giovedì 15 agosto 2013

 

1856


Traduzioni.

  [Balzac], La Società Parigina nei primi anni del Secolo XIX. Opera ridotta dal francese da G. L. Amore e civetteria. Volume unico, Napoli, Stabilimento tipografico di G. Cataneo, 1856, pp. 199. [1]

  Un volume in 16°. La traduzione, dovuta a Giuseppe Lubrano che si firma con le iniziali G. L. , come è indicato in un documento della Presidenza del Consiglio Generale di Pubblica Istruzione posto alla fine del secondo volume di questa storia della Società Parigina nei primi anni del secolo XIX, vale a dire la traduzione-riduzione del Père Goriot (che segnaleremo nella sezione dedicata all’anno 1857),  è condotta sul testo dell’edizione Furne del 1843 (oppure su quello dell’edizione Marescq et Cie, 1852-1855) e si configura come una nuova versione italiana de La Duchesse de Langeais, indipendente da quella pubblicata a Milano, nel 1836, presso l’editore Gaspare Truffi.


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  Come esplicitamente indicato nel frontespizio, questa edizione italiana del romanzo balzachiano rappresenta, in realtà, una riduzione operata dal traduttore sul testo originale francese. Abbastanza numerosi risultano infatti i tagli operati al corpus testuale di riferimento: si tratta di cesure dovute, probabilmente, all’intenzione di rendere l’opera meno prolissa in alcune sue parti descrittive e, di conseguenza, meno faticosa e più fruibile alla lettura da parte di un pubblico di diversa estrazione socio-culturale.


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  Nonostante la presenza di qualche libertà stilistica e di alcune interpretazioni testuali non sempre corrette e, a volte, alquanto discutibili e non prive altresì, in qualche caso, di infedeltà narrativa o di travisamenti esegetici, forse intenzionali[2], il testo in oggetto – il quale, come vedremo nelle sezioni successive, sarà preso a modello da entrambe le edizioni successive di Amore e civetteria pubblicate, rispettivamente, a Firenze (Salani, 1866?) e a Napoli (M. Lombardi, 1867) – può considerarsi nel complesso, pur con tutte le riserve del caso, sufficientemente aderente al modello originale. 


  [Balzac], Un Latinista (Frammento di Balzac dall’Album della cont. C. R. M.), «L’Album. Giornale letterario di belle arti», Roma, Tipografia delle Belle Arti, Anno XXIII, Distribuzione 9, 19 Aprile 1856, pp. 66-67; «Poliorama pittoresco. Opera periodica diretta a spandere in tutte le classi della società utili conoscenze di ogni genere e a rendere gradevoli e proficue le letture in famiglia», Napoli, Anno XVII, N. 21, 1856, p. 166. 


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Studî e riferimenti critici.

  Antidoto alle massime empie e sovversive. Serie di scritti tendenti a nutrir l’intelletto di sane dottrine ed a ringagliardire nel cuore i più nobili affetti, in Tesoro Cattolico. Scelta di Opere amiche e moderne atte a sanar le piaghe religiose e politiche che affliggono l’odierna società. Classe terza. Eloquenza, letteratura e varietà, Napoli, a spese della Società Editrice, Volume Quinto, 1856. 

CAPO XVIII.

 

  La morale della gnosi si rivela esplicitamente dagli eclettici, dai novatori e comunisti francesi. Le dottrine che paiono fermarsi al comunismo antiproprietario vanno a quello donnaiolo. Questo è gravido dei più rei e più antiumanitarii principii delle sette primitive. Satanno pare impaziente d smascherarsi, pp. 181-200. 

  pp. 186-188. All’epoca pertanto in cui spuntava, dopo la ristorazione così detta antirivoluzionaria, l’idea di una rigenerazione sociale liberale, pietistica per gli uni, scettica e sensualistica per gli altri, il matrimonio ebbe tosto a subire i suoi colpi tutti particolari. Poiché si facea della libertà sensuale una virtù, e una religione, il matrimonio, martello di tal religione asmodeana, non potea altro che venir in uggia alli spiritualisti carnali di nuova risma. Conveniva anzi tutto screditarlo, diffamarlo sotto qualunque forma; ed ecco che tal incarico si tolse una letteratura semiseria semicomica, che senza fare distinzione alcuna fra le leggi divine od umane, religiose o civili, buone o mendaci, sui maritaggi, si tolse a persuadere che il coniugio in genere è un’istituzione se non altro troppo perfetta per essere praticabile universalmente, e che perciò mancano al loro scopo le leggi e i governi che lo tutelano. Balzac fu dei primi e più vantati neoterici spiritualisti a lanciare scritti demolitori del matrimonio, fra gli altri la sua Physiologie du mariage, che corre ancora oggidì per tutto, e fa parte delle biblioteche della gente di mondo. Questo libro calcato sulle orme di Diderot, è inteso a insinuare che il matrimonio è contrario alle leggi della natura o almeno alle abitudini naturali, poiché esige tanta maturità di senno; che è ridicolo volere che uno stesso pensiero diriga due volontà, — che le donne interamente virtuose sono esseri di ragione, — che la fedeltà è impossibile, almeno all’uomo, — che l’adulterio occasiona mali più grandi che non faccia di bene il matrimonio, che bisogna far grandi riforme sulle leggi circa l’adulterio (nel senso s’intende della libertà) e rinnovar la facilità dei divorzi (Medit. 1). Il tutto è insinuato col correttivo di non volere scrivere né in favore né contro il matrimonio; coll’artifizio di celiar sempre e darsi l’aria di non cercar altro che materia di ridere analizzando le idee e i costumi della società; coll’appoggio di sua statistica fantastica colla quale si vuol calcolare e dimostrare che l’adulterio è pressoché lo stato normale dei coniugi almeno nel bel mondo. Le tesi pertanto sulle quali l’autore lavora sono: che il matrimonio comunque si esamini non è che una fonte di piaceri pei celibi, di noie pei mariti; che quello è un combattimento a oltranza, prima del quale due fidanzati chiedono la benedizione al cielo, perché amarsi sempre è la più temeraria delle imprese; che fatto il matrimonio il combattimento comincia, e la vittoria cioè la libertà rimane al coniuge più astuto [Ib.]. L’autore non omette in fine di supputare i vantaggi di questa corruzione; calcolando che un terzo della popolazione francese vive en criminelle conversations (sic), e che queste contribuiscono per tre milliardi al movimento circolatorio del denaro, conchiude che lo scemare tale libertà d’amore, produrrebbe uno scompiglio incalcolabile nella pubblica fortuna [Medit. 30). In conseguenza mentre ei fa un libro diretto in apparenza a insegnare ai mariti l’arte di difendersi dall’infedeltà delle loro donne, chiede riforme legislative che dietro le sue premesse non dovrebbero avere altro scopo che quello di organizzare la licenza dei celibi e dei coniugati. Se non grida spiegatamente abolite il matrimonio, proclamate la promiscuità, ei nondimeno presenta il matrimonio come una malattia, lo scritto come una monografia della malattia stessa; i suoi rimedi sono libertà per le figlie, schiavitù e inganni per le donne maritate, ai cui mariti esso dà consigli e suggerimenti che ridurrebbero le case coniugali in un inferno di sospetti e di gelosie, in una carcere di schiavitù mille volte più degradante e tetra dei serragli d’Oriente. Questo basti per ora a dar idea del libro; avremo da ritornare al Balzac, un dei più furbi nemici dell’istituzione nuziale, e uno dei più atroci oltraggiatori degli uomini e specialmente del sesso femminile, non meno nello scritto succitato che nei suoi romanzi e altri (sic) études de femme. Intanto menzionammo Balzac in particolare, perché quantunque lo scritto sia frivolo e fantastico, l’autore però gli volle dare un aspetto filosofico. Ei pretende analizzare l’istituzione del maritaggio, esporne il quadro, e confrontarla colla natura, epperò tale scritto tiene un luogo mezzano fra il razionalismo catedratico, e la letteratura immonda, a cui i saggi contemporanei rimproverano con troppa verità di non contentarsi d’ammorbare il cuore con imagini, e con colori lascivi, ma di giustificare ed onorare il vizio e la licenza, e avvilire a petto di quello il concetto delle virtù.

  Per questa seconda specie di demolitori dell’idea del matrimonio basta ricordare la Sand, Sue, Quinet (nel suo Asseverus), Lamartine nell’Ange déchu, e in altre lubriche sue opere, con l’infinita schiera dei romanzieri, dei drammaturgi, dei bei letteristi d’ogni taglio, occupati in non altro che in descrivere la generosità, la nobiltà di carattere delle prostitute, e nel deturpare tutta la classe delle figlie e donne oneste, con tanti scritti in cui l’adulterio e l’incesto son apertamente encomiati, e beffeggiata è la castità e pudicizia coniugale. Questa è una massa di belletta che insozza Francia e Allemagna, e ne va dilagata per tutt’Europa; son succhi di veleno che s’infondono nei cuori della gente d’ogni classe, e vi portano la perversione del senso morale uccidendovi l’idea e il sentimento d’onestà. La forma di tali produzioni è frivola, ma la sostanza non è solo corrompitrice perché lasciva, ma perché antisociale. […]. 

  pp. 194-195. Le tinte stesso e i chiaroscuri diversi dell’antico gnosticismo si riprodussero, e danno a trovare nelle dissidenze delle scuole e sette moderne l’unità del pensiero empio, antisociale, antiumanitario che mostrarono le antiche. Se, per esempio, i sansimoniani, i falansteriani e altri romanzieri o clubisti fecero inni e aspirazioni ad onor del sesso debole, e n’agitarono le menti col profetizzarne l’emancipazione, e poetizzar le bellezze della donna libera, sulle tracce di Simon Mago, altri su quelle di Saturnino vituperarono la donna e l’ingiuriarono orrendamente. Se codesti moderni, che non credono alla differenza fra il bene e il male, non poteano dire come quelli antichi che la materia è opera del principio maligno, che la donna è creatura del demonio, essi trovarono formole equivalenti per l’avvilimento del sesso donnesco. Il già citato Balzac primeggia anche in questo; la sua Physiologie du mariage e più l’altro Etude de femme sono la più sconcia calunnia contro la donna. Non si creda già che siano soltanto una satira dei difetti più o meno veri, più o meno comuni nel sesso debole; vi si cerca l’universalità, l’originalità d’una natura diresti per se (sic) maligna.

  Da Balzac la donna non ha che un elogio, tristo elogio! d’essere cioè un delicieux instrument de plaisir pour l’homme; ma esso rappresenta la custodia di tale stromento sì difficile, che direbbesi impossibile. Sulle virtù della donna ei non fa assegno; une femme vertueuse est stupide ou sublime. La vertu des femmes est peut-être une question de tempérament. Perciò tutto il suo scritto è diretto ad amar (sic; lege: armar) i mariti di astuzie e di mezzi acciò dispongano per le donne una schiavitù, che dicevamo più vile di quella degli harem orientali, una schiavitù tutta di sospetti, di menzogne, d’inganni. La femme est un esclave qu’il faut savoir mettre sur un trône. Con tali dati ei va deplorando il vizio del nostro ordine sociale, invocando, come vedemmo, già riforme di legislazione sulla pudicizia femminile e sui maritaggi; evidentemente esso ne argomenta dal credere impossibile la virtù di quello che per maggiore dispregio esso chiama le petit sexe, e dal riguardare come inevitabile la offesa dei diritti del marito. Avvegnaché ricadano anche sul sesso maggiore in gran parte gl’insulti di quel misantropo sardonicamente faceto, l’opera sua però è diretta a scusare o encomiare la dissolutezza del sesso maschio, e a preparargli docili e sicuri stromenti e vittime dei suoi diletti; le donne rimangono il patrimonio di Satanno e degli Asmodei incarnati, quali l’autore suppone essere gli uomini. Fra gl’insultatori contemporanei del sesso debole Freibel, promettendogli emancipazione, determinava il carattere della libertà di che lo volea dotare, dicendola: La liberté des Négresses d’Afrique, e tale è in sostanza il pensiero di Balzac nel proporre libertà senza freno alle figlie, e vedove, e schiavitù a quelle che vennero in possesso d’un uomo. 

  pp. 198-199. I romanzieri, i drammaturgi si danno volentieri come gli interpreti di Satanno in persona, ora fingono visioni diaboliche, ora introducono nelle loro favole personaggi demoniaci, ai quali attribuiscono le dottrine e le opere della nuova rigenerazione sociale tendente alla diabolizzazione del mondo, come dicono, per antinomia all’antico diritto divino. Questi mefistofeli riempiono le leggende, i poemi e i romanzi moderni, e Balzac non obbliò questo mezzo di ravvivare le imaginazioni dei lettori nelle sue scritture succitate; ei diede alla sua Physiologie l’aria di una rivelazione satanica (v. Introduction).


  Balzac ed il suo scrigno, «Il Fuggilozio. Giornale di amena letteratura», Milano, per Borroni e Scotti, Anno 2°, N° 1, 5 Gennaio 1856, p. 480.

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  Balzac dimorò qualche tempo in Milano, accolto ospitalmente in molte famiglie. Una sera in casa della contessa M. … (con cui, sia detto fra parentesi, galanteggiava in modo poco decoroso) raccontò il seguente aneddoto.

  «Una notte fui desto da un cigolio che udiva nella vicina mia stanza di studio, e accompagnato da parole sommosse: m’accosto al buco della chiave e vedo due scellerati che, scavezzata la serratura del mio scrigno, stavano aprendone i cassetti. Allora diedi in un sonoro scroscio di risa. I ladri si volgono esterefatti, ed io, aperto l’uscio, a ridere più sgangheratamente.

  – Di che cosa ridete? sclamò finalmente uno di quei mariuoli.

  – Di che cosa? Oh! bella, risposi; siete due minchioni a venire così di notte, col rischio della galera, a cercar denari in un mobile, nel quale non ne posso trovare io stesso che vi frugo di giorno e con tutta comodità».


  Alfonso Karr, «Il Fuggilozio. Giornale di amena letteratura contemporanea», Milano, Borroni e Scotti Tipografi-Librai, Anno 2°., N°. 4°., 26 Gennaio 1856, pp. 62-64.

  p. 62. Balzac, in uno de’ suoi libri, colloca Enrico Karr [padre di Alphonse] nel numero de’ grandi maestri tedeschi.


 Matrimonio della Cruvelli, «Corriere delle Dame», Milano, Anno LIV, Num. 5, 28 gennaio 1856, pp. 28-29.

 p. 29. Non è questo un bel capitolo della Commedia umana di Balzac?


 Dove ci menano?, «Italia e Popolo. Giornale politico», Genova, Anno VI, Num. 130, 10 Maggio 1856, pp. 489-490.

 p. 489. Nella lunga serie di romanzi in cui Balzac ha preteso narrare la storia intima della società e che perciò ha chiamato la Commedia Umana, vi hanno certi personaggi ch'egli sembra prediligere e che ama presentare ripetutamente ai lettori in molte delle sue narrazioni sotto nomi e forme differenti. Uno dei più celebri fra questi è il prototipo del Malandrino che successivamente s'incarna in Vautrin, nell’abate Herrera, nel galeotto Gabba-la-Morte e finalmente in un poliziotto.

  Cominciamo col dire esser lontano da noi il pensiero di fare agli avversarii nostri l’applicazione dei distintivi morali del protagonista di Balzac, chè ripugna alla natura nostra di ricorrere alle ingiurie; ma confessiamo che nel vedere la rapidità e la destrezza delle frequentissime trasfigurazioni del partito monarchico, conosciuto fra noi sotto il nome d’italianissimo, non ci siamo potuti trattenere dal ricordarci la meravigliosa virtù di trasformazione, di cui Balzac ha dotato quel suo tipo di alta mariuoleria.


  Federico Soulié, «Il Fuggilozio. Giornale di amena letteratura contemporanea», Milano, Borroni e Scotti Tipografi-Librai, Anno 2°., N°. 20°., 17 Maggio 1856, pp. 318-320.

  p. 318, Nel numero dei moderni romanzieri di Francia non va dimenticato il celebre autore delle Memorie del Diavolo. Senza essere fisiologo come Balzac, appassionato come Giorgio Sand, fecondo come Alessandro Dumas, e drammatico come Eugenio Sue, egli fece nondimeno prove in ciascun genere di letteratura: ebbe ed avrà il suo pubblico ed i suoi ammiratori.


 Notizie. La rivolta dei sei, «Italia e Popolo. Giornale politico», Genova, Anno VI, Num. 142, 23 Maggio 1856, p. 539.

 Se oggi riveriamo il corpo degli studenti, lo flagelleremmo domani quando fosse invilito, quando il tarlo della corruzione vi avesse posto sopra il suo dente. Balzac nel 1840 scriveva degli studenti di Parigi “cette jeunesse des écoles éclatera comme la chaudière d’une machine à vapeur”. Se questa predizione non dovesse avverarsi pei nostri studenti, gli compiangeremmo come una povera pianta inaridita e buona da gettarsi sul foco.


  Leone Gozlan, «Il Fuggilozio. Giornale di amena letteratura contemporanea», Milano, Borroni e Scotti Tipografi-Librai, Anno 2°., N°. 22°., 31 Maggio 1856, pp. 351-352.

  p. 352. Visse lungamente nella intimità di Balzac, e pubblicò sulla Rivista Contemporanea, alcuni curiosi particolari sopra Jardies, villa costrutta con disegno del grande romanziero, e che voleva arricchire con tutte le meraviglie dell’arte.

  Un dì gli chiese un amico:

  – Sai di che mal morisse Balzac?

  – Di quaranta volumi, rispose il nostro eroe.

  Gozlan rispetta l’arte sua, e le dedica una adorazione costante. Le sue più piccole produzioni sono castigate e corrette con infinita cura. Al pari di molti letterati, s’alza alle due del mattino, si tien desto con frequenti tazze di caffè, e lavora fino alle nove; dedicando il resto della giornata agli affari, alle cure della vita ed ai divertimenti.


  Mosaico, «Il Cronista. Pubblicazione settimanale di Ciro D’Arco», Torino, Presso la Direzione del “Cronista”, Anno I, Numero 1, 6 luglio 1856, pp. 61-64.

  p. 63. Quando il signor di Balzac venne in Italia raccontò una sera in casa M. il seguente aneddoto:

– Una notte mi trovavo a letto, ma la stanchezza m’impediva di dormire. Odo un lieve rumore vicino ad uno scrittoio, e dopo un po’ di cigolio veggo che uno scellerato sta scavezzandone la serratura. Allora mi metto a ridere ad alta voce. Il ladro resta un momento esterrefatto: ed io di nuovo a ridere più sgangheratamente.

  – Di che cosa ridete? sclamò finalmente il ladro.

  – Di che cosa, oh bella! risposi: siete un bel minchione a venire così di notte, col rischio della galera, e con un grimaldello a cercare dei denari in un mobile nel quale non ne posso trovare io stesso che vi frugo di giorno e con tutta comodità.


  Sainte-Beuve, «Il Fuggilozio. Giornale di amena letteratura contemporanea», Milano, Borroni e Scotti Tipografi-Librai, Anno 2°., N°. 29°., 19 Luglio 1856, pp. 462-464.

  p. 464. Del resto, egli non è mai imparziale. Loda Giulio Janin perché lo teme: sprezza Vittor Hugo dopo averlo lodato, per le ragioni che lo indussero ad abbandonar la sua casa: trova che Méry non è poeta, perché rifiuta di stringergli la mano: e, per stolta invidia, morde Balzac, il più gran fisiologo francese.


  Avvisi, «Il Diavoletto. Giornale Triestino», Trieste, Anno IX, N. 272, 3 Ottobre 1856, p. 1086. 

  Nella farmacia sempre chiusa del Bon tempo trovansi vendibili i seguenti medicinali per lo spirito:  

  L’Elisir di lunga vita, di de Balzac. [...].


  Champfleury, «Il Fuggilozio. Giornale di amena letteratura contemporanea», Milano, Borroni e Scotti Tipografi-Librai, Anno 2°., N°. 47°., 22 Novembre 1856, pp. 751-742.

  p. 751. Amante, com’era, dei libri, Champfleury facea ragione che solo il mestiere del libraio potesse pienamente appagare i suoi gusti per la lettura. Pertanto, un bel mattino, prese la via per Parigi, quivi in qualità di fattorino fu ricevuto presso uno dei principali negozii di libri, che specialmente accudiva allo spaccio delle opere di Sue e di Balzac.


  Due parole alla Gazzetta di Genova, «Italia e Popolo. Giornale politico», Genova, Anno VI, Num. 341, 9 Dicembre 1856, p. 1333. 

  [...] la Gazzetta stessa in una delle mille incarnazioni che come Vautrin o Macaire ha subito nei suoi sessanta anni di vita.

  Balzac, che conosceva molto gli uomini e qualche poco le donne, scriveva che in un certain âge la femme est accablée par les souvenirs. La Gazzetta di Genova è donna, e di più donna in quell’età di cui parla Balzac.


  La casa di Balzac, «L’Anello. Giornale per tutti», Trieste, Anno I, N. 11, 17 Decembre 1856, p. 43. 

  Furono vendute Les Jardies, quel casino di campagna, impossibile ed inabitabile, tuttavia abitato per parecchi anni dal più profondo de’ romanzieri francesi, da Balzac, il quale ne aveva egli stesso ideato il disegno. L’immaginazione del poeta aveva arredata qualche casetta in guisa splendida ed incantevole: se non che le mobilie meravigliose, non meno che i quadri, i quali ne dovevano adornar le pareti, non furono mai se non nelle indicazioni, tracciate col carbone da Balzac sull’intonaco de’ muri. Leggesi sopra un muro destra: Mensola alla Luigi XV; di fronte: Due poltrone alla Luigi XIV; più in alio, entro una cornice supposta: Raffaello; e a’ lati: Téniers o Rembrandt. Tutte le stanze sono addobbato presso a poco nella stessa guisa: soltanto, per gli usi temporanei della vita ordinaria, vedevasi qua e là qualche sedia di paglia, e simulacri di mobilie di legno bianco. Ma la vera ricchezza di quell’abitacolo è la memoria di Balzac. Fra cent’anni, se les Jardies non saranno distrutte, vi si porrà una bella lastra di marmo, con un’iscrizione in lettere d’oro; Qui scriveva Balzac. Intanto il Comune di Ville-d’Avray lasciò passar lo stabile nelle mani di non so qual imprenditore, che deve piantarvi pel prossimo anno un’osteria, con feste da ballo campestri, in cui rochi tromboni ed ignobili clarinetti strilleranno assurde quadriglie e faranno ballare contadini avvinazzati con Maritorne di villa. Che è mai la gloria! E la signora di Balzac non vende fino all’ultimo suo abito di seta per impedire tal profanazione della memoria d’un grande scrittore, dell’autore de’ Parenti Poveri, di Papà Goriot, della Peau de Chagrin, e di altri trenta capolavori! Rabelais e Molière s’erano fusi in Balzac. Egli morì per aver troppo lavorato la notte: non si discaccia impunemente il sonno per vent’anni. Egli stesso fece il suo epitaffio:

Ci git qui mourut étouffé

Sous mille kilos de café!

 

  Memorie funebri antiche e recenti offerte per la stampa all’Ab. Gaetano Sorgato, Padova, coi tipi del Seminario 1856.

  pp. 163-164. Al pennello dei Balzac e dei Sue darebbero vasta materia i tanti romanzeschi avvenimenti, le tante lusinghiere distinzioni e compensi che segnalarono il soggiorno del Pacchierotti in Inghilterra ininterrottamente continuato fino al 1784; sendo cosa pur troppo comune che s’abbiano a vedere festeggiati e rimunerati con esuberanza piuttosto i genii che divertono, che i veri benefattori dell’umana famiglia.


  Edmondo About, Matrimonii di Parigi di Edmondo About. Il Cantico dei Greci – Cecilia. Novelle premiate dalla Società dei Letterati di Francia. Traduzione di Giovanni de Castro, Milano, presso la Libreria di Dante, 1856.

   pp. 14-16. Tutto il quartier latino conosceva Leonzio.

  Niuno al mondo sospettava l’esistenza di Matteo. Io andava a trovarli, quasi ogni giovedì e ogni domenica, i due giorni in cui ci è permesso di uscire. Mi davano dei libri da leggere. Matteo aveva un culto per Giorgio Sand, Leonzio era fanatico di Balzac.

  Il giovine professore divagavasi nella compagnia di Francesco, della piccola Fadette, del buon uomo Pazienza. La sua anima semplice e grave piacevasi a rifarsi colla romanziera per i solchi rossigni dell’aratro, ad entrare nei cantieri, a sedersi sotto gli annosi castani che ombreggiano la Palude del diavolo.

  La fantasia irrequieta di Leonzio seguiva tutt’altra via. Vaghissimo di metter fondo ai misteri della vita parigina, assetato di piaceri, avido di bagliore e di frastuono, aspirava dalla lettura dei romanzi di Pascal un’atmosfera inebbriante come il profumo di una serra calda.

  Egli seguiva con occhio incantato le singolari fortune dei Rubempré, dei Rustignac (sic), degli Enrichi de Marsay, entrava in quel mondo, s’investiva in quei caratteri, assisteva ai loro amori, ai loro duelli: trionfava e perdeva con essi.

  Poi andava a guardarsi allo specchio, e si domandava: – Erano cotestoro migliori di me? Forse non valgo io quanto essi? Che m’impedirebbe di riuscire com’essi sono riusciti? Ho bene la loro bellezza, il loro spirito, e un’istruzione, ch’essi non ebbero mai, e meglio ancora la coscienza del dovere. Imparai fin dal collegio a distinguere il bene dal male. Io sarei un de Marsay meno i vizii, un Rubempré senza Vautrin, un Rustignac scrupoloso: qual avvenire! Tutti i godimenti del piacere e tutto l’orgoglio della virtù!

  Allorquando i due fratelli, l’occhio semichiuso, interrompevano la loro lettura per ascoltare qualche voce interiore, si poteva scommettere cento contro uno che Leonzio udiva il tintinnio dei milioni di Nucingen o di Gobseck, e Matteo l’agreste suono delle campanelle che annunciano il ritorno del gregge.

  p. 40. – Tu stai per giuocare un gran giuoco, gli disse stringendogli la mano. Se Boileau non fosse uscito di moda come le pettinature del suo tempo, esclamerei quel suo verso:

  Di perigli è fecondo il mar che corri!

  – Bah! non si tratta ora di Boileau, ma di Balzac. Questo mare che corro è fecondo di ereditiere. Riposa su di me, fratello; se una sola ne restasse al mondo, quella sarebbe mia.

  p. 46. – Leggi tutti questi nomi, mi disse egli, e vedrai se ho gettato la rete ai passeri!

  Io meravigliai di non vedere che nomi della Chaussée-d’Antin. Perché cosiffatta preferenza? Gli eroi di Balzac andavano al sobborgo Sant’Antonio!

  – Essi avevano le loro ragioni, disse Leonzio; io ho le mie per non andarvi. Il mio nome e il mio titolo ponno valermi alla Chaussée-d'Antin; mi nuocerebbero forse al sobborgo San Germano. S’annunzi un marchese in una conversazione della via Lafitte, cinquanta persone guarderanno la porta della via dell’Università e nessuno leverà gli occhi. E poi tutti i nobili di vecchio stampo si conoscono e s’intendono; essi saprebbero issofatto ch’io non sono del loro sangue. Non mi si domanderebbero le mie pergamene, ma si andrebbe dicendo che non le videro mai. Il mio marchesato tornerebbe in fumo, e dovrei cercar fortuna altrove.

  Del resto, le grandi fortune sono rare in questo sobborgo dell’alta nobiltà.

  Io mi sono informato: ve ne ha centocinquanta sì antiche che tutti le conoscono; sì nette, sì chiare, stabilite sì bene al sole che tutti le vagheggiano; e quindi venticinque aspiranti per ogni ereditiera.

  Ci avrei buon giuoco ad essere il ventesimosesto.

  Ma io non mi lascio prendere.

  Guarda invece la Chaussée-d’Antin, qual differenza!

  pp. 64-65. – Il danno non è poi così grande, credetemelo. Una pastorale enfatica, un’aria da zampogna, suonata col flauto. Voi possedete qualche cosa di meglio in Francia. Vi piace Balzac? È il mio autore prediletto.

   p. 67. – Benissimo, se fossi scapolo! Mio povero amico, si conosce sùbito che tu vivi in una botte, che non sai che cosa sia il mondo. Balzac ha provato da molto tempo che scapolo si può giungere a tutto, ma che maritato, le proprie forze deggiono lottare contro le somme della cuoca e il libro dei conti. Ah! tu vuoi ch’io lavori tra una donna, un cognato, una cognata ed i figli che verranno; assediato dalla famiglia, e imprigionato con tutta questa gente in un appartamento di quattrocento franchi. Vi soffocherei!


  Virginio Angeli, Il “Messaggier di Parigi”, nuovo Giornale compilato da Italiani in Francia, «Lo Spettatore, Rassegna letteraria, artistica, scientifica e industriale», Firenze, Anno secondo, Numero 43, 26 ottobre 1856, pp. 522-523.

  La Corsa a Vapore sui Feuilletons di Parigi nella quale, poco consentaneo al titolo, il sig. Ferrari spende due colonne per farci sapere che Balzac, Souvestre e Soulié sono morti, e che Sue è nel Belgio, che Hugo contempla nel passato l’avvenire, che la Sand scrive riviste letterarie, che Dumas si riposa, e che Montépin, Robert, Forville hanno preso il loro posto nelle appendici dei giornali, e che Feval ha venduto a Girardin un nuovo romanzo in dodici parti da settantanove feuilletons per cadauna, intitolato le avventure della sig. Gilblas. Tale è lo stato della letteratura in Francia?


  Arminio, Rivista di Parigi. Lettere settimanali, «Il Messaggere di Parigi. Giornale non politico», Paris, Anno primo, N° 4, 25 ottobre 1856, pp. 1-2.

  p. 1. Aspettiamo con impazienza i Miserabili di Vittore Hugo. […].

  Vittor Hugo ha finito? di scolpire in pietra: il monumentale è il suo genere: quello che ora ha impreso a scrivere è una pagina sfuggita a Balzac, il grande analitico. Or a me sembra che ad Hugo sia più facile ricostruire Parigi, che analizzare la società contemporanea.


  Arminio, Rivista di Parigi. Lettere settimanali, «Il Messaggere di Parigi. Giornale non politico», Paris, Anno primo, N° 10, 6 décembre 1856, p. 1.

  Mi domanderai quali sono i titoli per aspirare al seggio Accademico: tutti e nessuno. Te lo spieghi il fatto seguente.

  Ho chiesto ad un tale per qual titolo aspirasse: ad essere dei 40.

  Oh! bella! perché non lo sono, rispose con una ingenuità assai cinica.

  Si diviene Accademico a proposito di tutto e a proposito di nulla.

  Diderot, Gian-Giacomo Rousseau, Molière, Beaumarchais, Balzac non poterono essere ammessi.


  Giuseppe Bianchetti, Sopra i romanzi storici [settembre 1830], in Alcune lettere di Giuseppe Bianchetti, Trieste, dalla Tipografia Andreola, 1856, pp. 138-168. 

  p. 161. Il bel romanzo storico del sig. Onorato Balzac l’ultimo Chouan ha fatto dire alla Revista enciclopedica di Parigi: «Possiamo asserirlo, noi non conoscevamo nè la Brettagna, nè il governo direttoriale in provincia, nè la Vandea spirante, nè l’emigrazione cospiratrice avanti di avere letto l’opera del sig. Balzac».


  Girolamo Boccardo, Teatro moderno. Suoi pregi e vizii morali, sua riforma necessaria, e quale. Dramma romantico odierno, in Memoria del signor Girolamo Boccardo in risposta al quesito «Considerata l’influenza morale e fisica che hanno avuto sull’umano consorzio gli spettacoli, i giuochi ed altri divertimenti privati e pubblici, diurni e notturni, presso i popoli antichi e moderni, e considerata l’imprescindibilità di alcuni di essi stante le varie costituzioni sociali e la condizione dell’umana natura, quali sarebbero da escludersi, quali da incoraggiare, e con quali mezzi dirigerli al miglior bene della civiltà attuale?» proposto dall’I. R. Istituto lombardo di Scienze, lettere ed arti con programma del giorno 30 maggio 1854 premiata nel Concorso biennale dell’anno 1856, Milano, coi tipi di Giuseppe Bernardoni di Giovanni, 1856, pp. 117-118.

  § 86. Dalla Francia vennero fuori in gran numero cotesti sedicenti creatori d’un nuovo teatro; e così doveva essere, perché il francese ingegno fu sempre il più acconcio alle male come alle buone imitazioni, ai volgarizzamenti, alle esagerazioni delle idee italiane o germaniche. Ma se i primi imitatori francesi gravemente peccarono e come artisti e come moralisti, peggio poi di mano in mano che scendiamo la scala degli imitatori di imitatori, Vittore Ugo (sic), Balzac, Dumas, Sand, Vigny, Scribe hanno vizii tanto più imperdonabili quanto maggiormente in essi risplende la divina favilla dell’ingegno; e il secolo porta inverso a loro ben scarso obbligo di riconoscenza. Ma che diremo di quegli eunuchi ingegni, di quelle stemperate fantasie, di quelle anime grette ed irose, di quelle menti falsate e superbe, che cogliendo tutto il vizioso, esagerato e strano frasario di quei loro maestri, non hanno tampoco, a loro scusa, l’arditezza e la potenza di chi, primo o, al più, secondo, si scaglia contro tutti i principii della moralità quasi fossero pregiudizii ed errori?


  [Antonio Bresciani], Conclusione, in Lorenzo o il coscritto. Racconto ligure dal 1810 al 1814, «La Civiltà Cattolica», Roma, coi tipi della Civiltà Cattolica, Anno Settimo, Vol. Terzo, 18 Giugno 1856, pp. 148-162.

  pp. 154-157. I romanzi che c’innondano non parlano più d’amore, ma di un freddo calcolo d’espugnar la fortezza con una tattica infernale, marciando diritto colle parallele della trincea a battere in breccia qual è baloardo più munito e sicuro. E perocchè il vizio è sempre deforme d’una bruttezza sua propria, l’arte de’ romanza tori odierni si è di scambiar le parti, e barattare i nomi con una ciurmeria, ond’hanno l’incetta essi soli, appellando vizio la virtù e virtù il vizio; per tale che chi ha letto uno di que’ Romanzi, non solamente giudica lecito ogni libito, ma sì, oltre che lecito, il reputa dicevole, onorando, e se Dio ci salvi, anco santo, angelico e celeste. Indi voi leggete continuo titolare de’ più venerati e augusti nomi la dama nell’atto stesso di venir meno al più sacro de’ suoi doveri, chiamandola continuo – Angiolo mio, Madonna mia; bella come la santa Cecilia di Raffaello, schiva come l’Annunziata del Guercino, pura come l’Immacolata di Guido; cose da inorridire al pur pensarlo! E nondimeno i romanzi del Balzac, del De Vigne, di Vittor Ugo (sic), dei Dumas, di Federico Soulier (sic), di Paul de Cock (sic), di Carlo Didier, e quelli ond’è non di rado sozza la Rivista dei due Mondi, sono pieni zeppi di coteste deificazioni dell’adulterio; né orridiscono a porle persino nei pubblici ritrovi del vizio.

  Non s’attengono però soltanto a cotesta profanazione dei nomi, i quali abbellano la religione dello Sposo delle Vergini; ma con una filosofia, di che arrossirebbe Epicuro, vanno sottilmente sillogizzando intorno alle più rare passioni del cuore umano, e sottilmente cercandole, notomizzandole, irraggiandole d’una luce limpidissima e tersa tanto, che le rende eteree come le emanazioni del sole. Per questa guisa hanno sollevato a una metafisica satanica gli effetti d’un sorriso, d’uno sguardo, d’un alito, d’una mossa del sopracciglio, d’una ruga in fronte. Il tono della voce, l’ugna e il polpastrello delle dita, il tornimento della mano e del braccio, la piccolezza del piede, il color de’ capelli, è loro cagion preziosa di interminabili inquisizioni, e vi discorron sopra con tanta analisi, che risciolgono e ricompongono quegli atomi voluttuosi in uno stillato sì elementare, ch’è più aerino delle quintessenze e della luce; ma inchiude in sé tanto mortali principii, quanti non ne contiene in sé medesimo il più sottile veleno della natura.

  Pochi mesi or sono in uno di cotesti romanzi èssi tanto filosofato sopra il bacio, e analizzatane la sostanza, gli accidenti, le elevazioni, i misterii, le armonie, le voci, i concetti, le bellezze, il raggio e i trascendimenti d’ogni senso sublime, che tante pagine non occuperebbe il più valente teologo a ragionar della natura delle pure intelligenze angeliche; anzi l’impronto scrittore usa in cotesta sua ebbrezza i termini più ricevuti nella divina scienza, deviandoli ad adombrare quelle stoltizie. Sicchè, dove lo scrittore cristiano disprofana colla casta sua penna eziandio ciò che suol comunemente esser pigliato in senso non buono, i voluttuarii de’ nostri dì per opposito deturpano ciò che per sé sarebbe innocente.

  Questa filosofia diabolica penetra ed anima tutti i romanzi moderni che ci vengono d’oltremonte e d’oltremare, e non dissimula ch’è una scuola di Satana; anzi bene spesso egli è introdotto a dettare come maestro le più perverse massime di scostumatezza, vestite coi colori più vaghi dell’ascetica e della mistica del piacere, con induzioni malignamente rivolte a provare i più neri delitti contro l’onestà, esser virtù elette e degne degli animi gentili e dilicati.

  L’onesta donna che legge nel silenzio del suo stanzino uno di que’ romanzi, sentesi sopraffatta da quella sagace dialettica delle passioni più raffinate, che le travolge in capo l’idea del bene e del male, del diritto e del torto, del vero e del falso, e d’ordinario esce da quella lettura col cuor pervertito: l’orrore del misfatto le vien tolto da quell’apoteosi che l’indìa, e gliel fa apparire folgorante d’una luce celeste che si spande in torrenti e innonda l’anima d’un diletto inestimabile.

  Aggiungi che cotesti romanzi, alla deificazione dell’ordura più sordida e stomacosa, intrecciano mille altri vituperii e malefizii ornati sempre di bello e vago sembiante, onestando gli omicidi, le congiure, l’irreligione, la mislealtà, il duello, il socialismo, il comunismo, lo stato selvaggio, i giuramenti e le perfidie delle società secrete sollevate all’eroismo. Né credi già, lettor mio, che cotesti romanzi non osino comparire in pubblico nelle città italiane. Dovrebbero vergognarsene davvero; ma trovan traduttori che te li mettono in volgare, e si stampano in tutti i sesti, e in tutti i caratteri e con mille gingilli intorno per allettare. Gli hai a buonissimo mercato; ti si prestano pagando due soldi la settimana: li trovi in tutti i gabinetti di lettura, negli scaffali delle stanine de’ vascelli, negli alberghi, nelle sale delle ferrovie; e a fin che non ti disagi a cercarli te li trascinan dietro per le vie ne’ baroccini entro le ceste, e puoi scerre con pochi quattrini quelli che meglio t’acconciano. Molte poi di quelle mamme che si fanno scrupolo di far leggere la Civiltà Cattolica alle loro figliuole, leggon esse cotesti romanzi, e bene spesso li lasciano su per le tavole, e mentr’esse vanno alla messa e al confessore o alla veglia, le figliuole se le tracannano. Altre se non li trovano presso le madri, li hanno d’ascoso dai fratelli, dalle amiche, dalle cameriere, e Dio non voglia talora dal maestro di musica, di ballo, di francese e di calligrafia.

  Considerate queste cose, e veduto qual governo si suol fare da’ romanzieri moderni della più viva e dolce affezione del cuore umano, qual è l’amore quando è volto a fine nobile e diritto ed è posto in oggetto degno di corrispondervi, noi riputammo non sconvenevole coordinare coll’alto intendimento della Civiltà Cattolica il ragionar d’amore.


   [Antonio Bresciani], Don Giovanni ossia Il Benefattore occulto. L’Apostata, «La Civiltà Cattolica», Roma, coi tipi della Civiltà Cattolica, Terza Serie, Vol. Quarto, 22 Novembre 1856, pp. 511-528.

  p. 516. Costui [Il Direttore del Gabinetto di Lettura] s’immaschera d’un’aria di probità severa, e dove alcun giovane gli chiegga qualche classico italiano alquanto lascivo, gli dice con piglio grave: Giovinotto, non imbolsite il cuore con tali smancerie, leggete cose più serie, affetti più robusti e intanto dà loro il Werter de Ghöete (sic), l’Ortis del Foscolo, la Nuova Eloisa del Rousseau, e a mano a mano il Balzac, il Dumas, il Sue, e il (sic) Sand, i quali non imbrattano la fantasia con descrizioncelle sdolcinate, ma corrompono i divini principii della morale e deificano il vizio.


  Cesare Cantù, Francesco Rossi [I Commissarj], Rapporti. Rapporto della Commissione incaricata di esaminare le Memorie presentate al concorso per il premio scientifico da conferirsi nella solenne adunanza del 30 maggio 1856 sul quesito intorno agli “Spettacoli ed altri divertimenti pubblici e privati diurni e notturni”, «Giornale dell’I. R. Istituto lombardo di scienze, lettere ed arti e Biblioteca Italiana», Tomo VIII, Milano, presso la Direzione del Giornale, 1856, pp. 444-458.

  p. 450. E venendo poi a parlare degli odierni imitatori del teatro romantico spagnuolo, inglese e tedesco, osserva [Boccardo] in genere, che il romanticismo di questi sorse spontaneo, cioè senza preconcetta intenzione, quale si scorge nel romanticismo di quelli; onde se ne imitò piuttosto il male che il bene, ovvero l’Arte servì all’Arte invece di servire al Bene. Ciò dice in proposito di Vittor Hugo, di Scribe, della Sand, di Balzac, di Dumas e dei loro seguaci; i drammi dei quali riprova siccome nocivi alla religione colle tristi allusioni, più ancora nocivi alla morale, così nel riso come nel pianto; nel riso, che dileggia le più rispettabili istituzioni sociali, i più santi affetti; nel pianto, perché quei drammi, i quali pur piacciono assai più che le tragedie di Shakespeare e di Alfieri, sono contrarj, non che al buon gusto e al buon senso, ad ogni sentimento morale ed alla pubblica decenza.


  Cesare Cantù, Della letteratura italiana. Esempj e giudizj esposti da Cesare Cantù a complemento della Storia degli Italiani, Torino, presso l’Unione Tipografico-Editrice, 1856, pp. 625-626.[3]

Capo Nono.

Il Risorgimento. §. 5. – Romanzi, racconti, ecc., pp. 617-659.

  pp. 625-626. In generale si lasci ai triviali analizzatori il presentare la nuda orditura de’ romanzi; vi si cerchino piuttosto i caratteri, la situazione sociale, l’intento. Di qui si vedrà come, se i piccoli ingegni frugano il piccolo nel grande, i grandi scoprono il grande nel piccolo; la mediocrità commenta e sofistica i sentimenti e le passioni, mentre il genio li trasfonde di tratto. Que’ romanzi che intaccano la morale, che imbrattano la innocenza, che festeggiano la calunnia, che divinizzano il vizio, che sovvertono l’ordine sociale, che rendono esecrabili i nomi di Kock, di Balzac, di Sue, fortunatamente non compaiono fra noi se non nelle turpissime traduzioni che disonorano lo speculatore librajo ancor meno che il venale vulgarizzatore. Il romanzo che è quadro delle azioni umane, che tende a migliorare l’ordine della società, alle idee morali deve attribuire posto supremo, non prendere a gabbo il proprio soggetto con fredda ironia o insulsi particolareggiamenti; non introdurre personaggi che, senza lasciar traccia, scompajano; non dilettarsi a scene o a sentimenti d’orrore, dai quali non sia eccitata una nobile emozione: non guardar la vita presente senza ciò che la spiega, cioè la avvenire.


  Cesare Cantù, Storia di cento anni (1750-1850). Volume II, 1a edizione napoletana con un discorso ed alcune annotazioni di Gabriele De Stefano, Napoli, Tipografia all’Insegna dell’Ancora, 1856, p. 494.[4]

  Cfr. 1851; 1852; 1855.


  Federico Edoardo Chassay, La Purezza del cuore dell’Abate Federico Edoardo Chassay preceduta da una lettera sul merito dell’opera del Rev. Padre G. Perrone. Seconda edizione riveduta, Milano, coi tipi di Antonio Arzione e Comp., 1856. [Paris, Lecoffre, 1850].

Schiarimenti e prove del Capitolo 1°.

  Nota (10), p. 42. Gli uomini che hanno condannato i gesuiti e la morale rilassata, non hanno forse decorato della Legion d’onore i signori Federico Soulié e Balzac? Si è veduto brillar sul petto degli autori delle Memorie del Diavolo e della Figlia dagli occhi d’oro il segno glorioso che la patria pone sul cuore dei prodi che la difendono!

Schiarimenti e prove del Capitolo 4°. [La voluttà al tribunale delle passioni].

  p. 114. Non v’ha codarda o miserabil passione che non divenga eroica e sublime nei drammi o nei romanzi (4).

  Nota (4), pp. 119-122.

  In questa guisa, in Lelia, Trenmor, il giuocatore è trasformato in personaggio eroico, e che sfida il genere umano col cinismo del suo orgoglio: «Trenmor, dice benissimo il Milly, è l’uomo onesto del libro, il grand’uomo, l’uom forte (De Milly: Rivista de’ romanzi, 1: Giorgio Sand, Lelia)». – Nel Papà Goriot, un briccone audace si dice grande e pretende di aver l’alta sapienza. Egli pretende di atterrar le idee volgari col peso della sua logica e della sua esperienza. Egli somiglia sotto certi rispetti al Trenmor di Lelia, al Brulart d'Atar-Gull, al Zsaffie della Salamandra. Sentite Vautrin! «Sapete voi come si corre la propria via nel mondo? Collo splendore del genio o coll'accorgimento della corruzione. Bisogna entrare in questa moltitudine di uomini come una palla di cannone, o penetrarvi come una peste. L’onestà non giova a nulla; si cede sotto la potestà del genio, lo si odia, si cerca di calunniarlo, perché egli prende senza dividere, ma si cede se egli persiste. A dir breve, lo si adora ginocchioni o lo si seppellisce sotto il fango. La corruzione è in forza, perché l'ingegno è raro. Perciò la corruzione, essendo l’arme della mediocrità che abbandona, voi ne sentirete dappertutto le punture, ec. Quindi l’onest’uomo è il nemico comune. Ma che credete voi sia l’onest’uomo? A Parigi, l’onest’uomo è quello che si tace e rifiuta di dividere. Io non vi parlo di que’ poveri iloti che dappertutto lavorano senza esser mai ricompensati delle loro fatiche, e che io chiamo la santa confraternita delle ciabatte del buon Dio. Quivi certamente è la virtù in tutto il fiore della sua mellonaggine; ma quivi è la miseria. Io vedo di qua le contorsioni di bocca di queste brave genti, se Dio ci facesse la mala beffa di assentarsi nell'ultimo giudizio. Se dunque voi volete prontamente far fortuna, bisogna esser già ricco o apparir tale. Per arricchirsi, si tratta qua di fare i gran colpi, altrimenti si fa piccolo giuoco e si rimane i miserabili che siamo! Se nelle cento professioni che voi potete abbracciare, si trovano dieci uomini che riescan presto nel loro intento, il pubblico li chiama ladri. Traete le vostre conclusioni: ecco la vita quale essa è. Questo non è migliore della cucina, almeno puzza altrettanto, e bisogna lordarsi le mani se si vuol friggere alcun che: sappiate solo trarvi bene d'impaccio: questa è tutta la morale dell'età vostra. Se io vi parlo così del mondo, esso me ne ha dato il diritto: lo conosco. Credete voi che io lo biasimi? Niente affatto. Egli è stato sempre così; i moralisti non lo muteranno mai. L’uomo è imperfetto; esso è talvolta più o meno ipocrita; e allora i semplici dicono che egli non ha costumi. Io non accuso i ricchi in favor del popolo; l’uomo è lo stesso in alto, al basso, nel mezzo. Per ogni milione di questo alto bestiame, si trovano dieci furbi che si mettono al di sopra di tutto, anche delle nostre leggi. Io sono uno di questi. Se voi siete un uom superiore, andate in linea retta e colla testa alta! (De Balzac: Papà Goriot)». –

  «Vautrin, dice lo spiritoso autore degli Studii critici, prova con una precisione geometrica che in fatto d'onestà la società è intieramente inferiore all’ergastolo; che i ladri non devono andare nel mondo, per paura di stringere parentadi di inferior condizione, e le cortigiane, per la paura di veder cose che spaventerebbero il loro pudore. Ogni ricco è un avaro; ogni gran dama una donna perduta; ogni scrittore, un mercatante di pensieri; ogni uom politico, un intrigante. Il mondo si compone di galeotti dorati sui loro estremi e di cortigiane profumate di grazia e di belle maniere. Eccettuate le splendide ma troppo rare eccezioni, questo è il fondo di tutti i romanzi di Balzac, il cui spirito ed il cui ingegno son nuovi pericoli. – In questo nuovo corso di morale si trovano massime come queste: «Non vi sono principii, non v’hanno che avvenimenti; non vi son leggi, non v’hanno che circostanze, e l’uom superiore le sposa per condurle»; finalmente, quest'ultima: «Voi troverete in me di questi immensi abissi, di questi vasti sentimenti concentrati che gli sciocchi chiamano vizii». – Così parla Vautrin, il logico per eccellenza, lo spirito superiore, l’uomo ammirabile e ammirato. Egli regna e governa ovunque si trova; non è sempre felice, ma qual generale è sicuro di guadagnar tutte le battaglie che egli dà? – Vautrin, il ladro, che fa uccidere un uomo per rendere più ricca un'erede, sulla cui dote egli deve avere una gran somma di denaro; Vautrin, l’uccisore, che piglia di tanto in tanto i suoi quartieri d’inverno negli ergastoli, è nientemeno che un Napoleone coricato sotto la sua colonna invece d’esserne sopra. Egli è un condannato alla galera per non essere stato imperatore (Nettement: Studii critici sui romanzi, 1: Memorie del Diavolo)». […].

  p. 127, nota (8). Sì, tutti moralisti, moralisti di questa tempera, che faranno ritorno alla virtù, se la virtù avrà qualche spaccio e farà le cose meglio del vizio (Luigi Reybaud: Studii sui riformatori e i socialisti moderni)». – Il signor Balzac non fu scoraggiato dall'energia di queste gagliarde parole. L’autore della Peau de chagrin, di Grandezza e miseria (sic) delle cortigiane, della Figlia dagli occhi d’oro, che Milly ha chiamato con ragione un’idea ed una composizione infame, fu oso anch’esso di annunziarsi come un grave moralista, e dichiarare che l’aveva ben meritato dalla patria. «Esistono certamente delle madri a cui una educazione esente da pregiudizii non ha rapita alcuna delle grazie femminili, dando ad esse una soda istruzione, senza alcuna pedanteria. Metteranno esse queste lezioni sotto gli occhi delle loro figlie? L'autore fu oso di sperare tal cosa. Egli ha confidato che i buoni spiriti non gli rimproverebbero di aver talvolta presentato il quadro vero de’ costumi che le famiglie seppelliscono oggidì nell’ombra, e che l’osservatore dura alcune volte non poca fatica ad indovinare. Egli ha pensato che è molto minore imprudenza il segnare con un ramo di salice i passi pericolosi della vita, che lasciarli ignorare agli occhi inesperti». – Noi non ci fermeremo a combattere coteste strane affermative. E non potremmo, facendo ciò, che riprodurre la confutazione vittoriosa che ne ha dato il signor di Milly nella sua Rivista dei romanzi contemporanei, libro coscienzioso che dovrebb’essere nelle mani di tutti i preti che esercitano il santo ministero.

Capitolo VII.

La Famiglia rigenerata.

  p. 174. Dal canto suo, la letteratura contemporanea facendosi l'eco di queste idee nuove, e sotto il pretesto di dipingere i movimenti delle passioni e le agitazioni del mondo, mira a dare delle donne una opinione che non incoraggia sicuramente a consacrar loro il proprio destino con nodi eterni. Le donne, quali sono tratteggiate ne’ romanzi contemporanei, farebbero per la maggior parte del tempo vergognare le cortigiane. Nondimeno io sono assai lungi dal credere che tutte quelle del secolo decimonono somiglino alle figlie del Papà Goriot, alle eroine delle Memorie del Diavolo, alle contesse del Compagno del giro di Francia, o veramente dei Misteri di Parigi. Per lo contrario sono convinto che gli autori di siffatti libri non hanno conosciuto che una certa classe di persone, che essi chiamano imprudentemente la società moderna!

  Ma quando pensiamo all’influenza fuor d’ogni limite che si acquistarono simili opere; quando pensiamo che esse formano l’alimento intellettuale di quasi tutta la gioventù francese, che le si indirizzano i tre quarti del tempo a spiriti che non possono vedere il mondo che sotto i suoi più cattivi lati, è facile il supporre quale antipatia indistruttibile deve sorgere in molti cuori contra l'istituzione del matrimonio cattolico.

Schiarimenti e prove del Capitolo 8°. [Il matrimonio razionalista].

  Nota (9), p. 200. Il signor Balzac, nella Donna virtuosa [cfr. Une double famille], ha preso a descrivere con una minuta malignità tutti gli inconvenienti di un matrimonio cattolico. La sua donna virtuosa è una femmina di Bayeux, alquanto sciocca, discretamente ridicola, costantemente mal accorta e che fa presto detestare a suo marito la morale, il cattolicismo e Bayeux. Tutti quelli che hanno conosciuto delle donne cristiane, e il signor di Balzac non ha forse avuto mai questa fortuna, sanno che, anche nella bassa Normandia, elle somigliano assai mediocremente a madama di Granville (sic).


  Guido Cinelli, Cronaca mensile. Letteratura, «Rivista Contemporanea. Filosofia – Storia – Scienze – Letteratura – Poesia – Romanzi – Viaggi – Critica – Archeologia – Belle Arti», Torino, Tipografia Economica diretta da Barera, Volume Settimo, Anno Terzo, Giugno 1856, pp. 132-163.

  [Su: Poesie di G. Prati].

  pp. 146-147. I due nuovi volumi, usciti testè, il Conte Riga e le Ballate (Nuove poesie, Torino, Società editrice italiana, 1856) saranno giudicate da altri in questa Rivista, e noi non faremo che annunziarli.

[…]

  Senzachè, come altri avvertì, i caratteri sono appena toccati con la matita; non disegnati né coloriti. Il Balzac viveva co’ suoi personaggi. Come li aveva creati, e dato loro un nome, eran persone di casa. Egli disponeva della loro vita, o meglio pareva profetarla; e quando narrava, credeva egli stesso ritrarre cose e personaggi reali. Il Prati sembra viver con l’ombre. Neppure nelle Ballate egli sa bene incarnare i profili che pur gli dava talora la tradizione. Egli coglie bene i tratti caratteristici idoleggiati dalla fantasia popolare; ma gli (sic) amplifica più che non li svolga.


  L. Ciofi, Bibliografia. “Le letture all’ombra” di R. Armandi – Napoli, 1856, «Poliorama pittoresco. Opera periodica diretta a spandere in tutte le classi della società utili conoscenze di ogni genere e a rendere gradevoli e proficue le letture in famiglia», Napoli, Anno XVII, N. 50, 1856, pp. 394-395.

  p. 394. De Balzac, il rinomato romanziere di Francia, narrasi, che a’ soi tempi abbia fatto pagarsi da un editore il titolo di una sua opera, perché, son parole sue, sovente il sol titolo val tutta un’opera.


  Luigia Codemo-Gerstenbrandt, Le Memorie di un contadino. Scene domestiche di Luigia Codemo-Gerstenbrandt. Tomo primo, Venezia, Nel priv. Stabil. di G. Antonelli, 1856.

  p. 117. Entrai in un salottino nudo di mobiglie, secco come tutto ciò che vi era in quella casa, che se avesse avuto a descriverla Balzac non la finirebbe così presto.


  L’E., Di una gitarella a Reggio Calabria. Lettera seconda. Al mio Stefano Ribera, «Poliorama pittoresco. Opera periodica diretta a spandere in tutte le classi della società utili conoscenze di ogni genere e a rendere gradevoli e proficue le letture in famiglia», Napoli, Anno XVII, N. 23, 1856, p. 182.

   Quando Janin deplora i Lombardi, Berlioz deride la patria delle monferine, la madre della musica da chitarrino (l’Italia del Rossini!), Lecombe volge in beffe la scoltura e la pittura italiana (l’Italia del Canova e del Raffaello), Balzac le donne italiane (l’Italia delle martiri e delle sante) […], cosa rispondere a coloro, che nelle Calabrie […] non san trovare che banditi, o selvaggi?


  C. Ferrari, Corsa a vapore (Train-express). Attraverso i “Feuilletons” Parigini. Un po’ di prefazione, «Il Messaggere di Parigi. Giornale non politico», Paris, Anno primo, N° 1, 7 ottobre 1856, pp. 2-3.

  p. 2. Allora, in que’ tempi beati, della vera età dell’oro, le appendici portavano i nomi di A. Dumas, di E. Sue, di G. Sand, O. Balzac, E. Souvestre, F. Soulié e di tanti altri di simile stampo. […].

  Ma dove sono iti, domanderà taluno, i sommi genii del Romanzo! Ahi! […].

  Balzac, Souvestre e Soulié passarono alla vita reale, a quella che si trova al di là della tomba. […].


  C. Ferrari, Corsa a vapore (Train-express). Attraverso i “Feuilletons” Parigini. Corsa quinta. Le “Passe-Temps”, «Il Messaggere di Parigi. Giornale non politico», Paris, Anno primo, N° 9, 29 novembre 1856, pp. 2-3.

  p. 2. Una sera – nei bei giorni di A. Dumas milionario – una sera nel palazzo del gran romanziero, dopo una di quelle cene in Apolline, di cui parlava tutta Parigi, un adulatore disse all’Anfitrione: «Maestro, in questo secolo avremo tre soli romanzieri veramente grandi, Voi, madama Sand e Balzac. – Aggiungetene un quarto, rispose Dumas. – E chi? – Paul de Kock; la sua fama vivrà più a lungo della nostra. Se non siete del mio parere, è segno che non l’avete letto».

  È questa una delle poche verità dette da A. Dumas.


  C. Ferrari, Corsa a vapore (Train-express). Attraverso i “Feuilletons” Parigini. Corsa settima. – “Les Débats”, «Il Messaggere di Parigi. Giornale non politico», Paris, Anno primo, N° 13, 27 décembre 1856, pp. 2-3.

  p. 2. Mentre il suo [del Journal des Débats] appendicista ora è Giulio Janin.

  Giulio Janin!!! […]

  Più tardi entrò nella redazione dei Débats coll’incarico di fare ogni lunedì una chiacchierata, nella quale vi parlerà di tutto, tranne di quello che ha tracciato nel suo sommario: egli spende quindici colonne per dirvi ben poca cosa. Spremiamo tutte le sue appendici: che cosa vi caveremo?

  Che Balzac è uno scrittore da nulla […].


  [Francesco Giuntini], La Donna colle sue virtù e co’ i suoi vizi, Firenze, G. Riva e Comp., 1856.

 

  p. 12. Gli errori della donna vengono quasi sempre dalla sua credenza al bene e dalla sua fiducia al vero.

(Balzac)

  Gaetano Grassi, Letteratura. Sulla storia della letteratura francese di A. Nettement (cont. e fine), «Il Nomade. Rivista politica scientifica letteraria illustrata», Napoli, Anno Primo, N. 19, 16 Febb. 1856, p. 3.

  Dicemmo di Scribe e di Vittore Hugo. Che diremo di Eugenio Sue e di Balzac; ma più del primo che del secondo? Chi fu quegli che diede al romanzo moderno l’importanza più grave cui possa aspirare? Chi il fece entrare nella fase razionale, dalla storica in cui era? Non parliamo degli errori del Sue, chè sono qualche cosa rimpetto a’ suoi pregi, e poi non li disconosciamo al certo. - E Balzac? questo dipintore fedele, fedelissimo de’ suoi tempi, questo archivista delle civili usanze de’ suoi contemporanei, quanto non è ammirevole? Non ci facciamo scuri in viso e non affettiamo gravità fuori tempo. Noi con le stesse seste con cui misuriamo Cousin e Guizot, i due più profondi scrittori del periodo moderno francese, misuriamo Sue e Balzac, ciascuno per ciò che lo riguarda. I primi nella ragione speculativa, i secondi nella ragion pratica sono filosofi di ugual forza; i secondi per altro hanno il gran prestigio dell’arte, forma delle loro idee; mentre i primi hanno forma anche scientifica, sicchè sono ammirevoli per un solo aspetto. Non imitiamo quegli accigliati Aristarchi che all’udire di ciò che non è filosofia e giurisprudenza gridano futilità, leggerezza, inutilità. Errore, gravissimo errore. Le produzioni dello spirito sono ammirande sotto tutti gli aspetti in che si manifestano, perché sono sempre la manifestazione di un’idea e d’una verità. Eugenio Sue e Balzac da romanzieri possono essere più filosofi di Lerminier, e di Jouffroi da metafisici.


  L., Cronaca mensile. Rassegna letteraria, «Rivista Contemporanea. Filosofia – Storia – Scienze – Letteratura – Poesia – Romanzi – Viaggi – Critica – Archeologia – Belle Arti», Torino, Tipografia Economica diretta da Barera, Volume Sesto, Anno Terzo, Marzo-Aprile-Maggio 1856, pp. 207-237.

[…] “La Famiglia”, per Bersezio […]

  p. 227. Anzi lo stento della formazione del suo stile preconizza uno scrittore di vaglia; chè parecchi di coloro che nacquero ad essere nuovi e forti e a non repere per le orme invisibili dei mediocri, come per esempio il Balzac, cominciarono dall’essere strani, rotti, duri, e solo col tempo e collo studio convertirono in virtù i loro stessi vizi. Ma lo stile non è il tutto del libro del Bersezio; noi vi notammo intreccio d’incidenti semplici e pure toccanti; fine osservazioni intorno al mondo e alla vita; passioni vere ed oneste; tendenza a fomentare tutti i più nobili affetti della famiglia.


  Leone Laya, I Giovani. Commedia in tre atti di Leone Laya, in AA.VV., Florilegio drammatico ovvero Scelto repertorio moderno di componimenti teatrali italiani e stranieri pubblicato per cura di Pietro Manzoni. Serie sesta, Vol. IX, Milano, coi tipi Borroni e Scotti, 1856 («Florilegio drammatico», Serie VI, Fasc. 305).

Atto Secondo. Scena V.

  p. 35.

  Mas. [Massimo Delorme] Ah! e non m’hai tu scritto quindici giorni fa per una cambiale di duemila franchi?

  Fran. [Francesco Rigaud] Pur troppo.

  Mas. Io era in campagna e non mi hanno spedito la tua lettera.

  Fran. Peccato!

  Mas. Quando la ricevetti, stava per risponderti allorchè, seppi da tuo padre che tu stavi per venire. Come hai ripiegato!?

  Fran. Ho preso tempo; ma non sono tranquillo, e mi tarda di spedire i fondi appena mi sarà possibile.

  Mas. Non ho che venticinque luigi, ma io vivo da tre settimane come un anacoreta, e posso aver da mio zio tutto ciò che ti abbisogna.

  Fran. Siamo sui settemila, e due faran novemila.

  Mas. Tu m’annoi …

  Fran. Scusami, ma tu devi sapere che io ho tutti i miei conti in ordine. Sono come Mercadet; ho dell’ordine nel mio disordine, io … E, dimmi un po’, tuo zio, nostro zio, non ha mai sospettato nulla della nostra … ragione sociale?

  Mas. Niente del tutto. Io gli devo i miei segreti, non i tuoi.


  Maurizio Marocco, Libro Primo del modo di educare e d’istruire le fanciulle, in La donna nobilitata dal Vangelo e considerata sotto il triplice aspetto di vergine, di sposa, di madre dal Teologo Maurizio Marocco. Volume Secondo, Asti, Tipografia di A. Raspi e Comp., 1856, pp. 5-9.

  p. 5. Cicerone insegna, che ogni trattazione deve cominciare dalla definizione, ed il signore di Balzac dice che définir c’est abréger [citazione tratta dal Traité de la vie élégante]. Noi adunque, a cui sovrabbonda la materia, e che cerchiamo la brevità prenderemo le mosse dal definire l’Educazione e l’Istruzione.


  Enrico Montazio, Il Pellegrinaggio di un’anima. Racconto umoristico. XI. Chitarrina e clarinetto o modo infallibile per fare 1500 lire con 10 paoli in 19 minuti, «Il Fuggilozio. Giornale di amena letteratura contemporanea», Milano, Borroni e Scotti Tipografi-Librai, Anno 2°., N°. 36°., 6 Settembre 1856, pp. 561-563.

  p. 562. Per me vorrei che dell’impostazione di un nome ad una creatura novellina, invece di farne una sciocca etichetta di compare e comare, se ne facesse una legge di moralità sociale …

  - Oh! oh! oh! … - disse il biondino con un’aria un po’ corbellatoria.

  - Non c’è da canzonare. I nomi non sono senza influenza sul destino di chi li porta. Tutt’altro! Leggi Montaigne, Rousseau, Swift, Balzac, e te ne persuaderai, se per credere ad una cosa, sei come tanti che han bisogno di sentire il maestro, prima di cedere all’evidenza del fatto.


  Nostradamus, Corriere di Milano, «L’Abduano. Giornale ebdomadario letterario-scientifico-teatrale», Lodi, Anno I, Num. 36, 5 Febbrajo 1856, pp. 292-293.

  p. 293. Annovero fra i drammi nuovi l’Industria e speculazione del Fortis, sebbene conti parecchi fiaschi e alcuni buoni successi; nuovo, non a ragion d’anni, ma come ultimo prodotto dell'esausta immaginazione del drammaturgo.

  Bisognerebbe risalire al Mercadet, al Turcaret, all’Honneur et l’argent di Ponsard, all’Homme et l’argent di Souvestre per delineare con esattezza la progenitura di questo dramma, e specialmente all’ultimo da cui è tolto di peso, con alcune modificazioni poco felici fattevi dall’autore.


  Pif., La missione della donna (Dal “Pasquino”), «Corriere delle Dame», Milano, Anno LIV, Num. 45, 4 novembre 1856, pp. 559-560.

 p. 559. Balzac le chiama talvolta «simbolo di rigenerazione sociale». In compenso le dimostra non di rado «abisso di generale perdizione».


  Felice Romani, Artuto e Madonia. Proemio che mi par necessario, in AA.VV., Le Ore di ricreazione ossia Letture amene ed istruttive per ogni genere di persone, Venezia, dalla Tipografia di Giambattista Andreola, 1856, pp. 377-382. 

  pp. 379-380. [...] quanto adesso si fa dai moderni, storie mischiate alle favole, racconti in prosa ed in verso, tragiche e comiche avventure, quadri di costumi, dipinture di passioni, tratti di eroismo e di giunteria, satire e bizzarrie d’ogni sorta, tutto abbiam noi trovato pei primi: nulla pertanto in fatto d’invenzione, di finzione e di fantasia abbiam noi da invidiare alle letterature oltramontane.

  Eppure, immemori e ciechi, siam presi dalla strana mania di correr sull’orme di Gualtiero Scotto, di Alessandro Dumas, di Onorato Balzac, di Eugenio Sue, e di tutti, in una parola, i più recenti novellatori d'ogni nazione.

  Questi noi crediamo imitare, e non facciam che copiarli: di modo che nulla serbiamo di nostro, nulla di nazionale, nulla che abbia indole italiana nelle nostre invenzioni, nulla finalmente che tenda allo scopo a cui tendere qualunque opera d’arte, al miglioramento, cioè, morale e civile degli Italiani.

  Copiare per copiare, atteniamoci ai nostri. Le copie saran meno deformi. [...].


  Francesco de Sanctis, Saint-Marc Girardin « Cours de littérature dramatique », «Il Piemonte», Torino, Anno II, N. 9, 10 Gennaio 1856.[5]

  Ma il Girardin non intende a questo modo il materialismo. Nel Padre Goriot di Balzac ed in Triboulet, l’arte, secondo lui, è materialista, perché in costoro l’amor paterno è piuttosto istintivo che ragionevole. Qui non c’intendiamo più. Sono materialisti i personaggi rappresentati, non è materialista l’arte […]. Adunque un poeta od un romanziere non può rappresentare un uomo come Goriot e Triboulet.


  Paride Suzzara Verdi, Cenno sull’abuso della lingua e sul bisogno di saperla, «La Lucciola», Mantova, Anno secondo, N. 24, 23 Settembre 1856, pp. 97-98. 

  La foja delle cose francesi avendoci messo addosso il farnetico dagli enciclopedisti e dall’ottantanove in poi, nė venne un guasto barbaro, nel dire e nello scrivere nostro. Ma ora il male ci dovrebbe essere guarito nel corpo, dappoiché vidimo le cose di là dare la volta e smarrirsi come sonosi smarrite. Tanto che uno il quale abbia scorso qualche pagina di Bossuet, di Rousseau, di Voltaire, di Chateaubriand, a vedere come trattano le lettere francesi i Dumas, i Balzac, i Sue, e tant’altri d’adesso e tra gli altri talvolta lo stesso Lamartine, sentesi vinto a un’ora da sprezzo e da compassione.


  Il Traduttore [Giuseppe Sommariva], Ai milionari, milionandi e milionati, in L. Véron, Cinque cento mila franchi di rendita. Romanzo di costumi del dottor L. Véron. Versione di Giuseppe Sommariva. Volume I, Milano, presso la Libreria di Dante, 1856, pp. 5-8. 

  p. 6. Gl’Italiani, qualche volta servitori umilissimi dell’andazzo morale degli stranieri, accolsero tutto quanto di trasmodato scrissero Ugo (sic), Dumas, Balzac e consorti — essi volevano concitar gli animi, esaltar la mente e vi riuscirono. Vergini amori, amori sentimentali, amori di giorno, di notte, d'estate e d’inverno, leciti ed illeciti, massacri, adulteri, incendi ed altre rappresentazioni fantasmagoriche delle più violente passioni. Noi li metteremmo volontieri tutti all’indice. Abbiamo bisogno di virtù – abbiamo d’uopo di sentimenti nobili, e non di sdilinquimenti amorosi nè di vili pensieri. Sia gloria eterna a Manzoni e ad Azeglio che si attennero a questi santi principj.


   [1] Opera presente nella Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli.

   [2] Valga, come esempio, il confronto tra questa breve ma intensa sequenza testuale tratta dall’edizione Furne del romanzo balzachiano (cfr. La Duchesse de Langeais, in La Comédie humaine, vol. V, Paris, Gallimard – Bibliothèque de la Pléiade, 1977, p. 914) e la sua corrispondente resa nel nostro idioma operata da G. Lubrano (p. 20):

  Était un hommage fait à Dieu de son amour, était-ce le triomphe de l’amour sur Dieu?

  Era desso un omaggio offerto a Dio del suo amore? era desso il trionfo dell’amore divino sul cuore umano?

   [3] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 530. Seconda edizione torinese, 1860.

   [4] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 531.

   [5] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 530. Poi nelle varie edizioni dei Saggi critici : Napoli, 1866, 1869, 1874, 1881.

Marco Stupazzoni

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