domenica 17 novembre 2013


1878



Estratti in lingua francese.


  Eugénie Grandet, in Joseph Poerio, Balzac. 1799-1850, in La France littéraire ou Les prosateurs et les Poètes français depuis Pascal et Malherbe jusqu’à nos jours par Joseph Poerio docteur en droit auteur du «Nouveau cours de langue française» approuvé par le Conseil Supérieur de l’Instruction publique. Lectures choisies avec introduction, notices biographiques et notes explicatives. Quatrième édition. Cet ouvrage a obtenu une médaille au Congrès pédagogique de 1871, Naples, Émile Pellerano; Turin, J.-B. Paravia et Cie. , 1878, pp. 356-358.
  Cfr. 1872.


Traduzioni.

 

 

  Balzac, Appendice. Gianna la pallida di Balzac, «Il Progresso. Corriere dell’Umbria», Perugia, Anno III, Num. 1, 1° Aprile 1878-Anno IV, Num. 306, 31 Marzo 1879, pp. 1 e 2.

 

  Il romanzo giovanile balzachiano è reso in lingua italiana nella sua integralità in 144 puntate ed è suddiviso in 31 capitoli. Jane la Pâle è il titolo che assunse Wann-Chlore (1825) nell’edizione delle Oeuvres complètes de Horace de Saint-Aubin, mises en ordre par Émile Regnault e pubblicate nell’aprile 1836 dall’editore Souverain (t. IX e X).

  La presente traduzione (anonima) è indipendente dalla prima versione italiana di questa opera di Balzac pubblicata a Palermo nel 1853; essa non può certo ritenersi esemplare in quanto a fedeltà e aderenza rispetto al testo francese: frequenti sono, infatti, le omissioni e gli interventi arbitrarî del compilatore che non si risparmia, egualmente, alcuni errori di trascrizione piuttosto grossolani.

  Si considerino, come esempî, alcune sequenze tratte dall’ultimo capitolo del romanzo:

 

  pp. 359-360 [cfr. Balzac, Jane la pâle, Paris, Lévy, 1866]. En rentrant dans le salon, il aperçut Jane assise d’un côté de la cheminée et Eugénie de l’autre. Elles étaient immobiles et n’osaient se regarder. Eugénie pleurait; Jane avait les yeux secs et brûlants, son visage était pourpre. Landon voulut parler, il se tut; il essaya de les interroger par un regard, et ses yeux restèrent baissés vers la terre; il était immobile, et les deux femmes n’osèrent lever les yeux sur lui. Ils étaient là tous trois comme des statues de marbre sur le socle d’une tombe. Tout à coup Jane poussa un soupir, et, se parlant à voix basse, elle dit :

  — Oui, je suis une malheureuse! oh! bien malheureuse. Six mois d’un tel bonheur devaient être payés bien cher. Ah! je suis frappée à mort.

  — Madame, lui dit Eugénie, fuyons, fuyons la France, ce soir même, et nous serons heureuses en quelque contrée lointaine où personne ne viendra nous ravir notre époux. Ne sommes-nous pas deux soeurs? ne l’aimons-nous pas de même.

  Jane regarda fixement Eugénie; elle fit un pas, et, se mettant à genoux:

  — Madame, dit-elle avec l’accent que l’on met à une fervente prière, je vous demande pardon. Oh! Accordez-le-moi. Je vous connais maintenant tout entière. Gardez Horace, il est à vous. Moi, je suis frappée au coeur. Cette femme-là m’a tuée d’un regard.

  Elle baisa la main d’Eugénie, qui, la relevant soudain, la pressa sur son coeur.

 

  (31 Marzo 1879, p. 2). Quando rientrò in sala, alla vista delle due mogli, voleva parlare, ma non potè pronunziare verbo; voleva muoversi ma restò come senza vita; le due donne non osarono alzar gli occhi su lui. Erano là tutti e tre immobili come statue sull’orlo di un sepolcro.

  Ad un tratto Gianna mandò un sospiro, e mormoro tra sé:

  – Quanto sono sventurata! sei mesi di suprema felicità dovevano essere pagati a così caro prezzo! Ah! io sono ferita a morte.

  – Signora – le disse Eugenia – fuggiamo, abbandoniamo la Francia questa sera istessa, e noi saremo felici in qualche lontano paese, nel quale nessuno potrà rapirci il nostro sposo! Noi l’amiamo di pari affetto! ...

  Gianna guardò fissamente Eugenia, e gettandosele ai ginocchi:

  – Duchessa – disse accompagnando con le lacrime le sue parole – duchessa, perdonatemi! Orazio d’ora innanzi è vostro sposo.

  Eugenia, rialzandola e stringendola al cuore, le disse [...].



Studî e riferimenti critici.


  Balzac (Onorato di), in Gustavo Strafforello, Emilio Treves, Dizionario universale di Geografia, Storia e Biografia compilato da Gustavo Strafforello ed Emilio Treves, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1878, p. 175.
  Balzac (Onorato di), uno dei più fecondi romanzieri moderni, n. a Tours 20 maggio 1799, m. a Parigi 20 agosto 1850 (sic); fece i primi studii nel collegio di Vendôme, ove lasciò fama d’allievo indolente ed indocile. Compiuti gli studi in un istituto privato di Parigi, fu posto dalla sua famiglia in un ufficio di notaio in quella città; ma anziché attendere al foro, prese a scrivere articoli pe’ giornali. Dal 1822 al 1829, mandò in luce varii romanzi sotto il nome d’Orazio di Saint-Aubin, di Veileergle (sic) e di lord Rhoone. Frattanto associatosi con lo stampatore Barbier per la pubblicazione degli Annali romantici, facea professione di libraio, stampatore e scrittore. Nel 1829 mise in luce il primo romanzo sotto il suo nome, intitolato l’Ultimo Chouan. L’anno seguente la Fisiologia del matrimonio destò l’attenzione universale sul novello scrittore. D’allora in poi mandò in luce senza posa una strabocchevole quantità d’opere, nelle quali, sotto i titoli complessivi di Scene della vita privata, di provincia, militare, di campagna o politica, e di studii filosofici ed analitici, tolse a dipingere con vivi colori il gran quadro della civiltà moderna, collegando tutti quegli scritti col porre sempre in scena ora gli uni, ora gli altri de’ medesimi personaggi, e sotto un’idea comune: La commedia umana. Altri lo accusa di un certo cinismo nel linguaggio e nelle opinioni; ma la colpa non è tanto sua quanto di quella società parigina che ei tolse a descrivere. Dotato d’immenso ingegno, può chiamarsi, a ragione, il più grande notomista dell’uomo e delle sue passioni a’ dì nostri. Fra i romanzi più celebri citeremo il Père Goriot, la Peau de chagrin, Eugénie Grandet, il Giglio nella valle, Storia della grandezza e della decadenza di Cesare Birotteau, ecc., e il dramma Vautrin che nel 1840 fu proibito dopo la prima recita.

  Appendice del Corriere dell’Arno. Alfred de Musset, «Corriere dell’Arno. Giornale politico amministrativo», Pisa, Anno VI, Num. 9, 3 Marzo 1878, pp. 1-2.
  p. 1. Un amico, un giorno, l’introdusse al Cenacolo, una società letteraria ed artistica, una riunione che non aveva né statuti né sede fissa, ma della quale facevano parte le intelligenze più elette del tempo: Balzac, Hugo, Sainte-Beuve, Gautier, venti altri.

  Teatri, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XII, Num. 98, 8 Aprile 1878, p. 2.
  Gerbino. L’egregio artista Giovanni Emanuel, che era indisposto, ha ripreso le sue recite con grandissima soddisfazione dei suoi ammiratori e di tutti i frequentatori del Gerbino.
  Questa sera egli darà il Mercadet di Balzac.

  La catastrofe, «Corriere della Sera», Milano, Anno III, Num. 66, 7-8 Marzo 1878, p. 1.

  [Sulle dimissioni del ministro Crispi e dell’intero Ministero].

  Ciò che avviene alla capitale sembra un capitolo di Balzac o di Eugenio Sue. Non è un ministro che cade, o un uomo che perisce, e perendo uccide i suoi colleghi ed il suo partito.

  La storia della giornata ministeriale di ieri è un vero capitolo di romanzo […], quando se ne conosceranno i particolari, s’avrà una delle pagine più drammatiche della Comédie humaine.


  Bollettino bibliografico. Letteratura. Racconti. Francesco De-Renzis, “Ananke”. – Milano, libreria editrice G. Brigola, 1 vol., 1878, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Tipografia del Senato di Forzani e C., Seconda Serie, Volume Nono (Della Raccolta – Volume XXXIX), Fascicolo XII, 15 Giugno 1878, pp. 786-787.

  p. 786. Del resto Ananke, per chi nol sapesse, significa fato; […]. In Eschilo il fatum integra l’incompletezza della natura umana; in Balzac la constata. «Io penso, dice Balzac in una delle tante lettere della sua lunga corrispondenza, che ciascun uomo porti la propria fatalità nel suo temperamento» ed è cotesta massima che serve di base a tutto il suo sistema.


  Storia. Come lavorano i grandi uomini, «Emporio Pittoresco. Illustrazione universale», Milano, Anno XV, N. 723, Dal 7 al 13 luglio 1878, pp. 8-10.

 

  p. 10. Alcuni scrittori hanno avuto l’abitudine di abbozzare rapidamente il piano del loro lavoro, tutta la loro fatica consistendo poi nel riempirne i dettagli. Tale fu il metodo seguito dal grande romanziere francese Balzac. Mandava allo stampatore lo scheletro d’un romanzo, lasciando intiere pagine in bianco pei dialoghi e per le descrizioni, e appena le bozze di stampa gli venivano trasmesse, si chiudeva nella sua stanza da lavoro e non mangiava nè beveva senonché pane ed acqua, finchè non avesse riempito gli spazii lasciati in bianco. In cotal modo egli compieva laboriosamente l’opera sua.


  Bibliografia. Letteratura e storia. Henry James, “French Poets and Novelists” (Poeti e Novellieri francesi). – London, Macmillan, 1878, «La Rassegna settimanale di politica, scienze, lettere ed arti», Firenze, Tipografia di G. Barbèra, Vol. 2°., N° 2, 14 Luglio 1878, pp. 34-35.
  Interessano principalmente in questi lavori le osservazioni molto acute del James sulla scelta ed il ruolo col quale sono trattati i soggetti, sulla creazione delle situazioni, l’esposizione dei caratteri, l’effetto degli accessori, le descrizioni dei luoghi e della natura; specialmente perché prendono di mira le opere dei primi maestri del genere come Balzac, George Sand, Alfred de Musset, Flaubert e Tourguénieff. […].
  Se dovessimo dichiarare a quale fra i tredici articoli che abbiamo sott’occhi, sia da darsi la preferenza, indicheremmo senza esitare il primo dei due consacrati a Balzac. Questo autore ha avuto la sorte strana che i suoi compatriotti, i quali del resto sogliono occuparsi con zelo della biografia e della critica letteraria dei loro insigni scrittori, lo hanno quasi interamente trascurato. Dobbiamo quindi tanto più rallegrarci che nello stesso tempo se ne sieno occupati due stranieri. Ed in vero i loro lavori si compiono a vicenda, senza toccarsi nelle particolarità. Mentre l’Hillebrand nei suoi Profili porge semplicemente una descrizione biografica del gran romanziere, il James si limita di preferenza alle opere, facendone la critica artistica. Qui incontriamo una quantità di acutissime osservazioni. Il James rileva fra le altre cose la maestria di Balzac nella descrizione dei luoghi, la cui evidenza suole essere sì grande, che s’imprime per sempre nella nostra memoria. Egli designa pure siccome caratteristico in lui, il costume di prescindere dai punti di vista morali, dimodochè fra le sue figure prevalgono per quantità gl’intriganti, i bugiardi, gl’ingannatori, gli adulteri e gli omicidi. «Un’azione illustre, non è per lui quella dettata da un motivo elevato, ma quella che è fondata sopra una gran forza di volontà od un gagliardo desiderio, e per questo mezzo è posta in un rilievo sorprendente e monumentale. Quindi egli può rappresentarci un segnalato sagrifizio, un grande affetto, un maraviglioso atto di fede; ma è più facile che ci mostri una grande menzogna, un orribile assassinio, un non comune adulterio». Ma queste stesse figure sono così tipiche, che non possono essere paragonate che a quelle di Shakspeare (sic). La differenza è soltanto in ciò; che quelle del poeta inglese hanno una impronta universale, mentre quelle di Balzac appartengono alla cerchia limitata della società sotto Luigi Filippo. Ma come tali formano secondo l’espressione del Taine «un grande magazzino di documenti sull’umana natura;» e poiché il romanziere francese ci apparisce già come una specie di autorità in questo rapporto, così è molto verosimile la supposizione di James, che col tempo sarà letto meno per divertimento che per istruzione. È tuttavia sorprendente che uno scrittore che mostra tale maestria nello svolgimento dei caratteri, nella rappresentazione reale delle situazioni, nell’intreccio dell’azione, resti addietro in una specialità anche ai romanzieri mediocri. Vogliam dire nella conversazione. Poiché quasi in tutti i casi, ne’ quali Balzac prolunga un dialogo, diviene languido, e non sa tener desta la nostra attenzione. Osserviamo pure finalmente che il James istituisce un eccellente parallelo fra il romanziere francese e Dickens. Egli riscontra un’analogia non soltanto nelle loro animate descrizioni di caratteri e nelle maestrevoli rappresentazioni dei rapporti sociali, ma specialmente nella maniera di condurre la speculazione letteraria. Entrambi lavorano con attività febbrile per arricchire mediante le opere della loro penna. Dickens conseguì presto il suo scopo, mentre Balzac soltanto poco avanti la sua morte si vide liberato dal suo mostruoso carico di debiti. Ma nello scrittore francese la passione per la produzione di libri ad uno scopo di traffico era sì grande, egli era così innamorato del processo della fabbricazione e della vendita, che, come argutamente osserva il James, quand’anche tutti i suoi debiti fossero stati pagati, avrebbe probabilmente continuato a tenere la sua bottega aperta (to keep his shop).

  Gazzettino di città, «L’Indipendente. Giornale politico, economico, letterario, commerciale marittimo», Trieste, Anno II, N. 482, 3 Ottobre 1878, p. 2.

  Teatro Armonia. Questa sera la drammatica compagnia Aliprandi rappresen­terà la commedia spagnuola tradotta da Ric­cardo Castelvecchio ed intitolata: I soldatini di piombo. Domani sera avrà luogo la bene­ficiata del primo attore Paladini con la nuova commedia di Balzac: Mercadet l'affarista.


  Bibliografia. “L’abbandono”, romanzo contemporaneo di Orazio Grandi, Firenze, successori Le Monnier, 1878 (Un vol. di 354 pag.), «Gazzetta Letteraria», Torino, Tipografia Roux e Favale, Anno II, Num. 40, dal 5 al 12 ottobre 1878, pp. 326-328.
  p. 326. Il signor Orazio Grandi ha pensato, con buonissimo consiglio, di trattare un genere di romanzo che in Italia può dirsi affatto negletto; il romanzo popolare. I nostri autori sì di drammi che di romanzi, imitando, e forse troppo pedissequamente, i colleghi della vicina Francia, gli eroi delle avventure che ci mettono innanzi, vanno sempre a cercarli nell’aristocrazia, il più spesso un’aristocrazia che si foggian loro imitando quella inventata dal francese Balzac, o almanco nel ceto medio il più ricco e gaudente. È giusto e naturale.

  Gazzettino di città, «L’Indipendente. Giornale politico, economico, letterario, commerciale marittimo», Trieste, Anno II, N. 485, 6 Ottobre 1878, p. 2.

  Teatro Armonia. Per beneficiata dell'attore Paladini venne recitata la commedia di Onorato Balzac Mercadet l'affarista. Il Mercadet è restato un tipo del teatro francese. Il grande maestro lo copiò dal vero, studiandolo in tutti i suoi particolari nel mondo buio ed intricato degli affaristi parigini. Nella commedia è una sfilata di silouettes (sic) tutte vere; i varii personaggi sono altrettante gradazioni di affaristi disegnati sulla realtà e fra tanta prosa striscia come un raggio di luce la poesia d’un amore disinteressato e leale. L’insieme però del lavoro riesce assai pesante: tolto il brio di alcune scene, il resto si strascica per una diluita e stancheggiante prolissità.


  Il processo Lanzani, «Corriere della Sera», Milano, Anno III, Num. 301, 1-2 Novembre 1878, pp. 1-2.

  Questo processo Lanzani-Zerbi meri­terebbe d’essere raccontato dalla penna d’un Balzac o d’uno Zola. Vi abbiamo veduto passare de’ tipi degni d’ispirare uno di que’ romanzieri realisti che si divertono a ritrarre i bitorzoli e le verruche del corpo sociale. Ricorrono alla mente i nomi di Mercadet, di Ro­bert Macaire e di Jean Giraud.


  Teatri e notizie artistiche. Teatro Concordi, «Giornale di Padova. Politico-Quotidiano», Padova, Anno XIII, N. 331, 30 Novembre 1878, p. 3.

  [Su: Gli sfrontati, di Augier].

  Vernouillet (prossimo parente del Mercadet di Balzac) non ci pare or­mai che una figura sbiadita. Egli si risente troppo dell’epoca e della so­cietà in mezzo a cui lo ha collocato l’autore. Siamo nel 1845, sotto il regno di Luigi Filippo, in pieno dominio dei banchieri e degli affaristi!


  E.[dmondo] de Amicis, Ricordi di Parigi per E. De Amicis. IV. Emilio Zola, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Fratelli Treves Editori, Anno V, N. 44, 3 Novembre 1878, pp. 275-282.
  pp. 275 e 282. Poi cominciò a leggere il Balzac. E anche questa è strana. Il Balzac l’annoiò; gli pareva lungo, pesante, poco «interessante»; non lo capì e non lo fece suo che lungo tempo dopo. Fin qui nessuna lettura gli aveva lasciata una profonda impressione. […].
  Il suo metodo è quello seguito dal Taine nello studio sopra il Balzac: procede come lui ordinato, serrato, cadenzato, a passi eguali e pesanti; dal che deriva, a giudizio di alcuni, un certo difetto di sveltezza al suo stile, che è in special modo apparente nei suoi ultimi libri. Egli ha un po’, come si dice in Francia, le pas de l’éléphant. L’azione poi che esercitò su di lui il Balzac è immensa e visibilissima in tutte le sue opere. Egli l’adora, è suo figlio, e se ne gloria. All’apparire dei suoi primi romanzi, tutti pronunziarono il nome del Balzac. Il Charpentier lo presentava agli amici dicendo: – Ecco un nuovo Balzac. – Perciò toccò appena di volo di questo suo padre letterario, come se la cosa dovesse essere sottintesa. Dei suoi studii non disse altro.

  B., Corriere Teatrale. Le prime al Manzoni, «Corriere della Sera», Milano, Anno III, Num. 50, 19-20 Febbraio 1878, p. 3.

  Il genere bancario sul teatro è un ge­nere che arrischia di fallire.

  Il Dumas l’ha trattato da par suo nella Question d’argent, ma è rimasto vinto dal Mercadet le faiseur di Balzac, vivissimo dramma che il Dennery ha ridotto con garbo per le scene parigine. Il Mercadet di Balzac rimane sinora un tipo insuperato nella drammaturgia finanziaria. Mercadet è cosa viva, è il prodotto d’una società alla quale Guizot diceva crudamente: Enrichisseez-vous! Quale differenza tra quel tipo e quello rappresentato dal Biagi nella commedia norvegese, la Crisi, data ieri sera con discreto successo al Manzoni!


  B., Corriere Teatrale, Un sonno, «Corriere della Sera», Milano, Anno III, Num. 122, 4-5 Maggio 1878, p. 3.

  Una terribile insonnia tormentava da qualche settimana un illustre nostro amico. […].

  Pareva il vigile geloso dipinto a tinte fosche in una novella di Balzac.


  Anton Giulio Barrili, I Rossi e i Neri, «Giornale di Padova. Politico-Quotidiano», Padova, Anno XIII, N. 201, 22 luglio 1878, p. 1.

  22 Luglio:

  La bellezza delle ragazze è una, e quella delle donne un’altra. Non ne sappiamo il perché, e volentieri lo chiederemmo a Balzac, se quel gran dipintore di tipi femminili vivesse an­cora; ma questo sappiamo, che il fatto esiste.


  Paul Bourget, Il Romanzo contemporaneo in Francia. II. (Trad. di D. Ciàmpoli), «La Crisalide. Giornale di Lettere, Scienze ed Arti», Napoli, Anno 1, Num. 22, 8 Settembre 1878, pp. 303-304; III., Num. 23, 15 Settembre 1878, pp. 315-316.
II.
  Non parrà strano ad alcuno s’io farò rimontare a Balzac la concezione primitiva del romanzo moderno. In cinquanta brani delle sue opere, ma sopra tutto nella prefazione generale della Comédie humaine quel maestro addita categoricamente lo scopo ch’egli si è prefisso, mostrando così con la piena coscienza dell’opera sua che il critico in lui uguagliava il creatore. Si è posto in voga la teoria del genio inintelligente. Da parte mia, io la credo perfettamente falsa e smentita dagli esempi più notevoli, da Virgilio ad Arrigo Heine, e da Tacito a’ fratelli de Goncourt. In ogni modo Balzac sapeva quel che voleva, e lo poneva in atto. Suo proposito è di fondare l’istoriografia delle storie segrete, quella de’ costumi: la società siede innanzi a lui ed e’ la dipinge come la vede. Egli intraprende la storia naturale di una generazione umana. Non più tesi eloquentemente sviluppate come in Rousseau, non più fantasie poetiche o filosofiche come in madama di Staël, non più confessioni personali come in Ghoëte (sic) o in Benjamin Constant. Lo scrittore è un dottore delle scienze sociali ed il romanzo doventa (sic) un’appendice della psicologia o meglio è la psicologia medesima.
  Questa concezione scientifica dell’opera d’imaginazione si è lentamente elaborata nello spirito di Balzac. Sembra che l’influsso di Walter Scott sia stato il punto di partenza di questo lavorio, come il punto di arrivo fu la Peau de Chagrin. Balzac ammirava spassionatamente Walter Scott e concepì per lui dapprima l’idea di scrivere sulla storia di Francia una serie di cronache saggiamente ordinate, ognuno (sic) delle quali avrebbe riassunto una epopea. Di questo sforzo colossale che sarebbe stata l’epopea francese e non più la Comedia, umana, ci restano i Contes drôlatiques, Maître Cornélius et la Cathérin (sic) de Médicis. Ma si può avere una idea perfetta dell’intero programma di Balzac, leggendo la conversazione di Daniel Darthy (sic) e di Lucien de Rubempée (sic) nella seconda parte delle Illusions perdues. Di là si scorge il piano d’una meravigliosa creazione da realizzare per un archeologo-poeta. Balzac vi fu tentato, poi vi rinunciò: la necessità di produrre immensamente per compiere immensi bisogni, la difficile impresa della ricerca di documenti, il suo amore sfrenato della vita moderna lo condussero a cangiare i termini del problema. Volle essere sempre cronista, ma perché non della società contemporanea? Ed egli giunse a rappresentarsi il romanzo come un semplice capitolo della storia dei costumi.
  Da questo primo periodo cominciano gl’incantevoli quadri della sua vita provinciale e parigina, che formarono la fama del loro autore. Poi l’abituale frequenza del corso di Geoffroy Saint-Hilaire allargò le teoriche di Balzac, determinandole meglio. L’opera sua per tutto segue le tracce del culto ch’egli professò durante tutta la vita pel celebre naturalista avversario di Cuvier. Come Ghoëte (sic) prima di lui, e come Darwin, Balzac ammetteva le dottrine dell’unità di tutte le specie. Con quei naturalisti, egli considerava non esistere al mondo che un solo essere capace di modificarsi indefinitamente secondo i mezzi, suscettivo, sotto l’influsso delle eredità e delle circostanze, di rivestir le forme più differenti e di costruire così ciò che noi chiamiamo specie, cioè una somma di caratteri acquisiti, trasmissibile per l’atto generativo. Ma il lampo di genio fu d’applicare questa legge di evoluzione all’universo psicologico, e di riconoscere, come fece Balzac, che la civiltà ripete esattamente la natura in guisa che la creatura umana impastata e foggiata da tutte le circostanze prevalenti nello stato sociale dà origine ad un centinaio di specie assolutamente distinte, che chiamiamo gente di professione. V’è la specie avvocato, la specie medico, la specie banchiere, e in ogni specie, delle varietà infinite, così che la pittura esatta di questa serie di avvenimenti umani riassunti in un certo numero di tipi nettamente disegnati costituisce un quadro completo, una specie di dramma a cinque o sei mila personaggi, opera gigantesca alla cui realizzazione Balzac è quasi riuscito.
III.
  Balzac mise a profitto delle sue teorie la più splendida immaginativa umana ed una volontà napoleonica; onde non mi curo di noverare i capolavori che abbiamo ereditato dal suo immortale genio creatore. Il secolo decimonono a cui apparteniamo sorge da una veneranda trinità: Shakespeare, Saint-Simon, Balzac. Io vorrei soltanto, dopo avere stabilito l’idea fondamentale della Comédie humaine, presentare due o tre brani tecnicamente particolareggiati, condotti dalla stessa idea e formanti la vita della scuola contemporanea.
  E sulle prime una speciale composizione. Balzac comincia i suoi romanzi con descrizioni che fanno andar Saint-Beuve (sic) fuori di sé e delle quali l’istesso signor Taine dicesi stanco. Gli è il rovescio del sistema antico, del precetto di Orazio: - Semper adeventum festina – E sta bene. Lo scrittore non ha più da svolgere inanzi a’ nostri occhi tappezzerie variopinte e divertire la nostra imaginazione: egli deve indagare le cause ed esplicare i caratteri. Come una conchiglia rivela al naturalista con la sua interna struttura, la struttura dell’essere scomparso che l’abitava da migliaia d’anni; così una città, una casa, una camera, con l’intimo studio de’ loro particolari, rivelano al psicologo i particolari dell’indole e de’ costumi della creatura umana colà vissuta. Eugenia Grandet suppone la casa Grandet, come Papà Goriot suppone la casa Vauquer, come il re de’ lussuriosi, il frivolo e feroce Marsay, suppone il brioso Parigi delle corse e delle sale. Non vi dispiaccia quindi se i tre romanzi – Eugenia Grandet, Papà Goriot e le Fanciulle (sic) dagli occhi d’oro – cominciano con descrizioni minuziose come un inventario. La descrizione del mezzo gli è pel romanzo ciò ch’è in pittura l’atmosfera intorno al personaggio.
  Altra cosa da notare è la quasi assoluta soppressione del dialogo. Si ciarla poco in Balzac, non si ciarla affatto nel romanzo contemporaneo. E infatti, essendo il romanzo la sintesi della vita, si tratta, non di strenografare (sic) le conversazioni, ma di riprodurre ciò che hanno di più vibrato, il che consente più che nella parola, nella fisionomia, nel gesto, ne’ misteri degli sguardi. Di qui, invece delle interminabili cicalate di Walter Scott e degli Inglesi, una frase che riassume una situazione, ma affascinante, degna di spiccare sul fondo del racconto come la parola risuona nel silenzio della vita. Balzac in questo è rimasto unico ancora; ed i propositi del suo Bixiou e del suo Trailles sono modelli di quelle certe forme incisive che vanno dritto in fondo d’una situazione, come un bisturi a cui basta un sol colpo per aprirsi il varco.
  Non c’illudiamo d’altronde: lo stile di Balzac è uno stile di prim’ordine; sebbene si sia molto sparso il pregiudizio, anche tra artisti, che Balzac pecchi nella forma. Che io sappia, non v’ha che Teofilo Gautier il quale abbia osato di sostenere che Balzac scriva bene. Essendo infatti ammessa la società ch’egli si proponeva di ritrarre, Balzac doveva scrivere con le parole che noi diciamo, e pensiamo. Egli ha riempita la sua lingua di formule tecniche, di metafore dialettiche e scientifiche, di scherzi da officina: la sua sintassi è contorta, come una serpe, per abbracciare più cose; la frase è carica d’incidenti, poiché l’uomo moderno non essendo più semplice, bisognava uguagliare la sua complessività psicologica ad una complessività grammaticale analoga. Né si venga a dire che gli manca della sonorità propria della prosa, del ritmo superiore forse a quello de’ più bei versi e che fa dire a Flaubert in confidenza: Non giudico buona una frase se non mi passa in gola.
  Questo assaggiare del grande prosatore, Balzac l’ha fatto molte volte per una, e nelle confessioni di Rafaele, di Valentino, nelle scappate di Vautrin, che cerca di corrompere Rastignac e talora vi rinuncia, si pare benissimo.
  Onde lo stile di lui non è tenuto in grande importanza da continuatori di Balzac; perché sanno che gli basta la gloria d’averci lasciato le concezioni e le forme di cui ho parlato. Quasi tutto il romanzo contemporaneo è là. Poi dimostrerò in che cosa due altri scrittori, i cui nomi devono stare accoppiati, Stendall (sic) e Gautier, abbiano potentemente modificato, col loro sapere e la loro influenza, la formula lasciata da Balzac.[1]

  A. C., Corrispondenza letteraria da Parigi, «La Rassegna settimanale di politica, scienze, lettere ed arti», Firenze, Tipografia di G. Barbèra, Vol. 2°., N° 8, 25 Agosto 1878, pp. 129-130.
  Il Champfleury, il romanziere realista, divenuto critico di cose d’arte e direttore della manifattura di Sèvres, ha pubblicato due piccoli studi sopra Balzac. In uno, Balzac propriétaire,*** ci racconta argutamente che Balzac comprando il terreno sul quale edificò la sua casa des Jardies, lasciò al venditore una parte del suolo che prometteva di far valere in seguito. Lo Champfleury ha veduto l’atto di vendita presso il notaro di Sèvres. Ma perché Balzac non ha preso possesso di tutto il terreno? Ei voleva avere sotto la mano un contadino, proprietario, tenerlo a modello, spogliarlo a suo bell’agio e così cogliere al vivo le malizie ed i tratti di carattere ch’egli ha posti nelle sue Scènes de la vie de Campagne.
  Nell’altro opuscolo, Balzac au collège, lo Champfleury racconta l’infanzia di Balzac al collegio di Vendôme (nel Loir et Cher); egli ha visitato la casa ove il gran romanziere fece i suoi studi e la prigione ove Balzac, scolaro indocile e restìo, si fece spesso racchiudere: perché Balzac non fu né una fenice di Collegio né il favorito de’ suoi maestri; il solo o quasi il solo che serbò memoria dell’alunno distratto e pensieroso, fu il vecchio portinaio, allora incaricato del servizio della prigione, egli almeno si rammentava gli occhioni neri di Balzac. Lo Champfleury ci promette due altre pubblicazioni sul fecondo scrittore della monarchia di Luglio: Balzac, l’homme et l’oeuvre, Balzac et sa méthode de travail.
  *** Balzac propriétaire, documents pour servir à la biographie de Balzac, par Champfleury, Paris, Patay.
  * Balzac au Collège par Champfleury, Paris, Patay.


  Felice Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. Emile Zola: “Théâtre”. – Paris, Charpentier, «Il Sole. Giornale commerciale-agricolo-industriale», Milano, Anno XV, N. 233, 4 Ottobre 1878, pp. 1-2; N. 234, 5 Ottobre 1878, pp. 1-2.
  p. 1. Siccome la favola del Rabourdin su ispirata allo Zola dal Volpone, commedia inglese dei tempi di Shakespeare, perché in quel repertorio trovasi «une crudité splendide, une violence continue dans le vrai, une rage admirable de satire» così il Bouton de rose gli fu suggerito dal Frère d’arme, conte drôlatique di Balzac, perché contiene il soggetto d’una farsa divertente ed una situazione drammatica originalissima. Se avessi tempo e spazio, vorrei seguire lo Zola nelle diverse fasi della trasformazione del racconto di Balzac, in una farsa per il Palais Royal.
  Primo atto, un marito confida sua moglie al suo amico; atto secondo, l’amico si sente spinto ad abusare di questo sacro deposito; terz’atto, il marito ritorna e domanda ragione all’amico colpevole. Ecco il piano originario di questa commedia, accusata di oscenità e moralissima invece, perché avente per base il vecchio assioma, che il più sicuro guardiano della donna è la donna stessa. […]
  p. 2. E dire, che questa produzione, proprio tutta da ridere, fu scritta dal romanziere della Raquin e dell’Assommoir (prototipi del genere straziante), dall’autore della Faute de l’abbé Mouret e della Page d’amour (capolavori di squisitezza nell’idillio e nelle miniature), pari a Balzac nella fisiologia sociale della Curée e della Conquête, a Gautier nella pittura di genere del Ventre de Paris, a Droz nei Contes à Ninon.
***
  p. 1. Nel romanzo, ha riportato una vittoria paragonabile a quella di Balzac ed ancor più splendida di quella, che arrise ai De-Goncourt, suoi predecessori.


  Luigi Capuana, Appendice del “Corriere della sera”. Rassegna letteraria. E. Zola – “I Rougon-Macquart” (Une page d’amour), «Corriere della Sera», Milano, Anno III, 20 Giugno 1878, pp. 1-2.
  p. 1. Questo infiltrarsi dell’elemento scientifico nell’opera d’arte è un vero segno del tempo. L’arte tende a ritemprarsi, a rinnovellarsi per mezzo della osservazione diretta e meticolosa che è l’impronta del secolo. Il difficile sta nel mantenere la giustezza delle proporzioni, fra gli elementi della scienza e quelli della imaginazione, in guisa che la libera natura dell’arte non ne sia tarpata, e nello stesso tempo in modo che il processo della creazione artistica si sottometta a tutte le esigenze del metodo scientifico positivo. Bisogna confessarlo: l’arte ha già perduto in questo connubio qualcosa della sua fresca e virginea spontaneità. Ha già un’aria severa, quasi trista. Non può presagirsene nulla di buono per la sua esistenza nell’avvenire.
  La cosa non è di data molto recente. Il Balzac, nella sua celebre prefazione alla Comédie humaine, ne diede il primo accenno sin dal 1842. Il suo immenso lavoro doveva essere il saggio di una possibile storia naturale dell’uomo. Il concetto del Balzac presentava per la sua vastità un che d’indeterminato e nei particolari dell’opera si avvertiva appena. L’artista aveva potuto conservare nell’esecuzione la più illimitata libertà. Tutti quei romanzi, legati poi insieme sotto il gran titolo di Comédie humaine, erano dapprima stati scritti senza nessuna preoccupazione di un metodo scientifico qualunque. L’unica preoccupazione era stata il soffiare nel personaggio e nell’azione lo spiraculum vitae, il far concurrence, com’egli diceva, à l’état civil; tutto il resto diventava un mezzo per raggiungere più facilmente quel supremo scopo dell’arte.
  Nel Zola, che discende in linea retta da Balzac, passando alcun poco pei fratelli Goncourt, la teorica scientifica si annunzia con tutta la cruda precisione del vocabolo tecnico. E quasi ch’egli non sentisse ancora in pace la sua coscienza di scrittore dopo la così esplicita dichiarazione citata, eccolo con una Nota messa in testa a questa Page d’amour e coll’albero genealogico dei Rougon-Macquart ad affermare più risolutamente il vero carattere del suo lavoro.
  I Rougon-Macquart saranno, innanzi tutto, quello che debbono essere, un’opera d’arte, un vero monumento che, se non avrà la vastità della Comédie humaine, avrà su di essa il pregio d’una più rigorosa unità di concetto; e un monumento nel quale il valore dell’esecuzione sembra non volere rimanere punto inferiore all’elevatezza del concetto scientifico. Questo significa che i criteri coi quali il lavoro va giudicato tanto nei particolari quanto nel suo insieme debbono precipuamente essere criteri d’arte. Ma per quanto (come in qualunque lavoro artistico) il valore della forma predomini, le ragioni del puro concetto scientifico debbono necessariamente avere anche la loro parte nei criteri di un giudizio parziale e d’insieme. Non è possibile tagliare in due un lavoro d’arte e mettere da un canto la forma e dall’altra il concetto […].

  Paolo Emilio Castagnola, Ettore Carlandi, Cenno storico della letteratura francese compilato da Paolo Emilio Castagnola e Ettore Carlandi, Roma, Tipografia del Senato di Forzani e Comp., 1878.
  p. 153. Insieme con Alessandro Dumas, del quale or ora diremo, due altri romanzieri acquistarono pure per qualità diverse grande rinomanza, e furono Onorato De Balzac (1799-1850) ed Eugenio Sue (1804-1857). Il primo di questi raccolse sotto un titolo comune i suoi racconti, i quali per altro non son legati da nessun vincolo naturale, il qual titolo è La comédie humaine. Sotto un altro più speciale, cioè di Scene della vita di provincia, ne raccolse anche parecchi; e in quasi tutti domina un certo spirito di analisi filosofica. L’autore ha una grande forza di concetti, e manifesta profonda conoscenza del cuore umano, tanto che la più parte de’ suoi lavori potrebbersi dire studî psicologici; tuttavia non sempre si attiene al verosimile, ed è oltre ogni credere minuzioso nelle descrizioni, di maniera che la sovrabbondanza eccessiva de’ particolari stanca di sovente il lettore. Uno de’ suoi più noti e più bei racconti è la Peau de Chagrin, ed un altro (da cui egli medesimo [sic] trasse un dramma, tradotto o imitato e rappresentato anche in Italia) è quello intitolato Papà Goriot (Le père Goriot). – Le Lys de la vallée (sic), Le médecin de campagne ed Eugénie Grandin (sic) sono pure tra i suoi migliori; scrisse anche una commedia, Mercadet, ed un curioso e poco castigato libro intitolato: Physiologie du mariage.


  Carlo Collodi, Un’antipatia feroce, «Il Novelliere», Napoli, 1-2-3-4 Aprile 1878.
  Cfr. 1871.

  Giovanni Faldella, A Parigi. Viaggio di Geronimo e Compagnia. II. I Viaggiatori, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XII, Num. 252, 13 Settembre 1878, p. 2.
  Fatto il matrimonio, egli [Sgorbi] si trovò contento di avere acquistata sua moglie più vecchia e più brutta di lui. […]. Egli aveva i vantaggi del coniugio e della famiglia senza le seccature della figliolanza, della gelosia e dei soverchi timori inspirati da Balzac sulla falsità femminina; imperocchè la signora Clitennestra, con la sua figura di una giraffa, che si aggirasse nella più accertata sterilità di un deserto, era proprio al riparo d’ogni tentazione anche del demonio.

  Giovanni Faldella, A Parigi. Viaggio di Geronimo e Compagnia. X. Sconfitta di Parigi, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XII, Num. 276, 7 Ottobre 1878, pp. 2-3.
  p. 3. Il sindaco si sentiva a volta a volta vuotare la testa e poi riempire da mille ricordi: - Cesare coi suoi piccoli soldati e la sua parlata superba […]; il mondo tornito e luccicante di Balzac; i generali russi di Scribe; i Gesuiti di Sue […].

  Farfalla, [La Farfalla …], «La Farfalla», Milano, Vol. 2, Anno IV – Serie III, N. 9, 24 febbrajo 1878, p. 34.
  La Farfalla che ha sin qui aleggiato per gli ameni giardini dell’arte e della letteratura contemporanea e delibati gli olezzi più soavi, dalle corolle dei fiori più delicati, s’appresta a spingere il volo fra i dumi del campo sociale.
  Non vi allarmate.
  La Farfalla non s’impancherà mai a filosofessa; non allungherà la sua tuba nelle severe – troppo severe – e gravi – troppo gravi – disquisizioni, che tediano il mondo; non assumerà, per il quarto d’ora, l’arduo compito di riformarlo; non professerà, salita in bigoncia, etica civile.
  No.
  La Farfalla ha ambizioni modeste.
  Schizzerà qualche studio dal vero.
  Oggi un banchiere arricchito … Come?
  Domani un matrimonio … A quanti?
  E poi un cavaliere … Di che?
  Quindi un uomo di lettere … Quali?
  Uno speculatore … Su cosa?
  Un artista … Di genere?
  Un avvocato … Di cause?
  L’Italia non ha ancora trovato il suo Balzac. […].

  Paolo Ferrari, Prosa. Commedia in cinque atti, in Opere drammatiche di Paolo Ferrari. Volume quarto, Milano, Libreria editrice, 1878, pp. 4-170.
  p. 24. Cfr. 1860; 1876.

  [F.] Filippi, Appendice del “Corriere della sera”. Il Teatro di Zola. “Thérèse Raquin” – “Les héritiers” – “Rebourdin” – “Le bouton de rose”, «Corriere della Sera», Milano, Anno III, 2-3 Dicembre 1878, pp. 1-2.
  La grande rinomanza ottenuta, con straordinaria rapidità, dall’autore dell’Assommoir, le dispute sempre vive, ostinate, sulla scuola realistica, di cui lo Zola è strenuo campione, la stessa italianità di origine di questo fortunato successore di Balzac, mi fanno sperare che a lettori italiani non parrà superfluo, né fastidioso, questo breve studio sopra il lato più debole, almeno per ora, dell’ingegno di Zola: il lato, voglio dire, drammatico. […].
  Vorrei dire solamente qualche parola sulla successione di Balzac, il luogo comune della critica ammiratrice dello Zola. Se ben si guarda, gli indizi di paternità sono più apparenti che sostanziali. Balzac era un genio d’invenzione, di fantasia, di immaginazione, spesso sregolata. Le sue invenzioni erano foderate d’una osservazione acuta, profonda, minutissima, implacabile. Inventava male, ma inventava. I fatti dei suoi prodigiosi romanzi sono inverosimili, le peripezie strane fino al barocchismo, gl’intrecci lunghi, confusi, impigliati: tutto ciò metteva in un ambiente vero, reale: gli uomini di Balzac sono vivi, parlanti, e per dir tutto in un bisticcio, sono uomini umani; gli abiti spesso d’arlecchino, ma i corpi e le anime un continuo prodigio; i personaggi, in quei suoi romanzi, fanno cose impossibili, ma parlano e sentono come non li ha saputi far parlare e sentire che lui. Me ne appello a chiunque ha letto la Peau de Chagrin, Le Lys dans la Vallée, e quasi tutti i colossi paradossali di quell’ingegno sterminato.
  Zola è sprovvisto affatto di fantasia, di immaginazione: le qualità inventive in lui sono nulle. […].
  Anche col Bouton de Rose siamo nel dominio della farsa, ma molto più sgangherata e triviale, e lo Zola ci tiene, la adora, come il prediletto dei suoi rampolli drammatici. Tolse il soggetto dal Frère d’armes, uno di quegli ammirabili Contes drôlatiques di Balzac, pieni di sapore gaulois … troppo gaulois, che una signora non può confessare di conoscere, nemmeno di vista. […].
  Sì, lavori pure, nella serie dei suoi ammirabili romanzi, quadro vero e tremendo del nostro tempo, ma rinunzi alla gloria del teatro, la quale, per le identiche ragioni, è mancata anche al suo grande predecessore, l’autore del Mercadet, l’immortale Onorato De Balzac.
  [In precedenza, il Filippi aveva affermato che: «non si può cavare un buon dramma da un eccellente romanzo [si riferisce a Thérèse Raquin], ed in teatro il solo naturalismo non basta, se non è accompagnato da una bella e ragionata invenzione». E più oltre, riferendosi al Bouton de rose, l’A. sentenzia che: «Non è questione d’arte, né di morale, ma di gusto, di pura decenza»].

  F.[erdinando] Fontana, Da Berlino, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XII, Num. 303, 3 Novembre 1878, p. 2.
  A proposito d’impressioni. Oggi ne ho avuta una che se Balzac fosse stato al mio posto chissà che profitto ne avrebbe tirato!
  Ero andato in un gabinetto di lettura per abbonarmi. Un gabinetto di lettura in una gran capitale, e anche in una città di provincia, rassomiglia, secondo me, perfettamente a una di quelle cappellette di campagna, che si incontrano in qualche quadrivio, pieno di ossa di morti messe i fila, e di teschi di curati allineati su parecchie assicelle polverose. […].
  E venne la mattina, la sartina berlinese tanto sorella della torinese e della milanese, di scappata, fra una commissione e l’altra; e venne una vecchia francese con un catalogo di libri segnati in margine con tre croci, cioè già letti tre volte, e che rimettevasi a leggere per la quarta al solo scopo di consumare il tempo e la lucilina.
  Oh Vittor Hugo! … Oh Gautier! Oh … Balzac! … Oh Giorgio Sand! … Oh mille autori celebri, se sapeste per chi scrivete!

  Francesco Garzes, Sulle condizioni del teatro italiano. Lettera a S. E. il Ministro della Pubblica Istruzione, Firenze, Tipi dell’Arte della Stampa, 1878.
  pp. 9-10. Però gli attori che avean quasi sempre vestito la clamide ed il coturno, si trovarono molto a disagio nel frac e nella redingote. Quegli abiti hanno una marca di fabbrica tutta propria che un francese spiritoso ha definito, l’impertinenza della nascita.
  È naturale che fossero impacciati come quei buoni borghesi di provincia che visitano per la prima volta Parigi, ed i cui tipi sono rimasti celebri nelle pagine di Balzac e di De Kock.


  Gelsomino, Corrispondenze. Da Venezia, «Asmodeo. Monitor Artistico-Teatrale», Milano, Anno VII, Num. 28, 12 Novembre 1878, p. 5.

  Stasera si darà il Mercadet, commedia nuovissima di Balzac, e della quale si fanno lieti pr[o]nostici.


  A.[ntonio] Ghislanzoni, Scuola moderna(*), in Libro proibito, Milano, Tipografia Editrice Lombarda, 1878 («Biblioteca minima»), pp. 52-54.
  Cfr. 1876.
  p. 52.
  (*) Una strana foggia di poesie si è introdotta e ha preso voga in Italia per iniziativa di due o tre scrittori di ingegno, i quali, per voler essere nuovi ad ogni costo, spesso riuscirono stravaganti e grotteschi. Detti scrittori furono, come avvien sempre, imitati nei difetti – e in questo caso le brutte copie screditarono gli originali.


  A. Ghislanzoni, Scuola moderna, in AA.VV., Nei campi dell’arte. Raccolta di varii componimenti poetici. Fascicolo I (Dalle appendici dell’“Indipendente” di Trieste), Trieste, Stabilimento Tipografico B, Appolonio, 1878, pp. 99-101.

 

  p. 101. Cfr. 1876.



  Luigi Gualdo, Emile Zola – “Une page d’Amour”, «La Rassegna settimanale di politica, scienze, lettere ed arti», Firenze, Tipografia di G. Barbèra, Vol. 1°., N° 21, 26 Maggio 1878, pp. 395-396.
  p. 396. Emilio Zola merita certo un accurato studio critico, e forse lo tenteremo.
  Per adesso, basti questo cenno sul suo ultimo libro. Diremo forse un’altra volta, come questo scrittore, il cui valore fu indovinato da pochi fin dalla pubblicazione dei suoi primi romanzi […] abbia intrapreso un colossale lavoro che rammenta per l’arditezza quella di Balzac, e come lo stia compiendo con la tenacità di proposito dei grandi lavoratori che soli sanno immaginare e compiere.

  Angelo de Gubernatis, Rassegna delle letterature straniere. “Nuove lettere del Sainte-Beuve”, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Tipografia del Senato di Forzani e C., Seconda Serie, Volume Nono (Della Raccolta – Volume XXXIX), Fascicolo X, 15 Maggio 1878, pp. 315-362.
  p. 353. «Dès les premières pages, vous [Zola a proposito di Thérèse Raquin] décrivez le passage du Pont-Neuf; je connais ce passage autant que personne et par toutes les raisons que un jeune home a pu voir s’y rôder. Eh bien, ce n’est pas vrai, c’est fantastique de description, c’est comme la rue Soli, de Balzac. […]».

  Hassan, I. Taine, «Il Gazzettino Letterario di Lecce», Lecce, Anno I, Num. 10, 30 Novembre 1878, pp. 145-148.
  p. 146. Che cosa era la Scuola Normale in quegli anni che ci fu il Taine, dal 1848 al 1851? «Fu un periodo rimarchevole, scrive un suo condiscepolo. Taine leggeva Kant e Spinoza per distrarsi: e passava il resto del tempo a feuilleter, (era la sua espressione) i suoi compagni di camerata. About ci faceva dei bei racconti per ridere, e nei suoi momenti serii studiava Omero e la Bibbia. Gli altri leggevano i giornali o ne facevano; rimavano canzoni, leggevano George Sand, Balzac o Proudon (sic). Noi eravamo schierati in due campi, che si chiamavano voltairiani e atei, con lo stesso spirito di carità col quale i giovani dell’altra rivoluzione si addimandavano classici e romantici.

  L. Hennique, Du Naturalisme au Théâtre. Trois pièces d’E. Zola, «Rivista Paglierina», Milano, Anno I, N. 4, 12 Ottobre 1878, pp. 64-68.
  p. 64. Un fait remarquable, c’est que le goût pubblic (sic) est sujet à des évolutions. Il semble tourner dans un cercle, s’intéressant avec passion tantôt au théâtre, tantôt à la poésie, tantôt au roman. […] Telle révolution littéraire arrive donc fatalement, à son œuvre, par ce qu’il existe aussi une sorte de filiation intellectuelle qui force le talent des jeunes à poursuivre l’œuvre échafaudée par les aînés. Voilà pourquoi l’édifice commencé par Balzac avec Mercadet, a été continué par Edmond et Jules de Goncourt dans Henriette Maréchal, par Flaubert grâce au Candidat, et par Emile Zola dans les trois pièces dont je parlerai tout-à-l’heure [Thérèse Raquin, Les héritiers Rabourdin, Le bouton de rose].


  Victor Hugo, Contraccolpo del 24 giugno sul 2 dicembre, in Storia di un delitto. Deposizione d’un testimonio. Prima e sola traduzione italiana di Vincenzo Trambusti permessa dall’autore. Prima edizione, Roma, Forzani e Compagni, Tipografi-Editori, 1878, pp. 151-159.

 

  p. 152. Da quel giorno io non lo aveva più riveduto che una volta soltanto, il 26 agosto 1849 (sic), quando io ressi, cioè, uno dei fiocchi della coltre di Balzac. Il funebre corteo andava al cimitero Père-Lachaise.


  Paolo Locatelli, Sorveglianti e sorvegliati. Appunti di fisiologia sociale presi dal vero da Paolo Locatelli. Seconda edizione riveduta con aggiunte, Milano, Libreria Fratelli Dumolard, 1878.
  pp. 152-153. Cfr. 1876.

  Paolo Mantegazza, L’Antropologia e l’etnografia all’Esposizione di Parigi, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Tipografia del Senato di Forzani e C., Seconda Serie, Volume Decimo (Della Raccolta – Volume XL), Fascicolo XVI, 15 Agosto 1878, pp. 638-650.
  pp. 642-643. Una parte principalissima dell’Esposizione è dedicata a tutti quei cimelii che non hanno mezzo secolo di vita e che ci hanno rivelato le prime e più riposte pagine della storia umana. Qui vediamo tutta quella caotica confusione di una scienza che per la ricchezza del materiale nacque già adulta, ma che ancora non ha avuto il tempo di ordinare i suoi tesori, di studiarli con unità di concetto e con sicurezza di metodo. Infatti accanto al dotto filosofo, che nelle selci e nelle reliquie craniologiche dei primi uomini non ricerca che una prova dell’evoluzione a cui devono essere stati sottoposti tutti gli esseri vivi, abbiamo il chincagliere raccoglitore, che Balzac avrebbe chiamato un bricabraquier e che si estasia sopra le più minute quisquiglie di selci e di scheggie, ed in ognuna di esse vede mille cose, che agli occhi non armati dalla fede del fanatismo non appaiono che come accidenti della materia, ma che invece sono interpretate nei modi più assurdi, commentate con ridicole divinazioni.

  Ferdinando Martini, Il Realismo in Arte*, «La Rassegna settimanale di politica, scienze, lettere ed arti», Firenze, Tipografia di G. Barbèra, Vol. 1°, N° 1, 6 Gennaio 1878, pp. 10-11.
  * E. Quadrio, Il Realismo in Arte. – Milano, 1877.
  p. 10. Il signor Quadrio che viene, dopo tanti e tanti, a trattare dell’argomento ripete e non tiene quel che fu detto dagli altri; ma il suo libriccino è notevole per due ragioni: prima perché ci si sente il calore e la fede della gioventù e un entusiasmo per le cose dell’arte che non è di molti in oggi: il quale entusiasmo è sempre un bene nei principianti anche quando li conduce a dar dell’illustre a tutto pasto a scrittori come il Ghislanzoni e a giudicare primissimi saggi di osservazione audace della nostra vita sociale i romanzi del Tronconi: quasi che dal Balzac in poi non ci fossero in Francia per tacer di altri, il Flaubert, il Feydeau, lo Zola e fra noi – negli ardimenti almeno a quelli paragonabile – il Verga.


  Achille Marzi, Racconti. Peccati di gioventù, di Achille Marzi (Continuazione), «Emporio Pittoresco. Illustrazione universale», Milano, Anno XV, N. 744, Dal 1° al dicembre 1878, pp. 260-263.

 

  p. 262. Le suore di carità si cangiavano fra di loro attribuzioni ogni trenta giorni.

  Al primo di ciascun mese si vedevano apparire visi nuovi, nuovi caratteri, nuove andature.

  Balzac, colla sua «Théorie de la démarche» avrebbe certo saputo indovinare dalle movenze più o meno rotonde, più o meno angolose, i caratteri delle nuove sorelle comandate di servizio nello scompartimento dello spedale ove mi trovavo.

  Non essendo Balzac, non tentai neppure di spiegarle coteste sfingi, ed attesi a giudicarle al contatto che ne avrei avuto senza dubbio.


  Angelo Mazzoleni, Lavoro e disciplina, in Il Carattere nella vita italiana, Milano, Galli e Omodei, Editori-Libraj, 1878, pp. 109-118.
  pp. 112-113. Guai ai popoli che sciupano le ore fugaci della vita senza metterle a profitto, nel grande salvadanaio dell’umana attività!
  Ebbi a conoscere ingegni svegliatissimi, i quali, educati fra le morbidezze della vita, i baci e le carezze della dea fortuna, intisichirono sui deboli steli della prima fioritura, essendo mancata loro la necessaria energia della volontà. - «Il n’existe pas, lo ha detto Balzac, des grands talents sans une grande volonté». – Donzellando, leggicchiando, senza nulla sperare, senza nulla scrivere, molti dei nostri eterni giovanoni, forniti anche di discreto ingegno, ma senza uno scopo sociale, crebbero disutili a sé ed al paese.

  Angelo Mazzoleni, Igiene della famiglia, in Il Carattere della vita italiana … cit., pp. 195-206.
  p. 204. La donna, schiava prima del matrimonio, acquista con esso piena libertà di azione negli atti della sua vita privata, e il più delle volte non si accontenta di un solo amante in titolo, ma acquista, per soprapiù, un quidam qualunque, né amante né marito, tipo molto di moda nella moderna società L’uomo, ricco o no, se riesce a sposare una donna che ama, o finge d’amare, passata la luna di miele e sopraggiunta la luna rossa, come direbbe Balzac, co’ suoi, se ne ha, o coi denari della moglie, quando non ne ha, si regala una maîtresse, o, come si dice da taluni, con parola più italiana ma meno gentile, una mantenuta; mentre la fiera moglie, novantanove volte su cento, gli rende pane per focaccia, e allora addio roba mia, il matrimonio resta un supplizio, un tormento per tutta la vita, e la casa una specie di albergo, dove si va ad ogni ora del giorno e della notte.


  Giovanni Meak, Fisiologia del letto. Studj dal vero di Giovanni Meak, «Tramway. Giornal popolar semi-serio», Trieste, Anno II, N.° 18, 20 Settembre 1878, pp. 2-3.

 

  p. 2. Balzac, che è un profondo filosofo e un maestro fisiologista, ha fatto una teoria del letto nella sua fisiologia del matrimonio, in cui solleva, senza però risolverla, la questione del legno del letto, che, secondo lui, ha la sua importanza nel matrimonio.


  R. Michely, Appendice. Carry l’avventuriera. Capitolo XII, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XII, Num. 3, 3 Gennaio 1878, p. 1.
  Milady lo [Enrico] interruppe con un grido d’indignazione e di dolore. Ponendo in opera quella logica speciale delle donne cui pensò con tanta acutezza il Balzac, essa, aveva trovato modo di mettere in disparte pel momento il principale, attaccandosi ad un accessorio, la vittoria intorno al quale le avrebbe giovato ad ottenere anche quella completa.

  E. Montebruno, La Donna, «L’Indipendente. Giornale politico, economico, letterario, commerciale marittimo», Trieste, Anno II, N. 381, 23 Giugno 1878, pp. 1-3.

  p. 2. — Il giovane rassomiglia troppo alla donna, perché una giovinetta gli piacia (sic). Co­me il cuore delle giovani donne non può essere compreso se non da uomini assai abili, così le donne di una certa età riescono più gradite ai fanciulli. (Balzac).


  E. Montebruno, La Donna, «L’Indipendente. Giornale politico, economico, letterario, commerciale marittimo», Trieste, Anno II, N. 458, 9 Settembre 1878, pp. 1-3.

  p. 2. Le ragazze non sanno bene, se non ap­punto ciò di cui i loro genitori le desiderano ignoranti. — Queste colombe (le chiamo così, perché la colomba è l’animale meno ingenuo della creazione) che in una notte di ballo fanno quindici o venti miglia di walzer e di polke, turbinando seminude in una nebbia di veli; queste colombe, che in una sera di prima rappresentazione resistono vittoriosa­mente a tutti i binoccoli dei palchetti e della platea; queste colombe, che si espongono quotidianamente alla sazietà pubblica, pre­sentandosi con rara pertinacia in tutti i negozi, su tutti i passeggi, per tutte le vie più frequentate della città; queste colombe, che leggono Dumas-figlio e Balzac, ed —ohimè! — li comprendono entrambi; queste colombe, dico, prima ancora di uscire dal collegio o dal chiostro, dov’ebbero educazione, sono teorica­mente eruditissime in tutto ciò che concerne i misteri della vita e dell’amore.


  E. Montebruno, La Donna, «L’Indipendente. Giornale politico, economico, letterario, commerciale marittimo», Trieste, Anno II, N. 465, 16 Settembre 1878, pp. 1-3.

  p. 3. Peccato che di fronte a questa statistica, compilata da medici, da igienisti e da impiegati del censimento, se ne possa contrapporre un’altra, di genere ben diverso, compilata da Balzac, vale a dire dal principe dei moderni fisiologi. È inutile il dissimularlo, le sue cifre sono assai desolanti per i poveri mariti.

  A furia di calcoli bizzarri, l’eminente ro­manziere è venuto alla tremenda conclusione che, per ogni quattrocentomila donne oneste maritate, vi ha un milione di celibi assetati di amore, i quali le assediano continuamente ... ed energicamente. Ciascuno di questi scelle­rati può calcolare in media sopra tre avven­ture amorose, il che, posto a raffronto il numero indicato, produce un totale di 3 milioni di con­quiste. In seguito a questo lagrimevolissimo computo, Balzac limita le donne irreprensibili alle seguenti categorie:

  1° quelle che sono brutta come demoni;

  2° quelle che sono virtuose come sante;

  3° quelle le cui fibre sono acquose come il midollo della lattuga;

  e 4° quelle che non sono mai state tentate.

  Ora chi è mai quel marito — credente nelle panzane di Balzac — che potrà dormire tranquillo a fianco d’una bella e giovane sposa, sapendo che almeno tre mostri devoti al celibato tengono d’occhio la sua cara proprietà, e che faranno ogni sforzo possibile per turbargliene il legittimo possesso?!


  E. Montebruno, La Donna, «L’Indipendente. Giornale politico, economico, letterario, commerciale marittimo», Trieste, Anno II, N. 472, 23 Settembre 1878, pp. 1-2.

  p. 2. Alla prima delle sue domande [«Su cento mariti – scrive al Montebruno Allah., quanti, secondo lei, sono … disgraziati?»] ho risposto nell’appendice precedente pubblicando l'autorevole statistica di Balzac, il quale, a questo proposito è assai più competente di me.

  Piccola Posta.

  Signor celibe che corteggia le donne sposate: Balzac non dice nulla in proposito; ma potrebbe dirlo lei, che, a quanto sembra, è dietro a fare esperienze.


  E. Montebruno, La Donna, «L’Indipendente. Giornale politico, economico, letterario, commerciale marittimo», Trieste, Anno II, N. 487, 8 Ottobre 1878, pp. 1-2.

  p. 1. — Volete incatenarvi? Amate la libertà. — Volete ridiventare liberi? Legatevi col matrimonio. (Balzac).


  E. Montebruno, La Donna, «L’Indipendente. Giornale politico, economico, letterario, commerciale marittimo», Trieste, Anno II, N. 501, 22 Ottobre 1878, p. 1.

  Michelet racconta di aver udito escla­mare da un contadino, a proposito di una giovane coppia di sposi:

  — Sono appena maritati da otto gior­ni, eppur guardate come si vogliono bene!

  Il filosofo francese trova queste ingenue parole piene di un senso raro e profondo. — È naturale (egli dice) che due persone tanto più si debbano amare quanto più stanno assieme, quanto più si conoscono, quanto più gioiscono della scambievole convivenza. Per l’uomo l’amore è un viaggio alla volta di regioni ignote d’un mondo infinito, nel quale si passa di mistero in mistero. Il primo periodo è tutto di vertigine; ma di mano in mano che si va innanzi, s’impara ad apprezzare d’avantaggio la propria compagna, e la si ama per lei stessa, per le soddisfazioni che ci dà, per le speranze che ci ha date, por i conforti che ci darà.

  Taluno osserverà che Michelet è un poeta entusiasta, un fanatico difensore delle donne, od insinuerà che il suo ottimismo è esage­rato. — Ebbene, prendiamo Balzac, il beffardo derisore del matrimonio, e vedremo che egli pure — quando parla di connubi stretti da mutua simpatia — esprime su per giù le medesime idee. Udiamolo: La felicità nel matrimonio risulta da un accordo possibilmente perfetto fra le anime dei due sposi. Ciò ammesso, ne viene di conseguenza che un marito, per vivere felice, dev’essere amato dalla moglie ed amarla egli stesso. — Ma l'amore sta nel desiderio: e si può forse de­siderare la propria moglie? Rispondo di sì. — È assurdo il dire che non si possa amare sempre la medesima donna, come sarebbe as­surdo l’asserire che un celebre artista ha bi­sogno di cambiare parecchi violini per ren­dere sublimi le sue suonate. — L’amore ha il destino di tutto ciò che è grande nell’uo­mo: quando esiste, esiste per sempre, e cre­sce continuamente. Se la poesia, la musica, la pittura, hanno delle espressioni inesauri­bili, i piaceri dell’amore devono averne an­che di più, perché, se nelle arti l’uomo si trova solo colla sua immaginazione, nell'’more ei combina assieme due corpi e due anime.

  Ed ora che ho fatto il miracolo di porre quasi all’unisono Michelet con Balzac, il bianco col nero, l’inno con la satira, mi si venga ancora a ripetere il noto ritornello che il matrimonio è il sicario dell’amore!


  Francesco Muscogiuri, Il Cenacolo (Profili e Simpatie), Roma, Tipografia del Senato di Forzani e C., editori, 1878.

 

Il Romanzo, pp. 112-120.

 

  pp. 113-114. I nomi di Hugo, di Balzac, di Souvestre, di Sandeau, di Janin, di Mérimée, della Sand, di Feuillet, d’About, di Karr e d’Houssaye godono meritatamente tra noi la simpatia popolare. La verve di Hugo, la dignità di Souvestre, lo spirito di Janin e di Karr, la diligente osservazione di Balzac, l’entusiasmo e la fervida fantasia della Sand sono infatti doti peregrine di ingegni elettissimi. […].

  Tra questa innumerevole turba di romanzieri fecondi e d’infaticabili raccoglitori di cronache grigie, io trovo due robustissimi ingegni, Balzac e la Sand, che sarebbero riusciti insuperabili in questo nuovo genere d’arte, se non avessero torturate in mille guise le singolari facoltà del pensiero.

  Di Balzac, di questo maresciallo della letteratura moderna – com’egli si compiaceva di farsi annunziare, – ha parlato lungamente e rettamente Ippolito Taine, forbito scrittore e critico avveduto e imparziale.

 

La Critica, pp. 121-131.

 

  [Su Taine]. p. 130. L’uomo intero, col suo suo carattere. colle sue facoltà, colle sue passioni, colle sue virtù e coi suoi vizi contribuisce a produrle. «Balzac fu uomo d’affari, e uomo d’affari crivellato di debiti. Assediato e vessato dai suoi creditori, fece prodigi di lavoro. S’alzava a mezzanotte, bevea del caffè e lavorava dodici ore di seguito; poi correva alla stamperia e correggeva le prove, architettando nuovi romanzi. Concepì venti progetti di speculazione e volò una volta in Sardegna per vedere se le scorie di alcune miniere non contenessero una parte d’argento. Come pagare e come farsi ricco? Stanco di tanta miseria, immaginava un banchiere generoso che gli dicesse: - Servitevi della mia cassa e affrancatevi. Io ho fedo nel vostro talento e voglio salvare un grand’uomo. Allora egli si esaltava finiva col credere al sogno e diveniva il primo uomo del mondo: accademico, deputato, ministro. Il denaro fu il persecutore e il tiranno della sua vita; egli ne fu la preda e lo schiavo, per bisogno, per onore, per immaginazione; questo despota e questo carnefice lo incatenò, lo infervorò, lo inseguì ne’ suoi ozi, nelle sue riflessioni, nelle sue fantasie, diresse il suo sguardo, dominò la sua mano, ispirò la sua poesia, animò i suoi caratteri e lasciò su tutta l’opera la traccia abbagliante dei suoi splendori. Così comprese Balzac che il denaro è la gran molla della vita moderna. Valutò le ricchezze dei suoi personaggi, ne indagò l’origine, i proventi e l’impiego, equilibrò gl’introiti e gli esiti, e trasportò nel romanzo le abitudini del bilancio. Conobbe il segreto delle speculazioni, dell’economia, dei contratti, i pericoli del commercio, le invenzioni dell’industria, le combinazioni dell’aggiotaggio. Dipinse gli avvocati, i cursori, i banchieri, e fece entrare dovunque il codice civile e la lettera di cambio. Portò la poesia negli affari. Immaginò combattimenti simili a quelli degli antichi eroi, ma per causa di una successione o di una dote, coi giureconsulti per soldati e il codice per arsenale. Sotto la sua penna i milioni si accumularono; e i lettori si adagiarono tra mucchi di oro. Di qua una parte della sua gloria. Egli ci rappresenta la vita che noi viviamo, ci parla degl’interessi che ci agitano, sazia la cupidigia che ci dilania».1

  1 Taine, Nouveaux essais de Critique.


  Pessimista [Felice Cameroni], Sul “Bouton de rose”, di Zola, «L’Arte Drammatica», Milano, Anno VII, N. 27, 18 Maggio 1878, p. 4.

 

  […] il Bouton de rose di Zola, […] pone nel più cattivo aspetto l’argomento della nuova farsa, convertendo un racconto drolatique di Balzac, in robaccia di pessimo genere […].


  Pessimista [Felice Cameroni], Emile Zola – “Théâtre” – Paris, Charpentier, «L’Arte drammatica», Anno VII, N. 47, 5 Ottobre 1878, pp. 1-3.
  p. 2. Siccome la favola dei Rabourdin fu ispirata allo Zola dal Volpone, commedia inglese dei tempi di Shakespeare, perché in quel repertorio trovasi «une crudité splendide, une violence continue dans le vrai, une rage admirable de satire» così il Bouton de rose gli fu suggerito dal Frère d’arme, conte drôlatique di Balzac, perché contiene il soggetto d’una farsa divertente ed una situazione drammatica originalissima. Se avessi tempo e spazio, vorrei seguire lo Zola nelle diverse fasi della trasformazione del racconto di Balzac, in una farsa per il Palais Royal. […].
  E dire, che questa produzione, proprio tutta da ridere, fu scritta dal romanziere della Raquin e dell’Assommoir (prototipi del genere straziante), dall’autore della Faute de l’abbé Mouret e della Page d’amour (capolavori di squisitezza nell’idillio e nelle miniature), pari a Balzac nella fisiologia sociale della Curée e della Conquête, a Gautier nella pittura di genere del Ventre de Paris, a Droz nei Contes à Ninon! […].
  p. 3. Nel romanzo, ha riportato una vittoria paragonabile a quella di Balzac ed ancor più splendida di quella che arrise ai De Goncourt, suoi predecessori.
  Ad una tempra così virile nei propositi, ad un sì alto ingegno artistico, non può mancare il successo, anche sul teatro.


  F.[erdinando] Petruccelli della Gattina, I Suicidi di Parigi (romanzo), Milano, Ripamonti, 1878; Milano, Sonzogno, 1884; Napoli, Casa editrice Ferd. Bideri, 1915.

XII. Oh i consigli, i consigli, pp. 70-75.
  p. 74.
  – Borsa alla mano?
  – Moralmente. Ma io mi condussi come uno sgnoccolone. Me ne andai da madama Goupil.
  – Cosa è codesta madama Goupil, innanzi tutto?
  – Un tipo, mio caro, un tipo restato incognito per fino al gran Colombo di Parigi – il nostro sommo pontefice Balzac. Vuoi tu che ci rechiamo da lei?

VI. Un po’ delle cose del duca di Balbek.
  p. 208.
  – Tu sai che il tuo mondo non mi seduce enormemente – rispose Vitaliana – e che i saloni m’attirano mediocrissimamente. Io non ò spirito quanto occorre per regnare. E, d’altronde, sono restata, in fondo in fondo, la pensionaria del Sacré-Coeur.
  – L’è vero.
  – E poi, credi tu; caro, che i più spiritosi dei nostri poeti, Victor Hugo, Musset, Dumas, che so io, Balzac, egli stesso, potrebbero dirmi altra cosa che me ne dicono il mio specchio od i miei fiori? L’uno mi piaggia così compiacentemente; gli altri mi incantano. Se tu sapessi come cantano quei piccoli birboncelli lì, quando mi veggono ronzar per la stufa! […]
  p. 241. Il giorno stesso, il duca di Balbek si mise a correr Parigi per trovare una nicchia a Morella.
  Fece dei miracoli di attività – e lo si capisce del resto.
  Comprò a nome della contessa Morella di Miraflores una palazzina nel rione di Beaujon – civettuola come un’ingenua e quasi nascosta nei boschetti d’alberi; in una strada che si chiamò più tardi dal nome di quel sovrano dei romanzieri di tutti i tempi e di tutti i paesi: Balzac!

  Giacomo Piazzoli, Appunti Bibliografici. Carlo Dossi ed i critici della Cappella Sistina, «La Rivista Repubblicana di politica, filosofia, scienze, lettere ed arti», Milano, Anno I, Num. 15, 31 Luglio 1878, pp. 239-241.
  p. 240. - Eh! Via (si dirà) che quel brontolone d’Alceste s’arrabbi fin che vuole; non saremo noi che potremo mutar i gusti della maggioranza, ed alla fine anche Giboyer, Robert-Macaire, Mercadet, hanno diritto di vivere nell’attuale società, e chi è malcontento e prova il santo sdegno dell’uomo onesto, abbandoni la società brillante della città e si ritiri su un monte a vivere coi cavoli e colle capre. […].
  p. 241. Le scene erotiche del convento, la descrizione della morte di Iza, la narrazione delle arti adoperate dal signor Virgoletti per afferrare nei suoi artigli la persona e la sostanza della signora Brembati, certi discorsi passati fra due crestaie ed altri quadri – sono bozzetti di valore che potrebbero benissimo essere sottoscritti con orgoglio da Balzac, da Théophile Gautier (quando scriveva specialmente le bizzarre avventure dei Jeunes-France) e dal Zola.

  Giacomo Piazzoli, Appunti Bibliografici. “Carlo Cattaneo”, per Enrico Zanoni, - Milano, 1878 presso Alessio Gattinoni e Robecchi Levino, «La Rivista Repubblicana di politica, filosofia, scienze, lettere ed arti», Milano, Anno I, Num. 33, 31 Dicembre 1878, pp. 531-532.
  p. 531. Eppure oggidì, in cui si inneggia alle più ridicole nullità, si coronano in Campidoglio Robert Macaire e Mercadet, si stampano coi tipi elzeviriani i versi di Truffaldino e di Brighella, regna il più profondo silenzio sulla fossa di Cattaneo!

  Joseph Poerio, Balzac. 1799-1850, in La France littéraire ou Les prosateurs et les Poètes français depuis Pascal et Malherbe jusqu’à nos jours par Joseph Poerio … cit., p. 356.
  Cfr. 1872.

  Ponson Du Terrail, Il Bagno di Tolone. Seguito del romanzo “Il Testamento di Grandisale”, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 1878.
  p. 31. Cfr. 1876.

  Psiche, Salvatore Farina, «La Farfalla», Milano, Vol. 2, Anno IV – Serie III, N. 4, 20 gennajo 1878, pp. 25-28.
  p. 27. Quando si è dato alla letteratura militante Fante di Picche, Tesoro di Donnina e Amore bendato – uno studio psicologico da meritare la firma di Balzac, ed insieme una trovata da far saltare tant’alto un pittore di genere – allora si può ben permettersi il lusso di andare in cerca dell’Oro nascosto anche a rischio e pericolo di avere poi lavorato faticosamente intorno ad una miniera cui manchi il filone …

  G.[erolamo] Ragusa Moleti, I Bohémes (sic), «La Farfalla», Milano, Anno IV, S. III, Vol. III, N. 14, 28 luglio 1878, pp. 54-55.
  p. 55. Lasciamo stare le accuse ridicole che gli uomini serî lanciano ai bohèmes, accuse, per esempio carine come queste: «Il bohème è nullo in arte, in politica, in filosofia» quando si sa che gli artisti della bohème sono Dante, Omero, Ovidio, Orazio, tutti i trovadori, Musset, Heine, Murger, Balzac, Hugo […].

  R.[oberto] Sacchetti, Tranquillo Cremona. Commemorazione, «Gazzetta Letteraria», Torino, Tipografia Roux e Favale, Anno II, Num. 24, dal 15 al 22 giugno 1878, pp. 187-188 e in «Rivista Minima», Milano, Anno VIII, N. 12, 30 Giugno 1878, pp. 179-182; «L’Illustrazione Popolare», Milano, Fratelli Treves, Vol. XV, N. 38, 21 Luglio 1878, pp. 599 e 602.
  p. 187. L’illustre pittore è morto ieri mattina [10 giugno 1878]. […].
  p. 188. Non so perché lo chiamassero realista, forse perché era ribelle alle tradizioni scolastiche, ma era rivoluzionario, non per la scelta dei soggetti, bensì solo per il suo modo di dipingere. Il suo realismo era tutto nella tecnica, nella lotta, nello sforzo, talora eccessivo, per conquistare l’evidenza, l’espressione di ciò che è quasi inesprimibile: - il rilievo, l’unità fondamentale del colore nelle sue diverse gradazioni di luci e di ombre, la morbidezza, il calore, l’intimo riflusso del sangue, della vita sotto l’epidermide liscia, e finalmente lo sfolgorar dell’idea! …
  Racconta Balzac in una delle sue migliori novelle la storia di un pittore Frenhofer, il quale, illudendosi di gareggiare in evidenza col vero, di dare all’immagine il rilievo, le apparenze tutte della natura, - inseguiva con tanta foga questo suo ideale di esecuzione, da oltrepassare il limite della possibilità e distruggere a poco a poco, persuaso di perfezionarlo, il suo lavoro.
  Ed ecco come il Balzac gli faceva svolgere la sua teoria sublime:
  - «Molti ignoranti si lusingano perché sanno tracciare una linea sottile; io invece non segno ruvidamente il contorno della mia figura e non delineo i dettagli anatomici, perché il corpo umano non finisce mica delle linee. In ciò gli scultori possono avvicinarsi alla verità più di noi altri. La natura si compone di una serie di rotondità avviluppate l’una dentro l’altra. Rigorosamente parlando il disegno non esiste … La linea non è che il mezzo convenzionale per cui l’uomo esprime l’effetto della luce sugli oggetti; ma in natura non vi sono linee, tutto è solido e pieno; gli è modellando che si deve disegnare, cioè far spiccare le cose sull’ambiente che le circonda. Perciò io non fisso i lineamenti e spargo sui contorni una nube di mezze tinte dorate e calde per le quali non si riesce più a determinare col dito il punto in cui il contorno s’incontra. Da vicino questa mia pittura sembra fatta colla bambagia, ma, a due passi di distanza, diventa ferma, precisa, spiccata; il corpo gira, le forme acquistano il rilievo, e ci si sente l’aria circolare tutt’intorno».
  Pare scritto pel Cremona: - dell’utopia di Frenhofer egli n’ha fatta una realtà.
  La prima volta ch’io entrai nel suo studio mi trovai viva davanti quella pittura che io credevo immaginazione del romanziere francese. Quello stesso disprezzo della linea geometrica, quella stessa ripugnanza per il contorno, quello stesso modo di dipingere che pare vaporoso da vicino e in lontananza si rafferma, quello stesso spiccare di rotondità in mezzo a tinte calde e dorate! …
  Forse il Balzac aveva preso la sua teoria dai pittori impressionisti francesi, i quali però sono caduti nell’assurdo e nel deforme.
  Cremona fu salvato dalla alta idealità dei suoi concetti e dai suoi forti studi. Egli non disegnava, ma, come i pittori dell’antica scuola veneta, modellava; però il disegno esiste sotto quella nobile apparenza ed ha una sodezza, una correttezza per così dire organica.
  Era del resto impressionista anche lui, fallì molti lavori, ma ne dipingeva parecchi insieme perché in ciascuno non poteva lavorare che qualche minuto al giorno. Colpito un momento simpatico del modello, buttava giù l’abbozzo e, per ritornarci su, bisognava che egli trovasse di nuovo quel momento, naturalmente, identico per luce, per ambiente, per tutto. Altrimenti cambiava il suo quadro. Quindi si può dire che egli non finiva i quadri, li rifaceva. Dovevano venir fuori d’un tratto.
  Il nostro Frenhofer soggiungeva:
  - «Forse, chissà, bisognerebbe non disegnare una sola linea e sarebbe meglio affrontare la figura per il mezzo, cominciando dai punti più rilevati e luminosi passando poco alla volta alle parti più oscure. Precisamente come fa il sole, pittore divino dell’universo. Ma oimè, la troppa scienza, come l’ignoranza, mette capo a una negazione! … Io dubito dell’opera mia! …«
  Anche il Cremona dubitava: si separava sempre malvolentieri dai propri lavori, bisognava qualche volta rapirglieli.


  Dott. Scartazzini, Rassegna letteraria e bibliografica. Germania, «Rivista Europea. Rivista Internazionale», Firenze, Anno IX, 1869-1878, Nuova Serie, Volume IX, Fascicolo II, 16 Settembre 1878, pp. 346-372.
  p. 350. Lavoro assai importante per la storia letteraria sono i Profili di Carlo Hillebrand, che formano il quarto volume della sua opera Tempi, popoli e uomini. […] Fra gli altri sei saggi dedicati alla letteratura francese merita onorevole menzione la biografia del Balzac, dettata con finissimo intendimento e ricca di argute osservazioni, specialmente sul carattere «incomprensibile ed impenetrabile» (unbegreiflich und assergründlich) dei Francesi.

  Domenico Scotti-Pagliara, Cattolicismo e Protestantesimo per Domenico Pagliara, Napoli, Giosuè Rondinella, 1878.
  p. 190. «Io era, scrive il Féval, ancor giovane nelle lettere, io correva perdutamente dietro il successo popolare, e l’ottenni in una certa misura; ebbi il mio istante di voga in mezzo a’ miei confratelli ed amici: Alessandro Dumas, Balzac, Frèdèric (sic), Soilié (sic), Eugenio Sue».


  P.[ietro] Siciliani, Prolegomeni alla moderna Psicogenia, «Memorie della Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna», Bologna, Tip. Gamberini e Parmeggiani, Serie Terza, Tomo IX, 1878, pp. 267-368.

 

  pp. 316-317. Nota (1). Lasciando in disparte la psicologia della donna, della famiglia, dell’uomo di stato, del proto, del commerciante, del magistrato, del furfante e simili, giova notare come una psicologia dell’uomo selvaggio e dell’uomo preistorico, al modo che potrebbero darcela certi inglesi; una psicologia dell’infanzia come n’ha dato bel saggio un francese; […] una psicologia de’ caratteri umani come ci sono scolpiti dai grandi romanzieri (*); […].

 

  (*) Nella prefazione alla Commedia umana il Balzac annunzia il disegno di scrivere la storia naturale dell’uomo. Ved. Taine (Nouveaux essais de Critique et d’Hist., 2.a ed., 1866).



  Tutti, Ancora dall’“Indipedente”. Teatro Armonia, «L’Arte Drammatica», Milano, Anno VII, N. 48, 2 Ottobre 1878, p. 4.

 

  Per beneficiata dell’attore Paladini venne recitata la commedia di Onorato Balzac Mercadet l’affarista. Il Mercadet è restato un tipo pel teatro francese. Il grande maestro lo copiò dal vero, studiandolo in tutti i suoi particolari nel mondo buio ed intricato degli affaristi parigini. Nella commedia è una sfilata di silohuettes (sic) tutte vere; i varii personaggi sono altrettante gradazioni di affaristi disegnati sulla realtà e fra tanta prosa striscia come un raggio di luce la poesia d’un amore disinteressato e leale. L’insieme però del lavoro riesce assai pesante: tolto il brio di alcune scene, il resto si strascica per una diluita e stancheggiante prolissità.



   [1] Cfr. Num. 21, 1 Settembre 1878, pp. 289-290, nota 1: “Col titolo la Genèse du roman contemporain, M. Paul Bourget scrive una serie d’articoli per la Vie Littéraire di Parigi. Il nostro collaboratore Professore D. Ciàmpoli ha la cortesia di tradurli pel nostro giornale; e noi, pubblicandoli, crediamo di far piacere a quanti amano questo genere, di letteratura. Il Sig. Ciàmpoli si è permesso di cambiare in parte il titolo degli articoli stessi, avuto riguardo all’esclusivismo tutto francese, col quale il Signor Bourget tratta l’argomento. I lettori italiani gliene sapranno grado”.
La Direzione.
Marco Stupazzoni

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