sabato 24 aprile 2021



2021

 

 

 

 

Adattamenti.

 

 

  Honoré de Balzac, Un classico a fumetti. “Eugénie Grandet” di Honoré de Balzac. Illustrato da Gabriele Pino, «La Stampa tuttolibri», Torino, n. 2224, 13 febbraio 2021, pp. XII-XIII.

 

 

 

 

Traduzioni.

 

 

  Honoré de Balzac, Il colonnello Chabert. Cura e traduzione di Roberto Bonchio. Edizione integrale, Roma, Newton Compton editori, (giugno) 2021 («Classici», 25), pp. 113.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Roberto Bonchio, Introduzione, pp. 7-19;

  Nota biobibliografica, pp. 20-31;

  Il colonnello Chabert, pp. 33-111.

 

  Cfr. 2012.


 

  Honoré de Balzac, La fanciulla dagli occhi d’oro. Cura e traduzione di Lucio Chiavarelli. Edizione integrale, Roma, Newton Compton editori, (settembre) 2021 («Classici», 36), pp. 126.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Lucio Chiavarelli, Introduzione, pp. 7-14;

  Stefano Doglio, Nota biobibliografica, pp. 15-26;

  La fanciulla dagli occhi d’oro, pp. 27-114;

  Postfazione alla seconda edizione di “La fanciulla dagli occhi d’oro” (1835), pp. 115-117;

  Appendice. Prefazione alla “Storia dei Tredici” (1831), pp. 118-125.

 

  Cfr. 2012 ad esclusione dei due documenti paratestuali che seguono il romanzo balzachiano.



  Honoré de Balzac, Massime e pensieri di Napoleone. A cura di Carlo Carlino, Palermo, Sellerio editore, (aprile) 2021, («Il divano»), pp. 176.

 

  Cfr. 2006.

 

 

  Honoré de Balzac, Il medico di campagna. Traduzione e adattamento di Manuel Nepoti, Milano, Ledizioni, (aprile) 2021 («La grande narrativa»), pp. 319.

 

 

  Honoré de Balzac, Pierrette. A cura di Pierluigi Pellini. Traduzione di Francesco Monciatti, Palermo, Sellerio editore, (marzo) 2021 («Il divano», 329), pp. 389.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Pierrette, pp. 7-309;

  Note, pp. 311-347;

  Pierluigi Pellini, Fantasmi del melodramma, pp. 349-383;

  Nota bibliografica, pp. 385-387.

 

 

  Honoré de Balzac, La ricerca dell’assoluto. Traduzione e adattamento di Manuel Nepoti, Milano, Ledizioni, 2021 («La grande narrativa»), pp. 304.



  Honoré de Balzac, Un debutto nella vita. Con la novella originale di Laure Balzac. Illustrazioni tratte dall’edizione Michel Lévy del 1874. A cura di Mauricio Dupuis, Torino, Robin Edizioni, 2021 («Biblioteca del Vascello»), pp. 267; ill.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Nota al testo, p. 5;

  Un debutto nella vita, pp. 7-210;

  Postfazione, pp. 211-223;

  Appendice. Il viaggio in cuculo di Laure Balzac Surville, pp. 225-253;

  Honoré de Balzac – Cronologia delle opere, pp. 255-264.

 

 

  Honoré de Balzac, Un dramma in riva al mare, in AA.VV., Vite di mare, in allegato a: «La Nuova Venezia», Venezia, 28 marzo 2021; «Il Piccolo», Trieste, 4 aprile 2021.

 

  Cfr. 2019, Einaudi.

 

 

 

 

Studî e riferimenti critici.

 

 

  AA.VV., Balzac politico a cura di Cristina Cassina, Pisa, Edizioni ETS, 2021 («philosophica», 257), pp. 209.

 

  Per un resoconto dei contributi presenti in questa raccolta di studî su Balzac politico e segnalati nelle schede successive, cfr. 2019.



  AA.VV., Il romanzo «realista», in Michela Landi (a cura di), Letteratura francese. Dall’Ottocento al XXI secolo, Firenze, Le Monnier Università, 2021, pp. 89-107.

 

  Su Balzac, pp. 90-97.

 

 

  Sara Albano, Honoré de Balzac fu non solo il maestro del romanzo realista nel panorama francese, ma anche un vero buongustaio, ‘Prodigius. Promotori di Gusto’, 13 febbraio 2021. [on-line].

 

 

  Flavien Bertran de Balanda, Conservatisme et conjugalité dans “Les Mémoires de deux jeunes mariées”, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 47-63.

 

 

  Mariolina Bertini, Il caso Balzac, ‘Doppiozero’, 27 marzo 2021. [on-line].

 

  Nel 1896, Léon Daudet pubblicò un romanzo intitolato Le voyage de Shakespeare. Immaginava che un giovanissimo Shakespeare percorresse l’Olanda e la Germania, sino a giungere in Danimarca, e che a ogni tappa gli accadesse di essere testimone di vicende sconvolgenti. Qui una coppia di giovani amanti approdava al suicidio; là un vecchio abbandonato dalle figlie vagava solo nella tempesta … Alla fine del viaggio, il futuro poeta aveva assistito, dal vero, a tutti i drammi che avrebbe poi trasfigurato sulla scena. La narrazione di Daudet, brillantissima, suggeriva ai lettori un’ipotesi tanto fascinosa quanto indimostrabile: all’origine di ogni capolavoro shakespeariano doveva esserci stato un fatto reale. Questo romanzo, ammirato da Proust ma oggi dimenticato, mi è tornato in mente riflettendo su un momento particolare nella storia della critica balzachiana. Accadde infatti che, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del Novecento, un gruppo nutrito dei più autorevoli studiosi di Balzac si dedicasse allo studio della Commedia umana adottando la stessa ipotesi su cui era fondato Le Voyage de Shakespeare: ogni personaggio doveva esser stato ricalcato, più o meno fedelmente, sulla realtà storica, doveva aver avuto, senza ombra di dubbio, un modello.

  Nessuno si attenne a questa prospettiva con più rigoroso fanatismo di Anne-Marie Meininger (1923-2014), insuperabile segugio delle Archives, che braccò, spesso con successo, i modelli dei banchieri, degli ingegneri, dei faccendieri che popolano la Commedia Umana. Era arrivata al gruppo dei balzachiani per una via inconsueta. Moglie di un medico di provincia, nel 1959 si era presentata sull’opera di Balzac a una trasmissione televisiva tipo Lascia o raddoppia e aveva riportato un tale successo da venir immediatamente cooptata nella cerchia degli specialisti. Fu il grande Pierre-Georges Castex in persona a incoraggiarla alla stesura di una thèse in tre volumi su Les Employés, portata poi a termine nel 1967. Non tutti i balzachiani certo erano convinti, come Madame Meininger, che “Balzac non avesse mai inventato niente”; non tutti pensavano come lei che studiare la genesi di un’opera significasse necessariamente ricondurla ai fatti reali che l’avevano ispirata. Ma in quegli anni importanti, nei quali si gettavano le basi della meravigliosa edizione della Commedia umana che sarebbe uscita nella Pléiade , sotto la direzione di Castex, tra il 1976 e il 1981, la ricerca di fonti e modelli assorbì le energie di molti dei migliori studiosi, suscitò scontri e polemiche, ingombrò di ipotesi inverificabili saggi, prefazioni e ponderosi apparati di note.

  In realtà, al comune lettore del XXI secolo non importa poi molto sapere se la carriera dell’immaginario banchiere Nucingen è ispirata a quella di James de Rothschild o a quella di Léon-Beer Fould. Per Marcel Proust era certo un ghiotto pettegolezzo che il modello della principessa di Cadignan, la più sfrontata seduttrice della Commedia umana, fosse Cordélia de Castellane, la bisnonna del suo amico Boni de Castellane; per noi la cosa non è più altrettanto eccitante. Quando leggiamo un romanzo di Balzac, non sentiamo l’esigenza di identificare, dietro ogni personaggio, la figura reale che può averlo ispirato; vorremmo piuttosto riuscire a collocarlo, quel personaggio, nel contesto dei costumi e delle istituzioni che hanno determinato le condizioni della sua vita; vorremmo comprendere come lo spirito del suo tempo, così diverso da quello del nostro, abbia dato forma al suo destino.

  Proprio negli stessi anni in cui era in gran voga il “metodo Meininger”, comunque, l’intenso lavoro dei balzachiani riuniti intorno a Castex sfociava in preziosi volumi che ricostruivano lo sfondo storico della Commedia umana: il mondo del giornalismo indagato da Roland Chollet, l’“archeologia di Parigi” ricreata da Jeannine Guichardet, gli scienziati del “Museum” studiati da Madeleine Ambrière, per citarne soltanto alcuni. Sempre più emergeva, da queste ricerche convergenti, quella che era stata l’intuizione di Taine, che a Balzac aveva dedicato uno studio pionieristico nel 1858: l’autore della Commedia umana aveva vissuto nel cuore del pensiero del suo tempo, e ne aveva rispecchiato ed espresso come nessun altro le peculiarità.

  “Parigi – scriveva Taine – eccita già troppo noi, persone comuni. Quante idee dovevano affollarsi nella mente di Balzac che, fatta molteplice dall’ispirazione e dalla scienza, in un gesto o in un abito scorgeva un carattere e una vita intera, li collegava al loro secolo, prevedeva il loro avvenire, li comprendeva da pittore, da medico, da filosofo ed estendeva la rete infinita delle sue divinazioni involontarie attraverso tutte le idee e tutti i fatti! (…) Potete immaginare quali piante dovessero nascere dal terreno della sua vita, così artificiale e così impregnato di sostanze acri. Era quel che ci voleva per far vegetare l’enorme foresta della Commedia umana, per imporporarne i fiori di quel cupo splendore metallico, per colmarne i frutti di quel succo penetrante e troppo forte.”

  È sullo sfondo di questa tradizione critica che Giuseppe Guizzi, professore di Diritto commerciale all’Università di Napoli Federico II, con il suo volume Il «caso Balzac». Storie di diritto e di letteratura (il Mulino, 2020, 296 pp., 25 €) ha voluto recentemente invitare i lettori di oggi a ripercorrere la Commedia umana. Esauriente nei riferimenti alla ricca letteratura già esistente sull’argomento, la monografia di Guizzi non ha l’ambizione di essere esaustiva né di apportare nuove scoperte su un tema che ha già avuto in Francia specialisti eminenti come Michel Lichtlé. Nasce però da una conoscenza profonda e da una passione autentica per il mondo di Balzac; di quel mondo, letto attraverso la lente delle sue competenze di giurista, l’autore ci offre un’immagine estremamente istruttiva e stimolante, coinvolgendoci nel suo desiderio di esplorarne tutte le contraddizioni, i paradossi e i segreti.

  Da sempre, i lettori di Balzac hanno notato la centralità del denaro nel mondo della Commedia umana. Nei romanzi più letti nei primi decenni del XIX secolo, di denaro non si parlava mai: né René, l’eroe di Chateaubriand, né la Corinne di Madame de Staël, né l’Adolphe di Benjamin Constant erano mai costretti ad affrontare volgari preoccupazioni finanziarie. Le cose vanno diversamente nell’universo balzachiano: sappiamo esattamente quanto spende dal sarto e dal calzolaio un giovane che nel 1820 sbarca dalla provincia a Parigi; ci viene detto con precisione a quanto ammonta il patrimonio che il bottaio Grandet è riuscito ad accumulare acquistando beni ecclesiastici nel periodo rivoluzionario e quanto vale la meravigliosa collezione di quadri che il musicista Pons ha pazientemente raccolto setacciando i depositi di antiquari e rigattieri. L’aspetto economico è forse il più conosciuto della Commedia umana. Non a caso, nel film di Truffaut La calda amante (La peau douce, 1964) il protagonista, direttore di una rivista letteraria, viene invitato a tenere una conferenza in provincia proprio sul tema Balzac e il denaro. Di questo aspetto economico, però, c’è un risvolto che non è stato spesso messo in rilievo quanto merita. Quel fiume di denaro, di ricchezza che attraversa la Commedia umana è costantemente arginato, deviato o incanalato dalle leggi del tempo: leggi che regolano (o tentano di regolare) il mercato finanziario e la Borsa; leggi che perseguono i debitori insolventi, che cercano di colpire usurai e bancarottieri; leggi che dettano la forma corretta dei contratti tra privati e dei lasciti testamentari. Qual è il giudizio che Balzac formula su queste leggi? In quale contesto è maturato il suo atteggiamento fortemente critico nei confronti del diritto del suo tempo? È a queste domande che risponde il saggio di Giuseppe Guizzi, fornendoci tutte le informazioni storiche necessarie per seguire il suo appassionante percorso attraverso la Commedia umana.

  Nota Guizzi che i biografi hanno sempre dedicato molta attenzione ai due stages del giovane Balzac, il primo presso un avvocato e il secondo presso un notaio. Negli studi di questi due professionisti il futuro romanziere si è certamente trovato di fronte a drammi della vita privata per lui molto istruttivi: storie di eredità contese, di cambiali falsificate, di battaglie legali di ogni genere. Non meno importante però, sottolinea Guizzi, è stata la frequentazione della Facoltà di legge, cui Balzac è stato iscritto dal novembre del 1816 all’aprile del 1819. I regolamenti della Facoltà, risalenti al periodo napoleonico, imponevano allora ai docenti di limitarsi a dettare agli studenti il testo delle leggi, senza mai permettersi di formulare critiche o dubbi. Ma non tutti i professori rispettavano quelle disposizioni e lo studente Balzac ebbe modo di riflettere sulle lacune e le contraddizioni del diritto positivo. Sicuramente, poi, non restò insensibile allo scandalo scoppiato in Facoltà al momento della fine dei suoi studi: la sospensione del professor Bavoux. Bavoux si era permesso di criticare a lezione gli articoli di legge che punivano severamente il cittadino che osasse fare resistenza alle irruzioni e perquisizioni della polizia. La sua sospensione provocò tra gli studenti proteste, poi riprese dall’opposizione in parlamento. Assolto in un successivo processo, Bavoux aveva dimostrato che la legge non era un idolo inattaccabile: la sua lezione riaffiorerà in moltissimi punti della Commedia umana, dove legalità ed equità raramente coincideranno e dove i trionfi del diritto non saranno quasi mai, se considerati attentamente, trionfi della vera giustizia.

  Le leggi dovrebbero assicurare la protezione degli innocenti e il giusto castigo di prevaricatori e profittatori, ma nella Francia descritta da Balzac la realtà è ben lontana da questo ideale. La legislazione sui fallimenti, ad esempio, colpisce crudelmente l’onesto profumiere César Birotteau, messo in difficoltà dalla fuga del suo notaio, e viene invece aggirata dal banchiere senza scrupoli Nucingen, che proprio su una serie di fallimenti fittizi fonda la sua enorme ricchezza. Analogamente, le leggi sui testamenti, formulate per assicurare la realizzazione della volontà del testatore, si prestano a raggiri e macchinazioni che la vanificano, come dimostra il destino del musicista Pons, impossibilitato a lasciare al fedele amico Schmucke la collezione d’arte cui ha dedicato la sua vita intera. Da un romanzo all’altro, Guizzi moltiplica gli esempi, aggirandosi nella Commedia umana con la sicurezza del frequentatore di vecchia data e con tutte le conoscenze storiche necessarie alla comprensione di un mondo oggi in gran parte scomparso. Di quel mondo non manca però di segnalarci le analogie con quello nel quale viviamo: già i finanzieri descritti da Balzac mettono in piedi truffe “piramidali”, pagando inizialmente agli investitori ricchi interessi desunti dai loro stessi investimenti e poi scomparendo nel nulla con il grosso del capitale investito. L’amaro commento del giornalista Blondet alla stupefacente carriera del banchiere Nucingen non sembra dunque aver perduto attualità: “Le leggi sono tele di ragno attraverso le quali passano le mosche grosse, mentre vi restano impigliate quelle piccole”. È un aforisma di Swift, che Blondet attribuisce a Montesquieu e che potrebbe fungere da epigrafe al volume di Giuseppe Guizzi; per ricordarci che la grande letteratura – nel campo del diritto come in quello della psicologia – arriva a verità importanti seguendo la strada della finzione e si allontana dalla rappresentazione letterale della realtà soltanto per meglio coglierne, come affermava Proust, le grandi leggi.



  Mariolina Bertini, La legge è una tela di ragno, «L’Indice dei libri del mese», Torino, Anno XXXVIII, N. 5, Maggio 2021, p. 29.

 

  Su: Giuseppe Guizzi, Il “caso Balzac”.

 

 

  Stefano Brugnolo, Sull’uso dei testi letterari come documenti storici: il caso Balzac, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 171-186.

 

 

  Rossella Bufano, Dalla “Comédie humaine” al dramma giudiziario. Balzac e il diritto, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 155-170.

 

 

  Vittoria Caiazza, Sconosciuta Straniera. Il prediletto amore di Honoré de Balzac, Reggio Calabria, Leonida Edizioni, 2021, pp. 243.

 

  Struttura dell’opera:

 

  I —Parigi, 18 agosto 1850;

  II – Tours, 1799-Vendôme, 1813;

  III – Pohrebyszcze, Impero russo, 1819;

  IV – Parigi, 1814-1829;

  V – Wierzchownia, Ucraina, 1830-1832;

  VI – Parigi, 1832-1833;

  VII - Neuchâtel, Svizzera, 25 settembre – 1 ottobre 1833;

  VIII – Parigi, 1833 – Vienna, 1835;

  IX – Parigi, 1835-1843;

  X – Parigi, 1842-1850.

 

 

  Domitilla Campanile, Balzac al cinema, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 133-139.

 

 

  Cristina Cassina, Premessa, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 7-11.

 

 

  Cristina Cassina, Travagliato, arruffato e al tempo stesso geniale. Un “Avant-propos ... à la” Balzac, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 65-77.

 

 

  Alessandro Chetta, Balzac, cambiali e contratti nella sua «Comédie». Il libro di Giuseppe Guizzi (Federico II) sui tanti aspetti giuridici presenti nei romanzi della Commedia umana, «Corriere del Mezzogiorno», 11 marzo 2021.

 

  Avete presente gli enormi volti dipinti sui palazzi dall’artista Jorit? I tipi della Commedia umana di Balzac sono così, macroscopici. E non solo gli esseri umani, anche l’habitat in cui essi muovono sensi e crudeltà. Vale anche per i negozi giuridici, «essenti» che il più sagace romanziere d’ogni tempo ha usato per certificare i mille traffici commerciali dei suoi personaggi; un contratto, una clausola, un’intimazione, non mancano mai, dettagliati, nei romanzi. Non c’è civitas senza mercato. Cambiali da scontare, da girare, in protesto, cessioni d’azienda, fallimenti, successioni testamentarie, tutto va letto con lente macroscopica nella Comédie, e l’invito dell’autore sembra uno solo: è questa la società che vi rispecchia, descritta nel grande e nel piccolo, non potete non accorgervene. Come se n’è accorto Giuseppe Guizzi che firma Il caso Balzac – Storie di diritto e letteratura (il Mulino). Concediamo: è pane suo in quanto professore di diritto commerciale alla Federico II di Napoli, materia incubo per generazioni di studenti fridericiani, e poi evidentemente ferratissimo fante del fronte balzacchiano. Però le pieghe del droit nella Commedia umana assumono gradazioni tali che solo un occhio perspicace poteva trarne una lezione politica. E già. Perché Balzac, edotto dal praticantato presso l’avvocato de Merville e più ancora da una vita di debiti, aprì una breccia nello spirito del tempo. L’euforia del primo laissez faire d’inizio Ottocento, favorito da nuove norme (il codice civile napoleonico e il codice di commercio), si spegneva sovente nel disdoro sociale dei tanti falliti, molti dei quali in galera, e qualcuno in tuffo nella Senna. L’usuraio Gosbeck, il vignaiolo Grandet, i padri vessatori dei figli (il caso dei Séchard in «Illusioni perdute») ma pure gli «avidi risparmiatori» che fanno incetta di titoli rischiosi ma dai rendimenti elevati, sono altrettanti moloch generati dall’ambiguità della legge. Balzac denuncia l’iniqua giustizia con quella punta di depressione che accompagna i braccati. «Come può un usuraio avere un potere che non ha neanche il Re? – s’incupisce Orsola Mirouet – e come si possono imprigionare giovani per denaro?». Criticando il diritto per storto la grande penna vorrebbe inconsciamente dimostrare l’ingiustizia dei suoi debiti. Pochi autori sono stati tormentati dai creditori come lui, ossessivamente, giorno e notte, in patria e all’estero. Gli fa compagnia Emilio Salgari.

  Ognuno degli otto capitoli del saggio si divide in due parti. Gli esempi espunti dalle vicende «giuridiche» dei vari romanzi sono preceduti da ampi affreschi storici e dottrinali sulle fattispecie esaminate: gli istituti del credito, dell’insolvenza, le spinose questioni legate all’eredità nell’evoluzione francese dell’era napoleonica e poi della Restaurazione. Excursus spesso specialistici, talora ostici ai non addetti ai lavori, che però in summa restituiscono una società simile a quella attuale. Da qui l’assoluta modernità di Honoré, e dei suoi atti in commedia validi per sé e per i posteri.

 

 

  Giancarlo De Cataldo, “Illusioni perdute” di Honoré de Balzac, in AA.VV., Cento libri da leggere nella vita, a cura di Bruno Ventavoli, «La Stampa tuttolibri», Torino, n. 2218, 2 gennaio 2021, p. VIII.

 

  Ecco l’archetipo di ogni romanzo di formazione, il viaggio iniziatico del giovane provinciale che muove alla conquista della grande città ed entra in rotta di collisione contro le barriere di censo e di classe, il labirinto dei salotti, le astuzie delle gran dame e la tenerezza dissoluta delle cortigiane. Ogni giovane che ha sognato di conquistare il mondo è stato per un pezzo della propria vita il Lucien de Rubempré che davanti allo sfarzo della mondanità parigina, strizzato nella ridicola angustia dei suoi paramenti da provinciale, stringe i pugni e agogna quel denaro che potrà dargli potere, status, gloria e onori. E ogni giovane è stato il Lucien che abbandona la poesia perché il giornalismo è più facile, anche se per praticarlo come si deve bisogna imparare l’arte della menzogna. Ed è stato il Lucien che scopre un po’ alla volta il piacere del gioco d’azzardo, e per suo tramite va incontro a quella catastrofe che tocca a chiunque almeno una volta nella vita: la settimana fatale, la chiama Balzac.

  È quando tutto ti crolla intorno e l’abisso ti chiama, e d’improvviso qualcuno ti tende una mano e ti riporta alla luce. Ma, attenzione: non saprai mai se è la mano di un angelo o quella del demonio. o di entrambi. Sino alla prossima caduta: forse l’ultima, quella definitiva. Balzac, nostro immenso, ineguagliato fratello nell’esplorazione della natura umana (e maestro di ogni narratore).

 

 

  Paola Deplano, Dante e Honoré de Balzac, ‘Poetarum Silva’, Pubblicato il 14 aprile 2021. [on-line].

 

  Balzac e la creazione di un Dante apocrifo.

 

  Siamo abituati a pensare Balzac come il grande maestro del romanzo realista francese (cosa indubbiamente vera), ma c’è un altro Balzac – esoterico, sognatore, mistico – che era rimasto affascinato da Swedenborg e sognava una continuità ideale tra spirito e materia. Da un Balzac realista ci si aspetterebbe che, qualora decidesse di scrivere un romanzo storico, lo scriva solo dopo aver accuratamente indagato su date, luoghi, persone, leggi, città, campagne, economia, usanze personali e sociali. Una specie di Manzoni, insomma, che non lasciava niente al caso e si documentò minuziosamente prima e durante la stesura de I promessi sposi. Certo, se con I proscritti Balzac avesse voluto scrivere un romanzo storico o una reale biografia di Dante, è innegabile che non sia stato molto accurato. La narrazione storica si fonda essenzialmente sulla capacità di rispettare le coordinate spazio-temporali – e questo in I proscritti non avviene quasi mai. Nell’incipit del romanzo, ad esempio, Balzac comincia la sua opera con un riferimento storico talmente arbitrario: «Nel 1308 esistevano poche case sul Terrain formato dalle alluvioni e dalle sabbie della Senna, nella parte alta della Cité, dietro la chiesa di Notre-Dame». Peccato che nel 1308 Dante fosse molto probabilmente a Lucca, altrettanto probabilmente non avesse mai messo piede in Francia in vita sua e che Sigieri di Brabante, altro personaggio-chiave della vicenda, fosse morto da un pezzo, intorno al 1281. Questi piccoli accenni alla temporalità arbitraria del romanzo ci servono a dimostrare che più che ricreare un reale spaccato della società del tempo e della biografia dell’Alighieri, con I proscritti Balzac intendesse piuttosto dar vita a un personaggio mitico e simbolico, solo in parte sovrapponibile al Dante storico. Una sorta di Dante apocrifo che, al pari dei vangeli apocrifi, non era vero ma doveva comunque mantenere le caratteristiche di una verosimiglianza mistica e sacra, in modo da poterlo caricare – in quanto creatura solo parzialmente esistente – di arcani significati che andassero al di là delle sue reali vicende biografiche. Soprattutto doveva essere l’apoteosi (e il prototipo) dell’esule per eccellenza, sia dalla patria che dalla poesia – tema, questo, molto caro a Balzac nel periodo della stesura del libro, successivo alla rivoluzione del 1830 (periodo in cui molti intellettuali si trovarono a dover emigrare per le loro idee politiche) e contemporaneo ad alcune vicende editoriali dell’autore che lo fecero sentire come un paria ed un emarginato nel mondo delle lettere.

  Questo gioco di disvelamento mitico di Dante è il punto di forza del romanzo, che punta sulla suspance e sull’attesa numinosa del protagonista. La presentazione del personaggio non avviene una volta per tutte, ma è un lento incedere, ammantato di mistero, alla scoperta dell’identità dei due sconosciuti affittuari del gendarme Tirechair. Essi non si sa da dove vengano, dove vanno, quali siano le loro vere intenzioni e, soprattutto, se si tratta di due creature umane o diaboliche. Il loro strano modo di essere e di comportarsi convince il gendarme di aver affittato la propria casa a uno stregone e al suo famiglio. Preoccupato per un eventuale intervento della giustizia, egli dipinge alla moglie un ritratto singolare del più anziano dei due ospiti:

  Il signore coricato sopra di noi è sicuramente più stregone che cristiano. Parola di ufficiale, ho i brividi quando quel vecchio mi passa vicino; di notte non dorme mai; se mi sveglio, la sua voce risuona come il rintocco delle campane, e lo sento fare i suoi scongiuri nella lingua dell’inferno; gli hai mai visto mangiare un’onesta crosta di pane, una focaccia fatta dalle mani di un fornaio cattolico? La sua pelle bruna è tutta cotta e abbronzata dal fuoco dell’inferno. Per il giorno del Signore! I suoi occhi esercitano una strana malia, come quelli dei serpenti.

  Nella descrizione che l’uomo fa del suo locatario abbondano, in effetti, gli elementi diabolici – o quantomeno stregoneschi: l’assenza di sonno, la voce cavernosa, l’eloquio in lingua sconosciuta, l’anoressia, la pelle molto bruna, lo sguardo fisso e penetrante. Con questa descrizione Balzac accresce abilmente la suspance attorno alla figura del personaggio che ancora non è comparso sulla scena. Tirechair ha appena finito di parlare che la moglie incrocia lo sguardo singolare del più anziano dei loro ospiti e, vinta dalla suggestione, avverte anche lei un che di sovrumano e diabolico:

  In quello stesso momento guardò meccanicamente la finestra della camera in cui alloggiava il vecchio, e fremette di orrore incontrandovi all’improvviso il volto cupo e malinconico, lo sguardo profondo che facevano trasalire l’ufficiale, benché fosse abituato alla vista dei criminali. […] La moglie dell’ufficiale pensò d’un tratto che non aveva mai visto i suoi due ospiti comportarsi da creature umane. […] Si sovvenne di essere rimasta giornate intere senza aver sentito il più leggero rumore nelle camere dei due stranieri. Dov’erano, durante quelle lunghe ore?

  Appena un paio di pagine dopo, l’ospite misterioso scende dal piano di sopra, turbando i coniugi Tirechair e una donna che si trova in quel momento nella loro casa. Il suo incedere e tutto il suo modo di essere non fanno che confermare nel lettore i sospetti che l’ufficiale e la moglie hanno esternato poco prima. Le pennellate che usa Balzac nel descrivere questa numinosa apparizione sono magistralmente consone a creare una sorta di deificazione mitologica del nuovo arrivato:

 

  Lo straniero rimase qualche istante sulla soglia della porta per esaminare le tre persone che erano nella sala, come a cercarvi il suo compagno. Lo sguardo che vi gettò, per quanto fosse indifferente, turbò i cuori. Era davvero impossibile a chiunque, e persino a una persona salda, non confessare che quella natura aveva dotato di poteri esorbitanti quell’essere apparentemente soprannaturale. Benché i suoi occhi fossero profondamente infossati sotto le grandi arcate disegnate delle sopracciglia, erano come quelli di un nibbio incastonati in palpebre così larghe e circondate di un cerchio nero così vivamente segnato in alto sulla guancia che i loro globi parevano prominenti. Quell’occhio magico aveva un non so che di dispotico e di penetrante che afferrava l’anima con uno sguardo greve e colmo di pensieri, uno sguardo brillante e lucido come quello dei serpenti o degli uccelli; ma che sconcertava, che schiacciava con la rapida comunicazione di una immensa sventura o di qualche potenza sovrumana. Tutto era in armonia con quello sguardo di piombo, fisso e immobile, severo e calmo. Se in quel grande occhio d’aquila le agitazioni terrene parevano in qualche modo spente, il volto magro e asciutto portava però le tracce di passioni infelici e di grandi eventi realizzati. Il naso cadeva diritto e sembrava trattenuto dalle narici. Le ossa del viso erano nettamente accentuate da rughe lunghe e diritte che solcavano le guance scarne. Tutto ciò che nel suo volto formava un incavo appariva cupo. Avreste detto il letto di un torrente ove la violenza dello scorrere delle acque era attestata dalla profondità dei solchi che tradivano lotte orribili, eterne. Simili alla traccia dei remi di una barca sulle onde, larghe pieghe che partivano da ogni lato del naso marcavano fortemente il suo viso e davano alla bocca, decisa e priva di sinuosità, un carattere di amara tristezza. La fronte tranquilla si slanciava con una sorta di baldanza al di sopra dell’uragano dipinto sul volto, e lo coronava di una cupola di marmo. Lo straniero conservava l’atteggiamento intrepido e serio che contraddistinguer gli uomini abituati alla sventura, che la natura ha dotato di impassibilità nell’affrontare le folle furiose e nel guardare in faccia i grandi pericoli. Sembrava muoversi in una sfera che gli era propria, dalla quale planava al di sopra dell’umanità. Al pari del suo sguardo, i suoi gesti emanavano una potenza irresistibile; le sue mani affilate erano quelle di un guerriero; se si dovevano abbassare gli occhi quando i suoi affondavano nei vostri, altrettanto si doveva tremare quando la sua parola o il suo cenno si rivolgevano alla vostra anima. Camminava circondato di una silenziosa maestà che lo faceva scambiare per un despota senza guardie, per qualche Dio senza raggi. Il suo abito dava ancora maggior rilievo alle idee ispirate dalla singolarità del suo portamento o della sua fisionomia. L’anima, il corpo e l’abito si armonizzavano in modo da impressionare le immaginazioni più fredde.

 

  Questa descrizione suggestiva e accurata è degna del miglior Balzac. Il suo fine è continuare a creare intorno all’uomo un alone di inarrivabile misticismo, come si addice a «un Dio senza raggi». Tutto questo non fa che accrescere, nei coniugi Tirechair, la convinzione che si tratti di un pericoloso essere demoniaco. È la terza ospite della casa che riporta tale grandezza entro parametri umani, disvelando la propria identità e dando al contempo degli indizi sullo sconosciuto: «‘Sono la contessa Mahaut – disse alzandosi con una dignità che lasciò sconcertato l’ufficiale. – Guardatevi da causare la minima noia ai vostri ospiti. Onorate soprattutto il vecchio, l’ho visto dal Re vostro signore, che lo ha accolto cortesemente, sareste malaccorto se gli causaste il minimo inconveniente. Quanto alla mia permanenza da voi, non fatene parola se amate la vita’».

  Se l’impressione dei due popolani è adeguata al loro scarso livello sociale e culturale, permeato di assurdità e di superstizione, ben diversa è l’accoglienza che i due stranieri ricevono in ben altro consesso, l’Università di Parigi, durante una lezione tenuta dal grande dotto Sigieri di Brabante:

 

  Il passo dei due sconosciuti che arrivarono in quel momento attirò l’attenzione generale. Il dottor Sigieri, pronto a prendere la parola, vide il maestoso vecchio in piedi, gli cercò un posto con lo sguardo e, non trovandolo, tanto era grande la folla, discese, gli si avvicinò con aria rispettosa, e lo fece sedere sul gradino della cattedra prestandogli il proprio sgabello. L’assemblea accolse questo favore con un lungo mormorio di approvazione, riconoscendo nel vecchio l’ero di una tesi mirabile sostenuta di recente alla Sorbona. Lo sconosciuto lanciò sull’uditorio, sopra il quale spaziava, quello sguardo profondo che raccontava tutto un poema di sventure, e coloro che ne furono raggiunti provarono fremiti indefinibili.

 

  Tuttavia, anche in queste pagine, Balzac continua a giocare a rimpiattino con i suoi lettori, fornendo sì degli indizi puramente umani sulla grandezza di quello che sembra essere un altro studioso dei massimi sistemi, ma non ancora rivelandone l’identità. Si dovrà aspettare il finale, un finale impossibile in cui a Dante viene annunciata la possibilità di rientrare a Firenze, affinché venga finalmente pronunciato il suo nome e sia noto a tutti qual è il grande uomo che ha attraversato le pagine di I proscritti al solo scopo di incarnare il tipo umano dell’esule per eccellenza.

 

 

  Anna Di Bello, Il romanziere e il politico: “Le Médecin de campagne”, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 15-30.



  Piero Dorfles, Honoré de Balzac, “Il curato di Tours” (1832), in Il lavoro del lettore. Perché leggere ti cambia la vita, Milano, Bompiani Overlook, 2021, pp. 24-26.

 

 

  Francesco Fiorentino, Père et fils, selon Balzac, in AA.VV., Le Père comme métaphore. Représentations de l’instance paternelle dans la littérature française moderne. Sous la direction de Iacopo Leoni et Teresa Lussone. Introduction de Iacopo Leoni, Pisa, University Press, 2021, pp. 89-101.

 

  p. 91. [...] ce qui m’intéresse surtout ici, c’est le destin des fils dans La Comédie humaine, plus encore que le rôle des pères : les défaillances de ces derniers, parce qu’elles conditionnent la vie des jeunes hommes, sont le moteur de la narration. Ces défaillances des pères se configurent comme une condition préalable du roman d’apprentissage de la première moitié du XIXe siècle. […]. En décrétant la fin de l’autorité paternelle, l’Histoire a consenti au roman d’apprentissage de s’évader des alcôves et de raconter comment les jeunes hommes peuvent aspirer à un succès qui n’est plus celui du roman libertin.

 

 

  Cristina Giuntini, Genio o sregolatezza? Il capolavoro sconosciuto di Honoré de Balzac, ‘SoloLibri.net’, 13 gennaio 2021. [on-line].

 

 

  Maurizio Griffo, Balzac e il romanzo parlamentare: “Le Député d’Arcis”, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 105-116.



  Giuseppe Guizzi, “Les souffrances de l’inventeur”. Spigolature in tema di tutela brevettuale tra storia, diritto e letteratura, in AA.VV., Studi di diritto commerciale per Vincenzo Cataldo, a cura di Concetto Costa, Aurelio Mirone, Roberto Pennisi, Pierpaolo M. Sanfilippo, Ruggero Vigo. Volume I. Proprietà intellettuale e conoscenza, Torino, G. Giappichelli Editore, 2021, pp. 259-276.

 

 

  Alfonso Maurizio Iacono, “Il capolavoro sconosciuto” e la potenza del “non finito”, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 141-153.

 

 

  Michele Lupo, La Pierrette di Balzac è vittima delle frustrazioni borghesi, ‘Alibi Online’, 2 aprile 2021. [on-line].

 

 

  Judith Lyon-Caen, Revenir dans la Maison de Balzac: Jean Cayrol, 1950, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 187-199.



  Mariarosa Mancuso, Una Palma per Balzac, «Il Foglio», Milano, Anno XXVI, 7 settembre 2021, pp. 1 e 4.

 

 

  Stefania Mazzone, La politica come eccedenza: il circolo reale/realtà nelle “Illusions perdues”, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 89-103.



  [Paolo Mereghetti], Il poeta tradito dal gossip nella Francia di Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno 60, 6 Settembre 2021, p. 41.

 

 

  Marina Moioli, Balzac & Hanska: una commedia (dis)umana, ‘mollybrown.it’, 19 marzo 2021. [on-line].



  Emiliano Morreale, Che delusione Tim Roth versione nichilista, «la Repubblica», Roma, Anno 28, 6 settembre 2021, p. 29.



  Massimo Novelli, “Faustina è l’unica donna spirituale e colta d’Italia”, «Il Fatto Quotidiano», Roma, Anno 13, n° 300, 31 Ottobre 2021, p. 22.

 

 

  Pierluigi Pellini, Fantasmi del melodramma, in Honoré de Balzac, Pierrette ... cit., pp. 349-383.

 

  pp. 373-383. Oggi, in una temperie culturale incline a sfumare i confini fra realtà e finzione, in un’epoca in cui tutto sembra diventare “narrazione”, la doxa è mutata: l’idea che la lettura dei romanzi sia un’esperienza in grado, del tutto legittimamente, di investire l’ethos, e di muovere il pathos, è diventata luogo comune; e il libro di Brooks è considerato (giustamente) un classico. Al punto che rischia di essere tacciato di retrogrado snobismo formalista chi si ostina a ricordare un’evidenza: è vero che l’immaginazione melodrammatica pervade molti episodi della Comédie humaine, non meno che i più popolari romanzi d’appendice; ma li pervade in modo radicalmente diverso. Perché la distinzione fra capolavoro e prodotto di consumo, fra letteratura alta e bassa, non è pregiudizio di critici superciliosi: anche quando assume l’apparente semplicità del racconto a tesi, il grande romanzo realista costringe infatti il lettore a sperimentare la complessità e le ambivalenze della società moderna; anche quando sembra mettere in scena un elementare melodramma, come in Pierrette, Balzac è capace – magari contro la sua stessa volontà, o perfino per sbaglio – di confondere le piste, di disseminare indizi contraddittori, di decostruire gli stereotipi di cui si serve, in definitiva di rendere fragili e incerte, nel momento stesso in cui le esibisce, quelle opposizioni nette su cui si fonda la melodramatic imagination.

  Fragile, nel nostro romanzo, è innanzitutto l’eroina: e non solo agli occhi di noi lettori postmoderni. Diciamolo francamente: il nostro sguardo è troppo intriso di ironico relativismo, troppo abituato a osservare con un sorriso sospettoso ogni pretesa di assolutismo sentimentale, per non provare una qualche forma d’insofferenza nei confronti di Pierrette. Che davvero non ne azzecca una: è disordinata e poco attenta alle sacre suppellettili della cugina; si rivela un po’ tarda nell’imparare a leggere e a far di conto; non capisce nulla degli intrighi che si svolgono intorno a lei in casa Rogron – soprattutto, non sospetta la gelosia della cugina, sennò le confesserebbe subito che il suo «innamorato» è Brigaut, non il colonnello Gouraud. Di fronte a una ragazzina che «sapeva soltanto voler bene», un lettore un po’ impertinente del secolo XXI potrebbe perfino essere tentato di sottoscrivere il giudizio sprezzante di Sylvie: «È stupida come una gallina». Al cospetto degli «enormi danni» - parola del narratore o indiretto libero dei Rogron ? impossibile dirlo – provocati in casa dei cugini dall’educazione di Pierrette («L’inchiostro sui tavoli, sui mobili, sui vestiti, poi i quaderni, le penne lasciati dappertutto, la sabbia per asciugare sulle stoffe, i libri strappati, pieni di orecchie»), la reazione può non sembrare sproporzionata: «Le parlavano già, e in che termini! della necessità di guadagnarsi il pane, di non essere a carico di nessuno». O, quantomeno, risulta altrettanto, se non più, eccessiva l’esacerbata sensibilità della ragazza: «Nell’ascoltare queste orribili osservazioni, Pierrette sentiva un dolore nel petto». Davvero così «orribili», ci potremmo prendere la licenza di chiedere, queste banali «osservazioni»?

  Ma per complicare, o perfino dissolvere, l’op-posizione melodrammatica – questo è il punto – non è necessario ricorrere alle dubbie suggestioni di un’ermeneutica anacronistica. E il testo stesso a instillare, già al lettore ottocentesco, il germe del dubbio; a suggerire che la sensibilità di Pierrette, «autentica, nobile, esagerata», sia soprattutto, se non solamente, esagerata; e sia tale proprio in quanto nobile: inadatta al mondo borghese, all’unico mondo che ci sia ormai dato in sorte abitare. E il testo stesso a escludere che della sublime resistenza passiva della protagonista sia ragionevole dare una lettura esclusiva- mente agiografica. A campione, una frase esemplare: «con una testardaggine tutta bretone, Pierrette si ostinava a mantenere un silenzio peraltro ben comprensibile» – la ragazza, contro ogni evidenza, nega di fronte a Sylvie i suoi casti commerci notturni con Brigaut (da finestra a strada, con scambio di lettere, come nelle fiabe o nelle fantasie del romance); è questo silenzio che alimenta un qui pro quo tipicamente comico (Sylvie pensa a una tresca con Gouraud), ma al tempo stesso affretta la catastrofe tragica. Un silenzio testardo e ostinato, in definitiva stupido, o «ben comprensibile»? Entrambe le interpretazioni sono legittime.

  Spesso Pierrette appare sciocca. In realtà, probabilmente, è solo eccessiva: e così dev’essere, perché il melodramma è la poetica dell’eccesso. Ma il fatto stesso che il romanzo non consenta un’adesione piena e incondizionata all’universo sentimentale dell’eroina getta una manciata di sabbia nei rodati meccanismi dell’immaginazione melodrammatica. Se poi all’amore senile e ridicolo della protagonista negativa, alla passione violenta e gelosa di Sylvie per il colonnello Gouraud, il narratore sembra riconoscere, sia pure a denti stretti e per intermittenze, un’autenticità creaturale che non si lascia ridurre interamente al grottesco, e anzi rinvia alla purezza adolescenziale («Le zitelle hanno in amore le idee platoniche esagerate che professano le ragazze di vent’anni, hanno conservato certe dottrine assolute come tutti coloro che non hanno esperienza della vita, che non sanno come le cause sociali di forza maggiore modifichino, ammacchino e facciano fallire queste belle e nobili idee»), perfino fra le due protagoniste femminili, tanto diverse per innumerevoli motivi, si può insinuare il sospetto di una sotterranea affinità. Con buona pace dell’opposizione netta fra bene e male.

  Del resto, la logica del manicheismo finisce per implodere, dicevo, perfino per sbaglio, contro la presumibile volontà dell’autore. Non è il caso di stupirsi: nei più grandi capolavori letterari, non di rado agisce quell’«energia dell’errore», teorizzata da Victor Sklovskij, che Mario Lavagetto ha, fin dal titolo, messo al centro di un suo libro su Balzac, La macchina dell’errore. C’è in Pierrette un personaggio incoerente, di cui probabilmente Balzac avrebbe modificato alcuni tratti, se avesse avuto più tempo da dedicare alle bozze del libro – inseguito dai debitori, e dall’ansia di fare avanzare il cantiere della sua cattedrale di carta, lavorava notoriamente di gran fretta. La nonna di Pierrette, la bretone Madame Lorrain, quando appare in scena per la prima volta è la consorte mediocre e un po’ avara di un commerciante di legnami inetto e vicino al fallimento. Suo figlio, il maggiore Lorrain, muore nel 1814, nella battaglia di Montereau; e lascia la tenera vedova, con la figlia di quattrodici mesi, Pierrette, in una situazione economica difficile, ma non disperata. La giovane donna affida il piccolo patrimonio che le resta ai suoceri, i quali accolgono in Bretagna nuora e nipotina – il testo, pur nella sua scorciata brevità, è inequivocabile – non per nobiltà d’animo e affetto familiare, ma per mero calcolo interessato. Gli ottomila franchi della giovane Madame Lorrain sono necessari a tenere in piedi il periclitante commercio del suocero. Poco importa se «l’aria umida del Marais le fu nociva»: «La famiglia del marito, per trattenerla, la persuase che in nessun altro posto al mondo avrebbe trovato un paese più sano et più gradevole». Di fatto, i vecchi Lorrain condannano a morte la vedova del figlio; e nel commento del narratore traspare, in una sintesi folgorante, tutto il disperato pessimismo antropologico del migliore Balzac: «Fu coccolata, vezzeggiata, accudita così bene, che la sua morte fece grande onore ai Lorrain».

  È facile che il parallelismo sfugga a un lettore anche solo un poco distratto, ma il destino della madre di Pierrette è da molti punti di vista analogo – quasi una profetica, ancorché involontaria, mise en abyme – a quello che anni dopo toccherà alla figlia. Con la differenza che i suoi carnefici non sono gli irredimibili Rogron, ma il modesto e rispettabile nonno Lorrain e la sua amorevole moglie. La stessa avida casalinga piccolo¬borghese – non poi tanto diversa, a ben vedere, da Sylvie - si trasforma inopinatamente, nel finale del romanzo, in angelo salvatore, in personaggio incondizionatamente positivo. Quando compare al capezzale di Pierrette, proprio nel momento in cui la cugina la sta massacrando di botte, la vecchia Madame Lorrain è trasfigurata, «nel suo costume bretone», in «augusta vegliarda». Incarna simbolicamente tutti i valori dell’ancien régime, della controrivoluzione, della monarchia e della religione, della famiglia e della giustizia. È una scena da ogni punto di vista melodrammatica: la lotta, impari e violenta, fisica e morale, fra le due cugine («Sylvie afferrò con le dita adunche la delicata, la bianca mano di Pierrette») si fa scontro estremo fra mondi inconciliabili. Ma è anche una scena comica e rocambolesca, quasi da scombinato vaudeville, e già questa constatazione formale dovrebbe indurre il lettore al sospetto: la tempistica appare a dir poco improbabile, la gelosia di Sylvie è grottesca, e in tutto questo notturno trambusto suo fratello Jérôme-Denis non ci capisce niente.

  La nonna risponde con quasi soprannaturale puntualità alla disperata richiesta d’aiuto della nipotina; ma se il suo intervento si rivelerà inutile, non è solo perché la fragile costituzione della ragazza è ormai compromessa; né perché la struttura di genere dell’episodio, o per meglio dire il suo modo letterario, oscilla fra serietà tragica e commedia. Il testo suggerisce un’altra spiegazione, affidata alle risonanze implicite del linguaggio usato da Balzac: la vecchia Madame Lorrain è «una specie di fantasma», un «grande fantasma rinsecchito», uno «spettro sublime». Un revenant: fantasma, spettro. Non una donna reale (o quantomeno realistica), non la massaia egoista di quindici anni prima, ma l’incarnazione simbolica di tutto ciò che la Bretagna controrivoluzionaria incarnava agli occhi nostalgici di Balzac: «Questa matrona del Marais somigliava a una donna di Plutarco». Lo statuto del personaggio si trasforma radicalmente: alla brutalità dell’effetto di reale subentra un’idealizzazione che – l’autore della Comédie humaine lo sapeva meglio di chiunque – non è altro che proiezione mitica.

  Al richiamo del melodramma rispondono ormai soltanto i fantasmi. Nella cruda realtà della Comédie humaine, non c’è più spazio per la nobiltà immacolata degli individui eccezionali: in quell’intreccio di interessi e egoismi che è la società moderna, nessuno può sottrarsi al degrado collettivo di un’umanità dannata.

 

 

  Michele Perrino, Recensione a G. Guizzi, Il «caso Balzac». Storie di diritto e letteratura, il Mulino, 2020, pp. 275, ‘Giustizia insieme’, Roma, Febbraio 2021.

 

  Se, nell’universo del diritto quale (almeno, essenzialmente) pratica sociale, neppure la scienza giuridica, quale scienza – appunto – eminentemente pratica è esclusivo appannaggio dei giuristi di professione, arricchendosi dell’apporto conoscitivo di tutti i soggetti in essa coinvolti; se ciò è vero, la più ampia e variegata “esperienza giuridica” è in realtà patrimonio, storia e vita quotidiana di tutti.

  Ecco dunque come appaia naturale che, anche in letteratura, il cosiddetto romanzo realista non possa che incontrarsi con il diritto, quale componente immancabile dell’esperienza umana che quel romanzo vuole artisticamente presentare. Ed ecco anche come ben si spiega che Honoré de Balzac, da molti considerato il padre del romanzo realista, anche se di un realismo da “visionnaire passionné” (così come, è lo stesso libro qui recensito a rammentarlo, ebbe a definirlo Baudelaire) poiché intriso di partecipazione umana e presa di posizione morale, non potesse, nel redigere la monumentale opera della Comédie Humaine, non incontrare ad ogni passo l’esperienza giuridica, spesso ritratta nella dimensione delle amare vicissitudini dei protagonisti della stessa Commedia, quale metafora della vita umana. E ciò tanto più considerata la biografia di Balzac, che ricevette – malgrado l’innata vocazione letteraria – una iniziale formazione giuridica presso la Facoltà di diritto di Parigi dell’epoca e poi nel praticantato notarile e soprattutto da avvocato.

  In questo fortunato e tutto speciale incrocio fra diritto e letteratura, ci guida con mano sapiente il recente lavoro di Giuseppe Guizzi dal titolo Il «caso Balzac». Storie di diritto e letteratura. E lo fa parlando non solo ai giuristi, ai quali pur offre una preziosa occasione “per guardare al diritto attraverso la lente della letteratura” balzachiana, con un felice esempio di Law and Literature. In effetti, dichiarato intento dell’Autore – professore ordinario e ben noto studioso di diritto commerciale, al tempo stesso impegnato intensamente e a vasto raggio nell’attività forense e in molto altro dell’esperienza professionale giuridica più qualificata – è principalmente quello di rivolgersi al “lettore meno avvertito sulle tematiche giuridiche”, per aiutarlo ad inquadrare il contesto storico-giuridico nel quale si muovono i personaggi della Comédie humaine e così cogliere i temi giuridici che sovente sono parte integrante della trama delle relative storie; e, al tempo stesso, a riconoscere, di quella esperienza giuridica e umana di cui la Commedia è il ritratto, “quanto ci può essere di comune e di eternamente irrisolto in ordine ai medesimi problemi quali si presentano ancora nel mondo moderno”: così da avvedersi di come il realismo dei romanzi balzachiani, pur descrivendo una realtà storicamente individuata, anche sotto il profilo delle vicende giuridiche che ne travagliano i personaggi, attinga in effetti, anche sotto il profilo del diritto e della sua umana esperienza, una “verità interiore” ben più duratura della realtà storica descritta (è ancora il libro di cui si scrive a ricordarlo, citando le parole usate da Hugo von Hofmannsthal, nell’introdurre l’edizione tedesca della Comédie del 1908).

  La sterminata produzione di Balzac si svolge al tempo della Monarchia di luglio (1830-1848); ma le vicende narrate affrontano temi giuridici con radici profonde nella evoluzione normativa francese ed europea di tanti decenni addietro: dalle prime forme di statalizzazione del diritto e proto-codificazione, con le due Ordonnance di Luigi XIV, quella de commerce del 1673 (Code Savary) e l’ordinanza sulla navigazione marittima del 1681, nel campo specifico del diritto degli affari, e con l’affermazione del primato della legge sul diritto durante l’Ancien Régime, fino alla convulsa produzione normativa a ridosso della Rivoluzione francese e poi alla stagione napoleonica ed ai monumenti giuridici del Code civil del 1804 e del Code de commerce del 1807, pur sempre in chiave di primazia del sovrano e della legge sul diritto, con definitiva realizzazione dell’assolutismo giuridico, ancorché raccogliendo in parte i frutti della Révolution, sul piano dei principi illuministici di autonomia e razionalismo; per giungere alla Restaurazione e infine, appunto, al Regno di Luigi Filippo, coevo all’opera balzachiana; con un passaggio progressivo dalla difficile coesistenza di un diritto consuetudinario (Droit coutumier) di matrice germanica, prima radicato nella Francia settentrionale, con un diritto scritto promanante dal sovrano (Droit écrit), in precedenza più diffuso a sud del Paese, fino alla assoluta prevalenza del secondo sul primo.

  Di quella evoluzione Giuseppe Guizzi offre nel libro una rappresentazione accurata quanto suadente, ripartita per macrosettori del diritto privato patrimoniale – il diritto dei contratti, delle successioni, dell’intermediazione finanziaria, dell’iniziativa economica e della concorrenza, dell’insolvenza e del fallimento, del mercato bancario e mobiliare, con una fulminante incursione nella crisi della giustizia e nei meccanismi (spesso squilibrati ed illusori) di risoluzione negoziata delle controversie per via di transazione – e svolta in costante contrappunto (di qui lo speciale fascino della ricostruzione, poiché ancorata a volti e storie umane, ancorché letterarie) con le opere e i personaggi fondamentali di Balzac.

  Così, l’illusorietà degli astratti fondamenti illuministici della disciplina del contratto nel Code civil, in chiave di autonomia e capacità razionale del soggetto di autodeterminarsi, nel risolversi facilmente – in assenza di meccanismi di riequilibrio dei rapporti effettivi di forza contrattuale – nell’ingiustizia concreta del contratto, si rispecchia nelle vicende de Il curato di Tours, parte debole delle macchinazioni negoziali intessute da mademoiselle Gamard, così come nella sperequata vendita dei gioielli della contessa de Restaud all’usuraio Gobseck, e ancora nell’acquisto a prezzo vile della collezione d’arte del musicista Pons da parte del mercante Magus in Le cousin Pons, profittando oltretutto della buona fede di Schumcke, amico del cedente; nonché nelle inique negoziazioni cui soggiace il tipografo David Séchard con il padre prima, poi con i propri concorrenti fratelli Cointet nelle Illusioni perdute.

  Le lotte per l’accaparramento di eredità innescate dalla imperfetta disciplina successoria introdotta dal Code civil (nel compromesso politico fra il riconoscimento, di radice romanistica, della libertà individuale testamentaria e l’imposizione di limiti alla stessa libertà, onde scongiurare la caccia ai vecchi successibili di cui rendersi beneficiari, tutelare la conservazione dei patrimoni famigliari e assicurare l’adempimento del dovere di provvedere ai bisogni dei prossimi congiunti) è esemplificata, in Ursule Mirouët, nelle dolorose vicende del dottor Minoret e della protetta Ursule rispetto alle brame degli eredi legittimi del primo, e ancora una volta in Le cousin Pons, nelle traversie di Pons esposto alle mire ereditarie di madame Camusot.

  Le pratiche usurarie capaci di essere attuate, sfruttando le pieghe della disciplina della concessione di credito e dei titoli cambiari dell’epoca – anch’essa puntualmente ricostruita da G. Guizzi –, da parte di avidi profittatori, trovano plastica rappresentazione nel personaggio già richiamato dell’usuraio olandese Gobseck, o nel vortice in cui cade la contessa de Vandenesse pur di consentire al suo amante di pagare le cambiali in Une fille d’Ève.

  I problemi suscitati dalla inadeguatezza della disciplina introdotta dal Code de Commerce nel 1807 – malgrado il suo progetto innovatore - nel cogliere il passaggio da un modello a capitalismo prettamente commerciale ad una economia di produzione industriale, con lacune ardue da colmare, vengono incarnati nell’avventura imprenditoriale del profumiere César Birotteau, allorché questi si avventura in una nuova impresa produttiva in forma societaria con il proprio commesso; e ancora Illusioni perdute ritraggono l’infausta battaglia competitiva che vede David Séchard soccombere rispetto ai più aggressivi e spregiudicati concorrenti Cointet.

  Gli effetti di una regolazione eccessivamente punitiva dell’insolvenza, con la previsione fra l’altro dell’arresto interinale del fallito e di una procedura a forte connotazione autoritativa, trovano espressione nelle vicende, tratte da Eugénie Grandet, di Victor Grandet e dei tentativi del fratello Félix (il Papà Grandet) di comporne l’insolvenza facendosi beffe dei creditori, cui fa da contraltare il generoso intervento di Eugénie nel ripianare i debiti del cugino Charles, figlio del fallito, onde fugare l’infamia pure su di lui ricaduta, che ne avrebbe precluso l’ambita ascesa sociale; ed è ancora César Birotteau a tornare qui, impersonando la figura del fallito ex commerciante di profumi convertitosi all’industria, ora precipitato nell’insolvenza all’esito di manovre azzardate e condotte ingannevoli attuate pur di giungere alla ricchezza.

  Così come è di nuovo il Papà Grandet del romanzo Eugénie Grandet a formare il modello letterario dello speculatore senza scrupoli, in un periodo di forti tensioni della finanza pubblica e di mutamenti legislativi, dove alla più restrittiva regolamentazione introdotta da Napoleone del mercato mobiliare ufficiale risponde presto la formazione di un mercato parallelo e sregolato (la Coulisse), e dove diviene facile arricchirsi profittando della campagna di vendita dei beni sottratti dallo Stato al clero e dell’altalenante mercato dei titoli di debito pubblico; cui si aggiunge il ritratto del banchiere alsaziano Frédéric de Nuncingen, che compare sia in Le Père Goriot che ne La Maison Nucingen, autentico esempio di predatore finanziario senza scrupoli, ascritto da Balzac alla categoria dei banchieri bollati come “lupi cervieri”.

  E tornano infine, nel tratteggiare la profonda crisi della giustizia dell’epoca, pur a fronte delle riforme napoleoniche, le vicende di David Séchard nelle Illusioni perdute, di César Birotteau, di Schmucke in Le cousin Pons; insieme a quelle de Il colonello Chabert, reduce di guerra creduto morto e poi in vario modo impedito a riprendere il suo posto nella famiglia e nella società, nonché alle traversie del retto giudice istruttore Jean-Jules Popinot ne L’interdiction, travolto da maneggi politico-giudiziari a vantaggio della marchesa d’Espard che briga per far interdire il marito; senza che alle disfunzioni della giustizia valgano a porre sempre rimedio le soluzioni compositive negoziate – di modo che non sempre “un cattivo accomodamento vale più di un buon processo”, secondo l’antico adagio che compare nelle Illusioni perdute – dato che la transazione, che è pur sempre un contratto, patisce di questo i possibili, sopra denunziati squilibri.

  Ne risulta un animato affresco, insieme, dell’opera balzachiana e del suo scenario storico-giuridico, nel quale i problemi del diritto e della giustizia condizionano ad ogni passo vicende ed esiti dei rapporti umani. Balza altresì nitido, dalla chiara rappresentazione offerta nel libro di Giuseppe Guizzi, il giudizio dello scrittore Balzac sull’esperienza giuridica oggetto delle sue opere: un giudizio disincantato e pensoso, spesso negativo, al cospetto di un mondo in cui si può avere “ragione in fatto e torto in diritto”, dell’avidità dei protagonisti pronti a piegare le regole al proprio tornaconto, dell’impotenza e a volte sordità del sistema giudiziario; dove si assiste ad un aspro conflitto fra diritto e giustizia, in cui “non sempre l’assetto di interessi imposto dalla legge è necessariamente quello più giusto”, o in altre parole in cui il diritto non attinge la giustizia, vista – non senza echi giusnaturalistici – come quella “conforme alla natura delle cose”.

  In questa sostanziale sfiducia balzachiana nella giustizia umana, oltre che la caduta generale dei costumi nella società protagonista dei suoi romanzi, innervata di cupidigia in una temperie culturale, quella della Monarchia di luglio, che appare guidata dalla parola d’ordine dell’Enrichissez-vous, il ceto dei giuristi è, come e più degli altri cittadini, chiamato sul banco degli imputati: fra notai distratti o non equidistanti, o che perfino fuggono con il denaro dei clienti; avvocati (con l’eccezione di Derville) impegnati nel sabotaggio dei procedimenti, nella produzione di cavilli e nell’avvio di contestazioni pretestuose; magistrati (anche qui con salvezza del buon giudice Popinot, che proprio perciò si vede “sistematicamente posposto nelle progressioni di carriera”) poco disponibili alle ragioni della giustizia e piuttosto “arsi dal fuoco dell’ambizione”; professori universitari – ma qui passando dall’opera balzachiana alla realtà dell’epoca, come ricostruita dall’Autore nel libro qui recensito – supinamente (anche qui, è ancora G. Guizzi a rammentarlo, con le dovute eccezioni, come quella di François Nicolas Bayoux, processato per aver osato segnalare ai suoi studenti la necessità di riforma di disposizioni del codice penale) ridotti al ruolo di pavidi dettatori ed esegeti pedissequi della norma imposta dal sovrano.

  Di tutto ciò Giuseppe Guizzi ci consegna una ricostruzione attenta quanto misurata e fluida, ricca di richiami alla letteratura critica balzachiana, a quella storico-giuridica così come alla dottrina giuridica civilistica e commercialistica sia storica che contemporanea, senza che mai ne risulti appesantito il testo, quasi diremmo senza avvedercene, per lo più in agili note a piè di pagina, mentre fluisce la rappresentazione come se questa consistesse, oltre che in un raffinato saggio di diritto e letteratura – quale in effetti è –, per così dire anch’essa una prova di letteratura nei e fra i romanzi di cui si discorre; con corredo di richiami – pure questi quasi in sordina e solo per chi voglia coglierli – agli eclettici interessi dell’Autore, suscitati dalla ricchezza delle opere balzachiane richiamate poste a confronto con la sua sensibilità: come quando si interroga su quale trascrizione per pianoforte della settima sinfona di Beethoven sia eseguita da Ursule Mirouët nel romanzo omonimo, o approfondisce il senso per cui Balzac fa risuonare il movimento eroico della finale della quinta sinfonia dello stesso Beethoven nella mente di César Birotteau, allorché questi ottiene la riabilitazione dopo il suo fallimento, poco prima di morire sopraffatto dalle emozioni; o nelle citazioni filosofiche (Husserl, Gadamer, per dirne solo alcuni) e anche cinematografiche, dal Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin al Gordon Gekko del film Wall Street di Oliver Stone.

  Altro non è da dire in una recensione, per non privare il lettore del piacere della sua lettura. L’intento che Giuseppe Guizzi dichiara in principio del volume – schermendosene, con la ritrosia e misura che gli conosciamo, come fosse un eccesso di ambizione – di attrarre i lettori ad una più estesa conoscenza dell’opera balzachiana, così anche da indurre gli editori ad una sua più ampia pubblicazione in lingua italiana, è – credo – pienamente raggiunto: a partire da chi scrive, che a Balzac si accostò anni addietro quasi per caso, attraverso quella commovente gemma che è Il colonnello Chabert. Al contempo, la lettura del volume è, per i giuristi che in varie vesti concorrono al farsi dell’esperienza giuridica, occasione per riflettere su modi e ragioni del proprio ruolo e contributo.

 

 

  Pier Paolo Portinaro, Laboratorio Balzac, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 119-132.

 

 

  Matilde Quarti, Balzac: la società francese allo specchio, ‘il Libraio.it’, 17 gennaio 2021. [on-line].

 

 

  Massimo Scotti, Recensione di Honoré de Balzac “Wann-Chlore. Jane la pallida”, «Diacritica», Roma, Anno VIII, fasc. 1 (37), 25 febbraio 2021, pp. 275-279.

 

  Forse, per giudicare adeguatamente, oggettivamente un romanzo, bisognerebbe prima della lettura ignorarne l’autore, l’anno di composizione, perfino il titolo – chi lo diceva? Credo Franco Brioschi, troppo presto scomparso.

  Comunque aveva ragione: se non sapessimo che Wann-Chlore appartiene al periodo giovanile di Honoré de Balzac, che non lo incluse nemmeno nel ciclo della Comédie humaine, potremmo considerarlo una delle sue opere più compiute, sicuramente una di quelle strutturate con più evidente decisione, e una delle più ricche, perché è un intreccio di tre romanzi, come spiega Alessandra Ginzburg nella sua esauriente, ottima introduzione.

  Dalla quasi commedia di costume della prima parte – che è anche un fine romanzo psicologico, ritmato con gusto, alternato fra la storia d’amore appassionata dei protagonisti e il furbesco duetto tra la cameriera e il suo sergente – si passa all’accelerazione febbrile della seconda parte, a sua volta divisa in due sezioni: il memoriale di Horace Landon, tormentato eroe, e le lettere sempre più terribili del suo amico Annibal Salvati. La terza parte fa precipitare il dramma. E con lui il lettore, in una corsa affannosa verso la fine.

  Questa frenesia nella lettura, che si fa sempre più rara di questi tempi, come l’invito all’immedesimazione, alla partecipazione, all’abbandono al puro piacere senza limiti della narrazione, fa rimpiangere un po’ tutto il tempo e l’accanimento persi nel disdegno per il “romanzesco”, la diffidenza snobistica per i “colpi di scena”, l’austero compiacimento nell’annoiarsi sconfinatamente in nome del Romanzo Nuovo e delle sue lambiccate sperimentazioni, che hanno colonizzato non solo la critica ma anche le abitudini di lettura per più di metà del Novecento – o per il secolo intero?

  E viene in mente quella delicata principessa delle novità alla moda, Micol Finzi Contini, che a letto, malata, leggeva I ragazzi terribili di Cocteau: “Très chic, niente da dire, ma vuoi mettere i libri di una volta? Guerra e pace, o I tre moschettieri … quelli sì erano romanzi!” (cito a memoria).

  Proprio così: che romanzi, quelli! Ma, dopo averne fatto scorpacciate, dal Settecento in poi, l’Europa, il mondo intero se ne dissero sazi. E preferirono gli anoressici pranzi dello sperimentalismo, bandendo dalla dieta i cibi romanzeschi ipercolesterolemici e più succulenti: quindi niente balli, tesori, testamenti perduti e ritrovati, corteggiamenti al chiar di luna, duelli, fughe, inseguimenti, tradimenti, assassini. Solo ore di riflessioni, giornate emblematiche di tutta una vita, epifanie nella nebbia di esistenze umbratili, coscienze inquiete ma sempre fluenti, personaggi incerti fra essere e non, operai, impiegati, commesse, sartine, uomini e donne qualunque. Fra le due guerre i narratori puri, robusti, di razza, se la videro particolarmente male. Lettissimi, sì, ma in segreto, e vergognosamente. Un pubblico di gente comune, poco esigente, per niente raffinata: quando vide ricomparire, decenni dopo, in nuove edizioni superbe, e con grandi sfarzi critici, certi autori di allora, una nobile, altera signora commentò: “Ma guarda, è tornato di moda? Erano libri che una volta si davano alle cameriere”.

  Eppure, anche alle spalle degli autori considerati criticamente più fini, c’erano i romanzieri veri, ipertrofici, lutulenti, prodighi di sorprese di trama, che non rinunciavano a un effettaccio neanche a morire. Non erano tanto le grandi narrazioni del Sette e dell’Ottocento a venir stigmatizzate da sperimentatori e modernisti, quanto semmai le secche del Naturalismo. E loro, gli algidi campioni delle ricerche sulle nuove forme di romanzo, invidiavano in segreto i potenti padroni di casa nelle lussuose dimore della narrativa dei tempi che furono: Dumas e Dickens, Trollope e Thackeray, George Sand e Balzac, appunto. «Io nasco in Balzac» diceva con orgoglio una delle più eleganti plasmatrici della prosa francese, Colette. E perfino i teorici del “romanzo sul niente”, come Flaubert, confessavano di avere fra i loro maestri belle signore romantiche e prolifiche, come George Sand, generose di storie e di “fatti” (proprio quelli di cui Virginia Woolf confessava amaramente di essere a corto).

  Leggere oggi un romanzo come Wann-Chlore fa riflettere sulla specificità preziosa del “romanzesco” allo stato puro, sulle idee che sottende, sulla sua funzione nella società in cui nacque come riflesso, diretto o distorto. Bisognerebbe poterlo leggere in segreto, abbandonandosi colpevolmente a un piacere proibito, come avranno fatto, all’epoca in cui fu scritto, tante ragazze di buona famiglia alle quali certi libri erano vietati. Ma anche tanti giovanotti curiosi di quel che passava nel cuore di quelle ragazze, le cui psicologie erano ignote. Leggevano anche loro, forse avidamente, maldestramente, e per entrambi i sessi quei romanzi erano probabilmente preziosi per comprendersi, per capire che coltivare due amori, e non l’unico e solo, come comandavano i dettami romantici e la quiete pubblica, non era soltanto possibile ma faceva anche parte degli innumerevoli segreti e delle altrettante contraddizioni che il cuore umano racchiude ostinatamente. Quelle pagine erano fonti di educazione sentimentale in epoche in cui, come Balzac e i più consapevoli romanzieri insegnano, la sopraffazione, il potere, il denaro, gli scontri di classe erano padroni incontrastati e feroci.

  Nelle mani di un abile, consapevole narratore, il genere romanzo poteva assumere una fisionomia enciclopedica: nozioni e intuizioni che oggi troviamo frazionate in testi specifici o trattati di psicologia, scienze sociali, economia e finanza, in un romanzo ben fatto potevano essere sintetizzate, e illustrate con esempi lampanti, in pagine efficaci che spiegavano – come nel caso di Wann-Chlore – le mestizie della vita di provincia e della piccola nobiltà di campagna, o i tormenti di una fanciulla oppressa da una mater terribilis, ingombrante, plenipotenziaria, invidiosa, bizzosa, asfissiante. Ma anche la vita solitaria di un uomo deluso; il rapporto fraterno con il suo intendente che, se devoto, diventa anche segretario galante; le manovre sentimentali che somigliano in modo allarmante a strategie militari. E poi il delirio del desiderio soffocato. La fissazione – idealizzante o narcisistica? – dell’amour-passion, in cui anelito all’indipendenza, bisogno di appagamento erotico e carnale, ansia di identificazione e bramosia di rivalsa si intrecciano inestricabilmente. Eugénie ama davvero il suo uomo tenebroso? O correrebbe anche fra le braccia del garzone del lattaio, pur di scappare dalla sua prigione domestica? Diventerà una ragazza con la valigia o con la pistola? Una Sandrelli sperduta in Io la conoscevo bene o un’emancipata Monica Vitti fuggita a Londra da un’opprimente Sicilia?

  Questioni simili venivano affrontate da quei romanzieri che si assumevano ogni giorno, davanti ai loro scrittoi, i compiti dei medici dei corpi e delle anime, dei geografi umani e sociali, dei parroci intenti a discernere fra colpe e peccati, innocenze e perversioni.

  Chi conosce Balzac scoprirà in Wann-Chlore motivi, stilemi, situazioni e prefigurazioni di personaggi di là da venire: una Eugénie che poi prenderà il nome di Grandet; l’incombere costante del destino; una musica proveniente da un luogo chiuso, note misteriose a cui la pianista affida tutte le sue ansie (come nella futura Duchessa di Langeais); un’innamorata che arriva al punto di farsi assumere come domestica pur di stare accanto all’oggetto della sua adorazione disperata. E, soprattutto, una critica feroce della nobiltà, con cui Balzac non chiuderà mai del tutto i conti, nel lungo duello di classe che è uno dei fondamenti della Comédie.

  L’importanza di questo romanzo è testimoniata dal fatto che gli è stato dedicato un convegno, nel 2007, all’Università di Macerata, come ricorda Alessandra Ginzburg. Raramente un incontro di studiosi viene organizzato per analizzare una sola opera “minore” di un pur grande autore – se non è la Vita nuova di Dante, per intenderci; questo fa pensare alle fluttuazioni di valore che i testi incontrano nella loro vita culturale, talvolta inconsuete, spesso imprevedibili, come imprevedibile è la perfetta misura nell’equilibrio strutturale del romanzo, che sembra matematicamente costruito, a dispetto della fama di autore fluviale e debordante che ancora qualcuno attribuisce a Balzac: circa 150 pagine per la prima e la seconda parte, più o meno 100 la seconda, accuratamente divisa in due metà di 50 ciascuna.

  Infine, e ciò che più conta in un’edizione italiana, la traduzione, firmata da Mariolina Bertini. Dimostra l’essenzialità di un elemento di cui ormai raramente si considera il valore imprescindibile: l’esperienza; studiosa raffinata di letteratura francese, Mariolina Bertini ha da sempre un debole per gli scrittori dall’immenso fiato narrativo, autori di opere ciclopiche, come Proust e, appunto, Balzac. Ha curato indimenticabili edizioni della Recherche e di molte altre opere proustiane, per Einaudi (come le Cronache mondane e letterarie), e della Comédie per i «Meridiani» di Mondadori.

  Il suo stile critico appartiene all’aristocratica tradizione di Giovanni Macchia e di Francesco Orlando, intramontabile come la vera eleganza, e come la vera eleganza fatto di perfetta purezza, estrema leggibilità, costellazioni di idee e spirito brillante, molto francese ma anche britannico, in una parola, europeo (senza nulla togliere, sia ben chiaro, alle consuetudini esegetiche americane, che virano, però, ormai troppo verso un solipsismo culturale e avanguardistico a volte difficile da seguire).

  Si sente che Mariolina Bertini si diverte, traducendo, che ama il suo testo e le atmosfere di cui è intriso. Il suo tono ha la leggerezza di un ballo e la naturalezza di chi sa di cosa sta parlando, conosce i labirinti del fraseggio dell’autore, lo tratta da fratello nato in un’altra famiglia linguistica imparentata strettamente con la sua, e si comporta da sorella accorta e coscienziosa, sa contenere i suoi guizzi quando potrebbero apparire esagerati e mettere in luce i suoi pregi, come avranno cercato di fare le Brontë con il loro amatissimo Branwell, ma per fortuna Honoré non era alcoolizzato, soltanto caffeinomane.

  Dopo Wann-Chlore ho letto After Dark di Haruki Murakami, e ho fatto male. Mi venivano in mente le parole di un bravo cantautore come Samuele Bersani: «Sei solo la copia/ di mille riassunti».

 

 

  Giulio Silvano, Libri. Honoré de Balzac, “Pierrette”, Sellerio, 400 pp., 14 euro, «Il Foglio», Milano, 25 marzo 2021, p. 3.

 

  Nessuno, nella storia della letteratura, descrive così bene gli interni delle case come Balzac. In Pierrette (ben tradotto da F. Monciatti), la casa raccontata in ogni sua venatura è quella dei Rogron, fratello e sorella, che tornano nella cittadina natia dopo aver accumulato sufficienti denari per costruirsi una magione che faccia invidia ai borghesi della zona. “Ogni mercante aspira alla condizione del borghese”, ma la costruzione della loro piccola reggia nella Champagne non basterà a renderli soddisfatti e tutte le loro frustrazioni troveranno sfogo nell’adolescente Pierrette. Cresciuta in una casa di riposo coi nonni, quando viene spedita dai cugini Rogron la piccola viene trasformata in una serva. La ragazzina, che “non ha avuto altra educazione se non quella della natura”, si trova catapultata in una nuova “atmosfera morale”, dove le tipiche lotte balzacchiane di ambizione, arricchimento e riconoscimento sociale vincono sul benessere e sulla sopravvivenza dei più fragili. Piange Pierrette e non sa perché, soffre, ammalata di mali senza nome, come una Cenerentola martire.

  Pensare che questa storia nasceva come omaggio ad Anna, la figlioletta dell’amata Evelina Hanska ... Invece Pierrette diventa uno degli episodi più cupi e strazianti della Comédie Humaine, e nella dedica Balzac quasi se ne scusa: “Come mai posso dedicarvi una storia piena di malinconia?”. E’ come se il romanziere francese non riuscisse a frenarsi nel descrivere la perfidia umana, ancora più del suo solito. Siamo negli anni Trenta dell’Ottocento e Balzac sfiora il cinismo, è borderline nichilista, per via di una situazione politica in cui non solo sembrano ormai irrecuperabili i valori aggreganti dell’ancien régime, ma anche l'aristocrazia finisce per cedere alle nuove regole sociali del denaro a scapito di qualsiasi ideale. La borghesia ha vinto. Troppe persone, come i Rogron, vedono la propria intelligenza “completamente assorbita dai meccanismi del loro commercio”. Oggi, nell’epoca della cancel culture, scuote l’uso libero – ed efficace – di una fisiognomica etnologica ispirata da Lavater per descrivere la meschinità umana e vedere l’anima grottesca dei personaggi: zitelle avare, bottegai arrivisti, avvocati vanitosi, acrimoniosi ex napoleonici, crudeli antiborbonici, gesuiti severi. Personaggi di una provincia che è “ridicola quando vuole scimmiottare Parigi”.

  Evviva Sellerio che in questa bella carta ruvida riporta le opere di Balzac curate con una meticolosità invidiabile da Pierluigi Pellini. Nella postfazione Pellini ci aiuta a capire come mai, noi lettori postmoderni, non riusciamo più a empatizzare con i buoni – come la povera Pierrette – intrisi ormai di un relativismo che ci rovina ogni forma, anche così ben scritta, di dramma umano.



  Agnese Silvestri, L’utopie réparatrice de la faute et les contradictions du récit romanesque: «Le Curé de village» de Balzac, in AA.VV., L’utopie sociale dans la littérature française du XIXe siècle sous la direction de Brigitte Diaz et Agnese Silvestri, «Francofonia», 81, Anno XLI, Autunno 2021, pp. 67-83.



  Stenio Solinas, La «commedia umana» all’epoca dei social, «il Giornale», Milano, Anno XLI, Numero 234, 6 settembre 2021, p. 24.



  Leo Spitzer, La formazione di parole in Balzac, in Rabelais. La formazione di parole come strumento stilistico. Con un’appendice sui “Contes drolatiques” di Balzac. A cura di Lucia Assenzi e Davide Colussi, Macerata, Quodlibet, 2021(«Saggi», 58), pp. 267-319.

 

 

  Cristina Taglietti, La letteratura e Napoleone. La guerra di Tolstoj, l’ ‘Ei fu’ di Manzoni, «Corriere della Sera. La Lettura», Milano, n. 490, 18 aprile 2021, p. 13.

 

  Balzac, che teneva nello studio una statuina di Bonaparte dove aveva scritto «Quel che lui non è riuscito a finire con la spada, lo realizzerò io con la penna», in Una tenebrosa vicenda lo immortala in una pausa della battaglia di Iena, con la divisa e gli stivali lordi di fango e il «pallido e terribile viso da Cesare».

 

 

  Mario Tesini, “Albert Savarus”, un romanzo a suo modo politico, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 79-88.

 

 

  Paolo Tortonese, Balzac. Dopo che il pianto e il riso si sono ritirati, «il Manifesto. Alias domenica», Roma, anno XI, N° 16, 18 Aprile 2021, p. 4.

 

  Altro che uguaglianza e fraternità: alla Rivoluzione è seguita una giungla democratica governata dal denaro e dal sopruso. Emblema delle vittime, “Pierrette” è la ingenua protagonista di un capitolo tra i meno conosciuti della “Comédie” da Sellerio.

 

  Romanzo preziosissimo, commovente e cinico, storico e satirico, turpe e morale, Pierrette è una perla sperduta nell’oceano della Commedia umana, uno di quei libri che non si finisce mai di interpretare, perché è difficile ingabbiarlo in una formula, e ogni senso che gli attribuiamo ne fa sorgere un altro e poi un altro ancora. Romanzo riuscito, senza dubbio, ma anche imperfetto, come sempre nell’opera di un romanziere a cui si perdonano volentieri tutte le imperfezioni, anche tutti i difetti, perché pesano così poco sul piatto della bilancia, rispetto al contrappeso delle sue straordinarie qualità.

  Ha fatto bene Pierluigi Pellini a pubblicare Pierrette da Sellerio (pp. 400, € 14,00) in una piccola serie in cui ha già inserito Honorine, Albert Savarus, Il parroco di Tours e alcuni altri titoli non famosissimi di Balzac. La piacevole traduzione di Francesco Monciatti rende accessibile al pubblico italiano un romanzo da molti decenni assente dalle librerie italiane. Non si dirà mai abbastanza quanto sia difficile tradurre Balzac, e quanto si debba esser grati a coloro che vi si dedicano.

 

  La Storia, macchina ineluttabile.

 

  Pierrette è una vittima innocente, una ragazza buona, sbadata, ingenua, allegra, che si ritrova in mezzo agli ingranaggi della macchina sociale e ne è triturata, schiacciata, annientata. Quella di Pierrette è una storia minuscola nella grande Storia, il racconto della vita di una ragazzina di campagna nel bel mezzo della Restaurazione e all’inizio della monarchia di Luglio, ma Balzac a mostra non solo la pochezza dell’individuo e l’immensità del sistema, ci mostra anche tutti gli ingranaggi intermedi che fanno in modo che tra l’uno e l’altro ci sia continuità, e che nessun essere umano sfugga, nel mondo moderno, al terribile imperativo di farsi un posto al sole. Per riuscirci, tutte le bassezze sono possibili, nelle alte sfere del potere, in quelle intermedie degli affari, dell’opportunismo, del compromesso, del cinismo, e fino alla sfera bassissima di coloro che non ce la fanno, che non possono strappare neanche un’oncia di quel potere ormai alla portata di tutti, nella società democratica.

  Percorso da un terribile interrogativo morale, il romanzo è quindi la descrizione particolareggiata del meccanismo ingiusto ma ineluttabile dell’interesse, del sopruso, della vigliaccheria, che abitano ormai a tutti i piani dell’edificio sociale, da quando la Rivoluzione ha imposto l’uguaglianza. Lungi dall’essere il mondo della fraternità, secondo Balzac quello che è seguito al trionfo dei Diritti dell’uomo è il mondo dell’egoismo e del conflitto, la giungla democratica in cui tutti i colpi sono permessi, in cui il denaro decide di ogni comportamento e distrugge ogni affetto, tranne il più antico e più umano, l’amor proprio.

  La povera Pierrette è fatta a pezzi dalla grettezza di parenti bottegai arricchiti, prima adulata ma poi abbandonata da famiglie nobili o notabili in guerra tra di loro; si trova in mezzo a odii, interessi politici, economici, guerre famigliari e concorrenze simboliche, di cui non sospetta neppure la profondità. Il colpo finale le sarà inferto dal capovolgimento politico del 1830, ondata che da Parigi arriva fino alle sponde più remote della vita di provincia. È difesa da due soli eroici personaggi; il suo innamorato, un operaio poco più che adolescente, e la vecchia nonna contadina. In questi personaggi si rifugia quel poco di nobiltà d’animo che ancora si può incontrare nel mondo post-rivoluzionario.

  Guerra tra buoni e cattivi, molto squilibrata, certo, ma comunque effettiva e radicale, come in quel genere drammatico che i francesi chiamano mélodrame (che non va confuso con il nostro melodramma lirico), in cui agli inizi dell’Ottocento si affrontavano sulla scena un personaggio vittima innocente e il suo perfido persecutore. Nel mélodrame il bene e il male sono forze che agiscono nella realtà, incarnate da personaggi fissi in uno scontro manicheo, come ha spiegato in The Melodramatìc Imagination, celebre libro del 1974, il grande critico americano Peter Brooks. E in Balzac questo conflitto morale è perlopiù sotterraneo, celato dalla complessità sociale, dal moltiplicarsi dei personaggi e delle vicende, dalla storicità dell’ambientazione, ma nondimeno effettivo e decisivo.

  In Pierrette sembra manifestarsi in superficie, invece di celarsi nel profondo: per questo il romanzo è stato spesso giudicato uno dei più melodrammatici dell’intera Commedia umana. Ma naturalmente ciò non vuol dire che sia un mélodrame in senso stretto, né che la struttura elementare di questo genere teatrale possa render conto di tutta la sua complessità. Il punto di vista del bene non è solo indebolito, ma confrontato a un profondo scetticismo antropologico e storico: i buoni a volte sembrano insignificanti e incapaci, di fronte alla potenza dei cattivi, e la conclusione del romanzo sfiora l’idea che in fondo l’infamia sia la sola realtà possibile, e che sia quasi giusto che chi cerca di opporvisi sia spazzato via. La Storia è ineluttabile, la Società deve continuare a funzionare, come una macchina che espelle i detriti mutili al suo funzionamento. Per questo la teoria del capro espiatorio di René Girard è stata utilizzata per spiegare Pierrette, da Mariolina Bertini in un articolo di qualche anno fa. Il melodramma teatrale ha di solito un lieto fine, il romanzo di Balzac non può finir bene, perché al bene non si oppone soltanto il male, ma anche la consapevolezza di come va il mondo, da sempre, e più che mai da quando la modernità economica e politica lo ha trasformato.

  Ma come si fa a far stare insieme, in un solo romanzo, l’intelligenza lucida della realtà e le due cose che, secondo Spinoza, la impediscono. cioè il pianto e il riso? Il pianto melo- drammatico, l’intensità patetica, con cui partecipiamo alle sofferenze di Pierrette, il riso con cui reagiamo alle piccolezze dei suoi persecutori parvenu, e lo sguardo storico, sociologico, oggettivo, con cui consideriamo gli andamenti della lotta di classe in Francia e i loro intrecci con i regimi politici che si succedono. I critici marxisti tendevano a pensare che questa terza componente si potesse isolare dalle prime due; oggi la critica è più propensa a credere che questi diversi elementi siano difficilmente separabili, ma tutti stentiamo a definire in modo nuovo i loro rapporti.

 

  Lacrime asciugate.

 

  Pierluigi Pellini, nella bella postfazione al romanzo, fa vedere come il comico ci sia altroché, ma anche come si spenga nell’assenza di un punto di vista capace di reggerlo fino in fondo (come nel riso volteriano, che giudica dall’alto i pregiudizi); e, simmetricamente, come le lacrime compassionevoli finiscano per asciugarsi nell’accettazione della realtà così com’è. Ciò che è stato spesso chiamato il serio, per distinguerlo contemporaneamente dal tragico e dal comico, è forse questo residuo, quel che resta dopo che il riso e il pianto si sono ritirati, ma che forse non esisterebbe se non ci fossero stati.

 

 

  Federico Trocini, Da Balzac a Sombart. “César Birotteau” e le mutazioni antropologiche del borghese, in AA.VV., Balzac politico ... cit., pp. 31-46.



  Davide Turrini, “Venezia 78, Illusions Perdues”: l’apologo storico sulla corruzione della stampa (e la nascita del capitalismo) ammalia il Lido, «Il Fatto Quotidiano», Roma, 5 settembre 2021.


  Bernardo Valli, La stampa di Balzac e i social di oggi, «L’Espresso», Roma, Anno LXVII, N. 45, 31 ottobre 2021, p. 98. 

 

  Biagio Verdicchio, Il «caso Balzac». Nel libro di Giuseppe Guizzi una nuova chiave di lettura per apprezzare la bellezza e la verità dei romanzi del grande scrittore, ‘paginasette’, 5 febbraio 2021. [on-line].

 

 

 

 

Convegni, Conferenze, Seminari e Corsi Universitari.

 

 

  AA.VV., Littérature et économie: relire «La Maison Nucingen» de Balzac. Journée d’études internationales organisée par Luca Pietromarchi et Francesco Spandri, Roma, Fondazione Primoli, 19 novembre 2021 :

 

  Francesco Spandri, Le banquier et ses multiples visages dans «La Comédie humaine»;

  Alexandre Péraud, «La Maison Nucingen» ou le dérèglement dans tous les sens;

  Éric Bordas, «La Maison Nucingen» ou «Histoire de la grandeur et de la décadence d’Eugène de Rastignac»? Une poétique de la contre-lisibilité;

  Claire Pagnol, Histoire d’un pigeon: description d’un monde social soumis à la chrématistique;

  Erik Leborgne, Ruissellement et ramification: «La Maison Nucingen» comme réécriture balzacienne du «Neveu de Rameau»;

  Christophe Reffait, Un savoir sans romanesque;

  Bruna Ingrao, Rumeurs, opinions et asymétries d’information dans le fonctionnement des marchés financiers.



  Mariolina Bertini, Rodin e Balzac: il romanzo di una statua, “Conversazioni in Accademia”, Torino, Accademia delle Scienze, Youtube, 11 gennaio 2021. [on-line].



  Vincent Bierce, «Donnez, s’il vous plaist, ung peu plus de vollée à voz cloches»: impuissance et autorité dans les «Contes drôlatiques» de Balzac, in AA.VV., Figurations de l’impuissance Échec et création littéraire du XIXe au XXIe siècle, Université «G. d’Annunzio» de Chieti-Pescara Département de Lingue, Letterature e Culture Moderne, 2 dicembre 2021.

 

 

  Angela Di Benedetto, L’ambizione sociale attraverso le opere di Balzac, Maupassant e Stendhal, Università degli studi di Foggia, Piattaforma e-learning di Ateneo, 6 maggio 2021.

 

  Incontro rivolto alle classi quarte e quinte del Liceo linguistico Poerio di Foggia.



  Carlo Tirinanzi De Medici, Le scritture dell’Altro: «Fare concorrenza allo stato civile» (XIX secolo). Tra cronaca e romanzo di formazione: Balzac, “Illusioni perdute”, Università degli studi di Torino, Dipartimento di Lingue e Letterature straniere e Culture moderne – Letterature comparate, Anno accademico 2020/2021.

 

 

 

 

Eventi.

 

 

  Piero Dorfles (a cura di), Un libro in tre minuti. “Commedia umana” di Honoré de Balzac, a cura di Piero Dorfles, Network TV2000 – InBlu 2000, 21 marzo 2021.

 

 

  AA.VV., Presentazione del libro di Giuseppe Guizzi, Il “Caso Balzac”. Storie di diritto e letteratura. Sono intervenuti: Claudio Colombo, Andrea Zoppini, Massimo Onofri, Giuseppe Guizzi, 9 aprile 2021, Piattaforma Teams.

 

 

  GdL Oglio/Casa Jannacci, Eugénie Grandet di Honoré de Balzac ... Incontro in videoconferenza, 27 Aprile 2021.



  Illusions perdues. Regia di Xavier Giannoli. Interpreti: Benjamin Voisin, Cécile de France, Vincent Lacoste, Xavier Dolan, Salomé Dewaels, Jeanne Balibar, Gérard Depardieu, André Marcon, Louis-Do de Lencquesaing, Jean-François Stévenin, Venezia, Mostra internazionale del Cinema, 5-6 settembre 2021.



  Eric Bordas, Les Masques de Balzac dans ses lettres à Madame Hanska, in AA.VV., Les masques de l’écriture. Colloque international de la Società Universitaria per gli Studi di Lingua e Letteratura Francese, Università di Palermo, Complesso Monumentale dello Steri, 15 settembre 2021.



Marco Stupazzoni

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