giovedì 29 agosto 2013


1866



  

Traduzioni.


  Onorato Balzac, Amore e civetteria ovvero Il Convento delle Carmelitane Scalze. Racconto storico di Onorato Balzac, Firenze, Tipografia Adriano Salani, Via S. Niccolò n° 102, s. d. [1866?], pp. 136.[1]



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  Un volume in 16°. Questa ulteriore edizione italiana de La Duchesse de Langeais non è altro che la riproduzione, seppur con qualche sporadica variante formale, della traduzione del romanzo balzachiano fornita da Giuseppe Lubrano nel 1856. Rispetto all’edizione napoletana, questo testo presenta una frequenza ancor maggiore di omissioni testuali e propone una suddivisione in capitoli che non abbiamo riscontrato in nessuna delle edizioni francesi dell’opera di Balzac.



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Studî e riferimenti critici.


  Appendice. Eccentricità artistiche. Giorgio Morland, «Il Comune. Periodico settimanale d’interessi amministrativi e varietà», Padova, Anno 3.°, N. 17, 26 Aprile 1866, pp. 129-134.

  p. 132. I negozianti di quadri furono il cattivo genio del pove­ro Morland. Le birbonate d’ogni specie, i tiri artificiosi che gli giuocavano richiamano alla mente le fantasmagorie di Hoffmann e le fecciose realità di Balzac.


  Carlo Felice Biscarra, L’Opera di Massimo D’Azeglio artista considerata all’Esposizione fatta a cura del Municipio di Torino in Aprile, Maggio e Giugno 1866 nel Palazzo Carignano. Cenni del Cav. Prof. Carlo Felice Biscarra Pittore Segretario della R. Accademia Albertina di Belle Arti in Torino. Estratto dal Giornale Le Alpi con varie aggiunte, Torino, per gli Eredi Botta Tipografi del Municipio, 1866.

 

L’opera di Massimo D’Azeglio artista.

 

  p. 8. In un ordine diverso di idee non avrete nel Tasso la vena trascinante dell’Ariosto, non l’analisi anatomica e fisiologica del cuore umano di Balzac nelle orditure fascinanti e trascinatrici di Dumas, come non potrete pretendere la ferma severa linea di Flandrin nelle lussureggianti e direi quasi inarrestabili movenze di Delacroix, ovvero i ravviluppati nebulosi avvolgimenti delle armonie di Meyerbeer nella casta e purissima musa di Bellini.


  P. Antonio Bresciani, L’Ebreo di Verona. Racconto storico dall’anno 1846 al 1849, in Opere del P. Antonio Bresciano della Compagnia di Gesù. Volume VI. L’Ebreo di Verona. Racconto storico dall’anno 1846 al 1849. Parte prima, Roma, Ufficio della Civiltà Cattolica; Torino, Pietro di G. Marietti Tipografo Pontificio, 1866, pp. 360.


  X. Le società secrete, pp. 86-98.

  p. 96. Cfr. 1855; 1858.

  XI. La congiura del 17 luglio, pp. 98-104.
  p. 98. Cfr. 1855; 1858.

  Luigi Capuana, Teatro Niccolini – “I nostri buoni villici”, di V. Sardou, «La Nazione», Firenze, Anno Ottavo, 19 dicembre 1866, pp. 1-2.[2]
  I Nos bons villageois di Sardou rammentano i Paysans di Balzac con qualcosa di meno. Balzac, pubblicando il suo libro dopo otto anni d’incertezze diceva di commettere una imprudenza! Sono dunque così terribili cotesti campagnoli, se con tutto il suo coraggio, il celebre romanziere credette opportuno creare una provincia che non si trova in nessuna carta della Francia, e un generale di corazzieri non mai esistiti negli eserciti del primo impero? Sì; i campagnoli dell’Avonne, di Soulanges, di Ville-aux-Fayes di cotesto magnifico paesaggio che egli nella lettera di Blondet ci dipinge con mano veramente maestra, sono creature terribili. Memori della Jacquerie, figli dell’89, trionfatori della legge feudale, essi hanno pei terreni un amore sconfinatamente geloso, e in attesa di preda, odiano il lavoro che li potrebbe far vivere da onesti, perché trovano nella loro miseria un maggior tornaconto. «À voir comments (sic) ils s’appuient de leur misère, on devine que ces paysans tremblent de perdre le prétexte des leurs débordements,» dice il suo arguto Blondet ; ma ciò non è tutto. Ecco come essi parlano :
  «Le paysan sera toujours le paysan ! Ne voyez-vous (mais vous ne connaissez rien à la politique !) que le gouvernement n’a tant mis de droits sur le vin que pour nous repincer notre quibus et nous maintenir dans la misère ? Le bourgeois et le gouvernement, c’est tout un. Que qu’ils deviendraient si nous étions tous riches ? Laboureraient-ils leurs champs ? feraient-ils la moisson ? Il leur faut des malheureux ! J’ai été riche pendant dix ans, et je sais bien ce que je pensais des gueux ! …» Paragona questo discorso alle tirate del Grinchu dei Nos bons villageois, e conoscerai la differenza che passa tra i campagnuoli di Balzac e quelli di Sardou. Il giovane poeta ha avuto paura anche lui? Ma proseguiamo ancora il confronto perché la relazione è necessariamente grandissima, sebbene la differenza sia anche più grande. Che sinistre congiure quelle della vallata dell’Avonne! … Mentre i congiurati discutono alla taverna-caffè del Grand-J-Vert la vecchia megera Tonsard sta in sentinella sull’uscio per assicurare ai bevitori il segreto delle loro parole … Entra poi nel salone de Soudry a Soulanges. Vedrai che ceffi ti cadranno sott’occhi! Sentirai che machiavellismo distillato in quintessenza! Che cosa diventano innanzi a questa galleria che in Balzac porta il tiolo: Les conspirateurs chez la reine, i complotti del calunniatore Grinchu, dell’avaro Tétillard, dell’ambizioso Floupin? Che cosa le notti passate a spiare attorno le mura del parco del sindaco per scoprire il supposto amante della baronessa sua moglie, innanzi a quella notte terribile in cui il povero Michaud, l’onorata ed intrepida guardia campestre, è ucciso a tradimento da quegli assassini che escono cheti cheti da un ballo di nozze, per tornarvi poco dopo come se nulla fosse stato, le mani ancora calde del sangue d’un uomo? Che cosa ti parranno quei gridi d’avvisaglia che imitano il gracidare delle rane, quando tu senti nei Paysans arrivare il cavallo della vittima? «Il y avait dans le galop furieux du cheval et dans le claquement des étriers vides qui sonnaient je ne sais quoi de désordonné accompagné des (sic) ces hennissements significatifs que les chevaux poussent quand ils sont seuls. Bientôt … le cheval arriva à la grille, haletant et trempé de sueur, mais seul ; il avait cassé ses brides, dans lesquelles il s’était sans doute empêtré».
  Però, se noi ti facciamo notare queste differenze non è per rimproverare il Sardou di non avere dato al suo quadro quelle proporzioni e quel colorito che esso meritava. Balzac infatti scriveva un’opera da pensatore; e destinava il suo libro al legislatore, al pubblicista: egli levava il grido d’allarme in mezzo alla vertigine democratica che accieca tanti scrittori, e mostrava che cosa sia cotesto campagnolo il quale rende il codice inapplicabile, e riduce la proprietà a qualcosa che è e che non è … cotesto elemento sociale creato dalla rivoluzione che un giorno o l’altro assorbirà la borghesia, come la borghesia ha divorato la nobiltà.
[…]
  Vi è un capitolo nel libro di Balzac già citato, – l’ultimo della seconda parte – che s’intitola: Le triomphe des vaincus! Il generale De Moncornet che aveva combattuto sul Danubio contro gli austriaci, ove erano perite attorno a sé tutte le sue legioni di corazzieri, non ha nelle sue possessioni d’Aigues forze bastanti da lottare contro le piccole guerriglie dei campagnoli, e si vede costretto a mettere all’asta il suo castello se non vuole un giorno o l’altro incontrare la sorte del povero Michaud. Così i contadini vinti (perché taluni sono già arrestati come presunti autori dell’uccisione di questi, gli altri impediti dalla imponente forza governativa di devastare i boschi del generale) giungono con sorde manovre a ridurlo alla risoluzione disperata di tornare a Parigi. – Anche nella commedia di Sardou vi è questo inevitabile triomphe des vaincus; e per quanto contrario dalle proprie intenzioni, l’autore se l’è lasciato scappare di bocca proprio nell’ultime parole. Alors, dice il Barone a Morisson, vous retournez à Paris? E Morisson: Ah ! … Je me le demande si j’y retourne !
  Ma che c’importa di ciò? Il poeta ha cavato dal suo soggetto tutto quello che aveva intenzione di cavarne, cioè scene umoristiche deliziosissime, scene delicate e spiranti un profumo di primavera, scene ardite, forti, commoventi all’ultimo grado … Non curiamoci d’altro.

  Vincenzo De Castro, Della vita e delle opere di Paolo Emiliani Giudici, «Rivista Contemporanea Nazionale Italiana», Torino, Presso Augusto Federico Negro Editore, Volume XLVII, Anno XIV, Fascicolo CLVI, Novembre 1866, pp. 185-215.

  p. 203. Una nuova gloria dell’Italia, gloria che può dirsi un’espansione della sua vecchia gloria nel novellare, avrebbe toccato il Giudici; e i Promessi Sposi, il Marco Visconti, i romanzi dell’Azeglio e del Guerrazzi avrebbero ottenuto i primi onori nel convito imbandito da lui. Il Manzoni ha fatto solo un romanzo, e Walter Scott, Balzac, la Sand le Serque. Il Manzoni rinnegò il genere del lavoro e l’opera; gli altri, scrivessero di genio o per danaro, riuscissero o no, si tennero cari i loro parti; e tuttavia il Manzoni è glorioso quant’essi. Il Grossi lo vince di effetto, non di efficacia. L’Azeglio è paesista anche scrivendo; dipinge siffattamente che non vide me’ di me chi vide il vero, e quando ne’ suoi paesi gli piace gettare una figura umana, te la dà spiccata e viva come la natura. Del Guerrazzi non si può dir tanto che basti. Fecondo come Balzac, e più variato di lui, egli va dal lirismo byroniano della Battaglia di Benevento al fantastico di Fides, dall’umoristico del Moscone e del Buco nel Muro all’austerità storica del Pasquale Paoli.


  Alessandro Dumas, [Ferdinando] Petruccelli della Gattina, Il Conte di Mazzara o Lo Jettatore per Alessandro Dumas e Petruccelli della Gattina, Milano, Fratelli Ferrario, s. d. [1866].


  p. 68. Il conte pareva ringiovanito di venti anni. Era tutto passione e poesia. La musica, passando attraverso ai suoi sensi, pareva esser penetrata sino alla sua anima. La vita, che di solito pareva nascosta e concentrata dentro al suo cuore, ne traboccava a torrenti. Mi snocciolò con enfasi, l’un dopo l’altro, varii brani del Meli, l’inimitabile Anacreonte della Sicilia, di Vittor Hugo, di Lamartine, di Byron, di Aleardi, e scene intere di Enrico III di Dumas. Mi fece cento ritratti delle sue conoscenze europee, i cui nomi sono su tutte le labbra; poichè ciò che chiamasi mondo non è in realtà, siccome l’ha così ben detto Balzac, che una cifra di tre o quattrocento persone sparse ne’ due emisferi.


  Paolo Ferrari, Artista e cospiratore. Scene della vita italiana dopo il 1831 per Paolo Ferrari. Volume unico, Milano, Tipografia di Giuseppe Redaelli, 1866.

  Parte prima. Capitolo XII, pp. 244-264.
  p. 260. La contessa Olga se ne stava tuttora in letto leggendo un recente romanzo di Balzac, quando le fu recata una lettera.

  Giuseppe Giusti, Una chiacchierata ai lettori di Dante, in Scritti vari in prosa e in verso di Giuseppe Giusti per la maggior parte inediti pubblicati per cura di Aurelio Gotti, Firenze, Successori Le Monnier, 1866, pp. 173-178.
  pp. 174-175. Cfr. 1863.

  Michele Lessona, Méry, «Museo di Famiglia. Rivista illustrata», Milano, tip. di G. Redaelli, Anno VI, Vol. VI, 8 Luglio 1866, p. 423.
  Il regno di Luigi Filippo è l’età dell’oro della letteratura francese. Vittor Hugo, Dumas, Thiers, la Sand, Alfred de Musset, Béranger, Balzac, Guizot, Soulié, Sue, Delavigne, Chateaubriand, sono scrittori ciascuno de’ quali avrebbe potuto solo dar lustro al suo tempo: e tutti quegli uomini scrissero contemporaneamente, e con essi una schiera numerosa d’altri pure segnalati, Scribe, Janin, Gauthier (sic), Sandeau, la signora Girardin, la signora Desbordes-Valmore, ecc., ecc.
  In quel tempo visse Méry, e nella onorata schiera seppe segnalarsi.

  P.[aolo] Lioy, Racconti contemporanei. Parere ed essere (Cont.), «L’Emporio Pittoresco. Giornale settimanale», Milano, Anno III, N. 86, dal 22 al 28 Aprile 1866, pp. 679-683.

  La citazione che qui sotto riportiamo, potrebbe forse essere una vaga reminiscenza balzachiana del romanzo Le Lys dans la vallée

  p. 682. E svenne [Maria]. Ma sul suo aspetto scolorito, sulla sua testa, che colle treccie disciolte si disegnava tra le bianche lenzuola, gli angeli scossero le loro bianche ale invisibili; sprigionarono, dalle forme in cui l’inesperta natura aveala deturpata, l’armonia celeste di quei lineamenti; e Maria apparve bella come il giglio della valle che scuote verso l’alba il suo calice profumato.


  F. Martini, Conversazioni artistiche. La caricatura antica, «Museo di Famiglia. Rivista illustrata», Milano, Anno VI, Vol. VI, N. 3, 21 Gennaio 1866, pp. 43-44.

  p. 44. Quanta differenza dall’Avaro di Plauto al Grandet del Balzac: quanta distanza da Timone ad Alceste, da Frine a Maria Duplessis!


  Giuseppe Mastriani, Doveri della donna. Lezioni di Giuseppe Mastriani, Napoli, Stamperia dei Classici italiani, 1866.  

  pp. 82-83. Leggete le pagine di Rousseau, di Balzac e di Leopardi, e vedrete come, non tristi uomini essi stessi, vi fanno stringere il cuore e parere il mondo un antro di belve. Contro di costoro, o per meglio dire, contro di questa barbara opinione, deve la donna sorgere con la sua fede sincera e gagliarda; e, come abbiamo detto che ella col suo amore deve fare che altri ami, così con la sua fede al bene, alla virtù e alla giustizia, deve fare gli altri credenti in esse. E ciò massimamente contro le parole e le teoriche di certi uomini, che diconsi uomini di mondo e sono d’inferno, i quali tentano dimostrarvi la follia del sacrifizio e la vanità dell’annegazione.


  B.[iagio] Miraglia, Vittoria Colonna e Michelangelo, in Introduzione alla scienza della storia con altri scritti editi ed inediti di B. Miraglia da Strongoli, Direttore Capo di Divisione al Ministero degli affari Interni, Torino, Stamperia dell’Unione Tipografico-Editrice, 1866, pp. 214-222.

  (Torino, febbraio 1860).
  p. 214. Le odi di Victor Hugo e di Lamartine, le più vecchie canzoni e le tetre fantasie della Musa nordica, i romanzi di Balzac e le traviate di Dumas, dalle Alpi alla estrema Sicilia, sono – chi nol sa? – il cibo quotidiano, il più dolce ricreamento de’ nostri studiosi e delle nostre damine dalle calze azzurre; ma i santi amori di Vittoria Colonna, che non ruppe mai fede al marito, benché lo perdesse nel fiore degli anni, come puossi pretendere, santi numi! che non annoino ne’ nostri tempi? Ed è naturale. Chi è immerso nella nebbia densa della valle non vede e non può respirare l’etere purissimo e luminoso che fascia la cima della montagna.

  Emmanuele Rocco, L’elitropia, in Bazzecole di Emmanuele Rocco, Napoli, Stabilimento tipografico, 1866, pp. 35-39.

  p. 37. Toltomi di dosso questo ingiurioso sospetto, vi dirò io che cosa vorrei fare se fossi possessore dell’anello di Gige o di quel di Angelica, del bastone di Balzac o della nube di Enea, tutte varietà dell’unica e vera elitropia.


[1] Segnalato e analizzato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 515. L’opera è presente nella Biblioteca Centrale della Regione Siciliana di Palermo.
[2] Pubblicato successivamente in: Il Teatro italiano contemporaneo. Saggi critici di Luigi Capuana nuovamente raccolti e riveduti dall’autore. Teatro italiano contemporaneo. Teatro straniero. Letteratura, Palermo, Luigi Pedone Lauriel, editore, 1872, pp. 268-275. Sui riferimenti a Balzac presenti nell’opera critico-letteraria di L. Capuana, cfr. R. de Cesare, Capuana e Balzac, «Annali della Fondazione Verga», 14, 1997 (2001), pp. 49-115.

Marco Stupazzoni

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