sabato 17 agosto 2013


1858





Traduzioni.


  Balzac, Fasto e miseria delle cortigiane di Balzac. Prima versione italiana di A. A., [Appendice a] «L’Arte. Giornale letterario, artistico teatrale», Firenze, Parte 2a.: Come l’amore ritorni nei vecchi, Anno VIII, N. 1, 2 Gennaio – N. 15, 20 Febbraio 1858; Parte 3a: Dove conducono i delitti, N. 16, 24 Febbraio 1858, pp. 18, 20-21, 23-24, 27, 29, 31-34, 36-37, 39-40, 42-45, 47, 49-50, 53, 55-58, 60; 11 Agosto, pp. 63-64.[1]

  Cfr. 1857.

   [Balzac], Balzac dipinto da lui medesimo, «Corriere delle Dame. Giornale di moda e amena letteratura», Milano, Anno LVI, Num. 8, 23 febbrajo 1858, pp. 61-62.

  Si tratta della traduzione di alcune sequenze testuali tratte dalla lettera a Zulma Carraud (Paris, vers le 20 février 1833), ora in Correspondance I (1809-1835). Édition établie, présentée et annotée par Roger Pierrot et Hervé Yon, Paris, Bibliothèque de la Pléiade, 2006, pp. 737-738.

  Non v’ha signora elegante che non abbia letto tanto o poco de’ romanzi di Balzac, di questo scrittore di scene intime, scrutatore de’ secreti del cuore e protettore delle donne di 30 anni, età estensibile fino ai 40. Saranno dunque letti con piacere i seguenti brani di una lettera ch’egli scriveva già ad un suo amico (sic), ne’ quali la vita ed il carattere del romanziere ci sembrano bene e precisamente tratteggiati.
  «Mio Dio! vorrei pure trovarmi alla Pouderie (ad Angoulême), ma con qual mezzo? Non ho ancora ristampato un volume dei Chouans, mi rimangono da terminare dai dodici ai tredici fogli del Medico di Campagna, devo dar questo mese cento pagine almeno alla Rivista di Parigi; e per terminare tutto questo, non sono io obbligato a restare a Parigi? Vengono poi le quistioni del danaro, le cui difficoltà vanno di continuo crescendo, perché i bisogni son fissi, e gl’introiti son colpiti d’anomalia come tante comete.
  Spero per altro che il 10 marzo sarò alla Pouderie, giacchè ho assolutamente bisogno di un lungo mese di solitudine per uscire da questi imbarazzi fastidiosissimi. Ho inoltre da terminare la seconda parte dei Drôlatiques, dove ho ancor da fare due racconti, uno de’ quali è il maggiore del volume.
  Vi assicuro che vivo in un’atmosfera di pensieri, d’idee, di piani, di lavori, di concetti, che s’incrociano, bollono, scoppiettano nella mia testa in guisa da farmi impazzire. Nondimeno, nulla serve a sminuire la mia pinguetudine, ed io sono il più vero ritratto di frate che sia mai stato veduto.
  In quanto all’anima, sono profondamente malinconico. I miei lavori soltanto mi sostengono in vita. Più inoltro negli anni, e le mie noie fisiche e morali diventano più tristi e più frequenti; trovarsi oppresso dai lavori, e non aver mai un istante l’animo soddisfatto da un dolce compenso. Non avere vicino a me lo spirito dolce e carezzevole della donna per la quale ho fatto tanto!
  Ma parliamo d’altro. Devo ringraziarvi e delle cure che vi date pel mio servizio (questa parola sarà spiegata più innanzi: si tratta di un servizio di porcellana), e di quanto mi dite di buono; le vostre lettere mi fanno sempre l’effetto d’uno di que’ bei fiori, il cui olezzo rallegra lo spirito.
  Non conosco la signora di San S. …, come non conosco tante altre donne di cui mi dicono il favorito, o che si vantano di avermi per amante; mentre io non le conosco né di nome, né di persona. Non ho qui visto nessuno d’Angoulême, non avendo d’altronde altra relazione che la vostra e quella de’ vostri amici.
  La settimana ventura, vi spediremo le copie del nostro Lambert, che avreste a quest’ora, senza la pigrizia del signor Augusto, il quale ha dimenticato di ordinare la Cassetta; vi troverete di più un esemplare per voi.
  Abbiamo mangiato con molto rispetto il pasticcio che ci regalaste, pensando necessariamente a voi, di tutto cuore e assai volentieri, come potete immaginare.
  Alcuni giorni ancora, e poi verrò da voi, a parte la modestia, con uno de’ più bei libri che avranno fatto gli uomini, se almeno non m’inganna il mio presentimento, e quello de’ miei amici.
  Il Medico di Campagna mi costa dieci volte più di lavoro, che non me ne sia costato Lambert; non v’ha idea, che non sia stata pensata e ripensata, letta, riletta. C’è da disperarsi davvero quando si tenti di raggiungere la semplice bellezza dell’Evangelo, superare il Vicario di Wakefield, e mettere in azione l’Imitazione di Gesù Cristo! bisogna lavorare a tutto cervello e non stancarsi mai. Emilio de Girardin e il nostro buon Borget contano di spacciarne 400,000 esemplari. Emilio ne farà un’edizione da venti soldi come un almanacco, e bisognerà venderlo come si vendono i libriccini della santa messa.
  Addio, a rivederci presto! i ritardi non procedono da me; voi non potete dubitare della mia affezione. Ivan ha ragione. Noi discorriamo spesse vote di lui con Augusto.
  Addio dunque! mille gentilezze di cuore, anzi di tutto cuore. Baciate Ivan in fronte per me. Poi, il comandante accetti una mia stretta di mano.
  Sollecitate il mio servizio, poichè devo dare un pranzo. In quanto alle tazze, le vorrei (perdonatemi l’espressione, poiché essa spiega la forma), le vorrei a foggia d’orciuolo da notte, elegante, puro; non passa mai di moda. I tondi ad uso della frutta sapete che devono avere un ornamento più degli altri, oltre le mie iniziali intrecciate in carattere gotico.
  Balzac».


Studî e riferimenti critici.


  Un nostro viaggio, «Il Vero Amico. Foglio settimanale», Bologna, Anno X, N. 18, 30 Aprile 1858, pp. 69-70.

  p. 69. Ma eccoci in Parigi. Ci inoltriamo nelle remote stanze di graziosa giovinetta Parigina. – Che? – Il suo petto è anelante, la sua fronte è vagamente sparsa del colorito del pudore, i suoi occhi brillano di lagrime, mentre dolce sorriso ha sulle sue labbra che insieme schiudonsi ad un involontario – baravo! Qual libro è mai quello che svariatamente nello stesso tempo la commuove? È un lavoro del Balzac … o del Dumas … o di Hugo o de’ loro seguaci. – Finge che la così detta forza degli eventi abbia sommesso al volere di schifoso becchino, o pure di vile ciurmatore, o pure d’infame giustiziere una nobile innocente e vezzosa vergine, asfissiata fino ad essere creduta cadavere, e illusa fino ad essere creduta folle, o calunniata così da essere creduta rea!! … Non si manchi d’avvertire che la lettrice era modesta, e virtuosa! – Che inganno, che inganno! Poveri Padri, povere Madri! gridai io allora. – Benedetti i genitori nostri, soggiunsero alla loro volta i nostri sposi, che non ci permisero mai una sì pestilenziale lettura!


  L’Album del maestro Verdi, «L’Annotatore», Parma, Anno II, Num. 24, 12 Giugno 1858, pp. 95-96.

  p. 95. Mi fu dato, ci scrive un amico nostro, di esaminare la collezione di autografi di celebri uomini, che il nostro Giuseppe Verdi ha raccolto nel suo Album. Quante preziosità! Vi hanno là entro scritture e lettere di Leopardi, di Giordani, di Col­letta, di Foscolo, di G. B. Nicolini, di Felice Romani, di Giacomo Tommasini, di Cantù di Tommaseo, di Giusti, di Nicolò Sole, di Zingarelli, di Mozart, di Rossini, di Bellini, di Mercadante, di Pa­ganini; ve ne ha di Luigi Filippo di Bor­bone, del Duca di Ioinville (sic), di Hugo, di Chateaubriand, di Lamartine, di Guizot, di Balzac, di Scribe, di Dumas, di Sue, di Giorgio Sand.


  Il Progresso. Trattenimento primo che serve d’Introduzione, «La Civiltà Cattolica», Roma, coi tipi della Civiltà Cattolica, Anno Nono, Terza Serie, Vol. Undecimo, 1 Luglio 1858, pp. 129-143.

  pp. 139-142.
  Bar.[one] Non indugiai più che tanto la specie del libro: certo egli è un romanzo, compro facilmente a qualche posta delle ferrovie. Dovete aver notato quanti se ne serbano in mostra su pei leggiadri scaffali che adornano i salotti e i portici d’ingresso: ve n’ha di mille maniere e a buona derrata; volumi, volumotti, volumetti; edizioncine usuali e di lusso, dal quanto grande fino al ventiquattresimo; copertine a tinte le più bizzarre in carte inglesi rasate, marezzate, addogate; legature per lo più venuste e profumate, che possono rifiorire i tavolieri delle anticamere, o le mensolette dell’abbigliatoio d’ogni più dilicata e schiva dama del sobborgo di S. Germano.
  Prev.[osto] Sì, l’osservai con mio infinito cordoglio. La vista di cotanti imbratti manipolati ad invaghire di sé, con sì forbita speciosità d’apparenze, mi richiamava l’immagine di una ghiotta imbandigione di tossici micidiali, apprestati in coppe d’oro e di gemme asperse di miele, e que’ versi del poeta, che io da me ripetea con lieve mutazione sul conto d’ogni sedotto che ingordo v’appone le labbra:
  Succhi dolci ingannato intanto ei beve,
  E dall’inganno suo morte riceve.
  Prof.[essore] Felice sostituzione e vera pur troppo! Nel resto pur io inchino a reputare quella sconciatura un romanzo che, se non fallo, dev’esser parto della scuola rossa, come l’appellano, ovvero sociale, percorsa già da Federico Soulier (sic) e capitanata ora da Giorgio Sand, cui spalleggiarono, con esito non pari, Eugenio Sue, Emilio Souvestre e una turba simiglievole di fanti perduti del Progresso.
  Prev. Da quali indizi il pronosticate voi?
  Prof. Dal temperamento di ciascuna scuola. La storica creata in Inghilterra da Walter Scott, e traspiantata in Francia dai due Dumas che la governarono e dai quali pigliarono l’orma Teofilo Gautier e Giulio Sandeau, non si scaglia sì audace, né inveisce con tanta enfasi di stile: per converso ha un andare largo e molle, uno strascico pomposo di sibaritica dignità; un dialogizzare pastoso, uno sceneggiar contornato e poco men che in miniatura, i fatti e i costumi più vituperevoli e dimentichi del passato; una locuzione saporosa, zuccherina, leccata e fluida sì, che senz’avvedertene, ne attrai uno stillato quasi etereo di veleno sensualissimo; e l’aspiri come l’aria che ti regge e che aneli. La voluttuaria, che è la più abbietta delle odierne scuole romanzesche francesi, ha il de Balzac alla testa e dietro Paolo de Kock, Edmondo About, e un codazzo lunghissimo d’altrettali scrittori, tutti d’un medesimo taglio di penna. Ella stassi in notomizzare le più ree passioni del cuore umano, in irraggiarle, in deificarle: si dà vanto di realista, perché copia al vivo ed al vero, quanto è di più vivamente e veramente sozzo e lurido e basso nella natura: la sua è una dicitura di fango, una filosofia di carne, una metafisica di piacere: non ha fibra, non polso, non ardimento; né punto mai si solleva di un dito dalla fogna delle turpitudini ov’è tuffata, e nella quale si ravvoltola e gavazza siccome il verro nel suo brago. Doveché Giorgio Sand ha una mano che schizza luce e vibra scintille; il suo dettato è un argento vivo, sì egli è scorrevole, terso brillante; perle attiche, frasi d’oro, lampi di frizzi, periodi al torno, gioielli di figure, gaiezza di colorito; di nulla ha manco. Vi alletta co’ suoi vezzi, vi abbaglia co’ suoi lustri, col suo brio vi rallegra, con la sua foga vi trascina, v’incanta, vi affattura: e in ultimo con l’aspide mortualissimo, che cova in ognuna delle sue pagine, vi trafigge nelle blandizie e vi uccide nelle rose. Mercecchè ivi non è verità che non si infoschi, non errore che non s’incieli, non bruttura che non si abbellisca, non delitto che non si onesti. La congiura, l’irreligione, la mislealtà, il tradimento, vi si cingono d’aureola di paradiso. Sotto il fascino di quelle carte sataniche, il male vi travisa in bene, il torto in diritto, in virtù il vizio. Tutto l’edificio poi della società religiosa e civile, vi è battuto furiosamente in breccia; né si dissimula che allora solo l’uman genere toccherà il sommo della beatezza e della gloria, quando il presente ordine di cose crollato in isfascio e raso dalla terra, darà luogo al nuovo regno del Progresso. Il quale con demoniaca rabbia s’invoca a fin che di Natura

Ei franga la catena, e urtate e rotte
Dell’universo cadono le mura
E spalancando le voraci grotte
L’assorba il Nulla, e tutto lo sommerga
Nel muto orror della seconda notte.(1)

  (1) Monti, La Bellezza dell’Universo.
  Raffrontate or l’inteso declamare da voi in quella cricca, con questo che vi dico, e inferitene a cui se n’abbia da aggiudicare il merito e l’onore.

  Francia, «Gazzetta Provinciale di Brescia», Brescia, N. 53, 2 Luglio 1858, p. 209.
  Vi fu jeri (24 giugno) a Parigi piccola veglia d’intimi amici dal signore di Lamartine. Entrossi a parlare della gloria e a definirla ciascuno a suo modo. Chi la disse il dolore, chi un nome senza soggetto. – No, no, signori, soggiunge un terzo; io vi dirò con Balzac che cosa è la gloria. «Viaggiando in Russia (dicevansi il romanziere pochi mesi innanzi alla sua morte) sopravvenne la notte. Iti a chiedere l’ospitalità alla porta d’un castello, ecco la castellana e le sue dame affrettarsi ad accoglierci. Una di loro abbandona subitamente la sala per andare a pigliar de’ rinfreschi. Fu intanto annunciato il mio nome alla padrona di casa; si appicca il discorso, e la dama, poc’anzi uscita, rientrando con in mano la sottocoppa, all’udir d’improvviso queste parole: Or bene, sig. di Balzac, voi dunque credete … fa attonita un movimento, lascia cadere la sottocoppa e ogni cosa va in pezzi. Eccovi, s’io mal non mi appongo, ciò che è la gloria». (G. U. di Mil.).

  Miscellanea, «L’Italia Musicale. Giornale di letteratura, belle arti, teatri e varietà», Milano, Anno X, N. 70, 1 Settembre 1858, p. 280.

  Balzac si era incontrato più volte al foyer della Comédie francaise con un faccendiere che aveva la tarantola inglese delle scommesse. – Scommetto di sì scommetto di no – scommetto pro – scommetto contro il valentuomo non usciva mai di lì. – Balzac risolvette di castigare la costui manomania. Una sera fece accendere 300 candele nel suo salotto, indi se ne va al Théâtre-français; trova quel parlatore; si trattiene alquanto con lui, e poscia gli dice: – me ne vado, perché mentre io sto qui a parlare con voi, ho 300 candele accese in casa – Farceur! – La pura verità – Scommetto di no – Quando? – Quando volete – Vadano 500 fr., e venite con me; Merle ci accompagnerà per comprovare il fatto. – Si monta in vettura, si giunge in casa di Balzac, e vi si trovano infatti le 300 steariche accese. – Il parlatore tirò fuori i 25 napoleoni, ma si vendicò non chiamando più Balzac che l'uomo dalle candele. Quindi la fola che da certe (sic) Mémoires venne a propagarsi; cioè che Balzac tenesse abitualmente accese 300 candele nel suo salotto. (Dall’Osservatore Triestino).


  Cose del giorno, «Il Buon Gusto», Firenze, Anno VIII, N. 2, 5 Settembre 1858, pp. 6-7.

 

  p. 7. Cfr. scheda precedente.



  Briciole, «Farfarello. Giornale critico-umoristico. Letteratura – Belle Arti – Teatri – Varietà», Milano, Anno III, 7 settembre 1858, p. 190.

 

  Cfr. scheda precedente.



  A., Nostro carteggio da Parigi, «Il Pensiero», Venezia, Anno Sesto, Numero 9, 3 marzo 1858, pp. 68-69.

 

  p. 69. Peccato, che Balzac sia morto! ma io scommetto, che se fosse ancor vivo si finirebbe col sapere, che i suoi tanti volumi, ch’ei scriveva non si sa quando, come non si trovava la porta della casa ch’ei si facea fabbricare; scommetto che si saprebbe finalmente, che furono fatti in comune con tutte le bas-bleu d’una certa età, ch’egli aveva così galantemente adulate.


  Virginio Angeli, Teatro drammatico italiano. “T. del Cocomero. – La Donna romantica”. Commedia-Parodìa di R. Castelvecchio, «Lo Spettatore, Rassegna letteraria, artistica, scientifica e industriale», Firenze, Anno quarto, Numero 16, 18 aprile 1858, pp. 189-190.
  p. 189. Castelvecchio ha posto in scena una donna giovane, sposata ad un vecchio. La Contessa Irene ha sorbito tutto il veleno che nelle opere immorali di Giorgio Sand, di Soulié, di Dumas, di Sue e di tutta la nobile schiera di questi ingegni perduti (nella quale a torto l’autore pone anche Balzac) ed è divenuta romantica […].


 Arsenico, Dell’Amore considerato ne’ suoi rapporti col credito pubblico e privato. Codice senza commenti, «L’Uomo di Pietra. Giornale letterario, umoristico-artistico con caricature», Milano, Anno II, Vol. 2, N. 15, 10 Aprile 1858, pp. 115-118.

 p. 117. L’amore correndo dietro alle apparenze è diventato un’apparenza; ma io ho anche paura che la fisiologia lo abbia consumato. La fede, l’eroismo cavalleresco e cento altri grandi sentimenti furono svenati dal coltello anatomico. Il giovine che sa cos’è l’amore prima di provarlo se lo accomoda dietro le teorie di Balzac o di Soulié: così di infervorato protagonista si trasmuta in comico ammanierato.


  Vittorio Bersezio, Le Ciarle assassine [Continuazione], «Il Fuggilozio», Milano, presso l’Ufficio del Giornale, Tip. di Gius. Redaelli, Anno IV.°, Num. 38, 18 Settembre 1858, pp. 583-588; Num. 39, 25 Settembre 1858, pp. 609-618.
  Cfr. 1857.

  Giuseppe Bianchetti, Dei lettori, in Dei lettori e dei parlatori. Saggi due di Giuseppe Bianchetti. Alcune lettere di lui medesimo. Nuova edizione riveduta dall’autore, Firenze, Felice Le Monnier, 1858, pp. 3-94.[2]

  pp. 25-26. Quando un autore ha avuto il merito o la fortuna di esser letto da molti, egli ha di già avvezzato il pubblico al suo modo di pensare in generale e sopra tutto a quello del suo scrivere. […] Gli uomini però non confrontano tanto le prime colle seconde opere dello stesso autore per quel che sono in loro stesse, quanto confrontano il piacere che si ricordano di aver avuto da quelle col piacere che ricevono da queste; […]. Il Bayle allega di ciò un solenne esempio nelle Lettere del Balzac [Jean-Louis Guez de]. Quelle che pubblicò prima piacquero in tutta l’Europa; quelle che mandò fuori poscia, quantunque molto migliori, furono assai meno gradite. I modi di quel suo stile non riuscivano più nuovi. Forse per l’altro Balzac che vive, è pur questa una delle cause principali che lo ha fatto scadere di credito nell’opinion comune de’ lettori; […].

  Sopra i romanzi storici. Al barone cav. Ferdinando Porro, Milano [Treviso, il settembre 1830], pp. 303-322.

  pp. 317-318. Ma già a rendere popolare la cognizione degli usi, de’ costumi, de’ pensieri di un’epoca qualunque, è assai valido questo genere di lavori [il romanzo storico], e può essere utile anche a quelli che si sollevano alquanto in fatto di studi sopra l’universale delle genti. Il bel romanzo storico del signor Onorato Balzac, l’Ultimo Chouan, ha fatto dire alla Rivista enciclopedica di Parigi: «Possiamo asserirlo, noi non conoscevamo né la Brettagna, né il governo direttoriale in provincia, né la Vandea spirante, né l’emigrazione cospiratrice avanti di avere letto l’opera del signor Balzac».

  [Jean-Baptiste Boone], De’ romanzi, in De’ libri e giornali cattivi. Versione libera ed ampliata Per F. G., Torino, Tipografia dir. da P. De-Agostini, 1858, pp. 57-64.

  pp. 57-58; p. 58, nota 1. Il romanzo ha vestito oggidì, una digradazione a tutti i colori, o vogliam dire a tutti i gusti dell’amena letteratura. Vi han romanzi di storia, di memorie, di cronache, di viaggi, di racconti, di aneddoti, di poema. Esso prende mille guise di nomi, d’uomini, di donne, di paesi, di condizioni, di virtù, di costumi, di cose immaginarie od insignificanti, di monumenti eziandio religiosi, e giunge per sino a profanare i nomi stessi dalla religion consacrati(1).
  (1) Notre Dame de Paris, di Victor Ugo (sic) ; la Confession, di Féd. (sic) Soulié ; il Mystère, di Musset ; il Livre mystique, di Balzac ; i Martiri di Vienna, del Ventura; gli Esercizi ecclesiastici, del dottore Borella, sono un esempio di queste profanazioni.
[…]
  pp. 60-62. L’immoralità di queste produzioni trasmodò in tale e tanta deformità e sconcezza, che il pericolo che presentano, è al tutto lacrimevole e spaventoso.
  Ascoltiamo ciò che ne dice in proposito un periodico inglese (Quaterly [sic] Review, 1839) in un articolo di molto peso. […].
  Dopo aver parlato degli osceni volumi in numero di ben ottanta di Paolo di Kock, l’autore chiama in rassegna i non meno licenziosi di Alessandro Dumas e di Balzac. Di quest’ultimo così scrive: «abbiamo sott’occhi una dozzina di volumi delle sue opere, e portiam convinzione, che queste depravate lezioni per fermo in Inghilterra non sarebbero licenziate alla stampa, sempreché tali quali si volessero riprodurre.
  Un’occhiata di volo all’opera Gloire et malheur, storia d’un giovane dipintore, che fa morire di crepacuore la moglie, angiolo di virtù, troppo timida e mansueta, dice il romanziere, a poter reggere nella lotta col genio! Rammentiamo parimenti quell’altra, che s’intitola nella Femme vertueuse, sposa eccellente, su la quale però l’autor del romanzo fa cadere tutta l’enormità del marito; perché? perché dessa l’era troppo dedita alla virtù. Di fatto ella non si piaceva delle vesti troppo scollate; mostravasi poco ardente pel ballo; tutte cose, dice, che ferivano acerbamente lo sposo; non era smaniosa di nuove mode, adempiva con esattezza le pratiche d’una vita decisamente cristiana e devota.
  A misura che t’inoltri in questo scritto si fan più odiosi i colori, e più atroci le tinte. L’autore alterna a questi abituali suoi orrori tali descrizioni di oscenità, che rivoltan lo stomaco, né ti consentono di reggere più avanti […]».

   [Antonio Bresciani], Le società secrete, in L’Ebreo di Verona. Racconto storico dall’anno 1846 al 1849, Unica edizione riveduta e corretta dall’autore con l’aggiunta di note storiche e filologiche. Seconda edizione milanese. Vol. I, Milano, Tipografia Arcivescovile, Ditta Boniardi – Pogliani di E. Besozzi, 1858, pp. 70-83.

  pp. 81-82. Se [i ferventi della chiesa di Satanasso] designano alla morte di stiletto o di veleno qualcuno, cercano di farlo prima peccare, acciocchè muoia nel peccato e si danni. Nel loro senso essi pregano per noi come noi preghiamo per la loro conversione: essi aspirano ai sette peccati mortali e allo spirito infernale, come noi allo Spirito Santo, e ai celesti suoi doni. […] E però danno ai più nefari delitti i nomi delle virtù più celesti. Di castità all’orgoglio, di carità all’amore più sozzo, d’umiltà allo snervamento dell’anima immersa nel brago d’ogni sporcizia, di mortificazione all’infralimento del corpo che si dissolve nelle contaminazioni, di divina sapienza alla voluttà. Basta che leggiate attento gli scritti di Balzac, di Dumas, di Victor Hugo, di George Sand, di Fourier, di Victor Considérant, e molto più ampiamente ancora i più recenti comunisti tedeschi.
  Ma ciò che svela, a mio credere, più aperto il culto formale del demonio che li possiede insino alle midolle dell’ossa, è ciò che i suddetti autori ci dipingono a botte di fuoco ne’ loro uomini satanici. Vi si scorge il demonio agli sguardi, al sorriso, all’increspamento del volto, al digrignamento de’ denti, al reciso e brusco muover della persona, al veleno della parola, all’irresistibile vigore d’un sembiante indiavolato, che vi si pianta dinanzi, come un cane da fermo e vi mette nell’animo un tremito e uno sbigottimento che l’accascia ed inchioda. Uno di costoro ti dice: - Io il voglio, e fai – ferma, e t’arresti – zitto, e ti si strozza la parola fra’ denti – vieni, e ti lasci condurre, foss’anco in bocca a un dragone.
  Mio caro Bortolo, questi son lampi che tralucono ad ogni istante in quelle tragedie e in quei romanzi. Ma nello Spiridione di Giorgio Sand, se voi mutate quella misteriosa parola d’IDEALE in quella di Satanasso o di demonolatria, il velo è tolto, voi vedete l’inferno spalancato sotto gli occhi vostri. Codesto Spiridione, figurato per un vecchio monaco, stregone e astrologo, che si plaude e magnifica d’ogni sua iniquità, occupa due terzi del libro nell’addottrinare d’ogni malizia un fervente novizio, il quale udite tante bestemmie, esclama: - Padre mio a questa guisa noi non siamo più cattolici? – Che cattolici? ripiglia l’infame vecchione, che cattolici? Né anco cristiani, né anco razionalisti, né anco pagani … e tuttavia anche noi abbiamo una fede, un culto, un dogma: noi cerchiamo, noi speriamo, noi amiamo … – Ma che? Grida il novizio esterrefatto. – Che? soggiunge il maliardo, l’IDEALE. – E da tutte le ambagi e gli aggomitolamenti in che si arruffa e s’avviluppa con un prolisso ragionamento, ben si vede che cotesto ideale è Satanasso.

  [Antonio Bresciani], La congiura del 17 luglio, in L’Ebreo di Verona … cit., pp. 83-98.
  p. 83. L’Alisa dopo quel celebre banchetto di mezzo maggio era caduta in una certa malinconia che avresti detto più presto languore e spossatezza d’animo afflitto. Più raro usciva, e in sulle feste non era più sì gaia e conversevole colle amiche: amava di starsene soletta in camera; leggeva più a lungo i romanzi, di ch’era dovizia nel gabinetto di Polissena, e massime certi di Balzac, ch’ella amava sopra gli altri. 


  Padre Antonio Bresciani, Lorenzo il Coscritto. Racconto ligure dal 1810 al 1814 del Padre Antonio Bresciani della Compagnia di Gesù. Edizione seconda, Milano, Tip. e Libr. Arcivescovile Ditta Bonardi-Pogliani di E. Besozzi, 1858.
  pp. 281-284. Cfr. 1856.

  Angelo Brofferio, I Miei Tempi. Memorie di Angelo Brofferio. Volume V, Torino, Tipografia Nazionale di G. Biancardi, 1858.
  p. 10. Ho letto in un romanzo di Balzac la storia di un uomo favoloso il quale da cinque o sei secoli abitava la terra.
  Costui, quando si sentiva prossimo a morte aveva il potere, non so se da Dio o dal demonio, di suggere l’alito di un uomo svenato, e l’estremo soffio del moribondo passava a rinvigorire per molti anni i suoi nervi e le sue fibre.
  Il lavoro è l’alito dell’uomo che si svena colle proprie mani per prolungare l’esistenza degli altri.
  È una grande virtù il lavoro; chi può negarlo? ma è tale appunto perché è grande, coraggioso, incessante sacrificio della vita.

  Antonio Caccia, Lettera VIII. Burocrazia, in L’Impero Celeste. Lettere di un Cinese ad un Europeo pubblicate dal Dottor Antonio Caccia, Milano, Dalla Società tipografica de’ Classici Italiani, 1858, pp. 57-66.

  p. 64. Mi direte che in Francia i letterati colla loro industria hanno saputo e potuto in questi ultimi anni ammucchiar tesori e giungere a’ primi posti della burocrazia civile. Mi direte che il ceto letterato cinese non ha uomini tali che senza arrossire e piegare possano contendere al merito di un Eugène Sue, di un Alessandro Dumas, di un Balzac e di tante altre celebrità contemporanee.

  Lettera XX. Il bel sesso, in L’Impero Celeste…cit., pp. 145-153.

  pp. 132-133. Per virtù della tempera pacifica de’ Cinesi, e della soggezione figliale sono rarissimi i disordini e gli scandali di famiglia. I mariti rispettano le mogli, e queste i mariti, perché ambedue sanno quanto valga il buon esempio a far onorata e felice la famiglia intera. Nella Cina, accertatevi, il vostro celebre Balzac non avrebbe potuto in verun modo ideare né scrivere quel suo capo d’opera: La physiologie du mariage. Fra il bel sesso Cinese, per quanto le mogli de’ Mandarini, de’ letterati e de’ possidenti sappiano appassionarsi, e delirare, non sorgeranno così presto delle illustrazioni simili alla rinomatissima Autrice dell’Indiana, della Lelia e di tante altre dame romantiche.

  A. Canevini, Teatri e spettacoli. Milano, «La Fama del 1858. Rassegna di Scienze, Lettere, Arti, Industria e Teatri», Milano, Anno XVII, N. 16, 10 Giugno 1858, p. 182.

  [A proposito de: La donna bigotta di Riccardo Castelvecchio].

  Balzac correggeva, postillava, ampliava, scorciava, rabbelliva, limava, rifaceva sino a dieci volte un suo romanzo, né si ristava che quando non trovava assolutamente più nulla da aggiungere o da levare e gli pareva aver tocco lo stadio di quella perfezione, ancora imperfetta, che è la sola comparabile colla umana pochezza.

  Cesare Can, Della letteratura italiana. Esempi e giudizj esposti a complemento della Storia degli Italiani. Volume II. 1° edizione napoletana eseguita sulla prima torinese, Napoli, Giov. Pedone-Lauriel-Giuseppe Marghieri, 1858, pp. 304-305.[3]

  Cfr. 1856.

  Cesare Cantù, Storia universale. Tomo XII. Parte Prima. 8° edizione torinese, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1858, p. 649.[4]

  Cfr. 1851.


  Giovanni De-Castro, “Gli ultimi coriandoli”. Romanzo contemporaneo per Cletto Arrighi, in Tratti di penna per Giovanni De-Castro, Milano, a spese dell’Editore, 1858, pp. 19-32.

 

  p. 22. Balzac giovane, un esempio per tutti, assediò la fama con venti assalti infruttuosi, ed ebbe una quarantina di volumi uccisi a’ suoi piedi.

  p. 24. E lirica e dramma vi ha nel romanzo dell’Arrighi. Forse per questo rado incontri analisi di sentimenti minuta, come non incontri osservazione sociale microscopica, quale si usa oggidì per la prima dagli imitatori di Dumas figlio, imitatore anch’esso di Giorgio Sand, per la seconda dagli imitatori di Balzac. E vi ha esagerazione da ambe le parti, quasi che il sentimento non viva di azioni, e le azioni non vivano di sentimento; quasi che individuo e società, famiglia e paese non sieno una cosa stessa.

 

La commedia francese. Schizzi a memoria, pp. 150-158.

 

  pp. 155-156. [...] l’Avventuriera, che è il suo [di Emile Augier] capolavoro, ma che manca di verità, mentre abbonda di spirito, di grazia, di meriti artistici; e la medesima Gabriella, stupenda miniatura psicologica, coll’anatomia di Balzac e la vita di Dumas non ci offrono l’uomo e la esistenza quali sono, ma traveduti dal prisma dell’immaginazione sotto l’ingannevole luce del sentimento.



  Luigia Codemo-Gerstenbrandt, Berta. Prima cronaca d’un anonimo. Scene domestiche di Luigia Codemo-Gerstenbrandt, Venezia, dalla Tipografia di P. Naratovich, Edit., 1858.

 

Capitolo XIII.

Del contino Roberto.

 

  p. 68. Egli s’arrestava a guardarle come incantato ... certo quella bella signora (tutte gli sembravano belle) che andava camminando leggera tenendosi colle due mani la gonna elegante (satira eloquentissima) e che mostrava due calzaretti artistici, certo quella poteva essere una duchessa di Balzac, una contessa di Dumas all'incirca: quell'altra ch’ei sentiva parlare a bassa voce, rapidamente senza scomporsi, colla guida sotto il braccio, anco in occhiali, quella era ... una inglese e tanto basta!



Capitolo XVI.

Un altro interno domestico.

 

  p. 78. Del resto per l'ammobigliamento di tutta la casa, senza perdermi in minuti elenchi alla Balzac, mi contento di dire che il tutto si stringe in due parole [...].


  Giuseppe Costetti, Maria Malibran. Dramma in cinque atti e due epoche di Giuseppe Costetti di Bologna, Milano, Editore Natale Battezzati, 1858.

Parte Seconda 1835.

Atto Quarto – Parte Seconda.

  p. 63.
  Fadette. Sì, ma voi soffrite, o signora, e giorno per giorno il vostro petto si aggrava, e la scossa sofferta vi produce quella instabilità di umore che tanto affligge noi tutti …
  Maria. E stasera specialmente io sono melaconica, assai melanconica … Leggimi qualche cosa di divertente … Non ho volontà di dormire.
  Fadette (legge). Le Père Goriot, par Mons. Balzac.
  Maria. È una storia di slealtà e d’ingratitudine … lascia, Fadette, e rispondimi: due sere sono tu mi accompagnasti al ridotto, non è vero?
  Fadette. Sì, o signora.


  L. D’A., La Donna, in AA.VV., Le Belle. Strenna pel Capo d’Anno e pei giorni onomastici. Strenna per l’anno 1858, Milano, G. Canadelli e Comp., 1858, pp. 3-12.

 

  pp. 5-6. Sebbene il compianto di tutti coloro che sentono addentro nelle lettere accompagnasse al luogo di estremo riposo la salma di Onorato di Balzac, romanziere, filosofo e ristoratore della lingua patria, manca alla gloria della letteratura francese, pure la parte gentile del genere umano, le donne, anzichè posare una lagrima, scagliavano l’anatema sulla tomba di lui. E davvero quel valoroso ingegno che tanta coscienza di vero mise nel dipingere la società, alloraquando dovette presentare il tipo d’una donna, più che l’ideale della poesia o la schiettezza del filosofo, adoprò lo scalpello dell’anatomista, col quale sceverando l’involucro dell’apparenza, mise a nudo il cuore di lei; e fu caposcuola di pessimismo. Ma io che non agogno mica a quest’ultima gloria dell’illustre scrittore, voglio battere la via opposta: e se avverso destino vuole che una maledizione posi ancora sul mio capo, sia quella degli uomini soltanto!



  A. Dumas, I Compagni di Jeu. Romanzo storico del tempo di Bonaparte primo console di A. Dumas. Vol. V, Milano, Fratelli Ferrario, 1858.

 

XLIV.

Sloggiamento.

 

  p. 13. Per noi, la presenza dei nostri personaggi non è limitata alla comparsa ch’ei fanno in un libro: colui che vedete aiutante di campo in quest’opera, lo ritroverete re in un’altra proscritto e fucilato in una terza. – Balzac scrisse un bello e grande lavoro a cento facce, intitolato la Commedia Umana. Il nostro lavoro, principiato in pari tempo del suo, ma ché non qualifichiamo, ben inteso, potrebbe intitolarsi il Dramma della Francia.


  Giovanni March. Eroli, Miscellanea storica Narnese compilata per Giovanni March. Eroli socio dell’Istituto di Corrispondenza archeologica di Roma e di altre Accademia. Volume I, Narni, Tipografia del Gattamelata, 1858.

  p. 208. Quantunque cotal poema non valesse gran che, pure venne stampato e ristampato in Ferrara, in Milano, in Venezia, e detto laudabile diletante e faceto. Il che però non è argomento della sua bontà; mentre allora andavano in voga i romanzi in verso come fanno ora quelli in prosa di Victor Hugo, di Dumas, di Sue, di Souvestre, di Arlincourt, di Balzac, di Walter Scott, di Massimo d’Azeglio, di Cesare Cantù, di Giovanni Rosini, ecc.

  F.[rancesco] D.[omenico] Guerrazzi, Lettera a L.[uigi] Zini – Genova, 30 Settembre 1858, in Luigi Zini, Scritti letterari editi ed inediti con aggiunte alcune Lettere di F. D. Guerrazzi all’autore, Modena, Paolo Toschi e C. – Editori, 1882, pp. 42-46.

  pp. 43-44, nota 1. – p. 44. Quante volte non abbiamo riletto, noi vecchi, i Promessi e l’Assedio? E chi di noi ancora non rilegge volentieri, se gli rinvengono a mano, Marco Visconti e la Sfida di Barletta, e il Nicolò Lapi? Questi soli noi possiamo contrapporre a quegli stupendi di Gualtiero Scott, di Fenimore Cooper, di Carlo Dickens, di Bulwer, di Onorato Balzac, di Giorgio Sand, ecc. Che è la odierna letteratura romantica italiana a questi confronti? Lume di candele di fronte al gas od alla luce elettrica.


  Paolo Janet, La Famiglia, lezione di filosofia morale del Prof. Paolo Janet tradotte da Luigia Amalia Paladini, Firenze, Felice Le Monnier, 1858.

 

Lezione terza.

La reggitrice della famiglia – La moglie.

 

  pp. 91-92. In un libro che io dirò bello ancorché non sia che un romanzo, ed uscito da una penna che ne scrisse dei pessimi; 1 libro il cui soggetto è la grandezza e la caduta di un commerciante; vi è un ritratto di donna adorabile, piena di previdenza, di saviezza nella prosperità; piena di tacita tenerezza, di consolazione e di pietà nella caduta; di eroismo e di sacrifizio nella sventura. Prima procura di prevenire il disastro; quando lo vede inevitabile, ne addolcisce l’amarezza; e quando finalmente è accaduto, si adopera a ripararne il danno. Il ritratto di questa donna è, in ogni sua parte, verissimo; e non fra i commercianti soltanto ci sarà dato rinvenirne l’esempio: tutte le umane sorti hanno le loro vicissitudini, le loro impreviste o procurate sventure, e in tutte la donna può compiere questo suo sublime ed angelico dovere.

 

  1 Balzac.



  C.[arlo] L.[orenzini], Corrispondenza di Firenze, «L’Italia Musicale. Giornale di letteratura, belle arti, teatri e varietà», Milano, Anno X, N. 19, 7 Marzo 1858, p. 74.

  Dato il segnale, fu magistralmente eseguita una sinfonia [verdiana] di bello effetto: e quindi comparvero a mano a mano sul palco scenico una moglie infedele, un marito crociato e ... minotaurizzato (come direbbe il signor di Balzac) un padre nobile difensore del vincolo matrimoniale, frati, guerrieri, pescatori, donne e soldati.


  Carlo Lorenzini, Corrispondenza di Firenze, «L’Italia Musicale. Giornale di letteratura, belle arti, teatri e varietà», Milano, Anno X, N. 66, 18 Agosto 1858, pp. 261-262.

  p. 261. Non c’è che dire: il signor di Balzac ha colto veramente nel segno laddove fa dire a madamigella Virginia (la cuoca di casa Mercadet) – Ah! J’ai servi dans plusieurs maison (sic) bourgeoises; mais je n'en ai pas encore vu de pareille à celle-ci. Je vais laisser les fourneaux et aller me présenter au théâtre pour jouer la comédie.

  Un discorso simile o quasi simile deve averlo fatto la signora Felicita Oggioni, di condizione ex-ballerina, allora quando, per ammollimento impensato di garetti, o per qualunqu’altra plausibile ragione, si trovò costretta a disertare le insegne di madama Tersicore.


  M., Appendice. Al Redattore, «La Ciarla. Giornale ebdomadario non politico», Trieste, Anno I, Numero 25, 11 Settembre 1858, pp. 184-185.

 

  p. 184.

Leggo più volentieri il Rosa, il Giusti,

Il Manzoni, l’Alfieri ed il Parini,

Che non il Metastasio e i bellimbusti

Dell’Arcadia e de’ tempi più vicini;

I Balzac ed i Sue, vorrei combusti,

Coll’Hugo, colla Sand, coi Lamartini;

E il Dumas padre all’Indice ... ed al figlio

Infliggerei la pira, o almen l’esiglio.


  Cesare Masini, Così è o Il Teatro dell’Opera. Sestine lette nell’accademia Tiberina, «La Ricreazione per tutti. Raccolta di letture piacevoli pubblicata dal Prof. Domenico Ghinassi». Seconda edizione con molte aggiunte. Volume primo, Napoli, a spese degli Editori, 1858, pp. 264-266.

 

  p. 265.

Ma no! questi scrittor delle parole

Non solo al gusto odierno si fan ligi;

Ma, seguitando tutto quel che vuole

La moda che ci viene da Parigi,

Essi credon di scriver senza sugo

Se non copiati Balzac, o Victor Hugo.


  Francesco Mastriani, La cantante, «Corriere delle Dame. Giornale di moda e amena letteratura», Milano, Anno LVI, Num. 34, 24 agosto 1858, pp. 270-271.
  p. 270. La vita d’una cantante è un romanzo di Paul de Kock, una pagina di Balzac; è la storia vivente di tutte le passioni e vanità donnesche lasciate in balia di sé stesse, o, se volete, la è un ritratto vero, semplice e grazioso della nostra società. La voce è nel nostro secolo la massima potenza.

  Baldassarre Mazzoni, Letteratura francese. Secolo XIX. Balzac Onorato (1799-1850), in Ab. Antonio Riccardi, Manuale di ogni letteratura ovvero Prospetto storico, critico, biografico di tutte le letterature antiche e moderne ad uso della gioventù studiosa dell’Ab. Antonio Riccardi Proposto d’Iseo continuato fino ai nostri giorni, Prato, per Ranieri Guasti, 1858, p. 379.
  Balzac Onorato (1799-1850), di Tours, il più fecondo dei romanzieri francesi, e al tempo stesso quegli che vi fece più pompa di cinismo e di una licenza che gli chiamò addosso la censura dei suoi concittadini (2). Dei suoi scritti omettiamo i primi, che non sono se non informi abbozzi ove invano si cercherebbe il talento che spiegò in seguito. Non se gli potrebbe negare difatti una singolare potenza di vedere e osservare: abilità in iscegliere le scene più atte a fare profonda impressione, in cogliere in esse il punto più sorprendente e maestrevolmente pennelleggiarlo a pochi tratti: una conoscenza del cuore umano meravigliosa in analizzarne i movimenti delle più recondite passioni, e una destrezza singolare in ritrarre i costumi della vita privata. Questo è quanto chiama l’attenzione di chi legge la Fisiologia del matrimonio – l’Eugenia Grandet – la Ricerca dell’Assoluto – ed ancor più le Scene della vita privata e della Vita provinciale: brevi e leggiadri racconti che sono rimasti il vero titolo della sua celebrità letteraria. Ma arrivato a questo punto culminante del favore e del plauso popolare, volendo salir più alto, non fece che forzare il suo ingegno, che imitare l’andazzo degli altri romanzieri in voga, e appropriarsi l’altrui: e nella Seraphita (sic) – nelle Memorie di due giovani sposi (sic) – nell’Onorina – nei Misteri di Provincia (sic) – Un affare tenebrosoCompar Goriot e molti e molti altri (il loro catalogo somma a 85) che raccolse poi sotto il titolo di Commedia umana, ci si presentano in mezzo a gravi studi delle passioni, e squarci meravigliosi; tratti licenziosi, principii di materialismo propugnato a faccia scoperta, espressi in una lingua di cattiva lega, arbitraria o triviale. Consimile press’a poco è il valore delle sue opere drammatiche.
  (2) Vedi il Poitou, “M. de Balzac, étude morale et littéraire”, par. I.

  A. Montignani, Rassegna drammatica del 1857, «Rivista Contemporanea. Filosofia – Storia – Scienze – Letteratura – Poesia – Romanzi – Viaggi – Critica – Archeologia – Belle Arti», Torino, Tipografia Economica diretta da Barera, Volume Duodecimo, Anno Sesto, Gennaio-Febbraio, Marzo 1858, pp. 163-173.

  p. 170. Il signor Botto parve fosse della nostra opinione quando scrisse la sua commedia, Ingegno e Speculazione. Egli ha voluto ritrarre una febbre del giorno, o meglio una piaga sociale: l’avidità del guadagno. Il signor Botto ha avuto un sol torto, quello di scrivere questa commedia dopo il Mercadet di Balzac, La Bourse di Ponsard, La question d’argent di A. Dumas figlio. L’autore però non ha interamente copiato od imitato codesti signori. Il concetto è lo stesso, ma la forma e lo sviluppo differiscono assai. V’è immaginazione, bei caratteri ed interesse d’azione. È scritta in buona lingua, e lo scopo morale è adeguato al titolo.

  Ippolito Nievo, Ciancie letterarie: romanzi e drammi, «Il Pungolo. Giornale critico-letterario illustrato», Milano, Anno II, N. 1, 3 Gennaio 1858.[5]

  Il romanzo intimo è la forma prediletta da Giulio Carcano […] Non vi cercate l’analisi desolante di Onorato di Balzac, le crude antitesi di Eugenio Sue, gli effetti scenici di Victor Hugo, lo scapigliato socialismo di Felice Pyat. Anzi, se avete letto i romanzi di questi, non leggete quelli di Carcano – vi annoiereste.


  Pape Satan Aleppe, La letteratura milanese. Idee – ciancie – ghiribizzi – schizzi. Luigi Gualtieri, «Almanacco del Pungolo», compilato da Leone Fortis, Milano, Dottor Francesco Vallardi Tipografo Editore, Anno I, 1858, pp. 265-272.

 

  p. 265. Un libro di O. Balzac, Le Grand Homme de Province (sic), determinò la sua vocazione. In questo libro si narra la storia di uno di que’ mille genji incompresi, che dall’oscura provincia emigrano a Parigi senza altro patrimonio che un romanzo sotto il braccio, l’ispirazione di una poetica musa, una buona dose di coraggio, ed un’altra buona dose di presunzione. Al nostro eroe non mancava nè la musa, nè il coraggio, nè la presunzione; gli mancava solamente il romanzo.

  «Un romanzo?» diss’egli ... «se non c'è altro, si fa in un amen».


  Amico Ricci, Storia dell’architettura in Italia dal secolo IV al XVIII scritta dal Marchese Amico Ricci. Volume II, Modena, pei tipi della Regio-Ducal Camera, 1858.

Capitolo XV.

  Degli architetti e dello stile architettonico del secolo XIV nell’Italia inferiore, pp. 216-320.

  pp. 246-247. La sola varietà sensibile fra questi due ultimi palazzi [di Perugia e di Città di Castello] con quello di Gubbio nasce dal vedersi in questo generalmente praticato l’arco a sesto intero a preferenza dell’acuto; senza però che l’uso di quell’arco scemi quella severità così comune a tutti gli edifizii di questa specie del secolo decimoquarto. Dimodochè dalla costante permanenza di questo carattere in tutte le civili costruzioni dell’età di mezzo, si può francamente tenere per molto giusta e retta l’opinione espressa da un immaginoso scrittore francese che si fa avidamente leggere dai dotti e dagli indotti dei nostri giorni (45), il quale incidentalmente ragionando di questi monumenti dice: «Trovarsi in loro tutti gli eventi della vita umana, sia pubblica, sia privata collegati nell’architettura». Ne deriva perciò, che la maggior parte degli osservatori possono ricostruire le nazioni, o gl’individui in tutta la verità delle loro consuetudini, colla scorta dei loro pubblici monumenti, e con l’esame delle loro reliquie domestiche.
  L’archeologia è per la natura sociale, ciò che la anatomia comparata è per la natura organizzata, è lo scheletro d’un piccolo pesce, il quale sottintende tutta l’intera creazione, e tanto per una parte che per l’altra tutto si deduce e s’incatena. La causa fa comprendere l’effetto, come ogni effetto fa risalire alla causa; e per tal modo all’uomo che pondera, che esamina, rilevano qualche cosa perfino i nei delle età remote.
  Le parole che noi leggevamo di quest’ingegnoso scrittore ci restarono così impresse che ripetendole vorremmo pur farne persuaso ognuno che ci legge come lo scopo a cui tende questa nostra fatica è appunto di delineare e descrivere i monumenti di quest’età in guisa da eccitare il suo interesse senza svisarne con una troppo fervida fantasia gli elementi.
  (45) [p. 310] Balzac.

  Giuseppe De Rosa, Rassegna Bibliografica. I Romanzi francesi nel 1857. “Madame Bovary”, par Gustave Flaubert – “Les Mariages de Paris, Le Roi des Montagnes”, par Edmond About – “La Païenne”, par L. Laurent Pichat – “Les Vacances de Camille”, par Henry Murger – “Madame Rose et Pierre de Villerglé”, par Amédée Achard – “La Maison de Penarvan”, par Jules Sandeau, «Rivista Contemporanea. Filosofia – Storia – Scienze – Letteratura – Poesia – Romanzi – Viaggi – Critica – Archeologia – Belle Arti», Torino, Tipografia Economica diretta da Barera, Volume Duodecimo, Anno Sesto, Gennaio, Febbraio e Marzo 1858, pp. 131-138.
  pp. 132-133. Il romanzo diventò una potenza, seguì l’esempio d’ogni potenza: usò ed abusò. Come il prodigo, gittò il suo patrimonio ai quattro venti, ed ora si trova in una specie di marasmo. I romanzieri abbondano, i romanzi mancano. I patriarchi del genere o sono morti, o taciono, e quel ch’è peggio, danno prove delle loro caducità: per usare una frase francese, energica nella sua trivialità, ils n’ont plus rien dans le ventre. Balzac, Sue, Soulié sono morti senza eredi: Dumas sciupa la sua fama in pappolate, che ricordano il colpo d’apoplessia dell’arcivescovo di Granata; Giorgio Sand dall’altezza dell’André e del Mauprat è precipitata nella Daniella e nel Mont-Bérèche. Fra l’immensa colluvie di romanzi che vengono fuori nelle librerie, nei giornali o nelle riviste, quanti sono quello che sopravvivono al giorno in cui nascono? Prodotti senza sforzo, dati fuori come mercanzia che dev’essere consegnata a giorno fisso, valgono quello che costano. Il proverbio ha ragione: il tempo non rispetta ciò che si fa senza di lui.

  Giuseppe Rovani, Fraccaroli e Puttinati, in Storia delle lettere e delle arti in Italia giusta le reciproche loro rispondenze ordinata nelle Vite e nei Ritratti degli Uomini Illustri dal secolo XIII fino ai nostri giorni per cura di Giuseppe Rovani. Tomo IV, Milano, per Francesco Sanvito Succ. alla Ditta Borroni e Scotti, 1858, pp. 519-522.

  Già pubblicato, col titolo di: Della scultura in Italia: Alessandro Puttinati, ne «L’Italia musicale», Milano, Anno II, n. 94, 21 dicembre 1850, pp. 373-374.[6]

  p. 521. Il Puttinati […] modellò statue per un Panteon di nuovo genere, spogliò gli uomini illustri della loro aureola di convenzione, volle visitarli nel segreto del loro studio e non nella pompa dell’aula accademica, e così ci diede un assortimento di genj in veste da camera e in pantofole. L’autore della genesi del diritto penale, quel Balzac che trovò il reagente chimico per decomporre tutti i cuori, quel medico che ora sta in Monza e che trasse Orazio dal Tevere all’Olona, quel piemontese che di sottotenente di cavalleria a Torino, diventò pittore paesista a Roma, poi romanziere a Milano, poi commesso viaggiatore in Roma e in Toscana, poi scrittore di politica, poi colonnello, poi deputato e ministro presidente; tutti costoro furono ritratti in brevi figure di gesso dal Puttinati con un talento veramente superiore; come ritrasse Hayez, Migliara, Canella, il maestro Verdi ed altri uomini distinti.

  E. Salucci, Manuale della giurisprudenza dei teatri con appendice sulla Proprietà letteraria teatrale di E. Salucci Avv. alle Corti e alla Cassazione di Toscana seguito da un Compendio sull’igiene della voce per I. Gallico Socio di più Accademia nazionali ed estere e medico in vari teatri di Firenze. Volume unico, Firenze, Tipografia Barbèra, Bianchi e C., 1858.


  Capitolo XXII.

  Degli artisti di orchestra e delle cocchiate o serenate di notte, pp. 150-155.

  pp. 151-152. L’accordo delle orchestre della Filarmonica e della Pergola è una cosa ammirabile e rara, tanto più che giunge ad ottenersi con poche prove e pochissimi studi. Quello che contribuisce a questo accordo meraviglioso è l’orecchio, il gusto musicale che esiste in Italia, e specialmente in Firenze. – Della qual verità ci fece il regalo anche il signor De Balzac, quando scrisse (Physiologie du mariage, tom. 2, Méditat. 17) … dûe (sic) à l’action du soleil, ne produit pas l’harmonie dont tous les italiens ont le sentiment inné. – Firenze è la lieta e l’allegra città delle armonie, il bel paese delle cocchiate e serenate di notte; al quale, per essere pieno d’incanto e seducente quanto altro mai al mondo, non mancano che le argentee lagune di Venezia; dove di notte si fa giorno, come dice il proverbio, e dove i suoni, le danze, i concerti traducono la vita morale di quel popolo dolce, mansueto, quanto un tempo fu gagliardo e potente.


  A. Thierghen e P. Dr. Generini, I Misteri di Trieste. Romanzo contemporaneo di A. Thierghen e P. Dr. Generini. Seconda edizione, Volume IV, Trieste, Colombo Coen, Editore, 1858.


XI.

Una lettera.

  p. 181. Tutto è scoperto – sono disonorata – soltanto la morte può dar pace al mio cuore straziato dal rimorso.

                                                                                                  Balzac.


  Emilio Treves, Rivista Drammatica. “Il Re Lear” ossia Shakespeare amputato e fischiato, commedia rappresentata al teatro Re, la sera del 12 novembre, «L’Italia Musicale. Giornale di letteratura, belle arti, teatri e varietà», Milano, Anno X, N. 92, 17 Novembre 1858, pp. 366-367.

  p. 366. O vergogna! o meraviglia! o profanazione! Abbiamo a darvi, o lettori, una notizia strana, sorprendente, imprevista, inverisimile, incredibile! ... Hanno fischiato Shakspeare!! L’autore del Re Lear può vestire a cilicio nella sua tomba: l'opera sua è una stravaganza, una pazzia, un misto di orrori, di sciocchezze, di buffonerie: non c' è più che dire: il publico del teatro Re lo ha condannato. E a dire che quel pazzo di un Balzac ci ha trovato argomento a un romanzo, anzi a una serie di romanzi; e che quell'altro pazzo di Giuseppe Verdi pensa a farne un'opera in musica.


 Vattelapesca, Attualità, «L’Uomo di Pietra. Giornale letterario, umoristico-artistico con caricature», Milano, Anno II, Vol. 2, N. 28, 10 Luglio 1858, pp. 217-218. 

 p. 218. Ecco l’attualità. Oh! un'’ttualità di trent’anni! Precisamente come la guerra di trent'anni e la donna di trent’anni inventata dal signor De Balzac per uso proprio e del benigno lettore.



  Dott. Luca Vivarelli, Letteratura. Delle cagioni che hanno prodotto la decadenza del nostro Teatro e dei mezzi di rialzarlo, «L’Eccitamento. Giornale di Filologia, di Letteratura e di Amenità», Bologna, Tipi delle Scienze, Anno primo, Maggio 1858, pp. 279-287; Giugno 1858, pp. 342-352; Luglio 1858, pp. 385-395.
  pp. 282-283. Il materialismo novello ha dovuto nascondere la sua bruttezza sotto vesti ricchissime d’immaginosi ornamenti, celare la sua natura con apparenze lusinghiere, e farsi chiamare con ingegnose parole, insomma ei si è dovuto far tale da non poter essere dai più riconosciuto. […].
  E qui per provare la mia tesi mi è forza venir citando dei brani non già sempre di drammi, ma spesso di romanzi, perché il dramma a motivo della propria forma non può insegnare, e tanto meno spiegare le dottrine. Il suo modo d’operare sugli animi dell’uditorio non è ragionando, ma commovendo, e della commozione esso fa la sua maggior potenza. Quando peraltro verrò citando romanzi citerò in generale gli autori di componimenti teatrali, autori che non potendo spiegare le dottrine nei drammi l’han fatto nei romanzi.
  Balzac nell’istoria di Luigi Lambert conchiude con queste parole d’un franco e assoluto materialista «Ici-bas tout est le produit d’une substance éthérée, base commune de plusieurs phénomènes connus sous le (sic) noms impropres d’électricité, chaleur, lumière, fluides galvanique, magnétique etc. etc. – La volontée (sic) n’est rien que cette substance transformée, ce fluide concentré par le cerveau de l’animal; la pensée n’est pareillement que le produit de ses modifications; la pensée est une puissance tout physique (Louis Lambert, p. 217, 337, 338 in -8. 1835)». Nella seconda parte di quest’opera intitolata: Séraphitâ, voi troverete queste medesime idee, ma vestite di ben altro linguaggio. In essa non si parla che di estasi, le quali innalzano l’anima ad un mondo soprannaturale e divino, in essa non risuonano che inni e preghiere. – La ragione, egli dice, è impotente ad affermare la verità, e soltanto la nostra vita interiore ce la può discoprire. «Si la raison humaine a si tôt épuisé l’échelle de ses forces en y étendant Dieu pour se le démontrer sans y parvenir, n’est-il pas évident qu’il faut chercher une autre voie pour le connaître? Cette voie est en nous-mêmes: vos sciences actuelles sont des misères auprès des lueurs dont sont inondés les voyants» (Séraphitâ ch. 4 p. 267).
[…]
  p. 349. Lo stesso scrittore [V. Hugo] dipinse poco dopo con più lusinghieri atteggiamenti, e con più vivi colori la cortigiana purificata dall’amore nel dramma Angelo tiranno di Padova, dove mise ogni opera per innalzarla, e l’innalzò a tanta grandezza morale, a tanta nobilità ed eroismo, che tutti gli altri personaggi del dramma son rimasti, al confronto di lei, piccolissimi.
  Alessandro Dumas in Fernande, Gautier in Fortunio, Balzac negli (sic) Splendeurs et misères des courtisanes, posero mano di bel nuovo a questo argomento amplificandolo sempre maggiormente. Dumas figlio l’ha pure trattato tanto nel romanzo quanto nel dramma della Signora delle Camelie.
[…]
  pp. 387-388. Tanto gli scrittori di romanzi, quanto quelli di drammi pigliano molte volte il bene pel male, e molte altre li mescolano e confondono insieme per modo da non lasciarli così di leggieri distinguere. Jacques nel romanzo di questo nome si uccide secondo l’autore (G. Sand) per eroismo. E questo eroismo in che mai consiste? Nel darsi la morte affinchè la propria moglie sia libera di se stessa, e non sia più adultero il di lei amore per un altro, Le Péré Gorriot[7] (sic) si dispoglia d’ogni suo avere per donarlo alle proprie figlie. Ma ciò per qual fine? Per far pago il disonesto amore d’una di loro. E questo è quel uomo che Balzac pretende di porgerlo a modello d’amor paterno, e arriva perfino a chiamarlo Le Christe de la paternité.
[…]
  p. 390. Spettacolo del male.
  E chi non ha presenti quelli della Matilde, dei Misteri di Parigi, dell’Ebreo Errante? Soulié l’ha seguitato nelle (sic) Mémoires du Diable, nelle Quatre Soeurs, e nei Drames inconnus. Balzac gli ha forse superati esagerando l’orrore e mescolandolo al turpe. Ne fanno fede i romanzi Le Père Goriot, les deux Frères, Splendeurs et Misères des Courtisanes, Les illusions perdues, La Dernière Incarnation de Vautrin etc.
[…]
  p. 391. Il movere al riso nello spettacolo del male.
  E i Parigini che menan gloria d’essere i moderni Ateniesi d’Europa pascono gli occhi di così fetente bruttura? E tanto permette loro l’esquisita gentilezza, e l’odierno progresso nella civiltà? Ma è meglio ch’io taccia, perché, favellandoci di francesi, il torto deve esser sempre fra noi italiani dell’italiano, e se più oltre continuassi sarei vituperato di ben altro nome che di retrogado. Ruy Blas di Victor Hugo non è altro che un nuovo Robert Macaire vestito da spagnuolo, come lo è del pari Vautrin di Balzac, colla sola differenza che quest’ultimo è più cupo, taciturno e studioso di rendersi terribile, ma esso pure schernisce cinicamente, usando il gergo del galeotto, e facendo scede (?) or del delitto or dell’infamia.

  Luigi Zini, Miscellanei, «Rivista Contemporanea. Filosofia – Storia – Scienze – Letteratura – Poesia – Romanzi – Viaggi – Critica – Archeologia – Belle Arti», Torino, Tipografia Cerutti, Derossi e Dusso, Volume Decimoterzo, Anno Sesto, Giugno 1858, pp. 505-516.

  [Su: “La morte parlante”, scene sociali del Dott. Antonio Mangini. Livorno, 1858, Tip. F. Vigo].
  pp. 506-508. L’inquisitore sfogliavane un altro: - «Ah! è la Moneta parlante del dottore Mangini: ne ho inteso dire qualche cosa; ma non l’ho letta: ebbene, che te ne pare?».
  «Vi dirò; c’è il suo buono, e ce n’è di molto, sapete. Sotto il velame della fantastica parabola l’autore ha inteso mettere a nudo le maggiori piaghe per cui si rode la nostra età, la quale se migliore o più rea delle passate diranno i posteri con maturità di giudizio: ma fatto sta che non si scrive un libro di questa ragione senz’avere molto osservato, molto studiato, e non manco meditato. […] Il dottor Mangini non ha per vero dire la gaiezza del Le Sage, ma nemmeno lo scetticismo di Federico Soulié; più lo preoccupa il nobile intendimento di additare le origini, le cause, lo svolgersi per mille guise di certi morbi sociali, e le conseguenze che rifluiscono sulle moltitudini, sulle classi, sulle famiglie, sugl’individui, e di contrapporvi gli esempi delle virtù contrarie, di quello che egli ponga a mente a pungere la curiosità del lettore, a intrattenerlo con quegli episodi, con quelle descrizioni, con quei particolari che per cagion d’esempio tanto piacciono ai Francesi, e tanto sono fatti comuni nei loro romanzi così detti di attualità. Il che certamente nuocerà al libro presso que’ lettori (ed è la più parte) che avranno fatto assegnamento di spassarsi più che d’istruirsi, argomentando dalla bizzarria del titolo; i quali troveranno probabilmente come delle scene capaci di commovere gli affetti, e di eccitare la fantasia, ce n’abbia di sicuro, ma non in copia bastevole, come le sieno stampate in troppe pagine, né abbastanza svariate, né con sufficiente vivacità tratteggiate. E quel che delle scene diranno dei caratteri, pei quali tranne qualcuno, ed anco de’ meno importanti, non troveranno che abbozzi, più presto che tipi o ritratti. Così avrassi un bel cercare, non ci troveranno in queste pagine quella, lasciatemi dire, anatomia psicologica…».
  «Qui vidi il volto beffardo del Momo uscire dall’ombra, e i suoi occhi piantati su di me, mentre una indefinibile smorfia gli contraeva i muscoli della bocca. Finsi non avergli posto mente, e continuai … – «per la quale, più ancora del Soulié, parmi mirabile il Balzac!».
  «In verità non mi aspettava che tu mi uscissi fuori coll’apologia dei romanzieri francesi …» – saltò su l’inquisitore.
  «Eh fatemi il servizio! son buon Italiano, e a certe ore ho in tasca i Francesi e le franceserie quanto voi, e più di voi. So benissimo anch’io quanta borra si nasconde in quei loro romans d’actualité; e mi ricordo d’avere per una volta tanto plaudito a un certo ispido messere, mio antico professore di giurisprudenza criminale, il quale non saliva forse una volta in cattedra che non trovasse il destro di gittar villania contro tutto ciò che sapesse di francese, dalla rivoluzione dell’89 fino alla linguetta che permette al re di chiamare la regima ma femme. Solo parlava con rispetto dei Chouans, dell’abate Barruel, della eroina della Vandea e di Crétineau Joly; e di poco altro. Pover uomo! la febbre misogallica lo rodeva a un tempo e lo galvanizzava a tale, che tirato in su quell’argomento delle franceserie, si agitava, si contorceva, illividiva, e faceva boccaccie e visacci, come la pitonessa sul tripode; e sovente gli avveniva, a lui uomo di grande ingegno e sanfedista di puro sangue, di sputar cose da chiodi e rinnegare il buon senso e la carità cristiana. Ma pur talvolta batteva a segno, e lo si ascoltava con piacere. Figuratevi che un giorno a proposito di non so qual canone penale, venne sui laidumi e sulle ridicole mostruosità della moderna scuola romantica francese, su quell’avvizzita e invereconda letteratura, che, razzolando nelli sociali mondezzai, ne trasceglie le più schifose brutture, le analizza, le descrive, le sceneggia con un gusto matto, con una incomparabile diligenza, dilettandosi a rimestare ben bene la fogna, tanto che vi piglia un travaglio di stomaco poco minore del mal di mare – Aggiungete, ei diceva, l’intemperanza delle immagini e degli affetti, la mancanza d’ordine e d’unità del subbietto, l’affettazione, la verbosità nello stile; quelle perpetue e sazievoli dissimulazioni ed iperboli colle quali non esprimono mai il vero, ma sempre molto più o molto meno del vero; quel parlare per perifrasi, quell’abuso della lingua che chiamasi parlata; quegli arzigogoli di convenzione e di moda, che si creano e si rinnovano nei crocchi degli studenti e degli artisti, e che filtrano ne’ salotti eleganti, e peggio poi quel vezzo di far sempre pompa del gergo furfantesco, condito d’improperii, d’oscenità e di bestemmiacce, del quale l’autore indebitamente è ito a prender lezioni nelle taverne, ne’ bordelli e negli antri di questa maniera, ecc. ecc. ecc.; e poi ditemi per fede vostra, se costoro col pretesto di fare una clinica sociale, non vi riescano ad aprire scuola di corruzione, o per lo meno di scetticismo pel rispetto morale, di ampolle e di vesciche di pessimo gusto pel letterario? – Questo quadro, avvegnachè sbozzato a tinte un po’ cupe, ed a tratti rabbiosi, pure dava molto in sul vero, e come vi dico, ci strappò nostro malgrado una salva d’applausi: ed io sovente scartabellando molti di que’ romanzacci, di cui la Francia inonda il mondo, e che purtroppo vanno attorno per troppe mani, e sono il più sostanzioso e il più ricercato pascolo degli eleganti scioperati mascolini e femminini anche nella Italia nostra, mi sono spesso rammentata la catilinaria dello stizzoso professore, per ripetere tra me e me ch’egli aveva pur molta ragione. Per altro come non confondo gli arcadi nostri col Petrarca, i nostri neoguelfi eunuchi e sori col Balbo e col Manzoni, così non saprei mettere a mazzo i Balzac, i Soulié, i Sue, i Sand colla ignobile turba degl’imitatori, che de’ maestri non hanno saputo ritrarre se non le stravaganze, i vizi e gli errori, allargandoli per soprammercato ed esagerandoli oltre ogni credibile misura.


[1] Segnalato ed analizzato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., pp. 512-513.
[2] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit. pp. 535-536.
[3] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 536.
[4] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 536.
[5] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 535.
[6] Cfr. R. de Cesare, La prima fortuna di Balzac… cit., vol. II, pp. 1117-1118.
[7] Bisogna leggere il romanzo di Balzac e non il dramma com’è rappresentato sulle scene d’Italia. [N.d.A.]

Marco Stupazzoni


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