domenica 11 agosto 2013

 

1853




Traduzioni.


  Balzac, L’Albergo rosso di de Balzac, in Angelo Pitou di A. Dumas. Nuova versione. Vol. V, Milano, presso la Libreria Ferrario, Contrada di Santa Margherita, num. 1106, 1853, pp. 157-194.[1]

  Volume in 16° di complessive 195 pagine; 1 tavola. Il racconto di Balzac è preceduto dagli ultimi sei capitoli del romanzo di Dumas (pp. 5-62), dall’Estella Van Dick di Pietro Zaccone (pp. 63-136) e dalla novella di E. Sue: Prima ed ultima navigazione del buon Giacinto (pp. 137-156).




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  Questa traduzione ripropone, pur con qualche variante formale, la versione fornita da G. Piucco nel 1837.



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  Onorato Balzac, Eugenia Grandet di Onorato Balzac. Il Capolavoro sconosciuto dello stesso autore, Torino, Società editrice italiana, Via San Francesco di Paola, n. 24, 1853 («Letture amene e istruttive»), pp. 1-50; 50-58. Prezzo: 90 Centesimi.[2]



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  Un volume di 4°, illustrato. La data di edizione è presente soltanto nella copertina.



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  Le traduzioni delle due opere si fondano rispettivamente sul testo dell’edizione Furne (1843) dove compare per la prima volta la dedica “A Marie” (qui riprodotta) e su quello delle Études philosophiques (Paris, Delloye et Lecou, 1837), anche se, in quest’ultimo caso, il testo di riferimento potrebbe essere quello dell’edizione Furne del 1845.

  L’anonimo compilatore fornisce una nuova versione dei due testi balzachiani, che risulta complessivamente corretta e più scorrevole rispetto alle traduzioni precedenti (L. Ferreri e L. Masieri per Eugénie Grandet; E. Rivolta per Le Chef-d’oeuvre inconnu), anche se egli non si risparmia l’impiego di qualche arcaismo o l’utilizzo di costrutti appartenenti al registro popolare della lingua: l’uso dell’aggettivo possessivo alla forma singolare riferito a soggetto plurale («Tutti gli dicevano la sua di porta in porta»), l’aferesi del pronome personale ‘ella’ preceduto dalla congiunzione ‘si’ («sa la era cotta a dovere», p. 2) per non citare che alcuni esempî. Grossolano è l’errore presente all’inizio della novella filosofica balzachiana dove l’originario 1612 viene trascritto in 1712 (sic).



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  Onorato Balzac, Il Giglio nella valle di Onorato Balzac, Torino, Società editrice italiana (Tipografia Sociale degli Artisti A. Pons e C.), 1853 («Letture amene e istruttive», Dispense 9 e 10), pp. 83.[3]



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  Un volume in 4°, illustrato. La traduzione ripropone, con qualche variante formale, la versione fornita da G. Piucco (Venezia, 1837), con l’aggiunta della dedica “Al dottor Nacquart”. Essa è esemplata sul testo di un’edizione successiva a quella di Werdet (Charpentier, 1839 o 1847; Furne, 1844); più probabile che si tratti dell’edizione Furne, da cui procede l’edizione delle Oeuvres de Balzac illustrées (Paris, Marescq et Cie, 1851-1853).



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  H. de Balzac, Giovanna la pallida di H. de Balzac, Palermo, Stamperia di G. B. Lorsnaider, Via Pizzuto Num. 71, 1853, pp. 569.[4]



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  Un volume in 24°. La traduzione è condotta sul testo del romanzo contenuto nelle Oeuvres complètes d’Horace de Saint-Aubin (Paris, Souverain, 1836), oppure su quello di qualche contraffazione belga dell’opera pubblicata tra il 1836 e il 1837.



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  O. Balzac, La Signora Firmiani, in Un grano di sabbia ovvero l’Operaio e il ministro di M. Masson. Giornale del povero Vicario di Wiltshire di E. Zschokke. La Signora Firmiani di O. Balzac, Torino, Società editrice italiana, 1853 («Letture amene e istruttive»), pp. 45-52.[5]


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  Un volume in 4° di complessive 52 pagine; illustrato.

  Il racconto di Balzac è alle pp. 45-52. La traduzione è condotta sul testo dell’edizione Furne (1842).



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Studî e riferimenti critici.


  Frottole di stagione. Preludi del Carnovale, e un filantropo ipocondriaco – i cavalli ammaestrati e l’anima delle bestie – così va il mondo!, «L’Alchimista friulano», Udine, Anno quarto, Num. 2, 9 Gennajo 1853, pp. 13-15.

 

  p. 13. O damine, gentili damine nel cui cuore il giogo maritale non estinse la poesia degli anni primi, voi che leggendo i romanzi di Giorgio Sand e di Balzac (avuti a prestito) provaste gli effetti di un dolce galvanismo, e comprendeste per istinto le teorie magnetiche, combattute tanto da sessuagenarii pedanti, voi contate già le ore liete della danza, e del cicalio al Ballarin, e nei gabinetti della toilette olezzanti di muschio!



  Bollettino bibliografico italiano, «Il Crepuscolo», Milano, Anno IV, N. 17, 24 aprile 1853, pp. 270-271.[6]

  Letture amene e istruttive, raccolta di romanzi originali e tradotti e di altre opere d’immaginazione e di storia illustrate. Torino, Società editrice italiana, 1853. L’industria francese delle edizioni illustrate a buon mercato comincia a trovare imitatori anche in Italia. […] Ed ecco che la raccolta ora incominciata sotto il titolo di Letture amene ed istruttive si propone di far per l’Italia quello che l’industria parigina potè fare in più ampia sfera, ristampando illustrati in fascicoli a doppia colonna e sparsi di intagli in legno i più celebrati fra i romanzi italiani e stranieri. […] E infatti vediam pubblicati uno dei più recenti racconti della Sand accanto ad uno già vecchio di Michele Masson, un racconto di Balzac vicino ad uno di Guerrazzi; e così annunziarsi nel seguito. Se la Società editrice, che si proclama animata dal pensiero di giovare all’arte ed alle lettere, si darà del tutto ad illustrare i capolavori della letteratura italiana, lasciando stare gli stranieri, e promoverà largamente la pubblicazione di lavori originali, le tornerà facile rivolgere a più alto fine un’intrapresa che ora è tutta nel campo della speculazione libraria.


 Cronaca settimanale, «L’Alchimista Friulano», Udine, Anno quarto, Num. 41, 9 Ottobre 1853, pp. 327-328.

  p. 328. Il “Constitutionnel” annunzia un romanzo postumo del sig. Balzac: “Il deputato d’Arcis”. Quest’opera fu terminata sulle note medesime dell'illustre defunto, dal sig. Carlo Rabou, scrittore distinto, antico redattore in capo della “Revue de Paris”. Vuolsi anche dar alle stampe il seguito dei “Paysans” di cui l’autore del Père Goriot” avea rannodato l’intreccio prima di morire: questo romanzo uscirà, ai dice, nel “Pay.” (sic).   

  Notizie, «La Stampa. Giornale politico quotidiano», Genova, Anno 1, N° 17, 25 Novembre 1853, p. 68.

Francia.
  Il Signor Armando Baschet ha diretto una lettera alla Presse di Parigi del 22 corrente, colla quale egli annunzia la prossima pubblicazione delle lettere dell’illustre romanziere Onorato Balzac: questa raccolta sarà preceduta da una notizia intorno alla vita e alle opere di questo profondo conoscitore ed esploratore del cuore umano. – Noteremo di passata che Balzac ha dato prova di buon gusto non lasciando dietro di se (sic) alcun male di quelle creazioni Autobiografiche, che sembrano formare oggi l’indispensabile corredo delle esistenze più o meno letterarie, più o meno politiche.
  I nomi che s’incontrano nella corrispondenza epistolare di Balzac sono fra i più illustri contemporanei, la Duchessa di Castres (sic), la Contessa Merlin, Madama d’Abrantès, Madama di Girardin, Giorgio Sand, Madama Visconti, il Sig. di Pastorel, il Marchese di Custine, la Principessa Gallitzin di Genthod, David, Liszt, Enrico Heine, il Principe Schwartzmberg, il Marchese Pareto, il Marchese di Negro, Eugenio Delacroix, Rossini, il Sig. de Rothschild, il Barone di Hammer, la Contessa Serafina di S. Severino, la Contessa di Turteim, Luigi Boulanger, de Belloy, Carlo Nodier, Teofilo Gautier, il Sig. Veron (borghese di Parigi), di Steindhal (sic), la Principessa Belgioioso, il Signor di Castellane, e il Principe Gaetani (sic) ecc.
  Il Signor Baschet garantisce al pubblico, che questa raccolta andrà immune da qualsivoglia scandalo rispettando in questa guisa la giusta suscettibilità della Contessa Eva di Hanska, vedova Balzac.

  Cronaca parigina, «Lo Scaramuccia. Giornale teatrale», Firenze, Anno 1, N.° 16, 23 Dic. 1853, [p. 1].

  I drammaturghi od i vodevillisti parigini si son dati alla profanazione dei libri, essi non rispettan più nulla e non si sa dove si vorranno fermare. Poco tempo fa erano i Sigg. Barrière e C. che profanavano quell’angelico lis (sic) dans la vallée di Balzac ed il Teatro francese si associava a questa profanazione accogliendo il loro dramma sulla sua scena; ieri era Giorgio Sand che profanava da se stessa l’opera sua ed il pubblico le ha dato ragione poiché Mauprat tira la folla, i denari e gli applausi all’Odeon […].


  Emiliano Avogadro, Teorica dell’istituzione del matrimonio. Parte seconda che tratta della guerra moltiforme cui soggiace per Emiliano Avogadro Conte della Motta già Riformatore delle R. Scuole Provinciali ora Deputato al Nazional Parlamento, Napoli, a spese della Società editrice, 1853. 

 

Capo XVIII, pp. 181-200.


  La morale della gnosi si rivela esplicitamente dagli eclettici, dai novatori e comunisti francesi. Le dottrine che paiono fermarsi al comunismo antiproprietario vanno a quello donnaiuolo. Questo è gravido dei più rei e più antiumanitarii principii delle sette primitive. Satanno pare impaziente di smascherarsi.

  pp. 219-221. All’epoca pertanto in cui spuntava, dopo la ristorazione così detta antirivoluzionaria, l’idea di una rigenerazione sociale liberale, pietistica per gli uni, scettica e sensualistica per gli altri, il matrimonio ebbe tosto a subire i suoi colpi tutti particolari. Poiché si facea della libertà sensuale una virtù, e una religione, il matrimonio, martello di tal religione asmodeana, non potea altro che venir in uggia alli spiritualisti carnali di nuova risma. Conveniva anzi tutto screditarlo, diffamarlo sotto qualunque forma; ed ecco che tal incarico si tolse una letteratura semiseria semicomica, che senza fare distinzione alcuna fra le leggi divine od umane, religiose o civili, buone o mendaci, sui maritaggi, si tolse a persuadere che il coniugio in genere è un’istituzione se non altro troppo perfetta per essere praticabile universalmente, e che perciò mancano al loro scopo le leggi e i governi che lo tutelano. Balzac fu dei primi e più vantati neoterici spiritualisti a lanciare scritti demolitori del matrimonio, fra gli altri la sua Physiologie du mariage, che corre oggidì per tutto, e fa parte delle biblioteche della gente di mondo. Questo libro calcato sulle orme di Diderot, è inteso a insinuare che il matrimonio è contrario alle leggi della natura o almeno alle abitudini naturali, poiché esige tanta maturità di senno; che è ridicolo volere che uno stesso pensiero diriga due volontà, - che le donne interamente virtuose sono esseri di ragione, - che la fedeltà è impossibile, almeno all’uomo, - che l’adulterio occasiona mali più grandi che non faccia di bene il matrimonio, che bisogna far grandi riforme sulle leggi circa l’adulterio (nel senso s’intende della libertà) e rinnovare la facilità dei divorzi (Medit. 1). Il tutto è insinuato col correttivo di non volere scrivere né in favore né contro il matrimonio; coll’artifizio di celiar sempre e darsi l’aria di non cercar altro che materia di ridere analizzando le idee e i costumi della società; coll’appoggio di una statistica fantastica colla quale si vuol calcolare e dimostrare che l’adulterio è pressoché lo stato normale dei coniugi almeno nel bel mondo. Le tesi pertanto sulle quali l’autore lavora sono: che il matrimonio comunque si esamini non è che una fonte di piaceri pei celibi, di noie per mariti; che quello è un combattimento a oltranza, prima del quale due fidanzati chiedono la benedizione del cielo, perché amarsi sempre è la più temeraria delle imprese; che fatto il matrimonio il combattimento comincia, e la vittoria cioè la libertà rimane al coniuge più astuto (Ib.). L’autore non omette infine di supputare i vantaggi di questa corruzione; calcolando che un terzo della popolazione francese vive en criminelles conversations, e che queste contribuiscono per tre milliardi (sic) al movimento circolatorio del denaro, conchiude che lo scemare tale libertà d’amore, produrrebbe uno scompiglio incalcolabile nella pubblica fortuna (Medit. 30). In conseguenza mentre ci fa un libro diretto in apparenza a insegnare ai mariti l’arte di difendersi dall’infedeltà delle loro donne, chiede riforme legislative che dietro le sue premesse non dovrebbero avere altro scopo che quello di organizzare la licenza dei celibi e dei coniugati. Se non grida spiegatamente abolite il matrimonio, proclamate la promiscuità, ci nondimeno presenta il matrimonio come una malattia, lo scritto come una monografia della malattia stessa; i suoi rimedii sono libertà per le figlie, schiavitù e inganni per le donne maritate, ai cui mariti esso dà consigli e suggerimenti che ridurrebbero le case coniugali in un inferno di sospetti e di gelosie, in una carcere di schiavitù mille volte più degradante e tetra dei serragli d’Oriente. Questo basti per ora a dar l’idea del libro; avremo da ritornare al Balzac, un dei più furbi nemici dell’istituzione nuziale, e uno dei più atroci oltraggiatori degli uomini e specialmente del sesso femminile, non meno nello scritto succitato che nei suoi romanzi e altri (sic) études de femme. Intanto menzionammo Balzac in particolare, perché quantunque lo scritto sia frivolo e fantastico, l’autore però gli volle dare un aspetto filosofico. Ei pretende analizzare l’istituzione del maritaggio, esporne il quadro, e confrontarla colla natura, epperò tale scritto tiene un luogo mezzano fra il razionalismo catedratico, e la letteratura immonda, a cui i saggi contemporanei rimproverano con troppa verità di non contentarsi d’ammorbare il cuore con imagini, e con colori lascivi, ma di giustificare ed onorare il vizio e la licenza, e avvilire a petto di quello il concetto delle virtù.
  Per questa seconda specie di demolitori dell’idea del matrimonio basta ricordare la Sand, Sue, Quinet (nel suo Asservus), Lamartine nell’Ange déchu, e in altre lubriche sue opere, con l’infinita schiera dei romanzieri, dei drammaturghi, dei bei letteristi d’ogni taglio occupati in non altro modo che in descrivere la generosità, la nobiltà di carattere delle prostitute, e nel deturpare tutta la classe delle figlie e donne oneste, con tanti scritti in cui l’adulterio e l’incesto son apertamente encomiati, e beffeggiata è la castità e pudicizia coniugale. Questa è una massa di belletta che insozza Francia e Allemagna, e ne va dilagata per tutt’Europa; son succhi di veleno che s’infondono nei cuori della gente d’ogni classe, e vi portano la perversione del senso morale uccidendovi l’idea e il sentimento d’onestà. La forma di tali produzioni è frivola, ma la sostanza non è solo corrompitrice perché lasciva, ma perché antisociale.
  Ci basta indicarli in massa, per passar più presto a vedere di peggio, per parte non più di coloro che si pigliano l’impresa di divertire il pubblico, e far danari lusingando coi loro scritti le più lubriche passioni, ma bensì di coloro che aveano uffiziale mandato d’educar la gioventù e d’insegnarle la scienza, o che si assumeano la seria missione di riformare le pubbliche istituzioni.
[…]
  pp. 229-230. Se codesti moderni, che non credono alla differenza fra il bene e il male, non poteano dire come quelli antichi che la materia è opera del principio maligno, che la donna è creatura del demonio, essi trovarono formole equivalenti per l’avvilimento del sesso donnesco. Il già citato Balzac primeggia anche in questo; la sua Physiologie du mariage e più l’altro Etude de femme sono la più sconcia calunnia contro la donna. Non si creda già che siano soltanto una satira dei difetti più o meno veri, più o meno comuni nel sesso debole; vi si cerca l’universalità, l’originalità d’una natura diresti per sé maligna.
  Da Balzac la donna non ha che un elogio, tristo elogio! D’essere cioè un délicieux instrument de plaisir pour l’homme; ma esso rappresenta la custodia di tale stromento sì difficile, che direbbesi impossibile. Sulle virtù della donna ei non fa assegno: une femme vertueuse est stupide ou sublime. La vertu des femmes est peut-être une question de tempérament. Perciò tutto il suo scritto è diretto ad armar i mariti di astuzie e di mezzi acciò dispongano per le donne una schiavitù, che dicevamo più vile di quella degli harem orientali, una schiavitù tutta di sospetti, di menzogne, d’inganni. La femme est un esclave qu’il faut savoir mettre sur un trône. Con tali dati ei va deplorando il vizio del nostro ordine sociale, invocando, come vedemmo, già riforme di legislazione sulla pudicizia femminile e sui maritaggi; evidentemente esso ne argomenta dal credere impossibile la virtù di quello che per maggiore dispregio esso chiama le petit sexe, e dal riguardare come inevitabile la offesa dei diritti del marito. Avvegnachè ricadano anche sul sesso maggiore in gran parte gl’insulti di quel misantropo sardonicamente faceto, l’opera sua però è diretta a scusare o encomiare la dissolutezza del sesso maschio, e a preparargli docili e sicuri stromenti e vittime dei suoi diletti; le donne rimangono il patrimonio di Satanno e degli Asmodei incarnati, quali l’autore suppone essere gli uomini. Fra gl’insultatori contemporanei del sesso debole, Freibel, promettendogli emancipazione, determinava il carattere della libertà di che lo volea dotare, dicendola: La liberté des Négresses d’Afrique, e tale è in sostanza il pensiero di Balzac nel proporre libertà senza freno alle figlie, e vedove, e schiavitù a quelle che vennero in possesso d’un uomo. Tant’è vero ciò che già dicevamo che l’emancipazione della donna finisce sempre a profitto della prepotenza dell’uomo e a di lei schiavitù peggiore.
[…]
  pp. 233-234. Un’osservazione abbiam ancora a fare, che si applica in universale a tutte le scellerate dottrine odierne, e che ha pure la sua parte propria in quelle antinuziali, ed è che non solo l’antico pensiero satanico vi traspare chiaramente, ma che l’autore stesso si mostra smanioso di tradire il velo dell’antropomorfismo e del razionalismo sotto cui usava da secoli celare le sue soperchierie. I moderni sofisti amano di rappresentarsi come un’incarnazione dell’Idea, di quell’Idea che non potendo essere la parola del Dio vero, cui professano odio, è la parola del suo nemico. I romanzieri, i drammaturghi si danno volentieri come gli interpreti di Satanno in persona, ora fingono visioni diaboliche, ora introducono nelle loro favole personaggi demoniaci, ai quali attribuiscono le dottrine e le opere della nuova rigenerazione sociale tendente alla diabolizzazione del mondo, come dicono, per antinomia all’antico diritto divino. Questi mefistofeli riempiono le leggende, i poemi e i romanzi moderni, e Balzac non obbliò questo mezzo di ravvivare le imaginazioni dei lettori nelle sue scritture succitate; ei diede alla sua Physiologie l’aria di una rivelazione satanica (V. Introduction). Al modo stesso tanti drammi (specialmente tedeschi) compaiono come esposizioni di gesta sataniche; siamo portati a credere che v’è più verità che favola in tale meraviglioso poetico.


  Antonio Bazzarini, Balzac […] Onorato, in Piccola Enciclopedia ovvero Vocabolario usuale-tascabile scientifico, artistico, biografico, geografico, filologico ecc. della lingua italiana compilato da Antonio Bazzarini ordinato, riveduto ed ampliato da Costanzo Ferrari. Vol. I. A-F, Torino, Eredi Bazzarini e Comp. e Libreria Sociale, 1853, p. 265.

 

  Celebre romanziere francese morto il 1850.


  Ruggero Bonghi, Diario, 6 gennaio 1853. Ora in I Fatti miei e i miei pensieri … cit., pp. 180-181.[7]

  Balzac.
  Ho letto la Recherche de l’Absolu del Balzac. Una gran minchioneria, che ha bellissime pagine ed è condotta in molte parti assai finemente. Ne trascrivo qui tre o quattro osservazioni e espressioni felici che ci ho trovate: «L’archéologie est à la nature sociale, ce que l’anatomie comparée est à la nature organisée».
  «La bonne bête ou l’homme de génie sont seuls capables, l’un par faiblesse, l’autre par force, de cette égalité d’humeur, de cette douceur constante, dans la quelle se fondent les aspérités de la vie. Chez l’un c’est indifférence et passivité : chez l’autre, c’est indulgence et continuité de la pensée sublime dont il est interprêt (sic) et qui doit se rassembler (sic) dans le principe comme dans l’application. L’un et l’autre sont également simples et naïf : seulement, chez celui-là c’est le vide : chez celui-ci c’est la profondeur. Aussi les femmes adroites sont-elles assez disposées à prendre une bête comme la meilleur (sic) pis-aller d’un grand homme».

  Antonio Bresciani, Del Romanticismo italiano rispetto alle lettere, alla religione, alla politica e alla morale. Saggio di alcune voci toscane d’arti, mestieri e cose domestiche. Dialoghi e discorsi. Operette del P. Antonio Bresciani della Compagnia di Gesù. Nuova edizione, Parma, da Pietro Fiaccadori, Giorgio Franz in Monaco, 1853.[8]

  p. 54, nota 1. Che si direbb’egli adesso che ci venner di Francia i demoniaci del Balzac, gli spergiuri, i falsarj, gli adulteri, gli incestuosi, i sicari con tutte le altre luride e nere abominazioni, onde insanguinarono i lori scritti i Dumas, i Victor Ugo (sic), e le Georges (sic) Sand? Si dirà che sì deliziose e amabili cose è d’uopo render volgari all’Italia ristampandole, traducendole, acconciandole alle nostre scene: anzi perché più dolci e spirituali divengano, egli è da accordarle colla celeste armonia della musica, e cantando e suonando insegnare al popolo i più truci e stomacosi delitti.

  [P. Antonio Bresciani], Il ritorno del carbonaro, in Della Repubblica romana. Appendice dell’Ebreo di Verona corretta dall’autore e corredata di note, Ferrara, per Domenico Taddei Tipografo del Governo; Giorgio Franz in Monaco, 1853, pp. 167-170.

  p. 170, nota 1. Cfr. 1852.

  Cesare Cantù, Epoca XVIII. Storia contemporanea. Romanzieri, in Storia universale di Cesare Cantù. VII edizione, Tomo VI, Epoche: XVII, XVIII, Torino, Cugini Pomba e C. Editori, 1853.

  p. 988. Cfr. 1852.

  Cesare Cantù, Discorso intorno alla vita dell’autore letto da Cesare Cantù ai Soci dell’Ateneo di Bergamo, in Giorgio Lord Byron, Opere di Giorgio Lord Byron precedute da alcune avvertenze critiche sulle stesse e da un discorso di Cesare Cantù. Prima edizione napolitana adorna di figure incise, Napoli, Francesco Rossi-Romano Editore, 1853, pp. 3-59.

  p. 23, nota 2. Oggimai le opere di Balzac, di Borel, di Chamvert, di altri imitatori di Hugo sono veri reati contro la morale e l’umanità.


  Cesare Cantù, La Festa dei canestri, in Racconti. Edizione migliorata e accresciuta, Milano, presso Giacomo Gnocchi, 1853, pp. 255-265.

 

  pp. 258-259. Avete inteso mai discorrere della Festa dei canestri? Oh, la è cosa tanto semplice! E poi, foss’ella un costume della Scozia o della Turena, l'avreste letto in Walter Scott od in Balzac: qui da noi nè gli scrittori descrivono, nè i curiosi osservano le cose nostre: s’ha altro a fare che scendere alle minuzie della vita reale: e vuolsi dover guardare ogni cosa col telescopio: eccellente metodo di raggiungere la verità.


  L. De Caro, Storia dei Gran Maestri e Cavalieri di Malta con note e documenti giustificativi dall’epoca della fondazione dell’Ordine a’ tempi attuali per L. De Caro. Vol. II, Malta, 1853.

  p. 178. In verun epoca, dice il Balzac, questa grande figura storica [Luigi XI] non fu bella e poetica. Inaudita riunione di contrasti! … una forza d’animo maravigliosa in un corpo fiacco, uno spirito incredulo alle cose di quaggiù, credente ad ogni più minuta pratica superstiziosa, lottante con due potenze più forti di lui, il presente e l’avvenire; l’avvenire, nel quale temeva di incontrare tormenti, il presente al quale si attaccava la sua vita.


  T.[ullio] D.[andolo], Portoreale e Pascal, «L’Amico Cattolico», Milano, dalla Tipografia Boniardi-Pogliani di Ermenegildo Besozzi, Serie II – Tomo X, Fasc. 3.°, Agosto 1853, pp. 145-155.

 

  p. 146. Queste sentenze sono d'uno dei più acclamati rappresentanti dell’odierno libero pensare francese: niun vorrà accagionare di gesuitismo l’Autore della Gran commedia umana, il sig. di Balzac, invocata quasi testo al nostro dire la qual autorità, ci faremo a ragionare del Giansenismo avendoci a scorta un altro scrittore d’autorità parimenti non recusabile per molti (Louis Blanc, nella sua recentissima Storia della rivoluzione francese).


  Tullio Dandolo, Appendice. A M. Alfred Nettement [29 Avril 1853], in Il Pensiero cristiano ai giorni dell’Impero. Studii di Tullio Dandolo pubblicati a beneficio del Pio Istituto Tipografico di Milano, Milano, coi tipi della Ditta Pirotta e C., 1855, pp. 108-109.

  p. 108. J’ai commencé à vous connaître, Monsieur, dans des articles sur Malébranche, cet homme honoré par de Maistre du titre de Platon Chrétien. J’ai goûté ensuite vos Etudes sur le feuilleton-roman: il me parassait, en vous lisant, d’assister au dénouement d’un drame raisonnable, au dernier acte du quel on voit le vice démasqué et puni. Les oeuvres de Soulié et de Sue m’étaient un cauchemar: Dumas m’avait l’air d’un enchanteur qui attire les passants dans son château d’acier poli, pour les énivrer et les retarder; Balzac me faisait l’effet d’un chiffonnier qui dans ses tournées nocturnes trouve ça et là des bijoux tout en rémuant du fumier; quant à la Sand elle me faisait songer à cette Imperia Romana qui voilait l’immortalité de son coeur par exhibition des hautes qualités de son esprit: il était temps qu’une main vigoureuse s’armât d’un fouet vengeur pour frapper ces corrupteurs qui se moquent sous cape des lecteurs, en leur jettant (sic) au nez les gros mots de philantropie, de redressement des lois, de récompenses de la vertu. C’est merveilleux de voir dans quel (sic) bouges ils savent trouver les hautes moralités dont ils nous gratifient, eux qui ignorant la chaumière pieuse, le manoir honnête, le presbytère édifiant, la cellule recueillie; mettant le monde à l’envers, substituent le tapis-franc à la chaire, et le bordel à l’église, ils érigent la fatalité en déesse, et l’or en maître légitime du monde: l’adultère est selon eux une prise de possession des droits d’une inaliénable liberté, et la société une mascarade de mauvais goût où rit bien qui rit le dernier.

  Gargantua, Teatro Alfieri, «Lo Scaramuccia. Giornale teatrale», Firenze, Anno 1, N.° 18, 30 Dic. 1853, [p. 3].


   Compagnia Feoli.

  Conoscete voi un romanzo o meglio uno studio psicologico sull’amore intitolato Le Lys dans la vallée, che è la più bella pagina di quell’immen­so poema della Comédie humaine uscito dalla gran mente di Onoralo De Balzac? Non lo conoscete? meglio per voi – Voi non avreste provato, as­sistendo Martedì sera al Teatro Alfieri alla parodia di questo magnifico libro, le pene che provammo noi che lo abbiamo ultimamente riletto; voi non proverete leggendo l’articolo che siamo obbligati a scrivere sul dram­ma dei Sigg. Barrière e De Beauplan, le pene che noi proviamo nello scriverlo.

  Una donna maritata a un vecchio maniaco e crudele, madre di due fanciulli malaticci, marcati col segno di una morte precoce, si prende di una casta amicizia per un giovine quasi adolescente, che l’azzardo invia nella di lei solitudine. Questa affezione avvivata dal soffio della natura e della giovinezza si cambia ben presto in amore. Ma la sposa vuol restar fedele, la madre vuol restar pura — essa comunica al suo giovine amante questa purità infiammata che brucia il suo petto; essa lo inebria col fiele del suo calice, lo inchioda sulla sua medesima croce. Un giorno l’aman­te diventa infedele e la donna, priva del solo appoggio che la ritenesse su questa terra, cade, languisce, si scolora e muore amando, come amando aveva vissuto.

  Eccovi il libro tutto intero; il battito del cuore analizzato come il pol­so di un malato nelle sue più impercettibili pulsazioni; il lento suicidio di due anime trasportale nell’aria irrespirabile dell’estasi, asfissiate dall’etere, dai profumi, e da tutti i veleni celesti che esalano dagli incensorii di un mistico amore.

  Ed a di questo libro che si è voluto fare un dramma, conservandone il titolo ed i nomi dei personaggi; conservandone le apparenze appunto perché ne veniva iniquamente profanala la spirituale realtà; ed è questo dramma che i soliti traduttori hanno ridotto per il Teatro italiano, che grazie a loro vien fatto complice involontario di tutte le profanazioni tea­trali, che agii spiriti bizzarri di oltre-alpe piace di commettere. L‘esito contrario che toccò a questo dramma sul Teatro-francese non ha per nulla dissuaso i traduttori dal compire l’opera loro — un traduttore non ha la missione di esaminare se un dramma sia buono o cattivo, gli basta che sia un dramma, una tavola qualunque sulla quale egli possa esercitare il proprio mestiere. I critici parigini vendicarono l’opera di Balzac dall'in­sensato insulto; la nostra critica è necessariamente un’eco della loro e noi saremmo felici se potessimo sortire un medesimo effetto — quello di far bandire questo dramma dai repertorii italiani, come è stato bandito dal repertorio francese.

  Per farvi sapere in poche parole che cosa i profanatori abbiano fatto dell’opera dì Balzac, noi vi diremo che Felice de Vandenesse non è più il giovane triste ed affamato di amore che Balzac ci ha mostrato — No — è ufficiale di marina che ha già fatto tre o quattro volte il giro del mondo. Da questo cambiamento di figura deriva necessariamente che tutto il dram­ma diventa assurdo. Immaginatevi il ridicolo di una parte di cherubino d’amore sostenuta da questo semi-lupo di mare. Il famoso bacio che Felice dà sulle spalle della Contessa di Mortsauf al principio del dramma, come al principio del romanzo, e che contiene i germi di tutta l’azione, dal mo­mento che Felice è un ufficiale grande e grosso in cerca di conquiste in un ballo qualunque, e non un fanciullo novizio perduto negli splendori inu­sitati di una festa monarchica è una stoltezza, invece di una follia, una fredda stravaganza invece di un trasporlo di sentimento, l’impertinenza di un uomo male educato, invece del fogoso delirio di un’adolescente. Ciò premesso tutti i personaggi cambiano natura e camminano nel falso. M.me De Mortsauf non è più l’angelica creatura, che vola nel Romanzo di Balzac ed ha torto di perdonare ad un officiale di marina questo insulto atroce compito con una libidinosa premeditazione — ha torto di riceverlo in casa sua e di mettersi in testa di fargli da madre — ha torto di porsi a filare il perfetto amore spirituale con un marinaro brutale, che fa le sue dichiarazioni sulle spalle delle signore e con un linguaggio così chiaro. Il Conte di Mortsauf, il maniaco indeciso, senza saperlo, il tiranno domestico sen­za volerlo è uno dei soliti mariti che fa le carezze all’amante di sua moglie servendosene per giuocarle la sua partita di Tric-trac. Lady Arabella non è più la sdegnosa inglese che si getta a noto nella poesia della colpa, per­ché tale è il suo piacere, perché è convinta che una donna quando ama un uomo deve abbandonarsi interamente a lui anima e corpo, è una Lorette parigina, che ha preso un capriccio per l’ufficiale di marina con la speranza di farei un buono affare. In un solo punto questa donna è vera, presa nell'aspetto in cui ce la mostra il dramma — è vera quando ride sul naso a M.me De Mortsauf— Eccovi un saggio delle sue parole «Come, signora, questa buona letteruccia (allude alla famosa lettera capo-d’opera di discussione di una donna innamorata) questa buona letteruccia forse un po’ troppo lunga per un biglietto amoroso, è il solo pegno di amore che la vostra virtù abbia consentito a dare, e voi lo rivolete? — Un pentimento avanti la colpa — è troppo presto. Come signora! voi volete aver tutto — il rispetto del mondo, la stima di vostro marito, l’affezione di vostra figlia e l’amore .... del vostro amante, quando un solo di questi beni basterebbe alla felicità di una donna? Si dà il suo cuore, signora, o si rifiuta, ma darlo volendo sembrare di rifiutarlo e moralizzare in quattro pagine ... illeggibili ... ah ... ciò è contrario all’uso di tutti i paesi. lo ho ideato per questa cara lettera una cornice sontuosa sorretta da due amori o piuttosto … no ... da due angeli; io metterò spesso sotto gli occhi del sig. De Vandenesse queste tavole dell’amore spirituale, glie ne farò leggere i severi comandamenti e lo forzerò a rendere a vostro marito ed a vostra figlia la parte di affezione che loro aveva tolta per colpa mia — Signore De Vandenesse io vi rendo il vostro cuore, signora De Mortsauf ecco la vostra lettera, io ve la regalo». Queste parole interrotte nel dramma da esclamazioni di Felice e di Enrichetta che non vi hanno nulla che fare, furono molto drammaticamente dette al Teatro Al­fieri dalla signora Daria Mancini, della quale parleremo fra poco.

  Noi facciamo volentieri a meno di analizzare dettagliatamente questa pro­duzione ibrida che non è un dramma, nè un libro, ma un certo che di sparpagliato e di confuso, un aggregato di pezzi che non formano un tut­to. Le scene si seguono all’azzardo, non si spiegano i passaggi. Si sente che questi personaggi sono le ombre oscure di figure splendide, una copia senza sostanza e senza valore. Caratteri arrovesciati, tipi sfigurati, un’ar­ruffio (sic) di situazioni che si intrecciano sente legarsi e senza riconoscersi fra loro. Insomma un tentativo audace, o piuttosto sfacciato, abortito completa­mente.

  Eppure gli artisti della Compagnia Feoli sono riesciti quasi a salvare questo dramma dal naufragio che merita. La Sig.a Carolina Caracciolo deve aver compresa la poesia della parte di M.me De Mortsauf più sul Romanzo di Balzac, che sulla parodia del Sig. Barrière e compagno. Essa ha saputo trova­re delle altitudini naturalmente languenti e graziose e la sua beltà pura, bianca, unita di tono, che potrebbe servir di modello ad una immagine della dolcezza, l’ha servita a meraviglia per assumere la fisonomia della celeste creatura. Ha avuto dei momenti di tenerezza e di rassegnazione, degli slanci di amore materno, che ci hanno rivelato in lei una vera artista. Feoli ha da­to un colore di follia nervosa, alle stranezze crudeli del Conte di Mortsauf in modo da renderlo il più possibilmente verosimile sulla scena. La parte di Lady Arabella Dudley, questa amazzone del vizio romantico, che Balzac ha contraposto con un sì fiero contrasto alla sua pudica eroina e che nel dramma fa la bella figura che vi abbiamo detto è stata sostenuta con mollo spirito, molta verità e molto talento dalla Sig.a Daria Mancini, una giovine at­trice alla quale possiamo predire un bell’avvenire. Essa ha tutto le doti necessarie per realizzare la nostra predizione — una graziosa figura, una buo­na intelligenza, una franchezza naturale e disinvolta, una pronunzia pura, un metodo piano e naturale; pronunzia e metodo che saprà conservare a di­spetto dei cattivi esempi. Aspettiamo di vederla in una parte di qualche ri­lievo per darle la nostra parte di lode e di critica, sicuri che essa non insuperbirà per la prima e farà tesoro della seconda.


  Josuè, Teatro del Cocomero, «Lo Scaramuccia. Giornale teatrale», Firenze, Anno 1, N.° 18, 30 Dic. 1853, [p. 2].

  [Su: Federigo Riccio, Paolo Albini].

  […] bisogna averla veduta [l’A. descrive il personaggio della Signora Sadowski] … sono cose che non si descrivono a meno di avere la penna di Balzac.


  Ilario Peschieri, Preambolo dell’autore, in Supplemento al Dizionario Parmigiano-Italiano di Ilario Peschieri. Compilato dallo stesso autore, Parma, Dalla Stamperia Donati, 1853, pp. XI-XXIX.

  pp. XV-XVI. Sarebbe dunque stato […] prudentissimo consiglio lo aggiungere agl’italici scientifici congressi una sezione letteraria, non perché facesse risorgere le arcadiche freddure, o presentasse tradotte le romantiche sconcezze di Balzac; ma perché offrisse elucubrate lezioni sull’italica lingua per rispetto specialmente alle scienze ed alle arti, le quali a questi ultimi tempi hanno fatto que’ giganteschi progressi che tutti sanno.

  Giorgio Sand, Enrichetta Beecher Stowe, «La Fama del 1853. Rassegna di Scienze, Lettere, Arte, Industria e Teatri», Milano, Anno XII, N. 6, 20 Gennajo 1853, pp. 21-22.
  p. 21. In Francia si è lungo tempo disputato contro le prolisse descrizioni di Walter Scott, dopo si è gridato contro quelle di Balzac, e, tutto ben considerato, fu necessario convenire che nel dipingere i costumi e i caratteri nulla era di troppo, quando ogni pennellata era al suo posto, e concorreva all’effetto generale del quadro.


  Adalberto Thierghen, Un incanto di libri, in Scene della vita e novelle. Volume unico, Trieste, Colombo Coen, Editore, 1853, pp. 335-341.

 

  p. 339. Les oeuvres de George Sand, de Frédéric Soulié, de Balzac ed altri francesi! ed il povero banditore non ebbe tempo di finire, che già gli astanti erangli balzati addosso; e senza udirne il prezzo andavano a gara chi esibiva di più. Ed eravi una tale confusione, un tal rumore, che il poveruomo dovette imporre silenzio e ricominciare l’incanto di quei libri francesi, i quali furono venduti tutti a prezzi esorbitanti.


  Niccolò Tommaséo, Sand Georges (sic). “Leone Leoni”, in Dizionario estetico di Niccolò Tommaséo. Parte moderna, Milano, per Giuseppe Reina coi tipi Bernardoni, Giorgio Franz in Monaco, 1853, pp. 349-350.

  p. 349. Je préfère les idiotismes faciles de Cellini à la roideur laborieuse des puristes; et Madame de Sévigné ne pâlirait pas à côté de Balzac.


  Francesco Viganò, Il Brigante di Marengo o sia Mayno della Spinetta. Leggenda popolare pubblicata da Francesco Viganò. Seconda Edizione, Milano, per Borroni e Scotti, 1853.

 

Capitolo XXI.

 

  pp. 276-277. Di queste storie se ne ascoltano tante ed io, visitando le sponde di quel lago, ho trovato che sono di tale abbondanza le cose maravigliose che si contano da quelle popolazioni, e specialmente dai barcajuoli, che ci sarebbe da nutrire una dozzina di Balzac, di Dumas, di Giorgi (sic) Sand e di chi sa quanti novellieri e romanzieri moderni, se avessero da andar da quelle parti.


  Francis Wey, Come il Sole sia divenuto pittore. Storia del dagherrotipo e della fotografia [Continuazione], «Emporio artistico-letterario ossia Raccolta di amene letture di educazione e di famiglia. Novità, aneddoti e cognizioni utili in generale con disegni intercalati al testo», Venezia, nel Privilegiato Stabilimento Nazionale di G. Antonelli Ed., Volume V, 1853, pp. 507-509.

  p. 508. Più tardi, colle privazioni quest’uomo coraggioso [Niépee di Saint-Victor] seppe procacciarsi alcuni strumenti indispensabili, e ricompose una piccola officina nella caserma della via Mouffetard. Scoraggiato, ma perseverante, isolato, ma tutto intento all’opera sua, vivendo d’aria e di speranza, come quel Baldassarre Claës, di cui Balzac espose la fantastica leggenda, proseguì l’opera sua, sostenuto dall’esempio di Becquerel che aveva riprodotto le tinte dello spettro solare.

  Antonio Zoncada, Romanzi. Donde nacque il romanzo; qual frutto se ne può ritrarre; danni che arrecano i romanzi immorali; romanzi italiani più famosi ai dì nostri, in I Fasti delle Lettere in Italia nel corrente secolo spiegati alla studiosa gioventù dal Professore Antonio Zoncada. Prose, Milano, presso Giacomo Gnocchi Editore Libraio, 1853, pp. 193-209.

  pp. 198-200. Che diremo dunque di quei romanzi nei quali l’uomo virtuoso è sempre la vittima, il tristo, il perverso finisce sempre a trionfare; di quei romanzi nei quali certe virtù sono sempre sì maltrattate che riescono ridicole; nei quali si scalzano le basi della civile convivenza, talchè l’orgoglio che aspira in alto ha sempre ragione, il diritto che vuol mantenersi ha sempre torto? Voi siete povero, e però ben vi sta l’odiare il ricco per la semplice ragione che non vuol fare a mezzo con voi; questa donna è vostra, vostra per elezione, vostra per solenne promessa, vostra perché Dio stesso vi congiunse all’altare; ma voi siete uno sciocco, un uomo del tempo antico, se per questo pretendeste di avere ogni ragione sul suo cuore; v’è un altro che pretende di amarla più di voi, v’è un altro che se ne crede più degno di voi, v’è un altro che contro voi adduce certa quale fatalità che lo trascina verso questa donna che è pur vostra; se voi vi fate sentire, se trovate che questa tresca non cammina secondo le buone regole della morale, voi siete un insensato, un brutale, uno stupido tiranno. Ecco i belli insegnamenti che ci danno tanti e tanti romanzi che, quasi da impura officina, ci vengono ogni giorno dalla Senna; ecco a che scuola di morale si viene ammaestrando la nostra gioventù, che pur vuol essere la speranza della patria. Che altro c’insegnano i Balzac, i Sue, i Dumas, i Kock, le Dudevant[9], per tacere di altri il cui nome è un insulto al pudore? Eppure, chi li credesse, non mirano essi che a togliere gli abusi, a riformare i costumi, a prosperare gli stati; essi hanno la nobile missione di far felice il genere umano. Ma vedete strano modo di procacciare la felicità! Mettere sossopra tutto il mondo, inimicare l’una classe coll’altra, dire al padrone ubbidisci, e al servo comanda, dire al vecchio impara, e al giovane insegna; e per sempre più conciliare il vicendevole affetto, predicare a tutti che il mondo è un ospital di pazzi, un bosco di malandrini; e dopo aver dipinta la società coi più neri colori, dopo avermi mostrato che il vizio è la regola, la virtù l’eccezione, che la colpa trionfa, la virtù si martóra nella sua impotenza, conchiudere poi con ineffabile ingenuità: - Eccoti, o uomo, la società che tu devi amare. – E sapete come si difendono costoro quando vengono accusati d’ispirare l’odio degli uomini, il disprezzo delle leggi, l’oblio della morale? La discolpa è forse peggiore della colpa. Altro non fanno, dicono esso, che dipingere il mondo tal qual è; sarebbero ben lieti di poter presentarci l’uomo sotto migliore aspetto, ma nol potrebbero fare senza tradire la verità. Santo zelo invero, che non può esercitarsi altrimenti che insegnandomi a odiare il mio simile, togliendomi la pace del cuore, la stima di me stesso e degli altri! Ma quand’anche questo zelo sia causa di sì funeste conseguenze, noi vorremmo concedere loro ampio e generoso perdono se avesse alcun fondamento di ragione. Ma no, la Dio mercè: per corrotto che si voglia il mondo, no non corrisponde al ritratto che ne fanno costoro; ella è solenne ingiustizia quel raccogliere in una città, in un popolo tutte le immondezze, le turpitudini, le infamie, farne, per così dire, il catalogo colla pazienza dell’antiquario e poi dire: Ecco il mondo! Dite piuttosto: Ecco la faccia del mondo, ecco l’aberrazione, il disordine, che la provvidenza permette perché meglio appaja la bellezza della virtù, che procede nelle vie segnate da Dio all’uomo. Chiamereste giusto colui che, per dimostrarvi, a mo’ d’esempio, che la pittura non ha nulla di buono, vi venisse con maligna compiacenza ricordando quante tele s’imbrattarono da Giotto in poi dai più goffi artisti, o colui che, a provare che i nostri campi sono una terra maledetta, vi enumerasse tutte le erbe e le piante o inutili o perniciose che vi allignano? Lo sappiamo anche noi, né occorre che veniate a ricontarcelo sul viso, molte sono le piaghe in questo gran corpo che dicesi la società, molti i mali umori; ma se fosse così guasto come voi dite, come potrebbe egli vivere? Il vizio dà più negli occhi a tutti perché sfacciato; la virtù, umile e modesta per natura, volentieri si nasconde. Quante figlie amorose, quanti padri esemplari, quante madri la cui vita è un continuo sagrifizio alla famiglia, che potrebbero somministrarvi materia alle scene più commoventi! E per voi sono come non fossero, tanto vi piace raffigurarvi tutte le fanciulle ipocrite, tutti i padri scostumati ed egoisti, tutte astiose e insopportabili le madri! Voi andate con turpe gioja a razzolare nel trivio, nelle taverne, nei luoghi più impuri tutte le schifezze, gli orrori, le nefandità di quegli uomini esleggi che sono come la scoria della società; scrivete voi dunque per le taverne, per l’ergastolo? Perocchè vi domando: se il fine a cui mirate, come voi dite, egli è questo di addirizzare gli animi al bene, credete voi che tali enormità possano correggere gli animi? O quelli per cui scrivete sono corrotti al punto di appartenere a quella classe che da voi si descrive, e pensate voi se uomini i quali superarono perfin lo spavento del patibolo si vorranno correggere alla lettura di un romanzo; o sono incapaci di tanta depravazione, e allora a qual pro dipinger loro tanti orrori, quando, non fosse per avezzarli a siffatto spettacolo, per scemarne in loro il naturale ribrezzo? Sarebbe in vero un modo singolare di definir l’uomo chiamandolo un animale gobbo, attratto, rachitico, zoppo, cieco, sordo e via via, perché e zoppi e attratti e ciechi e sordi si trovano nel mondo. E sarebbe pure un metodo curioso assai quello di quel medico che, avendomi a guarir dalla tosse, mi facesse l’analisi di quante malattie si trovano all’ospedale, perch’io poi ne facessi l’applicazione al caso mio.
  Ma qual è la causa di tale pervertimento? Viene essa dal pubblico o dagli scrittori? Per me credo che la colpa sia d’ambidue, e siano tra loro causa ed effetto a vicenda. Il pubblico immorale forma gli scrittori immorali, e gli scrittori immorali mantengono e accrescono l’immoralità del pubblico. La più parte degli scrittori sono indotti a pubblicare le loro opere dal desiderio della fama e dall’amor del guadagno. Ora, siccome un pubblico corrotto preferirà sempre di leggere libri che secondino le sue passioni e accarezzino i suoi vizii, anziché libri di severa morale, che vorrebbero farlo vergognare di sé quasi mentori importuni, per la stessa ragione siffatti autori preferiranno offendere le leggi della morale anziché pregiudicare al loro interesse, e rinunciare a quell’aura popolare cui, sebben le più volte bugiarda, chiamano essi col nome di gloria. Come in un circolo di ben educate persone non è possibile la scurrile licenza del trivio, così avviene d’un popolo ben ordinato ed uso a rispettare il buon costume; nel suo seno non sorgono licenziosi, immorali scrittori, o sorgendo, il disprezzo dell’universale li fa morire appena nati. E qual romanziere vorrebbe vegliar le notti per tessere tal lavoro che non gli fruttasse poi né gloria né danari? Ma tale considerazione non giustifica per nulla lo scrittore; e questo si vuol ripetere a chiare note sì che ognun l’intenda, dappoichè è antico il mal vezzo di voler coprire colle tendenze del secolo le turpitudini dello scrittore. Perocchè la depravazione di molti non è buon argomento perché altri debba secondarla; e se a tutti incombe il dovere di rispettare la morale, molto più a coloro che, essendo privilegiati di potente ingegno, hassi a supporre meglio conoscano il pregio della virtù e più siano atti ad innamorarne altrui. Io condonerò pure, ad un autore ch’egli secondi tanto quanto il mal gusto dominante, contento di stringermi nelle spalle quando lo sentirò lodato appunto colà dove appare più inetto, più falso, più esagerato, rimettendomi al giudizio del tempo che assesta ogni cosa; ma ch’egli, il qual col suo volgersi al pubblico levasi a maestro, si faccia strumento di corruttela, questo non gli potrò mai perdonare. Sebbene chi ben consideri troverà forse che tra il buon gusto e la buona morale v’è più corrispondenza che a prima vista non sembri, stantechè sì l’uno come l’altra si fondino sopra un medesimo principio d’ordine, di aggiustatezza, di corrispondenza tra le cause e gli effetti, tantochè perfino nel comun parlare siamo avvezzi le proprietà del bello applicare al morale e viceversa, onde diciamo una bella virtù, un buon quadro e via via. Ma qui non intendiamo sottilizzare, né aprir discussioni troppo metafisiche, perché non siano ai nostri giovani lettori nojose. E però nulla diremo di quel aggruppar che fanno i romanzieri francesi per la più parte avvenimenti ad avvenimenti; di quel cercar sempre l’inaspettato, l’improviso; di quello studiare i contrasti più violenti; di quel complicare l’ordito in modo che l’azione mai non finisca dove naturalmente dovrebbe finire, perché soprattutto si vuol pascere la curiosità, deludere l’aspettazione del lettore, tenerlo, per così dire, a bada piacevolmente per tre, per quattro, per cinque volumi e più, se il caso porta: nulla diremo di quello stile ora lirico, ora men che pedestre; nulla di quella lingua cosmopolita a cui non basta nessun vocabolario, e che si direbbe uscita dalla torre di Babele. E sarà certo prudenza in noi il non metterci in questo campo sterminato dove allignano piante parassite e bronchi e spine e male erbe d’ogni maniera in tanta copia che, a volerne pur fare un cenno, non ne usciresti sì a buon mercato.
[…]
  pp. 201-202. Venendo a discorrere dei moderni romanzieri d’Italia nostra, sarebbero a dirsi troppe cose quando si volesse trattare distesamente il soggetto. […] Certo gli è che l’Italia non può vantare in tal genere la strabocchevole ricchezza dei Francesi, anzi, se guardiamo al numero più che alla qualità troveremo che le produzioni nostre per questo lato si riducono a ben poca cosa. Quando si pensi che non pochi autori francesi improvisano romanzi come qui da noi un sonetto, che taluno di essi ha pubblicato i cinquanta, i sessanta volumi di romanzi nel giro di pochi anni, come per tacere dei minori, un Balzac, un Dumas, bisogna far le meraviglie e quasi si griderebbe al miracolo. Ma cessa alquanto lo stupore quando poi si fa mente alla qualità del lavoro, quando, dopo lettine parecchi, vieni a scoprirne il segreto meccanismo che è presso a poco il medesimo per tutti. Nel resto ognun vede come tali opere colla stessa rapidità con che salgono in grido cadono in dimenticanza; i romanzi si succedono in romanzi, i nomi ai nomi, e l’ultimo è sempre il più lodato. Ormai gli scrittori di romanzi somigliano ai cantanti e ai ballerini, fra i quali quei dell’ultima stagione sono di solito anche i più applauditi. Oggi splende all’orizzonte la stella di Balzac, domani quella sorgerà dell’autore dei Tre Moschettieri, e invano cercherete in cielo l’astro del signor Onorato. Poi vien la volta degli Hugo, dei Kock, dei Sue; quanto ai Souvestre, ai Bernard, ai Marmier, ai Reybaud, gente troppo letterata per essere di moda, appena resta la memoria fra i più discreti. Pochi anni sono tutto il mondo elegante delirava per i romanzi di una donna la cui vita è strana quanto i suoi libri; al presente se ne parla ancora un poco, la si ammira un poco ancora, credo per rispetto cavalleresco al sesso, ma i lettori vogliono altra pastura. E Parigi, quasi immensa officina, è in gran faccenda tutto l’anno per saziare la fame del mondo, e il mondo simile alla lupa di Dante, dopo il pasto ha più fame che pria. Il far romanzi è quivi divenuto un mestiere, mestiere lucroso a chi sa profittarne, non pensando al giudizio dei posteri, sì bene alle migliaja di franchi che gli proverranno nel forziere se saprà ammannire qualche nuovo intingolo al gusto del secolo qual ch’ei siasi; e l’arte se ne va quando si converte in mestiere. È innegabile che i tali scritti v’è della fantasia, ma le più volte la è pazza e scarmigliata; v’è del nerbo, ma febbrile e convulso; il cuore è profondamente commosso, ma a scapito dell’onesto e del giusto; la curiosità pasciuta mirabilmente ma a scapito del buon senso e della ragione. So bene che molti arricceranno il naso a tale giudizio, ma di questo né mi lamento né mi stupisco, dappoichè sono persuaso che se costoro non fossero, non vi sarebbero nemmeno i romanzi di tale scuola, e pazientemente aspetto che il tempo a suo bell’agio dia ragione a chi si deve. Questo bensì m’increscerebbe, che i giovani ai quali sono indirizzate queste pagine, essi, le tenere pianticelle alle quali si può dare tuttavia quella piega che sia loro più opportuna, non accogliessero volenterosi queste mie parole, perché poco avrei a sperare del rifiorimento delle buone lettere, e quel che più importa della buona morale in Italia. Sono essi la speranza dell’avvenire, che è tutto in mano loro e di Dio; ma se la pianta è guasta alla radice, qual buon frutto potrà recare?
  I nostri romanzieri generalmente parlando sono di gran lunga più morali dei francesi, quantunque anche in essi troppo larga parte si facesse a certe passioni atte più che altro ad ammollire gli animi e pascere le menti di illusioni; passioni che, quando pur non recassero altro danno che di far vagheggiar l’impossibile, non si potrebbero lodare. Ma la religione v’è rispettata, la morale non vi è stravolta, non accarezzate sotto speciosi titoli le moltitudini, né quindi turbato quell’ordine sociale che ben si può desiderare riformato ma non distrutto.
[…]
  p. 209. E difatti trovi nel Ruperto [Ruperto d’Isola di Giuseppe Torelli] facile invenzione, attraente concatenamento di fatti, caratteri spiccati e che pur non escono dal naturale. A questo aggiungi molta finezza di osservazione, molto frizzo, franchezza di tocco, massime nelle descrizioni, di solito brevi ma evidenti, colore nel dialogo, e avrai sicuramente di che lodare l’autore. Ciononpertanto non vorrei approvare né il genere del romanzo, né in gran parte anche l’esecuzione. A me pare di sentirvi troppo spesso l’imitazione del francese, massimamente in quel prurito di voler brillare ad ogni costo, di caricar le tinte, in quella vaghezza di contrasti esagerati, in quella frase rotta, saltante, balzana che distingue gli scritti del Balzac, dei sue ed altri tali, in quel suo compiacersi del paradossale, dell’epigrammatico, che gli dà quell’aria di bell’ingegno che cerca i piccoli applausi dei così detti circoli brillanti.

  [1] L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: ‘Museo Biblioteca Archivio di Bassano del Grappa; Biblioteca Comunale Vallesiana di Castelfiorentino; Biblioteca ‘Palagio di Parte Guelfa – Fondo dell’ex Università Popolare’ di Firenze; Biblioteca Comunale di Milano; Biblioteca Nazionale Braidense di Milano; Biblioteca Comunale di Portoferraio (LI).
  [2] L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Comunale Vallesiana di Castelfiorentino; Biblioteca Comunale ‘Mozzi-Borgetti’ di Macerata; Biblioteca Comunale Teresiana di Mantova; Biblioteca Estense Universitaria di Modena; Biblioteca Municipale ‘A. Panizzi’ di Reggio Emilia; Biblioteca Civica ‘A. G. Barrili’ di Savona; Biblioteca del Seminario Arcivescovile di Milano di Venegono Inferiore.
  Segnaliamo una ulteriore edizione italiana – ma che comprende soltanto la traduzione di Eugénie Grandet – edita sempre dalla Società editrice italiana, ma in cui non è presente l’anno di pubblicazione.

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  La versione del testo del romanzo balzachiano è esattamente identica a quella del volume sopra indicato e qui riprodotto in alcune sue pagine.

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  Le due pubblicazioni paiono essere il frutto di un’unica composizione tipografica e ci risulta difficile stabilire quale delle due stampe sia stata eseguita per prima (Eugenia Grandet di Onorato Balzac, Torino, Società Editrice italiana (Tipografia G. Favale e Comp.), Via Francesco di Paola, N° 24, s. d., pp. 151, in 16°). Quest’opera è presente nella Biblioteca Comunale di Castel San Giovanni (PC).
  [3] Segnalato e analizzato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana… cit., pp. 510-511. L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Comunale Vallesiana di Castelfiorentino; Biblioteca Comunale ‘Alliaudi’ di Pinerolo; Biblioteca del Centro librario e bibliotecario per la diffusione della cultura Cristo Re di Portici (NA); Biblioteca Civica di Trieste; Biblioteca Comunale ‘V. Joppi’ di Udine; Biblioteca del Seminario Arcivescovile di Milano di Venegono Inferiore.
  [4] Segnalato e analizzato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana… cit., p. 512. L’opera è presente a Palermo: Biblioteca Comunale e Biblioteca Centrale della Regione Siciliana.
  [5] Segnalato e analizzato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana… cit., p. 510. L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Nazionale ‘Sagarriga-Visconti Volpi’ di Bari; Biblioteca Comunale Vallesiana di Castelfiorentino; Biblioteca Civica di Este (PD); Biblioteca Comunale ‘Alliaudi’ di Pinerolo; Biblioteca Civica di Varese.
  Come nel caso già segnalato precedentemente in riferimento ad Eugénie Grandet, anche per Madame Firmiani esiste una seconda edizione (pubblicata sempre dalla Società editrice italiana), non datata, del testo in traduzione italiana per il quale, anche in questo caso, è alquanto problematico determinare la priorità cronologica nella esecuzione della stampa rispetto all’edizione sopra indicata (O. Balzac, La Signora Firmiani, Torino, Società Editrice italiana, Via San Francesco di Paola, n. 24, s. d., pp. 26, in 16°). Quest’opera è presente nella Biblioteca Universitaria di Bologna.

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  [6] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., pp. 524-525.
  [7] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 524.
  [8] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 525.
  [9] Più nota sotto il pseudonimo di Georges (sic) Sand. [N.d.A.]

Marco Stupazzoni


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