mercoledì 21 aprile 2021



2020

 

 

Edizioni bilingue.


  Honoré de Balzac, Passione nel deserto seguito da Cenno biografico e storico sul signor Martin e altri testi. Introduzione e traduzione a cura di Brigitte Battel. Con testi originali a fronte, Lanciano, Carabba, 2020 («Testi e ricerche. Studi di cultura francese e italiana»), pp. 249; ill.

Struttura dell’opera:

Brigitte Battel, Apologia del “dresage amoureux”, pp. 13-65;

Une passion dans le désert. Passione nel deserto, pp. 66-95;

Notice biographique et historique sur M. Martin. Cenno biografico e storico sul signor Martin, pp. 96-107;

Notice sur M. Henri Martin en sa ménagerie par M.***. Nota del signor Henri Martin e il suo serraglio da M.***, pp. 108-121;

Voeux et Réflexions de plusieurs Amateurs des Sciences naturelles. Voti e riflessioni di numerosi cultori delle Scienze naturali, pp. 122-127;

Articles de presse et autres textes. Articoli di stampa e altri testi, pp. 128-247.


 

Traduzioni.

 

 

  Honoré de Balzac, Addio, a cura di Maurizio Ferrara, Bagno a Ripoli (Firenze), Passigli Editori, (gennaio) 2020 («Le Occasioni. Piccola Biblioteca Passigli»), pp. 97.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Maurizio Ferrara, Prefazione, pp. 5-18;

  Addio, pp. 19-92;

  Note al testo, pp. 93-96.

 

  Prefazione, pp. 11-17. Il dramma privato dei singoli personaggi si unisce al dramma collettivo, anzi prende origine proprio da quella catastrofe storica, a parte un’origine più lontana, che è sottintesa, estranea alla trama, ovvero la nascita dell’amore di Philippe e Stéphanie, il matrimonio probabilmente forzato della giovane che, prima della Beresina, era stata una «donna seducente, gloria di un amante, regina dei balli parigini». Quanto alla scena bellica del 1812, è inserita come un lungo flashback, tra gli altri due capitoli che compongono il breve romanzo, ambientati dal settembre 1819 ai primi del 1820, con un rapido epilogo nel 1830. E non solo cambia la cronologia, ma anche, oltre al tema, il tono della narrazione, il cui inizio richiama il racconto di genere fantastico e la poesia delle rovine tanto in voga [...].

  La Storia con la maiuscola riappare dunque alla fine di Adieu e, ancora una volta, la Beresina si rivela «funesta». Eppure lo psicodramma, per usare un termine moderno, ha successo, dato che Stéphanie, drogata con un po’ di oppio e trasportata di notte sul luogo della messinscena, riconosce al risveglio quel paesaggio innevato, vede i bivacchi incendiati, la zattera nel fiume gelato, e pronuncia il nome di Philippe: «Dio in persona scioglieva per una seconda volta quella lingua morta e infondeva di nuovo il suo fuoco in quell’anima spenta». Con l’aiuto divino, secondo Balzac, l’esperimento è insomma riuscito, almeno nei primi istanti, ma poi l’abbraccio nel quale si stringono i due amanti è l’ultimo: Stéphanie muore stroncata dall’emozione, «come se l’avesse colpita un fulmine».

  Il finale pessimistico fa di Adieu un «racconto filosofico», con un’eventuale lezione da tenere a mente: Stéphanie viene uccisa dall’idea di felicità. Quanto allo strumento, è la passione dell’amante, è la sua cieca e colpevole ossessione di guarirla, e inoltre Philippe ha già la colpa di avere abbandonato l’amante sulla Beresina, anche se ha agito per generosità. Ma in realtà Adieu, opera complessa e raffinata, aperta a diverse letture e pronta ad alternare il meraviglioso al realismo, è un racconto che è parso inclassificabile allo stesso Balzac.

 

 

  Honoré de Balzac, La cugina Betta. Introduzione e note di Maurice Allem. Traduzione di Ugo Déttore Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2020 («BUR. Classici moderni»), pp. XLI-518.

 

  Cfr. 1978 e successive ristampe.

 

 

  Honoré de Balzac, Eugénie Grandet. Traduzione italiana di Grazia Deledda, Roma, Ecra Edizioni del Credito Cooperativo, 2019 (ma finito di stampare nel gennaio 2020), pp. 261.

 

  Il romanzo balzachiano è preceduto da una breve nota biografica sul romanziere francese (pp. 9-12) nella quale l’anonimo compilatore si sofferma in maniera alquanto sommaria sul valore dell’opera: «Nel contrapporre la generosità di Eugénie all’egoismo del padre, Balzac riesce a costruire una cornice narrativa avvincente e a smascherare le ipocrite consuetudini sociali» (p. 11).

 

 

  Honoré de Balzac, Ferragus. Introduzione di Lanfranco Binni. Traduzione di Barbara Besi Ellena, Milano, Garzanti, (marzo) 2020 («I grandi libri»), pp. LXI-113.

 

  Cfr. 1977, per la traduzione; 1998; 2006.

 

 

  Honoré de Balzac, Illusioni perdute. Traduzione di Dianella Selvatico Estense e Gabriella Mezzanotte; con uno scritto di Alessandro Piperno, Milano, Oscar Mondadori, (novembre) 2020 («Oscar classici», 239), pp. XLIV-753.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Alessandro Piperno, Il destino umano, pp. V-XVII;

  Cronologia, pp. XIX-XXX;

  Bibliografia, pp. XXXI-XLI;

  Gabriella Mezzanotte, Avvertenza, pp. XLIII-XLIV;

  Illusioni perdute, pp. 1-728;

  Gabriella Mezzanotte, Una mappa per leggere “Illusioni perdute”, pp. 729-752.

 

  Cfr. 2012.

 

 

  Honoré de Balzac, Wann-Chlore. Jane la pallida. Traduzione di Mariolina Bertini. Introduzione di Alessandra Ginzburg, Firenze, Edizioni Clichy, (febbraio) 2020 («Père Lachaise»), pp. 479.

 

  Struttura dell’opera:


  Alessandra Ginzburg, Wann-Chlore. Un abbozzo di vita privata, pp. 5-51. [Cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici];

  Mariolina Bertini, Nota della traduttrice, pp. 53-56;

  Wann-Chlore, pp. 57-479.

 

 

 

 

Studî e riferimenti critici.

 

 

  AA.VV., Séduction et vengeance: «La Cousine Bette» de Balzac. Cinq leçons, a cura di Luca Pietromarchi et Agnese Silvestri, Roma, RomaTre Press, 2020 («Xenia. Studi linguistici, letterari e interculturali»), pp. 89.

 

 

  Alessandro Barile, Lucien de Rubempré e l’infanzia della Rivoluzione, ‘L’Ordine Nuovo. Rassegna di politica e cultura comunista’, 19 giugno 2020. [on-line].

 

  «Da vent’anni, vedo il mondo dalla parte del rovescio, nel suo sottosuolo, e ho capito che nell’andamento delle cose c’è una forza che voi chiamate Provvidenza, che io chiamavo caso, che i miei compagni chiamano fortuna».

 

(Balzac, Splendori e miserie delle cortigiane, 1838-1847).

 

  Scrivere di Balzac significa esporsi inevitabilmente all’infortunio. La possibilità di dire qualcosa di originale è un’illusione; la certezza di fallire, talmente manifesta, si presenta infine come invito a rischiare. Eppure qualcosa ci convince della necessità, oggi, di rileggere Balzac: una vicenda dell’uomo si è conclusa, quella della maturità delle lotte di classe e del socialismo. Prendere atto di questo fatto non significa arrendersi o rinunciare. Piuttosto, e nonostante il Novecento, significa ricominciare da dove si era partiti: sconfitta la Rivoluzione e restaurato l’ordine, questo 2020 ci ricorda il 1820. Ed è qui che comincia l’educazione sociale di Lucien Chardon, il protagonista di Illusioni perdute. Una società che trasuda vendetta: la Rivoluzione non appare davvero “sconfitta”, l’ordine non può essere veramente “restaurato”. È una messa in scena, possibile solo a patto di accettare l’irruzione della storia – ovvero la borghesia al banchetto regale – però annichilendola: è invitata solo quella borghesia che si uniforma ai valori della nobiltà in crisi, che ne accetta i privilegi e ne acquisisce le abitudini. Per chi non sta al gioco c’è la ghigliottina, tragico détournement che allevia le ansie di un’aristocrazia che non può che vivere in uno stato di transitorietà, stritolata dalla borghesia in ascesa e da un popolo umiliato ma non annientato, che si agita e si ricorda: del ’93, della ghigliottina, del terrore. Non sa più come si fa, ma sperimenta, si ingegna, in un’infanzia che presto diverrà adolescenza: le giornate di luglio del 1830 sono là a dimostrarlo, e la “cronaca” delle illusioni borghesi alle soglie della rivolta affidate ad un altro protagonista del realismo francese: Julien Sorel. Qui scopre una realtà che si presenta subito in forma insostenibile, un consorzio di interessi che lo attrae e lo rovina. Ogni evento è il risultato di percorsi tortuosi e segreti: le relazioni umane sono improntate al tradimento e al sotterfugio; il denaro è il mezzo, il potere l’obiettivo di una pletora di figure sociali che lottano in un duello esiziale, che impone l’accordo temporaneo solo in funzione di una lotta ancor più estrema nel futuro immediato. Una lotta che però, anche nei suoi momenti più duri, prevede sempre l’accomodamento. Non è una vera lotta per sopravvivere, ma per affermarsi. Dentro questo percorso di affermazione personale, Lucien – pur carico, a parole, di propositi edificanti – cede immediatamente alle sirene della corruzione. Una corruzione umana, professionale, amorosa. Tutto può costituire la contropartita dell’ascesa sociale: una donna, la propria aspirazione letteraria, le amicizie che nel frattempo si crea nella buona società parigina, persino i legami famigliari.

  Lucien dunque si corrompe con rapidità sintomatica, perché le sue illusioni si presentano proprio in quanto tali. Il protagonista non ne riconosce l’essenza – per l’appunto – illusoria, ma ne saggia la solidità, pressoché impalpabile. È pronto a vendersi perché ogni modello sociale da lui conosciuto è sul punto di farlo, ed è un’intera società che si presenta in forma alienabile (e dunque alienata). Ebbene, questo apprendistato alla realtà, questa educazione sociale che Lucien compie attraverso durissime lezioni e ancor più rovinose cadute, affrontate con l’animo leggero dell’illuso incantato dalle promesse, un percorso che si dipana da queste Illusioni perdute per finire con Splendori e miserie delle cortigiane, cosa ci racconta della nostra società?

  In Balzac tutto è macchinazione. Le sue storie non fanno che presentare l’apparente e il nascosto della società francese tra la restaurazione e la metà degli anni Quaranta, un rapporto che è sempre di causa ed effetto: lo “studio dei costumi”, e cioè la società che si presenta per quello che si vede, è sempre il risultato di azioni profonde, segrete, che determinano la realtà, la creano a prescindere e a discapito degli interpreti momentanei. Come ebbe a dichiarare illustrando la sostanza della sua commedia umana.

  Alla base dell’edificio gli studi dei costumi, che rappresentano gli effetti sociali. La seconda parte è costituita dagli studi filosofici, poiché, dopo gli effetti verranno le cause. Poi, dopo gli effetti e le cause, si devono cercare i principi. I costumi sono nello spettacolo, le cause sono nei retroscena e nelle macchinazioni. I principi, è l’autore, ma, man mano che l’opera raggiunge in spirali le altezze del Pensiero, essa si misura e si condensa. L’essenza stessa delle relazioni sociali è presentata in forma di complotto. La storia è complotto, ci dice Balzac, e cioè: per capire davvero la realtà, bisogna andare oltre la sua narrazione apparente, oltrepassare il confine dei costumi, della cultura, delle relazioni manifeste, delle idee, dei fatti semplici. Ovvero: delle illusioni. Non è dalla quotidianità, cioè dalla realtà immediata, che è possibile scorgere il significato delle forze che si agitano nella sua profondità. In questo c’è l’anima stessa di quel realismo che aveva impressionato Marx ed Engels, «di gran lunga maggiore di tutti gli Zola del passato», per dirla con le parole dello stesso Engels.

  Affermare, come va di moda fare oggi da parte di certuni smaliziati e scaltri commentatori di sinistra, che “i complotti non esistono”, significa ritornare alle soglie del socialismo, alle sue stesse origini storiche, posizionandosi però dalla parte dei legittimisti, difendendo la realtà apparente. Anche Balzac scriveva alle soglie del socialismo, impregnato di utopismo e quindi innocuo, ma colmo di fiducia e quindi potente. E scriveva da convinto sostenitore della reazione, credeva in quei valori che la storia aveva reso anacronistici, e se ne rammaricava. In lui non c’è nostalgia gattopardiana, ma avversione e rassegnazione al nuovo ordine sociale e politico che si presentava, dal suo punto di vista, come oramai inevitabile. Eppure, nel raccontare la società ne svela anche i suoi segreti, perché interessato a condannarli.

  Quel che invece non poteva fare Balzac – sebbene i vertici della commedia umana sembrano predisporsi a superare anche questo limite – era inquadrare i fenomeni sociali da lui descritti non dentro verità profonde composte di altri fenomeni, cioè quel complotto di sottofondo che costituisce il lato oscuro correlato e necessario che informa lo sviluppo delle relazioni capitalistiche, ma dentro un’essenza delle relazioni sociali che spiega tanto la realtà apparente quanto il complotto necessario. Il complotto, dunque, esiste veramente (amara verità per quei commentatori di sinistra smaliziati e scaltri), ma non è questo che spiega la società, la sua evoluzione, il suo significato (e qui si situa il limite del “complottismo”, che riduce la realtà a macchinazione personale, a sommatoria di interessi privati e indicibili). La realtà – ed è una delle tracce più interessanti da seguire in Balzac, per cogliere fino a che punto la commedia umana procedeva emancipandosi dalle idee del suo autore e dai limiti del suo tempo – si riproduce in forma impersonale, servendosi però dei soggetti che la compongono e la animano. Nei due romanzi – in realtà in tre romanzi: oltre che Illusioni perdute e Splendori e miserie delle cortigiane, va aggiunto, come premessa temporale indispensabile, Papà Goriot – trova però posto un personaggio che personifica tanto il disincanto quanto la presa di coscienza: Jacques Collin, ovvero il Vautrin di Papà Goriot e il Carlos Herrera di Illusioni perdute e Splendori e miserie delle cortigiane. È la figura del cinico, di chi ha capito e, forte di questa presa di coscienza, volge a suo favore i segreti del meccanismo sociale. L’estremo realismo, d’ispirazione machiavelliana, ne fa un deus ex machina degli altrui destini, e in primo luogo proprio di Lucien de Rubempré. Ma è un realismo sprovvisto di ideologia, ancora incapace di organizzare un discorso collettivo. A mancare, e non poteva essere altrimenti, è la politica, intesa come comunità di destino degli sfruttati e non come, anche qui, macchinazione delle classi possidenti. Quella politica che, in forme embrionali, ingenue e illusorie, farà la sua comparsa in Jean Valjean o in Frédéric Moreau, e cioè con Hugo e Flaubert che scrivono, per l’appunto, a Quarantotto avvenuto. Balzac lo sente, e prova ad anticiparlo.

  Collin è il Mefistofele goethiano, e poi il Parvus di Solženicyn. Colui che pensa di manovrare la realtà in forma speculare a quel movimento di cui ne ha compreso l’essenza. Non può che essere il re della società criminale, cioè il capo dell’antistato illegale. In assenza di politica, non potrà infine che diventare il capo della polizia segreta, sulle orme di quel Vidocq grande criminale e, infine, grande capo della Sûreté francese. Destini che si incrociano e si confondono, perché tutti pensati dentro uno scontro tra soggetti coscienti, piuttosto che manovrati dal caso e dalla storia. Eppure, alla fine della sua vicenda, contrattando oramai la sua nuova vita “legale” – o meglio: mettendo la sua educazione criminale al servizio di un’altra forma di “criminalità”, stavolta legalizzata – Collin-Balzac lascia intuire, con l’uso dell’imperfetto, il possibile compimento di una vicenda: «Da vent’anni, vedo il mondo dalla parte del rovescio, nel suo sottosuolo, e ho capito che nell’andamento delle cose c’è una forza che voi chiamate Provvidenza, che io chiamavo caso, che i miei compagni chiamano fortuna». Se polizia e criminalità continuano ad affidarsi chi alla provvidenza chi alla fortuna, nel Collin all’apice del suo “realismo” si avverte un cambiamento. Per concludere: Balzac illustra lo stato di coscienza del suo tempo, così simile al nostro. Rileggerlo oggi può attivare nuovi processi interpretativi, soprattutto nei più giovani. Può insegnare, oggi più di qualche decennio fa, a capire meglio la realtà. Una realtà parziale, ma non meno “vera” della smaliziata impotenza di quei commentatori di sinistra figli dello scorso secolo, e proprio per questo impreparati a capire questi, di anni. La morte di Rubempré è la morte delle illusioni, certo; ma la strada del disincanto è faticosa: non esistono “pasti gratis”, neanche in politica. Occorre passare, forse, per nuove e ingenue speranze. Balzac può aiutare a metabolizzare l’inevitabile perdita di ogni illusione, porta d’accesso alle ragioni della rivoluzione.

 

 

  Riccardo Benedettini, «L’humanité n’est pas simple». Gide lecteur de Balzac, «Bulletin des Amis d’André Gide» , vol. 207/208, automne 2020, pp. 61-81.

 

  Nel gennaio 1910, André Gide scrive a proposito di Sur Catherine de Médicis d’Honoré de Balzac: «Ce livre trop peu connu; livre inégal, mais plus que souvent admirable, un des plus intelligents que Balzac ait écrits».

 

 

  Vicent Bierce, «Dieu livra le monde aux discussions»: “La Cousine Bette”, ou “Le Catéchisme social” romancé, in AA.VV., Séduction et vengeance: «La Cousine Bette» de Balzac. Cinq leçons ... cit., pp. 57-72.

 

  La Cousine Bette est un roman fondamentalement politique qui peut être lu comme une application romanesque des thèses développées dans Le Catéchisme social, comme une représentation dans et par le roman des ravages de la démocratie et de l’égalité. Plus encore: cet état dégradé de la société moderne dénoncé par l’auteur apparait comme un symptôme des temps modernes dû à une seule et unique cause: la parole partagée. Essentielle à cet égard nous apparaît la citation biblique mise en exergue dans la dédicace au prince de Téano qui précède le récit: «Dieu livra le monde aux discussions». Car dans La Comédie humaine, le terme discussion, lorsqu’il ne renvoie pas aux conversations mondaines, ennuyeuses ou spirituelles, des salons, revêt un sens politique quasiment toujours péjoratif. Balzac ne cesse en effet d’attaquer la discussion, cette « harpie moderne » qu’il associe régulièrement au «principe électif», à la démocratie et, partant, à «l’esprit d’examen»: autant de principes dissolvants pour la société qui ont historiquement tout à voir à ses yeux avec le protestantisme. Le lecteur est ainsi invité à lire l’ensemble du roman à partir de cette citation biblique à laquelle il faut donner tout son sens politique et théologique: si le roman travaille contre le système idéologique dont il dépend, c’est en représentant une société post-révolutionnée en proie à un dialogue perpétuel, c’est-à-dire à une parole essentiellement démocratique qui n’est plus et ne peut plus être verticale. La Cousine Bette est le roman de la faillite de la verticalité.

 

 

  Maurice Blanchot, Digressioni sul romanzo. L’arte del romanzo in Balzac, in Passi falsi. Traduzione di Elina Klersy Imberciadori, Milano, Il Saggiatore, 2020 («Le Culture», 1371).

 

 

  Giancarlo De Cataldo, Honoré de Balzac. L’inventore della serie tv, «la Repubblica. Robinson», Roma, 11 aprile 2020, pp. 8-9; ill.

 

  «Il giornalista, mio caro, è un acrobata, devi abituarti agli inconvenienti del tuo stato», spiega affabile l’anziano direttore a uno sbigottito giovanotto di nome Lucien. Gli ha appena chiesto di stroncare un bel libro: «se anche fosse un capolavoro, deve diventare sotto la tua penna una stupida scemenza, un’opera malsana». Il fatto è che l’autore è in urto con un amico della testata, personalità in vista, e generosa in contributi, che ha chiesto espressamente questo “favore”. E l’editore, a buon rendere, si è messo a disposizione. Perciò il cronista esperto spiega all’apprendista, con graziosa, naturale crudeltà, come si confeziona una stroncatura, e, en passant, che cosa s’intenda, in gergo, per “canard”: una falsa notizia. Né più né meno ciò che un secolo e mezzo dopo avremmo imparato a chiamare “fake news”. Siamo nel bel mezzo de Le (sic) illusioni perdute, che Balzac scrisse fra il 1837 e il 1843. Le tecnologie si sono evolute, i mezzi di comunicazione amplificati a dismisura, ma le modalità con le quali si spaccia il falso per vero – e gli interessi retrostanti – non si discostano da quelle della Francia della Restaurazione: ci si prepara a Napoleone III e sembra di stare nella sesta stagione di Homeland.

  D’altronde, l’intera Commedia Umana è un gigantesco edificio di monumentale modernità. Balzac come precursore della serialità televisiva? Lui, certo, accanto a Dickens, per citare un altro autore baciato, ai suoi tempi, da immensa popolarità. A Balzac dobbiamo sicuramente l’invenzione della tecnica dello “spin-off”. In molti suoi romanzi, sovente il comprimario di una vicenda diviene il protagonista di un’altra, e non si contano le apparizioni di caratteri ricorrenti. Nelle Illusioni ritroviamo l’ambizioso Rastignac – figura leggendaria al punto da diventare, nella lingua francese, “il rastignac”, il cinico arrampicatore sociale da manuale, il feroce dandy De Marsay, l’usuraio Gobseck. Caratteri che ricorrono in decine di altre opere, ciascuno con la sua “back-story” pazientemente tracciata dall’autore, ciascuno seguito nelle sue vicissitudini esistenziali con scrupolo maniacale, in un funambolico intreccio di archi narrativi che ne accompagnano l’esistenza, fra vertiginose ascese e altrettanto precipitose cadute, dalle origini sino alla morte. Miracoloso, se si considera che Balzac non disponeva di computer; disegnava i suoi personaggi sulla parete dello studio di Passy (dove una carrozza era sempre pronta a metterlo in salvo dai tanti creditori), scriveva ogni notte cinque o sei storie in contemporanea bevendo caffè a gogò e creava col lapis quegli alberi strutturali che noi oggi affidiamo a Word.

  Lessi Le illusioni perdute al liceo e ne fui folgorato. Colpo di fulmine che il tempo non ha cancellato, semmai rinvigorito. Negli anni, questo romanzo mi ha preso per mano e accompagnato nella mia attività di narratore come fonte d’ispirazione, centro di gravità permanente, bacino di spunti ai quali attingere a piene mani. Perché non si tratta soltanto dell’archetipo di quel romanzo di formazione che, in fondo, ogni scrittore a suo modo riproduce o cerca di riprodurre. Nelle Illusioni sono analizzati, dissezionati e ricomposti i meccanismi eterni del potere e dei rapporti di classe, delle relazioni fra individui e società, delle leggi non scritte che governano la fortuna e la rovina degli umani destini, dell’ipocrisia del giornalismo e della giustizia, degli occulti legami che uniscono la nobiltà e la plebe, la virtù e il crimine. In una parola: la vita nella sua complessità, sovente indecifrabile. Si comprende, dunque, il motivo della grande stima di cui Balzac godeva presso intelligenze del calibro di Marx, Engels, Zola e Gramsci.

  La trama del romanzo, come sempre in Balzac, è complessa, ingegnosa, sorprendente. Lucien de Rubempré è un giovane molto dotato, ma povero e privo di titoli, che dalla natia Angoulême approda a Parigi carico del desiderio di conquista tipico di ogni ragazzo della sua età e viene presto stritolato dagli spietati meccanismi della metropoli. Cercava la gloria, confidando nel talento, e gli si fa capire, con brutalità, che solo il denaro conta. «Dio mio, oro, oro a qualsiasi costo! (...) Dio mio, perché sono qui? Ma vincerò!». Ridotto in miseria, Lucien trova asilo in un circolo liberale di giovani idealisti. Incalzato dal bisogno, si dedica al giornalismo; seguendo i cattivi consigli di cui sopra, diventa una star, e si innamora di Coralie, affascinante cortigiana diciottenne. Il successo gli apre le porte dei salotti. Si butta in politica, passa a destra (pare che sia indispensabile, per fare carriera) ma siccome a ogni “ubris” segue la sua “dyke”, incappa in quella che Balzac chiama «la settimana fatale». Coralie si ammala, lui perde tutto alle carte e, caduto in rovina, se ne toma al paesello, dove sta per suicidarsi quando viene salvato in extremis da uno strano prete, l’abate Herrera, che gli impartisce un’altra lezione sempiterna; impara a vivere, ragazzo, «mettetevi in agguato, imboscatevi nel mondo parigino, aspettate una preda e un caso, non risparmiate né la vostra persona né quella che chiamano dignità ...». Herrera paga i debiti di Lucien, diventa il suo mentore e lo riporta con sé a Parigi.

  Così finiscono Le illusioni perdute. E si apre il seguito, altro capolavoro: Splendori e miserie delle cortigiane. Si apre con la più spettacolare scena di “revenge" mai scritta: Lucien compare da trionfatore in una serata di gala all’Opera, tutti si inchinano melliflui al nuovo protetto di Herrera. Il quale è tutt’altro che un religioso: egli è niente meno che Collin, alias Vautrin, alias “trompe-la-morte” (sic), ladro, baro e assassino, personaggio ispirato al vero Vidocq, delinquente convertito e inventore della moderna forza di polizia. Seguono avventure rocambolesche finché, a un certo punto, Lucien si ritrova in galera. E, sempre a proposito dell’attualità di Balzac, la sua sorte dipende dal giudice Camusot. Il magistrato è in preda ad un atroce dilemma: farò più carriera se lo condanno o se lo assolvo? Impossibile, in un legal thriller contemporaneo, trovare di meglio di questo scrittore che credeva di essere un conservatore e fu il più rivoluzionario di sempre.

 

 

  Lisa Di Iasio, Honoré de Balzac e “La Comédie Humaine”: lo scientifico intreccio di storia, etica e psiche, ‘artspecialday.com’, 18 agosto 2020. [on-line].

 

  Sul finire del ‘700 nasceva sulle sponde della Loira un fantasioso visionario: così, anni dopo, Baudelaire chiamò il grande Honoré de Balzac (Tours, 20 maggio 1799 – Parigi, 18 agosto 1850), scrittore che ha donato al pubblico nuovi occhi per osservare, concepire e analizzare la società e il mondo in cui viviamo. Il suo nome è certamente legato alla sua opera monumentale formata da 137 romanzi, di cui 91 portati a termine e 46 incompiuti, racchiusi sotto il nome di Comédie Humaine. Il nome, di dantesca memoria, riprende un po’ l’idea generale del Poeta fiorentino – seppur con strutturali differenze – ovvero quello di trattare dell’essere umano con i suoi pregi e difetti, forze e debolezze.

  La Commedia scritta da Balzac tra il 1831 e il 1850 ha come sfondo le vicende e la contemporaneità stessa dell’autore, precisamente il periodo della Restaurazione, con qualche reminiscenza delle vicende napoleoniche. Il fantasma di Napoleone aleggia ancora nella mentalità popolare così come la dicotomia tra aristocrazia e borghesia, tra spinte conservatrici da un lato e impulsi progressisti e innovatori dall’altro, alimentati da borghesi sempre meno artigiani e da contadini sempre più imprenditori e commercianti.

  Sono gli anni che lasciano pian piano l’interesse prettamente romantico di esaltazione del sentimento e della contemplazione della natura per cedere il passo a un’analisi più oggettiva della realtà. In questo Balzac si fa portavoce d’eccellenza perché nella Comédie ha saputo ricostruire con precisione scientifica l’essere umano e il suo modo di agire nella società. Riprendendo infatti le teorie scientifiche del tempo e in modo particolare quelle di Geoffroy de Saint-Hilaire, secondo cui gli animali si diversificano a seconda dell’habitat in cui vivono, lo scrittore francese insiste molto sulla descrizione degli ambienti e del contesto sociale che normalmente, nei testi, fungono da preludio all’arrivo successivo dei personaggi e ne determinano le scelte e i comportamenti. Si tratta di uno stile narrativo che verrà poi anche ripreso dal cinema: partire da una macrodescrizione di un ambiente per poi stringere sempre di più e concentrarsi sugli interni, sulla descrizione minuziosa di oggetti che rivelano qualità, abitudini e psicologia dei personaggi. È una narrazione inizialmente lenta, che si sofferma sui dettagli e che poi scorre fluida e ininterrotta con l’apparire dei protagonisti: accuratamente preparato, il dramma scorre veloce perché i meccanismi più intimi e nascosti sono già stati svelati. Il potere, l’eros e soprattutto il denaro, elementi caratterizzanti della stessa società francese dell’epoca (e oggi di ogni società moderna), sono gli ingranaggi che spingono i personaggi ad agire e che spesso condizionano l’andamento degli eventi.

  Narratore onnisciente esterno alle vicende, analisi accurata delle psicologie dei personaggi, creazione di caratteri socialmente ben riconoscibili e definizione accurata dell’ambiente sono le caratteristiche principali del romanzo realista che da Balzac in poi si è diffuso in tutta Europa. Già Victor Hugo e Stendhal avevano abituato il lettore a una descrizione storica della realtà. Tuttavia se ne I Miserabili la descrizione fa da sfondo a vicende etiche e morali e nelle opere di Stendhal il contesto sostiene una trattazione psicologica dei personaggi, con Balzac le tre componenti, storia sociale, etica e psiche, si uniscono in un modo tale che la scrittura rappresenta, e dunque spiega, la realtà interpretata dall’autore e presentata al lettore.

  Non ci sono sentimentalismi nelle sue parole. I suoi racconti sono una selezione di episodi tradotti in linguaggio letterario in cui la avveniristica modernità si estrinseca attraverso la perdita dei valori individuali a favore dell’avvento della società di massa e della tecnologia, attraverso la perdita di una struttura sociale nota e l’avanzare di una sempre più liquida, porosa e incline al cambiamento, attraverso i concreti risultati di ogni momento di crisi storica e politica. Più di duemila personaggi abitano le pagine delle opere che compongono la Comédie Humaine, sebbene alcuni di essi ritornino in altre vesti e attraversino le varie storie rimandando il lettore da un romanzo all’altro e creando un vero e proprio dialogo tra essi.

  Come ha sottolineato Proust, nei romanzi di Balzac non c’è distinzione tra la vita reale e quella fittizia delle sue storie perché le due componenti si intrecciano e identificano attraverso la scrittura. Balzac ha insegnato tanto agli scrittori seguenti e insegna ancora oggi l’affascinante potere che la letteratura ha di raccontare e spiegare il mondo.



  Francesco Fiorentino, “L’École des ménages”. Un capolavoro misconosciuto di Balzac, in Il potere spassionato. Corneille, Molière, Racine e altri tre saggi teatrali, Pisa, Edizioni ETS, 2020 («I libri del Seminario di Filologia Francese»), pp. 161-172.

 

  Cfr. 2010.


 

  Francesco Fiorentino, La France Louis-Philippe et le charme Valérie, in AA.VV., Séduction et vengeance: «La Cousine Bette» de Balzac. Cinq leçons ... cit., pp. 11-22.

 

  [...] l’obsession érotique de Hulot et la virginité vindicative de Bette d’une part, et la crise des valeurs bourgeoises de l’autre), toutes deux légitimes, ne me semblent pas donner […] suffisamment d’importance au véritable moteur de la narration … je veux parler du charme de Valérie, dont la présence dans le roman s’avère dominante et qui […] contrebalance le pouvoir déprimant des deux autres instances.

 

 

  Valentina Fortunato, «Per fas et nefas». De “Splendeurs et misères” à “Ferragus”, «Dialogoi. Rivista di studi comparatistici», Roma, Anno 7/2020, pp. 195-215.

 

  Splendeurs et misères des courtisanes est une oeuvre centripète; on y retrouve évoqués les romans les plus importants de Balzac à partir du père Gobseck, dont La Torpille prend le nom (Esther, Jean-Esther Gobseck), en passant par La Maison Nucingen qui anticipe le thème aussi bien de la haute banque que de son incarnation. Avec Illusions perdues, au-delà des coïncidences de rédaction, le fil rouge de la rencontre entre Lucien et Herrera s’ouvre aux projets de Vautrin jusqu’à conditionner la structure du roman. […].

 

 

  Alessandra Ginzburg, Wann-Chlore. Un abbozzo di vita privata, in Honoré de Balzac, Wann-Chlore ... cit., pp. 5-51.

 

  pp. 47-50. Wann, come tante eroine future di Balzac, impersona, al di là della sua natura angelicata, la voluttà che trova sempre nuove forme per esprimersi e quindi genera un amore «vero, impetuoso, insaziabile». Se Wann è paragonata al sole, Eugénie nel ricordo di Horace appare come una notte dolce. Un paragone che affiora a ricordare la precarietà di una situazione che Landon decide di affrontare espatriando in Scozia dove si trovano già Cécile e il marito. L’organizzazione di questa partenza è il pretesto narrativo che consente, durante la sua assenza, di fare incontrare le due rivali, ma già l’apparizione di una misteriosa donna vestita di nero, paragonata a uno spettro, aveva preannunciato a Landon l’entrata in scena della moglie legittima, assimilata alla morte.

  L’arrivo di Eugénie a Tours per molti aspetti ricorda l’episodio analogo descritto da Goethe in Stella, ma in questo caso ben più roventi sono le passioni in gioco. Eugénie, sostiene André Lorant, diventa vendicativa, una specie di Erinni, e certamente la gelosia muove i suoi primi passi così come la scelta di entrare al servizio della rivale. Tuttavia, a somiglianza di quanto avviene in una delle versioni della Dernière fée, c’è anche una componente amorosa che le fa desiderare di abitare sotto lo stesso tetto dell’essere amato e di servirlo sotto mentite spoglie Ma è soprattutto la vista di Wann a scatenare in Eugénie due passioni contrapposte che Balzac individua quali componenti inevitabili dei sentimenti amorosi: «l’odio e l’amicizia si contesero il suo cuore». Anche in questo caso sarebbe possibile evocare una triangolazione girardiana, se la terribile gelosia di Eugénie non fosse affiancata da un desiderio di sacrificio che a momenti la invade di fronte alla sensibilità e dolcezza manifestata dalla rivale. Nell’incontro l’ammirazione si risveglia in ambedue e l’amore per lo stesso oggetto le fa diventare identiche: «In un momento quelle due anime, che le circostanze rendevano nemiche, si erano sentite della stessa natura; e se supponiamo che le anime belle abbiano un’origine comune e una tendenza a riunirsi, si erano identificate a loro insaputa».

  Il ritorno di Horace, però, rende quelle che Balzac definisce «le due spose» nuovamente rivali. Ognuna cura il proprio aspetto, e per la prima volta si intravede la possibilità che Wann possa ingelosirsi a sua volta. La posizione di Eugenie è tuttavia esposta al dolore crudele di un continuo confronto con la realtà di una passione profondamente condivisa, che è simbolizzata dalla camera nuziale il cui accesso è vietato a tutti i domestici fuorché a lei, condannata dalla sua funzione a dedicarle ogni possibile cura. È ad ogni modo una dinamica complessa quella che si manifesta tra i tre protagonisti: in Eugénie predomina la rabbia mista a un senso di inferiorità nei confronti della eccezionalità di Wann, ma si fa sempre più strada in Horace una sorta di ammirazione verso la portata del sacrificio di sé al quale è disposta Eugénie in cambio del riconoscimento del figlio nato dalla loro sfortunata unione. L’apatia che lo coglie poco a poco arriva inconsciamente a colpire anche Chlore che a sua volta diventa gelosa di quell’Eugénie animata da una «selvaggia energia», nel momento in cui all’improvviso nota l’eleganza principesca della sua cameriera: «In un’ora Chlore percorse uno spazio immenso e si addentrò nella passione della gelosia, come un tempo sul bel cammino dell’amore».

  Se ognuno dei tre prova a turno sentimenti di angoscia e di ansietà, la gelosia, sentimento così estraneo alla natura fiduciosa di Wann, finisce per minare la sua salute. La consapevolezza progressiva dell’amore che Eugénie prova per suo marito, trasforma l’infelice in una «sirena» che si serve di ogni possibile incantesimo per richiamare a sé l’amato, ma si sente braccata nel profondo dalla morte. Sarà ancora una volta la perfidia di Madame d’Arneuse a sciogliere il nodo gordiano di un’unione impossibile. Con la denuncia devastante da parte di lei della bigamia di Horace, inizia il declino di Wann, a cui Horace e Eugénie prestano invano cure amorevoli. La sua agonia è quella di un angelo, ma, confessa, è la gelosia a ucciderla. La morte per amore coglie immediatamente dopo anche Horace, secondo un modello romantico collaudato.

  Diversa tuttavia era la conclusione del romanzo pensata in precedenza da Balzac nella versione degli anni 1823-24, perché offriva a Eugenie uno spazio che l’edizione finale le sottrae. Come osserva Pierre Barbéris, in questo modo il romanzo si apriva e si chiudeva con lei, rendendo giustizia alla particolarità del personaggio il cui amore è disposto alla rinuncia ogni convenienza sociale, fino a farle immaginare quel ménage a tre che aveva tanto scandalizzato il pubblico di Stella: «fuggiamo dalla Francia, questa sera stessa, e saremo felici in qualche terra lontana dove nessuno verrà a portarci via il nostro sposo. Non siamo forse due sorelle: Non lo amiamo allo stesso modo?».

  È quindi in segno di doveroso omaggio a una passione che trascende ogni limite che è doveroso restituire a Eugénie il posto che le spetta di diritto in questo singolare romanzo, il cui finale originario ingiustamente cancellato prelude a quello di Louis Lambert [...].

 

 

  Giuseppe Guizzi, Il «caso Balzac». Storie di diritto e letteratura, Bologna, Società editrice Il Mulino, 2020 («Percorsi. Diritto/Letteratura»), pp. 296.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Premessa;

  Balzac e l’esperienza giuridica;

  L’autonomia negoziale e l’ “ingiustizia” del contratto: “Il curato di Tours”, “Gobseck” e “Le Cousin Pons”;

  “Capte astutus ubique testamenta senum”: lotte per la successione in “Ursule Mirouët” e “Le Cousin Pons”;

  “Il denaro è una merce”: credito, usura e “lettres de change” nella “Comédie humaine”;

  Agli albori della rivoluzione industriale: iniziativa economica e concorrenza in “César Birotteau” e “Illusioni perdute”;

  Storie di insolvenza e fallimento: “Eugénie Grandet” e “César Birotteau”;

  Papà Grandet e Frédéric de Nucingen: la speculazione finanziaria al tempo della Restaurazione;

  “Un cattivo accomodamento vale più di un buon processo”: Balzac e la crisi della giustizia;

  A modo di congedo ...

  Bibliografia;

  Indice dei romanzi.

 

Premessa, pp. 9-16.

 

  pp. 12-16. Sin dal mio primo incontro con la narrativa balzachiana — la scoperta dei suoi romanzi è avvenuta durante l’ultimo anno degli studi superiori, tra i banchi del Liceo classico Jacopo Sannazaro di Napoli, su sollecitazione dell’insegnante di italiano, la professoressa Prinzi, che spinse me e i miei compagni, in vista dell’esame di maturità, alla lettura di uno, a scelta, tra Eugénie Grandet e Le Père Goriot (e io scelsi, allora, il secondo) – quel che mi ha immediatamente colpito è stato che nella sua ambizione di rappresentare un mondo, mettendo in scena, come si legge in una celebre pagina dell’Avant-propos del 1842, i drammi degli uomini senza isolarli dal contesto sociale ed economico in cui la loro vita si svolge, e che anzi finisce inevitabilmente per conformarla, Balzac pone i suoi lettori continuamente di fronte anche a questioni e problemi giuridici. Se di quest’aspetto allora non riuscivo ancora bene a cogliere il senso, esso si è tuttavia venuto chiarendo e definendo sempre meglio – ovviamente complice la scelta di dedicarmi agli studi di diritto – man mano che negli anni mi sono addentrato nell’appassionante trama della Commedia Umana, nelle sue storie, nelle vite dei suoi personaggi. Più mi addentravo nella loro lettura più mi sono reso conto che in tante di esse – nella triste vicenda umana del colonnello Chabert; nei drammi e nelle preoccupazioni che agitano gli ultimi giorni della vita del conte de Restaud come rappresentati in Gobseck; nelle vicissitudini di David Séchard in Illusioni Perdute; nel tracollo imprenditoriale del profumiere César Birotteau nel romanzo omonimo o nelle macchinazioni di cui è vittima il fratello François nel Curé de Tours; nelle ardite, spericolate iniziative finanziarie del barone Nucingen che emergono a più riprese, nelle pagine di Papà Goriot come in quelle della Maison Nucingen; ma gli esempi possono continuare con le vicende di molti altri personaggi che si sviluppano in tanti altri romanzi: Eugénie Grandet, Splendori e miserie delle cortigiane, Ursule Mirouët, L’interdizione, Le Cousin Pons (l’elenco potrebbe protrarsi a lungo) – non solo lo snodo centrale è rappresentato da problemi e rapporti che il diritto deve regolare, ma spesso è persino la soluzione giuridica che finisce per determinarne l’esito.

  Nella mia esperienza di lettore mi è sembrato insomma che tante delle storie di Balzac possano essere intese nel loro significato più profondo solo avendo ben chiaro ciò che si cela dietro le disposizioni normative e le loro interpretazioni che vengono di volta in volta in gioco. Del resto, se uno degli aspetti che più profondamente caratterizza la narrativa balzachiana è rappresentato dalla capacità di ampliare i propri orizzonti e di rispondere agli stimoli provenienti dalle più diverse discipline, il suo essere forma privilegiata di comprensione, riflessione e interrogazione critica di saperi differenti, non può sorprendere che tra i numerosi «incroci» che si ritrovano nella Comédie vi siano anche quelli con il diritto, nei suoi molteplici formanti, e che essi giochino un ruolo non meno importante rispetto agli altri tipi di contaminazioni che sono usualmente messi in luce. Sono, infatti, proprio le norme e le costruzioni giuridiche che costituiscono uno degli ingranaggi fondamentali che garantiscono lo sviluppo di ogni società e che rappresentano gli strumenti attraverso cui dare sistemazione e realizzare – ancorché non sempre nella maniera migliore e più giusta, secondo l’amara e pessimistica visione dell’umanità espressa dello scrittore – i bisogni e gli interessi individuali che agitano il mondo, e pertanto anche quello balzachiano.

  E tuttavia, pure movendosi in questa diversa prospettiva, è doveroso avvertire che questo libro non intende certo proporsi come un saggio destinato ad arricchire il panorama della critica intorno alla Comédie humaine. Me ne mancano all’evidenza le capacità, sicché sotto questo profilo l’auspicio è che gli studiosi balzachiani non giudichino con troppa severità questo lavoro, perdonando l’approssimazione di quella che, dal loro punto di vista, apparirà certo solo come una divagazione di un amatore.

  Il mio desiderio è piuttosto altro, ossia che questo libro possa costituire innanzitutto una guida, all’interno dei complessi itinerari disegnati da Balzac, per il lettore meno avvertito sulle tematiche giuridiche: non solo per aiutarlo – considerato che il diritto, come ogni prodotto dello spirito umano, è innanzitutto una categoria storica – a collocare i problemi evocati dal narratore nella regolazione dei rapporti umani nella loro giusta dimensione cronologica (seppure, ovviamente senza alcuna pretesa di esaustività: sicché auspico che anche gli storici del diritto perdonino questa piccola intrusione nel loro campo); ma anche, e soprattutto, per invitarlo a riflettere, a riprova del carattere universale dei temi evocati nei romanzi di Balzac, su quanto ci può essere di comune e di eternamente irrisolto in ordine ai medesimi problemi quali si presentano ancora nel mondo moderno. E semmai – anche se sono consapevole qui di peccare per un eccesso di ambizione — che questo libro, suscitando curiosità, possa avvicinare nuovi lettori ai romanzi del grande scrittore di Tours e così stimolare a una loro più diffusa ripubblicazione in lingua italiana, anche di là da quei pochi, più noti titoli sui quali soltanto oramai oggi si concentra, forse in ossequio alle leggi dominanti del mercato, l’attenzione e il catalogo delle grandi case editrici.

  Una ripubblicazione invero necessaria, giacché se – come hanno notato sia Henry James che Marcel Proust, due dei più grandi fra i tanti grandi scrittori-lettori balzachiani – la bellezza non è (solo) in ciascun libro ma è nell’insieme, perché la sua opera si può intendere solo nella consapevolezza della piena totalità delle sue parti, Balzac bisogna, allora, necessariamente leggerlo tutto.

 

 

  Michela Landi, Le fantastique en scène. Surnaturalisme, ironie et musique chez Balzac, in Collectif, Frontières et limites de la littérature fantastique, sous la direction de Patrick Marot, Paris, Classiques Garnier 2020 («Rencontres. Série: Études dix-neuviémistes», n° 47), pp. 357-373.

 

 

  Carlo Lauro, Triangolazioni del desiderio, «L’Indice dei libri del mese», Torino, Anno XXXVII, N. 7/8, Luglio/Agosto 2020, p. 34.

 

  Honoré de Balzac, Wann-Chlore Jane la pallida, ed. orig. 1825, trad. dal francese di Mariolina Bertini, introd. di Alessandra Ginzburg, pp. 479, € 18, Clichy, Firenze 2020.

 

  E’ un Balzac ventenne, già prolifico, inarrestabile e ambizioso (s’era lanciato nel progetto dell’editoria) che nel 1825 pubblica anonimamente Wann-Chlore, romanzo appassionante e non fortunato. Quando infatti Balzac, ormai in auge, pensò di riproporlo nel 1836, l’editore Souverain ne sforbiciò le punte più emotive, alterando nome dell’eroina, finale della vicenda e titolo (che divenne Jane la pâle). In Italia, Giovanna la pallida ebbe grama diffusione sino al 1928. Se il recupero di Wann-Chlore è storia recente (una giornata accademica nel 2006 a Macerata), la luminosa traduzione di Mariolina Bertini ne è oggi la riabilitazione definitiva dopo oblio e scempi.

  La non inclusione nella Comédie Humaine si dovette certo all’eterodossia del romanzo (ma la compattezza d’insieme ne è più che salva): propaggini settecentesche sentimentali e anche ironiche, suggestioni gotiche, stralci epistolari, un memoriale imponente, insoliti inserti di poesia di Thomas Moore (in quegli anni ispirava anche le melodie “irlandesi” di Berlioz).

  Se quasi ritualmente nei romanzi delle “moeurs de province” l’esordio si diffonde in minuziose informazioni preliminari sul luogo – geografiche, sociali, economiche, storiche – Wann-Chlore invece ci precipita d’emblée in un fluentissimo dialogo tra due dame: ascendenza teatrale che si accentua di lì a poco col rilievo dato ai servitori Nikel e Rosalie nelle trame per favorire il matrimonio dei rispettivi “padroni” Horace ed Eugénie. È anche con questi echi del dix-huitième che Balzac costruisce un’opera intensamente romantica che, come nei casi nei di Romeo o Tristano finisce con la morte degli amanti.

  Romanzo che, come ben osserva Alessandra Ginzburg nella imperdibile presentazione, ne contiene ben tre (con rispettivi siti: Chably, Parigi, Tours) ed è fertile di quelle “triangolazioni del desiderio” di cui René Girard è stato il geniale teorico.

  Vi si narra della delusione amorosa del gentiluomo Horace Landon che, impegnato nelle campagne napoleoniche, viene informato da un amico italiano, Salvati, che l’amata e bellissima Chlore lo ha tradito. Quando scopre la falsità delle notizie a opera del geloso Salvati, si è già sposato con la candida Eugenie cui aveva confidato la sua storia infelice. Horace abbandona Eugénie pur incinta, corre a Tours e sposa Chlore. Eugénie raggiunge la coppia in incognito e, pur di avvicinarsi all’amato, si fa assumere come dama di compagnia. Il gioco è scoperto, Chlore si ammalerà di gelosia sino a morirne e Horace la seguirà di lì a breve.

  Ginzburg sottolinea a ragione che se la timida ma pertinace Eugénie (“una testa di Raffaello” dice Balzac) è personaggio da “roman de moeurs”, con la passionale e pallidissima (da qui il nome) Chlore (“bel ritratto della Gioconda”, arpista ammaliante) si sfiorano le regioni del gotico. Alla grande dignità di entrambe (anche nella rivalità) fa contrasto Mme d’Arneuse, madre algida e tirannica di Eugénie: personaggio nero della storia (ma anche tragicamente comico nei suoi snobismi e calcoli di ascesa sociale). A lei tocca il raggelante coup de théâtre finale, quel proposito di denunciare la bigamia di Horace, che annichilirà Chlore. In essa Balzac adombra la figura della propria funesta madre, mentre in Eugénie (archetipo della ben più nota Eugénie Grandet) rivivono le fragilità e le sventure matrimoniali della propria sorella Laurence.

  Ma il serio debito del plot (bigamia del protagonista compresa) si deve cercare nella tragedia di Goethe, Stella (comparsa in Francia nel 1822). Se a questa suggestione si sommano i minori influssi (Beaumarchais, Sterne, Maturin, etc.) indicati dai più accreditati studiosi, si avrà un’idea delle sensibilissime antenne di Balzac puntate in tutte le direzioni utili.

  La forza del descrittore si estrinseca anche in quegli esterni boschivi della Val-d’Oise, in cui durante una gita movimentata Horace salverà Eugénie – puro mélodrame – precipitata nel fiume per un inciampo causato da Mme d’Arneuse; o in quel notturno in cui i due giovani contrappongono tra estasi e malaise la luna oscurata dalle nubi al brillio della stella: è la grande allegoria del romanzo, il confronto tra le due possibilità.

  Ma un loro incanto hanno anche i rifugi di Chlore: il primo nella Place Royale di Parigi, e soprattutto il secondo: una scura, decaduta abitazione, sorvolata dai corvi, che faceva parte del chiostro della cattedrale di Saint-Gatien a Tours (“attraversando quella piazza, l’allegria muore”; per viverci “bisogna amare, o essere un monaco”). È lì che, soffrendo quella girandola da quinto atto (travestimento di Eugénie, comparsa infernale di Mme d’Arneuse e scoperta della bigamia di Horace) la strana creatura che è Wann-Chlore si spegnerà lentamente “graziosa sino all’ultimo sospiro”. Balzac spenderà per lei l’estrema citazione pittorica, le Funérailles d’Atala di Girodet.

 

 

  Stefano Lazzarin, Alle origini della «Comédie Humaine»: i luoghi perturbanti nella Parigi di Balzac, «Strumenti critici», Torino, 155, anno XXXV, n. 2, maggio-agosto 2020, pp. 241-264.

 

  […]. Parigi – afferma un notissimo passo di Ferragus – è «la città dai centomila romanzi», in cui tutto può accadere; ma Parigi è anche la città dei mille contrasti contigui, costantemente compenetrati: la «sola al mondo» nella quale si verifichi un tale «incessante concubinato del Lusso e della Miseria, del Vizio e dell’Onestà, del Desiderio re­presso e della Tentazione rinascente», per dirla con un brano della Cousine Bette che in fatto di maiuscole non bada a spese; o più sinteticamente: «il Paese dei contrasti», per usare una formulazio­ne della Fille aux yeux d’or. Parigi come un’immane, ininterrot­tamente ripetuta coincidentia oppositorum: questa specificità della capitale francese – che a dire il vero, nonostante gli orgogliosi di­stinguo di Balzac, è una prerogativa di ogni metropoli moderna – si può cogliere con estrema chiarezza in alcuni luoghi fisici i quali, più di ogni altro, compongono insieme i contrari. La fetida catasta di case che sorge fra il quai de la Tournelle e l’Hôtel-Dieu, la rue du Tourniquet-Saint-Jean, la rue Soly, la Petite-Pologne, l’impasse du Doyenné: sono, in virtù della loro ubicazione nel cuore di Pari­gi, altrettanti ossimori, che esaltano e magnificano fino all’iperbo­le quella caratteristica generale della città. Sono, oltreché luoghi, mises en abyme: piccole Parigi che possiamo abbracciare con un colpo d’occhio, microcosmi che riflettono in sé la struttura del macrocosmo. Sono infine luoghi meta-testuali, nei quali la poetica balzachiana si fa carne, assumendo forma tangibile e memorabile: in essi lo scrittore rappresenta al tempo stesso quella singolaris­sima compenetrazione di quotidiano e sinistro che è Parigi, e la propria scelta di rappresentare tale connubio in quanto elemento che definisce la grande città moderna. La contiguità reale/fanta­stico, l’ossimoro che la contiene, riflettono la struttura stessa della Comédie Humaine.

 

 

  Francesco Paolo Alexandre Madonia, Imperfections et hybridation générique dans Les employés” d’Honoré de Balzac, «InVerbis. Lingue Letterature Culture», Palermo, N. 2, Luglio-Dicembre 2020, pp. 161-177.

 

  Attraverso l’analisi de Les Employés (1845), in cui la mediocrità del mondo burocratico viene esaminata in dettaglio, l’A. focalizza la sua attenzione sulla rappresentazione dell’imperfezione che trascende i limiti della creazione letteraria.

 

 

  Michele Magno, L’arte di camminare, «Il Foglio quotidiano», Milano, Anno XXV, Numero 290, 5-6 Dicembre 2020, p. IX.

 

  [...]. Honoré de Balzac si era interrogato sul significato mai sondato fino in fondo, a suo avviso, del camminare. La sua Théorie de la démarche (Teoria del camminare) comparve per la prima volta – in cinque puntate – sulla rivista “L’Europe Littéraire” nel 1833. Come ha sottolineato la storica della letteratura francese Chiara Pasetti, non casualmente Balzac allora stava lavorando a una delle sue opere d’elezione, la storia intellettuale di Louis Lambert, romanzo mistico, filosofico e profondamente rivelatore del suo pensiero più nascosto, in cui il suo realismo visionario tocca le vette più alte, e che egli riprenderà ancora nel 1836 e nel 1842. Forse per distrarsi dagli incubi c dalle visioni del geniale e infelice Lambert, che farà sprofondare al termine della sua avventura nelle tenebre della follia. Infatti, nella Teoria del camminare, a un certo punto, scrive che egli si trova esattamente “nel punto in cui la scienza collima con la follia”, e che soltanto un uomo sufficientemente audace, che senza timore sfiora “la follia e la scienza”, poteva elaborare teorie sulle andature umane. E forse per liberarsi dagli spiriti evocati da Emanuel Swedenborg, genio (maligno) ispiratore del romanzo, Balzac passeggiava, e come tutti i grandi maestri dell’Ottocento francese osservava, per poi trarre dalle sue osservazioni materia di studio e di riflessione. Partendo dall’assioma per cui “la camminata è la fisionomia del corpo”, Balzac indaga tra i pensieri più segreti, le emozioni più nascoste, che si rivelano all’occhio esperto di chi sa osservare l’andatura del “marcheur”. Abituato a non vedere nella gente altro che “dei libri da scrivere”, egli, aspettando una carrozza, guardava “spensierato” le varie scene che gli passavano davanti agli occhi, quando vide un uomo che cadde a terra e per mantenere l’equilibrio si appoggiò a un muro. Preso dall’esaltazione che deriva da ogni grande scoperta, tra l’ironico e l’epico dichiara che “l’arte di alzare e abbassare il piede”, per essere compresa, richiede una scienza capace di differenziare il movimento dei “tipi umani” sulla base dei mestieri, delle classi e delle convenzioni sociali. [...].

 

 

  Luca Pietromarchi, La Belle et la Bette (en guise d’introduction), in AA.VV., Séduction et vengeance: «La Cousine Bette» de Balzac. Cinq leçons ... cit., pp. 5-9.

 

  La Cousine Bette […] est le roman terrible de la littérature française du XIXe siècle, ainsi que les Liaisons dangereuses le furent pour le siècle précédent.

  Maurois disait que Balzac n’avait jamais rien écrit «de plus atroce». Il s’agit du premier volet des Parents pauvres, et comme roman de la famille il aurait pu tout aussi bien porter le titre éloquent que Mauriac choisira pour son chef d’oeuvre, Le Noeud de vipères.

  Au coeur de ce noeud érotico-financier-familial se niche la terrible Madame Marneffe, véritable «Machiavel en jupons», ainsi que la définit Balzac, s’il ne la compare à Iago ou à Richard III. Mais ce personnage est aussi la figure métonymique de l’énergie créatrice et destructrice qui met en branle cette immense machine qu’est le Paris décrit par Balzac à la fin du chapitre V, où se résument les premières pages de la Fille aux yeux d’or: une machine qui broie les choses et les hommes, pour les faire renaître sous d’autres formes et en d’autres conditions. Madame Marneffe est le ressort d’un engrenage, sa psychologie ayant quelque chose de mécanique si l’on songe à la rationalité et à la ténacité dont elle fait preuve pour atteindre son but. Mais il serait tout aussi légitime de la comparer à une araignée, considérant la patience avec laquelle elle guette sa proie.

 

 

  Alessandro Piperno, Il destino umano, in Honoré de Balzac, Illusioni perdute ... cit., pp. V-XVII.

 

  Cfr.2012.

 

 

  Filippomaria Pontani, Illusioni perdute di Balzac in Sardegna: “È già Africa”, «Il Fatto Quotidiano», Roma, Anno 12, né 225, 15 agosto 2020, p. 21.

 

  Nel 1838 lo scrittore approda sull’isola per far fortuna nell’Argentiera, ma è gabbato dal socio: tra alterne sorti, oggi la miniera è diventata un sito culturale.

 

  Nell’aprile 1838 il quarantenne Honoré de Balzac era convinto di aver trovato in Sardegna l’Eldorado: qualche mese prima un mercante conosciuto al Lazzaretto di Genova, tal Giuseppe Pezzi, gli aveva rivelato che mucchi di scorie metalliche giacevano abbandonati presso le miniere già note ai Fenici, ai Romani e agli Arabi; e lui – Balzac – pensava di poter spremere ben bene quei residui grazie alle arti di un suo amico chimico parigino.

  Dopo un viaggio costoso, disagevole (mare grosso al punto di far naufragare la nave successiva) e coronato da due quarantene ad Ajaccio e Alghero causa colera, Balzac si precipita verso l’Argentiera, baia della Nurra “nella parte più selvaggia dell’isola” [...]. Ma prima ancora di ispezionare il giacimento, lo scrittore viene a scoprire che il Pezzi l’ha preceduto accaparrandosi il diritto di sfruttarlo. Amareggiato, discende la Sardegna verso Cagliari, trovando una terra desolata, brulla e paludosa, popolata di uomini nudi e selvaggi, piagata da una “profonda e incurabile miseria”: “L’Africa comincia qui!” esclama nelle lettere inviate all’amata contessa polacca Evelina Hanska, sua futura moglie.

  In effetti, come nota Stefan Zweig nella sua biografia, Balzac si era certo mosso in ritardo, ma aveva visto giusto: di lì a trent’anni “la Società delle Miniere Sarde incasserà in contanti i milioni che lui ha veduti soltanto in sogno”. [...].

 

 

  Giuseppe Scaraffia, L’eroina segreta (e pallida) del gotico Balzac, «il venerdì di Repubblica», Roma, Numero 1669, 13 marzo 2020, p. 89.

 

  Honoré poteva fare «qualsiasi cosa, tranne la letteratura», avevano sentenziato gli esperti consultati dalla famiglia di Balzac. Quelle stroncature non l’avevano scoraggiato, anzi l’avevano spinto a produrre senza sosta, sotto pseudonimi nobiliari, da Horace de Saint-Aubin a lord R’Hoone, anagramma del suo nome. «Sudo sangue e acqua da tre mesi, ho scritto otto volumi». Nei momenti di smarrimento, si chiedeva: «Avrò talento? Devo debuttare con un capolavoro o impiccarmi».

  Visibilmente influenzato Dai romanzi gotici inglesi, nel 1825, a 26 anni, pubblica Wann-Chlore. Jane la pallida, che le edizioni Clichy fanno uscire per la prima volta in italiano in versione integrale (pp. 479, euro 15, traduzione di Mariolina Bertini). L’eroe, il bel tenebroso Horace Landon, piomba in un paesino cavalcando a rotta di collo. Ha «qualcosa di smarrito, di convulso: i lineamenti contratti, gli occhi sbarrati». Si è rifugiato lì per dimenticare una delusione amorosa. Anche l’amata, Wann-Chlore, ha il pallore eccessivo delle eroine romantiche. Chlore viene dalla clorosi, la malattia che sbianca la pelle. Un amico infedele, una madre egoista e ambiziosa e una fanciulla indifesa sono gli ingredienti di questo libro, ben analizzato da Alessandra Ginzburg, in cui per la prima volta si intravede il genio di Balzac. Nessuno stranamente si era accorto che la madre del romanzo, con tutte le pretese e la prepotenza, era il ritratto di quella di Balzac.

  Da parte sua, in quel momento, madame Balzac era irritata per la relazione del figlio con una donna che aveva quasi la sua stessa età: l’aristocratica Laure de Berny, ventidue anni più dello scrittore. Malgrado il parere favorevole di un potente critico, Wann-Chlore aveva venduto poco e Balzac si era rifugiato dall’amata sorella. La disperazione gli aveva bloccato la penna per quattro giorni, il quinto, però, aveva già iniziato un nuovo libro.

 

 

  Andrea Schellino, Valérie Marneffe, ou la palme de la perversité, in AA.VV., Séduction et vengeance: «La Cousine Bette» de Balzac. Cinq leçons ... cit., pp. 47-56.

 

  C’est à travers un parcours baudelairien que nous souhaitons aborder La Cousine Bette et son personnage le plus séduisant, le plus dépravé, le plus coupablement innocent – chez qui, comme l’a écrit Louis Ulbach, Balzac semble avoir voulu condenser «toutes les corruptions, toutes les infamies»: Valérie Marneffe. Sa force de fascination se mesure au-delà du roman de Balzac, qui en déploie la puissance envoûtante: Mme Marneffe a séduit son siècle. Elle est parvenue à gagner à son créateur certains de ses plus féroces détracteurs. […].

 

 

  Alberto Scigliano, Suggestioni mosaiche nella letteratura; Honoré de Balzac e la figura di Mosè, in La grande narrativa biblista nella cultura ottocentesca, Milano, Franco Angeli Edizioni, 2020.




  Pierluigi Serra, Il cappellaio matto, in I racconti segreti della Sardegna. Storie del mistero, tra viaggiatori, maghi e iniziati, Roma, Newton Compton editori, 2021 («Quest’Italia», 474), pp. 251-260.


 

  Agnese Silvestri, Lisbeth, ou les limites de la vengeance populaire, in AA.VV., Séduction et vengeance: «La Cousine Bette» de Balzac. Cinq leçons ... cit., pp. 73-89.

 

  […]. Nous voudrions faire un pas de plus dans cette direction et réfléchir sur les grandes limites que semble enfin présenter cette vengeance de la parente pauvre sur la riche famille des Hulot, ainsi que sur les raisons de la vanité de ses efforts, qu’il paraît hasardeux de réduire, avec Kris Vassilev, à l’inexistence de l’offense. Les convictions de Lisbeth sont en effet difficilement réductibles à une sensation subjective qui serait due à sa prodigieuse jalousie. […].

  Une sorte de mauvaise conscience semble parcourir ce roman. Car, en brouillant l’esthétique propre au feuilleton et au mélodrame, qui voit les méchants s’opposer aux bontés angéliques, Balzac détaille les diminutions variées que la famille inflige à Lisbeth afin que le lecteur puisse partager le sentiment d’une injustice. De plus, en variant dans l’écriture l’usage du prénom de son personnage, comme on va le voir, il préserve son identité contre celle, teinte de mépris, par laquelle la famille Hulot identifie la «cousine Bette». Enfin, le statut de travailleuse qui accable socialement Lisbeth, est en même temps ce qui la rend porteuse de ces mêmes valeurs de vigueur et de persévérance dans l’effort que Balzac considère comme indispensables au véritable artiste, ainsi qu’à toute grande réalisation humaine: «Le travail constant est la loi de l’art comme celle de la vie». L’histoire de Wenceslas Steinbock, sculpteur destiné à la stérilité créatrice dès qu’il se libère de la protection jalouse de la vieille fille, souligne cet aspect.

  On a l’impression que, dans La Cousine Bette, Balzac cherche à régler ses comptes avec une donnée historique : la gestion de l’héritage de la Révolution française et de l’époque napoléonienne, avec les possibilités de mobilité sociale qui en dérivent. Dans une époque où toute grandeur épique a définitivement sombré, suivant l’effondrement de l’Empire, dans un système où désormais seul l’argent paraît compter et où les bourgeois sont définitivement établis, quitte à pourrir, que faire de l’ascension sociale réalisée dans ces circonstances exceptionnelles par les classes travailleuses? Et que faire de la demande d’égalité qui continue de s’élever dangereusement de la société? Pour comprendre dans cette optique la réponse complexe que donne ce roman, entre refus effaré et une forme de compréhension des raisons – historiques entre autres – des revendications populaires, il convient de se pencher d’abord sur les itinéraires croisés et de signes opposés des deux cousines Fisher.

 

 

  Marie-Ève Thérenty, Convergences:Vernon Subutex” etLa Comédie humaine”, in AA.VV., Écrire avec les livres. Présences de la littérature française du passé dans les romans et récits contemporains, sous la direction de Silvia Disegni et Dominique Viart, «Francofonia. Studi e ricerche sulle letterature di lingua francese», Bologna, 78, Anno XL, Primavera 2020, pp. 103-115.

 

  [...]. La romancière Virginie Despentes, auteur notamment de Vernon Subutex, trilogie parue chez Grasset entre 2015 et 2017, racontant la déchéance puis la résurrection d’un disquaire quinquagénaire, ne cache pas que ses oeuvres romanesques s’ancrent dans le doublé terreau de la musique rock et des séries. Pourtant l’ouvrage a été unanimement salué comme une nouvelle Comédie humaine au point que cette expression est devenue quasiment un topos de la réception critique de Subutex. Or la réaction de Virginie Despentes à ce diagnostic pose question et pourrait même conforter, au moins dans un premier temps, l’hypothèse d’une littérature contemporaine sans racine. Elle ne renie pas vraiment l’illustre paternité qu’on lui propose mais elle semble recevoir cet honneur sinon avec surprise du moins avec une certaine perplexité. Si la filiation assumée entre Balzac et Virginie Despentes s’avère problématique, et si même […] la référence à La Comédie humaine semble aussi évidente qu’impalpable, qu’est-ce qui lie les deux cycles ? Nous voudrions explorer l’hypothèse, qui nous écarte évidemment du récit de filiation […] de la convergence.

  Le terme de convergence évoque dans le roman les cérémonies musicales, des raves sans drogue, durant lesquelles le héros Vernon Subutex, reconverti en DJ, fait planer des assemblées entières, dansant dans une sorte d’hypnose collective et partageant une expérience quasiment mystique, au son de morceaux musicaux que Subutex se contente de reprendre et de mixer. […]. Mon hypothèse est que Vernon Subutex constitue une allégorie romanesque de ce nouveau mode de consommation-production et qu’au-delà le rapport de Virginie Despentes à la culture et à la littérature (l’un ne se dissociant absolument pas de l’autre) est un rapport moins conçu sur le mode de la filiation que du bricolage et du mixage. À partir de ces hypothèses, nous tenterons d’éclairer le lien effectivement fonda mental entre Virginie Despentes et Balzac. […].

 

 

  Ilaria Vidotto, Du baron Hulot au baron de Charlus, en passant par Samuel Beckett. Étude croisée de deux frères par excès”, in Séduction et vengeance: «La Cousine Bette» de Balzac. Cinq leçons ... cit., pp. 23-45.

 

  [...]. Malgré l’absence de renvois intertextuels explicites, nous pouvons affirmer, en conclusion de cette étude croisée, que Beckett avait vu juste, et très juste même: le baron Hulot semble en effet être pour beaucoup dans l’élaboration de Charlus, dans la mesure où les tenants et aboutissants de sa monomanie sexuelle, et du traitement que Balzac lui réserve, convergent d’une manière surprenante avec la représentation proustienne de l’évolution de Charlus. Inverti sui generis, personnage « original à force d’être commun», et dont Proust n’a jamais cessé de revendiquer la nouveauté, ce dernier partage néanmoins avec son homologue hétérosexuel balzacien – et avec d’autres passionnés de la Comédie Humaine – l’exigence de se jeter à corps perdu […] dans la poursuite incessante, et au fond stérile, de ses désirs, faisant fi des conventions socio-morales, ne reculant pas devant le crime, et plongeant finalement dans des aberrations à la fois grotesques et sublimes.

  Si nous voulions aller plus loin que Beckett, nous pourrions avancer que le baron Hulot n’a pas seulement un frère, mais peut-être aussi un cousin dans la Recherche, en le personnage du frère de Charlus, le duc Basin de Guermantes.

 

 

  Cinzia Zanchi, Lo “smonetato” Honoré de Balzac, Roma, ‘Genius Scuola di scrittura’, 21 Novembre, 2020. [on-line].

 

  Per i coniugi Balzac e i loro congiunti la peggiore delle sventure è il trovarsi con meno soldi in tasca, mentre la più grande felicità sta nell’assicurarsi lauti proventi. Felicità che si fa desiderare per cui gli eccessi d’avarizia sono all’ordine del giorno.

  Honoré de Balzac cresce alla scuola dell’indigenza, dell’economia di “sussistenza”, del regime di “spese così nettamente determinate” che un vetro rotto, uno strappo ai pantaloni comportano inasprimenti e torture per un mese. Si deve far bastare venti soldi al giorno: diciotto per le spese fisse e due per quelle impreviste. Invidia i compagni tirati su meno spartanamente, non svezzati con le privazioni. A Tours dove vive, la leccornia che è vanto e delizia di grandi e piccoli è un particolare paté, una celebre marmellata artigianale di salumeria, Les Rilettes. Da giovane non ha mai avuto la gioia di spalmare quella bruna conserva su una fetta di pane. Ha di natura un appetito eccellente, ma spesso per pranzo deve limitarsi alla frutta e al caffè. Per ridurre a dieci centesimi al giorno la spesa della lavandaia e della stiratrice non può portare camicie di cotone, ma si accontenta di camicie di flanella, per conservare lo stesso paio di calze per un certo tempo, usa le ghette. Gli rimane l’incubo della strada polverosa e della più leggera macchia di fango o di uno schizzo sugli indumenti. Mantiene decente lo stato del cappello fino a che “la sua esistenza artificiale giungeva al punto estremo: era ferito, precipitato, finito: un vero cencio, degno rappresentante del suo padrone”. La casa della famiglia Balzac è simile a un’orrenda stamberga. Conserva la memoria olfattiva dell’umidità e del salnitro, di quegli antri dove persino l’odore del latte traboccato sul fornello è “un odore di più, che si sente poco malgrado la sua acredine nauseabonda”. Gli ripugna toccare la ghianda unta con cui termina il cordone del campanello e le pareti coi fiorami da parati, giallastri ed escrescenti, e guarda con disgusto le porte annerite dalla vernice grossolana. Constata come la miseria “sia il più attivo di tutti i dissolventi sociali”. Nell’intimità delle pareti domestiche, “in seno alla famiglia” e nella cerchia consueta del vivere, si sente un metallo deprezzato, “smonetato”. L’ossessione per il denaro gli rimane impresa come un marchio: più forte di lui è la mania di stimare le sostanze di chi frequenta e di tirar le somme con gusto e concentrazione, obbedendo al bisogno di considerare e valutare ogni situazione in cifre e in moneta.[1]

 

 

 

 

Convegni, Conferenze, Seminari e Corsi Universitari.

 

 

  AA.VV., Colloque international d’études. Convegno internazionale di studi à la mémoire de/In memoria di Susi Pietri. Histoires de lecture/Storie di lettura, Macerata, 5-6 février 2020:

 

  Chantal Masson, «Baudelaire lecteur de Balzac dans La Fanfarlo»;

  Éric Bordas, «Le Balzac de Zweig, ou l’image dans le tapis de Susi»;

  Valerio Massimo de Angelis, «La commedia inumana: Hawthorne e (o contro?) Balzac»;

  Irene Zanot, «Sulle tracce di Balzac: il Leroux «poliziesco» e il lascito della Comédie»;

  Tatiana Petrovich Njegosh, «Il Balzac di Henry James: a realistic romancer»;

  Daniela Fabiani, «Gadenne lettore di Balzac»;

  Andrea Del Lungo, «Balzac au prisme de la French Theory»;

  Claire Barel-Moisan, «Le Balzac de Pierre Michon»;

  Christèle Couleau, «Miroirs concentriques. Houellebecq lecteur de Balzac»;

  Véronique Bui, Dai Sijie lecteur de Balzac;

  Vincent Bierce, «Va te faire voir, Rastignac!» Pamuk et Balzac: de la jubilation ambiguë à la recherche du tout-autre.

 

 

  Amandine Barthés, Il ritratto della società parigina del primo Ottocento – Honoré de Balzac. “Le père Goriot”, Torino, Babelica, 12 marzo 2020.

 

 

  Marita Liebermann, Ein Casanova im Dazwischen oder ‹Leben mit Exil›. Zur Migrantenfigur in BalzacsFacino Cane”, in AA.VV., Letteratura come ponte. Migrazione e letteratura, Venezia, Centro tedesco di studi veneziani, 9 ottobre 2020.

 

 

 

 

Eventi.

 

 

 AA.VV., Il pianeta Balzac, Radio Scuola, Rai RadioTre, 4 maggio 2020.

 

  Lettura di estratti da: l’Avant-propos; la Correspondance; La Peau di chagrin; Papà Goriot, Illusions perdues; Eugénie Grandet (letture di: Elisabetta Rasy, Gianni Esposito).

  Sono intervenuti: Paola Dècina Lombardi (‘Balzac e Dante’), Antonio Scurati, Jacqueline Risset. Intervista di Tommaso Giartosio a Mariolina Bertini (‘Proust e Balzac’).

 

 

  Anna di Cagno, Trattato della vita elegante di Honoré de Balzac, ‘La Libreria di Molly Brown ovvero Gli Inaffondabili’, 20 marzo 2020. [on-line].

 

 

  Gruppo di lettura. Honoré de Balzac. “La ricerca dell’assoluto”, Venegono Inferiore, Biblioteca Comunale ‘Valentino Doneda’, 5 marzo 2020.



[1] Nel sito web della rivista «Suite française», è presente una sezione denominata: ‘sans souci’ nella quale sono presenti altri studi dedicati a Balzac e alla sua opera. Per quanto concerne l’anno 2020, segnaliamo: Francesco Patrucco, Balzac: ipertesto, modello e maschera della poesia di Cucchi (31 marzo).



Marco Stupazzoni

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