venerdì 5 febbraio 2016


1906



Traduzioni.

  Onorato de Balzac, Beatrice. Romanzo. Versione dal francese di E. W. Foulques[1], Napoli, Salvatore Romano, Editore, (Stab. Tip. F. Lubrano), 1906, 2 voll., rispettivamente di pp. 160 e di pp. 136.

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  La traduzione è condotta sul testo dell’edizione originale del romanzo pubblicata da Furne nel 1845, di cui viene rispettata la suddivisione in due parti (Les personnages – I Personaggi; Le drame – Il dramma). Non è riportata la dedica ‘à Sarah’.
  Le numerose sviste ed i frequenti errori di trascrizione e di interpretazione, nonché l’omissione, seppur sporadica, di alcune sequenze testuali compromettono in misura determinante la qualità di questa versione italiana che E. W. Foulques fornisce di Béatrix.
  Si considerino gli esempî seguenti:
  p. 639. [Cfr. Balzac, Béatrix. Introduction de Madeleine Ambrière-Fargeaud, in La Comédie humaine, Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, t. II, 1976].
  Les rues sont ce qu’elles étaient il y a quatre cents ans. [Il corsivo è nostro].
  p. 5. Le strade sono ciò che erano cinquecento anni fa.
  p. 641. […] il se trouve une distance d’au moins six lieues […] il n’existait pas de débarcadère en 1829 à la pointe de Saint-Nazaire […].
  p. 6. […] v’era una distanza di almeno dieci leghe […] non vi esisteva sbarcatoio nel 1320 alla punta di Saint-Nazaire […]. 
  Ibid. Ces obstacles, peu faits pour encourager les amateurs, existent peut-être encore non viene tradotto.
  p. 642. […] mais un désert sans un arbre, sans une herbe, sans un oiseau […].
  p. 7. […] ma un deserto senza un albero, senza un’erba, senza un ruscello […].
  p. 645. N’est-ce pas une grande et belle chose? Non viene tradotto.
  p. 646. […] de tapisseries qui remontent au quatorzième siècle […].
  p. 11. […] di tappezzerie che risalgono al XI secolo.
  p. 651. […] qui veulent une loupe pour être admirés […].
  pp. 15-16. […] che richiedono un microscopio per essere ammirati […].
  p. 726. Lettre de Béatrix à Félicite.
Gênes, le 2 juillet.
  p. 89. Lettera di Beatrice a Felicita.
Genova, 8 luglio.
  p. 748. […] mais depuis quelques jours plus d’une clarté vive a lui sur mon âme.
  p. 109. […] ma da qualche giorno la verità mi è balenata innanzi agli occhi.

  Onorato Balzac, Il Capo d’opera sconosciuto. (Traduzione dal francese) [del prof. Ercole Galvagni], Modena, Unione Tipo-Litografica Modenese, 1906, pp. 40.


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  Il nome del traduttore, il prof. Ercole Galvagni, compare in una nota della Biblioteca Estense Universitaria di Modena posta alla fine del volume: «Donato alla Biblioteca Estense dal traduttore, prof. Ercole Galvagni. Modena 29 ott. 1906»[2].
  Indipendente dalle precedenti versioni italiane del Chef-d’oeuvre inconnu pubblicate nella seconda metà del XIX secolo, questa traduzione risulta essere, nel complesso, aderente al modello francese e sufficientemente corretta nel suo insieme, ma, stilisticamente piuttosto piatta e, non di rado, appesantita dall’uso di un linguaggio eccessivamente ricco di francesismi e da una resa alquanto arbitraria della punteggiatura. Essa è condotta sul testo dell’edizione Furne (tome XIV de La Comédie humaine, 1846), il quale presenta pochissime varianti rispetto a quello pubblicato nel 1837 da Delloy e Lecou (Études philosophiques, tome XVII).
  Il racconto filosofico balzachiano è suddiviso in due capitoli, di cui, però, il traduttore omette i titoli.
  Per quanto complessivamente accettabile sotto il profilo linguistico, la traduzione che il Galvagni fornisce de Le Chef-d’oeuvre inconnu presenta al suo interno un certo numero di errori e di imprecisioni che segnaliamo e di cui forniamo alcuni esempî:
  p. 414. [Cfr. Balzac, Le Chef-d’oeuvre inconnu. Introduction de René Guise, in La Comédie humaine…, t. X, 1979].
  Un vieillard vint à monter l’escalier. À la bizarrerie de son costume […]. [Il corsivo è nostro].
  p. 5. Un vecchio venne a salire la scala. Alla bizzarria del suo costume […].
  p. 415. […] et vous aurez une image imparfaite […].
  p. 6. […] e voi avrete una immagine perfetta […].
  p. 419. […] dit le vieillard en ôtant son bonnet de velours noir […].
  p. 11. […] disse il vecchio levandosi il berretto di velluto verde […].
  Belle Noiseuse è tradotto con Bella Birichina.
  p. 423. […] mais le peintre se mit un doigt sur les lèvres […].
  p. 18. […] ma il pittore si mise un dito in bocca […].
  p. 430. Trois mois après la rencontre du Poussin et de Porbus […].
  p. 28. Tre giorni dopo l’incontro di Poussin et de Porbus […].

  Balzac, Eugenia Grandet. El verdugo. – Ufficiali di cavalleria. – I guanti rivelatori, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1906 («Biblioteca Amena», N. 701), pp. 269.
  Struttura dell’opera:
  Eugenia Grandet, pp. 1-234; El verdugo, pp. 237-252; Ufficiali di cavalleria, pp. 255-260; I guanti rivelatori, pp. 263-268; Indice, p. 269.

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  Delle quattro opere raccolte in questo volume della «Biblioteca Amena» dei Fratelli Treves di Milano, soltanto due appartengono con certezza a Balzac: Eugenia Grandet e El verdugo. Un discorso a parte merita la traduzione della faintaisie intitolata Étude de moeurs par les gants (I guanti rivelatori) pubblicata, senza firma dell’autore, ne «La Silhouette» del gennaio 1830. La critica balzachiana recente esita alquanto nell’attribuire la paternità di questo scritto a Balzac, al punto che i curatori del secondo tomo delle Oeuvres diverses (Paris, Gallimard – Nouvelle Pléiade, 1996) non lo includono nel corpus degli articoli attribuiti allo scrittore, apparsi nel periodico parigino tra il gennaio e l’ottobre 1830. Cfr. 1905.
  Per quel che riguarda Ufficiali di cavalleria, la paternità di questo testo non è da ricercarsi in Balzac, ma in Eugène Morisseau che, con il titolo di Charges. Une charge de dragons, pubblicò questo scritto ne «La Caricature», Numéro 10, il 6 gennaio 1831 (pp. 126-128). Cfr. 1892.
  La traduzione di Eugénie Grandet (che si deve a Francesco Contaldi, cfr. 1905) si fonda sul testo dell’edizione Furne (1843) o su quello di edizioni successive: è, quindi, difficilmente spiegabile la suddivisione in sei capitoli e una conclusione che l’anonimo compilatore applica alla struttura del romanzo balzachiano. Tale ripartizione in capitoli è stata conservata da Balzac sino all’edizione Béchet (1833-34) ed in seguito soppressa nella prima edizione separata dell’opera (Charpentier, 1839). È nell’edizione Charpentier che appare, per la prima volta, la dedica ‘À Maria’, non riportata in questa traduzione milanese.
  Anche la versione italiana di El Verdugo ha come modello il testo dell’edizione Furne uscita nel 1846: non compare, però, l’indicazione della dedica ‘À Martinez de la Rosa’.
  Poco convincente ed alquanto discutibile, per quel che riguarda la fedeltà linguistica nei confronti del testo originale, ci paiono le traduzioni che il compilatore fornisce delle due opere balzachiane.
  Valgano gli esempî, tratti per la maggior parte da Eugenia Grandet, per confermare le tesi da noi sopra formulate:
  p. 1027. [Cfr. Balzac, Eugénie Grandet. Introduction de Nicole Mozet, in La Comédie humaine … cit., t. III, 1976].
  Ces principes de mélancolie existent dans la physionomie d’un logis situé à Saumur […]. [Il corsivo è nostro].
  p. 1. Quest’aria di malinconia caratterizza appunto una casa posta a Saumur […].
  Ibid. […] toujours propre et sec.
  Ibid. […] sempre arido.
  p. 1028. Plus loin, c’est des portes garnies de clous énormes où le génie de nos ancêtres a tracé des hiéroglyphes domestiques dont le sens ne se retrouvera jamais.
  p. 2. Più oltre vi son porte guarnite di chiodi enormi, sulle quali il gusto degli antichi ha tracciato geroglifici indecifrabili.
  p. 1029. Vous verrez un marchand de marrain assis à sa porte et qui tourne ses pouces en causant avec son voisin […].
  p. 3. Vedrete un negoziante di legname seduto sulla soglia e intento a discorrere con un vicino.
  Ibid. mauvaises planches à bouteilles […].
  Ibid. cattive tavole da cessi […].
  p. 1031. […] et sa femme environ trente-six. Une fille unique […] était âgée de dix ans.
  p. 7. […] e la moglie ne contava circa trenta: una figlia unica […] compiva i sedici anni.
  p. 1033. Finacièrement parlant, M. Grandet tenait du tigre et du boa […].
  p. 9. In questioni finanziarie il signor Grandet aveva della tigre e del bove […].
  pp. 1035-1036. Au physique, Grandet était un homme de cinq pieds, trapu, carré, ayant des mollets de douze pouces de circonférence, des rotules noueuses et de larges épaules ; son visage était rond, tanné, marqué de vérole ; son menton était droit, ses lèvres n’offraient aucune sinuosité […].
  p. 13. Nel fisico, Grandet era un uomo corto e grosso, di cinque piedi, con polpacci di dodici pollici di circonferenza, rotelle nodose e spalle larghe. Il volto aveva tondo, d’un rosso cuojo e sparso di lentiggini, il mento e le labbra diritte […].

  El Verdugo.
  Il racconto di Balzac è preceduto da questa breve nota del traduttore: «È un episodio dell’invasione francese della Spagna nel periodo napoleonico» (p. 237).
  p. 1133. [Cfr. Balzac, El Verdugo. Introduction de Pierre Citron, in La Comédie humaine … cit., t. X, 1979].
  p. 1133. Appuyé sur un oranger en fleur, le chef de bataillon pouvait voir, à cent pieds au-dessous de lui, la ville de Menda […].
  p. 237. Appoggiato contro un albero d’arancio in fiore, il giovane ufficiale poteva mirare la città di Menda […].
  p. 1135. […] lui dit à voix basse le jeune homme, qu’une sorte de pressentiment avertit d’agir avec mystère, non è tradotto.
  p. 1137. […] rapidité miraculeuese
  p. 242. […] rapidità meravigliosa.
  All’interno di Eugenia Grandet, sono presenti quattro note al testo che il traduttore inserisce per motivare le sue scelte circa la resa linguistica di alcuni termini del modello originale francese. Ne trascriviamo integralmente il contenuto:
  p. 4, nota (1). A proposito del termine ’poinçons’ che il compilatore riporta nel testo italiano in lingua originale, egli scrive: «Ho lasciato la parola francese, poiché in italiano non abbiamo il corrispondente specifico. Il poinçon è una specie di fusto, per vino o liquori, della capacità di circa due terzi d’un maggio, antica misura».
  Nella sua traduzione italiana di Eugénie Grandet, presente nel volume primo, tomo I dell’edizione de La Commedia umana pubblicata nella collana dei “Meridiani” di Mondadori, Giancarlo Buzzi rende la parola ‘poinçon’ semplicemente con ‘barile’.[3]
  p. 4, nota (2). La parola ‘closerie’ è tradotta con ‘chiusa’: il traduttore motiva la sua scelta linguistica in questi termini: «Ho adoperato forse una parola che non si trova facilmente in dizionarii, ma è voce dell’uso vivo e in ispecie di certi dialetti meridionali. A me pare che essa renda a capello il closerie francese nel senso di un pezzo di terra, coltivato ordinariamente ad orto o a frutteto e recinto di siepe» (Note [1 e 2] del trad.). [G. Buzzi tradurrà ‘closerie’ in ‘poderetto’, p. 746].
  p. 18, nota (1). Non è tradotto il termine ‘jaquemart’ che viene riscritto in lingua originale. Scrive, a questo proposito il traduttore: «Davasi questo nome, anche nell’antico francese, a una figurina in ferro che compariva per lo più accanto alle campane d’un orologio, e che, allo scattare della molla, vi batteva sopra le ore; in seguito poi si chiamò così qualsiasi braccio di metallo che faceva suonare gli orologi di torre ed anche i picchiatoj di forma lunga ed ingrossata in fine» (N.d.T). [G. Buzzi tradurrà appunto jaquemart con picchiotto (p. 757)].
  p. 26, nota (1). Nel tradurre: «Ce sera ton douzain de mariage» (p. 1045, Nouv. Pl.), è conservato, nel testo italiano, il termine ‘douzain’ : «Sarà il tuo douzain di nozze».
  A tal riguardo, il traduttore precisa quanto segue: «Il douzain, letteralmente, è il nome di una moneta di rame e lega d’argento del valore di cinque centesimi. Fu quindi con lo stesso termine, e per una specie di modesta analogia, chiamato il regalo di nozze, di cui ampiamente parla qui il Balzac». (N.d.T.). [Il Buzzi rende ‘douzain’ con ‘dozzeno’].

  Onorato di Balzac, Gl’Impiegati. Romanzo di Onorato di Balzac. Prima traduzione italiana di L. Agnes, Milano, Società Editrice Sonzogno (Tip. dello Stab. della Società Editrice Sonzogno), 1906 («Biblioteca Universale», N° 199-200), pp. 196.
  Struttura dell’opera:
  Onorato di Balzac, pp. 3-4; Gl’Impiegati, pp. 5-196.
  Cfr. 1890; 1893.

  Onorato di Balzac, Gli Impiegati, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXIX, N. 9965-N.10050, 20 Settembre-31 Dicembre 1906, p. 4.

  Pubblicata in 78 puntate, come Appendice al periodico triestino «L’Indipendente», questa versione italiana de Les Employés non è altro che la riproduzione della traduzione del romanzo balzachiano fornita da L. Agnes nel 1890, la cui ristampa è segnalata nella scheda precedente.

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  [H. de Balzac], Onorato di Balzac e il socialismo. Una lettera del ’48 che sembra scritta oggi, «L’Italia Centrale», Reggio-Emilia, Anno XLIV, Num. 253, 17 Settembre 1906, p. 1.

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  Siamo di fronte alla traduzione, in lingua italiana, di alcuni frammenti della Lettre sur le travail di Balzac, pubblicata, per la prima volta, nella «Revue de Paris», il primo settembre 1906: il testo di questo scritto balzachiano sarà trascritto, in maniera più estesa, anche se sempre parziale, nella rivista «Minerva» di Roma, il 23 settembre (cfr. scheda seguente).
  Per l’inaugurazione del monumento di Onorato di Balzac, tutta la critica, specie quella francese, si è data d’attorno, si è affaccendata allo studio delle opere e della vita del grande romanziere, per illuminare di maggior luce tutta l’azione di letterato e di pensatore di chi scrisse la Comédie Humaine. Egregiamente: è un omaggio doveroso verso chi volò sopra gli altri per forza d’ingegno. Ma crediamo, però, che ben difficilmente l’arte e lo zelo degli studiosi riesciranno a rappresentare meglio la figura di Balzac – almeno dal lato sociologico – di quella che non appaia dagli stessi romanzi di lui e dalla lettera seguente, finora inedita e oggi esumata e riportata dalla stampa francese. In poche righe Balzac imposta nei suoi veri termini la questione fra capitale e lavoro e con argomenti poderosi dimostra il malanimo di chi ha voluto creare una lotta tra le classi, mentre vi dovrebbe regnare la buona armonia per il beneficio di tutti. Ecco la magnifica lettera:
  – Il tempo è la fortuna, tutta la fortuna dell’uomo come quella degli stati, perché tutta la fortuna è opera del tempo e delle attività degli uomini combinata colle attività della natura. Dire all’uomo tu non lavorerai che tante ore al giorno, vuol dire sopprimere il lavoro a cottimo, e quello che è peggio protestar falsamente contro quel grande principio cristiano e sociale che dice: A ciascuno secondo le sue forze.
  Questa riduzione del lavoro costituisce poi un attentato alla libertà individuale, ed alla ricchezza pubblica, perché alla produzione libera, e spontanea sostituisce una produzione forzatamente minore.
  Noi vediamo uscire di danno agli operai stessi questo errore. Secondo noi, l’accordo tra la salute, l’intelligenza e la mano è almeno altrettanto raro fra i lavoratori manuali quanto è raro l’accordo tra il talento e la volontà fra i lavoratori intellettuali. Vi sono dei buoni lavoratori in tutte le arti e in tutti i mestieri, e ammettiamo in favore della mano sullo spirito, che ci siano altrettanti buoni lavoratori che mediocri. Quanto ai cattivi, noi non pensiamo che valga la pena di riformare le cose in loro profitto!
  Ebbene, supponendo uguaglianza di numero fra i buoni lavoratori ed i mediocri, sacrifichereste i maggiori guadagni del buon operaio all’uniformità del salario concesso ai mediocri? Voi impedireste al buon lavoratore di fare tutto il lavoro che può e vuole fare? Voi gli interdireste di aver famiglia, perché pagando dieci ore di lavoro all’adulto di diciotto come a quello di quaranta, all’inesperienza come all’esperienza, al padre di famiglia come al celibe che non ha altra spesa che quella dei suoi bisogni, voi ammazzereste la famiglia nel popolo. Ammazzar la famiglia vuol dire ammazzare il consumo e la produzione. Il regolamentare il lavoro coll’uniformità del salario e colla riduzione delle ore di lavoro porta alla distruzione della società nelle sue basi prima, alla rovina della produzione nella sua stessa essenza poi. Voi costringete il buon operaio a non lavorare che come lavora il mediocre. Questo è il risultato della vostra operazione.
  L’operaio è un negoziante che ha per capitale la sua forza e la sua abilità; egli partecipa dei benefici della speculazione col suo padrone, assolutamente come un capitalista che preferisce un premio immediato al guadagno futuro di una speculazione, perché l’operaio è pagato del suo tempo, della sua forza, e del suo concorso immediato, prima della realizzazione dell’affare. La legge lo ha privilegiato. Non sappiamo come si possono dimenticare delle verità così semplici e così potenti. Voler introdurre l’uguaglianza nella produzione individuale uguagliando i salari e le ore di lavoro è voler realizzare la chimera delle uguaglianze dello stomaco, della statura e del cervello. E voler uguagliare la capacità, e andare contro la natura …………………….
  La rude guerra che si fa oggi al capitale (e H. de Balzac scriveva nel 1848!) al capitale vita e sangue del commercio esige da noi un’altra lettera (1), dove noi proveremo che il capitale è il lavoro passato che garantisce il lavoro presente, che tormentare o manomettere la proprietà in qualsiasi modo è voler impedire il lavoro avvenire.
  Primavera, 1848.
H. de Balzac.
  (1) La lettera enunciata non fu poi scritta ed in ogni modo non fu trovata.

  [H. de Balzac], La “Lettera sul lavoro” di Balzac (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rivista moderna», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XVI, Vol. XXVI, N. 42, 23 settembre 1906, pp. 993-996.[4]
  (1) Dalla Revue des Deux Mondes, 1 settembre.
  L’originale di questo studio politico di Balzac si trova nell’archivio del visconte de Spoelberch de Lovenjoul; esso è completamente inedito e data dalla primavera del 1848; fu scritto pochi mesi prima che Balzac partisse per la Russia, dalla quale non tornò che nel maggio del 1850, ammogliato e morente. L’autore lo intitolò successivamente Lettre au commerce e Lettre sur la chose publique, per chiamarlo definitivamente Lettre sur le travail.
  Nell’introduzione dello scritto, sulla quale sorvoliamo, l’autore si occupa della situazione politica in Francia sotto il governo provvisorio di quell’epoca, facendo previsioni abbastanza tristi per l’avvenire; poi, accennando ai progetti del governo provvisorio, viene a parlare dell’organizzazione del lavoro.

L’organizzazione del lavoro.
  Le parole organizzazione del lavoro significano coalizione di lavoratori, e la parola lavoratore ha per unica traduzione la parola operaio. Si sono soppressi come per incanto tutti gli altri lavori: quello dell’intelligenza, quello del comando, quello dei viaggiatori, quello degli scienziati, ecc.
  Ora, supponiamo che da un momento all’altro tutti i salari siano raddoppiati in conseguenza della restrizione del tempo di lavoro; naturalmente, in seguito al plusvalore, la produzione diminuisce e l’oggetto prodotto diventa più caro. Si penserà forse a creare dei compratori? Al contrario, li si sopprime coi pericoli evidenti della situazione politica. Ma conservando – per facilitare la discussione – tanti compratori per i prodotti rincariti quanti se ne trovano per i prodotti precedenti, ne viene di conseguenza:
  1. – i prodotti precedenti si smerceranno prima dei prodotti rincariti;
  2. – per effetto di questo ritardo, i prodotti rincariti perderanno del loro valore.
  Conseguenza, la rovina certa dei fabbricanti.
  Ammettiamo per un miracolo che la situazione commerciale si conservi come prima. Raddoppiati i salari, gli oggetti di consumo aumenteranno di prezzo in proporzione: il grano costerà più caro, e per l’aumento dei salari dei contadini e per il rincaro dei trasporti; lo stesso si dica delle pigioni, ecc. Per conseguenza l’operaio, con le sue dieci ore di lavoro e con la sua giornata meglio retribuita, si troverà in condizioni eguali a quelle di prima; egli consumerà il suo salario, e nulla vi sarà di migliorato nella sua posizione.
  Bisognerà rinunziare a smaltire all’estero i prodotti rincariti, e la produzione nazionale non potrà rivolgersi che al consumo del paese.
  Tacendo intorno a questi risultati, noi prestiamo una forza incalcolabile alla disorganizzazione sociale, che viene chiamata la questione sociale.
  Non si vogliono più privilegi di nessun genere, di nessuna specie. Ma allora bisogna sopprimere le dogane, che creano privilegi alle industrie protette. E allora che accade del commercio nazionale? Esso sarebbe colpito nel cuore da queste misure, giacchè, facendo rincarire i nostri prodotti, ne verrà che l’industria straniera inonderà il nostro paese coi suoi prodotti meno costosi. – Se poi si proteggeranno tutti i prodotti rincariti, sarà una dichiarazione di guerra pacifica alle industrie straniere; queste risponderanno con proibizioni eguali, e il commercio estero perirà.

Per la libertà del lavoro.
  Il tempo è la fortuna, tutta la fortuna dell’uomo, come è la fortuna degli Stati, giacchè ogni fortuna è l’opera del tempo e del moto combinati, per servirci d’una espressione algebrica che comprende ogni specie di attività. Dire all’uomo: tu non lavorerai che tante ore al giorno – è ridurre il tempo, è attentare al capitale umano. Sopprimere il lavoro a cottimo è, secondo noi, ancor peggio: è lo stesso che mettersi contro questo grande principio cristiano sociale: a ciascuno secondo la sua opera. La limitazione delle ore di lavoro e la soppressione del lavoro a cottimo sono un attentato alla libertà individuale, alla ricchezza privata e alla ricchezza pubblica. In una parola, è la tirannia in nome di una teoria speciosa e falsa, è l’esercizio reggimentale sostituito alla produzione libera e spontanea.

Il valore diverso degli operai.
  Nelle classi operaie vi sono i buoni, vi sono i mediocri, vi sono i cattivi, allo stesso modo in cui nel mondo letterario vi sono scrittori cattivi, mediocri e buoni, e questi ultimi sono molto rari. Nei lavoratori manuali l’accordo della salute, dell’intelligenza e della mano è per lo meno così raro come lo è nei lavoratori intellettuali l’accordo del talento e della volontà, e i buoni operai in tutte le arti e in tutti i mestieri sono pochi.
  Ma, ammettiamo che vi siano tanti operai buoni quanti sono i mediocri; giacchè non possiamo pensare che si voglia riformare l’attuale stato di cose a profitto dei cattivi. Supponendo eguaglianza di numero fra gli operai buoni e i mediocri, e adottando il salario uniforme domandato per questi ultimi, si sacrifica il guadagno perfettamente legittimo dei buoni, s’impedisce all’operaio buono di fornire tutto il lavoro che egli può e vuol fornire, si sacrifica la famiglia al celibato, compensando con salario eguale il lavoro del giovane diciottenne e dell’uomo quarantenne, quello dell’operaio inesperto e quello dell’operaio esperto, quello del padre di famiglia carico di spese e quello dello scapolo. Si uccide dunque la famiglia nel popolo, e uccider la famiglia è lo stesso che uccidere il consumo.
  Regolare il lavoro sulla base della uniformità del salario e della limitazione delle ore è lo stesso che tentare di distruggere la società, è lo stesso che rovinare la produzione nella sua essenza: si costringe, infatti, l’operaio buono a lavorare come lavora il mediocre, giacchè gli si toglie la voglia di far meglio, col non pagarlo meglio.

Operaio e padrone.
  L’operaio è un negoziante che ha per capitale la sua forza fisica, la quale egli vende a un prezzo che viene discusso. Se su un dato punto del globo vi sono molti operai, il valore della forza cade in ragione della sua affluenza, spesso al di sotto del valore reale, con fenomeno analogo a quello che avviene per questo o quel prodotto. L’operaio partecipa col padrone ai benefici dell’azienda, né più né meno del capitalista il quale preferisce un premio immediato al guadagno futuro di una speculazione. Infatti, l’operaio riceve il premio del suo tempo e del suo concorso prima che dall’impresa, alla quale egli partecipa, venga ricavato alcun guadagno. – Tutte queste verità così semplici, così evidenti vengono - non sappiamo come – dimenticate.
  Qui Balzac accenna al deplorevole risultato del tentativo che poco prima era stato fatto da un gruppo di operai, i quali pure erano abili e coraggiosi, d’impiantare un esercizio cooperativo: quegli operai si erano imposte leggi draconiane, si erano comportati in modo meraviglioso, avevano organizzato il lavoro nella migliore maniera possibile; e pure non erano riusciti.

I doveri dello Stato.
  Lo Stato non deve intervenire mai negli affari privati e commerciali se non per far rispettare il diritto comune: esso non deve né ostacolare né soccorrere il commercio: a questo basta la protezione generale che gli viene accordata in Inghilterra. L’essenza e il fondamento di ogni commercio è la libertà. La fiducia e la sfiducia non si creano né si ristabiliscono per mezzo di decreti. Decretare la fiducia è, come diceva Hoche, «decretare la vittoria», una cosa bella, ma impossibile.
  Regolare il lavoro è l’assurdo della tirannia. La vita è un combattimento, così la vita privata come la vita sociale, come la vita commerciale, come la vita operaia, come la vita agricola, come la vita delle nazioni; e da questo combattimento si esce vincitori o vinti, ricchi o poveri, dimenticati o gloriosi, felici o infelici, secondo la propria forza o secondo la propria fortuna. Perché voler fare un’eccezione in favore dell’operaio?
  Il lavoro di tutta una nazione non si scinde: a ciascuno la sua parte secondo le sue forze. Questo lavoro comprende tutte le produzioni. E che! Voi proclamate la libertà invece di stabilire le libertà che ciascuno conserverà dopo di aver fatto atto d’obbedienza alla patria? E volete consacrare la mediocrità del lavoro, e soffocare sotto un sigillo di piombo la spontaneità degli sforzi, col pretesto che i padroni opprimevano i loro operai?
  Noi ammettiamo, sì, che vi siano dei limiti in ogni cosa, e mentre vi rimproveriamo una teoria inapplicabile, non cadremo nell’assurdo della pratica attuale. Il prezzo dei generi alimentari è la bilancia, è la regola dei salari. Uno Stato in cui gli operai buoni e saggi, lavorando quanto vogliono e quanto possono, non trovano l’agiatezza per la loro famiglia è uno Stato male ordinato. Ma la colpa non è dei padroni: è lo Stato il colpevole; e la sua colpa consiste in una cattiva ripartizione delle imposte e delle tasse; e il problema non potrà essere risolto se non con un sistema ben studiato, logico e giusto, che si occupi del consumo e non della produzione.
  In conclusione, invece di pensare a sottoporre a regolamento il lavoro, a organizzarlo, lo Stato dovrebbe, imitando l’Inghilterra, favorire la vendita, cercar d’aprire sbocchi alla produzione nazionale. Ecco l’unica maniera di proteggere l’operaio e il commercio. Ecco quello che è stato fatto sempre in modo meraviglioso dall’Inghilterra. Sostituendo a questa azione la sterile discussione, null’altro si ottiene che di far fuggire il capitale.
  Nelle ultime righe di questo suo scritto Balzac annunziava l’intenzione di pubblicare un’altra lettera a proposito dell’aspra guerra fatta al capitale, vita e sangue del commercio; egli si proponeva di dimostrare che il capitale è il lavoro passato che comanda al lavoro presente, e che tormentandolo e attentando in qualsiasi modo alla proprietà, si mette ostacolo al lavoro avvenire. – Questa seconda lettera probabilmente non è stata mai scritta; certo è che non è stata trovata.


  H. de Balzac, Una lettera di Balzac sulla questione tra capitale e lavoro, «Gazzetta delle Puglie», Lecce, Anno XXVI, N. 35, 29 Settembre 1906, p. 1.

 
  Cfr. schede precedenti.

  Onorato De Balzac, Memorie di due Giovani Spose. Versione italiana di Laudomia Capineri Cipriani, Firenze, Adriano Salani, Editore, 1906 («Biblioteca Salani Illustrata», N. 302), pp. 301.

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  Questa nuova versione italiana di Mémoires de deux jeunes mariées si fonda sul testo della seconda edizione Souverain del romanzo (settembre 1842): viene rispettata la suddivisione dell’opera in due parti ed è presente, alla fine del testo, la datazione del romanzo (Parigi, 1841). Non è riportata la dedica a Georges Sand.
  Il concetto di fedeltà al testo ci sembra difficilmente applicabile alla traduzione che Laudomia Capineri Cipriani fornisce del romanzo di Balzac. La traduttrice, infatti, volge in italiano l’opera balzachiana in maniera alquanto libera, approssimativa, personale e disinvolta curandosi abbastanza raramente del rigoroso rispetto, tanto linguistico quanto stilistico, del dettato balzachiano. Basta considerare alcune sequenze testuali tratte dalla prima lettera con la quale si apre il romanzo per trovare conferma di quanto affermato:
  pp. 195-196. [Éd. ‘Nouvelle Pléiade … cit.].
I.
À Mademoiselle Renée de Maucombe […].
  Ma chère biche, je suis dehors aussi, moi ! Et si tu ne m’as pas écrit à Blois, je suis aussi la première à notre joli rendez-vous de la correspondance. [Il corsivo è nostro].
  p. 5.
Parte Prima.
I.
Luisa de Chaulieu a Renata de Maucombe […].
  Libera, libera finalmente! Anch’io ho spiegato le ali una buona volta, ed eccomi nel mondo come te! E se non mi hai già scritto a Blois, sono io che inizio questa nostra dolce corrispondenza.
  p. 196. «Tais-toi! me diras-tu; dis-moi plutôt, me demanderai-tu, comment tu es sortie de ce couvent où tu devais faire ta profession ?» Ma chère, quoi qu’il arrive aux carmélites, le miracle de ma délivrance est la chose la plus naturelle.
  p. 5. – Zitta! – mi par di sentirti esclamare – dimmi piuttosto come hai fatto a scappare da quel convento che doveva accogliere la tua professione di fervente carmelitana? –
  Cara mia, checché avvenga là dentro, pure non v’è nulla di più naturale del miracolo della mia liberazione.
  p. 196. […] je crois nos âmes sonde l’une à l’autre, comme étaient ces deux filles hongroises dont la mort nous a été racontée par M. Beauvisage, qui n’était certes pas l’homme de son nom : jamais médecin ne fut mieux choisi.
  p. 6. […] io credo le nostre anime saldate, dirò così, insieme, al pari di quelle due fanciulle ungheresi, la di cui morte ci è stata raccontata diffusamente dal signor Belviso, a cui non si addiceva davvero quel nome. E, aprendo una parentesi, aggiungerò che le nostre suore non potevano scegliere medico più adatto per un Conservatorio.
  p. 198. Que dois-je donc trouver dans ce monde si fort désiré ? D’abord, je n’ai trouvé personne pour me recevoir, les apprêts de mon cœur ont été perdus : ma mère était au bois de Boulogne, mon père était au Conseil; mon frère, le duc de Rhétoré, ne rentre jamais, m’a-t-on dit, que pour s’habiller, avant le dîner. Mlle Griffith (elle a des griffes) et Philippe m’ont conduite à mon appartement.
  pp. 9-10. Che cosa mi riserverà dunque questo mondo così ardentemente bramato? Intanto, primo disinganno: alla stazione nessuno era a ricevermi: mia madre era alla solita passeggiata al Bosco di Boulogne: mio padre al Consiglio: mio fratello, il duca di Rhétoré, non torna a casa che per cambiarsi vestito … così la signorina Griffith e Filippo soltanto, mi hanno condotto nel mio appartamento.




Studî e riferimenti critici.

  AA.VV. [La Società Bibliografica Italiana], I Libri più letti dal popolo italiano. Primi resultati della inchiesta promossa dalla Società Bibliografica Italiana, Milano, Società Bibliografica Italiana, 1906.
  Alle pp. 22-23, sono riportati i risultati dello spoglio di 290 schede curato dal dott. Ettore Fabietti riguardanti i libri più acquistati e più letti dal popolo in Italia. Le 290 schede sono suddivise per categorie socio-professionali comprendenti: impiegati, studenti ed operai.
  p. 22. Impiegati, schede 40. […].
  Verne, Werner, Tolstoi, Ohnet, Dante, la Bibbia, Spencer, Sue e Flammarion, Quattrini, risultano notati in egual numero di volte circa compreso fra 8 e 12. Al di sotto vengono Fogazzaro, Balzac, Castelnuovo, Carducci, Ada Negri, Bourget, Sergi, Cooper, Invernizio.
  In una seconda fase dell’indagine, la Commissione pensò di interrogare specialmente «le biblioteche circolari e popolari» (p. 24) di Milano. Anche in questo caso, le 2000 schede raccolte, furono raggruppate in base a differenti categorie socio-professionali:
  Colonna A: operai
  Colonna B: impiegati, professionisti ed esercenti
  Colonna C: studenti non oltre i 15 anni
  Colonna D: studenti sopra ai 15 anni.
  Ecco il quadro dei risultati relativi alle opere di Balzac (p. 29):
  Balzac (O. De)

 

A

B

C

D

187

117

70

-

2

Papà Goriot

37

20

-

1

Fisiologia del matrimonio

26

9

-

-

Il Martirio

11

1

-

-

 


  Onorato Balzac e i medici, «Il Policlinico. Sezione Pratica», Roma, Anno XIII, Fasc. 30, 1906, p. 980.
  In quel cinematografo della vita umana che è la Comédie humaine di Balzac figurano molti medici, i quali sono da questo autore trattati con maggior simpatia di come non abbiano fatto altri scrittori francesi.
  Balzac si occupa molto della fisiologia e della patologia dei suoi personaggi. Come dice Taine, ovunque esista una deformità od un malanno Balzac assume il suo compito di osservatore. Si deve però convenire che egli si rivela più che altro un dilettante. Taine lo chiama «Molière medico» ed i suoi detrattori gli rimproverano la sua manie médicale.
  Balzac ha descritto medici di ogni tipo: pratici di campagna e di città, principi dell’arte, ecc. Il celebre chirurgo Dupuytren venne da lui tratteggiato, sotto il nome di Desplein, nel romanzo «La messa dell’ateo». Invece Blanchon (sic), che appare in molti dei suoi libri, fu una creazione della sua fantasia: eppure divenne tanto familiare per lui, che durante l’agonia pretendeva si andasse a chiamarlo. La maggior parte dei suoi medici si sono elevati dalla povertà mediante i loro sforzi individuali; sono tutti materialisti o miscredenti, però alcuni al momento di morire divengono religiosi.
  Merita di essere notata l’importanza che Balzac attribuisce alle donne nel destino del medico pratico. Egli dice: non v’è forse nessuna famiglia in Francia in cui il medico non sia scelto dalle donne. Col dottore di confidenza una signora è come un ministero sicuro della maggioranza. Ella si fa ordinare di restare in città, di andare ai bagni od in campagna, di divertirsi, di viaggiare, ecc., come meglio le talenta. Uno dei maggiori pericoli per un medico giovine consiste appunto nell’imbattersi in una signora della quale faccia andare a vuoto i disegni, dicendo al marito che non ha nulla. Per vendicarsi, questa donna potrà rovinare il dottore. E’ noto infatti che cosa possa fare una donna volendo distruggere la riputazione professionale o morale di un medico: le basta ricorrere a qualche insinuazione.
  Una donna può condurre facilmente il marito dove vuole, servendosi del medico. Ciò è dimostrato dalla storia de la Maintenon, la quale, quando non poteva obbligare Luigi XIV a fare ciò che essa voleva, mandava il dottor Fagon a curarlo di apoplessia: immediatamente il re si comportava come se fosse ammalato e faceva tutto ciò che gli si ordinava.
  Sopra questo soggetto, si può leggere un curioso libro del dott. De Canjoles (sic) «La médecine et les médecins dans l’œuvre de Balzac», Lyon, 1900.[5]

  Notizie, libri e recenti pubblicazioni. Francia, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quinta Serie, Volume CXXI – della Raccolta, CCV, Fascicolo 818, 16 gennaio 1906, pp. 356-357.
  p. 356. Al Vaudeville di Parigi si è rappresentato un lavoro in quattro atti e sette quadri, di Pierre Decourcelle e Paul Granet, intitolato: La cousine Bette e tratto dal romanzo di Balzac.

  Riviste e giornali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 31°, Num. 23, 23 Gennaio 1906, p. 3.
  Nell’ultima visita che Victor Hugo fece a Balzac morente, egli non vide la signora Balzac. Bastò questo perché la leggenda facesse di essa una donna cattiva, che non aveva mai amato suo marito e l’aveva abbandonato all’ora dell’agonia. Il nipote della signora Balzac, Stanislao Rzewuski prende altamente le sue difese nella Nouvelle Revue. Senza negare il suo carattere agro e i malintesi che turbarono quel matrimonio di quattro mesi, egli non esita punto a sostenere che la sua affezione fu ciò che vi ebbe di migliore nella vita dello scrittore. Molto tempo prima di diventare sua moglie, la signora Hanska fu per Balzac il vivo simbolo d’un avvenire migliore, l’incantevole personificazione della rivincita sul destino nemico. Se l’ambizione di conquistarla non avesse esaltato la sua anima, chi sa se avrebbe avuto la forza di continuare il suo lavoro? Ella fu in principio la lettrice entusiasta che gli diede la gioia di sentirsi compreso da un cuore femminile. Nonostante il suo genio, d’altra parte allora molto discusso, egli era il letterato bisognoso, un po’ stravagante, privo di attrattive: quella donna virtuosa e fine si diede a lui lealmente, in uno slancio di passione generosa, e lo sposò nonostante l’unanime e violenta opposizione dei suoi. Nessuno seppe mai l’accanimento messo dalla sua famiglia, una delle più gloriose della Polonia, a combattere la sua unione con uno «scriba» esotico. Le si sarebbe tutto perdonato, ma non quella «cattiva» scelta. Ma nulla potè impedirle di dare al maestro quella prova di tenerezza. Il suo nome merita di prender posto fra quelli delle grandi innamorate, le Laure, le Beatrici, le Eleonore d’Este.

  Rassegna artistica, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXIX, N. 9770, 27 Gennaio 1906, p. 3.

  Cfr. scheda precedente.


  Riviste e giornali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 31°, Num. 48, 17 Febbraio 1906, p. 3.

  L’avaro può uccidersi? […] Talvolta egli spera di poter dall’altra vita contemplare i suoi cari beni, come una ma­dre cristiana spera di contemplare i suoi figliuoli e vegliare su di loro: talvolta egli avverte i suoi eredi che dovranno rispondere innanzi a lui del deposito sacro che loro affida. Il padre Grandet di Balzac, morendo, dice a sua figlia, a proposito della sua fortuna: «Tu me ne darai conto lassù».


  Balzac a Teatro, «La Maschera. Cronaca illustrata del teatro», Napoli, Anno II, Num. V, 1° Marzo 1906, p. 4.

  La riduzione di Cousine Bette, tentata in questi giorni da Decourcelle e Granet, e rappresentata sulle scene del Vaudeville, ci richiama alla memoria la non breve lista dei lavori teatrali ispirati dalla grande opera dell’immortale Balzac. Le lys dans la vallée (Comédie-Française, 14 Giugno 1855) dramma in 5 atti di Théodore Barrière ed A. de Beauplan – Père Goriot di Théaulon, Decomberausse e Jaine (Théâtre des Variétés, 12 aprile 1835). E, con la stessa data, due altri vaudeville, ispirati dallo stesso soggetto: Père Goriot in 2 atti di Amelot e Duport; e un altro di Laurencin, Marc Michel e Simoni – César Birotteau di Cormon, Lagrange e Michaud – Les Chouans di Anicet Bourgeois e Francis Cornu – Le Gars d’Anthony Béraud (Ambigu, 14 Giugno 1837) – Madame Marneffe o Le père prodigue, dramma-vaudeville in 5 atti di Clairville (Gymnase, 14 gennaio 1840) – La peau de chagrin di Louis Judici (Ambigu, 6 settembre 1851). Ed ancora una Peau de chagrin portata anteriormente sulla scena, col titolo di Le Roman en action di Simoni e Théodore Nézel (Gaité, 4 novembre 1832), Cousin Pons di Adophe de Launay (Cluny, 24 aprile 1874), La fille de l’avare (Gymnase 1875), Les Treize di P. Dugué e Peaucellier (Gaité, 28 dicembre 1876), Valentina (da La grande Bretèche) di Scribe e Mélesville – Lydie (da Splendeur et Misère (sic) des courtisanes) di A. Miral (teatro delle Nations, 7 settembre 1882). Ancora un Père Goriot di Adolphe Tabarant (Théâtre libre, 24 ottobre 1891), Les Chouans di Emile Blavet e Pierre Berton (Ambigu, 12 aprile 1894), Le colonel Chabert di Louis Forest (1903), La Rabouilleuse (da Un ménage de garçon) di Emile Fabre (Odéon, 11 marzo 1903). Ed è quest’ultima commedia, che sotto il titolo di Colonnello Bridau, Alfredo de Sanctis ha portato con successo in giro in questi ultimi anni. Dalla miniera inesauribile della Commedia umana quante altre ispirazioni e derivazioni si potrebbero avere e si avranno! Soltanto è certo che l’opera colossale di analisi e d’indagine del più grande romanziere moderno si trova a disagio nella stretta della scena; e spesso gli adattamenti non sono che delle profanazioni.


  Riviste e giornali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 31°, Num. 68, 10 Marzo 1906, pp. 3-4.

  p. 3. E’ già noto, fra le persone colte, il nome del visconte de Spoelberch de Lovenjoul, il quale ha passato la sua vita e consacrato la sua fortuna a raccogliere, in archivi unici, manoscritti, corrispondenze, articoli, opere, note sparse di quattro scrittori suoi prediletti: Giorgio Sand, Sainte-Beuve, Teofilo Gautier e Balzac. L’Ageorges ne dà qualche particolare interessante nell’ultimo numero della Revue latine.[6] Di Giorgio Sand gli archivi del visconte, fra le molte altre cose, contengono un giornale intimo con la data del 1847, un dramma storico di cui il De Musset s’è giovato pel suo Lorenzaccio, e persino un biglietto con cui il signor Dudevant, marito legittimo e alquanto ridicolo dell’amante di Sandeau, di de Musset, del medico Pagello, di Chopin e di qualche altro, domandava la croce della Legion d’onore, per essere stato il marito di una grande scrittrice. Vi sono anche delle singolari caricature fatte dal De Musset, fra cui una assai spiritosa e mordace contro il Buloz, un occhio, la bocca, un foruncolo, una ciocca di capelli e la scritta: «Frammenti della Revue trovati in una cassa vuota». Ma il Dio di quel santuario è Balzac, di cui è raccolto quasi tutto, bozze di stampa, lettere, frammenti inediti, mille cose preziose e curiose. Sulla prima pagina del manoscritto di Père Goriot aveva notato che per la fine del mese doveva pagare mille franchi di gioielli e mille … di spese di vettura. Su quasi tutti i suoi manoscritti il povero Balzac faceva conti … che non tornavano. E come era compensato! Pel suo romanzo Clotilde de Lusignan, l’editore gli offriva nel contratto duemila franchi pagabili a diverse scadenze, con l’obbligo per l’autore di pagare annunzi d’una mezza colonna nei principali giornali parigini e col compenso, in più, di … sei copie gratuite del libro! Per la famosa Fisiologia del matrimonio, ebbe 1500 franchi in cambiali a un anno! E il grande romanziere lavorava spaventosamente. Ecco, per esempio, il suo programma di lavoro nel settembre del 1834: «Finire Seraphita (sic), fare la fine di Melmoth, Mémoires d’une jeune mariée, La fleur des pois, César Birotteau, Une fille de Paris, finire La fille aux yeux d’or, Un drame au bord de la mer»; e ancora: «Aventures d’une idée, Le Père Goriot, terminare la correzione di L. Lambert, terminare la terza decina», probabilmente dei suoi Contes drolatiques.


  Rassegna artistica. «L’Impresario della Smirne», «L’Indipendente», Trieste, Anno XXIX, N. 9827, 4 Aprile 1906, pp. 2-3.

  p. 3. E la stessa osservazione che può fare chi legge il Grand Homme de Province à Paris del Balzac e confronta quella mirabile pittura di costumi giornalistici e lette­rari del 1830 colle abitudini, le affezioni, le virtù, le colpe giornalistiche e lette­rarie del 1900. Anche questo aspetto della vita ha qualcosa che permane, che va oltre il tempo.


  Notizie bibliografiche. Ferdinand Brunetière; “Honoré de Balzac”; Parigi, Calmann Lévy, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rivista moderna», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XVI, Vol. XXVI, N. 22, 6 maggio 1906, p. 524.
  Studio bibliografico e critico, in cui l’autore, pur parlando dell’uomo e del romanzo della sua vita quanto gli è sembrato necessario, ha voluto sopratutto definire, spiegare e caratterizzare la natura dell’opera di Balzac, e mostrare in che cosa i suoi romanzi differiscano da quelli che li avevano preceduti, a quali verità e a quali difetti essi abbiano dovuto la loro portata, e come e perché Balzac, del quale si può dire che «è stato non solo il più grande, il più fecondo e il più vario dei romanzieri francesi, ma il romanzo stesso», ponendo le condizioni dell’indipendenza e dell’autonomia del romanzo, abbia dato una nuova prova dell’evoluzione dei generi letterari. (Revue des Deux Mondes).

  Onorato di Balzac, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXIX, N. 9859, 15 Maggio 1906, pp. 1-2.

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  Quando nel 1819 il giovane Onorato di Balzac cominciò bravamente il suo tirocinio in letteratura, senza altra vocazione all’infuori di quella di farsi un nome e una fortuna, due forme di romanzo si dividevano il favore del pubblico: il romanzo personale e il romanzo storico. Al primo genere appartengono Manon Lescaut, Clarisse Harlowe, La nouvelle Héloïse, Werther, Les liaisons dangereuses, Corinne, René, Adolphe; le opere di Walter Scott, di Manzoni, di Bulwer Lytton erano i modelli più autorevoli dell’altro. Fioriva anche un terzo tipo di romanzo, caratterizzato dalla complicazione dell’intrigo, dall’atrocità degli avvenimenti, derivato dai lavori di Anna Radcliffe. E’ da questi dimenticati avi letterari che discende il giovane Balzac, esordiente con racconti bizzarri, da lui ripudiati in seguito, ma la cui natura doveva pur sempre far capolino attraverso tutta la sua opera, sebbene migliorata ed epurata nei procedimenti di invenzione e affatto diversa nella esecuzione, che ormai non aveva più niente di comune col romanzo popolare.
  Il carattere essenziale di Balzac è l’obbiettività: i suoi romanzi non sono la confessione della sua vita, e se in taluni, come in Louis Lambert, nella Peau de chagrin, nel Lys dans la vallée, e in Un grand homme de province à Paris egli ha messo qualche ricordo del collegio di Vendôme, della sua vita studentesca, della sua relazione con la signora de Berny e dei suoi rapporti coi librai, i giornalisti e i colleghi, ma la scelta dei soggetti gli è stata però dettata da ragioni particolari, private. Egli non racconta mai e non si spiega: quando racconta si maschera, e quando si spiega non vuol essere riconosciuto. Si può dire che non è Balzac che sceglie il soggetto, ma sono i soggetti che lo afferrano e gli si impongono.
  A questo riguardo la pubblicazione della sua Corrispondenza colla contessa Hanska, ha un valore indiscutibile e le Lettres à l’Etrangère formano un fascio di documenti preziosi.
***
  Il piano della «Comédie Humaine» e l’idea di questo titolo datano dal 1842: fino allora l’insieme dei romanzi scritti si presentavano allo spirito di Balzac sotto il titolo di «Studi sociali». Come è noto la «Comédie Humaine» comprende le «Scene della vita privata», le «Scene della vita di provincia», le «Scene della vita parigina», le «Scene della vita politica», le «Scene della vita militare», le «Scene della vita di campagna», gli «Studi filosofici» e gli «Studi analitici». In questo prospetto non figurano le «Cousin Pons» e la «Cousine Bette», che sono ciò che di più eletto abbia scritto Balzac; l’idea comune che li unisce – quella dei drammi oscuri e segreti che l’ineguaglianza delle condizioni produce nelle famiglie, fra persone dello stesso nome, dello stesso sangue, della stessa origine – è una delle più feconde in particolari commoventi, dove la portata sociale uguaglia o sorpassa l’interesse romantico. Forse la «Recherche de l’absolu» ed «Eugenie (sic) Grandet» non sembrano inferiori come esposizione e come rappresentazione di ciò che Balzac vi ha voluto descrivere.
***
  Grande è la significazione storica dei romanzi di Balzac.
  Di tutti i romanzi, i soli che non hanno valore documentario e storico, sono quelli che per l’appunto si intitolano «storici». Da Walter Scott ad Alfredo de Vigny, i personaggi, i fatti sono completamente sfigurati, mal compresi; ma la Caterina de’ Medici di Balzac nel «Secret des Ruggeri (sic)» è più vera del Luigi XI di Walter Scott nel «Quintino Durward» o del Luigi XIV di Eugenio Sue nel suo «Latréaumon (sic)», perché un romanzo dove l’autore non si è proposto di dipingere i costumi del tempo, ma semplicemente di raccontare un fatto, e di «piacere», come diceva Molière, senza altra né più ambiziosa intenzione, questo romanzo avrà sempre un valore storico, ed esso sarà indubbiamente un «documento» per lo spirito del suo tempo.
  «La mia opera ha la sua geografia, come ha la sua genealogia e le sue famiglie, i suoi luoghi, le sue cose, le sue persone e i suoi fatti» ha lasciato scritto Balzac nella prefazione della «Comédie Humaine», e questo è ciò che appunto ne costituisce il valore storico.
  La descrizione romantica è agli occhi di Balzac molto differente dalla descrizione poetica, essa non esiste in sé e per sé stessa: ha sempre qualche ragione di essere all’infuori della bellezza del tema o dell’emozione personale; essa vuole spiegare le cause che hanno nel corso dei tempi modificato le persone e i luoghi, e a questo titolo, le descrizioni di Balzac sono sempre storiche.
  Egli crede, per averlo osservato, che le nostre azioni sono condizionate dalle circostanze della nostra vita, che le cause determinanti le azioni di un uomo in un dato senso, sono situate in generale più lontane e più profondamente di quello che si pensa, non dipendenti tanto dall’ora o dalla circostanza, quanto da una lunga premeditazione degli attori, incosciente, ma non per questo affatto e precisamente involontaria.
  E’ ben così che si posa oggi la questione del determinismo storico, ed è a Balzac che la scuola moderna ha preso a prestito questa concezione della storia.
***
  Il valore letterario o estetico del romanzo di Balzac non è che un prolungamento della sua significazione storica.
  Vi è in Balzac del romanticismo: non si può sfuggire interamente al proprio tempo, e la scelta di qualche soggetto e la sensibilità declamatoria mostrano i tratti romantici dell’opera di Balzac; ma egli non ha accettato nulla del romanticismo in quanto esso fu una dottrina artistica, perché la rappresentazione della vita, non la realizzazione della bellezza era per lui interessante. Balzac fu piuttosto un naturalista: nella prefazione già citata egli scrive: «Sono esistite, esistono e desisteranno (sic) in ogni tempo delle specie sociali, come vi sono delle specie zoologiche … la società non fa dell’uomo, secondo gli ambienti nei quali la sua azione si esplica, altrettanti uomini differenti quante sono le varietà in zoologia?» Naturalmente è nel senso estetico del termine che Balzac è naturalista, fedele cioè nelle intenzioni e nei fatti del suo romanzo alla realtà della vita.
  L’originalità di Balzac è di aver capito l’importanza e il carattere particolare della questione del denaro. Egli, primo di tutti, ha tentato di raccontare come si guadagna il denaro, e in quanti modi: col lavoro, coll’economia, alla maniera di Birotteau, di Grevet (sic) o di Popinot; colla speculazione sulla terra, come Grandet o Gaubertin, o in borsa, come Nucingen; colla politica e la diplomazia come Rastignac; coll’usura, come Gobsek (sic) e come Rigou; con un matrimonio, come Brideau (sic). Per dire come si guadagna il denaro, Balzac ha dovuto descrivere i mezzi di guadagnarlo, farli accettare come probabili, spiegarli mostrandoli in rapporto col meccanismo o la tecnica di una professione. Qui sta veramente l’interesse della questione del denaro nel romanzo di Balzac: essa lo concreta, lo specializza, lo realizza.
  In molti romanzi, levata la questione del denaro, non resterebbe forse nulla, ma in moltissimi altri tale questione ne forma il principale interesse. Essa serve a comunicare alla narrazione un’aria di precisione che non avrebbe; introduce nel dominio del romanzo un’infinità di particolari fino allora scartati per la loro pretesa insignificatezza o volgarità; e, poiché questi particolari sono la stessa vita, è perciò che la somiglianza colla vita e la varietà dell’opera si accrescono di quanto essi riescono a penetrarvi.
  Questa pittura delle condizioni domanda dei particolari di un’abbondanza, di una precisione e di una minuzia straordinarie.
  Balzac fu anche qui un innovatore: niente sembra oggi più naturale che trovare nei romanzi le descrizioni dei luoghi, dei mobili, dei costumi e noi pensiamo giustamente che la verità, l’esattezza e il rilievo di queste descrizioni formano il merito essenziale del romanzo. Ma prima di Balzac tutto ciò era trascurato, negletto, ed egli fu primo a diffondere la sua curiosità intelligente sopra tutto ciò che poteva interessare un uomo del suo tempo; e da questa curiosità attiva, per quanto superficiale e rapida, risultò la somiglianza esteriore della sua opera colla vita e il fondamento scientifico di quest’opera, che è fatta non solo di narrazioni ma anche di «inchieste» e di «documenti». Prima di lui mancava al romanzo la rappresentazione della vita comune, perché una falsa estetica si imponeva di rappresentarla interdicendosi la descrizione degli elementi che la costruivano. Balzac a questo riguardo è paragonabile ai pittori olandesi, i quali non trascurarono niente di quanto cadeva sotto i loro occhi e non ritennero nessun particolare o inutile o indegno di figurare sule loro tele.
***
  L’importanza sociale del romanzo di Balzac non ha niente a che fare col giudizio che si può dare delle sue opinioni politiche, che non avevano nulla di profondo o di originale.
  I romanzi di Balzac sono sociali nel senso che gli individui non esistono in realtà indipendentemente e all’infuori della classe di cui sono i rappresentanti, e di conseguenza della società di cui sono le creature, società messa a nudo e riconosciuta dall’autore nei suoi sostegni essenziali.
  Balzac ha posto in luce la società nuova, uscita dalla Rivoluzione con tutti gli egoismi, le passioni, i sentimenti e gli appetiti dai quali essa era stata agitata.
  Egli, prima degli economisti e dei sociologhi ha individuato la molla possente che dava la spinta più formidabile alle azioni nella civiltà moderna; egli ha dipinto tutti gli atteggiamenti dell’individualismo in lotta collo spirito collettivo, e ha messo nella giusta prospettiva questi conflitti, precorrendo con intuito geniale quelle crisi sociali che dovevano scoppiare più tardi, parecchi anni dopo la sua morte.
  Egli si è compiaciuto di studiare in una serie di «arrivisti» che da Rastignac a Vautrin, lo scatenamento di energia brutale, provocato dall’esempio di Napoleone e della sua prodigiosa fortuna; egli ha messo in evidenza la disorganizzazione della famiglia, la dissociazione degli antichi costumi familiari per opera dell’ambizione e della brama del lusso che spingeva i membri di essa fuori della casa degli antenati spingendoli per il mondo in diversi gradi della società alla ricerca della fortuna con ogni mezzo, lecito o disonesto; colla speculazione, colla lussuria, col ricatto, coll’usura.
  Gli egoisti di Balzac hanno questo tratto distintivo, che la loro coscienza – ammesso che ne abbiano una – non ha mai esitato sulla legittimità del loro diritto alla vita ed al successo. Rastignac, Crevel stimano che il loro egoismo faccia parte, per così dire, di un sistema sociale alla conservazione e al mantenimento del quale esso concorre. Così il loro successo non è soltanto il loro proprio, ma quello di tutta una clientela ch’essi si trascinano dietro, di tutta una classe. Questa convinzione dà loro una fiducia la cui sicurezza non uguaglia che l’enormità dei loro appetiti.
  A una gloria così fulgida ha ora portato il suo omaggio Ferdinando Brunetière, e questo fatto non è privo di significato. Il suo volume sopra Onorato Balzac, è uno studio completo, ampio, scritto con un’anima vibrante di ammirazione, dove con amore e con cura la grande opera dello scrittore è analizzata, discussa ed esaltata: il culto per Balzac ha fatto dimenticare a Brunetière molti dogmatismi artistici, e il libro è un frutto sereno, senza acredini polemiche e senza intenzioni dottrinali; esso torna ad onore di chi lo ha scritto ed è degno di colui al quale è consacrato.

  Riviste e giornali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 31°, Num. 138, 22 Maggio 1906, p. 3.
  Sono state pubblicate le Lettres a l’Etranger (sic!), opera postuma di Balzac. Sono pagine ardenti di passione che l’autore del Lys dans la vallée – dice il Radical – scriveva alla bella signora Hanska. Vi si vede il romanziere architettare l’avvenire con un’ingenuità da collegiale. Si legga questo passaggio, in cui Balzac, coverto di debiti, parla della vita che vorrebbe menare: «Un giorno, a Ginevra, passeggiando verso il ponte di fil di ferro, di punto in bianco mi domandaste: – Si può vivere a Parigi con cinquecentomila franchi di fortuna? Sì e no. No, se si vuole andare in società, sì, se si vuol vivere a sé, in casa propria. Apprendete, cara anima della mia anima, che io non ho gusti di fasto; che per certi spiriti veramente grandi – e io credo d’esser grande, non vi sono che due modi di vivere, o alla grande, come vivono quelli che hanno 100.000 franchi di rendita o semplicemente. Ciò che mi fa orrore sono le mezze misure, il conciliare la ricchezza e la povertà, salvare la capra e i cavoli. Con dodicimila franchi di rendita, a Parigi, si può vivere semplicemente, metter casa in un sobborgo, avere due domestici, e mantenere un’apparenza decorosa. Tra dodicimila franchi di rendita per una coppia di coniugi e sessantamila franchi di rendita, tutte le rendite intermedie sono piene di fastidi e di sofferenze; sono le fortune borghesi che vogliono i piaceri del lusso, poiché ne stanno vicini, e fluttuano tra le privazioni e i piaceri». E scritte queste linee, il povero grand’uomo, indossando una palandrana rammendata, correva portare l’ultima posata d’argento al monte di pietà.


  Riviste e giornali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 31°, Num. 188, 12 Luglio 1906, p. 3.

  Da Voltaire in poi sembra che i grandi scrittori francesi abbiano il destino di prendere a cuore un condannato e tentarne la salvezza: Voltaire salvò Calas, Benjamin Constant salvò Regnault, Zola il capitano Dreyfus. Solo uno scrittore, il più grande di tutti — Balzac — non riuscì a strappare al patibolo il notaio Peytel, nonostante la sua eloquente difesa, pubblicata in tre numeri consecutivi del Siècle, sotto il regno di Luigi Filippo. Balzac aveva conosciuto Peytel a Parigi, quando que­sti, preparandosi al notariato, faceva il gior­nalista nei giornali dell’opposizione, insisteva anche lui nel famoso motivo satirico della «pera» — simboleggiarne la sacra persona del Re — e giungeva, sino a pubblicare un malizioso volume intitolato «Fisiologia della pera». Poi, tornato in provincia, s’era fissato a Bourg e aveva sposato una ricca creola, tutt’altro che bella e di carattere insopportabile, e alle nozze aveva assistito Lamartine. Una notte, sulla strada d’Andert, un maniscalco è svegliato da un picchiare furioso: apre e un uomo, dall'aspetto sconvolto, gli chiede aiuto: poco discosto, racconta, al suo domestico gli ha ucciso la moglie ed egli ha ucciso il dome­stico. L’uomo era Peytel. Sparsa la notizia della tragedia tutti quelli che conoscevano i frequenti violenti contrasti fra marito e mo­glie cominciarono ad accusare del doppio omi­cidio il notaio, ed egli è arrestato, processato, condannato a morte, benché non vi siano pro­ve sicure. Balzac interviene, fa il viaggio sino a Bourg col grande caricaturista Gavarni, an­ch’egli convinto dell’innocenza di Peytel: rac­coglie note e documenti, pubblica la sua di­fesa, eloquente, vibrante di persuasione. La Cassazione, tuttavia, respinge il ricorso. Bal­zac non sa darsi pace. Gavarni osa scrivere una lettera al Re. supplicandolo di concedere la grazia; ma il Re è convinto della colpa di Peytel: e «l’affaire Peytel » — che Edmondo Pilon narra nella Revue [cfr., Edmond Pilon, “Une affaire” dans la vie de Balzac: l’affaire Peytel, «La Revue», vol. LXIII, 1 Juillet 1906, pp. 39-58] — finisce sulla ghi­gliottina. I maligni, e non i maligni soltanto, dissero che il disgraziato notaio aveva ben duramente pagati i suoi scherzi sulla «pera»: Balzac per lungo tempo non se ne potè con­solare.


  Varia. Onorato Balzac e i medici, «Il Policlinico. Periodico di medica, chirurgia e igiene. Sezione pratica», Roma, Anno XIII, Fasc. 30, 29 luglio 1906, p. 980. 

  In quel cinematografo della vita moderna che è la Comédie humaine di Balzac figurano molti medici, i quali sono da questo autore trattati con maggior simpatia di come non abbiano fatto altri scrittori francesi.

  Balzac si occupa molto della fisiologia e della patologia dei suoi personaggi. Come dice Taine, ovunque esista una deformità od un malanno Balzac assume il suo compito di osservatore. Si deve però convenire che egli si rivela più che altro un dilettante. Taine lo chiama «Molière medico» ed i suoi detrattori gli rimproverano la sua manie médicale.

  Balzac ha descritto medici di ogni tipo: pratici di campagna e di città, principi dell'arte, ecc. Il celebre chirurgo Dupuytren venne da lui tratteggiato, sotto il nome di Desplein, nel romanzo «La messa dell'ateo». Invero Blanchon (sic), che appare in molti dei suoi libri, fu una creazione della sua fantasia: eppure divenne tanto familiare per lui, che durante l’agonia pretendeva si andasse a chiamarlo. La maggior parte dei suoi medici si sono elevati dalla povertà mediante i loro sforzi individuali; sono tutti materialisti o miscredenti, però alcuni al momento di morire divengono religiosi.

  Merita di essere notata l'importanza che Balzac attribuisce alle donne nel destino del medico pratico. Egli dice: non v’è forse nessuna famiglia in Francia in cui il medico non sia scelto dalle donne. Col dottore di confidenza una signora è come un ministero sicuro della maggioranza. Ella si fa ordinare di restare in città di andare ai bagni od in campagna, di divertirsi, di viaggiare, ecc., come meglio le talenta. Uno dei maggiori pericoli per un medio giovine consiste appunto nell'imbattersi in una signora della quale faccia andare a vuoto i disegni, dicendo al marito che non ha nulla. Per vendicarsi, questa donna potrà rovinare il dottore. E’ noto infatti che cosa possa fare una donna volendo distruggere la riputazione professionale e morale di un medico: le basta ricorrere a qualche insinuazione.

  Una donna può condurre facilmente il marito dove vuole, servendosi del medico. Ciò è dimostrato dalla storia della Maintenon la quale, quando non poteva obbligare Luigi XIV a fare ciò che essa voleva, mandava il dottor Fagon a curarlo di apoplessia: immediatamente il re si comportava come se fosse ammalato e faceva tutto ciò che gli si ordinava.

  Sopra questo soggetto si può leggere un curioso libro del dott. De Canjoles «La médecine et les médecins dans l’oeuvre de Balzac» Lyon, 1900.


  Balzac e la critica, «Il Marzocco», Firenze, Anno XI, N. 34, 26 Agosto 1906, p. 3.
  Nessun romanziere, forse, fu trattato dalla critica peggio di Balzac. Il grande scrittore non doveva essere molto simpatico, e il suo difetto principale, quello di vantarsi sempre, non gli procurò certamente molti amici. Madame de Berny, che in dieci anni di relazione cercò di educarlo e non riuscì, gli disse fino all’ultimo: «Fa’ in modo che la folla, dovunque essa sia, ti veda, ma non gridarle di ammirarti». Forse però ciò che rese la critica ostile a Balzac, fu più che le sue vanterie, il romanzo Illusions perdues, dove sono svelate molte turpitudini del giornalismo. E più ancora che per le Illusions perdues, i critici furono ostili al romanziere perché non lo compresero. Balzac infatti diede a quel genere frivolo e poco stimato, che era fin’allora il romanzo, il valore e l’importanza d’una storia sociale. Ma per far questo, per creare cioè il romanzo naturalista, il Balzac dovette introdurre nei suoi libri una moltitudine di particolari che parevano indegni della letteratura: particolari tecnici, circostanze basse e meschine, piccoli fatti comuni, triviali, sordidi, che disgustarono e urtarono i critici del tempo, pure rinnovando il romanzo francese. I critici contemporanei non videro giganteggiare fra quei fatti meschini le figure shakespeariane di Padre Goriot, di Vautrin, di Balthazar Claës: e più grande fra loro il Sainte-Beuve scriveva questa frase che prova come i critici possano sbagliare: Questa letteratura (quella di Balzac, che egli accomuna a quella di Sue, di Dumas, di Soulié), ha fatto il suo tempo: si può pensare oggi che la parte migliore della sua sostanza vitale sia esaurita». Così nella Revue G. Pellissier.[7]

  Riviste e giornali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 31°, Num. 233, 27 Agosto 1906, p. 3.
  – Balzac ci ha lasciato su di sé – scrive Paolo Bourget nel Figaro, parlando sulla recente pubblicazione delle lettere dell’autore della «Commedia umana»[8] – delle testimonianze che ci provano che la potenza dell’immaginazione giungeva in lui ad un’ampiezza singolare, fino a divenire una mostruosità, nel senso etimologico della parola, un prodigio, se si vuole, analogo a quegli stati d’estasi che si ritrovano in certi veggenti. «Se per esempio, egli diceva, io penso intensamente all’effetto che produrrebbe la lama d’un temperino, entrandomi nella carne, provo subito un dolore acuto, come se mi fossi realmente tagliato. Non vi manca che il sangue». Un’altra volta diceva, seguendo degli operai: «Io mi sento i loro cenci addosso; io cammino, avendo i piedi nelle loro scarpe rotte. Lasciare le mie abitudini, divenire un altro per l’ebbrezza delle mie facoltà morali, forma la mia distrazione». E concludeva, meravigliato dall’anomalia delle sue facoltà: «E’ questa una qualità, il cui abuso conduce alla follia?» Abbondano gli aneddoti che ci provano come Balzac fu alla fine il trastullo di quel suo potere pericoloso. Bisogna ricordare la storia del cavallo che promise a Sandeau, e di cui gli domandò un giorno notizia, persuaso d’averglielo regalato? E quella sua casa delle Jardies decorata d’iscrizioni fastose fatte col gesso: «Qui è un caminetto in marmo di Carrara, qui è un quadro di Rafaello?» La letteratura e la vita non si distinguevano più ai suoi occhi. Egli vedeva i drammi che raccontava allo stato di sogno allucinatorio. In lui il quadro mentale si sostituiva alle impressioni di ciò che lo circondava, fino a sopprimerle.


  Riviste e giornali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 31°, Num. 303, 5 Novembre 1906, p. 3.

  [Su: Roger de Beauvoir].

  Una sola volta, forse, andò in collera sul serio — e fu contro Balzac. Que­sti aveva intentato —- ricorda Leon Séché nel Mercure de France — un processo alla «Revue de Paris» a proposito della pubblicazio­ne del suo «Père Goriot». Roger de Beau­voir prese le parti della rivista. Seccato, Balzac scrisse nella sua «Revue Parisienne» che, fra l’altro, Roger de Beauvoir non si chia­mava né Roger né Beauvoir. L’arguto epi­grammista andò in furia, e. invece di sca­gliare contro Balzac un epigramma, gli man­dò i padrini. Ahimè! il grande scrittore della Commedia umana, non aveva, un'anima di leo­ne e aveva invece una grossa pancia poco adatta agli scontri a mano armata; sgomento, egli mandò al suo avversario una lettera che consisteva in quaranta pagine di scuse! E ci volle del buono e del bello a far desistere Ro­ger de Beauvoir da’ suoi propositi bellicosi. Davanti a quella lettera enorme egli conti­nuava a protestare: — Io me ne infischio del­la prosa di Balzac: è la sua pelle che voglio!


  Raffaello Barbiera, Congresso internazionale degli editori. V Sessione, «Ars et Labor. Musica e Musicisti. Rivista illustrata», Milano, Anno 61, Num. 7, Luglio 1906, pp. 621-630.


  p. 623. E ricordava tutte le acerbe definizioni che gli autori più irritabili avevano formulato sugli editori in massa e su editori singoli; ricordava i fulmini a loro scagliati; le maledizioni ad uso Balzac, e le benedizioni a uso Zola; pensava al Balzac che, immemore d'aver rovinato un suo editore, brontolava sugli editori “che noi facciamo vivere e che ci fanno morire”: e anche pensava a Emilio Zola, che benediceva al suo editore Charpentier, di aver distrutto, motu proprio, i primi magri contratti per fissarne altri ben lauti a beneficio del romanziere in voga.


  Anton Giulio Barrili, I Rossi e i Neri. Romanzo di Anton Giulio Barrili (in due volumi). Volume secondo. Settima edizione intieramente riveduta dall’autore, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1906.
  p. 224. Cfr. 1871.

  Bergeret, Una commedia vissuta, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XL, Num. 63, 4 Marzo 1906, pp. 1-2.
  p. 2. Uomo di mare e uomo di alcova, creatore di ottocentomila franchi e filosofo sottile, sentimentale e spiritoso, intellettuale e uomo d’azione, Gallay [personaggio di Alfred Capus] è apparso una creatura prodigiosa. Egli filosofeggia sul suo crimine quanto i criminali di Balzac, ma non è sanguinario come Vautrin. Se non mancasse di senso morale, se non avesse steso la mano sulla roba d’altri, sarebbe un eroe.

  Bergeret, La città deserta, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XL, Num. 225, 15 Agosto 1906, pp. 1-2.
p. 1. – A nous deux, Paris! (sic) – esclamò Rastignac dall’alto della collina, avvolgendo il grande alveare ronzante con uno sguardo che parve a Balzac volesse suggerne d’un colpo tutto il miele. Rastignac era cupido e ardimentoso e gittava in quelle parole un grido di sfida. Ma noi che a mezzo agosto siamo tuttora a Parigi possiamo ripetere quelle parole con animo placido e sgombro di orgoglio. A noi due, Parigi! – poi che non siamo più che noi due, su questo illustre margine della Senna.

  Bergeret, Le ribellioni asiatiche. Il nazionalismo indiano, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XL, Num. 362, 31 Dicembre 1906, pp. 1-2.
  p. 1. Nel Cachemire non vi sono più fabbriche di quegli scialli famosi che facevano parte della dote delle nostre nonne e pei quali le eroine di Balzac commettono dei crimini e quelle di Paolo de Koch (sic) delle leggerezze.


  P.[aolo] B.[ernasconi], “La Griffe”. Dramma in quattro atti di Enrico Bernstein, «Corriere della Sera», Milano, Anno 31°, Num. 108, 20 Aprile 1906, p. 2.

  […] possiamo dire che il protagonista del suo dramma somiglia assai al barone Hulot di Balzac.


  P.[aolo] B.[ernasconi], Corriere parigino. La riforma del matrimonio, «Corriere della Sera», Milano, Anno 31°, Num. 229, 23 Agosto 1906, p. 2.

  Il matrimonio non deriva dalla natura. — La famiglia orientale differisco interamente, dalla famiglia occidentale. — L’uomo è il mi­nistro della natura, e la Società viene ad innestarsi su di essa. — Le leggi sono fatte pei costumi e i costumi variano.

  «Il matrimonio può dunque subire il perfezionamento graduale a cui tutte le cose umane sembrano sottomesse».

  Queste parole pronunciate da Napoleone I da­vanti al Consiglio di Stato, che egli presie­deva durante la discussione del Codice civile, furono poste da Balzac in testa al suo libro: La fisiologia del matrimonio. Il Comitato che si occupa attualmente della riforma, non ha certamente, sul matrimonio le idee originali e arrischiate dell’autore della Commedia umana».


  Mario Borsa, Il Teatro Inglese Contemporaneo, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1906.

Capitolo II. [Su Oscar Wilde]
  pp. 82-83. Lo Sherard lo conobbe a Parigi, dopo il suo ritorno dall’America, quando il Wilde modellava i suoi capelli come quelli del Nerone del Louvre. Al tavolino, su cui la carta da scrivere aveva la forma di quella di Victor Hugo, indossava una vestaglia col cappuccio fratesco alla Balzac, e del Balzac portava pure la canne d’avorio colla testa di turchese.

  L. M. Bottazzi, La crisi del matrimonio, «Critica sociale. Rivista quindicinale del socialismo», Milano, Anno XVI, N. 19, 1° ottobre 1906, pp. 302-303.
  p. 302. Onorato di Balzac, giunto all’ultimo cerchio dell’inferno del matrimonio, volle chiudere il corso dei suoi brillanti aforismi, riassumendo tutto il suo pensiero in una frase di Napoleone: “Se l’uomo non invecchiasse, non gli darei moglie”. La fisiologia del matrimonio, che a Balzac costò lunghe e laboriose giornate di meditazione, ebbe così un epilogo di dubbia interpretazione, una specie di oracolo sibillino, motivo di elogio e di satira a un tempo. Ma voi potete essere certi che Balzac volle ironicamente indicare lo stato coniugale come l’estremo rimedio ai mali estremi della vecchiezza, a tutti che non sanno affrontare da soli i tormenti dell’asma e della gotta, e desiderano che una mano amica li corazzi di ovatta e di flanella, nello sconsolato crepuscolo della loro giornata. Se è vero che il letto è tutto il matrimonio, quando i coniugi si accorgeranno, con molta malinconia, che il letto è stato inventato per dormire, che cosa sarà il matrimonio, se non una duplice alleanza offensiva e difensiva contro i rigori dell’inverno e i sudori dell’estate, un’alleanza simboleggiata da una tazza per il decotto, in cui la musa delle anime ostinatamente gemelle sfoglierà la pallida rosa dei rimpianti?
  Balzac non è stato solo a cospirare contro la società del matrimonio. Dopo di lui la letteratura si è rivolta contro Imeneo, e ora vestita dell’abito a sonagli ed armata della ferula rabelaisiana gli ha spenta allegramente la face in pugno, ora, con voce drammatica, lo ha proclamato responsabile della metà dei mali che affliggono il genere umano. La letteratura del secolo decimo nono è stata assai spesso una battaglia contro il matrimonio. Il teatro, il romanzo, la novella, hanno diffuso il discredito sul settimo sacramento.

  Raffaele Burgia, Le stimmate psicologiche. Il genio, in I problemi della degenerazione con proemio del Prof. Enrico Morselli della R. Università di Genova. Con 12 tavole e 24 figure nel testo, Bologna, Ditta Nicola Zanichelli, 1906, pp. 385-426.
  pp. 416-417. Ma qual è la natura psicologica dell’abito geniale? […] Scrive il Bovio: “Quanto più l’intelletto si dilata tanto più si espandono l’amore e le opere” (1); ed il Balzac: “Le talent grandit, le coeur se dessèche” (2). […][9]
  (1) Bovio – Il Genio. Milano, Treves, 1899.
  (2) Balzac – Scènes de la vie de Province. T. II, p. 126.

  Camillo, Arti e Scienze. Le novità teatrali. “L’Attentat”. Dramma in tre atti di Luciano Descaves e Alfredo Capus, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XL, Num. 1, 1° Gennaio 1906, p. 3.

Atto primo.
[…]
  Interrompe il colloquio la presenza di Marcella Le Grandié, venuta a chiedere se il suo Balzac è rilegato. Lazzaro, affascinato dalla grande bellezza di lei, le si avvicina, e dolcemente la interroga sull’essere suo. […]
  Marcella gli risponde: «La mia vita riguarda me sola: del resto, non sono certo un’eroina; ma soltanto una madre che educa suo figlio». E se ne va, raccomandando di finire la rilegatura delle opere di Balzac. […].

Atto secondo.
[…]
  Entra Lazzaro, con i volumi rilegati del Balzac.

  Luigi Capuana, Misteri dello spiritismo, un dotto “medium” veggente che preannunciò la sua morte, «Il Giornale d’Italia», Roma, Anno V, N. 134, 14 Maggio 1906.
  Come osserva acutamente Raffaele de Cesare nel suo studio su Capuana e Balzac (cit. nelle sezioni precedenti, p. 111), in questo articolo, come in quello che segnaliamo di seguito, vengono ripercorse le vicende biografiche e l’itinerario spirituale di E. Swedenborg. Tuttavia, scrive de Cesare, «né Balzac né Séraphîta sono nominati; ma non ci sembra di escludere del tutto che alcuni degli avvenimenti e degli aspetti del magistero religioso del visionario svedese possano essere stati suggeriti o ispirati dalle pagine che Balzac aveva dedicato a lui nel Livre mystique».

  Luigi Capuana, I Pianeti abitati secondo un illuminato, «Il Giornale d’Italia», Roma, Anno V, N. 147, 27 Maggio 1906.
  Cfr. scheda precedente.

  Luigi Capuana, “Dal tuo al mio” di Verga, «Il Giornale d’Italia», Roma, Anno V, 24 Agosto 1906;
  [Luigi Capuana], Un articolo di Capuana sul nuovo romanzo di Verga, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXXIII, N. 39, 30 Settembre 1906, pp. 317-318.[10]
  Trascriviamo il passo in cui Capuana fa esplicito riferimento a Balzac, estraendolo dall’articolo pubblicato ne «L’Illustrazione Italiana»:
  p. 318. Bisogna leggere con intelligente occhio di critico un romanzo, una novella di Balzac per scorgere qua e là l’energico sforzo con cui la forma tenta di raggiungere la sua futura attuazione. Il gran creatore del romanzo moderno vi agita, vi rimove, quasi affannosamente la materia che contiene i preziosi elementi da cui dovrà venir fuori il miracolo della sua opera vivente; egli è ancora oppresso dall’ingombro ereditario di organi che funzionano male o non funzionano più; ma all’ultimo, quasi sempre, gli accade di sbarazzarsi di tutto, di restare faccia a faccia con le sue creature e di tirarsi da parte per lasciare che esse agiscano con la rapidità, con la violenza che gli interessi e le passioni impongono alla vita reale; e dal conflitto risulta un movimento di azione che non è più narrativo, ma drammatico, tutto dialogo – e che dialogo! – da far dimenticare la lentezza della preparazione e, stavo per dire, l’impaccio.

  Ferdinando Carlesi, Politica e verismo in una novella spagnola del decimosesto secolo, «La Rassegna Nazionale», Firenze, presso l’Ufficio del Periodico, Anno XXVIII, Volume CLI, Settembre 1906, pp. 450-464.
  p. 464. E del Lazzarillo ritroveremo più tardi qualche cosa negli individui del Balzac, nelle folle di Zola, nei brodiaghi del Gorki; […].

  Emilio Cecchi, Giorgio Meredith, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quinta Serie, Volume CXXV – della Raccolta, CCIX, Fascicolo 833, , 1° settembre 1906, pp. 25-41.
  p. 29. Fra i suoi contemporanei egli fu ravvicinato più di solito a R. Browning, e H. de Balzac.

  Benedetto Croce, Note sulla letteratura italiana della seconda metà del secolo XIX. XVIII. V. Bersezio – A. G. Barrili – S. Farina, «La Critica. Rivista di letteratura, storia e filosofia», Napoli, Volume IV, 1906, pp. 169-199.
  p. 170. Il Bersezio medesimo osservò dei suoi primi tentativi letterarii giovanili cosa che può estendersi anche a quelli degli anni maturi: che egli tentennava nel romanzo fra il Balzac e il Manzoni, fra il Dumas e il Guerrazzi, fra il Sue e l’Azeglio, e nel teatro procurava di modellarsi sul Goldoni.


  Prof. Antonio Cundari, Compendio di storia della letteratura francese dalle origini più remote fino alla morte di Giulio Verne. Volume secondo (il Regno di Napoleone e la Letteratura contemporanea), Cosenza, Tipografia Editrice «La Brezia», 1906.

Sesto periodo.

  pp. 248-250.  Honoré de Balzac nacque a Tours il 16 (sic) maggio 1799 da un’umile [?] origine. Studiò nel collegio di Vendôme e si recò molto giovane a Parigi in cerca di fortuna e di gloria. Fin dal 1822 cominciò a farsi conoscere nel mondo letterario per qualche romanzo informe, scritto in collaborazione di Le Poitevin Saint-Alme, o da solo sotto il falso nome di Horace de Saint-Aubin o Lord Rhoone. Ma questi scritti erano ben lontani dall’assicurargli quella rinomanza, che riuscì a procacciarsi in seguito, e neppure mostravano quell’ingegno, che poi si rivelò così sfavillante. Nel 1827 (sic) apparve le Dernier Chouan, scritto in forma pittoresca, nel quale si sente però troppo l’imitazione servile di Walter Scott. Nel 1829 vide la luce la Physiologie du mariage, che fece epoca, e, più che letta, fu divorata dai contemporanei. Sotto una vernice di spirito, l’autore mostrava il cinismo e lo scetticismo più marcato, incorrendo spesso nell’oscenità più disgustante. Altri romanzi secondari: Gloire et malheur, El Verdugo, la Maison du chat qui pelote, le Bal de Sceaux, non accrebbero niente alla sua fama, quando apparve la Peau de chagrin (1830), anche peccante contro la decenza, ma piacevole per l’originalità paradossale. Dal 1830 al 1848 egli scrisse circa novanta opere, tra le quali notevoli: Grandet, Femmes de trente ans (sic), Parents pauvres ecc., che riunì con le precedenti sotto il titolo di Comédie humaine. Quantunque si fosse mostrato abbastanza scettico in materia di matrimonio, sin contraddisse, sposando, all’età di cinquant’anni, una gran dama polonese, Evelina di Hanska, entusiasta dei suoi scritti. Il matrimonio fu in felicissimo, tanto che lo scrittore ne morì per ipertrofia cardiaca due anni (sic) dopo la celebrazione di esso (1850)!
  Studiando l’opera di Balzac, una cosa che ci colpisce è la tendenza a ritrarre le passioni più basse, più perverse. Né si dica, che, ciò facendo, l’autore descriveva la società dei suoi tempi, perché è noto, ch’egli avvicinava pochissime persone, e tutto ciò che scriveva era frutto della sua immaginazione. Esisteva è vero una certa corruzione, ai tempi di Balzac, ma egli l’accrebbe coi suoi romanzi, letti avidamente non solo dai giovani libertini e dalle donne mondane, ma dagl’inesperti. E la sua influenza, in questo senso, fu grandissima e perniciosissima. Come Rousseau, coi suoi amici, era stato in certa guisa causa degli orrori della Rivoluzione, così Balzac cagionò il più basso egoismo, l’opinione che tutto dovesse essere subordinato al godimento materiale. E la letteratura ne subì anch’essa l’influenza, tanto è vero che dopo Balzac sorsero tanti e tanti scrittori, così detti realisti, ma che appena meritano questo nome, giacchè della vita non ritraggono che gl’istinti cattivi e non le nobili tendenze: invece di confortare i giovani, li scoraggiano, togliendo loro quello che forma il requisito migliore della giovinezza: la fede, la fede in qualche cosa di bello, di buono e di grande!


  Mme Alph. Daudet, Du choix des lectures pour les jeunes filles, in AA.VV., Memorie presentate al II° Congresso Internazionale di Educazione Familiare, Milano, 1906. Sezione 1.a. Questioni generali, pp. 107-109.

  p. 108. […] de Balzac ne peuvent pas être oubliés: Eugénie Grandet, Ursule Mirouet, le Lys dans la Vallée, la recherche de l’Absolu, choisis dans l’œuvre du grand romancier, jamais démoralisateur même s’il est désenchanté.   

  Galeazzo Falconi, Balzac e la “Commedia Umana” in Italia, «Avanti della Domenica», Roma Anno IV, N. 22, 1906, p. 5.

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  Si racconta che un giorno, nel 1833, Onorato Balzac, presentandosi a sua sorella – la signora di Surville, donna di spirito elettissimo – col cappello inclinato sull’orecchio, la pancia in avanti e la mazza levata in alto come un capo tamburo, con accento grave e comico al tempo stesso, le dicesse:
  – Signora, salutate un Genio.
  Quel giorno il Balzac aveva concepito l’idea di riunire sotto il titolo di Commedia Umana i romanzi per lo avanti saltuariamente pubblicati, dando loro la maggiore unità possibile, correggendoli ed ampliandoli (1). Com’è noto, malgrado l’enorme ed opprimente lavoro, che avrebbe fiaccato un’altra fibra che non fosse stata la sua, cui egli si assoggettò, ed il numero grande dei volumi pubblicati, alcune parti della sua opera, specialmente Scènes de la vie militaire et politique, non poterono esser completate, come egli avrebbe voluto. Ma tuttavia nei 40 volumi che formano la Commedia Umana, la vita sociale nei suoi aspetti differenti, nei suoi contrasti, nelle sue manifestazioni del bene e del male, dell’umile e dell’immenso, è prospettata da tutti i lati e l’edificio costrutto con un lavoro effroyable, come dice lo stesso Balzac, se ha qualche linea non armonizzante con lo stile della costruzione, appare nella sua interezza gigante e dominatore del mondo reale. Egli stesso del resto sentiva la grandezza del piano prefissosi e per portarlo ad esecuzione non chiedeva che di esser lasciato in pace dagli uomini e dalle cose. La pace la ottenne solo nel giorno della sua morte e Victor Hugo, celebrandone la salma, esclamava: “Dopo una vita di lotte e di stenti, abbandona gli odi e le contese per entrare, nell’ora stessa, nella gloria e nel sepolcro”.
  Con la sua opera egli segnò l’atto di nascita del romanzo, non più come prodotto di fantasie ricamate sul canevaccio di sentimenti subbiettivi o di fatti storici, ma come derivato dalla osservazione obbiettiva della vita umana e trattata con metodo scientifico.
  Malgrado alcune differenze di forma e la parte, necessariamente di sostanza, che corrono fra l’opera di Balzac e quella dei romanzieri della seconda metà del secolo XIX (Zola, Flaubert ecc.), egli può a ragione dirsi il capostipite della scuola naturalista, ed il Sighele lo chiama anche precursore inconscio dell’antropologia criminale con i tipi insuperati e forse insuperabili di Mercadet e di Vautrin (2). Basta leggere la Prefazione posta innanzi al primo volume della Commedia nella quale egli, con qualche esagerazione derivante forse dall’entusiasmo che l’aveva preso per questo suo sogno di lavoro, delimita chiaramente i fini e lo svolgimento della sua opera. Egli parte dal concetto dell’unità di composizione della materia, per il quale poco tempo addietro tutta l’Europa scientifica aveva assistito al gran dibattito fra Cuvier e Geoffroi (sic) Saint-Hilaire, dibattito terminato con il trionfo di quest’ultimo salutato da Goethe.
  Le specie zoologiche, secondo la nuova dottrina, risultano dalle differenze esteriori degli animali, e la loro forma si manifesta secondo l’ambiente ove si sviluppò, ma l’animale è uno.
  “Così, scrive Balzac, penetrato da questo sistema, io vedo che la società rassomiglia alla natura. La Società non fa dell’uomo, secondo i mezzi con i quali si svolge la sua azione, tanti uomini differenti quante varietà vi sono in zoologia? Le differenze fra un soldato, un operaio, un amministratore, un avvocato, un sapiente, un uomo di Stato, un mercante, un marinaio, un poeta, un mendicante, un prete, sono, quantunque più difficili a conoscersi, così considerevoli come quelle che esistono fra il lupo, il leone, l’asino, il corvo, il pesce cane, la foca, la pecora ecc. Sono dunque esistite ed esisteranno sempre in tutti i tempi delle specie sociali come vi sono delle specie zoologiche. Se Buffon ha fatto un’opera eterna cercando di rappresentare in un libro l’insieme della zoologia, perché non sarebbe possibile fare un’opera simile a riguardo della società?”
  E rilevate le differenze che si trovano nel considerare le varietà animali e quelle sociali, prosegue: “Così l’opera da esplicarsi deve estrinsecarsi in una triplice forma, negli uomini, nelle donne e nelle cose, cioè a dire nelle persone e nella rappresentazione materiale, cui esse danno luogo con i loro pensieri, infine nell’uomo e nella vita.
  Ed uomini, e donne e cose passano nei suoi libri sotto tutti gli aspetti e sotto tutte le forme esteriori della vita umana, a tutte le classi sociali, tutte le condizioni – ministri, nobili, studenti, banchieri, cortigiani, deputati, soldati, mercanti, preti, contadini, avvocati, medici, agenti di polizia, giornalisti, gran dame, delinquenti, operaie (3) – vi sono rappresentate nella loro realtà e così vivamente sentite che sembrerebbe quasi, come osserva il Checchi (4) che il Balzac in una serie di precedenti esistenze abbia vissuto mille vite diverse. Egli meravigliosamente intuì, nella sua travagliata esistenza e nelle sue disgraziate intraprese, e riprodusse il sottosuolo sociale e morale dei suoi tempi, che gli altri fermatisi alla superficie, non vedevano.
  Tanto che appunto in questi ultimi anni Max Nordau – in un pamphlet energicamente e sdegnosamente rintuzzato dal nostro Rastignac, il quale oltreché un pseudonimo fortunato ha tratto dall’opera di Balzac un’adorazione costante e vivida per lui e per i suoi libri – potè scrivere, esaminando di ciò che era apparso della società della prima metà del secolo scorso solo le manifestazioni superficiali, che le migliaia di tipi usciti dalla fucina ardente del gran Mago non erano che un prodotto della sua fantasia malata ed agitata dalle vicende della sua vita.
  Al contrario poche opere contengono tanta scienza e tanta verità. Scriveva Giorgio Sand: “Egli (Balzac) ha scritto non per il solo piacere della immaginazione, ma per gli archivi della storia dei costumi, le memorie del mezzo secolo in cui visse”. Ed il Brunetière lealmente affermava che “son observation est toujours impersonnelle et son art toujours désintéresse (sic)”. (5)
  Ora questa mole immensa da studiare, questo pozzo da saggiare, questo campo sterminato di osservazione per tutti gli studiosi della vita e dell’anima umana è ancora ignoto in Italia, in quella Italia, in cui il nostro scrittore trovò tante amicizie e tanti affetti. Io non ho mai saputo spiegarmi questa trascuranza indifferente dei psicologi ed antropologhi italiani per l’opera di Balzac, né ho mai potuto comprendere perché moltissimi giovani, che non senza arrossire di vergogna confesserebbero di non aver letto uno dei tantissimi vuoti, fantasiosi romanzi odierni, sentano di poter fare assolutamente a meno del gran maestro della vita. E’ vero che anche gli editori italiani hanno sempre considerato Balzac come malsecura fonte di guadagno, e, a stento, saltuariamente, hanno lanciato al pubblico, in traduzioni fatte con scopo troppo commerciale per esser curate, pochi volumi. Pensare che solo in questi ultimi anni sono apparsi in Italia, per opera dei fratelli Treves, Papà Goriot ed Eugenia Grandet, le due configurazioni antitetiche di amor paterno.
  Ed ultimamente al Nazionale di Roma comparve sulle scene la figura cinica del colonnello Filippo Brideau col suo sguardo, qui plonche les imbeciles (sic), ma fu da tutti considerata una profanazione.
  Lo stesso Rastignac (6) è costretto a confessare di non esser riuscito nemmeno a richiamare l’attenzione dei positivisti italiani sull’opera di Balzac. A lui, degno interprete di tanto maestro, il perseverare in codesto nobile sforzo da un punto di vista sua speciale scientifico. Per conto nostro modestissimamente ci prefiggiamo di far conoscere al pubblico comune dei lettori, in questo giornale che ha intenti così nobili d’arte e di vita, molti, se non tutti, dei capolavori balzacchiani, tanto da poter dare in un lungo tempo una rappresentazione sufficiente, se non completa, del poliedro dalle mille faccie, che si formò splendente come un diamante sotto la potente volontà di colui, al quale l’Accademia degli Immortali preferì con 38 voti contro due (quello di V. Hugo e di Pougerville) un certo signor Vatout, autore di due romanzi di cui non si ricorda più nemmeno il titolo.
  Comincieremo (sic) nel numero prossimo con uno dei tipi balzacchiani più sentiti e più reali: con Cesare Birotteau, scritto in 25 notti, in quelle notti di lavoro indefesso, nelle quali il caffè era il suo solo nutrimento. Il libro fa parte delle Scènes de la vie parisienne, quelle scene che “offrono il quadro dei gusti, dei vizi e di tutte le sregolatezze, che animano i costumi particolari alle capitali, ove si incontrano volta a volta od un estremo male od un estremo bene, come le scènes de la vie privèe (sic) rappresentano l’infanzia, l’adolescenza e le loro colpe, e les scènes de la vie de province, l’età delle passioni, dei calcoli, degli interessi e dell’ambizione. (7)
  La storia di Cesare Birotteau, dedicata ad Alfonso Lamartine con ammirazione, è la storia dell’umanità, con la sua bontà e la sua semplicità naturale, nei suoi tentativi di ascensione verso un benessere infinito, con le sue aspirazioni nobili, con i suoi errori, e nella sua rapida caduta per l’opera dei malvagi, dei corrotti, degli ambiziosi, per i quali la virtù è calunniata; l’innocenza venduta; la coscienza esiliata. (8) Ed è il libro in cui muovono i primi passi nella vita i tipi più rappresentativi e più simbolici della grande Commedia.
  Noi confidiamo che il pubblico italiano, in un desiderio sano di ritorno ai vecchi autori, sempre giovani maestri d’arte e di vita, farà buona accoglienza a questa nostra intrapresa.[11] In ogni modo noi effettuiamo questo nostro proposito da lungo tempo pensato col convincimento di riparare ad una lacuna vergognosa della produzione letteraria italiana.
  E questo è il solo premio ambito per l’arduo lavoro, cui ci accingiamo.
  [Note].
  (1) V. E. Checchi, Il romanzo nel secolo XIX – Milano, Vallardi.
  (2) Letteratura tragica – Milano, F.lli Treves.
(3) V. a questo proposito, Cerfberr e Christophe, Répertoire de la Comédie Humaine – Lévy, Ed., Paris.
  (4) Op. cit.
(5) V. Rastignac, Energia letteraria, Roma, Roux e Viarengo.
(6) Op. cit.
  (7) V. Balzac, Avant-propos, Paris, Lévy.
(8) V. Rastignac, op. cit.

  Luigi Fassò, Giambattista Bazzoni (1803-1850). Contributo alla storia del romanzo storico italiano con lettere e documenti inediti, Città di Castello, Casa Tipografico-Editrice S. Lapi, 1906.
Cap. I.
Walter Scott.
  pp. 21-22, nota 1 (p. 22). I costumi della vita popolare e borghese sono da lui dipinti con tanta finezza d’osservazione che giustamente si potè dire che il romanzo sociale, il romanzo di costumi comincia da lui. Ciò specialmente per quel gruppo di romanzi aventi come argomento fatti del secolo XVIII. 2 [sic]
  1. […] Da lui procedono, nel ritrarre la vita borghese, la Eliot, Bulwer, Thackeray, Dickens per parlare solo dei più noti romanzieri inglesi. Ma chi non pensa al Balzac, alla Sand, all’Hugo?
Cap. II.
Notizie intorno alla vita di G. B. Bazzoni.
  p. 37 e nota 1. In mezzo a quali uomini si ritrovasse il Bazzoni, in casa Maffei, ben può pensarlo chiunque abbia anche solo scorso il noto libro che sul salotto della contessa scrisse il Barbiera. Là conobbe certamente il Balzac del quale la famiglia Bazzoni conservava un tempo un autografo 1 […].
  1. Del Balzac il Bazzoni tradusse un racconto: vedi l’appendice bibliografica al presente volume [che segnaleremo in seguito].

Cap. III.
Il Castello di Trezzo.
  p. 95. Lo Scott non scrisse mai più di un’epigrafe per capitolo, ma gli imitatori non se ne accontentarono e ne infilarono parecchie l’una sull’altra. In Francia specialmente si andò ad eccessi incredibili: lo stesso Balzac ne appose fin quattro o cinque a certi capitoli e degli scrittori infimi non occorre parlare.

Cap. V.
La Bella Celeste degli Spadari – Racconti storici. Zagranella.
  p. 206. Se però la Zagranella richiama lo Scott per parecchi elementi formali e per l’intento generale, si stacca nettamente dalla scuola scottiana per l’argomento romanzesco [la narrazione di un adulterio]. […] Vano è pensare allo Scott per un simile argomento, piuttosto pensiamo, se non al Grossi e al d’Azeglio nei quali il tema della mal maritata non è tratto alle conseguenze veristiche che troviamo nella Zagranella, al romanzo francese del Balzac, della Sand e del Sue dei Misteri di Parigi sopratutto, il quale è richiamato anche dai travestimenti di abiti e di condizione del sire di Châteauneuf.

Appendice bibliografica.
Traduzioni.
  p. 230. La Forza del Dovere, racconto di H. Balzac, versione (anonima) di G. B. Bazzoni, inserito nell’Amico di Famiglia, Verona, 1836-37, vol. IX (La Bibliografia italiana dell’anno 1838 avverte che è la stessa versione anonima di Le devoir d’une Femme, pubblicata dal Bazzoni per almanacco del 1834 col titolo Il passaggio della Beresina).[12]

  Giustino L. Ferri, Di qua e di là dal sipario. La “Crisi” di Marco Praga […], «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quinta Serie, Volume CXXI – della Raccolta, CCV, Fascicolo 819, , 1° febbraio 1906, pp. 540-547.
  p. 541. Senza negare, per non dar noia a nessuno e perché forse c’è qualche cosa di immutabile nella distinzione fra il bene e il male, che la morale sia eterna, è certo che, esaminati bene i luoghi e i secoli nella storia, la morale si rivela manifestazione empirica di un sistema di relazioni sociali dommaticamente generalizzate in idee, massime e principii che variano lentamente col lento variare di quelle relazioni. Io credo che se Onorato de Balzac vivesse a principio del secolo XX, dipingerebbe diversamente alcuni de’ suoi personaggi: Madame Marneffe, per citarne uno fra i meno invecchiati nelle esteriorità del tipo.

  G. [Adolfo Orvieto], «Il colonnello Bridau», «Il Marzocco», Firenze, Anno XI, N. 10, 11 Marzo 1906, p. 3.
  La prima novità dataci dalla compagnia De-Sanctis ha avuto ottimo successo. Se il teatro non fu mai affollato, le rappresentazioni furono già tre. E il pubblico mostrò di divertirsi assai alle piacevoli avventure di casa Rouget. Divertirsi è molto, sempre, nella vita: ma divertirsi al teatro, e specialmente al teatro di prosa, è un bel caso. Sarebbe dunque di gusto discutibile indagare a qual genere d’arte appartenga la commedia o azione eroicomica che il Fabre – noto e valentissimo commediografo parigino – ha ricavato da un romanzo di Balzac. Il merito maggiore del riduttore è quello di aver qua e là conservato molti sprazzi della gran luce di cui scintilla la prosa balzacchiana. Se le avventure del colonnello, un Cyrano della prima metà dell’800, della bella e dura Flora Brazier e del rammollito Rouget peccano troppo spesso sulla scena di quella simpatica ingenuità che fa inarcar le ciglia all’amatore del verosimile, in compenso il brio del dialogo, la rapidità e la novità dell’azione tengono sempre desta la curiosità del pubblico, che ride e si diverte. L’esecuzione molto accurata e studiata, anche nei costumi, è in complesso eccellente. Alfredo De-Sanctis dà molto rilievo comico al protagonista: talora esagera un tantino nella legittima ricerca dell’effetto: ma è piccola menda. Flora Brazier ha una perfetta interprete in Alda Borelli De-Sanctis che riproduce sulla scena le perfide grazie dell’ammaliatrice con intuito sicuro. Ottimi gli altri.


  Fernand Hauser, Lettera da Parigi. […]. “Cousine Bette”, «La Maschera. Cronaca illustrata del teatro», Napoli, Anno II, Num. I, 1° Gennaio 1906, pp. 8-10.

  p. 9. Ecco poi un lavoro che fa correre tutta Parigi al Vaudeville: voglio parlare di Cousine Bette, drama tratto dal celebre romanzo del Balzac, dai signori De Courcelle e Granet.

  E’ sempre pericoloso portare alla scena viva e luminosa eroi di romanzo traendoli dall’ombra polverosa in cui giacciono. Molti autori drammatici si son provati, ma con poca fortuna, in simili intraprese. I signori Decourcelle e Granet, persone abili, hanno avuto il merito di no contaminare il capolavoro del Balzac e di non toccarlo che divotamente; ascoltando la Cousine Bette si rilegge il libro affascinante e questa è già una soddisfazione. Tutti conoscono questa Cousine Bette invidiosa e cattiva che il Balzac scolpì e analizzò tanto abilmente: a teatro essa balza in rilievo più ancora che nel libro, quantunque messa in seconda linea. Per essa avete conoscenza di tutti gli eroi di quest’opera, i Marneffe, Hulot, Crenel (sic) e Wenceslao, resi efficacemente dalle signore Berthe Cerny, Cécile Caron, Ellen Andrée, e dai signori Lerand, Dubosc, Duquesne. La messa in scena, con i costumi del tempo, perfetta, è stata diretta da quell’eccellente artista che è il signor Porel.


  Ettore Janni, Gabriele D’Annunzio alla Capponcina (Fotografie cortesemente prese per la “Lettura” dal signor Nunes Vais), «La Lettura. Rivista mensile del Corriere della Sera», Milano, Anno VI, Num. 5, Maggio 1906, pp. 385-393.

  p. 385. Dove può un poeta sentir meglio la scioperata inanità delle ore concesse agli uomini loquaci? – La vita è breve e la parola è lunga – ha detto Balzac.


  Gustave Kahn, Arte e vita parigina, «Il Rinascimento. Rivista bimensile di Lettere e d’Arte», Milano, Anno II, Numero VII, 20 Febbraio 1906, pp. 67-77.

 

Dalla “Napoleonité” al socialismo.

 

  p. 69. E il Gavault ha fatto ciò, coll’aiuto di Balzac e delle sue Illusions perdues, che sono, in gran parte, un romanzo di polizia (ricordate la lotta di Vautrin, il galeotto evaso, contro i poliziotti Peyrade e Contenson) e coll’aiuto, anche, di Une ténébreuse affaire, dello stesso Balzac, ove appaiono — ombre di Fouché — Corentin e Peyrade, ed ha manipolata o riscaldata una salsa nuova intorno alla istoria della cospirazione del Malet. Già, il famoso cospiratore avea forniti argomenti alla letteratura drammatica. Il Théâtre de la République aveva rappresentata La conspiration de Malet, del barone Dellard, uomo modesto e simpatico, celebre a Parigi per la sua bontà e per la sua cordialità, il quale, come capo del gabinetto civile del ministero della guerra, fu per vent’anni la provvidenza di tutti i letterati, di tutti gli uomini di teatro parigini che avevan bisogno di dilazioni pei loro periodi di esercitazioni militari. Non era un brutto dramma — tutt’altro! — ma il barone Dellard s’era dimenticato d’intercalare nel lavoro i poliziotti alla maniera di Balzac, e avea narrata semplicemente la giornata che, secondo Paul Gavault, diede alla Grande Aquila un brivido.


  Gustave Kahn, La moda e l’arte a Parigi. Un ritorno al romanticismo, «Il Rinascimento. Rivista bimensile di Lettere e d’Arte», Milano, Anno II, Numero VIII, 5 Marzo 1906, pp. 64-68.
  p. 67. Se la moda ritornerà al romanticismo, si ricercheranno le vecchie edizioni di Urbain Canel e di quel Pigoreau al quale Balzac vendette i primi romanzi che scrisse, per vivere, senza preoccuparsi eccessivamente del pregio letterario, ma nei quali già apparivano alcune delle sue idee della Comédie humaine. Il suo Vautrin, per esempio, si trova già interamente indicato in Argow il pirata.

  Gustave Kahn, Balzac e F. Brunetière, «Il Rinascimento. Rivista bimensile di Lettere e d’Arte», Milano, Anno II, Numero XI, 20 Aprile 1906, pp. 67-71.
  La novità più importante, a Parigi, è la … Primavera. […].
  Coll’apparire della Primavera, ha coinciso anche la pubblicazione del libro di F. Brunetière su Balzac. Il primo di questi due fenomeni non rendeva necessario il secondo. […]
  Nel suo Balzac, egli prende di sbieco alcune verità ammesse intorno al grand’uomo, e le lancia in aria, come un toro farebbe d’un miserabile chulo. Ma, ricadendo, quelle verità si spezzano, o si difformano? Non sappiamo.
  Eravamo generalmente d’accordo nel rimpiangere la morte prematura di Balzac, non già per sentimentalismo, ma pel gran numero di opere ch’egli aveva annunciate come parti della Comédie humaine e che non furono scritte. Il Brunetière afferma che certe pagine di opere pubblicate – quali Une passion dans le désert o La Rabouilleuse – fanno arguire che le scènes de la vie militaire, rimaste a semplice progetto, sarebbero state brillantissime. In ciò, la sua opinione non differisce da quella dei più; ma egli ne manifesta un’altra, tutta personale, e, a quanto pare, illogica, stampando che Balzac morì a tempo, per la propria gloria, che nessuno degli scritti inediti di lui avrebbe accresciuta la sua grandezza, e che tutto ciò che Balzac poteva darci è perfettamente noto. Oh! la critica ufficiale! Oh! le ipotesi che essa solo può permettersi, senza incorrere in biasimo! Se un poeta avesse profferito una sentenza simile, si sarebbe levato un grido unanime per accusarlo d’irriverenza. Il Brunetière, pur contristandosi, nell’affermare tanto gratuitamente il suo giudizio crea forse una specie di formola consolante, della quale molti si serviranno, giacchè egli è una persona autorevole. A che cosa è dovuta, questa autorità? Appunto alla intonazione sentenziosa, dogmatica, con cui il Brunetière manifesta i suoi giudizi. […].
  La conclusione del suo libro, è che Balzac e Sainte-Beuve hanno valore più d’ogni altro, per la posterità, nei risultati intellettuali della letteratura francese del secolo XIX; e le poche frasi in cui è formulata questa conclusione dovettero esser scritte con gioia dal Brunetière, poiché egli vi afferma viete preferenze, spazzando via, in pari tempo, i poeti della repubblica delle Lettere, imitatori, in ciò, di Platone (intorno al quale il signor Emile Faguet ha avuto, recentemente, la bontà di pubblicare un grosso volume).
  E’ lecito escludere in tal modo i poeti dalla ideologia di un secolo? Si tratterebbe di stabilire una specie di bilancio, poiché la questione non è certamente di quelle che si possono risolvere con un’arguzia; e spesso il Brunetière, avvicinandosi alla nervosità febbrile dei poeti, non esita a proporre al lettore, come un assioma, un semplice aforisma di carattere umoristico.
  Per sostener la causa dei grandi veristi (i quali non hanno bisogno di essere difesi) è inutile diminuire l’importanza dei poeti!
  Non sarebbe forse meglio constatare come, attraverso gli armonici sforzi degli uni e degli altri, la mentalità di un’epoca finisca col manifestarsi?
  Se fosse necessario ricorrere al Sainte-Beuve per apprendere quanto valse la poesia francese nel secolo XIX, noi saremmo singolarmente male istruiti, poiché il Sainte-Beuve, che fu un poeta morto giovane, secondo la sua propria espressione, cessò altresì, assai presto di conoscer bene lo sforzo poetico del suo tempo, o, almeno, di commentarlo adeguatamente, e ciò costituisce, nel complesso imponente della sua critica, una lacuna considerevolissima.
  L’opinione del Brunetière, se prevalesse, esilierebbe dunque due volte i poeti dalla repubblica delle Lettere, – e non sarebbe poco.
  Quantunque – giova notarlo anticipatamente – Balzac non sia ritratto in modo preciso nel libro del Brunetière, e quantunque non si debba sperare di trovarvi idee nuove intorno alle concezioni del grande scrittore, il libro merita d’esser letto, non già per quello che ci dice di Balzac, ma per quello che ci rivela intorno alla sua maniera rapida e nervosa. I partigiani d’un metodo di critica severo, considerando che la letteratura obbedisce ad un determinismo, e che nulla vi si crea dal nulla, e che tutto vi si svolge con unità, sotto contrasti apparenti, non troveranno di loro gusto codesta maniera personale ed arbitraria adottata da Brunetière; ma coloro che amano l’individualità e il paradosso, se ne compiaceranno.
  Lo Zola scrisse che l’arte è la visione della natura attraverso un temperamento. Del Brunetière, egli avrebbe detto che la sua critica «è la visione del libro attraverso un temperamento». Nel suo genere, codesto temperamento vuol essere ad un tempo febbrile e dogmatico, paradossale e scolastico. Esso è tale, lo si può accettare come tale, e un temperamento capriccioso è preferibile all’assenza assoluta di temperamento.
  La nervosità, appunto, e l’incosciente abitudine del paradosso apprestano al Brunetière una fisonomia completamente speciale fra i suoi confratelli della critica generale.


  Lady Smart, Nel regno della moda. Viva l’Impero!, «La donna», Torino-Roma, Anno II, N. 26, 20 Gennaio 1906, pp. 28-29.

 

  p. 28. E con quanta compiacenza Balzac descrive l’arte di drappeggiarsi nello scialle, di alcune fra le sue seducenti eroine!

  Quelle donne ammalianti, così fini e aristocratiche, quelle indimenticabili signore di Mortsauf, di Langeais, di Cadignan, e tante tante altre che adoriamo specialmente perché il grandissimo scrittore infuse loro un po’ dell’anima sua sublime e universale, ci stanno impresse non solo come spirituali figure la cui fine intellettualità ci penetra e commuove lo spirito, ma come donne reali di cui riteniamo anche l’aspetto esteriore, la bellezza fisica e l’eleganza. E da questa impressione risulta chiaro che in tutte le epoche, qualunque sia la foggia degli abiti, è la grazia della donna che rende quelli eleganti e simpatici.

  Perciò anche lo scialle può riescire piacevole all’occhio d'un artista, se è portato col noncurante languore d’una sivigliana o d’una creola, o col fine garbo d’un’eroina di Balzac.


  Cesare de Lollis, André Le Breton, “Balzac. L’homme et l’oeuvre”. – Paris, Armand Colin, 1905, «La Cultura. Rivista mensile», Nuova Serie, Roma, Anno XXV, N. 10, 1. Novembre 1906, pp. 309-310.
  All’uomo è dedicato se non un capitolo, il primo; ma di lui v’è detto quanto basta in un libro che vuol essere (e qui è la sua novità) lo studio del genio di Balzac. Chè nella vita del romanziere, la quale fu un’allucinazione continua e un continuo parossismo, si ritrova quanto è di tipico nell’opera sua.
  Il realismo ad oltranza del romanzo balzachiano della migliore epoca, l’eccesso stupefacente di produzione, le ineguaglianze, le prolissità, l’ostinata predilezione per le forme esagerate di monomania e per le complicazioni affaristiche, le stridenti contraddizioni cronologiche intervenute quando volle assegnare ai singoli romanzi il posto conveniente nell’immane disegno della «Commedia umana», tutto ciò si comprende, si spiega in massima parte quando si tenga presente la vita del Balzac; del quale si potrebbe dire che le più svariate impressioni provate nell’attrito sociale (che cosa Balzac non fu o non tentò di essere?) ingigantì poi nella solitudine morbosamente suggestiva del proprio studio; e fu così febbrile lavoratore che non potè riuscire a dar compiutezza ed omogeneità al mondo straordinariamente complesso da lui intravveduto in un lampo di genio. Un mondo così complesso come quello di Dante col quale anche nel nome volle gareggiare; ma non davvero congegnato nelle sue parti con quella infinita cura e sapienza d’arte con cui è il dantesco.
  Ma il Le Breton volle evitare l’errore ch’egli rimprovera agli altri di giudicare il Balzac unicamente alla stregua dei suoi capolavori, i quali cadono entro un ristretto ambito di tempo, chè Le Médecin de Campagne, Eugénie Grandet, La recherche de l’absolu, La femme de trente ans, Le père Goriot, son del 1833 e del 1834. E coll’occhio agguerrito dagli studi anteriormente fatti sul romanzo del secolo XVII in qua, ha frugato anche per entro al gruppo, quantitativamente considerevole, dei primi: L’Héritière de Birague; Jean Louis ou la Fille trouvée; Le Centenaire ou les deux Beringheld (sic); Annette et le Criminel, e via dicendo.
  Ora, in tutti questi romanzi, non è nulla, almeno in apparenza, del Balzac posteriore. Altro che realismo! In essi non è che del romanticismo, e del peggiore: di quello cioè a base di meraviglioso, di agnizioni, di visioni spaventevoli e di fantasmagorie. E, quel che è più curioso, la predilezione per tale materiale non è semplicemente il frutto spontaneo d’una naturalmente disordinata immaginazione giovanile, che, disciplinata, farà poi meraviglie nella rappresentazione della realtà, ma viene, se non determinata, agevolata dall’immediato influsso di modelli che esageravano un tal genere.
  Il Le Breton ha qui, come negli altri suoi libri sulla storia del romanzo, voluto accertarsi de visu; e s’è coraggiosamente inoltrato nella selva selvaggia dei romanzi popolari di Pigault-Lebrun e Ducray-Duminil, che dal seno sanguinoso della rivoluzione uscirono cruenti essi stessi; dei romanzi inglesi del Lewis, del Maturin, della Radcliffe che da nessuno sono oggi più letti e pur poterono anche sull’opera di Giorgio Sand e Victor Hugo più che non Shakespeare e Walter Scott.
  Ecco i meriti del Balzac del primo periodo, del Balzac, cioè, puramente e semplicemente romanziere popolare.
  Ma sopravvennero Walter Scott e Cooper, realisti almeno in un senso limitato, in quanto cioè curarono la realtà dei particolari e la ricostruzione dell’ambiente, sopravvenne nella stessa Francia Henry Monnier vivo oggi soltanto nel nome del suo popolarissimo eroe Joseph Prudhomme, di cui una frase («ce sabre est le plus beau jour de ma vie») è, mutatis mutandis, così nota anche in Italia; ma autore, nel 1830, e negli anni seguenti, di otto volumi di Scènes populaires, dove già s’agita tutto il vario mondo balzachiano; e intorno a questo stesso anno 1830 prendeva il suo definitivo assetto la borghesia emersa dalla rivoluzione francese ricca di tratti nuovi …
  Ed eccoci quindi a Balzac immortale autore di romanzi realistici; nei quali però quanto v’è di tenebroso e tetro, anche di esageratamente «visto» e rappresentato può ricordare i suoi precedenti romantici.
  Questo capitolo sulle Origines du roman balzacien è, senza dubbio, il più interessante, il più nuovo del libro, ch’è però da legger tutto sino in fondo. Il desiderio della novità non ha preso la mano al Le Breton, che se in modo così positivo accerta i precedenti immediati dell’opera balzachiana, non arriva però a conclusioni esagerate come quelle di chi, recentemente anche lui, ha voluto ritrovare Balzac tutt’intero in Walter Scott; e se, nel seguito del libro, egli fa molte riserve, negando al Balzac la poesia della vita, il linguaggio della passione, il senso, presso che divino, della pietà sociale che anima I Miserabili di V. Hugo, e attribuendogli invece un certo pedantismo nell’osservazione, una decisa predilezione per la volgarità, riconosce però, in fine, e il suo riconoscimento acquista valore da tali riserve, ch’egli precisò il valore estetico e, in un certo senso, anche quello morale del reale, e spianò la via al Flaubert e a quanti, fieri di potersi dir discepoli del Flaubert, vollero e seppero rimanere di qua dalle brutalità del naturalismo.

  Dino Mantovani, Massimo Gorki, in Letteratura contemporanea. Seconda edizione accresciuta, Torino-Roma, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, 1906, pp. 157-162 (Settembre 1902).
  p. 160. Non certo il culto della canaglia, la poesia dell’abiezione e della corruzione, la ricerca delle gemme nel fango, l’amore dell’orrido; perché di queste cose è pieno tutto il romanticismo francese, dai Misérables alle Fleurs du mal, da Victor Hugo al Balzac al Baudelaire.

Il romanzo politico.
Maurice Barrès*, pp. 261-266. (Giugno 1900).
  *L’appel au soldat, Paris, 1900.
  p. 261. Il romanzo che studia e rappresenta con verità quasi storica la società contemporanea non ha alcuna inclinazione alla politica, e si volge di solito ai casi della vita privata, lasciando la vita pubblica in signoria del giornalismo. Vi son libri del Balzac, dello Zola, del Daudet in cui si trovano scene e persone politiche, accenni agli intrighi dei parlamenti, descrizioni di moti popolari, ma non hanno mai l’audacia di verità con cui Aristofane rappresentava su la scena le lotte politiche d’Atene, e con cui Dante descrive le condizioni delle repubbliche e delle signorie e monarchie del suo tempo.

  Francesco Margaritis, Bricciche e Curiosità Letterarie, Milano, Libreria Editrice Giuseppe Celli, 1906.


Limae labor, pp. 71-74.

  p. 72. Balzac modificava continuamente i suoi scritti, fondendoli, ripulendoli, ampliandoli, fino a cambiarne l’intiera orditura, Tennyson osservava anch' egli il nonunque prematur in annum d'Orazio e si mostrava incontentabile riguardo all'elocuzione delle sue liriche.


La statura, pp. 86-87.

  Bassa: Aristotile, Augusto, Balzac […].


Index Expurgatorius, pp. 135-136.

  p. 135. L’Index Expurgatorius è un libro di proscrizione ecclesiastica che contiene, fra le altre, opere di Voltaire, di Balzac, di Victor Hugo, di Renan.


I manoscritti di Balzac, pp. 140-141.

  Jules Claretie pubblica sul Figaro che fu rinvenuta una preziosa collezione di manoscritti di Onorato Balzac.

  In una scrivania dell’autore della Comédie Humaine si rintracciarono più di tre mila lettere, mentre l’edizione della Corrispondence (sic) de Balzac ne annovera appena quattrocento. Queste lettere, allorché attirarono l’attenzione dello scopritore, stavano per essere vendute al cenciaiuolo, e trattano di affari, di intrighi amorosi, di brani incompiuti di romanzi, di schemi, di abbozzi.

  Il Claretie ha poi confermato il dubbio che il Balzac usasse anzi abusasse di eccitanti, specie del caffè. Infatti, su questi nuovi manoscritti, si veggono dei cerchi giallognoli, certo prodotti dalle tazze contenenti l’aromatica bevanda, a cui l’autore di Papà Goriot chiedeva la vigoria del pensiero, che gli andava mancando. Balzac prediligeva moltissimo il caffè, da lui definito «il liquore di sogno che permette di scrivere, di lavorare di dimenticare, di bruciar la vita nelle notturne allucinazioni». — È nel piccolo disco giallastro — scrive il Jules Claretie, impresso sui fogli dal liquido delizioso, l’intera vita di Balzac, la sua vita e la sua morte, in quel disco giallastro che macchia il capolavoro, nelle notti senza sonno, le notti che uccidono e immortalano.


Le bozze di Onorato Balzac, pp. 177-180.

  Il grande scrittore francese che ha legato ai posteri quel monumento letterario che è La Comédie humaine era l’incubo dei proti e degli operai compositori. Egli non correggeva le bozze, no, le mutava, le rifondeva, dava loro così diversi aspetti ad ogni revisione che è difficile distinguere le prime prove di stampa dalle seconde.

  Eccovi un esempio, che dimostra quanto il caposcuola del naturalismo limasse le sue opere, non raggiungendo però quella fluidità di stile e quella scorrevolezza che erano il suo sogno.

  Ad esempio il manoscritto [cfr. Les Martyrs ignorés] diceva:

LE DOCTEUR PHANTASMA.

  Il m'est impossible de passer sous silence un fait qui est à ma connaissance personelle (sic) et qui ne s’expliquerait que par le système du docteur Physidor. Voici l’histoire à laquelle je ne voudrais ajouter aucun ornement superflu qui lui donnât une tornure (sic) romanesque. Je ne sais si vous avez connu l’abbé Bonju, Vicaire général de … je ne me rappelle jamais les diocèses conservés (sic) parmi ceux d’autres fois. Eh bien, il y a vingt ans Monsieur Bonju c’était vulgairement parlant, ce qui devrait s’appeler en bonne philosophie un égoïste. Soit qu’il regardât comme profondément risibles les idées de ceux qui s’occupent d'avenir, qui font des théories délicieuses, quand il est prouvé que l’espace entre la terre et le soleil est de trente-trois millions de lieues; et que l’espace entre nous et certains planètes est si considérable que leur lumière ne nous est pas encore arrivée quoique la lumière fasse de millions de lieues à la minute; sois (sic) que tout lui fût indifférent excepté ces propres jouissances, il ne faisait que ce que lui plaisait.

  La prima bozza appare già cambiata e non poco.

LE DOCTEUR PHANTASMA.

  Il m’est impossible de passer sous silence un fait qui est à ma connaissance personelle et qui ne s’expliquerait que par le système de Physidor. Je ne sais si vous avez connu l’abbé Bonju un vicaire général de … de … de … Ma foi, je ne me rappelle jamais les diocèses conservés parmi ceux d'autres fois. Eh bien, il y a de cela quelque quarante ans, M. Bonju était, vulgairement parlant un bon vivant ce que les imbéciles nomment un égoïste, comme si nous n’étions pas tous égoïstes. L’oubli de soi-même est une dépravation. Soit qu’il regardât comme profondément risibles les idées religieuses, soit que tout lui fut indifférent.

  Nella seconda prova di stampa ecco le nuove correzioni che mutano a poco a poco il racconto, trasformandolo in modo completo.

LE DOCTEUR PHANTASMA.

  J’ai rencontré hier quelqu'un qui m'a rappelé un fait qui est à ma connaissance personelle et qui s'appliquerait au système que Physidor nous développait avant hier. Avez-vous entendu parler de l’abbé Bonju qui est vicaire général de … de ... de ... Ma foi, je ne me rappelle jamais les diocèses conservés parmi ceux d’autres fois. Est bien, c'est lui dont il s'agit. Il y a quelques quarante ans, M. Bonju était, vulgairement parlant un bon vivant, ce que les imbéciles nomment un égoïste, comme si nous n’étions pas tous égoïstes. L’oubli de soi-même est une dépravation. Soit qu’il regardât comme profondément risibles les idées religieuses, soit que tout lui fut indifférent.

  Ed eccoci infine alla quarta bozza che ha portato altre innovazioni:

  Le docteur Phantasma, l’ai rencontré hier une douilette pouce ...

  Le Libraire. Mâle ou femelle?

  Phantasma. Elle m’a rappellé (sic) un fait à ma connaissance personelle et qui s’appliquerait au système que vous nous développiez avant-hier. Avez-vous entendu parler de l’abbé Bonju qui est vicaire général de ... de … de … Ma foi, je ne me souviens jamais des diocèses conservés parmi ceux d’autre fois. Eh bien, c’est de lui qu’il s’agit.

  Come si vede, l’epurazione era continua nel Balzac, ed egli dedicava alla sua opera un lavorio di lima meraviglioso che contribuì a rendere vitale l’arte sua, altrimenti impacciata da uno stile pedestre.

  Piuttosto evidente, ci pare, il riferimento ai rilievi formulati da Luigi Capuana sulla genesi dei Martyrs ignorés, presenti nell’articolo intitolato: Un autografo del Balzac (1881 e 1882) e successivamente ripresi nello studio: Il Romanzo e la novella nel secolo XIX (1902).


  Camille Mauclair, L’assurdità delle statue moderne (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rivista moderna», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XVI, Vol. XXVI, N. 47, 28 ottobre 1906, pp. 1117-1119.
  (1) Da un articolo di Camille Mauclair, Revue Bleue, 15 settembre.
  p. 1118. L’incidente della statua di Balzac, scolpita da Rodin, dimostra come si ribelli lo spirito di routine, quando un artista cerca di presentare simbolicamente una figura celebre.

  Guido Mazzoni e Paolo Emilio Pavolini, Letterature straniere. Manuale comparativo corredato di esempi con speciale riguardo alle genti ariane per cura di Guido Mazzoni e Paolo Emilio Pavolini, Firenze, G. Barbèra, Editore, 1906.

Libro Terzo. Parte Seconda.
La letteratura del secolo XIX.
Il romanzo in Francia, pp. 493-497.
  p. 494 e nota 2. Comunque sia, non senza ragione pareva che dopo i capolavori dello Scott, del Manzoni e, se si vuole, anche dell’Hugo, si fosse ormai passati, senza possibilità di ritorno, al romanzo di passione intima, borghese, domestico, psicologico come dir si voglia. […] Ma, poco cedendo all’impulso dello Scott, essi stessi [i Francesi] ebbero invece l’onore d’iniziare ciò che tuttora è il romanzo propriamente detto, con Enrico Beyle (Stendhal, 1783-1842) di cui fu scolaro Onorato de Balzac (1799-1850).
  La Comédie humaine di lui, raccogliendo in ciclo una serie di racconti diversi, ma in qualche modo connessi, rappresentò in un immenso quadro la società francese, dalla Rivoluzione a Luigi Filippo. Poco poeta, faticoso artista, ma acuto osservatore e ricostruttore sagace, il Balzac determinò a tutta l’Europa la nuova maniera del racconto romanzesco e avviò questo anche alle recenti pretese di divenire un mezzo di ricerca e di dimostrazione scientifica, coi «documenti umani».2
  2 Sin dal 1845 il Balzac aveva disegnato un piano generale che comprendeva altre molte opere ch’egli non ebbe il tempo di scrivere. La Comédie humaine si distingue in Scènes de la vie privée, Scènes de la vie de province, Scènes de la vie parisienne, Scènes de la vie politique, Scènes de la vie militaire, Scènes de la vie de campagne, Études philosophiques, Études analytiques ; e in ciascuna di queste partizioni sono compresi i relativi romanzi. Ciò basta a dare un’idea della grandiosità della tela complessiva. Si aggiunga che, oltre comporre cose teatrali e scritti minori, il Balzac imitò i racconti del secolo XV nei Contes Drôlatiques, affettandone anche l’arcaico linguaggio. E dire che a lui il lavoro dello stile costava incredibili fatiche!
  p. 495 e nota 3. Altrettanto, e più, ma con forze di lunga migliori [rispetto ad E. Sue e alle sue descrizioni «de’ bassi strati parigini»], e alla sua opera dette spiccatamente un tal carattere, Emilio Zola (1840-1902) che si vantò di procedere dal Balzac. […].
  [Nota] 3. Cominciò la serie dei Rougon-Macquart nel 1871, ritraendo , come il suo maestro Balzac, nei singoli romanzi che la compongono, un qualche aspetto della vita.
  p. 496. Ma l’analisi psicologica di Madame Bovary (1857) lo [Flaubert] stacca da quella scuola [il romanticismo], per riaccostarlo a Balzac e per farne un precursore del realismo zoliano.

  Eugenio Mele, La novella «El celoso extremeño» del Cervantes, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quinta Serie, Volume CXXV – della Raccolta, CCIX, Fascicolo 835, 1° ottobre 1906, pp. 475-490.
  p. 489. Le Novelas ejemplares sono una galleria vivente: si può dire senza tema di esagerare che nessuno, dopo il Boccaccio e prima del Balzac, ha creato come il Cervantes con esse tante figure e in tante diverse posizioni; […].


  Tomaso Monicelli, Molière. Per il “Giorgio Dandin” all’Argentina, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno X, Numero 3275, 1 Gennaio 1906, pp. 1-2.

  p. 1. L’opera di Molière è nel medesimo tempo il quadro più fedele della vita umana e la storia dei costumi, delle mode e dei gusti del suo secolo; una commedia che tra quelle di Dante e di Balzac s’eleva, formidabile d’evidenza e d’ironia, in quel secolo precedente alla rivoluzione, che segnò il rinascimento letterario francese e preparò l'Enciclopedia dei filosofi e dei costruttori teorici.


  Guido Muoni, La teoria poetica del romanticismo in Francia, in Note per una poetica storica del romanticismo, Milano, Società Editrice Libraria, 1906, pp. 35-49.
  p. 44. [Su Victor Hugo]. Vittor Hugo nel suo daltonismo spirituale, vedeva da per tutto, invece, l’antitesi; semplificò, per ricerca dell’effetto sentimentale, drammatico, la complessità della natura umana in un dualismo psichico, bianco e nero, ed era ancora maniera arbitraria, artificio, esagerazione: ma come in biologia progredendo di passa dall’omogeneo all’eterogeneo, era un passo innanzi verso la scoperta delle cause ultime e la psicologia complessa di Stendhal, Balzac e Manzoni.


  Giovanni Negri, Sui “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni. Commenti critici estetici e biblici di Giovanni Negri. Premessovi uno studio su l’opinione del Manzoni e quella del Fogazzaro intorno all’amore. Parte IV, Milano, Scuola Tip. Salesiana, 1906.

 

  I Promessi Sposi e la Morale cattolica del Manzoni: il colloquio del Cardinal Rodrigo e Don Abbondio.

 

  Nota 2, p. 266. A proposito d’una visita fatta dal Balzac al M., lo Stampa (I, 252) riferisce quest’aneddoto: «Mi ricordo che tra le altre cose (il B.) disse questa: — Voyez–vous? J’ai essayé aussi du genre religieux dans le Medicin (sic) de Campagne; mais cela n’a pas eu le succès que je m’en attendai. — E dopo partito il Balzac mi ricordo che il Manz. osservava che per avere un succès dans le genre religieux non bisognava tentarlo come una speculazione letteraria qualunque, ma esserne profondamente persuasi».


  Nemi [La Redazione], Tra libri e riviste. Come Zola componeva i suoi romanzi, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quinta Serie, Volume CXXIII – della Raccolta, CCVII, Fascicolo 826, , 16 maggio 1906, pp. 337-339.
  p. 338. Da buon ammiratore di Hugo, aveva a vent’anni schizzato la trama d’un lavoro poetico immenso, La Genesi. Di poi la complessità dell’opera di Balzac lo attirava.

  Nemi, Tra libri e riviste. Perez Galdós e il suo teatro, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quinta Serie, Volume CXXIII – della Raccolta, CCVII, Fascicolo 826, 16 maggio 1906, pp. 343-345.
  p. 343. A questo grande artista coscienzioso e convinto, […] a questo formidabile scrittore del quale l’opera si può paragonare per vastità e per molte qualità a quella di Balzac, dedica un lungo articolo, nella Revue des deux Mondes, Emilio Martinenche […].

  Nemi, Tra libri e riviste. Ferdinand Fabre, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quinta Serie, Volume CXXV – della Raccolta, CCIX, Fascicolo 833, , 1° settembre 1906, pp. 157-158.
  p. 157. Se Balzac è senza dubbio altrimenti fecondo, altrimenti vario, Fabre è poco meno possente: e se questi non ha, nei suoi romanzi campagnuoli, la saporosa abbondanza di Giorgio Sand egli ha più rilievo, maggior tempra, una forza aspra che non troviamo nella Mare au Diable né nella Petite Fadette.


  Ugo Ojetti, Lettere egiziane. Debiti vecchi e ricchezze nuove. […] Una frase di Balzac […], «Corriere della Sera», Milano, Anno 31°, Num. 38, 7 Febbraio 1906, pp. 1-2.

  p. 1. Sull’album d’un’amica Balzac scrisse una volta questo pensiero di milionario platonico: «La ricchezza d’un uomo si misura su quello ch’egli spende non su quello ch’egli ha». Lo stesso si può dire per una nazione.


  Ugo Ojetti, Attraverso l’Esposizione. Le mode femminili, «Corriere della Sera», Milano, Anno 31°, Num. 209, 2 Agosto 1906, p. 3.

  Ma purtroppo gli uomini ridono di questi moniti silenziosi, salvo quando glieli comuni­cano con cifre prosaiche i sarti e le sarte. E alla moda femminile rifiutano ogni valore di profezia sociale. I più astuti — quelli che almeno hanno letto la Physiologie du mariage di Balzac — la osservano soltanto come indice del carattere della donna che, moglie o amante, li occupa più da vicino.


  Ulisse Ortensi, Letterati contemporanei: Humphry Ward, «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte – letteratura, scienze e varietà», Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Vol. XXIV, N. 139, Luglio 1906, pp. 21-29.
  p. 26. David Grieve è la storia di una delle tante illusions humaines perdues. Di questi tipi ne offrì Balzac, ne ha dato anche Ibsen, nel suo teatro paradossale.


  Pantagruel, Uomini e Cose. Echi dreyfusiani, «Corriere delle Puglie», Bari, Anno XX, Num. 199, 20 Luglio 1906, p. 1. 

  Da Voltaire in poi sembra che grandi di scrittori francesi abbiano il destino di prendere a cuore un condannato e tentarne la salvezza: Voltaire salvò Cales (sic), Benjamin Constant salvò Regnault, Zola il capitano Dreyfus. Solo uno scrittore, il più grande di tutti — Balzac — non riuscì a strappare al patibolo il notaio Peytel, nonostante la sua eloquente difesa pubblicata in tre numeri consecutivi del Siècle, sotto il regno di Luigi Filippo. Balzac aveva conosciuto Peytel a Parigi, Quando questi, preparandosi al notariato, faceva il giornalista nei giornali dell’opposizione, insisteva anche lui nel famoso motivo satirico della «pera» — simboleggiante la sacra persona del Re — e giungeva sino a pubblicare un malizioso volume intitolato «Fisiologia della pera». Poi, tornato in provincia, s’era fissato a Bourg e aveva sposato una ricca creola, tutt’altro che bella e di carattere insopportabile, e alle nozze aveva assistito Lamartine. Una notte, sulla strada d’Andert, un maniscalco è svegliato da un picchiare furioso: apre e un uomo, dall’aspetto sconvolto, gli chiede aiuto: poco discosto, racconta, il suo domestico gli ha ucciso la moglie ed egli ha ucciso il domestico. L’uomo era Peytel. Sparsa la notizia della tragedia tutti quelli che conoscevano i frequenti violenti contrasti tra marito e moglie cominciarono ad accusare del doppio omicidio il notaio, ed egli è arrestato, processato, condannato a morte, benché non vi siano prove sicure. Balzac interviene, fa il viaggio sino a Bourg col grande caricaturista Gavarni, anch’egli convinto dell’innocenza di Peytel: raccoglie note e documenti, pubblica la sua difesa, eloquente, vibrante di persuasione. La Cassazione, tuttavia, respinge il ricorso. Balzac non sa darsi pace. Gavarni osa scrivere una lettera al Re, supplicandolo di concedere la grazia; ma il Re è convinto della colpa di Peytel: e «l'affaire Peytel» — che Edmondo Pilon narra nella Revue — finisce sulla ghigliottina. I maligni, e non i maligni soltanto, dissero che il disgraziato notaio aveva ben duramente pagati i suoi scherzi sulla «pera»: Balzac per lungo tempo non se ne potè consolare.

 

  Pantagruel, Uomini e Cose. Piccola posta, «Corriere delle Puglie», Bari, Anno XX, Num. 227, 17 Agosto 1906, p. 1.

 

  Fidanzato — Leggete H. de Balzac e potrete poi regolarvi come meglio vi piacerà.


  Mario Pilo, Estetica. Lezioni sul gusto di Mario Pilo nell’Università di Bologna, Milano, Ulrico Hoepli Editore Libraio della Real Casa, 1906 («Manuali Hoepli»).
Lezione II.
Il gusto nei ceti, nelle professioni, nelle famiglie.
  pp. 36-37. Ma, anche fra noi, anche nell’àmbito di questa classe grigia d’impiegati e di negozianti […], ancora fioriscon gli spiriti superiori e divinatori, che ne sentono, attraverso la spessa coltre di prosa, la mesta e profonda poesia, sia poi satirica o umoristica o tragica, e che ne sanno ritrarre la fisonomia complessiva, del tutto nuova nella storia dell’umanità, e per ciò stesso già interessante, già bella, già estetica: ed ecco Heine, ecco Giusti, ecco Balzac, ecco Zola, ecco Sudermann, ecco il mio buono, geniale e modesto amico Rovetta.
Lezione IV.
Il gusto nel temperamento, nella salute, nello stato fisico.
  p. 102. Balzac detestava la poesia, e con lui più d’un prosatore insigne, tra i quali, ora, il Tolstoi, che la chiama una sciocca pastoja del pensiero, un anacronismo estetico, un’arte sensuale e inferiore; […].
Lezione IX.
Il gusto e l’ambiente psicologico.
  pp. 250-251. […] nel secolo nostro, tutta la prima metà è inspirata, nel gusto, al teismo scismatico e vago del Rousseau, il gran nevropatico ginevrino, con Chateaubriand, Lamartine, Hugo; e tutta l’altra al positivismo scettico e pessimista del gran Voltaire, con Byron, Heine, Balzac; […].

  Edmond Pilon, Un “affaire” (sic) nella vita di Balzac (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rivista moderna», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XVI, Vol. XXVI, N. 33, 22 luglio 1906, pp. 781-785.
  (1) Da un articolo di Edmond Pilon, La Revue (ancienne Revue des Revues), 1 luglio. [Vol. LXIII, pp. 39-58].
  L’epilogo che l’«affaire Dreyfus» ha avuto recentemente davanti alla Corte di Cassazione di Parigi, mentre fa pensare a Emilio Zola, al quale una morte prematura ha impedito di godere la gioia del trionfo finale della verità da lui propugnata con tanto calore di convinzione, richiama il ricordo di un episodio simile, che segna una pagina nella vita di un altro celebre scrittore: l’«affaire Peytel».[13]
  L’anno 1839 fu per Balzac un anno di lavoro intenso, accanito: da Ville-d’Avray dove si era ritirato per lavorare più tranquillamente, egli trovava appena il tempo di scrivere delle lettere riboccanti di devozione e di tenerezza a una sua intellettuale amica, la signora Hanska, che allora si trovava a Wierzchovnia, nella Ucraina. Improvvisamente, nel settembre di quell’anno, troviamo in questa corrispondenza epistolare una missiva d’un tono del tutto diverso dalle altre; sono poche parole tracciate con fretta febbrile: «Sono eccessivamente agitato da un orribile affare, l’affare Peytel. Ho veduto tre volte quel povero ragazzo … egli è condannato; fra due ore parto per Bourg».[14]
  Balzac non partì solo; in quel viaggio egli ebbe compagno il grande caricaturista Gavarni: da qualche tempo i due uomini si tenevano il broncio, ma la gravità della situazione in cui si trovava Peytel, il loro amico comune, li riavvicinò in uno stesso slancio di pietà e d’indignazione, e, riconciliati da Curmer, partirono per Bourg. A Bourg e a Belley, Balzac raccolse una quantità di documenti; tornato a Ville-d’Avray si diede a ordinarli, e sulla base di essi compilò la celebre Lettre sur le procès Peytel, notaire à Belley, in cui, con piena convinzione e tutto vibrante d’indignazione per l’ingiustizia che era stata commessa, perorava la causa dell’innocente condannato.
  Quella lettera, che fu pubblicata nel giornale Le Siècle (nei numeri 27, 28 e 29 settembre 1839) sollevò intorno all’ardito difensore una vera tempesta, gli fece scatenare addosso odii e sospetti senza fine, gli procurò inestricabili difficoltà di polemica e di procedura. E il 30 ottobre, quando tutto fu finito e il disgraziato Peytel fu giustiziato, Balzac, il grande lottatore, sentì fiaccare la sua robusta fibra e rimase pieno d’amarezza, abbattuto, disgustato, senza speranza né coraggio. «Credo – egli scriveva alla signora Hanska – che potrei veder uccidere un innocente senza mettermi di mezzo».[15]
  Fu quella l’unica volta in cui Balzac prese parte alla vita pubblica del suo tempo, interrompendo i suoi consueti lavori, le sue care abitudini: tutto egli abbandonò in quella circostanza per darsi all’ingrata missione di disputare alla giustizia del suo paese la testa di un condannato.
  Da quel tempo sul triste affare è sceso il silenzio dell’oblìo. Qualcuno forse ricorda ancora l’ammirabile e calorosa difesa del Balzac, ma pochi conoscono la causa di questa difesa. Vediamo dunque chi era questo Peytel, notaio a Belley, accusato di duplice assassinio e giustiziato, nonostante la mancanza di prove decisive, alla difesa del quale si diede corpo e anima, con zelo febbrile e con energia infaticabile, l’autore della Comédie Humaine.

Sebastiano Benedetto Peytel.
  «Ho veduto Peytel tre o quattro volte, in casa mia, nel 1831 e nel 1842», scrive Balzac nella sua difesa. Ciò accade a breve distanza di tempo dalla rivoluzione di luglio. Peytel, che si era avviato alla carriera del notariato, si era recato a fare il suo tirocinio a Parigi, e, come tutti i giovani intellettuali dell’epoca romantica, era entrato nel movimento letterario e politico di allora. Dotato d’ingegno abbastanza vivace e originale, inclinato alla satira e fornito di buone doti di scrittore, nel 1831 P eytel collaborò al giornale popolare Le Voleur, che si pubblicava ogni cinque giorni, occupandosi di letteratura e di teatro; e probabilmente così venne in relazione con Balzac.
  Quanto a Gavarni, il Peytel ne fece la conoscenza nella redazione del giornale umoristico La Caricature, che satireggiava a tutto spiano contro il re Luigi Filippo, mettendo in tutte le salse la celebre caricatura della «pera»: in quel frutto, grosso alla base e appuntito in alto, i caricaturisti raffiguravano con speciale compiacenza il volto augusto del sovrano.
  Peytel non seppe resistere al movimento satirico che trascinava allora, in un comune assalto contro il potere, i suoi amici più cari, e trovando che il giornale era insufficiente, scrisse addirittura, con lo pseudonimo di Louis Benoit, un libro satirico intitolato La Physiologie de la poire.[16] Era questo un libricciuolo abbastanza innocente, redatto col tono umoristico delle altre opere satiriche di quel tempo; ma pur troppo, nel momento decisivo, esso dovette pesare gravemente nella bilancia, già carica di tante presunzioni, di una giustizia senza pietà. A questo proposito Edmond e Jules de Goncourt, nell’opera intitolata Une voiture de masques, scrivono: «Il re credeva Peytel colpevole, e più tardi, prima che il ricorso in cassazione fosse respinto, rifiutava di fargli grazia; gli uomini più giusti e più calmi si accanivano in certo modo ad attribuirgli del risentimento contro il condannato e a considerare come una vendetta politica ciò che per il re era una questione di giustizia».
  Rinunziando alle velleità letterarie, Peytel partì da Parigi e si recò a Lione; terminato in questa città il tirocinio di notaio, sul principio del 1838, mise su uno studio a Belley. Allora gli venne l’idea fatale che doveva esser la causa di tutti i suoi mali: pensò a prender moglie, e sposò una giovane creola, Félicie Alcazar, non bella né molto colta, ma fornita d’una buona dote. Ben presto fra i due sposi si determinò una piena e completa incompatibilità di carattere: Félicie era leggera e maligna, Peytel violento e impetuoso; si bisticciavano tutti i giorni, e nella piccola città di provincia in cui vivevano non si faceva che parlar dei loro litigi, naturalmente esagerandoli.

Il dramma.
  Nell’ottobre del 1838, Peytel, accompagnato dalla moglie e dal domestico Louis Rey, partì in vettura per un viaggio di affari. Il dramma che doveva decidere della sua vita accadde il primo novembre, fra le dieci e le undici di sera, in vicinanza della borgata di Rossignon. Intorno a quell’ora, mentre soffiava un vento impetuoso e cominciava a cadere la pioggia, una contadina, che per un momento era uscita di casa, udì un grido terribile, seguito da un colpo di pistola; tutta spaventata tornò a casa, e a suo marito, che stava sonnecchiando accanto al fuoco, disse: «Preghiamo Iddio, sulla strada è stato ucciso qualcuno».
  Poco dopo Peytel, a capo scoperto, tutto agitato, bussava alla porta d’un fabbro ferraio e pregava lui e suo figlio di seguirlo, poiché sua moglie era stata assassinata dal domestico. I due uomini corsero, insieme con lui, a un campicello isolato, ove trovarono, in vicinanza d’una palude, bocconi contro terra, il cadavere di Félicie; lo trasportarono fino alla carrozza, e questa, avviandosi, passò presso un altro cadavere, quello del domestico Louis Rey. «Ecco l’infame che ha assassinato mia moglie!» – gridò Peytel; e aggiunse che il domestico aveva voluto ucciderli ambedue per derubarlo dei 7500 franchi che egli portava seco: il domestico aveva sparato prima contro Félicie; allora Peytel era balzato dalla vettura, gli era corso dietro e lo aveva ucciso a colpi di martello, mentre la povera donna, uscita anche essa dalla vettura, si era trascinata fino al campo ove la trovarono morta.
Il processo.
  Il processo fu discusso davanti alla Corte d’assise dell’Ain, nell’agosto dell’anno seguente. L’istruttoria era stata lunga e laboriosa, e concludeva accusando il notaio di Belley di aver assassinato la propria moglie e il domestico; l’atto di accusa faceva notare, fra l’altro, che i precedenti del Rey erano ottimi, che il Peytel non amava sua moglie, che egli le aveva strappato un testamento in suo favore, e che evidentemente aveva compiuto l’odioso misfatto per impadronirsi della sostanza di Félicie.
  L’accusato si protestò innocente, affermando che il fatto era accaduto nelle circostanze da lui riferite, la sera stessa, al fabbro ferraio di Rossignon; ma il tribunale sembrò dimostrasse un vero accanimento contro di lui; i particolari più minuti gli furono contestati; per dimostrare la pretesa assurdità del suo racconto, venne perfino organizzata un’insolita messa in scena, facendo portare nella sala d’udienza la vettura; furono citati i testimoni più malevoli, fra i quali l’ex notaio Cornaton, nel cui studio Peytel aveva fatto pratica a Lione, e che per gelosia professionale lo dichiarò capace a delinquere. Nulla fu trascurato per schiacciare l’imputato, e l’avvocato generale svolse la sua requisitoria con tanta abilità, da indurre i giurati a prendere per certezza i più ipotetici sospetti.
  Nonostante una difesa abbastanza energica, il tribunale condannò Peytel alla pena di morte. Questa sentenza lo colpì come un fulmine: egli non se l’aspettava, in verità, giacchè nessuna prova di fatto era stata recata contro di lui. «Ah, mon Dieu – egli gridò – la tête me fend».

La difesa di Balzac.
  Tutti gli amici che Peytel aveva a Parigi pensavano che egli sarebbe assolto; immenso fu dunque il loro stupore nell’apprendere la notizia della condanna, e non pochi accusarono il tribunale di aver voluto colpire sopratutto in lui l’autore del libello contro Luigi Filippo. Contro la sentenza fu interposto appello presso la Corte Suprema, la quale non doveva pronunziare la sua decisione che il 10 ottobre. A questa data mancavano ancora due settimane quando entrò in scena Balzac.
  Pochi giorni prima di mandare al direttore del Siècle il testo della sua difesa, il grande scrittore ne preannunziava nello stesso giornale la pubblicazione con una breve lettera, nella quale esprimeva il fermo convincimento che un grave errore giudiziario era stato commesso e che questo sarebbe ben presto riparato.
  Non è qui il luogo di esporre nei suoi particolari la difesa – calorosa, mirabile, convincente – messa insieme da Balzac. Egli si scagliava anzitutto contro l’istruttoria, accusandola di parzialità; prorompeva con indignazione contro il notaio Cornaton, alla cui velenosa testimonianza contrapponeva una lettera scritta a Peytel, dopo che questi era stato arrestato, dal Lamartine; a questa testimonianza Balzac ne aggiungeva molte altre da lui raccolte personalmente, demolendo con rara abilità tutto l’edificio dell’accusa; e concludeva: «Il y a eu mal jugé dans cette affaire; elle est encore à instruire. En un mot, le procès doit recommencer».
  Senonchè, così nel pubblico come nei magistrati, la difesa di Balzac non produsse l’effetto che egli se ne aspettava. La signora D’Abrantès, che si era assunto il còmpito di perorare a Corte la causa del condannato, non riuscì a piegare né il re né la regina; il re parlava di Peytel con amarezza, chiamandolo un mostro; la signora D’Abrantès scriveva: «È impossibile credere quanto sia ferma l’opinione che si ha a Corte riguardo a Peytel. Io non mi spiego un’animosità così dichiarata se non con una cosa: le lettere di Balzac sono state pubblicate nel Siècle, giornale di opposizione; questo ha forse contribuito a tanto odio». La buona signora cercò perfino di presentare essa stessa al re la signora Carraud, sorella del condannato; ma per due volte il re rifiutò di riceverla in udienza.
  Balzac intanto si dimostrava, ed era realmente, pieno di speranza nella vittoria finale; ma questa speranza doveva andare crudelmente delusa. Il 10 ottobre il ricorso in cassazione fu respinto, e di questa decisione fu dato l’annunzio al condannato dall’elemosiniere della prigione di Bourg, il 15 dello stesso mese. A quella terribile notizia, Peytel prese la mano del sacerdote, se la posò sul cuore e disse: «Sentite se il mio cuore batte più rapidamente del solito»; e aggiunse che ormai tutto era finito e che in prigione egli aveva avuto il tempo di abituarsi all’idea della morte.
La grazia negata.
  Solo il re avrebbe potuto ancora strapparlo alla morte con un decreto di grazia; e ad ottenere questo fece un ultimo tentativo il Gavarni. Valendosi degli appunti di Balzac, di quelli di Peytel, e di altri raccolti da lui stesso, compilò un memoriale indirizzato al re e lo portò egli stesso al palazzo reale. Al memoriale era acclusa una lettera di Peytel, che portava sulla busta questa scritta: «Dernier billet du pauvre condamné pour le roi, le roi seul».
  Questa lettera, in cui il disgraziato faceva una spiritosa allusione alla sua povera Physiologie de la poire avrebbe dovuto servire – così almeno sperava il Gavarni – a intenerire il re; ma così non accadde. «Nel consiglio dei ministri – scrivono i De Goncourt – non venne nemmeno in discussione la domanda di grazia. La sera Gavarni ricevette di ritorno la lettera di Peytel, e sulla busta, rinchiusa col sigillo del re, si leggevano queste parole, tracciate dalla mano del sovrano: «Fidèlement recachetée. L. P.».
  La signora D’Abrantès riferisce che quella faccenda preoccupò il re tanto, che per quarantott’ore non potè né mangiare né dormire; egli rimase, però, persuaso che Peytel avesse ucciso la moglie, e il 21 ottobre si fece sapere al Gavarni che la sua domanda di grazia era stata respinta.

La fine.
  In quell’ultima settimana il condannato passò il suo tempo a scrivere le proprie riflessioni, proclamandosi innocente e celebrando, in versi ingenui ma pieni di affettuosa tenerezza, la cara sorella, che gli fu pietosa e dolce consolatrice. Vi erano, però, dei momenti in cui l’idea della fine orribile che l’aspettava lo faceva fremere; ed egli pregava allora il Gavarni di procurargli segretamente dell’oppio, del quale avrebbe fatto uso solo quando ogni speranza fosse perduta.
  Davanti alla morte, Peytel si dimostrò coraggioso. La mattina del 28 ottobre il cancelliere della Corte d’assise si recò nella sua prigione a notificargli che la domanda di grazia era stata respinta.
  – Sono pronto – egli disse – però avrei voluto che me lo dicessero ventiquattr’ore prima.
  Le porte della prigione di Bourg si aprirono a mezzogiorno, e Peytel uscì a braccio del curato. Aveva chiesto il permesso di recarsi a piedi sul luogo del supplizio. Giunto al patibolo «domandò in quale posizione doveva collocarsi. A un gesto del carnefice si slanciò sulla tavola fatale e porse il collo. Un momento dopo aveva cessato di vivere» – così riferisce il Siècle nel numero del 30 ottobre 1839.
  Balzac soffrì atrocemente nel vedere il deplorevole risultato degli sforzi da lui fatti. L’«affaire Peytel» era come un romanzo per il quale si era appassionato, che egli aveva vissuto, e al quale avrebbe voluto imporre l’epilogo da lui vagheggiato. Dopo il 28 ottobre 1839, in tutte le sue lettere si nota un accento di disillusione e di amarezza. Per stordirsi, si gettò nel lavoro con un accanimento inaudito, tanto che più tardi si meravigliò egli stesso di non essersi preso una febbre cerebrale. Il 10 febbraio dell’anno seguente, nel fare il bilancio della propria vita, vedendo come a tutti i dolori del passato si aggiungesse ora quello della grande causa giudiziaria che egli aveva avuto la sventura di perdere, simile a un gigante che nella disperazione diventa più debole d’un bambino, esclamava: «Oh, comme j’ai besoin de repos! Voici que j’ai quarante ans, quarante ans de souffrances! [»].

  Alfonso Professione, Recensione e note bibliografiche. Periodo del Risorgimento italiano (1815-1904). Stendhal, Roma. Torino, Roux-Viarengo, 1905, «Rivista storica italiana. Pubblicazione trimestrale», Torino, Anno XXIII, 3° S., Vol. V. Fasc. 1, Gennaio-Marzo 1906, pp. 204-205.
  p. 205. Come romanziere fu fatto conoscere dal Balzac.

  Raggio X (La Vita), “La via del male”. Romanzo di Grazia Deledda. – Roma, “Nuova Antologia”, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quinta Serie, Volume CXXV – della Raccolta, CCIX, Fascicolo 835, 1° ottobre 1906, p. 437.
  […] nella miniera inesauribile donde ella sola sa ritrarre, con una forza pari alla grazia, tutta una sociologia letteraria che lascerà una fonte perenne di filosofia storica, come il Balzac la lasciò per la Francia.

  Vincenzo Ricca, Paolo Bourget e la sua recente conversione cattolica, in Profili e bozzetti letterari, Catania, Cav. Niccolò Giannotta, Editore, 1906, pp. 25-52.
  pp. 32-33. Il Balzac voleva rappresentare un’ora della vita umana mentre il Bourget crede rappresentare un’idea, e il suo romanzo è costruito come un dramma di Alessandro Dumas coll’intento di provare un teorema, una tesi qualsiasi; […].

Émile Faguet, pp. 213-235.
  p. 219. Se ancora il Faguet insiste sulla volgarità della natura d’un Balzac, s’è perché alcuni punti oscuri dell’opera del grande romanziere francese, senza di ciò non potrebbero spiegarsi; […].
  p. 227. La letteratura di questo periodo [1800-1840] è rappresentata da Chateaubriand, da Lamartine, da Victor Hugo, da Alfred de Vigny, dal Musset, dal Thephile Gauthier (sic), Georges (sic) Sand, Merimée, Balzac. “Un cycle considerable (sic) de l’histoire de l’art littéraire en France, scrive il Faguet, est donc poursuivi dans un volume qui commence par Chateaubriand et finit par Balzac” (1).
  (1) Émile Faguet, Dix-neuvième siècle. Études littéraires, Paris, Société française d’imprimerie et librerie (sic), 1902. Avant-propos, p. X.
  pp. 223-234. Il Faguet ha delle felici espressioni: “[…] Balzac a des intuitions d’un génie et des reflexions (sic) d’un imbécile. […]”.
Il Faguet, senza dubbio, è uno di quei critici per i quali la vera critica è una scienza, che esige dai suoi seguaci una comprensione completa delle opere; una visione acuta e lucida delle tendenze del suo tempo, una fede piena ed assoluta in certi principii. “Le critique, scriveva il Balzac, devient alors le magistrat des idées, le censeur de son temps, il exerce un sacerdoce”.[17] Ora sembra a me che il Fabre adempia in tutte le sue parti il còmpito altissimo, che il grande scrittore della Commedia umana assegnava al critico ; […].

  E. S., Tra libri e riviste. Balzac e Brunetière, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quinta Serie, Volume CXXIII – della Raccolta, CCVII, Fascicolo 827, 1° giugno 1906, pp. 543-544.
  È uscito presso l’editore Calmann Lévy il volume di Ferdinando Brunetière su Onorato di Balzac, di cui avevamo già letto interessanti capitoli sulla Revue des Deux Mondes[18] e sul Journal des Débats[19]. Il Brunetière non fa, come si potrebbe credere, una nuova biografia del grande maestro, ma si propone di metterne in rilievo le quattro o cinque caratteristiche principali e vi riesce molto bene, facendo uso della sua molteplice erudizione e del suo acuto spirito critico.
  Come si potè dire di Molière che fu la stessa commedia, così si può dire di Balzac che fu il romanzo stesso: egli lo ringiovanì, gli infuse nuovi spiriti vitali. Dapprima non era che un racconto di personali vicende. Quello che era stato in tutto il secolo XIX il perno intorno a cui si aggiravano tutte le storie: l’amore, divenne nel romanzo quell’elemento relativo che è nella esistenza e vi dominano invece alla rinfusa tutte le altre passioni: ambizione e cupidigia dell’oro, bassezze della politica, vanità del gran mondo, impeti dell’orgoglio e poi le miserie e le gioie di tutte le classi, nei campi e nelle città.
  Balzac ci occupò di tutte le questioni: egli volle conoscere l’universo, e la sua coltura ci richiama involontariamente alla mente la profonda ignoranza dei romantici. Balzac si intitolò dottore in scienze umane e nessuno ebbe più di lui diritto a tale titolo.
  L’opera di Balzac è opera completa ed organica; non riflette soltanto la vita, ma è una vita: non è uno specchio, ma un microcosmo fremente e pulsante. E il fondamento di questa organicità si deve cercare appunto nella filosofia della solidarietà che ne forma lo spirito animatore: questa filosofia fa sì che l’opera del Balzac, aristocratico e realista, ammiratore fervente del De Maistre e più del Bonald, è opera profondamente democratica. Egli, nemico acerrimo del suffragio universale, fu un grande amico del popolo.
  È noto che, tra l’altro, si rimproverò all’autore dei Contes drôlatiques, della Physiologie du mariage, di Un ménage de garçon l’immoralità, accusa che l’addolorò moltissimo.
  Il Brunetière si esprime a questo riguardo in un senso che ci pare contraddica ad alcune affermazioni sue abbastanza esplicite, contenute in saggi su l’arte e la morale. Ecco la sua conclusione: «I romanzi di Balzac non sono, a dire il vero, né morali né immorali, ma sono quello che sono e che dovevano essere, in quanto formano la rappresentazione della vita del suo tempo. Essi sono immorali come la storia e come la vita, cioè essi sono morali come quelle, giacchè certo, a un dato momento della loro evoluzione, esse non possono essere diversamente da quello che sono. Certo è lecito pensare che le lezioni che dànno – se pure è loro compito di dar lezioni, ciò che parmi abbastanza dubbio – non erano le migliori e neppure vere lezioni, cioè tali da doversi seguire. Ed io non vedo che di ciò si possa far rimprovero alcuno a chi, come il Balzac, si è limitato a registrarle; per lo meno, ancora una volta, non è la sua moralità che si incrimina in questo caso, ma la concezione che egli si è fatta della sua arte e ciò che si contesta è il valore, la legittimità di questa concezione. Ma noi abbiamo cercato di mostrare che ciò non sarebbe possibile se non nel nome di ideali estetici oramai per sempre tramontati».
  Il bel libro del Brunetière termina con mirabili pagine su Balzac pensatore, che farebbero da sole il pregio di un volume.
  Per Brunetière, tra il romanticismo e il positivismo o al disopra di essi, Sainte-Beuve e Balzac, nemici riconciliati nel naturalismo, rappresentano forse il meglio dell’eredità intellettuale che ci ha legato il secolo XIX.
  È una maniera nuova di concepire l’uomo e la vita, liberata a priori da ogni metafisica, o piuttosto è un metodo, un metodo complesso e sottile come gli stessi fenomeni che si propone di studiare, un metodo concreto, positivo, laborioso, paziente – il metodo in due parole, di cui Port-Royal da una parte, la Comédie humaine dall’altra sono due monumenti destinati a restare tanto a lungo quanto la lingua francese e forse più – è un metodo infine di cui si può credere che le applicazioni, di giorno in giorno più estese ed esatte, numerose e penetranti, ci faranno entrare di giorno in giorno più avanti, come lo sperava Balzac, nella coscienza dell’uomo e delle leggi della società.


  Nino de Sancti, Meraviglie Femminili. La Moda e la Letteratura, «La donna», Torino-Roma, Anno II, N. 31, 5 Aprile 1906, pp. 44-45.

 

  Balzac ha goduto molto spesso simili felicità e nessun romanziere ha posseduto più di lui il dono di vestire i suoi personaggi in modo da dar loro un’intensità di vita e una fisonomia che ci meravigliano. Egli è ugualmente insuperabile nello scegliere la toeletta delle sue eroine preferite, e che di più riuscito, per esempio, di questo ritratto della contessa di Mortsauf: «Elle fait quelques pas legers pour aérer sa blanche toilette, pour livrer au zéphire ses ruches de tulle neigeuses, ses manches flottantes, ses rubans frais, sa pèlerine et les boucles fluides de sa coiffure à la Sévigné». E questo è tutto ed è adorabile, la figura vi rimane impressa nella memoria, per sempre.

  Con la sua meravigliosa perspicacia l’autore della Commedia umana aveva indovinato e mirabilmente spiegato l’influenza che in certe epoche la letteratura esercita sui costumi e le tendenze di spirito dei contemporanei.

  Verso il 1825, il lirismo lamartiniano trasformò in angioli un buon numero di giovani mondane, e per qualche tempo la moda non ebbe che eroine bianche e madonne immacolate. Balzac ha incarnate nella duchessa di Manfrigneuse (sic) queste sirene patrizie divenute ad un tratto per snobismo letterario creature eteree: «Ella sembrava appena sfiorare la terra ed agitava le sue grandi maniche, come se esse fossero ali. Il suo sguardo prendeva la fuga verso il cielo a proposito di una parola, di un’idea ... La madonna la più casta di tutte era una Messalina paragonata alla duchessa di Manfrigneuse. Le donne si domandavano come la giovane stordita fosse divenuta la serafica beltà velata, che sembrava avere un’anima bianca come la neve caduta sulla cima delle Alpi; come essa aveva così prontamente risoluto il problema di mostrare una gola più bianca della sua anima nascondendola sotto i veli; come essa poteva essere così immateriale volgendo lo sguardo in una maniera così assassina. Aveva l’aria di promettere mille voluttà con quel colpo d’occhio quasi lascivo quando, con un sospiro ascetico pieno di speranze per una vita migliore, la sua bocca sembrava dire che non ne realizzerebbe alcuna ...». [...].

  Insomma, abbiamo potuto constatare le stesse perversioni di gusto, le stesse follie del tempo della duchessa di Manfrigneuse, solo ci è mancato un Balzac per dimostrarcene l’ipocrisia ridicola.


  Margherita G. Sarfatti, Profili d’artisti. Fernand Khnopff, «Il Rinascimento. Rivista bimensile di Lettere e d’Arte», Milano, Anno II, Numero XI, 20 Aprile 1906, pp. 57-66.
  p. 62. Più d’una volta, per esempio in Un ange e nell’impressionante tela Des caresses, egli vede le feline sinuosità del corpo muliebre addirittura trasformate nelle sinuosità elastiche, nelle curve possenti e terribili di arcuati corpi di pantera e di tigre.
  In Des caresses, specialmente – che si direbbe una parafrasi della Passione nel deserto, di Onorato Balzac, strana storia del geloso e prepotente amore d’una pantera per un giovane soldato provenzale – rinnovando i prodigi del mito antico, lo Khopff ha saputo fare dell’inaudito mostro bimembre un essere logico, una creazione armoniosa e in ogni sua parte organicamente vitale.

  Adolfo Sassi, L’opera di Marcella Tinayre, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quinta Serie, Volume CXXV – della Raccolta, CCIX, Fascicolo 836, , 16 ottobre 1906, pp. 589-601.
  p. 598. In esso [La Maison du pêché] troviamo situazioni nuove, descrizioni di campagna e d’ambiente che impressionano per la verità e per l’arte rappresentativa, figure di artisti, disegnate con la maestria di Anatole France e di Alfonse (sic) Daudet, figure di preti quali solo il Balzac e il Fabre avrebbero potuto tentare di riprodurre […].


  G. M. Scalinger, Teatri napoletani. Dal Politeama ai Fiorentini. “Gli affari sono affari” di Ottavio Mirbeau, «La Maschera. Cronaca illustrata del teatro», Napoli, Anno II, Num. I, 1° Gennaio 1906, pp. 13-15. 

  p. 13. Pure, sempre dalla commedia emerge un tipo che offre a un attore eminente occasione propizia a uno studio importante: un tipo non nuovo, poi che le sue origini rimontano alle generali plasmature di Balzac, che introdusse nell’arte la questione del danaro, non più come era apparsa nella sordida cupidigia d’Arpagone, ma considerata come una forza del mondo moderno, modificatrice sociale e morale della vita a cui partecipiamo.


  Ubaldo Scotti, Il Romanzo, in La Letteratura francese nel secolo XIX (1800-1850). Vol. I, Firenze, Tipografia Domenicana, 1906, pp. 206-229.
  pp. 222-229. L’uomo che ai voli della fantasia sostituì l’analisi e la fredda osservazione fu Honoré de Balzac. (1) Egli inaugurò nel romanzo il metodo scientifico, e così si esprimeva nella prefazione alla sua Comédie humaine, una delle più grandi opere che l’ingegno umano abbia potuto concepire: «Se si leggono le aride e tediose compilazioni a cui si usa dare il nome di storia, ci si accorge che gli scrittori di ogni tempo e d’ogni paese si son dimenticati di darci una esatta notizia dei costumi. Io mi propongo, per quanto le mie forze bastano, di colmare questa lacuna. Io voglio redigere l’inventario delle virtù, delle passioni, dei vizî della società umana e, agglomerando un certo numero di tipi diversi ed omogenei, scrivere, con paziente perseveranza, sulla Francia del secolo XIX, un’opera che né Roma, né Atene, né Tirso, né Menfi, né la Persia, né l’India, sfortunatamente ci tramandarono».
  È curiosa la storia di questo bizzarro e potente ingegno. Fanciullo, nel collegio di Vendôme in cui passò sette anni, si mostrò infingardo e quasi inebetito; alla lettura assidua dei libri più svariati si deve il risveglio della sua mente, e dopo essere stato qualche tempo in un collegio a Tours (1814) frequentò la scuola di notariato. A venti anni si accorge di avere errato la via e si dedica alacremente alle lettere e dal 1820 al 1829 non pubblica meno di venti volumi, sempre sotto uno pseudonimo. La letteratura non gli dà i mezzi per vivere e nel 1825 compra una tipografia, che due anni dopo è costretto a vendere, rimanendo con dei debiti fortissimi. Ritorna al lavoro e nel 1829 dà alla luce Les Chouans, il primo romanzo a cui appone il suo nome vero, poi la Physiologie du mariage (1829-1830), la Maison du Chat qui pelote, le Bal de Sceaux, la Vendetta (1830).
  Con La Peau de chagrin (1831) incomincia la sua celebrità e in vent’anni dà alla luce la Comédie humaine tutta intiera, e la sua storia si riduce alle date dei suoi romanzi. È una vita febbrile, insonne, penosissima: solo la sua forte costituzione fisica gli permette di durare in un lavoro così intenso. Scrive a sua madre: «Tu me demandes de te donner des details (sic) ; mais, ma pauvre mère, tu ne sais donc pas encore comme (sic) je vis? Songe donc que j’ai trois cents pages de manuscrits à faire, à penser, à écrire pour la Bataille, que j’ai cent pages à ajouter aux Conversations, et qu’à dix pages par jour, cela fait trois mois, et, à vingt, quarante-cinq jours, et qu’il est physiquement impossible d’en écrire plus de vingt, et que je ne demande que quarante jours et que, pendant ces quarante jours, j’aurai les épreuves de Gosselin … Je ne dors plus que cinq heures ; de minuit à midi, je travaille à mes compositions, et, de midi à quatre heures et demie je corrige mes épreuves … Du travail, toujours du travail ! Je ne sais si jamais cerveau, plume et main auront fait un pareil tour de force à l’aide d’une bouteille d’encre … J’ai à peine le temps de suffire au plus pressé ; il va falloir travailler dix-huit heures par jour».[20]
  La fecondità del suo genio non sarebbe bastata a compiere un’opera così poderosa, ed occorreva anche una costituzione d’atleta. Un sangue caldo e generoso scorre nelle vene di questa figura robusta e il suo umore è gaio ed allegro, ed in mezzo a tutte le traversie della vita si sente superiore, si sente chiamato ad un avvenire luminoso. Chi non ricorda la famosa frase da lui scritta sotto un piccolo busto in gesso di Napoleone I? «Ce qu’il n’a pas pu accomplir par l’épée, je l’accomplirai par la plume». Sulla bocca di un uomo mediocre queste parole sembrerebbero temerarie ed arroganti : sul labbro di Balzac esprimono la bonaria fiducia nell’ingegno e nell’opera propria.
  L’immaginazione di questo uomo straordinario non ha riscontro con nessuna altra degli scrittori del suo tempo, ed i suoi eroi non son modellati sopra nessun tipo umano, ma son creati dalla sua fantasia. La visione in lui deforma la realtà; non è lui che imita la vita, ma la vita che segue i tipi da lui creati; eppure gli manca il senso di una giusta misura, a cui supplisce la sua potenza simbolica. Se osserviamo i personaggi della Comédie humaine dobbiamo persuaderci che non rappresentan già un individuo, ma una passione. Lo studio psicologico sparisce per dar posto ad una concezione individuale ultrapotente, e il lettore trasporta nella vita reale, i nomi dei personaggi che l’artista gli ha presentati, perché nel Balzac, come nello Shakespeare, certe figure simbolizzano una virtù od un vizio.
  «Egli non s’immischiò affatto nelle lotte del momento, scrive il Karpeles, ma intanto si veniva maturando in lui un concetto molto più vasto, quello di studiar l’uomo in se stesso e in tutti i rapporti della vita sociale, e frutto di questi studî fu una lunga serie di romanzi, che egli intitolò appunto La Comédie humaine. Era la prima volta che un piano simile veniva concepito, ma bisogna pur convenire che esso fu condotto a compimento in modo veramente meraviglioso. Non a torto il Balzac fu detto il Molière del romanzo: anche per lui la riproduzione dei costumi e dei caratteri sta in prima linea, e con logica inesorabile egli analizza questi caratteri sotto tutti gli aspetti e nei moventi delle loro azioni. Per tal modo egli ci dà tutta la vita dei contemporanei, con tutti i loro vizî e le loro virtù, i loro pregi e i loro difetti (2)». E l’epoca sua balza viva dai suoi romanzi e la fantasia e l’acume psicologico del romanziere ci rendono le sensazioni e i caratteri schietti e genuini come se vivessero davanti a noi. «Il a été, scrive spassionatamente il Brunetière, non seulement le «peintre», mais «l’historien» des mœurs de son temps ; – dont il a non seulement saisi la physionomie, – mais fixé la succession ou le mouvement même. – Et tandis que Walter Scott a besoin, pour nous donner la sensation de la diversité de temps, – d’en être lui-même séparé par des assez longs intervalles – Balzac nous a rendu les traits distintifs (sic) des trois ou quatre générations d’hommes que l’on peut fréquenter dans le cours d’une seule vie» (3).
  Il Balzac è il vero iniziatore del realismo, perché, oltre alla sua filosofia scientifica, ebbe l’inclinazione di rappresentare tutto ciò che nella vita e nell’uomo v’è di deforme, di ributtante, di degenere, e perché del romanzo si servì per fare un’opera documentaria e vera. Anche il suo misticismo, derivante in linea diretta dall’Helvétius e dall’Holbach [!], ha in se (sic) qualche cosa di materiale. I tipi che figurano nella Comédie humaine son reali per la minuziosa ricerca della loro individualità fisica, e rimangono come documenti scientifici, perché la storia del carattere e dei costumi assume nelle sue mani la forma di una parte della storia naturale: non curandosi di fare della vera e propria letteratura o dell’arte, si studia di descrivere l’animale uomo come egli l’ha osservato. (Cf. Étude de femme, la Femme de Trénte ans (sic), Autre Étude de Femme, l’Usurier Gobseck [sic]). Egli è l’uomo moderno, nel vero senso della parola, ma ateo, pessimista, indifferente. Pratico del mondo, ha studiato in modo positivo e freddo l’ordinamento sociale ed ha finito col persuadersi che non i sogni e il romanticismo regolano la società, ma l’amore, la fame ed il denaro. Quest’ultimo ha in tutti i suoi romanzi una parte interessantissima e forma come il centro attorno a cui girano, in una ridda vertiginosa, tutti i suoi eroi. L’astrazione e l’ideale spariscono: la realtà viva e vera regna nell’universo ed ecco perché l’amore occupa nel mondo delle sue creazioni un posto secondario. Il Pellissier a buon diritto conclude: «Là encore, nous retrouvons le réaliste. D’abord la question d’argent, considérée ainsi comme «le grand ressort de la société moderne», doit nécessairement l’amener à introduire dans le roman une multitude de personnages, une foule de professions et de métiers qui relèvent de la vie pratique ; ensuite, les rivalités et les conflits qu’elle fait naître mettent au jour les éléments inferieurs (sic) de la nature humaine qui sont le domaine du réalisme». (4)
  La Comédie humaine era, nel pensiero di Balzac, una commedia di costumi e non già di caratteri, perché pretendeva di rappresentare la società contemporanea tutta intiera piuttosto che in alcuni tipi specifici. Pittore della società moderna, il Balzac la vede come un sistema di forze ora equilibrate, ora in guerra, e il suo genio abbraccia tutto il consorzio umano nelle molteplici relazioni dei fenomeni che n’esprimono la vita; ecco la ragione per cui ci troviamo spesso a fronte di personaggi simbolici. «Toute une génération d’hommes qui avait appris à lire dans les romans de Balzac, y a comme appris à vivre ; et pour user de l’expression d’un illustre naturaliste (Louis Agassiz), ses personnages sont devenus des «type prophetiques (sic)», depuis ses Gaudissart, jusqu’à ses Rastignac et ses Rubempré. Nous les coudoyons encore dans la vie quotidienne ; ils sont modelés sur les héros de Balzac ; et c’est ainsi que, bien plus qu’il ne le croyait lui-même «il a fait concurence (sic) à l’état civil» ; ce qui est sans doute le suprême éloge que l’on puisse donner à un artiste créateur» (5).
  Questa specie di epopea in romanzi, la Comédie humaine, è divisa in serie coi titoli. Scènes de la vie publique (sic!), Scènes de la vie privée, Scènes de la vie parisienne, Scènes de la vie de province, de la vie militaire, de la vie politique, de la vie de campagne ecc. ed abbraccia così ogni condizione, ogni specie, ogni luogo, e dalle finezze ricercate del mondo aristocratico passa alle più basse e immorali volgarità plebee e par quasi si compiaccia di descrivere minutamente le laidezze ed i vizî più infami della società abbrutita e degenerata.
  Il Bourgeault così giudica il Balzac e l’opera sua: «Tout cet échafaudage philosophique a plus de prétension (sic) que de réalité. Ce que l’on peut reconnaître, c’est que Balzac est un peintre habile et vigoureux de la société ; mais on ne peut admettre que le roman puisse tout dire et tout peindre ; la nature et la réalité ont leur côté odieux et dépravé, qu’un auteur doit bien se garder d’étaler aux yeux, s’il se respecte et s’il respecte le public. Or, si Balzac sait peindre avec vérité et finesse la nature physique et morale, s’il sait analyser les passions et les sentiments du cœur avec un rare talent d’observation, il ne recule devant aucun tableau : il est réaliste dans toute la force de l’expression, il se plaît dans la peinture du sensualisme le plus grossier, sans même s’arrêter devant les répugnances de la pudeur. De plus, il force, il esagère (sic) pour arriver à l’effet, il manque de proportion et de goût ; l’intérêt qu’il inspire ressemble assez à un cauchemar. La lecture de ses ouvrages a pour résultat inevitable (sic) de relâcher le sens moral, de pervertir à la fois l’imagination et le cœur. A peine si l’on peut nommer quelques-uns de ses romans qui n’offrent pas ce grave danger : Eugénie Grandet peut être cité comme exception ; c’est un délicieux tableau d’intérieur peint avec un talent vrai et original. Balzac a encore un défaut capital, c’est de se perdre dans des descriptions infinies, de ne pas savoir contenir son exubérante imagination ; il ne vous fait grâce d’aucun détail ; il faut qu’il épuise tout, au risque d’épuiser la patience du lecteur» (6).
  Molti sono i difetti di forma che s’incontrano nei romanzi di Balzac ed in generale il suo stile è artificioso, incerto, e talvolta persino scorretto. Tuttavia queste mende spariscono di fronte ad altri pregi di gran lunga superiori, quali la profonda conoscenza del cuore umano ed il colpo d’occhio sicuro nel tratteggiare le condizioni sociali. Ciò che a lui mancava è stato sicuramente notato da un critico tedesco, vale a dire «la calma che viene dalla cultura». Ma in compenso egli possedeva l’intuizione del genio che scopre e che crea. (7) Il Balzac non appartiene alla famiglia dei genî misurati ed armoniosi, che tracciano l’opera loro con una serenità di dominatori; egli è febbrile, irascibile, incontentabile, incapace di misurarsi e di sapersi contenere. È il padre, il gran padre del romanzo moderno realista; ma egli non si ferma, né s’intristisce in una formula gretta e rachitica, perché il suo romanzo è l’immagine completa di tutta la vita sociale. Egli non dipinge soltanto gli uomini del suo secolo, ma crea i tipi di tutta l’umanità avvenire: offre al mondo dei documenti storici e dei documenti umani. La sua opera rivaleggia per immensità e per varietà con l’opera della natura, e fra tutti i dipintori della vita umana, egli è il più fecondo ed il più potente. (8)
  Note. [La numerazione è nostra].
  (1) Honoré de Balzac nacque a Tours il 20 maggio 1799, morì a Parigi il 20 aprile (sic!) 1850.
  (2) G. Karpeles, Storia Universale della Letteratura, I. 705-706. [Cfr. 1903].
  (3) F. Brunetière, Manuel, 447.
  (4) Pellissier, in Petit de Julleville, VII, 469.
  (5) Brunetière, Op. cit., 452.
  (6) Bougeault, Précis ecc., 420-421.
  (7) Karpeles, Op. cit.
  (8) Tutta l’opera del Balzac si riduce essenzialmente ai suoi romanzi, di cui egli stesso volle dare la divisione, oramai diventata classica: Scènes de la vie privée ; – Scènes de la vie de province ; – Scènes de la vie parisienne ; – Scènes de la vie militaire ; – Scènes de la vie de campagne ; – Scènes de la vie politique ; – Études philosophiques ; – Études analytiques: la riunione di queste opere forma La Comédie humaine. Il suo Théâtre comprende : Vautrin (1840), les Ressources de Quinola (1842), Paméla Giraud (1843), la Marâtre (1848), le Faiseur ou Mercadet (1838-1840). Ha inoltre Le (sic) Contes drolatiques (1832-1833-1837), le Œuvres diverses e la Correspondance.

  Carlo Segrè, Baretti ed Esther Thrale, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quinta Serie, Volume CXXVI – della Raccolta, CCX, Fascicolo 840, 16 dicembre 1906, pp. 566-592.
  p. 582. La dominava quell’egoismo non feroce, non malvagio, non loiolesco, astuto nella ricerca dei mezzi d’appagarsi, che anima le persone desiderose, o per natura o per disdegno, di divertirsi e di brillare: egoismo, che il Balzac ha analizzato in modo stupendo nel personaggio di Mme de Nucingen nel Père Goriot.

  Scipio Sighele, Letteratura tragica, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1906.

Capitolo Primo. L’opera di Gabriele D’Annunzio davanti alla psichiatria.
III. Le opere di poesia. 2°. La “Figlia di Jorio”, pp. 61-77.
  p. 72. Nella terra d’Abruzzi o altrove, in un secolo o in un altro, la psicologia eccezionale di queste peccatrici che si convertono e si redimono fino alle altezze del sacrificio eroico, è fondamentalmente identica. Scriveva Balzac che “l’humanité de la courtisane comporte des magnificences qui en remontrent (sic) aux anges”, e tutti coloro – artisti o scienziati – che studiano l’anima di quelle donne che la sventura trascina nel fango, riconobbero che la frase di Balzac racchiude una gran verità. È l’amore o la maternità – questi due poli della vita femminile – che salvano le prostitute. Nel caso di Mila, su l’amore.

Capitolo Terzo. I delinquenti nei romanzi di Emilio Zola.
I. Letteratura tragica, pp. 147-153.
  pp. 152-153. Dal ciclo della Commedia umana, ove Onorato Balzac era stato un precursore inconscio dell’antropologia criminale, erano usciti i tipi insuperati e forse insuperabili di Mercadet e di Vautrin. (1) Ma dopo questi colpi d’ala del genio, l’arte latina pareva discesa nella volgarità e nel convenzionalismo poliziesco dei delinquenti di Gaboriau e di Sardou, e solo risorse alla luce e alla verità sotto la corrente del naturalismo e della filosofia positiva. […]
(1) Vedi in proposito il bello studio di V. Morello: “Il mondo criminale di Balzac” nel suo volume L’energia letteraria.

II. I “Rougon Macquart”, pp. 154-162.
  p. 154. Diranno gli artisti – e con ragione forse – che Balzac è più grande di lui e resterà più a lungo nell’avvenire. Ma Emilio Zola, il discepolo, supera il suo maestro per la cosciente visione della funzione sociale della letteratura.

Capitolo Quarto. La suggestione letteraria.
II. La suggestione suicida, pp. 206-219.
  p. 212. Dell’autore di Werther, la suggestione suicida si sparse nel mondo, e pullularono gli imitatori. L’Jacopo Ortis del Foscolo, lo Chatterton di Alfredo de Vigny, l’Hernani di Victor Hugo, l’Antony di Dumas padre, il Manfredo di Byron, l’Adolphe di Benjamin Constant, la Femme de trente ans del Balzac, sono apologie più o meno dirette del suicidio; […].

  Aurelio Stoppoloni, Gian Giacomo Rousseau, Roma, Rivista “I diritti della scuola”, 1906 («Biblioteca Pedagogica», Serie I, 6).
  p. 190. […] Rousseau è il padre del romanticismo morboso, e «la malattia esasperata dell’io, di cui egli soffriva, si riprodusse con forme diverse in tutti i «cattivi maestri» del secolo XIX: essa inspira la malinconia di Chateaubriand, l’ambizione volgare degli eroi di Balzac, la misantropia di Stendhal, la passione ribelle di Giorgio Sand, la disperazione del Flaubert, le fantasticherie del Baudelaire, la bassezza morale del Verlaine, il pessimismo di Zola».

  Vincenzo Tazzari, Le dubbiezze del Processo Murri. Arringa pro Naldi, Libreria Internazionale Fratelli Treves di Luigi Beltrami, 1906.

Udienza pom. del 26 giugno.
  pp. 59-60. A quale categoria di criminali lo [Pio Naldi] si potrebbe ascrivere? Io lo domando a te, o Vincenzo Morello, che ora mi ascolti con tanta attenzione: io lo domando a te che sei un conoscitore profondo della psicologia criminale, e che hai scritto un saggio sul mondo criminale del Balzac.
  Il Vautrin del Balzac, ad esempio, il Vautrin, che tu indichi come il tipo del delinquente massimo, se pure non ha rimorsi dopo il delitto, non è a dirsi che egli non presenti delle gravi alterazioni.
  Il Vautrin sente il bisogno di darsi ai piaceri più sfrenati e di abbandonarsi interamente all’orgia. Ora anche il ridere, anche il bere, anche il mangiare ed il cantare possono rappresentare una reazione allo stato d’animo creato dal delitto. Anche con questi mezzi un perverso come Vautrin può ottenere di non restare solo con se stesso ed in preda alle sue paure.
  Ma il Naldi fa nulla che assomigli a ciò anche solo lontanamente![21]

  Laudedeo Testi, Note d’arte, «Archivio storico italiano», Firenze, Presso G. P. Vieusseux, Quinta Serie, Tomo XXXVII, Anno 1906, pp. 348-380.
  p. 364. Parallelamente al romanzo pornografico moderno, […] è sorta una splendida fiorita romanzesca cui solo ideale è l’arte, e nessuna età può vantare tanti bei romanzi, quanti dal Balzac al Verga, ne diede il secolo appena compiuto.

  Rosmunda Tomei, Théophile Gautier, «La Rivista abruzzese di scienze, lettere», Anno XXI, Fasc. III, Marzo 1906, pp. 130-146.
  p. 133. Fu tra questo fervor animoso che Gérard de Nerval (Labrunie) […] e Petrus (sic) Borel […] presentarono il neofita, non ancora accolto tra il gruppo romantico, a V. Hugo […].
  Tra il pennello e la penna il dado era gettato; da le tele bianche, segreto sotterfugio dell’amor proprio, gli pioverà qualche lagrima tarda e, come il Frenheoffer (sic) del Chef-d’oeuvre inconnu del Balzac, l’innocente illusione: che gran pittore sarei stato! […].
  p. 136. Intanto il Gautier cooperava, invitatovi dal Balzac per parte del Sandeau, nella Chronique de Paris, dove apparvero, con altri articoli di critica, alcune delle sue novelle […].


  Achille Torelli, L’Arte e la Morale. Conferenze, Portici, Premiato Stabilimento Vesuviano e della Torre, 1906 («Opere – Volume IV»).

 

XIII., pp. 295-327.

 

  p. 310. Invece nessuno più superbo del Critico! È vero, il Poeta è altero, ma almeno ha ragione di esserlo!

  — Ha la prerogativa di attrarre i fulmini addosso a sè e quelli dei critici specialmente.

  — Va così alto col capo! dice Balzac.

  Ma nessuno è più impudente del Critico, perché, mentre non penetra il Mistero e confessa, d'ignorare, deride poi il Poeta dichiarando inesistenti le cose che questo vede nel Mistero. Saranno inesistenti, ma il Critico come può affermarlo, se dichiara di tenersi al di qua del Mistero?

 

XVIII., pp. 429-470.

 

  p. 448. E son vostre parole: Non si può consentire al cieco di parlare di colori e al Critico di giudicar d’Arte, se Critica e Genialità non sono una medesima cosa. Giudicare come si deve un’opera d’Arte significa riprodurla nella propria genialità ... Comprendre c’est égaler (Balzac) ... Leggere Dante è dovere; rileggerlo è necessità; sentirlo è grandezza. (Tommaseo).

 

XIX., pp. 471-512.

 

  pp. 502-509. Cfr. 1905: Il Poeta e il Socialismo.



  Paolo Valera, Il romanzo del mio tempo, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno X, Numero 3358, 5 Aprile 1906, p. 4.

  Di questo romanzo di Paolo Valera (1850-1926) pubblicato in Appendice al giornale socialista Avanti! non ci risulta sia stata pubblicata una edizione in volume.

  Nelle belle giornate [Arcangelo Introzzi] ha sempre invitato anche i compagni artisti, letterati, giornalisti, critici. Fu a casa sua abolita la musica. C’è il piano ma per esecrarlo come lo esecravano Balzac e Victor Hugo.


  Numero 3362, 9 Aprile 1906, p. 4.

  I lettori godono a vivere nella loro atmosfera, nel loro ambiente storico. L’epopea quarantottesca rimasta fra le declamazioni, tra i tafferugli, fra i fattarelli patrii diventerebbe una grande pagina se trovasse il suo Victor Hugo, il suo Balzac.


  Numero 3367, 14 Aprile 1906, p. 4.

  Cornelia occupava il posto della padrona di casa, tra Angelo e il dottore Leo di Chantilly, un giovane che dissipava un po’ della sua fortuna con una di lei amica, e ambiva il titolo di romanziere balzacchiano. Per lui su Balzac incominciava e finiva il mondo. La Commedia Umana era un museo d’idee, era un popolo inferiore perché amavano la vita fantastica popolata di eroi usciti dalla fabbrica degli idealisti. Balzac aveva detto bene: il romanziere deve essere considerato un istitutore d’uomini e gli uomini, nella loro differenza, erano tutti eguali. […].

  — Non siete così corazzata contro i pregiudizii, come mi avevate lasciato credere, madame Cornelie, diceva amabilmente il balzacchiano.

  — Non ho pregiudizii, ma voi che siete verista, signor balzacchiano, dovete credere alla esperienza.


  Numero 3369, 16 Aprile 1906, p. 4.

  – Jean, porta questo caffè. Il signor Leo è balzacchiano e il suo maestro era un appassionato del moka, non è vero?

  — Coloro che lo conobbero dicono che ne bevesse dalle quindici alle venti tazze tra il giorno e la notte. Il caffè era il suo combustibile, il suo vapore, il suo gas. Una tazza gli metteva in moto tutte le cellule cerebrali.

  — Il nome di Balzac mi è venuto sulla lingua direi quasi senza volerlo. Ma ci voleva, perché anche Balzac ha avuto la bosse dei grandi affari, delle grandi speculazioni. Mercadet è un po’ della sua autobiografia. Finito il lavoro di penna che lo teneva a tavolino sovente per delle settimane, rientrava nella gozzoviglia, passando da un’orgia di champagne a un’orgia sensuale.

  — Alla memoria dell’autore della Commedia Umana!

  I commensali si alzarono con i calici in mano!

  — A Balzac!

  Cornelia vuotando il bicchiere con gli occhi alzati lasciò vedere le ciglia umide di una lagrima.

  — Piangete? Le domandò conturbato Arcangelo.

  — Vi pare, signore. Jean, fa girare il cognac. E’ stato un momento di commozione. Con Balzac mi è passato per la mente un nome femminile. Sono fatta così. Rido, rido poi ritorno pensierosa. La mia gaiezza non è mai completamente naturale. In fondo a essa è sempre un po’ di passato. Nessuno di voi sa immaginare perché in un attimo io sia passata dal tripudio alla tristezza. I naturalisti non hanno immaginazione. Per voi la macchina umana è opaca. Sedendo a tavola ho riveduta Elena Blanchard, la più bella fra le belle delle mondane parigine. Aveva un culto per Balzac. Eugenia Grandet, nella tragica aspettativa del giovane che aveva rotto la promossa per diventare feroce e ambizioso, le aveva inondata l’anima di lacrime. Povera ragazza! Anche lei è stata una vittima della Borsa e dei piaceri. […].

  Così buona, così piena di cuore, così larga con tutti che il suo era degli altri. La malignità delle brutte che frequentavano il mercato senza trovare compratori ne avevano fatto fuori un tipo altezzoso e vendicativo. Ma Balzac che pranzava con lei in tête-à-tête, avrebbe potuto dirvi della sua nobiltà d’animo. Così è stata abbandonata e dimenticata da tutti. […].


  Numero 3408, 26 Maggio 1906, p. 4.

  — Alla Balzac! diceva Cornelie con un grazioso sorriso presentando la chicchera a Mussidone.

  – Ah, Balzac! So bere il cafè con la religione balzacchiana, ma non so scrivere come il grande maestro.

  – Asino! Lo interrompeva Bottaruga con una seriola che non ammetteva discussione. Non erano che tre che sapevano scrivere in Francia nel suo tempo: Saint-Beuve (sic), Balzac e Victor Hugo. Fra loro saresti un intruso. […].

  – Che tu gli correggi a pagamento, disse Bottaruga con l’occhio al bastone di Mussidone.

  – Non avere paura; non mi offendo. Il mestiere di correttore non è di tutti. Ci vuole l’occhio abituato, Balzac era un rifacitore così incontentabile che abbandonava la ventottesima correzione al suo incaricato. Victor Hugo era corretto dalla sua amante, Manzoni da centomila mani e Carducci dai suoi scolari.


  Numero 3491, 18 Agosto 1906, p. 4.

  Se la teoria Lombrosiana, come la chiamate voialtri, è buona per gli squartatori delle mogli, per le avvelenatrici dei mariti, per i Troppmann ed Ravachol, perché non deve essere buona per i bigami e i trigami, per i ricattatori della penna, per i panamisti del Parlamento, per i Gabeseck, per tutti i tipi antisociali, come li chiamate voi? […].

  Intanto che Cornelia distribuiva il caffè alla Balzac Salveraglio s’alzava, acciuffava il doppio vortice di capelli sulla fronte di Manteggia e spiegava ai commensali ch’esso era il segno evidente della sua degenerazione e della sua simulazione: Noi credevamo che fosse fra noi un cooperatore geniale e invece della genialità non aveva che l’apparenza.

  — Alla Balzac! diceva Giuliano prendendo la chicchera che gli porgeva Cornelia.

  — Alla Balzac! gridarono tutti assieme.

  — Al nostro maestro! E Arcangelo Introzzi centellinava il caffè con gli occhi nel chiaro lunare e pensava nella risurrezione della Vita.

  — Signori, la Vita non è morta! Risorge!


  Luigi Visconti, Romanzo Religioso in Francia, in Il Romanzo Religioso in Italia e fuori. Estratto dalla “Rivista di Scienze e Lettere”, Anno VII, Napoli, Luigi Pierro, Editore, 1906, pp. 45-59.
  pp. 47-48. Sono passati più che 60 o 70 anni che On. Balzac ha scritto i romanzi di pura morale cristiana il Curè (sic) de village, l’Envers de l’histoire (sic) e il Médecin de Campagne. Il grande autore della Commedia umana che scriveva sull’efficacia della religione nella società e, come il suo abate Bonnet, sosteneva che la religione cattolica presa nella sua opera umana è la sola vera e la sola buona e bella forza civilizzatrice, creò anche de’ santi in mezzo ai numerosi farabutti e delinquenti del suo mondo, ma de’ santi tagliati e vestiti alla moderna, degli uomini ardenti di fede e di carità, proposti a tradurre il precetto religioso in un atto di virtù sociale, e in una missione di adorazione umana. L’abate Ianvier (sic), l’abate Dutheil, l’abate Bonnet ed altri sono veri e propri santi, ed esercitano la loro santità umilmente ed utilmente fra la gente, nelle vie, nelle case a conforto dei poveri e degli afflitti ed a gloria di Dio. In quei santi On. Balzac ci ha presentato il tipo di colui che si spoglia di tutte le passioni umane e di tutte le convenzioni sociali e ascende per la sola virtù di spirito alle pure sfere della perfezione morale. Tradurne e rappresentarne in un tipo vivente i tormenti dei turbamenti dei sensi e l’aurora degli empirei dello spirito, cogliere nel loro punto di risoluzione le virtù dell’anima e scoprire le pure sorgenti dei casti pensieri e delle soavi parole redentrici; seguire le lingue di fuoco che consumano le vestige della carne e purificano le figure umane, rendendole degne della più alta funzione nel mondo qual’è la funzione morale; rappresentare l’irradiazione della vita del santo fra le genti, le nuove trasformazioni nell’anima della folla e le nuove illuminazioni della coscienza al contatto col santo, cogliere il punto nel quale l’anima e la vita della folla si fondono in quella del santo e la rendono potente: ecco ciò che ha compiuto Onorato Balzac.

  C. N. e A. M. Williamson, Un romanzo in automobile [Continuazione] (trad. dall’Ingl. della Sig.na Giovanna M.sa Denti), «La Rassegna Nazionale», Firenze, presso l’Ufficio del Periodico, Anno XXVIII, Volume CLI, Ottobre 1906, pp. 487-517.

Molly Randolph a Suo Padre.
Tours, 3 Dicembre.
[…]
  pp. 490-493. Dopo il Castello di Chenonceaux quello di Tours pare troppo serio, troppo grigio. Anche a Tours si arriva attraversando un ponte […] che è molto lungo, molto bello, ma quella sera faceva tanto freddo che io non ci avrei badato se Brown non mi avesse detto che Balzac lo chiamò «uno dei più bei monumenti della Francia». […]
  Tours mi piace più di quanto immaginavo: nel giorno vi sono sempre tante cose da vedere! La sera scrivo nel nostro salottino o leggo Balzac: non l’ho mai apprezzato tanto come qui, sul suo suolo natio. (Ho pregato Brown di dare il nome di Balzac anche all’automobile perché essa pure è un genio violento e complicato). Ho veduta la casa dove nacque Balzac, ho fotografato il medaglione di Balzac, ho comprato tutte le edizioni illustrate dei suoi libri e in questi tre giorni ho cercato di vedere tutto ciò che egli nomina nei suoi libri.
  Il suo Curé de Tours mi ha tanto impressionato, e la casetta all’ombra della Cattedrale dove vivevano l’orribile mademoiselle Gamard col cattivo Curé e il buon Curé tanto ingenuo, per il quale ho tanto pianto, quella casetta con la base di una delle grandi bertesche nel giardino minuscolo, mi affascina.
  (Il francese di Balzac mi fa paura! quale ricchezza di vocabolario! in ogni pagina trovo parole che non avevo mai vedute). […].
  (Prima ti dimenticarlo, ti dirò che ho comprato il tuo prediletto Quentin Durward e seguo il consiglio di Brown di rileggerlo in questo paese, alternandolo con Balzac). […].
  Tu hai letta La duchesse de Langeais di Balzac, è vero? te l’ho data io, tradotta in inglese. Ma sai? Credo che quella duchessa non abbia mai esistito né nel Castello, né altrove: eppure, visitando il castello mi piaceva di pensare a lei. Il Castello è una vera fortezza merlata, severa ed arcigna, con il suo bravo ponte levatoio. […].
  p. 722. Questa strana città [Carcassonne] sulla collina, tutta torri, bastioni, e mura fortificate pare inverosimile in quest’epoca di ferrovie e di automobili, e nel vederla delinearsi nettamente nel cielo, pare una delle immaginarie città medioevali che Dorè disegnava nei Contes Drolatiques.



  [1] Nel corso della prima decade del XX secolo, E. W. Foulques è stato anche traduttore, dal russo, di romanzi di Tolstoi e Dostoevskij.

  [2] Non possiamo affermare con certezza che si tratti dell’illustre clinico e docente che esercitò nelle Università di Bologna e di Modena, oppure soltanto di un caso di omonimia. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, il prof. Ercole Galvagni nacque a Bologna il 5 settembre 1836 e morì a Modena il 15 aprile 1909.

  [3] Cfr. Honoré de Balzac, La Commedia umana. Scelta e cura di Mariolina Bongiovanni Bertini. Volume primo, tomo I, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1994, p. 745.

  [4] È pubblicata la traduzione italiana di alcuni passi tratti dalla Lettre sur le travail scritta da Balzac nella primavera del 1848 e custodita negli archivi del visconte Spoelberch de Lovenjoul fino alla sua prima edizione, a stampa, nella «Revue de Paris», il 1° settembre 1906, come già segnalato nella scheda precedente.
  Le note e gli interventi redazionali a commento del testo balzachiano sono da noi evidenziati in carattere corsivo.

  [5] Cfr. Docteur P. Caujole, La Médecine et les médecins dans l’œuvre de Balzac, Lyon, A. Storck, 1900, pp. 71.

  [6] Cfr. Joseph Ageorges, Les archives littéraires du XIXe siècle, «Revue latine», Février 1906.

  [7] Cfr. Georges Pellissier, Balzac et la critique, «La Revue», Vol. LXIII, 15 août 1906, pp. 514-521.

  [8] Cfr. Paul Bourget, Une des énigmes de Balzac, «Le Figaro», 20 août 1906.

  [9] Citazione tratta da Illusions perdues. Un grand homme de province à Paris.

  [10] Cfr. R. de Cesare, Capuana e Balzac … cit. pp. 111-112.

  [11] Il Falconi curerà, l’anno successivo, la traduzione del César Birotteau balzachiano per gli editori Treves di Milano inserendo questo saggio come prefazione al romanzo. Saranno pubblicate, negli anni seguenti, sempre a cura di G. Falconi, e dai Fratelli Treves, le traduzioni del Cousin Pons e della Cousine Bette.

  [12] Cfr. Raffaele de Cesare, La prima fortuna … cit., volume I, pp. 83-86; volume II, p. 614.

  [13] Cfr. Michel Lichtlé, Balzac et l’affaire Peytel. L’invention d’un plaidoyer, «L’Année balzacienne», 2002, N. 3, pp. 101-165.

  [14] Cfr. Balzac, Lettres à Madame Hanska. 1832-1844. Édition établie par Roger Pierrot, Paris, Laffont, 1990, p. 492. [La lettera in questione è datata : [7] septembre].

  [15] Lettre à Mme Hanska del 30 ottobre (cfr. Lettres à Madame Hanska… cit., p. 493).

  [16] Cfr. Louis Benoit, Physiologie de la poire. Par Louis Benoit, Jardinier, Paris, chez les Libraires de la Place de la Bourse, 1832.

  [17] Citazione tratta da La Muse du Département.

  [18] Honoré de Balzac, son influence littéraire et son œuvre, «Revue des Deux Mondes», Vol. XXXII, 15 Mars 1906, pp. 310-341.

  [19] La moralité de l’œuvre de Balzac, «Journal des Débats», 4 avril 1906.

  [20] Cfr. H. de Balzac, A Madame B.-F. Balzac [Saché, 15 juillet 1832], in Correspondance. Tome II (Juin 18832-1835), Paris, Garnier, 1962, pp. 552-55. Citazione probabilmente ripresa dallo studio di Zola su Balzac e inserito nel volume: Les Romanciers naturalistes.

  [21] Pio Naldi confessò di essere complice di Tullio Murri, condannato, secondo la sentenza del tribunale, come autore materiale dell’omicidio di Francesco Bonmartini avvenuto a Bologna tra l’agosto e il settembre del 1902.

Marco Stupazzoni

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