sabato 13 febbraio 2016


1872




Traduzioni.

  [Balzac], Un Episodio sotto il terrore. Traduzione di L. G. «L’Omnibus. Giornale politico, letterario ed artistico», Napoli, Anno 40, N. 61, 21 Maggio 1872, pp. 241-242.[1]


  Nonostante accurate ricerche, questo numero de «L’Omnibus» è rimasto, anche per noi, inaccessibile.



Studî e riferimenti critici.


  Notizie locali e fatti diversi (Cronachetta carnevalesca), «Il Cittadino», Trieste, Anno VII. N. 33, 2 Febbraio 1872, p. 2.

  Evviva adunque la danza, tanto cara alle donzelle da marito ed anche a molte donnette che hanno già il loro cosiddetto gerente responsabile come Balzac chiama cinicamente gli esseri che hanno la fortuna di possedere una troppo tenera metà.


  Il bastone, «Corriere settimanale della Gazzetta di Trento», Trento, Numero 15, 14 Aprile 1872, p. 4.

  Vi fu un grande numero di bastoni celebri: […] la mazza di Balzac, ecc.


  Gazzettino di Trieste, «L’Arte. Rassegna di teatri, scienze e lettere», Trieste, Anno III, N.° 27, 21 Settembre 1872, pp. 106-107.

  p. 106. All’Armonia, la compagnia Meynadier meglio apprezzata, è entrata perciò nelle migliori grazie dell’eletto uditorio, il quale applaudisce di cuore alle signore Samary-Esquier, alla simpatica Tholler ed alla Douglas. Fra le produzioni meglio accette di questa decade citeremo la Dame aux camelias, Tricoche et Cacolet, e Mercadet, la quale ultima è una graziosa commedia, in cui sono con tratti magistrali dipinte tutte le fasi delle speculazioni sfortunate di Borsa.


  Carlo Azzi, Firenze e il suo avvenire di Carlo Azzi, Firenze, Tipografia di G. Barbèra, 1872.

 

Il romanzo, pp. 60-72.

 

  p. 65. Chiedetelo allo scolare che alterna colla grammatica il Buona lana di Paolo di Kock; alla signora isterica che divora un capitolo di Balzac, e paventa il prossimo ritorno dell’uggioso marito. Chiedetelo alla crestaja, che vede in Rigoletta il modello dell’operaja immaginata da Eugenio Sue, e che si lascierebbe tuttavia conquistare da un moschettiere di Dumas.


  Achille Bizzoni, L’Autopsia di un amore. Studio dal vero. Volume primo, Lodi, Società Cooperativo-Tipografica, 1872.

 

XII.
  pp. 65-66.

  – Poverina! pensava Enrico, come [Elisa] mi voleva bene! Passioncelle da fanciulla! a st’ora avrà ben altro pel capo, e dopo tutto fa bene, l’abbiamo giocato troppo per ischerzo da bimbi il marito e moglie, per poterlo rappresentare in sul serio.
  Tò, sarei ballerino davvero a braccetto della mia signora al Cova, in mezzo ai galanti a cui mi toccherebbe far buon viso, per non esser ridicolo; a sbadigliare in palco alla Scala, intanto che i damerini verrebbero sfacciatamente a tentare di portarmela via sotto ai mustacchi, né più né meno che se si trattasse del resto al gioco del Goffo.
  Oh! la conosco tutta a memoria la Phisiologie (sic) du Mariage di Balzac!
  Poi, dalle astrazioni venendo alla realtà, Enrico si impensieriva. […].

XVI.

  p. 88. Oh, reggitrice, chi può spiegare i misteri d’un cuore di donna? […].
  Facciamo conto che di donne – ciò che Balzac chiama donne, escludendone tutte quelle cui la mancanza d’educazione e d’intelligenza, il vizio, la miseria fanno degli esseri a parte nella società; o che per la tenera o troppo avanzata età, al sesso così detto gentile non appartengono – ce ne siano in Italia, sui dodici o tredici milioni calcolati dalle statistiche, cinquecentomila – e son molte – il numero degli elettori privilegiati inscritti.
  Questi cinquecento mila esseri amano tutti; chè se non v’ha sabato senza sole, non v’ha donna senza amore; e il loro assume forme affatto differenti, asseconda delle circostanze, dell’età, della fortuna, del grado d’educazione, degli istinti, dei bisogni, e più ancora del carattere. […].

XXV.

  pp. 177-178. Il mondo, tanto facile a perdonare, a compatire, ad assecondare le colpe della donna, giudica più severamente il marito, allorchè questi raccoglie fuori della sua vigna. […].
  Ed il mondo non pensa che il poveretto andò in cerca di distrazioni altrove, non trovando in casa propria se non scene e rimbotti, fastidj e dolori di capo. […].
  Ed il marito d’Elisa era in codesta eccezionale condizione, e poi … e poi … Basta, non giudichiamolo. […].
  Il fatto sta ch’Elisa, per vegliare l’amico, aveva fatto miracoli non solo indicibili, ma inimmaginabili; la fantasia non può arrivare, dove arriva la ferrea volontà d’una donna, che ami per davvero.
  Ma e l’altro, l’altro, mi direte voi, l’amico del marito?
  Oh! per quello è peggio ancora, egli non ha neppure per lui un contratto nuziale: la legge … Quegli esseri credo non siano ancora classificati nella società, aspettano sempre il loro Linneo, dirò meglio, il loro Balzac.


   Achille Bizzoni, L’Autopsia di un amore … cit., Volume secondo, Lodi, Società Cooperativo-Tipografica, 1872.


  p. 8. L’amicizia è qualche cosa come la paternità, come l’amore materno, come l’amore. […].
  Le amicizie nascono nelle reggie come nei tugurj, nei nobili cuori come nei più avviliti; l’amicizia è come l’amore; come certi modesti licheni, i quali trovate dovunque: e sulle vette delle Alpi, e nelle valli profonde, al polo e nei climi tropicali. Alfieri ci diede Oreste e Pilade nati all’ombra d’un trono; Balzac, Jaques (sic) Collin, il forzato, e Rubampré (sic). […]
  p. 21. È qui che vi voglio, signori filosofi; il marito è il serpente, è il terzo nell’Eden, e come va che gli amanti tanto gelosi pei quarti, così leggermente sorpassano il capitolo marito?
  L’accettano, mi direte, come una necessità.
  Ci siamo! Anzitutto date ragione a Balzac che chiamò prostituzione legale quel benedetto sacramento, appunto perché coll’amore non ci ha che fare, vien dagli amanti tollerato con rassegnazione; poi finite per convenire che la gelosia è un sentimento, il quale sa adattarsi alla necessità.


  Gerolamo Boccardo, La mente ed il cuore del secolo XIX ed i caratteri della scienza moderna, in Prediche di un laico. Saggi di Gerolamo Boccardo, Forlì (Emilia), Febo Gherardi Editore, 1872, pp. 347-379.
  p. 357. L’uomo di solo pane non vive; e l’antica Mitologia, che scolpì nude le Grazie, non le ideò già davvero rozze e cenciose. Le celesti note di un Rossini, di un Verdi, di un Meyerbeer, lo Spartaco del Vela, la Tradita dell’Induno, i canti di Manzoni e di Longfellow, la nuova satira di Giusti, di Béranger o di Heyne, il romanzo di Balzac, di Thackeray, di Dickens, entrano perfettamente nel vasto quadro delle utilità sociali; perocchè nulla sia più atto delle cose veramente belle a migliorare l’uomo, ad educarlo, ad ingentilirlo, ed a fargli concepire una più nobile idea della propria natura e della sua alta destinazione.

Mediocrità intolleranti, pp. 477-509.

  pp. 493-494. È così che le arti del disegno si corruppero dopo Michelangelo, esagerando muscoli e scorci. […]. È così che i realisti del paesaggio smozzicano e deformano la natura; e che i realisti del romanzo, non avendo la forza di Balzac e di Thackeray, e pur volendo, come quei maestri, descrivere con verità scrupolosa la vita, ne fanno nient’altro che una povera e risibile parodia.


  P. Antonio Bresciani, L’Ebreo di Verona. Racconto storico dall’anno 1846 al 1849 del P. Antonio Bresciani D. C. D. G. Vol. I, Milano, presso Serafino Muggiani e C., 1872.



X. Le società secrete, pp. 103-117.

  pp. 114-115. Cfr. 1855; 1858; 1863; 1866.

XI. La congiura del 17 Luglio, pp. 117-124.

  p. 117. Cfr. 1855; 1858; 1863; 1866.


  Eugenio Camerini, Erasmo, in I Precursori del Goldoni. Saggi di Eugenio Camerini, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 1872, pp. 186-196.


  Cfr. 1863.


  Luigi Capuana, Raffaelle Massimiliano Giovagnoli. Il Leo di Castelnuovo, in Il Teatro italiano contemporaneo. Saggi critici di Luigi Capuana nuovamente raccolti e riveduti dall’autore. Teatro italiano contemporaneo. Teatro straniero. Letteratura, Palermo, Luigi Pedone Lauriel, Editore, 1872, pp. 74-83.



Victorien Sardou, pp. 266-275.
  Cfr. 1866.

Pier-Angelo Fiorentino, pp. 361-370.
  Cfr. 1867.

Eliodoro Lombardi, pp. 382-393.
  Cfr. 1867.


  Luigia Codemo Gerstenbrand, I Realisti, in Fronde e fiori del Veneto letterario in questo secolo. Racconti biografici per Luigia Codemo Gerstenbrand, Venezia, Tipografia di Giuseppe Cecchini e C., 1872, pp. 141-184.

  pp. 143-144. Se forza motrice è l’opinione pubblica, bisogna andar guardinghi nel portare a cielo un lavoro perch’è bello. Ciò perdette la Francia: il ritegno dei nostri grandi autori ha in vece preservata fino adesso l’Italia.
  Il male vuol essere dipinto, posto che c’è. Ma ei vuol l’antidoto, la passione, e che dal tutto emani qualcosa di sano, di forte che dia coraggio al bene, e ne additi l’unica via.
  Fra i mille personaggi della Commedia umana di Balzac v’è una povera creatura [l’autrice si riferisce forse ad Henriette de Mortsauf?] nella più miserabile condizione che possa trovarsi una donna. Ma l’ha fatta così grande, mantenendola vera quanto la verità può giungere nell’arte, in mano di quel potente anatomico della vita; le ha ricomposto sulla bella fronte il diadema divino, che la baccante nel freddo delirio avea perduto, la dipinse così sublime quando muore pur di non ricadere nel fango, con tal profondo senso del male, con tale entusiasmo del vero amore e della virtù, che non si può fare a meno di non interessarsi per lei: bisogna amarla: bisogna piangere insieme, poiché anch’essa amava … o il Vangelo non ha forse la Maddalena e l’adultera?
  pp. 153-154. Da Tommaso [Locatelli] io passo al fratello Luigi, morto in quest’anno, redattore della Strenna Veneziana, fondata dal benemerito Giannantonio Piucco (1809-1866); il quale, vero fior di cortesia, perla dei traduttori, ci ha dato in eccellenti versioni, Molière, Balzac, la Sand, altri autori inglesi e francesi […].


  Raffaele Colucci, Rassegna Drammatica. “La Princesse Georges”, pièce en trois actes, par A. Dumas fils, Paris, M. Lévy, 1872, «L’Arte. Rassegna di teatri, scienze e lettere», Trieste, Anno III, N.° 5, 10 Febbrajo 1872, p. 18.

  Eppure il Dumas figlio ha mostrato non esserne ignaro, e ci ha delle pagine nelle sue commedie, in cui l'arte è intesa nel suo vero senso; citiamo le stupende Question d’argent e l’Ami des femmes, in cui campeggiano largamente lo squisito buon senso di Molière, la fina conoscenza del cuore umano di Balzac, e il dilicato e distinto spirito, diciamolo pure, del nostro autore.


  P. A. Curti, Il Lago di Como e il Pian d’Erba. Escursioni autunnali illustrate da incisioni in legno, Milano, presso l’Editore Gaetano Brigola, 1872.

 

Escursione sesta.

 

  pp. 70-71. E prima di tutto non lasciamoci passare queste altre che ci conducono alla nostra meta; esse hanno tutto l’interesse al nostro sguardo: eleganti, graziose ne accivettano a far omaggio anzitutto alla bellezza, poi a monsignor Milione.

  La prima è rappresentata nella villa Bolognini, dalla più leggiadra e graziosa creatura, cui stia a maraviglia sulla bellissima testa la corona ducale; la madre sua, divenuta principessa, ebbe la dedica d’un magnifico romanzo di Balzac, in cui le è dato tributo altresì di spirito, e quel messere in fatto di spirito poteva ben essere giudice competente.


  Fantasio [Ferdinando Martini], Fra un sigaro e l’altro. La via di mezzo, «Fanfulla», Roma, Anno III, 28 Gennaio 1872, p. 2.


  1872. […].

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  Così tutto cambia nei nostri giudizi: quello che disgraziatamente rimane immutato è il nostro modo di ragionare.
  L’altro giorno ho letto in un articolo sulle Piaghe della Francia pubblicato in un giornale autorevolissimo queste parole sul proposito dei romanzi francesi:
  Con quella schiera di romanzieri, di libellisti che adoperarono la penna a guastare i costumi, cominciando da Balzac e venendo giù per Mürger e Sue fino a Rochefort, a Vallès e a Vermesch.
  Son rimasto di sale.
*
  Balzac tra i corrompitori di costumi? Ma che ha egli fatto per meritare quest’accusa? Ha dipinto fedelmente, sinceramente, la società del suo tempo; non l’avrebbe potuta ritrarre se la non ci fosse stata di già; non ho mai veduto i pittori creare un modello secondo l’immagine che avevano nella fantasia; li ho visti bensì copiare il modello – quand’era bell’e creato da mamma natura.
  Accusare Balzac di aver corrotto i costumi perché ha ritratta la corruzione de’ suoi contemporanei!
  Gli è come se Mellana accusasse gli stenografi delle sgrammaticature che dice, e il senatore Panattoni se la pigliasse collo specchio perché gli mette la bocca alla sinistra del naso!

*
[…]

  S’apriranno le cateratte del cielo – ma lo penso e lo dico.
  Sarebbe ora di finirla con queste pedanterie senza sugo. Sapete dove sta il male? Non nei libri di Balzac; ma in tutto quell’insegnamento che si dà a scuola a’ ragazzi, discorde da’ tempi nostri e da’ nostri costumi. […]
  Se Trimalcione è un gaudente, Orazio non ci ha colpa; se Vautrin esiste non c’è ragione di gridare l’anatema a Balzac.
  Il romanziere dipinge il mondo interno come il pittore l’esterno – e, se vuol essere artista davvero – lo ha da dipingere quale esso è; se è brutto il mondo si corregga; i moralisti lo aiutino, lo spingano sulla via del meglio. – I romanzieri non sono filantropi; piuttosto i filantropi hanno qualche volta l’aria di romanzieri.
*
  Diciamo piuttosto noi italiani che più immorale di tutte le letterature è la nostra del cinquecento, che si diverte coll’osceno, solamente perché è osceno, che vede i canonici come il Bibbiena, i monsignori come il Della Casa poetare sopra argomenti che io – sebbene abbia letto Mürger e Balzac – non ho il coraggio di nominare.
  Ma dir male di Balzac, noi, che stiamo tanto bene a romanzi! … Oh! mi par sentir dir male dei tartufi a uno che non abbia pranzato da tre giorni.


  Salvatore Farina, Alcune idee sul romanzo. IV. Dickens, «Rivista Minima», diretta da A. Ghislanzoni, Milano, Anno II, N. 13, 7 Luglio 1872, pp. 207-210.


  p. 208. Balzac, che lesse nel cuore dei suoi simili come in un libro aperto, che corse e misurò palmo a palmo tutte le fasi e tutti gli aspetti della vita, ha un sorriso troppo amaro sulle labbra, e un cinismo troppo saldo nel cuore; la sua scienza è minuziosa e fedele come quella dell’anatomico, ma del pari spietata e sconfortante; vi mostra la verità tutta nuda, ma vi fa portare il lutto delle ultime illusioni; non vi fa del bene se non a patto di farvi del male.
  Taccio di altri minori.
  Dickens adopera altrimenti. Il suo maestoso ingegno s’inchina alla maestà del suo cuore; gli artifizii della forma e i bagliori delle immagini sono strumenti al servizio del vero; – e il vero mostra la sua faccia più bella. Ha la fantasia di Victor Hugo, l’occhio d’aquila di Balzac e sa muovere le pedine del suo scacchiere non meno abilmente di Walter Scott, ma la sua fantasia è più serena, il suo sguardo più benigno, la sua arte più naturale.


  [Armand Fouquier], Gli Assassini di San Ciro, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 1872.


  p. 1. Chi potrebbe dipingere al vero i campagnoli? Chi descrivere i loro veri costumi, chi parlare il loro vero linguaggio?
  Il più grande scrittore della società moderna, lo tentò. Balzac, dopo aver sottilmente, profondamente, pazientemente studiati i costumi delle classi le più diverse, in Parigi e nelle città di provincia, volle dipingere i campagnuoli. Non riuscì.
  In uno studio che doveva essere il prologo di una vasta serie di quadri rustici, ha messo in scena un possidente rurale alle prese con in contadini della sua comune. Egli ci ha mostrato il clan dei Tonsard ammutinato contro il nemico comune, il padrone. Come lo scarafaggio, ciascuno di quei Tonsard rode alla sordina il suo pezzetto di proprietà, saccheggia, racimola, sgraffigna, ruba, distrugge a piacer suo, tira a sé da tutti i lati, giuoca di scherma con la legge, scivola sotto il Codice e ci salta sopra a piè pari, si fa beffe dell’usciere, se la intende con la guardia campestre, fa le fiche al gendarme; e alla fine accade che, perduta la pazienza, il padrone diserta e vende il suo podere divenuto infruttifero. È sempre un contadino che ne compra i più grossi avanzi.
  Non sono questi quali ce li ha descritti il gran romanziere i veri campagnuoli; questi sono gli zingari della campagna. Balzac aveva veduti (sic) troppo da vicino lo zingaro delle città; lo aveva veduto troppo bene, lo aveva incontrato sotto la lacera e variopinta spoglia del cenciajuolo, come sotto l’abito nero dell’elegante buontempone. Egli ha finito col persuadersi che lo zingaro era dappertutto, e che spiegava quasi tutti i misteri sociali: e si è convinto che il contadino era dappertutto e sempre quel Tonsard avido di guadagno, pieno di cupidigia, che non conosce altro che sé, che non rispetta altro che la forza, e che odia con tutto il cuore chiunque possiede.
  E questo in parte è vero: le popolazioni rurali della campagna portano sempre l’impronta di un antico servaggio, sì, il carattere rurale della Francia agricola si risente tuttodì e si risentirà a lungo della oppressione di varii secoli.


  Malvina Frank, Mogli e mariti di Malvina Frank. Volume Unico, Venezia-Trieste-Milano, Stabilimento di Colombo Coen Editore, 1872.

  pp. 257-258. Ma perché il ridicolo? Perché la infedeltà della donna suppone un uomo incapace di farsene amare, e tanto malaccorto da lasciarsene ingannare: suppone ch’ei non siasi curato di guadagnarne l’amore prima o almeno dopo del matrimonio, e creda che il più libero degli affetti corra obbediente a’ suoi comandi. Ei sente ciò che un autore francese, scrivendo nell’interesse dei mariti, ma tratto da un sentimento invincibile di giustizia, espresse in questo concetto: “Arlecchino, che vuole avvezzare il suo cavallo a vivere senza mangiare, non è maggiormente ridicolo di quei mariti, che esigono amore e felicità dalle mogli, senza dedicare a tale scopo ogni loro più attenta cura”. (4)
  p. 543. (4) Balzac, Phisiol. (sic) d. mariage.


  Carlo Gallini, La Donna e la Legge. Studi sulla condizione sociale e giuridica della donna, «La Legge. Monitore giudiziario e amministrativo del Regno d’Italia. Parte Terza. Giurisprudenza teorica civile, commerciale, penale, costituzionale e amministrativa», Roma, Stabilimento Civelli, Anno XII, N. 15-16, 1872, pp. 181-188. Pubblicato, lo stesso anno, anche in volume sempre dall’editore Civelli di Roma.

  p. 181.

  […]
  Instruire ou non le femmes, telle
  est la question.
              Balzac, Phis. (sic) du mariage, med. XI.
  […]

  pp. 184-185. L’amore! questa nuova e seconda vita della giovinezza, questa forza misteriosa, che accelera e rallenta ad arbitrio i battiti del cuore, che esalta fino all’eroismo un animo di coniglio, che cento volte in un giorno suscita pianto, gioia estasi ne’ suoi tormentati, che è insomma la scintilla accenditrice di tutta l’attività giovanile, l’amore è pell’uomo riflessione e conquista, per la donna sentimento e soggezione, come furono pel fanciullo la scuola e la palestra, per la fanciulla la bambola e l’ago.
  E su queste basi viene a fondarsi la società coniugale, onde non a torto con caustico aforisma potè dire lo scettico Balzac “il matrimonio è una scienza!” […]
  pp. 187-188, nota (10). Potremmo moltiplicare d’assai le citazioni di scrittori illustri che videro nella ignoranza della donna una barriera alla civiltà, uno strumento di dispotismo. «Arrière la civilization (sic)! (esclama sdegnosamente Balzac, arrière la pensée! … voilà votre cri! Vous devez avoir horreur de l’instruction chez les femmes, par cette raison, si bien sentie en Espagne, qu’il est plus facile de gouverner un peuple d’idiots, qu’un peuple des savans (sic). Une nation abroutie est heureuse: si elle n’a pas le sentiment de la liberté, elle n’en a ni les inquietudes (sic), ni les orages: elle vit comme vivent les polypiers; comme eux, elle peut se scinder en deux ou trois fragmens (sic); chaque fragment est toujours une nation complète et végétant (sic), propre à étre (sic) gouvernée par le premier aveugle armé du bâton pastoral. Qui produit cette merveille humaine? L’ignorance: c’est par elle seule que se maintient le dispotisme (sic): il lui faut de ténébres (sic)et le silence». (Phisiologie (sic) du mariage). [Citazione tratta dalla Méditation XI. De l’instruction en ménage].


  Gaspare Gorresio [trad.], L’Uttaracanda traduit par M. Gaspare Gorresio (Paris, Imprimerie nationale, 1871), «Rivista partenopea», Napoli, Tipografia dei Fratelli Testa, Anno II, 1872, pp. 31-37.

  pp. 32-33. Toutefois la période de paix qui a suivi les guerres impériales (1815-1848) lui [à la France] avait rendu tout son prestige intellectuel. Les savants, les poètes, les historiens, les philosophes, les publicistes, les orateurs, les romanciers, les critiques, popularisaient son nom dans les deux mondes. Il suffit de citer Cuvier, les deux Geoffroy Saint Hilaire, les Arago, les Béranger, les Lamartine, les Victor Hugo, les Musset, les Barbier, les Augustin Thierry, les Guizot, les Thiers, les Mignet, les Cousin, les Jouffroy, les Lamennais, les Châteaubriand, les Armand Carrel, les Foy, les Manuel, les Berryer, les George Sand, les Balzac, les Dumas, les Villemain, les Ampère, les Saint Beuve, etc., pour donner une idée d’une époque qui ne ressemble guère, il faut l’avouer, à une ère de décadence.


  Angelo de Gubernatis, Ricordi biografici. Pagine estratte dalla storia contemporanea letteraria italiana in servigio della gioventù da Angelo de Gubernatis, «La Rivista Europea», Firenze, Tipografia Editrice dell’Associazione, Anno IV, Volume I, Fascicolo I, 1872, pp. 75-101.

 

XIII. Giovanni Arrivabene, pp. 75-88.


  p. 76. Altro non si legge in certi circoli ultra-aristocratici; la dama elegante s’è fermata al Journal des demoiselles; e al Côde du Cérémoniel; il cavaliere è andato un poco più in là; ma trovò Dumas figlio troppo grave e drammatico; Paul de Kock di una scurrilità troppo fuggitiva; Balzac quasi noioso; al di là di Balzac sorgono le colonne d’Ercole pel giovine lettore patrizio di buon gusto.


  Angelo de Gubernatis, Giovanni Arrivabene, in Ricordi biografici. Pagine estratte dalla “Storia contemporanea letteraria italiana” in servigio della gioventù, Firenze, Tipografia Editrice dell’Associazione, 1872, pp. 240-253.[2]

 

  p. 241. Cfr. scheda precedente.


  Giuseppe Guerzoni, L’Homme-Femme, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Firenze, Direzione della Nuova Antologia, Volume Ventesimo primo, Fascicolo Nono, Settembre 1872, pp. 5-23.


  [Anche su L’Homme-Femme, par Al. Dumas fils, Paris, 1872].

  p. 12. Questo censimento mascolino è un po’ più oscuro del femminino; ma dal destino che l’Autore decreta a quelli che sanno, cioè a’ pochi, ed a quelli che non sanno, cioè i molti, si capisce subito che si va a cascare nella vecchia classificazione di predestinati (i molti) e di non predestinati (i pochi) di Onorato Balzac.
  Ciò posto, fra questi due eserciti così divisi ne’ loro rispettivi corpi d’armata v’è lotta: lotta formidabile, eterna, quotidiana, incessante: tanto più terribile, quanto più i combattenti cominciano dall’adorarsi o dal crederlo o almeno dal dirselo, per finire poi … come vedrete in seguito, se già non lo immaginate. E questa il sig. Dumas la chiama la lutte du masculin et du féminin!


  E. [Henry] de Kock, Storia dei cornuti celebri di tutti i tempi e di tutti i paesi di E. de Kock. Prima versione italiana di C. P. Edizione riccamente illustrata, Milano, Fratelli Simonetti, Editori, 1872.


XVI.
Roberto Durnley, pp. 295-326.

  pp. 296-299. Balzac, in un ammirabile studio sopra Caterina de Medici, ha consacrato alcune pagine agli amori di Francesco II e di Maria Stuarda; amori da fanciulli di sedici anni com’erano, e perciò appunto più ardenti … e più pericolosi anche pel re.
  Per quanto giovani siano, le donne sopportano senza soffrirne certe fatiche che uccidono gli uomini troppo giovani.
  Noi non potremmo resistere alla tentazione di iniziarvi – se non le conoscete, – ad alcuna di queste scene di tenerezza mista a politica, – giacchè Maria Stuarda, regina di Francia, voleva rimanere regina di Francia; motivo per cui ella lottava con tutte le sue poche forze contro la dominazione della regina madre, Caterina de Medici, - con tanto spirito ed acume narrate dall’illustre romanziere.

  [Il testo che segue è una lunga citazione, tradotta per l’occasione in lingua italiana, tratta da Sur Catherine de Médicis, presente, nell’edizione critica del romanzo curata da Nicole Cazauran (Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, 1980, t. XI), alle pp. 266-271].

  «In quel momento, la signora Dayelle (1), cameriera favorita della regina Maria Stuarda, attraversò la sala e penetrò nella camera reale, dopo di aver bussato all’uscio, rispettosa precauzione inventata da Caterina de Medici e che fu adottata alla corte di Francia.
  – Che tempo fa, mia cara Dayelle? disse la regina Maria mostrando il suo bianco e fresco viso fuori del letto ed aprendo le cortine.
  – Ah! Signora!
  – Che cos’hai, mia Dayelle? si direbbe che hai degli arcieri alle calcagna!
  – Ah! signora, dorme ancora il re?
  – Sì.
  – Noi stiamo per lasciare il castello (2), ed il signor cardinale mi ha pregato di annunziarvelo, affinchè vi disponiate il re.
  – Lo sai il perché, mia buona Dayelle?
  – I Riformati vogliono rapirvi.
  - Ah! questa nuova religione non mi lascierà riposo! Rapita … non ci sarebbe gran male, ma per motivi di religione e per opera di eretici è un orrore!
  La regina saltò fuori del letto per accomodarsi in un seggiolone coperto di velluto rosso, davanti al camino, dopo che Dayelle le ebbe data una veste da camera di velluto nero, ch’ella strinse leggermente alla cintura con un cordone di seta. Dayelle accese il fuoco perché le mattine del mese di maggio sono fraschette sulle rive della Loira.
  – I miei zii hanno dunque apprese queste notizie durante la notte? domandò la regina a Dayelle, colla quale ella trattava famigliarmente.
  – Da questa mattina. I signori di Guisa passeggiavano sul terrazzo per non essere uditi da nessuno, e vi hanno ricevuto alcuni inviati spediti in tutta fretta da diversi punti del regno dove si agitano i Riformati. La regina madre vi era del pari cogli Italiani, sperando di essere consultata; ma ella non ha fatto parte del piccolo consiglio.
  – Dev’essere irritatissima!
  – Tanto più che c’era un resto di collera d’ieri, rispose Dayelle. Si dice vedendo apparire Vostra Maestà nella sua veste d’oro e col suo bel velo, ella non abbia fatto bel viso.
  – Lasciaci, buona Dayelle, il re si sveglia. Che nessuno, chiunque sia, ci disturbi. Si tratta di affari di Stato, e di miei zii non ci incomoderanno.
  – Ebbene! mia cara Maria, hai già lasciato il letto? È giorno chiaro? disse il re svegliandosi.
  – Mio caro maritino, mentre noi dormiamo, i tristi vegliano e tentano di costringerci ad abbandonare questo bel soggiorno.
  – Che vai tu parlando di cattivi, mia cara? Non abbiamo goduto ieri sera la più bella festa del mondo, se ne togli le parole latine colle quali questi signori hanno voluto lardellare il nostro francese?
  – Ah! disse Maria, questo linguaggio è di buon gusto, e Rabelais lo ha già messo in luce.
  – Tu sei una sapiente, mi rincresce assai di non poter celebrarti in versi; se non fossi re, io ripiglierei a mio fratello mastro Amyot, che lo ha fatto sì dotto …
  – Non invidiate nulla a vostro fratello che scrive le poesie e me le mostra chiedendomi di mostrargli le mie. Siate tranquillo, voi siete il migliore dei quattro e sarete un re altrettanto buono quanto siete gentile amante. Fors’è per questo appunto che vostra madre non vi vuol troppo bene! Ma, credimi, cuor mio, io t’amerò per tutti.
  – Non è mio merito se amo una regina tanto perfetta, disse il giovane re. Non so che cosa mi abbia trattenuto ieri d’abbracciarti al cospetto di tutta la corte quando ballavi! Ho veduto chiaramente che, al tuo confronto, bella Maria, tutte le donne sembrano fantesche! …
  - Sebbene non parliate che in prosa, parlate come un angelo, carino; perché è l’amore che vi suggerisce le espressioni. E voi lo sapete pure: quand’anche non foste che un paggetto, vi amerei quanto vi amo … sebbene non vi sia nulla di più dolce del poter dire. il mio amante è re.
  – Oh! che belle braccia! E perché dobbiamo vestirci? Mi piace tanto a giocare co’ tuoi morbidi capelli, a confonderne le bionde anella1 Oh! mia cara, non voglio più che tu permetta alla tua donna di baciare questo collo sì bianco … non lo voglio più! È già troppo che lo abbiano tocco le nebbie della Scozia.
  – Non venite a visitare il mio caro paese? Gli Scozzesi vi ameranno, e là non ci saranno rivolte come qui.
  – Chi si ribella nel nostro regno? disse Francesco di Valois chiudendosi nella veste da camera e facendo sedere Maria Stuarda sulle sue ginocchia.
  – Oh! quest’è una cosa importante senza dubbio, ella rispose sottraendo la guancia al re, ma vi dovete regnare, mio dolce signore.
  – Che parli tu di regnare? Stamane io voglio …
  - Si ha bisogno di dire voglio quando si può tutto? Questo non è un linguaggio né da amante, né da re. Ma non si tratta di ciò! C’è un altro affare importante.
  – Oh! soggiunse il re, è un pezzo che non parliamo d’affari. È cosa divertente almeno?
  – No, rispose Maria, si tratta di cambiar di casa.
  - Scommetto, mia cara, che avete veduto uno de’ vostri zii, i quali ritengono opportunissimo che a diciassett’anni io viva da re fannullone. In verità non so perché dopo il primo consiglio ho continuato ad assistere agli altri. Potrebbero fare le cose loro altrettanto bene se mettessero una corona sul mio seggiolone: io non vedo che coi loro occhi e decido alla cieca.
  - Oh! signore, esclamò la regina scostandosi dal re con aria dispettosa, era stabilito che voi non mi darete più alcun dispiacere a questo proposito e che i miei zii si varrebbero del potere reale per la felicità del vostro popolo. È graziosino il tuo popolo. Se tu volessi reggerlo da solo t’ingoierebbe come una fragola. Ci vogliono per lui uomini di guerra colle manopole di ferro; mentre tu, tu sei un caro angioletto che io amo così, e che non amerei diversamente, mi capite, signore? ella disse baciando in fronte quel fanciullo che pareva volesse ribellarsi contro quel discorso, e che tosto fu adottato dalla tenera carezza.
  – Oh! se non fossero vostri zii! esclamò Francesco II. Il cardinale mi spiace al massimo grado, e quando assume quell’aria da sornione e quell’umile atteggiamento per dirmi, inchinandosi: «Sire, si tratta qui dell’onore della corona e della fede de’ vostri padri … Vostra Maestà non potrebbe soffrire …» E con questo e con quest’altro … sono certo ch’egli non lavora che per la sua maledetta casa di Lorena.
  – Come lo hai bene imitato! disse la regina. Ma perché non impiegate questi Lorenesi ad istruirvi di ciò che avviene, allo scopo di regnare da solo, tra qualche tempo, quando sarete maggiore?
  Io sono vostra moglie ed il vostro onore è il mio. Noi regneremo, sta sicuro, mio caro. Ma non saranno tutte rose per noi fino al momento in cui faremo la volontà nostra! Per un re non v’ha nulla di così difficile come il regnare! …
  Sono forse una regina io? Credete che vostra madre non mi renda in male tutto il bene che i miei zii fanno per lo splendore del vostro trono? Qual differenza! I miei zii sono grandi principi, nipoti di Carlomagno, pieni di riguardi, e che saprebbero morire per voi; mentre questa figlia di mercante o di medico, regina di Francia per caso, è intrattabile come una borghesuccia che non è padrona in casa sua …
  Malcontenta di non poter mettere tutto sossopra qui, costei mi mostra ad ogni momento la sua faccia pallida e seria, poi colla sua bocca ironica mi dice: «Figlia mia, voi siete la regina, ed io più non sono che la seconda dama del regno … (ella si rode di rabbia, capisci, carino?) Ma se io fossi al vostro posto, non porterei il velluto rosso mentre la corte è in lutto: non comparirei in pubblico co’ miei capelli lisci e senza pietre, perché ciò che non è convenevole per una dama lo è ancor meno per una regina. E però io non ballerei, ma mi contenterei di veder ballare gli altri! …» Ecco quello che mi dice.
  – Oh! buon Dio! rispose il re, mi pare di udirla. Dio! se ella sapesse …
  Oh! voi tremate ancora dinanzi a lei. Ti annoia, dillo? la scacceremo. Affè mia! finchè t’inganna, meno male; ma quando ti secca, t’annoia …
- In nome del cielo, Maria, taci! disse Francesco inquieto e soddisfatto ad un tempo, non vorrei che tu perdessi la sua amicizia.
  – Non abbiate paura che voglia mai inimicarsi con me, che porterò le tre più belle corone del mondo, mio bel re, disse Maria Stuarda. Ancorchè mi odii per mille ragioni; mi accarezza allo scopo di staccarmi da’ miei zii.
  – Odiarti!
  – Sì, angelo mio, e se non avessi mille di queste prove che le donne si scambiano fra loro, e la cui malizia è soltanto da loro rilevata, io mi contenterei della sua costante opposizione al nostro diletto amore. È mia la colpa se tuo padre non ha mai potuto soffrire la signorina Medici? Insomma mi ama sì poco, che ci volle la vostra collera perché noi non avessimo ciascuno il nostro appartamento separato qui a San Germano. Ella pretendeva che fosse l’uso dei re e delle regine di Francia! … Era quello di vostro padre, e ciò si spiega …
  Quanto al vostro avo Francesco I, egli aveva stabilito quest’uso per comodo de’ suoi amori. E però cacciate fuori gli occhi! Se ce ne partiamo di qui, che il gran Mastro (1) non ci separi!
– Se ce ne partiamo di qui, Maria? Ma io non voglio lasciare questo bel castello da cui vediamola Loira e il Blésois, una città a’ nostri piedi, il più bel cielo del mondo al disopra delle nostre teste e questi deliziosi giardini. Se parto, sarà per andare con te in Italia, a vedervi i dipinti di Raffaello a San Pietro.
  – E gli aranci? Oh! mio bel re, se tu sapessi quanto brama la tua Maria di passeggiare sotto gli aranci fioriti o coperti di frutti! Ohimè! Forse non ne vedrò mai. Oh! Ascoltare una canzone italiana sotto quegli alberi profumati sulla spiaggia di un azzurro mare e tenerci così stretti! ….
  – Partiamo! disse il re». […]

p. 296 (1). La stessa che più tardi fu altra delle amanti di Enrico IV. [N.d.A.]
p. 296 (2). Il castello di Blois dov’era allora la corte. [N.d.A.]
p. 299 (1). Il cardinale di Guisa. [N.d.A.]


Raulo d’Ocquetonville, pp. 534-560.

  pp. 539-540. Ora parimenti in questo stesso mese [marzo dell’anno 1407], il duca d’Orléans prese al suo servizio un gentiluomo piccardo, chiamato Raulo d’Ocquetonville, che aveva per moglie una donna per nome Marietta d’Enghien, la quale, mentre il marito diventava primo scudiere del duca, dal canto suo era creata dama d’onore della duchessa. […]
  Quello che è certo si è che Luigi d’Orléans sentì brama grandissima di Marietta d’Enghien … […].
  Balzac ha narrato la storia che noi stiamo per ripetervi, ne’ suoi lepidi racconti, sotto il titolo della Falsa cortigiana [si tratta del quinto racconto della seconda decina dei Contes drolatiques: La Faulse Courtizanne, pubblicato ora alle pp. 208-219 dell’edizione critica dei Contes drolatiques curata da Roland Chollet e Nicole Mozet e presente nelle Oeuvres diverses I (Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, 1990)]; soltanto non l’ha narrata con esattezza.
  «La condotta di questo signore, ei dice, parlando del duca d’Orléans, amante della regina Isabella, la quale amava fortemente, è ricca di molte piacevoli avventure, chè egli era assai fatuo, di un carattere da Alcibiade, e vero francese di buona schiatta. Fu lui che pel primo concepì l’idea di avere donne di sostituzione, di modo che quando andavesene da Parigi a Bordeux trovava sempre, allo scendere dalla cavalcatura, un buon pasto ed un letto guarnito di belle fodere di camicia.
  Avventurato principe! che morì a cavallo com’era sempre, e ne’ suoi panni!» [cfr. Balzac, La Faulse Courtizanne … cit., p. 208].
  Sì, ne’ suoi panni … e sulla via.


  Paolo Lioy, LVIII. [La sessualità nel regno vegetale. – La diocità. – I fiori], in Sulla legge di produzione dei sessi. Saggio di Paolo Lioy, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1872, pp. 229-232.


  pp. 231-232. Piuttosto di percorrere il campo fantastico di sterili ipotesi, meglio è confessare la nostra ignoranza, meglio è dire che è ancora ignota la parte riservata all’ovulo e allo sperma nella determinazione del sesso, e parer solo probabile che essa non avvenga in modo identico non solo nelle grandi branche di animali, non solo negli unipari e nei multipari, ma neppure nelle specie appartenenti a una stessa classe, come tra gli Insetti ne sono prova le Api, le Vespe, le Psiche.
  Che si può dire di più? Nulla […]. Sia che come Amleto noi teniamo fra le nostre mani un cranio, sia che come Baldassare di Balzac la nostra mente insegua nei campi dell’ideale l’assoluto, sia che il nostro occhio affissi una stella o si abbassi sovra un umile insetto, dinanzi a quelle questioni, dopo avere ordinatamente esposto le nostre ipotesi, discusse le nostre teorie, commentati i nostri sistemi, ci sentiamo egualmente piccoli e ignoranti, e dobbiamo sconfortati ripetere: mistero, mistero!


  Tommaso Locatelli, L’Appendice della Gazzetta di Venezia. Prose scelte di Tommaso Locatelli. Volume VIII, Venezia, Tipografia del Commercio, 1872.

 

Il Devastato (*), pp. 129-132.
(*) Gazzetta del 17 febbraio 1842, Miscellanea.[3]

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  F.[ilippo] Lussana, Effetti fisiologici. Funzioni cerebrali, in Il Caffè. Volume Unico, Padova, Tip. alla Minerva dei Fratelli Salmin Librai-Editori, 1872 («Piccola Biblioteca Igienica», Volume IV), pp. 52-58.


  p. 54. Trovo molto assennata e veridica la descrizione che ci viene fornita da Valerani [Il Caffè, «L’Opinione. Giornale quotidiano, politico, economico, scientifico e letterario», Firenze, Anno XXIII, N. 98, 1870] intorno all’azione nervina del Caffè. […]
  p. 56. [Valerani:] «Anche l’insonnia però, che è uno degli effetti più costanti del Caffè, cessa o scema d’assai dopo un lungo uso di questa bevanda: anzi non mancano individui, nei quali l’abitudine di pigliare il Caffè alla sera è così radicata, che, non prendendolo, avrebbero una notte inquieta. Epperò chi vuol seguitare a sentir l’azione del Caffè, deve tratto tratto sospenderne l’uso, e surrogarlo con altra bevanda, ad esempio col The. Rossini, che da eroe degno di Brillat-Savarin, come lo chiama Balzac, fu uno degli uomini che meglio studiarono le leggi del gusto e fu assai ghiotto del buon Caffè, soleva dire che per lui l’azione potente di questa bevanda non si faceva sentire più in là di quindici o venti giorni; fortunatamente, soggiungeva egli, è il tempo sufficiente per iscrivere un’opera».
  Cotesti effetti valsero al Caffè perfino il titolo enfatico di bevanda dell’intelligenza. Sul quale proposito giova ripetere l’arguta osservazione di Balzac: «– Beaucoup de gens accordent au Café le pouvoir de donner de l’esprit ; mais tout le monde a pu vérifier que les ennuyeux ennuient bien davantage après en avoir pris».


  Pietro de Nardi, Giuseppe Mazzini. La vita, gli scritti, le dottrine per Pietro de Nardi, Milano, Tipografia Editrice Dante Alighieri, 1872.


Capitolo secondo. Primi conati letterarî, pp. 23-36.


  pp. 24-25, nota 2. La musica fu in Italia scuola di libertà, e quasi cospiratrice; in essa era rifugiato quanto di vita libera e d’ira compressa e di speranza vivace s’annidava nei cuori italiani; onde Enrico Heine ammirava in Rossini il più grande rivoluzionario del mondo. […] Qual voce inspirata sciolse più sublime e patetico il canto della redenzione come Rossini la inneggiava nel Mosè? […] E vi fu chi ardì asserire che Rossini fu raramente o mai inspirato dalla patria e dalla religione, le due muse supreme d’ogni civiltà. Ci ricorda d’aver letto in Balzac che, ascoltando egli la più bella melodia del Mosè: Dal tuo stellato soglio, gli parve d’assistere alla liberazione dell’Italia, tanto insinua speranza nei cuori assopiti, tanto rialza gli animi più abbattuti.


  Giulio Noriac, Il granello di sabbia, in La Buaggine umana di Giulio Noriac. Primo episodio “Eusebio Martin”. Secondo episodio “Il granello di sabbia”, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 1872, pp. 280-282; 282-284.


XXXIV. Maddalena Duval a Giorgio di Falgoart.


  pp. 280-282. «Su quei libri singolari, ho appreso tutto, so tutto; non ho avuto nulla da indovinare, tutto vi sta scritto. Capisco perché mi si vuole e perché la donna si dà. Imparando tutte queste cose son rimasta ben umiliata della semplicità del mio cuore. Ho pianto, perché ho veduto che vi amava, ma che non aveva saputo amarvi. Vi sono in quei libri due donne, alle quali rassomiglio per l’amore che vi porto; una si chiama Eugenia Grandet, una signorina, l’altra Ester, una cortigiana. Di giorno ho l’amore della prima, di notte ho il delirio dell’altra


Maddalena Duval a Giorgio di Falgoart.

  pp. 282-283. «Vi ho scritto ieri, vi scrivo ancora. Jeri era una pazzerella, oggi sono una donna. Non mi era ingannata, quello che ho letto e imparato è proprio la verità. […]
  «– Signor Clamens, gli dissi, voi che fate dei libri, voi dovete conoscere tutti quelli che ne fanno?
  Ho questa disgrazia, infatti, mia bella, risposemi. Perché?
  Conoscete il signor di Balzac?
  Il signor Clamens divenne serio e mi disse con tristezza:
  Mia povera fanciulla – non diceva più mia bella – il signor di Balzac è morto.
  Che uomo era desso? gli chiesi.
  Non era un uomo, Maddalena, era il più gran genio dei tempi moderni […]».


  Giuseppe Poerio, La France littéraire ou les prosateurs et les poètes français depuis Pascal et Malherbe jusqu’à nos jours, Turin-Naples, J.-B. Paravia-Augustin Pellerano, 1872, p. 366.[4]


  Honoré de Balzac, né à Tours, est l’un des romanciers les plus féconds et les plus renommés de notre siècle. Ses débuts dans la littérature ne furent pas heureux. Après s’être endetté dans une entreprise industrielle, il se remit au travail et publia dans l’espace d’une vingtaine d’années un grand nombre de romans et de contes, dont la réunion devait, selon lui, présenter un tableau complet de la société française. Il donna le nom de Comédie humaine à cette sorte d’épopée en prose, et la divisa en séries sous les titres de Scènes de la vie privée, de la vie parisienne, et de la vie de province. Mais l’échafaudage philosophique de Balzac a plus de prétention que de réalité. Ses meilleurs romans sont: la Peau de chagrin, le Père Goriot, le Médecin de campagne, le Lys dans la vallée, l’Histoire des Treize, Eugénie Grandet, le Mèdecin de campagne (sic), Ursule Mirouet, etc.

  Balzac est un peintre fidèle des mœurs de notre temps: il analyse les passions et les sentiments du cœur avec un rare talent d’observation; mais il ne recule devant aucun tableau, et se plaît dans les peintures les plus sensuelles, sans même s’arrêter devant les répugnances de la pudeur. La lecture de ses ouvrages ne peut que relâcher le sens moral et pervertir à la fois le cœur et l’imagination. Le roman d’Eugénie Grandet doit être cité comme exception: c’est un délicieux tableau d’intérieur peint avec un talent vrai et original. Balzac a aussi le défaut de se perdre dans des descriptions infinies. Il n’en est pas moins un romancier d’un talent remarquable et qui mériterait de faire école. M. Champfleury est son principal disciple.



  D. C. Romussi, Biografie. Alessandro Dumas figlio, «Emporio pittoresco. Illustrazione mensile. Giornale settimanale», Milano, Anno IX, N. 404, Dal 26 maggio al 1 giugno 1872, pp. 241-242.

  p. 242. La legge, per la società nata dal rivolgimento sociale del 1789, crea da sé le situazioni drammatiche. […] Dopo la Costituente ed il Codice Napoleonico, l’azione di questa legge si rivelò con effetti più diretti e visibili tanto all’osservatore, che gli scrittori si gettarono in cerca di fortuna per le nuove ed intentate vie che si schiudevano loro davanti. Il primo fu Balzac ad approfittarne nei suoi romanzi: e quando dal romanzo la legge si trasportò nel dramma, Dumas figlio si scierò risolutamente sotto quella bandiera.


  Ludovico de Rosa, Appendice. I Racconti del dottore per Ludovico de Rosa. Racconto quarto. Il conte Stanislao, «Il Cittadino», Trieste, Anno VII. N. 6, 6 Gennaio 1872, p. 1.

  Non mi rammento precisamente il loro casato; era un nome in skv che non saprei più mettere insieme, uno di quei nomi ai quali si applica mirabilmente il motto ma­ligno di Balzac:

  “Èternuez (sic) et ajoutez sky, et vous aurez un nom polonais ... ”.


  Enrico Rosmini, Obbligazioni dell’impresa verso il pubblico. Sezione II. – Diritti ed obblighi che risultano dai biglietti e dagli affissi, in La legislazione e la giurisprudenza dei teatri. Trattato dei diritti e delle obbligazioni degli impresari, artisti, autori, delle direzioni, del pubblico, degli agenti teatrali, ecc. ecc. contenente le leggi, i regolamenti e decreti, nonché le note ministeriali, i pareri del Consiglio di Stato, le decisioni dei tribunali e delle corti, anche straniere, in materia teatrale e sopra i diritti degli autori d’opere drammatiche, musicali e coreografiche, con trattati internazionali, elenco dei teatri d’Italia, formole di contratti, ecc. ecc. dell’Avvocato Enrico Rosmini preceduto da Introduzione storica di Paolo Ferrari. Volume Secondo, Milano, Stabilimento Tipografico-Librario dell’Editore F. Manini, 1872, pp. 280-294. Milano, Ulrico Hoepli Editore-Librajo della Real Casa, 1893, pp. 299-300.

  p. 282. Il prezzo dei biglietti non può essere aumentato se non nel caso che l’impresa vi sia espressamente autorizzata, ed osservate le prescritte formalità. Se essa arbitrariamente li aumentasse, gli spettatori che pagarono hanno il diritto di ripetere tutto ciò che eccede il prezzo legale. L’autorità sorveglia (n. 109).
  Fu persino giudicato, che il direttore era responsabile di questa differenza, di qualunque specie fossero i biglietti che veniano distribuiti a’ suoi camerini, e quand’anche fosse riconosciuto che ivi erano venduti dall’autore, o che questi li facea vendere per proprio conto.
  Alla prima rappresentazione delle Ressources de Quinola all’Odéon, l’autore sig. Balzac che, col suo contratto, erasi riservata per questa sola sera la disponibilità di 803 franchi in biglietti, trovò conveniente di vendere egli stesso e far vendere una gran parte dei suoi biglietti ai camerini del teatro. Alcuni biglietti d’orchestra (il cui prezzo ordinario è di 2 e 3 franchi), acquistati già prima, erano stati così venduti fino a 15 franchi il biglietto. Uno dei compratori, il sig. French, credette dover suo di richiamare la pubblica attenzione sulla illegalità di un tale commercio. Egli provocò il direttore dell’Odéon, sig. Lireux, alla restituzione dei 12 franchi di soverchio ricevuti. Il Tribunale di pace dell’undecimo circondario fece ragione alla sua domanda colla sentenza 3 maggio 1842(1).

  (1) V. Gaz. des Trib. e Le Droit, 27 aprile e 4 maggio, ove è riferita della sentenza in questi termini:
  «Ritenuto che la concessione del privilegio per l’esercizio del teatro dell’Odéon stabilisce una tariffa pel prezzo dei posti alla direzione di esso teatro, e che, a termini del privilegio, i prezzi non ponno essere alterati che per certe determinate rappresentazioni, in seguito all’autorizzazione superiore;
  Ritenuto che queste condizioni alla concessione del privilegio furono stabilite per l’Odéon, come per gli altri teatri, come misura d’ordine e di garanzia presa al pubblico vantaggio, e preso ai camerini d’un teatro, e sotto la responsabilità della direzione, non può essere rilasciato che al prezzo ordinario della tariffa, o ad un prezzo annunciato pubblicamente, in forza di speciale autorizzazione dell’amministrazione;
  Ritenuto che la tariffa del teatro dell’Odéon ha fissato il prezzo ordinario delle sedie in orchestra a 2 franchi, e che tal prezzo è portato a 3 franchi allorchè la piazza viene fermata anticipatamente; che è riconosciuto dal direttore di questo teatro che per la rappresentazione di Quinola non era stato autorizzato alcun aumento di prezzo; che, in effetto, i pubblici avvisi non avevano annunziato cangiamento veruno dei posti per questa prima rappresentazione;
  Ritenuto che risultò dai dibattimenti, come fatto costante, che avendo il sig. French incaricato il suo domestico di fermare una sedia d’orchestra per la prima rappresentazione del Quinola, il detto domestico si recò direttamente al camerino d’affitto del teatro; che in questo stesso camerino gli fu rilasciata la cedola d’una sedia d’orchestra contro lo sborso della somma di fr. 15, che gli fu chiesta per prezzo di detta sedia;
  Ritenuto, inoltre, che la direzione del teatro dell’Odéon (quantunque sia stabilito, come risulta dalla produzione della cedola, che questa non era munita del suggello della direzione), ritirando ne’ suoi camerini una somma di 15 fr. per una sedia d’orchestra, tanto se questo incasso sia stato fatto dai suoi impiegati, come se essa tollerò l’anzidetto incasso fatto da altre persone, ha ricevuto dal sig. French una somma di franchi 12, che, a termini dei regolamenti, ella non aveva diritto di percepire;
  Ritenuto che a sensi dell’art. 1235 Cod. Civ., ciò che si paga senza che sia dovuto è soggetto a ripetizione: – Per tali motivi ecc.


  Amedeo Roux, Cronaca letteraria di Francia. “Babolain” par M. G. Droz, 1 vol. in -18., «La Rivista Europea», Firenze, Tipografia Editrice dell’Associazione, Anno IV, Fascicolo I, Ottobre 1872, pp. 420-426.


  p. 420. Omnia tempus habet! e questa dolorosa esclamazione viene a proposito allorchè si tratta di parlare del romanzo sì fiorente un tempo e che sembra accennare ad un prossimo se non irrimediabile scadimento. Fra quelli che componevano sotto Luigi Filippo la brillante schiera dei novellieri francesi, perdemmo prima del tempo il Balzac, il Bernard, Prospero Mérimée, Federico Soulié, Eugenio Sue e tra i superstiti il Sandeau cessò di scrivere nel mentre che la gloriosa Sand non è più che l’ombra di sé stessa. […].
  p. 424. […] ma non termineremo una pagina a lui consacrata senza rendere omaggio al merito crescente dei suoi componimenti e speriamo di vedere il giorno in cui il Malot sarà considerato come un Balzac meno potente, ma pure meno esagerato e più vero dell’antico. […].
  p. 426. Ora passiamo a Babolain romanzo di Gustavo Droz. […] Un tale racconto, a dispetto degli sforzi per presentare le cose dal lato burlesco, genera nell’anima del lettore onesto una cupa irritazione che va ognor crescendo; ma Babolain non è soltanto un libro odioso, sibbene un lungo e stupido plagio. […] Il carattere del professor Babolain, ed il suo duello ridicolo per difendere l’onore di una donna spudorata, sono rubati dall’About; i personaggi di Esther Paline e di sua madre sono tolti di peso dal romanzo di Dumas figlio che potrebbe pur rivendicar l’idea del viaggio in Italia della signora Babolain, e se non bastassero i plagi accennati aggiungerei che la sterminata agonia del professore sfortunato parmi copiata press’a poco dai Parents pauvres del Balzac.


  Amedeo Roux, Cronaca letteraria di Francia. “Les Jours d’épreuve, 1870-1871”, par M. E. Caro, 1 vol. in -18, «La Rivista Europea», Firenze, Tipografia Editrice dell’Associazione, Anno IV, Fascicolo I, Dicembre 1872, pp. 592-599.


  p. 594. Il Caro dipinge in modo esattissimo gl’«istinti» - piuttosto che i sensi – di questi giovinotti spostati che trionfarono nell’insurrezione del 18 marzo. Ei ci mostra questi discepoli del Balzac assetati meno di piaceri che di ricchezza, stante che nel fondo di tutte queste operazioni «ideali» non c’è che una sola e schifosa realtà: La question d’argent.


  Amedeo Roux, Trois littératures à vol d’oiseau (Continuazione), «La Rivista Europea», Firenze, Tipografia Editrice dell’Associazione, Anno III, Volume IV, Fascicolo I, 1872, pp. 116-130.


Chapitre VIII. Du Roman, pp. 124-127.

  pp. 126-127. Tâchons maintenant de composer une liste aussi sommaire que possible de nos bons romanciers, en ne tenant compte que de celles de leurs œuvres qui sont évidemment coulées en bronze. Nous croyons que l’énumération suivante ne saurait donner prise à la critique: […] Balzac 10 vol. […].
  Ce tableau, on le voit, est singulièrement réduit. Il est dur de faire entièrement abstraction de romanciers tels que Scarron, Diderot, A. de Vigny, E. Sue, Fréd. Soulié, Al. Dumas, Flaubert, Achard, et de considérer comme non avenus les trois quarts des œuvres de Balzac, de George Sand et de Jules Sandeau; mais nous avons voulu nous mettre strictement au point de vue de la postérité, et le résultat de cette épuration à outrance a d’ailleurs de quoi nous rassurer. […]
  On pourrait cependant hasarder la liste suivante qui, sans constituer la fleur du panier a le grand mérite de se composer d’ouvrages universellement appréciés:


         Gargantua et Pantagruel . 2 vol.
    Télémaque ………………..1 vol.
   Gil-Blas ……………………2 vol.
       Manon Lescaut ……………1 vol.
       Paul et Virginie…………….1 vol.
         Eugénie Grandet …………..1 vol.


  F.[rancesco] Tanini, La Donna secondo il giudizio dei detti e dei proverbi per cura di F. Tanini, Prato, presso Felice Paggi, a spese dell’editore, 1872.


  p. 154. Una donna desidera piuttosto di esser bella che virtuosa.
                                                                                                 Proverbio tedesco.
  Il Balzac ha scritto che una donna virtuosa ha in petto una fibra più delle altre, o che nulla vi è di più soave e di più stupendo a paragone di quella.
  p. 182. Una donna colpevole è come un fiore, che sia stato calpestato.
                                                                                                                 Balzac. [citazione tratta da Honorine].
  p. 283. La donna è un delizioso strumento di piacere; ma bisogna conoscerne le frementi corde e studiarne le pose.
                                                     Balzac. [citazione tratta da Physiologie du mariage].
  La donna, in amore, è come l’arpa; la quale rivela i suoi incantevoli segreti solo a colui, che la sa trattare.




[1] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 518.

[2] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 545.

[3] Cfr. Miscellanea. Cronaca del giorno. Il Devastato, «Gazzetta privilegiata di Venezia», Venezia, n. 38, 17 febbraio 1842, p. 152. La trascrizione integrale di questo articolo è presente in R. de Cesare, La prima fortuna di Balzac … cit., vol. II, pp. 776-778.

[4] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., pp. 544-545.

Marco Stupazzoni


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