martedì 12 novembre 2013


1876




Traduzioni.


  [Balzac], I Segreti della Principessa di Cardignan [sic], in Olimpia di Cleves di Alessandro Dumas. Prima versione diligente e corretta per cura di Giuseppe De Tivoli fiorentino. Vol. V, Milano, Francesco Pagnoni Tipografo Editore, Contr. de’ Fiori Chiari N. 1915 (Tipografia Redaelli e Pagnoni), s. d. [1876] («Flora Romantica», Serie Prima, Volume Quinto).[1]

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  Volume in 24° di complessive 227 pagine. Il racconto di Balzac si trova alle pp. 153-224. L’anno di pubblicazione di quest’opera del Dumas è stato desunto da CLIO.



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  A parte l’omissione di alcuni passi balzachiani, la traduzione ci sembra complessivamente corretta e aderente al costrutto francese, nonostante il vistoso errore tipografico nella trascrizione del titolo (errore reiterato, peraltro, all’interno di tutta l’opera). Essa è condotta sul testo dell’edizione Furne del 1844 inserito nel volume undicesimo delle Oeuvres complètes de M. Balzac, oppure, più probabilmente, su quello delle edizioni successive edite da Marescq e Lévy. È presente la dedica “A Teofilo Gautier”.

  Onorato de Balzac, Mercadet l’affarista. Commedia in cinque atti di Onorato de Balzac tradotta per le scene italiane dal professore Felice Uda, Milano, Libreria Editrice (Tip. A. Sanvito), 1877 [ma settembre 1876] («Teatro straniero», fasc. 11), pp. 87.[2]
  Un volume in 16°. La data corrispondente all’anno 1877 è indicata nella pagina del frontespizio, mentre a p. 2, in una nota dell’editore «sui diritti di proprietà letteraria», figura l’indicazione: Milano, Settembre 1876.


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  La traduzione, o, per meglio dire, l’adattamento della pièce balzachiana risulta complessivamente accettabile nonostante gli interventi del traduttore sul testo francese – particolarmente evidenti a partire dal Quarto Atto e qualche, peraltro rara, svista tipografica. Il testo di riferimento potrebbe essere quello dell’edizione originale pubblicato ne «Le Pays» dall’agosto al settembre 1851 e poi da Cadot nel gennaio 1853, a cui si rifanno le successive edizioni Marescq (1853), Houssiaux (1855) e Lévy (1867 e 1875), anche se l’ipotesi più probabile è che Felice Uda si sia rifatto alla riduzione dell’opera di Balzac eseguita da Adolphe Philippe d’Ennery e pubblicata nel settembre 1851 (Paris, Librairie Théâtrale). A p. 87, è presente una Avvertenza, in cui viene previsto che, per esigenze sceniche, «l’atto IV e V possano, per brevità, rappresentarsi di seguito con questa variante» (p. 72):
  LA SIG. MER. Sono riuscita! potessi ora ottenere altrettanto da mio marito!
  GIUST (entrando) Signora … signora … eccoli! … eccoli tutti!
  LA SIG. MER. Chi?
  GIUST. I creditori del padrone.
  LA SIG. MERC. Di già!
  GIUST. E sono molti!
  LA SIG. MERC. Fateli entrare … Vado ad avvisare mio marito. (I creditori entrano parlando animatamente fra di loro).
  Quest’ultima annotazione conferma, a nostro avviso, il preciso intendimento del compilatore di voler fornire una versione dell’opera balzachiana il più possibile rispondente ad esigenze di palcoscenico ed alla volontà, peraltro dichiarata esplicitamente, di far leva sul ritmo incalzante dell’azione.
  La stessa cosa non può dirsi per la successiva edizione italiana del Mercadet di Balzac (cfr. 1882), la cui traduzione si rivela, anche da un punto di vista strutturale, molto simile alla versione di Michele Uda, ma in più punti essa risulta essere priva di quella ‘verve’, anche lessicale, propria di un testo letterario concepito per la ricezione ed il coinvolgimento immediato da parte del pubblico.


Studî e riferimenti critici.


  Bollettino bibliografico, «Giornale napoletano di filosofia e lettere», Napoli, Volume Quarto, 1876, p. 662.

 

  [Su: Giulio Caprin, Sfumature, 1876].

 

  Il signor Caprin indubbiamente scrive con garbo e descrive meglio: adopera la lingua con maestria, si piace nelle difficoltà del tecnicismo e nell’insieme le supera abbastanza bene. Ma le sue descrizioni non sempre nascono dal soggetto, pare anzi che vi siano appiccicate e che, tolte di lì, non lascino alcun vuoto nel racconto. Egli non descrive quel tal salotto, quella tal villa in relazione coi personaggi del racconto, ma sibbene il salotto, la villa; e così le descrizioni, che talvolta rasentano l’inventario, per quanto minute e precise, non lasciano niuna impressione perché senza determinazione come quelle degli artisti. La casa di von Elaes (sic) in Balzac, il castello della miseria in Gautier sono parte integrante del romanzo e ti profilano quasi anticipatamente il carattere dei personaggi.



  I Parigini (Riduzione libera dall’Inglese dell’Avv. G. Lotti), «Rivista Universale. Pubblicazione periodica», Firenze, Nuova Serie, Anno Decimo, Volume XXIV, 1876, pp. 172-194.

 

  p. 178. Questo signore, il Visconte di Brézé, era di buona nascita, e portava legittimamente il suo titolo di Visconte, cosa che non può dirsi di molti visconti che si trovano a Parigi. Pure non possedeva altro fuorché un buon numero di azioni in un giornale di cui egli era collaboratore vivace e brillante. In gioventù, regnando Luigi Filippo, e’ figurava tra gli zerbinotti del mondo letterario, e si diceva che Balzac lo avesse preso per un tipo di uno di quegli eleganti vauriens che si veggono nelle commedie della vita umana descritta da quel gran romanziere.



  Teatri, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno X, Num. 20, 20 Gennaio 1876, p. 2.
  Questa sera avremo la desiderata commedia: I Creditori, di Balzac, mai rappresentata in italiano a Torino.

  Teatri, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno X, Num. 21, 21 Gennaio 1876, p. 2.
  Chi è che non ha scritto qualcosa sui creditori? Chiedetelo ai debitori e vi risponderanno in coro: tutti. […]
  Balzac volle dedicare loro un’intiera commedia scrivendo Mercadet, che è un oppositore sistematico di tutti i creditori. Figuratevi un uomo che si lambicca continuamente il cervello per trovare modo di non pagare mai i suoi debiti e di far bella figura in società; un uomo infine che ha domestici e cameriere, che dà pranzi e che ha sarti e modiste a sua disposizione senza mai dar loro il becco d’un quattrino.
  Questa brillante commedia, di cui avemmo già dalle compagnie francesi alcune rappresentazioni, fu recitata ieri sera al Gerbino in italiano dalla compagnia Emanuel-Campi per la prima volta sotto il titolo I Creditori, e l’esito n’è stato felicissimo. L’Emanuel, che ebbe l’idea buonissima di tenere per sé la parte del protagonista, fece del Mercadet una piccola creazione da farsi invidiare da parecchi attori francesi, e da quel bravissimo e studioso artista che egli è, seppe trarre da quello strano personaggio tutto l’effetto possibile. Gli attori e le attrici della compagnia gli han fatto ala.
  Il pubblico affollato ha riso senza limiti ed ha applaudito calorosamente ad ogni calata di sipario.
  Fuori dunque Balzac, che, anche tradotto ad economia, fa sempre dello spirito per quattordici.
  La commedia si replicherà per parecchie sere.


  La gloria, «L’Illustrazione Popolare», Milano, Vol. XIII, N. 13, 30 Gennaio 1876, p. 207.

 

  Che cosa è la gloria?


  È un arco di trionfo o una tela di ragno pei conquistatori. Per un letterato, è un sentimento fugace, ma spontaneo. Balzac narrava che avendo intrapreso un viaggio in Polonia, mentre i suoi romanzi entusiasmavano la Russia picchiò una sera alla porta di un castello per passarvi la notte. Il grande romanziere fu amabilmente accolto, benchè la castellana e sua sorella ignorassero il suo nome. Al momento del tè, la minore delle sorelle entrava nella sala con un gran vassoio. Quando ascoltò il nome di Balzac, che scopriva il suo incognito, il vassoio cadde dalle mani della giovine, stupefatta di trovarsi alla presenza del grande romanziere.

— Ecco la gloria! diceva Balzac narrando questo aneddoto.


  La coda della “Trinacria”, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno X, Num. 41, 10 Febbraio 1876, p. 1.
  Onorato Balzac, in uno de’ romanzi che fanno parte dell’ammirabile sua Commedia umana, descrive la felice condizione di un debitore, prossimo al fallimento. Egli non trova già soccorsi presso i suoi amici e congiunti, bensì tra’ suoi naturali nemici, i creditori, cui sa infinocchiare con belle parole, persuadere che con un po’ di tolleranza essi lucreranno grandemente, nonché essere compensati de’ sacrifizii fatti, essere stoltezza affondare quando con un piccolo sforzo si può arrivare. Così i tapini, che pur dianzi eransi mostrati pieni di risolutezza per salvare una parte de’ loro crediti, finiscono per appigliarsi al partito di sborsare nuovo denaro per potere riscuotere poscia il capitale cogli accumulati interessi.
  Qualche cosa di simile vorrebbero fare alcuni col nostro Governo. Ha fatto un pessimo affare colla Trinacria? Altri, direbbe, ne faccia suo pro, non prenda più granciporri, imparino a loro volta i signori deputati a non riporre troppo leggermente fiducia nel Governo. E questa è veramente l’opinione generale, dei prudenti soprattutto, ma non quella di chi ha speciali interessi e di coloro i cui ripetuti errori dell’Amministrazione non apriranno mai gli occhi. Costoro dicono invece, come i creditori di cui parla Balzac, ripari il Governo l’errore commesso con altro più madornale, cinque milioni non bastarono per salvare una Società dal fallimento, ne faccia stanziare quindici, venti, quanti occorrono perché l’impresa che fece cattivi affari, ne faccia in avvenire dei buoni ed ecco fatto il becco all’oca.

  Necrologia, «Rivista Minima», Milano, Anno VI, N. 12, 18 Giugno 1876, p. 192.
  [Sulla morte di George Sand].
  Per poter correre Parigi liberamente si vestì da uomo, come aveva fatto spesso nella sua infanzia; e dopo aver ricevute delle ripulse da Balzac e da Keratry, che le disse non dover mai una donna scrivere, entrò a far parte del giornale il Figaro.

  Varietà, «Gazzetta dei Teatri. Giornale letterario, artistico, teatrale», Milano, Anno XXXVIII, N.23, 1° Luglio 1876, p. 16.

  [Cfr. «Gazzetta privilegiata di Venezia», Venezia, n. 36, 13 febbraio 1840, p. 144, in R. de Cesare, La prima fortuna …, Vol. II, pp. 618-620, e Tommaso Locatelli, Una festa sontuosa, cfr. 1871].

  Il sig. Da Balzac era presidente d’una società di let­terati, ed il numero dei soci ascendeva a trecento.

  Un giorno due soci s’incontrarono:

  – Hai ricevuto l’ultima circolare del presidente?

  – No; e tu?

  – Io sì: ma ciò che è singolare, egli c’invita ad un pranzo di carpioni.

  In breve tutti i soci ricevono la lettera, e tutta Parigi è informata che nel tal giorno, alla tale ora, presso Lemardelay il signor Balzac deve imbandire un pranzo di carpioni.

  Ecco dunque il giorno — nessuno manca all’invito.

  Si comincia a servire, prima un quarto di bue, poi delle patate fritte, quindi dei capponi arrosto — a tale vista tutti domandavano e les carpes, les carpes!

  Balzac credendo elle i convitati chiedessero les cartes, cioè lo scotto, lo fe’ lor consegnare.

  – Ma i carpioni, dove sono i carpioni, siamo stati in­vitati a mangiar i carpioni, vogliamo i carpioni.

  – Balzac credè leggere uno dei suoi romanzi; non sapeva in che modo si fosse.

  Alla fine si spiegarono e si comprese l’errore. Le let­tere circolari del signor Balzac dicevano: Je vous invite à un repas de Corps, e il copista aveva invece letto e quindi scritto: repas de carpes. E qui la notizia, il ru­more e l’inganno.


  L’Arco della Galleria, «Corriere della Sera», Milano, Anno I, Num. 191, 14-15 Settembre 1876, p. 1.

  Balzac soleva, sulle bozze di stampa, rifare quasi per intero i suoi scritti, ed a forza di bozze e di rimpasti, metteva insieme i suoi romanzi. Mengoni è così.


  Libri ed Autori, «Libertà e Lavoro. Giornale illustrato», Trieste, Antico stabilimento artistico tipografico G. Caprin, Anno X, Nro. 21, 13 Novembre 1876, pp. 167-168.

 

  p. 168. La libreria Calmann Lévy di Parigi pose in vendita la corrispondenza inedita di Onorato de Balzac, in due volumi. La vita combattuta, faticosa e quasi bohémienne del ben noto romanziere vi è narrata in molti de’ suoi intimi particolari. La negligenza dello stile da lui adoperato in questi famigliari e amichevoli colloqui colle persone più care, se scema pregio al valore de’ due volumi, ne accresce forte l’interesse, permettendoci di scorgere lo scrittore, non parato a festa con artifizio per comparire in publico, ma nella schiettezza del suo essere, nella piena libertà de’ suoi movimenti e de’ suoi pensieri.


  Appendice. Corriere bibliografico. L’edizione definitiva di Balzac – La corrispondenza – La lotta – Le prove di stampa – Le sue fantasticherie – Aneddoto – Romanzi veri – La corrispondenza con M.a Hanska – La morte – Conclusioni […], «La Perseveranza», Milano, Anno XVIII, 19 Dicembre 1876, p. 1.

  Parigi, 16 dicembre.
  Sotto il titolo di «Edizione definitiva» l’editore Michel Lévy – ora Calman (sic) Lévy – ha riprodotto tutta l’opera di Balzac, opera gigantesca, alla quale egli aveva posto il nome di «Commedia umana» e che resterà come un monumento della società della prima metà del XIX secolo. In questi giorni è stato pubblicato il vol. 24° ed ultimo di questa edizione, il quale contiene tutta la corrispondenza del celebre romanziere. Si potrebbe intitolarlo davvero «Documenti giustificativi», poiché in esso, giorno per giorno, si leggono registrate le fasi dell’incubamento, della gestazione, della nascita di tutte le opere di Balzac. Giorno per giorno assistiamo anche all’eterna lotta che egli sostenne sul campo materiale della vita. Appena arrivato a Parigi, nel 1819, egli si era dato a certe speculazioni librarie, il cui esito infelice pesò fino agli ultimi anni sulla sua vita. Non c’è lettera – anche fra quelle dirette a madama de Hanska, di cui parlerò in avanti – che non ne porti le traccie. I suoi debiti sembrano vere otri delle Danaidi, ch’egli tenta perennemente di colmare col prodotto della sua penna. Ad ogni momento c’è un bilancio per i prossimi anni, nel quale spiega a sua sorella, a sua madre, come egli finirà coll’avere l’equilibrio del budget, e principierà a crearsi una fortuna. In principio egli lotta con difficoltà minime; 100 franchi lo preoccupano; più tardi sono decine di 1000 franchi che gli bisogna trovare – o produrre – per pagare o una Madonna del Giambellino trovata a Roma, o la casa – senza scala! – che sta edificando alle Jardies. E il lavoro è incessante. Molte lettere sono datate dall’ora in cui si alza – mezzanotte! – interrotte, e finite all’ora in cui va a letto – le 6 della sera. Per mesi e mesi egli lavora 16 ore al giorno, e quale lavoro fosse lo provano i 23 volumi da 500 pagine in 4.° di questa edizione. Ed era un lavoro doppio, triplo di ciò che si vede, poiché Balzac rifaceva due o tre volte i suoi scritti. Aveva l’abitudine di correggere, aggiungere, sviluppare il primo getto in tal modo da renderlo irriconoscibile. Da ciò avveniva che la prima prova di stampa era talmente trasformata, che occorreva rifarla, e poi rifare anche la seconda; tanto che gli editori finirono col rifiutare di pagare le spese di composizione, e il Balzac dovette fare a tale proposito degli accordi particolari. Cosicchè, dopo aver scritto 8 ore il romanzo che stava creando – e che per lo più era già stato pagato da mesi – egli per altre 8 ore correggeva quello che aveva già finito di creare.
  Meglio di qualsiasi biografia, queste lettere ci narrano non soltanto la vita di Balzac, ma Balzac tutto intero, coi suoi difetti e le sue qualità, i suoi pregiudizii, i suoi amori, e anche le sue antipatie – poiché odii non ne aveva. C’è anche la parte comica, e consiste nel secreto che voleva serbare del suo domicilio, sia per isfuggire ai creditori, sia per isfuggire ai seccatori. Si faceva scrivere a una madama Dupont imaginaria, la quale era la sua portinaia, e che aveva una lista dei fidi ai quali poteva dire se Balzac era o no realmente in casa. Su questo mistero, nel quale s’avvolgeva – e che non era sempre necessario, e piuttosto cercato teatralmente per fare effetto – si sono raccontati moltissimi aneddoti. Mentre scrivo, fra i tanti me ne viene uno dei migliori alla memoria. Quando Balzac fece rappresentare all’Odéon, credo, il suo Vautrin – che fu proibito perché l’attore incaricato della parte principale ebbe la malaugurata idea di «farsi» il viso del re Luigi Filippo, e tutti sanno che fior di canaglia Balzac aveva fatto del Vautrin – non ci fu verso che egli volesse dare il suo indirizzo onde ricevere gl’inviti per le prove. Occorsero delle trattative complicatissime per aggiustar questo grave affare, e alla fine – si raccontò, e forse non è che una invenzione venuta dalla sua nota manìa, – alla fine, dico, fu stabilito che i biglietti sarebbero portati a una data ora ai Campi Elisi … al ventesimo albero a destra, ove Balzac mandava a prenderli!
  Balzac, oltre ai romanzi che scriveva, ne faceva per suo conto, cioè cercava mezzi strani e curiosi per far fortuna. Una volta partì precipitosamente per la Sardegna, onde prender possesso di antiche miniere che dovevano contenere a fior di terra per diversi milioni. Bisogna vedere con che sangue freddo narra a Laura de Surville, sua sorella, come, quando arrivò, un «maledetto Genovese», al quale aveva confidato la sua idea, gli porta via di botto la concessione della miniera – che non sarà mai forse esistita. Ed egli se ne consola subito con un altro castello in aria.
  Le liti – notissime e clamorosissime – cogli editori delle sue opere, occupano una parte della corrispondenza. Qua e là ci sono – ma rare – delle lettere a delle celebrità dei suoi tempi. E poi viene la parte principale, – dall’ottobre 1836 al 1850, – che consiste nel fedele e commovente scambio di lettere con M.a de Hanska, che fu l’unico amore vero della sua vita, e alla quale lo legava una passione così profonda che, quando egli annunzia, finalmente, nel 1850, di averle dato il suo nome, scrive semplicemente a sua sorella – «ci eravamo fidanzati fin dal 1846 a Strasburgo». – Le lettere in questione sono scritte sovente in forma di diario, vale a dire che tra un corriere e l’altro, – allora ci mettevano otto giorni di intervallo, – egli, ogni giorno, «tenendo dinanzi agli occhi» un ritratto della contessa, le narrava le sue gioie, i suoi dolori, le sue speranze e le sue delusioni. Grande, istruttiva lettura questa, che indica come ciò che sorreggeva quell’ingegno eletto, in mezzo a un lavoro incredibile, era l’idea della donna amata lontana. A lei mandava il primo getto dei suoi romanzi, a lei chiedeva il giudizio o il consiglio; spiegava le difficoltà, narrava orgogliosamente il trionfo. Ma Balzac è sempre Balzac! Non ci troviamo in faccia a una di quelle corrispondenze pastorali e arcadiche di cui tanti esempii ci lasciò il secolo scorso; ma a lettere rapide, piene di vita, e di cui il suo cuore e il suo cervello fanno le spese comuni.
  La lettura di questo volume si compie con tristezza. Quando tutte le difficoltà sono vinte, i debiti pagati, la casa principesca di Parigi preparata, questo matrimonio, che lo mette «al colmo della felicità», ha luogo. Partono felici per Parigi, accompagnati dai loro figliuoli – poiché Balzac calcolava da anni come suoi la figlia di M.a Hanska e il conte Mzniech che le era divenuto marito – e Balzac, pochi giorni dopo l’arrivo nella casa di quella via, che, per derisione, si chiamava «rue Fortunée», muore colpito da inesorabile male. Cosicchè le lettere compiono tutto il ciclo; dal giorno che, ebbro di speranza e di ambizione, egli si getta nella mischia letteraria parigina, al giorno in cui crede aver trovata la vera felicità nell’unirsi ad una vecchia amica, e muore.
  Avrei voluto citare qualche lettera di Balzac per mostrarne lo stile e le abitudini epistolari. Ma lo spazio non me lo concede. Del resto, è inutile. Coloro che calcolano Balzac semplicemente come uno dei tanti romanzieri della Monarchia di luglio, forse più tenace degli altri, non avranno pazienza di leggere queste settecento pagine. Quelli invece che ammirano in lui il profondo pensatore, il filosofo, il pittore inimitabile dei costumi della sua epoca, non hanno bisogno di questa riproduzione. Essi hanno un culto per il grande romanziere, e come ho fatto io, leggeranno con interesse e con emozione questa autobiografia in quattrocento lettere.


  Milano nel 1796, «Corriere della Sera», Milano, Anno I, Num. 296, 29-30 Dicembre 1876, pp. 1-2.

  [Su: Stendhal, La Vie de Napoléon].

  p. 1. Dell’Italia e dell’arte italiana e de’ costumi italiani. Stendhal ha parlato, in libri, che ancora vivono. Fu uomo di grandis­simo spirito, e Balzac lo stimava a dirittura un genio. Balzac ha scritto, nientemeno, che le opere di Stendhal non possono essere gustate che dalle più alte intelligenze, da quell’eletta di mille o millecinquecento persone, qui sont à la tête de l’Europe.


  Giudizio d’un inglese sulle lettere di H. Balzac(1), «La Rivista Europea», Firenze, Tipografia Editrice dell’Associazione, Anno 8, Volume I, Fascicoli I e 2, Dicembre 1876-Gennaio 1877, pp. 668-670.
  (1) Oeuvres complètes de H. de Balzac, Vol. XXIV, Correspondance, 1819-1850 – Paris, Calmann Lévy.
  Le lettere del Balzac costituiscono un libro tristo e che sodisfa poco. Tristo, perché a giudicare da quelle, i debiti sembrano essere stata la più viva preoccupazione degli anni giovanili di lui, e la malattia dell’età matura. Non sodisfa, perché le lettere che per mille ragioni è lecito supporre dovessero essere le migliori, quelle cioè scritte alla signora de Berny, non fanno parte del libro, ed in esso mancano inoltre le annotazioni ed una biografia completa e accurata che avrebbe servito a spiegare le lettere.
  Al tempo stesso però, mentre l’interesse politico delle lettere di Balzac è stato già in precedenza usufruito dalla pubblicazione dei suoi scritti politici, nel volume ventesimo terzo delle sue opere, la loro importanza letteraria riman sempre grandissima, inquantochè da esse rileviamo qual fosse il parere di Balzac stesso a proposito di ognuno dei suoi romanzi. Le lettere nuove, cioè, le lettere agli amici, non sono da paragonarsi alle lettere scritte per la stampa e già pubblicate sotto il titolo di Lettere di Parigi. Che fortuna sarebbe stata per il pubblico se quella serie di lettere così belle, invece di venir fuori soltanto per quel breve periodo dal luglio 1830 al marzo 1831 avesse accompagnato tutta la carriera letteraria del Balzac! Nessuno ha scritto più velocemente di lui per gli editori e gli stampatori, e coloro che scrivono sedici ore del giorno a pagamento di rado son buoni corrispondenti. In una lettera a sua madre che si lamentava perché le scriveva poco, egli la minaccia di non scriverle più. Le sue lettere alle amiche più care, alla signora Zulma Carraud, alla duchessa d’Abrantès, alla duchessa de Castries, alla signora de Girardin e quelle a sua sorella, sono generalmente dedicate a dar loro le più minute informazioni sulle ore che consacra al lavoro, o che ad esso consacrerà per l’avvenire. Delle due collezioni di lettere che contengono qualcosa di più, non ne troviamo nel volume accennato che una collezione sola, quella che consiste nelle lettere dirette alla signora Hauska (sic), che nel 1850 doveva diventar sua moglie. Non solo mancano tutte le lettere alla signora de Berny, ma il libro non contiene neppur una decima parte delle lettere di Balzac; vi cercheremmo invano la sua corrispondenza del 1823, 1824, 1826, e 1840, mentre del 1837 non vi sono che quattro lettere.
  Il tono malinconico che domina in quelle lettere, è qua e là interrotto da qualche tratto di spirito, ed i migliori si trovano nelle lettere relative alle questioni fra il Balzac e gli uffiziali della Guardia Nazionale. Nell’agosto del 1836 scrive di prigione al suo editore: «Cet ignare dentiste, M. M., qui cumule son affreuse profession avec les fonctions atroces de sergent-major, vient de me faire fourrer à l’hôtel des Haricots. Venez me voir tout de suite. Apportez-moi de l’argent, car je suis sans le sou». Quando nel 1840 andò a stare nei sobborghi di Parigi, principalmente allo scopo di esimersi dal servizio militare, fu preso nuovamente ed imprigionato a Sèvres per non aver voluto indossar l’uniforme e mettersi a far la guardia per impedire ai passeggeri parigini di rubar l’uva ai contadini!
  Qualche lampo di allegria qua e là non basta a dissipare la tetra oscurità di un grosso volume tutto pieno di appunti di debiti e di statistiche di un lavoro talmente eccessivo da produrre in uno degli uomini più robusti che sien mai esistiti, una malattia di consunzione, all’età di quarantasei anni. A misura che aumentava il pregio delle sue opere, aumentavano i debiti, ed il giorno felice nel quale dovevan liquidarsi appariva sempre lontanissimo. Nel 1821 cominciò a sperare di vendere un libro il mese per 600 fr., e già nel 1822 ebbe per un libro solo 2,000 fr. Nel 1828 i suoi guadagni avevano preso grandi proporzioni, ma anche i suoi debiti, che sul principio eran poca cosa, raggiunsero in quell’epoca la cifra di 120,000 franchi.
  Egli li considerò sempre come una calamità misteriosa che il destino perverso gli aveva fatto cascar addosso e colla quale non avevan nulla che vedere i proprii suoi atti e la vita che menava. «Le malheur commence à me fatiguer», scrive nel 1831. Nel 1835 ricevè per una sola opera, il Lys 8,000 fr., e guadagnò colla penna in un solo mese 25,000 franchi. Nel 1837 Cesare Birotteau fu pagato da un giornale 20,000 fr.
  In tutto quel periodo di tempo, il Balzac lavorava dalla mezzanotte, ora in cui si alzava, fino alle cinque pomeridiane, e ciò per sodisfare i suoi debiti, che egli solo aveva creati e che ammontavano a 250,000 franchi. Quasi che ciò fosse poco, nel 1837 comprò a Parigi una casa, e cominciò a far dei lavori dispendiosissimi nel giardino che la circondava. Nel 1845 aveba (sic) ancora, nonostante i suoi immensi guadagni, un debito di 150,000 fr., e seguitava a fabbricare ed a far compra di oggetti di gran valore, specialmente di mobili. Ma i debiti, costringendolo a lavorare tanto, gli consumavan l’esistenza. «Ah! pourquoi ai-je des dettes?”» scrive dolorosamente in quell’anno. Nel 1848, quando il suo corpo, affranto dal lavoro, cominciò ad indebolirsi per la tisi che già i medici avevan scoperta, ma che a lui nascosero fino all’ultimo giorno, egli scriveva: «Dentro l’anno 1849 spero di aver pagato tutti i miei debiti». Nel 1850 era morto, e quantunque rimanessero ancora da pagare molti debiti, egli nella sua penultima lettera descrisse l’acquisto fatto per 30,000 franchi di molte pitture ed oggetti di oreficeria del medio-evo. Morì consunto dal pensiero dei debiti fatti da sé; ma non per questo rattrista meno il vedere che un uomo dotato di talento così straordinario sia morto vittima d’imbarazzi pecuniari.
  Nel volume che ho preso ad esaminare molti brani ci fanno conoscere quali fossero le idee politiche conservative del Balzac, assai curiose per dir il vero; come pure l’approvazione sincera e generale che distribuiva largamente alle dottrine della Chiesa cattolica, approvazione che non riuscirà nuova a coloro che hanno letto la difesa dei Gesuiti, che scrisse nel 1824; e il lettore stupisce e chiede a sé stesso perché il Vaticano abbia scelto per metterle all’Indice le opere del Balzac piuttostochè quelle di altri romanzieri. La vanità di lui, che era grandissima e quasi fanciullesca nella sua semplicità, gli faceva credere di esser destinato a rappresentare in politica una parte importante quanto quella di Chateaubriand; ma l’insuccesso del Balzac dinanzi agli elettori fu completo, come fu completo quello di scrittore drammatico. Nel 1832 scriveva: «Mon élection est chose arrêtée dans les sommités du parti royaliste (legittimista)»; ma presto dovè accorgersi che le lusinghe della duchesse de Castries e le parole gentili del duca di Fitzjames lo avevano indotto all’errore. Quella vanità della quale abbiamo parlato traspare da tutte le lettere: «il Succube è stato giudicato immenso, sublime, gigantesco», scriveva nel 1832.
  Nel 1834: «La Recherche de l’Absolu est un livre grandement fait». Nel 1844: «Quattro uomini avranno avuto un’enorme influenza sopra l’attuale mezzo secolo: Napoleone, Cuvier, O’Connell; io vorrei essere il quarto. Il primo visse del sangue europeo; il secondo sposò il globo; il terzo fu l’incarnazione di un popolo; io avrò portato nel mio cervello una società intera».
  Il sig. Mario Topin, nel suo libro sui romanzieri moderni, si trova d’accordo coi critici contemporanei del Balzac nel far elogio soltanto di Eugénie Grandet o almeno nell’innalzar quel lavoro molto al disopra di tutte le altre opere del «più fecondo dei romanzieri». È difficile il dire qual cosa fosse più sgradita a Balzac: o l’esser chiamato il «più fecondo dei romanzieri francesi» o il «creatore di Eugénie Grandet». I lavori propri che pregiava maggiormente erano: Le Médecin de Campagne, Le Curé de Village, La Recherche de l’Absolu e La Peau de Chagrin; ma egli desiderava di esser giudicato da tutti i suoi lavori piuttostochè da uno solo o da una scelta di essi, e non si curava dell’opinione dei lettori che non leggevano tutti i suoi libri accuratamente. Giunse quasi a disprezzare Eugénie Grandet per il modo col quale ne facevano gli elogi i suoi detrattori.
  Nel 1878 sarà pubblicata a Parigi dal sig. Lévy una biografia del Balzac. Deploriamo che non sia stata pubblicata in aggiunta alle sue lettere.
(Dall’Athenaeum di Londra).


  Carlo Anfosso, Il Fuoco. Storia – Teoria – Applicazioni di Carlo Anfosso con 66 incisioni, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1876.

 

II .

Il calore.

 

  p. 33. Ponete in un matraccio di vetro, limatura di rame e zolfo, poi scaldate a poco a poco il miscuglio. Lo zolfo fonde dapprima, poi si combina col rame, e tutta la massa contenuta nel matraccio si illumina al rosso vivo.

  È una sperienza facile da eseguire e che vi permette di darvi per cinque minuti le arie dell'uomo della Ricerca dell’assoluto di Balzac.



  Alessandro Anserini, La Base Fisica della Vita, in Curiosità della scienza. La forza unica nell’universo di Alessandro Anserini, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1876 («Biblioteca per l’educazione del popolo», Volume III° - Serie Seconda), pp. 128-157.
  pp. 139-140. Ed ora qual è l’ultima fine, e qual è l’origine della materia della vita? […].
  Nel meraviglioso romanzo di Balzac intitolato Peau de chagrin il protagonista viene al possesso della magica pelle d’un asino selvaggio, che gli offre tutti i mezzi per soddisfare ai suoi desideri. Ma la sua estensione rappresenta la durata della vita del proprietario, e ad ogni desiderio che soddisfa la pelle si restringe in proporzione dell’intensità del godimento, finchè alla fine la vita all’ultima striscia della peau de chagrin scomparisce coll’adempimento dell’ultimo desiderio. Lo studio aveva condotto Balzac su un’infinita estensione di pensieri e di meditazioni, ed è possibile che abbia con intenzione delineato la verità fisiologica in questa strana storiella. In ogni caso la materia della vita è una vera peau de chagrin, e ad ogni atto vitale in qualche modo si impicciolisce. Ogni lavoro implica consumo e direttamente o meno il lavoro della vita ha per risultato il consumo di protoplasma. […].
  Fortunatamente la sua [dell’oratore] protoplasmica peau de chagrin differisce da quella di Balzac nella sua attitudine ad essere riparata e ricondotta alla primiera estensione dopo ogni operazione.

  Giorgio Arcoleo, C. Tronconi, “Passione maledetta”. Romanzo, «Il Preludio», Cremona, Anno I, N. 12, 1° Maggio 1876, pp. 183-185.
  p. 185. Io non do consiglio, nol posso; ma altri certo vi dirà: che la scuola realista non consiste nello stracciare i veli d’una ballerina o nel sollevare una cortina d’alcova. Senza quelle cortine resta il letto da postribolo o da ospedale. E qualcuno vi dirà forse: che se le ali della vostra fantasia hanno bisogno d’aria bassa, sarà bene a prendere il volo, studiare un po’ di Balzac o di Zola: non sarà tutto, ma ci guadagnerete qualcosa.


  G. Arcoleo, Rassegna letteraria, «Giornale napoletano di filosofia e lettere, scienze morali e politiche», Napoli, presso Riccardo Marghieri di Gius. Editore, Volume Terzo, 1876, pp. 131-143.

 

  p. 137. E qualcuno vi dirà forse: che se le ali della vostra fantasia hanno bisogno d’aria bassa, sarà bene, a prendere il volo, studiare un po’ di Balzac, o di Zola: non sarà tutto, ma ci guadagnerete qualcosa.



  Achille Bizzoni, Impressioni di un volontario all’esercito dei Vosgi per Achille Bizzoni, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 1876 («Biblioteca Romantica»).

 

  p. 197. Che le giovinette da marito mi perdonino la bestemmia; ma è così che la penso, e se altrimenti dicessi, mentirei; del resto si consolino, tutto ciò che contro il matrimonio si possa scrivere non varrà a guarire un solo maniaco di quella grande follia.

  La stessa Phisiologie (sic) du mariage di Balzac non salvò un solo predestinato minotauro.

  Tutt’al più avrà contribuito a rendere più infelice qualche disgraziato, cui la scienza del bene e del male avrà maggiormente attossicata la vita coniugale.


  Adolfo Borgognoni, Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici (Fine), «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Firenze, Direzione della Nuova Antologia, Seconda Serie, Volume Primo (Della Raccolta – Volume XXXI), Fascicolo Terzo, Marzo 1876, pp. 491-520.
  p. 516. Secondo questo criterio la responsabilità, come oggi dicesi, di Lorenzino sarebbe per lo meno scemata, vuoi pel delitto, vuoi per la gloria, stantechè non mancano neppure a’ dì nostri di quelli che ancora hanno in conto di un eroe colui che tenne stretto il primo Duca di Firenze, mentre Scorringongolo lo scannava. È ben vero, come acutamente notò il Balzac, che “le crime et la folie ont quelque similitude”2. Pure il vandalismo sulle statue romane, il disegno d’uccidere papa Clemente, senza un perché che si sappia, non sembrano cose da uomo che goda di mente sana in corpo sano.
  2 La dernière incarnation de Vautrin.

  Eugenio Camerini, Il Libro della bella donna di Federigo Luigini1, in Nuovi Profili letterari di Eugenio Camerini. Volume IV. Poligrafi, Milano, N. Battezzati e B. Saldini coeditori, 1876, pp. 55-61.
  1 Proemio di Carlo Tèoli (pseudonimo del nostro) al vol. 23 della Biblioteca rara del Daelli.
  pp. 56-57. Cfr. 1863.

  Eugenio Camerini, Elogio della Pazzia di Erasmo1, in Nuovi Profili letterari … cit., pp. 153-161.
  1 Proemio al vol. 17 della Biblioteca rara, Milano, Daelli, 1863. È firmato Carlo Téoli.
  p. 154. Cfr. 1863.


  Felice Cameroni, Le Novità letterarie accennate nell’«Arte drammatica» dal gennaio 1873 all’aprile 1876. Pubblicazioni francesi. Romanzi sociali, «L’Arte Drammatica», Milano, Anno V, N. 25, 22 Aprile 1876, pp. 2-3. (N. 29, 20 Maggio 1876, pp. 2-3).
  p. 2. Romanzi sociali. – I sei volumi dei Rougon-Macquart, di Zola, l’autore della Madeleine Férat e di Thérèse Raquin; per me, il primo fra i romanzieri della nuova generazione. Balzac doublé par Gautier; tutta l’acutezza d’osservazione del caposcuola della Comédie Humaine, congiunta alla splendida tavolozza del colorista della Maupin e di Fortunio. Fisiologo ed artista; sommo nelle composizioni a grandi linee e nelle miniature; pari a Balzac nella vastità del concetto, a cui s’ispira la Storia naturale d’una famiglia sotto il secondo Impero, pari a Gautier, nella varietà e nell’efficacia delle tinte.

  Felice Cameroni, L’ultimo romanzo di Zola/S. E. Rougon, - Paris, Charpentier, 1876, «L’Arte Drammatica», Milano, Anno V, N. 30, 27 Maggio 1876, p. 2.
  […] il primato fra i romanzieri francesi, della nuova scuola, spetta a Zola, perché è Balzac doublé par Gautier

  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. Roberto Sacchetti, “Cesare Mariani” – Torino, editore Canova […], «Il Sole. Nuovo Giornale commerciale – agricolo – industriale», Milano, Anno XIII, 5-6 Giugno 1876, p. 1.
  Il Cesare Mariani del Sacchetti appartiene, lo dissi già, a quel novero di romanzi, in cui si dipinge l’esistenza intima dei letterati e degli artisti. Balzac ce ne diede il prototipo con quel capolavoro d’osservazione inesorabile e sconfortante, che ha per titolo Un jeune homme de province à Paris.

  Felice Cameroni, Appendice. Rassegna teatrale e bibliografica. “La Messalina” di Cossa, al teatro Manzoni – “La Corrispondenza” di Balzac – Novità letterarie, italiane e francesi, «Il Sole. Nuovo Giornale commerciale – agricolo – industriale», Milano, Anno XIII, N. 273, 22 Novembre 1876, pp. 1-2; N. 274, 23 Novembre 1876, p. 1; N. 275, 24 Novembre 1876, p. 1; N. 276, 25 Novembre 1876, p. 1; N. 278, 27-28 Novembre 1876, p. 1.

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  È così importante l’Epistolario di Balzac; recentemente edito dal Lévy, che al riassunto di quella voluminosa Corrispondenza, parmi opportuno far precedere poche righe sul caposcuola del realismo (nel romanzo), rinviando coloro, i quali desidererebbero notizie più diffuse, alle biografie, agli studi critici, agli aneddoti di Laura De Balzac Surville e della Girardin, di Gozlan, di Gautier, Baudelaire, Mirecourt, ecc.
***
  Nacque a Tours, il 20 maggio 1799. Adolescente ancora, egli rivelò una strana mania per la lettura; a quattordici anni, nutriva la certezza di divenire un celebre scrittore; a diciotto, era licenziato in lettere e seguiva contemporaneamente i corsi della Scuola di diritto della Sorbona e del Collegio di Francia. Vigoroso, pieno di salute, dedito continuamente e senza alcuna fatica allo studio, ribellassi (nel 1819) all’idea di sciupare la propria esistenza nel notariato.
  I suoi parenti ritiransi in campagna e lo lasciarono a Parigi, perché da sé solo tenti i primi passi nella vita letteraria e spaventato dalla inevitabile miseria, muti proposito. Quante amarezze egli abbia sofferto nei primi dieci anni della carriera artistica (1819-1829), lo vedremo dall’epistolario. Il di lui primo lavoro Cromwell (dramma in versi, in cinque atti) da un amico de’ suoi parenti viene giudicato robaccia d’un giovinetto senza talento. Allora, rinunzia al teatro e si fa romanziere. Con un coraggio meraviglioso e con una costanza incredibile, egli consacra tutto il suo tempo, ogni suo pensiero alla letteratura e da ciò racconti d’ogni genere, sotto diversi pseudonimi. Dodici ore di lavoro al giorno, privazioni di tutte le specie, lotta continua contro le difficoltà materiali, i bisogni dell’esistenza e lo sconforto, fu questa la giovinezza di Balzac, la primavera della sua vita.
  Scrivere romanzi è un lusso, lecito soltanto a coloro, i quali godono l’agiatezza e l’indipendenza. Coi denari d’un amico, si fa editore di Molière e di La Fontaine, organizza un importante stabilimento tipografico mercé 30,000 lire dategli dalla famiglia, ma la sfortuna lo perseguita di tal guisa, che trovasi costretto a render tutto a vilissimo prezzo. Ed esce l’editore ritornar autore. Dal 1821 al 1829, il nome di Balzac comincia finalmente a farsi strada: quello splendido capolavoro d’osservazione, che è la Fisiologia del matrimonio, diventa la base della sua fama. Ma quanti prodigi d’ingegno e d’attività, per prendere d’assalto un posto, disputato dalle menti più elette! Quello di Balzac fu appunto il più glorioso periodo della letteratura francese; con lui, destavano la meraviglia dell’Europa i massimi ingegni della prima metà del nostro secolo, in ogni manifestazione dell’arte.
  A che pro enumerarli! Allora erano legione, oggi ne rimane uno solo, il Giove di quell’Olimpo, V. Hugo. Basterebbe la Comédie Humaine per dimostrare il primato della Francia nel romanzo contemporaneo, il primato di Balzac sui novellieri della sua e della odierna generazione. Altri lo superarono nella fantasia e nel colorito; tutti li vinse colla finezza dell’analisi e colla potenza della sintesi, nel genio della creazione e nell’arte della riproduzione. Balzac, il fondatore del realismo, il naturalista, lo storiografo ed il fisiologo della società moderna.
  Prodigioso nella fecondità, scrisse più di sessanta volumi in sei anni. Prodigioso nella cesellatura alla Cellini, spese somme ingenti per la correzione delle sue bozze: della Pierrette volle ventisette prove di stampa; i compositori di stampa stipulavano, per contratto, di non dover subire più di due ore di Balzac al giorno.
  Senza vizi e senza prodigalità d’alcuna specie, lavorando tutta la giornata e gran parte della notte, Balzac, nel corso della sua vita, trovò modo di procurarsi e di soddisfare debiti colossali, centinaia di migliaia di lire. Leggendo il Tacito, che i Romani fruivano d’una miniera d’argento in Sardegna, tentò l’exploitation di quel metallo, ma rimase vittima dell’altrui malafede. Cercò la ricchezza nel movimento perpetuo, nella coltivazione degli ananas e dell’oppio, nelle combinazioni aritmetiche delle case di giuoco di Baden e d’Amburgo e che so io.
  Fece la fortuna d’alcuni editori Parigini co’ suoi capolavori, ed a lui ben poco rimase di guadagno. Procurò milioni di rapina ai pirati della contraffazione libraria nel Belgio e ne ebbe in cambio, debiti spaventevoli.
  L’Accademia, che sì volentieri apre a due battenti le sue porte, alle mediocrità e peggio, respinse Balzac. Il teatro gli fu causa soltanto di sofferenze fisiche e morali.
  Lo confortarono del loro affetto: la madre, ad onta delle continue querimonie pecuniarie, - la sorella Laura, a cui consacrò la maggior parte delle sue lettere ed i più graziosi vezzeggiativi, - la signora Zulma Carraud, più che amica, benefattrice, - Louise, un’incognita ancor più gentile di quella di Mérimée, la Girardin, la duchessa d’Abrantès e la contessa Hanska, che gli divenne moglie.
  Lo onorarono delle loro calunnie e del loro odio, gli invidiosi della sua fama, i botoli del pedantismo, ringhiesi contro la sua audacia, i mestieranti delle lettere, impotenti ad apprezzare, in Balzac, il filosofo e l’artista.
  A dozzine si severano i tristi episodi dell’angosciosa sua esistenza, le calunnie contro il suo carattere ed i suoi costumi, le boutades e le eccentricità, i folli progetti di fortuna e le fatali delusioni. Dalla natura il Balzac aveva ricevuto tempra ferrea e titanica costanza nelle fatiche. Ma come resistere a trent’anni di lavoro indefesso e tormentoso? Il 20 agosto 1850 (sic) egli moriva d’ipertrofia di cuore (manifestatasi per la prima volta durante il suo soggiorno in Russia), quattro mesi dopo il suo matrimonio colla contessa Hanska, allora appunto in cui poteva vagheggiare (con qualche probabilità), un po’ di riposo e d’agiatezza.
  Alla vigilia della sua morte, l’ammirazione di pochi, l’avversione di molti, l’indifferenza dei più. All’indomani, la gloria incontestata ed incontestabile. V. Hugo lo saluta come una stella della patria, al Père-Lachaise; l’Europa prodiga corone al primo fra i romanzieri del secolo XIX; la sua Commedia umana viene proclamata immortale, come la Divina Commedia.

I primi anni di vita letteraria (1819-1829).
  Ho risposto alla mamma direttamente, a proposito delle compere; ma stupisci! questa è ben peggio di una compera: ho preso un domestico! Il suo padrone ha fame, ha sete: talora non ha né pane, né acqua da offrirgli e non sa neppure difenderlo dal vento, che soffia attraverso la porta e la finestra.
***
  Lo scompiglio ha messo sossopra i miei amori, dacchè mi sono accorto ch’ella ama un domestico! Sicuro, è il mio stesso servitore, che si stempra in paroline d’amore con Lei!
***
  Studio per formarmi il gusto: talvolta crederei di perdere la testa, se non avessi la fortuna di tenere il mio rispettabile capo, fra le mani.
***
  Non meravigliarti, se ti scrivo su metà foglio, con una cattiva penna e se ti dico delle sciocchezze: fa d’uopo, ch’io moderi quanto è possibile le mie spese e che economizzi su tutto, anche (come tu vedi), sulla carta e sullo spirito.
***
  Ad onta della povertà, quanto m’è dolce, consumandomi notte e giorno, associare i miei lavori alle persone che mi sono care! sorella, se il cielo mi ha dotato di qualche talento, la mia più gran gioia sarà quella di vedere la mia gloria diffondersi su voi tutti! Qual felicità, vincere l’obblio ed illustrare, ancora, il nome di Balzac: a questi pensieri, il mio sangue freme nelle vene. Quando afferro una bella idea, mi sembra udire la tua voce, che mi dice: «Avanti, coraggio!».
***
  Infine, io non devo scrivere per il gusto d’oggidì, ma fare come hanno fatto i Racine ed i Corneille, lavorare (come loro) per la posterità! …
***
  Ah! sorella mia, di quali tormenti è fonte l’amore della gloria! Vivano i bottegai, perdio! Eglino vendono tutto il giorno la loro merce, contano alla sera il guadagno, si godono, di tanto in tanto, qualche orribile melodramma, ed eccoli felici! … Sì, ma essi passano il loro tempo fra il formaggio ed il sapone. Vivano piuttosto i letterati! … Sì, ma essi sono sempre bisognosi di danaro e ricchi soltanto d’alterezza. Bah! lasciamo gli uni e gli altri, e avanti, avanti!
***
  Esco raramente; ma quando mi movo, vado a ricrearmi al Père-Lachaise.
***
  Ho mangiato due poponi. Bisognerà pagarli, a forza di noci e pane secco.
***
  Laura, non ischerzo punto, parlo da serio. Se per caso si leggesse la tua lettera, mi si scambierebbe per un Richelieu, che ama trentasei donne alla volta. Io non ho il cuore sì largo ed eccetto voi, miei cari, che amo sino all’adorazione, non amo d’amore, se non una sola persona alla volta. E Laura mi vorrebbe un Lovelace! Oh, perché ve lo domando io?
  Fossi almeno un Adone! Ma no. Tutt’altro! Ho persino una flussione!
***
  Credo che commetterò la follia d’andar a vedere Cinna al teatro Francese. Il mio stomaco ne trema! … per le inevitabili privazioni.
***
  Tuo fratello, o Laura, il destinato alla celebrità, fin d’ora, si nutrisce da vero uomo grande, vale a dire, ch’egli muore di fame.
***
  Addio, soror! Spero di ricevere una lettera sororis, risponderei sorori, eppoi vedere sororem, o soror! ma vedrò pure la partenza sorore!
***
  Questa mattina, la mia flussione è diminuita d’assai. Certamente, tu mi dirai: «Fa strappare!» Ohibò! Val meglio lasciar agire la natura; i lupi hanno forse dei dentisti?
***
  Quando leggerai, sul manoscritto del mio Cromwell dei versi cattivi, scrive in margine: «Bada alla forca!» Frattanto, sto divorando i nostri quattro autori tragici: Crébillon mi rassicura, Voltaire mi spaventa, Corneille mi trasporta, Racine mi fa abbandonare la penna.
***
  Abbia o no del genio, nei due mesi mi preparo fin d’ora a qualsiasi sofferenza! Senza genio, sono rovinato! mi sarà d’uopo passare la vita fra desideri insoddisfatti, fra miserabili gelosie, fra pene d’ogni specie! … Se ho del genio, sarò perseguitato, calunniato. Quante lagrime dovrà tergersi madamigella Gloria!
***
  Ora mi avvedo che la ricchezza non costituisce la felicità. Questi giorni diventeranno, per me, una sorgente di dolci memorie! Vivere a mio capriccio, lavorare secondo il mio gusto ed a modo mio, far niente se ne ho voglia, addormentarmi sull’avvenire sorridente, pensare a voi sapendovi felici, aver per accanto la Giulia di Rousseau, la Fontaine e Molière per amici, Racine per maestro ed il Père-Lachaise per passeggiata!
  Oh potessi viver sempre così!
***
  Io non ho altra inquietudine, se non quella generata dalla smania di elevarmi. Tutti i miei affanni nascono dalla povertà del mio talento.
***
  Ti lascio per recarmi al Père-Lachaise a far degli studi sul dolore. Ho abbandonato il giardino delle Piante, perché lo trovo troppo triste.
***
  Non dir parola alla mia cara madre de’ miei lavori notturni, e tu, o Laura, non parlarmene più; dovessi scoppiare, voglio giungere alla fine del Cromwell e terminare qualche cosa, prima che la mamma venga a chiedermi conto del mio tempo.
***
  Se io sono un gaillard – ciò che noi non sappiamo essere, non è vero? – potrò un giorno diventare qualcosa di meglio d’una illustrazione letteraria. Unire al titolo di grande scrittore, quello di grande cittadino, è un’ambizione che mi lusinga! Nulla, nulla, fuor che l’amore e la gloria possono soddisfare il mio essere.
***
  Cercami per moglie, qualche vedova, ricca ereditiera. Infine, Laura, tu capisci ciò che ti voglio dire. Bisogna, che tu vanti le mie doti: ventidue anni, buon ragazzo, belle apparenze, occhio vivo, di fuoco! e la migliore pasta di marito, che il cielo abbia mai plasmato. Ti darò il cinque per cento sulla dote, eppoi anche una mancia.
***
  Ah! maledetti quattrini! … Ma non inquietarti: se per caso sono davvero un uomo di talento, guadagnerò denaro per noi tutti.
***
  Ma la speranza di vendere un romanzo, tutti i mesi, per seicento franchi; ciò basta a’ miei bisogni, in attesa della fortuna che dividerò di buon cuore con tutti voi, giacchè essa mi dovrà sorridere. Non ne dubito punto, né poco.
  Non posso né pensare, né lavorare. Eppure bisogna scrivere, scrivere tutti i giorni, per conquistare quell’indipendenza che tenta sfuggirmi. Bisogna diventare libero, a forza di romanzi, e quali romanzi! Ah! Laura, quale caduta per i miei progetti di gloria! E dire, che con millecinquecento lire di rendita assicurata, potrei lavorare e procurarmi la celebrità! Ma occorre del tempo per simile impresa e frattanto bisogna pur vivere! Non ho dunque, che questo ignobile mezzo, per rendermi indipendente. Fa dunque gemere i torchi, o cattivo autore – ecco una frase, che non fu giammai sì conforme alla verità.
***
  Fortuna ancora, se qualcuno tenta essermi di sollievo in sì triste esistenza? La primavera della vita ha dato i suoi fiori e già mi trovo nella stagione in cui essi appassiscono! A che, la fortuna ed i piaceri, quando la mia gioventù sarà passata? A che le sfarzose vesti di attore, quando non si sostiene più alcuna parte? Il vecchio è un uomo che ha pranzato e che osserva coloro, i quali stanno mangiando. Io invece sono giovane, ho fame, e mi veggo vuoto il piatto! Laura, Laura, i miei due soli, immensi desiderî, essere celebre ed essere amato, potranno un giorno essere soddisfatti? …
***
  Onorato di Balzac, scrittore pubblico e poeta francese, a due franchi la pagina.
  Fra poco, lord R’hoone (Balzac) diverrà l’uomo alla moda, l’autore più fecondo e più amabile; le donne l’adoreranno come la pupilla dei loro occhi. Allora, il piccolo Onorato farà la passeggiata in equipaggio, con la testa alta, lo sguardo fiero e tronfio di se stesso; al suo avvicinarsi, il pubblico idolatra mormorerà le sue adulazioni e dirà: «Ecco il fratello di madama Surville!». Allora, gli uomini, le donne, i fanciulli, i bimbi salteranno di gioia … Ed io godrò di mille fortune; anzi, è da questo punto di vista ch’io economizzo, per servirmene all’occorrenza.
  Riflettendo, le mie idee maturano ed allora riconosco, che la natura mi ha trattato benignamente, dandomi il mio cuore e la mia testa. Credi a me, sorella cara, ho bisogno di fede e non dubito punto di divenire qualche cosa.
***
  Sorella mia, è necessario ch’io viva, senza mai chiedere nulla ad alcuno; bisogna ch’io viva per lavorare, affine d’assicurarmi l’indipendenza da tutti.
***
  No, il signor Onorato non è uno stordito. Già da un mese, egli è obbligato a finire in fretta un’opera, alla quale non darà il proprio nome. Gli artisti, per vivere, fanno dei quadri che non sottoscrivono, e per crearsi un nome, dei quadri che espongono al Salone. Ora, mi trovo nel novero di questi anonimi.

Il carattere di Balzac.

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  Questo stordito potrà dimenticare il male che gli si reca, ma giammai il bene! Egli lo inciderebbe sul rame, se il suo cuore ne contenesse.
  Quanto a ciò, che gli indifferenti possono pensare e dire di lui, se ne cura come della sabbia, che si appiccica a’ suoi piedi!
  Egli aspira ad essere qualche cosa, e quando il monumento è elevato, non bada punto a ciò, che gli sfacciati scrivono sullo steccato.
***
  Forse voi non potrete approvare, né comprendere subito le mie idee, i miei mezzi; ma credo mi stimerete e mi amerete sempre, perché io non mi lascierò mai corrompere né pel denaro, né per una donna, né per un gingillo, né per il potere, chè lo voglio tutto intiero. Voi potete contare su ciò. In ogni caso della vita, colloco la stima di me stesso, al disopra di tutto.
***
  Io, venduto ad un partito per una donna! Io, un uomo casto già da un anno! … Non lo pensate neppure! un’anima, che non sa concepire la prostituzione! che ritiene un’onta tutti quei piaceri, i quali non derivano e non ritornano al cuore? Davvero, mi dovete una riparazione! Non sognai neppure quei pensieri, di cui mi credeste capace. Ho in orrore tutto quanto è seduzione, perché parmi qualche cosa di estraneo al sentimento puro e verace.
***
  Ve ne prego, comprendetemi meglio! Voi date maggior importanza di quella ch’io non accordi al frivolo piacere di passeggiare in carrozza al Bosco di Boulogne. È un capriccio d’artista, una fanciullaggine. Il mio appartamento è, nello stesso tempo, una delizia ed un bisogno, come il possedere biancheria lindissima ed il bagnarsi. Ho acquistato il diritto di circondarmi di seta, perché domani, se fosse del caso, ritornerei senza un rimorso e senza un sospiro, nella nuda soffitta dell’artista, per non cedere ad una transazione vergognosa, per non vendermi ad alcuno. Oh! non calunniate un’anima, che vi ama e che pensa a voi ne’ momenti difficili! Alle grandi opere, grandi eccessi: ciò è affatto semplice e non v’ha nulla di biasimevole.
***
  Sonvi in me più uomini: il finanziere, l’artista che lotta contro i giornali ed il pubblico, indi l’artista che lotta co’ suoi lavori e co’ suoi soggetti; infine, vi ha l’uomo di sentimento, che si stende su di un tappeto, presso un fiore, per ammirarne i colori ed aspirarne i profumi.
***
  Sappiate, che tutto quanto voi supponete in me di buono, è ancora migliore; che la poesia espressa al vivo è superiore alla poesia pensata; che la mia devozione è illimitata; che la mia sensibilità è pari a quella della donna e che non ho dell’uomo, se non l’energia. Ma ciò ch’io posso avere di buono, resta soffocato sotto le apparenze dell’uomo, sempre affaccendato; le mie esigenze non sono veramente mie, nemmeno le forme rudi, alle quali mi costringe la necessità; tutto è contrasto in me, perché in tutto mi sento contrariato.
***
  Non sono altro, se non un uomo a giornata fissa, che lavora diciotto ore su ventiquattro; vi sono costretto; il tempo non m’appartiene. Per quanto il mio spirito sia depresso, mi considero un soldato sul campo di battaglia, forzato ad andar avanti e a battersi. Non posso né scrivere a’ miei più cari, né rispondere a’ miei amici.
***
  Non abbiate amicizia per me, ne voglio troppa; come tutti coloro i quali lottano, soffrono e lavorano, io mi sento esigente, diffidente, testardo, capriccioso; ma senza dubbio, voi non potrete in nulla obbedire a’ miei capricci. Eppure, credetelo, essi sono molto logici e punto fantastici; ciò che sembra capriccioso agli occhi di uomini senza anima, mi è sempre parso la ragione del cuore.
***
  Sì, il mio sogno non si è mai realizzato; io ho veduto tutte le donne ambire, che il loro affetto fosse conosciuto. Ciò diventa per loro una gloria, ed un sagrifizio di più. Io invece vorrei un affetto, che fosse un secreto fra due esseri soli, eternamente sconosciuto, nascosto come il tesoro dell’avaro; ma sembra, che questa celeste poesia sia impossibile.
***
  Quando, notte e giorno, le mie forze e le mie facoltà sono intente ad inventare, a scrivere, a riprodurre, a descrivere, a rammentare; quando percorro, con ala lenta e penosa, sovente ferita, le campagne morali della creazione letteraria, come posso io trovarmi, in pari tempo, sul terreno degli interessi?
  Bisogna essere puramente e semplicemente uomo di mondo, uomo d’affari. Ben vedo, che mi si inganna, o che si sta per ingannarmi, che il tale mi tradisce, mi tradirà, o che vuol rubarmi qualche cosa, ma al momento in cui lo scopro, e lo prevedo, bisogna che mi batta altrove; me ne accorgo, quando sono adirato per qualche subitanea necessità, per un’opera che preme, per un lavoro che andrebbe perduto, se non lo compissi.
***
  È mestieri che sia mio questo Parigi insultatore ed i suoi librai e le sue stamperie; mi abbisognano ogni giorno dodici ore di lavoro insensato, poiché ho dei debiti e il debito è un’amante, che mi ama con soverchia tenerezza. Né la posso rimandare, che ella si colloca ostinatamente fra l’amore, l’amicizia, la pace e l’ozio, fra me e tutti i piaceri. È troppo brutta questa sorte, per augurarla a chicchessia, foss’anche ai nemici che mi assalgono. Avvi una sola donna al mondo, dalla quale accetterei qualche cosa, ed ecco perché sono certo di amarla tutta la mia vita; ma, se ella così non mi amasse, mi ucciderei, pensando alla parte da me sostenuta.
***
  Voi non potete immaginare quante tristi meditazioni mi costi l’apparenza della vita felice del principe di Porcia, che abita là, sul corso di Porta Orientale, a dieci case di distanza da quella della sua contessa. Ma io ho trentanove anni, più di duecentomila franchi di debiti. Il Belgio possiede il milione che ho guadagnato, ec. … Non ho il coraggio di continuare, giacchè mi avvedo, che la tristezza che mi divora, riuscirebbe ben crudele, riprodotta sulla carta.
***
  Sonvi dei giorni, in cui la realtà della vita e tutto quanto mi circonda, mi sembra un sogno, tanto l’esistenza ch’io traggo, è per me contro natura.

Gli scrupoli artistici.
  Avvi in me non so cosa, che m’impedisce di fare scientemente male.
***
  La vedova editrice Béchet è stata sublime: ella si è assunta quattro mila franchi di correzioni che erano a mio carico.
***
  Ciò che mi ammazza, sono le correzioni! La prima parte dell’Enfant maudit mi costò più di molti volumi; ho voluto porre quella prima parte all’altezza della Perle brisée e farne una specie di piccolo poema di malinconia, in cui nulla vi fosse a ridire; per il che, mi occorse una dozzina di notti. Al momento in cui scrivo, ho accumulato avanti a me le prove di quattro opere differenti, che devono apparire in ottobre; bisogna dar passo a tutto ciò.
  Occorre far più di quello che si potrebbe, poiché avvi indifferenza nei compratori; è mestieri superar sé stesso, in mezzo alle proteste, alle molestie degli affari, ai più crudeli imbarazzi di borsa e nella solitudine più completa, più nuda di consolazioni.

Le sofferenze.
  Un uomo, che già da quindici anni si alza di notte, che non gli bastano le ore della giornata, che lotta contro tutto, non può più andarsene a far visita né a’ suoi amici, né alla sua amante; è così, ch’io ho perduto molte amanti e molti amici, senza rimpiangerli, perché non capivano la mia posizione.
***
  Se voi sapeste, quanta miseria mi circonda e di qual coraggio debba armarmi, sia per vivere, sia per lavorare, sareste meco più generosi di parole consolanti!
***
  Io non ho pregato alcuno, non ho tesa la mano né per una pagina, né per un centesimo; ho celato le mie pene, le mie piaghe. E voi, che potete sapere se colla penna facilmente si guadagni del denaro, col vostro sguardo di donna, scrutate l’abisso che vi discopre e il margine, su cui ho camminato con passo fermo. Se Napoleone si è stancato della guerra, anch’io ho il diritto di confessare, che il combattere colle disgrazie incomincia a faticarmi.
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  Nessuno al mondo conosce il prezzo di una delle mie visite; non lo dico per orgoglio, ma ad un’amica sincera, posso rivelarle queste cose, certo ch’esse non vi metteranno in collera. D’altronde, qual cosa più onorevole e più grande, che rialzare il proprio nome, la propria fortuna, mercè il proprio spirito? Ciò non può, che eccitare l’invidia ed io non temo punto gli invidiosi.
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  Se si sapesse quanto costi il creare delle idee, il dar loro forma e colore e quale stanchezza ne consegua!
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  Non è doloroso, dopo tante fatiche, non aver guadagnato nulla per l’avvenire, vederlo squallido avanti ai propri occhi!
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  Quando si ha un’intiera fortuna da innalzare, val meglio farla grande ed illustre, giacchè, pena per pena, è preferibile soffrire in una sfera elevata che in una bassa ed io amo meglio i colpi di pugnale, che la puntura di spillo.
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  Tosto o tardi, la letteratura, la politica, il giornalismo, un matrimonio od un grande affare, mi procureranno la fortuna. Bisogna soffrire ancora un poco. Ma fossi almeno solo, a soffrire! … Ecco, in quattro anni, mi venne venti volte l’idea di espatriare! Ma intanto tu, o madre mia, sei ben sofferente e la necessità ti sforza a divenire una delle cause de’ miei tormenti. Io ti ho dato, oltre le tue, quasi tutte le mie molestie e ciò mi addolora non poco.
  Mi chiedi di scriverti a lungo; ma, povera madre mia, tu dunque non sai ancora come io viva? Quando posso scrivere, attendo ai miei manoscritti; se non iscrivo, vi penso. Non riposo una ora. E come mai i miei amici non sanno tutto ciò? Se continuo così, finirò col chiudere le orecchie ai rimproveri, perché ho la coscienza di quel che faccio.
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  Io mi alzo alle sei, correggo Les Chouans, indi lavoro per la Bataille, dalle otto ore alle quattro del mattino, e durante il giorno, correggo ciò che ho scritto nella notte; ecco la mia vita! ne conosci un’altra, più occupata di questa?
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  Grazie, sorella mia, la devozione dei cuori che si amano ci procura tanto bene! Tu mi hai dato quella energia, che finora mi ha fatto superare le difficoltà della vita! Sì, tu hai ragione, non mi arresterò mai, mi avanzerò sempre, mirando allo scopo e tu mi vedrai un giorno annoverato fra le grandi intelligenze del mio paese!
  Ma quali sforzi per arrivare fin là! Il corpo si fiacca e lo scoraggiamento succede alla fatica!
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  Mi corico alle sei od alle otto di sera, come fanno i polli; mi risveglio ad un’ora del mattino e lavoro sino alle sette; alle otto dormo ancora per un’ora e mezza; poscia prendo qualche cosa di leggiero ed una tazza di caffè puro, torno al giogo sino alle quattro ore; ricevo, prendo un bagno ed esco e dopo aver pranzato, mi corico. Ed è necessario vivere di questa vita, durante qualche mese, per non soccombere sotto i miei debiti!
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  Alcune signorine straniere mi confidarono, che già da un mese si recano fedelmente presso Gerard, nella speranza di vedermi e m’assicurarono che a partire dalla frontiera della Francia, incomincia la mia riputazione – Caro, ingrato paese! - «Perseverate nei vostri lavori, aggiunsero esse, e voi sarete ben presto alla testa dell’Europa letteraria!» Dell’Europa? sorella mia, esse l’hanno detto! Adulatrici! … Farei schiattare dalle risa certi amici, se loro raccontassi questo episodio.
***
  Si mette non poco nero sul bianco in 18 ore, piccola sorella, ed al termine di un mese di questa esistenza, si accumula del bel lavoro. Povera penna! bisognerebbe ch’essa fosse di diamante per non isciuparsi! Far crescere in riputazione il suo padrone, liberarlo da ogni schiavitù, dargli il riposo sulle montagne, è questo il di lei compito!
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  Ecco la mia vita: degli avvocati, delle corse, delle noie. E creato (se è possibile) de’ bei lavori? Ho ricevuto colpi di pugnale, di capitolo in capitolo, mentre scrivere quest’opera che i miei amici di più difficile accontentatura trovano costantemente sublimi, e che mi è costata mille franchi di correzioni, di cui gli arbitri non tennero conto. Non parlo delle mie notti, de’ miei giorni, della mia salute, sciupata dall’abuso del caffè.
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  Io lavoro più di quanto desidero; che vuoi? quando lavoro, dimentico i miei affanni.
  L’azione del caffè, che in passato reggeva la mia ispirazione, ha diminuito di durata; ora, non riesce a darmi, se non quindici giorni di eccitazione al cervello; eccitazione fatale, perché m’è causa di orribili dolori di stomaco.
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  Quale energia occorre, per mantenere la testa sana, quando il cuore soffre sì tanto! Scrivere notte e giorno, scatenare lotte incessanti, quando invece i miei lavori esigerebbero la tranquillità del chiostro! Arriverò io mai ad aver pace? forse un giorno: nella tomba! … Allora, mi si renderà giustizia: voglio almeno sperarlo! Le mie migliori ispirazioni hanno sempre brillato di tutta la luce nelle ore di estrema angoscia; esse dunque vogliono ancora rifulgere!
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  Non adirarti pel mio silenzio: lavoro enormemente; mi sono deciso a scrivere per ventiquattr’ore continue ed a dormire, poi, per cinque. Ventuna ore e mezza di lavoro, per giorno!
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  Si parla delle vittime decimate dalla guerra, dalle epidemie; ma chi pensa al campo di battaglia delle arti, delle scienze e delle lettere, a quelli, i quali caddero sul mucchio de’ morti e de’ morenti, per la violenza dei loro sforzi? In questo raddoppiarsi di lavoro, pressato come sono dalla necessità, nulla mi sostiene. Del lavoro, sempre del lavoro! Le notti si collegano alle notti, i giorni di meditazione ai giorni di meditazione, dall’esecuzione si passa alla concezione, dalla concezione all’esecuzione! Poco denaro, comparativamente a quello che mi occorre; moltissimo, in rapporto alla produzione.
***
  Povera sorella mia, io vuoto il calice sino alla feccia! invano m’ostino a lavorare quattordici ore al giorno; ciò non basta. Mentre sto scrivendoti, mi sento così stanco, che ho mandato Augusto a ritirare la mia parola per certi impegni contratti, sono debole al punto che lascio da parte il pranzo, affine di coricarmi più in fretta e che non mi rese più in alcun luogo.
***
  Da due anni specialmente, la mia vita non è se non sacrifici, ma fra tutti uno ve n’ha, al quale non so abbituarmi: sono i falsi giudizi sulla mia esistenza.
***
  Mia buona madre, non avere alcun rimorso; però fammi la carità di lasciarmi portare il mio fardello, senza indagare il mio cuore. Vedi, una lettera, per me, non è solamente un po’ di denaro consumato, ma altresì un’ora di riposo, una goccia di sangue.
***
  Io lotto sempre, come un uomo che sta per annegarsi e che ha paura d’inghiottire l’ultima sorsata.
  In quindici giorni devo scrivere due volumi in ottavo e se cado nella mediocrità, tutto è perduto. Giudicate qual sia la mia posizione!
  Vedo l’ora di finire questo genere di vita e vi arriverò, se fra un anno non trovo una posizione, meglio è, che divenga l’ultimo degli operai. Voi, senza dubbio, non immaginate qual profondo dolore soffra l’animo mio, né qual cupo coraggio accompagni la seconda, grave disfatta, subita nel bel mezzo della mia carriera. Quando mi trovai per la prima volta sommerso, nel 1828, non avevo ancora ventinove anni e m’assisteva un angelo, al fianco. Oggi, ho raggiunto quell’età, per la quale un uomo più non ispira l’amabile sentimento di una protezione, che nulla in sé racchiude di mortificante.
***
  Sono abbattuto, ma non atterrato; il mio coraggio resta indomito. Il pensiero dell’abbandono e della moltitudine, in cui mi trovo, m’affligge più de’ miei stessi disastri. Non avvi nulla di egoismo in me, anzi bisogna ch’io dedichi tutti i miei pensieri, tutti i miei sforzi, tutti i miei sentimenti ad un essere all’infuori della mia persona, se no, perde ogni forza.
  Non ambirei una corona, se non possedessi una persona, a’ cui piedi poter deporre tutto quanto gli uomini mi avrebbero prodigato. Che lungo e triste addio ho rivolto a’ miei anni perduti, inghiottiti, senza alcuna ricompensa! Essi non mi hanno dato né un completo benessere, né un’intiera miseria; ma mi hanno fatto vivere, ghiacciato da una parte, arsiccio dall’altra; ed ecco che mi sento attaccato alla vita, soltanto per il sentimento del dovere. Entrai nella soffitta i cui mi trovo, colla convinzione di morirvi consumato dal lavoro, ma mi credevo più coraggioso di quello che sono. È più di un mese, che mi alzo a mezzanotte e mi corico alle sei, che mi sono imposto di nutrirmi appena quanto basta per vivere, affine di non dare al cervello la fatica della digestione! Ebbene, non solamente soffro debolezza da non potersi descrivere, ma tanta vita concentrata nel solo cervello, mi produce singolari turbamenti. Talvolta perdo il senso dell’equilibrio che sta nel cervelletto, sicchè sdraiato in letto, sembrami che la testa caschi a dritta ed a manca, e quando mi levo, mi sento sollevato da un enorme peso, che par si trovi nella mia testa.
***
  Due anni di lavoro bastano a tutti i miei debiti, ma è possibile sopravvivere a due anni di questa esistenza?
***
  Voi sola, forse, saprete i dolori d’una lotta ignorata, sotto la quale soccomberò ben presto, estenuato, disgustato qual sono di tutto, affaticato da sforzi senza ricompensa diretta, dolente d’aver sacrificato i miei piaceri al dovere, desolato di trovarmi nell’obblio e fra le calunnie, inventate da certi invidiosi, che punto non conosco; io che al mondo non feci male ad alcuno! Che importa la moda, la gloria, la fama, la voga a chi non esce di casa!
***
  Sto nel mio gabinetto, come una nave fra i ghiacci.
***
  Il lavoro, sempre il lavoro! è come l’acqua del mare per il marinaio e, pari al marinaio, mi trovo solo! ecco la mia vita. Non è lecito mormorare, quando una goccia d’acqua dolce cade dal cielo, ma lontana da voi?
***
  Mi parlate della mia salute; essa è ormai distrutta dagli ultimi lavori e la felicità n’è il solo rimedio; disgraziatamente, non scorgo avanti a me, se non lavori più ardui dei precedenti; mi veggo condannato a tre od a quattro anni di lavoro costante, a dodici o quindici ore di fatica al giorno. Tremo pensando a quanto ho mancato scrivendovi; sarà d’uopo, ch’io fugga in qualche angolo nascosto, per liberarmi da tutti i lavori attesi e incominciati. Io soltanto posso sapere quali strazi operi un pensiero nel mio spirito!
***
  Mi sento estenuato dal lavoro; andiamo a letto, per dormire e riposarci nei giorni! Ma bisogna rialzarsi a lavorare! Devo finire due volumi imposti per contratto; l’ultimo di tutti m’è il più odioso, giacchè se ne fecero un’arma per tormentarmi.
***
  Gli affari più spinosi mi tormentano; bisogna ch’io trovi delle somme enormi, per estinguere il resto dei miei debiti. Gli obblighi in denaro sono spietati, non attendono, ma comandano e ci avvincono; non ne sarò liberato che fra un mese; in questo frattempo, non mi farò vivo per nessuno. Parmi essere un cervo ridotto agli estremi.
***
  La stampa, i nemici, la letteratura, tutto si è sollevato contro di me; non vi fu mai un uomo, oppresso da tante calunnie e da sì supposizioni. Arrabbiati pei successi ch’io non ho punto mendicato, stanchi di sapermi giusto e nobile di carattere, si sono provati a contaminare il cuore, l’animo e la vita d’un uomo, il quale sprezzava le loro percosse con disdegno reale; ecco perché la mia difesa fu reclamata dal traboccare della viltà. Dovetti ruggire di collera, per far tacere tutti i ranocchi.
***
  Bisogna lottare sempre e non soltanto contro le difficoltà materiali della vita, ma altresì contro lo sconforto, contro le difficoltà letterarie, contro tutto.
  Costantemente impacciato da ostacoli, mi è impossibile dire a mezzogiorno ciò che farò ad una ora; a queste tre lotte, è mai sufficiente il tempo? Io lo faccio bastare con la rapidità del concepire et des aperçus.
***
  Voi che sapete, quanto l’inazione sia pesante e come mi farei rimprovero di attendere ch’altri mi accomodassero le uova nel paniere, voi non v’immaginate quanti ostacoli abbia superato. Sembrami, che le disgrazie dell’energia siano più grandi di quelle dell’atonia. Mi fu mestieri di molto coraggio, anche nelle particolarità, per vincere gli impedimenti. I piccoli gioielli che possedevo furono impegnati; mia madre ha dato tutto per me e così pure una povera mia cugina.
***
  La mia carriera teatrale avrà le medesime sorti di quella letteraria; la mia prima opera verrà rifiutata. Abbisogna un coraggio extra umano, per sostenere questi terribili uragani della disgrazia.

Le aspirazioni.
  Oh! se conosceste cos’è la Turrena! … Là, tutto si oblia. Adesso sì, li scuso quegli abitanti, se sono imbecilli! Sono tanto felici! E voi già lo sapete, che coloro i quali godono molto, naturalmente sono stupidi. La Turrena spiega ammirabilmente, come sia possibile il lazzarone. Ormai considero la gloria, la Camera, la politica, l’avvenire, la letteratura, come altrettante palle, atte ad uccidere i cani erranti e senza domicilio. E soggiungo: «La virtù, la felicità, la vita, sono 600 franchi di vendita, sulle rive della Loira».
***
  Io credo che la letteratura sia, nel tempo che corre, un mestiere da prostituta a cento soldi: non conduce a nulla ed ha il ticchio di vagare, di cercare, di farmi dramma vivente, di arrischiare la mia vita; giacchè per qualche miserabile anno di più o di meno! ... Quando una bella notte ci fa vedere i suoi splendidi cieli, si osa infischiarsene di tutte le grandezze.
***
  Ti ringrazio, dall’imo del cuore, di tutti i disturbi che ti prendi per salvarmi dalla noia della vita materiale; la mia affezione sempre più viva, non è di quelle che la parola sappia esprimere. Il mio ostinato lavoro sarà forse coronato dalla fortuna; io spero tanto più, perché vedo pochi talenti restar senza premio. Quanto alla gloria, comincio a non disperarne affatto.
***
  Non ho voluto che pensasse un giorno, senza che tu sapessi quali dolcezze eccitano in me le tue affettuose parole. Si mette più volte i suoi figli al mondo, madre mia? Mia povera diletta! Quando mai diverrò un genio eccelso, quanto Byron e Goethe? quando mai potrò procurarti tanta gioia, quante sono le amarezze di cui oggi ti son prodigo. Ti abbraccio e ti stringo con piacere; indovina, tu stessa, io questo non ti scrivo.
***
  Voglio la mia libertà, la mia indipendenza morale e pecuniaria; a questo fatto, sacrifico tutto il mondo senza alcun ricredimento.
***
  Ancora pochi sforzi ed avrò trionfato d’una gran crisi, non un debole istrumento: una penna?
  Se nulla mi si oppone, nel 1836 non dovrò più nulla ad alcuno, fuor che a mia madre. Quando penso ai miei disastri ed ai tristi anni che ho attraversato, non posso dissimulare una certa fierezza, pensando che a forza di coraggio e di lavoro, ho conquistato la mia libertà.
***
  Credetelo, caro editore, noi siamo, per ora, voi ed io, l’uno dell’altro, à la vie, à la mort!
  Un giorno, e questo giorno si avvicina, voi avrete, come me, fatta la vostra fortuna e i nostri equipaggi s’incontreranno al bosco di Boulogne, per far crepare di rabbia gli invidiosi, vostri e miei.
***
  Certo vi stupirete sapendo, che dopo il mio ritorno scrissi quattro volumi, che ho tre o quattro commedie in corso, e tali debiti, tali note, da morirne! Vi giuro, che ho fatto divorzio con tutte le mie speranze, col mio lusso, colle mie ambizioni! Voglio una vita da curato, una vita semplice e tranquilla. Una donna di trent’anni, che avesse quattrocento mila franchi e cercasse di me, purchè fosse ben fatta e di carattere dolce, mi troverebbe presto a sposarla; ella pagherebbe i miei debiti ed il mio lavoro, in cinque anni, la rimborserebbe. Bisognerebbe ancora imporsi sagrifici enormi, ma val meglio ammogliarsi, che morire ed io non ho la sicurezza della vita. È impossibile, alla mia età, sopportare certe fatiche, senza uno spossamento, che equivale alla morte. Ormai non vivo, che per soddisfare le mie sacrosante obbligazioni.
***
Gli affetti.

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  Oh, mia buona madre, ho pianto di gioia nel ricevere la tua lettera. Sì, certamente, ti procurerò tutto ciò che vorrai! Non sono mai stato sì felice; puoi contare su quanto mi credi.
  Gran Dio, non mi aspettavo la consolazione di poterti offrire i miei istanti di riposo.
  Da qui a sette, o ad otto mesi, ti renderò felice, quanto si può ideare!
***
  Solo il lavoro sostiene la mia vita. Non vi sarà dunque nel mondo, neppure una donna per me? Le mie malinconie, le mie noie fisiche divengono più lunghe e più frequenti. Precipitare da questi lavori schiaccianti, nel nulla! Non avere vicino a sé lo spirito dolce e carezzevole della donna, per la quale ho fatto tanto, co’ miei scritti!
***
  Te ne supplico, abbi cura della tua persona! Nulla mi è più caro al mondo della tua salute! Darei la metà del mio sangue, per rendertela e serberei l’altra al tuo servizio. Madre mia, il giorno in cui saremo tutti felici si avanza rapidamente; incomincio a raccogliere i frutti dei sacrifici che ho fatto quest’anno, per un avvenire più sicuro. Ancora qualche mese appena e ti procurerò quella vita felice, quella vita tranquilla, di cui hai bisogno. Avrai tutto quanto desideri; le nostre piccole vanità non saranno meno soddisfatte delle grandi ambizioni del cuore.
***
  Se hai qualche capriccio, qualsiasi bisogno, dimmelo; giacchè posso soddisfare le mie voglie, anche tu, madre mia, hai diritto a qualche piacere.
***
  Addio, buona madre; ti abbraccio, ti stringo con una effusione di cuore senza limiti; vorrei che questa lettera ti comunicasse la mia salute e che i miei auguri avessero la forza della mia volontà.
***
  Il mese di gennaio è per me pesante di lavori e di debiti. Ne ho ancora fino a maggio; bisogna lavorare con coraggio, fin là. Non aver paura, non pensare cha a te; sii più felice degli anni scorsi; io mi adoprerò alla tua felicità. Sono dispiacente di farti questi augurî per iscritto, ma non ho mai inviato un bacio più ardente di quello, ch’io, qui, depongo per te.
***
  Quando v’indirizzate a me piena di tenerezza, di bontà, di affetto, in piena sicurezza e che vi credo tutta mia, allora sembrami conoscervi e posso obbedirvi in tutto; ma quando mi trattate altrimenti, allora divento cattivo. Perché? non lo so. In verità vi dico queste cose, come un fanciullo che parla a sua madre.
***
  La persona da me perduta, era più che una madre, più che un’amica, più che qualunque creatura può essere per un’altra. Ella non si spiega, se non colla divinità. Ella mi aveva sostenuto colla parola, coll’azione, coll’affetto, durante i grandi uragani. Se io vivo, è per lei; ella era tutto per me. Benchè da due anni, la malattia ed il tempo ci avessero separati, noi eravamo, anche a distanza, l’uno per l’altra; ella poteva tutto per me, essa era un sole morale.
***
  Addio, a rivederci a Vierzechovina! Fa d’uopo attraversare l’Europa, per venirvi a mostrare un viso invecchiato, ma un cuore giovane, che batte ad ogni momento, ad una linea di scritto, ad un indirizzo, ad un profumo, come se non avessi trentasei anni!
***
  Sì, tu hai ragione, i miei progressi sono reali e il mio infernale coraggio sarà ricompensato. Assicuralo pure a nostra madre, cara sorella; dille di farmi l’elemosina della sua pazienza. Un giorno, io spero, un po’ di gloria le pagherà tutto! Povera madre! Quella fantasia ch’ella mi ha data, la getta perpetuamente da nord a mezzodì, da mezzodì al nord; e tali viaggi affaticano; lo so pur io!
  Dì alla mamma, ch’io l’amo, come quando ero fanciullo. Le lacrime mi sgorgano, scrivendoti queste righe, lacrime di tenerezza e di disperazione, chè sento l’avvenire e mi è d’uopo questa madre affezionata, pel giorno del trionfo! Quanto dovrò attenderlo? Abbi cura di nostra madre, per il presente e per il futuro.
***
  Qualche giorno, quando le mie opere saranno conosciute, vedrete occorsero ore ed ore per aver pensato e scritto tante cose; voi mi assolverete allora di tutto quello che vi sarà dispiaciuto e perdonerete, non l’egoismo dell’uomo – l’uomo non ne ha – ma l’egoismo del pensiero e del lavoratore.
***
  Non posso vivere che là, ove vive la signora Evelina; la sua dolcezza ed affezione mi divenne la necessità dell’esistenza. Non avvi in Francia né gloria, né ambizione, né successo; tutto ciò che ritrovo in lei sola. Ma ditemi, non merita di essere così servita ed amata, colei, la cui vita è tutta pietà verace, adempimento di doveri, sentimenti profondi, dolcezza, beneficenza? Per coloro che la conoscono, non raffigura ella il Bene fatto gentile e Donna?
***
  La mia carriera è libera; né il sindaco, né il curato v’ebbero parte; l’età avanza, le distrazioni diminuiscono. O miei nipoti! nipoti miei! pensate al vostro zio, pregate per lui, mentre egli prega per voi!
***
  È più che un dovere per mia madre e per tutti i miei intimi, il non nuocermi nel felice compimento di una unione, la quale costituisce la mia sola felicità.
***
  L’unione, che ci fa vivere tutti e quattro di un solo pensiero, non è comparabile se non al nostro reciproco affetto. Le mie sofferenze sono le sofferenze di altre tre persone e quando mi arrivò la prima lettera in cui mi descrivevi la triste tua condizione, il mio dolore era così diviso, che mi fece dimenticare l’impotenza, in cui si trovano i miei amici a prestarti aiuto (Dalla Russia, presso la sua futura sposa).
  Metti in testa a mia madre ed a nostra sorella – la quale nella sua lettera lascia due pagine in bianco! – che quando ci si trova a settecentocinquanta leghe di distanza, non si scrive del tutto, o non bisogna inviare carta in bianco: 1° a motivo dell’enorme prezzo della carta bianca; 2° a motivo dell’enorme beneficio, che la carta scritta offre al cuore ed alla borsa. Quando la posta era cara, gli inglesi, che pensano soprattutto all’interesse, scrivevano due volte sul medesimo foglio, in lungo ed in largo.
***
  Mia cara madre, se hai bisogno di qualche cosa per te, non esitare a dirmelo. Noi vogliamo che tu goda di tutte le comodità. La parola omnibus mi diede viva pena; alla tua età, nella tua condizione di salute, quando ti rechi a pranzo da Laura o ne ritorni e soprattutto quando esci per i miei affari, serviti di vetture. Te lo ripeto, i tuoi omnibus mi hanno trafitto il cuore!

Alla sua donna gentile.
  Questa lettera non vi svelerà tutti quanti i miei pensieri, ma sappiate intuirvi l’affetto che la ispira a tutti i tesori di cui vorrei poter disporre. Ah! se Dio mi prestasse la sua onnipotenza, quanti io amo, avrebbero tutte le gioie del paradiso! A quale scopo, farli attendere?
***
  L’isolamento, in luogo dell’intimità, assume il carattere del rimorso; io provo un irresistibile bisogno di cambiare di posto, di muovermi e rimuovermi, d’andare e venire, come se, al termine di queste agitazioni fisiche e di tutti questi inauditi movimenti, potessi rintracciarvi.
  In maggio, soffro due nostalgie: quella del paesello della Neva che ho lasciato e quella della Francia dove ritorno.
***
  Addio, cara stella, mille volte benedetta! Verrà forse un momento, in cui potrò esprimervi i pensieri che mi opprimono. Ora posso dirvi soltanto, che troppo vi amo, perché riesca a darmi pace. Dopo quei due anni d’intimità, sento che non mi è dato vivere, se non presso di voi e che la vostra assenza è per me la morte.
***
  Addio per ora, stella celeste, implorata e seguita con tanta religione! Tutti i giorni, pensando alla vostra cara famiglia, sogno per voi la felicità.
***
  Voi siete il faro, la stella luminosa e la sicura ricchezza, senza brama. Ho tutto compreso, persino le vostre tristezze e le amo. Fra tutte le ragioni che mi trascinano ad amarvi, con quella fiamma di gioventù, che fu il solo bell’istante della mia vita trascorsa, non avvenne una, la quale non dica di amarvi, di rispettarvi, di ammirarvi. Con voi, la sazietà morale non esiste; ciò che vi dico è una (sic) grande assioma, è la parola della felicità. Voi riconoscerete, d’ora in ora, d’anno in anno, il profondo significato di quanto oggi vi scrivo.
***
  Facendo l’analisi con tutto sangue freddo, riconosco, con convinzione e contentezza, che nessuna persona può essere a voi comparata. Non saprei scoprire nel mondo una più bella intelligenza, un più nobile cuore, un carattere più dolce, più attraente, più retto, un giudizio più sicuro e tanto raziocinio e tanta saggezza.
***
  Ah! Sonvi dei momenti di scoraggiamento e di prostrazione sì completi, che mi torna impossibile attendere al lavoro. Le mie facoltà non sono più libere, i miei pensieri sono distratti da una causa imperiosa, inesplicabile, capricciosa, che comanda al mio cervello e mi avvince il cuore. C’è una certa figura di donna che va, viene, attraversa la stanza, e poi mi tocca colle dita, e mi dice: «Perché lavorare? quali sciocchezze! perché consumarti a quel modo? Ancora qualche mese, eppoi la vedrai! Via divertiti intanto!»
***
  Sono entrato nella chiesa, a pregare e supplicare Dio per la nostra salute, con un ardore pieno di egoismo, come lo sono tutti i fanatici. Ebbi paura e non ho più osato pregare. Mi son detto: «Il mio atto è così pieno d’interesse personale, che forse irriterei la divinità».
***
  Sì, non avrò amato che una sola volta in mia vita e fortunatamente questa affezione riempirà la mia esistenza. Sento però che devo liberarmi dalle pure e sante orgie della ricordanza, se voglio apparire vivace nei miei lavori. Unisco a questo paese, il primo fiore sbocciato nel mio giardino; ve lo invio con mille sospiri e pensieri che non si dicono a penna. Oh! non istupitevi di trovarmi così ciarliero, dicendovi le medesime cose per la milionesima volta. Non ho altra confidente che voi, voi sola!
  A voi l’indovinare, perché vi ami molto più oggi, dopo di avere sofferto nel mio letto, pensando al vostro caro spirito, fraterno ed innocente. Vi ho detto tante cose, che credo fermamente, qualche mia parola vi sarà tintinnata all’orecchio, qualche scintilla si sarà sprigionata dalla vostra candela, un filo si sarà spezzato improvvisamente senza causa e le vostre orecchie avranno inteso quello strano ronzio da un così lungo viaggio. Ma niente vale ai miei occhi più di questo foglietto di carta, sul quale depongo, per voi, tutti i fiori della mia anima e del mio cuore, contemplandolo con una curiosità disperata. Non sono ancora abituato all’idea, che questo foglio sarà nelle vostre mani fra diciotto giorni, e che io resto qua inchiodato, maledicendo di trovarmi sì lontano da voi e sì infelice! Ho desiderio infinito della vostra cara presenza, stella della mia vita!
***
  Pensate che voi siete la gloria, l’onore, l’unico tesoro di un povero essere, che voi sola ama, che non pensa se non a voi ed i cui atti, pensieri e segni sono altrettante emanazioni di quel sole morale, che è tutto nella mia anima, quando si tratta del vostro affetto.

Gli ultimi anni.

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  Ingiurie, calunnie, menzogne, tutto ciò mi giova. Un giorno si saprà, aver io vissuto della mia penna e non esser mai entrati due centesimi nella mia borsa, senza che prima non fossero duramente e laboriosamente guadagnati. L’elogio e il biasimo mi furono sempre indifferentissimi; ho scritto le mie opere fra le grida dell’odio e fra le mischie letterarie, avanzando, sempre, con mano ferma ed imperturbabile.
***
  Quattro uomini hanno avuto, in questo secolo, un’immensa influenza: Napoleone, Cuvier, O’Connel (sic); io vorrei essere il quarto. Il primo ha vissuto del sangue d’Europa; il secondo ha sposato il globo; il terzo si è incarnato un popolo; io avrò portata l’intiera società moderna nella mia testa.
***
  Il mio sentimento è più bello, più grande, più completo di tutte le soddisfazioni, che possono produrre la vanità e la gloria. Senza questa piena consolazione del cuore, non avrei compiuta la decima parte delle mie opere, non mi sarei adoperato con tal feroce coraggio! Rammentatevi di ciò nei vostri momenti di malinconia e indovinate, mercè l’effetto-lavoro, la grandezza della causa.
***
  Se non posso presentarmi all’Accademia, in causa della più onorevole povertà, non mi presenterò neppure il giorno, in cui la fortuna mi avrà accordato i suoi favori. Ho scritto in questo tenore al nostro amico Victor Hugo, il quale si interessa per me.
***
  In Francia noi siamo allegri e spiritosi ed amiamo, noi siamo allegri e spiritosi e moriamo, noi siamo allegri e spiritosi e concepiamo, noi siamo allegri e spiritosi e nondimeno costituzionali, noi siamo allegri e spiritosi e facciamo delle cose sublimi, profonde! … Noi abbiamo in odio la noia; noi siamo presenti a tutte le cose liete e spiritose, brillanti, profumate e ridenti!
***
  La famiglia è ciò che vi ha di più bello al mondo, di più santo, di più sacro, voi che la riconoscete nel mondo entomologico, non la dovreste negare al mondo sociale.
***
  L’Accademia mi ha posposto a M. de Noailles. Egli è senza dubbio miglior scrittore di me; ma io mi sento miglior gentiluomo di lui, giacchè mi sono ritirato, davanti la candidatura di Vittor Hugo. Eppoi M. de Noailles è un uomo di bell’aspetto ed io ho dei debiti!
***
  Se perdo la partita, non mi farò più vivo, mi accontenterò della soffitta di via Lesdiguières e di cento franchi il mese: il cuore, lo spirito, l’ambizione non pretendono da me altra cosa, se non quella che ambisce da oltre sedici anni. Se questa immensa fortuna mi arriva, non avrò più bisogno di alcuno, non sognerò più nulla. Non bisogna credere ch’io ami lo sfarzo: amo il lusso della via Fortunée con tutto il resto, una bella donna ben nata, nell’agiatezza e che abbia le più belle relazioni; ma in ciò non avvi nulla di tenero e la via Fortunée non è stata creata che pour et par elle. Attendo tutto da questo difficile successo, contro il quale tutto cospira. Se non diverrò grande per la Comédie humaine, lo sarò per mezzo di questa impresa.
***
  Sedici volumi scritti, venti atti compiti, non bastarono, in quest’anno, a’ miei debiti! Centocinquantamila franchi guadagnati, non mi hanno dato la tranquillità.
***
  Dite a tutti i vostri Russi, che mi abbisognano i nomi e gli indirizzi, colla loro raccomandazione scritta e personale, per quei loro amici – uomini – i quali vorranno delle sedie, per la rappresentazione di Quinola. Me ne arrivano cinquanta al giorno, sotto falsi nomi e rifiutano di declinare il proprio domicilio. Sono nemici, che vogliono far cadere la commedia. Siamo obbligati alle più severe precauzioni.
  Fra cinque giorni, non saprò più quel che farò. Sono ebbro della mia commedia.
***
  Non m’illudo: se finora, lavorando come lavoro, non sono riuscito a pagare tutti i miei debiti, né a vivere, il lavoro avvenire non mi salverà; bisogna appigliarsi ad altra impresa, cercare un’altra posizione.
***
  Ho fatto meravigliare tutti, assicurandoli che avrei scritto le ventimila righe dei Paysans, nel solo mese di ottobre. Nessuno mi ha creduto, ma quando mi hanno veduto scrivere seimila righe in dieci giorni, si sono veramente spaventati. Ciò che non accade una volta su cento, oggi i compositori riescono a leggere il mio manoscritto, sicchè corre fra loro un mormorio d’ammirazione così straordinario, che si è comunicato alla moltitudine popolare ed alla democrazia.
***
  Voi non vi figurate che sia la Comédie humaine; è più vasta, letterariamente parlando, della cattedrale di Bourges in architettura. Ecco sedici anni, mia cara ed ingrata amica, che vi sto lavorando e ne occorrono altri otto, per terminare l’opera.
***
  Tutto ciò è ancora nulla, non è lavorare; lavorare, cara contessa, è levarmi tutte le sere a mezzanotte, scrivere sino alle otto, far colazione in un quarto d’ora, lavorare sino alle cinque, pranzare, coricarmi e ricominciare all’indomani. E mercè questo lavoro, escono cinque volumi in quaranta giorni.
***
  Si tratta di scrivere e di correggere otto volumi in un mese.
  Non so in quale stato mi troverò fra 30 giorni. Ah! Come avrei bisogno di un po’ di riposo, fra voi, e di vedervi felici, tutti felici l’uno per l’altro!
***
  Non penso, se non a pagare e a trrravailler sulla pubblica piazza della letteratura; sì, mi sono dato per compito, di guadagnare quarantamila franchi in sei settimane.
***
  Le faccende vanno di male in peggio. Lavoro giorno e notte, sono impegnato da tutte le parti, ed ho bisogno d’una terribile energia, perché la testa resti libera, mentre il cuore soffre tanto!
  Il mio nuovo lavoro drammatico non si chiama più Mercadet, bensì Le spéculateur. È davvero una produzione profondamente comica. Ma non bisogna arrestarsi mai nello scrivere romanzi! Sempre creare, lavorare con la mano destra e combattere con la sinistra! È orribile!
***
  In letteratura, le mediocrità perseveranti fanno fortuna, godono l’incognito a dieci mila lire di rendita.
***
  La sola cosa (di cui provi ansia), è la tranquillità, la vita intima e il lavoro moderato, per terminare la Comédie humaine. Spero, se i miei progetti si realizzano, giungere alla sospirata pace; se mi areno completamente, allora riprenderò ciò che mi appartiene in via Fortunée e ricomincerò filosoficamente la mia vita. Questa volta, mi metterò in pensione presso qualche stabilimento e terrò una sola stanza ammobiliata per essere libero di tutto, anche della mobiglia.
***
  In seguito alle disgrazie del mese di febbraio, che distrussero la mia fortuna, mi si è manifestata un’ipertrofia di cuore – non dirlo alla mamma! – Non potevo camminare in fretta, né salire pochi gradini. Infine, arrivato qui (in Russia), non potevo pettinarmi, senza provare soffocamenti e palpitazioni. Ebbi due casi di soffocazione completa, non potevo respirare, né emettere l’aria. Mi è impossibile montare una scala, tranne usando una grande precauzione. Così, di somma urgenza, dovetti ricorrere al medico.
***
  Con qualche rapidità il male s’aggrava ed a quanti ostacoli va soggetta la felicità! C’è a disgustarsi della vita! Da tre anni, mi sono preparato un nido, che mi ha costato una fortuna … e vi mancano ancora gli uccelli. Quando vi giungeranno? Gli anni passano, noi invecchiamo e tutto avvizzerà, assieme alle stoffe ed ai mobili del nido. Voi vedete, cara, che tutto non è rosa, anche per coloro, i quali in apparenza godono d’una certa fortuna.
***
  Il mio è, come tu ben sai, un matrimonio d’amore. La signora Eva di Balzac ha dato tutta la sua fortuna a’ suoi figli.

L’ultima lettera.
(28 giugno 1850).
  Oggi, mi sento liberato da una bronchite e da una affezione, che imbarazza il fegato. Avvi dunque un po’ di miglioramento. A domani, il dar nuova battaglia, alla vera malattia inquietante, a quella la cui sede sta nel cuore e nel polmone, ma che mi lascia grandi speranze di guarigione. Sono costretto però, a rimanere sempre alo stato di mummia, privo della parola e d’ogni movimento, stato questo, che durerà per lo meno due mesi! Devo tali notizie alla vostra amicizia, che mi sembra ancora più preziosa nella solitudine, a cui mi condanna la facoltà medica. Se avete intenzione di farmi un’altra visita, sappiatemi dire il giorno e l’ora, perché possa avere il piacere di ricevervi e godere di voi, sì da lungo tempo lontano!
***
  In calce a queste righe, dettate alla signora di Balzac, il malato aveva apposto la firma, eppoi aggiunto di sua mano:
  «Non posso né leggere, né scrivere!».

  A. Cantalupi, La Giovane Letteratura. III. Giovanni Faldella, «Il Preludio», Cremona, Anno I, N. 19, 15 Agosto 1876.
  Io non ho mai saputo rendermi ragione di quel po’ di romore che s’è fatto attorno al nome di Giovanni Faldella; è vero ch’esso è stato un romore fittizio, del quale in seguito il buon senso dei più ha fatto giustizia. […] Gli han gridato tanto e su tanti toni ch’egli era un “osservatore arguto, un analitico profondo, un umorista originale” che ha finito anche lui col credere d’esser davvero qualche cosa: una specie di contemperatore, forse, dello spirito d’osservazione di Onorato Balzac, della potenza d’analisi dello Sterne, e dell’umorismo dell’autore dei Reisebilder.

  Giosuè Carducci, A proposito di certi giudizi intorno ad Alessandro Manzoni, in Discorsi letterari di Giosuè Carducci, in Livorno, coi tipi di Franc. Vigo, editore, 1876, pp. 297-360.
  p. 316. Pare incredibili come sian teneri del Trecento taluni che scrivono con riduzione italiana sbagliata il più bel francese della più brutta maniera di Balzac.


  Carlo D’Ormeville, Profili Muliebri, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1876.

 

Nido d’amore.

 

  p. 109. Se per Balzac «il matrimonio è la tomba dell’amore», per quei due [Edoardo e Carmela] ne fu la cuna.


  Ottone Di Banzole [Alfredo Oriani], Memorie inutili di Ottone Di Banzole, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 1876.
  [Edizione di riferimento: Bologna, Licinio Cappelli Editore, 1934].
  Vol. I. XLII., p. 214. Se come sostiene Balzac nella Fisiologie (sic) du Mariage «l’amore è la ragione delle donne»; non si può negarlo, mia madre era piuttosto devota!
  LVIII., p. 274. Più volte spensi e riaccesi la candela per riosservare la tapezzeria, i mobili, l’aspetto della camera, intanto che nella memoria mi si risvegliavano le scene amorose lette nei migliori romanzi di Sue e di Balzac, e la vanità nell’acre tumulto dei sensi mi balbettava promesse inebrianti.
  Vol. II. LXXXV., p. 122. Balzac ha detto giustamente: il matrimonio è una scienza, e io aggiungo: l’amore è un’arte, forse meglio un culto, di cui sono credenti i giovani, tempio l’alcova, altare il letto, musica i baci, fede il piacere, speranza l’oblio, sacerdotessa la poesia, dogma la libertà, mistero il sagrificio, nume la donna, fine … il fine non indaghiamolo! la perpetuazione dell’umana infelicità.

  Fantasio [Ferdinando Martini], Biblioteca di Fanfulla. Bersezio – “Povera Giovanna!” – Seconda edizione. Milano, Treves, «Fanfulla», Roma, Anno VI, 12 Maggio 1876, p. 2.
  Diranno: Uhm! non c’è gran che. Sicuro, non ci sono grandi avvenimenti; non c’è né Montecristo che fora il sacco, né Rocambole che resuscita; ci sono bensì pagine che si ammirerebbero anche in un romanzo del Balzac. In questo pietoso racconto l’azione non precipita, né si ferma; i caratteri sono studiati con acuta diligenza, e con evidenza singolare ritratti; l’analisi dei sentimenti della protagonista è degna del più esperto maestro.

  Paolo Ferrari, Prosa. Commedia in cinque atti di Paolo Ferrari rappresentata per la prima volta dalla Compagnia Domeniconi sulle scene del teatro Re nel settembre a Roma dagli Accademici Filodrammatici nell’ottobre 1858, Milano, Libreria Editrice, 1876.

Atto Primo. Scena III.
  pp. 15-16.
  Cam. [Camillo Blana] (seccato) Tregua ai sarcasmi, prego! – Nessuno più di me sente l’assurdità del presente stato del mio spirito! ma che farci? Ho io colpe se la vita del matrimonio, questa catena di doveri color di rosa, mi pesa, mi pone lo sconforto nel cuore? – Se questa vita mi si presenta, ogni dì più, sotto un aspetto di aridissima e contagiosa volgarità? – Se io sento di non potermi piegare, altro che infrangendomi, al giogo delle mille sue leggi? – Ma, vostra moglie non esige che vi pieghiate? in essa vi vuol libero! … E questo è il peggio! Magari mi volesse schiavo! – Sarebbe una tirannia, e mi potrei ribellare! a sua condiscendenza invece è un giogo anche più duro, perché m’impone fino il rimorso di ogni minima indiscrezione a cui tira addosso i sarcasmi, i biasimi, i motteggi di tutte le altre pietosissime mogli, e di tutti gli scapoli loro adoratori! – Si potrebbe stabilire un sistema di reciproca indipendenza; separare gli appartamenti – No, mio caro! – a parte i rischii accennati da Balzac – io amo di essere logico anche a mio carico: ogni condizione di vita ha leggi irrecusabili; ed è mostruosamente ridicola questa maschera di celibato che certuni impongono al matrimonio, riducendolo così a non essere che … una fabbrica privilegiata di eredi legittimi.

  A.[lessandro] Fiaschi, Appendice. Gite Letterarie. […] Romualdo Ghirlanda – “Il Buonumore per tutti”. P. I. Tipografico, Milano, 1876, «Gazzetta Ferrarese», Ferrara, Anno XXIX, N. 293, 20 Dicembre 1876, p. 2.
  Il Buonumore per tutti è uno di quei libri che per farlo non vi vuole nè talento, nè studio. Basterebbe dire al primo scrivano di notaio: – faccia la gentilezza di compormi un volume di motti di spirito, di aneddoti storici, mediante la collaborazione di Stendhal, di Balzac, di La Fontaine – ed egli, perché la sua fatica gli venisse pagata, lo comporrebbe.

  [F.] F.[ilippi], Appunti bibliografici. “Capelli Biondi” – “Dalla Spuma del Mare” di Salvatore Farina. – Milano, Libreria editrice G. Brigola, 1876, «La Perseveranza», Milano, Anno XVIII, 4 Giugno 1876, p. 3.
  A questi patti sono realista anch’io, e dei più sfegatati: ma non già nel senso di quella critica la quale porta ai sette cieli le poesie, i romanzi, che gavazzano nelle cose turpi, in apparenza realistiche e in sostanza non vere, dicendole poi e scrivendole nel peggior modo possibile. E notisi ch’io sono tutt’altro che anti-realista, ma nel realismo esigo anzitutto l’arte, la forma, il sentimento e l’esclusione di tutto ciò che di proposito e cinicamente offende il senso morale.
  Io, per esempio, sono adoratore di Balzac, un gran maestro di realismo. E molti della sua scuola amo, venero, rispetto; di Teofilo Gauthier (sic), per esempio, accetto anche la Mademoiselle de Maupin, benché arrischiata …, peggio che arrischiata: ammiro ed amo i romanzi dello Zola, il vero continuatore di Balzac, quando però non vi cacci dentro la politica e le personalità: trovo delizioso il Daudet nel suo Fromont jeune e nell’ultimo Jack, due lavori che la critica non ha apprezzati al suo giusto valore: mi piace il realismo casalingo, urbano, a modo del Droz, e fra i molti insieme al Gauthier metto il Murger schiettissimo ed il divino Alfred de Musset.

  Folchetto, Note parigine. Foscolo e Balzac, «Fanfulla», Roma, Anno VII, 12 Novembre 1876, p. 2.
  Un altro volume aspettato da molto tempo – giacchè oggi sono per una transizione inattesa caduto a parlarvi di libri nuovi – è quello col quale si completa la bella edizione delle opere di Balzac edita da Michel Lévy. Questo volume – il 24° ed ultimo – si compone di una biografia di Balzac scritta molti anni fa da Laura de Surville, sua sorella, e della sua voluminosissima corrispondenza che va dal 1819 al 1850.
*
  È con un interesse commisto a venerazione e con un’impressione dolorosa che si leggono queste lettere, nuovo monumento del genio del primo romanziere dei nostri tempi. Due argomenti le occupano tutte: la lotta incessante, ciclopica, che sostiene Balzac per fabbricarsi una fortuna, per pagare i suoi debiti interminabili, e da ciò il racconto del lavoro incredibile al quale era obbligato - per settimane intere andava a letto alle 6 della sera, s’alzava a mezzanotte e scriveva e correggeva bozze di stampa per sedici ore; – e l’amore profondo, indistruttibile, l’idolatria quasi che lo avevano conquistato tutto intero a quella Mme Hanska che divenne sua moglie pochi mesi prima della sua morte e dopo una «flirtation» di quindici anni.
*
  Balzac tutto intero si rivela in queste lettere; pensatore profondo, e da volte ingenuo come un bambino; modesto tanto da chiedere correzioni a sua sorella, spiegare qualcosa che le sembra improbabile a madama de Hanska, e orgoglioso di scriverle che questo secolo avrà quattro grandi uomini – e confessare che uno dei quattro sarà lui; – scettico e credente; annunziando che sta scrivendo un capolavoro e scrivendone uno veramente; occupandosi ad ogni istante di un romanzo che non verrà mai alla luce, e trasformando, a furia di correzioni e di aggiunte, una novelletta di poche pagine, nel miglior romanzo forse che abbia mai scritto, Eugénie Grandet; lesinando il porto che gli costerà una lettera, e spendendo diecimila franchi in un mobile antico; lasciando lì penna, carta e inchiostro per correre in Sardegna in cerca di una miniera … tale ci si presenta Balzac in questa autobiografia epistolare che sarà letta da tutti coloro che gli hanno serbato un culto – e sono innumerevoli.

  Fra Cirillo, La Questione del matrimonio. Bistrattata dopo Balzac, «Strenna del Fischietto pel 1877», Anno trentesimo, Torino, Stabilimento artistico letterario, 1876, pp. [36-43].

Introduzione, [p. 36].
  - Appunto di lei, Fra Cirillo, si parlava: sa che ci vuole una buona dose d’impudenza trattare la questione matrimoniale dopo il gran Balzac?
  - D’accordo con lei, sor Pubblico: la Fisiologia del matrimonio è un capo d’opera, ma, d’allora in poi, di quanto non ha cambiato quella egoistica associazione che volgarmente si chiama matrimonio?
I.
  [pp. 36-37].
  In illo tempore l’ideale del matrimonio era un pane, una capanna ed il tuo cuore.
  Oggi, nel secolo del realismo, il pane è diventato un buon pranzo a bocca cosa vuoi, la capanna un palazzo coll’appendice di una villeggiatura per l’estate, ed il cuore … oh il cuore è diventato un portabiglietti.
  L’ideale, l’amore, han ceduto il posto alla realtà, al calcolo.
  Ne volete una prova?
  Il gran Balzac contava venti e più cause di connubii:
  L’ambizione … c’era anche allora.
  La bontà, per togliere una vittima alla tirannia dei genitori.
  La collera, per diseredare i collaterali.
  Il puntiglio, in seguito allo sprezzo d’un amante infedele.
  La noia, della vita di scapolo.
  La follia … ammesso sempre che lo sia il matrimonio.
  La scommessa, adempimento di parola data.
  La gioventù.
  La bruttezza, per paura di mancare di donne un giorno.
  Il calcolo, per ereditare da una vecchia.
  La necessità, per legittimare un fallo.
  Il dovere, la sposa essendo stata debole.
  La passione, per guarirne più facilmente.
  La transazione, per terminare una lite.
  La riconoscenza.
  Le esigenze d’un testamento.
  La vecchiaia, per avere una compagnia.
  L’usanza, per fare come fanno gli altri.
  Lo scrupolo, per non commettere peccato.
  Oggi tutti questi motivi si riducono poco a poco giù ad un solo.
  L’interesse.

  Antonio Ghislanzoni, Scuola Moderna, «Rivista Minima», Milano, Anno VI, N. 1, 2 Gennajo, 1876, p. 5; «Il Convittore. Periodico d’Istruzione e d’Educazione. Notiziario del Collegio Ferrari-Aggradi», Parma, Anno V, N. 3, 3 Gennaio 1876, pp. 3-4.

Pur, dai gracili steli
Una pallida rosa dei geli;
Tanto bella e gentil, che la diresti
Ai languidi colori, ai tratti mesti,
La créola di Balzac,
Una smilza figura
Di Doré, di Kaulbach,
Una giovin marchesa in miniatura.
Se non temessi offenderti,
Piccola Pompadour,
Vorrei offrirti un cigaro Cavour!

  Antonio Ghislanzoni, Storia di Milano, dal 1836 al 1848, in Racconti politici. Volume unico, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 1876 («Biblioteca Romantica Economica»), pp. 286-304.
  p. 298. – Balzac soggiornava per alcun tempo a Milano, e durante quella breve dimora, notava che le figlie delle nostre portinaie avevano l’aspetto di altrettante regine. Il celebre romanziere veniva anche derubato di una preziosa tabacchiera che ben tosto gli era restituita per cura dell’imperiale regio direttore di polizia.

  Luigi Gualdo, Pubblicazioni. “Correspondance de H. de Balzac «1819-1850» avec portrait et fac-simile” – Paris, Calmann-Lévy, éditeur, etc., «La Perseveranza. Giornale del mattino», Milano, Anno XXVII, 22 Dicembre 1876, p. 3.
  Questi due volumi sono un mirabile complemento alla Comédie humaine. Nel mezzo secolo che Balzac ha così maravigliosamente dipinto, qualcosa mancava a rendere completo il vastissimo quadro. Era – fra l’agitarsi di quei personaggi tanto veri ch’essi rimangono eternamente giovani (mentre coloro che vissero davvero in quegli anni ha già coperto l’oblio), vicino ai Rubempré, ai Rastignac, alle terribili figure di Vautrin e del père Goriot, tra le belle duchesse e le appassionate cortigiane, tra M.e de Maufrigneuse e M.e de Beauséant, tra Esther e la Torpille – era, diciamo, la figura di Balzac stesso che, nella notte, curvo sotto la lampada sempre accesa, scrive febbrilmente quei quaranta volumi immortali, in cui dà la vita dell’arte a quel mondo che con l’occhio visionario, più ancora che osservatore, egli vedeva dalla sua finestra chiusa! Ed è ciò che la Corrispondenza ora apparsa ne mostra. Vi ricordate quei quadri antichi dove il pittore ha ingenuamente dipinto sé stesso in un angolo della tela?
  Un tale epistolario sarà letto da tutti con vivo interesse; molti ne saranno commossi. A coloro per i quali l’ammirazione del massimo romanziere è un culto, codeste pagine dimostrano che l’uomo da essi immaginato nell’intima loro conoscenza dello scrittore è il vero; e gettano una luce ancora più vivida che non fecero la splendida biografia di Gautier o il prezioso libro di Léon Gozlan: Balzac en pantoufles. Gli altri – quelli che del prodigioso monumento letterario lasciato dall’inventore del romanzo moderno conoscono solo qualche brano tratto dalla Physiologie du mariage – leggendo le lettere dell’uomo sentiranno forse il desiderio di studiarne l’opera. Tutti scopriranno che in lui la grandezza del cuore uguagliava la potenza del cervello.
  Quanto codesto scrittore, accusato di cinismo, sentisse il vincolo della famiglia, lo si scorge nell’immenso affetto che traspira da ogni riga a sua madre o a sua sorella. Le altre lettere sono indirizzate ai pochi amici ch’egli conservò sempre, agli editori, a letterati illustri – e principalmente a M.a Hanska, nata contessa Rzevuska, che divenne poi M.e de Balzac.
  Lo scopo ch’ei si prefisse appena giunto, incognito, a Parigi, è quello stesso ch’egli non abbandona mai, e verso il quale cammina pensosamente, ma sicuramente, attraverso gli ostacoli risorgenti a ogni passo, realizzando l’impossibile. Sempre ricomincia. E il suo doppio, affannoso desiderio ei lo esprime in due parole in una delle sue prime lettere alla sorella: «Laure, mes deux seuls et immenses désirs, être célèbre et être aimé, seront-ils jamais satisfaits?» E com’ei lo presente (sic) talvolta fin dal principio, egli raggiunge finalmente questa doppia meta e muore vittima del perseverante sforzo titanico – muore glorioso e profondamente amato, ma senza che gli sia concesso di dimorare nella casa del suo sogno realizzato, ov’egli cade poco dopo averne varcata la soglia.
  Più che mai s’impara da queste pagine quale fosse la sua forza di volontà – e attraverso quanti impedimenti materiali egli compì l’opera sua. Oltre le basse gelosie e le ingiustizie da ogni uomo grande incontrate nell’esilio morale dovuto alla sua superiorità, egli lottò tutta la vita coi disinganni che i suoi fantastici tentativi per far fortuna gli procuravano, con le disgrazie imprevedute, e coi debiti che ingrossavano davanti a lui e ch’egli soffocava a forza di lavoro.
  Quale romanzo – degno di Balzac – me pare ora questo romanzo ch’egli non dettò, ma visse, e che ora ne viene involontariamente rivelato! – Questo romanzo d’un giovane il quale, spinto da irresistibile vocazione, lascia tutto per correre a Parigi, deciso a vincere, e che vince! Di quest’uomo straordinario che per quindici anni lavorò quindici ore al giorno – e la cui vita fu un lento e sublime suicidio con la penna. Questo robusto concittadino di Rabelais, destinato certo a vivere un secolo, morì giovane a cinquant’anni, schiacciato sotto il peso dell’edificio che le sue mani eressero.
  E che possiamo dire del magnifico poema d’amore che occupa tutta la seconda parte di questa vita triste e avventurata – di quell’affetto profondo che resiste a una lunghissima separazione, che sfida i rigori dell’inverno russo e le calunnie degl’invidiosi? Certo molti che solo ammiravano Balzac, lo ameranno dopo chiuso il secondo volume della Corrispondenza. In quelle pagine s’assiste alla lotta prolungata fino all’ultimo contro il corpo ribellato ed affranto da quell’uomo che lavora sempre e spera sempre, l’occhio fisso da Vierzschovnia all’appartamento suntuoso e pieno di fiori che lo aspetta a Parigi con colei ch’è finalmente sua moglie. Pochi fogli separano la lettera a sua sorella, sottoscritta ton frère Honoré au comble du bonheur! – l’ultima indirizzata a Théophile Gautier e dettata a Madame de Balzac, nella quale, sotto la firma, l’ammalato ha tracciate a stento queste parole che appaiono sinistre: je ne puis ni lire, ni écrire!

  Giuseppe Guerzoni, Lezione I. – Il teatro Greco, in Il Teatro italiano nel secolo XVIII. Lezioni di Giuseppe Guerzoni, Milano, Fratelli Treves, editori, 1876, pp. 1-40.
  p. 29. Aristofane potrà dirsi, a parer mio, l’esemplare sommo della satira personale, della parodia politica, dell’allegoria partigiana, della commedia d’occasione, ma non mai il maestro della vera Commedia. Ma non faceva ridere? Oh sì! quando l’intento non è che di far ridere, nulla di più facile. La smorfia della Zanni o la maschera di Pulcinella, ci riescono meglio del frizzo arguto di Heine e di Balzac.

  Paolo Locatelli, Sorveglianti e sorvegliati. Appunti di fisiologia sociale presi dal vero da Paolo Locatelli, Milano, Libreria Editrice G. Brigola, 1876.
  pp. 152-153. Un celebre romanziere, V. (sic) Balzac, da quell’arguto spiritoso scrutatore del cuore umano che egli era, non si peritò dal sostenere che a vent’anni la lotta della passione colla ragione finisce quasi sempre colla peggio di quest’ultima, mentre a quarant’anni le passioni più violenti (sic) non hanno, il più delle volte, il potere di far prevaricare il meno saggio dei galantuomini. Accettiamo quindi senza commenti l’osservazione del brioso autore della Phisiologie (sic) du mariage, tanto più che in materia di passioni vuolsi che egli avesse appunto tanta esperienza da poterne trattare ex professo senza inciampare.


  Cesare Lombroso, L’Uomo delinquente (Continuazione), «Rivista di discipline carcerarie in relazione con l’antropologia, col diritto penale, con la statistica ecc.», Roma, Anno VI, 1876, pp. 60-79.

 

  p. 73. Non si può dunque recisamente affermare che questi grandi abbiano potuto inquinare la purezza dell’arte colle brutture dell’animo loro. Dai bassi fondi del mondo che adopera il gergo, dall’infame gora dei bagni, alla vetta della repubblica letteraria, v’è sempre un abisso, specialmente in Italia, che si pregia forse più di tutte le nazioni d’Europa per castità nelle lettere e nelle belle arti. Solo in Francia, per opera di Balzac, di V. Hugo, poi di Dumas, di Sue, di Gaborieau (sic), e di rimbalzo di poi in Inghilterra, va penetrando il triste miasma del bagno e del meretricio, suo degno congiunto, per entro alla letteratura: — ma è questo un fenomeno isolato, forse eccezionale, dipendente dalle continue rivoluzioni di quella terra, che ne sconvolsero e ne fecero ripullulare gli infimi strali; nè credo sarà duraturo, poiché il vano solletico, il sapore acre e nuovo, provocato da quelle brutture, deve cedere presto il passo al ribrezzo che all’ultimo lascia negli animi anche meno scrupolosi. In ogni tempo l’arte amò poggiare in regioni pure e serene, e tanto più quanto men l’erano quelle che le spiravano intorno.


  Cesare Lombroso, La poesia ed il crimine, «La Rivista Europea», Firenze, Tipografia Editrice dell’Associazione, Anno VII, Volume I, Fascicolo III, 1° Febbraio 1876, pp. 475-490.
  pp. 489-490. Non si può dunque recisamente affermare, che questi grandi abbiano potuto inquinare la purezza dell’arte colle brutture dell’animo loro. Dai bassi fondi del mondo che adopera il gergo, dall’infame gora dei bagni, alla vetta della repubblica letteraria, v’è sempre un abisso, specialmente in Italia, che si pregia, forse più di tutte le nazioni d’Europa, per castità nelle lettere e nelle belle arti. Solo in Francia, per opera di Balzac, di V. Hugo, di Dumas, di Sue, di Gaboriau, e di rimbalzo di poi in Inghilterra, va penetrando il triste miasmo del bagno e del meretricio, suo degno congiunto, per entro alla letteratura: – ma è questo un fenomeno isolato, forse eccezionale, dipendente dalle continue rivoluzioni di quella nobile terra, che ne sconvolsero e ne fecero ripullare gli infimi strati; né credo sarà duraturo, poiché il vano solletico, il sapore acre e nuovo, provocato da quelle brutture, deve cedere presto il passo al ribrezzo che all’ultimo lascia negli animi anche meno scrupolosi. – In ogni tempo l’arte amò poggiare in regioni pure e serene, e tanto più quanto men l’erano quelle che le spiravano intorno.

  Paolo Mantegazza, Rio de la Plata e Tenerife. Viaggi e studj di Paolo Mantegazza. Terza edizione ritoccata dall’autore, Milano, Libreria Editrice G. Brigola, 1876.

Capitolo XLI. La città della Laguna e le sue tradizioni.
  p. 484. Non scorderò mai la strana impressione che mi fece l’entrata della città della Laguna. […] Io mi credeva in pieno cinquecento e mi pareva di veder sognando quelle scene, che il genio plastico di Balzac e la fantasia feconda del Doré hanno illustrato nei Contes drolatiques.


  A. Marin, Contemporanei celebri. Giorgio Sand, «L’Illustrazione Popolare», Milano, Vol. XIII, N. 39, 30 Luglio 1876, pp. 611-612.

 

  p. 611. Per essere più libera cominciò colà a vestire da uomo. Aumentando i bisogni, si pose a scrivere, ma venne sconfortata da coloro stessi cui era raccomandata, fra i quali Balzac, che fu poi suo ammiratore ed amico.


  Giulio Maroza, Un Aforismo del Signor di Balzac. Commedia in un Atto dedicata a Sua Maestà Sior Tonin Bonagrazia Re di Torcello dell’Avvocato Giulio Maroza, [1876?], cart. cc. 12 (cartulazione a matita 1-12).

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  Divertente scherzo comico sulle felicità ed infelicità del matrimonio scritto in dialetto veneto dall’avvocato Giulio Maroza (morto nel 1887) e direttamente ispirato alla Physiologie du mariage di Balzac.


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  Questo manoscritto è conservato presso la Biblioteca Civica di Belluno (MS. 870).

  Ferdinando Martini, Fra un sigaro e l’altro. Chiacchiere di Fantasio, Milano, Libreria Editrice G. Brigola, 1876. [cap. II, pp. 17-29].
  pp. 19-20. L’altro giorno ho letto in un articolo intitolato Piaghe della Francia e pubblicato in un giornale autorevolissimo, queste parole sul proposito dei romanzi francesi: Quella schiera di romanzieri, di libellisti che adoperarono la penna a guastare i costumi, cominciando da Balzac e venendo giù giù fino a Rochefort, a Vallès e a Vermesch …, ecc.
  Sono rimasto di sale.
  Il Balzac tra i corrompitori di costumi? Ma che ha egli fatto per meritare quest’accusa? Ha dipinto fedelmente, sinceramente la società del suo tempo; non l’avrebbe potuta ritrarre se la non ci fosse stata di già; non ho mai veduto i pittori creare un modello secondo l’immagine che avevano nella fantasia; li ho visti bensì copiare il modello quand’era bell’e creato da mamma natura. Accusare il Balzac di aver corrotto i costumi perché ha ritratta la corruzione de’ suoi contemporanei? Gli è come se un oratore spropositato rimproverasse agli stenografi le sgrammaticature che dice, e il senatore Panattoni se la pigliasse con lo specchio perché gli mette la bocca alla sinistra del naso!
  S’apriranno le cataratte del cielo, ma lo penso e lo dico.
  Sarebbe ora di finirla con queste pedanterie senza sugo. Sapete dove sta il male? Non nei libri del Balzac; ma in tutto quell’insegnamento che si dà in Italia a’ ragazzi, discorde da’ tempi nostri e da’ nostri costumi. […].
  Se Trimalcione è un gaudente, Orazio non ci ha colpa; se Vautrin esiste, non c’è ragione di gridare l’anatema al Balzac. Il romanziere dipinge il mondo interno come il pittore l’esterno e, se vuol essere artista davvero, lo ha da dipingere quale esso è; se è brutto, il mondo si corregga; i moralisti lo aiutino, lo spingano sulla via del meglio. – I romanzieri non sono filantropi; piuttosto i filantropi hanno qualche volta l’aspetto di romanzieri.
  Diciamo invece noi italiani che più immorale di tutte le letterature è la nostra del cinquecento, la quale si divertì coll’osceno, solamente perché era osceno, quando i canonici come il Bibbiena, i monsignori come il Della Casa, poetavano sopra argomenti che io, sebbene abbia letto il Mürger e il Balzac, non ho il coraggio di ricordare. […].
  p. 21. Ma dir male del Balzac, noi, che stiamo tanto bene a romanzi? … Oh! mi par sentir dir male dei tartufi a uno che non abbia desinato da tre giorni. (cfr. 1872) […].
  E il bello poi è questo: che mentre diciamo male de’ francesi noi andiamo senza accorgercene sulle loro pedate. Da’ francesi, per esempio, c’è venuta questa smania di fare entrare la politica dappertutto.
  Ne volete un esempio? A voi. – In Francia, c’è, come sapete una Accademia. […] ne fa parte Giulio Favre che non ha mai scritto una linea in vita sua, e ne furono esclusi il Molière, il Béranger, il Balzac, il Karr, ecc.

XV. Le Memorie di Paul de Kock.
  L’analisi di questa società nuova non era studio da Paul de Kock […].
  Un uomo solo in Francia poteva farla: un uomo che sino a quel tempo s’era chiamato Orazio di Saint-Aubin, Lord Rohône o De Villerglé, e che un bel giorno, rivelandosi alla Francia, all’Europa meravigliata, disse: «mi chiamo Onorato Balzac». […].
XVII.
  Ce qu’il y a de bon dans l’homme c’est le chien, diceva Onorato Balzac; gli uomini scompaiano pure; salvando i cani si assicurano le sorti dell’umanità.

XX. La Desclée.
  Una delle caratteristiche dei grandi artisti è la fede intima, ingenua, costante nell’esistenza delle loro fantastiche creature. Il Balzac al capezzale di morte nella pienezza delle proprie facoltà diceva a sua sorella: «Se non mi cura il dottor Blanchon (sic) sono un uomo spacciato …» il dottor Blanchon, un personaggio di non so quale de’ suoi romanzi!

  Ferdinando Martini, Vincenzo Martini, in Vincenzo Martini (L’Anonimo fiorentino), Commedie edite ed inedite di Vincenzo Martini (L’Anonimo fiorentino) pubblicate per cura del figlio Ferdinando, Firenze, Successori Le Monnier, 1876, pp. III-XLVI.
  pp. XXXIII-XXXIV. Fra i quali spicca il protagonista; personaggio nuovo sulla scena, e che ha fisonomia tutta propria, sebbene discenda da lungo ordine di antenati. Lo precedono, è vero, il Pathelin dell’antica farsa del secolo XV, il Turcaret di Lesage, il Frappatore del Goldoni, il Mercadet del Balzac, il Ludro del Bon; ma il Barone di Newdork, fecondo nella bindoleria come Pathelin, si discosta da lui per tanto spazio quanto ne occupa Mercadet.

  Vincenzo Martini, I Rispetti umani. Commedia in cinque atti, in Commedie edite ed inedite … cit., pp. 255-325.

Atto Terzo. Scena II.

  p. 286.
  Paolina. Che ci portate di nuovo?
  Ferdinando. Sì, che c’è di nuovo, tu che sai tutto dagli intrighi galanti fino alle combinazioni politiche del mondo ministeriale?
  Amedeo. Oggi non si parla che del ballo della contessa Paolina, e tutti pensano a prepararsi a una deliziosa serata. (Siede. – Amedeo a diritta, la contessa in mezzo, e Ferdinando a sinistra).
  Paolina. Oh! questa davvero è una povera novità! È venuto in testa ad Ernesto di dar questo ballo in giardino. Ma così all’improvviso da un giorno all’altro non può riuscire nulla di buono. Basta! è una cosa senza nessuna pretensione.
  Ferdinando. E non hai altre nuove?
  Amedeo. No. Tutto quello che potrei dire è vecchio affatto.
  Ferdinando. Oh! allora poi … ma per esempio?
  Amedeo. Che so io? Intrighi che nascono, intrighi che muoiono, infelici che fanno debiti al quaranta per cento, usurai che rubano facendo una predica morale, eleganti che per arrivare alle buone grazie di una signora incominciano dal comprometterla pubblicamente; tutta roba vecchia, tutta roba stantìa, tutte vergogne sociali già dipinte nella grande commedia di Balzac in non so quante diecine di volumi.

  Vincenzo Martini, La strategica d’un marito. Commedia in tre atti, in Commedie edite ed inedite … cit., pp. 361-401.

Atto I. Scena VII.

  p. 375.
  Tenente. Ascoltatemi. – V’è un destino che i mariti non possono sfuggire giammai. – Le precauzioni, le cautele non concludono nulla. Oh! io non vi parlo d’infedeltà … ma una donna può, restando fedele ai suoi doveri, avere un’altra simpatia. Avete letta la fisiologia del matrimonio d’Onorato Balzac?
  Presidente. No.
  Tenente. Or bene, leggetela e saprete che ogni donna durante il periodo, nel quale può essere amata, ha sempre nove uomini che le fanno contemporaneamente la corte. Come vorreste voi che fra tanti non si trovasse quel tale che sapesse toccare il suo cuore? – Pare se è scritto che la vostra Valentina rimanga sempre insensibile, voi nulla avventurate ammettendo nella intimità un amico di più. Ma se è destino che essa debba amare, un giorno essa amerà, né ad impedirglielo varranno rigori od ostacoli.


  Eugenio Muller, La Giovinezza degli Uomini Celebri. Unica traduzione autorizzata dall’Autore. Disegni di E. Bayard, Milano, Tipografia Editrice Lombarda, 1876 («Biblioteca d’educazione e di ricreazione»).

 

Quinta serata.

 

  pp. 91-93. Un altro pigraccio era il piccolo Onorato de Balzac, il quale doveva un giorno farsi strada faticosamente, e mettersi primo fra i romanzieri del nostro tempo.

  Ascoltate quanto narra la sorella di Onorato in un libriccino in cui essa parla dei primi anni di questo scrittore che si è propriamente ucciso col lavoro:

  «A 7 anni fu messo nel collegio di Vendôme. Ogni anno andavamo a vederlo a Pasqua ed alla distribuzione dei premi, ma egli era pochissimo premiato e riceveva più rimproveri che lodi.

  Rimase 7 anni in quell’istituto, ma fu sempre avuto in conto d’uno scolaro pigro, e ogni giorno si faceva mettere in cella.

  Preso da una grave malattia tornò alla casa paterna; e appena fu ristabilito seguì come allievo esterno le scuole del collegio di Tours. Anche colà fece pochi progressi. I suoi genitori al par dei suoi maestri non vedevano in lui altro che un fanciullo mediocrissimo che bisognava stimolare per fargli studiare il greco ed il latino. Lo si credeva anche così poco intelligente, che se gli accadeva di far qualche riflessione che desse prova d’una precoce sagacia, sua madre gli diceva: «Tu non comprendi certamente quello che dici».

  A Parigi fu messo successivamente in molti istituti e non vi si segnalò più che ai collegi di Vendôme e di Tours.

  A 17 anni soltanto parve appassionarsi agli studi classici, ed allora i suoi progressi furono rapidi. Un amico della famiglia dichiarò che Onorato, anche dopo terminati i suoi studi, non sarebbe stato buono che a fare uno spedizioniere perché aveva una bella calligrafia. Divenuto un gran scrittore, Onorato si vendicò dell’uomo che l’aveva giudicato a quel modo dedicandogli una delle sue più belle opere.

  Si volle da principio far di Onorato un notaio. Fu dunque costretto a studiare il diritto ed a rimanersene chiuso fra le carte bollate. Ma l’amore della gloria si era svegliato in lui.

  Egli sognava di farsi un nome nelle lettere. I genitori non si opposero direttamente al suo desiderio, ma il loro consenso fu come quello del babbo Poquelin, che nascondeva un altro pensiero.

  Onorato fu accomodato in una soffitta poverissimamente ammobigliata, benché la sua famiglia fosse ricca, e la pensione che gli fu data per vivere doveva unicamente bastare ai più stretti bisogni. Si sperava che un po’di miseria lo riconducesse all’obbedienza. Del resto non gli erano stati dati che due anni per far prova del suo talento.

  Onorato sopportò coraggiosamente e allegramente la miseria e lavorò con tutte le sue forze per mostrare che la sua risoluzione aveva una solida ragione d’essere. In capo a 15 mesi, egli giunse un giorno in casa del padre con una tragedia in 5 atti (ed in versi s’intende) che egli aveva compito e che fu letta in famiglia. Il terribile amico, che già aveva profferito un giudizio così sfavorevole sopra il giovinetto, era stato naturalmente invitato anch’esso alla lettura che, secondo la speranza d’Onorato, doveva dargli una smentita.

  Ma compiuta la lettura l’amico ripetè il giudizio d’una volta, e i genitori d’Onorato, non punto accesi d’entusiasmo dalla tragedia, furono tutti disposti a convenire in questa desolante opinione.

  Onorato chiese un giudice più autorevole e fu trovato un vecchio coltissimo e versatissimo nelle scienze e nelle lettere, il quale acconsentì a leggere la tragedia e dopo averla letta, dichiarò sulla propria coscienza che l’autore doveva far qualunque cosa fuorché darsi alle lettere.

  Onorato non si diede per vinto e sa Dio s’egli facesse bene.

  «Le tragedie non sono il fatto mio! sclamò egli: farò d’altro — e si diede a scrivere opere in prosa.

  Gli fu permesso, perché i due anni di prova non erano trascorsi; e non fu neppure rimandato nella soffitta e potè lavorare sotto il tetto paterno; per altro non aveva tutto il danaro che gli sarebbe stato necessario per comperare dei libri, perché si erano bensì raddolciti i suoi genitori, ma non arresi.

  Ma Onorato aveva una buona mamma che lo amava pressapoco come il nonno Cressé amava il suo piccolo Giovanni Battista. Sapete voi qual mezzo la cara donna aveva trovato per dar dei quattrini ad Onorato senza che il babbo Balzac potesse andare in collera? Ogni sera eccitava Onorato a far la partita di whist ed [a] forza di imprudenze o di distrazioni volontarie gli faceva spesso guadagnare delle belle sommette.

  Compiuti i due anni, Onorato non aveva ancora dato indizi luminosi di talento, ma aveva messo tanta operosità, tanta perseveranza, e dava prova di tanta fede nell’avvenire, che non si osò più contrastare la sua vocazione. In 5 anni allora scrisse più di 10 volumi che la maggior parte non furono mai pubblicati, o non lo furono col suo nome, perché Onorato era allora per i suoi tentativi giudice severo. Ancora non si sentiva giunto al grado di talento che voleva avere, ed avrebbe temuto di far danno alla sua futura rinomanza mettendo il suo nome in opere troppo imperfette.

  Più di 40 volumi d’esperimento! Tali furono i frutti del tirocinio letterario di quel pigraccio d’una volta.

  I nostri giovani scrittori, così impazienti di rinomanza, così pronti a scoraggiarsi, non dovrebbero dimenticare quest’esempio.

  Finalmente il trionfo indusse Onorato a dare il suo nome ai suoi libri ed in 20 anni che tenne la penna, pubblicò 97 opere, e sa Dio tutte quelle che meditava e che avrebbe pubblicato se non fosse morto a 50 anni.



  E. Navarro della Miraglia, La toletta d’una parigina, in La Vita color di rosa. Schizzi e scene, Milano, Libreria editrice G. Brigola, 1876, pp. 86-91.

 

  p. 86. Non saprei dirvi se la mia vicina fosse bruna o bionda, pallida o rubiconda. Ella non era precisamente giovane; aveva quella età incerta che hanno le eroine dei romanzi di Balzac.


  N.[ina] Olivetti, Schizzi parigini, «Serate Italiane. Letture per le Famiglie», Torino, Tip. C. Favale e Comp., Anno III, Vol. V, Numero 130, 25 Giugno 1876, pp. 415-416.
  [Sulla morte di G. Sand].
  p. 415. Con essa [G. Sand], quasi tutta sparisce la pleiade dei poeti, degli artisti letterari che fiorirono, abbellirono ed illuminarono di sì vivido raggio il secolo decimo nono, che con questi astri estinti già volge all’occaso. Victor Ugo (sic) resta, ultimo faro acceso di questa spenta generazione, a illuminare tante tombe. Lamartine, Alfred de Musset, Balzac, Michelet, Alessandro Dumas e tanti altri che precedettero George Sand nella tomba non furono compianti, quanto essa.

  Pangloss [A. Repossi], Appendice della “Plebe”. La letteratura disonesta ed il romanzo di Zola “Son Excellence Eugène Rougon”, «La Plebe», Milano, Anno IX, N. 1, 19 Maggio 1876, pp. 1-2.
  p. 1. Agli anatema di costoro [i «difensori della morale contro i partigiani della letteratura disonesta»] non poteva sfuggire uno dei migliori scrittori realisti che vanti la Francia, Emilio Zola; e diffatti una pioggia di melensaggini piombò sul capo del romanziere che seppe, meglio d’ogni altro, eguagliare il potente ingegno di Balzac, dello scrittore il di cui stile pittoresco rammenta la magica tavolozza di Rubens e di Paolo Veronese, e fuvvi un egregio scrittore – (il quale, sia detto fra parentesi, finora non ha dato al suo paese qualcheduno dei molti tesori che tiene nascosti nel suo cervello) – che stampò d’aver sgangherato uno infinito olimpico sbadiglio alla lettura delle di lui opere. […].
  È un libro [Son Excellence Eugène Rougon] che merita d’essere segnalato all’attenzione non solo dei democratici, ma anche dei buongustai in letteratura, perché, oltre all’essere una delle più ardite concezioni artistiche, è un lavoro di vaglia, meritevole d’esser studiato da chi vuole approfondire la vita intima delle classi agiate durante il Secondo Impero, è scritto in modo da rammentare le più belle produzioni di Balzac e di Gauthier (sic).

  Pangloss [A. Repossi], Appendice della “Plebe”. Teatri e libri (Ritardata)., «La Plebe», Milano, Anno IX. N. 22, 5 Novembre 1876, p. 1.
  Di novità letterarie abbiamo la pubblicazione della Corrispondenza di Balzac, pubblicata dal Lévy, e quella delle Memorie di Philarète Chasles, ricca dei più piccanti giudizii su illustri contemporanei, e dei più spiritosi paradossi sulle cose le più disparate.
  La Corrispondenza di Balzac ha già eccitato al massimo grado la curiosità del mondo letterario, ansioso di conoscere nella vita intima il grande creatore della Commedia umana, l’autore di quell’impareggiabile gioiello della letteratura francese, Les Contes drolatiques, e degli inimitabili romanzi: Les parents pauvres. Da quel poco che leggemmo, abbiamo però compreso l’uomo di genio, che in lotta colle più tristi necessità della vita, tediato da mille fastidii, pure comprende la sua potente superiorità, e sa che la società gli dovrà alla fine rendere giustizia. È doloroso però constatare come il più grande romanziere che vanti la Francia, il letterato che ci ha dati tanti capolavori, e fece guadagnare dei milioni ai suoi fortunati editori, sia morto in mezzo agli stenti e in continua lotta coi debiti. Quando lo seppe morto, il paese gli eresse al Père Lachaise un monumento ed ora l’editore Lévy pubblica in una splendida edizione le sue opere. Ne deve proprio essere soddisfatto il povero Balzac che pria di morire scriveva al suo intimo amico Teophile (sic) Gautier di non potersi muovere di camera, perché anco malato e privo di denari! O santa giustizia umana, come mi piaci!!

  D. A. Parodi, Appendice al Corriere della Sera. Corriere di Parigi, «Corriere della Sera», Milano, Anno I, Num. 160, 13-14 Agosto 1876, pp. 1-2.

  p. 1. [Su Sacher-Masoch, La giustizia dei paesani].

  Sotto questo titolo, il giornale parigino L’Opinion ha cominciato da poco la pubbli­cazione in appendice d’un romanzo di lui […]. Gli elementi dell’azione non sono molto nuovi per noi, a cui il Balzac, il Flaubert, il Dumas e tanti altri splendidi ingegni hanno messo sotto gli occhi il quadro della corruzione umana.


  D. A. Parodi, Appendice al Corriere della Sera. Corriere di Parigi, «Corriere della Sera», Milano, Anno I, Num. 242, 4-5 Novembre 1876, p. 1.

  Vi parlerò un’altra volta della corrispondenza di Balzac, di cui tutti parlano qui e di cui il Sainte-Beuve, che non l’amava, avrebbe fatto le sue delizie … Ma il Sainte-Beuve è morto; perché è egli morto?


  G. Pertile, Bibliografia. “Philosophie de l’art en Italie” par H. Taine […], «Giornale di Padova. Politico-Quotidiano», Padova, Anno XI, N. 191, 11 luglio 1876, pp. 2-3.

  p. 2. Prima del 1848 il conte Andrea Cittadella Vigodarzere in un forbito discorso aveva raccolto gli spropositi, le ironiche espressioni, i frizzi che gli scrittori francesi in quel torno di tempo avevano stampato contro l’Italia. I romanzieri, i drammaturghi francesi più illustri, Balzac Victor Hugo, Dumas padre si compiacevano a falsare la storia rappresentando i signori d’Italia come tutti despoti feroci, e tanti masnadieri o bravi i loro servi.

  Italiano voleva dire, per essi, uomo da coltello, traditore, e persino nei fatti di altri paesi, in un romanzo, in un dramma la parte odiosa del tiranno, del prezzolato, del carnefice era riservata ad un italiano.


  Pessimista [Felice Cameroni], Appendice. Cronaca letteraria, «L’Arte Drammatica», Milano, Anno V, N. 51, 28 Ottobre 1876, p. 2.

 

  Scene e caratteri della vita letteraria e giornalistica, sul genere di quelli tratteggiati dal Sacchetti nel Cesare Mariani. e meglio ancora dai De Goncourt nello Charles Demailly,— ingenuità e trepidazioni della vita da provincia, alla Balzac e bufere sul mare magum (sic) delle lettere,—qualche situazione in aperto contrasto con quella del manto di Giuseppe Ebreo e fotografie della vita milanese, a mo’ di Cletto Arrighi e di F. Calvi, — le folli speranze del giovane che si sente qualche cosa là, nella cavità cerebrale, gli strazi ineffabili dei primi tentativi, le vergognose transazioni, la caduta d’Icaro: povertà e sconforto.



  Ponson Du Terrail, Il Bagno di Tolone. Seguito del romanzo “Il Testamento di Grandisale”. Prima traduzione italiana autorizzata, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 1876.
  p. 31. […] ella ricordava, in una parola, quella eroina di Balzac che, nella Pelle di zigrino, si vanta d’essere stata l’amante d’un ghigliottinato e d’essergli rimasta fedele anche oltre la tomba.


  C. U. Posocco, Le miserie della vita, «L’Illustrazione Popolare», Milano, Vol. XIII, N. 40, 6 Agosto 1876, pp. 634-635.

 

  p. 634. Uno de’ più grandi romanzieri francesi, Balzac, scrisse: «La vita è una serie di combinazioni, e bisogna studiarle, e seguirle per potersi mantenere sempre in buona posizione».

  Se la vita fosse una serie di combinazioni, io non so davvero come si potrebbe seguirle. Si può studiarle quando sono avvenute; ma, come combinazioni, sono un fuori di noi; […].


  Aristide Provenzal, Giorgio Sand, «La Rivista Europea», Firenze, Tipografia Editrice dell’Associazione, Anno VII, Volume III, Fascicolo II, 1° Luglio 1876, pp. 383-394.
  p. 385. Intanto i bisogni della famigliola crescevano, e la coraggiosa donna cercò aumentare colla penna gli scarsi guadagni che le forniva il pennello. Keratry e Balzac, ai quali venne raccomandata la sconfortarono, ed il primo sopratutto assai duramente. […].
  pp. 387-388. Balzac, divenuto ormai ammiratore ed amico della donna che poco prima aveva sconfortato e deriso diceva che lo stile di lei aveva tutta quanta la foga e l’energia del suo grande antenato il vincitore di Fontenoy [Maurice de Saxe].

  F. de Renzis, La Lettera di Bellerofonte, in Proverbi drammatici, Pisa, Tipografia Nistri, 1876, p. 98. Milano, Libreria editrice, 1878.
  Cfr. 1869.

  Luigi Rocca, Appendice. Rivista bibliografica. “Sfumature” di G. Caprin (Milano, Tip. Editrice Lombarda), «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno X, Num. 100, 9 Aprile 1876, pp. 1-2.
  p. 1. Sono sei novellette, e tutte ornate di qualche pregio. Il Caprin si mostra in questo suo primo volume narratore spigliato, buon colorista ed affettuoso ricercatore delle fibre del cuore. La sua lingua è ricca, fin troppo, perché di alcune parole bisogna a quando a quando chiedere ai vocabolari; quello che è suo pregio principale, vale a dire la osservazione attenta dei luoghi, degenera talvolta in difetto segnatamente quando descrive gli interni delle case. Balzac aveva di proposito questo difetto, pensando egli di dover dare alla posterità tutta la vita moderna, per l’appunto in ciò che sfugge alla storia. Perciò molte pagine descrittive del Balzac si saltano a piè pari dai lettori d’oggi. I lettori del secolo ventesimo probabilmente leggeranno queste a preferenza; abbiamo dunque la compensazione, ma ci perde un tanto l’arte – l’arte che non deve fare l’inventario, né darci la descrizione del figurino. L’impressione che fa una bella donna, riccamente vestita, l’aspetto generale d’una sala, ecco il patrimonio del romanziere; il resto appartiene all’usciere ed alla modista. Non è questo un biasimo al Caprin, sono idee altre volte pensate che trovano qui occasione di manifestarsi.

  S., Appendice del “Pungolo”. Libri nuovi. Vittorio Bersezio, “Tre racconti” – Barbera, Firenze, 1876; Edmondo De Amicis, “Marocco” – Treves, Milano, 1876, «Il Pungolo», Milano, Anno XIX, 6-7 Maggio 1876, p. 1.
  Quando un esercito di scrittorelli si affaticava sulla peste di Manzoni e di Massimo d’Azeglio a raccogliere nelle vecchie pergamene la ispirazione e la novità che non trovava nel proprio ingegno, Vittorio Bersezio fu il primo in Italia a tentare con successo il romanzo intimo e psicologico. Egli pubblicò, giovanissimo, un volume di Novelle piemontesi che ebbero l’onore di una traduzione francese pubblicata coi Promessi Sposi e Le mie Prigioni nella raccolta di autori stranieri che fece l’Hachette a Parigi.
  Erano studi e bozzetti che, se per la forma ricordavano un po’ il genere di Balzac, avevano però un vivo e giustissimo colore locale, un profondo sentimento del vero.

  B. S., Libri nuovi. “Debitori e creditori celebri” di D. R. Segrè, «Rivista Minima», Milano, Anno VI, N. 22, 19 Novembre 1876, p. 351.
  Il libro del signor Segrè è riuscito una raccolta di avventure piccanti, di risposte piene di sale e di sotterfugi graziosissimi. Vi troviamo pure alcuni curiosissimi particolari tratti dalla vita di scrittori di molta fama: Lamartine, Balzac, i due Dumas, danno occasione a certi capitoletti pieni d’attrattiva.

  Sc. S. S., Romania. Notizie letterarie, «La Rivista Europea», Firenze, Tipografia Editrice dell’Associazione, Anno VII, Volume III, Fascicolo II, 1° Luglio 1876, pp. 374-377.
  p. 375. La commedia in quattro atti dello stesso autore (Damé), col titolo: Gheseftarii, non ha avuto grande successo, specialmente perché è più una traduzione di una commedia di Balzac, la cui azione è trasportata in Rumania, che opera originale.


  [Luciano Scarabelli], L’Eroe di Tarragona restituito al suo paese completamente LXV anni dopo la sua morte, Piacenza, Tipografia F. Solari, 1876.

  pp. 10-12. Fra i tanti testimonii ed attori che scrissero di quella guerra fu principalissimo il Vaccani, ch’era alla testa del genio militare e dettò con pienezza di dottrina i tre volumi che s’intitolano Storia delle Campagne e degli assedii degl’Italiani in Spagna, io scelsi la seconda edizione, che è del Longhena, approvata dall'autore; poi il Lissoni ch’era dei dragoni Napoleone cui i Catalani chiamavan demonii dalla testa d’oro e a cui nulla resisteva; scrisse elegante e corresse gli errori altrui, e lunga polemica intrepido sostenne contro gl’invidiosi della gloria italica pur confessata dall’imperatore e da suoi più illustri generali. Sono suoi volumi i Fatti storici e militari dell’età nostra, Gl’Italiani in Catalogna, Gli Episodi delle guerre di Spagna e la Difesa dell’onore delle armi italiane contro il Barone (sic) di Balzac che s’era ingegnato di calunniarlo. […].

  A Plà combattendo nella famosa ritirata del 15 Gennaio 1809 in cui cadde (e non a Tarragona come scrisse il fratello) il famoso Eugenio Orsatelli gran soldato, coraggioso quanto si può dire sino alla temerità (Lissoni, Fatti Storici, ecc.), Bianchi passato pur fuora da una palla in una coscia rimase stramazzato a terra, e restando là fermo in attitudine minacciosa tenne in rispetto i nemici sì che nessuno lo malmenò. Magro era ed alto, di naso arcuato più che aquilino, capelli aveva e pelo di color bruno, pallido ma vivo il volto, strabone l’occhio sinistro: certo imponeva nell'ira sua spavento più che rispetto. Molte stranezze erano state dette di lui al Barone Balzac e tanto che lo chiamò, «principe dei demonii incarnati, uomo il più detestabile nella vita privata, mangiatore del cuore di una sentinella, continuo in disgrazia de’ suoi Superiori per irregolare condotta». […].

  p. 14. A che punto e a che servizio era il Bianchini? Il suo capitano aveva raccontato a Luigi Fabbrizi, e questi raccontava in casa dell'avvocato Ferdinando Grillenzoni che abitava nell'alto piano verso il giardino del palazzo Suzani da S. Martino qui in Piacenza: «che ottenuta dal Bianchini la facoltà di salire il primo all’assalto poco mancò che gli fosse tolta: perché si recò subito dopo dalla moglie di un sergente e la baciò senza curarsi di ciò fare in occulto. Il marito lo seppe e si venne a contesa che non finì senza colpi di mani. Bianchini fu posto agli arresti, e l’Orsatelli istesso, vedute le disperazioni del suo soldato, impetrò la liberazione sua e la conferma della già ottenuta facoltà». Fortuna buona che il Balzac è morto: se non fosse, non mancherebbe di gridare che l’ho ammonito a torto. Le indiscipline che impedivano le promozioni, non erano queste; non curiamo il Balzac col quale s'accapigliò vittorioso il Lissoni e camminiamo con questi e con Bianchi su per la breccia. […].


  D.[avid] R.[ubens] Segré, Onorato di Balzac, in Debitori e creditori celebri (Studj e ricerche), Milano, Tipografia Editrice Lombarda di F. Menozzi e Comp., 1876, pp. 303-319.
Oh! devoir! Les hommes rendent la
dette quelque chose de pire que le
crime … Le crime vous donne un abri
la dette vous met à la porte, dans
la rue.
                                      Balzac, Le Faiseur.
  Il celebre autore della Commedia umana, scrive il Taine(1), fu un uomo di affari indebitato. Da ventun’anno fino a venticinque egli aveva vissuto in una soffitta occupato a comporre dei romanzi e delle tragedie che non piacevano neppure a lui, avversato dalla sua famiglia, ricevendo da questa pochissimo denaro, non guadagnandone punto e dichiarato inetto, quantunque fosse divorato dal desiderio della gloria e dalla coscienza del proprio ingegno.
  Per acquistare la propria indipendenza, Balzac si gettò a corpo perduto nelle speculazioni; prima fece l’editore, poi lo stampatore e finalmente il fonditore di caratteri tipografici, ma tutte le sue speculazioni andarono male, ed un giorno il fallimento bussò alla sua porta. Dopo quattro anni di angoscie, egli liquidò, rimase carico di debiti e scrisse dei romanzi per pagarli. I debiti furono un peso orribile dal quale non si potè mai liberare. Dal 1827 al 1836 Balzac non potè andare avanti se non facendo continuamente delle cambiali, che gli usurai scontavano e rinnovavano a malincuore(2). Bisognava sedurli, divertirli, affascinarli, indurli a cedere, ed il celebre romanziere dovette rappresentare molte volte la sua commedia di Mercadet prima di scriverla e farla rappresentare, ma ciò non giovava a nulla perché i suoi debiti, cui si aggiungevano gl’interessi, andavano sempre aumentando. Fino alla fine, la sua vita fu sempre precaria e piena di timori. Nel 1848, a Champfleury, che lo trovava ad abitare una casa elegante, egli diceva:
  - Di quanto vedete, nulla mi appartiene; degli amici mi albergano ed io sono il loro portinaio.
  Continuamente perseguitato da’ suoi creditori, Balzac fece dei prodigi di lavoro, e rimane alcune volte sei settimane o due mesi di seguito chiuso in casa, non leggendo nessuna lettera, indossando per veste da camera una tonaca bianca da frate domenicano, e scrivendo diciott’ore di seguito al lume di quattro candele steariche(3). Il danaro che non aveva e di cui sentiva ognora più il bisogno, fu il persecutore ed il tiranno di tutta la sua vita; egli comprese che il danaro è il grande motore della vita moderna, cantò la fortuna di tutti i personaggi che fece vivere ne’ suoi romanzi, ne spiegò l’origine, l’aumento e l’uso, regolò l’entrata con l’uscita, ed introdusse nel romanzo contemporaneo le abitudini del bilancio. Egli espose il meccanismo delle speculazioni, i principî dell’economia politica, le norme che regolano i contratti di compra e vendita, gli affari commerciali, le speculazioni industriali ed i giuochi di borsa. Dipinse gli avvocati, i procuratori, gli uscieri, le guardie di commercio, i banchieri, gli agenti di cambio, fece entrare dovunque il Codice civile e la cambiale, e seppe rendere poetici gli affari.
  Non è mio cómpito l’analizzare i quarantacinque volumi che costituiscono le opere complete di Balzac, né sarebbe lieve fatica l’andarvi spigolando tutto ciò che ai debitori ed ai creditori vi si riferisce. Io non mi sono prefisso altro scopo, scrivendo questo capitolo, tranne quello di mostrare come il gran romanziere francese abbia avuto sempre da lottare con il bisogno, e come, spesso e volentieri, egli peggiorasse la propria situazione economica pascendosi di illusioni.
  Un giorno, Balzac scriveva a sua sorella:
  «Bisogna scrivere, e scrivere tutti i giorni per acquistare l’indipendenza che mi si rifiuta. Io debbo tentare di divenire libero a forza di romanzi, e di quali romanzi! Ah! Laura! Quale caduta è la mia dopo tanti progetti di gloria! Con mille e cinquecento franchi di rendita all’anno, io potrei lavorare per la mia celebrità, ma ci vuole del tempo per fare quei lavori».
***
  Un altro giorno, in cui il suo orizzonte gli pareva meno scuro, egli le scriveva:
  «Sorella mia, ho da comunicarti delle buone notizie; le riviste pagano i miei scritti meglio che non li pagassero finora. Eh! eh! Werdet mi annunzia che il mio Medico di campagna è stato venduto in otto giorni. Ah! ah! Ora io ho di che poter far fronte alle grosse scadenze di novembre e di dicembre che t’inquietavano. Oh! oh! Tu mi dici che vi sono troppi milioni in Eugenia Grandet! Ma, bestia che sei, poiché la storia è vera, vuoi tu ch’io faccia meglio della verità. Voglio tentare la scena, ed incomincierò con Maria Touchet, una bella produzione, nella quale farò agire dei bei personaggi. Altolà, signora morte, se venite, che sia per aiutarmi a rimettere il mio fardello sulle spalle, io non ho ancora finito il mio cómpito».
  Ecco in qual modo Giulio Lecomte, nel suo famoso libro che pubblicò nel 1837 sotto il pseudonimo di Van Engelgom, parlava di Onorato di Balzac:
  «Quel bel novelliere che analizzò tante scoperte fisiologiche non è bello, bisogna che lo dica, ma non debbo neppure tacere che, essendo molto grosso e molto piccolo, è un vero Falstaff.
  Poiché parlo del signor di Balzac, voglio raccontarvi un aneddoto che mi fu narrato, e che, secondo quanto mi si asserì, vale a porre in evidenza una delle particolarità distintive del suo carattere.
  Anzitutto, debbo dire che il signor di Balzac è ciarliero e bugiardo; ma egli è bugiardo com’è scrittore, le sue bugíe hanno una vernice letteraria, e sono sì enormi che non possono trarre in inganno nessuno. A provare la verità della mia asserzione, basterà il dire che una sera il Balzac entrò nella sala di madama Sofia Gay, ed esclamò che essendo rimasto otto giorni senza uscire dal suo gabinetto, aveva guadagnato 18,000 franchi. Questa spacconata prova che il signor di Balzac ha per principale debolezza quella di voler far credere ch’egli guadagna somme ingenti. Ma ecco l’aneddoto promesso:
  «Una sera di gennaio, il signor di Balzac entrò nella stessa sala e disse a tutti che, per strenna, aveva mandato un cavallo bianco a Giulio Sandeau. Pochi giorni dopo, qualcheduno della società domandò notizie del cavallo bianco al Sandeau, che non sapeva di che cosa gli parlassero. Nonostante ciò, il signor di Balzac proseguì a parlare dell’immaginario suo cavallo bianco, e di lì a qualche tempo essendosi trovato faccia a faccia con il signor Sandeau, si avvicinò al giovane romanziere, e gli domandò con la massima serietà se era rimasto contento del cavallo bianco che gli aveva mandato in dono. Il signor Sandeau accolse spiritosamente lo scherzo, e fece i più grandi elogi del bellissimo cavallo bianco che non aveva mai veduto, perché il signor di Balzac aveva solamente sognato di averglielo mandato(4)».
  L’aneddoto del cavallo è altresì raccontato dal Werdet nel suo libro già citato, dal quale togliamo pure questi altri tre aneddoti:
I.
  «Un giorno, Giulio Sandeau, reduce da un viaggio, parlava di sua sorella ammalata; Balzac, dopo averlo ascoltato alquanto lo interruppe dicendogli:
  « - Amico mio, tutto ciò che dite è interessantissimo, ma ritorniamo alla realtà e parliamo di Eugenia Grandet».
II.
  Balzac aveva una statuetta di Napoleone in camera sua, e sul fodero della spada vi aveva scritto:
  «Tutto ciò ch’egli non potè finire con la spada, io lo compirò con la mia penna».
  «Onorato di Balzac»
III.
  Un giorno, ad un pranzo, un giovane scrittore avendo detto: « - Noi altri letterati … » Balzac si pose a ridere omericamente ed esclamò: « - Voi o signore, voi osate dire di essere un letterato! La vostra è una strana pretesa ed una pazza presunzione. Voi osate di paragonarvi a noi. Evvia! Ignorate forse, o signore, che avete l’onore di pranzare con i marescialli della letteratura».
***
  Balzac, che aveva una sì alta idea di sé medesimo e che non ne faceva alcun mistero, un giorno che transitava per un campo di Montfermeil, fu arrestato dalla guardia campestre, che lo volle condurre al cospetto del sindaco, ch’era un poco infarinato di letteratura contemporanea, e che cominciò il suo interrogatorio dicendogli:
  - Ditemi il vostro nome ed il vostro casato.
  - Io sono Onorato di Balzac.
  - Balzac! voi siete il signor di Balzac?
  - Sì, signore, sono proprio io in carne ed in ossa.
  Così dicendo, l’autore della Fisiologia del matrimonio godeva in cuor suo di un piccolo trionfo di amor proprio, quando il sindaco, rivolgendo la parola alla guardia campestre, gli disse:
  - Sciocco ben che siete, come avete potuto arrestare il signor di Balzac, un uomo che fece tanto bene al nostro comune.
  - Come mai, - domandò Balzac, - io potrei fare del bene a questo comune?
  - Voi, o signore, - rispose il sindaco, - non potrete mai immaginarvi quanto bene ci faceste scrivendo La lattaia di Montfermeil(5).
  Se Balzac cascasse dalle nuvole nel vedersi scambiato per Paolo di Kock è superfluo il dirlo.
***
  Un giorno, negli ultimi anni di sua vita, in una stazione ferroviaria, Balzac incontrò quell’abile disegnatore e moralista che fu il Gavarni, e siccome sapeva ch’era uscito di recente dalla prigione per debiti, l’autore della Grandezza e decadenza di Cesare Birotteau strinse la mano all’autore degli Studenti di Parigi dicendogli:
  - Ebbene, amico mio, ecco a che punto siamo ridotti tutti e due. Voi, siete indebitato fin sopra gli occhi, ed io sono così povero da essere costretto a viaggiare in un vagone di terza classe(6).
***
  Come Balzac riuscisse ad avere un villino di suo, ce lo apprende nel seguente modo lo scrittore che, nel London Society Magazine, pubblicava tranquillamente Le reminiscenze di un vecchio frequentatore dei teatri di Parigi(7):
  «Balzac, tutti lo sanno, era il più incorreggibile dissipatore che abbia mai esistito; e, siccome era sempre indebitato, si poteva dire che non possedeva mai un soldo. Però, le sue strettezze finanziarie non gl’impedivano d’ideare una infinità di progetti, gli uni più brillanti degli altri, e fra i tanti, gli riuscì di realizzarne uno, grazie ad un espediente ingegnosissimo e tutto suo.
  Essendo persuaso che avrebbe potuto proseguire più agevolmente i suoi studî letterarî in una piccola Tebaide bene scelta, ove avesse potuto lavorare tranquillamente senza essere disturbato né distratto, Balzac pose gli occhi sopra un terreno situato a Ville-d’Avray, e domandò al proprietario del terreno stesso l’autorizzazione di farvi costruire una casa, avvertendolo che non aveva danaro da dargli, ma che il fabbricato che avrebbe fatto costruire garantirebbe esuberatamente il valore dell’area fabbricabile.
  Avendo il proprietario del terreno aderito alla sua bizzarra proposta, Balzac andò a trovare un architetto, e lo persuase a costruire una casa su quel terreno, che doveva garantire le spese di costruzione.
  Lascio immaginare a voi di quanta eloquenza dovesse fare sfoggio l’autore della Commedia Umana per raggiungere il proprio intento, ma lo raggiunse, e trionfando di tutti gli ostacoli, egli prese tranquillamente possesso della sua nuova casa, il cui terreno serviva di garanzia all’architetto costruttore, mentre che lo stabile serviva di garanzia al proprietario del terreno».
  Il villino di cui parla la rivista inglese era situato a Ville-d’Avray e si nomava le Jardies.
  Un giorno che Teofilo Gautier era andato a trovarlo nel suo villino, Balzac, (che pensava continuamente al modo di accumulare somme ingenti per pagare i suoi creditori e vivere più che agiatamente, che aveva già fondate due riviste, che era andato fino in Sardegna per vedere se le scorie delle miniere di piombo argentifero già esercite dagli antichi Romani contenevano ancora dell’argento, e che si era messo a fare delle prove per vedere di sostituire altre sostanze meno costose degli stracci nella fabbricazione della carta), Balzac, dico, gli annunziò che aveva calcolato di poter guadagnare centomila franchi all’anno coltivando degli ananassi nei campi che facevano parte integrante delle sue proprietà; e, siccome Teofilo Gautier gli faceva rispettosamente notare che, il terreno argilloso delle Jardies non era forse troppo favorevole alla coltura degli ananassi, l’autore del Cugino Pons lo interruppe esclamando:
  - Gautier, io amo molto il vostro ingegno, voi lo sapete; ma non debbo nascondervi che avete un gran difetto, voi siete troppo minuzioso(8).
***
  Quando si fu convinto di non poter diventare milionario coltivando gli ananassi, Balzac s’immaginò di poter arricchire mercè … un noce.
  Vittor Hugo, racconta Leone Gozlan(9), era venuto a trovare Balzac alle Jardies, ed ammirava mediocremente quel villino bizzarro nel quale non vi erano che arbusti etici e poco frondosi; quando, scorgendo un albero che si poteva davvero dire tale, l’illustre poeta esclamò.
  – Finalmente, ecco un albero!
  – Sì – rispose Balzac tutto contento, - e potete dire che è un bell’albero. Io lo comperai ultimamente dal comune, e sapete quanto mi rende?
  – Siccome è un noce, - disse Hugo, - io suppongo che vi renderà un sacco di noci.
  – Non avete colto nel segno. Esso frutta mille e cinquecento lire all’anno.
  – Di noci?
  – Non di noci, - replicò Balzac, - ma è un fatto che frutta tutti gli anni un migliaio e mezzo di lire in contanti.
  – Ma allora, le sue noci sono delle noci incantate.
  – Presso a poco. Però, bisogna che io vi dia una spiegazione, senza la quale, io pure me ne accorgo, vi riuscirebbe difficile il comprendere come un noce, un albero solo, possa fruttare 1500 franchi di rendita.
  Tutti quanti eravamo intorno agli autori di Ernani e di Vautrin, aspettavamo ansiosamente la promessa spiegazione, e Balzac ce la dava proseguendo nel seguente modo:
  - Questo noce miracoloso apparteneva al comune, dal quale io lo comperai ad un prezzo abbastanza elevato. Perché? Per questa buonissima ragione. Da tempo immemorabile tutti gli abitanti dei dintorni sono obbligati a venire a deporre le loro immondizie presso il tronco di quest’albero secolare.
  Vittor Hugo e gli altri uditori indietreggiarono, ma Balzac proseguì dicendo:
  - Rassicuratevi; il noce, dopo ch’io l’ho comperato non riprese ancora le sue funzioni. Siccome però nessun abitante ha il diritto di sottrarsi a quella servitù personale, resto di un antico costume feudale, voi potete agevolmente immaginarvi quanta sia la quantità e la ricchezza del concime che si accumula quotidianamente intorno a quest’albero vespasiano, concime che io farò coprire di paglia e di fieno per averne sempre una quantità da vendere ai fattori, vignaiuoli, ortolani e proprietari dei dintorni. Io ho dell’oro in verga, e, se dobbiamo chiamare le cose con il loro vero nome, io venderò del guano, del guano identico a quello che, nelle isole disabitate dell’oceano Pacifico depositano continuamente delle miriadi di uccelli.
  – Sì, sì, - disse Vittor Hugo, - il vostro è del guano, ma del guano meno gli uccelli che lo producono.
  – Meno gli uccelli! – esclamò Balzac ridendo sgangheratamente della definizione data al suo magnifico concime feudale che doveva rendergli 1500 franchi all’anno.
***
  Un bel mattino, - dice Tony Reveillon, - appena destatosi, Balzac disse ad un amico ch’era andato a trovarlo:
  - Io ho una bellissima idea.
  L’amico sorrise, come sorridevano tutti gli amici di Balzac quando egli parlava de’ suoi progetti, ed il gran romanziere proseguì dicendo:
  - Ecco qual è la mia idea. Appena alzato io me ne andrò a Froment Meurice ad ordinargli una coppa secondo un magnifico disegno di Benvenuto Cellini che ho nella mia scrivania. Quando la coppa sia eseguita, io la metterò sul marmo del caminetto e la empirò di monete d’oro. Sopra la coppa, vale a dire sullo specchio, io ingommerò un foglio di carta bianca. Capite?
  – A vero dire, non capisco proprio nulla.
  – Ora vi spiegherò il mio concetto. Spesso avviene che qualcheduno dei miei amici si trovi al verde, che venga a trovarmi per chiedermi del danaro in prestito, e che, non osando formulare la sua domanda, se ne vada via triste e malcontento. Da ora in poi ciò non potrà più succedere. L’amico che avrà bisogno prenderà nella coppa la somma di cui ha d’uopo e ne scriverà l’ammontare sul foglio di carta bianca. Ecco tutto.
  – Bravo!, - disse l’amico, - la vostra è un’ottima idea.
  - Ora mi vesto, - replicò Balzac, - e vado subito da Froment Meurice ad ordinargli la coppa.
  Infatti egli vi andò, ed ordinò al valente cesellatore una bellissima coppa, che tutti poterono ammirare sul marmo del suo caminetto, ma che non contenne mai la menoma moneta d’oro(10).
***
  Un uomo allegro e pieno di spirito, un notaio di Parigi, desinava un giorno in compagnia di Balzac e di altri letterati celebri, e siccome Balzac ed i suoi colleghi erano piuttosto melanconici, il notaio esclamò:
  - Signori, io offro cinque bottiglie di Sciampagna alla vostra melanconia, a patto che mettiamo il malumore in disparte.
  – A quanto pare, - disse Balzac, - voi credete che uno possa mostrarsi allegro alla vigilia di una scadenza, particolarmente poi quando non si hanno i fondi necessarî per farvi fronte?
  – E quanto vi manca?
  – Una miseria, mille franchi.
  – Eccovi mille franchi, mio caro Balzac, - disse il notaio aprendo il suo portafoglio, - voi me li restituirete quando vorrete, sul vostro primo lavoro.
  - Sul mio miglior lavoro, se vi piace? – replicò Balzac.
  – Sia pure, - rispose il notaio, - sul vostro miglior lavoro.
  Detto e fatto, Balzac intascò il biglietto da mille franchi e stese una obbligazione concepita in questi termini:
  «Prometto di restituire al signor D., notaro, la somma di mille franchi sugli utili del mio miglior lavoro.
  «Balzac».
  Com’è naturale, il desinare terminò allegramente.
  Per tre anni il notaio dimenticò quella obbligazione nel suo portafoglio, ma un giorno scrisse al suo debitore:
  «Caro amico.
  Terminai testè di leggere Eugenia Grandet, e sono lieto di testimoniarvi tutta la mia ammirazione per questo capo d’opera, ch’è il migliore dei vostri lavori».
  Balzac rispose:
  «Caro D.
  Credete forse ch’io non possa più inventare nulla. Pazientate un poco e vedrete».
  Trascorsi altri dieci anni, il notaio si ricordò di avere sempre in portafoglio l’obbligazione del gran romanziere, e siccome aveva ceduto il suo studio e voleva ricuperare i suoi crediti, scrisse:
  «Mio caro amico.
  Con i Parenti poveri voi completaste degnamente l’opera vostra, e non potrete mai fare meglio».
  Balzac non gli rispose che queste quattro parole:
  «Io farò ancora meglio».
  Poco tempo prima di morire, Balzac ricordassi del suo debito, e ne pagò al notaio D. il capitale e gl’interessi in una volta(11).

  (1) H. Taine, Balzac, Paris, 1866.
  (2) Balzac d’après sa correspondance, par madame Surville, sa soeur.
  (3) Balzac, par Werdet, son éditeur.
  (4) Lettres sur les écrivains français, par Van Engelgom, de Bruxelles. – Bruxelles, 1837.
  (5) Le mouvement parisien par Jules Claretie dans l’Indépendance Belge du 18 avril 1875.
  (6) Revue des Deux Mondes du 1er septembre 1873, page 168.
  (7) Revue Britannique, N. 7, juillet 1875, pagina 149.
  (8) E. Deschanel, Conférence faite sur Balzac le 12 mars 1875, à Paris.
  (9) Balzac chez lui et Balzac en pantoufles, par Leon Gorlan (sic), Paris.
  (10) Le Jochey (sic) Journal de Paris, octobre 1865.
  (11) Souvenirs anecdotiques par Joachim Duflot, Paris, 1866.


  Pietro Siciliani, La Critica nella filosofia zoologica del XIX secolo. Dialoghi di Pietro Siciliani, Napoli, Cav. Antonio Morano Editore, 1876.

 

Prima Giornata. A L. Capuana ed A. Franchetti.

 

La Conversazione ha luogo in Firenze sul Piazzale Michelangelo

Interlocutori:

Primi: Augusto, Gigi, il Critico.

Secondi: Professor Fiorentino, Prof. Conti.

 

  p. 6. Gigi. [...]. E fra poco leggerete i miei Profili d’ignoti, i miei Profili di Donne, il mio Studio critico sul Balzac, i saggi di critica letteraria intitolati: I nostri giovani romanzieri ... Vedrete, vedrete, cari miei, s’io ho lavorato. E ora poi che ho bell’e date le mie dimissioni ...

 

Intermezzo.

Prof. Conti, Prof. Fiorentino, e detti.

 

  p. 81. Fiorentino. Bene: questa volta te lo dirò non mica in tedesco, chè allor chi ci capisce? ma in francese; con quelle parole con le quali una volta Onorato di Balzac fulminò certo romanzo gallico mostruosissimo. La tua filosofia italiana rinnovata, dunque, è proprio un «rebut de ce qu’il y a de plus mauvais» nelle botteghe dei filosofi. (O piglia!).


  Marco Tabarrini, G. B. Giacomelli, in G. B. Giacomelli, Poesie di G. B. Giacomelli con un discorso di Marco Tabarrini, Firenze, coi tipi dei Successori Le Monnier, 1876, pp. 1-45.

  p. 42. Anche coi capelli grigi, uno sguardo di donna lo ammaliava, e sebbene avesse molto attinto alla scuola scettica del Balzac, a momenti era poco per lui anche l’idealismo del De Musset.


  F.[rancesco] Torraca, G. Calvello e il suo insegnamento, «Giornale napoletano di filosofia e lettere», Napoli, Volume Quarto, 1876, pp. 958-993.

 

  p. 970. C’è molto di vero nella sentenza del Balzac che, a voler conoscere un uomo, le sue tendenze, le sue abitudini, il suo carattere, giova guardare la sua casa. È un’osservazione che va allargata: a voler conoscere le tendenze, le abitudini, il carattere di un popolo, è uopo conoscere la regione dove esso dimora.



  Tutti, Teatri, «L’Arte Drammatica», Milano, Anno V, N. 12, 22 Gennajo 1876, p. 4.

 

  Altri autori o per dritto o per traverso canzonarono credito e debitori in musica ed in prosa ma sempre incidentalmente.

  Balzac volle dedicar loro un’intiera commedia scrivendo Mercadet, che è un oppositore sistematico di tutti i creditori. Figuratevi un uomo che si lambicca continuamento il cervello per trovar modo di non pagar mai i suoi debiti e di far bella figura in società, un uomo infine che ha domestici e cameriere, che dà pranzi e che ha sarti e modiste a sua disposizione senza mai dar loro il becco, d’un quattrino.

  Questa brillante commedia, di cui avemmo già dalle compagnie francesi alcune rappresentazioni fu recitata ieri sera al Gerbino in italiano dalla compagnia Emanuel-Campi per la prima volta; sotto il titolo I Creditori, e l’esito n’è stato felicissimo. L’Emanuel, che ebbe l’idea buonissima di tenere per sè la parte del protagonista, fece del Mercadet una piccola creazione da farsi invidiare da parecchi attori francesi, e da quel bravissimo! e studioso artista che egli è, seppe trarre da quello strano personaggio tutto l’effetto possibile. Gli attori e le attrici della compagnia gli han fatto ala.

  Il pubblico affollato ha riso senza limiti ed ha applaudito calorosamente ad ogni calata di sipario!

  Fuori dunque Balzac, che, anche tradotto ad economia fa sempre dello spirito per quattordici!

  La commedia si replicherà per parecchie sere.


  Un Lettore [Luigi Rocca], Libri nuovi. “Sfumature” di G. Caprin (Milano, Tip. Editrice Lombarda), «Rivista Minima», Milano, Anno VI, N. 7, 2 Aprile 1876, p. 111.

  Cfr. Gazzetta Piemontese.
  Sono sei novellette, e una delle migliori fu pubblicata appunto nella Rivista Minima. Il Caprin si mostra in questo suo primo volume narratore spigliato, buon colorista ed affettuoso ricercatore delle fibre del cuore. La sua lingua è ricca, fin troppo, perché di alcune parole bisogna a quando a quando chiedere ai vocabolari; quello che è suo pregio principale, vale a dire la osservazione attenta dei luoghi, degenera talvolta in difetto segnatamente quando descrive gli interni delle case. Balzac aveva di proposito questo difetto, pensando egli di dover dare alla posterità tutta la vita moderna, per l’appunto in ciò che sfugge alla storia. Perciò molte pagine descrittive del Balzac si saltano a piè pari dai lettori d’oggi. I lettori del secolo ventesimo probabilmente leggeranno queste a preferenza; abbiamo dunque la compensazione, ma ci perde un tanto l’arte – l’arte che non deve fare l’inventario, né darci la descrizione del figurino. L’impressione che fa una bella donna, riccamente vestita, l’aspetto generale d’una sala, ecco il patrimonio del romanziere; il resto appartiene all’usciere ed alla modista. Non è questo un biasimo al Caprin, sono idee altre volte pensate che trovano qui occasione di manifestarsi.

  Z., Conversazioni letterarie. II. “Capelli biondi”. Romanzo di Salvatore Farina, Brigola, 1875. – “Un eroe della penna” – Racconto dal tedesco di Werner – Milano, Treves, 1876, «La Provincia di Pisa. Giornale politico», Pisa, Anno XII, Num. 33, 21 Aprile 1876, pp. 1-2.
  pp. 1-2. Or tutte queste critiche potranno essere imputate a un sentimento forse d’amnistia per l’autore, trattandosi di un lavoro generalmente lodato. Ma queste lodi non devon far meraviglia, perché, come notava argutamente un critico milanese, fra Milano, Venezia e Torino s’è stabilita una società di mutua ammirazione, tanto che ad ogni lavoro odesi esclamare: tu sei un Dikens (sic), tu un Balzac e tu un Saint-Beuve (sic), senza tanto curare l’indole del lavoro e i suoi pregi.


   [1] L’opera è presente nella Biblioteca Nazionale Braidense di Milano.
   [2] L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Provinciale ‘S. Teresa dei Maschi - De Gemmis’ di Bari; Biblioteca Civica ‘Angelo Mai’ di Bergamo; Biblioteca Civica Popolare ‘L. Ricca’ di Codogno; Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; Biblioteca Comunale ‘Aurelio Saffi’ di Forlì; Biblioteca Comunale Labronica ‘F. D. Guerrazzi’ di Livorno; Biblioteca Nazionale Braidense di Milano; Biblioteca Nazionale ‘Vittorio Emanuele III’ di Napoli; Biblioteca Palatina di Parma; Biblioteca Municipale ‘A. Panizzi’ di Reggio Emilia; Biblioteca Nazionale ‘Vittorio Emanuele II’ di Roma; Biblioteche Civiche e Raccolte Storiche di Torino; Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza.


Marco Stupazzoni

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