in combattimento; il sotto capo Rabourdin negli Employés medita la riforma dell’amministrazione e dell’imposta; il dottor Renassis (sic) nel Médecin de campagne è l’idealismo filantropico; Félicité des Touches in Béatrix è la menzogna della gloria; l’avaro Grandet non può dire una parola, fare un gesto, mangiare, andare a letto, parlare con sua moglie, sua figlia, i suoi parenti, i suoi domestici, senza mostrare quello che è e muore dopo avere ammassato tanto oro, ecc., ecc. Per il primo egli ha osato dipingere e far toccare con mano i costumi della sua epoca con tutte le loro trivialità, con tutte le loro miserie, rompendola per sempre con le inverosimiglianze sentimentali e avventurose.

  Il suo stile, che è uno strumento più potente che delicato, manca spesso di grazia, di arte, di sobrietà e di finezza; ha qualche cosa d’ineguale, di penoso, di brutale, di ridicolo, di sconcertante, di eccessivo; è uno stile di lavoro e di movimento; ma quando l’azione procede, si anima e si libera da tutte le pastoie e le intelaiature, allora lo stile si accentua, si fortifica e si precisa ed è di una penetrazione eccezionale; il romanziere, identificandosi con i suoi eroi, si commuove egli stesso di tutto ciò che loro capita, dei loro dolori e delle loro gioie, e il suo stile si trasforma e diventa tutta verità ed egli dà allora un’immagine veramente esatta e completa della vita umana. Egli non teme di fare appello a tutti i vocabolari esistenti, anche a quelli tecnici di scienza, a una fraseologia pomposa e banale, alle espressioni professionali meno conosciute, al dialetto popolare dei vicoli e delle prigioni. Ed è soltanto col rinunziare metodicamente alle qualità classiche dello stile ch’egli giunge a dare quasi sempre quella espressione di vita fremente e insaziabile.

  E intanto, al di sopra di tanti guazzabugli stilistici escogitati e divulgati, l’opera letteraria di H. de Balzac, che fu una lotta accanita e perpetua contro le cattive e funeste influenze, è sopravvissuta. Essa mostra perfettamente come il romanticismo, per gusto dell’eccezione, è stato indotto ad osservare la realtà e, preferibilmente, la realtà brutale; egli ha così, con le sue impotenze e la sua potenza, operato nel romanzo la netta separazione del romanticismo e del realismo.

  Il romanzo francese è dominato, ancora oggi, alla metà del XX secolo, dal genio indiscusso di Balzac. I bei talenti abbondano intorno a lui e dopo di lui, ma nessuna delle loro opere ha mai raggiunto l’altezza e la genialità della Comédie humaine, la quale è servita di modello a molte opere posteriori ed ha orientato la curiosità di certi spiriti verso lo studio di ciò che la realtà ha di laido e di grossolano, ed annunzia la letteratura brutale.

  Ecco Honoré de Balzac, questo «Lucifer de la Littérature», come lo chiama A. France, il quale vive ancora, sempre, almeno in ispirito.

 

 

  Franco Arese, Per il centenario di Onorato Balzac (Due testimonianze inedite sul suo soggiorno a Milano e Venezia nel 1837), «Il Risorgimento», Milano, Anno II, N. 2, Settembre 1950, pp. 156-158.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 557.

 

  Il viaggio che Onorato Balzac fece nel Lombardo Veneto nel febbraio e marzo del 1837, non solo ebbe una vasta eco nei giornali dell’epoca ma pure nelle corrispondenze dei contemporanei ai quali non poteva sfuggire la risonanza che il giungere in Italia del poeta aveva sollevato.

  Ci è prezioso pretesto il centenario della sua morte che si celebra appunto in questi giorni (18 agosto), per pubblicare due testimonianze inedite alquanto interessanti per i particolari nuovi che esse ti apportano e che sono compendio all’anedottico studio di Henry Prior sul suo viaggio in Italia[4], rimasto ancora oggi lavoro fondamentale per una conoscenza di quell’interessante intermezzo della vita del poeta.

 

***

 

  Da una lettera del barone Achille Zanoli, lo storiografo delle milizie italiane del periodo napoleonico, al conte Francesco Arese, allora esule in America, in data 4 marzo 1837, togliamo questo brano, che, oltre a darci la sensazione di quanta e quale accoglienza mondana e non mondana ebbe l’illustre ospite a Milano, ci fa anche sentire e quasi oserei dire gustare il ben noto incidente che Giovanni Raiberti in un verso satirico così definì: «nanca i lader el lassen sta quiett».

  Ecco il testo: «Qui vi è il letterato Balzac al quale si prodigano per così dire gli onori del Campidoglio, gli si danno pranzi a bizzeffe. Archinti, Visconti Tonino, e chi so io. Egli fu fermato ieri l’altro nella contrada della Sala da un giovanotto che con l’aria di abbracciare un vecchio amico gli portò via l’orologio, ma l’aggresso maneggiò bene la sua canna e l’aggressore gli impose tregua mostrandogli uno stile, indi fuggì ma inseguito dalla gente venne poi arrestato, e l’orologio ricuperato.

  Qui i biricchini hanno un modo di dire, cioè “giù Balzag” e deriva dall’esservi un fiacherista che si chiama Balzaghi rinomato per aver sempre dei cattivissimi cavalli per cui deve sempre frustarli spietatamente per farli muovere e quando lo vedono gridano “giù Balzag”. Ciò che dicono pure per proverbio quando voglio indicare di battere qualcheduno. In questa occasione al momento dell’arresto del ladro fecero queste esclamazioni, e Balzac credendo che ripetessero il suo nome era tutto contento esclamando «guardate come sono già conosciuto da tutti a Milano» ...

  Invero Balzac non si pavoneggiava invano, anche se le grida dei monelli milanesi erano state mal comprese: la sua popolarità a Milano fu tale da far dimenticare perfino l’apparizione di una stupenda aurora boreale che proprio in quei giorni era sorta quasi a preannunciarlo. Il viaggio in Italia di Onorato Balzac aveva come scopo primo una ragione economica: la sistemazione dell’eredità della contessa Giovanna Patellani deceduta a Milano il 19 luglio 1836. Essa aveva avuto dalle prime nozze con il conte Pietro Guidoboni due figli: il conte Emilio Guidoboni Visconti e Massimilla sposata nel 1817 al barone Francesco Galvagna. Dal secondo matrimonio con il francese Pietro Antonio Costantin un figlio, Lorenzo.

  Balzac, intimo del conte Emilio Guidoboni e ancor più della bella moglie inglese, fu incaricato di essere intermediario nella non facile sistemazione che l’eccessiva preferenza per il figlio di secondo letto aveva causato. A Milano, Balzac, dopo lunghe trattative condotte con abilità, firmava il 12 marzo la transazione finale con il Constantin e quindi partiva alla volta di Venezia per ottenere la ratifica dall’altro erede, l’ancora minorenne Emilio e da suo padre barone Francesco Galvagna. Questi, dopo esser stato sotto il regno d’Italia prefetto dei dipartimenti dell’Alto Po e dell’Adriatico era diventato alto funzionario del Lombardo Veneto e dal 1820 Presidente del Magistrato camerale delle provincie Venete.

  Circa i rapporti tra il Galvagna e il Balzac e le impressioni riportate da quest’ultimo troviamo testimonianza in due brani di lettere che il Galvagna scriveva all’amico milanese Paolo de’ Capitani di Vimercate.

  Il 10 marzo 1837 egli scriveva da Venezia:

  «Non avrei mai immaginato di aver a trattare affari con Balzac: eppure nella ventura settimana egli viene ad offrirmi una transazione per cui dovrei prendere qualche cosa per l’Emilio sull’eredità dell’Ava: la cosa è veramente singolare. Conosco qualche opera di questo rinomato scrittore, ma la moralità ed i costumi che traspirano dagli scritti di lui, non sono di natura da farmi bramare la personale conoscenza: eppure viene con due lettere d’indirizzo per me. Lo vedremo e mediteremo sulla venalità della mente umana ora che mi dite che professa l’assolutismo: forse che da Venezia pensa di recarsi a Costantinopoli ...».

  Non traspare certo da questa lettera l’entusiasmo di trattare i propri affari familiari con un poeta i cui principii morali e politici sembravano tanto criticabili alla ben pensante autorità veneziana. È quindi con stupore e interesse che scopriamo nella successiva missiva del 23 marzo 1837 come Balzac non solo in poco tempo abbia saputo conquistare la simpatia del prevenuto barone ma anche se ne sia fatto un difensore contro le critiche e le polemiche sorte in quella Venezia ove egli trovò certo una accoglienza ben diversa da quella milanese.

  «Ho terminato ogni vertenza col Constantin ratificando la convenzione recatami dal Signor di Balzac, qual procuratore di mio cognato Guidoboni. Ricevo una miseria, ma che così ne si è tutto ritrovato perché già io amo la pace e non voglio liti e molto meno con parenti. La condotta con me del Balzac fu franca, e leale, e la sua società mi piacque, ritenete però bene che allontanai ogni soggetto di discorsi politici, perché di questi non voglio sapere che quanto recano le nostre gazzette: la conversazione sua nel dì che fu da me a pranzo in piccola cotteria s’aggirò tutta sulle sue opere, sul fine che si è con questo prefisso, e sopra vari aneddoti dei tempi dell’impero relativi in gran parte alle nuove contesse e duchesse, il che ci fece ridere siccome raccontati con molta grazia, e fluidità di lingua francese, perché d’italiano non ne ha contezza che per leggere.

  Per ciò che riguarda le sue massime politiche, abbenchè come vi dissi io non abbia permesso che se ne parlasse, pure dal tutto insieme delle parole gettate qua e là parmi che una di queste nostre Eccellenze, a cui fu raccomandato da costì, il Balzac, lo abbia nella risposta ben definito: rispose egli ch’aveva trovato questo signore, uomo veramente di spirito, e da considerarsi un frutto raro ed esotico come l’ananas che ha tutti i sapori essendo egli bonapartista per entusiasmo di gloria, filippista perché ritiene Filippo il solo capace a regolare, se è possibile la Francia, legittimista per sentimento, repubblicano perché ritiene che la repubblica è inevitabile.

  Siccome il detto Balzac rimase nell’alta società e non fece la corte ai nostri piccoli letterati così questi gli fecero la guerra facendo credere che sparlasse di Venezia, ma io devo dire che lo trovai invece molto colpito delle bellezze di questa città. So che un articolo vuol farsi inserire da Tullio Dandolo in codesta gazzetta, perché dicesi che abbia avuto con lui qualche alterco sul giudizio dei Promessi sposi di Manzoni e ciò nell’occasione di un pranzo dato dalla Signora Co. Soranzo Londonio: ma voi sapete cosa sono i letterati, e come facilmente si prendono per i capelli, e come poco importa che si battano finché lasciano la spada nella guajna ...».

  Interessante la spiegazione che il Galvagna ci dà dello scontro tra Balzac e i letterati locali e come egli, testimone, non abbia sopravalutato l’alterco avvenuto in casa Soranzo. L’articolo di Tullio Dandolo apparso il 1° aprile 1837 nella Gazzetta Privilegiata di Venezia, fu considerato esagerato e pedante per la violenza con la quale egli attaccava lo scrittore francese. Fu del resto uno scontro tra gli assertori del romanzo storico, e il padre del romanzo realista di osservazione sociale. Al Dandolo che così profetizzava il destino delle opere dello scrittore francese: «le sue scene, i suoi romanzi dimenticati dalle generazioni future saranno pe’ soli eruditi un’espressione curiosa della corruzzione (sic) parigina; lo storico indagatore non vi attingerà i suoi materiali che con diffidenza, dubiterà della rassomiglianza dei quadri, e non ne trarrà a vergogna de’ padri i documenti giustificativi de’ suoi racconti», rispondono oggi, a un secolo di distanza dalla morte, i perenni valori della Comédie Humaine.

 

 

  Riccardo Bacchelli, Balzac (1), «Il Ponte. Rivista mensile di politica e letteratura», Firenze, Anno VI, n. 7, Luglio 1950, pp. 772-778.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., pp. 552-553.

 

  Signore e Signori,

  che strani inganni perpetrano nella memoria i tanti sconvolgimenti a cui è andata soggetta la nostra vita in questo secolo!

  Quando ebbi l’onore di essere invitato a commemorare in questo Congresso il centenario della morte di Balzac, il primo ricordo, il primo nocciolo della riflessione, fu di aver letto Balzac avanti il 1914, il fatale ‘14. E a volte, quando vengon fatte simili riflessioni cronologiche, ci coglie un dubbio di aver sognato, ma non si sa più quando. Fu sogno quel che vivemmo e conoscemmo noi prima di quella data, o è stato tutto un sogno dopo?

  Mi sorpresi pertanto a pensare: — È mai possibile che soltanto un secolo sia passato da che è morto Balzac? È mai possibile che tanto tempo sia già passato da quando io lessi Balzac?

  E riportandomi a quei giorni, mi sembra che essi sian usciti dal tempo sensibile, e che appartengano al tempo revoluto, passato alla storia, mentre d’altronde la memoria li risuscita così vivi e presenti, che mi sorprendo pure a pensare: — È mai possibile che già un secolo sia passato da che è morto Balzac; e che di questi cento anni io ne abbia vissuti più che la metà, e che quando lo lessi non fossero molti più che cinquanta dalla morte di lui?

  Questo significa, intanto, che la lettura de la Comédie Humaine è di quelle che si imprimono nella memoria col colore e col tono dei giorni e delle ore in cui furono fatte, coi sensi e coi sentimenti ch’esse producevano mentre le facemmo; letture che rimangono legate alla memoria della stagione, dei luoghi, del libro con le sue pagine e i suoi caratteri impressi.

  Vi prego d’indulgere alla vivacità di tale ricordo, se essa mi sforza a raccontarlo. E spero che non vi apparirà, poi, del tutto inutile, mentre, d’altro canto, il gran romanziere è tanto abbondante e minuzioso in fatto di coloriti e di particolari, da incoraggiare, se non da giustificare, se a Voi non dispiaccia, una breve licenza narrativa e descrittiva. Era l’estate del 1913, stagione di gran sole, quando, partito un giorno sul far dell’alba da Bologna, percorrevo in automobile la Toscana, e a mezzogiorno, nell’ora avvampante, dopo molti incagli, arrivavo a Pescia in Valdinievole, con la fame in corpo dei venti anni e colla sete di tutte quelle ore di caldo e di fatica e di stizza attorno al motore ed ai pneumatici.

  Abbiate pazienza, Signore e Signori, se a me pare che, parlando di un autore tanto saporito e caloroso in fatto di pietanze e di bevande, parlando di un così autorevole maestro, com’è Balzac, in fatto di gusti gastronomici ed enologici, così come in ogni varietà di appetiti e passioni sensuali; abbiate pazienza se a me pare che non si sconvenga se vi confido che a Pescia, quel giorno, nell’ombra e nella frescura di un’osteria aulente di sana cucina e di buona cantina, mi trovai davanti a una vivanda casalinga, in cui eccelle la cucina toscana, e ad un eccellente fiasco di vino.

  Questi particolari dell’avventura ci mettono in clima balzacchiano, secondo la tanto corposa maniera descrittiva di Balzac. Perciò insisto e preciso che si trattava di un pollo fritto, sgrillettante d’olio bollente, e, come lo chiamano, dorato. Quanto al vino, s’intende era di quel robusto e sostanzioso Chianti, asciutto al palato e stuzzicante la lingua, vino aristocratico e contadinesco, rustico e gentile, secco e profumato, molto invitante, che soddisfa e non sazia, inebria e non pesa.

  Perciò nell’osteria ove vi ho condotti, un bicchiere chiama l’altro, e, prima dell'ultimo, parecchi sono i penultimi, e torna l’allegria e il vigore, mentre se ne va del tutto il giudizio, di cui non eravamo troppo forniti, io e il mio compagno di viaggio. Per di più, rimessici in via, la maliziosa sorte ecco rianima di allegri spiriti anche il motore. Ci mettemmo con bella foga a inseguire e sorpassare quante automobili raggiungevamo, finché, nel gran polverone che a quei tempi copriva le strade, andammo a investire il veicolo di un innocente automobilista sobrio, che ci veniva incontro in mezzo alla nuvola di polvere.

  All’ospedale, lo dico subito, andai io solo, sicché ho la soddisfazione, per grazia di Dio e della fortuna, di non avere sulla coscienza né feriti né morti. Ci andai, come meritavo, io solo e parecchio fracassato, in modo che ebbi agio e tempo di leggere le opere complete di Balzac, e di leggerlo come va letto, tutto e di seguito.

  Ecco dunque la fortunosa combinazione di circostanze, da cui nacque l’occasione di studiare il romanziere che tra tutti eccelle ed eccede per facoltà combinatoria di fantasia inventiva, il principe fra gli inventori di intrighi e casi straordinari. E s’intende che non pretendo che per leggerlo da capo a fondo occorra una combinazione di casi infine così catastrofica; ma certo, tempo e libertà ce ne vogliono più di quelli che si hanno disponibili ordinariamente.

  Per di più, il grande Honoré è un tale eroe della penna e un tale straviziatore in fatto di scrittura, che domanda, a leggerlo, un certo eroismo di lettore e non poco di ciò che, in un momento di arguto pessimismo, il delicato ingegno di un sobrio scrittore e goloso lettore, Valéry Larbaud. chiamò un vizio impunito, la lettura.

  Fatto sta che mi pare ancora di avere sul leggio del mio letto d’ospedale e sotto gli occhi le fitte colonne e le migliaia di pagine della edizione — in pochi e massicci e vasti volumi delle opere complete — nella quale lessi la Comédie Humaine durante quella vacanza.

  Non so fino a che punto sia esperienza soltanto mia personale ciò che sto per dire. Lo dò per quel che vale. Della lettura di Balzac è vivissimo il ricordo esterno; ed è altrettanto vivo il ricordo interno delle impressioni da essa prodotte. Nell’insieme, invece, cotesta memoria mi appare come in una luce di eclissi solare e di aurora boreale. Sono mille sensazioni in una, una impressione in mille, sicché vorrei dire che del più fecondo inventore di casi e di personaggi e di particolari che la storia del romanzo registri, rimane nella memoria un’immagine innumerevole, gremita eppure quasi astratta, cangiante e sempre uguale, che tutta l’opera comprende e in certo modo annulla, con tutta l’immensa varietà di essa.

  Ecco che l’immagine dominante, l’eroe dell’avventura, il personaggio sto per dire unico di quella folla e popolazione, tale, come dissero, da far concorrenza all’anagrafe, ecco che tale eroe è il grande, lo straordinario, il madornale, il senza pari Honoré.

  E mentre il ricordo puntualizza cento e cento di quei mille e mille casi e luoghi e incontri e visi e nomi e parole, se la riflessione vuole raccogliere un giudizio, una formola riassuntiva, deve uscire dall’opera d’arte concreta, per fissarsi, quasi fuori di essa, nell'immagine, più fantasiosa che rigorosa, dell’autore dell’opera.

  L’osservazione riesce tanto più paradossale, quanto più l’opera vuol essere, e in certo senso sicuramente è, realistica al massimo grado come procedimento tecnico rappresentativo. Paradossale osservazione riesce poi anche, perché, se richiamo ricordi di quante altre opere narrative ho lette, non escluse, per il troppo poco che ne conosco, le orientali ed asiatiche, mi sembra proprio di dover dire che quel carattere di memoria eclissata, è proprio ed unico della memoria rimastami dell’opera di Balzac.

  Cercando la ragione del paradosso, mi pare da trovare nel fatto che leggere Balzac significa ed esige che ci s’immerga e ci si sommerga, finché dura l’impresa, corpo e anima e a corpo perduto ed a occhi chiusi, con totale rinuncia della mente critica, in quell’innumerevole repertorio di tanti eventi e di tante storie diverse ed uguali. Significa abbandonarsi a quell’unità, anzi monotonia di tono, fra tanta varietà di colori cangianti e sgargianti; abbandonarsi all’accattivante e capziosa violenza, all’esasperata ed esasperante evidenza, alla seduzione irresistibile finché dura, che la rappresentazione balzacchiana esercita sui cinque sensi e sulle papille gustative e sulla pelle, efficacissima, com’è, a tramutare in senso e passione le immagini e le figure della fantasia e della lingua. E c’è, nell’opera di Balzac una continua dilettazione e voluttà e servitù dell’espressione e della fantasia di per sé prese, che sollecitano, appassionano, ed insomma seducono.

  È lo stile di Balzac, opulento e fatturato, potente e misturato, prodigioso e artifiziato, che bisogna prendere com’è, tutto fuori d’ogni regola e misura: o subirlo, o rifiutarcisi.

  Così, per trasportarci in una similitudine, Baudelarie (sic), nei Paradisi Artificiali descrive Balzac che rifiuta la droga stupefacente perché non avrebbe potuto agire sul suo cervello, che reggeva ai più maschi vini di Borgogna senza un annebbiamento. Direi che quel prode cervello era in un permanente stato d’ebbrezza fantasiante tale, che nessun’altra avrebbe potuto entrarci.

  Opulenza di stile da eloquenza asiatica, dice la perfida malizia e l’ottimo gusto di Sainte-Beuve, notandone i valori profusi, frolli e voluttuari. Il gusto elettissimo e classico, così come l’umore, dell’autore di Volupté, che di voluttà s’intendeva fino a gustarla màcera e contrita, erano fatti per penetrare codesto stile e per respingerlo. Infatti non tanto direi che Sainte-Beuve ignori, quanto che respinge la grandezza propria di Balzac.

  Gli è che non bisogna leggerlo avvedutamente e con spirito critico. Direi anzi che il giudizio, rispetto all’opera balzacchiana, si determina nel rimandare o postergare esame e riflessione, fino a che il giudizio stesso appare superfluo. O meglio, un giudizio si determina fino dalla prima pagina; poi, è di quelli che noi facciamo sulle persone piene delle più disparate qualità, ma tutte dominate da una prepotente e trascinante vitalità, da un umore corposo e sanguigno, che le mette al di qua e al di là del bene e del male, del vero e del falso. E sarebbe ingiusto giudicarle come se fossero e pretendendo che possano essere savie e in possesso di sé medesime Perché in quel suo perenne stato di fantasiante frenesia in quella estrema tensione di ogni parola che dice e di ogni fatto e persona che inventa, è la forza e la vocazione, la grandezza e il destino di Balzac. Ciò ben colse l’infallibile intuito di Baudelaire dicendo che rimproverare a Balzac l’esagerazione, è disconoscere e rimproverargli la sua grandezza. Sicché l’operazione della memoria, che durante la lettura si abbandona ai mille stimoli e si lascia abitare dalle mille invenzioni della fantasia balzacchiana, per poi ricordare veramente un personaggio solo, lui Balzac; questa operazione della memoria mi pare il più adeguato ed esauriente giudizio, che rende tutti gli altri superflui.

  Il più realistico dei realistici, il più veristico dei veristi, in quanto artista è il più romanzesco dei romanzieri. Egli tratta l’arte del romanzo, che consiste nel ridurre tutto alla misura del reale e del vero, sempre ed in tutto secondo la dismisura dell’eroico e del sublime, in tutto e sempre o infernale o paradisiaco, in tutto e sempre straordinario. E non raffigura le sue favole, anzi propriamente non le inventa, neppure: le vive, ossia le subisce, le patisce o le gode. Di ciò il suo stile, più che la testimonianza e l’istrumento poetico, è l’espressione appassionata e sensibile. E se nessun romanzo è tanto inverosimile ed incredibile quanto i romanzi di Balzac, è pur vero che nessuno nell’inventario ci ha creduto quanto ci credette lui, che questa sua fede trasmette in noi tanto che nessun lettore, finché legge, crede ad un romanzo quanto ci crede il lettore di Balzac. È una forza di immaginare e di rappresentare parente di quella dei sogni, allucinata ed allucinante.

  Fare processi al suo gusto o al suo contenuto, è tanto ingiusto come farli alle sue illusioni di mistico o fisiologistico filosofante, di politico d’ogni scuola, di storico e di moralista, di uomo enciclopedico. È da dire piuttosto che queste illusioni, anch’esse, compongono non poco di quell’attrattiva simpatica, per la quale il lettore concede a Balzac il proprio consenso più vivo e fiducioso, proprio quando più glielo nega a lume di criterio e di ragione e di gusto. Non può dire di aver letto Balzac chi non è stato per un’ora o per un anno balzacchiano, balzacchiano perduto.

  Egli fa, sì, come ho già ricordato, concorrenza allo stato civile, purché si sia ben d’accordo che è il censimento di una popolazione di fantasmi. Ed è anche vero che lo storico non deve credere di conoscere la Francia della Rivoluzione e dell’Impero e della Restaurazione e di Luigi Filippo, anzi l’Europa dell’Ottocento, se non ha preso conoscenza dell’opera di Balzac, ma non in quanto rappresenti essa quelle epoche, bensì in quanto ne è un elemento di vita, e dell’umore, del costume, della fantasia, dei vizi dell’epoca.

  Anche sull’impero di Balzac non tramonta il sole, ma perché è un impero chimerico; e il piglio di conquistatore, di legislatore, di mago, col quale egli domina e spazia e penetra e fruga in cotesto suo impero, mi fa venire in mente quel pensiero di Pascal: che Giulio Cesare era troppo maturo per darsi al progetto di conquistare il mondo, buono per affascinare quell’affascinante giovane di Alessandro Magno. Sottilizzando, si potrebbe aggiungere che il macedone fu pure un’energia tanto quanto barbarica, esaltata dalla cultura ellenica, che con lui trapassa nella sontuosa decadenza ellenistica, se non mi si volesse imporre un altro paragone. Come l’Alessandro Magno della leggenda medioevale, pervenuto ai confini della terra, langue nel desiderio di conquistare la luna, così mi par di vedere il senza pari Balzac, nel suo impero di sogni, consumare la conquista, consumarsi in sogno e chimera.

  La sua abbondanza e la sua minuzia, per tornare all’artista, entrambe prodigiose, hanno l’evidenza ossessiva e la logica implacabile di quella sbalorditiva mescolanza di lucidità immaginativa e di febbre cerebrale, d’esattezza precisissima e di megalomania fantastica, di vigore scrittorico e di grafomania, di virtù e di virtuosismo, che forma l’impasto e la singolarità del suo genio letterario, il quale esercita su di noi un influsso simile a quello d’una cometa dei favolosi cieli dell’astrologia, e dentro di noi spande la luce fittizia e irresistibile come è quella d’una aurora boreale.

  Mi avvedo, Signore e Signori, che di metafore sto facendo scialo, ma è l’influsso della cometa balzacchiana. Che se egli non fosse l’inimitabile, sarebbe pericoloso uomo, in quanto dimostra che uno può violare e contrariare ogni regola e misura e criterio e ragione, e riuscire, non già malgrado, ma proprio in questo, un genio e un eroe letterario: d’imperio, trionfalmente, sit pro ratione voluntas, premesso il suo talento.

  Pertanto è giusto ricordare pure, che la vocazione e il destino di Balzac si palesano anche nelle miserie e nell’affanno delle sue giornate angosciate e delle notti formidabili e laboriose, coi creditori, coll’usciere, col fattorino di tipografia alla porta. Si palesano nella strana e indubitabile logica delle sue follie e dei suoi molteplici fallimenti, e di quel progetto di una conquista del mondo, che infine, trasferendosi in chimera e in bozze di stampa, gli è pure riuscito.

  Riconducendoci a giudizio critico e tecnico, è un fatto che in lui romanziere c’è una virtù che tiene dell’onnipotente e dell’infallibile, perché non c’è tratto e figura e nota che rimanga intenzionale e velleitaria, non riuscita od approssimativa. La sua forza di creazione, prendendola per sé ed in sé, è assoluta, non si lascia ridurre a nessun criterio di paragone, fuori che con se stessa; ma ogni altro criterio la turba e distrugge. Per applicare a lui una di quelle espressioni sue, in cui sa condensare tutta una saturazione di fatti e passioni, come per esempio in un semplice titolo; poniamo: La donna di trent’anni — ecco che quella sua virtù è la sua Grandezza e Miseria.

  Miseria, in senso filosofico, è ben quella di un uomo a cui sia dato di raggiungere la propria grandezza, di compiere l’opera propria, soltanto in quanto sia costretto a consumarvi dentro, e dentro i limiti di essa, ogni coscienza critica e ogni giudizio razionale.

  Ma nell’averla intitolata Commedia, ossia rappresentazione di una finzione, involontariamente e senza saperlo Balzac stesso avvia a una definizione critica dell’opera sua. Proprio come una scena, da guardare con partecipazione rapita ma limitata, intensa ma fuggevole, la Comédie Humaine è opera prodigiosa. Ed io la vedo come un palcoscenico affollato di innumerevoli personaggi e maschere, inerti finché non si accendono i lumi, ed esse dicono le parole insufflate. Ciò che accende i lumi, ciò che prima ancora insuffla una animazione segreta e irresistibile, una universale impazienza di vivere e di parlare in quelle maschere e personaggi, è la voce di Balzac suggeritore; e mi pare di sentirla simile alla voce di Vautrin quando rientra a notte nella famosa pensione: — C’est moi, maman. È una voce notturna e sotterranea, dal suo immaginario buco di suggeritore vigorosamente asmatica, con potente inflessione sardonica, che muove, anima, incalza, agita la scena, finché cala il sipario, ed è bene che noi spettatori andiamo a casa senza salire sul palco a vedere la tristezza dei lumi spenti e delle macchine e degli inganni teatrali, e delle maschere e dei costumi appesi ai chiodi.

  Ma dunque dall’immensa opera immaginativa del prodigioso del trascendentale romanziere, mancherebbe la lieve, l’alata, la semplice poesia, sola che rende imperiture le opere dell’arte?

  La poesia nell’opera di Balzac, io la sento quando ed in quanto in essa e da essa parla un’altra voce, che è pure di Balzac. È quella che descrivendo incarna, e tutt’insieme giudica e giustifica e condanna e compiange l’irremisibile, la fatalità delle passioni e del sopruso.

  Non la sento questa voce, e non credo che si senta, quando Balzac mira ad esprimere più o meno cinici concetti morali e più o meno trascendentali sentimenti mistici. La colgo in un accento involontario e costante di partecipazione profonda fino alla pietà, che anima e vivifica tutta la spietata macchina figurativa ed esemplare: pietà di quella sostanza tragica che è delle passioni e della vita nostra, che è delle nostre ingiustizie e giustizie, dei nostri errori e delle verità nostre, del nostro umano destino legato alla terra. Il senso della fatale empietà dell’esistenza e delle necessità umane terrestri, in ogni ordine di cose, è forte e tragico in Balzac, ed egli lo traduce in una profonda ed intima pietà per le vittime e per i loro oppressori, per le vittime e per chi le fa vittime, e per chi è vittima di se stesso, come tutti siamo. In questo accento dell’animo, sento la poesia di Balzac, presente, appunto come accento profondo, in tutta la Comédie, espressa in voce chiara e cantante da più di una figura. Ad ognuno è possibile eleggersi e prediligere, questa o quella fra tali figure annunciatrici di pietà nell’opera di Balzac. Per conto mio, i due angeli poetici, sono le due indimenticabili donne dei Mémoires de deux jeunes mariées: Louise e Renée.

 

  (1) Commemorazione tenuta il 14 giugno u. s. a Firenze nel Salone dei Cinquecento, sotto gli auspici dell’UNESCO, in occasione del centenario della morte dello scrittore.

 

 

  Luigi Bàccolo, Ai margini di un centenario. Il teatro di Balzac, «Teatro. Rassegna quindicinale degli spettacoli», Roma, Anno secondo, N. 6, 15 marzo 1950, pp. 16-18; 4 ill.

 

  Théophile Gautier, nel suo profilo di Balzac scritto nel [185]8, otto anni dopo la morte del romanziere, rievoca in una pagina memorabile una serata di quei memorabili tempi. Balzac che legge a un piccolo gruppo di amici il Mercadet nella sua stesura originale «ben altrimenti ampia, complicata e folta che quella adattata per il teatro del Gymnase da Adolphe d’Ennery». Balzac era un grande lettore: « sans indiquer ni les actes, ni les scènes, ni les noms, affectait une voix particulière et parfaitement reconnaissable à chacque (sic) personnage; les organes dont il dotait les différentes espèces des créanciers étaient d'un comique désopilant; il y en avait de rauques, de mielleux de précipités; de trainards, de menaçants, de plaintifs. Cela glapissait, cela miaulait, cela grondait, cela grommelait, cela hurlait sur tous les tons possibles et impossibles. La Dette chantait d’abord un solo que soutenait bientôt un choeur immense. Il sortait des créanciers de partout, de derrière le poêle, de dessous le lit, des tiroirs de commode, le tuyau de la ch[e]minée en vomissant; il en filtrait par le trou de la serrure, d’autres escaladaiente (sic) la fenêtre comme des amants; ceux-ci jaillissaient du fond d’un malle pareils aux diables des joujoux à surprises, ceux-là passaient à travers les murs comme à travers une trappe anglaise er c’était une cohue, un tapage, une invasion, une vraie marée montante. Mercadet avait beau les secouer, il en revenait toujours d’autres à l’assaut, et jusqu’à l’horizon on devinait un sombre fourmillement de créaciers en marche, arrivant comme des légions de termites pour dévorer leur proie. Nous ne savons si la pièce était meilleure ainsi, mais jamais représentation ne nous produisit un tel effet». Uno che legge così, sarebbe stato un grande scrittore di teatro, se non avesse dovuto essere un grande romanziere: e gli insuccessi di Balzac a teatro non si possono spiegare se non considerando che veramente gli mancò il tempo di scaltrirsi, come scrittore di teatro, o meglio di condurre alla ultima perfezione quel processo di scaltrimento che lo aveva portato dal Vautrin del 1840 al Mercadet, rappresentato postumo; e che comprende varie tappe Les ressources de Quinola (1842), Paméla Giraud (1843) e La Marâtre (1848),

  Cinque commedie di cui una almeno, l’ultima, è un capolavoro; e una lo sfiora, Paméla. Eppure il teatro di Balzac oggi è pressoché dimenticato nelle storie letterarie: il Lanson non ne fa quasi cenno; il Brunetière compie uno studio sul romanziere per molti aspetti esemplare, e non parla quasi dei suoi lavori drammatici. Peggio, quando li sfiora; la superficialità con la quale liquida i cosiddetti «insuccessi», «l’indifferenza al soggetto» del romanziere, che in certo senso ne fa la grandezza, è nefasta — dice Brunetière — al drammaturgo. Gautier, naturalmente più aneddotico, racconta che Balzac buttava giù i suoi lavori di teatro, lui così testardamente meticoloso nel correggere i romanzi, tanto che non solo non rivedeva otto o dieci volte le sue commedie, ma talora neppure le scriveva una volta. Una notte — racconta Théo – Balzac convoca per le prime ore del mattino i suoi amici più intimi: Ourliac, Lessailly, Laurent-Jan e Théo. Domani, annuncia, leggerò un grande dramma in cinque atti: ma il dramma non è scritto. Egli ha bisogno di denaro. Allora affida a ciascuno dei quattro l’incarico di scrivere nelle ventiquattr’ore un atto: il quinto lo scriverà lui. Spiega l'argomento e li congeda. Il dramma che sarebbe così dovuto nascere era il Vautrin.

  Anche non dubitando della veridicità dell’aneddoto, è chiaro che si tratta di una delle solite smargiassate così care a Balzac e che facevano parte del suo gusto paradossale di considerare il lavoro letterario come un mezzo per pagare le cambiali in scadenza, e che fan parte, in un certo senso, della sua arte stessa. Ma non serve, anzi è nocivo a una seria considerazione critica, quando ci si accinga a esaminare il suo teatro senza lasciarsi impressionare dall’aneddotica contemporanea e dalla mole e dalla grandezza della sua opera di romanziere. Invece, quello che colpisce anche a una prima lettura è, come dicevo, il progressivo scaltrirsi della tecnica dalla prima all’ultima commedia: è vedere come Balzac abbia saputo liberarsi gradualmente dalla influenza della narrativa per comprendere sempre meglio le diverse esigenze della rappresentazione; tanto da diventare, alla fine, un maestro della forma drammatica. Veramente, e senza esagerazione di giudizio, non so quale opera della Comédie Humaine sia artisticamente e tecnicamente più matura e perfetta del Mercadet. Sarebbe però ingiusto che la perfezione assoluta di un’opera ci facesse dimenticare quella, relativa, di altre; specialmente quando le altre siano, come sono, più che semplici tentativi o esperimenti scenici.

  La prima, il Vautrin, rappresentata la prima volta al Teatro della Porte-Saint-Martin il 14 marzo 1840, è decisamente un’opera fallita: e non si stenterebbe a credere vera la leggenda di Gautier, di una collaborazione a cinque: bizzarra collaborazione sotto forma di un atto a testa. Comunque, è certo che Balzac comincia da un piano assai basso la sua attività di commediografo trasportando, e qui è forse il vizio di origine, uno dei suoi peggiori romanzi sulla scena. Se il romanzo era cattivo, nessuna meraviglia che il dramma ne sia uscito fuori pessimo. In questa congestionata selva di intrighi, di figli perduti e ritrovati, di mascheramenti e di colpi di scena, il personaggio di Vautrin, che ancora non mancava di una certa sinistra grandezza nell’opera narrativa, qui non viene affatto fuori; e il lavoro è fallito prima ancora della stesura, voglio dire nel concepimento, che è caotico e sfocato, e si sforza inutilmente di dare dignità letteraria a un drammaccio popolare.

  Ma già con Les ressources de Quinola (Théatre-Français, 19 marzo 1842) il tono è un altro. Siamo ancora lontani dal capolavoro: magari anche dalla semplice «pièce bien faite». Ma lo scrittore di teatro c’è. Balzac ha cominciato a capire che, per un vecchio romanziere come lui, trasportare la narrativa sul teatro è pericoloso; bisogna inventare, immaginare, stendere teatralmente: altro stile, altro taglio, altra messa a fuoco dei personaggi; i quali non più sottointendono un loro passato, ma lo creano qui sul palcoscenico, divengono qui, davanti allo spettatore, quello che devono essere e sono. Non conta che dicano assai più di quello che sarebbe essenziale, e siano subito troppo tutto quello che non devono essere; la tecnica oramai c’è e Balzac non se la lascerà più scappare. Del resto, Quinola deve essere considerato niente altro che un saggio, una esercitazione di stile teatrale: già così scaltro, qua e là, che talvolta rasenta la bravura. Il debole è ancora nelle scene patetiche; e di questo Balzac non riuscirà mai a guarire. Sappiamo già, d’altra parte, anche dalla Comédie Humaine, che quando lui abbandona quel suo modo grosso e tutto d’un pezzo di considerare gli uomini come lottatori e conquistatori di denaro o di gloria o di amore, il suo tono diventa melodrammatico e, peggio, insopportabilmente ridicolo. Sono le scene patetiche che guastano, quando compaiono, per fortuna di rado, tutta la sua opera. Resta però che qui, nel Quinola, Balzac è già scrittore di teatro.

  Qualche cosa di più è Paméla Giraud (Théâtre de la Gaîté, 26 settembre 1843): è già una bella commedia. Questa cara fanciulla del popolo che sacrifica la cosa che le è più preziosa della vita, la sua buona fama, alla salvezza del giovane aristocratico coinvolto in una congiura politica, per fornirgli un alibi, e l’ingratitudine con cui è pagata dai parenti di lui, e l’appoggio che le è offerto dall’avvocato che ha escogitato il falso alibi, questo chiuso dramma del debole generoso tra le tante volpi che se ne giocano l’innocenza, è ben vicino al teatro di noi moderni. Di una semplicità oserei dire goldoniana (e goldoniana è anche la esemplare onestà artistica del procedimento) questa commedia borghese contrappone tre classi sociali: gli aristocratici De Verby, per cui il sacrificio della virtù di una popolana è ben piccola cosa, gli egoisti avidi borghesi Rousseau, i nobili e semplici popolani Giraud. Ma è indizio della ormai raggiunta maturità teatrale di Balzac, che l’opera non scada mai in aperta polemica, e i personali siano tutti vivi, dalla felicissima goldoniana Paméla a tutte le figure e i figuri che le vivono attorno. E’ Goldoni filtrato attraverso la Comédie Humaine: una cosa indegna di essere dimenticata.

  Dice Gautier che La Marâtre (Théâtre Historique, 25 maggio 1843) sfiora il capolavoro, e il giudizio, uscito dalla penna di uno che di Balzac fu grande amico, ma del suo teatro prima del Mercadet non più che tepido estimatore mi sembra esatto, pur che si intenda che il capolavoro fu sfiorato nel concepimento del dramma: ma nei cinque lunghissimi atti che lo compongono è un allontanarsi costante dall'idea generale, fin che si arriva al brutto finale, del peggiore Vautrin. Il debole di Balzac (non solo nel teatro) è quasi sempre qui: grandioso nel concepire, è troppo spesso, se non si sorvegli e domini scrupolosamente e continuamente, grossolano e sgraziato nella realizzazione. E’ un genio fatto per sbozzare: la fatica lunga della stesura lo porta spesso al romanzo d’appendice, o al drammone popolare. Passa da Goldoni o Molière a Scribe con estrema facilità, e il curioso è che evidentemente non se ne accorge. Sono i lati negativi degli scrittori «forza della natura»: neanche Victor Hugo o Dickens ne erano immuni. Questa Marâtre ha proprio tutti gli ingredienti del drammone o drammaccio: cinque atti interminabili (anche quelli del Mercadet sono assai lunghi, ma, teatralmente e letterariamente essenziali, come sembrano brevi e agili! non c’era davvero bisogno del brillante mestiere di d’Ennery per renderli teatrali: anzi), avvelenamenti, morti sul palcoscenico; melodramma a ogni scena, caricature convenzionali, passioni e personaggi esagerati e quindi senza eco; dappertutto cattivo gusto. Eppure il dramma c’era: la lotta tra la figlia e la madre (la femme de trente ans) per il possesso dell’amore di Ferdinando; e non manca qualche scena degna dell’impostazione. Ma in genere difettano la sfumatura, la finezza dell’artista o anche solo dell’uomo del mestiere; ed ecco allora che l’intreccio si complica, e saltano fuori veleni e mascheramenti e colpi di scena, non altro in fondo che un impotente sforzo di drammatizzare dall’esterno quello che, dentro, è statico e inespressivo.

  Il capolavoro venne dunque inaspettato, e Balzac non ebbe più la gioia di vederlo trionfare sui teatri parigini come mai nessuna delle sue commedie. E’ un peccato, se non altro perché, vivo, non avrebbe certo permesso i tagli onde lo snellì (ma un’opera di Balzac deve essere «snella»?) «ce maître charpentier qui avait nom Adolphe d’Ennery». Non erano necessari: tutt’al più appare indovinato il titolo Mercadet al posto di Le faiseur originale. Ma questo poema epico-drammatico del Debitore in lotta col Creditore era perfetto così com’era stato buttato giù: grosso, violento, eccessivo e sanguigno, con una venatura di barbarico e una di grottesco, non era cosa da lisciarsi per mano di un raffinato «maître charpentier». «Cela glapissait, cela miaulait, cela grondait, cela grommelait, cela hurlait ...». Provate a lisciare i peli irti, o a sfumare i capelli a una diavoleria simile!

  Questa volta Balzac ha creato, col suo personaggio, il suo stile e il suo linguaggio teatrale: il linguaggio del bonhomme Brandet (sic) o del barone Hulot diventato, con il suo tono e il suo accento nuovo, battuto da teatro. «Aujourd’hui le crédit est toute la richesse des gouvernements; mes fournisseurs méconnaîtraient les lois de leur pays, ils seraient inconstitutionnels et radicaux, s’ils ne me laissaient pas tranquille! Ne me rompez donc pas la tête pour des gens en insurrection contre le principe virai de tous le Etats ... bien ordonnés. Mais montrez-vous ce que vous êtes: un vrai cordon bleu!» « Enfin, qu’y a-t-il de déshonorant à devoir? Est-il un Seul état en Europe qui n’ait ses dettes? Quel est l’homme qui ne meurt pas insolvable envers son père? Il lui doit la vie, et ne peut pas la lui rendre. La terre fait constamment faillite au soleil! La vie est un emprunt perpétuel! Et n’emprunte pas qui veut! Ne suis pas supérieur à mes créanciers? J’ai leur argent, ils attendent le mien; je ne leur domande (sic) rien, et ils m’importunent!».

  Balzac che scrive il Mercadet un anno, e impalma la contessa Hanska tre mesi prima di morire, dopo un ventennio di ambizioni teatrali deluse, e un trentennio di amore per corrispondenza con la bella contessa polacca — mi sembrano questi i due volti egualmente splendidi e dolorosi di un medesimo destino.

 

 

  G. Ballestrieri, Nel centenario della morte. Balzac esordì con un clamoroso insuccesso, «La Nuova Sardegna: settimanale», Sassari, Anno 60, N. 196, 23 agosto 1950, p. 3.

 

  Quando il grande scrittore francese rappresentò in un circolo d’amici un dramma su Cromwell, qualcuno lo consigliò d’abbandonare per sempre la letteratura.

 

  Onorato Balzac nacque il 16 maggio 1799 a Tours e non nel giugno, come scrive nell’interessante volume «I tre maestri» il tedesco Stefano Zweig, nel giorno di S. Onorato (G. Gigli: Balzac in Italia), e neppure il 20 maggio, come afferma il Brunetière nel suo denso, completo volume critico su Honoré de Bauzac (sic). Morì il 19 o il 20 agosto 1850.

  Si compie quindi in questa seconda quindicina di agosto il centenario della morte di questo «grande» del romanzo moderno.

  A distanza di un secolo la bibliografia intorno all’uomo e allo scrittore morto a 51 anni appena, lasciando tra. romanzi e novelle ben 87 pubblicazioni, si è adeguata al posto preminente cui il nostro è assurto non solo nella letteratura del XIX secolo, ma nella storia generale della letteratura francese. Su Balzac hanno scritto tra gli altri Sainte-Beuxe (sic), Teofilo Gautier, Taine, Ferdinando Brunetière, Dionigi Scano[5], Stefano Zueig (sic), G. Gigli, Charles de Lovenjoul, Zola, Gabriel Hanotrix (sic). Balzac esordì dopo i primi sei anni di studio nel collegio di Vendôme. A Parigi si addottorò poi in diritto e fece anche mesi diciotto di pratica presso un avvocato e altrettanto presso un notaio, maître Passez (sic) il secondo et maître Guyonnet Merville il primo, che venne riprodotto sotto il nome di «Derville», in diverse pagine della «Comédie humaine». Dopo tre anni- di «apprentissage» legale, lasciò da parte le Pandette con il dramma «Cromwell», per il quale si preparò divorando i quattro autori tragici francesi: Crebillon, Voltaire, Corneille, Racine. E, dopo un anno di ostinata, fervida composizione volle provare il suo dramma in un ristretto circolo di amici e familiari. Uno dei giudici, «Andrieux. professore al politecnico e al Collegio di Francia» stroncò senz’altro le speranze dell’autore, sentenziando, «dovere il giovine autore far conto della letteratura come di cosa che fu».

  Il neo drammaturgo non si sgomentò e anzi che persistere nel calcare le scene teatrali, si volse al romanzo con «L’heriter de Birague» (sic) (1822). Da quest’ora comincia, come una missione lievitata da sogni di ambizione e di ricchezza, la vita febbrile, laboriosa, tenace e presso che solitaria dell’autore di «Eugénie Grandet», di «Père Goriot», «Le Médecin de campagne», «e Lys dans la Vallé», e di altri capolavori. Balzac si differenzia dai suoi noti contemporanei, dal vecchio Dumas ormai declinante, mar pur sempre festevole e giocondo e ottimista, e dal giovane Victor Hugo, la cui esistenza, per quanto laboriosa, era chiusa in un quadro di lavoro metodico e di agiatezza economica.

  Balzac con tutti i suoi sogni e i suoi desideri, giovanili e borghesi non aveva i mezzi adeguati a soddisfarli e, a corpo perduto, si dedicò al lavoro in una lotta accanita svoltasi, con rari intervalli di sereno. Per circa trent’anni tra creditori impazienti e debiti crescenti si battè fiducioso nelle sole sue forze nell’assiduo quotidiano impegno di meditazione e di creazione.

 

Ispirazione nata dal bisogno.

 

  Lo spettacolo, scrive un suo illustre critico, della fertilità delle risorse balzachiane era superiore, ai suoi personali imbarazzi e niente di più meraviglioso vedere i suoi capolavori generarsi dai suoi bisogni, dalle sue ristrettezze, a volte tragiche, dalle tendenze alla prodigalità e al lusso. E pertanto la tua fecondità di scrittore non solo non s’inaridiva, ma quasi per antitesi cresceva con l’accanimento dei suoi creditori, con le necessità del suo stato e la ricerca dei suoi libri ben pagati. Sopravviene in questo clima arroventato l’episodio del 1828, quando il Nostro vuol tentare la fortuna e da scrittore si trasforma in editore, libraio, fonditore di caratteri ... con un epilogo così disastroso da essere stato egli costretto ad obbligarsi per migliaia di franchi verso i suoi finanziatori, non avendo in saccoccia neanche il sufficiente per versare il più piccolo acconto Ma, novello Anteo, balzò dal disastro più forte che mai riprendendo la sua inflessibile, tenace e magica penna senza più abbandonarla fino alla morte.

  In terreno fecondo caddero per davvero queste vicissitudini, poi che l’humus fertilizzante del complesso balzachiano, e differenza dei suoi contemporanei, da la Sand a Victor Hugo a Zola che vissero borghesemente senza conoscere che la forma libraria, si nutrì di queste personali vicende, di queste dolorose esperienze e traversie di vita per forgiare, dal vero, i suoi capolavori.

  La forza, l'originalità, la grandezza del nostro romanziere è tutta qui, idealizzata e fotografata sullo sfondo delle multiformi correnti della sua vita.

 

***

 

  Cosa fosse il romanzo prima di Balzac nella fertile terra di Francia e di Europa, dice bene Ferdinando Brunetière: «Allorché il giovane Onorato De Balzac nel 1819, appena terminati i suoi studi, inizia coraggiosamente in una soffitta della strada Lesdiguières il suo tirocinio della vita letteraria senza altra vocazione più precisa e più imperiosa che quella di farsi un nome per mezzo della sua penna e una fortuna per mezzo del suo nome, due forme di romanzo dividevano il favore del pubblico: il romanzo «personale» e il romanzo «storico».

  Dal Gil Blas de «Le Sage» al romanzo picaresco spagnuolo, le avventure descritte in questo genere, per quanto sia la loro singolarità, non c’interessano che una prima volta e poi le dimenticheremo facilmente. Tali avventure non lasciano traccia in noi e nessuna concordanza mostrano con le lezioni dell’esperienza.

  Il sottogenere «personale» delle «Memorie» e dell’epistolario danno al romanzo personale «qualque choses (sic) de cet air vécu. Così dicasi della «Nouvelle Eloisa» (sic) e delle «Confessioni» di Rousseau. Il romanzo personale da Werther a René (1774-1802), da Delfina a Corinna (1807-1810), da Indiana a Valentina (1881-32) et sous l’influence du romantisme le roman personnel va devenir l’apothéose du Moi».

  Mentre nel Balzac, forza centrifuga del suo genio di scrittore, è l’obiettività e la verità non viste sotto l’angolo visuale di una tesi, di una scuola, di un egotismo mal orpellato da rugiadoso lirismo o da intricati problemi di psicologia.

  Madame de Staël e Chateaubriand hanno attutito l’aridità del romanzo «personale» introducendovi «les sens de l’exotisme, et celui de l’histoire».

  L’evoluzione letteraria si sviluppa e si definisce per merito di uno scozzese, sospinta da un improvviso, gravissimo dissesto economico personale. Non è che prima di Walter Scott ci sia stata rarità di romanzo storico.

  «Mais, riprende il critico citato, romanciers ou romancières leur dessin n’avait été que vulgariser ou de romancer le donnée (sic) de l’histoire quand encore l’histoire ne leur avait pas servi di (sic) un facile prétexte à s’épargner le labeur de l’invention. Insomma il ne s’agit pas de rien de moins que de l’introduction dans le roman du plain (sic) sens de la réalité».

 

La natura e l’arte.

 

  Questo tipo rappresenta una evoluzione di capitale importanza non solo per i suoi meriti intrinseci quanto per l’afflato propiziatore che segna l’avvento del romanzo naturale, del romanzo obiettivo. I vent’anni di vita e di successo di W. Scott formano il netto periodo di nascita di un organismo nuovo e robusto il romanzo-moderno caratterizzato dalla meravigliosa, pensosa ed amara opera che va sotto il nome di «Comédie humaine».

  Eppure Balzac non fu eletto all’Accademia di Francia, come per due volte fu respinta la candidatura di E. Zola; Jules Sandeau e Octave Feuillet furono accademici francesi, vivente Balzac!

  A traverso tutte le sue ardenti vigilie e le estenuanti veglie che dalla mezzanotte in poi per circa 30 anni fittissimi, di dodici ore meditative che alternava con le bianche cartelle numerose da riempire, l’eterno femmineo interviene nella dura giornata di Balzac con i due bei nomi di madame de Berny e della contessa Hanska, due nomi non solo diversi, ma diverse per le condizioni sociali, per l’età, per lo spirito. L’una francese, madre di nove figli, aveva 45 anni quando divenne, l’amica di Balzac che ne contava allora ventitré. La de Berny esercitò una influenza moderatrice e di previdenza e di conforto nelle ore più difficili del suo Onorato, del quale fu, nel senso più gentile della parola, una vera educatrice. La contessa Hanska era un’intellettuale polacca e il nome di signorina era Evelina Rzewuska. Sposato il russo conte Hanska (sic), ricchissimo proprietario di estese tenute nell’ubertoso circondario di Kiev, divenne una suddita russa.

  Il primo incontro con Balzac avvenne in Svizzera e galeotto fu il volume pubblicato nel 1833 «Le Médecin de campagne» che ispirò alla ventinovenne contessa Evelina Hanska una lettera di ammirazione all’autore. La coltissima signora, conoscitrice di molte, lingue, si interessava al movimento culturale, europeo con un senso di mistico idealismo.

  Nacque così una gentile amicizia letteraria che, presto trasformatasi in emozione amorosa da parte di Balzac, divenne nel 1843 scambievole sentito amore.

 

Aspetti dell’opera.

 

  Questo avrebbe dovuto consacrarsi col matrimonio – il conte Hanska (sic) era morto nel 1841 – ma il fatto che sposando uno straniero la vedova, per legge, veniva privata della più gran parte della ricchezza ereditata, che si devolveva ai figli, lasciò alquanto perplessa la contessa.

  Finalmente i voti più ardenti di Balzac si esaudirono e conclusero nel matrimonio, che fu celebrato il maggio 1850, nella chiesa di Sainte Barbe di Berdit (sic), dall’abate Crarottshi (?, sic). Ciò avveniva prima che il cuore di Balzac schiantato da tante ansie e dal lavoro cessasse di battere.

  Stefan Zweig, analizzando in trenta fittissime pagine di stampa «La Comédie humaine», rileva una nota saliente del romanzo balzachiano, quella del denaro, molla tutta moderna dell’attività umana, che nessuna pianificazione potrà svellere varietà di un’energia così povera (?).

  Lo scrittore tedesco chiude così il suo studio su Balzac: «La sua opera è immensa. I suoi ottanta volumi racchiudono un’epoca, un mondo, una generazione. Mai prima fu coscientemente tentata cosa tanto prodigiosa, mai la temerarietà di un’energia così potente fu meglio premiata».

  E poi: «E’ un genio colui che sa sempre tradurre in azione i suoi pensieri. Ma il genio veramente grande non spiega continuamente questa attività, poichè somiglierebbe troppo a Dio».

  Invano dal suo letto di agonia a Parigi, dopo il viaggio di nozze, chiedeva al medico che l’assisteva, qualche mese di vita per scrivere il suo «Testamento al pubblico». Capì che gliene restavano appena pochissime ore e la luce possente dei suoi grandi occhi a poco a poco scomparve. Il giorno dopo, il 20 agosto 1850, esalò l’ultimo respiro. Oramai l’opinione della gran maggioranza di tutti gli studiosi è pacifica sul valore estetico. della commedia umana del Balzac, sulla sua portata sociale, e sulla moralità e l’influenza dei suoi capolavori.

  Victor Hugo chiamato a parlare sulla tomba di Balzac, il 2 agosto 1850, dopo essersi salvato a stento dalla folla immensa e commossa che sempre più urgeva intorno all’oratore, fra l’altro disse:

  «Il nome di Balzac rifulgerà tra quelli che onorano l’epoca nostra, poichè egli stato uno dei primi tra i grandi, uno dei più alti fra i migliori. Tutti i suoi libri non formano che un libro solo; libro vivo, luminoso, profondo in cui si vede muoversi tutta la civiltà contemporanea, libro meraviglioso che il poeta ha intitolato «Commedia» e che egli avrebbe potuto intitolare «storia», che prende tutte le forme e tutti gli stili, che sorpassa Tacito e va fino a Svetonio, che attraversa Beaumarchais, e giunge a Rabelais. Libro che è osservazione ed immaginazione, che prodiga il vero, l’intimo, il borghese, il triviale, il materiale e che a tratti, a traverso a tutte le realtà, bruscamente squarciate, lascia intravedere una idealità tragica e oscura».

  Infine l’autore dei «Miserabili» esclamava: «dopo tutta una vita di lotte e di stenti abbandona gli odi e le contese per entrare nell’ora istessa, nella gloria e nel sepolcro».

 

 

  Albert Béguin, Balzac, Honoré de, in AA.VV., Dizionario letterario Bompiani degli Autori di tutti i tempi e di tutte le letterature. Volume primo A-F, Milano, Valentino Bompiani Editore, 1950, pp. 160-166; 22 ill.

 

  N. a Tours il 20 maggio 1799, m. a Parigi il 18 agosto 1850. La sua famiglia era oriunda del Tarn, e il vero nome ora Balasa (sic): la madre, nata Sallambier, apparteneva a una famiglia della borghesia parigina. Il padre, Bernard-François Balzac, ancor molto giovane era venuto a piedi dalla sua provincia meridionale; diventato segretario di un procuratore, e più tardi segretario al consiglio del re, morì nel 1829. Honoré fu un figlio senza mamma, e ne sofferse alquanto. Laure Sallambier sempre gli preferì un fratello la cui nascita era dubbia, fece educare Honoré lontano da lei e, sino alla morte del figlio, rimasta sua creditrice, si dimostrò di un’asprezza singolare. Dal 1807 al 1813, interno al Collegio oratoriano di Vendôme, B. non fece ritorno a casa neppure una volta. Egli à rievocato questi anni di collegio in Luigi Lambert. A partire dal 1814, proseguì gli studi in una pensione a Parigi, poi alla facoltà di diritto. Fa pratica presso un legale; poi, chiamato dalla sua vocazione letteraria, si installa, a vent’anni, in una soffitta e scrive, tra l’altro, un pietoso Cromwell in versi. Nel 1820 conosce una donna che avrà influenza decisiva sulla sua formazione: Laure de Berny, più anziana di lui di ventidue anni e che gli fu madre, amante, e la più generosa delle amiche, sino alla morte, nel 1836. Egli l’aveva soprannominata «la Dilecta». B. fu scrittore precoce e tardivo nello stesso tempo. La prima opera ornata del suo nome, Gli Sciuani apparve solo nel 1829, seguita tosto dalla che era stata composta e parzialmente stampata molti anni prima. Nel 1825 aveva tentato di far fortuna, con varie imprese: l’editoria, la creazione di una tipografia e poi di una fonderia di caratteri. Ma furono imprese disastrose, nelle quali B. compromise le risorse della propria famiglia e quelle della «Dilecta». Sino alla fine dei suoi giorni, doveva trascinare seco il peso degli enormi debiti contratti in queste avventure commendali. Gli Sciuani aprono il periodo di circa vent’anni, nel corso del quale B. compose, rimaneggiò di continuo, e pubblicò a un dipresso ottantacinque romanzi, fra lunghi e brevi. Questa prodigiosa produzione letteraria, che sembrerebbe oltrepassare le forze di un uomo solo, non gli impedì di condurre una vita mondana molto attiva, di fare lunghi viaggi, di avere avventure amorose, di tentare la sorte, senza successo, nella politica e di mettere in piedi altre stravaganti combinazioni finanziarie. All’inizio del 1830, B. pubblica le Scènes de la vie privée, raccolta di sei novelle, La vendetta, Gobseck, Il ballo di Sceaux, La casa del gatto che giuoca alla pelota, Una doppia famiglia, La pace domestica, che costituiscono come la prima cellula della Commedia umana e che, da un giorno all’altro, fanno di lui un romanziere celebre. La Pelle di zigrino, nel 1831, conferma la sua celebrità e, pur componendo le opere più difficili che entreranno più tardi nelle Études philosophiques, Balzac è un poco inebbriato dalla sua gloria. È l’epoca del suo dandysmo: carrozza e cavalli, domestici in livrea, palco all’Opéra. La mania dell’arredamento che gli costerà così cara, si palesa nel suo appartamento di via Cassini, che fa sontuosamente ammobiliare. Egli lavora di notte, vestito con la sua celebre tonaca bianca di cachemire, la caffettiera di porcellana sempre a portata di mano. Comincia le Sollazzevoli storie, nelle quali si diletta a scrivere nella lingua del sec. XVI. E finora liberale tinto di sansimonismo, egli si lega al partito legittimista e diviene difensore del trono e dell’altare. Da poco tempo si è innamorato della marchesa de Castries, che si burla di lui, se lo porta dietro sino a Aix-les-Bains e a Ginevra nel 1832, poi lo lascia bruscamente. Se ne vendicherà scrivendo La duchesse de Langeais (1833). Della stessa epoca sono, fra gli altri, Il curato di Tours, Il colonnello Chabert, Ferragus, La fille aux yeux d’or, Il medico di campagna, Eugenia Grandet. Alla fine del 1832, B. à ricevuto una lettera anonima, che gli esprime l’ammirazione infinita di una donna. Egli perverrà a scoprire la identità di colei che doveva chiamare: «La straniera»: la contessa polacca Evelina Hanska, con la quale à inizio una lunga corrispondenza e che diverrà sua moglie nel 1848. La incontra una prima volta col marito a Neuchâtel, nel 1833, poi, sola, a Ginevra nel 1834, finisce, in quel tempo, Séraphita e Papà Goriot. Nel maggio 1835, è a Vienna vicino alla Hanska e, nel 1836, compie un viaggio in Italia. Pubblica Il Giglio della (sic) valle e fonda una rivista, la Chronique de Paris, che gli costerà caro. Durante un nuovo viaggio in Italia, si incontra col Manzoni. Al principio del 1838, eccolo in Sardegna, alla ricerca delle miniere d’argento dell’antichità, che egli pensa di poter sfruttare. Appaiono Cesare Birotteau, la Zitella, l’inizio di Illusioni perdute, la prima parte di Splendori e miserie delle cortigiane, un poco più tardi Beatrice e Il curato del villaggio. Un dramma, Vautrin, cade al teatro della porta Saint-Martin. Qualche tempo prima, egli à tentato, a Bourg-en-Bresse, di salvare la testa di un condannato a morte, l’assassino Peytel. Fonda una rivista, la Revue parisienne, redatta da lui solo, e che non giungerà oltre il terzo numero: vi pubblica l’elogio della Certosa di Parma. Alla fine del 1841, imbastisce la vasta trama della Commedia umana e firma un contratto con quattro editori associati per sostenere l’impresa. Ne redige il programma, in capo al primo volume. I romanzi più importanti di questo periodo sono Orsola Mirouet, Casa da scapolo, Alberto Savarus, Onorina, Modesta Mignon. «La straniera» è rimasta vedova alla fine del 1841, ma soltanto due anni dopo B. può recarsi a Pietroburgo. Ormai egli à una sola idea fissa: sposare la signora Hanska. E raddoppia il lavoro per assicurarle una esistenza degna di lei, pur ricorrendo in più d’una occasione alla fortuna dell’amica lontana. Nel 1845 la raggiunge a Dresda, la conduce in Italia, poi a Parigi, in Olanda, nel Belgio. L’anno dopo la signora Hanska partorisce a Dresda un figlio nato morto; per B. è un colpo terribile del quale non si riavrà più. Nel 1846 à comprato una casa, che ammobilia con grandi spese, per ricevervi la signora Hanska, e si rovina con gli antiquari. La Cugina Betta e il Cugino Pons sono finiti e pubblicati nel 1846-1847. Sono le ultime grandi opere: esaurito, malato, sente illanguidire le sue facoltà creative. Nel 1850 parte per Kiev, dove si incontra con la Hanska, sua figlia, il genero. Il 14 marzo, a Berdicev, sposa l’amica; nel maggio vengono insieme, a Parigi, a piccole tappe, perché la salute del romanziere esige delle precauzioni. Arrivati il 21 maggio, nessuno risponde alle scampanellate. Il guardiano incaricato di riceverli era impazzito e si nascondeva, prostrato, in un angolo della casa illuminata. B. vide nell’avvenimento un funesto presagio. Costretto a mettersi a letto, non si alzò più. In luglio le sue sofferenze diventarono atroci; ai primi d’agosto cominciarono i soffocamenti; il 18 entrò in agonia. Quel giorno è venuto a vederlo Victor Hugo, che à poi narrato questa ultima visita nelle Cose viste: e sarà Hugo, ai funerali, che dirà il magnifico elogio funebre. Nella sua immensa attività, B. à profuso tutto se stesso. Quest’opera gigantesca, che permane così viva, mentre il mondo da essa evocato è da tempo rientrato nell’ombra del passato, è stata pagata con molte sofferenze: sorta da un’esistenza magnifica e dolorosa, non à mai cessato di affascinare i lettori.

 

  A complemento dell’ampio apparato iconografico, sono riportate alcune citazioni tratte dalla Correspondance balzachiana:

 

  «Io non ò mai avuto madre; oggi il nemico si è dichiarato. Non t’ò mai rivelato questa piaga: era troppo orribile, e bisogna vedere per credere». (Da una lettera del 1846 a Mme Hanska).

 

  «Ò detto che morirei di malinconia il giorno in cui mi rendessi conto che le mie speranze sono impossibili a realizzarsi. Benché non abbia ancora fatto nulla, già sento che quel giorno s’avvicina. Sarò la vittima della mia stessa immaginazione. Per questo, Laura, vi scongiuro di non attaccarvi più a me, per questo vi supplico di rompere ogni legame» (Da una lettera del 1822 a Mme de Berny).

 

  «Io albergo in me tutte le incoerenze, tutti i contrasti possibili, e quelli che mi credono vano, prodigo, testardo, leggero, senza costanza nelle idee, fatuo, negligente, pigro, senza riflessione, senza alcuna volontà, senza garbo, ruvido, mutevole d’umore avrebbero altrettanta ragione di quelli che potrebbero dire che io sono economo, modesto, coraggioso, tenace, energico, lavoratore, costante, taciturno, pieno di finezza, garbato sempre gaio» (Da una lettera alla Duchessa d’Abrantès).

 

  «Vado a letto alle sei o alle sette della sera, come le galline; mi sveglio al mattino presto e lavoro fino alle otto; alle otto dormo ancora per circa un’ora e mezzo, poi prendo qualcosa di poco sostanziale con una tazza di caffè, esco in carrozza fino alle quattro; faccio un bagno e dopo aver cenato, mi corico» (Da una lettera a Zulma Carraud).

 

  «Ò avuto in sorte una grande capacità d’osservazione, perché, involontariamente, ò provato quasi tutte le professioni. Inoltre, quando mi recavo nell’alta società, soffrivo tutto quanto si può soffrire, e non vi sono che le anime misconosciute e i poveri che sanno osservare, proprio perché ogni cosa li offende, e perché l’osservazione nasce dalla sofferenza» (Da una lettera alla Contessa Maffei).

 

  «Penso alle rare perfezioni di colei che alla sua nascita fu ben giustamente chiamata Eva, perché essa è unica sulla terra; non ci sono due angeli simili. Non v’è donna che abbia riunito in sé maggior gentilezza, maggior spirito, maggior amore, maggior genio nelle carezze. Oh!, come sono lontani i ricordi di Mme Berny. Il vero amore, l’amore di una donna dotata di tanta voluttà, non può temer nulla». (Da una lettera a Mme Hanska).

 

 

  Luigi Foscolo Benedetto, La Parma di Stendhal, Firenze, Sansoni, 1950.

 

 

  Georges Blin, Sur une rencontre de Stendhal avec Honoré de Balzac: “Lucien Leuwen” et “La Femme abandonnée”, in AA.VV., Omaggio a Stendhal, «Aurea Parma. Rivista di lettere arte e storia», Parma, Annata XXXIV, Fasc. II, Luglio-Dicembre 1950, pp. 110-123.

 

  Ci limitiamo, in questa sede, a trascrivere integralmente il testo di questo studio escludendo l’apparato delle note.

 

  Il est devenu banal de faire observer que Lucien Leuwen est «le roman balzacien de Stendhal». C’est ce que montre l’étude intrinsèque du livre, et qui ne peut surprendre, étant donné que Stendhal, sur qui en général il semble que quelque «influence» de Balzac se soit exercée «à partir de 1832», a particulièrement fréquenté la récente production de son grand rival dans les mois qui avoisinent la composition de Lucien Leuwen. Comme il l’apprend à Mareste, dans une lettre datée du 13 juillet 1834, il avait «apporté», vraisemblablement rapporté de Paris à Rome et Civitavecchia, «4 vol. in-18 de Balzac», qu’il s’était même laissé emprunter par plusieurs «lisards» de sa compagnie. Dans une marginale du 14 mars 1835, on le voit, confrontant Les Bois de Prémol avec Le Médecin de Campagne, s’applaudir de ce que dans sa propre narration chaque phrase racontât plus que chez Balzac, et dès lors contribuât mieux à l’amusement. Ce Médecin de Campagne, nous savons, par une autre note, que le 11 mars il avait achevé de le lire, et avec d’autant plus de passion curieuse — on peut sans risque le supposer — que la scène en était dauphinoise, — avec agacement, en tout cas, de ce que le parti «prêtre» s’y trouvât «flatté». Son admiration ne devait rien offrir que de mitigé, et on n’est pas surpris que dans son testament du 17 février 1835 il eût déjà nommément exclu Balzac de la liste de ceux qu’il jugeait aptes à réviser éventuellement son manuscrit. Balzac restait, en tout cas, si présent à son esprit que, dans le cours de l’ouvrage même, lorsque le Comte de Vaize charge Lucien de remettre un volume à certaine dame, c’est tout naturellement un roman de Balzac que choisit, pour le compte du ministre, l’auteur. Celui-ci ne pouvait, d’autre part, ne point s’aviser que, en baptisant son intrigante «Madame Grandet» il avait usurpé un nom déjà «pris par M. Balzac». Mais il y a plus, et de lui-même il nous a engagés, par une note jusqu’ici, semble-t-il, mal lue ou trop peu remarquée, à esquisser un rapprochement dont on ne saurait discuter le bien-fondé, mais seulement le point jusqu’où il doit être poussé.

  Il s’agit d’une marginale figurant dans le manuscrit de Lucien Leuwen, dont le texte est ainsi reproduit dans l’édition du Divan des Mélanges Intimes: «Description de la société noble à Nancy, 1, p. 80. La société de province est une cérémonie. Cette partie corrigée, reliée. Vie de province de M. Balzac. Le commencement de la ... abandonnée. 6 avril [1835]». Dans son édition de 1926 procurée chez Champion, Henry Debraye avait déjà réservé la place de la lacune en signalant qu’il fallait compter devant «abandonnée» «un mot illisible». Dans son excellente édition du Rocher, M. Henri Martineau devait, plus récemment, nous proposer l’ingénieuse conjecture: «[cour] abandonnée». Qu’on se rappelle, cependant, que Stendhal, quand il cite un titre, ni ne souligne d’ordinaire, ni n’utilise la majuscule ou les guillemets: on pourra, alors, aussitôt se convaincre que dans cette note il ne se réfère pas à autre chose qu’à la célèbre Femme abandonnée de Balzac. M. V. del Litto a bien voulu, après nouveau contrôle, nous confirmer que dans le manuscrit la lecture femme n’est point douteuse.

  Le rappel des dates fournissait, d’ailleurs, une présomption à elle seule presque suffisante. La Femme abandonnée avait été donnée d’abord en septembre 1832 dans la Revue de Paris. Mais c’est par la publication en librairie que Stendhal dut en prendre connaissance, puisque c’est à la série: «Vie de province » qu’il se réfère ici. La nouvelle qui devait, en 1842, trouver place au second tome des Scènes de la Vie privée de la Comédie Humaine, avait, en effet, paru à Paris en 1833 — mais portant le millésime de 1834 — dans le deuxième tome des Scènes de la vie de Province lequel constituait le sixième volume des Etudes de Moeurs, dans l’édition fournie chez Mme Charles-Béchet.

  On dira que, de prime abord, même réduit à sa première partie, Lucien Leuwen semble n’offrir que peu de parenté avec ce récit. Le héros de Stendhal est d’extraction bourgeoise — fils d’un Rotschild ou d’un Pillet-Will, alors que l’amoureux de la Femme abandonnée, Gaston de Nueil, est «bon gentilhomme», et non seulement peu enclin à décider en libéral des mérites, mais même en général incurieux de la chose publique. C’est d’autre part en maître de son loisir et pour parachever une convalescence qu’il vient tâter de «l’existence pâle de la province», alors que si Lucien va s’enterrer pour de longs mois à Nancy-Montvallier, c’est par obligation de carrière, pour rejoindre, sous-lieutenant, le 27e régiment de lanciers. De caractère même et d’aptitudes, ils semblent au même degré disparates: Gaston possède tout l’entregent, l’esprit d’à-propos et le génie d’improvisation, dans la conduite, dont Lucien est précisément démuni. C’est à des initiatives hardies, à celle, par exemple, de retourner auprès de l’héroïne après qu’elle l’a congédié, à celle, aussi, de la suivre à Genève contre son aveu, que le baron de Nueil doit un succès dont Lucien, peu porté à délibérer des actes aussi énergiques, restera, du moins pour toute la part rédigée, frustré. Il est clair, d’autre part, que Mme de Chasteller, irréprochable veuve nantie d’un vieux père, qui reçoit tout ce que Nancy compte de plus noble et dont les jeunes gens se disputent l’espoir de gagner la main, ne fait guère figure de «femme abandonnée» : se présente à nous en tout autre posture, au point de vue social, que la vicomtesse de Beauséant, chez Balzac, qui s’est réfugiée aux champs pour avoir été quittée par son amant après avoir commis l’éclat de rompre avec son complaisant d’époux. On ajoutera que l’intrigue s’emmanche dans les deux romans de façon assez différente. Gaston pénètre sans coup férir dans les milieux aristocratiques de la Normandie et s’y endort d’ennui jusqu’au moment où il s’avise d’être reçu chez l’inconnue qui s’est fait un rempart de son délaissement. Lucien, en revanche, aperçoit dès son arrivée celle qu’il aimera, l’oublie, s’ennuie, s’introduit — et cela seulement au chapitre X — dans les cercles légitimistes où il cherche à pénétrer non pour les intérêts de l’amour, mais par piqué et pour meubler le «vide affreux» de sa vie, y revoit enfin et presque par hasard — après une seconde chute de cheval qui fournit à l’intrigue un deuxième départ — la jeune veuve à laquelle il a beau jeu, alors, de faire entendre qu’il ne s’est fait admettre, grâce au docteur Du Poirier, dans le monde que pour la retrouver. Si, ainsi, les données qui, dans les deux histoires, tendent à amorcer le roman d’amour, n’offrent de symétrie qu’imparfaite, que dire, à plus forte raison, de la divergence qui s’élargit à mesure que progresse l’action? A partir, même, du moment où Mme de Beauséant fuit à Genève et cède à Gaston, la nouvelle de Balzac prise dans un mouvement de liquidation toujours accéléré n’offre plus aucun trait commun avec le récit de Stendhal.

  Il est de fait, pourtant, que, lorsque l’on reprend pour attentive comparaison, dans chacune des deux fictions, la première partie, on se trouve en disposition de justifier sans difficulté l’impression de parenté qu’avait persuadée la première et innocente lecture. Les deux héros sont l’un et l'autre des Parisiens qui, débarquant dans la plus léthargique société de province, s’y enfoncent et voient leur vie s’y «atrophier» au point que, sans le douloureux réveil que procure l’amour, ils s’y fussent irrémédiablement gâtés et rouillés. Ils indiquent tous deux le même âge, au plus juste: vingt-trois ans. Comme ils représentent l’un et l’autre de beaux partis, les mères en charge de filles à marier ne se privent pas de leur faire à tous deux les yeux doux. Leur atout-maître dans la conquête d’une aimée — qui, dans les deux cas, les précède par l’âge et par l’expérience — c’est leur expression franche, leur spontanéité, leur vierge naturel, bref, leur «adresse sans adresse, fille du hasard et de la passion», qui atteint son objet là où précisément la ruse et la tactique eussent fait banqueroute. Passe-t-on de ces deux soupirants à leur vis-à-vis féminin, on constate que les deux figures se correspondent, ici encore, trait pour trait. Au physique, également blondes, les deux héroïnes offrent dans le regard la même expression tour à tour de mélancolie et d’impertinente ironie. C’est là l’enseigne de leur caractère qui les fait, dans chaque récit, réputer chacune «triste et singulière», «bizarre, sauvage» et pleine de hauteur. C’est que, somme toute, leur situation dans le monde n’offre pas tant d’écart qu’il pouvait d’abord le sembler. Sans doute Mme de Chasteller ne s’est-elle pas tue mettre au ban de la société. Mais si elle n’a pas affiché, ni même réellement eu d’amant — comme Mme de Beauséant a fait avec M. d’Ajuda-Pinto — la voix publique ne lui en a pas moins prêté une liaison, ou du moins une aventure, avec un lieutenant-colonel de hussards : M. Thomas de Busant de Sicile. La «calomnie» qui, de ce fait, l’atteint, comme la médisance la «femme abandonnée», offre, même, un tel degré de consistance que Lucien s’y prend, et non seulement la soupçonne dans son honneur, mais se laisse sans difficulté mystifier par la mise en scène, montée par Du Poirier, de l’accouchement clandestin. Elle a, du reste, non moins que Mme de Beauséant, mené naguère grand train à Paris, où elle possédait, au coeur du faubourg noble, un brillant hôtel: de la sorte Nancy, dont les gens ne lui pardonnent pas de ne pas partager leurs mesquines réjouissances, voire la désavouent pour l’air léger qu’elle a rapporté de la Capitale, lui est séjour d’exil et de mélancolie, où elle n’attend plus que, dans l’ennui, la mort. Ainsi en butte à la méfiance, elle se tient dédaigneusement à l’écart, comme la «femme abandonnée»; on ne la voit «jamais dans le monde», et «elle met beaucoup de lenteur à rendre les visites». Ce qui attache Lucien à elle, comme Gaston à Mme de Beauséant, c’est précisément la distance qu’il aperçoit entre elle et tout ce qui l’entoure; c’est aussi le fait que, toute à la religion de sa «dignité vraie», elle a fait profession de décourager tout hommage de passion qui la viserait, «mettant entre elle et l’amour les plus hautes barrières». Ce sont là, dans la dernière phrase, des formules prises de Balzac — ne s’y est-on pas trompé? — et, en fait, il serait facile de transporter sur l’héroïne de Stendhal toutes les affirmations qui, dans La Femme abandonnée, concernent les scrupules et le raidissement défensif de Mme de Beauséant, qui elle aussi se voit réduite à ne «prendre sa force» que «sur elle-même». «Si je ne restais pas fidèle à ma position, je mériterais tout le blâme qui m’accable et perdrais ma propre estime», ce n’est point Mme de Chasteller qui en assure le sous-lieutenant, mais Mme de Beauséant qui le notifie au baron de Nueil. Telles sont donc les similitudes qui s’établissent d’une oeuvre à l’autre pour la personne des protagonistes, qu’on ne s’étonne pas de voir, de part et d’autre, le début du roman d’amour jalonné par des réactions, voire des épisodes analogues. Comme Lucien, Gaston rode, sentimental, alentour le logis de la femme aimée, avec de longues haltes de «contemplation devant les persiennes fermées», doit surmonter bien des obstacles pour s’introduire dans l’intimité de l’idole, et y redoute à chaque instant «les terribles dédains du silence», ou de se voir signifier son congé, mendie enfin comme suprême grâce qu’on lui accorde la faveur de rares visites. Ici, l’on va se récrier que Stendhal n’avait pas besoin pour évoquer le martyrologe de l’amoureux craintif et toujours en passe d’être éconduit, de puiser son information dans un livre, le contrepoint des malentendus qui compliquent le douloureux commerce de Lucien et de Bathilde reproduisant, de l’aveu privé de l’intéressé, le roman tout en porte-à-faux que Dominique avait vécu, comme soupirant de Métilde, entre 1818 et 1820 à Milan. Rien n’est plus certain, en effet, et si la position sociale et l’attitude de Mme de Chasteller offrent tant de similitude avec celle de la «femme abandonnée», c'est sans doute, et tout simplement parce que Mathilde Viscontini, qui vivait séparée de Jean Dembowski et qui passait pour avoir été la maîtresse d’Ugo Foscolo, se trouvait, lorsque Beyle la poursuivit, à peu près dans la situation de Mme de Beauséant, du moins pour le début de la nouvelle en cause. Il est à tout le moins remarquable que rien dans l’affabulation balzacienne ne vint, pour Stendhal lisant la première partie de cette «scène de la vie de province», contrarier l’application qu’il ne pouvait pas ne pas en faire au cas de son ancienne, morte et toujours vivante, dilecta lombarde.

  Mais à quoi bon risquer le parallèle hors des voies où Stendhal l’a lui-même engagé? Quand, dans la marginale dont nous faisons état, il se réfère à la narration de Balzac, c’est exclusivement la «société de province», telle qu’elle est, de part et d’autre, silhouettée, qu’il a en vue. Le seul rapport que, spontanément, il nous ait, à part soi, suggère d’établir, celui, donc, que notre motivation se doit, désormais, de privilégier, c’est celui qui, concernant la «description de la société noble», tend à instituer en concurrence la première partie de Lucien Leuwen et le «commencement de la Femme abandonnée». Sans doute, ici encore, le protocole de précaution oblige-t-il à souligner certains articles de désaccord. Il y a loin de la Basse-Normandie, des «grasses campagnes du Bessin» et du Bayeux choisis par Balzac au Nancv-Montvallier, tout grenoblois et, en tout cas, plus urbain, de Lucien Leuwen. D’autre part, le tableau prend un sens un peu différent du fait que dix ou douze ans séparent les faits qui sont prétextés dans les deux fictions: Balzac, qui situe les premières pages de son récit vers 1822, garde les yeux rivés, rétrospectivement, sur les milieux mondains de la Restauration: Stendhal qui, en revanche, date son conte de 1832-1834, s’en prend à des figures, d’autant anachroniques que, entre-temps, le pouvoir est passe au juste-milieu: il ne s’agit plus seulement chez lui de nobles qui végètent, mais de fantômes qui, encore mal remis des Journées de Juillet, tremblent devant les émeutes ouvrières; «ils haïssent, ils ont peur, leur malheur vient de là», constatent invariablement Leuwen et son biographe. La couleur, dans les deux tableaux, est donc autre, on le voit bien. Du reste, Stendhal qui avait déjà et sans aide évoqué les extrêmistes de droite dans le Courrier Anglais, Armance et le Rouge, qui, ici-même, tirait partie de «clefs» – dont, en outre, l’information, entretenue par la pointilleuse lecture des journaux, venait tout juste d’être rafraîchie ou renouvelée par les confidenc.es de Du Poirier lui-même, — nous voulons dire de Rubichon —, Stendhal, donc, n’avait pas besoin de Balzac pour se faire une image exacte des moeurs et de l’état des esprits dans l’aristocratie do province. On ajoutera que dans les deux récits la «description» s’organise d’une toute différente façon. Balzac, déjà fidèle à sa technique de la mise en place préalable du cadre, commence par dresser, avec une sécheresse autant qu’on voudra ironique, mais dans un esprit à la fois systématique et documentaire, un tableau récapitulatif de quatre pages qu’il pose en une fois et une fois pour toutes, puis, ayant de la sorte installé le décor, il fait avancer le héros: «Quand Gaston de Nueil apparut dans ce petit monde ...». Les différentes données de son étude sociale, Stendhal les répartit, au contraire, sur toute l’étendue de sa première partie; il ne les distribue qu’au fur et à mesure des besoins, et toujours en action: véhiculées par la discussion, ou, du moins, portées par le dialogue. Il est clair enfin — pour conclure le décompte des différences — que la peinture de Stendhal, même ainsi morcelée, dépasse en ampleur celle de Balzac. Cela tient, assurément, au fait que ce dernier ne disposé que de peu de champ dans le cadre d’une nouvelle, mais aussi à ce que dans Lucien Leuwen la politique, au lieu d’être confinée dans le préambule, ne cesse pas de recroiser le roman d’amour. Cela provient encore de ce que la curiosité de Stendhal déborde les milieux ultras où Balzac enferme Gaston. Sans doute, concernant ces élites caricaturales, Stendhal néglige-t-il, sinon les deux derniers, au moins le second des trois échelons que Balzac a distingués dans son classement des espèces aristocratiques, mais l’horizon de Stendhal n’en paraît pas moins, au total, considérablement plus large, ce qui, du reste, était obligé, l’opinion, et même le pouvoir réel s’étant, depuis 1822, déplacés et éparpillés. C’est donc en extension, et non pas seulement au niveau du détail et des attendus, que la peinture de Stendhal s’offre à nous comme plus complète: à la carte, dressée par régions, mais en mouvement, de la «société noble», Stendhal a surimprimé l’étonnant portrait du docteur Du Poirier; il a voulu rendre compte de l’inconfortable situation des fonctionnaires et de l’armée, qui restent coincés entre les deux oppositions: légitimiste et républicaine; à la dernière il a fait la part belle, et il a même représenté le soulèvement des ouvriers mutuellistes et confédérés; il a, enfin, étudié l’esprit et usages du clan militaire. Il n'y a guère que la bourgeoisie qu’il pouvait légitimement se faire grief d’avoir tenue hors d’inventaire; mais, outre qu’il ne l’avait pas absolument négligée, ne lui avait-il pas accordé une première place par là qu’il avait choisi pour protagoniste un bourgeois?

  Que la «description» amenée par l’histoire de Lucien Leuwen doive être réputée plus riche et plus largement représentative que celle proposée par Balzac, cela ne suffit point, pourtant, à affaiblir la surprenante concordante, pour les milieux dépeints en concurrence, que le roman de Stendhal, offre avec le relevé qui préface La Femme abandonnée. L'écart des lieux est annulé d’office par la remarque préliminaire de Balzac que «à quelques usages près, toutes les petites villes se ressemblent», et tout autant l’écart chronologique par là que l’«Henriquinquisme» de province dont Stendhal a collectionné les travers, se définit par son effort, comme le dit Balzac des «vieilles filles de qualité», pour résoudre «le problème de l’immobilisation de la créature humaine»: rien d’étonnant que le décor humain devant lequel évoluent tant Gaston que Lucien Leuwen reproduise la même maquette puisqu’il s’agit du «personnel immuable que les observateurs retrouvent dans les nombreuses capitales de ces anciens Etats qui formaient la France d’autrefois». Ce principe posé, l’on pourrait s’amuser à établir d’un récit romanesque à l’autre la table détaillée des correspondances. Comme, néanmoins, l’entreprise n’offre pas plus de risque que d’instruction, il ne vaut pas la peine de la pousser ici trait pour trait; qu’il nous suffise, pour étayer la proposition du parallèle parfait, de signaler quelques-unes des plus caractéristique rencontres.

  Qu’elle soit normande ou grenobloise-lorraine, comme cette «société noble» fournit à l’état pur des types reproduits à plusieurs exemplaires et se classe elle-même par rangs, il était tentant pour un nouveau-venu d’en dresser l’herbier pittoresque, et le catalogue. Le héros de Balzac se livre à cet exercice : « Gaston de Nueil commença par s’amuser de ces personnages; il en dessina, pour ainsi dire, les figures sur son album ...». De même, chez Stendhal, le jeune officier: «Afin de n’oublier aucune de ses nouvelles connaissances et surtout pour ne pas les confondre entre elles [...], Lucien prit le parti de faire une liste de ses amis de fraîche date. Il la divisa d'après les rangs, comme celles que les journaux anglais donnent au public, pour les bals d’Almack». Le train de vie désuet et l’antique appareil que Balzac attribue aux premières maisons de Bayeux et des environs, ce sont presque sans variante ceux que Lucien observe chez les Commercy, les Serpierre et les Puylaurens: il n’est pas jusqu’à l’immanquable a cordon rouge» arbore par un ancien lieutenant du Roi qui ne se retrouve en bonne place chez les deux romanciers. Dans la famille régnante du lieu, la femme, pose Balzac «a le ton tranchant, parle haut, a eu des adorateurs, mais fait régulièrement ses pâques»; n’est-ce pas le cas, chez Stendhal, de Mme de Puylaurens qui, restée fort légère d’humeur, mais n’admettant pas de représentations, se fait un devoir d’aller «à l’église deux ou trois fois le jour»?. Balzac compte dans la compagnie la politique figure de «Monseigneur l’évêque, ancien vicaire-général» et roturier, voire, à de moindres réunions, au moins celle de «l’un des vicaires-généraux du diocèse». Dans Lucien Leuwen cet emploi revient à M. Bey, grand-vicaire de Mgr. l’évêque de Nancy, que l’on méprise un peu de ce qu’il n’est pas «né», mais dont on n’exécute pas moins toutes les consignes. Des familles qui dans le secteur revendiquent une prépondérance «royale», Balzac note non sans humour que la noblesse dont elles se targuent est incontestable, mais «inconnue à cinquante lieues plus loin», et Lucien, à Du Poirier, qui lui remontre que, fils de bourgeois, il ne peut, à Nancy, prétendre à s’allier trop haut: «Mais, mon cher docteur — rétorque le jeune officier — votre noblesse de province est inconnue à trente lieues du pays qu’elle habite». Redescend-on de ce premier rang vers les «astres secondaires», on trouve chez Balzac au-dessous de l’aristocratie moderne et riche la collection des «gentilshommes qui jouissent de dix à douze mille livres de rente», ont servi dans l’armée, et généralement dans la cavalerie, vont «à cheval par les chemins» et vouent au whist et au calcul des dots tout le temps que leur laisse l’exploitation de leurs terres: car, quoique, à leurs heures, ils discourent avec avantage «de la charte et des libéraux», ils sont, en fait, «plus occupés d’une coupe de bois ou de leur cidre que de la monarchie». Comment ici ne pas évoquer, dans Lucien Leuwen, la série dont le comte Ludwig Roller offre l’échantillon le plus pittoresque: ancien lieutenant de cuirassiers, démissionaire (sic) après 1830, sans fortune (avec ses deux frères, «ils ont un cheval entre eux trois»), il se voit destine à chasser l’héritière, exercice qui sollicite au même point, bien qu’il soit plus riche, son inséparable acolyte, le marquis de Sanréal, solide gentleman-farmer pour qui le problème de la récolte et de la vente des avoines prime tout autre, même politique.

  On voit donc bien que, à chaque générale affirmation de Balzac correspond au moins, comme s’il s’agissait d’une illustration, une particulière figure dans le roman de Stendhal, et l’accord n’est pas moins frappant dans les deux ouvrages pour tout ce qui concerne les normes et les formes de la vie pratique. Dans ces salons où chacun récite à son vis-à-vis l’article qu’il a épelé le jour même dans la Quotidienne, il est clair pour Balzac non moins que pour l’auteur de Lucien Leuwen, que ce qui ruine et «pétrifie» l’entendement aussi bien que le coeur, c’est la carence d’imprévu, «le mouvement uniforme de cette vie circulaire», le «vide» qui «gagne» et «annule» même l’esprit le plus ardent. Ainsi dans la condamnation que le réactionnaire Balzac a portée contre les fossiles du royalisme provincial il n’est pas une seule formule que le libéral biographe de Lucien Leuwen ne doit avoir contresignée, voire spontanément appareillée à son propre langage. «La somme d’intelligence amassée dans toutes ces têtes se compose d’une certaine quantité d’idées anciennes — lit-on dans La Femme abandonnée — auxquelles se mêlent quelques pensées nouvelles qui se brassent en commun tous les soirs. Semblables à l’eau d’une petite anse, les phrases qui représentent ces idées ont leur flux et reflux quotidien, leur remous perpétuel, exactement pareil: qui en entend aujourd’hui le vide retentissement l’entendra demain, dans un an, toujours ...». C’est bien là «l’éternelle répétition» qui serre le coeur de Lucien quand il lui faut hanter des êtres susceptibles de reprendre «soixante ou quatre-vingts fois» la même plaisanterie ou d’assourdir leur auditeur «trois quarts d’heure avec la même phrase». Ainsi, que La Femme abandonnée ait fourni à Stendhal une source ou seulement une confirmation — ce qu’il ne nous est guère possible de trancher — il valait, semble-t-il, la peine de signaler que l’auteur de Lucien Leuwen avait trouvé l’une de ses plus décisives rencontres avec Balzac dans la proposition, si hardiment formulée dans la note d’où a dérivé la totalité de notre rapprochement, que: «La société de province est une cérémonie».

 

 

  Carlo Bo, Balzac vivo, «Omnibus. Settimanale di attualità politica e letteraria», Milano, Anno V, Nuova serie, 2 Aprile 1950, p. 17.

 

 

  Carlo Bo, Ai margini di un centenario. Il «cattivo» Balzac inviso al monsignore, «Milano-sera», Milano, Anno VI, 19-20 aprile 1950, p. 3; 1 ill.

 

  Il ’49 ed il ’50, come si sa, sono due anni dedicati alla memoria di Balzac: l’anno passato i suoi fedeli hanno festeggiato il centocinquantesimo della nascita, quest’anno ci si prepara a commemorare il primo centenario della morte. In Francia si sono già avuti grossi festeggiamenti, soprattutto si stanno preparando diverse edizioni delle opere complete: una, per esempio, è già cominciata ad apparire sotto le cure di Béguin, un’altra con interessi puramente critici la prepara Maurice Bardèche, a cui si deve uno dei migliori-libri d’interpretazione. La Svizzera, l’Inghilterra, l’Italia nell’ambito delle loro abitudini si sono in qualche modo prenotate per partecipare a questi festeggiamenti con conferenze, con pubblicazioni, ecc., con qualche cosa insomma che testimoni un debito riconosciuto da tutti verso uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi. In questa compagnia era giusto che cl fosse anche il Canada che ha con la Francia una rete fittissima di rapporti spirituali e intellettuali. Era giusto e così infatti sembrò al presidente degli scrittori canadesi che aveva pensato di partecipare alla commemorazione con due conferenze e con una esposizione delle opere balzacchiane. Senonchè quel presidente si era dimenticato di fare i conti col Comitato diocesano dell’Azione Cattolica di Montréal che si è opposto apertamente a qualsiasi torma di memoria e di omaggio per uno scrittore considerato «cattivo». Ecco la lettera del direttore diocesano: monsignor Albert Valois: «Signor presidente, il Comitato diocesano di Azione cattolica è a conoscenza che la Società degli scrittori canadesi, d’accordo con l’ufficio culturale dell’Ambasciata francese, si propone di celebrare il centesimo anniversario della morte di Balzac con un’esposizione delle sue opere. Lei non ignora che le opere di questo scrittore sono all’indice e noi consideriamo come una sfida all’opinione pubblica di Montréal la manifestazione che state organizzando. Ci sono tanti scrittori onesti di cui non è stato commemorato il centenario. Non comprendiamo perché teniate tanto ad onorare Balzac. La prego di credere che, se persistete nel progetto, saremo costretti a protestare pubblicamente nei giornali contro tale iniziativa ...».

  Il presidente. degli scrittori canadesi, che fra l’altro è un buon cattolico, rimase sorpreso della lettera e della protesta e si permise di rispondere, facendo osservare che, se si era deciso di commemorare Balzac, ciò era stato fatto perché Balzac è il padre del romanzo moderno e precisò: «Certo le opere dello scrittore sono all’Indice. Il presidente, i suoi colleghi del consiglio e i membri della società degli scrittori non lo ignorano. E’ sotto la definizione generale omnes fabulae amatoriae che l’opera del celebre scrittore, riconosciuto ai suoi tempi come un difensore dell’ordine stabilito, è stata una volta condannata. L’opinione corrente, oggi, anche fra i teologi e i moralisti cattolici, è che certe ragioni che hanno ispirato un secolo fa certe condanne non esistono più ... Le opere di Balzac sono all’Indice ... Ciò non ha impedito che tre anni fa due suoi romanzi, Le curé de village e Le médecin de campagne siano uscite a Montréal nella collezione Humanitas sotto gli auspici della Facoltà di lettere dell’Università di Montréal e con un’introduzione del canonico Sideleau ...».

  Le ragioni del presidente erano ottime ma non sono state sufficienti a piegare l’ostinazione del Comitato diocesano che per il momento è riuscito a vincere la partita.

  In particolare poi il Comitato diocesano nella sua lettera del 28 febbraio diceva: «Certamente non tutto è cattivo in Balzac, ma la separazione fra il bene e il male non c’è ed è questo che lo rende pericoloso. Capita troppo spesso che Balzac si contraddica ed è per questo che non bisogna fidarsi troppo delle sue dichiarazioni di ortodossia e di cattolicesimo. E’, dunque, condannabile non tanto per la sua immoralità quanto per la tendenza generale dell’opera». Come si 'vede, i termini della questione sono qui spostati, dato che il presidente degli scrittori canadesi si era limitato a parlare di manifestazioni «puramente letterarie» ed è proprio sul rifiuto del Comitato diocesano che Jean Bruchesi si è soffermato, giustamente: «L’atteggiamento preso dal Comitato diocesano d’Azione cattolica apparirà non solo agli occhi dei membri della nostra società ma anche agli occhi di quelli che hanno la più piccola luce di cultura intellettuale estremamente carico di conseguenze in un tempo in cui la libertà legittima è incrinata o soppressa in tanti paesi. D’altra parte — ciò che è più grave — quanti lo giudicheranno una prova di debolezza?».

  La cosa, come si vede, è nello stesso tempo ingenua e grottesca: a prima vista può sembrare strano che ai nostri giorni l’esposizione dei libri di Balzac possa impressionare un pubblico, per quanto si voglia onesto e legato a un’obbedienza assoluta: purtroppo, il nostro mondo offre ben altri spettacoli, gli uomini sono abituati a linguaggi assai più crudi e impietosi che nessun libro di Balzac è in grado di suggerire. Come dobbiamo giudicare un atteggiamento simile? Come una prova di ipocrisia; come un eccesso di conformismo o di pruderie o piuttosto come una testimonianza di grande ingenuità? Nonostante tutto e per non accettare una suggestione polemica, direi che forse la vera interpretazione è quella legata all’ingenuità. Pensiamo che quelle autorità ecclesiastiche del Canadà siano troppo staccate e separate dalla realtà, che l’avere creato uno scandalo a proposito dell’esposizione Balzac ci riporti in un clima e in un tempo troppo diversi, troppo lontani dalla nostra possibilità di giudizio. La cosa non è passata inosservata In Francia e lo stesso Mauriac che, come i nostri lettori sanno, è uno dei più fervidi difensori della fede cattolica ha confessato: «Preferisco non intervenire in una discussione in cui sarei, nello stesso tempo giudice a parte. D’altronde sin dall’adolescenza ho frequentato troppo Port-Royal; sono stato compromesso nella lotta di Racine con i suoi antichi maestri per non entrare nelle ragioni del comitato diocesano di Montréal. Ma non posso non pensare che in questo momento, la gioventù cattolica, che dovrà sostenere lo scontro più pericoloso della storia, deve essere in grado di conoscere e di affrontare la vita così com’è. Se non possono neppure sopportarne il riflesso nelle grandi opero del genio umano, come si comporteranno nelle zone più buie di questo mondo delittuoso? Chi ha mai letto Balzac con delle segrete intenzioni erotiche? E bisogna estendere ai laici quei regolamenti che valgono per i sacerdoti? Per me quelli che Baudelaire chiama i Fari, sono i testimoni di Dio in questo mondo. Balzac, meglio e più di Delly, è il servitore dello Spirito».

  Dove bisogna cogliere nelle amare parole del romanziere francese una grande verità: cioè, nelle opere assolute della letteratura non servono le misure e i metri che usiamo per i rapporti quotidiani, nell’ambito della nostra vita. Se un’opera è toccata dal segno dell’arte, se è stata riscattata da un senso profondo di verità supera naturalmente le nostre intenzioni e le nostre preoccupazioni. Lasciamo puro da parte il caso Balzac (ricordiamo però che solo ventun opere dello scrittore rientrano nella condanna), osserviamo solo il lato universale della questione per ripeterci che ogni volta che un libro ha raggiunto il piano della verità, ogni volta che risponda a un profondo giuoco di umanità, questo libro appartiene alla nostra storia esemplare e quindi la parte del bene supera quella del male, la parte del bene resta la somma inevitabile d’ogni approssimazione. Ora chi ha letto Balzac non può non ammettere il debito enorme che abbiamo verso di lui. Peccato che quei censori ingenui non se ne siano ricordati a tempo, prima di sollevare cioè una questione inutile: grottesca se pensiamo al colore dei nostri giorni.

 

 

  Carlo Bo, Non piace Balzac ai censori canadesi, «Il Nuovo Corriere», Firenze, Anno VI, 10 Agosto 1950, p. 3.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 558.

 

  Cfr. scheda precedente.

 

 

  Gustavo Boccia, Centenario di Balzac, «Rivista critica di problemi etico-sociali e letterari», Napoli, Anno I, N. 3, 1950, pp. 182-191.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 552.

 

 

  Mario Bonfantini, Balzac 1950, in Ottocento francese, Torino, De Silva Editore, 1950 («Maestri e compagni (Biblioteca di studi critici e morali)», 16), pp. 63-90.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 551.

 

  Saggisti e giornalisti di Francia non si sono risparmiati, com’era naturale, in occasione della annata, anzi della duplice annata balzacchiana: basti ricordare (utili anche per una prima indicazione delle differenze fra la cultura tradizionalista intesa a una certa obiettività e la critica nuova, «impegnata») i due numeri speciali delle «Nouvelles Littéraires» e della «Gazette des Lettres», nel 1949; nonché l’apposito «Courrier balzacien», con gli studi vecchi e nuovi del Bouteron, e i contributi delle svariate riviste da «La Table ronde» alla «Revue de Paris». Ma le opere più meditate non hanno aspettato il ’49-’50 anche se si sono andate infittendo in questi ultimi anni, evidente segno di un interesse profondo e crescente: libri e libretti di Alain, di Albert Béguin, del Bardèche, di Claude Mauriac, la diligente onestamente prosaica Vita del Billy, e la ristampa delle divertenti vecchie memorie del Gozlan ... 1

  Fra questi proprio l’Aimer Balzac di Mauriac il giovane ci ha fissato maggiormente l’attenzione: non propriamente più serio degli altri (il Béguin e il Bardèche, per non parlare del sempre brillante Alain, si raccomandano per ben altre doti), quanto rivelatore, nella sua calorosa irruenza, di uno stato d’animo abbastanza diffuso. Claude Mauriac, letterato cattolico, già autore di una Introduction à une mystique de l’Enfer (cioè uno studio sull’opera di Jouhandeau), e di un Cocteau ou la vérité du mensonge, messosi in luce nel giornalismo della Resistenza e patrocinato dal più famoso omonimo François, adorna il suo libretto d’una prefazione dovuta appunto a lui, e lo dedica «À Monsieur Marcel Bouteron», il gran maestro dei balzacchiani d’oggi, il quale (l’autore si guarda bene dal nasconderlo) gli ha diligentemente esaminato e debitamente «approvato» il manoscritto. Ma ben altro e maggiore patrono ha in verità questo saggio; ha alle spalle una serie di antenati, il più cospicuo dei quali è, con tutta evidenza, l’Honoré de Balzac di Ferdinand Brunetière 2. Non importa cercare qui fino a che punto si tratti o meno di puntuali derivazioni. Ma le coincidenze tra il vecchio accademico positivista convertito al cattolicesimo (la prima delle grandi conversioni letterarie dell’età nostra, secondo il Thibaudet) e il giovane cattolico letterato d’avanguardia e gollista, il solenne e sistematico promotore della evoluzione dei generi letterari» e il recentissimo rappresentante di una generazione largamente votata alla distruzione dei «generi», sono davvero impressionanti.

  La stessa confusione continua (cui d’altronde, bisogna riconoscerlo, Balzac potentemente invita) fra l’Arte e la Vita, fra il valore poetico e l’importanza del «documento»; e quel continuo gioco per cui si pretende fard restare abbagliati dall’opera gigantesca di Balzac «creatore» in base al gran numero di verità che essa contiene, salvo a giustificarla con la Poesia quando qualcuna di tali verità si rivela troppo luminosamente infirmabile. E così la ripetutissima constatazione (con un tono di fresca scoperta, assai meno scusabile è vero, in Claude Mauriac) del carattere «napoleonico» di Balzac scrittore, poeta della libera volontà di conquista, dell’ambizione, dell’energia, e perciò stesso instauratore del «romanzo sociale»: con una disinvolta trascuratezza, non diciamo degli inglesi del ‘700, ma di Stendhal, verso il quale pure Balzac si riconobbe creditore (Brunetière veramente lo nominava, per rifiutarlo, accusandone la «fatuité»). E il battere e ribattere sul principio (diventato anch’esso un luogo comune) che l’opera di Balzac va giudicata «nell’insieme»: perché anche il più apparentemente debole personaggio, indicato appena con poche linee, acquista subito la terza dimensione, complessità e ricchezza, quando si tenga presente che egli, nel tale o nel tal altro racconto, ha compiuto o compirà le tali azioni.

  La stessa compiaciuta constatazione dell’ideologia religiosa-conservatrice di Balzac, il quale com’è noto pretendeva di scrivere «à la lueur de deux vérités éternelles: la Religion, la Monarchie»3. Con la affermazione che l’arte sua ne resta tuttavia indipendente ... Che vien subito contraddetta dal Brunetière a poche pagine di distanza4 e dal Mauriac un po’ dappertutto, restando però strettamente legata al riconoscimento dell’oscillazione continua di Balzac fra un pessimismo radicale e indubitato, per cui il mondo degli uomini sempre è stato e sarà una specie di giungla, e certi impeti di rivolta: fra un austero vagheggiamento virtuistico della politica quale dovrebbe essere, anzi non essere (cioè in pratica il paternalismo conservatore De Maistre-De Bonald, rivelato soprattutto nel Médecin de campagne) e quella chiara compiacenza per i birbanti, per «ces beaux rapaces, à l’âge où les griffes poussent ... dont Balzac adore l’implacabilité et la grâce», già maliziosamente notata dal Sainte-Beuve 5.

  E, finalmente, quello stesso traboccare di ammirazione per cui da Balzac sarebbe derivato tutto: il romanzo francese, inglese, russo, sia sulla linea Tolstoi che su quella Dostojewski, con una nuova critica, una nuova filosofia; e specialmente, un nuovo modo di vedere la Storia 6.

  Proprio riguardo alla storia converrà cercare di veder chiaro, tra le ambagi care al Mauriac giovane (e non a lui solo dei francesi contemporanei) e le incertezze della vecchia critica. Ha valore storico la Comédie humaine, in quanto materiale per la storia di un’epoca, cioè raccolta di documenti, o storia già bell’e fatta, interpretazione di un’epoca? e dobbiamo considerarla storia in minore, «segreta» (la «petite histoire» alla Lenôtre), o storia in grande, che va alle ragioni profonde dei fatti anche e soprattutto in quanto segreta? Tutto insieme, rispondono in vari modi gli zelatori. E intendono dire che nella Comédie seguendo le imprese dei singoli eroi, grandi o piccoli, si verrebbe ad avere un’idea del modo con cui si preparano gli eventi e si è fatta la storia, nell’epoca da Balzac illustrata e, per analogia, del come si fece in passato e si farà in futuro. Ma in realtà i personaggi di Balzac e i vari gruppi sociali, ex-ufficiali napoleonici, nobili di vecchio stampo, commercianti, gli stessi speculatori e finanzieri, anche quando non si limitano a far pesare come forza d’inerzia certe tradizionali qualità mutuate secolarmente dal mestiere (esempio tipico i contadini) non appaiono quasi mai come veri protagonisti: non fanno propriamente la storia: la subiscono, vi si adattano o la sfruttano. Un Rastignac, un Du (sic) Marsay, lo stesso Vautrin, si inseriscono semplicemente nella grande corrente degli eventi, sfruttandoli per far fortuna o per far la fortuna o la disgrazia di altri individui; ma non si vede quale novità apporteranno nel corpo sociale quando abbiano raggiunto il potere, se non caso mai un piccolo incremento di quella corruzione di cui si sono valsi per salire. E gli stessi intrighi più sorprendenti de l’Histoire des Treize, Une ténébreuse affaire, L’envers de l’histoire contemporaine, quegli intrighi coi quali il Balzac si compiaceva di ricercare i lati più «inverosimili» della «realtà», appaiono a uno spettatore obiettivo semplicemente come concessi dal tale o tal’altro momento storico, sottili e impressionanti espedienti con cui la malizia umana si vale delle possibilità offerte dalla particolare struttura di una società, di un regime, per meglio sfogar le sue brame. Sicché la Comédie humaine non sarebbe da questo punto di vista altro che una «comédie de moeurs», col risultato di continuare la serie dei vari monsieur Jourdain, Harpagon, Tartuffe, o Turcaret (si pensi al Mercadet, l’unica opera di teatro vitale che scrisse Balzac). Cosa non indifferente dal punto di vista poetico, ma poco rilevante come storia sociale, sulla quale porta semplici testimonianze riflesse, gettando al massimo su qualche minuto ingranaggio uno sprazzo di luce, sempre limitato e parziale, anche se si moltiplicano i punti di vista.

  Ma ciò, come non basta a certi ammiratori, non contentava pienamente lo stesso Balzac. Il quale spesso suole indurci a credere che dalla riuscita o dal fallimento di tali singoli intrighi, dal capriccio di chi li conduce, dipendano la vita o la morte di tutta una classe dominante, un regime; e che l’essere a conoscenza di certi «misteri», il poter far scattare certe molle segrete, permetta senz’altro di volgere in una direzione piuttosto che nell’altra le grandi correnti della storia.

  Concezione troppo evidentemente puerile, anche se largamente diffusa. E che risalta in tutta la sua involontaria comicità, per esempio in una parlata di uno dei personaggi-chiave della Recherche di Proust: la parlata del barone di Charlus (il quale, notate bene, sapeva tutto Balzac a memoria) quando vuol sedurre il giovine Marcel mettendo in certo modo ai suoi piedi tutti i tesori della terra, fornendogli certe nozioni che potranno certo esser per lui «il punto di partenza di vantaggi inestimabili». Brano il quale non è altro che un meraviglioso pastiche, mirabilmente fedele nella lettera e ancor più nello spirito a questo lato dell’opera balzacchiana:

«... J’ai souvent pensé, Monsieur, qu’il y avait en moi, du fait non de mes faibles dons, mais de circonstances que vous apprendrez peut-être un jour, un trésor d’expérience, une sorte de dossier secret et inestimable, que je n’ai pas cru devoir utiliser personnellement, mais qui serait sans prix pour un jeune homme à qui je livrerais en quelques mois ce que j’ai mis plus de trente ans à acquérir et que je suis peut-être seul à posséder. Je ne parle pas des jouissances intellectuelles que vous auriez à apprendre certains secrets qu’un Michelet de nos jours aurait donné des années de sa vie pour connaître et grâce auxquels certains événements prendraient à ses yeux un aspect entièrement différent. Et je ne parle pas seulement des événements accomplis, mais de l’enchaînement de circonstances (c’était une des expressions favorites de M. de Charlus et souvent quand il la prononçait il conjoignait ses deux mains comme quand on veut prier, mais les doigts raides et comme pour faire comprendre par ce complexus ces circonstances qu’il ne spécifiait pas et leur enchaînement). Je vous donnerais une explication inconnue non seulement du passé, mais de l’avenir ...».

  Tale concezione tipicamente romanzesca, così argutamente messa in rilievo da questa geniale parodia, ci spinge a dar ragione al Bardèche quando parla di un modo di vedere «melo-drammatico», la cui forza di suggestione sta tutta nell’effetto. Salvo che egli l’attribuisce alla pratica giovanile del Balzac del romanzo nero e del romanzo storico in senso deteriore, prima di volgersi, a modo suo, alla verità. Mentre è da collegare secondo noi piuttosto a tutta la maniera di osservare e sfruttare le proprie osservazioni, di concepire e costruire ciascuna opera 7.

  Naturalmente anche il valore di documento, in quanto per Balzac la notazione particolare già vale come premessa all’interpretazione, verrebbe così a sfumare; e fu notato che assumono ai nostri occhi importanza documentaria molto maggiore gli scritti di contemporanei assai meno geniali di lui, appunto perché registratori più fedeli delle ideologie, delle opinioni e dell’atmosfera dei tempi loro, come George Sand.

  La verità però è meno semplice. Balzac, se pure interpretò troppo spesso i suoi «dati» alla luce di un tradizionalismo politico di origine tutta sentimentale (Madame de Berny) e sulla scorta di una trasposizione estremamente sommaria nel campo sociale delle idee del Geoffroy de Saint-Hilaire, colse (vorremmo dire fiutò) con l’impeto caratteristico alcune diagnosi che venivano allora suggerite da molte parti, e trasformandole in idee-forza per animarne con travolgente energia il suo mondo, conferì loro un’evidenza che può anche essere storicamente istruttiva. Prima di tutte, come è ben noto, l’idea dell’«argent», del famelico slancio con cui dopo le guerre napoleoniche, libero ormai dagli scrupoli e dai freni consuetudinari del vecchio regime, il secolo nuovo, guidato dalla borghesia, si lanciava alla conquista della ricchezza e del potere. E, a ciò legato, il formarsi di una psicologia «di massa» (quello che poi si dirà «socialismo», come nota il Brunetière), cui si oppone con tanta maggior violenza lo scatenarsi dell’individualismo più feroce dei nuovi «condottieri»: gli avventurieri del giornalismo, della politica salottiera o poliziesca e della finanza. Osserva ancora il Brunetière come Balzac non ci parli dell’industria, cioè della «questione sociale» nel senso nuovo, di cui pure egli aveva già sotto gli occhi manifestazioni imponenti; e assai poco dei grandi «avvocati», e dei «professori» che incominciavano a contar tanto nella vita pubblica 8. E ha ragione, ma non è questo che conta. Il fatto è che queste forze di fondo il Balzac romanziere le vede poi facilissimamente dominate, sviate o compresse o sviluppate a piacere, secondo l’arbitrio, anzi il capriccio di pochi uomini; i quali obbediscono ancor più che all’avidità alla voluttà del potere, ma (e qui è l’assurdo) quando sono arrivati a tale altezza, non sono più legati da quelle stesse forze che essi maneggiano e che li hanno portati in alto. Così i trenta usurai che in Gobseck ci son presentati come gli assoluti padroni di Parigi. Così, per contro, nel Médecin de campagne e altrove, quei benefattori, quelle castellane, cuori voltisi al bene perché feriti dal mondo, che con una semplice ingegnosa beneficenza annullano senz’altro tutti i contrasti sociali, isolando e trasformando intere provincie in un piccolo paradiso terrestre. Dove scorgiamo Balzac non più inventore di miti, ma vittima di alcune delle utopie più pericolose che ci abbia lasciato in eredità l’Ottocento.

  Se ne accorge — et pour cause, date le recenti esperienze — Claude Mauriac, quando opportunamente ricorda la polemica avuta dal Balzac col Sainte-Beuve riguardo alla revoca dell’Editto di Nantes e alla Saint-Barthélemy, e nota un «aspect fasciste» nel suo autore prediletto 9. C’era dunque in Balzac (se ci è consentito il paragone) lo stesso semplicismo per cui il Machiavelli arrivò a pensare e lasciar capire che ad es. un duca Valentino, con un po’ più di fortuna e un po’ più di assassinii, sarebbe potuto diventare arbitro perpetuo del Papato e padrone assoluto d’Italia, a dispetto degli interessi e delle forze ormai scatenate di tutta Europa, cioè di tutto il mondo civile di allora. Onde si capisce benissimo come l’autore della Comédie humaine ammirasse specialmente come un grande modello di «roman à idées» la Chartreuse, in grazia di tutta la politica da operetta della corte di Parma, che aveva per altro nelle intenzioni e nell’opera di Stendhal una funzione non precisamente dottrinaria 10.

  Ma soprattutto, da questo complesso di rozzi miti, si intendono le cause più o meno conscie di certe ammirazioni; c’è effettivamente una linea, per cui l’ideologia del Balzac frettoloso seguace dei De Maistre e dei De Bonald, già rivendicato ai suoi tempi (come ci ricorda François Mauriac) dai conservatori, dai Fitz-James, Castries, Abrantès, rinasce, se pur con ben altra quadratura e dottrina, nel Taine della seconda metà della sua vita: 11 donde, in una mistura sempre più arbitrariamente e variamente dosata di pessimistico materialismo, spiritualismo tradizionalista e cattolicesimo esteriore, si arriva a Barrès e a Maurras, e via via a Massis, e ai loro più recenti continuatori.

  Ma sarebbe puerile farne responsabile Balzac. A parte che si tratta molto spesso, più che di derivazioni, d’incontri, se non addirittura del calcolo volontario di chi ha voluto riconoscersi in lui per sfruttare a suo profitto la notevole potenza d’urto dell’opera sua, Balzac in casi come quello citato parlava oseremmo dire per ignoranza: per la tipica sua forma mentale di narratore la quale, dati certi principî, gli impediva di controllarne meditatamente la consistenza storica e le conseguenze. Era, in tali casi, un Balzac uomo vittima del romanziere, come saranno poi tanti suoi lettori; ma, presi nel complesso, infinitamente più ricchi, sia il romanziere che l’uomo, di autoironia, di fermenti diversi, di libertà spirituale, che non si potrebbe credere seguendo con arbitrario rigore le illazioni di certi temi o motivi che egli fantasticamente sviluppava o meccanicamente parafrasava, nelle pause meno felici della creazione.

  Già fu posta la domanda quanto possa importare tutto ciò alla nostra valutazione, o meglio quanto abbia influito sulla qualità e grandezza dell’opera. Nel caso particolare di Balzac crediamo di sì, in bene come in male. Ma alla questione dei rapporti tra veridicità storica e verità poetica è naturalmente legata l’altra, del «realismo» o addirittura del «naturalismo» balzacchiano.

  Qui la tradizione critica francese ci ha lasciato uno schema (consacrato debitamente dal Lanson) nel quale sono confluiti vari elementi, dalla pratica e teoria dei Goncourt alla polemica antiromantica del Flaubert e persino a quella degli Champfleury e dei Duranty, ma che si è consolidato in vari modi e in tappe successive principalmente ad opera del Taine (la cui Littérature anglaise con la sua famosa Prefazione veniva citata con reverenza ancora mezzo secolo dopo dal Brunetière), e dello Zola, e dello stesso Brunetière 12. Schema particolarmente fondato sulla letteratura narrativa, sul romanzo, anche se non trascurava del tutto le vicende della poesia, almeno di quella ufficialmente riconosciuta (Parnassianesimo e realismo o psicologismo più o meno parnassiani, che il Simbolismo e lo stesso Baudelaire furono a lungo stimati, si sa, res parvi momenti se non peggio), secondo il quale dal romanticismo dei primi decenni del secolo, attraverso al ripudio del «personalismo» più o meno controllato, e ad una maggior «cultura» (incredibile l’ignoranza dei poeti romantici, confidava Leconte de Lisle al giovane Brunetière!) e alla benefica influenza della filosofia positivista, si sarebbe arrivati al naturalismo, o a un realismo naturalistico: come ad una letteratura fondata sul «vero», «qui se propose pour principal objet l’imitation fidèle ou la représentation de la vie» 13. Ed è pur noto come in seguito e al contempo, specialmente in Italia, tale visione sia stata modificata e arricchita: Romanticismo - Realismo - Naturalismo: conferendo, sembra con ragione, maggiore importanza come canone d’interpretazione critica e valutazione storica, al termine medio, il realismo, di cui il naturalismo – precocemente chiuso nella pericolosa dottrina zoliana – non sarebbe che una derivazione, una sottospecie.

  Tuttavia quando si viene ai singoli scrittori, specie se ai grandi, tali sistemazioni, soprattutto la prima ma anche la seconda, risultano sempre più facilmente infirmabili: sia per quanto riguarda la posizione di Flaubert, sia per quella di Balzac, a proposito del quale sembra ben difficile adottare oggi il titoletto del paragrafo 3 (Sesta Parte, Libro II, cap. V) del manuale del Lanson: «Passage du romantisme au réalisme: Balzac» 14.

  Realismo naturalistico quello del Balzac, nel quale i residui romantici starebbero come zavorra? A parte gli appunti della superficiale ma sensata ironia di un Faguet, nonché di quella più mordente di Rémy de Gourmont, la parte migliore della nostra critica vi si oppone, basandosi fra l’altro proprio sulle testimonianze dei contemporanei di Balzac e dei suoi immediati successori.

  Un «visionario», Balzac, secondo Baudelaire: «visionnaire et visionnaire passionné»; che dotava i suoi personaggi «de l'ardeur vitale dont il était animé lui-même». Onde «toutes ses fictions sont aussi profondément colorées que les rêves», e tutte le anime dei suoi personaggi «sont des armes chargées de volonté jusqu’à la gueule». Anzi addirittura un invasato, secondo il noto schizzo del Gautier, «ce gros homme aux yeux de flamme, aux narines mobiles, aux joues martelées de tons violents, tout illuminé de génie, qui passait emporté par son rêve comme par un tourbillon» 15. E non sarebbe certo mai quello lo stato d’animo più adatto per una pacata e sicura osservazione.

  Ma d’altra parte gli uomini oggi pressoché dimenticati del periodico «Le Réalisme», sorti pochi anni dopo la sua morte, un Duranty, uno Champfleury, che rifiutarono a un bel momento Flaubert, troppo odiosamente pessimista e troppo «poetico» a un tempo, si mettevano senz’altro sotto il patronato di Balzac, e ne applicavano, a modo loro, le idee; come facevano, se pur con maggiore indipendenza, i Goncourt, per i quali, al dir di Flaubert, «la letteratura francese non esisteva prima di Balzac» 16. E anche a noi oggi, in sede storica, una corrente narrativa realistica francese non appar pensabile senza Balzac, né senza Flaubert e, in certa misura, senza Stendhal (nonostante l’interpretazione particolare che dell’opera di Stendhal abbiamo creduto di proporre noi stessi in questo libro). Mostrandosi così ai nostri occhi il realismo intrecciato alle radici con lo stesso primo romanticismo; come ben vide il Baudelaire e non vollero vedere, per naturale polemica d’una generazione contro quella che la precede, i grandi maestri del realismo, in pittura come in letteratura. Più difficile si prospetta la cosa col naturalismo, stando alle diffidenze anzi resistenze di Flaubert di fronte alla nuova letteratura narrativa che pretendeva di assumerlo a caposcuola, e alle esitazioni del Sainte-Beuve davanti ai pericoli d’una rigorosa dottrina che portava l’identificazione semplicistica di arte e scienza. Ma anche qui, come è indiscutibile la discendenza (se pure con violente limitazioni che diventavano innovazioni) di Taine da Sainte-Beuve, così non possiamo disconoscere del tutto la portata degli argomenti del Taine, che cercava antenati in Stendhal e Balzac, né ignorare il senso della curiosa formula del Brunetière, per cui Sainte-Beuve e Balzac rappresentavano quasi un ponte che varcando il «positivismo» congiungeva romanticismo e naturalismo 17. Il Brunetière, come è ben noto, si fondava soprattutto sulle teorie e intenzioni dello stesso Balzac, nella famosa pagina dell’«Avant-propos» della Comédie, e nella non meno eloquente lettera alla Hanska 18.

  Una prova di più, diciamo noi, che è ormai maturo il tempo per riconoscere nel realismo, e nel coevo parnassianesimo, e puranco nel naturalismo, altrettanti momenti distinti, magari in vivace opposizione ma non mai così sostanzialmente diversi come fu creduto al lor tempo, di quello stesso gran movimento spirituale cominciato in Europa oltre un secolo e mezzo fa, e di cui stiamo assistendo all’esaurimento, che si chiama Romanticismo 19.

  In quanto al problema particolare di Balzac, anche se il suo programma storico-scientifico gli servì di stimolo e all’ambizione e alla fantasia, dobbiamo certo stimare una fortuna che egli se ne sia spesso dimenticato in quanto scrittore, né si potrebbe seriamente sostenere che si trovino nell’opera sua (più che in quella di Sainte-Beuve) le basi di una qualunque «sociologia» 20. Ma resta, a testimoniare di un suo particolare realismo, l’evidenza dei testi: quelle descrizioni famose, per minuzia e precisione, di interni, facciate di case e insegne, strade e intere città, di gruppi e ambienti sociali: quei luoghi che a distanza magari di decenni dopo la prima lettura sono rimasti in noi come frutto d’una esperienza immediata, quei paesi e quelle persone che noi ci troviamo a conoscere come se avessimo vissuto in loro e in mezzo a loro. Tutta illusione, o anche verità? E che specie di «verità»?

  Non una verità storica vera e propria, e neppure una verità cronistica in senso stretto, che escluderebbe l’arte, e che è d’altronde continuamente violata dagli interventi diretti di Balzac, dalle sue esagerazioni e dai suoi ingrandimenti (i quali però maggiormente si notano e figurano più arbitrari soltanto dove meno lo sorregge l’ispirazione).

  Che d’altra parte, secondo l’idea che fu del Bourget e di tanti altri, alla lettura di Balzac si impari il mondo «com’è», non è giudizio che regga. Un mondo dove tutto è agitato da una diabolica energia, dove si incontrano dannati e maniaci o sante ad ogni pié sospinto; dove ogni qualità e passione, in ogni essere, appare spinta alle estreme conseguenze e sostenuta con rigorosa impossibile coerenza. Sostiene Alain, tra le molte altre cose, d’aver imparato più in Balzac che nei filosofi. Ma se queste parole hanno un senso, non può essere se non con un sottinteso riferimento alla qualità che si dice propria soprattutto dei grandi scrittori dell’arte classica: di additarci e farci capire per intuizione certe eterne e sempre nuove verità sulla natura umana, spesso con efficacia ben maggiore che non gli analisti di professione, i filosofi. Lo stesso Brunetière (p. 158) nel vagheggiare quel suo naturalismo affatto personale cui abbiamo accennato, diceva che un qualche cosa di simile già si era verificato, a opera di Molière e di Racine, verso il 1660. E il Benedetto osserva come l’abitudine contratta nella prima gioventù di «fare più grande del vero, a costruire dei tipi di proporzioni irreali e di portata simbolica», fosse «una lezione conciliabile con quella che gli veniva dalla tradizione letteraria francese, orientata fondamentalmente verso la tipificazione psicologica» 21. Onde la stessa unilateralità eccedente e prepotente dei personaggi di Balzac, ciascuno dei quali si trova ad incarnare con esclusività da maniaco una passione — l’avarizia, la lussuria, l’avidità del potere, l’arrivismo, l’invidia, l’amor paterno — non solo costituisce, in caso di riuscita, la manifestazione propria del suo «lirismo», ma può offrire all’osservatore il destro di conferme o «scoperte», guardando così come attraverso a una lente di molti ingrandimenti.

  Ben noto e più volte felicemente descritto è il modo onde il Balzac per costruire questi suoi personaggi e farli viventi, si valse dei particolari: un cumulo paziente di note descrittive, di tocchi minuti insistenti, per cui le persone poi al loro solo apparire si trovano arricchite d’un tratto di tutte le suggestioni create così dalla descrizione: si svela una specie di simbiosi fra le persone e le cose, l’ambiente nel quale vivono. Che è, possiamo dire, la sola vera grande «scoperta» di Balzac, della quale il senso di interdipendenza di tutte le azioni e reazioni degli uomini in questa vita non è se non l’aspetto più vulgato. E così si può intendere come, lavorando forse in parte inconsciamente per questo suo vero scopo, Balzac dovesse parzialmente raggiungere anche l’altro: di dare una rappresentazione, tutta trasfigurata (e non solo per virtù di poesia ma anche in senso pratico, per le stravaganze delle sue concezioni mondane) della società contemporanea, degli studi, dei salotti, delle botteghe, degli ateliers artigiani, e addirittura delle strade e delle case, delle città e campagne della Francia del tempo suo; una raffigurazione che a questa connaturata sfalsatura unisce paradossalmente la precisione cronistica di un inventario.

  Troppo naturale che egli fosse servito in ciò da grandi qualità di «osservatore». Ma bisogna tener presente che vi erano in Balzac due tipi abbastanza distinti di osservazione. Quella (per sfruttare a modo nostro un’altra suggestione del Brunetière) alla Comte : 22 dell’ideologo che coglie qualche tratto a volo della realtà esterna e precipitosamente vi costruisce su una teoria, o lo classifica in un casellario precostruito: onde il vizio d’origine delle varie «sociologie» che si incominciarono a fabbricare in quel tempo, e che avevano il loro corrispettivo, su un piano di facile letteratura, in quelle fisiologie da cui il Balzac sull’orlo della maturità prese le mosse. E l’altra osservazione, più umile, più sinceramente appassionata, che Balzac conduceva (ci piace ricordare fra le altre l’affettuosa testimonianza del Gozlan) con una specie di divertita passione tra il maniaco e il perdigiorno: scrutando una volta ad esempio tutte le insegne della città, abbandonato passivamente alle improvvise illuminazioni che gli sorgevan dentro; come quando ideò tutto l’inizio della Maison du chat qui pelote, o trovò e adottò di punto in bianco, per uno dei suoi eroi minori che gli stavan più a cuore, il nome di Z. Marcas.

  E qui, in questo senso più limitato e puntuale, ci sembra soprattutto da vedere il Balzac «visionario»: quello per cui Baudelaire aveva già dal ‘48 trovata la formula che adattò poi al Flaubert, del realismo come «une nouvelle méthode de composition». Non senza ricordare che di questo «visionnaire» dal Baudelaire ereditato si tende oggi a fare un singolare abuso; mentre lo giudichiamo appropriato solo nel senso appunto baudeleriano, di una visione fantastica che non esclude l’osservazione minutamente realistica e neppure le teorie che saranno poi adottate dai naturalisti 23.

  Né ci sembra che il pericolo di Balzac fosse nell’abbandonarsi troppo a quelle descrizioni. Se qualche volta esse ci possono sembrare mancate, il difetto è del personaggio che vien dopo, il quale non è riuscito a legare, non appar vivo: non già perché sia mancata la debita ambientazione, ma perché il Balzac nel caratterizzarlo ha obbedito a uno dei suoi schemi intellettualistici, o lo ha scelto addirittura in base a un suo criterio di comodità, per mostrarci sotto un altro aspetto qualche persona già nota, creandogli nuove relazioni, amici o nemici, o per aggiungere qualche nuovo abitante al mondo della sua Comédie, cedendo a quella passione di completezza che gli ha fatto pur disegnare un numero non indifferente di personaggi artificiali, semplici marionette di cui egli regge troppo visibilmente i fili. Ma quasi sempre anche in questi casi la prima parte del miracolo si era già effettuata. Ed è questo il «metodo» che ci spiega la meravigliosa riuscita di Pierrette, con quella città tutta di ruscelli all’alba come apertura, o del Curé de Tours, con la descrizione della canonica e dell’alloggio così ferocemente disputato; le prestigiose figurazioni della facciata della casa di Claës nella Recherche de l’absolu, o della casa in cui è Grandet, la quale è a sua volta nella città di Saumur.

  E gli schemi stessi d’altronde, quelle nozioni generali, quelle verità profonde che egli credeva di detenere sulla società dei tempi suoi e di tutti i tempi, se erano il suo maggior pericolo, non erano per questo inutili: non servivano soltanto da stimolo, ma anche da punto d’appoggio. Senza la sua semplicistica idea della santità della famiglia, non avremmo l’atrocemente sublime parlata di papà Goriot, tutta la mostruosa e straziante figura di questo «Christ de la paternité». Senza la sua fissazione di vedere il mondo borghese tutto incentrato in una spietata lotta di interessi che si fa sempre fatalmente più feroce fra i membri di una stessa famiglia, non avremmo una creazione come il lungo racconto che si intitola dal colonnello Chabert. Non avremmo il Balzac più vivo, più veramente poetico, patetico e alto: il Balzac che da questo odioso mondo schiavo del desiderio di potenza e dell’oro in cui tutte le tradizionali virtù si distruggono, è stato affascinato, sì da cantarne le grandezze e le miserie con quel suo febbrile e repugnato entusiasmo: un po’ alla maniera di Carlo Marx che in una pagina famosa del suo Manifesto, esaltava, appunto in quegli anni, il travolgente scatenarsi d’energia e le meravigliose imprese di quella borghesia della quale si accingeva a promuovere la distruzione.

  Un mondo di tragica e seducente bellezza, di inebbrianti grandezze, il cui movimento è riservato ai dannati. Un inferno distribuito in numerosi gironi il cui epicentro è Parigi. E si capisce, malgrado qualche fuggevole tratto di ironica insofferenza, la fraterna simpatia di Baudelaire. Ma nella Parigi di Baudelaire il bene e il male, continuamente mischiati, si affrontano e conducono la lor lotta quotidiana nel foro interiore del poeta protagonista, come dei personaggi in cui egli si sdoppia; anche se il male troppo spesso vince («J’ai vu parfois au fond d’un théâtre banal ...») mentre il mondo di Balzac è per lo più crudamente diviso in carnefici o vittime, animali da preda o predati, e gli stessi buoni, se vogliono sopravvivere ne accettano la dura legge, passano dalla parte dei forti. È un mondo che conosce le secche lagrime del rimpianto ma ignora il rimorso. Il Balzac conservatore e utopista arrivò a vagheggiare talvolta come unico rimedio a questa società senza speranza una specie di socialismo autoritario e paternalistico. Ma il Balzac poeta e «mistico», non tanto per idee e programma, quanto per una tendenza profonda connaturata ai modi della sua ispirazione e al suo metodo di creazione,24 si compiacque di immaginare sullo sfondo di questo mondo perverso, vittime dei malvagi o dei folli o esangui trionfatrici delle passioni, celestiali fanciulle straziate, pallidissime figure di sante, secondo il modello romantico medievaleggiante. Delle quali ultime la più bella, l’unica forse pienamente riuscita è come si sa Eugenia Grandet, che egli stesso dichiarò aver raffigurata con l’ingenuo fervore e gli incantati colori da miniatura di un antico pittore sacro.

  Figure commoventi ma impotenti, senza nessuna vera efficacia sulla vita d’intorno, se non a patto di chiudersi in un piccolo mondo artificiale di castellane, di trarre con sé i loro ammiratori e beneficati nell’atmosfera rarefatta della loro campana di vetro. Che se appena tanto fanno da seguire nel mondo di fuori col pensiero e col cuore un essere amato augurandogli buona fortuna, subito ne appaiono anch’esse contaminate. Come apprendiamo dalla lettera con cui Madame de Mortsauf accompagna la dipartita di Félix de Vandenesse: affettuosissimi e soavi consigli coi quali si suggerisce in sostanza al giovane, se vuol riuscire nella società in cui va a vivere, di sacrificare tutto alle sue convenzioni crudeli; e la perfetta riuscita dell’eroe dimostrerà chiaramente l’intima perversione di quei precetti.

  Facile, si capisce, trovar rapporti tra una siffatta concezione del mondo, di crude giustapposizioni o subito rovinosi compromessi, di molte scurissime tinte e poche luci fredde e distanti, e l’arte di un Bernanos, di uno Jouhandeau, di François Mauriac; dietro cui c’è una tradizione, che attraverso Léon Bloy, e Huysmans e D’Aurevilly, si può ricollegare a Balzac: nella quale si può compromettere anche il Du Bos, che Mauriac il giovane annovera volentieri fra i suoi maestri, ma soprattutto gli attuali minuziosi e disperati realisti cattolici di scuola anglo-francese, alla Graham Greene. Cattolici diabolisti: evocatori di un mondo tutto illuminato dal «sole di Satana», irremediabilmente preda del male, che pure, in virtù di chissà quale mistero e senza che nessun avvenimento venga a darcene mai la prova, è invece completamente e in ogni momento promesso alla Grazia. E il rapporto Balzac-Dostojewski, che aveva tutt’altro sapore nei vecchi critici, diventa qui gravido di allusioni.

  Anche François Mauriac, nella prefazione già ricordata, sembra sul punto di convalidare con la sua autorità l’arrischiatissima tesi per cui l’autore dei libri più tenebrosi della Comédie avrebbe avuto il «pressentiment» di questo «fleuve souterrain, de ce courant de grâce qui parcourt invisiblement le monde». Ma, più lucido o criticamente più onesto, si affretta a dichiarare che tale corrente non percorre, in ogni caso, il mondo delle finzioni balzacchiane:

  «Considérée sous cet angle, l’oeuvre de Balzac nous apparaît antichrétienne par essence. Elle oppose un refus déjà nietzschéen à l’interrogation du Christ: “Que sert à l’homme de gagner l’univers s’il perd son âme?” L’humanité balzacienne née sous le signe de Bonaparte, proteste qu’il n’y a rien à faire au monde que de gagner l’univers. Dans son ensemble et en dehors de quelques admirables figures, elle ne croit pas qu’elle ait une âme. Un monde sans âme, c’est celui des Marsay, des Trailles; et Eugène de Rastignac lui-même pour devenir l’un d’eux, doit d’abord renoncer à la sienne».

  Il che però non ci autorizza affatto (conclude) ad attribuire lo stesso difetto all’autore. E a dire il vero il tentativo di Mauriac il giovane, basato appunto su un’analisi della lettera di Madame de Mortsauf, di mostrarci a un certo momento un Balzac inconscio degli orrori che va scrivendo, e oscuramente connivente, non riesce affatto convincente: non ci sembra riesca a intaccare l’impressione fortissima di lucida e piena consapevolezza, pronta alle distinzioni morali fin troppo taglienti e sommarie, che ci s’impone dal complesso dell’opera, come da quanto sappiamo dell’uomo.

  E anche il bel passo di François Mauriac qui riportato, se ha il gran merito di tagliar corto a tutte le pretese di scorgere nel mondo balzacchiano un senso immanente della Divinità, distinguendolo così da quello del Dostojewski,25 ci sembra troppo unilaterale, nel raffronto con Nietzsche, nel non tener conto delle chiare intenzioni del creatore della Comédie, che non sono restate tutte lettera morta. La Divinità non è propriamente assente dalla concezione del mondo di Balzac, bensì trascendente; caso mai un po’ troppo trascendente. E non possiamo negar fede alla vivace difesa della moralità dell’opera sua che fece pubblicamente lo scrittore, e fu così eloquentemente ripresa dal Baudelaire.26 Una moralità non certo rilevabile passo passo in tutte le singole raffigurazioni; ma piuttosto da ricavare «après coup», quasi come la morale delle antiche favole. I personaggi di Balzac sono improntati a un’energia di conquista che si potrà anche chiamare nitciana. Ma mentre il richiamo a un Julien Sorel come ascendente di Zarathustra può essere giustificato, in questa rinuncia all’anima cristiana per favorire entusiasticamente le pure forze istintive, nessuno dei conquistatori di Balzac trova mai la gioia. I malvagi, i forti, i trionfatori di questo suo mondo, potranno essere ammirati e invidiati, ma non sono mai felici (il suo Vautrin, è vero, sogghigna soddisfatto, ma non è un uomo, è una specie di mostruoso simbolico fantoccio). Felici, nelle loro febbrili ansietà, sono soltanto i giovani sognatori di vittorie, nei fervidi anni del collegio, nelle eroiche stagioni delle soffitte, prima che la battaglia li corrompa e il mondo li ingoi. Come felice è stato, a dispetto di tutto, Balzac, nella prepotente ingenua gioia di vivere e di operare, nel quasi donchisciottesco impegno di riuscire a eguagliare i trionfi perversi del mondo, a diventare uno dei potenti della terra, col mezzo più puro e incontaminato che ci potesse essere, con la sola forza dell’arte sua. E appunto questo ingenuo, adolescente amor di grandezza, fa sì che il mondo da lui creato, disperato e sconfortante per l’intelletto, non sia mai però sostanzialmente odioso, ci induca persino ad amarlo, per quella sorta di allegra e fattiva energia che il suo creatore gli ha comunicato.

  La formula dei suoi giganteschi personaggi, già l’abbiamo veduto, è semplice; e il punto di partenza non ha in sé nulla di particolarmente peccaminoso: è la sorgente stessa, come degli errori di giudizio e della pesante retorica di Balzac, anche della sua maggior poesia. Narra nel suo libro il Gozlan (e la cosa fu già a quei tempi riferita, travisata e sfruttata da molti) come nell’ardua casa di campagna delle Jardies, sui muri freschi di calce e sui pavimenti Balzac si divertisse a notare col carboncino le indicazioni dei lussuosissimi mobili d’arte, preziosi mosaici e rare suppellettili che l’avrebbero dovuta adornare; onde lo stesso Gozlan amico scrisse un giorno su una parete: «Ici un tableau de Raphaël, hors de prix, comme on n’en a jamais vu»; e la bella aperta risata di Balzac quando lesse. Non era in fondo quello lo scopo cui sempre mirava il Balzac, attraverso tanti minuziosi studi sul vero e tante pretese scientifiche? Azioni paesaggi e passioni tangibili e vere, come vero e tangibile può essere un capolavoro di Raffaello; ma «hors de prix», di valore e qualità inestimabili, più grandi d’ogni pensabile misura, «come non se n’è mai visti».

 

  Note.

 

  1 Alain (Émile Chartier), Avec Balzac, Paris, N. R. F., 1937 (e già prima En lisant Balzac, del '35); A. Béguin, Balzac visionnaire, ibid., Skira, 1948; M. Bardèche, Balzac romancier, ibid., Plon, 1940; C. Mauriac, Aimer Balzac, ibid., La table ronde, 1945; A. Billy, Vie de Balzac, ibid., Flammarion, 1947 (2 voll. in-8°, di pp. 330 e 328); L. Gozlan, Balzac en pantoufles, ibid., Delmas, 1949 (dopo essere uscito a puntate in riviste dal 1856 in poi, pubblicato in volume nel 1865). Cui si può aggiungere: R. Fernandez, Balzac, Paris, Plon, 1944; J. Bertaut, Le «Père Goriot» de Balzac, ibid., S.F.E.L.T., 1947. E lo studio di M. Nadeau, Balzac et ses personnages vaincus par le Temps, in «Critique» del 1947, nn. 15-16, in verità assai curioso.

  2 Paris, 1906 (Citerò, per comodità, dall’edizioncina Nelson che ho sottomano).

  3 Son parole dell’Avant-propos di Balzac alla Comédie humaine. Claude Mauriac osserva bensì (op. cit., 170) che «c’est d’une royauté inattendue, d’un culte surprenant qu’il parle le plus souvent». Ma si dimentica di continuo lui stesso della sua giudiziosa osservazione, specie per quanto riguarda la religione.

  4 Cfr. op. cit., pp. 168, 176 e sgg.

  5 La frase citata è di François Mauriac, nella ricordata, e assai notevole, Préface.

  6 «... On y verra surtout de quelle manière nouvelle de traiter l’histoire, Balzac a été l’initiateur en son temps». Brunetière, op. cit., p. 112. In questa parte, naturalmente, egli è più documentato e al tempo stesso più candidamente scoperto del giovane Mauriac: dimentica (dopo d’aver tanto giustamente parlato del romanzo storico di Walter Scott) che lo storicismo, anche quello dei costumi e del colore locale era in certo modo in tutto il romanticismo d’allora, e Balzac non aveva, si può dire, nemmen cominciato a scrivere che già si pubblicavano opere come le Lettres sur l’Histoire de France del Thierry, la Histoire des ducs de Bourgogne del Barante e l’Histoire de la Révolution d’Angleterre del Guizot coi suoi penetranti e pittoreschi ritratti psicologici; per non parlare del primo Thiers che seguì ben presto, con il Mignet, già così acutamente «sociale»; e a non tener conto degli studi e delle idee del Manzoni e degli altri romantici milanesi, abbastanza noti in quegli anni a Parigi, per merito specialmente del Fauriel, del «Globe» e dello Stendhal. Quello Stendhal di cui, al momento di iniziare la sua maggior produzione, Balzac aveva potuto leggere non solo le raffinate analisi di Armance sui «salons» della aristocrazia parigina (da lui debitamente citate) ma anche quelle meravigliose pagine, di storia come «histoire des moeurs», che aprono la «Chronique de l’an 1830», cioè Le Rouge et le Noir! E in quanto a Taine, la cui critica «intera» egli fa derivare da Balzac, «quanto o più che non dalle logomachie hegeliane» (op. cit., p. 263-4), Brunetière non si vuol ricordare che Taine trasse le stesse conclusioni   dal saggio suo su Balzac anche da quello su Stendhal, su Saint-Simon, e da altri, perché stava prendendo, allora, «son bien» ovunque gli paresse di trovarlo; né sarebbe fuori luogo da parte nostra anche un riferimento a quella filosofia del Comte che lo stesso Brunetière ha additato, come curiosamente rispondente a certe idee balzacchiane. — D’altronde questo parallelo vuol essere di orientamenti spirituali (meglio ancora sentimentali). Né dobbiamo dimenticare quella certa probità onde il Brunetière si astiene dichiaratamente dal far paragoni di grandezza: istituisce tutt’al più un raffronto non privo di chiaroveggenza con l’Hugo, un altro col Sainte-Beuve. Mentre Claude Mauriac riferisce con compiacenza la sentenza di Alain secondo cui «Le Lys vaut L’Iliade ou Hamlet», e in tutto il capitolo dove cerca finalmente un giudizio di carattere estetico sull’opera di Balzac, si abbandona a curiose affermazioni: senza dimenticare il Curtius (un altro dei suoi maestri che sembra gli siano stati «mauvais maîtres»), secondo il quale Balzac non sarebbe mai stato compreso se non dai poeti; e senza tralasciare di tirare in ballo a un certo momento (p. 15o) il «dramma greco». È vero che il Taine a proposito di una novella di Maupassant uscì, per iscritto, nella famosa esclamazione, «C’est de l’Eschyle!». Ma il Brunetière almeno si accontenta di riferire senza commenti l’altra opinione tainiana che il finale di Séraphita sia «bello come un canto di Dante»; e in genere in tutte le pagine che parlano della composizione e dello stile, fa mostra di un chiaro senso dei limiti, buona sensibilità e acume, anche se i suoi principî lo portano a considerare il fenomeno stile un po’ scolasticamente, come staccato dal resto.

  7 Pur essendo pacifico che la rispondenza con la realtà storica ben poco abbia a che fare col valore artistico di un romanzo, resta il fatto che certe opere narrative si trovano a coincidere o meno con quella che noi possiamo stimare, se pure con una certa approssimazione, «verità storica». E da questo lato, può sembrar sorprendente che non si riesca a capire la distanza che separa le saltuarie sentenze e le digressioni fantastiche o oratorie di Balzac, dalle precise analisi di tante pagine di Stendhal (salvo della Chartreuse), o dal quadro perfetto della società francese nella gran crisi del ’48-’51 che ci offrì Flaubert nella Éducation.

  8 Op. cit., p. 245.

  9 Cl. Mauriac, op. cit., p. 181.

  10 II lunghissimo articolo di Balzac, Étude sur M. Beyle (Frédéric Stendhal), apparve sulla «Revue parisienne» nel 1840.

  11 Da ricordare in proposito la bellissima lettera di Flaubert (a Edma des Genettes, del 9 luglio 1878), di cui parliamo anche più avanti, dove è con pronta efficacia smontata la tesi della seconda parte dell’opera famosa del Taine, Les Origines de la France contemporaine: L’Anarchie.

  12 Zola, Le Roman expérimental, 1880; Les Romanciers naturalistes, 1881; Brunetière, Le Roman naturaliste, 1883 ... fino a questo Balzac del ’906. E non è da dimenticare che il saggio sul Balzac del Taine uscì primamente sul «Journal des Débats» nel 1858.

  13 Brunetière, op. cit., p. 127.

  14 È da avvertire che il Brunetière (non tanto dissimile in ciò, come posizione. se non come giudizi particolari, dal nostro De Sanctis vecchio, scorgeva nel naturalismo la vera arte, o almeno il più vero destino della moderna letteratura. Ma non certo tutto il naturalismo storicamente realizzato in quegli anni, e codificato dallo Zola (nel quale egli non vedeva altro che un forsennato romantico mal travestito da «scienziato»), bensì il naturalismo autentico, un ideale che lui stesso si costruiva basandosi appunto su Balzac. E in quanto a Flaubert, staccatosi dai primi entusiasmi, egli vedeva in lui un romantico-parnassiano, arrivato a innegabili altezze d’arte, ma non certo, malgrado le sue pretese, al «vero» (che era già, grosso modo, anche l’idea del malevolo Duranty, cfr. qui avanti la nota 18).

  15 Ch. Baudelaire, studio su Théophile Gautier, pubbl. ne «L’Artiste» del marzo 1859, e l’anno stesso in volumetto (citiamo dall’ed. della Pléiade, II, p. 473): Th. Gautier, Honoré de Balzac, Paris, 1859.

  16 Lettera del 14 dic. 1876 (Correspondance, ed. Conard, VII, p. 369) dove veramente parla solo di Edmond, essendo morto Jules, nel ’70. Vedasi anche nel già citato Poesia nel tempo di Ferdinando Neri (Torino, De Silva, 1948) il capitolo su «I due Goncourt»: «Ma se ci riportiamo a quel tempo per riconoscervi la posizione dei singoli scrittori, la prima cosa che si osserva è che Balzac non era ancora considerato come un realista: egli appariva piuttosto, forse per un intuito più acuto delle sue vere qualità, romanzesco, fantastico, possentemente visionario. Dopo la sua morte, col secondo Impero, s’inizia la campagna realista: detta così, questa volta, e proclamata con un suo manifesto, prima dai pittori, con Courbet, e poi dai letterati, con Champfleury, Duranty, Feydeau ...». — Il «manifesto» di Gustave Courbet apparve nel 1855, come prefazione al catalogo della mostra che egli fece quando fu rifiutato all’Exposition Universelle. «Le Réalisme», sorto nel luglio 1856 per propagare le cosidette teorie di Champfleury, e redatto da Edmond Duranty e da Jules Assézat, chiuse la sua vita l’anno seguente; in esso il Duranty attaccò Flaubert in occasione del processo a Madame Bovary. Da notare che lo Champfleury, che già nel 1848 dedicava a Balzac uno dei suoi volumi di Contes, aveva pubblicato poi nel ‘51 un entusiastico articolo: «Monsieur de Balzac père de la critique future». Cfr. E. Bouvier, La bataille réaliste. Champfleury et le passage du romantisme au naturalisme, Paris, 1913.

  17 Brunetière, op. cit., p. 268: «Et dirai-je maintenant qu’entre le romantisme et le positivisme, ou au-dessus d’eux, Sainte-Beuve et Balzac, frères ennemis réconciliés dans le naturalisme, représenteront peut-être le meilleur de l’héritage intellectuel que nous aura légué le XIXe siècle? C’est une manière nouvelle de concevoir l’homme et la vie, libérée de tout a priori, dégagée de toute métaphysique, ou plutôt c’est une méthode, une méthode complexe et subtile, comme les phénomènes eux-mêmes qu’elle se propose d’étudier: une méthode concrète et positive, une méthode laborieuse et patiente, la méthode, en deux mots, dont le Port-Royal de l'un, la Comédie humaine de l’autre, sont deux monuments destinés à durer aussi longtemps que la langue française, ou plus longtemps peut-être! et une méthode enfin dont il y a lieu de croire que les applications, de jour en jour plus pénétrantes, nous feront donc entrer de jour en jour plus avant, comme l’espérait bien Balzac, dans la connaissance de l’homme et des lois des sociétés».

  La posizione del Brunetière, oggi in sostanza pacifica pel rapporto Positivismo-Naturalismo (v. anche, in questo libro, il saggio sul Taine) oltre che a scartare dal centro del movimento letterario del secolo il Flaubert confinandolo nell’estetismo, tendeva, come è chiaro, a fare del naturalismo sano il vero rappresentante di tutto il XIX secolo. Concetto che fu ereditato da Pierre Martino, di cui si posson vedere le opere: Le roman réaliste sous le second Empire, Paris, Hachette, 1913, e Le naturalisme français (1870-1895), Colin, 1923, pregevoli per la precisione e chiarezza dei riferimenti, anche se l’autore vi mostra le conseguenze d’una concezione della portata del movimento romantico straordinariamente limitata: («Or, le romantisne ... n’a été qu’une doctrine littéraire comme dix autres ...»); e portato, ora, alle estreme conseguenze da Ch. Beuchat, Histoire du Naturalisme français, Paris, Corréâ, 1949, 2 voll.

  18 «L’animal est un principe qui prend sa forme extérieure, ou, pour parler plus exactement, les différences de sa forme, dans les milieux où il est appelé à se développer. Les espèces zoologiques résultent de ces différences ...» «Il a donc existé, il existera donc de tout temps des espèces sociales comme il y a des espèces zoologiques». Così, passim, nell’Avant-propos, coi richiami al Cuvier, al Buffon, c soprattutto al Geoffroy de Saint-Hilaire (pel quale vedasi il recente studio di S. De Sacy, Balzac, Geoffroy de Saint-Hilaire, et l’unité de composition, nel «Mercure de France» del 1948 (nn. 1018-19, pp. 292 e 469).

  «Les Études de moeurs représenteront tous les effets sociaux, sans que ni une situation de la vie, ni une physionomie, ni un caractère d’homme ou de femme, ni une profession, ni une manière de vivre, ni une zone sociale, ni un pays français, ni quoi que ce soit de l’enfance, de la vieillesse, de l’âge mûr, de la politique, de la justice, de la guerre ait été oublié. Cela posé, l’histoire du cœur humain tracée fil à fil, l’histoire sociale faite dans toutes ses parties, voilà la base. Ce ne seront pas des faits imaginaires; ce sera ce qui se passe partout. Alors, la seconde assise est les Études philosophiques, car après les effets viendront les causes ... Ainsi, dans les Études de moeurs, sont les individualités typisées, dans les Études philosophiques sont les types individualisés ... Puis, après les effets et les causes, viennent les Études analystiques (sic) ...» ecc.

  19 La cosa è d’altronde pressoché pacifica, in sede di filosofia, storia della cultura, e ideologie politiche. Il Realismo (nel significato ottocentesco) che non è, a guardar bene, se non un’applicazione all’esperienza di vita contemporanea dello storicismo romantico; il Parnassianesimo, dalle esperienze stilistiche non di rado già simbolistiche, e col suo classicismo tutto «color locale» e archeologia, così diverso da quello tradizionale; il Naturalismo, legato al mito della Scienza, cronologicamente intrecciato al simbolismo, permeato quand’è genuino di sentimento pessimistico volentieri crepuscolare, e ricco sempre di modi impressionistici: correnti diverse, rami talvolta largamente divergenti e poi confluenti di nuovo, di varia profondità e portata, qualcuno insabbiato e altro disperso in lussureggianti paludi, del corso d’uno stesso fiume. Anche nel campo letterario questa idea di un significato estensivo del nome Romanticismo è tutt’altro che nuova: ricordiamo il De Lollis, nei saggi su Baudelaire e Flaubert, ambedue del 1921 (ora in Scrittori francesi dell’Ottocento, Torino, Einaudi 1938); più esplicito ancora, benché partecipe delle diffidenze verso un movimento di origine «straniera», Louis Reynaud, nel suo acuto volume, Le Romantisme: Ses origines Anglo-germaniques (Paris, Colin, 1926); e anche René Dumesnil che nel suo L’époque réaliste et naturaliste (Paris, Tallandier, 1946) mostra in più luoghi le confessate parentele col primo romanticismo. È vero che il compianto Van Tieghem, meritorio indagatore recentissimo dei fenomeni psicologici e letterari dell’età romantica e preromantica, nel suo ultimo Romantisme dans la littérature européenne (Paris, Albin Michel, 1948) si ferma al 1860; ma si tratta evidentemente più di una limitazione di comodo, data l’enorme materia, costretta nel suo volume, che di un termine teorico: in base alle premesse da lui stesso confermate, non si riuscirebbe a veder la ragione per escludere dal movimento romantico il Simbolismo, quindi il Decadentismo, ecc.

  20 Da un altro punto di vista partono, naturalmente, i pur utili e ponderosi studi di B. Guyon, La pensée politique et sociale de Balzac, Paris, Colin, 1947 (in-8°, p. 829); e G. Atkinson, Les idées de Balzac d’après la Comédie humaine, Genève et Lille, Droz-Giard, 1949 (5 tometti di oltre 500 pagine complessive; Psicologia, Passioni, Fisiologia, Costumi, Storia, Teorie metafisiche e filosofiche, Scienze naturali, Infanzia ed Educazione; dei quali non ci risulta uscito l’ultimo).

  21 L. F. Benedetto, Scrittori di Francia, Milano, Principato, 1940, p. 126.

  22 Brunetière, op. cit., p. 188: «tous les deux, Comte et Balzac, Balzac et Comte, c’est un peu de la même manière qu’ils ont vu l’observation».

  23 Ch. Baudelaire, L’Art Romantique, articolo su Madame Bovary. Del Baudelaire, citando il passo già da noi richiamato (cfr. qui nota 15), che comincia appunto: « J’ai mainte fois été étonné que la grande gloire de Balzac fût de passer pour un observateur ...» non sempre si ricorda l’altro passo, dell’articolo su Les Contes de Champfleury pubbl. su «Le Corsaire-Satan» nel 1848: «Balzac est en effet un romancier et un savant, un inventeur et un observateur; un naturaliste qui connaît également la loi de génération des idées et des êtres visibles ...». È vero che si era allora in un momento in cui le qualità «scientifiche» dell’opera di Balzac trovavan meno riconoscimenti, mentre è da pensare che undici anni più tardi, nel ‘59, Baudelaire abbia voluto reagire contro l’ormai prevalente eccesso in tal senso, ricordando le qualità di «visionario» del grande romanziere; ma i due punti di vista sussistono. La soluzione è secondo noi da vedere nel seguito del primo brano citato (che vien solitamente trascurato) dove, dopo d’aver battuto sul «visionnaire, et visionnaire passionné», il nostro Baudelaire prosegue: «Son goût prodigieux du détail, qui tient à une ambition immodérée de tout voir, de tout deviner, de tout faire deviner, l’obligeait d’ailleurs à marquer avec plus de force les lignes principales, pour sauver la perspective de l’ensemble. Il me fait quelquefois penser à ces aquafortistes qui ne sont jamais contents de la morsure et qui transforment en ravines les écorchures principales de la planche. De cette étonnante disposition naturelle sont résultées des merveilles. Mais cette disposition se définit généralement: les défauts de Balzac. Pour mieux parler, c’est justement là ses qualités».

  24 II più vero misticismo di Balzac è per noi questo. Meno importante, e cioè meno genuino, frutto di fantasticherie a base pseudo-scientifica quasi meccanicamente sollecitate, ci sembra invece il misticismo tutto scoperto, programmatico, di derivazione svedenborghiana, che si manifestò specialmente in Séraphita.

  25 I debiti di Dostojewski, come di ogni altro scrittore russo, verso la letteratura francese sono sempre difficilmente precisabili, per la loro stessa vastità. Nel caso dell’opera di Balzac, certo egli dovè esserne sedotto e invogliato, come da un primo grande esempio di romanzo-epos, di grande affresco moralistico-sociale. Ma in quanto a romanzesca e drammatica visione del mondo, anche nei bassifondi della società, chi ci dice che non abbian potuto valere di più le suggestioni da Hugo, e magari dal Sue o da Frédéric Soulié? E, per tenerci ai risultati, nulla di più lontano di quelle sue anime torbide e tormentate, che non riescono a saper quasi mai il valore morale degli atti loro né dei pensieri dai personaggi balzacchiani: così lucidi, pronti in ogni caso ad ascoltare sentenze inoppugnabili su se stessi e sugli atti loro, e spesso anche troppo tutti d’un pezzo.

  26 Op. cit., articolo: «Les drames et les romans honnêtes».



  Giannetto Bongiovanni, Nel centenario della morte. Il “Possidente” Onorato di Balzac, «Gazzetta di Mantova», Mantova, Anno XLIV, N. 68, 10 Marzo 1950, p. 3.

 

  Il 19 febbraio 1837, Onorato di Balzac giungeva a Milano inosservato e prendeva alloggio alla «Bella Venezia», in Piazza San Fedele, albergo demolito una ventina d’anni fa, che fu caro a Stendhal. Per due giorni nessuno ne seppe nulla, poi la «Gazzetta Privilegiata» di Milano, il 21, nella lista dei forestieri giunti a Milano fece il suo nome; figura come «Possidente» (possidente diciamolo subito di molti debiti, chè egli era sceso proprio in Italia per sfuggire alla consueta caccia dei creditori).

  Era elegante, portava cravatta bianca, guanti neri, quella famosa mazza col pomo d’oro scolpito che costava quattrocento franchi, e aveva nel suo bagaglio una altrettanto famosa veste da camera. Una catena d’oro prendeva dai taschini del panciotto con ciondoli, aveva calzoni attillati: vestiva, insomma come uno dei suoi eroi, come Carlo Grandet ad esempio, dai panciotti irreprensibili. Tutte cose, che, oscuro e povero tanto da fare i conti con la stiratrice, aveva sognato, fin da giovane ed aveva acquistato, con la fantasia, pei suoi personaggi dando loro belle vesti belle scarpe, carrozze, gioielli, appartamenti, titoli, nobiltà, rendite, prima di riuscire ad averle lui. Lui che passò la sua vita agitata a scriver romanzi seduto al tavolo dieci ore al giorno, anzi inchiodato al tavolo, mentre avrebbe voluto viaggiare; preso dal desiderio delle cose esterne, dall’ebrezza delle cose costatandone poi l’insufficienza. Era basso tarchiatello, grassoccio, perciò ci voleva un cappello ben studiato per far colpo, la mazza e una cravatta dotta, da capolavoro. Povero Onorato! che aveva conosciuto il regime del cugino Pons, di spese «nettamente determinate» dove un vetro rotto e uno strappo ai pantaloni importavano inasprimenti e torture per un mese, o come Raffaello da Valentieri (sic) della Pelle di Zigrino che doveva far tutto con venti soldi giusti al giorno, diciotto per le spese fisse e due per l’imprevisto.

  Ma ora le cose andavano meglio. Guadagnava molto anche se aveva molti debiti.

  La sua opera d’arte si era nutrita di due privazioni diverse: la privazione di chi è ancora escluso, e la privazione di chi dispera di essere ammesso mai più. Privazione di tutto. Voleva essere nobile bello ricco amato. Non era ricco, non era bello, la sua relazione con Eva Hanska aveva appena superato la fase epistolare. Era celebre, aveva già scritto Pelle di Zigrino, Eugenia Grandet, Il Prete di Tours ma non conosceva la società, la «grande società» che molto dal di fuori, i salotti non lo accoglievano e quelli che lo accoglievano, non lo ricevevano come aveva sognato.

  (Ricordate nel libro di Proust madama di Villeparisis che schernisce il Balzac perché ha «preteso descrivere una società della quale non era ricevuto?»). Ma insomma era celebre anche se pieno di debiti, e sperava nella vita e sperava nellamore e sperava chissà, di esser fatto Pari di Francia, la dignità che egli aveva elargito a molti suoi personaggi dopo aver concesso loro una rendita.

  E a Milano ...

  A Milano l’indomani. Defendente Sacchi sempre alla caccia del pezzo di effetto esce in «una notizia letteraria piena di schietta cordialità, con un benvenuto all’ospite. entusiastico. Ciò gli aprirà i salotti e i circoli. Così vien ricevuto nel famoso salotto della contessa Maffei che gli dirà una frase, la quale, farà il giro di Milano: «J’adore le génie».

  Il giorno dopo esce un profilo scritto da Antonio Sacchi direttore del Corriere delle Dame. C’è l’elogio dello scrittore, ma c’è anche l’elogio della veste da camera e della celebre mazza. Il pezzo si intitola: «Del signore di Balzac ha proposito di mode». (Che direbbero Rastignac e Di Rubempré?).

  Ad ogni modo diventa la moda. Il Puttinati fa una statuina di Balzac in veste dà camera. Ignazio Cantù scrive per lui, una serie di articoli critici-bibliografici. Le famiglie patrizie, gli Attendolo i Vimercati, i Bolognini dapprima, i Trivulzio, i Belgioioso, i Porro Lambertenghi, i Sormani gli aprono i salotti. Tutta Milano parla della sua stranezza, dei suoi motti di spirito. Andrea Maffei è geloso delle premure che sua moglie, la Chiarina dedica al «genio» col quale si fa vedere a Brera e dovunque. Maffei è geloso, pur riconoscendo il genio di quel brutto uomo pieno di anelli coi capelli a toupè. La gelosia gli giuocherà un brutto tiro. Dal tribunale scrive alla moglie una lettera piena di accorati rimproveri, che i posteri leggeranno sulla Nuova antologia nel 1916. Come Beyle anche Onorato frequenta la Scala, meraviglie delle meraviglie, ospite nel palco del Sanseverino. del quale è diventato amico intimo e della Fanny Sanseverino, sorella di Alfonso, ciambellano di Francesco I. E tra un atto e l’altro, entra in tutti i palchi dove sfolgorano le bellezze dell’ottocento milanese. Il suo romanzo sognato a Parigi d’essere accolto in società con tutti gli onori, lo vide a Milano, adulato e corteggiato, corteggiatore a sua volta.

  Ma ahimè la grata parentesi non dura molto. Poco tempo prima che arrivasse a Milano, si notò sul cielo lombardo l’apparizione di una cometa: egli dirà mezzo scherzando e mezzo compiaciuto: «annunciava il mio arrivo». Ebbene la sua fortuna milanese dura con quella meteora. Fugace. Comincia Niccolò Tommaseo con una lettera a Cantù a dare stura alla diffidenza. Una corrispondenza da Milano sul Journal de Francfort, non è molto riverente per l’illustre ospite. L’incontro di Balzac con Alessandro Manzoni, noto famoso episodio, peggiora le cose. Cesare Cantù è presente al colloquio e nota il grosso ventre e la sua eccentricità. «E’ pieno di sè stesso e pieno di debiti». La «Voce della Verità» lancia contro di lui strali maligni e lo accusa anche di irreligiosità, accusa che, del resto, è inconsistente. Anche il Corriere delle Dame, passa dall’incenso dei primi giorni alle frecciate anonime.

  Balzac se ne va, ripara a Venezia, prende alloggio al «Danieli» nell’appartamento che, tre anni prima, aveva visto la coppia Giorgio Sand de Musset.

  A Venezia altra disavventura. In casa Soranzo parla con poco riguardo di Alessandro Manzoni, proprio in presenza d’un manzo-filo, il conte Dandolo, il quale sulla Gazzetta di Venezia, letta anche a Milano, lo riprende severamente. Figurarsi, a Milano, che scandalo!

  Tornerà a Milano ma prima scriverà una lettera di scuse al Manzoni lettera che termina con una considerazione molto amara per la Francia.

  «Cara Italia! Per una parola tutta una città come Milano vi difende. Se voi mi aveste giudicato severamente a Parigi, anche il mio amico più intimo vi avrebbe dato ragione».

  Per questo amava l’Italia. Egli poi scoperse la grazia delle donne lombarde. Quella mesta aria nativa delle lombarde e «per la quale lo straniero passeggiando la domenica a Milano, crede che le figlie della portinaia siano altrettanto regine».

 

 

  A. C., Balzac sfondava le poltrone nel salotto della contessa Maffei, «L’Umbria. Quotidiano del mattino», Perugia, Anno II, N. 258, 4 Novembre 1950, p. III.

 

  Quando il 19 febbraio Honoré de Balzac giunse a Milano, chi la diceva cotta e chi cruda sugli scopi di quella visita. Sulla «Gazzetta privilegiata» di Milano, Defendente Sacchi, nel porgere il benvenuto al celebre scrittore, che allora contava 38 anni, asseriva che egli viaggiava in Italia «onde scrivere le campagne francesi nella Penisola» e aggiungeva che «il genio di Balzac avrà dal nostro cielo le sue più belle ispirazioni». Senonché in quei giorni pioveva maledettamente. Altri dicevano che fosse sceso fra noi in cerca di avventure amorose. Lo stesso Balzac, invece, andava ripetendo, con la pretesa di essere creduto, che era giunto fra noi per fare un ... incarico amministrativo conferitogli dal conte Emanuele Visconti che desiderava che Balzac lo assistesse nel divìa di una certa eredità. Finora di una certa eredità. Figuriamoci se poteva esser vero che Balzac, pessimo amministratore del proprio denaro e indebitato fino agli occhi, venisse officiato a riordinare gli affari altrui.

  Racconta Raffaello Barbieri (sic) che un giovane buontempone milanese si divertiva, nel ridotto della Scala, ad additare un ufficiale dei granatieri in borghese, dicendo che era Balzac; ma l’autentico romanziere comparve qualche giorno dopo alla Scala e fu un accorrere di curiosi e di ammiratori.

  Balzac era pingue e pesante e sfondava le poltrone del salotto della contessa Maffei. Quella cara piccola donna era molto ammirata dallo scrittore, ma nemmeno in virtù della grazia di lei il famoso romanziere perdonava a Milano le manchevolezze che egli, abituato a Parigi, attribuiva alla nostra città. E non voleva essere contraddetto, sia quando diceva male di Milano, sia quando estendeva le sue aspre critiche all’Italia tutta.

  Anche a Venezia Balzac, ospite della contessa Soranzo, ebbe l’ardire di dir male dell’Italia e degli Italiani, ma toccò il culmine della temerarietà dicendo corna dei «Promessi Sposi», nonché dei romanzi di D’Azeglio e del Grossi che pare non avesse nemmeno letti; tanto che il conte Tullio Dandolo, presente a quel turpiloquio, lo ribeccò; Balzac replicò con maggiore violenza e chissà come la cosa sarebbe andata a finire se la buona contessa Soranzo non fosse accorse ad offrire ai contendenti il suo famoso aromatico caffè ...

  Bisogna dire però che Balzac o aveva la doppia faccia o, come è più probabile, si ricredette nei suoi giudizi sul Manzoni, perché quando il francese si recò a far visita a Don Lisander, lo colmò di complimenti e gli disse che vedeva in lui un nuovo Chateaubriand.

  Balzac era assetato di vedere le cose artistiche di Milano; accompagnato dalla Maffei, visitò Brera, ammirò gli affreschi del Luini, nel Santuario di Saronno.

  Ma per non sentirsi offesi dalle critiche che lo scrittore si divertiva a volte a lanciare contro l’Italia e per convincersi che talvolta un grande artista, per amore di stravaganza, ama dire ciò che non sente e gode un po’ sadicamente di crearsi intorno un alone di antipatia, basterebbe rileggere qualche passo di una lettera che lo stesso Barbiera pubblicò, rivolta nel novembre di quello stesso anno 1838 dallo scrittore, tornato a Parigi, alla «cara» Maffei per la quale aveva sempre nutrito una sincera e pura ammirazione fin dal giorno in cui le aveva scritto sull’album: «À vingttrois (sic) ans tout est avenir». In tale lettera Balzac ringrazia commosso la contessa ricordando il «bien aimé salon» (e pur mostra una presunzione tutta parigina consigliando la Maffei, che soffriva di certi disturbi, a recarsi a Parigi a consultare [quelqu’un de nos grands hommes] come se a Milano non ve ne fossero); ma più innanzi, dopo aver chiesto scherzosamente se c’erano ancora molti italiani adirati contro di lui, fa capire che l’accusa era immeritata poiché egli stava componendo un’opera di soggetto italiano dal titolo «Massimilla Doni». «D’altronde – egli proseguiva – mi sembrano molto impertinenti coloro che mentre mi considerano un uomo profondo pretendono di conoscermi in cinque minuti».

  E che si ricordasse nostalgicamente degli amici italiani è provato dal fatto che egli regalava alla contessa Maffei quale omaggio le bozze di stampa dei suoi «Martyres ignorès (sic)»; ed alla stessa dedicava il racconto «La fausse Maîtresse» che rientra nelle «Scènes de la vie privée». Allo scrittore Puttinati e alla contessa Sanseverino Parcia (sic), amici del salotto Maffei, dedicava rispettivamente la «Vengeance» e «Les employés».

 

 

  Arrigo Cajumi, Pensieri di un libertino, Torino, Giulio Einaudi editore, 1950 («Saggi», 134).

 

  Rispetto alla prima edizione pubblicata nel 1947 dall’editore Longanesi, siamo di fronte all’edizione integrale di questa stimolante raccolta di scritti critici del Cajumi che, per la parte riguardante Balzac, si completa di questi riferimenti:

 

Levate di scudi (1936).

 

  In fondo, tutti gli ottocentisti che si salvano, sono della razza buona del secolo precedente: Courier, Mérimée, Sainte-Beuve. Non aggiungo Stendhal, perché il suo gran difetto, ai miei occhi, è di essere «misto» come uomo e scrittore: la vena romantica copiosamente affiora, in lui, e la controprova è data dalla ammirazione per lui di un altro romantico refoulé, Taine. Sainte-Beuve, per cui il romanticismo fu una «malattia», e che col passar degli anni e la maturità dell’ingegno vieppiù ne rifuggiva, non inghiottì mai interamente Stendhal. Né, tanto peggio, Balzac. (E si noti che le sue predilezioni erano per la corrente Diderot-Rousseau, piuttosto che per la stupenda aridità di Voltaire). [...].

  Lucio d’Ambra [...] c’infestò sino al dopoguerra di Pompadourettes o di puttanelle consimili, e si svegliò un mattino, sul settimanale di un ricattatore, con un diario letterario (donde uscirono le sue memorie in tre tomi di oltre 1000 pagine complessive), dal quale traspariva un’autoesaltazione balzachiana. Messosi nella pelle di Balzac per giustificare il pisciare a getto continuo, Lucio d’Ambra si scoprì difensore della famiglia prolifica, dell’onestà delle mogli, di tutta la morale più ortodossamente ricompensata.

 

La salamandra (1942).

 

  Il Ferragus di Balzac, nel rango dei romans policiers, è in testa davvero. Sarà l’abitudine, o la bella edizione, ho sorvolato più facilmente sui couplets descrittivi, sulle alzate d’ingegno e di stile pompose o ridicole, e ho trovato del buon Sue, o Ponson du Terrail.

 

La tarantola (1944).

 

  L’antica e inveterata abitudine di leggere bene, comparando, accostando un testo all’altro, una nuova testimonianza a quella appena esaminata, uno spunto a un pensiero, è feconda. Passare da un capitolo di Renan a una voce del dizionario di Bayle, da Tallemant a Saint-Simon è un metodo di lavoro che dà la padronanza e la familiarità di una letteratura. Le Etudes philosophiques di Balzac, per un lato, cioè la romanticheria ottocentesca di Massimilla Doni, Gambara, ecc. rimandano all’Italia della Sand; per un verso, al Hofmann (L’auberge rouge); e lo zibaldone storico-politico Sur Catherine de Médicis mi ha sospinto a riprendere un tomo delle Guerres de religion di Michelet. Il Calvino di quest’ultimo, sebbene colorito, è ben lungi dal ritratto sfacciato del romanziere. Balzac manipola la storia con una familiarità che solo la sua mancanza di cultura e di gusto gli consentiva: gli episodi di Mary Stuart sono cronaca da portinaia. Badate che Michelet, scrivendo quattordici anni dopo (1856), tocca parecchi spunti su cui il romanziere s’era sfogato, ma sebbene a noi egli stesso sembri eccessivo, si comporta con una leggerezza di penna ignota al suo predecessore. Il gran torto dello storico è di aver preso per oro colato il movimento protestante (quantunque, con un involontario colpo di bisturi, lo riduca a zero, quando mostra Coligny spinto alla morte dagl’intrighi e dalla composizione del suo proprio partito, nonché dall’insuperabile avversione della maggioranza dei francesi al rigorismo di costumi degli ugonotti), come se il libero pensiero fosse stato fondato da dei fanatici religiosi anziché da degli empi libertini. Balzac, al contrario, trova Caterina de’ Medici una gran donna, e il suo martire calvinista fa figura di rinnegato appena gli riesce di agguantar la fortuna. La mediocrità mentale dell’autore della Comédie humaine, il suo spirito reazionario e legittimista, la grossolanità con cui egli si accosta a uomini di scienza e di lettere (pari a quella che permette a Michelet di pigliar sottogamba Ronsard), spiegano gli odi sainte-beuviani. Che il grande critico dovesse sentirsi accapponare la pelle a leggere certe pagine di Balzac, e certi giudizi di Michelet (vedasi per es. nei Nouveaux Lundis, la noterella sulla delfina Marie-Josèphe de Saxe) è così evidente a chi conosce il suo gusto e la sua passione letteraria, che basta a confondere gli ignoranti che lo vituperano. Per costoro, Balzac è davvero un pensatore, e solo lo stravagantissimo universitario Brunetière poteva osare di contrapporre la Comédie humaine a Port-Royal, l’anfora greca e il calderone di ferro. La finezza d’impasto di un saggio sainte-beuviano nulla ha di comune con le avventurose prospettive balzachiane, con quel maneggiar la storia alla Walter Scott. Per contrasto, si veda con quanta misura Augustin Thierry nella Conquête de l’Angleterre o nei Récits mérovingiens consideri gli uomini e le loro passioni. Gli stridori sono altrettanto e forse più acuti nei racconti sette-ottocenteschi: Les Marana, Adieu, Le réquisitionnaire, El Verdugo, dove l’inverosimiglianza dei particolari e la grossolanità del tono, rivelano in pieno la letteratura d’appendice. Né Maître Cornelius (sic), apologia spaccata di Luigi XI, L’élixir de longue vie o L’enfant maudit, si possono prender sul serio. Quanto ai personaggi e agli ambienti italiani di Gambara e Massimilla Doni, pretesto a riscodellarci nozioni musicali appena assorbite, lascio ai competenti di musica il divertimento di scoprire le fonti, e la genialità di Balzac. Un accurato filtraggio degli elementi stendhaliani di quei due racconti potrà esser trastullo dell’amico Trompeo. Un’operazione consimile per la Sans, non ho il coraggio di intraprendere. Può darsi che il «fondo» di qualche carattere, lo spunto di un episodio, siano veri, ma il travestimento che degli uni e degli altri fanno questi feuilletonistes romantici, li rende inverosimili e leziosi.

 

 

  Cam., Stampe nuove. Tutto Balzac in una biografia di Zweig, «Il Gazzettino», Venezia, 4 Ottobre 1950, p. 3.

 

  Contemporaneamente esce in elegante veste italiana la serie dei capolavori del grande autore francese.

 

  In complesso, malgrado una qualità particolare di passatempo, che era quella di ritornare «alle mie origini di lettore o pressappoco, non potrei dire d’aver tratto grande profitto da quest’annata balzacchiana. Ma adesso mi devo ricredere, e col maggior piacere. Adesso ho qui due volumi che, nella bibliografia di Balzac, contano per davvero, e non di traforo come certe placide stanche elaborazioni. E ne aspetto un terzo. Il numero è perfetto: e mi par giusto discorrerne un poco.

  Mondadori, «Quaderni della Medusa, 33» pubblica «Balzac», il grosso tomo di Stefan Zweig, balzacchiano fervente, col sottotitolo: «Il romanzo della sua vita». Lavinia Mazzucchetti, traduttrice impeccabile, in quattro paginette d’introduzione ci dà la storia di questo libro; e un brano di lettera inedita davvero commovenete (sic). Il già anziano e famoso scrittore scriveva alla sua traduttrice. nel 1939: «Come forse Le è noto, nessuno in fondo ho ancora avuto il coraggio di affrontare Balzac, o io, da trent’anni, ho sempre tenuto dietro a tutto quello che è stato scritto su di lui, nella speranza segreta che un altro mi sollevasse da questo lavoro. Ma ora lo debbo proprio fare io».

  Purtroppo l’opera dello Zweig non doveva venir terminata dall’autore. Ma con leggerezza e discrezione, Richard Friedenlhal completò i capitoli finali: ed ecco qui un libro che tutti i fedeli di Balzac leggeranno con gioia. Evidentissima la predilezione dello Zweig per il suo autore. Ma evidentissima anche insieme all’informazione minuziosa e pressochè impareggiabile, una seria e impegnata volontà di biografo, attento all’essenziale, ma non dimentico delle piccole cose importanti.

  Il libro è tutto leggibile. E se potrà venir considerato una specie di «manuale del balzacchiano”, ha prima di tutto il grandissimo merito d’essere scritto da un appassionato: a un tempo, dilettoso e istruttivo; dico, non per il principiante. ma per il balzacchiano ferrato, che quasi dispera di poter trovare del nuovo, in fatto di valutazioni e punti di vista sul suo autore. Con negli occhi il vigoroso ritratto del romanziere dipinto da Louis Boulanger che è al Museo di Tours, qui riprodotto, il lettore godrà in modo speciale i capitoli d’inizio; e quel «Libro Quarto» che pare addirittura il romanzo del romanziere.

  Con una svelta e sugosa prefazione di Pietro Paolo Trompeo, l’editore Casini di Roma ci dà invece un «Omnibus» molto attraente. Il volume è uscito nella collana «Maestri», dove già ci son copiose scelte dallo Stevenson e dallo Strindberg, e dove presto saranno pubblicati un Lermontov e i racconti del Tolstoi. Si tratta di un primo volume, il quale comprende, ben tradotti da Renato Mucci, da Oete Blatto e da Maria Ortiz, «Papà Goriot», «Il Colonnello Chabert», «Un tenebroso affare», «Facino Cane», e «Sarrasine»: ossia due grossi romanzi, un racconto lungo e due novelle che presentano, per quanto è possibile, varii volti del Balzac. Il volume secondo, annunciato come imminente, ci darà: «La donna di trent’anni», «Eugenia Grandet», «I segreti della Principessa di Cadignan». Avremo così, fatti italiani, quelli che l’editore chiama «I capolavori della Commedia umana»; e sarà certo un bel gruppo di opere: senza dubbio, tra le più vitali del grande romanziere.

  Venissero a domandarmi di fare una scelta di romanzi del Balzac, da presentare al pubblico d’oggi, credo mi troverei imbarazzato; e non certo per difetto di materiale. «Orsola Mirouet» non è, probabilmente, un capolavoro: ma di rado la provincia ebbe in Balzac un interprete tanto sagace e commosso; e forse non spesso le donne un esaltatore tanto cospicuamente persuaso. «La cugina Betta», con tutto il mondo parigino mosso e quasi direi amato con superbo disordine; con la indimenticabile figura di banchiere, mi ha tra i suoi devoti più affezionati. E come tralascerei (ma devo limitarmi persino in questa scelta ipotetica) «Il giglio della (sic) valle»: che non gode le mie personali simpatie, eppure è una delle vette dell’arte balzacchiana, co» tutti i suoi pesi morti, se volete, ma con un afflato lirico forse non più raggiunto dallo scrittore? Come non includerei «Cesare Birotteau»? Ma basta, con questi elenchi (forse, finirei col ricopiare quello delle opere complete); tanto, nel Balzac, ciascun racconto ha almeno per una figura o un ambiente, un fascino che scordiamo troppo spesso, ma che, se il ricordo li illumina, ci fanno voglia e ridestano nostalgie, che soltanto una rilettura agiata soddisfa.

 

***

 

  Io non so bene che cosa rappresenti il Balzac per le nuove generazioni. Certo, se il centenario di Maupassant ha fatto perder parecchie penne all’ali del novelliere, trattato persino troppo sottogamba dai lettori d’oggi, e dai critici, il centenario del Balzac, con rare messe a punto, mi pare non abbia leso gran che la sua mole, fatta per durare. Non so se i giovani d’oggi leggano Balzac per trovarci il ritratto della società del suo tempo (ossia per ragioni non del tutto estrinseche, tutt’altro; ma, insomma, un pochino inficiate di contenutismo); o per scoprirci, con vette assai alte, le inevitabili crepe; è pur questo un piacere della gioventù. So che, dovessi far leggere a un ignaro un solo libro del Balzac, non esiterei (dopo molte riletture) a offrirgli «Il cugino Pons». Qui, forse, non è facile trovare, la facoltà balzacchiana di ricreare un tempo. Ma a me pare qui si trovino alcune delle figure più indimenticabili di una immensa galleria; e che il tedesco Schmucke e il cugino Pons tengano onorevolmente il loro posto nel non foltissimo gruppo di personaggi di romanzo destinati all’immortalità.

  Quando, proprio ragazzi, si leggeva Balzac, si cercava, sopra ogni cosa, quel suo gusto visionario e quel suo veder grande; si cercavano, tra le figure delle sue narrazioni, le più massicce o le più patetiche. Tra le prime, ottimo rappresentante Papà Goriot (ma forse si potrebbe trovar di meglio: Vautrin, Bisettean (sic), Nucingen, Marneffe ...).

  Tra le seconde, vive d’una loro segreta poesia, umili ed esaltanti, i due poveri amici del romanzo che dicevo. Pensare alle sollecitudini del tedesco per l’amico presso alla morte; all’agonia di Pons; alla sua preziosa collezione, fatta con tanto amore e che tutti quei parenti, frotta odiosa, contaminano valutandola in contanti. E a quel finale, tra i più indovinati e sobri di tutta l’opera di Balzac; quasi incredibile, in così sanguigno creatore; a quelle cinque pagine seguite da un punto esclamativo: «Excusez les fautes du copiste!».

 

 

  Achille Campanile, “De Minis” in Pretura. Vendeva in strada antenati nobili, «Corriere d’informazione», Milano, Anno VI, 8-9 novembre 1950, p. 2.

 

  — Chi vuole un antenato nobile a buon prezzo? Un Crociato d’occasione? Un principe nella sua prosapia? Avanti, signori. Prezzi modici, merce resistente ai secoli.

  Possibile?

  Che avi blasonati si potessero comperare lo sapevamo fin dai tempi del supervalutato e festeggiatissimo Balzac. Ma che addirittura si vendano all’angolo di una strada come fossero caldarroste, è un po’ forte.

 

 

  Remo Cantoni, Prefazione, in H. de Balzac, Eugenia Grandet… cit., pp. 7-12.

 

  I raffinati cultori dell’arte pura, coloro che distinguono l’aristocratica civiltà delle lettere dalla prosaica e umile civiltà degli uomini, contrapponendo le sfere, dell’arte e della vita fino al punto di considerare la prima come un ideale sopramondo in cui bruciano trasfigurate e deterse tutte le impurità e le scorie della troppo impura realtà, sono, per solito, inclini a negar la qualifica di grande arte a Balzac e al «realismo» in genere. Essi trovano Balzac scrittore imperfetto e disordinato, tumultuoso e caotico, e gli preferiscono scrittori meno vitali, ricchi e energici, ma più controllati e nitidi nello stile. Con gli occhiali di una critica che scevera arte e non arte come l’oro e la sabbia, ravvisando l’arte in una piccola e nitidissima preziosa polvere che un ideale setaccio isola dal fango e dalla terra, si rischia sempre di buttar via — come suona un detto inglese — con l’acqua sporca della vasca anche il bambino che ci guazza dentro vivo e vitale. Nel caso di Balzac si rischia di salvare ben poco della sua monumentale opera, così intrecciata alla realtà sociale della prima metà del secolo scorso, così brulicante di personaggi che sono il riflesso di un particolare e realissimo ambiente, così parallela agli sviluppi economici e psicologici del capitalismo e della borghesia.

  Balzac, nella Prefazione a La Comédie humaine, non aveva lasciato dubbi circa gli orientamenti della sua arte. La società — egli affermava — trasforma gli uomini. «Si riconoscerà che io accordo ai fatti costanti, quotidiani, segreti o patenti, agli atti della vita individuale, alle loro cause e ai loro principî, la medesima importanza che finora gli storici hanno annesso agli avvenimenti della vita pubblica delle nazioni». È un vero e proprio manifesto realista. Questo non significa già che ad essere artisti basti osservare e classificare la realtà, riprodurla fedelmente senza riplasmarla nella fantasia. Non esiste arte dove non esiste invenzione, dove i contenuti o i materiali della realtà non sono rielaborali dalla personalità libera dell’artista. Arte realista non vuol dire ricalco meccanico, cronaca impersonale, riproduzione passiva di un mondo esistente. In questo modo il realismo si ridurrebbe all’assurdo. A qual fine ricopiare ciò che esiste nella vita quotidiana in forme più vivaci, più concrete, più immediate? Ma questo assurdo realismo non esiste che nella testa degli avversari preconcetti di ogni estetica realistica. Nessuno, che un poco si sia cimentato con problemi d’arte e di estetica, lo ha mai sostenuto. Realismo significa piuttosto dialogo critico ininterrotto con la realtà, rifiuto di scomporre astrattamente il mondo dell’esperienza in uno strato impuro e volgare, pertinente all’uomo della strada, tutto immerso nella praticità quotidiana, e in uno strato cristallino ed etereo, atmosfera superna e celestiale respirabile soltanto per gli iniziati ai misteri di quel rarefatto e autonomo mondo che sarebbe l'arte.

  Balzac, lo sappiamo, non piacque mai troppo ai letterati. Già Sainte-Beuve gli rimproverava la mancanza di misura e di stile. Piacque, invece, moltissimo, e fin dagli inizi, a tutti coloro che non identificavano la letteratura con un esercizio di stile, ma in essa cercavano una emozione umana e profonda, come è quella che proviene dall’accostarsi a un mondo popolato da una folla di personaggi mirabilmente ritratti e prodigiosamente vivi e ardenti nelle loro reali passioni. Quello di Balzac è un mondo sanguigno, esuberante, intenso, epicamente teso. Gli uomini di Balzac sono lontanissimi dai contemporanei enigmi e dilemmi della personalità. Nulla che ricordi le contraddizioni, la problematicità, le complesse stratificazioni che costituiscono, da Joyce a Proust, da Kafka a Gide, il dramma dei personaggi del romanzo moderno. Mentre gli uomini di Dostoievskij son sempre un impasto dialettico di opposti motivi, gli uomini di Balzac parlano fino al limite e all’ossessione la passione o il motivo che li fa agire nel mondo. Il Père Goriot è l’amore paterno spinto fino a una voluttà di sacrificio e dedizione che travolge la personalità. Eugénie Grandet è l’amore casto e devoto, memore e fedele, incurante di tutto ciò che non sia il proprio interno bruciare. Felice Grandet è un avaro che spinge la propria avarizia fino a farla diventare giansenistico rigore, culto religioso e fervido. Ogni personaggio, in altre parole, è un tipo della commedia umana. Commedia in cui ognuno recita con estremo rigore e attenzione la sua parte inserendosi in una società, in un costume, in una realtà salda e organica che ha sue leggi e sua struttura. Ogni personaggio è qualcosa di definito, è il prodotto di un ambiente, di una classe che in lui si tipicizza e si esprime.

  In Eugénie Grandet confluiscono i motivi più caratteristici dell’arte di Balzac. L’ex bottaio, Felice Grandet, l’avaro che giganteggia nelle pagine del romanzo, come un centro focale verso cui convergono tutti i raggi luminosi che brillano vividi nel capolavoro balzachiano, tipicizza in modo esemplare e paradigmatico — un paradigma che diviene specchio e critica feroce di un’epoca — quel mondo di borghesi al quale era stato proposto come motto: «arricchitevi!». Balzac stesso, che ama gli excursus di filosofia e psicologia sociale, crea lo sfondo al suo personaggio quando scrive: «Gli avari non credono in una vita futura; per loro il presente è tutto, e questa riflessione getta un’orribile luce sull’epoca attuale, in cui, più che in ogni altro tempo, il denaro domina le leggi, la politica e i costumi. Istituzioni, libri, uomini e dottrine, tutto cospira a minacciare quella fede in una vita futura sulla quale l’edificio sociale poggia da milleottocento anni. Al giorno d’oggi, infatti, il feretro costituisce una transizione che incute scarso timore, e l’avvenire che ci attendeva al di là del requiem è stato trasportato nel presente». Il «pensiero generale» dell’epoca è, secondo Balzac, quello di giungere per fas et nefas, a qualsiasi condizione, al paradiso terrestre del lusso e dei godimenti, indurire il proprio cuore e macerare il corpo nella speranza dei beni terrestri. A un secolo e più di distanza dall’opera balzachiana, il «pensiero generale» dell'epoca non è mutato, ma la borghesia non è più disposta a indurire il proprio cuore e a macerare il proprio corpo. È divenuta, in confronto di quella del secolo scorso, fiacca e godereccia; non crede alla continuità del suo potere economico e sociale, e, non pensandolo continuo né legittimo, non dispone più di un’etica che lo sorregga e lo coonesti. Certamente Balzac odiava l’«avaro» Felice Grandet e tutti coloro che gli assomigliavano. Ma l’odio, per lui come per noi, non andava disgiunto da una certa ammirazione per la statura monumentale e quasi mitica del personaggio, «inflessibile, aspro e freddo come un blocco di granito».

  Non stupisce che Marx e i marxisti abbiano tanto amato e tanto amino il reazionario e cattolico Balzac. Eugénie Grandet è, infatti, una sinfonia in chiave di scudi, oro, rendite, redditi, interessi, lunghi e appassionati calcoli economici. Il mondo borghese è svelato e denunciato nella sua infrastruttura che condiziona e sovente determina il gioco variopinto delle sovrastrutture. Il danaro è definito da Balzac come «l’unico dio moderno nel quale si abbia fede», e questo culto secolare e prosaico, con le sue vittime e il suo fanatismo, la sua etica e la sua logica, è stato descritto senza veli o pietà. Perfino in articulo mortis, quando il curato della parrocchia amministra a Felice Grandet l’estrema unzione, gli occhi dell’ex bottaio, apparentemente spenti da alcune ore, si rianimano alla vista della croce, dei candelabri, dell’aspersorio d’argento. Grandet morendo dice alla figlia: «Abbi cura di tutto! Me ne renderai conto laggiù!», provando, con queste parole, la coincidenza nel suo spirito di cristianesimo e avarizia. Mondo sordido ma statuario, coerente, implacabile, di uomini disposti a pagar di persona per il proprio dio metallico o cartaceo. Gli attuali epigoni di quel mondo sono invece molli e imprevidenti, annoiati e cinici. Il confronto è istruttivo.

  Accanto ai motivi realistici sopravvivono nell’opera di Balzac i vecchi temi sentimentali del romanticismo: l’intrigo, il tenerume, l’enfasi, la retorica dei gesti e delle parole. I colori dolci, attenuati, e perfino sdilinquiti per il nostro attuale gusto, si mescolano alle tinte forti e nette. Balzac sta ai confini tra romanticismo e realismo. Egli accoglie, in assoluta sincerità, anche quelli che noi oggi giudichiamo gli ingredienti della maniera romantica. Ma è un vano tentativo quello volto a dissociare nell’unità dell’opera il buon vino dall’acquetta. La realtà di Balzac, come ogni realtà, è sempre colorata dal sentimento e dalla fantasia, che non sono, come qualcuno ingenuamente pensa, l’antitesi della realtà, bensì una sua ineliminabile componente. Il mondo interiore non è meno reale di quello esterno. L’ultima trovata della critica idealistica è quella di presentarci un Balzac visionario e fantastico, creatore di mondi immaginari alla Hoffmann o alla Poe. La verità è più semplice: Balzac fu un grande realista, ma la sua realtà era umanizzata, e cioè rivissuta e fusa nel calore di un sentimento creatore. Nell’unità di questo sentimento creatore non riusciremo mai a distinguere astrattamente — ed è giusto che non si riesca — il mondo esterno da quello interiore. Reale è la loro dialettica, e non v’è realismo ove non si tenga conto di questa vivente dialettica.

 

 

  Remo Cantoni, Realtà e fantasia nella vita e nell’opera di Balzac, «Milano-sera», Milano, Anno VI, 28-29 agosto 1950, p. 3.

 

  Lo Zweig ha narrato con molta freschezza le stravaganze dello scrittore francese, tanto più smanioso nello spendere quanto più lo incalzavano i creditori. 

 

  Il primo centenario della morte di Balzac non ha ancora dato in Italia quel contributo di studi, ricerche, saggi, illuminazioni che è giusto attendere da un paese letterariamente esperto e sensibile come il nostro. Qualche articolo di giornale, dedicato per solito agli aspetti più visibili ed eccentrici dell’uomo, qualche riesumazione editoriale delle opere più famose, come il Père Goriot, l’Eugénie Grandet, La Rabouilleuse («Il colonnello Bridau»), e nulla o poco più, per quanto io sappia. Il problema Balzac, così dibattuto e vivo in Francia, in Russia e in altri Paesi, non è stato ancora affrontato con sufficiente penetrazione e obiettività da nessun critico italiano. Non è una novità: Balzac amatissimo dai non letterati è poco amato nella piccola e astiosa repubblica delle belle lettere. Gli si rimproverano lo stile spesso sciatto e frettoloso, la mancanza di gusto, la pacchianeria di tante scene o trame abborracciate, il debole controllo critico nell’accettare nella propria opera i sottoprodotti del romanzo di appendice, del feuilleton, gli ingredienti più dozzinali del vecchio arsenale romantico. Gli vengono contrapposte la perfezione limatissima di Flaubert, la sobrietà nervosa, delicata e ironica di Stendhal. Appunti e obiezioni in parte esatti, ma incompleti e quindi superficiali. Esatti perché di Balzac si possono e si debbono criticare le sciatterie e le improvvisazioni; incompleti e superficiali, perché Balzac resta genialissimo scrittore, malgrado le infinite zeppe di cui è piena e ingombra la Comédie humaine.

  Come non si giudica Verdi dalle numerose opere mancate, da quel tanto di faciloneria che pur si trova nella sua ricchissima produzione, così, nel giudicare Balzac, non si deve indugiare schizzinosi e pedanti sulle parti manchevoli di un’opera gigantesca che soltanto nel suo insieme, con il suo bene e il suo male, acquista esatto significato e giusto rilievo poetico.

  A una migliore conoscenza dell’uomo Balzac, della sua psicologia di creatore, giova indubbiamente l’ottima biografia di Stefan Zweig, che Lavinia Mazzucchetti ha tradotto molto bene per l’editore Mondadori. L’incontro di Stefan Zweig e Honoré de Balzac è nato sotto i segni di un trentennale amore del critico per il suo autore. Lo scrittore viennese, esule dalla patria fin dal 1933, mise tragicamente termine alla sua vita rovinata dal nazismo, uccidendo sé e la moglie, otto anni or sono, nel Brasile.

  Questo Balzac fu la sua ultima fatica letteraria. Alla sua fedele traduttrice italiana, lo Zweig scriveva da Londra l’8 agosto 1939: «Pensi, cara amica, che io, perdendo il giudizio con i capelli grigi, mi sono dato a un’impresa pressocchè insolubile, forse la più ardua di tutta la storia letteraria. Voglio attuare il desiderio della mia giovinezza e scrivere un «Balzac» e so già oggi che diventeranno due volumi, e che ciascuno sarà grosso come un Sancio Panza — il primo con la vita, il secondo con le opere ... Come forse Le è noto, nessuno in fondo ha avuto di coraggio di affrontare Balzac, e io da trent’anni ho sempre tenuto dietro a tutto quello che è stato scritto su di lui, nella speranza segreta che un altro mi sollevasse da questo lavoro. Ma ora lo debbo proprio fare io». Abbiamo, postumo, solo il primo volume, al quale mancò la revisione finale dell’autore. A tale revisione si accinse un fedele amico dello Zweig, lo scrittore tedesco Richard Friedenthal, al quale vennero affidate le cure degli scritti postumi.

  Come biografo lo Zweig unisce a molte qualità alcuni difetti: è non di raro pletorico e ridondante, la sua scrittura fantasiosa procede sovente troppo carica di immagini e metafore, la sua preoccupazione di creare il ritratto lindo e definitivo lo porta, incoscientemente, a lustrare la figura studiata, schematizzandola in un «tipo» ideale, sollevato oltre i chiaroscuri e le ambiguità realmente esistenti. Questi difetti, dovuti in parte al sogno ambizioso di costruire una grande tipologia dello spirito umano. — e quella di illustrare i paradigmi sui quali si declina l’esistenza degli uomini è tendenza comune a gran parte della cultura contemporanea, soprattutto germanica —, non devono far dimenticare i meriti dello Zweig, che è studioso appassionato, dotato di grande acutezza psicologica e di non comuni capacità espositive. Questo ritratto di Balzac è pienamente riuscito. Si avverte subito che la natura del critico è congeniale a quella del grande romanziere: si intuisce che un lungo e devoto culto balzachiano è stata la premessa dalla quale è nata questa ricostruzione di una vita che fu varia e mossa come un romanzo. In ogni biografia, che non sia un arido elenco di documenti, vi è sempre un elemento di invenzione legittima. Lo Zweig ha fatto sovente ricorso alla sua mobile e colorita fantasia, ma la sua immaginazione creatrice è sempre controllata e guidata da una documentazione precisa e paziente. Come altri critici, lo Zweig è stato soprattutto colpito dalla vitalità, dall’esuberanza, dalla formidabile volontà e capacità di lavoro di Balzac. Nel romanziere francese egli vede un prodigio della volontà di potenza, che divenne letteratura ma avrebbe potuto anche, in circostanze mutate, assumere forme diverse da quelle dell’arte. La vita di Balzac è splendidamente narrata dall’infanzia alla morte, nella trama complessa degli amori, delle catastrofiche speculazioni commerciali, nei sogni di ricchezza, nelle peripezie per sfuggire a creditori e uscieri, in tutti quegli episodi e avventure che i balzachiani conoscono e amano.

  In una sequenza di scene molto ben disegnate vediamo Balzac con indosso la sua celebre tonaca di lavoro serrata alla vita da un cordone intrecciato che diventerà più tardi, per smania di snobistico lusso, una catena d’oro. Eccolo all’opera, inchiodato infaticabilmente al suo notturno scrittoio, tra candele infilate su candelabri d’argento, mentre frusta i nervi stanchi con innumerevoli tazze di caffè. Ecco Balzac editore di opere classiche, proprietario di una stamperia, a cui aggiunge poi una fonderia di caratteri; eccolo correre in Sardegna nella speranza di sfruttare miniere d’argento: e ogni volta i disegni grandiosi sono seguiti da bancarotte clamorose, che non avran termine sé non pochi mesi prima della morte, quando lo scrittore, ormai esausto, riesce finalmente a sposare la ricchissima e tanto agognata, contessa Eva Hanska.

  Lo Zweig ha narrato con molta freschezza le stravaganze di Balzac, tanto più smanioso nello spendere e nel circondarsi di cose lussuose, quanto più lo incalzano i creditori. Dalle pagine di Zweig esce un Balzac inguaribilmente ottimista e fervido, anche nelle circostanze meno liete, un uomo inesauribile nel sognare la ricchezza, la gloria e l’amore, un artista sempre pronto a volare con la fantasia oltre le miserie quotidiane, incrollabilmente devoto alla sua missione poetica che fu quella di mantenere un dinamico equilibrio tra la realtà sempre pervasa di immaginazione e l’immaginazione sempre nutrita e stimolata dalla realtà.

  Nell’opera di Zweig ci sfilano dinanzi i ritratti delle donne che Balzac amò: la materna, generosa e vecchiotta Madame de Berny, la frivola e furba duchessa de Castries, invano corteggiata, la contessa Visconti generosa anche nel pagare i debiti dell’artista, la signora Zulma Carraud amica fidata e di gran cuore, la nobile polacca Hanska sua futura moglie, che lo Zweig ha in grande antipatia. Nella donna Balzac cercava spesso uno. svago, — lui predicatore di castità —, e, al fondo, sotto i bollori della sua natura sensuale, una protettrice materna, un’amica devota fornita magari di un nome illustre, che appagasse le sue infantili smanie per l’aristocratico brillio, e, soprattutto, di un solido patrimonio per assestare le sue dissestatissime finanze, Nelle pagine del libro compaiono Dumas, Sue, Gautier, Hugo: questi due ultimi, amici sinceri in mezzo a tanti nemici e calunniatori che in Balzac non vedevano che uno spaccone.

  Sebbene il libro di Zweig non sollevi problemi critici, contentandosi di essere una ricostruzione colorita e geniale della psicologia e della vita di Balzac, esso ci dà l’avvio ad alcune considerazioni: Balzac, nella vita, e nell’arte, fu un aristocratico soltanto nei propri sogni e nei propri capricci; l’aristocrazia era il mondo vagheggiato nella fantasia; come artista ebbe in sorte di essere lo storico, il sociologo e il naturalista dei costumi del mondo borghese, da lui ferocemente criticato; nella sua realtà Balzac fu un plebeo, un proletario, un uomo del popolo, continuamente respinto da aristocratici che non gli perdonavano di mettersi in bocca il coltello quando mangiava e da borghesi ai quali non piacevano debiti e bizzarrie. Questi tre strati della personalità balzachiana sono in perenne movimento dialettico tra loro e sono la sintesi di una intera società del giuoco delle sue contraddizioni, in un periodo in cui l’aristocrazia decadeva, la borghesia trionfava, mettendo già a nudo i germi della propria corruzione morale, e il proletariato maturava per gli eventi del 1848. Capitò a Balzac, monarchico-legittimista, cattolico e antidemocratico, di essere amato da Marx e Engels e, in genere, dai critici marxisti. Non lo amano, e gli negano la grandezza, soprattutto coloro che Balzac credeva di difendere nella sua opera: le élites del sangue e del gusto. E’ un destino singolare sul quale vale la pena di riflettere.

 

 

  Alberto Cappelletti, Nel centenario di Balzac. Ricordi romani dell’autore della “Commedia Umana”, «Rassegna di cultura e vita scolastica», Roma, Anno IV, nn. 9-10, settembre-ottobre 1950, p. 5.

 

  Onorato di Balzac viveva in quel tempo a Passy, sopra una collina a terrazze, a trecento metri dalla Senna — in una via tutta piena d’edera e di cinguettii, una casa, un giardino, una vigna —; lì s’era rifugiato, sperando pace e silenzio all’affannosa, assillante fatica. Ed era, invece, costretto a lavorare di notte, per non sentir le grida dei vicini e dei loro figliuoli, creando al tremulo lume della candela taluni dei più tragici personaggi della sua opera: quelli di Splendori e miserie delle cortigiane, dei Contadini, dei Parenti poveri. Fu lì, nel 1845, che gli pervenne da Dresda l’appello della straniera, della contessa Hanska, ormai vedova: raggiunta l’amata, mosse con lei — finalmente! — alla volta di Roma.

  Trascorrere qualche settimana con la sua Eva nella Città Eterna, gli parve davvero degno del suo genio. Ma il soggiorno fu breve. La cosa più notevole di esso fu l’udienza papale che il pittore Schneitz, direttore dell’Accademia di Francia, ottenne a lui, all’Hanska, alla figlia e al genero di costei. Il dotto Gregorio XVI fu assai cortese e affabile con Balzac e gli regalò un rosario da portare alla madre. Onorato uscì dal Vaticano entusiasta e al colmo dell’ammirazione per la forza gerarchica del cattolicismo.

  Ma mentre si apprestava a vedere tutte le bellezze della città e mentre la sua Loup-Loup, come chiamava la sua Eva, rimaneva l’intero inverno a Roma, egli fu costretto a tornare a Parigi per curare presso l’editore Furne la grande edizione della Commedia Umana.

  Partì piangendo come un fanciullo.

  Ma nella primavera del ‘46, come può, s’imbarca nuovamente a Marsiglia, scende a Civitavecchia — in quale via si è soffermata Eva? dove ha poggiato i suoi delicati piedini? —, corre a Roma a raggiungere i suoi amici. Dalla fine di marzo alla fine di aprile dura il suo soggiorno, ed è una sola, alta, lunga esaltazione. Trecento chiese da vedere; San Pietro che è al di là d’ogni immaginazione: «Ci sarebbe da parlarne per una settimana! — scrive alla sorella Laura —. Immagina che la nostra casa di Rue du Houssaie starebbe comodamente nel terzo piano interno della cupola!» E più oltre: «Roma, malgrado il tempo breve in cui vi sono rimasto, sarà sempre uno dei più grandi e bei ricordi della mia vita».

  Compra un Bronzino, un Sebastiano del Piombo, un Guido Reni: così non sarà più come nell’infausta villetta di Sèvres, les Jardies, ove alle pareti nude aveva attaccato cartelli con scritto: «Qui un Raffaello», «Qua un Tiziano» ..., ma splenderanno intorno a lui autentici capolavori. E poi, anche se capolavori non sono, Balzac li immagina tali e li illustra con enfasi Quando più tardi, all’inizio del ‘47, l’Hanska va a Parigi a donargli, dopo Vienna, Pietroburgo e Roma, la gioia di tenerla vicina, egli, dinanzi a un quadro che avevano comprato insieme nei dintorni di Roma (Eva ricordava che il venditore aveva consentito subito sul prezzo un enorme ribasso!), esclama: «Questo quadro, l’Italia l’ha lasciato esportare con un fremito di dolore!» ...

  In quell’aprile romano, mentre fra gli antichi ruderi gloriosi, risuscitanti nel suo spirito i ricordi più vivi della storia, occhieggiavano i mandorli e le mimose in fiore gli davano l’ebbrezza della primavera, eccolo, stretto al braccio caldo di Eva, assistere alle cerimonie della Settimana Santa, ammirarne la solenne grandiosità, dare interpretazioni nuove e originali ai cori, ai canti, alle sacre funzioni con cui la Chiesa rievoca la passione e la morte di Cristo. Eccolo la sera del Giovedì Santo presso le colonne tortili del baldacchino berniniano, davanti al cardinale arciprete, che, iridiscente di porpora, ascende a lavare l’altare tutto spoglio e triste, davanti alle sacre reliquie che dalla loggia della Veronica un canonico in paonazzo mostra alla folla prosternata e riverente, emettere esclamazioni di entusiasmo, clic fanno volgere gli sguardi su questo brutto e grosso personaggio dagli occhi di fuoco.

  La grande illuminazione della basilica, del colonnato e della cupola rese addirittura folle di entusiasmo quest’Onorato mai stanco, nell’esuberanza del carattere, di gridare alta la sua gioia. «Vaut à elle seule le voyage» scrisse, e in quelle fiaccole ardenti che alle sagome dell’architettura donano un tremulo bagliore di sogno egli vide forse, nella coscienza del suo genio, come un’apoteosi della sua opera.

  Alte personalità del mondo romano gli furono prodighe di cortesie, che contribuirono a rendere in lui più dolce e forte il ricordo dei due brevi soggiorni romani. Tra costoro, il duca di Teano, principe Michelangelo Caetani, colpì maggiormente Balzac. Gli fu guida in varie escursioni ed ebbe così agio di mostrare all’ospite francese la vasta cultura, il gusto squisito, affinato da secoli di tradizione familiare, di studio e di comando. Tra l’altro, Onorato assistette ad un commento dantesco che il principe romano tenne in quei giorni a Palazzo Farnese, e l’ammirazione per Michelangelo Caetani raggiunse, come sempre in Balzac, l’entusiasmo. Così che tornato in Francia a terminare per ... i suoi creditori la Cugina Betta — l’opera nella quale le figure più tragiche, più mostruose e più crudeli, madame Marneffe, il barone Hulot, l’arricchito Crevel, il polacco Venceslao, si avvicendano con le dolci figure della bontà e dell’altruismo senza confini, Adelina e Ortensia —, egli sente, nel suo cuore sempre prodigo e generoso, di dover dedicare questo capolavoro al principe romano che aveva dato al suo spirito la possibilità di tanti spirituali e sottili godimenti.

  E in un’afosa giornata d’agosto, mentre nella sua vestaglia di color rosso fiammante si liquefà in sudore, ma resta imperterrito ore e ore alla scrivania — unico sollievo, ogni tanto, uno sguardo là, oltre il cortile, al verde pendio verso la Senna e la lontana,  evanescente Parigi —, sull’imbrunire, quando la governante madame de Brugnoli gli porta un candeliere acceso e un piatto colmo di ciliege, egli afferra nel cumulo delle bozze, dei manoscritti, degli appunti, delle note, dei libri, che coprono da ogni parte la scrivania e il pavimento e le sedie, un ampio foglio di carta velina e butta giù la dedica: «a don Michelangelo Caetani, principe di Teano».

  «Non è al principe romano né all’erede dell’illustre Casa dei Caetani, che ha dato dei papi alla cristianità, è al sapiente commentatore di Dante che dedicò questo minuscolo frammento d’una lunga storia. Voi m’avete fatto scorgere la meravigliosa intelaiatura di idee sulla quale il gran poeta italiano ha costruito il suo poema, il solo che i moderni possano opporre a quello di Omero ... Uno studioso francese si farebbe un nome, guadagnerebbe una cattedra e molte croci, pubblicando in un volume dogmatico l’improvvisazione con la quale voi ci avete resa incantevole una di quelle serate in cui si riposa dall’aver visitato Roma ... Sfogliando i vostri scritti sarei potuto divenire un uomo dotto della forza di Schlegel, mentre rimango un semplice dottore in medicina sociale, il veterinario dei mali incurabili, non foss’altro che per offrire un attestato di riconoscenza al mio cicerone e per aggiungere il vostro illustre nome a quelli dei Porcia, dei Sanseverino, dei Pereto (sic), dei Negro, dei Belgioioso, che rappresentano nella Commedia Umana quell’alleanza intima e costante tra l’Italia e la Francia, che già il Bandello consacrava allo stesso modo...».

  Onorato di Balzac, che nella primavera del ‘46 era a Roma, si spegne a Parigi, il 18 agosto 1850, a cinquantun’anni di età, in quello châlet di via Fortunée, che, comperato per la sua Eva, avrebbe dovuto, nella sua mente immaginosa, divenire il più importante salotto letterario della Ville Lumière. Egli vi lavora sin quasi all’estremo delle sue forze, e nelle sue ultime pagine si scorge il genio che combatte con la morte: assai spesso, mentre il racconto s’intriga di fosche figure e di diaboliche vicende, uno spiraglio di luce e di sorriso — forse una speranza di salvezza nell’anima del grande — è dato dal ricordo di artisti, di opere, di città italiane.

  Quando, assetato non solo d’amore ma anche di nobiltà e di grandezza — «la mia esistenza dev’essere pari alla mia opera» — si trova nella lontana Ucraina, nel castello della contessa Hanska, che il 15 marzo 1850 diverrà sua moglie, e volgendosi nella sua stanchezza, a costei che lo assiste con assoluta dedizione, le mormora: «La testa mi pesa più della cupola di San Pietro!», pare a un biografo di Balzac, il Benjamin, che sia soltanto il ricordo del suo soggiorno romano a trattenerlo ancora in vita. «Com’eravate bella e ...», ma non può finire la frase: una crisi di tosse, di mancanza di respiro, di vomito, lo scuote, lo dilania e spegne in lui l’immagine dell’amata qual era risorta, alta ridente sullo sfondo di Roma.

 

 

  Aldo Carratore, Per un bottone che mancava al suo scolaro vacillò la mente di Emanuele Kant. [...]. Il disordinato Balzac, «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, Anno LXIII, Numero 242, 1° Settembre 1950, p. 3.

 

  Nel campo delle stranezze un ponto a porte spetta al celebre romanziere francese Onorato de Balzac, il quale va famoso oltre che per la tua singolare distrazione che ha dato motivo ad episodi gustosissimi. anche per la sua grande trascuratezza. Non conosceva infatti cosa fossero l’ordine e la pulizia; nello studio le carte ed i libri erano accatastati in ogni angolo alla rinfusa e, quando andava fuori, gli abiti che indossava, per lo più dimessi e sbrodolati, gli conferivano un aspetto meschino e punto confacente con la sua fama di grande scrittore.

  Si racconta anzi in proposito che una volta, invitato a pranzo con insistenza da una nobile dama che lo conosceva soltanto per fama, venne fermato alla porta dal maggiordomo perché scambiato per un servitore! Insistendo Balzac per entrare nel salone degli invitati, il maggiordomo con maniere piuttosto brusche, lo mise senz’altro alla porta. Un amico però sopraggiunto in quell’istante chiarì subito lo increscioso equivoco, fra lo stupore della dama e degli invitati accorsi.

  Eppure nonostante la sua personale trascuratezza, Onorato de Balzac provava un disagio indicibile, quasi un malessere ogni qual volta gli capitava di entrare in una sala dove i mobili e gli oggetti non fossero stati disposti con cura e buon gusto, oppure nello studio di qualche collega dove regnasse, come nel suo, il più caotico disordine. Insomma, mentre la trascuratezza altrui lo esasperava, tollerava invece pacificamente la propria: debolezza anche questa per un genio come Balzac.

 

 

  Emilio Cecchi, Balzac 1950, «L’Europeo. Settimanale di attualità», Milano, Anno VI, N. 40, 1° ottobre 1950, p. 11; ora in Aiuola di Francia, Milano, Il Saggiatore di Alberto Mondadori, 1969, pp. 28-31.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., pp. 555-556.

 

  Non abbiamo saputo precisamente gran che, né forse c’era da sapere, sull’andamento in terra francese del centenario della morte di Balzac (18 agosto 1950). Ma lasciando da parte conferenze, discorsi, la pubblicazione obbligatoria di generici articoli commemorativi nel tenore solito a queste circostanze, e la esumazione di qualche curiosità erudita, il tono saliente sembra sia stato improntato ad una simpatia di cui Balzac non aveva goduto di certo da molti decenni. Più che degli intrinseci valori d’un’opera o di una personalità, i centenari si colorano infatti dalle inclinazioni e dai colori dei tempi. A Beethoven, che nientemeno è Beethoven, toccò nel 1927 un centenario magrissimo, quaresimale. E se il centenario di Wagner fosse caduto in quell’epoca, sarebbe stato un vero disastro. La musica guardava in tutt’altra direzione. Mentre è parso che la letteratura oggi guardi più o meno nella direzione che Balzac perentoriamente le indicava col suo bastone da maresciallo napoleonico. Un Balzac che, insomma, ritorna come campione, come eroe della letteratura engagée. Non sarebbe stato facile prevederlo.

  Che nell’impetuoso trasporto delle proprie idee politiche e morali, e sotto l’influsso di madame de Berny, eppoi della duchessa de Castries ed altre muse aristocratiche, nel «Rénovateur» e simili fogli ultra-monarchici, Balzac riversasse il forcaiolismo che gli avanzava dai suoi romanzi: di tutto questo ai nuovi fautori della letteratura engagée importa relativamente poco. Non fosse altro come avversario, come bersaglio polemico, un reazionario, uno sfegatato paladino del trono e dell’altare, uno scrittore che si propose «di compiere con la penna ciò che Napoleone aveva iniziato con la spada», sarà sempre per essi preferibile ad un abietto artista puro, ad un irriducibile esteta, a un volontario recluso della inaccessibile torre d’avorio. Ma del resto: non fu tra i primi, Balzac, a mostrare nei suoi romanzi, l’enorme importanza del fattore economico nella vita moderna? A rappresentare (benché fermandosi alla borghesia) sul tumultuoso sfondo del primo Ottocento, la formazione e l’ascesa di nuove classi sociali? Oggi, si dice, egli avrebbe fatto per il proletario ciò che fece ai suoi giorni per il piccolo borghese, egoista, affarista, ma a suo modo eroico: l’avrebbe assunto agli onori dell’epopea. E siccome di feste come questo centenario, bisogna pur che qualcuno paghi le spese, oggi le spese, più o meno direttamente, le ha fatte il povero Flaubert. Troppo letterario, troppo stilista, troppo marmoreo. Magari nessuno l’avrà, a faccia a faccia, investito; ma si capiva che per lui era aria cattiva, e che parecchio ci sarebbe stato da ridire sul suo conto. Peccato di non poter vedere, al centenario della morte di Flaubert, nel 1980, se a pagare le candele quella volta non toccherà precisamente a Balzac.

  Per la presente ricorrenza, un nostro nuovo editore ha preparato due grossi e nitidi volumi, dei quali il primo è ora apparso: I capolavori della «Commedia Umana» (Casini, Roma), con introduzione di Pietro P. Trompeo. Il volume contiene tre fra i migliori romanzi: Papà Goriot, Il colonnello Chabert, Un affare tenebroso, e due racconti. Sarebbe offesa al lettore di volerlo informare su testi così popolari. Ma la succinta introduzione del Trompeo è un piccolo capolavoro d’acume ed equilibrio critico; e chi voglia fare il punto sulla odierna situazione di Balzac, non potrebbe desiderare altra guida che cotesta. Quasi non è da cambiare parola, dove il Trompeo viene osservando come di Balzac non forse un solo libro sia immune da incoerenze ed insufficienze, trucchi di mestierante e sdolcinature. E senza volere in tutto consentire col Sainte-Beuve, che ostentava di mettere Balzac press’a poco sullo stesso piano di Sue: un che di falso e sforzato ci disturba anche nelle pagine più travolgenti. L’azione precipita a capofitto nel melodramma. E il narratore e il moralista restano di gran lunga inferiori all’ambientista, al ritrattista e allo storico. Esattamente.

  Il fascino storico ha parte preponderante nella vocazione di Balzac. Come di Ivanhoe aveva visto il Thierry: la capacità di rievocazione, di resurrezione storica, benché in un ordine soprattutto visivo e pittoresco, aveva formato l’autentico dono di Walter Scott, fra tante sue banalità e convenzionalità romantiche. Ammiratore dello Scott, il Balzac, fu partecipe d’un simile dono. «Ma mentre lo Scott, operando la rievocazione e resurrezione storica, ha bisogno di riferirsi ad epoche remote, il Balzac sa rendere i tratti caratteristici delle tre o quattro generazioni che si possono frequentare nel corso d’una esistenza ... Egli non è stato soltanto il pittore, ma lo storico dei costumi contemporanei; ne ha colta la fisionomia, e ne ha fissata l’evoluzione e il movimento ... Che è già un merito unico» (Brunetière). «Se non fu l’Omero della borghesia, ne fu almeno il Tacito o il Saint-Simon. E non può lasciare da parte Balzac, chi voglia avere il quadro totale della società francese durante la prima metà dell’Ottocento» (Trompeo).

  In altre parole: sotto un punto di vista rigorosamente artistico, l’importanza e il significato sembrano forte scaduti: da quando il Taine, in un saggio giovanile, trattava di Balzac come d’un nuovo Shakespeare. Mentre sotto l’aspetto dell’annalista, del documentarista e storico di costumi, la valutazione del Brunetière viene oggi riconfermata in pieno, anche da critici, come il Trompeo, di stretta osservanza umanistica. E rimane la personalità vissuta, che esercitò sempre sul pubblico, e non incolto, un’attrazione maggiore di quella suscitata dai più vigorosi personaggi della Commedia Umana. Vedi, in proposito, un discorso di Riccardo Bacchelli, in «Il ponte» (anno VI, n. 7, luglio 1950). Tra le ultime fatiche di Stefan Zweig, dal 1939 alla morte (1942), fu appunto una grande biografia di Balzac; alla quale sembra che avrebbe dovuto seguire un volume di pari mole, dedicato all’analisi dei romanzi. Tale biografia è uscita in questi giorni, nella traduzione di Lavinia Mazzucchetti (Balzac, Mondadori, «Quaderni della Medusa», n. 33).

  Oltre che d’un ricco materiale d’informazione, lo Zweig vi fa sfoggio di doti di eloquenza non meno generose. Come avverte la traduttrice, in una revisione che al libro mancò, sarebbero cadute certe veniali prolissità e ripetizioni. Ma anche nella sua forma attuale, il Balzac di Zweig ha di che interessare, e largamente; specie se uno disponga tuttora d’un po’ di quella docile e abbagliata virtù d’illusione con la quale si leggeva Balzac da giovani; - e ad avere avuto allora fra mano un libro siffatto, sarebbe stata veramente una festa. Non direi ne venga fuori un Balzac impreveduto, di nuovo stampo (com’è, per dirne una, il Dickens di Edmund Wilson); e neppure molto profondo. Si tratta d’una affettuosa, colorita e trascorrente narrazione aneddotica, più che d’una impegnativa ricostruzione psicologica. Forse il racconto entra più acremente nel vivo, rintracciando quella «via crucis» che fu l’ultima e massima avventura amorosa di Balzac: l’interminabile corteggiamento e il matrimonio con la sinistra madama Hanska. La pagina che chiude il libro, nella quale Victor Hugo narra la sua visita notturna a Balzac agonizzante, è di quelle che non si scordano. In confronto a quella terribile scena dello scrittore, rimasto solo solo, che rantola, la morte di papà Goriot sembra quasi una morte felice.

 

 

  Blaise Cendrars, Un secolo dopo. Paris-Balzac, «Il Mondo. Settimanale di politica e letteratura», Roma, Anno II, Numero 24, 17 Giugno 1950, p. 11.

 

  C’è qualcosa di balzacchiano anche nelle date che rammentano la vita di Balzac: morto a metà del secolo, poco dopo le barricate parigine del ‘48, Balzac ci ritorna col suo centenario nel 1950, anno critico se mai ve ne fu uno nella storia di questo secolo. In questo scritto, che anche nello stile affollato e delirante vuote essere un omaggio a Balzac, Blaise Cendrars (uomo d’affari, viaggiatore, agente segreto, milionario, vagabondo, nonché romanziere e poeta) parla dell’autore della Comédie Humaine, lo scrittore più lungo che abbia avuto la letteratura, associandovi il ricordo dello scrittore più breve, Raymond Radiguet. Il saggio di Cendrars presenta anche per ciò un particolare motivo d’interesse: esso è una delle rare testimonianze personali che si abbiano sul romanziere del Diable au corps, morto a 23 anni, balzacchianamente, subito dopo la prima guerra mondiale.

 

  Anche promettere ordine nel prodigioso disordine dell’opera di Balzac? Lo stesso Balzac rimaneggiava senza posa la distribuzione delle sue opere, la loro collocazione nell’insieme della Comédie humaine, sotto la pressione suo genio in ebollizione e delle necessità finanziarie, delle sue occasionali convinzioni filosofiche, delle sue trances di visionario, della sua bisogna quotidiana e sovrumana di letterato crivellato di debiti, braccato dagli impegni editoriali, alla mercè dei creditori, divorato dall’ambizione, con la testa e il cuore invasi dai sogni dell’avvenire, di un amore specifico e della ricchezza favolosa.

  Bisogna leggere le opere di Balzac alla rinfusa, così come egli le scrisse, una dopo l’altra e in uno stato di febbre, altrimenti si corre il pericolo di perdere tutto ciò che in esse c’è di patetico, poiché non sono libri di documentazione, considerazioni, dissertazioni, tesi, messe in piedi a furia di appunti (come Zola) ma continua creazione, alla cieca, la lotta dello scrittore con la sua stessa materia, dell’uomo col suo destino, il suo desiderio, la sua forza, la sua passione, la sua impotenza, la sua morte, libri che si appiccicano alla pelle madida del loro autore.

  E’ così che ho letto Balzac, disordinatamente, una dozzina di dozzine di volte La comédie humaine da cima a fondo e in epoche diverse della mia vita, e dozzine di volte certi romanzi che mi capitavano per caso tra le mani nei paesi più lontani, tomi sparigliati, perché Balzac è tradotto, come la Bibbia, in tutte le lingue del mondo e si trova su tutta la superficie del pianeta.

  Da questa lettura disordinata conservo il ricordo di essere penetrato il più profondamente possibile in un mondo misteriosamente familiare, del quale confondevo sempre i mille e un personaggio, le avventure, gli episodi, e rimango abbagliato di questo formicolio di creature nella nebbia, sotto la pioggia di Parigi (Parigi è al centro dell’opera di Balzac), di questa varietà di teste con tutte le loro smorfie nelle taverne, nei salotti, negli ammezzati, nelle soffitte di Parigi, nei nobili palazzi del faubourg, personaggi che hanno tutti un’aria di famiglia, e quest’aria non è dovuta alla luce delle candele o alla moda dell’epoca, ma all’usura delle passioni che li agitano, dei tic che li travagliano, delle preoccupazioni (denaro, amore, ambizione) che li fanno arrancare, e sulla cui decadenza Balzac si dilunga, annotando con soddisfazione un milione di particolari veri che gli permettono di accoppiare questi esseri in maniera imprevista, di classificarli con l’occhio di un fisiologo, di uno psicologo, di osservarli da medico, da psichiatra, di dissociare questa società francese da economista, da banchiere, di ridistribuirla in base a una nuova geografia sociale, di trasformare ogni membro di questa grande famiglia in un tipo isolato, estraneo, astratto, quasi simbolico, poiché tutto è falso in Balzac a furia di essere più vero del vero, grazie a quel milione di particolari minuziosamente messi insieme e la cui accumulazione finisce per fare sintesi, creazione che disorienta e vi spinge ancora più profondamente in questo mondo nemico che vi signoreggia: Ferragus, Vautrin, il Père Goriot, Birotteau, Nucingen, Louis Lambert, Bianchon. Rastignac, Lucien de Rubempré, ecc. ecc., prototipi fatti per conturbare un novizio, fanciullo o giovane, il quale faccia i suoi primi passi nella vita e che non potrà mai dimenticare quei tipi, sia che li respinga, sia che voglia imitarli; per non dir nulla delle donne, tutte quelle eroine alterate dall’amore romantico, quegli angeli che, per esempio, a un Barbey d’Aurevilly, bastò un poco di corte fatta dall’alto della sua autorità di piccolo maestro impertinente perché diventassero dei Diaboliques.

  Balzac non è un precursore. E’ l’inventore del mondo moderno. Ecco perché ogni giovane autore, d’oggi deve passare attraverso lui. Più vado avanti nel mio mestiere e più mi rendo conto di quanto la sua impronta è stata forte su me.

  Un giorno un ragazzo di quindici anni che si chiamava Paul Bourget, entrò in una biblioteca e chiese il primo volume del Père Goriot. Cominciò a leggere che era l’una, e suonavano le sette quando Paolo si rivide in strada, con tutta l’opera finita. «L’allucinazione di questa lettura era stata così potente», scrive Bourget, «che barcollavo ... L’intensità del sogno nel quale mi aveva sprofondato Balzac provocò su me effetti simili a quelli dell’alcool o dell’oppio. Ci vollero alcuni minuti perché riprendessi contatto con la realtà delle cose che mi stavano intorno e con la mia povera realtà». Il caso gli aveva aperto la porta, dice François Mauriac, che racconta l’episodio, e al quale dobbiamo la citazione.

  Avevo dodici anni quando mi fu aperta la porta di questo mondo allucinatorio che turbò il mio cervello; il caso volle che a quindici anni mi trovassi in Cina, in un mondo che non mi era del tutto familiare e che, ad ogni passo che vi facevo, diventava sempre più strano, dandomi l’impressione di esserne tagliato fuori malgrado le mie trasformazioni e la bolletta in cui mi trovavo, e di viverci in una forma assurda e irresponsabile come la maggior parte degli europei trapiantati in Cina; e tutto ciò fino a quando scoprii la poesia cinese, la Favola, cosa che mi fece stramazzare a terra e poi ribaltare nel sogno come un fumatore d’oppio, poiché la Cina è la patria dei letterati, ed io ebbi la rivelazione di me stesso : un barbaro. Come ingresso nella vita, tema caro a Balzac, non c’era male, e fu così, nel 1907, che cominciai a scrivere. Avevo vent’anni. E dopo, la porta che apre sull’irreale o sul surreale della creazione letteraria, un mondo più vero del vero, si è lentamente richiusa dietro di me, senza che io me ne accorgessi, e oggi ne sono prigioniero. E’ duro, roba da accoppare un bue. Mi scrive un lettore sconosciuto: «Come fate, Blaise Cendrars, usando dette parole, insomma le parole che usano tutti, ad arrivare alla creazione di un mondo che sorpassa talmente il mondo delle parole?». Ho risposto: «Leggete Balzac, è lui il mio maestro ...».

  Ma quel settembre del 1897, quando mio padre, arrivando a Napoli da Parigi, sbarcò una teoria di casse enormi, che aprì immantinenti, avevo dieci anni. In quelle casse c’era tutta una casa, batterie di cucina con lo smalto blu, stoviglie, vestiti, tappeti arabi, tendaggi, biancheria, un mastodontico lume a sospensione, articoli parigini di alta fantasia, cappelli e piume per mamma, bambole e balocchi per mia sorella e mio fratello, e la più piccola conteneva le opere complete di Balzac, credo un’edizione di Calmann-Lévy, che il babbo si era comprata rilegata in tela grigio-perla, con un medaglione di Balzac coronato di alloro in rilievo sul cartone della copertina e su ogni tomo questo titolo prestigioso: La Comédie humaine; e come mi curvavo su quest’ultima cassa, allungando la mano per prendere un volume qualsiasi, mio padre mi prese per le orecchie, sollevandomi fino al soffitto e scuotendomi esclamò : «Non vorrai mica sciupare il mio Balzac, perdiana! Questa non è roba per te ...».

  E rimessomi a terra, cavò dalla tasca un piccolo volume da 60 centesimi della collezione Flammarion, Les Filles du feu di Gérard de Nerval, che egli aveva letto in treno, con le pagine tagliate a colpi di dita e tutte sfrangiate: «Come vedi, ho pensato anche a te, bambino. Questo è un regalo per il tuo anniversario», disse. «Ma che non ti sorprenda mai più a leggere Balzac, altrimenti guai a te! ...».

  Mio padre era fatto così, impulsivo e buono, violento e sentimentale, fatto di impeti immediati, capace di scherzi e di collere furibonde, un, uomo che pestava i piedi per far credere alla sua autorità perché come la maggior parte degli uomini grossi era in fondo un tenero e un debole. Egli si è sempre fatto imbrogliare in materia di affari, e come ben potete immaginare, non appena voltò le spalle, mi buttai sul «suo» Balzac e lessi tutta la Comédie humaine di soppiatto, come veniva veniva, poiché il primo volume che avevo afferrato era Un début dans la vie, una storia che mi divertì immensamente e mi fece ridere moltissimo e mi fece fare un mucchio di corbellerie e di scioperataggini quando suonò anche per me l’ora di entrare ma sul serio nella vita, per esempio: la mia scappata dalla casa paterna e, l’arrivo a Pechino che io allora consideravo come una trovata per irritare le persone grandi e per far strabiliare i miei compagni.

  Povera mamma! ... Ma allora non pensavo a lei o ci pensavo appena, il minimo per farle sapere nelle mie lettere che facevo una vita di nababbo, roba da farle scoppiare il cuore ...

  Parigi pulsa al centro dell’opera di Balzac e manda il suo sangue arteriale fino all’imo della provincia.

  La Parigi di Balzac!

  Nel 1917, ’18, ‘19, ‘20, quando mi occupavo delle “Editions de la Sirène ” e preparavo 221 libri da stampare, libri che uscirono o non uscirono a secondo del buono o cattivo genio della Sirène, la mia ambizione era di pubblicare un grosso volume di Balzac, che avrebbe dovuto avere il titolo inedito di Paris par Balzac e il cui successo mi sembrava sicuro; ne parlavo tutti i giorni all’altro animatore della Sirène, quel caro e vecchio amico di Paul Laffitte, irrequieto bohême della finanza, fine letterato, pieno di vita e intelligente come un toporagno e ricco di iniziativa ma mutevole come un camaleonte, parigino fino alla cima dei capelli benché nativo di Filadelfia, il quale, come me, si era montato per questo libro dal titolo sensazionale, e tutti ci meravigliavamo che nessun editore ci avesse mai pensato.

  La Parigi di Balzac! Impossibile resistere al suo fascino. La conquista di Parigi. Che sogno!

  Tutti i giorni, nei treni vi sono dei giovani che vengono a conquistare Parigi, e questo dopo Balzac, da cento anni, una corrente senza interruzione, una corrente di sogno e di potenza che ha dragato più uomini e più buone volontà che bastimenti l’impresa di Lesseps, a Suez e a Panama. Per mia sfortuna, ero troppo carico di lavoro e non avevo il tempo di fare lo (sic?, lege: io?) stesso questa compilazione e di mettere in piedi con i materiali estratti dalla Comédie humaine questo monumento: Paris par Balzac. Ne vedevo già la copertina. Ero impaziente. Cercavo qualcuno, non un “negro”, ma un giovane, un entusiasta, una vittima di Balzac, un ignoto sbarcato di fresco a Parigi, venuto a conquistarla e capace di appassionarsi per questo libro.

  Un giorno un giovane alto, timido e paffuto come una fanciulla, spinse esitando la porta del mio ufficio ed entrò in punta di piedi. Era Raymond Radiguet. Poteva avere sedici o diciassette anni ma ne mostrava appena quindici, vestito con una giacchetta a zampa di gallina color mastice troppo grande per lui, con le maniche più lunghe delle braccia e che teneva rimboccate, e con un paio di pantaloni da impiegato, a righe, che gli scendevano a soffietto sulle scarpe logore, screpolate e assetate di vernice. Ciuffi di capelli gli ricadevano sugli occhi, che erano assai belli e selvaggi. Mi porse arrossendo una lettera di raccomandazione di Max Jacob.

  «Bene» gli dissi. «Accomodatevi. Scrivete versi? Mettete qui il manoscritto, ne faremo un volumetto, Dove dormite? Sotto i ponti?».

  «No», disse coraggiosamente, «da Max».

  «Caro Max!» feci io, «Sempre disposto a dividere la sua camera. Quando finirà tanta purezza? Che fa?».

  «Lavora».

  «E voi?».

  «Me ne vado a zonzo il giorno per le strade, lavoro a un romanzo e quando piove troppo forte entro in un ufficio postale e lo scrivo sui moduli telegrafici che l’Amministrazione mette a disposizione del pubblico».

Sorrise. Era commovente.

  «Ed è a buon punto il vostro romanzo?».

  «E’ finito! Ma ne avrò ancora per due o tre mesi di correzioni. Il guaio è che non trovo un titolo».

  «Male».

  «Lo so e me ne vergogno. Per ora l’ho chiamato Julie dal nome della protagonista ...».

  «Male, male ...».

  «Ne sono desolato, ma non trovo di meglio ...».

  «Sicuro», feci io, «capita sempre così. Un primo amore, no? Quando ne avrete pronte 300 pagine venite col vostro romanzo e cercheremo di trovargli un titolo se c’è della stoffa. Ditemi, vi piace Balzac?».

  «Humm!».

  «Bisogna leggere Balzac!».

  «Max mi ha passato due o tre volumi».

  «Non mi stupisce da parte di Max. E cosa leggete di preferenza?»

  «I Classici».

  «Quali, per esempio?».

  «La Princesse de Clèves».

  «Ma è del Balzac ante litteram! L’amore, la corte, Parigi, i nobili manieri, il Marais, il Faubourg, i castelli in provincia, il fasto, costumi, i nastri coi colori della dama, la partita di caccia, il ritratto dipinto, i complessi dei personaggi, l’inibizione dei sentimenti, c’è tutto. E’ veramente il primo romanzo francese. Credete a me, leggete Balzac!».

  «Vi sembra che scriva bene?».

  «Non ha importanza. Non è questione di stile in un romanzo, quanto di creazione, di vita. Non imparerete nulla nella Princesse de Clèves, dove non si parla mai di denaro, questa potente molla psicologica e moderna messa in opera da Balzac! Credete a me, leggete Balzac! E poiché eravamo sull’argomento denaro, tornate e portatemi il vostro romanzo. Se vale, ne parlerò all’amico Laffitte. Ma non vi fate troppe illusioni. La Sirène è a secco. Tuttavia, qui facciamo un po’ come da Max Jacob, ci sarà sempre un fondo di cassetto da dividere e avrete anche del lavoro; per esempio, se non vi annoia troppo di andare alla Nazionale o in qualche altra biblioteca a copiare certe pagine di Balzac o altri documenti per un libro su Parigi. Sarebbe una buona occasione per leggere Balzac. A presto, cambiate il titolo del romanzo. Julie, non è un gran che ...».

  Radiguet mi portò il suo romanzo, che mi colpì non tanto per le sue qualità di stile quanto per la straordinaria maturità di uno scrittore così giovane e per la sapienza dell’architettura. Ne parlai con Laffitte e si stabilì, tra noi due, di affidare a Radiguet la composizione di Paris par ... Monsieur de Balzac.

  Monsieur perché il giovane Radiguet lo era, e non appena cominciò a rimpannucciarsi e a portare il monocolo, ora che mangiava ogni giorno e si virilizzava ed era pieno di avvenire, nolens volens e con mia somma meraviglia, egli somigliava fisicamente a Balzac adolescente o come io immaginavo Balzac ai suoi primi passi nella vita quando lasciò la madre per mettersi sotto l’egida di Madame de Berny.

  Radiguet aveva preso l’abitudine, da quando metteva insieme durante il giorno il suo Balzac alla Nazionale (gli avevo consigliato di cominciare con Ferragus, il prototipo del racconto balzachiano e cronologicamente il primo dei suoi grandi libri, nel quale, fin dalla prima pagina, Balzac schizza il piano psicologico, anatomico, fisico, meccanico, economico di quella Parigi moderna che avrà un posto così grande nella sua opera, crescendo continuamente e sviluppandosi, simile a un mostruoso polipo o tumore, che succhia segretamente tutti i suoi abitanti e svuota i personaggi della loro sostanza, e di cui Balzac non cesserà mai di osservare con occhio di clinico l’evoluzione isterica, al contrario di quanto fu il beato Victor Hugo), Radiguet aveva preso l’abitudine di venire la sera, due o tre volte alla settimana, a chiacchierare nel mio ufficio per mettermi a parte delle considerazioni che gli suggeriva la lettura di Balzac (si vedeva chiaramente che vi prendeva gusto, si appassionava, scopriva un mondo nuovo) e io quella di fargli finire la serata al «Boeuf sur le Toit», a bere, a fumare e a parlare, parlare parlare ancora e sempre di Balzac e di Parigi. Radiguet cominciava a farsi un’idea di quello che volevo. Gli aveva consegnato un copioso dossier contenente appunti di lettura, referenze, una mappa del catasto di Parigi con la data del 1850, delle cartelle del fondo Spoelberch du Lovenjoul a Chantilly e di archivi da consultare all’Arsenale. La nostra Paris par Balzac prendeva forma. Sovente, gli ultimi ballerini del «Boeuf» avevano sgomberato, il jazz taceva e noi eravamo ancora lì, tutti e due, in un angolo del locale, a costruire la Parigi di Balzac sulla tovaglia con le nostre cicche ... sorpresi dall'alba che già tingeva di blu le finestre di Rue Boissy d’Anglas ... Un cantiere, ma il monumento non fu mai innalzato ...

  La jeunesse est un sacerdoce... E’ Baudelaire che lo dice nei Carnets. E da quel pessimista che è, si affretta a correggere: La jeunesse est un sacerdoce, mais c’est la jeunesse qui le dit! ... Un posto come «Le Boeuf sur le Toit» era dimostrazione di questa massima. I bar che costellano nelle sue articolazioni la Parigi moderna come le punte di fuoco applicate su un ginocchio anchilosato da un travaso di sangue dopo una caduta sulla pista da ballo, i bar che deformano i volti nello specchio e li sciolgono nella luce, sinusite facciale dopo una danza prolungata in una corrente d’aria, fatica in sudore, stanchezza generalizzata, staffilata di whiskies e di cocktails, esaurimento, tappeti, polvere, effluvi, tubature intasate, sassofoni striduli, batterie in effervescenza, i bar, dai quali ai parte per la Svizzera, per gli sport invernali o per un sanatorio, i drogati, i bar d’oggi, che non sono tanto dei cabarets dove l’alta società viene a incanaglirsi quanto i porti dei paradisi artificiali dove la mala-vita internazionale dei ballerini mondani e i pederastini di periferia vengono a spilluzzicare qualcosa, un po’ di distinzione vestimentaria, una situazione di cocottes, forse un titolo di nobiltà autentica, fanno fortuna. Ah! Se Balzac lo avesse conosciuto, il Bar! il fiore più sfacciato della società contemporanea, quali effetti di carattere ne avrebbe cavato nella sua Parigi per coronare il dramma, il disordine, il divenire, la rivoluzione permanente, la fabbrica delle classi sociali, il movimento perpetuo, un libro umano di Balzac al posto di questa bassa cronaca del «Boeuf sur le Toit» scritta da un miserabile rifiuto che credeva di saper scrivere bene, Maurice Sachs, dove non c’è niente, ma proprio niente, neppure delle parole, mentre si può dire tutto con le parole, ed avere un po’ di genio. L’epoca del «Boeuf» è ancora da raccontare. Chi lo farà? Certamente non Cocteau il quale, se possiede le parole e lo spirito della parola, non avrebbe il genio per mettersi al disopra di una causa nella quale sarebbe al tempo stesso giudice e parte interessata. [...].

 

 

  Gianfranco Contini, Un paragrafo sconosciuto della storia dell’italiano letterario nell’Ottocento, «Paragone-Letteratura», Anno I, n. 12, 1950, pp. 3-13.

 

 

  Carlo Cordiè, Honoré de Balzac, in AA.VV., Annuario dei centenari, Milano, La Cultura Editrice Libraria, 1950, pp. 28-38; 1 ill.

 

  Nacque a Tours il 27 floreale a. VII (20 maggio 1799), il giorno di S. Onorato, da Bernard-François Ballsa, di famiglia meridionale originaria di Nougairié (Tarn), nella Francia meridionale, famiglia che egli intese più tardi nobilitare con l’aggiunta di un “de”, e modificandone il cognome. Dal 1807 al 1813 studiò al Collegio degli Oratoriani di Vendôme, facendosi notare solo come un ragazzo pigro ed addormentato, senza grandi promesse di riuscita. Trasferitosi a Parigi con la famiglia, ed iscrittosi alla Sorbona ai corsi di giurisprudenza, iniziò contemporaneamente la pratica legale presso Guyonnet de Merville, e quindi presso un notaio della rue du Temple. Ma l’insofferenza dimostrata in questo impiego, ed il suo scarso rendimento, convinsero i genitori ad assecondarlo nel suo desiderio di darsi alla letteratura; rimase così confinato, per oltre due anni, nella più squallida miseria, in una stanza di rue Lesdiguières, mentre la sua famiglia attendeva la nascita del capolavoro. L’esito d’una tragedia, Cromwell, nel 1821 fu veramente disastroso, ma B., invece di abbattersi si dedicò con maggior fervore al lavoro, componendo romanzi fantastici, e di intonazione atrocemente tragica, in gran favore presso i lettori. In questo periodo iniziò la sua relazione con Madame de Berny, la “Dilecta” che seppe non solo fargli conoscere l’amore, ma avere per lui ogni affetto di madre e di sorella e, con illimitata fiducia nel suo genio, confortarlo e spingerlo a scrivere anche nei momenti più tristi e scoraggianti. Finanziato da lei, Balzac comprò una stamperia, associandosi poi col tipografo Barbier, e dette alla luce diverse edizioni, tra le quali opere di Molière e di La Fontaine. Ma gli affari furono tutt’altro che vantaggiosi, e l’acquisto di una fonderia di caratteri, lungi dal risolverla, peggiorò la situazione finanziaria. Pieno di debiti, ed alla ricerca disperata delle somme necessarie, si rimise a scrivere e, nel 1829, ottenuto finalmente un vero successo con la Physiologie du mariage, si buttò a corpo morto nel suo lavoro, passando da un libro all’altro, lavorando infaticabilmente ore ed ore, non curandosi d’altro che delle sue opere. Qualche impresa finanziaria lo attirò ancora, ma senza successi; nel 1835 tentò la carriera politica, ma subito la abbandonò; coltivò buone amicizie con i letterati del suo tempo, con V. Hugo, Th. Gauthier (sic), George Sand; non col Sainte-Beuve, di temperamento troppo diverso dal suo. Amicizia sentimentale ebbe con la sorella Madame de Surville e con Zulma Carraud; amò intensamente, dopo la De Berny, morta nel 1836, Madame de Castrie (sic), ma soprattutto la contessa Evelyne de Hanska, la “Straniera”, con la quale iniziò fin dal 1832 una fitta corrispondenza. La conobbe più tardi a Vienna, nel 1835. Alternò le sue fatiche di scrittore con frequenti viaggi, anche in Italia, a Genova dove fu nel 1832, tornandovi nel 1837 e nel 1838. Rimasta vedova la Hanska, viaggiò per l’Europa, sempre cercando di potersi con lei unire in matrimonio, e nel 1847 e nel 1849, rimase un po’ di tempo in Ucraina. Solo il 14 marzo 1850 la “Straniera”, vistolo irrimediabilmente condannato dal male che lo logorava per il troppo intenso lavoro degli anni precedenti, lo sposò a Berdycev. Tornati insieme a Parigi, pochi mesi dopo B. vi moriva, il 18 agosto 1850.

  Vastissima è la produzione di B.: 10 volumi di Oeuvres de jeunesse, 6 lavori teatrali, i Contes drôlatiques in 2 volumi, qualche centinaio di articoli ed opuscoli, oltre ai 96 volumi della Comédie humaine. Egli stessi (sic?), dopo i primi successi, pensò di dare un titolo organico alla sua produzione, con la quale voleva toccare tutti gli aspetti della vita dell’uomo; dapprima pensò al titolo Études de moeurs au XIXe siècle, che doveva comprendere Vie de province, Scènes de la vie parisienne, Scènes de la vie politique, Scènes de la vie militaire, Scènes de la vie de campagne, Études philosophiques, Études analytiques. Ma più tardi, nel 1841, sembratogli troppo meschino il titolo per una sì vasta concezione, su di un (sic) spunto di Augusto de Belloy, preferì Comédie humaine. Tra le sue opere più riuscite ricorderemo, in ordine cronologico: Sur Catherine de Médicis (1828-’42, che esprime la concezione ideale di una perfetta regina); Les Chouans (1829, episodi della rivoluzione francese e della guerra civile in Bretagna); La Vendetta (1830, storia di un’eroica fanciulla córsa); Les proscrits (1831, storia del Medioevo italiano, nella quale figura Dante esule a Parigi); Le médecin de campagne (1833); Eugénie Grandet (1833, storia di un padre avaro); Le père Goriot (1834, storia di un padre che si avvilisce in una concessione continua ed esagerata alle figlie colpevoli); Gambara (1837, in cui si tratta della passione di un demente per la musica); Illusions perdues (1837-’43, illusioni di un giovane poeta che da esse viene sospinto al suicidio); Massimilla Doni (1839, immagine di un’Italia abbandonata ad una lunga schiavitù e mossa a manifestare le sue passioni attraverso l’amore e la musica); Un ménage de garçon (1840-’42, storia di un ex-ufficiale napoleonico spinto al male dalla miseria); Une ténébreuse affaire (1841, scene di vita politica e poliziesca); Les paysans (1844, scene di politicanti, usurai, banchieri, schiavi del denaro); La cousine Bette (1846, storia di una zitella inacidita e colma di livore verso i suoi parenti più fortunati); Le cousin Pons (1847, storia di un collezionista, focolaio di odi e delitti).

 

  Oeuvres, Parigi, 1855, voll. 20; Oeuvres, éd. definitive, Parigi, 1869-'76, voll. 24; Oeuvres, éd. déf., Parigi, 1885-‘95, voll. 52; Lettres à l’etrangère in «Revue de Paris», 1894-‘98; Oeuvres, éd. du centenaire, Parigi, 1899, voll. 55; Lettres à l’etrangère, Parigi, 1899-1906, voll. 2; Oeuvres, éd. critique, Parigi, 1912, segg., voll. 40.

  Per il periodo anteriore al 1830, vedasi W. H. ROYCE, A Balzac Bibliography, Chicago, 1930, voll. 2; ma si tengano presenti anche: H. TALVART et J. PLACE, Bibliographie des auteurs modernes de langue française (1801-1927), t. I. Parigi, 1828, p. 145-199, e H. P. THIEME, Bibliographie de la littérature française de 1800 à 1930, t. I, Parigi, 1938, p. 83-98. Si aggiungano: J. MERCIER, Etat présent des études françaises sur H. de Balzac, «Cahier de Neuilly», II, Parigi, 1942, e S. DREHER et M. ROLLI, Bibliographie de la littérature française 1930-’39; Complément de la bibliogr. de H. P. Thième, Lilla-Ginevra, 1948, p. 20-23. Tra le opere successive ricorderemo: M. BARDÈCHE, B. romancier, Parigi, 1940; G. MAYER, La qualification affective dans les romans d’H. de B., Parigi, 1940; Ph. BERTUALD (sic), B. et la religion, Parigi, 1942 e B., l’homme et l’oeuvre, Parigi, 1946; A. BILLY, Vie de B., Parigi, 1944, voll. 4.

  Il saggio di B. CROCE su B. si trova nel volume Poesia e non poesia, Bari, 1925, e rist. Per il Balzac di E. R. CURTIUS si veda anche la trad. fr. di H. Jourdan, Parigi, 1933.

  Nell’attesa del centenario della morte molti studi vengono attualmente editi in Francia; ricordiamo: A. BELLESORT, B. et son oeuvre, Parigi; L. ARRIGON, Les amies romantiques de B., Parigi; L. ARRIGON j., Les débuts littéraires d’H. de B., Parigi; A. BEGUIN, B. visionnaire, Parigi; VAN DER PERRE, Bibliogr. des véritables originales d’H. de B. publiées en Belgiques (sic), Parigi; A. ARRAULT, Madame de Berny, Tours; A. ARRAULT, Madame Hanska, Tours.

 

  L’immensa fortuna goduta dal Balzac in tutto il mondo, come si è manifestata agli occhi degli studiosi in occasione delle celebrazioni del 1949 per il 150° della nascita, ha modo di consolidarsi. Più pacatamente per l’anno successivo che degnamente commemora ad un secolo di distanza la dipartita dello scrittore. Intanto, passato il periodo quasi obbligatorio delle commemorazioni fatte in più Paesi (ed hanno avuto il pretesto, anche in terre lontane per rievocare la storia di Francia), è ovvio che la miglior cosa da fare in onore del Balzac è quella di chiarire alla mente di tutti – con osservazioni, note critiche, antologie e fin traduzioni – alcuni concetti indispensabili per non ripetere errori di valutazione e di gusto che, nel passato centocinquantenario, hanno avuto debito rilievo nelle gazzette, nelle conversazioni e nei libri.

  Dinanzi alla formidabile compagine (e formidabile è un’espressione francese che una volta tanto si può accogliere senza riserva) della Comédie humaine il primo pensiero del lettore è quello della meraviglia per tanta “realtà” trasposta nell’opera d’arte. Già che gli stessi manuali di storia letteraria hanno fatto buon profitto delle intenzioni dell’autore espresse nell’Introduzione al suo lavoro quando gli furono chiari nella mente il disegno e l’entità, e quindi definiscono il Balzac come un romanziere della società francese della Restaurazione e della Monarchia di luglio quasi fosse un Buffon delle patrie lettere, è evidente che la definizione di scrittore realista sia stata presa nel suo valore più crudo, quasi come quello di un dagherrotipista della vita quotidiana, un fedele riproduttore di sembianze e di ambienti, insomma il portavoce di un dato mondo che meritava di essere fissato per sempre in una propria cornice storica. Da questo atteggiamento dei lettori e dei critici si origina un secondo preconcetto che non ha ancor fatto il suo tempo: quello di un Balzac che, fedele descrittore di caratteri umani e di periodi storici, si trasformava nel romanziere più rappresentativo della sua epoca, perché faceva parlare le cose stesse, raccoglieva l’eco di più ambienti sociali, fissava or questo or quello spaccato di una società in evoluzione e simili. Qualche altra volta si aggiungeva a queste idee non perfettamente giuste intorno al[l]’arte e al mondo del Balzac anche una comune opinione dei molti lettori che (non bisogna dimenticarlo) si gettano sui libri di lui per trovare un appagamento a segrete illusioni di vita e fin un balsamo a desideri rientrati per le colpe della società: quello che nello scrittore di Tours la parte più pura fosse proprio il sentimento allo stato schietto, non complicato da formule letterarie ma espresso nella piena delle passioni attraverso l’ampia visione di un romanzo, anzi di un ciclo di romanzi. Tutte queste interpretazioni unilaterali e quindi non pienamente valide (e ora da noi contraddistinte quasi per antitetici modi al fine di mostrarne la labilità) continuano a fomentare in molti un gusto che avrà la sua ragion d’essere in sede psicologica, se non proprio in sede storica: che nel Balzac ci sia un gran repertorio di caratteri umani tenuto in serbo per le crisi di tutti i tempi e i relativi disillusi e vinti della vita. Sembra per altro una necessità il concludere che tra le numerosissime opere che di rado sono conosciute e giudicate nella loro complessità è ormai giunto il momento di “fare il punto”, rendendo di comune dominio — intendiamo, quanto al gusto del “saper leggere” — i giudizi dei critici più avveduti.

  Quanto a costoro non è nemmen detto che debbano tutti essere cattedratici o che di proposito esaminino l’autore con tutti gli elementi abituali ad un’indagine completa: un’illuminazione decisiva può essere contenuta anche in un apprezzamento fugace, ed un giudizio sostanziale anche per i posteri sfugge talvolta — fin in una conversazione — ad un uomo di genio, o ad un lettore di gusto che giudica i libri per quello che offrono, non per la firma illustre che recano. In merito agli uni e altri noi siamo abbastanza fortunati: e non solo come giunta alla derrata il lettore provveduto può aggiungere critici che dalla stessa cattedra hanno esaminato con la dovuta attenzione di storici e di uomini di società la ricca e già sconcertante testimonianza di uno scrittore quale il Balzac. Cercheremo qui pertanto di divulgarne alcune osservazioni, da ritenere non inutili per un’introduzione all’autore.

  Per prima cosa (e questo a causa dell’erronea valutazione del realismo nella superfetazione polemica del successivo naturalismo e di altre scuole) va bandita l’interpretazione di un Balzac che riproduce fedelmente tutti gli ambienti della società del suo tempo e quindi si stacca dalla tradizione francese per una caratterizzazione di ambienti e di tipi tutta nuova. Non ha mai facilitato la lettura di Balzac (e tanto meno delle raccolte di “Tout Balzac”, recentemente realizzate fin negli eleganti tomi della “Pléiade”) l’inconsulto disdegno di una definizione fatta dal Baudelaire: che l’autore di Eugénie Grandet e della Peau de chagrin fosse un visionario. Abbandonando gli schemi di una facile concezione del realismo (anche in troppo ovvia opposizione ad un romanticismo di maniera) è opportuno seguire la critica che fino ai giorni nostri ha illuminato il mondo del Balzac con acutezza ed equilibrio insieme, e cioè, per indicare le pagine più suggestive, bisogna pensare al Croce, che nel saggio raccolto in Poesia e non poesia ha messo in bella evidenza quel tendere allo straordinario che fu sempre dello scrittore e ad Ernst Robert Curtius che, nella sua monografia, ha addirittura accentuata la sua interpretazione sui motivi del “visionario”. Per quest’ultima strada è andato il Béguin. Indubbiamente, se il Sainte-Beuve notava con somma facilità nella sua “bestia nera” i difetti di composizione e di stile, mentre si lasciava sfuggire proprio il lato più singolare di una concezione del mondo, aveva ragione il Baudelaire nel notare come l’”ardeur vitale” del romanziere si diffondesse nelle sue stesse creature e quindi ne caratterizzasse i motivi più salienti.

  D’altra parte, se è già discutibile che un romanziere possa essere il fedele descrittore della sua epoca (quasi a lui fosse dato di tramandare ai posteri una “bouteille à la mer”, suggellata con tutti gli aromi dell’arte), è arduo a maggior ragione trovare nel Balzac proprio il documento più probatorio di un trapasso da una società all’altra. Che la Comédie humaine sia un enorme serbatoio di caratteri e, “sub specie” della creazione artistica, una trasfigurazione apocalittica degli uomini e delle cose che vanno dal regno di Luigi XVIII alla Monarchia borghese, dal legittimismo vagheggiato ad un certo momento come salvezza della Francia alla passionale e travolgente frenesia degli affari e della società di Luigi Filippo, presto bersaglio agli strali di Louis Blanc, è anche vero, sol che si intenda il contributo dell’artista alla comprensione che di un’età storici e politici devono pur fare con l’occhio fisso alla realtà delle cose, non alla deformazione suggerita da un temperamento assoluto di creatore. Nel qual caso è facile dire che la società ad uno Stendhal come ad un Balzac, ad un Baudelaire come ad un Flaubert offre gli stessi elementi di giudizio: quel che conta, quanto all’arte, è rendere armonicamente una propria visione del mondo in cui uomini e cose divengono segni, simboli. Vigny e Musset romanzieri insegnino.

  Quanto alla pretesa di considerare il valore del Balzac come scrittore sentimentale lasciamo agli ammiratori del solo Lys dans la vallée la cura di fortificare le loro impressioni con qualche altra lettura più corroborante, e comunque di misurare le altre opere come troppo diverse e quindi insufficienti per rendere appieno l’immagine dell’autore romantico. Poiché, a dir intera la verità, la forza del Balzac fu pur tutta ispirata da quel movimento che si chiama appunto romantico, ma non per le strette ragioni episodiche e sentimentali che taluni vorrebbero allegare alla loro ammirazione per il romanziere. Una lode al “lirismo” del Balzac dovrebbe essere profferita (e comunque anche questo fu fatto per bocca del Sainte-Beuve e del Croce) allo scopo di mettere in mostra alcuni difetti insiti nel mondo dello scrittore e non mai eliminati dalle stesse opere maggiori. Che simile atteggiamento scoperto e maldestro debba essere considerato come un indice di schiettezza artistica molto più di altri motivi costanti nell’opera del romanziere, è cosa che farebbe stupire se non fossimo abituati al trapassare delle mode letterarie e insieme al perdurare dei preconcetti più strani. Tale considerazione volta ad un Balzac “romantico” per eccellenza non è però molto distante da quella di un Balzac creatore di caratteri, anche per il voluto parallelo con Dante e la Divina commedia: tutto sta a intendere il valore di quest’altra definizione senza mescolare, ad un precedente giudizio o pregiudizio che sia, quello della realistica pittura della società.

  Forse sono più nel vero, per quel buon senso che non dimentica mai di saggiare in nuove letture le definizioni critiche per suggestive che siano, coloro che leggono la Comédie humaine come una vasta sinfonia composta da un temperamento allucinato e sensuale per eccellenza, e quindi non sempre capace di trasformare in armonia le sue visioni immediate della realtà; problematico e perciò incline a piegare nel quadro di una compagine posteriormente messa insieme anche quelle opere che erano state sentite nella loro piena libertà e indipendenza espressiva. Caratteristica questa, che si può riscontrare anche nell’interno di molte e molte opere e perfino in quelle che sono a buon diritto definite come capolavori, se indipendentemente dallo sviluppo dei singoli caratteri, per eccezionali che siano, l’autore cerca di svolgere fino in fondo una sua tesi prediletta, a scapito dell’armonia dell’insieme: si pensi alla caratterizzazione involontariamente caricaturale del padre Grandet in certe pagine del romanzo, secondo che il Croce — e non è solo suggestione sua — ha ben messo in luce accanto, si aggiunga, alle descrizioni esteriormente sentimentali ed esornative.

  C’è un pericolo, bisogna anche affermare, nel leggere Balzac con lo stesso metro con cui si misura un Ariosto o un Racine: ed è proprio quello di dimenticare la particolare formazione dello scrittore e quell’immissione violenta della realtà a lui contemporanea — o di quello che come tale egli giudicò — nell’opera sua, per una febbre, un sentimento di pienezza che immediatamente conquista. Proprio perché la sua fu un’esperienza completa di vita, i suoi libri per disorganici che siano hanno la vitalità delle cose più schiette della natura e dell’arte: non si tratta solo di una raffinatezza alimentata dalla meditazione di altri libri quanto piuttosto (per dirla modernamente col Dilthey) di un’esperienza di vita vissuta che adegua ogni visione della società contemporanea ai miraggi dell’uomo Balzac, ai suoi affari più o meno falliti, alle sue utopie incancellabili, alle sue speranze di una migliore esistenza per l’umanità tutta.

  Messo il lettore un po’ in guardia da alcuni preconcetti che ancora tengono il campo, sarebbe auspicabile l’impedirgli di formarsene altri solo coll’esagerare, portandoli alle ultime conseguenze, quei consigli alla lettura che da varie parti gli vengono porti da critici moderni. Sarà bene lasciare da parte il realismo inteso come chiave per valutare il mondo dei personaggi del Balzac, ma non è necessario considerare l’intera Comédie humaine come un’epopea di immagini surrealistiche ora con un Vautrin ora con un Rastignac ora col già citato Grandet ed altrettanti personaggi fantomatici (qui sarebbe parola acconcia) quasi al di fuori della trama in cui emergono, per dirla col De Sanctis a proposito della Commedia “divina”, come piramidi in mezzo al fango. In questo caso si finirebbe per vedere in Balzac solo l’abnorme, l’eccezionale, l’allucinato e simili. Sarebbe un ragionamento un po’ troppo esclusivo come quello (e pur fu di un autorevole critico letterario) che pretendeva che Balzac fosse privo del senso della natura e quindi maggiormente inserito nella tradizione francese per la pittura moralistica dei caratteri, lo studio dell’uomo e simili. Già che giuristi, tipografi, uomini d’affari, preti e politici hanno voluto vedere un Balzac a loro immagine e somiglianza, e questo coi testi alla mano, è pur necessario una volta tanto leggere il nostro autore ad apertura di pagina per entrare nel vivo della sua creazione non tanto per i propositi e la cornice complessiva quanto per le creazioni artistiche vere e proprie. Tanto meglio se si sente dire che il suo tallone d’Achille era proprio quello dello stile: vuol dire che, se l’opera del Balzac deve durare, sarà proprio per virtù della sua realizzazione d’arte quanto a dire mediante lo stile Sarà necessario giudicarlo al lume di altre concezioni che non siano quelle tradizionali, visto che i più sostengono che Balzac scriveva male e via dicendo. Già che lo stile e l’uomo o qualcosa di simile significa che la visione caotica ma potente e disorganica di un Balzac richiedeva una “scrittura” tutta particolare collegata con l’impeto di una stesura senza vera elaborazione per un titanismo efficacemente rappresentato in alcuni personaggi di eccezione, capaci di trasformare in una nuova epopea cavalleresca quella che poteva anche essere il resoconto di una società borghese.

  Non resta che la lettura abbandonata e disinteressata di un narratore di alta classe quale il Balzac, non dimenticando che Manon Lescaut sola rimane di un’opera ciclica e che dei Rougon-Macquart molti libri si sono già dimostrati macchinosi, proprio mentre della più recente Recherche du temps perdu, per sinfonica e costruita che sia tutta l’opera, già spiccano a sè come capolavori A l’ombre des jeunes filles en fleur e altre “sezioni”. Vuol dire che, come Marx affermava del suo Kapital, non sarà difficile risalire dall’una all’altra parte, in modo da approfondire una visione, introdurre il proprio spirito ad un’esperienza tutta nuova, infine giudicare un’arte diversa da quella tradizionale più di quanto si creda. Così non sarà mai abbastanza detto — a cent’anni dalla morte non c’è bisogno di nasconderlo — che Balzac anziché messaggi alla posterità ha lasciato opere narrative che, dopo tutto, erano anch’esse state composte “ludicro more”: cercare “secundas intentiones” anche in pezzi dove la valentia dello scrittore si effonde con una compiacenza tutta particolare significa ignorare che, quando lo stesso autore dimenticava il primitivo disegno, o almeno la traccia di uno sviluppo regolare, e si abbandonava alla foga quasi fisica di descrittore fine a se stesso, la natura compiva l’opera come per l’intervento di un demone, sia che si trattasse di tempestare bozze nelle correzioni sia nell’immaginare nuove aggiunte che avrebbero potuto costituire a sè altri possibili sviluppi narrativi.

  Ma qui piace far presente come ancora una volta la vita entrasse violentemente nell’opera del Balzac, riempiendola di mille eterogenee cose, proprio come era avvenuto nella sua esistenza tra affari, amicizie, illusioni, raccolte di ninnoli, mobili, imprese di ogni genere, aspirazioni rientrate: e così conversazioni di umili, ambizioni di grandi, sofferenze di miseri, alterigie di potenti sono tutte considerate nel complesso di una scena dove ogni cosa ha una funzione, anche l’inutile descrizione di particolari indubbiamente fuori posto in un libro o la perorazione che non interessa tanto lo svolgimento di un romanzo quanto la consistenza delle confessioni dell’uomo e dell’artista Balzac. Nondimeno proprio per tale esuberanza di vita lo scrittore ha immesso nella sua opera l’immagine di una tale esperienza inconfondibile che senz’altro essa ha giovato a definire la sua arte. In tal senso il Balzac si può definire l’autore della Comédie humaine intesa nel suo valore ciclico, purché, intendendone le caratteristiche come una creazione poliedrica che conserva deformati cose e uomini di una società, non si consideri più lo scrittore negli stretti limiti di un romanziere “realista”.

  C’è ancora un’osservazione da fare, almeno per chi si deve avvicinare all’intera opera del Balzac: quella di distinguere i vari libri, o piuttosto i vari motivi dell’ispirazione dell’artista e considerare fin dove lo scrittore si è lasciato guidare dalla fantasia nel fervore della narrazione e dove invece egli si è sobbarcato un lavoro intellettualmente oneroso nel miraggio di una definitiva disquisizione dottrinale su argomenti filosofici o sociali. Non è detto che in questi ultimi lavori il Balzac sia scrittore meno notevole che nei romanzi dove le sue rievocazioni di figure e di ambienti sembrano più abbandonate al fascino ora dei ricordi ora dell’immaginazione. Tutto sta a cogliere nelle pagine più varie del Balzac il fascino della sua personalità, il carattere del suo stile: indipendentemente dai generi letterari lo scrittore che pur crede alla saldezza delle sue opinioni e discute spesso col tono di un vero e proprio pensatore, mostra lo sfavillio della sua pagina, l’arrovellarsi della sua immaginazione confusa ma potente in ogni sua manifestazione. Allo scopo di cogliere il tono di un Balzac di opera in opera il lettore deve essere alquanto abile, e proprio di fronte a chi era definito come realista può concedere il privilegio di essere un suscitatore di immagini, un evocatore di fantasmi. Nel qual senso si potrà accogliere anche un’altra volta la definizione di “visionario” data da chi come il compianto Focillon esaminava le opere letterarie del Balzac accanto ai disegni e alle caricature del Gavarni.

  Basterà, del resto, dar un’occhiata agli argomenti dei suoi primi libri per considerare il cammino del Balzac: se non fu proprio “dal romanticismo al realismo”, come sosteneva da onesto storico letterario proprio il Lanson, lo si può considerare almeno tra quelle due province delle lettere. Tutto sta ad intendersi sul valore concreto delle definizioni critiche, e non solo sulla praticità delle suddivisioni delle scuole e delle tendenze.

  Ecco gli Chouans, del 1829. Il mondo della Vandea e delle sue lotte politiche è sentito nell’alone di Walter Scott e dei romanzi avventurosi che hanno, per intento, quello di suscitare un’epoca con descrizioni spesso esterne di personaggi e di ambienti. Ma già il Balzac mira alla pittura dell’uomo, e per questo lascia da parte il romanzo, per dir così, di colore, per addentrarsi nei meandri della psicologia: e perciò nel 1829 pubblica, dopo alcuni anni di rielaborazione, la Physiologie du mariage, dove le osservazioni intorno al matrimonio sono spesso acute, ma qualche volta paradossali e comunque grossolane, per importante che sia una visione nella vita in tutti i suoi ambienti e insieme un giudizio sui caratteri rappresentativi in funzione della soluzione sociale dell’amore. Si riallaccia a questi esercizi filosofici e comunque alquanto dissimili dai lavori più strettamente narrativi intorno alla società, un gustoso “pastiche” quale quello dei Contes drôlatiques che testimonia un interesse per gli ideali e i costumi del Rinascimento e nello stesso tempo raccoglie la finzione di un mondo reso linguisticamente con tulle le raffinatezze di una lingua arcaica, desunta da testi e dizionari: a cominciare dal titolo si nota il gusto tutto sensuale del Balzac verso un mondo di libertà e di spensieratezza che non vuol essere molto distante da certi toni boccacceschi dell’Heptaméron o piuttosto da alcune allegre e grandiose raffigurazioni del Gargantua et Pantagruel: tanto più che c’è posto per parlare di qualche avventura de “curé de de Meudon”. Leggiamo insieme tale titolo tanto è caratteristico: Les cent contes drôlatiques colligez ès abbaies de Tourayne et mis en lumière par le sieur de Balzac, pour l’esbattement des pantagruelistes et non aultres.

  Ma il lettore cercherà subito romanzi che apparsi fra il ‘31 e il ‘42 (anno in cui fu trovato il titolo definitivo di La comédie humaine) testimoniano in pieno la potenza creativa del Balzac, la sua facilità nello sbozzare caratteri e quindi nell’amplificarne di pagina in pagina, con un crescendo che ha pur le sue sorgenti in una grande abilità “retorica”, i motivi più sintomatici: e questo fino alla caricatura e all’involontaria deformazione. Basta aprire La peau de chagrin, dove compaiono tendenze ad un mondo misterioso che avrà in seguito nuovo sviluppo e Le médecin de campagne, così largo di descrizioni di ambienti; e quindi Eugénie Grandet e Le père Goriot. Il lettore è già in contatto, specie con questi due ultimi libri, col maggiore Balzac, che ben presto concepisce la stesura dei suoi romanzi nel suo valore ciclico e quindi, a cominciare dal padre Goriot, già ama a rimettere in scena i diversi personaggi. Di qui ancora è facile il passaggio alle varie suddivisioni della Comédie humaine, per cui Le père Goriot viene a far parte delle Scènes de la vie privée e Eugénie Grandet delle Scènes de la vie de province (tra cui bisogna almeno menzionare per le sue caratteristiche di romanzo sentimentale Le lys dans la vallée, già da noi ricordato).

  A questo punto lo scenario della vita francese rappresentato dal Balzac sembra allargarsi in modo straordinario con la sezione delle Scènes de la vie parisienne dove c’è tutto un brulichìo di passioni e di interessi svariatissimi che, d’opera in opera, rimangono incancellabili nella mente del lettore, dall’Histoire de la grandeur et de la décadence de César Birotteau, del ’37, al Cousin Pons di dieci anni dopo, senza dimenticare romanzi intermedi come Les employés o La cousine Bette. Per farraginosa che sia la composizione del Balzac, sono evidenti in ogni libro la robustezza della concezione iniziale e quindi l’intrecciarsi di più motivi, dalla descrizione della società francese in uno dei più importanti trapassi di regime all’esame della vita delle varie classi e delle professioni e infine alla creazione di veri tipi rappresentativi. Famiglia, ambiente, leggi sociali sono pur quegli elementi che appunto il Taine lodava come sovranamente fusi nella narrazione del Balzac in una visione appassionata di tutta la realtà quotidiana: e non si dimentichino le particolari idee dello scrittore intorno alla politica e alla religione in modo da formare un quadro abbastanza omogeneo fra la sua vita realmente vissuta e quella vita immaginata febbrilmente fra affari e successi nello sfondo di una Parigi e di una Francia in trasformazione. Forse le stesse letture del Balzac — dal fisiognomico Lavater al mistico Swedenborg — e l’interesse per le conquiste dell’industrialismo del secondo ventennio dell’Ottocento hanno suscitato nello scrittore il desiderio di precorrere lo stato di una società futura descrivendone, quasi come un medico farebbe con un bisturi in mano, vizi e virtù nell’attesa di una palingenesi. Per tale atteggiamento profetico il carattere del Balzac non è molto lontano da quello di un immaginifico o meglio di un visionario, con tutte le attenuazioni del termine in relazione ad una fantasia particolare quale fu la sua.

  Grandioso nella sua concezione, disorganico nelle rappresentazioni particolari e nelle opere che potrebbero formare un tessuto connettivo tra i vari capolavori, acutissimo nell’esaminare le varie professioni sociali, lento e qualche volta sordo nel mostrare le vere molle dei sentimenti e delle passioni, il Balzac eccelle nella caratterizzazione di alcuni personaggi: talmente sentiti come tipi che in loro l’umanità, nel bene o nel male, sembra deformata in una visione che non ha più alcun contatto con la vita quotidiana e talora ogni loro gesto sembra stagliarsi in una astrazione incredibilmente allucinata. D’altra parte, come la critica ha più volte fatto notare, proprio in merito ad una fantasia febbrile un Vautrin e fin un Goriot hanno potuto trovare la consistenza drammatica della loro creazione in cui gli elementi romantici per eccellenza sono trasfigurati in un racconto tutto intriso di motivi della realtà, per deformata che sia sotto lo sguardo dell’artista, sempre robusto nel fissare in un modo indimenticabile aspirazioni, contrasti, crisi di società.

  Lo scrittore con la sua opera — oggi più viva che mai nella grandiosità della sua compagine e nella schiettezza di alcuni capolavori — è tanto presente nella letteratura contemporanea che divide con pochi altri romanzieri il vanto di aver precorso slanci e angosce di una società uscita dall’“ancien régime” ma pressoché incapace di costruirne uno nuovo, e va dunque inteso nel suo più puro valore di artista al di fuori del particolare interesse suscitato da questo o da quel motivo polemico, da questo o quel personaggio rappresentativo. Potentissimo nel tratteggiare una figura (e si veda per il teatro quella di Mercadet) il legittimista Balzac ha steso l’epopea della borghesia che sa da dove viene ma non sa — fra tanti rivolgimenti — dove va. Nel sogno di un mondo in cui la forza e la virtù si mescolano con il male e l’astuzia — proprio per non dimenticare le leggi che regolano la storia — sta il potere di trasfigurare il reale che è tanta parte dell’opera del Balzac romanziere e moralista: ma se un limite è quello del realismo ottocentesco in cui si vorrebbe fissare tanta personalità di creatore, non resta meno da ricordare che proprio da tale atteggiamento d’arte e di cultura egli ricavò — con una forza che ha dello straordinario — gli elementi per procedere oltre.

 

 

  Benedetto Croce, Balzac, in Poesia e non poesia. Note di letteratura europea del secolo decimonono, Bari, Laterza editori, 1950, pp. 240-251.

 

  Cfr. 1921 e 1935.

 

 

  Gino Damerini, Balzac e i “Promessi Sposi”. Un fattaccio antimanzoniano, «Corriere d’informazione», Milano, Anno VI, N. 161, 8-9 luglio 1950, p. 3.

 

  In casa della contessa Soranzo, a Venezia, il grande scrittore francese disse corna del collega italiano e fu rimbeccato violentemente da Tullio Dandolo.

 

  Fino a che punto furon vere le accuse mosse a Balzac di aver malamente misconosciuto il pregio dei Promessi sposi: fino a che punto fondate, perciò, le diatribe che ne scaturirono? Siamo già nel pieno delle celebrazioni centenarie della morte, così triste e drammatica, del grande romanziere e critici e biografi s’affannano, in Francia e altrove, a proporre, con una incessante fioritura saggistica, vecchi e nuovi problemi sul suo conto; possiamo riproporci noi quello che riguarda il rude apprezzamento sul Manzoni e la condanna in blocco del romanzo e dei romanzieri italiani del tempo, D’Azeglio e Grossi in testa, apprezzamento e condanna che ebbero, intanto, questo di increscioso e di antipatico che furono pronunciati mentre l’autore della Comédie humaine stava godendo la ospitalità del nostro Paese.

  Le vicende dei viaggi di Balzac in Italia vennero ricostruite e ripetutamente narrate da parecchi scrittori nostri; Raffaello Barbiera ne trattò fra i primissimi nel «Salotto della contessa Maffei»; Giuseppe Gigli ne tracciò in un volume la cronologia aneddotica; e non è davvero il caso di pensare a riassumerle. Un primo contatto con Genova, Balzac l’ebbe nel 1832 e molto gli piacque la prestigiosa città ligure, sebbene poi, tornandovi, la trovasse noiosa; a Torino scese nel ’36, nel ‘37 a Milano, a Venezia, a Firenze, di nuovo a Genova; nel ‘45 e nel ‘46 si spinse a Roma e a Napoli per incontrare ed accompagnare la figlia di Madame Hanska; ed è proprio nelle lettere alla Hanska che rivivono confidenzialmente le impressioni suscitate in lui dalle nostre citta. Di tutte egli è pronto a cogliere con sensibilità spontanea poco turbata o predisposta, cioè, da anticipazioni culturali, i particolari caratteristici della bellezza monumentale; ma soprattutto lo esaltano Roma, che egli vorrebbe conoscere pietra per pietra, e Venezia che lo incanta e gli sembra una creazione umana senza confronti.

 

Il piacere di “bluffare”.

 

  E’, appunto, a Venezia che accade il fattaccio antimanzoniano. Ovunque vada, l’arrivo, il soggiorno, i movimenti di Balzac sono annunciati e seguiti con lunghi articoli densi di ghiotte notizie, dai giornali che ne celebrano il genio. Tutti lo vogliono, tutti lo festeggiano. Come già a Milano, così ora a Venezia, il meglio della società intellettuale lo circonda, se ne impossessa, lo vezzeggia, lo lusinga, lo seconda nella sua vanagloria ingenuamente ma boriosamente rodomontesca: ne ascolta compiaciuta e credulona le vanterie e le invenzioni, gli fa credito di tutto, tutto da lui accettando come dalle labbra di un oracolo. Lo scrittore, in sostanza, si diverte a bluffare, in mezzo a tanta gente così ben disposta, con lo stesso spirito canzonatorio con cui a Parigi prendono in giro la provincia e i provinciali: racconta ampiamente e con sussiego di sé e degli altri letterati francesi e naturalmente non perde occasione per diminuire gli altri in confronto a sé. Quando gli chiedono, per esempio, qualche cosa di Victor Hugo immagina di ammazzarlo misurandolo col metro dei profitti professionali e notando che non guadagna più di venticinquemila lire all’anno, mentre a lui la sua opera gliene rende centinaia, senza peraltro, confessa, che bastino alla sua vita di nababbo. Una sera la contessa Soranzo del ramo di San Polo, che abita un sontuosissimo e frequentatissimo appartamento sopra piazza San Marco, invita i suoi amici a un pranzo in onore dello scrittore. Di che si deve parlare, per accontentare l’ospite, tra un boccone e l’altro, se non di letteratura? Ed ecco che all’allesso qualcuno ha la bislacca idea di condurre il discorso su quella italiana: peggio, di chiedere al nume che cosa ne pensasse. Balzac, che fino a quel momento aveva badato a mangiare di gusto le buone vivande che gli ponevano davanti, non ebbe, pare, peli sulla lingua e ne disse corna: e all’udire certi strani apprezzamenti su Manzoni che sarebbe stato lo Chateaubriand d’Italia o su Chateaubriand che sarebbe stato il Manzoni di Francia, per non far torto a nessuno ridicoleggiò con qualche barzelletta Chateaubriand ed espose il suo pensiero su Manzoni dicendo «fiacco» il tessuto dei Promessi sposi i quali dovevano la loro fortuna, da noi, all’attrattiva dello stile, ragion per cui non reggevano alle prove delle traduzioni. Quanto al Marco Visconti o all’Ettore Fieramosca si trattava, manifestamente, di imitazioni che non valeva neppur la pena di leggere.

 

Un articolo violento.

 

  Fu il poligrafo e patriota milanese Tullio Dandolo a rivelare, dopo aver rimbeccato violentemente il romanziere dandogli sulla voce dal capo opposto della tavola, con una lunga lettera satirica pubblicata sulla Gazzetta di Venezia i particolari della incresciosa discussione seguita a quelle affermazioni e troncata a un certo punto con amabile ma ferma diversione dal tatto della padrona di casa. La violenza dell’articolo sprigionò una polemica — dilagata sulle colonne di numerosi fogli — che si protrasse abbastanza a lungo con un palleggiamento dì altre censure e di difese volonterose, le quali infastidirono probabilmente Balzac, giustificando l’antipatia ed accresciuto il risentimento che, in genere, egli nutriva per i giornalisti, diffidandone. Il suo frettoloso giudizio fu, ben presto, sulla bocca di quanti si interessavano di lettere, e la curiosa polemica animò per parecchio tempo le dispute dei cenacoli, senza che si conoscessero le reazioni intime dei maggiori interessati; poi le acque si chetarono. Ci guarderemo dal resuscitare oggi gli argomenti coi quali i due partiti contrari, balzachisti da una parte, manzoniani dall’altra, si combatterono; su una cosa, almeno, gli uni e gli altri pur essendo di parer opposto si sbagliarono unanimi; e fu quando per rafforzare la propria tesi sostennero che il successo e la gloria dell’idolo dell’avversario non sarebbero durati oltre il favor della moda.

 

 

  G.[ualtieri] Di San Lazzaro, Commemorazione del “nobile sobborgo”. I negozianti parigini sono riconoscenti a Balzac, «Il Tempo. Quotidiano indipendente del mattino», Roma, Anno VII, N. 267, 27 Settembre 1950, p. 3.

 

  Molti discorsi, alcuni numeri speciali di settimanali e riviste, un mite pellegrinaggio a Tour e altri luoghi balzacchiani, la pubblicazione, secondo una cronologia interiore, di tutte le opere edite e di un volume di frammenti di romanzi appena abbozzati: non si può dire che il centenario della morte dell'autore della Comédie Humaine sia stato fiaccamente commemorato dalle autorità e dalla gente di tavolino.

  I negozianti di Saint-Germain-des-Près hanno però voluto fare qualcosa di più. Ricreando alcune delle più celebri pagine e dei più famosi personaggi della Comédie, gli antiquari della via Jacob, della via Bonaparte, della via des Saints-Pères, le modiste, i parrucchieri, i librai del boulevard Saint-Germain, le cartolerie della via di Rennes, hanno dedicato a Balzac per alcune settimane le loto vetrine, con un gusto che raramente hanno dimostrato gli illustratori di una delle opere fondamentali del nostro tempo, sebbene, da Gavarni a Picasso, siano quasi tutti artisti di grande ingegno o per lo meno di grande fama.

  La sola che ci sia spiaciuta è la vetrina escogitata da una grande libreria, la quale, ai personaggi della Comédie ha voluto dare le sembianze degli scrittori più noti ai camerieri dei due caffè letterari del Boulevard, i «Deux Magots» e il «Café de Flore». Troppa pubblicità è già stata fatta dai giornali ai poeti e romanzieri che sui loro colleghi non hanno che il merito di prendere il caffè all’ombra della mitica abbazia. Ma è generalmente pubblicità scandalistica, fatta a spese della loro vita privata. Sfruttare anche il centenario di Balzac per la gloriolia di alcuni sia pur simpatici pennaiuoli, è parso eccessivo anche ai turisti anglosassoni che di Saint-Germain-des-Près hanno fatto, come altre volte abbiamo già avuto occasione di dire, una loro libera cittadella.

 

Commercio e letteratura.

 

  Ben altro amore e conoscenza dell’opera di Balzac hanno ridato i negozianti del quartiere. Certo, il commercio parigino deve molto a Balzac, che gli ha spalancato le porte della letteratura, nobilitandolo. «Un paio di guanti acquistati da Boivin — non esita a scrivere l’autore delle Illusions perdues — bastano a un uomo per regnare in un salotto». Fu lo stesso Balzac a scoprire che il prestigio di un negozio, l’abilità di un sarto, di in calzolaio, di un orefice, erano indispensabili alla felicità dell’esistenza. Erano indispensabili soprattutto al mito di Parigi, di cui egli fu uno dei primi assertori. Senza i pantaloni di Buisson, di Staub, in casimira nera o in un bel drappo bianco inglese, un dandy non poteva sperare di faire une femme, di sedurre una donna. Era l’epoca in cui non gli uomini ammiravano le gambe delle donne, ma le donne quelle degli uomini: il pantalone morbido e aderente era per gli uomini ciò che oggi è per la donna la calza. E poiché senza il sorriso di una donna la vita non aveva senso, Balzac non poteva rifiutare a Buisson e a Staub quanto era loro dovuto.

  Era giusto pertanto che il commercio parigino partecipasse alla glorificazione dell’uomo da cui aveva ricevuto le sue vere lettere di nobiltà, dello scrittore che aveva concepito i suoi personaggi fra i suoi fornitori e non più, come i romanzieri che l’avevano preceduto, fra le meraviglie della natura. Inoltre, commemorando Balzac, i negozianti esaltavano le loro fatiche. Rievocando Eugénie Grandet, la cousine Bette, il cousin Pons, la Duchesse de Langeais o l’eroina del Lys dans la vallée, rivendicavano ciò che queste ed altre creature immaginarie dovevano agli oggetti reali di cui lo scrittore le aveva ornate. Dinanzi a certe vetrine, degne di un museo, non sapevano se ammirare di più il gusto o la ricchezza dell’arredamento, la fantasia o l’energia conservatrice di un popolo che nonostante tante guerre e occupazioni non ha rotto nè si è fatto rubare un solo bicchiere.

  Saint-Germain-des-Près non si è dunque sottratto al suo dovere, sebbene, dei quartieri di Parigi, sia quello forse che meno tracce ha lasciato nella Comédie Humaine. Il «nobile sobborgo» non era per Balzac «nè un Quartiere, nè una setta, nè un'istituzione, nulla insomma che potesse esprimersi». Non ci ha detto nemmeno dove abitasse la duchessa di Langeais. L’autore di Peau de chagrin non avrebbe amato la gioventù esistenzialista, alla quale avrebbe rimproverato di non nutrire nè passioni, nè ambizioni. E agli onesti negozianti del quartiere, troppo modesti per la sua sete di lusso, non avrebbe mai ordinato le sue scarpe, i guanti, i pantaloni, le camicie e le cravatte.

  Tuttavia nessun altro quartiere di Parigi può rivendicarlo come Saint-Germain-des-Près, dove, a un centinaio di metri dalla celebre abbazia, ai limiti del nobile sobborgo, persa ogni fiducia negli affari nei quali s’era lanciato con tanto entusiasmo, lo sfortunato editore concepì la Comédie Humaine. Senza la tipografia della via Visconti, Balzac non sarebbe mai stato Balzac. La via Visconti era già la più storica del quartiere. Racine vi era morto nel 1669 e molti altri illustri personaggi vi avevano vissuto. Un solo fabbricato della via Visconti non ha vero carattere, ed è proprio quello in cui Balzac, dopo il fallimento dei suoi primi tentativi letterari, divenne un giorno, a ventisei anni, tipografo ed editore. E’ il fabbricato più recente e impersonale, la cui costruzione richiese il sacrificio dei giardini nei quali l’illustre Nicolas Vauquetin de Yveteaux riceveva la bella e altrettanto illustre Ninon, menando insieme vita voluttuosa e clandestina. Quando Balzac, nel 1825, l’occupò con le cassettine caratteri mignone (sic), quasi invisibili e pesanti torchi, era stato appena ultimato. Al primo piano, sopra la tipografia, il futuro romanziere s’era riservato una cucinetta, una camera assai vasta e una sala da pranzo. Modestamente aveva fatto ricoprire le pareti di percalle azzurro.

  In quel freddò appartamentino egli riceveva la sera madame Laure Louise Antoinette De Berny, che «dopo quarant’anni di riflessione s’era convinta che solo il danaro contava, e s’era fatta mercante di avena, crusca, grano e fieno». Madame De Berny non era però soltanto una donna di affari. «Da quando mi son nate idee e sentimenti — confessava Balzac alla «Straniera», la bella polacca alla quale doveva poi offrire il suo nome — mi son dato tutto all’amore, e la prima persona che ho incontrato era un’autentica eroina che aveva un cuore angelico, l’intelligenza più acuta, l’istruzione più vasta, grazia e maniere perfette. La natura diabolica vi aveva messo il suo fatale ma. Ma essa aveva ben ventidue anni più di me».

 

La catastrofe.

 

  Donna di affari non riuscì a salvare Balzac, sebbene gli avesse prestato quarantacinque mila franchi, dalla catastrofe. Riuscì a salvare solo la fonderia di caratteri, che aveva contribuito a riscattare, e che affidò poi a uno dei suoi nove figli, di cui l’azienda porta ancora il nome. L’ultima delle imprese finanziarie di Balzac, sopravvisse così alla catastrofe.

  Nonostante le cure richieste da nove figli e da un marito sia pur compiacente, madame De Berny poteva dedicare gran parte dei suoi giorni e delle sue notti al giovane amante, che fu sensibile fortunatamente al suo influsso. Per essa, Balzac ha liberato l’amore dal pregiudizio della giovinezza, restituendolo alle donne di trenta e di quarant’anni. Prima di lui, le eroine dei romanzi avevano vent’anni. Fu madame De Berny a ispirare a Balzac quei sentimenti monarchici che sembravano inspiegabili in un uomo della sua condizione. Figlia di una arpista di Maria Antonietta, Laure Louise Antoinette era nata a corte e in nome del Re e della Regina era stata tenuta a battesimo da una duchessa e da un maresciallo di Francia. Fu facile alla vecchia signora introdurre il giovine scrittore nei circoli monarchici della capitale. Ma fu essa, soprattutto, a dargli quella conoscenza diretta dell’ancien régime, della Rivoluzione, dell’Impero che non avrebbe certo potuta trovare nei libri di storia. «Non c’è che l’ultimo amore di una donna che possa soddisfare il primo di un uomo», confessa, ricordando la dilecta De Berny, l’autore della Duchesse de Langeais.

  Dobbiamo pure pensare che madame De Berny abbia fatto di lui non solo un uomo, ma anche uno scrittore? «Tu vuoi fare il fatto vero — gli scriveva — coglierlo nella sua azione. Se il pubblico se ne rendesse conto, saresti perduto ...» E ancora: «Non puoi scrivere: l’ammirevole lotta del pensiero giunta alla sua più grande forza, alla sua più vasta espressione». Balzac, nei primi tempi scriveva maluccio.

  Tutto ciò che non poteva apprendere dalla voce di madame De Berny, nell’appartamentino tappezzato di percalle azzurra, glielo insegnava la vita nella tipografia sottostante, più frequentata dai creditori e dagli usurai che dai clienti. Senza la sua propria esperienza di uomo di affari, Balzac non avrebbe potuto scrivere César Birotteau e la Maison Nucingen, nè comprendere il meccanismo della finanza del suo tempo, intorno al quale gravitano i personaggi della Comédie Humaine. Quando il cugino Sédillot riuscì a sottrarlo al fallimento, dopo due anni di attività che erano bastati a indebitarlo per tutta la vita, Balzac era pronto a intraprendere la vera impresa della sua vita. E fu in una soffitta di Saint-Germain-des-Près, in via di Tournon, che terminò il primo volume, Les Chouans, prima di emigrare verso l’Observatoire e Montparnasse.

  Mai potè però dimenticare le alte e grigie muraglie dell’Accademia di Francia che gettavano ombre glaciali sino all’appartamentino di via Visconti e al labirinto di viuzze tutt’attorno, raramente sfiorate dal sole.

 

 

  Giovanni Drovetti, Centenario di un grande scrittore. Furono i troppi debiti che portarono Balzac a Milano, «Nuova Stampa Sera», Torino, Anno IV, N. 164, 13-14 luglio 1950, p. 3.

 

  Alla Scala fu accolto come un trionfatore e dovette firmare decine di album - Poi i duri giudizi sull'Italia e sui suoi poeti gli attirarono invettive e aspre polemiche.

 

  Or son cent’anni moriva il più indebitato di tutti gli scrittori, uno dei maggiori ingegni che possa vantare la Francia: Onorato de Balzac. Editore, stampatore, fonditore di caratteri non era nato per le speculazioni. Scrittore nato, scontava questa sua divina potenza con un ammasso di debiti che lo schiacciavano, lo obbligavano di lavoro e lo rendevano schiavo degli usurai, degli editori e di quanti si rendevano per lui mallevadori.

  Quando venne per la prima volta in Italia aveva duecentomila lire di debiti e si era nel febbraio del 1837. Egli tentava una diversione in Italia per sfuggire ai suoi più accaniti creditori. Tutti i motivi di vario genere che egli inventò per dimostrare che la politica e speciali missioni lo reclamavano a Milano, non erano che magre scuse.

 

Le dame deluse.

 

  Tutti i giornali milanesi ne salutarono con gioia l’arrivo, esaltando le opere già fatte e quelle che ancora erano sul telaio. Il grande romanziere deluse colla sua presenza le belle patrizie milanesi e le giovani dame.

  Piccolo, grasso, paffuto, rubicondo, con tanto di pancetta, se non avesse avuto un paio d’occhi scintillanti e una fronte vasta, lo si sarebbe scambiato per un “possidente” come si era iscritto sul libro dei forestieri. A Milano non si parlava che di lui. Tutti volevano vederlo, tutti volevano avvicinarlo e non mancavano i buontemponi che nei passaggi più affollati conclamavano con voce meravigliata: “Ecco Balzac!”, additando un uomo qualunque che ad un tratto diventava oggetto di una morbosa curiosità ed era costretto a tagliare la corda fra brusii e commenti poco benevoli.

  Famosa, quasi quanto lui, era la canna che egli portava con sè, una canna dal pomo tempestato di pietre preziose e con un reliquario nell’interno. Il reliquario celava una bellissima creatura che offriva le grazie di un perfetto seno: la gentildonna polacca Hanska che divenne sua moglie e morì nella più squallida miseria. Quando, durante il ballo “I promessi sposi”, apparve alla Scala, si badò più a lui che allo spettacolo. Passò corteggiatissimo di palco in palco ricevendo inviti su inviti. Tutti i salotti più in voga gli vennero aperti e le belle dame dell’aristocrazia gli furono prodighe di sorrisi, di moka e di frutta di cui era golosissimo. In compenso non beveva vino di alcuna sorta. Seduto fra le ammiratrici, scriveva sui famosi album, allora in voga, qualche preziosa frase, e dopo due righe di corte d’obbligo, si addormentava placidamente.

  “Quando dorme — commentava un giornale dell’epoca, almeno non fa della maldicenza!”. Non era privo di difetti poco simpatici che si perdonavano in virtù del suo genio. Mentre conversava accennava col capo continuamente di “no” e talvolta muoveva al riso appunto perché quel diniego era contrario a quello che asseriva. In certi istanti, mentre tutti guardavano a lui come ad un semidio e lo ascoltavano con la più lusinghiera attenzione, si stirava, si sprofondava sulla poltrona e s’incupiva come se fosse assalito da una improvvisa angoscia e non parlava più. Ormai si sapeva, e nessuno più gli rivolgeva la parola sino a quando non scendeva dal suo mondo fantastico fra i miseri mortali.

 

A lume di candela.

 

  Anche a Milano trovava il tempo di lavorare e vi iniziò “Les Mémoires de deux jeunes mariées” e penso ad una celebre commedia: Mercadet. Egli aveva accettata una stanza sul corso di Porta Orientale in casa del principe Alfonso Serafino Pavia (sic), e quando era in casa vestiva una tunica da certosino con cordoni ai fianchi e tanto di cappuccio e per scrivere accendeva due candele anche a giorno avanzato. Di tanto in tanto, per una singolare abitudine, guardava l’ora su un grosso orologio, un vero girarrosto che a mala pena trovava rifugio nel taschino del panciotto di seta, smisuratamente largo.

  Quando un borsaiuolo glielo portò via la polizia si adoperò in tutti i modi e riuscì ad arrestare il borsaiuolo e a riconsegnargli il famoso orologione. Milano non gli piaceva e sospirava il cielo di Francia. Quantunque non avesse nessuna simpatia per “I promessi sposi” si recò a fare visita ad Alessandro Manzoni a cui disse che sembrava in modo straordinario a Chateubriand (sic). Gli parlò dei proprii lavori, conversò sul panteismo e discusse sulla cranioscopia. Fece visita allo scultore Pompeo Marchesi e ad Alessandro Prettinatti (sic), celebre per le sue statuette di piccole dimensioni. Si recò a Brera, a Saronno per contemplare gli affreschi del Luini e tale era la sua ammirazione per il duomo che ogni giorno sostava a lungo davanti, estasiato.

  Si recò in quell’epoca anche a Venezia e fu ospite in casa della contessa Locanzo (sic). Fra gli invitati vi era il conte Dandolo col quale attaccò una violentissima lite parlando con disprezzo di Manzoni, di Tommaso Grossi, di Massimo d'Azeglio e del Guerrazzi. Venezia non gli dispiacque e si ripromise di tornarvi. Fece ritorno a Milano e quando se ne andò non lasciò un buon ricordo di sè, perché coi suoi giudizi sprezzanti sui nostri scrittori, suscitò malumori e giuste ire. I giornalisti specialmente non lo risparmiarono. La “Fama”, giornale teatrale abbastanza accreditato, senza nominare direttamente Balzac, eccitava la polizia a vegliare su quei poeti che senza un soldo in tasca viaggiano da artisti. Qualcuno conte Gaspare Aureggio citato dal Barbiera nei suoi mirabili libri sulla Maffei e in “Figure e figurine” lo difese e concluse: “Non potendo batterlo con lo penna lo lacerarono con i denti”.

 

Tre donne indimenticate.

 

  Il più accanito avversario del Balzac era il Lissoni che riportò le vergognose pagine del grande scrittore contro l’onore italiano e ricordò ai milanesi che molti dei patrizi vennero bistrattati nei suoi romanzi.

  Il Lissoni, da buon patriota e da buon milanese, scagliò contro Balzac invettive di fuoco. Quando lasciò Milano non fu molto rimpianto. Però non furono così presto dimenticate certe sue manie. Cultore del magnetismo e desideroso di fare degli esperimenti provava nascostamente su quanti s’imbatteva per riuscire a scovare il soggetto. Finalmente un lustrascarpe subì il suo fluido e negli ultimi giorni in cui rimase a Milano pagò il poveraccio perché subisse i suoi passi magnetici. Avrebbe voluto portarsi il lustrascarpe a Parigi; ma il povero giovane non ne volle sapere; adorava la sua Milano e del magnetismo non era entusiasta!

  Ad ogni modo fu Milano ad ispirargli “La fausse maîtresse”, “Une fille d’Eve”, “La vengeance” (sic), “La femme supérieure” e la commedia “La damoiselle des magasins” (sic).

  Il ricordo dei pomeriggi trascorsi nei salotti milanesi sotto il dardo degli occhi stupendi della contessa Bolognini, fra gli ammalianti sorrisi di Matilde Juva dilettante di canto e della poetessa Pezzi dai riccioli d’oro, non svanì tanto presto, come tante dame ricordarono spesso le frasi che egli colla sua spaventosa scrittura vergò sui loro album.

 

 

  Enrico Emmanuelli, Sogni e visioni in una piccola casa. La risata di Balzac, «La Nuova Stampa», Torino, Anno VI, Num. 109, 9 Maggio 1950, p. 3.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 558.

 

  Lusso immaginario e grandi quadri in bianco - Corpulento, pasticcione, in ciabatte, il romanziere, in una cella quasi conventuale) inventava il suo mondo favoloso.

 

  Quest’anno Parigi celebra il centenario della morte di Balzac; ed i parigini sono contenti d’esser riusciti a salvare intatta una delle quattordici case abitate dallo scrittore. E’ quella di Passy, oramai stretta e nascosta tra palazzi recenti se non moderni; ed oggi vi si entra facilmente. Basta pagare quaranta franchi per essere poi autorizzati a fare i curiosi come meglio si vuole. Ma con Balzac vivo la faccenda era più complicata.

 

Creditori e amici.

 

  Allora, Balzac viveva in questa casa come una talpa può vivere nella sua tana. Alla porta di rue Basse, come si chiamava nel secolo scorso, era più facile che venissero a battere creditori esigenti, editori con poca pazienza e non gli amici. I primi si trovavano l’ingresso sbarrato da una specie di serva-padrona, che li rimandava, e se non riusciva a persuaderli dell’assenza di Balzac, prima di rassegnarsi a dire: «Possono entrare e così vedere se non dico la verità», lanciava un piccolo grido, come di chi si sente offeso perché ritenuto bugiardo. Era un segnale: allora Balzac scendeva da una botola (e la mostrano accora oggi), attraversava un piccolo cortile, scappava dall’uscita che anche adesso esiste e che sempre dà sulla rue Berton, una stradetta incassata tra muri di cinta, che pare d’essere in un paese di campagna. Se invece era un amico tutto avveniva in altro modo. L’amico sapeva di dover dire una frase convenuta; e gli indiscreti ce l’hanno tramandata: «Porto pizzi di Bruges».

  Sarebbe allora entrato in uno stretto vestibolo semibuio, di fronte avrebbe trovata la porta d’una stanza adibita a salotto, piegando sulla destra sarebbe entrato nello studio di Balzac. La casa era, a quei tempi, «dépendance» d’un’altra e ben più ricca costruzione, oggi demolita. Per questo era nascosta, contornata da un povero giardino, che la faceva meno triste, ma che anche vi portava l’umidità.

  L’errore più grosso che si può oggi compiere non è quello di visitare questa casa, ma di vederla come essa appare. Bisogna lavorarci con l’immaginazione e non pensare che era un nascondiglio, fatto ancor più triste dall’essere diventato un museo. Nelle quattro squallide stanze hanno raccolto «materiale» balzacchiano, hanno appeso alle pareti ritratti, stampe, fotografie che ricordano avvenimenti, uomini, donne, personaggi di Balzac, con l’intento d'una rievocazione volgarizzatrice, che nei risultati involgarisce gran parte di quanto mostra. Soltanto due o tre cose riportano alla mente l’immagine di chi l’ha abitata, ed anche il suo destino. Di queste cose una la si vede; le altre bisogna sapersele fantasticare.

  Quella visibile è nello studio di Balzac. In questa piccola stanza, ad un tavolino poco più largo d’un vassoio, egli scrisse sette romanzi e chi sa quanti articoli. Ma il patriarca della narrativa realista viveva in un mondo di sogni e di visioni. D’altronde più d’uno lo disse visionario ed a modo suo, in realtà, lo era. Lo si vede guardandosi attorno proprio qui. Alla parete è appesa una cornice, nella cornice v’è un foglio di carta, sopra egli vi aveva scritto: «Rembrandt». Egli aveva sempre sognato di possedere quadri di valore, magnifiche raccolte e, non avendo danaro, se le faceva alla sua maniera, gli bastavano le cornici, fogli di carta ed i nomi: Tiziano, Von Dyck, ecc.

  Bastasse questo. Nella lunga attesa del giorno in cui avrebbe potuto sposare la lontana ammiratrice polacca, e nelle numerose lettere scritte in quegli anni, la casa della rue Basse, a poco a poco, era diventata cosa favolosa. La polacca madame Hanska, leggendo le lettere di Balzac, poteva giustamente pensare che il magro giardino fosse, un parco, le piccole stanze grandi saloni; e la serva-padrona era trasformata in una squadra di camerieri, la piccola vista sulla rue Berton in un panorama magnifico, da non avere l’eguale in tutta Parigi. Per Balzac visionario, anche se intento alle piccole miserie dei Pons, dei Grandet, dei Goriot, tutto era vero, nel regno più romanzesco che la vita può offrire, cioè in quello della fantasia. Finalmente, un giorno, rimasta vedova, madame Hanska arriva. Dà un’occhiata a quello che ancor oggi si può vedere: al magro giardino, alle tetre stanzette ed esclama: «Ma è una stalla».

 

A gola piena.

 

  Poi vi sono le cose che bisogna saper immaginare. Grosso, corpulento, pasticcione, in ciabatte, Balzac abitava qui, nascosto nello studio che è poco più grande della cella d’un convento. Dietro al piccolo tavolo v’è ancora la poltrona rinascimentale a cui sedeva dieci ore ogni giorno (e qui abitò sette anni, e soltanto madame Hanska con i suoi danari e con le sue stupide voglie riuscì a strapparvelo). L’alta spalliera, all’altezza dove poggiava il capo, ha la stoffa consumata; ed anche i braccioli sono lisi. Il romanziere, seduto qui bisogna immaginarselo. Quando cercai, per mio divertimento, di provarmi a questa innocente fantasia, mi tornò alla memoria un aneddoto di Anatole France.

  L’ho letto non so più dove; ma ricordai che, un giorno, Anatole France sentì ridere un tale in modo così forte, così spietato, così a gola piena, che si spaventò e fuggì. Tutti i presenti se ne accorsero e gli domandarono il perché del suo spavento e della sua fuga. Allora France disse: «Non ho mai sentito ridere Balzac, ma certo doveva ridere nello stesso modo. Un modo per me impressionante».

  Oggi più nessuno ride nella stanzetta dov’egli lavorò. I parigini ci vengono con quell’aria convenzionale, che di solito si ha nel visitare una casa diventata museo; e la loro affluenza dimostra che il centenario della morte di Balzac cade in un momento adatto. Forse dieci, quindici anni fa avrebbe avuto meno fortuna, perché dieci, quindici anni fa la letteratura romanzesca ci dava personaggi dominati da problemi e non da passioni. I giovani scrittori francesi hanno avvertito che la fortuna di questo centenario è anche un segno dei tempi: chi legge aspetta il ritorno di quei romanzieri pronti a descrivere il mondo quale ci circonda, non filosofemi travasati in forme falsamente narrative.

  Quando, ad uno di questi giovani, raccontarono (cosa d’altronde vera) che l’abitazione di rue Basse era stata pochi anni fa il covo d’una banda di ladri, scelta apposta perché misteriosa e con la possibilità della doppia via uscita, scattò in un grido d'entusiasmo; poi disse: «Ho un romanzo, descriverò la casa e, con questa casa, uomini dominati dalla passione del furto. Lo dedicherò a Balzac». Nell’aria a me parve, da visionario, di sentire l'eco d’una certa risata.

 

 

  René Étiemble, Balzac critico, «Letteratura-Arte contemporanea», Firenze, Anno I, N. 4, luglio-agosto 1950, pp. 26-33.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 553.


  Da un bel po’ di tempo, l’anno Balzac fornisce ai gazzettieri i loro pettegolezzi, ai critici di che pascersi, agli amanti di attualità l’occasione di scrivere (o di leggere) dei libri : per inaugurare le sue nuove funzioni, il Presidente della Société Française des Gens de Lettres ci propina nientemeno che un tomo intero sull’agonia del romanziere; nei Cent Jours de M. de Balzac, si vuol scoprire, secondo le rivelazioni di Mirbeau basate sulle confidenze (o le spacconerie) del sedicente complice di Madame Hanska, se costei si abbandonava alle delizie della «petite mort» mentre lì accanto Balzac si dibatteva nel delirio di quella vera. Un certo numero di esposizioni – dal libraio Pierre Bérès, alla Biblioteca Nazionale - perpetuano il culto delle reliquie. Si sta per ristampare la Comédie Humaine classificando i romanzi secondo l’ordine cronologico degli eventi che vi si svolgono. Sono uscite o stanno per uscire delle edizioni critiche: quella del Père Goriot, e della Femme de trente ans, di Kurt Wais; quella di Eugénie Grandet, di Suzanne Collon-Bérard. Grasset prepara un inedito; da Corréa, Pierre G. Castex dà anche lui un testo sconosciuto: Mademoiselle du Vissard, ovvero La France sous le Consulat, inizio di un romanzo che Balzac non finì mai, su Cadoudal e la sua congiura. La Revue de Littérature Comparée pubblica un numero su Balzac dans le monde (non già Balzac mondano: l’accoglienza riservata a Balzac nei diversi paesi del mondo); i suoi insuccessi, la sua cattiva reputazione, alla fine il trionfo del suo genio, grazie ai plagi portoghesi, alle traduzioni giapponesi (1). Eccetera ...

  Ebbene, cos’è oggi Balzac nel mondo? Un nome, questo sì. Un romanziere che si avvantaggiò del favore di cui ai suoi tempi godevano Eugène Sue e Paul de Kock presso le «élites»: «Il vuoto Dumas, il superficiale Balzac, il lubrico de Kock», come diceva Capuana (sic). Allora, perché non anteporgli Eugène Sue? Il che fa in Ispagna Ramon de Navarrette. A lungo andare, comunque, impudicizia per impudicizia, cattivo stile per stile cattivo, i critici acconsentono a preferire ai Mystères de Paris, l’opera di un uomo che indubbiamente non sa inventare nulla, nulla immaginare, ma che fotografa abbastanza bene la propria epoca. Oggi, siamo addirittura al culto di Balzac; gelosamente si tengon segrete tutte le sue carte; una compagnia di «gloriosi» balzacchiani sorge negli Stati Uniti; altrove ne sorgono delle altre. Quest’è la gloria.

  Cent’anni fa, Balzac non inventava nulla; oggi, è un visionario; proprio come è il primo, è l’ultimo dei nostri scribacchini. Non avrò la dabbenaggine di meravigliarmi se Balzac romanziere mette in ombra il critico, e se tutte le cerimonie, tutti gli articoli che si pubblicano, esaltano l’autore della Comédie Humaine. Quando però lessi, come titolo di un saggio di Jean-Bertrand Barrère: Hugo jougé (sic) par Balzac, sperai un momento in un omaggio a Balzac critico. No davvero; lessi un buon lavoro sulla Cousine Bette, e per di più assai divertente: il barone Houlot e la sua brutta avventura, ma è Victor Hugo, pari di Francia, e la flagrante constatazione, imbarazzantissima, d’adulterio.

  Celebreremmo forse con impertinenza quest’«anno Balzac», se rileggessimo accuratamente le pagg. 351-448 delle Oeuvres Diverses, tome I, éd. Conard? Cento pagine, ed ecco la prova di quanto già sospettavamo: nel 1830, la Francia aveva un critico solo, cioè a dire l’autore del Vicaire des Ardennes e della Physiologie du Mariage.

  Come effetto normale di quella legge di sociologia letteraria che vuole che uno scrittore venga sempre lodato a controsenso, quando per caso si approva Balzac critico, lo si fa perché nel 1840, nella Revue Parisienne, dedicò alla Chartreuse un cenno d’ammirazione; anzi, ben più che un cenno: un intero articolo. Ciò non mi stupisce davvero: quel Balzac il quale, fin dal 1826, utilizzava nelle sue opere certi principi di morale e di psicologia stendhaliana, verso il 1828-1829 aveva subito l’influsso di Beyle con altrettanta forza di quello di Byron e di Jean-Jacques Rousseau. Vorremmo dunque meravigliarci che, in piena maturità, e quando ancora nessuno aveva saputo apprezzare il valore del suo maestro, Balzac, finalmente conosciuto dalle donne, e da certi lettori, porga omaggio all’autore della Chartreuse? Il genio non è ingrato: che ha da temere se riconosce il proprio debito? In qualunque maniera facciate l’addizione, Byron + Beyle + Rousseau, il totale non sarà mai Balzac se non per Balzac.

  No. Ciò che mi stupisce, e mi rende perplesso in quest’articolo su Stendhal, è il disaccordo tra l’ammirazione, e i motivi che le si danno. Se la critica non consistesse se non nell’arte di dire senza possibilità di errore: «questo è brutto; ma quest’altro, ah! quant’è bello!» l’articolo di Balzac sarebbe quello di un critico perfetto. Poiché ammira con violenza quegli che, onde qualificare la maniera di Stendhal, parla di «lampada meravigliosa», e favorevolmente la paragona a quella di Walter Scott: «Gli schemi più sapientemente complicati di Walter Scott non raggiungono l’ammirevole semplicità» che regna nella Chartreuse. E ancora: «Occorre lasciarvi il piacere di leggere gli ammirevoli particolari di questa trama continua in cui l’autore dirige assieme cento personaggi senza provare maggior imbarazzo di un abile cocchiere che tiene le briglie di un tiro a dieci. Ogni cosa è al suo posto, non c’è la minima confusione ... L’aria circola nel quadro, non un personaggio sta in ozio». E per ultimo: «... fin nei particolari più minuziosi, l’autore obbedisce fedelmente alle leggi della poetica del romanzo. Questa esatta osservanza delle regole, sia che provenga dal calcolo, dalla meditazione e dalla deduzione naturale d’un soggetto ben scelto, ben sviluppato, fecondo, sia dall’istinto particolare del talento, produce quel possente e durevole interesse delle grandi, delle belle opere».

  Mi diverte immaginare il sorriso di Stendhal, quel 15 ottobre dell’anno 1830 (sic), mentre leggeva la Revue Parisienne. Gli si faceva un merito, e una gloria, di scrupolosamente rispettare le regole del romanzo, di curare a dovere tutti i «preparativi»; a lui, che dettava venticinque pagine tutte d’un fiato, andava all’Opera senza pensare oltre alle conseguenze, il giorno dopo rileggeva le ultime due o tre pagine della sua storia e ripigliava secondo i dettami della fantasia ... Il 16 ottobre, scrisse al suo ammiratore. Non senza accusare la sorpresa che gli cagionava un elogio inatteso: le regole? e quali? «Non sospettavo che ce ne fossero». E se – come voi dite – ho commesso uno sbaglio cominciando il mio libro dall’infanzia di Fabrizio, vi confesserò ogni cosa: il motivo è che io non ho mai saputo né mai saprò come si fa uno schema. In quelle pagine che vi scandalizzano, parlavo «delle cose che adoro». Come avrei fatto a proibirmele? È veramente generoso da parte vostra ammirare nel conte Mosca un nuovo Metternich, e, sotto il nulla nell’armadio mentre gli amanti gridano» la loro passione, sente tutto, un po’ nome e i tratti della Sanseverina, la contessa di Belgiojoso, trasformati e l’uno e l’altra, perché non è vero nell’arte ciò che lo sembra nella natura. Qual delusione m’è d’uopo causarvi: se ho frequentato un Rassi (un «tedesco»), non ho mai pensato a Metternich, e non conosco la principessa che ho copiato. Certo, mi lusingate, voi che vedete in me un cervello politico, il Machiavelli del romanzo: ma io volevo scrivere la vita del mio Fabrizio. La sua vita, e i suoi amori. Non esistendo per voi Fabrizio se non come colui la cui rissa con Giletti comprometterà un ministero, capisco meglio il rimprovero che mi movete di narrare gli amori di Fabrizio finalmente salvo con Clelia Conti. Ma, ancora una volta: «È o non è la vita di Fabrizio che si scrive?».

  Balzac dunque ammira Stendhal a controsenso. Così poco edotto degli eroi stendhaliani che non riconosce quello della Chartreuse. Sensibile fin che si vuole alla bellezza dell’opera, alla sua grandezza, ma per altrettante ragioni su cui Stendhal non può essere d’accordo.

  Non già che noi siamo più bravi di Stendhal. Semplicemente meglio informati. Degli inediti, delle lettere, un diario, dei marginalia, un mucchio di scarabocchi conservati a Grenoble, ci permettono di voler bene a Stendhal un po’ nel modo in cui a lui sarebbe piaciuto che gliene volessimo.

  Per quanto deboli ci appaiano oggi i motivi di un entusiasmo che, questo almeno, non ci sembra per niente eccessivo, il giudizio di Balzac sulla Chartreuse resta quello di un uomo che ha il senso della bellezza. Troppo preso, allora, dalla sua Comédie Humaine per non misurare tutti i romanzi secondo il modello che si era fatto di quel genere, il Balzac del 1840 era già quello che in punto di morte avrebbe chiesto Bianchon: non poteva leggere la Chartreuse che come il romanzo che avrebbe scritto egli medesimo.

  Dieci anni prima, quando scriveva di Hernani, il suo spirito, più disponibile, condannava quel dramma con altrettanta forza, ma con ben maggior pertinenza.

  Mentre nelle università non si commenta la Chartreuse senza che il professore faccia assai più che delle allusioni all’articolo di Balzac, io ho potuto compiere tutto il mio ciclo di studi, e parecchie volte studiare ufficialmente Hernani, senza che mi si rimandasse all’altro articolo – perfetto questo e nel giudizio e nelle deduzioni – con cui Balzac disse a Hugo il fatto suo. Il 24 marzo e il 7 aprile 1830, due «feuilletons» gli davano la croce addosso.

  Balzac, stavolta, non scrive che per Victor Hugo e per coloro che conoscono a fondo il lavoro. Faremo conto di appartenere al numero di questi. Con Balzac, esamineremo «la condotta di ogni personaggio, poi l’insieme del dramma e il suo scopo». Cercheremo per ultimo se quest’opera, che sollevò tanto scalpore, fece progredire l’arte drammatica e, in caso positivo, «in qual senso». Per meglio intendere l’una e l’altra cronaca, il lettore deve riferirvisi, dato che ogni frase produce un nuovo argomento, e a tal punto preciso, che un riassunto lo ridurrebbe a zero. Nulla sfugge a Balzac, neppure l’armadio di Dona Sol, del quale il più abile antiquario non saprebbe giustificare la presenza all’epoca del dramma: allora le nobili dame non possedevano che dei cofanetti o dei forzieri, ma andate dunque a cacciare un principe in un forziere! Curioso armadio, del resto, favorito di certi fenomeni d’acustica di cui Balzac analizza copiosamente i particolari. Ernani e Dona Sol si parlano vicino a quell’armadio entro cui si strugge il don Carlos. E don Carlos non ode nulla! È vero che un po’ prima, non aveva udito neppure la governante la quale, senza volerlo, gli svelava il nome del caro bandito. Che sia duro d’orecchi, il grande sovrano? Ma no, perché con quel medesimo orecchio con cui «non sente dopo, quando essi parlano sottovoce. (Victor Hugo sentiva con tanta naturalezza gli spiriti che popolano i tavolini: come avrebbe potuto darsi pensiero d’un’acustica fantasiosa?).

  La psicologia di Hernani vale l’orecchio di don Carlos. Ernani ha giurato di pugnalare questo re di melodramma per un monte di ragioni, e per questa sopratutto, che don Carlos ha stretto un po’ troppo davvicino la Dona Sol. Eccolo qua, quest’eroe, che chiacchiera con don Carlos! Un personaggio, uno soltanto, merita il nostro riconoscimento e la nostra ammirazione: quel don Ruy sotto le cui finestre scoppia la gazzarra, e che dorme. Cosicché Balzac non saprebbe lodar troppo Ernani che lo chiama «vecchio stupido!». E la parola più vera del lavoro, e disgraziatamente, se Ernani ha ragione, questa parola «stigmatizza» non tanto don Ruy quanto Victor Hugo.

  A che prò osservare che nel terzo atto, il re ci vede press’a poco come ci sente nel primo (una veletta, e quel pazzo innamorato non riconosce più Dona Sol!); che nel quarto si nasconde in una tomba altrettanto opportunamente di quando nel primo si nascondeva nell’armadio (che dovrebb’essere un forziere). Il motivo è palese: «tutti gli espedienti di questo lavoro sono vieti; il soggetto, inammissibile; i caratteri, falsi; la condotta dei personaggi, contraria al buon senso; il signor Victor Hugo non troverà mai un elemento che sia naturale se non per caso. «D’un argomento da ballata – e passi! – Victor Hugo ha voluto fare un dramma e non ha prodotto se non un rifiuto. «Era importante per la nostra epoca, e forse per lo stesso Victor Hugo, che il poema di Hernani fosse giudicato con imparzialità, e che un uomo di buona fede protestasse ... contro un falso successo che potrebbe renderci ridicoli in Europa se ce ne rendessimo complici».

  Quando Balzac, al principio del 1830, scrive questo crudele e giudizioso articolo, ha appena firmato il suo primo vero romanzo: Les Chouans; ha appena fatto il suo ingresso nel mondo. Questo novizio, che si è or ora liberato dei suoi impegni anonimi, osa attaccare Victor Hugo, allora principe dei poeti e che sogna d’essere il primo dei drammaturghi. Per ammirare la Chartreuse, non occorreva che un tantino di gusto; occorreva in più del coraggio, a quel giovane Balzac preoccupato di «arrivare», per fiaccare Victor Hugo con altri argomenti, e con più alte ambizioni, che non quelli o quelle, dei «parrucconi». Per dire a colui che è divenuto l’idolo dell’«élite»: «la scena vi è interdetta»; e per dirlo con stima, senza il triste desiderio di crear scandalo: semplicemente perché è vero, e perché il critico ha il dovere – se la conosce – di dire la verità, tutta la verità: basta con le «prefazioni dissertatrici»; stupite piuttosto i vostri nemici con dei capolavori. Eccellente, tutto ciò.

  Un’altra di quelle verità imbarazzanti, che si dimenticano: se ci son così pochi critici, se la critica tra tutte le arti è la più difficile (nessuno dei miei romanzi m’è costato tanta fatica quanto una sola delle mie critiche e non mi picco di scriverne che mi soddisfino), egli è che al poeta, al drammaturgo, al romanziere, basta d’aver del genio, del gusto, del mestiere. Come da un pero che dà la pera coscia, non si esige che produca per di più la spadona o la Duchessa d’Angoulême, così non si esige, e a ragione, dal creatore che di produrre ciò che può. Ma il critico! Quando s’è rotto il cervello per apprezzare per discernimento ciò che per gusto disapprova, a condannare all’occorrenza tutto ciò che pure ammira, non è ancora che allo stadio più facile. (Di quale aiuto potrebbe esserci un gusto che restasse circoscritto in se stesso?). È sempre disposto, il critico, a dar dispiacere ai suoi migliori amici? Suvvia! A celebrare quelli dei suoi amici che un qualche talento distingue? Inutile sarebbe altrimenti, scrivere qualcosa di meglio che dei poemi, dei romanzi. L’affetto non deve smussare né il biasimo, il che è facile, né la lode, il che lo è meno: non so, o meglio so troppo bene, quale insopportabile pudore lo trattiene dal lodare quelli che ama e ammira a ragion veduta. A parità di cultura e di tatto, a seconda ch’egli abbia o meno del carattere, la sua critica sarà buona o insopportabile. La prudenza, infine, è mortale per il critico. Quanti uomini di cui apprezzo il giudizio, ma che non mi sogno di leggere, perché la considerazione delle ricompense, quella delle accademie, o semplicemente il bisogno che non riescono a dominare d’essere benvoluti, li impedisce di pronunciarsi. [...].

  Accanto a tutte queste persone distinte, prudenti, sindacate e limitate come fa bene di leggere e rileggere gli scritti con cui Balzac, al principio del 1830, condiva il suo Feuilleton des journaux politiques!

  Eccone uno almeno che dà dentro, e che non si risparmia. Lo abbiamo visto che strigliava Victor Hugo. Per la giusta causa. Senz’altro secondo fine che quello di servire le lettere. Se prendessimo da lui una lezione di giudizio?

  Tanto per cominciare, il critico non sarà uno specialista. Per «dovere» e per «inclinazione», Balzac leggeva di tutto: le Recherches sur le Crédit Foncier, L’Abeille encydopédique, St. Pétersbourg et la Russie en 1829, Considérations morales et politiques sur l’art militaire, Vocabulair (sic) français-algérien suivi de dialogues, Ordonnance sur les évolutions de la cavalerie, du 6 décembre, senza omettere il Traité de la lumière, di Herschell. E ogni volta, Balzac vede giusto. Le sue cognizioni sul Credito Fondiario gli permettono di apprezzare la manovra di piazza d’armi; il suo vocabolario algerino, di gustare il significato in francese di klebs, di zob o di flousse. Ogni volta, va difilato all’essenziale. E quanto al trattato della luce? Concepisce di primo acchito che l’ideale sarebbe di conciliare due teorie apparentemente incompatibili: quella di Newton, secondo cui la luce è un fluido che si precipita da tutte le parti in linee rette con velocità quasi infinita; quella d’altri che vede nella luce una serie di ondulazioni ripetute con grande velocità e che porterebbero ai nostri occhi la sensazione della luce, come le vibrazioni dell’aria producono il suono per il nostro orecchio. Nell’una e nell’altra tesi, egli sa vedere delle ipotesi, delle supposizioni, dice lui. Con un secolo d’anticipo, prevede Louis de Broglie. Più ancora di lui, noialtri dobbiamo affliggerci di questa monomania d’istruzione superficiale che ottenebra la nostra epoca; più ancora di lui, di conseguenza, possiamo valutare la preoccupazione del sapere preciso, e arrabbiarci di fronte alle balordaggini che brulicano nei nostri «grandi» storici, nei nostri Emil Ludwig, ad esempio.

  In tempi in cui il critico si sentirebbe decaduto se non dissertasse di metafisica, di metapsichica e di metaletteratura, mi piace che Balzac, bonario compagno in atto di correggere l’apprendista, gli insegni come si deve far le frasi, gli intrecci, eccetera. S’egli è duro, e indubbiamente ingiusto per lo stile della Chartreuse, si è che da quel laborioso operaio qual’è, ha forse dato troppo peso ad errori effettivamente troppo evidenti per poterli negare, ma che sono come il marchio di quella scioltezza, di quella grazia che bisogna bene riconoscere altrove. In fin dei conti, la «correttezza», e perfino, già, la «correttezza sostenuta» ch’egli trovava in La Ponneraye (unita per disgrazia a troppo scarsa elevatezza) da quand’è che non è più degna delle nostre fedeli attenzioni? Da quand’è che il muratore sotterra il filo a piombo, il livello d’acqua? Bisogna scrivere correttamente. Balzac lo diceva al signor Conte Godefroi de la Tour d’Auvergne, annotando i granchi presi da quell’alto e possente signore: «Il est inutile d’une plus longue discussion; si nous avions réussi dans notre but; certainement que; il est peu nécessaire d’un long raisonnement». Credete che avrebbe esitato a correggere M. Isou?

  Correttezza, semplicità: non scrivete mai che: «il barbiere percorse, con dita armate d’un acciaio che ringiovanisce, il mento, il collo, le tempie e il giro del capo». Niente «acciaio che ringiovanisce» e meno che mai Febo: «Stavamo per passare dalle braccia di Bacco e della Follia a quelle del Sonno». «L’uomo che risente del dolce influsso del figlio di Semele e che si trova vicino a Cipride» è un uomo che si deve uccidere a bruciapelo. Fuggite le «iemali altezze» ma senza peraltro precipitarvi nei «thalwegs»; contentatevi di arrampicarvi, d’inverno, su per la montagna e, agganciati gli sci, di scendere a valle. Se avete mai veduto delle «vallate che si torrefanno sotto l’accolta di tutti gli splendori del sole», non vi fidate; o che avreste casomai le traveggole?

 Senza pietà per coloro che infrangono le leggi fondamentali, su di essi Balzac si precipita, con tutta la sua violenza o con tutta la sua ironia, a seconda dei casi. Certuni gli rimproverano la sua «durezza»? Ah, che ingiustizia; si può non pensare a «quel moto di disgusto che produce un brutto libro in chi è obbligato a leggerlo?». A quel signor Victor Ducange, il cui «borbottamento» compone da solo tutta la «personalità»? E Balzac dovrebbe risparmiarlo? La Thébaudière scriverebbe «444. pagine senza un’idea, senza schema, senza caratteri», e non si dovrebbe pregarlo di non sciupare più, oramai, «della carta bianca così bella»! Barginet, autore, chi lo crederebbe, della Chemise sanglante, ha scritto un’opera che interesserà in sommo grado le vedove che usufruiscono della legittima, perché «tende a far rispettare le proprietà mobiliari», e Balzac non dovrebbe rimandarlo al suo nobile «scopo morale»?

  Immaginatevi Balzac nel 1950! in atto di gettarsi framezzo ai nostri Daniel-Rops, e ai nostri van der Meersch, e ai nostri Alexis Carrel (quello di l’Homme, cet inconnu) ; già conosciamo il suo verdetto: questi libri gli proverebbero che il cristianesimo è oggi incapace di «adempiere alla sua sublime funzione»; e che «non è dicendo ai poveri di non imitare il lusso dei ricchi» che si renderà più felice la classe povera. Invece di raccontarci delle fandonie, «attaccate l’ozio ricco e immorale»: ecco la vera causa di queste piaghe sociali», la miseria, l’alcoolismo, eccetera ... per le quali, piuttosto che dei preti, ci occorrono «degli igienisti».

  Nel medesimo tempo in cui scriveva le sue recensioni di Hernani e di Cottu, Balzac dava alla Silhouette una serie di studi su Les Artistes (2 febbraio, 11 marzo e 22 aprile 1830). Molto prima di Julien Gracq e della sua Littérature à l’estomac, in poche righe che in anticipo la riassumono, ma con più tono e semplicità, Balzac evocava lo scrittore di talento: «Se non arriva con la sua grancassa, il pagliericcio, i lazzi e un’insegna, rischia di morire di fame e di miseria». Il che sarebbe un gran peccato, si vede, perché Balzac si fa dell’artista e dello scrittore l’immagine che se ne creerà il mondo per oltre un secolo: un «fanciullo ch’è insieme un gigante», una sorta di Titano, l’«apostolo di una qualche verità, l’organo dell’Altissimo». Valeva ben la pena di accumulare venti controsensi per commentare «je est un autre» quando Balzac, quarant’anni prima, formulava la stessa idea: «l’artista non è se stesso nel segreto della sua intelligenza»: è il «giocattolo» di qualcosa di soprannaturale. Diventa da se solo tutta «una religione»: poiché i dolori dei creatori non fanno che riprodurre quelli medesimi del Creatore». «Sotto questo rapporto, Cristo ne è il più ammirevole modello». Ne = degli artisti! Si sapeva che Gesù Bambino, quell’apprendista modello, non avrebbe mai riposto la pialla di San Giuseppe senza averne tolto in precedenza tutti i trucioli. Balzac. ci insegna, e noi non lo dimenticheremo davvero, che gli scrittori hanno più d’una volta rivissuto il Golgota (Dante in esilio, Cervantes all’ospedale, Rimbaud in Abissinia).

  Non si mancherà di sottolineare (vedi Bernard Guyon nella sua recente tesi su Les Idées politiques et sociales de Balzac, ed il suo articolo su Balzac et le feuilleton des journaux politiques) ciò che accomuna questa vaga teoria al pensiero di quei sansimonisti che sappiamo ch’egli allora frequentava. È il momento in cui i sansimonisti lanciano il loro memoriale Aux Artistes, a coloro che debbono sostituire i cleri delle religioni morte: «Oramai le Belle Arti sono il culto e l’artista è il prete». Così terminava la predica-zibaldone della nuova Chiesa. Se Balzac paragona costantemente lo scrittore al curato, prendiamocela dunque con Bazard, Enfantin e compagni. Ma badiamo a non interpretare questa formula in senso troppo letterale. Dieu est en nous et par nous fait miracle, Ronsard diceva la stessa cosa con altre parole: non basta, allo scrittore di scrivere correttamente, o semplicemente. Gli occorre quel non so che, la buona stella di Boileau:

 

Si son astre en naissant ne l’a formé poète.

 

  Entusiasta e grammatico; poeta e retorico, tale sarà per Balzac ogni scrittore e ogni critico. Che importa a me che questa verità sia banale, nata ieri o ier l’altro? Ad ogni errore che non si vale se non della sua novità, mi sforzo di preferire le più antiche evidenze.

  E se considero qual sicurezza di giudizio danno a questo Balzac, quando giudica uno scrittore, i suoi partiti presi, a che esitar oltre ad adottarli. Verso il 1855, Sainte-Beuve rimproverava ai personaggi della Chartreuse di non essere insomma che «degli automi costruiti ingegnosamente»: niente di «vivo» in essi. (Ciò si è sempre detto, e si dirà domani, nella critica seria, di qualsiasi apporto d’un personaggio veramente vivo). Balzac invece: «Quanto a ciò che è Mosca in tutta l’opera, quanto alla condotta dell’uomo che la Gina considera il più gran diplomatico d’Italia, ci è voluto del genio per creare gli incidenti, gli eventi, e le trame innumerevoli e rinascenti in mezzo ai quali questo immenso carattere si dispiega. «Dall’automa all’immenso carattere: tutta la distanza che, da Sainte-Beuve, separa Balzac critico; il falso dal vero. Verso il 1830 tutte le persone «à la page» ammirano Hernani. Balzac scrive: non val nulla. Ché se desiderate conoscere uno scrittore, un «uomo notevole» i cui «deliziosi libelli» non saprebbero esser popolari perché c’è «qualcosa di troppo elevato nel suo stile conciso, troppo nerbo in questo pensiero rabelaisiano», leggete Paul-Louis, vignaiuolo della Chavonière, leggete Courier, le sue lettere, le sue traduzioni.

  Ma l’ultima parola? A chi dà la preferenza, Balzac? Alla grammatica, o all’ispirazione? La domanda non ha senso che per coloro che ne sono privi. Siccome capisce tutto ciò a cui si applica, Balzac è ugualmente capace d’amare «la poesia d’idee» e quella che «indipendentemente da un’idea» si nasconde nel cuore delle parole, in una «successione di consonanti e vocali.

 

Le jour n’est plus pur que le fond de mon coeur.

 

  Ed ora, la prova per assurdo: fate pronunciare a un inglese: «Lei jour n’aie pas plous pour kè lei faound de mon quer!». «Non esiste più nulla».

  Per ben giudicare, come per ben creare, basta dunque «coltivare l’arte per l’arte stessa». Ma non vogliate dedurne che lo scrittore dovrà limitarsi agli smalti e cammei, ai bibelots d’inanité sonore. Piuttosto questo: di checché scriva, di denaro, piani quinquennali, chouannerie, o bestialità, lo scrittore non dovrà cercare che di produrre della bellezza. Se non scrive che per bisogno, se si applica a comporre le sue frasi, queste in paragrafi, e i capitoli in un tutto, l’artista ha compiuto tutto il proprio dovere. E son degli sciocchi, quelli che gli domanderanno «piaceri diversi da quelli che dà». Non è qui, in germe, la critica di Jean Paulhan?

 

  Nota.

 

  (1) Vedi specialmente l’articolo di Paolo Arrighi su Balzac e il verismo italiano.

 

 

  Sandro De Feo, Si riesuma l’autobiografia di George Sand. Balzac faceva la fame pur di vivere nel lusso, «Corriere della Sera», Milano, Anno 75, N. 69, 22 marzo 1950, p. 3.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 558.

 

  Non importava che mancasse la minestra o il caffè: l'importante erano l'argenteria, le porcellane di Cina, le tappezzerie di seta e le belle vestaglie.

 

  E’ riapparsa, dopo molti anni che non si ristampava, quella Storia della mia vita di George Sand (G. S.: Histoire de ma vie, Stock ed.), molto lodata ai suoi tempi, e poi anch’essa affondata nel rispettoso oblio che ha ricoperto pian piano l’opera della più illustre virago del romanticismo europeo. [...].

 

Una revisione critica.

 

  Ma soprattutto importanti, importantissime, sono nel libro le pagine dedicate a Balzac e a Stendhal. In occasione del centenario della morte di Balzac stiamo assistendo a una «clamorosa» revisione critica della sua opera, che si riduce poi a questo: Balzac non fu uno scrittore «verista», ma piuttosto un grande ruminatore fantastico della realtà che ribolliva sotto i suoi occhi, una società ancora informe ma di vitalità tremenda, come quella che usciva dai grandi rivolgimenti e dalle lunghe guerre degli ultimi quarant’anni. Il che spiega, oltre tutto, l’interesse che porta a lui e alla sua opera la società del 1950 ancora informe e senza tratti precisi ma sospinta anch’essa da un’oscura vitalità perché anch’essa uscita da rivolgimenti e guerre di proporzioni colossali. Dunque non scrittore «verista». Ma chi lo disse mai con sincera coscienza e convinzione critica? Il verismo del tardo Ottocento cercò, sì, di tirare al suo molino le acque della «Commedia umana», ma nessun critico avvertito avallò mai quel tentativo di accaparramento. Ad ogni modo mancò l’avallo dello stesso Balzac.

  George Sand conobbe il romanziere poco dopo il suo arrivo a Parigi e l’impressione che egli fece su di lei fu vivissima. Ciò che la colpì soprattutto fu la disposizione al romanzo, o al romanzesco, di Balzac anche in privato, la disposizione ad «accrescere» e trasformare la realtà banale, persino quella del suo appartamento di Rue de Cassini. Dopo che egli ebbe venduto bene la Peau de chagrin, le piccole stanze diventarono dei boudoirs di marchesa «e un bel giorno egli ci invitò a prendere dei gelati tra i suoi muri tappezzati di seta con frange di merletto. Ciò mi fece molto ridere: io non credevo che egli prendesse sul serio questo bisogno di un vano lusso e che non fosse altro che passeggera fantasia. M’ingannavo; queste esigenze di graziosa immaginazione divennero le tiranne della sua esistenza, e per soddisfarle spesso sacrificò il benessere più elementare. Dopo di allora egli viveva così, nell’indigenza di tutto in mezzo al superfluo, privandosi della minestra e del caffè piuttosto che dell’argenteria e della porcellana di Cina».

  Due pagine più in là c’imbattiamo in un Balzac stupendo, da mandare in visibilio i paladini del «Balzac antiverista»: «Una sera che avevamo pranzato da lui ... egli andò a indossare una bella veste da camera nuovissima per mostrarcela con una gioia di giovinetta, e volle uscire così abbigliato, con un candeliere in mano, per accompagnarci per un pezzo di strada fino al cancello del giardino del Lussemburgo. Era tardi, il luogo deserto, io gli feci osservare che si sarebbe fatto assassinare ritornando solo a casa. “Macché — egli mi disse — se incontro dei ladri, mi prenderanno per un pazzo, e avranno paura, o mi prenderanno per un principe e mi rispetteranno”. Era una bella notte calma. E così ci accompagnò, recando la candela accesa in un grazioso candeliere di vermeil cesellato e parlando di quattro cavalli arabi che egli non possedeva ancora, che avrebbe presto posseduto, che non ha mai posseduto e che per qualche tempo egli credette fermamente di possedere».

 

I «vermi» della società.

 

  Del resto del suo «verismo» egli sapeva bene che cosa pensare. Questo giudizio della sua arte e della sua tecnica, che un giorno egli dette alla Sand, è davvero illuminante della sua facoltà di «accrescimento» del più minuto e squallido materiale umano, piccolissima borghesia, impiegatucoli, commessi, quelli che Gide parlando dello «studio» balzachiano Les employés chiama gli «atteri», i vermi, i millepiedi e il loro «mediocre brulichio raso terra; è lì che egli si rivela incomparabile, superiore anche a Gogol». Ed è appunto agli «atteri», ai vermi della nuova società in formazione che Balzac alludeva parlando con la Sand: «Questi esseri volgari m’interessano molto più che non interessino voi. Io li ingrandisco, li idealizzo, in senso inverso, nella loro laidezza o nella loro bestialità. E do alle loro deformità delle proporzioni spaventevoli o grottesche». Altro che tecnica verista! [...].

 

 

  Sandro de Feo, Si riapre la polemica sulla morte di Balzac, «L’Europeo. Settimanale di attualità», Milano, Anno VI, n. 26, 25 Giugno 1950.

 

  Il racconto di Victor Hugo fu un mezzo scandalo, quello di Mirbeau uno scandalo.

 

 Il centenario della morte di Balzac, che cade quest’anno tra un paio di mesi (esattamente il 17 (sic) agosto) trova la repubblica francese delle lettere divisa proprio sul capitolo di quella morte. La posizione dei balzacchiani ortodossi a questo riguardo è delle più curiose. Non nascondono la loro antipatia per M.me Hanska, «la straniera» dalla quale Balzac era riuscito finalmente a farsi sposare nel marzo di quello stesso 1850 in una chiesa di Berdiscev nell’Ucraina occidentale, dopo 15 anni di brevi incontri, di mezze promesse e di continui e spesso umilianti rinvii. «Si je ne suis pas grand par la “Comédie Humaine”, je le serai par cette réussite ...», se cioè riuscirà a farsi sposare dalla contessa Evelina Hanska. Finalmente c’era riuscito e poteva annunziare a sua madre il ritorno trionfale a Parigi, dopo diciotto mesi di assenza. Ma quando arrivarono a Parigi una sera di maggio, i due erano delusi, stanchi e nemici. Non si rinvia impunemente un matrimonio per quindici anni.

  Quella sera di maggio dunque era molto tardi quando i due sposi arrivarono in carrozza in Rue Fortunée, dove Balzac, prima di recarsi in Russia, aveva messo a punto il nido, adornandolo «misteriosamente» alla balzacchiana. Balzac bussò una, due, tre volte nessuno scendeva ad aprire. Eppure le finestre erano tutte illuminate, tanto che attraverso i vetri si scorgevano le immense corbeilles fatte ammucchiare per ordine di lui. Ebbero paura. Eva tremava dal freddo e dall’orrore. Balzac gridava ai passanti: «E’ la mia casa, sono Balzac ...»; finché arrivò il fabbro che fece saltare la serratura. Era successo che proprio quella sera il domestico, durante l’attesa dell'arrivo dei padroni, era impazzito tra tutti quei fiori e la fantasiosa e pesante mobilia di casa Balzac.

  Tutto, da questo preludio alla morte dello scrittore, ha una andatura, un affanno balzachiano. Lo scrittore si mette a letto, i piedi gli si gonfiano, le piaghe appaiono sul corpo enorme, sua moglie se ne impaurisce, forse se ne disgusta, si mette a correre Parigi, ritrova dei parenti polacchi, amiche russe, fa quel che può per dimenticare la casa del marito, il suo incubo. Su questo punto i balzacchiani ortodossi sono quasi tutti d’accordo: M.me Hanska non si comportò da buona moglie col grand’uomo malato. Dove essi non vogliono darla vinta ai balzacchiani più spregiudicati ed eterodossi è proprio sul punto di morte. Essi rifiutano di ammettere che Balzac morì come un cane.

  La polemica sul «punto di morte» di Balzac si è rianimata naturalmente in occasione del centenario, e Pierre Descaves ha riassunto con bell’ordine ed efficacia i termini e gli atti della lunga «querelle» in un libro uscito di recente presso l’editore Calmann-Lévy, «Les cent jours de M. de Balzac». Le fonti più importanti del «romanzo» o dello «scandalo» della morte di Balzac sono tre:

  1) Un articolo di Arsène Houssaye, direttore del Théâtre Français, pubblicato nel «Figaro» del 30 agosto 1883. E’ un colloquio di Balzac col suo medico Nacquart. «Dottore, esigo da voi tutta la verità. Voi siete un principe della scienza ... Sento di perdere terreno. Quanto tempo credete che mi rimanga ancora da vivere?». Silenzio, di Nacquart. «Suvvia dottore, mi prendete per un bambino? Io non posso morire come il primo venuto. Un uomo come me deve un testamento al pubblico». Nacquart: «Quanto tempo vi ci vuole per quel che vi rimane da fare?». «Sei mesi». Nacquart scuotendo il capo: «Sei mesi! sei mesi!». «Mi darete almeno sei settimane». Silenzio del dottore. «Almeno sei giorni. Indicherò nelle grandi linee l’opera da compiere. I miei amici metteranno i puntini sugli i». Nacquart: «Mio caro malato, quel testamento al pubblico di cui parlavate poc’anzi sarà bene farlo oggi stesso». Balzac: «Non mi rimangono dunque che sei ore». Quel giorno era infatti il 17 agosto.

  2) Il famoso «pezzo» di Victor Hugo nelle «Choses vues» pubblicate postume nel 1887. Avvertito delle condizioni disperate del grande amico. Hugo corre in via Fortunée: «Suonai. Cera un chiaro di luna velato dalla nebbia. La via era deserta. Nessuno scese ad aprire. Suonai ancora. La porta si aprì. Una domestica apparve con una candela: “Che volete, signore?” mi chiese. Essa piangeva. Dissi il mio nome. Fui fatto entrare in un salone ... La donna mi lasciò lì. Attesi alcuni istanti. La candela illuminava appena la mobilia splendida e alcuni magnifici dipinti di Portbus (sic) e di Holbein. Il busto di marmo di Balzaci si ergeva confusamente in quella camera, come lo spettro dell’uomo che stava morendo. Un sentore di cadavere riempiva la casa ... Chiesi di vedere Balzac ... Attraversammo un corridoio, salii per una scala ... Un altro corridoio, finché intravidi una porta aperta. Udii un un rantolo sinistro e acuto. Ero nella camera di Balzac ... Aveva la faccia violacea, quasi nera, reclinata sul lato destro, la barba non fatta, i capelli grigi e tagliati corti, l’occhio aperto e fisso, Lo vedevo di profilo e, così, rassomigliava all’Imperatore. Solo la domestica, l’infermiera e un domestico stavano in piedi ai due lati del letto ... Un odore insopportabile esalava dal letto. Sollevai la coperta e presi la mano di Balzac. Era coperta di sudore. La strinsi. Non rispose alla pressione della mia mano».

  3) Il racconto che il pittore Jean Gigoux fece vecchissimo a Rodin e a Mirbeau e che quest’ultimo trascrisse nel su0 libro «628-E8», pubblicato nel 1907. I balzacchiani ufficiosi non negano che Gigoux sia stato l’amante di M.me Hanska dopo la morte di Balzac, ma respingono quella che essi ritengono la vanteria volgare di un artista volgare, alla moda e «à bonnes fortunes», vale a dire che M.me Hanska gli si dette, e «furiosamente» nei «cento giorni» di Balzac. Quel 17 agosto, racconta dunque Gigoux, egli andò in casa Balzac per informarsi da Madame dello stato di suo marito. Essa sembrava molto eccitata e nello stesso tempo abbattuta. «Io le consigliai di farsi vedere, non fosse che per qualche minuto, al capezzale del marito. Essa mi rispose: “No, no, è troppo spaventoso” e scoppiando a piangere: “Non vorrai lasciarmi sola tutta la giornata come ieri” ... Nel pomeriggio apprendemmo dall’infermiera che Balzac era entrato in agonia». La giornata scorre lugubre, lenta, eterna ... Alle dieci e mezzo bussano due colpi fortissimi alla porta della camera da letto di M.me Hanska: «Madame, madame, venite ... il signore se ne va!». Una specie di panico si impadronisce di Gigoux. Egli trattiene la donna che aveva già spinto una gamba fuori delle lenzuola per scendere dal letto ... S’era fatto silenzio di nuovo. «I capelli di lei disciolti coprivano il suo viso come un velo di crespo che ondeggiava in fiotti neri sulle sue spalle dalle quali la camicia era scivolata». Di lì a dieci minuti l’infermiera ritorna: «Madame, il signore se ne è andato, il signore è morto».

  Il resoconto di Victor Hugo, il capezzale di Balzac deserto di familiari, era già un mezzo scandalo, ma quello di Mirbeau era lo scandalo totale. Sicché quando una primizia della narrazione apparve nel «Temps» dei giorni 5, 6 e 7 novembre 1907, scoppiò un putiferio. Protestò la figlia di M.me Hanska, protestarono i balzacchiani di scuola e accademia, e oggi dopo quarant’anni le cose sono ancora allo stesso punto. Morì, o no, come un cane? La risposta potrebbe darla soltanto la biblioteca del visconte di Lovenjoul, il «Papa dei balzacchiani», un piccolo uomo amabile, riservato e un po’ folle che dedicò tutte le risorse della sua illimitata devozione al culto di Balzac, e le astuzie di un maniaco e collezionista di qualità e gran parte della sua immensa fortuna ad accumulare montagne di documenti sul grand’uomo, e quelle montagne, alla sua morte, legò all’Institut de France, ma circondando il legato di tante riserve, cautele, obblighi e impedimenti che praticamente la consultazione ne è quasi impossibile.

  Quando sarà possibile, sapremo di più sulla morte di Balzac.

 

 

  Franca Femminis, Storia ed arte nel romanzo “Ursule Mirouet” di Honoré de Balzac. Tesi di laurea, Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 1950.

 

 

  Marise Ferro, Il mio muro potrà crollare in pace. Balzac architetto raccontato da Marise Ferro, «Milano-sera», Milano, Anno VI, 22-23 febbraio 1950, p. 3.

 

  Balzac uomo, tutti lo sanno, aveva diverse manie: quella degli affari (che gli andarono sempre male), quella degli oggetti antichi (per cui fu sempre derubato) e quella delle case. Quest’ultima mania, che si ridusse a una necessità perché doveva correre da un’abitazione all’altra per nascondersi ai creditori, gli permise di passare in trent’anni di vita dalla soffitta gelata di via Lesdiguières, dove incominciò a scrivere, alla ricchissima casa di via Fortuné (sic) dove morì invocando, si dice, Bianchon, il medico della Comédie Humaine. I trent’anni tra la soffitta e il palazzo lo videro inquilino di tante case di Parigi e vicinanze che è difficile enumerarle tutte. Quelle di via Cassini e quella della via Basse sono le più famose. Ma la casa dove Balzac voleva infondere i suoi gusti e i suoi capricci architettonici rimane quella delle Jardies nel villaggio di Ville-d’Avray, a pochi chilometri da Parigi.

  Il terreno delle Jardies divenne proprietà di Balzac nel 1837. Egli, allora, aveva qualche soldo guadagnato duramente coi «prodotti dei sui campi cerebrali, vigneti letterari e foreste intellettuali», e volle realizzare il sogno di fuggire Parigi e i creditori che lo assillavano rifugiandosi in campagna: comperò la terra di Ville-d’Avray e Les Jardies entrarono nella storia letteraria.

  Poiché volle egli stesso essere l’architetto della casa principale delle Jardies, quella ch’egli solo doveva abitare, ne fece il progetto e ne fece iniziare i lavori, ch’egli stesso sorvegliava. Nonostante le sue illusioni, egli vedeva che la casa sorgeva male.

  A casa finita, però, la sua sorpresa fu superiore ad ogni suo scetticismo: «E la scala? Avete dimenticato la scala?», chiese ai costruttori. Già, mancava la scala, ma per la semplice ragione che mancava nel progetto. Balzac voleva stanze larghe, quadrate, la scala prendeva troppo spazio, non si sapeva dove metterla. Egli non si scoraggiò: «La scala cerca di farla da padrone in casa mia, vuol dire che io metterò la scala alla porta». E così fece, cioè fece costruire una scala esterna lungo la facciata e sulla quale si aprivano le porte dei tre piani. La casa delle Jardies, finita, assomigliò a uno châlet svizzero e a una torre, oppure, come la definiva Balzac stesso, «pertica per pappagallo».

  Egli volle costruire anche il parco, dove non esisteva che un noce, un noce famoso, cedutogli dal comune di Sèvres con la prerogativa speciale all’albero, quella di avere deposte, per permesso comunale, tutte le immondizie del paese ai piedi del suo tronco. «Pensate – diceva Balzac a Victor Hugo ch’era andato a trovarlo — il denaro che mi porterà quest’albero! Concimerò tutta la regione». «Per ora non vedo ancora spazzatura ...», osservò lo scettico Victor Hugo. «Non ancora, certo, le Jardies non sono finite. Guardate, qui pianterò degli abeti, là dei pini, dei larici, più lontano betulle, pioppi. Faggi ... sono nell’età in cui posso piantare alberi, ho tempo per vederli frondosi ...».

  Non solo gli alberi non crescevano, ma i muri di cinta crollavano, e crollavano sempre dalla parte del vicino, distruggendone le coltivazioni e gli alberi da frutto. La storia del muro di cinta è famosa negli annali delle Jardies perché ricostruito cinque o sei volte, costò tanto a Balzac che finì col comperare il lotto di terreno che lo delimitava per non litigare più col vicino: «Il rimedio è caro, esclamò, ma almeno il mio muro potrà crollare in pace».

  Neppure le aiole tenevano, neppure gli arbusti: ad ogni temporale, poiché il terreno era in forte pendenza, la pioggia portava via ligustri e rose, e Balzac, a cielo rasserenato, si trovava sempre vittima di una inondazione.

  Ma tutti questi disastri non lo stancavano, ripiantava ligustri e rose, riedificava il muro e si consolava chiamando a raccolta mobilieri, tappezzieri, decoratori, antiquari. Egli voleva che l’interno delle Jardies fosse principesco. Scriveva, a carbone, sui muri freschi d’intonaco: «Qui un basamento di marmo di Carrara; qui un rivestimento di legno di cedro; qui un soffitto dipinto da Delacroix; qui una tappezzeria d’Aubusson; qui un camino di marmo cipollino; qui un quadro di Rubens; qui un quadro di Goya; qui un quadro di Raffaello». Queste ricchezze rimasero scritte a carbone, i creditori non permisero mai a Balzac di realizzarle.

  Poiché un bel giorno, è inutile dirlo, i fornitori impagati si cambiarono in furibondi creditori e Balzac si sentì tremare. Quanto gli erano costate le Jardies, casa di riposo dove doveva finire i suoi giorni lontano da ogni assillo di denaro? Non si sa la cifra precisa, si sa soltanto che il tappezziere, lo stagnino, il falegname lo angariavano, e che finirono per denunciarlo, Spesso gli uscieri entravano alle Jardies e si impadronivano di ciò che potevano: lampade, abiti, libri.

  Nel 1839, quasi tre anni dopo la compera del terreno delle Jardies, Balzac scriveva alla fedele madame Carraud: «A voi posso confidare un segreto: tocco il fondo della più spaventosa miseria. Se sapeste che cosa mi è costato il muro delle Jardies!». Le Jardies gli davano tanto preoccupazioni, tanti dolori e tante visite di uscieri, che fu costretto a fuggirle. Fuggì a Parigi, in via Basse, casa a doppia uscita che gli era stata trovata da Marceline Desborde (sic) Valmore. Balzac la prese in affitto nascondendosi sotto il nome della sua governante e vi si installò nel gennaio del 1840. Ma neanche in quella casa, che oggi è museo Balzac, trovò la pace.

 

 

  M.[arise] F.[erro], Esther cortigiana immortale, «Milano-sera», Milano, Anno VI, 22-23 giugno 1950, p. 3.

 

  In questi giorni di polemiche letterarie fomentate dal libro appena uscito di una nuova scrittrice illetterata e «naturale», polemiche attraverso cui gridano che è necessario non sapere saper scrivere (e il buon senso, dove è andato a cacciarsi?) io godo una situazione privilegiata. Io, proprio in questi giorni in cui nel campo letterario corrono anche larvati insulti, ricevo una lezione che, se sono intelligente, può servirmi per tutta la mia vita di scrittrice: traduco, cioè, «Splendeurs et misères des courtisanes» (Splendori e miserie delle cortigiane) di Balzac.

  Col naso su queste pagine a volte disordinate dove si sente già l’incrinatura che la malattia e i terribili viaggi imposti dalla terribile madame Hanska, fecero nel cervello dello scrittore («Splendeurs et misères des courtisanes», è stato finito nel 1847, tre anni prima della sua morte), una volta di più devo riconoscere che non vi può essere creazione tratta da una realtà anche resa con spigliatezza e brio, ma che solo lo scrittore vero riesce a cogliere le forme imperiture dell’animo umano.

  Sono su pagine di Balzac, va bene; il nome dice tutto, ma se fossi alle prese con la traduzione di Proust quando parla di Odette Swann o di Dostojewski (per assurdo perché non so una parola di russo) quando parlo di Sonia o di Grusegnenka, sarebbe lo stesso, imparerei la medesima lezione. La cortigiana ci è rivelata dall’invenzione — la veggenza — dello scrittore di genio. Mi fermo alla Esther di «Splendeurs et misères des courtisanes». Esther più di lady Roxana, più di Moll Flanders, più di Odette Swann, più di Manon, potrebbe essere la cortigiana tipo.

  Figlia di una bella olandese ebrea e cortigiana e di un usuraio, senza istruzione, senza educazione all’infuori di quella deleteria della strada, bellissima anch’essa, orfana e povera, Esther cadde nella prostituzione per vivere. Aveva le qualità delle donne della sua classe portate al massimo grado; il grado in cui se l’anima prevale sulla mente la cortigiana può arrivare alla redenzione, se la mente [prevale?] sull’anima alla vendetta, cioè a una posizione sociale, alla ricchezza, alla vera emancipazione dalle regole, le ipocrisie, il conformismo a cui obbediscono gli uomini intruppati nella società. Era generosa, buona, sincera, intelligente; sapeva ridere e parlare; sapeva vestirsi e spendere denaro; sapeva riconoscere a prima vista, nell’uomo, il difetto o il vizio da sfruttare; era, insomma, una cortigiana affascinante e acuta. Ma doveva incontrare, nella sua breve vita, oltre all’Amore, il Male. L’amore era incarnato da Lucien de Rubempré, poeta e bel giovane, squattrinato e debole di carattere, ambizioso senza la freddezza necessaria per arrivare. Il male era Jacques Collin, alias Vautrin, alias Trompe-la-mort, alias don Carlos Herrera, uno dei personaggi più grossi della letteratura, cardine della legge che vuole, a una società costituita, il suo opposto, il sovvertitore, il ribelle. Vautrin era l’opposizione in tutte le sue forme, il vizio in tutta la sua grandezza, il male in tutte il suo infinito. Vedere Esther accanto a Lucien de Rubempré — anima della sua anima, sua rivendicazione sociale in forma umana — e immaginare un piano grandioso attraverso il quale, sfruttando la cortigiana e le sue qualità di cortigiana, dare a Lucien onore, ricchezza, fama e lustro, fu tutt’uno. Vautrin, sotto la veste del prete spagnolo don Carlos Herrera, mosse alla conquista della cortigiana.

  Vi riuscì, e la tolse dal vizio, la mise in un collegio signorile, le fece dare educazione, belle maniere. Uno scrittore come Balzac non può mai sbagliare psicologicamente; quindi la povera Esther man mano sentiva la sua anima diventare pura, sentiva il suo corpo deperire. Il suo corpo non poteva vivere senza il disordine, la varietà: i pranzi succulenti o miserabili a qualsiasi ora, i sonni diurni, le orge notturne, il desiderio del maschio, la sensazione d’essere, ad ogni minuto del giorno e della notte, vicino a una fiamma divoratrice. Il bianco, il lineare, il pulito — l’innocenza insomma — la uccidevano.

  Vautrin dovette modificare i suoi piani; disse a Esther: «Vivrai di nuovo da cortigiana, ma la tua vita impura, come avrei voluto fare della tua vita pura, salverà Lucien». E riportò la bellissima ebrea nel vizio, costringendola a depredare garbatamente il vecchio banchiere de Nucingen, il Lupo cerviero. Non certo io mi dilungherò a parlare di uomini che vediamo ogni giorno, oggi che di lupi cervieri è piena l’Europa (non è Blaise Cendrars che in un recente articolo ha scritto: Balzac è l’inventore del mondo moderno?) e sarebbe troppo difficile riportare la verità, il sapore, la cattiveria dei rapporti tra la cortigiana e il cinico banchiere innamorato. Esther fece il suo mestiere, e lo fece bene, ma non bene fino in fondo perché amava Lucien. Era pronta a sacrificare se stessa, ma voleva una ricompensa. Vautrin la bollò con queste parole: «Mia cara, ho cercato di metterti sulla via del Cielo, ma la cortigiana pentita sarà sempre una mistificazione, anche per la Chiesa; e se ve ne fosse una ridiventerebbe cortigiana in paradiso. Sei nata cortigiana, vivrai cortigiana, morirai cortigiana, poiché, nonostante le seducenti teorie degli allevatori di bestie, non si può diventare, in questo basso mondo, che ciò che si è. L’amore in una cortigiana dovrebbe essere, come in tutte le creature degradate, un mezzo per diventare madre: fu. invece, ami da femmina ...». Esther, insomma, non riesce, attraverso l’amore, a salvare nè se stessa nè Lucien, non sa arrivare all’atto di disinteresse totale in favore di un altro, le riesce meglio il suicidio.

  Traducendo parola per parola un libro si entra nell’anima, quasi, dello scrittore. E’ una violazione, certo, ma d’ordine superiore. Se colgo la stanchezza, la caduta di stile di Balzac, da quali illuminazioni sono ricompensati! Il personaggio che a poco a poco scopro mi si rivela forse meglio che all’autore stesso perché è fuori della fatica d’ogni germinazione, intero, vivo. Così, pure non avendo conosciuto mai di persona cortigiane posso dire di sapere come sono; così imparo (ma lo sapevo, lo sapevo!) che non vi è creazione o verità o scoperta che non sia illuminata dal genio.

 

 

  Marise Ferro, Balzac architetto, «Nuova Stampa Sera», Torino, Anno IV, Num. 151, 28-29 giugno 1950, p. 3.

 

  Balzac uomo, tutti lo sanno, ebbe diverse manie: quella degli affari (che gli andarono sempre male), quella degli oggetti antichi (per cui fu sempre derubato e imbrogliato) e quella delle case. Quest’ultima mania, che si ridusse a una necessità perché doveva correre da una abitazione all’altra per nascondersi ai creditori, gli permise di passare in trent'anni di vita, dalla soffitta della via Lesdiguières, dove incominciò a scrivere, alla ricchissima casa di via Fortuné (sic), dove morì invocando, si dice, il dottore Bianchon, il medico della Comédie humaine. I trent’anni fra la soffitta e il palazzo lo videro inquilino di tante case di Parigi e dintorni che è difficile enumerarle tutte. Quella della via Cassini e quella della via Basse sono le più famose. Ma la casa dove Balzac voleva effondere i suoi capricci architettonici rimase quella delle Jardies, nel villaggio di Ville-d’Avray, a pochi chilometri da Parigi.

  Il terreno delle Jardies divenne proprietà di Balzac nel 1837. Egli aveva qualche soldo, allora, guadagnato duramente con il «prodotto dei miei campi cerebrali, vigneti letterari e foreste intellettuali», e volle realizzare il sogno di vivere in campagna e di fuggire i creditori che a Parigi lo assillavano. Le Jardies, quindi, entrano nella storia letteraria. Erano una terra spoglia, incolta, che Balzac volle creare come uno dei suoi personaggi. Non vi riuscì, la natura è più forte dell’uomo; oppure, lasciamo questo scampo all’uomo, Balzac era romanziere, di genio e non era architetto di genio. Poiché volle egli stesso essere l’architetto della casa principale delle Jardies quella che avrebbe abitata. Ne fece il progetto e gli operai iniziarono i lavori.

  Nonostante le sue illusioni. Balzac vedeva che la casa sorgeva male, e viveva tra alternative di speranza e scoramento. «Le Jardies mi costano un occhio della testa — scriveva al la sua grande amica Zulma Carraud — e sarà un orrore». A casa finita la sua sorpresa fu superiore ad ogni suo scetticismo. «E la scala? Avete dimenticato la scala?» chiese ai costruttori. Già, mancava la scala, per la semplice ragione che non era nel progetto. Balzac voleva stanze larghe, quadrate, e tutto lo spazio era stato impiegato per dare la misura da lui voluta alle stanze. Egli non si scoraggiò: «La scala voleva farla da padrona in casa mia, bene, io metterò la scala alla porta». Fece proprio così, fece costruire una scala esterna che si arrampicava lungo la facciata e sulla quale si aprivano le porte dei piani principali. La casa delle Jardies, finita, assomigliò a uno châlet svizzero e a una torre insieme, oppure, come la definiva Balzac stesso, a «una pertica per pappagallo».

  Nonostante questa esperienza volle costruire anche il parco, dove non esisteva che un noce, un noce famoso, cedutogli dal Comune di Sèvres, con la prerogativa speciale all’albero, quella cioè di avere deposte al piede del suo tronco tutte le immondizie del paese. «Pensate — diceva Balzac a Victor Hugo che era andato a trovarlo — il denaro che mi procurerà quest’albero: concimerò tutta la regione!». «Per ora non vedo ancora il vostro guano ...» rispose lo scettico Victor Hugo. «Non ancora, certo, le Jardies non sono finite. Guardate, qui pianterò degli abeti, là dei pini, più in là larici, pioppi, faggi. Sono nell’età in cui posso piantare alberi, sicuro di vederli frondosi ...». Invece li vide, povero Balzac, arrivare solo alla statura del suo cane da guardia, cosa che gli fece esclamare, rivolgendosi all’amico Gozlan: «Léon, Léon, guardate come crescono i miei alberi, mi impediscono di vedere Turco!». Non solo gli alberi non crescevano, ma i muri di cinta crollavano, e sempre dalla parte del vicino, distruggendone le coltivazioni. La storia del muro di cinta è famosa negli annali delle Jardies perché, ricostruito cinque, sei volte, costò tanto a Balzac ch’egli finì col comperare il lotto di terra che lo delimitava per non avere più liti e processi. «Il rimedio è un po’ caro — esclamò — ma almeno il mio muro potrà crollare in casa sua».

  Neppure le aiole tenevano, neppure gli arbusti: ad ogni temporale, poiché il terreno era in forte pendenza, la pioggia portava via ligustri e rose, e Balzac a ciclo rasserenato si constatava sempre vittima di una inondazione. Tutti questi disastri non lo stancavano, ripiantava ligustri e rose, riedificava il muro e si consolava chiamando a raccolta mobilieri, tappezzieri, antiquari, decoratori. Egli voleva che l’interno delle Jardies fosse principesco. Scriveva, a carbone, sui muri freschi d'intonaco: Qui un basamento di marmo di Carrara; qui un rivestimento di legno di cedro; qui un affresco dipinto da Delacroix; qui una tappezzeria d’Aubusson; qui un camino di marmo cipollino; qui porte di Trianon; qui un quadro di Rubens, uno di Goya, uno di Raffaello ... Queste ricchezze rimasero scritte a carbone, ma altre, autentiche, riempirono le stanze, tanto che un bel giorno egli si trovò alla porta la muta dei fornitori. Impagati, bene inteso, e Balzac, si mise le mani nei capelli. Come fare? con che cosa pagarli? Balzac pensò bene di fuggire le Jardies, come aveva fuggito le sue altre abitazioni. Il tappezziere, lo stagnino, il falegname, lo stuccatore, l’antiquario suonavano ormai tutti i giorni alla sua porta, lo angariavano, minacciavano di denunciarlo. E non trovando denaro si impadronivano di ciò che potevano: lampade, libri, abiti ...

  Quanto era costata a Balzac le Jardies, casa di riposo, dove doveva finire i suoi giorni lontano da ogni assillo di denaro? Non si sa la cifra precisa; nel 1839, quasi tre anni dopo la compra del terreno e la costruzione della casa, egli scriveva alla fedele madame Carraud: «A voi posso confidare un segreto: tocco il fondo della più spaventosa miseria. Se sapeste che cosa mi è costato il muro, solo il muro delle Jardies!». Oltre a denaro le Jardies gli costavano tante umiliazioni e tanti dolori che la odiò. Fuggì a Parigi, in via Basse, casa a doppia uscita, che prese in affitto nascondendosi sotto il nome della sua governante. Forse i creditori non l’avrebbero rintracciato. Ma neanche in via Basse, nella casa che oggi è museo Balzac, egli trovò pace.

 

 

  Marise Ferro, La realtà e l’invenzione, «Nuova Stampa Sera», Torino, Anno IV, Num. 225, 23-24 Settembre 1950, p. 3.

 

  Irene entra nel mio studio, siede davanti alla mia scrivania, mi guarda e ride:

  — Mi avevano detto che il lavorò dello scrittore è spesso una lunga meditazione, ma tu non mediti, cara, dormi, mi dice. —

  Sì, casco dal sonno, stanotte avrò dormito tre ore ...

  — Hai dei dispiaceri?

  — No, la colpa è di un certo Léon Gozlan, mediocre giornalista del secolo scorso, il quale fu amico di Balzac e qualche anno dopo la sua morte scrisse un volume di ricordi «Balzac en pantoufles», che oggi si ristampa. Mai ho letto libro più irritante ...

  — E non ti ha lasciato dormire?

  — Sì, per la rabbia; i ricordi su Balzac sono così falsi, danno un’immagine del grande scrittore così meschina, che io, che lo amo, come sai, ne ho avuto il fegato rovesciato, e quindi il sonno. Se vuoi che ti riporti qualche frase di Gozlan o addirittura il racconto che più mi ha avvilita, lo faccio volentieri perché anche tu capisca che ...

  Irene, la quale mi conosce e sa che quando inforco il cavallo dell’indignazione letteraria nessuno mi ferma, mi interrompe e dice:

  — Evitami le considerazioni, che forse non capirei, e fammi il racconto del racconto che ti ha indignata, se così posso esprimermi ...

  — Benissimo, entro subito in argomento. Un giorno del 1844 Gozlan andò a trovare Balzac in rue Basse, a Passy. Era l’ora di cena e lo trovò davanti a un piatto di magnifiche pesche, in compagnia di Vidocq. Forse avrai già sentito parlare del personaggio, uomo di mente pronta e fredda, rotto a tutti i segreti della malavita parigina, ex-galeotto, che vendette i suoi servizi alla polizia francese e fu un poliziotto sorprendente. Pare che Balzac se ne sia servito come modello per il suo Vautrin. Dunque, Gozlan, in quella sera del 1844 entrò da Balzac e assistette alla sua conversazione con Vidocq. Vidocq diceva:

  «Mi sembra che vi diate molta pena, signor de Balzac, per inventare storie dell’altro mondo quando la realtà è sotto i vostri occhi.

  «Ah, credete nella realtà? Non vi credevo così ingenuo, Vidocq. Siamo noi, romanzieri che facciamo la realtà, mio caro.

  Vidocq sorrise con molta finezza e replicò:

  «Con tutto il rispetto che ho per voi, signor de Balzac, non vi credo capace di superare nel l’inventare la realtà, la realtà viva e vera. Se me lo permettete vi racconto un fatto reale, accaduto proprio a me, che sconfigge tutte le vostre invenzioni; un fatto così drammatico, passionale e logico nello stesso tempo che lo trascriverete nei vostri libri.

  Balzac, uomo paziente e curioso, diede a Vidocq il permesso di parlare.

  «Una notte del 1835 — incominciò Vidocq, — ero di servizio alla prefettura di Parigi quando vidi oltre i vetri della porta che immetteva sulla scala conducente agli appartamenti del prefetto, due donne agitate. Aprii la porta e chiesi che cosa volevano. Una delle donne, vestita da ballo sotto la cappa di pelliccia, coi fiori in testa, imbellettata, ingioiellata e meravigliosamente bella, rispose che desiderava vedere il prefetto. Non feci a tempo a rispondere che l’ora era inopportuna perché la porta dell'appartamento del prefetto si aprì e il suo valletto privato introdusse la donna. Io rimasi con l’altra, ch’era una cameriera, la quale entrò nel mio ufficio e si diresse subito alla finestra, da cui guardò fuori con angoscia. Anch’io guardai, e vidi una normale carrozza privata, col cocchiere in livrea a cassetta, che aspettava all’orlo del marciapiede. Ero perplesso, incuriosito, quando il valletto del prefetto mi venne a chiamare. Mi trovai così davanti alla donna di poco prima, pallida, disfatta, e la riconobbi: era la contessa Hélène B ... (scusatemi se non vi dico il cognome, la discrezione ...), moglie di uno degli uomini più nobili, più ricchi e più in vista di Parigi. Il prefetto mi disse: «Vidocq, un uomo noto e importante è morto qualche ora fa in casa della contessa ...

  «Benissimo, signor prefetto.

  «Il marito della contessa, assente da otto giorni, torna questa notte. Il corpo del morto è giù nella carrozza della signora, è necessario che la liberiate di quell’ingombro in modo da non suscitare scandalo.

  «E’ più difficile fare scomparire un morto che un vivo, signor prefetto ...

  «Mi raccolsi, pensai diversi strattagemmi che proposi alla contessa, la quali li rifiutò con orrore. Finalmente ne accettò uno: aiutato da un agente fidatissimo, mi sarei occupato del corpo morto estraendolo dalla carrozza, trasportandolo poi in un fiacre simulando l’ubriachezza, e l’avrei depositato alla porta della sua casa, in mano suoi domestici. Essi e i familiari avrebbero provveduto al morto.

  «A questo punto, caro de Balzac, immagino che vi piacerebbe sapere ciò che era successo in casa della contessa. Ve lo dico subito: la contessa che, in assenza del marito era andata a teatro col duca di K ... (il morto, bene inteso) aveva avuto il capriccio di condurlo in casa sua a bere una coppa di champagne. Si sa come finiscono queste cose. Il duca era in camicia, era animatissimo, innamoratissimo; ad un tratto, sul più bello di un motto spiritoso reclinò il mento sul petto e parve addormentarsi di colpo. La contessa, lo contemplò per un poco, poi lo toccò: era gelato. Lanciò un grido, e svenne. Accorse la fida cameriera, fece rinvenire la padrona, capì subito la situazione e disse: — Signora contessa, il signor conte ritorna dal suo viaggio tra qualche ora, deve salvare il suo onore, presto, presto, il corpo del signor duca deve uscire, dalla sua casa ... —. Il pericolo rese fulminee le due donne; la contessa rimise l’abito da sera, i fiori, i gioielli; la fida cameriera rivestì il duca morto, e trascinandolo con fatica le due donne lo trasportarono fino alla rimessa, lo nascosero in carrozza, poi svegliarono il cocchiere e gli ingiunsero di correre alla prefettura per un affare urgente. Il prefetto era molto amico del conte e la contessa di B ... accettò di aiutare la grande dama, ed ecco la ragione per cui fui chiamato.

  «Non mi rimaneva che provvedere in fretta al morto, chiamai il mio agente fidato, lo misi a parte della spedizione, scesi con lui alla carrozza. Che fortuna, il cocchiere della contessa dormiva con la frusta in mano. Io e l’agente prendemmo il corpo dell’importante personaggio, lo nascondemmo in una aiola, poi chiamai la contessa e la sua cameriera, le aiutai a salire nella carrozza vuota del macabro impedimento, e svegliai il cocchiere ordinandogli di ricondurre a casa la contessa. Era salva. Rimasti soli l’agente e io prendemmo il corpo del morto ciascuno per un braccio e lo trascinammo dal quai des Orfèvres al Pont-Neuf dove aspettammo un fiacre. Appena udimmo il rullo di una carrozza sul selciato di Parigi, simulammo l’ubriachezza, ci mettemmo a cantare, pencolando da tutte le partì col nostro morto sotto il braccio e fermammo il cocchiere ordinandogli: Portaci a casa, amico! Issammo il duca di K ..., che pareva il più ubriaco dei tre, ubriaco morto è il caso di dirlo, e demmo il suo indirizzo. A metà strada fermammo il cocchiere, discendemmo, sempre simulando l’ubriachezza, gli dicemmo che avevamo ancora voglia di bere e di seguitare la strada col nostro amico che dormiva, lui beato, fino alla sua casa. Così fece il cocchiere; arrivato alla porta del palazzo del duca di K ... volle aiutarlo a scendere dalla carrozza, si affacciò alla portiera e lanciò un grido: il morto era già sfigurato. Accorsero i famigliari, i domestici, il personaggio importante fu portato nel suo letto e ...

  «E? chiese Balzac.

  «... e l’indomani i giornali della capitale davano la notizia del tragico incidente accaduto al duca di K ..., morto in fiacre, ubriaco, nel fiore della giovinezza, dopo che i suoi compagni di baldoria lo avevano lasciato.

  «Il vostro racconto, caro Vidocq, è illogico, irreale, potrei confutarvi i fatti a uno a uno, e lo farò un’altra volta. Per ora ditemi soltanto che cosa fece fa contessa dopo il tragico incidente.

  «La cosa più logica per una fragile dama: morì di crepa cuore.

  «Oh, patetico! E il marito?

  «Il marito si ritirò dal mondo, andò a vivere all’estero, a Trieste. Una sera, nel palco vicino al suo, udì un francese che raccontava gli amori della sua defunta moglie agli amici, entrò nel palco, lo provocò, lo sfidò a duello e si lasciò infilare dalla spada del chiacchierone gridando: Basta! basta! non ne posso più!

  «Sempre più sorprendente! Un suicidio, dunque?

  «Sì, certo.

  «Per quale ragione, caro Vidocq? Avevate fatto le cose così bene, nessuno sospettava la contessa, come mai il conte conosceva la tresca della moglie?

  Vidocq ebbe un viso perplesso:

  «Già, disse, qui manca completamente il movente logico ...

  «E la realtà, voi sostenete, chiara come due e due fanno quattro ...

  «Già, perfettamente. C’è qual cosa che noi non sappiamo, un punto oscuro, un punto ...

  «Che nessuno chiarirà mai ...

  «Che qualcuno chiarirà invece, grido Vidocq trionfante. Sapete chi c’è giù ad aspettarmi, in serpa al fiacre? Il cocchiere di quella notte fatale, proprio lui!

  «Guarda le meraviglie del caso, sempre in concorrenza coi romanzieri: Chiamate il vostro cocchiere, allora.

  Il cocchiere chiamato e abilmente interrogato da Vidocq, che non per nulla era il re dei poliziotti, raccontò che la notte dell’incidente, aveva trovato nel suo fiacre un portabiglietti con dentro una lettera alla contessa di B ... e sopra l’indirizzo. L’indomani mattina, desiderando avere una mancia, aveva portato portabiglietti e lettera all’indirizzo segnato: rue Bellechasse, proprio nel momento in cui l’elegantissima dama e il marito stavano per salire nella loro carrozza. La dama vedendo il portabiglietti e la lettera era impallidita, e il marito aveva preso dalle mani del cocchiere le due cose.

  «Benissimo, esclamò Balzac quando l’interrogatorio di Vidocq fu finito, non manca proprio più niente alla vostra storia. Il duca sapeva, e quando ebbe la prova che anche il mondo sapeva, si fece uccidere. La storia è finita!

  «Non per me, non per me, signore, esclamò il cocchiere; io ho avuto di mancia da quel grande signore due franchi falsi ...».

  — Gozlan finisce così il suo racconto. Che cosa ne dici? — chiesi a Irene.

  — Dico che la storia è divertentissima, che mi ha interessato molto ...

  — Ma non cogli la volgarità l’incongruenza, l’inverosimiglianza? Rifletti un po’ ...

  — Io non voglio riflettere, mi hai divertita, e basta. Feci un gesto d’orrore e dissi:

  — Di che cosa sono capaci lettori, mio Dio! Ecco perché esistono e hanno fortuna tanti cattivi romanzieri ...

  — A quale categoria vorresti appartenere? — mi chiese Irene con molta impertinenza.

  Divenne opportuno, almeno per me, cambiare discorso.

 

 

  Achille Fiocco, Balzac commediografo si riscatta con “Le Faiseur”, «La Fiera letteraria Settimanale delle lettere delle arti e delle scienze», Roma, Anno V, Numero 34, 3 settembre 1950, p. 5.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 555.

 

  Una trasposizione scenica, sufficientemente consapevole, della propria autobiografia, s’è avvicinata ai grandi modelli di Goriot e di Grandet.

 

  Chi, per dannata ipotesi inavvertito, trascorra dal romanzo al teatro di Balzac, ha l’impressione di trovarsi nel sottoscala di un palazzo. Non che la composizione nel dialogo delle commedie varii gran che da quella usata nel dialogo della narrativa, o che manchino elementi avventurosi nell’intrigo, come spesso capita in questa, o gli interessi etici e ideologici dello scrittore sieno notevolmente diversi; ma è un atto che, coniatosi nella rappresentazione impersonale e autonoma, priva della suggestione dello «storico», l’autore lascia apparire una piattezza o una stereotipia di tratti che nel romanzo erano spesso, se non sempre, rifusi dalla vasta tela, dall’impeto generoso o dalla eloquente discretezza (tanto più pregevoli in lui) delle illuminazioni interiori. Nessuna traccia di caratteri o appena sbozzati. Quella sua virtù peculiare di sorprendere col rinnovato apporto di note sempre in una direzione, come un soggetto che il fotografo si diverta a ritrarre da vicino, da lontano, o come direbbe un cineasta in primo piano o a campo lungo, ma sempre in un senso, non si ritrova più qui. La sua preoccupazione qui è l’intrigo, il colpo di scena, il contrasto rozzo e serrato delle passioni. Sembra quasi che lo scrittore tema di non essere mai abbastanza schematico ed esteriore, di non entrare sufficientemente nel gusto del grosso pubblico; è l’altro errore, nel quale cade il narratore che cerchi sottrarsi al proprio destino di letterato (senza sapere che il Teatro, quando è poesia, cioè teatro nel senso più ampio del termine, una specie ardita, la più viva e concreta, di letteratura; e con questo si vorrebbe anche chiarire l’equivoco che porta a chiamare letterario tutto ciò che a stento è falso o abrogato e che più giustamente si dovrebbe semmai chiamare libresco).

  Vogliamo anche farci entrare nel conto la sfortuna, della quale furono quasi costantemente accompagnate le prove sceniche dello scrittore?

  Sta di fatto che Balzac si affacciò tardi al teatro, quando la sua reputazione di romanziere era ben stabilita; probabilmente, pensava di essersi meglio ricevuto. Ma dovette ricredersi. Perché, quando nel 1839 tentò il Teatro della Renaissance con L’Ecole des Ménages, fu un insuccesso. E altrettanto avvenne sulle scene della Porte-Saint-Martin per Vautrin, la riduzione che egli stesso, il romanziere, aveva tratto dal celebratissimo Père Goriot e non fu replicata anche perché Frédérick Lemaître che l’interpretava aveva avuto la bella idea di truccarsi da Luigi Filippo e la polizia aggiunse il suo divieto. Balzac se la preso un po’ con tutti, tranne che con se stesso: con l’attore pel trucco, coi giornalisti pei giudizi malevoli espressi, sulla commedia. E per darsi ragione tornò alla carica, nel ’41, all’Odéon, con Les Ressources de Quinola, ispirato all’invenzione del battello a vapore e che ancora, oggi si legge per la fattura delle scene: altro insuccesso clamoroso. Ancora una volta, Balzac se ne consola, dichiarando di aver preferito affrontare l’alea di un disastro con una platea composta esclusivamente di spettatori paganti, piuttosto che per mezzo della claque (dal che poi deduce la necessita di quest’ultima). Identica sorte, al Teatro Gaîté, ha due anni dopo il «dramma nero» di Pamela Giraud. I suoi viaggi a Pietroburgo, a Dresda, e in Italia, accanto alla dama che poi sposò, spiegano il silenzio dei seguenti cinque anni, al termine dei quali il nome di Balzac riappare sul cartellone dei teatri parigini, questa volta l’Historique, con La Marâtre: finalmente, un successo. Ma era scritto che il prosatore non dovesse cogliere il frutto delle sue fatiche teatrali, e il trionfo che salutò la rappresentazione della sua migliore commedia, Le Faiseur ou Mercadet, non toccò la persona fisica dello scrittore: Balzac era morto da un anno.

  Quante prove, quanto duro cammino anche qui, per ottenere l’opera duratura? Anche La Marâtre, di cui si cita spesso la definizione dell’autore, dramma intimo in cinque atti e otto quadri, è tutt'altro che un dramma intimo, nel senso che diamo oggi a questa parola, cioè non solo domestico o borghese, ma intimista, raccolto, sottaciuto, smorzato. E’ la lotta di due donne, una matrigna e la figliastra, per il possesso di un nome, finita col suicidio della giovine coppia, all’ombra dell’incredibile odio politico di un generale napoleonico.

  Lotta a coltello, sotto l’incubo del generale che, per la verità, oggi non farebbe spavento a nessuno, imperniata su un pacchetto di lettere compromettenti e giuocata sopra uno sfondo discretamente macchinoso, con impiego di sonniferi, di veleni, e intervento di regi procuratori e giudici inquirenti, attraverso scene di una drammaticità esasperata: c’è stato il «dramma lacrimoso» e vi si annuncia il «basso romanticismo» (non per niente, Hugo è spesso a fianco del suo confratello in questa fase della battaglia).

  La gloria di Balzac a teatro è riscattata da Le Faiseur: Mercadet, l’affarista, è la figura che in un tono innocuo, richiama alla mente i grandi modelli di papà Goriot e di Grandet ed è la trasposizione scenica sufficientemente consapevole della propria autobiografia. In un tono innocuo, perché l’autore si è contentato di seguire, per quanto possibile, il procedimento del romanzo, presentandoci il personaggio bell’e definito sin dal principio, ma senza impegnarsi seriamente nel problema, disposto a godere e a far godere lo spettacolo di un uomo preso negli ingranaggi della vita sociale e capace di sbrogliarsene o quanto meno difendersene con le sue mille risorse. Siamo in una lepida atmosfera (c’è una vecchia serva che fa da «cuscino», c’è una ragazza, Giulia che vuole unirsi all’uomo del cuore e, pur contrastando la volontà del padre (Mercadet) che la sospinge in braccia a Michonnin, il falso creso, più squattrinato di lui, la corrergli in aiuto al momento buono, e c’è una serqua di creditori, tutti ben delineati, ma così pronti a dar fede al debitore), un’atmosfera che un nulla basterebbe a trasformare in fiabesca, se non fosse quel certo carattere veristico nell’impianto della vicenda, da commedia di costume, il continuo riferimento al tempo nel linguaggio e negli atti dei personaggi: e diventa favola, infine, quando, dopo aver parlato per quattro atti dell’inesistente socio Godeau, partito inopinatamente per le Indie con la cassetta del valsente, Mercadet si sente annunciare che questo Godeau è veramente tornato e chiede di parlargli. Non c’è più bisogno della mistificazione architettata; quasi a premiare l’estrosa fatica di Mercadet e l’onesto consiglio della sua sposa, che ha rattenuto Michonnin dal farla da «compare» come finto socio, il genio della Commedia evoca, sia pure con qualche sforzo, in Godeau la provvidenziale Madama Pace avanti lettera di Balzac. Il Denaro, la dura musa di B[a]lzac, dopo aver fatto le sue prove a teatro nelle Ressources, ridiventa nell’Affarista la materia plastica dello scrittore e vi intesse la grata vicenda della fantasia che sa crearlo dal niente.

 

 

  Eugenio Gara, Il ritorno del Mosè” alla Scala. “In ginocchio, Beethoven! scrisse l’entusiasta Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno 75, N. 86, 11 aprile 1950, p. 3.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 558.

 

  Il ricordo dell’edizione parigina del 1827 è rivissuto dal grande romanziere nelle pagine di “Massimilla Doni,, con la descrizione di una serata alla Fenice.

 

  Un’opera italiana ha dunque bisogno di un cicerone?

La domanda non è nostra ma di un personaggio di Balzac, al centro di uno di quei vasti racconti che incorniciano La peau de chagrin nella collana degli (sic) Études philosophiques, e l’opera di cui si parla è proprio quel Mosè di Rossini che ritornerà alla Scala dopo molti anni di silenzio. Balzac l’aveva sentito nell’edizione parigina del 1827 ampiamente rimaneggiata dall’autore, ricevendone una grande impressione; e quando, a dodici anni di distanza, scrisse il racconto di cui parliamo, cioè Massimilla Doni, sistemò quel ricordo musicale nel vivo della vicenda. Si tratta di un soggetto veneziano, con personaggi che si chiamano Vendramin e Memmi, e quella che si potrebbe definire la sua dominante psicologica è tutta ambientata in un palco della Fenice, mentre sul palcoscenico si sta appunto rappresentando il Mosè, «un immense poème musical assez difficile à comprendre du premier coup»: parole, queste, messe in bocca a un Cataneo siciliano, marito della protagonista, ma che quasi certamente rispecchiano il preciso pensiero dello scrittore. Il Mosè lo affascina «anche» perché meno orecchiabile dei melodrammi a cui è abituato, come assiduo frequentatore del teatro italiano di Parigi: «Caro Rossini. — dice — tu hai fatto bene a gettare quest’osso da rodere ai tedeschi che ci rifiutavano il dono dell’armonia e della scienza!». Battuta polemica che potrebbe essere, mettiamo, una risposta indiretta a certe frecciate velenose di Carlo Maria Weber. Immagine felice, comunque, purtroppo guastata a fin di pagina da una delle brucianti esagerazioni balzachiane: «Solo un italiano poteva scrivere questo tema fecondo, inesauribile e in tutto dantesco. Voi credete che non sia niente il poter sognare la vendetta, almeno per un momento? Vecchi maestri tedeschi, Haendel, Sebastiano Bach e tu stesso Beethoven, in ginocchio, ecco la regina delle arti, ecco la trionfante Italia!».

 

Il vizio del pentagramma.

 

  L’esclamativo è il suo, del sanguigno Honoré, e sarà bene lasciargliene la responsabilità. A lui, e un poco forse al musicista Strunz che assistette il romanziere nel fitto lavoro di commento e d’interpretazione. Se il maestro, che in questo caso non è Balzac, avesse messo in guardia lo scrittore, la faccenda di quel Bach in ginocchio (di cui Rossini sarà stato il primo a sorridere) probabilmente non sarebbe mai venuta fuori. Bisognava dirglielo, a Balzac, a costo di rimetterci una dedica — quella di Massimilla Doni appunto — che raccomanda ai posteri il nome, per altre vie non certo popolare, di Jacques Strunz. In essa, lo scrittore ammette con franchezza che il racconto non sarebbe nato senza la pazienza e le cure del musicista, e conclude con «una testimonianza della mia riconoscente amicizia, per il coraggio col quale avete cercato, forse senza successo, d’iniziarmi alle sublimità della scienza musicale ... Alcuni mi tacciano d’ignorante, non immaginando né i consigli che io devo a uno dei nostri migliori critici musicali nè la vostra coscienziosa assistenza. Sarei dunque stato il più infedele dei confidenti?».

  In realtà, i contatti di Balzac con la musica erano cominciati molto prima della nascita di Massimilla Doni, di Gambara (lì campeggia Meyerbeer col suo Roberto il Diavolo), di quella Béatrix che per poco non lo costrinse a battersi con Liszt, e di tutte le pagine disseminate qua e là — in Louis Lambert come in Maître Cornélius, in Ursule Mirouët come nella Duchesse de Langeais — dove l’ossessione dell’organo e del canto gregoriano è quasi costante. La passione letteraria non lo aveva mai distaccato del tutto dal conturbante vizio del pentagramma. A vent’anni, dopo infiniti contrasti con la famiglia, riesce ad avere una soffitta tutta per sè e vi si rinchiude come un prigioniero, per scrivere una tragedia, nientemeno, un Cromwell che precede l’altro di Victor Hugo senza essere migliore di quello, anzi; ma anche lassù il giovane Onorato ha un piccolo pianoforte, e fra una tirata e l'altra dei suoi affannosi protagonisti si mette alla tastiera e suona un pezzo di Cramer, quel Sogno di Rousseau che è per lui «lo slancio di un’anima bella verso il cielo; dopo quella poesia veniva la voglia di pregare».

  Prigioniero, assediato dagli impegni letterari, dalle famose tormentatissime bozze di stampa in un certo senso egli fu sempre, anche negli anni della rinomanza: e quasi sempre, come nella prima giovinezza, fu proprio la musica a tirarlo fuori, a costringerlo a periodiche evasioni. «Dopo che vi ho scritto — dirà in una lettera del ‘34 all’amata lontana, cioè alla signora Hanska — non v’è stato altro che lavoro nella mia vita: interrotto solo da qualche buona piccola orgia di musica. Noi abbiamo qui il Mosè e la Semiramide, messe in scena ed eseguite come queste opere non lo saranno mai più, e tutte le volte che danno l’uno o l’altra io ci vado. Sono i miei soli piaceri». E ancora, lo stesso anno, alla medesima corrispondente: «Mi sono preso un posto in un palco all’Opéra, e ci vado due ore ogni giorno: la musica, per me, significa ricordare. Sentire della musica vuol dire amare meglio ciò che si ama ... Così il lunedì, il mercoledì e il venerdì, dalle sette e mezzo alle dieci, io amo con delizia. Il mio pensiero viaggia».

 

Liszt e Maria d’Agoult.

 

  Tutto bene. Ma poiché è difficile che frequentazioni così lunghe e appassionanti scorra­no via lisce, senza dar luogo a incidenti, anche Balzac a un certo punto ebbe il suo. Tanto più che la musica è una cosa, e i musicisti — soprattutto le donne dei musicisti — sono un’altra cosa. Ora accadde che nel ‘38 Balzac si mise a scrivere un romanzo intitolato Béatrix, la cui protagonista era il ritratto, parlante anche troppo, di Maria d’Agoult. bella e terribile donna che Liszt appena qualche anno addietro chiamava con dolci nomignoli come Mariotte, Myoult e persino «Bell’Arcangelo». Intendiamoci, tanto per non far torto a nessuno, nella sua nuova opera il romanziere aveva fatto una spietata galleria di parecchi altri amici suoi: a cominciare da George Sand, che sotto la spoglia di Felicita de Touches era dipinta come «une histrionne. uve baladine» eccetera, per finire con lo stesso Liszt, trasformato in un Gennaro Conti, musicista napoletano, «nature allarmante en apparence et détestable au fond» e per di più «charlatan dans les choses du coeur». Còlti dal vero i protagonisti, insomma, e più d’una macchietta di contorno.

  All’apparire del romanzo (della prima parte, precisiamo, il seguito essendo uscito poi nel ‘44) i salotti parigini naturalmente ci si divertirono un mondo. Ed ecco la signora d’Agoult che si precipita nello studio di Liszt con gli occhi accesi del suo Sturm und Drang privatissimo. «Ah, potete vantarvi di avere dei begli amici. Balzac, per esempio, che scrive un romanzo su di me, mi denigra, mi rende ridicola in faccia a tutti. E’ un’abominazione, un’infamia. Dovete chiedergli soddisfazione. Il vostro onore è impegnato quanto il mio in questa faccenda».

  Certo l’ardente Liszt di qualche anno addietro, il cavalleresco Franz della preghiera «Mio Dio, mio Dio, non separarci mai. abbi pietà di noi», si sarebbe lanciato subito sulle piste dell’incauto scrittore. Ma adesso la cosa era molto diversa. «Io non sentivo menomamente il bisogno», dirà egli un giorno all’amica Janka Wohl, «di andare a segarmi la gola con Balzac a causa d’un romanzo e di rendermi responsabile della condotta della signora d’Agoult». Il sangue magiaro era dunque in un periodo di raffreddamento? Fatto sta che egli lesse a sua volta il romanzo, non si riconobbe (o non volle riconoscersi!) nel personaggio di Gennaro, e viceversa trovò che quello della Beatrice balzachiana era un ritratto magistrale: «un’immagine così precisa che io, che pure credevo di conoscere a fondo quella donna, ne fui incantato e la compresi meglio». Morale: il duello non ci fu, i posteri non ci rimisero — come avrebbe potuto benissimo accadere, in tempi di scontri all’ultimo sangue — nè le Illusioni perdute nè le Rapsodie ungheresi, e tutto finì lietamente intorno a una piccola tavola imbandita dove sedevano due uomini e una donna: Balzac. appunto, e Liszt con la signora d’Agoult. (La quale, sia detto per incidenza, non dimenticò affatto l’episodio, e di lì a una quindicina d’anni, ormai separata da Franz, pubblicò lei pure un romanzo a chiave, Nélida. il cui personaggio centrale era un’acre antologia dei difetti lisztiani. Bell’esempio di vendetta a scoppio ritardato).

 

«Roberto il Diavolo».

 

  Ma l’opera in cui Balzac ha meglio definito la sua intesa spirituale col mondo della musica resta probabilmente Gambara. Anche qui i personaggi principali sono italiani: un milanese conte Andrea Marcosini — forse ispiratogli dalla presenza a Parigi del principe Belgioioso —, l’affascinante Marianna, l’oste Giardini e infine il protagonista, quel liutaio cremonese geniale e allucinato che ha una parentela così evidente con i musicisti «fantastici» di Hoffmann. Diversi pensieri che a noi sembrano molto «moderni», come quello dell’esistenza della musica indipendentemente dall’esecuzione hanno già nelle pagine di Gambara la loro compiuta definitiva espressione. E così in difesa dell’ideale musicale «que nous avons tué» con cui si chiude il racconto.

  C’è purtroppo, anche qui. una macchia: quella citazione del Don Giovanni a proposito di Meyerbeer. Ma Balzac era sotto l’impressione d’uno spartito che in quel momento faceva furore, Roberto il Diavolo. E dunque mettiamo il peccato sul conto del Maligno, piuttosto che a debito dello scrittore. Tanto più che, considerato bene il pro e il contro, la partita di Balzac con la musica si chiude infine con un attivo intelligente e affettuoso.

 

 

  Eugenio Gara, E se la bella Olimpia avesse sposato Balzac?, «Corriere della Sera», Milano, Anno 75, N. 192, 13 agosto 1950, p. 3.

 

  Segnalato da P. Russo, Primo inventario ... cit., p. 558.

 

  Diaristi del tempo affermano che la Pélissier, seconda moglie di Rossini, era stata precedentemente corteggiata, senza fratti, dall’autore della “Comédie Humaine ...

 

  Il lettore di Balzac che in questo primo centenario della morte, 18 agosto del ‘50, spingesse il proprio scrupolo, o la curiosità, fino a dare uno sguardo ai carteggi del romanziere, sarebbe certo sorpreso nel trovarvi citata più volte la signorina Olimpia Pélissier, non ancora moglie di Rossini in quegli anni. E citata, diciamolo pure, con un’acredine, una mancanza di cavalleria ch’egli riservava di solito alle donne che gli avevano detto di no. Dobbiamo dunque credere a quel brano delle memorie del dott. Ménière dov’è scritto che «le cher écrivain eût volontiers associé sa vie à celle de la dame», cioè che, potendolo, l’avrebbe magari sposata lui prima di quell’altro grand’uomo?

  Chiacchiere nei salotti dell’Ottocento se ne facevano tante, e il dott. Ménière era in grado di raccoglierle meglio degli altri, essendo uno specialista delle malattie dell’orecchio. Uno che riesce ad assicurarsi un posto nella storia della medicina come scopritore di un certo tipo di disturbi auricolari dovrebbe anche poter distinguere tra parole buone e parole false. Conviene quindi sentirlo: la sua annotazione è del 1855, e ricorda fatti e discorsi vecchi di un buon quarto di secolo. «Il mio amico Schedel ha conosciuto bene M.me Rossini, che io stesso vidi, molto tempo fa, nei giorni dei suoi successi e dei suoi splendori. Il mio amico mi ha dato alcuni particolari curiosi su questa donna che Balzac credette di adorare e che avrebbe poi tratteggiata in un suo romanzo, La peau de chagrin. A quel tempo io vedevo spesso Balzac. Il celebre romanziere lottava per la vita. Egli corteggiava la signorina Pélissier, che aveva allora un vero salotto pieno di gente di qualità in rue Neuve-du-Luxembourg. Essa riceveva il duca di Fitz-James e altri personaggi politici. Possedeva 25.000 franchi di rendita, tralasciando gli accessori, e il caro scrittore avrebbe assodata volentieri la sua vita a quella della signora, la quale aveva molto spirito e molta disinvoltura. Ma essa sdegnò il romanziere che per tutta la vita portò la pungente amarezza di quel rifiuto».

  Certe affermazioni dei contemporanei, autorevoli e no, sono sempre un poco sospette, e probabilmente anche questa del Ménière sarebbe già archiviata da un pezzo, se ad avallarla non fosse poi intervenuto un balzachiano illustre come il visconte Spoelberch de Lovenjoul. Il quale aveva naturalmente altre informazioni, altre fonti: ad esemplo la testimonianza di Amedeo Pichot: uno storico, questo, un erudito che merita almeno qualche riguardo. Sentiamo anche lui: «Chi oserebbe dire ancora che le due eroine della Peau de chagrin, non sono dei ritratti, individualità trasportate con la loro propria vita nel romanzo? Noi non siamo ben sicuri di conoscere Balzac, ma abbiamo conosciuto Foedora, la femme sans coeur. E crediamo di aver incontrato in casa sua il preteso Raphaël. (Questo Raphaël, protagonista del romanzo, è lo stesso Balzac, in un’allucinante proiezione di se stesso più giovane). Noi c’eravamo la sera in cui egli si acquattò nella camera di lei, dietro le tende della finestra, per assistere indiscretamente alla sua andata a letto».

  Ora, poiché nel romanzo l’episodio del personaggio nascosto dietro la tenda eccetera c’è sul serio, resta da vedere se il grave Pichot, nell’attribuirgli quel carattere di «cosa vista» non si fosse abbandonato anche lui a una spiritosa invenzione. Di positivo noi posteri sappiamo solo una cosa, anzi due. Primo: che nel periodo in cui scriveva La peau de chagrin, cioè fra il 1830 e il ‘31, il romanziere frequentava la casa di Olimpia Pélissier, nubile per lo stato civile. Secondo: che voci di una possibile alleanza amorosa tra lei e Onorato dovettero certamente correrne sui boulevards e nei caffè, dal momento che Balzac si affannò tanto poi a giustificarsi. E non solo presso Laura de Berny, la sua dilecta allora al crepuscolo, ma anche più tardi, di fronte all’adorata Evelina. Chi volesse infine ricorrere al metodo induttivo, potrebbe soffermarsi su un altro particolare: in quel 1831, stanco della lunga relazione con la Berny, oppresso dai debiti, Balzac pensava realmente di prendersi una moglie (con dote), tant’è vero che chiese la mano di Eleonora de Trumilly, figlia di un barone colonnello d’artiglieria, e se il matrimonio non si fece fu semplicemente per il rifiuto della ragazza.

  Olimpia invece non era più una giovinetta. Aveva passato la trentina, conosceva la vita e le sue burrasche, ma la dicevano navigatrice espertissima. In realtà si chiamava Descuillier e quell’altro nome, Pélissier, era un nome d’arte, assunto dalla ragazzina quando si destreggiava — piuttosto male perché negata alla musica, quindi al ritmo — nelle ultime file del corpo di ballo dell’Opéra. Bella però, e intelligente parecchio, sicché la scala dorata della galanteria fu da lei percorsa a due, tre gradini per volta. La sua ricchezza attuale traeva origine dal generoso lascito di un vecchio protettore americano. Il suo benevolo, imparziale atteggiamento verso le arti è dimostrato dai due collages, prima con la pittura rappresentata da Orazio Vernet, poi con la letteratura rappresentata da Eugenio Sue. (Questo, quando la musica non era ancora in vista). Ma certo il carattere non doveva essere molto accomodante, se le sue baruffe col Vernet sono rimaste così celebri. Il cronista infatti ci descrive in modo molto colorito il pittore che lascia furibondo la casa dell’amante e costei che dalla finestra gli scaraventa addosso cuscini e tappeti, tutto quel che le capita sottomano. «On disait aussi qu’elle avait voulu l’égorger, car elle était violente en amour».

  Passata alla letteratura con l’autore dei Misteri di Parigi, le cose non erano molto migliorate, e anche qui ci furono distacchi seguiti da riconciliazioni, fino al taglio netto finale. La sua amicizia con Balzac — a sentire quest’ultimo — avrebbe avuto origine dal fatto che Onorato cercava di metter pace tra i due tempestosi innamorati, qualche volta con esito felice. Tale versione egli darà parecchio dopo, nel ‘33, anche alla gelosa signora Hanska: «Due anni or sono, Sue litiga con una cattiva cortigiana, celebre per la sua bellezza. Io mi sforzo per riconciliarli e subito mi attribuiscono quella donna. Il signor Fitz-James, il duca di Duras, la vecchia corte, andavano da lei per chiacchierare, come su un terreno neutro, come si va nei corridoi delle Tuileries per incontrarsi; ebbene, la gente voleva che io fossi più schizzinoso di quei signori! Insomma, per una specie di fatalità, io non posso fare un passo senza che sia interpretato a rovescio. Una bella punizione, la celebrità». Gli pare d’essere letteralmente perseguitato. Si reca da Rossini per un autografo? E «voilà qu’il me fait diner avec sa maîtresse, qui est précisément la belle Judith ...».

  Tutto spiegato, per il momento. Ma Evelina Hanska, sebbene vivesse in Ucraina, a migliaia di chilometri di distanza, non doveva mancare d’informatori spregiudicati e tenacissimi se dopo altri tre anni, nel ‘36, Onorato era costretto nuovamente a difendersi. Stavolta le mormorazioni riguardano qualche suo incontro con la Pélissier all’Opéra e al Teatro degli Italiani. Contatti accidentali sul serio, adesso, tanto l’uno che l’altro essendo avviati su strade così diverse. Ma far tacere i parigini non è facile e bisognerà quindi adattarsi a qualche sacrificio «Se la calunnia, che non rispetta niente, lo esige, io rinunzierò anche alla musica. Lì ero in mezzo a gente che mi nuoceva e non mi stimava. E’ stato necessario trovar posto altrove e, in coscienza, non ho voluto saperne del palco di Olimpia. Lasciamo andare questo argomento».

  Interessante, certo, sarebbe sentire l’altra campana, la versione di Olimpia insomma. Ma lei non scriveva niente, nemmeno diari o memorie. E del re-sto nel ‘32, a Aix-les-Bains, s’era incontrata con Rossini — un Rossini che aveva molto bisogno di cure e distrazioni — e ormai il passato vicino e lontano era sepolto. Non ebbe una stampa tutta favorevole, povera donna, nemmeno quando, nel ’46, morta la prima moglie di Gioacchino, potè portare legalmente quel grandissimo nome. Fu una buona moglie, devota. premurosa, risparmiatrice quanto l’altra era stata scialacquona. E anche divertente.

  Il tramonto della sua bellezza avvenne con discrezione, ma naturalmente avvenne. C’è un suo gustoso ritrattino, tracciato da Eduard Hanslick, il quale frequentava le famose soirées dell’autore del Barbiere quando era a Parigi come critico musicale della Presse, dunque nel ’55 o ’56 Ecco qua: «Quanto alla signora Rossini, non ho niente da dire salvo che era ricca e che era stata bella. Un naso romano, ardito e scultoreo come una torre risparmiata dal tempo si elevava tra le rovine della sua antica bellezza. Il resto era coperto di diamanti».

  Leggermente crudele, forse. Ma non dimentichiamoci che questo Hanslick era abituato a malignità ben maggiori. Wagner, che ne sapeva qualcosa, lo ha immortalato infatti nel Beckmesser dei Maestri cantori. Se Olimpia avesse potuto prevederlo, chi sa, lo avrebbe trovato anche troppo gentile.

 

 

  Eugenio Gara, Vita affannosa di Balzac. Per imparare a scrivere pubblicò sette romanzi. Il 18 agosto è ricorso il primo centenario della morte del grande scrittore francese. Ritratto biografico di Eugenio Gara. Prima puntata, «Oggi. Settimanale di politica attualità e cultura», Milano Anno VI, N. 34, 24 Agosto 1950, pp. 12-13.

 

  Ormai è provato che un ragazzo di dieci anni può benissimo coltivare delle ambizioni letterarie e al tempo stesso non saper scrivere con esattezza la parola “quaderno”. Ciò accadde nel 1809 a un allievo del collegio di Vendôme, il quale in una letterina alla madre diceva d’essersi fatto uno speciale chayer — e non cahier per la bella copia dei chayers più correnti. E il bello è che in quella medesima lettera il ragazzo assicura d’avere dei buoni punti. Egli è guascone d’origine, e una certa tendenza a vedere tutto grande non gli mancherà mai nella vita: nemmeno quando i suoi quaderni, senza più errori d’ortografia e popolati di personaggi immortali, avranno lettori in mezza Europa. Per adesso però le cose stavano diversamente e i suoi insegnanti lo caricavano di classici pensi: pagine e pagine che il piccolo ribelle doveva riempire, scrivendo infinite volte una di quelle massime morali che i padri Oratoriani prediligevano. Ma il ragazzo aveva inventato una penna antitortura, la sua famosa plume à trois becs, con la quale il castigo veniva ridotto esattamente di due terzi. Non doveva essere facile dominare quell’allievo, della cui permanenza a Vendôme i registri del collegio hanno lasciato una traccia precisa: «Onorato Balzac, età anni otto e cinque mesi. Ha avuto il vaiolo; senza infermità. Carattere sanguigno, soggetto a infiammazioni dovute a qualche febbre di calore. Entrato in convitto il 22 giugno 1807. Uscito il 22 aprile 1813».

 

L’infanzia tra “Cina e Cinesi’.

 

  Nacque a Tours il 20 marzo (sic) 1799, alle undici del mattino. A Tours i Balzac erano capitati dopo diverse peregrinazioni dovute ai cento mestieri esercitati dal padre di Onorato. In realtà venivano da Montirat presso Albi (il ramo paterno, intendiamo: la madre, una Sallambier, era invece parigina) e non si chiamavano nemmeno Balzac ma Balssa, parola con cui in Linguadoca s’indicava una “grande rupe”. La modifica del cognome, compresa l’aggiunta di quel “de” — de Balzac — che più d’un biografo attribuì allo scrittore, è opera del padre. Il quale al momento non poteva certo prevederlo, ma si risparmiò così molte domande curiose e imbarazzanti quando, nel 1819, un suo fratello minore rimasto laggiù al paese, Luigi Balssa detto il Principe, fu ghigliottinato per aver ucciso una donna. (Si disse. Più tardi invece saltò fuori l’ipotesi d’un errore giudiziario. Ma se i familiari ne fossero stati davvero convinti, credete che Onorato non avrebbe impugnata la penna per difendere la memoria dello zio?).

  Contadini, dunque, all’origine. E tuttavia Bernardo-Francesco, proprio come il César Birotteau descritto poi da suo figlio, andò presto alla conquista di Parigi: dove lo si vide segretario del Gran Consiglio sotto Luigi XV, impiegato al ministero della marina durante la rivoluzione, quindi funzionario alla guerra e altre cose ancora. Passato a Tours con la sussistenza, questo Fregoli del trasformismo burocratico divenne infine amministratore dell’ospedale. S’era sposato tardi, passati i cinquanta, con una ragazza di diciotto anni, e per di più bella e con 250.000 franchi di quelli d’allora. Era un curioso tipo, il signor Francesco. Filosofo e riformatore, discepolo dichiarato di Rousseau, scrisse tra l’altro un opuscolo che un poliziotto coscienzioso dovrebbe oggi assolutamente rintracciare: si tratta di una Memoria sui mezzi per prevenire i furti e gli assassinii, stampata nel 1807. Egli aveva la fissazione, il culto della longevità. Tutti i suoi calcoli personali erano fatti sulla misura di un’esistenza almeno secolare (a buttarli all’aria si incaricò poi la morte con un onesto anticipo), e questa “teoria della lunga vita” finì per fare di lui un uomo assorto, che dedicava il proprio tempo a strani studi: oggi agli antipapi e agli scismi, domani all’antica civiltà dell’oriente più lontano, tanto da far dire a Balzac: «La mia infanzia è stata cullata tra Cina e cinesi».

  In queste condizioni, si capisce subito il predominio che in famiglia ebbe la giovane signora Laura. (La prima delle sue Laure, che furono molte e importanti, come vedremo). Graziosa, fine, ma di carattere fermo, duro all’occorrenza, presto il vero capo di casa fu lei. I quattro ragazzi passavano così dall’indulgenza piuttosto distratta del padre al secco rigorismo imposto dalla madre: la quale ultima s’era scelto un buon capo di stato maggiore nella governante, una signorina Delahaye. Simili atmosfere son fatte apposta per creare tra fratelli ardenti amicizie che durano poi tutta la vita. È il caso appunto di Onorato con la sorella Laura (e due), nata un anno dopo di lui. Erano stati insieme a balia a Saint-Cyr-sur-Loire, presso la moglie d’un gendarme, e c’erano rimasti a lungo, avevano imparato a capirsi. Onorato era il cavaliere-protettore, Laura la tenera confidente. Posizioni che su per giù non cambieranno nemmeno quando, maritata con un gentiluomo di provincia, lei si chiamerà madame Surville e andrà a stabilirsi a Bayeux. La dedica a Laura di Un début dans la vie è già abbastanza eloquente anche per quel che riguarda le sue virtù di collaboratrice: «Che il brillante e modesto spirito che mi ha dato il soggetto di questa scena, ne abbia l’onore»; ma noi sappiamo che altre idee e trame lei gli fornì, specie nell’ingrato periodo dell’allenamento, quando quel giovanotto spostato e sognatore, tanto per farsi la mano — e per non morire di fame — si dedicò alla Littérature alimentaire.

  Nel lungo periodo del collegio la sorella dovette mancargli molto. Non poterle sottoporre quei suoi primi versi che i compagni accoglievano con risate di scherno (non avranno avuto tutti i torti, visto, come dice Gautier, che Balzac era negato alla poesia); non aver modo di consigliarsi con lei per quel Trattato della Volontà cominciato a scrivere mentre gli altri traducevano Virgilio e Demostene: tutto questo doveva farlo soffrire enormemente. Quando poi il manoscritto del Trattato cadde nelle mani di un insegnante, il padre Haugoult, che dopo averlo scorso disse all’infelice autore: «Ed è per cretinaggini simili che voi trascurate i vostri doveri?», bene, in quel momento solo la dolce Laura avrebbe potuto asciugare le lacrime di Onorato.

 

I primi debiti.

 

  Era diventato magro, livido. Si sfogava leggendo, con la complicità del padre bibliotecario, il quale avrebbe dovuto dargli delle ripetizioni di matematica e non ne aveva nessuna voglia. Innocente congiura che darà i suoi frutti a distanza, quando in Louis Lambert il romanziere scriverà la storia della propria adolescenza. Mancano ancora vent’anni alla nascita di quelle pagine. Ma Onorato già vede come sarà la firma in fondo al manoscritto, e con quella riempie interi fogli di quaderno. È bellissimo, ecco un penso che nessuno gli ha assegnato e al quale sacrifica volentieri la lezione: Balzac, Balzac, Balzac.

  Finalmente si decisero a riprenderlo in casa. Aveva quattordici anni e rassomigliava — il ritratto è della sorella — a quei sonnambuli che dormono a occhi aperti; non sentiva la maggior parte di quello che gli dicevano e non sapeva rispondere quando gli chiedevano bruscamente: “A cosa pensi? Dove sei?”. Ma bastarono pochi mesi di libertà a ridargli i bei colori dell’infanzia. Esterno al liceo di Tours, nonostante qualche bocciatura, già l'ambizione lavorava dentro di lui. «Ragazze», dice alle sorelle, «vedrete che un giorno si parlerà di vostro fratello Onorato come di un grand’uomo». E Laura e Lorenza, con una risata: «Salute al grande Balzac!».

  Intanto il padre aveva ottenuto un trasferimento d’ufficio, e così Tours fu abbandonata. Sul finire del ‘14 sono tutti a Parigi, e Onorato termina il liceo come interno in due pensionati della capitale. Un debito di cento franchi (il primo di un ciclo paradossale di “operazioni”) per caffelatte fornitogli a credito dal portiere del Pensionnat Lepître, ha messo in allarme sua madre. La cui amarezza arriva al colmo quando riceve dal preside la notizia che il licealista Balzac è risultato trentaduesimo nella versione latina. Onorato avrebbe dovuto trascorrere a casa, tra i suoi, la festa di Carlomagno, ma quel voto scadente è un ostacolo insormontabile, come la genitrice spiega in una lunga lettera: «Tu capirai che il trentaduesimo del liceo non può partecipare alla festa di Carlomagno che fu un grand’uomo riflessivo e amante del lavoro ... La tua scarsa applicazione, la tua leggerezza, i tuoi errori mi condannano a lasciarti in castigo».

  Bene o male, comunque, la licenza fu strappata e nel ’16 eccolo iscritto alla facoltà di legge. Potrebbe essere un principio di libertà, se i suoi non trovassero subito modo di riempire gli ozi goliardici costringendolo contemporaneamente a frequentare lo studio d’un avvocato, un Guyonnet de Merville che ebbe tra i suoi praticanti altri futuri illustrissimi come Scribe e Jules Janin. Di quel che valesse Onorato come clerc i posteri hanno potuto farsi un’idea leggendo questo biglietto del suo principale: «Il signor Balzac è pregato di non venire oggi allo studio, perché c’è molto lavoro». L’atmosfera d’uno studio legale era dunque troppo eccitante per lui? Fatto sta che i suoi ci ripensarono e stavolta lo misero con un notaio amico di famiglia, il mite signor Passez. I segreti notarili lo interessavano ancora meno, naturalmente, ma egli si rifaceva entusiasmandosi adesso alle lezioni della Sorbona, dove parlavano uomini della statura di Victor Cousin, e cercando di addentrarsi nei misteri — allora molto di moda — del magnetismo. «Il magnetismo», diceva Onorato al suo amico Pétigny, «non è che l’ascendente irresistibile dello spirito sulla materia, di una volontà forte e immutabile su un’anima aperta a tutte le impressioni. Tra poco, io possiederò i segreti di questa potenza misteriosa. Io costringerò tutti gli uomini a obbedirmi, tutte le donne ad amarmi».

 

Un dramma in versi.

 

  Vive tracce di questa esaltazione della volontà, come in genere delle fantasticherie giovanili balzachiane, le troveremo poi nella Peau de chagrin, che è del ’30-’31. Raphaël è lui, con un travestimento appena appena avvertibile; come sua — di Onorato, vogliamo dire — è la battuta che egli mette sulle labbra del protagonista del romanzo: «Eh! bien, oui, je veux vivre avec excès». Massima da cui non lo vedremo distaccarsi mai, e che può stare benissimo accanto all’altra pure sua: «J’ai foi en mon étoile».

  Nel gennaio del ‘19 arrivò il momento del “baccalaureato”. Del neodottorino ventenne il citato Pétigny ci ha lasciato un ritratto in verità non molto lusinghiero: piccoli occhi sprizzanti spirito, figura grossa e bassa, folti e disordinati capelli neri, volto ossuto, bocca larga, denti sbrecciati, abiti sciatti. Di un tipo così, che diamine volevate farne se non un giovane di notaio?

  Senza contare che se in casa insistevano tanto perché si avviasse presto su una strada seria e sicura c’era anche un’altra ragione: e cioè che il padre era stato messo a riposo, sicché adesso gli davano 1695 franchi all’anno invece dei 6305 che guadagnava prima. Un bel salto. Tanto più che anche la dote della signora Balzac si era assottigliata, in seguito a cattive speculazioni, e in fin dei conti i figli erano quattro, e l’ultimo nato non aveva che undici anni. (A questo ragazzo, il prediletto Enrico, non furono solo le malelingue ad attribuire un padre che non era precisamente il signor Francesco Balzac. Biografi austeri come André Billy fanno addirittura il nome dell’amico di famiglia che avrebbe collaborato all’impresa: quel signor Margonne, proprietario del castello di Saché, dove lo scrittore andrà a rifugiarsi quando i creditori non gli daranno respiro). Era così vero, tutto ciò, che adesso per economia l’intera famiglia si trasferiva in campagna, a Villeparisis sulla strada di Meaux. Che cosa aspettava Onorato per prendere una decisione?

  In realtà la sua decisione era presa da un pezzo, da sempre. Solo che era un’altra, come attestano le “note sull’immortalità dell’anima” e quelle sui “principi della filosofia di Descartes e di Malebranche” che appartengono ancora al Balzac del periodo studentesco. Egli vuol essere scrittore. «Ma non sai, disgraziato», gli dicono i parenti, «che nelle lettere bisogna essere re per non essere straccione?». Risposta: «Bene, allora sarò re».

  La madre non avrebbe certamente ceduto. Nemmeno lui però. «Mi ero picchiata la fronte come Andrea Chénier: c’è qualcosa di dentro ... Io volevo coprirmi di gloria e lavorare in silenzio». A imbastire un ragionevole compromesso fu il padre. Il quale offerse a Onorato due anni di prova, solo a Parigi con 1500 franchi all’anno di pensione: il giovanotto dimostri sul serio di poter diventare uno scrittore e l’accordo sarà rinnovato; In caso contrario, la carriera notarile lo attende.

  Libero, finalmente, in una mansarda al numero 9 di rue Lesdiguières. «Mi rallegravo pensando che avrei dovuto vivere di pane e latte come un solitario della Tebaide», ed eccolo fare un bilancio minuzioso, tanto d’entrata e tanto d’uscita, che poi naturalmente non quadrava. Ma questo a vent’anni importa poco. Il peggio era che nemmeno i conti del lavoro tornavano. Dopo aver lungamente esitato tra due romanzi che non furono mai scritti, Coqsigrue (sic; lege: Coquecigrue) e Stella, un’opera byroniana: Il Corsaro, e due o tre altri argomenti, si decise infine per un Cromwell, soggetto di moda allora, “il più bello di tutta la nostra storia moderna”. Un grosso dramma, e in versi. Naturalmente la scelta non era avvenuta se non dopo una bella meditazione sui classici francesi: «Crébillon m’incoraggia, Voltaire mi spaventa, Corneille mi trasporta, Racine mi fa cadere di mano la penna». Pare che non sia facile scrivere capolavori in alessandrini: «Devo mangiarmi almeno sette o otto volte le unghie», scrive alla sorella Laura, «innanzi d’aver tirato su il mio primo monumento». Poi, quasi temendo di non essersi spiegato abbastanza circa la vastità dei suoi progetti: «Voglio che la mia tragedia sia il breviario del popoli e dei re!». E finalmente: «A me questo mondo, che io comprendo!».

  In quel periodo, da lui riproiettato più tardi anche in Facino Cane, cominciò a interessarsi di politica ed era sempre la sorella ad accogliere i suoi sfoghi: «La nostra rivoluzione non è ancora terminata e da come si mettono le cose prevedo degli uragani. Il sistema rappresentativo esige grandi talenti e la massa elettorale non si lascia ingannare. Osservo che i letterati sono la gente che si ricerca più volentieri nelle crisi politiche, perché è noto che essi uniscono alla scienza e alle conoscenze lo spirito d’osservazione, e perché leggono nel cuore umano. Così, se io sono un gaillard, posso avere qualche altra cosa oltre la gloria letteraria. È bello essere un grand’uomo e un gran cittadino».

  Da uno che scrive lettere di questo genere, da un giovane autore che non vede l’ora di “être célèbre et être aimé” è lecito aspettarsi grandi cose. Sicché il fermento verificatosi in famiglia nell’aprile dei ’20, quando Onorato sbarcò a Villeparisis col manoscritto del suo famoso Cromwell, parve naturale: sebbene in quella casa ci fosse già un discreto trambusto per i preparativi delle nozze di Laura con un gentiluomo di Rouen, il signor Surville, ingegnere. Il fidanzato ebbe così l’onore di far parte della giuria nominata per la circostanza da Balzac padre.

 

La letteratura alimentare.

 

  «Ciò che io soffersi durante quella lettura fu un anticipo dei terrori che le prime recite del Vautrin e del Quinola dovevano darmi poi». Parole sempre di Laura, che riassumono l’impressione negativa prodotta dal Cromwell. Un fiasco contro il quale, nemmeno a dirsi, l’autore insorse energicamente. Chi erano, in fin dei conti, quei signori? Quali titoli avevano per pretendere di giudicarlo? Il padre trovò giusta l’obiezione, dichiarandosi disposto ad accettare l’intervento di un esperto di fiducia del futuro cognato: l’insospettabile Andrieux, professore al Collegio di Francia.

  Il manoscritto fu spedito lì a poco dopo la signora Balzac madre andò a sentire il verdetto. Che fu questo Onorato si occupi di qualunque cosa, meno che di letteratura.

  Fu, come si dice, un colpo basso. Egli alzò le spalle, ma dentro provò un gran male. E nell’autunno di quell’anno, senza nemmeno aspettare la scadenza dei due anni di prova, rientrò in famiglia. Era magro, senza forze, la sua fu la resa dell’assediato. Ma quando ai primi segni di ripresa cominciarono di nuovo a parlargli d’impiego, di una bella carriera sicura, rispose che non si facessero illusioni su questo punto. La poesia tragica non era adatta ai suoi mezzi? Benissimo, gli restava sempre la risorsa del romanzo. Se l’acclamato Pixérécourt aveva venduto 100.000 copie di Celina o il figlio del mistero, ebbene, lui, Onorato, avrebbe scritto dei romanzi da 200.000. Cose orrende, ma che gli avrebbero dato l’indipendenza. Bastava trovare la formula del pastiche, avendo l’occhio agli ingredienti di moda: tanto di Byron, tanto di Anna Radcliffe, tanto di Walter Scott, poi agitare e servire caldo. Il pubblico non chiede altro.

  Cominciò così il suo periodo di letteratura alimentare. I grandi successi non vennero, naturalmente, di copie a valanga nemmeno parlarne: ma tutte quelle migliaia di pagine scritte su commissione, facendo il “negro” per un avventuriero della penna che si chiamava Le Poitevin, gli giovarono per esercitarsi, furono i pensi, tutti anticipati, della sua scuola di scrittore. Tanto più praticamente utili in quanto egli ebbe l’accortezza di non impegnarvi il proprio nome, ma curiosi pseudonimi: come quello di “lord R’hoone”, e l’altro di Horace de Saint-Aubin.

  Il suo socio Le Poitevin, figlio di attori, era una di quelle facce di bronzo che difficilmente mancano d’una certa dose di autentico spirito. Dopo uno dei loro primi incontri, Balzac pensò di invitarlo a colazione. Se non che il pasto, proporzionato alle finanze dell’ospite, si esaurì rapidamente, e l’invitato disse, alzandosi da tavola: «Il seguito al prossimo numero». Dalla loro collaborazione nacquero L’héritière de Birague, un affare tra storico e fantastico che Onorato chiamerà cochonnerie littéraire e che fu compensato con 800 franchi in cambiali, poi un Jean-Louis che ne procurò 1200. A cui seguirono numerose altre opere, compreso quel Vicaires des Ardennes ispiratogli almeno in parte dalla sorella Laura. È il suo primo periodo di lavori forzati sulla carta. A ventitré anni comincia a leggere chiaramente nel proprio destino. Firma qualche lettera con la qualifica di “scrivano pubblico e poeta francese a due franchi la pagina”: dove l’accento ironico è palese, ma anche quello è un modo di tastare e riconoscere le proprie forze. Il noviziato bisogna pure pagarselo: «Ho scritto sette romanzi come semplice studio. Uno per addestrarmi al dialogo; uno per imparare la descrizione; uno per raggruppare i personaggi; uno per la composizione, eccetera».

 

Incontro con la terza Laura.

 

  E tuttavia, proprio al termine di quello sforzo massiccio, pensò di cambiar mestiere, di darsi agli affari. Il romanzo del danaro — quest’affascinante opera “da vivere” invece che da scriversi — cominciava a tentarlo. Anche perché, come nei più rispettabili feuilletons, appunto, una curiosa figura femminile si insinuava in questa prima puntata dell’avventura della fortuna. Curiosa in che senso? Nel senso che Balzac nel giugno ‘21, quando la incontrò a una festa a Villeparisis, aveva ventidue anni, e lei — la sua Laura numero tre, maritata De Berny — ne compiva giusti quarantaquattro, aveva un mucchio di figli ed era alla vigilia di diventare nonna. Una graziosa nonnina, però, tenera e spirituelle, che fu per lui, oltre al resto, la confidente, l’amica sicura delle ore di sconforto: in una parola, la donna che realmente cultivait son génie. Egli andava in quella casa per dare delle ripetizioni a uno dei ragazzi ed era stato colpito quasi subito da lei: “une femme très aimable et très aimante”. Gli slanci, le tenerezze che sua madre non aveva avuto per lui, li ebbe da quest’amica di sua madre. La quale sapeva anche dirgli le parole di cui il suo orgoglio sentiva tanto la mancanza, per esempio: «Voi siete un uovo d’aquila covato da oche». Figlia di una camerista di Maria Antonietta, la signora Berny era stata imprigionata per molti mesi sotto il Terrore. Conosceva l’ambiente della vecchia corte e insieme parecchi tra i più ardenti cospiratori, tutto un mondo che pareva creato per eccitare la fantasia del giovane romanziere. Non solo molti particolari, ma tutto il clima caratteristico di storie come Les Chouans, Un épisode sous la Terreur, Madame de la Chanterie, senza quest’alleanza amorosa non avrebbero avuto quel senso diretto di “cosa vista”. E forse opere come La femme de trente ans e la Physiologie du mariage non sarebbero nemmeno nate. E in quanti dei suoi romanzi i lineamenti femminili, certe sfaccettature psicologiche. appartengono a Laura de Berny?

  Quando gli appuntamenti e le fughe notturne cominciarono a scandalizzare i buoni villici di Villeparisis, la signora Balzac madre lo spedì dalla sorella, a Bayeux. Si sa, alle teste calde bisogna fargliela passare con un taglio netto, magari preparando per loro un matrimonio con una di quelle vedove piene di quattrini che non è difficile trovare negli angoli della vecchia provincia francese. Sorella e cognato si prestano alla congiura, tanto più che il tipo sottomano ci sarebbe. Il guaio è che Onorato i quattrini li vuole, ma senza l’aggiunta della vedova.

 

 

  Eugenio Gara, Vita affannosa di Balzac. Scrisse un trattato sull’arte di preparare il caffè. Ritratto biografico di Eugenio Gara. Seconda puntata, «Oggi. Settimanale di politica attualità e cultura», Milano, Anno VI, N. 35, 31 Agosto 1950, pp. 14-18.

 

  Egli preferisce quindi, e molto, impiegare il suo tempo a ideare altri libri da pubblicarsi con pseudonimo e a scrivere lettere all’amata. La sua Dilecta gradisce le lettere, specialmente quelle rumorose, quasi infantili in cui egli rivela «con molto piacere che sto diventando un po’ più bello di quanto non fossi. La mia pelle è divenuta più bianca, i miei foruncoli sono scomparsi, e sono un uomo da far girare la testa alle donne». (Questo spagnolesco miraggio sarà uno dei pochi tocchi di colore che lo avvicineranno a Stendhal). Gradisce le lettere, lei, ma è molto più contenta quando sa che è tornato finalmente a Parigi, nel suo ambiente: vicino, se non proprio ancora in mezzo, al suo vero lavoro. Onorato incontra difficoltà a far accettare un Argow le pirate, imitazione da Walter Scott, ed ecco «una donna mi ha aiutato a stampare i millecinquecento esemplari che sono rimasti tre anni in fondo a un magazzino». Una donna, Laura de Berny, naturalmente.

  Con un Manuale del perfetto ladro — saggio curioso in cui si leggono battute come questa: «Per lui [per il ladro] essere fischiato è andare in galera» — Balzac aveva chiuso il suo primo periodo di attività letteraria. Migliaia di pagine che non ritroveremo nella sua opera omnia. Ma chi avesse voglia di rintracciare questi anni ingrati, e a loro modo fecondi, della sua vita potrebbe leggersi Un grand homme de province à Paris. In gran parte, il Balzac 1820-25 è lì.

 

Pasticci giganteschi.

 

  A quelle “illusioni perdute”, per adoperare altre parole sue, meditò sul serio di mettere un punto fermo con un teatrale suicidio? Chi lo afferma è un amico dello scrittore, Etienne Arago, il quale assicura d’averlo sorpreso di sera, lungo la Senna, in uno di quegli atteggiamenti che metterebbero in allarme anche il più flemmatico degli uomini. Breve dialogo tra i due, e una sorda risposta di Onorato: «Guardo la Senna, e mi domando se non sto per coricarmi nella sua umida coltre». Che è una battuta di melodramma pochissimo originale del resto.

  Vero o no, un annegamento simbolico ci fu. Laggiù, nell’umida coltre, finì il primo piano quinquennale letterario del giovane Balzac, con tutti gli pseudonimi e consociazioni che lo avevano accompagnato. Basta romanzi, basta operette morali. Dal momento che la penna non gli dà da vivere, ha deciso di cambiar mestiere. Si darà agli affari, sarà editore. Quel denaro di cui ha tanto bisogno e che le sue opere non riescono a procurargli, glielo daranno le opere degli altri, i capolavori indiscutibili, accettati e letti da tutti. È un’idea tanto semplice: come mai non gli era venuta prima?

  Suoi soci in quell’impresa editoriale furono uno del mestiere, certo Canel, e due amatori del libro, un medico e un ufficiale a riposo. Dietro le quinte, nemmeno a dirsi, l’onnipresente signora Berny, piena di materna bontà e di condiscendenza, come sempre. La società fu fondata nell’aprile del ’25 e già nel maggio uscivano un Molière e un La Fontaine: due bei volumi in papier velin, illustrati nientedimeno che da Deveria. Ne furono tirate tremila copie, messe in vendita a cinque franchi l’una. Caro? Può darsi, dati i tempi. Certo è che quelle opere trovarono pochissimi lettori e la casa editrice Balzac-Canel andò a rotoli nel giro di un anno. Tirate le somme, tra rimborsi ai soci uscenti, rilievi e liquidazioni, il solo La Fontaine gli costò più di 9.000 franchi di perdita. Aveva dunque avuto ragione sua sorella Lorenza a scongiurarlo di non cacciarsi in quella, come in nessun’altra impresa commerciale? («Mio caro Onorato, un autore deve averne abbastanza della sua musa»).

  Il fatto è che ci voleva ben altro che questo per smontare un tipo come Balzac. Il quale scoperse immediatamente la ragione dell’insuccesso: la mancanza di una tipografia in proprio. Ed ecco un’altra società, anzi due, col giovane Barbier prima, poi col Laurent, che portarono il suo passivo a cifre impressionanti. Debiti col padre, debiti con Laura, eppure è un lavoro che lo entusiasma. Tanto che a un certo momento si mette persino a fondere caratteri nuovi; e il denaro qui impiegato si scioglie più presto del piombo. Opere come il Cinq-Mars di Vigny. monografie singolari come L’Art de mettre sa cravate escono fiammanti dalla tipografia Balzac. Manca puntualmente una cosa sola: il successo finanziario. Dopo tre anni di sudori e di lotte dovette arrendersi e, ciò che per lui era più amaro di tutto, rivolgersi alla madre per uscire una buona volta da quel gigantesco pasticcio. I debiti più urgenti furono così pagati, per altri ottenne ragionevoli dilazioni. Infine, una parte dei 45.000 franchi prestati complessivamente dalla signora Berny passò sul conto della fonderia, rilevata per fortuna dal giovane Alessandro, primogenito della Dilecta.

  Di ciò che questa donna fu per lui, negli anni della formazione del suo genio, si è parlato infinite volte. Esiste tutta una letteratura sull’argomento, cui ha dato un buon contributo una scrittrice americana, Juanita Helm Floyd, in un’opera largamente documentata e attenta. Ma certo nessuna illuminazione in proposito è più viva della lettera che molti anni dopo Balzac scriverà a Evelina Hanska, ricordando colei che la precedette nel suo cuore: «Sarei molto ingiusto se non dicessi che dal 1823 al 1833 un angelo mi ha sostenuto in quest’orribile guerra. La signora di B ..., benché maritata, è stata come un Dio per me. È stata una madre, un’amica, una famiglia, un amico, un consiglio; essa ha fatto lo scrittore, ha consolato il giovane, ha creato il gusto, ha pianto come una sorella; essa ha riso, è venuta tutti i giorni, come un sonno benefico, ad addormentare i dolori ... Senza di lei, io sarei certamente morto. Spesso ella ha indovinato che io non mangiavo da parecchi giorni; ha provveduto a tutto con bontà angelica; ha incoraggiato quest’orgoglio che preserva un uomo da qualsiasi bassezza». Bello, niente da dire. Non si può nemmeno rammaricarsi che avesse tanti anni più di lui, ed è persino inutile chiedersi come sarebbero andate le cose, tra quei due, con uno stato civile meno stridente, perché allora anche lei sarebbe stata diversa.

  Ogni stagione ha i suoi fermenti. Intanto il bilancio del ventinovenne industriale era questo: 90 mila franchi di debiti e tutto da ricominciare. Ma come? Scrivendo, si capisce: «L’imprimerie m’a pris tout mon capital, il faut qu’elle me le rend (sic)».

 

Continuatore di Napoleone.

 

  Cominciò a renderglielo — ma era una goccia contro un fiume — in marzo del 1829, quando uscì il suo primo vero romanzo, riconosciuto e firmato col nome Balzac (senza il “de”, per adesso). Si trattava di quattro volumetti in-12 che portavano in copertina il titolo Le dernier Chouan ou la Bretagne en 1800, più tardi ridotto semplicemente a Les Chouans, come tutti sanno. Inviando una copia del libro al barone de Pommereul, vecchio amico di famiglia dimorante a Fougères, presso il quale si era rifugiato dopo la bufera affaristica di cui sopra, l’autore scriveva: «Che cosa dire della mia opera? Essa è un poco vostra, giacché non si compone In verità che degli aneddoti che voi mi avete raccontato così bene e così generosamente, tra un sorso e l’altro di quel delizioso vinello di Grave ...». Amabile, riconoscente viatico, tanto diverso dalle aspre parole scritte pochi giorni prima alla sorella Laura: «Io non vi vedrò se non dopo l’apparizione dello Chouan, e vi prevengo che non intendo sentirne parlare da nessuno, né in bene né in male. Una famiglia e degli amici sono incapaci di giudicare un autore». I guasconi hanno la memoria di ferro, e Balzac non dimenticava la famosa bocciatura del Cromwell. Alla larga dai parenti che s’impicciano di letteratura.

  L’accoglienza della stampa fu buona. I francesi non avevano bisogno d’aspettare Dumas per interessarsi al romanzo storico, e del resto Walter Scott aveva già i suoi patiti anche di qua della Manica. Senza contare che Le dernier Chouan, così ricco di echi vicini del maquis vandeano — cioè di una Resistenza i cui protagonisti erano in gran parte ancora vivi — aveva anche il sapore della cronaca diretta, un’immediatezza che il romanzo storico vero e proprio naturalmente non può avere. Insomma, un successo. E quando arrivò Sainte-Beuve, nientemeno, a lodare le qualità drammatiche e il “pittoresco” del libro dalle insigni colonne della Revue des Deux Mondes, l’esordiente Balzac potè dirsi lanciato. Passeranno gli anni, e Onorato rimarrà sempre attaccatissimo a quest’opera della giovinezza. Nel ‘43, in occasione d’una ristampa, scriverà alla donna amata: «È decisamente un magnifico poema. Io non l’avevo mai letto. È trascorso un decennio da quando lo corressi per la seconda edizione. Ho avuto il piacere di leggere finalmente la mia opera e di giudicarla. Lì c’è tutto Cooper e tutto Walter Scott, più una passione e un esprit che non esiste in nessuno dei due ... Il paese e la guerra vi sono dipinti con una perfezione e una facilità che mi hanno sorpreso». Sorpreso, ma in tutt’altro modo, era stato anche il suo primo editore, il Latouche, quando si era accorto che la vendita era molto debole. Tanto che i due finirono presto per voltarsi le spalle.

  L’estate successiva fu veramente febbrile. Non solo per l’entusiasmo, la furia quasi, con cui Balzac si mise a scrivere il suo secondo libro, cioè la Physiologie du Mariage, ma anche per la piccante alleanza con la duchessa d’Abrantès, vedova del generale Junot, una piccoletta vivacissima, occhi di fuoco e lingua salata, che su Napoleone e l’ambiente dell’Impero ne sapeva più di quanto non dicano le sue celebrate Memorie. (A proposito: suggerite, avviate, in qualche parte scritte da Balzac). Si erano conosciuti un paio di anni prima, a Versailles, e c’era stato fra loro un flirt très poussé, per dirla col cronista. Ma allora la Berny era ancora in primo piano, nella sua vita, amante e per di più socia in affari, mestamente gelosa, sensibile, e insomma Onorato aveva preferito fermarsi a mezza strada. D’altra parte i suoi amici pensavano che, se proprio doveva cambiare, era almeno il caso di “ringiovanire i quadri”. Mentre con la d’Abrantès — Laura anche lei: come la madre, come la sorella, come la Berny — c’era un guadagno sì e no di cinque anni. Valeva la pena? Ma l’attrazione che le donne autunnali (altro che Femme de trente ans, come egli canterà di lì a poco) esercitarono sul suo spirito fu sempre profonda. Mai che lo si veda sul serio alle prese con una giovinetta. Hanno ragione Hanotaux e Vicaire quando dicono, sia pure con coloratura galante, che Balzac ha reso alle donne un servizio immenso, raddoppiando per loro il tempo dell’amore. «Prima di lui, tutte le amorose di romanzo avevano vent’anni. Egli ha prolungato fino a trenta, fino a quarant’anni la loro vita attiva. Egli ha perorato per loro la causa della natura e della verità. Ha guarito l’amore dal pregiudizio della giovinezza. Ha mostrato il fascino profondo d’una bellezza declinante, d’un passo illanguidito, di un autunno ardente e animato. Ecco il dono immortale che, nella sua larghezza, ha fatto alle donne e all’umanità. Egli ha moltiplicato, se non la gioia umana, perlomeno la coscienza di questa gioia ... Ha celebrato, nobilitato, scusato se vogliamo, molte dolci ore: quelle in cui i raggi del sole morente prolungano la fine squisita del giorno».

  A dirla franca, tutto ciò, portato dalla letteratura nella biografia balzachiana, riflesso e movente al tempo stesso, può forse valere per la Dilecta, mentre nel caso d’Abrantès si può parlare non di fine squisita del giorno ma senz’altro di crepuscolo affannoso. Con una grossa famiglia a carico, senza risorse, indebitata lei pure fino al vertice dello chignon, l’infelice duchessa scendeva un gradino ogni giorno. Che cosa vede dunque in lei, il giovane romanziere? Ma è molto semplice: una fiaba vivente, la sicura testimonianza di un periodo storico che lo ha sempre affascinato. Infine, la donna che ha visto Napoleone giovane, che un poco lo ha amato, che forse ha avuto qualche suo rapido bacio. Lo scrittore che nella sua casa di via Cassini teneva un busto di Napoleone con sotto l’ambiziosa dicitura: Ce qu’il avait commencé par l’épée, je l’acheverai (sic) par la plume, doveva ben finire nelle braccia della donna che, ricordando l’imperatore caduto, scrisse: «Non v’era a Parigi persona che fosse più dolente di me per le sue sventure».

 

Duello con l’inchiostro.

 

  Senza contare che il provinciale Balzac, il quale aveva conosciuto tanta parte della vita segreta dell’ancien régime attraverso la signora Berny, veniva ora ad essere introdotto nella società imperiale, per via di questo legame con la d’Abrantès. Abituato a servirsi delle amicizie femminili, e a riconoscere lealmente il loro aiuto, il meno che poteva fare era di proiettarne la figura nel personaggio di Mme d’Aiglemont nella Femme de trente ans e di dedicarle infine, ma senza ironia, La Femme abandonnée. Fu però, sul terreno dell’amore, una fiammata che si estinse presto. Da parte di lui, specialmente. La stanchezza e nuove distrazioni, come vedremo, nuovi incontri concorsero a distaccarlo dalla duchessa. Lei sperò, come sempre in questi casi, di poter trasformare la passione in un altro sentimento fatto di assiduità e di tenerezza: «Quanto alla mia amicizia per voi, è ciò che deve essere il sentimento che ci lega, inalterabile, tenero, profondo». Parole. Egli continuò per un poco a sedersi alla tavola, sempre meno guarnita, di colei che un commensale feroce, Théophile Gautier, chiamava la duchessa d’Abracadabrantès, poi si tirò in disparte. Di lì a pochi anni, nel ’36, la disgraziata tenterà di avvelenarsi, ma non risulta che Onorato accorresse. Nell’estate del ‘38, quando lei morirà, il compianto di Balzac sarà breve e avrà più l’accento dello scrittore che quello dell’uomo: «È finita come è finito l’Impero».

  Questi anni intorno al ’30, così importanti per la sua gloria di domani — La Peau de chagrin è del ‘31, l’Eugenia Grandet del ’33 — sono del resto anni di liquidazione sentimentale. Anche la Dilecta si ritira discretamente nell’ombra: «Mio caro ragazzo, io sono per voi una vera sorella». Diciamo pure che era tempo. Dove avrebbe trovato le ore necessarie, lui, per rigirarsi tra quelle cinquantenni che gli volevano tanto, troppo bene? La sua attività adesso era frenetica. Collaboratore della Mode di Emile de Girardin, della Silhouette, della Caricature, fondatore del Feuilleton des Journaux politiques, accolto finalmente alla Revue des Deux Mondes (ma ne uscirà presto, dopo baruffe pittoresche col direttore Francois Buloz), con un piede nella politica attiva a proposito di una ventilata candidatura a Cambrai, e finalmente, anzi prima di tutto, gl’interminabili colloqui notturni con la folla dei suoi fantasmi privatissimi. Il romanziere deve imporsi clausure feroci e “orge di castità”. Il duello con l’inchiostro e le cartelle bianche è senza quartiere. La sua stanza di lavoro è un oceano di carta sulle cui onde navigano, sole imbarcazioni perennemente salve, le tazzine del caffè. Balzac, è noto, ha il culto di questa bevanda. Il saggio sul caffè che fa parte del suo Trattato degli eccitanti moderni è un classico. (E noteremo, qui, di passaggio, che noi italiani siamo in testa alla sua classifica dei bevitori “naturali” di caffè, battendo nell’ordine greci e turchi. I francesi sono esclusi, dai posti d’onore). La preparazione d’una buona tazza di caffè è per lui cosa della massima importanza: «Questa scienza è troppo necessaria a molte persone per non descrivere la maniera di ottenerne frutti preziosi. Voi tutti, illustri candele umane, che vi consumate dalla testa, avvicinatevi e ascoltate il vangelo della veglia e del travaglio intellettuale».

  Tutto benissimo. Peccato solo che raramente letteratura e salute vadano d'accordo. Sicché vent’anni più tardi questa cambiale — che è proprio il caso di chiamare nerissima — dei caffè verrà a scadere, e i medici, allontanandosi dal letto di Balzac, scuoteranno la testa e allargheranno le braccia. C’è chi si avvelena in un giorno e chi c’impiega un quarto di secolo. È solo questione di tempo.

 

“Il mio naso è un mondo”.

 

  Sarà, ma egli adesso non può assolutamente pensarci. Ha troppe bozze da correggere. Un momento: Balzac lo chiama correggere ma invece gli sventurati compositori sanno che si tratta di continui, ossessionanti rifacimenti. Una sua bozza è un carosello indescrivibile di richiami, di sostituzioni, di aggiunte, d’infernali interpolazioni, di ficcanti fioriture. I tipografi protestano, gli editori si strappano i capelli, ma con lui non c’è niente da fare. È un tormento senza fine: una, due, tre bozze vanno e vengono, e si è sempre allo stesso punto. Fossero venti, la cosa non cambierebbe. Balzac è un peccatore della penna che non cessa di battersi il petto. Il miraggio della perfezione è là, irraggiungibile, la solita fata morgana dell’assetato nel deserto.

  E il combattimento contro il tempo lo annienta: «Ho ancora cento pagine di Eugénie Grandet da scrivere; Ne touchez pas à la hache da finire; La femme aux yeux rouges (sic) da fare, e ci vogliono almeno dieci giorni per tutto ciò. Arriverò morto».

  Invece era vivissimo. Per ora. Cominciava anzi a ingrassare. Il suo sarto Pion ci parla di un torace di 104 centimetri, e altrettanto in cintura: dimensioni rispettabili per un individuo alto 1,66. Bello non era, con quella frustata sanguigna al volto rotondo, le grosse labbra un tantino cascanti, il naso a punta quadra e come diviso in due («Attenti al mio naso, il mio naso è un mondo!»). Ma era bella la fronte, nobile, bianca sotto la scura, arruffata criniera leonina. Quanto agli occhi, a sentire Gautier non ne esistevano di eguali. Le donne lo guardavano incantate.

  Tutte tutte? Vediamo. Nel settembre del ’31 gli giunse una lettera di una sconosciuta, lettera piena d’ammirazione ma anche di intelligenti e spiritose riserve a proposito della Physiologie du Mariage. (A pensarci, che cosa ne sapeva del matrimonio, lui-giovane-vecchio scapolo? Semplicemente quello che gliene avevano detto la Berny e la d’Abrantès, due malmaritate). Naturalmente Balzac rispose, spiegando che il suo libro voleva essere soprattutto una difesa dell’altro sesso: «Per una donna che ha attraversato le tempeste della vita, il senso del mio libro è l’attribuzione esclusiva ai mariti di tutte le colpe commesse dalle mogli. È, in una parola, una grande assoluzione».

  Con quest’arringa scritta, l’avvocatino rientrato ebbe un successo. L’ignota corrispondente abbassò il velo ed egli conobbe così la marchesa di Castries, figlia di duchi, parente dei Fitz-James, la donna illustre che gli aprirà la porta d'oro del Faubourg Saint-Germain. Incontro psicologicamente centrato. Balzac era allora ai primi contatti con la mondanità e col dandysmo. Avendo guadagnato in un anno più di 14.000 franchi — che allora erano una bella sommetta — s’era buttato a spese pazze: vestiti, arredamenti, frequentazione assidua dell’Opéra e degli Italiens, e persino un cabriolet con cavallo, anzi con due cavalli, per la tradizionale passeggiata al Bois. Invece di pagare i vecchi debiti, si abbandonava a «quell’invincibile furore per le gioie dell’esistenza che dev’essere appannaggio degli uomini dotati di grandi facoltà e che sentono la necessità di controbilanciare il faticoso esercizio con uguali compensi fatti di piaceri». Basta, la marchesa era bella, separata dal marito, giovane (per lui sarà stata una bambina, non aveva che tre anni più di Onorato), nel salotto dei Castries la colorita eloquenza del romanziere alla moda piaceva a tutti: perché Balzac non avrebbe dovuto piacere, nel senso più estensivo della parola, anche alla padrona di casa? Egli in verità si dava un gran da fare per apparirle in una luce favorevole. La sua ventata di legittimismo, la romantica adesione al movimento restauratore del Fitz-James, appunto, e delle Berry, le molte eccentricità di questo che va considerato, nel quadro della sua esistenza, come un periodo di crisi e di trapasso, furono nient’altro che gesti d’amore e di orgoglio ferito. Lei probabilmente si comportò più da civetta che da gran dama. Aveva nel cuore il ricordo di un legame appassionato col figlio di Metternich, e forse non misurò, nei confronti di Balzac, la importanza delle promesse, il valore delle speranze. Il dramma — cioè la rottura, il no definitivo di lei — ebbe per scenario prima le quinte verdi di Aix-les-Bains, poi quelle più scure di Ginevra, dove il romanziere aveva accompagnato la marchesa.

  Una scottatura di terzo grado che gli lascerà il segno. Perché se le parole “aborro la signora di Castries, che ha spezzato la mia vita senza darmene un’altra” sono state scritte a poca distanza dall’avvenimento e appaiono quindi comprensibili, è straordinario che a diciassette anni di distanza egli ci pensasse ancora con la stessa intensità. («Le atrocità della signora che tu sai furono l’origine del mio male»; lettera dell’aprile ’49 alla sorella Laura). Quanto alla morale della favola sotto specie letteraria, essa non tardò molto: venne nel ’34 con La Duchesse de Langeais. Opera non tra le maggiori di Balzac, ma che avendo al centro un crudo ritratto di donna attirò anche di recente l’attenzione di Greta Garbo.

  Aveva molte cose da dimenticare — non escluso un progetto di matrimonio con una ragazza di famiglia nobile, Eleonora de Trumilly, che all’ultimo momento si tirò indietro anche lei — e molti creditori che lo perseguitavano: era dunque il momento buono per inabissarsi nel lavoro con voluttà furiosa. Tanto più che non sono certo le ambizioni che gli mancano, ora come sempre: scrivendo alla sorella a proposito del Louis Lambert— trenta giorni e quindici notti di fatica nell’estate del ‘32 — parla addirittura di un’opera «nella quale ha voluto lottare con Goethe e con Byron, con Faust e Manfredi». Infine, ecco il fatto nuovo, la cosa grande e meravigliosa che darà luce alla sua vita fino al tragico agosto del 1850. «E si parla del primo amore! Io non conosco nulla di terribile come l’ultimo, il est strangulatoire».

 

 

  Eugenio Gara, Vita affannosa di Balzac. Con un annuncio sul giornale cominciò il grande amore di Onorato. Nel 1838 Balzac s’interessò d’una miniera d’argento e di piombo, ma non vi trovò che sassi. Ritratto biografico di Eugenio Gara. Terza puntata, «Oggi. Settimanale di politica attualità e cultura», Milano, Anno VI, N. 36, 7 Settembre 1950, pp. 14-16.

 

  Anche qui cominciò con una lettera. Gli fu consegnata il 28 febbraio 1832 e aveva attraversato molti paesi per arrivargli, era passata per le mani di numerosi postiglioni che parlavano lingue diverse. Veniva dall’Ucraina, nientemeno, e precisamente dal castello di Wierzschownia in Volynia. Chi scriveva era la castellana: la contessa Evelina Rzewuska, di trentun anni, maritata da dodici al signor Hanski. In quella specie di volontario confino, la vita non doveva essere molto allegra. Il signor Hanski, molto più anziano della moglie, seriamente m alato (morirà di paralisi progressiva), non era certo una compagnia brillante. Aggiungi che nella famiglia d’origine di Evelina le, arti erano tenute in grande onore. Lei discendeva da Caterina Radziwill, aveva tra i suoi zii e fratelli più d’uno scrittore, legati tutti d’amicizia con Mickiewicz, il capo della giovane scuola romantica polacca. Era naturale che una giovane donna condotta dal matrimonio fuori del suo ambiente, isolata, quasi prigioniera in un’immensa, solenne fattoria, trovasse conforto, distrazione nella lettura e, in questo caso, in una corrispondenza che si rivelò poi per molti riguardi liberatrice: «Ho saputo amare e amo ancora; nessuno ha potuto comprendere l’anima di fuoco che incendiava tutto il mio essere. Voi mi comprendete, voi; voi sentirete come me che io dovevo amare una volta, una sola volta e, non essendo compresa, vegetare e morire! Ho dato il mio cuore, la mia anima e sono sola!».

 

La romantica Evelina.

 

  Parole del 1832. Il romanticismo, perlomeno ufficialmente, è appena nato. Gli esclamativi sono nella prosa quello che è il tremolo in musica e noi, traducendo, li abbiamo rispettati. Le prime lettere, dunque, firmate l’Étrangère, gli furono spedite presso l’editore della Peau de chagrin; egli rispose attraverso un piccolo annuncio sulla Quotidienne, il solo giornale. francese ammesso in Russia; ma presto vennero i contatti diretti e la rivelazione della propria identità da parte di Evelina. Cominciava quello che Balzac chiamò ce grand et beau drame du coeur. La signora Hanska non è solo una donna attraente, ma anche una lettrice sensibile, capace d’interpretazioni acute. È appena alla sua seconda lettera e già gli scrive, ad esempio: «Vorrei conoscervi e credo di non averne bisogno: un avvertimento dell’anima mi fa immaginare il vostro essere: io me lo figuro a mio modo, e direi “eccolo”, se vi vedessi ... Il vostro esteriore non fa presentire la vostra ardente immaginazione. Bisogna animarvi, è necessario che si svegli in voi il fuoco sacro del genio che, allora, vi mostra qual siete: un uomo superiore nella conoscenza del cuore dell’uomo. Leggendo le vostre opere il mio cuore ha trasalito ... Il vostro genio mi sembra sublime, bisogna che si faccia divino». E gli manda un esemplare dell’Imitazione di Cristo che tra l’altro giunge a proposito: Onorato sta proprio scrivendo l’evangelico Médecin de campagne.

  Lei entrò definitivamente nella vita di Onorato alla fine di settembre del 1833. In Svizzera, a Neuchâtel, città del loro incontro, cessò di essere la dama misteriosa, la corrispondente straniera del celebre romanziere e divenne finalmente Evelina. Non furono appuntamenti facili né scevri di pericoli, con quel “dannato marito” che «non ci ha lasciati un secondo per cinque giorni. Il allait de la jupe de sa femme à mon gilet». Ma il diavolo degli amanti li aiutò in qualche modo, e insomma la gioia di Balzac fu grandissima. Scrivendone alla sorella, non si stancava di esaltare «i più bel capelli neri del mondo, la pelle soave e deliziosamente fine delle brune» eccetera, cioè «un capolavoro di bellezza che non posso paragonare che alla principessa Belgioioso e infinitamente meglio». (Di questo ardito confronto tra una magra, la Belgioioso, e una donna prosperosa come la Hanska, sarà bene lasciare a lui la responsabilità).

  Rientrò a Parigi ai primi d’ottobre, ma vi rimase poche settimane. Gli Hanski avevano deciso di trascorrere a Ginevra il periodo più crudo dell’inverno, ed egli riprese presto la via della Svizzera. Laggiù trovò un anello che lo aspettava, regalo di Evelina, naturalmente, il talismano da cui non riuscirà più a separarsi e che gli ispirerà Séraphita. Cominciò il periodo delle dolci fanciullaggini che così spesso accompagnano le prime ore d’amore. Balzac divenne così il moujik della sua «rosa d’Oriente» o «stella del Nord» o «angelo celeste», cominciò a firmarsi scherzosamente Honoreski, a dirle infine la parola più impegnativa: «Tu sarai la Dilecta giovane e già io ti chiamo la Predilecta». Fino a questo punto, dunque, il ricordo dell’altra era sbiadito?

  Sì e no. Laura de Berny affondava in un crepuscolo la cui tristezza era aggravata da malanni e guai finanziari. Ebbe ancora la gioia di sentirsi leggere da lui le grandi pagine del Père Goriot ma non quella d’averlo vicino al momento della fine, nel luglio del ‘36. In quei giorni Balzac si trovava In Italia, a Torino, per incarico dei suoi amici Guidoboni-Visconti che avevano avuto l’idea, veramente bizzarra, di mettere nelle sue mani un’arruffata questione finanziaria. E non vi si trovava solo, ma in compagnia di una signora Marbouty, donna eccentrica, a tempo perso scrittrice, che non potendo fare di meglio tentava di imitare George Sand almeno nelle caratteristiche esterne, vestendosi da uomo. Essa fu uno dei “capricci” di Onorato — che non furono pochi e nemmeno tutti senza significato — nei lunghi anni di separazione forzata da Evelina. Per essere una comparsa, del resto, Carolina Marbouty ci ha lasciato un ritrattino balzachiano non privo di vivezza. È un frammento d’una lettera alla madre, scritta appunto a Torino, mentre i due se la spassano all’albergo Europa: «Ho un appartamento magnifico e sono ammirabilmente servita. Tutto ciò è tanto più bello in quanto B ... non ha un soldo, è pieno di debiti e solo a forza di lavoro incredibile mantiene la sua posizione tra il lusso e la caduta finanziarla che lo minaccia ogni giorno. Egli trova che ho molto ingegno, dice, e cercherà di farmi lavorare per guadagnare 20 mila franchi di rendita. Ma sarà bene avvertire che egli è l’uomo dei progetti».

  Infatti. Anche l’affare torinese finì in nulla. Con dispiacere di Onorato che avrebbe voluto farsene un merito presso la Guidoboni-Visconti, una fatalissima Sarah — inglese di nascita e di famiglia, lei; lombardo il marito — per amore della quale la smania del lusso, l’aspirazione al titolo nobiliare lo avevano ora ripreso. (La ritroveremo come Lady Dudley nel Lys dans la Vallée). Ma peggio di tutto fu la notizia che trovò rientrando a Parigi. La signora Berny era morta e la lettera del figlio di lei che gliene dava l’annuncio era sul suo tavolo da molti giorni. Il suo dolore, se non proprio il suo rimorso, fu sincero: «Ho perduto, durante il mio viaggio, una persona che era la metà della mia vita». E ancora: «Sono stato ben sventurato nella mia giovinezza, ma la signora Berny ha compensato tutto con una devozione assoluta che non fu compresa, nella sua infinita estensione, se non quando la terra ha ripreso la sua preda. Sì, io sono stato guastato da quell’angelo, lo riconosco».

 

Società dei “Cavalli”.

 

  La vita di quest’uomo, apparentemente così scoperta per l’eloquenza dei documenti e la bravura dei balzachiani, è delle più misteriose. La sua famosa dichiarazione: «Nul n’a le secret de ma vie, et je ne veux le livrer à personne», nonostante tutto, è ancora valida. Lo stesso Gautier, del resto, pur avendoci lasciato di lui un lucido ritratto, dice chiaro che «nessuno può avere la pretesa di fare una biografia completa di Balzac». L’elemento tempo, ad esempio, nella sua esistenza si direbbe che non esista. La sua giornata era di ventiquattr’ore, come quella di tutti i mortali; gli anni, cinquantuno, furono quasi la metà di quelli di Tiziano, di Leonardo, di Goethe. Eppure la sola Comédie Humaine consta di 91 opere complete, più 50 abbozzate o già in lavorazione (questi dati sono dell’indiscutibile Marcel Bouteron). Restano fuori dal conto le commedie, i romanzi scritti alla macchia, le novelle sparse qua e là, la fitta produzione giornalistica, saggi, memorie eccetera. Quante pagine, quante parole? La rapida d’un fiume. E poi, per distrarsi, diluvi di lettere alle sue numerose Laure, a Evelina, persino a una segreta e sfuggente Luisa; e le ore dedicate a queste come a parecchie altre donne che suscitarono in qualche modo la sua curiosità; e quelle impiegate nei lunghi, talvolta lunghissimi viaggi, oppure spese a s’adoniser nelle parentesi di galanteria, oppure nell’inseguire le musiche ispiratrici: oggi Rossini per Massimilla Doni, domani Meyerbeer per Gambara, a non volersi soffermare sulla musica religiosa che ha tante risonanze nella sua opera. Bene: minuti alla mano, come arrivò a tutto? L’unica spiegazione accettabile è quella di Gautier: e cioè che Balzac avesse, come Visnù, il dono dell’avatar, ossia d’incarnarsi in corpi differenti e di vivere il tempo necessario per fare ciò che voleva.

  Persino i suoi divertimenti con gli amici erano “lavorati”, veri scampoli di fantasia ch’egli dedicava agli altri con larghezza signorile. Non tutti i lettori dell’Histoire des Treize sanno, ad esempio, che Balzac fondò realmente con alcuni intimi una specie di società segreta che portava il nome di Cheval rouge. I diversi affiliati dovevano «prestarsi aiuto e soccorso in ogni occasione» e obbedire a un certo numero di comandi cabalistici, per mezzo dei quali i cavalli dovevano impadronirsi dei giornali, invadere i teatri, prendere d’assalto le accademie e ciascuno di essi «finir modestement pair de France, ministre et millionnaire». La setta, nemmeno a dirsi, cessò d’esistere dopo quattro o cinque riunioni, durante le quali non tutti i membri disponevano dei soldi necessari per pagarsi il pranzo. Ma il suo ideatore non fu deluso per questo: disarcionato da una chimera, scrive Gautier, Balzac saltava a cavallo di un’altra e ripartiva per un nuovo viaggio nell’azzurro.

  Che non era poi sempre un modo di dire. Nella primavera del ’37 eccolo di nuovo in Italia. Dalla Francia era fuggito per disperazione, dopo il fallimento della sua Chronique de Paris, braccato da uscieri che conoscevano tutte le risorse del mestiere. (Uno di essi, avendo saputo che Balzac era rifugiato presso i Guidoboni-Visconti, si presentò un giorno alla contessa, alla quale disse di dover consegnare d’urgenza 6000 franchi al romanziere. Lei era incerta, forse sospettava, ma l’eterno e impetuoso debitore solo a sentir parlare di crediti si precipitò nell’anticamera. E la cosa sarebbe finita male se la bella Sarah non avesse pagato lei, immediatamente, le cambiali scadute. Anche questo episodio fa parte di quell’inventario dei vizi e delle virtù di cui “la società è lo storico, io il segretario”). I milanesi dunque le lo accolsero con la cordialità che Stendhal aveva già esaltata: specialmente quella cara collezionista di uomini importanti che si chiamava Clarina Maffei, la petite Maffei a cui egli dedicherà La fausse maîtresse. Spiacquero tuttavia nel celebre salotto alcuni suoi apprezzamenti sul Manzoni, che a Venezia provocarono poi addirittura polemiche di stampa.

 

Sposarsi o perire.

 

  Questo viaggio “d’affari”, in parte ancora collegato con la intricatissima successione Visconti, non fu che il preludio dell’avventurosa esplorazione in Sardegna che ebbe luogo l’anno dopo. Il romanziere, che ha appena messo la parola fine alla storia realistica e insieme paradossale di César Birotteau, è ripreso dai soliti sogni di grandezza che in lui sempre si accompagnano alle ore più tormentose. «Sono in orribili guai finanziari. Posso domani non aver pensieri se gli affari che ho in corso si fanno, ma posso anche perire. È molto drammatico essere sempre tra la vita e la morte: è la vita del corsaro. Ma l’esercizio dei muscoli non sempre basta». Trova cinquecento franchi in prestito e si precipita a Marsiglia, di lì ad Ajaccio e finalmente eccolo in Sardegna, raggiunta con una piccola imbarcazione. Perché tutta questa furia?

  L’anno precedente, a Genova, aveva sentito parlare, da un commerciante, di certe miniere d’argento e di piombo esistenti nella zona di Alghero e non ancora scoperte e sfruttate: specie di tesoro di Montecristo avanti lettera che i due avrebbero potuto rapire insieme. In realtà, se non proprio un tesoro, qualcosa c’era: dei campioni erano stati presi e quindi sottoposti ad analisi risultate favorevoli. Se non che l’astuto genovese si era fatto assegnare per sé la sola zona fruttifera, lasciando al “socio” i sassi e le scorie. L’ennesima “illusione perduta”. E anche una scossa notevole per la sua forte fibra. Un accenno, forse il primo, di vera stanchezza. «Ho voglia», scrive alla sua vecchia amica Zulma Carraud, «di una vita da curato, una vita semplice e pacifica. Una donna che avesse tre o quattrocentomila franchi e che mi volesse, purché dolce e ben fatta, mi troverebbe pronto a sposarla. Lei pagherebbe i miei debiti, e in cinque anni il mio lavoro la rimborserebbe. Sarebbe necessario fare ancora degli enormi sacrifici, ma è meglio sposarsi che perire».

 

In tonaca da frate.

 

  I debiti infatti erano in continuo aumento. Ad aggravarli era giunto in questo periodo l’acquisto di un terreno e la costruzione di una casa, la sua famosa dimora dei (sic) Jardies, tra Sèvres e Ville d’Avray. Famosa per le colorite fantasie che accompagnarono, la sua nascita, i suoi sviluppi e infine il suo abbandono. Eccitatissimo, spiritato, Balzac tracciava sui muri bianchi un programma da féerie: «Qui rivestimento in marmo pario; qui uno stilobate in legno di cedro; qui un soffitto dipinto da Delacroix ...». Uno dei suoi visitatori, Léon Gozlan, vi aggiunse, bene in vista: «Qui un quadro di Raffaello, senza prezzo e come nessuno ne ha visti mai». Il bello è che tutte le spese necessarie per quel palazzo incantato avrebbero dovuto venir fuori dalla creazione di un “villaggio-tipo”, con annessa latteria, vigneti e frutteti: vini preziosi, Malaga e Tokay, ananas dei Jardies si sarebbero incaricati di tramandare ai posteri, per altra via, il nome di Balzac. «Sì, la follia è fatta e completa! Non me ne parlate, bisogna pagarla, e adesso faccio le nottate».

  Le nottate a far cosa, non occorre dirlo. Con 45.000 franchi di nuovi impegni, si dovevano inalzare piramidi di dense cartelle. E non buttate giù a caso, come verrebbe fatto di pensare, ma anzi seminate di pentimenti, qualche volta di terremoti. (Il Birotteau è stato all’incirca rifatto diciassette volte). E affrontare poi, a opera licenziata, le conseguenze della scelta di un determinato soggetto. Come gli accadde con Béatrix, la cui protagonista era il ritratto, parlante anche troppo, di Maria d’Agoult, bella e terribile donna che tutti conoscevano come la madre dei figli di Liszt.

  Successe il finimondo. Anche perché, per non far torto a nessuno, in quelle pagine il romanziere aveva organizzato una spietata galleria di parecchi altri amici suoi: a cominciare da George Sand, che sotto le spoglie di Felicita de Touches era dipinta come «une histrionne, une baladine», eccetera, per finire con lo stesso Liszt, trasformato in un Gennaro Conti, musicista napoletano, «nature charmante en apparence et détestable au fond» e per di più «charlatan dans les choses du coeur». Figuriamoci. La D’Agoult avrebbe voluto senz’altro un duello» musica contro romanzo, e se tutto finì in nulla fu semplicemente perché Liszt rifiutò nel modo più assoluto di riconoscersi nel grottesco personaggio balzachiano.

  «Quando sarò logoro, mi darò al teatro», aveva detto lo scrittore a Dumas padre, dopo una prima di quest’ultimo alla Comédie. «Vi conviene cominciare subito», rispose l’altro, secco. I due si detestavano. Ora, frecciate a parte, Balzac era tutt’altro che un romanziere finito, se aveva ancora da scrivere Gaudissart e Les Paysans, ad esempio, ma l’idea del teatro lavorava da tempo dentro di lui. George Sand gliene parlava spesso, come di una iniziativa che avrebbe potuto aiutarlo a risolvere molti problemi d’ordine pratico. E Dio sa se questo era urgente, ora che aveva allungato la lista dei suoi creditori aggiungendovi, per 10.000 franchi, il nome di una bella donna: quella Elena de Valette che fu un altro dei suoi romanzetti precedenti il ritorno definitivo a Evelina. Come al solito, i suoi progetti, abbozzi, o addirittura commedie scritte da cima a fondo, vengono giù a valanga. Lì ci trovate la Grecia d’Alcesti e la Spagna di Don Carlos, titoli moliereschi come L’École des Ménages o còlti come La Mandragora. Si decise finalmente per un Vautrin, che andò in scena la sera del 14 marzo 1840.

  Prima ed unica rappresentazione. Ma non perché l’opera fosse caduta. Al contrario. Al quarto atto ci fu un’esplosione gioiosa, quando il protagonista – il celebre attore Frédérick Lemaître – si presentò in scena vestito da generale messicano ma truccato da Luigi Filippo, con la notissima testa “a pera” immortalata dalla matita di Daumier. Risate, scandalo e subito un secco trafiletto del Moniteur: «Il ministero dell'interno ha stabilito l’interdizione del dramma recitato ieri al teatro della Porte Saint-Martin, sotto il titolo Vautrin». Al commediografo, neanche l’onore della citazione: meno martiri si fanno, meglio è.

  Nella stampa, fra tanti avversari, trovò anche degli amici. Soprattutto, ancora una volta, si schierò al suo fianco Madame de Girardin: quella spiritosa e affascinante Delfina che s’è incaricata di tramandare alla posterità, in un breve romanzo, una delle più eccentriche “eleganze” di Onorato: La Canne de M. de Balzac. Ma nessuna consolazione morale poteva attenuare il crollo del suo piano finanziario. Anche il teatro gli diceva di no.

  Fiasco dunque. Non gli restava che abbandonare il suo “castello” dei Jardies. Aveva speso più di 90.000 franchi e gliene dettero 17.500. Andò a Passy, altra periferia, e divenne invisibile. Appese all’attaccapanni quel che ancora gli restava di velade con bottoni d’oro, adottò quasi stabilmente la caratteristica tonaca che la matita di Gavarni ci ha fatto conoscere, tornò ad essere insomma il “benedettino del romanzo” di cui parla Gautier. Le curé du Village, Les Mémoires de deux jeunes Mariées ... Ed è di questo periodo l’iniziativa, naturalmente sfortunata, della Revue Parisienne, da lui diretta, in cui Stendhal e la sua Chartreuse de Parme ebbero tanti riconoscimenti.

  Stava così, tra le malinconie di una mancata nomina all’Accademia, i soliti lavori forzati della penna e un audace piano organico di pubblicazione della Comédie Humaine, quando, nel gennaio del ’42, gli giunse la notizia della morte del signor Hanski. Libera. Evelina era libera, dunque era sua.

 

 

  Eugenio Gara, Vita affannosa di Balzac. Fidanzato per diciotto anni restò marito solo cinque mesi. Poco prima che Balzac morisse, il mago Balthazar gli aveva predetto lunga vita. Ritratto biografico di Eugenio Gara, «Oggi. Settimanale di politica attualità e cultura», Milano, Anno VI, N. 37, 14 Settembre 1950, pp. 33-34.

 

  In verità, dopo la prima fiammata, tra i due un illanguidimento c’era stato. I lunghi distacchi, le smisurate lontananze non erano certo fatti per un uomo come lui. E del resto non erano neppure mancate le occasioni per confinare il loro sentimento in una specie di limbo dell’amore dove il senso vivo del tempo era all’incirca perduto. Ma ora la vedovanza di lei riportava quel grosso fanciullo alle accese fantasticherie di dieci anni prima. Egli si vedeva passare al fianco di Evelina, fiero e felice, sorridente boiardo tra due file di sudditi lieti della successione. Questi quadri di genere grand opéra lo abbagliavano sempre, e non c’era voluta che la notizia di una lontana, vaga discendenza di Evelina da Maria Leczinska, moglie di Luigi XV, quindi regina di Francia, per dargli una vera febbre d’esaltazione. Adesso, poterle scrivere senza le cautele che la presenza del marito rendeva necessarie, quel poterle parlare finalmente a cuore aperto, faceva di lui un altro uomo: «Lasciate che ve lo dica, dopo che ve l’ho provato tante volte. Le miserie della mia lotta e quelle dei miei tremendi lavori avrebbero spossato qualunque uomo, per grande e forte che fosse ... Siete dunque voi sola che mi avete fin qui sostenuto ... Nulla in me è cambiato. Noi siamo stati coraggiosi, l’uno e l’altro (sic): perché oggi voi non dovreste essere felice? Credete che sia per me che ho messo tanta persistenza a ingrandire il mio nome? Oh, sono forse ingiusto, ma questa ingiustizia deriva dal mio cuore impetuoso». E ancora: «Dio mio, quando comincerà per me la vita? Io ho sofferto fino ad oggi più di chiunque altro. Non ho avuto né madre né infanzia. Mia madre mi ha rovinato nel 1827 [vuol dire che non lo aiutò abbastanza nella sua disgraziata impresa tipografica] e da allora fino ad oggi ho costantemente lavorato come in un deserto, e Dio non mi ha elargito che qualche goccia d’acqua per calmare la mia sete d’amore, in tre volte, per mezzo di un angelo».

 

A Pietroburgo.

 

  L’angelo è lei, naturalmente, e le tre bevute ristoratrici a cui Balzac allude sono i tre incontri con Evelina, a Neuchâtel, a Ginevra e più tardi a Vienna. Tre in dieci anni, che non è certo molto. Adesso vorrebbe rifarsi con un sollecito viaggio in Russia e un matrimonio nei più brevi termini consentiti dalla legge. Ma perché la signora Hanska è così cauta, diciamo pure così elusiva, nelle risposte?

  La sua struttura gagliarda, intanto, comincia seriamente a incrinarsi. È stanco e ha bisogno di riposo. Ma per riposare ci vogliono soldi, non debiti. E poi ora non ha nemmeno più la risorsa del caffè: «L’abuso del caffè mi atterra sempre più». È molto ingrossato, lo stomaco si fa sentire, ha un battito quasi ininterrotto alle palpebre. Gli parlano d’infiammazione, poi di disturbi di primavera. Ma la verità non tarda a farsi strada: «Confidando in questo strumento, il cervello, che lo suono, tra lo sbalordimento dei medici, come Battes suona il violoncello, non ho mai previsto che un giorno l’archetto, le corde, il violoncello stesso si sarebbero spezzati».

  E il desideratissimo viaggio in Russia? Sotto la data del 31 luglio 1843, il segretario dell’ambasciata di Russia, Balabine, scrive nel suo diario: «Balzac è venuto recentemente a far mettere il visto sul suo passaporto, per Pietroburgo ... Mi sono trovato davanti un ometto grosso e grasso, faccia di panettiere, aspetto di calzolaio, dimensioni di bottaio, andatura di berrettaio, aria di tenitore di osteria. Ed ecco tutto. Egli non ha un soldo, quindi va in Russia: va in Russia, dunque non ha un soldo».

  Impertinenze del burocrate a parte, che non avesse un soldo era vero. Ma alla vigilia della partenza riuscì a ottenere qualche altro prestito (quel che fece per lui in questi anni il suo amico Gavault non sarà mai abbastanza ricordato) e insomma potè finalmente imbarcarsi. A Pietroburgo, dove Evelina si era trasferita con la figlia Anna, Balzac stette poco più di due mesi. Ma le tracce di quella permanenza – intendiamo qualcosa di documentato, che vada oltre le solite romanzesche congetture – sono scarse e poco significanti. I due protagonisti di quella storia d’amore vera non si vedevano da otto anni, e avevano passata abbondantemente la quarantina. Con quali occhi si vedevano adesso? Impossibile dirlo. Certo è solo che nel diario di lei, poco dopo la partenza di Onorato, furono scritte queste parole: «Come sono dolci, e rapidi, quei momenti della vita in cui il cuore inondato di gioia si dilata e si schiude, riflettendo un cielo blu sereno che sembra sfavillare d’una giovinezza immortale! Ma come sono lunghi gli anni che li precedono, e quanto amare e pesanti e dolorose le ore che li seguono».

  Tornò con una promessa formale (pare) di matrimonio, e impiegò sette anni a “prepararsi”: goffo e commovente bambino che il complicato giocattolo di queste nozze attirava più di tutto, persino più di una nuova candidatura all’Accademia, appoggiata questa volta da Victor Hugo. Ma la salute purtroppo non migliorava. Il suo medico curante e amico fedele, dottor Nacquart, parlava ora di arachnitis, ossia di un&