sabato 13 febbraio 2016


1870



Traduzioni.


  Balzac, La Erede di Birague. Romanzo del signor di Balzac, «Nuovo Romanziere Illustrato Universale. Letteratura–Storia–Viaggi: pubblicazione settimanale», Firenze, Ferraroli Edoardo gerente (Tipografia Eredi Botta), Anno II, Num. 18, 5 agosto 1870 e segg., pp. 6-8; 14-16; 22-24; 30-32; 38-40; 46-48; 53-56; 61-64; 69-72; 77-80; 86-88; 93-96; 102-104; 109-112, 118-120; 125-128; 134-136; 142-144.

 

  Cfr. 1869.


Studî e riferimenti critici.


  Balzac (Onorato), in Enciclopedia popolare o Gran dizionario di cognizioni utili. Volume VII. Nuova edizione illustrata compilata da una società di dotti e letterati per cura di Giovanni Berri, Milano, Francesco Pagnoni, [1870], pp. 176-177.[1]

 

  Celebre romanziere francese, nato a Tours il 16 maggio 1799. Dopo aver compiuti gli studi in patria ed a Parigi, lavorò presso un notaio ed un avvocato, e completò la sua educazione seguendo i corsi della Sorbona e della Scuola di diritto. Quand’ebbe passati gli esami, si voleva farlo notaio; ma egli vi si rifiutò e preferì la letteratura. Ridotto allo stretto necessario, si mise a tracciare dei piani di commedie e romanzi. Dopo aver scritto, sotto gli pseudonimi di H. de Saint-Aubin, di Villerglé (sic) e di lord Rhoone, una quantità di romanzi che non lo fecero uscire dall’oscurità, occupossi di libreria ed intraprese delle edizioni compatte di Molière e di la Fontaine, che non si vendettero; comperò allora una stamperia e sognava uno stabilimento colossale, ma evitò a fatica il fallimento. Ridotto all’estrema povertà, scelse una vita ritirata e si mise a produrre quelle grandi opere che lo resero immortale. Intraprese poi numerosi viaggi in Italia, Germania e Russia e nell’interno della Francia. Grande osservatore, si propose di scrivere ciò ch’egli chiamò la Commedia umana. “Tutti i suoi libri, ha detto Victor Hugo, non fanno che un libro solo; libro vivo, luminoso, profondo, dove si vede andar e venire, e camminare e moversi con un non so che d’agitato, di convulso e di terribile misto al reale, tutta la nostra civiltà contemporanea. Egli strappa a tutti qualcosa; agli uni l’illusione, agli altri la speranza; fruga a fondo nel vizio, dissecca la passione, mette a nudo l’uomo, l’anima, il cuore, le viscere, il cervello, l’abisso che ciascuno ha in sé”. Secondo Filarete Chasles “le opere di Balzac che s’avvicinano maggiormente alla perfezione e che soddisfano meglio la critica, sono precisamente le creazioni in cui la vita borghese si riproduce colla più vera fedeltà e permette allo scrittore di spiegare tutto il suo ingegno, come ad esempio: Eugenia Grandet, il Medico di campagna e le Scene della vita privata, della vita parigina e della vita di provincia. Avvi maggior ricercatezza, maggior affettazione ed una sgraziata pretesa alla metafisica astrusa in Luigi Lambert, nella Ricerca dell’assoluto, e nella famosa Peau de Chagrin; finalmente un misticismo inesplicabile domina in Serafita e nel Giglio della Valle (sic)”. L’oro ed i mezzi d’acquistarlo tengono un gran posto nei romanzi di Balzac, non meno che nella sua vita. Egli sognò una quantità di speculazioni; immaginò una specie d’associazione segreta che doveva condurlo ai più alti onori. Comperò un piccolo fondo, ove sperava arricchirsi colla coltivazione degli ananas. Consultò delle sonnambule per scoprire dei tesori, e tutto ciò che non giunse che a farli perdere del denaro. Abitò successivamente Chaillot, les Jardies e Passy. Durante un periodo della sua vita, non s’entrava da lui che con una parola d’ordine. Egli s’era creato una vita solitaria, lavorava penosamente, rifaceva varie volte le sue opere sulle bozze di stampa. Non pensò al teatro che nell’ultima parte della sua carriera: fece rappresentare senza successo le Risorse di Quinola, la Matrigna e Vautrin. Questi drammi ebbero maggior fortuna dopo la sua morte. Verso la fine della sua vita si nascose in una casa della via Fortunée ai Campi-Elisi, via che oggi porta il suo nome. Alcuni mesi dopo la rivoluzione di Febbraio, partì per la Polonia, dove sposò la contessa Evelina di Hanska, divenuta vedova, e ch’egli conosceva sino dal 1835. Questa signora aveva scritto da Ginevra al romanziere per felicitarlo del suo Medico di Campagna; e ben presto stabilissi fra di loro una viva corrispondenza che finì per condurli all’altare. Quando la signora di Hanska morì (sic), Balzac soffriva già un’affezione di cuore e soccombette a Parigi il 19 agosto 1850. – Fra le edizioni delle opere complete di Balzac citiamo quelle di Lévy, il celebre editore parigino, 1856-59, 45 vol. in-16° e 1869 e segg. 25 vol. in-8°. – Scrissero la Vita del gran romanziere: Desnoiresterres (1851); Baschet (1852); T. Gautier (1859); Lamartine (1869); Denis (1866); Gozlan (1862) ed altri.


  Memorie originali. Delle pazze curate presso l’Ospitale maggiore di Milano nel triennio 1867-68-69. – Studj statistico-clinici del dottor Giovanni Brocca (Continuazione […]), «Archivio italiano per le malattie nervose e più particolarmente per le alienazioni mentali», Milano, Stabilimento Redaelli dei Fratelli Rechiedei, Anno Settimo, fascicolo 2°, 1870, pp. 273-324.

  p. 294. La femina, per l’educazione ricevuta e per il pudore naturale al sesso, non si abbandona in genere alle sfrontatezze, frutto di ciechi impulsi se non quando, per un’assodata indipendenza sociale sentesi padrona di sé, ed allora solo che un primo amore le fece nascere il desio di altri più ardenti. Un celebre scrittore francese, il Balzac, allorchè scrisse la donna non sa amare che ai 30 anni mostrò di essere fisiologo profondo al pari che grande romanziere.

  Panteismo, in Nuova Enciclopedia Popolare Italiana ovvero Dizionario generale di Scienze, Lettere, Arti, Storia, Geografia, ecc. ecc. Opera compilata sulle migliori di tal genere, inglesi, tedesche e francesi coll’assistenza e col consiglio di scienziati e letterati italiani corredata di molte incisioni in legno inserite nel testo e di tavole in rame. Seconda tiratura della Quinta Edizione conforme alla quarta interamente riveduta ed accresciuta di più migliaja di articoli e di molte incisioni sì in legno che in rame. Volume Decimosesto, Torino, dalla Società L’Unione Tipografico-Editrice, 1870, pp. 255-258.


  p. 258. Pur troppo ai dì nostri abbiamo veduto alcune elette intelligenze del culto delle cose spirituali precipitare al panteismo. In Lamartine potea sentirsene l’alito fin dalle sue Armonie, ove tutto era inno alla natura: pure il cristianesimo ne lo ratteneva, finchè abbandonossi al panteismo sensuale. Vittor Hugo, dopo le nobili ispirazioni della prima sua giovinezza, si piacque della fatalità, delle pitture voluttuose, dell’adorazione della natura. Michelet, veneratore di Vico, restauratore del medioevo, termina la sua vecchiezza con oscenità senili e immonde compilazioni. Panteisti sono i romanzi di Balzac e della Sand, e quegli altri ove si prova che l’anima è una superfluità, e che tutto si spiega con sangue e nervi e midollo spinale. Amiamo tacer gl’Italiani che si precipitano letterariamente in questa adorazione della natura.



  Gaetano Alimonda, Conferenza IV. Il matrimonio non sacramento, in Il Sovrannaturale nell’uomo. Conferenze recitate nella Metropolitana di Genova dal Cav. Prev. Gaetano Alimonda l’anno 1869. Volume secondo, Genova, Tipografia della Gioventù Presso gli Artigianelli, 1870, pp. 129-162.

   p. 146. Prima miseria: l’uomo che trova agevole il divorzio, si fa poligamo. E perché pensate voi che il marito s’impenni, si aderga contro la moglie e muova azione legale per buttarnela da sé? Forse perché sia venuto rasciutto quanto a tenerezza di donne? forse perché ami di vivere solitario? È l’opposto: egli trangoscia di fare una permuta, e non altro. Così voleva il Diderot, che condannava l’indissolubilità del coniugio e mostrava piacergli la promiscuità dei due sessi. Così voleva Balzac, a cui la donna non altro era che uno strumento dilicato di piaceri per l’uomo, onde una filatessa di mogli facea succedere a fianco del marito.


  Giuseppe Arnaud, La Pasta, la Malibran, la Sontag. Giuditta Pasta, in Mille aneddoti artistici teatrali. Curiosità, racconti, ecc. Volume secondo, Milano, Società Editrice, 1870, pp. 168-174.

  Cfr. 1869.


  Antonio Caccianiga, Parigi, in Il Proscritto. Scene della Vita contemporanea di Antonio Caccianiga [1853]. Seconda edizione, Milano, Stabilimento Redaelli dei Fratelli Rechiedei, 1870, pp. 265-281.


  pp. 269-270. Quel movimento di gente e di equipaggi, quel lusso di abbigliamenti e quella varietà di bellezze severe o capricciose, modeste o provocanti, elettrizzavano Ernesto, che senza avvedersene subiva l’influenza dell’atmosfera seducente ed inebriante di Parigi. La sua melanconia si evaporava insensibilmente e le sue lettere pigliavano un altro tono. Un giorno, egli scriveva ad un suo amico di Milano, sotto al fascino di queste impressioni:
  «Egli è ben questi il Parigi che io mi era immaginato leggendo i suoi misteri raccontati dal Sue, e la descrizione delle sue antiche vie, scritta con tanta evidenza da Victor Hugo. Mi sembra ogni giorno di incontrare per strada i personaggi di Balzac, di Paul de Kock e di Scribe. Quegli onesti borghigiani, quegli uomini d’affari, affaccendati, frettolosi, quei vecchi portieri, quei giovani spensierati e buontemponi, quelle donne facili o difficili, ma seducenti sempre. È raro qui riscontrare di quelle creature angeliche, dagli sguardi dolci ed appassionati, come siamo avvezzi a vederne in Italia.

  Giovanni Camerana, Pubbliche Esposizioni. L’Esposizione nazionale in Parma, «L’Arte in Italia. Rivista mensile di Belle Arti», Torino, Unione Tipografico-Editrice, Anno Secondo, 1870, pp. 173-176.


  p. 175. Sul margine del catalogo – un catalogo che sembra compilato per l’esposizione di Babilonia – d’accanto al nome di quello che mi sembrò il migliore fra i tre quadri di Giuseppe Sciuti, La Pace domestica, leggo questa mia nota: Le lys dans la vallée. Non è una stranezza – è un’Impressione. Sì – mi parve che realmente la dolce poesia del romanzo di Balzac si aggirasse per la luce bionda e la mite atmosfera di quella stanza signorile, intorno a quella giovine donna vestita di velluto turchino ed assisa in mezzo ai suoi bimbi. Ho fantasticato – ecco tutto. Splendida maniera è quella dello Sciuti; splendida e larga talmente, che condotta più oltre cadrebbe nella monotona felicità e nel vuoto del fare decorativo. Da questo pericolo si mantenga lontano l’egregio artista.


  Licurgo Cappelletti, Le Maddalene pentite, Messina, Tip. Fratelli Pappalardo, 1870.


  pp. 24-25. Nei romanzi d’oltremonte alcuni autori hanno voluto riabilitare la prostituta, per quale scopo io non so: il fatto però è che ci si sono provati. E vi furono alcuni che colpirono nel segno, ottenendo il desiderato intento. Quante donne vedove, maritate, e fanciulle le quali vanno al teatro ad ascoltare la recita di quel dramma del signor Alessandro Dumas figlio, che ha per titolo La Signora dalle Camelie, uscendo dal teatro, colle lagrime che le colano ancora per le guance, non invidiano la sorte di Margherita Gauthier, bramando nel loro cuore di assomigliare alla gallica Frine? E quante ve ne hanno che si compiacciono ad ostentare un modus vivendi che le renda simili a qualcuna fra le più rinomate e celebri lorettes, eternate nei romanzi della Sand, di Dumas, di Sue, di Koch (sic), di Balzac, di Féval? Tutti questi Signori, secondo quello che loro dicono, hanno voluto moralizzare la gioventù, col fare ad essa vedere nei libri e sulle scene la nuda immoralità: sarà questo un nuovo modo d’insegnare la morale, che noi Italiani non sappiamo peranco mettere in pratica.


  Felix [Felice] Cavallotti, À M. A. Billia Député. Le Lit frioulan … (et pas le Rhin allemand!), in Felice Cameroni, L’Anticesareo, in AA.VV., Felice Cavallotti nella vita e nelle opere, Milano, Società Editrice Lombarda (Lodi, Tip. E. Wilmant), 1898, pp. 162-167.

  Si tratta di uno scherzo in versi francesi inviato dal Cavallotti a Felice Cameroni (Pessimista) il 25 Agosto 1870 mentre egli si trovava rinchiuso, insieme ad «altri merli repubblicani» (p. 160), nelle Carceri giudiziarie di Milano.

  pp. 164-165.

Voyez-le donc d’ici ce pauvre prisonnier
à qui l’on donne tout ce qu’il peut désirer !
[…]
Mais ce n’est pas ainsi que dans tout temps, l’on a
traité les prisonniers véritables d’État !
[…]
N’avait pas tes loisirs jadis François Premier
lorsque Charles Cinq il était prisonnier !
fais-toi conter un peu du roi chevaleresque
comment, dans sa prison, le traitait le Tudesque !
Comment ce roi, qui était des dames le seigneur,
n’avait même une chatte à qui donner son cœur !
Seulement le geôlier, par pitié de ses flammes
consentit en cachette à lui prêter sa femme !*

*Voir Balzac: Contes drolatiques.


  Francesco Dall’Ongaro, Il Conte di San Donnino. – Novella – [Fine], «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Firenze, Direzione della Nuova Antologia, Volume Decimoterzo, Fascicolo Terzo, Marzo 1870, pp. 521-579.

 

X. La Psiche, pp. 531-536.


  p. 531. La Psiche di cui intendo parlare non è punto la giovinetta greca, e non è punto quella sostanza eterea, impalpabile, immortale che anima l’uomo ed il mondo.
  È semplicemente uno specchio: quel mobile indispensabile nell’officina della Bellezza: quella spera (sic) grande nella quale la donna e l’uomo possono specchiarsi da capo a piedi, di faccia e di profilo secondo il caso. L’artefice che impose a codesto mobile il nome di Psiche dovette essere un gran satirico. E se non fosse che la cosa è più antica dell’uomo, direi che quella denominazione è degna di quel sottile e maligno anatomista della pelle e dell’anima femminile che fu il signor Onorato Balzac.
  La donna infatti riflette se stessa, in corpo e in anima, in quel lucido cristallo che sorge dinanzi a lei, mentre fa l’esame più accurato di coscienza che sia solita fare.


  Tullio Dandolo, Storia del pensiero nei tempi moderni del conte Tullio Dandolo. Volume II, Asisi (sic), Stabilimento Tipografico Sensi, 1870.

 

L’eloquenza al tempo di Quintiliano.

 

  p. 84. Le declamazioni colorate tenean luogo presso i Romani dei romanzi ultra-romantici d'oggidì, i quali, ponendoci innanzi, a protagonisti, antropofagi d’Islanda, corsari seducenti, masnadieri eroici, cortigiane, da castità in fuori, d'esemplare virtù suscitano entro a nostri poveri cervelli un disordinato ballo d’idee; sicchè, ripudiando la domestica quiete, gli agi della casa paterna, il sorriso della moglie, lo schiamazzare festoso del figli, perfino il simpatico scoppio de’ turaccioli lanciati da liquore spumeggiante contro la soffitta, ci auguriamo di andare trabalzati anche noi tra quelle onde, erranti per quelle foreste, vagabondi per quelle tenebre, anco ricoverati in que’ misteriosi recessi che i nostri novellieri alla moda son sì valenti a descriverci. Un de più rinomati tra costoro (Balzac) mi narrava di romanzi compilati da una società di amici, in ragione d'un capitolo a testa, per torno; a lui spettava architettare l’intreccio, e con brevi parole indicare a ciascun de’ collaboratori i sommi capi di ciò che nel proprio capitolo doveva esporre. E che cosa eran coteste se non declamazioni colorate? ... A tai declamazioni venivano scelti suggetti fuor d'ogni verosimiglianza, perché precoce è la facoltà di sbizzarrire e sragionare.



  E. Di Sambuy, Il Salon del 1870. Sguardo a volo d’uccello, «L’Arte in Italia. Rivista mensile di Belle Arti», Torino, Unione Tipografico-Editrice, Anno Secondo, 1870, pp. 93-94.

  p. 94. È assolutamente impossibile di fare in poche righe una rassegna dei migliori quadri di genere. Converrebbe citarne almeno una trentina, paragonarli fra loro, discuterli; lo spazio non consente di farlo. Del resto, diciamolo subito, mancano in quest’anno, i Gérome, i Fromentin, i Meissonnier. Gran vuoto al certo non saprebbero riempire né il signor Nittis colla eleganza tutta particolare della sua maniera, […] né il sig. Meyerheim, accuratissimo osservatore, il quale nel «Bouquiniste d’Amsterdam» ti offre uno studio rimarchevole di teste così espressive che il Balzac vi avrebbe trovato soggetto ad un intero volume.


  Giovanni Faldella, Rovine. Degna di morire – La laurea dell’amore, Milano, Tipografia Editrice Lombarda di F. Menozzi e Comp., 1870.

 

Rovine, racconto biografico, pp. 5-161.

 

  p. 45. Che cosa faccia un giovinotto di ingegno cervellotico, mezzo artista, a ventidue anni, libero di sé, avendo a sua disposizione qualche decina di migliaja di lire, senza un affetto e senza un impegno di famiglia, è presto detto.

  Compera intiere biblioteche di libri nuovi: tutta la raccolta del Le Monnier, quelle della Tipografìa Editrice Lombarda, tutti i Barbera e la cassetta dei Barberini, tutte le fodere rosse del Silvestri, tutti i classici latini pubblicati dal Boucheron, tutti gli Economisti di Pomba e tutta l’edizione definitiva delle opere di Balzac. Gli sembra di dovere nello spazio di due minuti secondi sprofondarsi in tutti gli abissi della scienza e poi sbadiglia, tagliando i fogli a qualche fascicolo.


  Italo Fiorentino, Francia e Prussia. Album della guerra del 1870 per Italo Fiorentino, Milano, presso la Libreria Dante Alighieri di Enrico Politti, 1870.

 

Capitolo XLIII.

 

  p. 399. Stefano Arago, nuovo sindaco di Parigi, fratello del celebre astronomo Francesco Arago, nacque a Perpignano nel 1802.

  Da prima si occupò di letteratura, e scrisse assieme a Balzac. Fece rappresentare dei vaudevilles a Parigi, e molti vennero applauditi. Diresse dal 1830 al 1840 il teatro del Vaudeville e divenne quindi uno dei principali scrittori della Réforme.



  A.[ntonio] Ghislanzoni, Due spie. Volume secondo, Milano, a spese dell’Editore, 1870.

 

  p. 114. Decisamente io [Leandro] non sono nato per questa futile letteratura che ha illustrato i nomi di Balzac, di Dumas e di Souvestre! ... Il mio genio è di indole più positiva ...



  A.[ntonio] Ghislanzoni, Appendice. Le confessioni di un critico, «La Lombardia», Milano, Anno XII, 26 Ottobre 1870, pp. 1-3.


  p. 2. Non ho io ricordato con ammirazione nelle mie riviste critiche parecchie centinaia di romanzi stranieri che appena pubblicati invasero le nostre biblioteche, i nostri gabinetti di lettura, i nostri salotti, le nostre camere da letto, obbligandoci a vegliare le lunghe notti nelle ebbrezze di un mondo ideale e fantastico? Balzac, i due Dumas, Eugenio Sue, Giorgio Sand, Alfonso Karr, Victor Hugo, Gauthier (sic), Dikens (sic), Féval … Quanti nomi di romanzieri, di drammaturgi (sic), di poeti, i cui volumi a mala pena si conterebbero nel vasto salotto dove io sto scrivendo!


  Emilio Gioberti, Del realismo nelle lettere e nelle arti, «Rivista Contemporanea Nazionale Italiana», Torino, presso Augusto Federico Negro, Editore, Volume LX, Anno XVIII, Fascicolo CXCIV, Gennaio 1870, pp. 12-30.


  p. 21. Leopardi in Consalvo, in Aspasia, in A sé stesso, nel Sabato del villaggio; Aleardo Aleardi nel Monte Circello e ne’ Sette soldati; Heine nel suo poema Germania, nel Livre de Lazare, in Reisebilder sono essi pure realisti, se realismo non è rifuggir dal vero soltanto perché non si palesa circondato dall’aureola del pomposo; e tal si dica di Mery, di Dickens, di G. Sand, di Balzac, di Haubert, di About, di Auërbach; e nella patria nostra di Manzoni, di D’Azeglio, di Balbo, di Guerrazzi, nel quale specialmente risplende il connubio augusto della fantasia e dell’analisi.

  Lamara, Francesco Liszt. Sue vicende e sue opere (dal tedesco, di Lamara), Firenze, per G. G. Guidi Editore di musica, 1870.

  pp. 23-24. Dopo breve dimora a Vienna e a Praga, trasferivasi a Lipsia. Ritornò poscia [1839] a Parigi dove rivide Giorgio Sand e conobbe Balzac.


  Paolo Mantegazza, Enciclopedia igienica popolare del Dott. Paolo Mantegazza. Igiene della bellezza, Milano, presso Gaetano Brigola Editore, 1870.

  Le citazioni balzachiane riportate dal Mantegazza sono tutte tratte dal Traité de la vie élégante.


Capitolo Quarto, pp. 78-134.

  p. 78.
Le brute se couvre, le riche ou le sot se pare, l’homme élégant s’habille.
L’animale si copre, il ricco e lo sciocco si adornano, l’uomo elegante si veste.
Balzac.

La toilette est tout à la fois une science, une (sic) art, une habitude, un sentiment.
La toeletta è in una volta sola una scienza, un’arte, un’abitudine, un sentimento.
Balzac.

[…]

  p. 94. Non ho ancora terminato di fare il panegirico delle stoffe di color chiaro. Esse ci obbligano a maggior pulizia delle oscure, per cui servono indirettamente anche per questa via a migliorare la salute.
  Balzac lasciò scritto una sentenza d’oro:

  Une déchirure est un malheur, une tâche est un vice.
  Uno strappo è una disgrazia, una macchia è un vizio.


Capitolo Sesto, pp. 146-152.

  p. 146.

La toilette ne consiste pas tant dans le vêtement que dans une certaine manière de le porter.
Balzac.

  Paolo Mantegazza, Rio de la Plata e Tenerife. Viaggi e Studj di Paolo Mantegazza Deputato al Parlamento Italiano. Seconda edizione ritoccata ed accresciuta dall’autore, Milano, per Gaetano Brigola, Editore, 1870.

Capitolo XLIV, pp. 529-542.

  p. 530. Cfr. 1867.


  Francesco Mastriani, I Misteri di Napoli. Studi storico-sociali di Francesco Mastriani. Volume Secondo, Napoli, Stabilimento Tipografico del Commend. G. Nobile, 1870.

 

Parte Seconda.

I Massa Vitelli o i possidenti. Libro III. Il Colèra. XIII, pp. 218-223.


  p. 220. Sofia Antony suonava il pianoforte e cantava in modo da rapire i cuori.
  La signora riceveva, ovvero era in casa, come dicesi nel mondo elegante, ogni lunedì. […].
  Sofia era una divoratrice di romanzi francesi. Aveva letto tutt’i romanzi del visconte d’Arlincourt, di Alessandro Dumas, di Paolo Féval, di Federico Soulié, di Giorgio Sand, di Balzac, della contessa Dash, di Paolo de Kock, di Méry, di Eugenio Sue.
  Ella parlava quasi sempre il francese, giacchè la madre le aveva detto che più distinta è una signorina che parla questa lingua anzi che la propria.
  Verrà un tempo, e non è lontano, in cui non ci sarà Italiano, il quale non si adonterà di proferire una sola parola francese.


  Angelo Mazzoleni, Igiene morale del matrimonio e della famiglia, in La Famiglia nei rapporti coll’individuo e colla società per l’Avvocato Angelo Mazzoleni, Milano, Tipografia già Domenico Salvi, 1870, pp. 116-125.

  p. 120. L’uomo, ricco o no, se riesce a sposare una ricca che ama o che finge d’amare, passata la luna di miele e sopraggiunta la luna rossa, come direbbe Balzac, il marito, co’ suoi se ne ha, o coi denari della moglie se non ne ha, si regala una maîtresse, o come dicesi da taluni con parola meno gentile, una mantenuta, mentre la fiera moglie, novantanove su cento, gli rende pan per focaccia, e addio roba mia, il matrimonio è bell’e ito!


  Enrico Montazio, L’Ultimo Granduca di Toscana. Cenni biografici, storici, aneddotici, ecc. di Enrico Montazio, Firenze, Tipografia di M. Ricci e C., 1870.


  pp. 21-22. Prima però ch’ei [Leopoldo III] tornasse in Firenze nel 1814, andò soggetto a gravissima e misteriosa infermità, che lo condusse all’orlo de[l] sepolcro.
  Riguccio Galluzzi, lo storico del Granducato di Toscana, oltre al merito d’esser riuscito a dire presso a poco la verità, tuttochè scrivente per commissione e sotto gli occhi d’un granduca, s’ebbe pur quello di scrivere, senza offendere il pudore, scene di vita intima quali dilettossi pennelleggiarne il realista romanziere Balzac.


  Enrico Nencioni, L’Arte e la critica nell’ultimo decennio in Italia. I. Poesia, teatro, romanzo, «L’Universo illustrato. Giornale per tutti», Milano, Anno V, N. 3, 16 Ottobre 1870, pp. 62-63.[2]

  Il Romanzo … ahimè, il Romanzo brilla per la sua assenza in Italia. Le Memorie di un ottuagenario, Il dolce far niente, sono in qualche lato notevoli, ma è proprio il caso di dire: «beati monoculi in terra caecorum!» Il romanzo di costumi, il romanzo analitico, lo avremo, si dice, quando vi sarà un gran centro, una società italiana, con caratteri più pronunziati; quando vi sarà sciolta la questione della lingua. – Ma si potrebbe rispondere che chi ha studiata e sa la sua lingua, sa adoprarla anche oggi e nella descrizione e nel dialogo, che la colpa è degli artefici non dello strumento, che i Miei Ricordi di d’Azeglio han confutato coll’esempio sì magre scuse, e che se un vero romanziere ci fosse, senza aspettare il gran centro e la società nuova, ci dipingerebbe a boutportant quella che ci è, nella sua immensa varietà di tipi, dal Torinese al Palermitano, e potrebbe, senza uscire dall’Italia, sfoggiare di humour quanto un Dickens, di satira quanto un Thackeray, di colorito locale quanto un Balzac, di paesaggio quanto una Sand. – Il male è che ci mancano i Dickens e i Thackeray, i Balzac e le Sand.


  O. Pucci, Dietro le persiane, in AA.VV., Strenna Veneziana per l’anno 1871, Venezia, Tipografia del Commercio di Marco Visentini, 1870, pp. 119-179.


  p. 130. Lo scrittore prediletto del conte [Giovanni] era Balzac. In generale egli amava quegli scrittori, i quali, analizzando le piaghe sociali con maggior evidenza, parevano giustificare il suo rancore contro la società. Rileggeva perciò Heine ad ogni momento. Quelle crudeli ironie lo affliggevano e lo dilettavano in una volta. Così questo giovane incauto si assuefaceva a notomizzare tutto, e coll’aiuto di Balzac e di Heine, tutti gli affetti passavano sotto il suo coltello anatomico.



  Giuseppe Riccardi, Diario storico-biografico italiano di Giuseppe Riccardi Prof. di Storia nel Regio Liceo di Lodi, Milano, Gaetano Brigola, Librajo-Editore, 1870.

14 Novembre (1868). Muore Gioacchino Rossini, pp. 348-353.

  p. 351. Il Mosè fu eseguito per la prima volta a Napoli nel 1818, e fu poi rifatto otto anni dopo per la grand’Opera di Parigi. Esso fu proclamato, per la copia e sublimità dei concetti, e per la perfetta in strumentazione, il più bel capolavoro uscito dalla musa di Rossini. Niuno seppe mai sciogliere un canto più patetico e sublime della rigenerazione di un popolo, e Balzac, nell’udire la famosa melodia Dal tuo stellato soglio, diceva parergli di assistere alla liberazione d’Italia, tant’era potente quella preghiera a rialzare la speranza degli animi abbattuti.


  Amedeo Roux, Corrispondenze. Cronaca letteraria di Francia, «Rivista Europea», Firenze, Tipografia dell’Associazione, Anno 1°, Volume 4°, Fascicolo 1°, Settembre 1870, pp. 336-343.

  [Sui Nouveaux Lundis di Sainte-Beuve].

  p. 339. Questi arguti frizzi abbondano in ogni pagina di questo settimo tomo in cui ci passa in rassegna i nomi e le opere più diverse: il Lamartine ed il Flaubert, Vittorio Hugo ed il Guizot, Honoré de Balzac ed il duca di Aumale, ecc. ecc.


   Medoro Savini, Tisi di cuore, Firenze, Tip. e Lib. Galletti Romei e C., 1870.

  pp. 51-52. Ma torniamo a Villeroì.  
  Mi sarai grato, amico mio, del proponimento di non descriverti né mobiglie, né arredi. Di che potrei parlarti, che tu non conosca in tutti i suoi particolari, tu, proprio organizzato per l’eleganza? … E poi rammento troppo i tuoi sbadigli, a questo genere di descrizioni, quando or fanno pochi anni che leggevamo insieme i volumi di Balzac, di Montepin, di De Camp e di Carlo Dickens.

  p. 77. Che vuoi! … L’amicizia di Elena di Montalbo, ch’io ho riveduto qui a Parigi, era una specie di amore che si mostrava di profilo ed io dovetti un bel giorno accorgermi che Balzac non avea torto, dicendo che non si può essere a lungo l’amico di una donna quando si può divenirne il marito.


  Pietro Selvatico, Michele SanMicheli e Giorgio Vasari (1527-1542), in L’Arte nella vita degli artisti. Racconti storici di Pietro Selvatico. Volume unico, Firenze, G. Barbèra, Editore, 1870, pp. 159-245.

  p. 232. Chi meglio degli altri profittò della femminile arrendevolezza di allora ad accettar sì scurrili allusioni, fu uno degli aiuti del Vasari, quel Cristoforo Gherardi nominato più addietro. […] In ogni tempo fu vero ciò che disse Balzac: che l’amore senza la vanità soddisfatta, diventa un convalescente.


  G. Strafforello, Rassegna letteraria straniera, «La Rivista Europea», Firenze, Tipografia Editrice dell’Associazione, Anno I, Volume III, fascicolo I, 1870, pp. 582-587.

  [Su Carlyle].  p. 584. Del rimanente anche in America, come in Francia e in Italia abbondano le traduzioni, segnatamente dei romanzi di Auerbach e Spielhagen che vanno a vele gonfie – fatto notevole dove si ponga mente che le traduzioni di Balzac, Giorgio Sand, Dumas ecc. hanno fatto finora cattiva prova di là dall’Atlantico. Ciò vuolsi attribuire, per avventura, alla maggiore affinità fra il genio germanico ed americano.



  Valerani, Il Caffè, «L’Opinione. Giornale quotidiano, politico, economico, scientifico e letterario», Firenze, Anno XXIII, N. 98, Aprile 1870.

   Anche l’insonnia però, che è uno degli effetti più costanti del Caffè, cessa o scema d’assai dopo un lungo uso di questa bevanda: anzi non mancano individui, nei quali l’abitudine di pigliare il Caffè alla sera è così radicata, che, non prendendolo, avrebbero una notte inquieta. Epperò chi vuol seguitare a sentir l’azione del Caffè, deve tratto tratto sospenderne l’uso, e surrogarlo con altra bevanda, ad esempio col The. Rossini, che da eroe degno di Brillat-Savarin, come lo chiama Balzac, fu uno degli uomini che meglio studiarono le leggi del gusto e fu assai ghiotto del buon Caffè, soleva dire che per lui l’azione potente di questa bevanda non si faceva sentire più in là di quindici o venti giorni; fortunatamente, soggiungeva egli, è il tempo sufficiente per iscrivere un’opera.



    
[1] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., pp. 542-543.

[2] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., pp. 543-544.


Marco Stupazzoni


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