sabato 13 luglio 2019



1933

 

 


Edizioni in lingua francese.

 

 

  Honoré de Balzac, Grandeur et Décadence de César Birotteau. Introduction et notes par Margherita Del Minio, Milan, Charles Signorelli – éditeur, 1933 («Scrittori francesi», 92), pp. 175.


  Struttura dell’opera:

 

  Margherita Del Minio, Introduction, pp. 5-12; [Cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici].

  Grandeur et décadence de César Birotteau, pp. 13-175.

 

  Il sistematico lavoro di riduzione testuale compiuto sul modello originale del romanzo da Margherita Del Minio non consente, purtroppo, al lettore di confrontarsi con questa ‘scène de la vie parisienne’ balzachiana nella sua integralità. 


 

Traduzioni.

 

 

  Balzac, Il Colonnello Bridau (Un ménage de garçon). Traduzione e introduzione di Maffio Maffii, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1933 («Biblioteca Romantica, diretta da G. A. Borgese», XVIII), pp. 430.

 

  Cfr. 1932.

 

 

  Balzac, Studi filosofici. La pelle di zigrino. Traduzione di Gildo Passini, Milano, Edizioni “Corbaccio” (Soc. An. «La Tipografica», Varese), (luglio) 1933 («Tutto Balzac», 29), pp. 311.

 

  Questa nuova traduzione di La Peau de chagrin si fonda sul testo dell’edizione definitiva Furne pubblicata nel 1845. Gildo Passini fornisce una versione del romanzo nel complesso corretta, anche se, a volte, piuttosto personale e non sempre rigorosamente aderente al modello francese. Segnaliamo, ad esempio, la resa dell’incipit dove l’originale: «Vers la fin du mois d’octobre dernier» […] è reso con: «Verso la fine di ottobre del 1829 […]». Non è presente la dedica “À Monsieur Savary”.

 

 

  Onorato de Balzac, La pelle di zigrino. Romanzo, Torino, Casa Editrice A. B. C. (A.R.S. Anonima Roto-Stampa), (dicembre) 1933 («Collana Resurgo», 12), pp. 349.

 

  Anche questa versione italiana, anonima, del romanzo filosofico balzachiano ha come modello il testo dell’edizione Furne del 1845, e, nonostante qualche variante formale, ci sembra abbastanza vicina a quella fornita da Gildo Passini per le Edizioni Corbaccio. Anche in questo testo, non è tradotta la dedica del romanzo a Savary e rileviamo la resa molto simile dell’incipit: «Verso la fine del mese di Ottobre dell’anno 1829 […]».

 

 

  Onorato Balzac, Splendori e miserie delle cortigiane. Romanzo di Onorato Balzac, Milano, S. A. Elit (Arti grafiche «La Poliglotta»), 1933 («I Romanzi dell’Iride», Volume XVII), pp. 256.

 

  La traduzione del titolo della prima delle tre parti del romanzo qui presentate (per la quarta parte, cfr. la scheda successiva): Ester felice rimanda al testo dell’edizione Furne (1844-1846) e non alla versione definitiva dell’opera (Furne corrigé) dove il titolo della prima parte di Splendeurs et misères des courtisanes è stato mutato, da Balzac, in: Comment aiment les filles.

  Non è tradotta la dedica del romanzo al “Prince Alfonso Serafino di Porcia”. Siamo di fronte ad un lavoro di traduzione condotto con estrema imperizia: frequenti sono la soppressione, le riduzioni se non addirittura lo stravolgimento di ampie sequenze testuali nel corso di tutta l’opera, come testimonia l’esempio che qui sotto riportiamo tratto dalla prima pagina del romanzo:

 

  pp. 428-429 [cfr. Balzac, Splendeurs et misères des courtisanes, a cura di Pierre Citron, Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, 1977, t. VI].

 

  En 1824, au dernier bal de l’Opéra, plusieurs masques furent frappés de la beauté d’un jeune homme qui se promenait dans les corridors et dans le foyer, avec l’allure des gens en quête d’une femme que des circonstances imprévues retiennent au logis. Le secret de cette démarche, tour à tour indolente et pressée, n’est connu que des vieilles femmes et de quelques flâneurs émérites. Dans cet immense rendez-vous, la foule observe peu la foule, les intérêts sont passionnés, le désœuvrement lui-même est préoccupé. Le jeune dandy était si bien absorbé par son inquiète recherche, qu’il ne s’apercevait pas de son succès: les exclamations railleusement admiratives de certains masques, les étonnements sérieux, les mordants lazzis, les plus douces paroles, il ne les entendait pas, il ne les voyait point. [Il corsivo è nostro].

 

  p. 5. A Parigi, nel 1824, all’ultimo ballo dell’«Opéra», alcune maschere restarono colpite dalla bellezza di un giovane che passeggiava in cerca d’una donna. Il giovane damerino era tanto assorto nella sua ricerca che non udiva le esclamazioni scherzosamente ammirative di certe maschere, i sinceri stupori, i motti pungenti, le più dolci parole.

 

 

  Onorato Balzac, Vautrin. Romanzo di Onorato Balzac. Traduzione di Gino Vellani, Milano, S. A. Elit (Tipo-Lito Parigi Bareggi), 1933 («I Romanzi dell’Iride», Volume XVI), pp. 208.

 

  Si tratta della traduzione della quarta parte di Splendeurs et misères des courtisanes (cfr. scheda precedente): La dernière incarnation de Vautrin. Rispetto alla versione italiana delle prime tre sezioni del romanzo, il presente lavoro di traduzione, condotto da Gino Vellani, è senza dubbio più fedele e aderente al modello francese. 

 



 

Studî e riferimenti critici.

 

 

  Giosuè Carducci e Ferdinando Martini. Carteggio dal 1862 al 1901, «Pègaso. Rassegna di Lettere e Arti», Milano-Firenze, Treves Treccani Tumminelli, Anno V. N. 1, Gennaio 1933, pp. 1-25.

 

  p. 17.

Aprile 1882.

 

  Giosuè, hai vista la Bizantina? L’articolo incriminato non era mio; ma lo sottoscriverei, perché lo studio del Martinozzi sul Rabelais non è che una compilazione, diligente sì, ma compilazione. Né intendo poi perché la Bizantina si scaldi tanto per quel signore) che tu hai conciato nelle Confessioni per il dì delle feste. Io non risponderò una riga: che vuoi rispondere a questo Scarfoglio, il quale nel Fracassa e nel Fanfulla domenicale discorre della prosa febbrile del Goethe, assevera che lo Schlegel esterminò i romantici (!!), che il Longfellow tormentava la forma come il Gautier, e chiama la Recherche de l’absolu del Balzac una fanfaluca metafisica? Soltanto mi spiacque che nella Bizantina, per l’appunto in quel numero fosse una poesia tua; e capisci il perché. Ti stringo la mano. Aff.mo Ferd. Martini.

 

 

  Corriere Teatrale. L’omaggio della critica parigina all’arte di Zacconi, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 25, 30 Gennaio 1933, p. 2.

 

  Ermete Zacconi, come già nella sua precedente visita a Parigi, ha conquistato e commosso il pubblico della capitale fin dalla prima rappresentazione, e agli applausi entusiastici che per decine di volte hanno riempito l’immensa sala del Teatro dei Campi Elisi si aggiungono le critiche non meno entusiastiche pubblicate da giornali di Parigi. Al critico di Paris Midi è parso di assistere alla risurrezione di uno dei grandi della scena, quando Zacconi è apparso, «riempiendo quasi da solo il teatro con la sua maschera dura e cavernosa, simile a quelle che Rodin scolpiva in un pezzo di roccia quando voleva disegnare un Balzac».

 

 

  Notizie bibliografiche. Letteratura contemporanea. Lucio d’Ambra, “La formica su la cupola di San Pietro”, Milano, Mondadori, 1932, pag. 334, in-16°, L. 12, «L’Italia che scrive. Rassegna per coloro che leggono. Supplemento mensile a tutti i periodici», Roma, Anno XVI, N. 2, Febbraio 1933, pp. 34-35.

 

  p. 40. Capisco: si tratta d’una storia simbolica, di personaggi simbolici. Ma Lucio d’Ambra m’insegna che il simbolismo diventa freddo e rimane allegorismo. quando non è l’alone ideale d’una realtà, potentemente osservata e ricreata. E, a ogni modo, il romanzo richiede, per essere veramente tale, fatti e fatti e fatti, non parole, commentarî, dissertazioni, per quanto belli in se stessi: Balzac, che d’Ambra ricorda così spesso, come se fosse il suo vero Maestro, e corresse qualche analogia tra la sua opera e quella del sommo narratore, dovrebbe ammonirlo soprattutto in questo.

 

 

  Una lapide sulla casa di Anatole France e una nuova tomba per Balzac, «Il Regime fascista», Cremona, Anno XII, N. 120, 21 Maggio 1933, p. 8.

 

  Quasi contemporaneamente al cimitero del Père Lachaise, si svolgeva un’altra cerimonia in memoria di Onorato di Balzac. Nel pomeriggio la tomba di Balzac, che già in doloroso abbandono dopo l’estinzione della famiglia è stata restaurata per sottoscrizione, è stata consegnata alla città di Parigi dal vicepresidente del Consiglio municipale Lionello Nastrog, grande amico delle lettere. La cerimonia è stata coronata da un atto estremamente gentile. Nel Giglio della vallata (sic) Balzac aveva composto un mazzo meraviglioso con i fiori più graditi e dai nomi più sonori. Il signor Nastrog ha avuto l’idea di far deporre sulla tomba un mazzo analogo, a quello descritto da Balzac.

 

 

  France e Balzac commemorati a Parigi, «La Stampa», Torino, Anno 67, Num. 120, 22 Maggio 1933, p. 3.

 

  Quasi contemporaneamente, al cimitero del Père Lachaise si svolgeva un’altra cerimonia in memoria di Onorato Balzac. Nel pomeriggio la tomba di Balzac, che, già in doloroso abbandono dopo la estinzione della famiglia, è stata restaurata per pubblica sottoscrizione, è stata consegnata alla Città di Parigi dal vice-presidente del Consiglio municipale Lionello Nastrog, grande amico delle lettere. La cerimonia stata coronata da un atto estremamente gentile. Nel «Giglio nella vallata» Balzac ha composto un mazzo meraviglioso con i fiori più graditi a dai nomi più sonori. Il signor Nastrog ha avuto l’idea di far deporre sulla tomba un mazzo analogo a quello descritto da Balzac. Il che non è stato senza grandi difficoltà, dato che nella poesia erano ricordati fiori e piante che non fioriscono nella medesima stagione.

 

 

  Cronache bresciane, «Il Regime fascista», Cremona, Anno XII, N. 141, 15 Giugno 1933, p. 4.

 

  Via Santa Giulia ora via Musei, fra le strade bresciane è certamente la più antica. Le sue origini sono lontane e si perdono nella gloria della romanità. Infatti non va dimenticato che l’attuale via dei Musei durante l’imperio di Roma era una delle principali, anzi la principale che attraversava la città in tutta la sua larghezza. Ivi tutto parla di un mondo scomparso, che non è più. Viene fatto di ricordare Balzac. Già, Balzac o meglio il titolo di un suo libro; «La pelle di Zigrino». Lo ricorda il lettore?

 

 

  Sibilla Aleramo, Note di Taccuino, «Il Giornale di politica e di letteratura. Rivista mensile», Roma, Anno IX, nn. 1-3, 1933, pp. 46-51.

 

  pp. 47-49. Il mio Balzac. Per uno di quei sensi superstiziosi ch’egli comprendeva, mi piace riprendendo a scrivere dopo un tempo di impotenza, pormi un momento nell’ombra sua.

  E’ un pomeriggio di giugno, velato, caldo, e il lago ha la pruina qua e là quasi bianca, di gelsomino.

  Come diversa questa linea molle di monti da quella su cui i miei occhi s’ipnotizzavano in un’altra estate lontana, linea di rupi violenta contro il cielo turchino di Corsica.

  Le rondini là erano grigie, piccoline, rondini di roccia.

  Fu in quell’anno lontano, nel villaggio dal bel nome che non dico, dove m’ero recata sola e senza un perché, nel cuore dell’isola aromatica, ch’io imparai ad amare Balzac.

  Le fasi dei giorni e delle settimane si svolgevano ampie, le scandiva qualche galoppo di cavallo, qualche canto paesano, i tigli fiorivano e sfiorivano, rosseggiò il lentischio nella macchia, buono era il miele commisto alla cera che mi si donava ancor nei favi.

  Nell’unico scaffale di libri dell’unica casa civile del paese, una collezione completa di Balzac stava allineata, ben rilegata.

  Conoscevo di già Père Goriot, César Birotteau e non so che altro: poco. Avevo detto sin allora, se pensavo alla sua gloria, che la sua vera grandezza mi sfuggiva.

  E n’ebbi la lenta ampia lezione.

  Un primo volume preso in mano svogliatamente — eran forse già due mesi ch’io me ne stavo, con una tristezza ardente recata di là dal mare, e invano nello spinoso mantello verde dorato dell’isola cercavo un poco d'erba per affondarvi la fronte — un primo volume, Le lys dans la vallée di cui oggi non ricordo la favola, mi diede un vago stupore, quasi disegnandomi su le labbra la scia di un sorriso grato. E seguirono Le lettere di due spose, poi La femme abandonée (sic). Quest’uomo aveva dunque saputo il cuore femmineo? Ed era stata virtù sua o del suo tempo suscitare potenti devozioni virili a quel cuore? Balzac credeva nell’amore, meravigliosamente. Le passioni ch’egli raccontava duravano dieci vent’anni, immerse le sue donne per dieci per vent’anni nella monomania sublime vedevano passare cicli di stagioni senz’accorgersene, baciate in fronte da una grazia misericorde anche quando la passione si tramutava in perenne lutto. Sottomesse in apparenza ai limiti, ma ribelli nella realtà profonda non meno che l’antica Antigone.

  Vicende, vicende. Dalle case di provincia ai carnevali cittadini.

  Gli uomini s’affannano, o legiferano, o meditano. Il miracolo non è che Balzac abbia conosciuto questi o quest’altri, innumerevoli volti e destini, il miracolo è che Balzac ce li mostri, tutti, così transitori quali sono, sotto specie eterna. Se volessi parlare come un critico dimostrerei ch’egli è il meno francese dei genii della sua patria e che per universalità soltanto Shakespeare gli sta sopra. Dante e Dostojevoky (sic) rimangono fondamentalmente della propria razza. Discorsi stolidi. Quell’estate, nell’isola di rovi e di rupi, sospesa fra gli elementi, la riconoscenza cresceva in me di volume in volume, da Louis Lambert a Les (sic) Illusions Perdues, dalle Cortigiane a Seraphita (sic), cresceva fuor d’ogni preoccupazione colturale, e c’era un’antitesi bizzarra e insieme un rapporto misterioso tra l’enorme opera umana che mi soggiogava, scritta senza alcuna gioia di ritmo, e quella Corsica avulsa dalla propria storia ... (1918).



  Lucio d’Ambra, Un romanzo poema (Conversazione di Lucio d’Ambra), «Radiocorriere. Settimanale dell’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche», Torino, Anno IX, N. 1, 1-8 Gennaio 1933, p. 12.

 

  Tra gli scrittori che più risolutamente difendono la tradizione letteraria nell’evoluzione e che, pur ascoltando con attenzione ogni nuova voce del tempo, non credono che quanto è antico non possa anche, almeno in notevole parte, essere eterno, è Ercole Rivalta. Egli è di coloro che pensano esser nell’arte, moderna e antica, un problema solo: l’ingegno creativo, il quale sempre fa quello che tutti i genii creativi hanno fatto: eredita, aggiunge del suo all’eredità e poi tramanda. Insomma il Rivalta è di quelli i quali pensano non esser vero affatto che non si possa più scrivere come Balzac: il gran male è invece che Balzac, oggi, non c'è più. Chè se Balzac ritornasse, non avrebbe, nel 1932, da far altro che quanto già fece nel 1832: guardarsi attorno, sentire in sé le eterne passioni degli uomini, osservarne i mutevoli costumi, respirarne il clima spirituale che sempre cambia coi tempi e poi riscrivere daccapo, aggiornata al secolo ventesimo, la Commedia umana ch’ei già scrisse nel decimonono.

 

 

  Lucio d’Ambra, Milioni in sogno. L’avventura sarda di Onorato di Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 46, 19 Febbraio 1933, p. 3.

 

  Insomma il grande Balzac aveva un bell’adorare l’Italia tutta, sì da venirvi, in sua breve vita, quattro o cinque volte, cioè sin da quando giovane di vent’anni, sperava da sua madre mille scudi per poterla girare interamente a piacer suo dalle Alpi alla Sicilia. Adorava, questo è certo, le nostre grandi città. Torino e i suoi maestosi portici lo entusiasmavano e dalla finestra di un albergo in piazza Castello manifestava clamorosamente, gli fosse accanto Madame Hanska, donna del Nord, e Carolina Marbouty, donna del Sud e vestita da uomo, la sua ammirazione.

 

Vivere, lavorare, arricchire.

 

  Né poco più in là, nei salotti delle principesse e duchesse lombarde, si stancava mai di vantare Milano ce più calorosa non era uscita neppure dal cuore del suo grande collega Stendhal, milanese d’elezione. Di Venezia adorò persino la pioggia, ed esaltandola si sbracciava per le strette «calli» in tal modo che con le mani picchiava punti esclamativi nei vecchi palazzi veneziani. Delirò, – s’intende, – anche per il glorioso fasto di Roma e, rimanendovi un mese, sognò di ritornarvi a vivere e a scrivere. Ma venirvi a morire, come tanti altri, poeti innamorati delle Sette Colline, no, questo no, non fu mai il suo desiderio. Chè Balzac, sì vivo e condannato a morire così presto, di morte non amava parlare mai. Vivere, lavorare, arricchire, questi erano i tre verbi del suo vocabolario. Poco adoperò, e a tempo perso, il verbo amare. E volle ignorare fino alla fine il verbo più tetro e più sicuro del linguaggio degli uomini: morire.

  Ma, tra le città italiane del settentrione, Genova ebbe la sua preferenza. Là dove Taine, nel Viaggio in Italia, non vide bellezza, là dove Enrico Heine trovò tutte cose da criticare, Balzac precedette in ditirambici entusiasmi Gustavo Flaubert giovane che doveva, qualche anno dopo, innamorarsi di quella grande «città tutta marmi, in mezzo ai quali fioriscono le rose», di quell’anfiteatro tra cielo e mare dove tutto ha a sfondo due diversi toni di azzurro. Balzac tornò a Genova più volte e vi sostò a lungo tanto da potervi scrivere, da cima a fondo, anche un suo non breve racconto: Honorine. Fu ospite del marchese Pareto. Ma, più che i gentiluomini e gli artisti, amava incontrare a Genova uomini d’affari, nababbi dell’alta finanza, patriarchi del porto, sàtrapi delle grandi navigazioni e principi dell’armatorato. Chè a Genova veniva, non per i suoi romanzi di cui sempre aveva piena la testa, ma per il suo portafogli che, quanto più egli scrivesse e guadagnasse, più era ostinatamente vuoto. E proprio lì, a Genova, aveva trovato quello ch’egli credeva essere l’uomo del suo destino finanziario. Persuaso ormai dell’impossibilità d’arricchire con tipografie o teatri, imprese editoriali e giornalistiche, – esperimenti fatti e risolti in una serie di lacrimevoli catastrofi, – tutte le sue speranze, quelle speranze che in Balzac eran sempre e sùbito certezze, poggiavano, ai trentotto anni del romanziere, sul cittadino genovese Giuseppe Pezzi, negoziante di non definiti negozi, il quale gli aveva promesso, – così Balzac assicurava, – di associarlo ad una delle più grandi speculazioni finanziarie del secolo. Senza rendersi conto che la sola miniera concessagli dal destino era il suo inesauribile cervello fatto fosforescente dalla sua prodigiosa fantasia di romanziere, Balzac era persuaso che il suo periodo aureo sarebbe stato alimentato da certe miniere d’argento che, in Sardegna, stavano da gran tempo, cioè dall’età degli antichi Romani, ad aspettare che un romanziere francese carico di cambiali si decidesse a riscoprirle per pagare fino all’ultimo centesimo i suoi pertinaci creditori.

 

Le scorie dell’Argentiera.

 

  Si trattava, in breve, di fondere le scorie argentifere che abbondavano, – il nome lo dice, – nell’Argentiera, così da poter estrarre da tante scorie neglette dai Romani un po' di prezioso metallo. Quando, per la prima volta, sentì parlare di miniere e di scorie, di argento e d’Argentiera, ai genovesi prima, e poche settimane dopo ai Francesi, Balzac parve addirittura impazzito. A sentir lui, il colpo maestro era già cosa assicurata e, se ciò fosse dipeso solamente dalla sua volontà, avrebbe fatto saltare in aria la Banca di Francia in tre soli giorni, tanto avrebbe scontato ai suoi sportelli, a tre mesi o sei mesi, cambiali di milioni e milioni. E da Parigi comincia a chiedere alla Corte piemontese la facoltà di metter piede in Sardegna e d’impiantare nell’isola lo sfruttamento metodico delle trascurate miniere. Senonchè il cielo così dorato, – e così inargentato, – d’improvviso s’annuvola. Non vedendo venire la sospirata licenza, Balzac infuria: forse quel brigante di Pezzi, da Genova, gli ha fatto la forca a Torino e ha chiesto per sé solo il regio decreto. In realtà lavora, al solito, l’esuberante immaginazione del gran romanziere. Il genovese Pezzi è, forse, un galantuomo, che s’è fatto troppe illusioni e le ha comunicate allo scrittore. Il quale intanto a Genova è ritornato e, vedendo dileguar le miniere in Sardegna, la città dei marmi e delle rose gli par men bella che la volta prima. Scrive a Madame Hanska: «Che sbadigli!». E vuol lavorare alle Scene della vita militare, visitando i forti della costa mediterranea tra Genova e Nizza. Senonchè deve rinunciarvi. Le miniere, una bella mattina, risorgono dalle sepolte illusioni. D’improvviso Balzac si decide e va in Sardegna. Gli hanno detto che il Pezzi è laggiù. Difatti è vero. La concessione è stata ottenuta dal genovese in suo solo nome, e costui, per suo conto, tenta di avviare l’impresa. Invano Balzac infuria. Placido e massiccio, quadrato e con la testa a posto, il genovese spiega: «Parlai di queste miniere con voi, a Genova, come d’un qualunque soggetto di conversazione». «Non è vero! Mi proponeste di parteciparvi». «Per quale ragione avrei dovuto farlo? L’idea è mia. Mio è il capitale. La cosa non può dunque riguardarvi in alcun modo». «Ma io, signore …». «Voi, illustre signor Balzac, avete capito male. Siete andato, con la fantasia, al di là della realtà precisa. Ciò accade sovente ai grandi scrittori». «Non sono uno scrittore! Sono un uomo d’affari». «Affari sballati!». «Lo vedremo. L’Argentiera non è vostra. Coi miei bravi campioni di scorie io ritorno in continente, Italia e Francia, troverò danari anch’io. Vi farò una concorrenza spietata. Sono un uomo geniale. Estrarrò da queste formidabili e storiche terre milioni su milioni. E arricchirò più di voi! Arrivederci!». E, con le scorie, torna a Genova. Ha preso appunti su appunti. Come Mérimée scrive romanzi còrsi, lui, Balzac, vuole scrivere romanzi sardi. Poco è mancato, così, ch’ei precedesse di novant’anni Grazia Deledda. Gliel’aveva messo in mente un Italiano, dicendogli che la Sardegna era ancora tutta da rivelare al mondo, che un romanziere aveva fatto la fortuna della Scozia e che egli, Balzac, sarebbe stato della stupenda isola italiana il Walter Scott provvidenziale. Delegato così dal destino a scoprire un’isola nelle sue ignorate meraviglie, Balzac premedita romanzi con complicate storie di briganti e d’amorose vendette. Ma non si decide mai a mettersi all’opera. Rimanda al tempo in cui sarà ricco. E la ricchezza – campa cavallo …– è sempre laggiù, in Sardegna, mentre i creditori, assillanti, minacciosi, iracondi, sono lì, a Parigi, attorno a lui, da ogni parte, sino al punto di impedirgli di rientrare in casa sua e di ridurlo a scrivere nascosto nel retrobottega del suo sarto.

 

Traversìe marinare.

 

  E cerca denaro per partire. Ma sì … Trovarne! Arduo problema. Scrive a Madame Hanska: «Dannazione! Il denaro, facile per gli altri, è stato sempre difficile per me …». Comunque, a pezzi e bocconi, spiegando, pregando, piangendo, sognando, dimostrando, vociferando, riesce a mettere insieme (molti gli danno un po’ di franchi solo per levarselo dai piedi, lui, la Sardegna e le famose miniere!) la somma necessaria, purtroppo quanto mai limitata. Vorrebbe andare in economia. Ma il viaggio in economia esige quindici giorni di tempo. Quindi scialo e via: in Sardegna in capo a tre giorni, passando per la Corsica. Invece no: finisce su una barca per il trasporto di coralli che resta in mare cinque giorni. Ira di Dio! Tempesta e fame … A bordo non ci son viveri. Romanziere e marinai vanno avanti col pesce che riescono a tirar su con l’amo. E non c’è neppure dove dormire: bisogna sdraiarsi lì, all’aria aperta, avvolgendosi nelle coperte, la testa appoggiata sui cordami. Ma i guai non finiscono. In continente c’è il colera. Quindi non si può sbarcare: cinque giorni di quarantena. Lista del giorno sempre un insipido pesce cotto in orribili zuppe alla marinara, che son gravi allo stomaco di Balzac. E non vogliono, quei dannati del porto, sebbene il vento soffi e la barca balli, farli attraccare ad un anello del molo. Ma un marinaio – marinai francesi che mal sopportano discipline altrui – si butta in acqua e lega una corda a una catena. Il Governatore va in bestia: «Si sciolga la corda!». «Non si può. C’è pessimo mare». «Si sciolga la corda!». «C’è a bordo il signor Balzac, il famoso romanziere». «Me ne infischio. Si sciolga la corda». «Signor Governatore, io sono Balzac e devo scendere a terra». «Me ne dispiace. Io sono il Governatore e devo far rispettare i miei ordini».

  Così Balzac, superati i cinque giorni, scende a terra di pessimo umore, e le impressioni scritte a Madame Hanska son poco favorevoli a sardi e Sardegna. Ma l’umore si rasserena andando verso Sassari e poi, di là, all’Argentiera. E’ primavera. I paesaggi son belli. La terra è la più fertile del mondo. Le case son curiose e pittoresche. Gli uomini sono forti e animosi. E se il popolo è rude, non bisogna dimenticare che rudezza è spesso, se non sempre, segno di potenza. Né, pur riconoscendo che molte cose e molte persone della Sardegna di cent’anni fa sono ancora allo stato primitivo, s’ha da dimenticare che primitivo è sinonimo d’istintivo, di vitale, di naturale, e cioè che la schiettezza che la vita umana artificiosa, viziale, corrotta, ritrova solamente alle vette e alle radici dell’uomo.

  Ma il viaggio è vano. Anche il genovese, con la sua famosa concessione, scorie ne trova, ma argento no. E finalmente Balzac apre gli occhi: ha creduto una volta di più possibile l’impossibile, ha una volta di più scambiato il fantastico col reale, come quando ristampando La Fontaine già si vedeva il più grande editore d’Europa, o come quando, tentato dalla diplomazia, non metteva in dubbio che, entro sei mesi, sarebbe stato nominato ministro degli Esteri. Dura la vita del ritorno! La malinconia è grande. Addio ricchezze da godere a Parigi! Addio Walter Scott secondo, che doveva rivelare la Sardegna all’universo! Il malumore è tanto che, risalito a Milano, Balzac si sfoga anche a dir male delle donne italiane. Ma le nuvole non sono mai, sul suo orizzonte, di lunga durata; e, due giorni dopo, le milanesi che egli incontra alla Scala e nel salotto di casa Maffei gli sembrano daccapo le più adorabili creature del mondo. Tuttavia non si dà pace al pensiero che la Sardegna l’abbia deluso. E una sera scoppia, al caffè, fra Italiani: «Ma che storia è mai questa? Perché voi chiamate Argentiera un luogo dove poi non si trova un solo filo di argento? E’ forse questo il modo d’illudere i galantuomini? Se in Francia ci fosse una provincia chiamata Dorata o Indorata …». Ma un milanese interrompe: «Non ci si troverebbe, signor Balzac, neppure un luigi!». E Balzac, botta e risposta, non perde un minuto: «Ma sapete perché? Perché ci sarei sùbito io a raccoglierli tutti …».

 

«Io e Bonaparte …».

 

  Povero e caro grand’uomo! A parlargli di libri c’era il rischio di vederlo sbadigliare; ma bastava nominare i quattrini per vedergli splendere gli occhi in un baleno di cupidigia, gli occhi che ha il povero diavolo digiuno davanti alla tavola apparecchiata con ogni bene di Dio. Non solo il denaro era per lui la liberazione dell’assiduo debitore dalle grinfie trentennali dei suoi creditori, ma era anche, per lui romanziere, per lui artista, il mezzo di vivere secondo i suoi gusti e le sue fantasie, in una prodigalità intelligente da gran signore del Rinascimento. Coevi o remoti, i grandi lo lasciavano indifferente. Sentiva che, per la storia futura, egli sarebbe andato a passeggio, attraverso il secolo decimonono, a braccetto con Napoleone. Non esitava a dire: «Io e Bonaparte …», poiché cinquanta titoli di cinquanta romanzi non gli sembravano cosa da meno delle bandiere di cinquanta vittorie. Ma un uomo ricco, un padrone dell’alta banca, un onnipotente dispensatore di chèques gli sembravano invece personaggi favolosi ed irreali, dei e semidei d’una mitologia finanziaria ch’egli era condannato a guardare attraverso un cristallo sul quale era scritto: «Vedere, ma non toccare». E questo invece egli avrebbe voluto: poter toccare, in prodigiose miniere di Sardegna e nei sotterranei della Banca di Francia, montagne d’oro e d’argento, la sospirata, la sognata, l’inafferrabile ed inafferrata ricchezza, la liberazione dal suo martirio di scrittore condannato a scrivere un romanzo intero in veti o venticinque notti, per averne, da vivo, sì e no duemila a tremila franchi e, da morto, la Gloria!

  Galeotto della letteratura lungo tutta una vita pigra e sedentaria, le sue corse a cavallo attraverso la Sardegna e i suoi monti, per viottoli di montagna e sentieri impervii, alla ricerca del mitico argento, rimangono l’avventura eroica della sua esistenza borghese, la finestra aperta su l’orizzonte del sogno, la divina Mecca sempre sospirata dal pellegrino abituato a dare la scalata solo a montagne di carta. A chi mai non ha egli raccontato i suoi miraggi sardi? A Nohant, ospite di Giorgio Sand, le faceva far l’alba, – l’alba senza scrivere, – prospettandole da ogni lato il suo più che sicuro avvenire di milionario. In Polonia, a Madame Hanska, ricca e vedova che sta per sposarlo, sospira ancóra con nostalgica malinconia: «Avrei potuto essere ricco anch’io. La Sardegna! … I Romani … La miniera della Nurra …». E, in punto di morte, si volge a Victor Hugo con un lungo sguardo desolato: «Plus rien à faire …». Il medico gli ha proibito di leggere e di scrivere. Ma ancóra il gran sogno è in fondo all’anima sua e due nomi escono, con un penultimo sospiro, dalle sue labbra violacee: «L’Argentiera, la Sardegna …». Pochi mesi prima, da Parigi, ad un amico milanese aveva scritto queste parole, le ultime, il testamento del visionario: «Quando avrò un minuto di respiro voglio riandare in Sardegna con voi. Mi ostino a credere che lì è ancóra nascosta la mia fortuna. Solo la Sardegna potrà quello che la Commedia Umana non ha potuto: farmi pari a Creso, darmi le ricchezze inesauribili del Pattólo, mettermi in gara col barone Rothschild, che è il più potente e il più felice degli uomini …».

 

 

  Lucio d’Ambra, In margine alla vita dei grandi. Il “mal di nervi” di Alessandro Manzoni, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 51, 1 Marzo 1933, p. 3.

 

  Longevità trionfante.

  Certo questo continuo «pericolo di morte» che, coi suoi nervi malati, Alessandro Manzoni sentì sospeso sopra ogni ora della sua vita, non impedì al malato, all’eterno malato, di morir molto vecchio. Proprio il contrario di Balzac, che non si lamentava mai di nulla, stramangiava e strabeveva, faceva giganteschi sforzi di lavoro e, quando cadeva lungo disteso per terra per un travaso di sangue e in una minaccia d’apoplessia, scriveva tranquillamente: «Ho avuto un piccolo capogiro. Domani farò applicar le mignatte ...». Pieno di salute e di noncuranza, padrone dei suoi nervi, Balzac doveva morire a cinquant’anni. Tutto acciacchi e preoccupazioni, e dei suoi nervi martire infelicissimo, Alessandro Manzoni corse invece il rischio di morire centenario, e lo sarebbe certo diventato se non avesse, uscendo dalla messa di San Fedele, sbagliato gradino e battuto l’occipite su la pietra.



  Lucio d’Ambra, Un principe del giornalismo: Rastignac, «Radiocorriere. Settimanale dell’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche», Torino, Anno IX, N. 16, 16-23 Aprile 1933, p. 11.

 

  Integrità, totalità, vigoria di carattere di stile balzacchiano. Chè non a caso si scelgono gli pseudonimi e non pescato alla cieca Rastignac uscì di tra i mille personaggi della Commedia Umana. Anche Eugenio di Rastignac, ambizioso. orgoglioso, voleva nelle pagine di Balzac isolarsi, fare da sé, prevalere, dominare. E dalla terrazza del Père Lachaise, avendo Parigi ai suoi piedi, lanciava spavaldo, provinciale alla conquista, la sfida ad una grande metropoli: «Paris, à nous! ... Parigi, a noi!». E Morello giornalista, sbarcato dalla natia Calabria a Roma, dovette lanciar dall’alto del Pincio, una sera, un'eguale apostrofe alle sette colline ... Rastignac, bel nome di battaglia, chiaro, sonoro, secca scudisciata sul volto, colpo di pistola in pieno petto ... Gli altri di quel tempo e quei giornali sceglievano pseudonimi più miti.

 

 

  Lucio d’Ambra, Confessioni postume di Balzac. Il romanziere all’amica lontana, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 112, 12 Maggio 1933, p. 3.

 

  Tutti i romanzieri che hanno un largo séguito di lettori ricevono ogni giorno numerose lettere di donne: comuni molte e alla caccia d’una fotografia o d’un autografo, graziose alcune, altre ingenuamente espressive, gentili tutte; ma poche son quelle che fermano lo scrittore, con un senso d’insolito, nella lettura solita di quel preveduto carteggio. Raro è il caso di sentire insomma dietro una lettera una voce che dice: «Attento! Questa non è una lettrice di quelle che leggon solo col cuore, nella pagina fine a sé stessa. Questa è delle poche che leggono anche con lo spirito quello che non solamente col cuore fu scritto. Questa è delle poche che, di là da un libro, cercano e intendono un uomo e sanno che un romanzo, quand’è ben vivo, prima d’essere libro fu vita».

  Una di queste lettrici rare capitò a Onorato di Balzac, il quale tanto fu colpito da quella prima lettera che gli giunse, dopo la Pelle di zigrino, nel 1832, dalla lontana Polonia, che non rispose, come suol farsi, una volta sola. A quella lettera egli rispose durante diciotto anni; quell’unica lettera provocò da lui mille risposte. Sono un altro monumento nella città tutta monumenti della gigantesca opera balzacchiana. Sono le Lettere alla Straniera, di cui oggi appare il terzo volume in attesa del quarto ed ultimo. La Straniera del 1832 solo nel 1850 diventerà la moglie del gran romanziere. Tuttavia tale ella fu desiderata e sognata dal Balzac durante più di tre lustri. Ma il sogno potè essere realtà durante appena tre mesi. Infatti Balzac, condotta sua moglie dalla Polonia nella casa parigina che attraverso fatiche e difficoltà spaventevoli aveva preparato per lei in via Fortunée — Fortunée, ma poco fortunata, in verità, — vi morì di quella malattia di cuore che negli ultimi due anni di sua vita, laggiù, in Polonia, nel castello di madame Hanska, aveva fermato la mano dello scrittore senza riposo facendogli lasciare incompiuto, — ci volevano almeno altri trenta romanzi, — l’edificio formidabile della Commedia umana. Balzac aveva calcolato, com’egli soleva calcolare e prevedere, la sua titanica fatica. «Ho quarantotto anni e ancóra trenta romanzi da scrivere per contemplare il mio monumento letterario ultimato in ogni sua parte. Al passo energico di tre romanzi l’anno, ancóra dieci anni di folto lavoro. E avrò finito l’opera mia, in cento volumi, prima d’essere sessagenario ...». Macché! Il destino era in agguato. Doveva morire due anni dopo, esaurito dalla sua stessa esuberanza, ucciso dal suo immenso lavoro.

 

Capolavori per gingilli.

 

  Caro Balzac, grand’uomo divinamente puerile che fa un giuoco da giganti con l’aria di baloccarsi tra i gingilli ... Ché gingilli erano per lui i capolavori. Ci fosse mai, nelle sue Lettere alla Straniera, una preoccupazione di qualità. Della sua fantasia, del suo estro, della sua mano infallibile era sicuro. Ben sapeva di scrivere per i posteri più che per i suoi contemporanei. Ai contemporanei, coi suoi libri a getto continuo, diceva: «Leggetemi anche se non mi valutate come io merito. Voi mi servite solo a pagare i miei debiti, ad assicurare il mio materiale benessere, a permettermi di sposare madame Hanska». Ma la gloria, col Père Goriot o la Cousine Bette, Balzac la chiedeva solo ai posteri.

  E poi anche questo, — la gloria, — poco contava per Balzac. Essere celebre, letto, ricercato, festeggiato, onorato, tutte cose che gli facevano molto piacere, ché la vanità in lui era grande, il bisogno d’occupar gli altri di sè più grande ancóra e grandissima l’esuberanza che gli faceva sfidare un’intera metropoli gridandole ogni giorno, con romanzi, commedie, articoli, polemiche, scandali, avventure: «Ehi, Parigi! Io sono qua ...». In queste condizioni l’essenziale era per lui lavorare, far presto, metter di continuo su l’oblio rapido d’un romanzo il richiamo d’un romanzo nuovo. Scrivere, scrivere ...

  E non aveva, in testa, un romanzo solo, com’è per quelli che, trovata una idea, ci s’invecchiano su accarezzandola. Di romanzi nella fantasia Balzac ne aveva almeno duecento che l’accompagnarono per tutta la vita; e non potè tutti fermarli su la carta. Questa ressa gigantesca di personaggi, questo formidabile tumulto di scene e di passioni, questa vulcanica effervescenza di lave narrative gli davan fastidio l’opprimevano. Il suo bisogno era di sfollare, di diminuire l’ingombro, di farsi aria attorno.

  Gli era piaciuto, sì, di dire orgogliosamente, una sera, tra gli amici: «Io faccio concorrenza allo Stato Civile tant’è la gente che ho messa o che ho da mettere al mondo ...». Ma questa spaventevole progenitura dava noia al fecondo padre: ogni figlio voleva aver la sua via, chiedeva d’urgenza il suo romanzo o il suo dramma. Pur lavorando dodici ore ogni giorno, Balzac non riusciva a contentarli. E allora, per far presto, per smaltire, per mettere a posto i bei figliuoli della fantasia, avanti nel lavoro ad una velocità da ciclone, avanti coi programmi nelle lettere che sbalordiscono lassù, in Ucraina, l’innamorata contessa: «Avete certo letto nella Presse la prima parte di Paysans. Non è ancóra nulla. Così son quattro. Finirò la seconda parte questo mese e sarò a metà strada. Poi dovrò far le due altre in febbraio e marzo. E in aprile maggio scriverò l’altro romanzo: i Petits bourgeois».

  Certo sovente, nella realtà dei giorni così diversa dalla fantasia delle notti i romanzi cambiavano. Così i Petits bourgeois, che dovevano essere scritti per la primavera del 1845, nella primavera del 1850, anno di morte del romanziere, non erano ancóra finiti, sicché furono pubblicati solo quattr’anni dopo, nel giornale Le Pays, per volontà della vedova di Balzac e per opera d’un romanziere d’appendice, Charles Rabou, amico d’Onorato.

  Ma se queste erano le inadempienze alle scommesse che Balzac faceva con sé stesso e di cui, lettera per lettera stabiliva i precisi termini alla contessa Hanska, per lo più con eroica volontà teneva fede, scriveva ogni notte il suo formidabile numero di pagine metteva giù su la carta il Lys dans la vallée in tre settimane o César Birotteau in un mese e mezzo. Nel medesimo giorno terminava un romanzo ed un altro ne cominciava. E talora tra stampe e ristampe, appendici di giornali pagine di rivista, romanzi scritti per quel tanto che, giorno per giorno quindicina per quindicina, era necessario all’appendice o alla puntata, tre o quattro romanzi andavano avanti insieme, di pari passo. E Balzac ci godeva. Aveva, sì, nelle lettere l’aria di dolersene e, per impietosir la Straniera lontana, sospirava: «Non ne posso più …». Ma non era vero.

  Né lo fermava mai, nel cimento, il più lontano senso di un’impossibilità. In un’ora di grosse scadenze trova il salvataggio miracoloso nel direttore d’un gran teatro, il quale la mattina seguente gli pagherà un forte anticipo, consegnando Balzac una sua nuova commedia in cinque atti. Felice dell’accordo, Balzac a metà del pomeriggio esce dal teatro senza aver neppure il titolo della commedia ch’egli ha assicurato già scritta da cima a fondo. Ma non si perde per questo. Manda a chiamare a casa sua Théophile Gautier, Léon Gozlan ed altri due amici e tien loro questo discorso: «Amici, stasera nessuno va a casa. Pranzerete tutti da me. E dalle dieci di stasera alle dieci di domattina tutti a lavorar nel mio studio. Cinque atti: un atto per uno. Chi non scrive un atto in dodici ore, nella grande quiete notturna? E domattina, alle dieci, io consegnerò la commedia ...». Né, contro gli amici riluttanti, Balzac rinunziò ad imporre il suo progetto fin quando non ebbe amaramente accertato che mancava purtroppo a tutt’e cinque gli scrittori un qualunque soggetto per una commedia da scrivere ...

 

Felicità degli incontri.

 

  Ma non solamente di romanzi e drammi da scrivere a spron battuto parla Balzac, di continuo, in questa sua nuova serie di Lettere alla Straniera. Altri progetti, ma questi più utopistici, son quelli dei cento incontri con madame Hanska da lui sognati attraverso mezza Europa. Una per una, tutte le Nazioni devono accogliere, per un mese di sovrumana felicità, i due poveri amanti epistolari, i quali invece riescono a vedersi, in diciotto anni, soltanto quattro o cinque volte: in Svizzera, a Vienna, in Germania, a Roma in Polonia. Gli incontri, non solo son radi, ma di solito deludono il sogno. Eva infatti non è mai sola: prima è con lei, in viaggio, sua figlia; poi ci sono sua figlia e suo genero. Tuttavia Balzac, traboccando di felicità nell’estasi d’avere l’amata al suo fianco, tiene allegra tutta la compagnia e l’innamora di sé.

  I quattro in viaggio in Germania si son da loro battezzati «saltimbanchi» Balzac ha voluto soprannominarsi Bilboquet. mentre chiamava Atala la donna del suo cuore e Zaffirina e Gringalet Anna de Hanska ancóra signorina ed il suo fidanzato. E quando il grande scrittore, richiamato a Parigi dal suo lavoro, ha lasciato a Colonia la compagnia, Atala e Zeffirina gli scrivono desolate: «I Saltimbanchi salutano il loro illustre Direttore. Salute, gloria e prosperità a Bilboquet. Siate sempre onorato come voi meritate di esserlo e come sempre sarete dai vostri Saltimbanchi riconoscenti ed afflitti ...». Ma, da Parigi, Bilboquet per tutta risposta dà notizie del suo lavoro: «Ho ancóra sei volumi da scrivere ... Ho un altro romanzo da improvvisare in quindici giorni ...». Lavora a tutt’uomo, ché il matrimonio è oramai deciso e ha da metter su casa secondo gusti e abitudini della grande signora che gli sarà moglie. E scrive: «In novembre finirò Paysans e Petits bourgeois che mi daranno circa sessantacinquemila franchi, di cui ne dovrò dare in pagamento cinquanta. Me ne resteranno quindicimila e dovrò guadagnarne altri quindici nei giornali (cioè il prezzo d’un romanzo in appendice) per mettere assieme i trentamila franchi destinati alla nostra casa ...». Tutto così, di lettera in lettera; di libro in libro, d’anno in anno: bilanci che su la carta mettono tutto a posto benissimo e che poi, a conti fatti, non tornano né punto né poco.

  Confessioni giorno per giorno del titanico lavoratore: la sua vivente e appassionata autobiografia, scritta per una donna sola ma forse anche col segreto pensiero di noi posteri, di noi spettatori, cent’anni dopo, delle fatiche di così prodigioso Ercole letterario. E son qua e là, nelle Lettere alla Straniera, i grandi gridi. Talora è l’innamorato che prevale su lo scrittore: «Dieci giorni che mi levo fra le tre e le cinque per lavorare e non trovo un rigo nel calamaio, non un’idea nella mia testa. Penso unicamente a te ...». E ancóra: «Il romanzo dev’esser pronto per il 16. Ma son qui davanti al tavolino come un mollusco. Non ho energia che per tormentarmi». Più in là sente la stima per lui salir tra i nemici: «Ho guadagnato terreno fra la gente seria. Non mi contestano più. Ciò mi allarma. Ho bisogno che ancóra per dieci anni dicano male di me». Più oltre è uno squillo: «La mia penna vittoriosa m’ha salvato ... Ho il denaro!». Poi è il lamento: «Se tu sapessi quale sacrificio di vita e di salute è necessario per guadagnar ventimila franchi nella letteratura! ...». E più in là la confessione: «Pretese al genio? Macché! Lavoro, necessità di denaro».

 

Sei mesi per sei romanzi.

 

  Altrove è un grido contro Dumas: «Ho letto I Tre Moschettieri. Si può mai scrivere nulla di peggio?». Più in là c’è un dubbio d’arte: «Ho scritto più di quanto credevo. Sotto la mia penna tutto ingrandisce; o tutto s’allarga, ciò che non è la stessa cosa». Ed ecco, imponente e tragico, il piano di lavoro dall’ottobre 1846 al marzo 1847, sei mesi: «Devo pagare ancóra, in blocco, sessantamila franchi. E devo scrivere: Parents pauvres per il Constitutionnel (6000 frs.); Vautrin per l’Epoque (3500 frs.); Adam le rêveur (2500 frs.) e Les Paysans per la Presse; i Petits bourgeois per i Débats e Une mère de famille per non so ancóra quale giornale …».

  C’è da impazzire. Ma lui no. Non impazzisce. Si riempie di caffè. Veglia ogni notte. Va avanti. E come se quanto ha da fare in sei mesi, — sei romanzi, — non bastasse ancóra, una mattina scrive a Linette, al suo caro «louloup» lontano: «Stanotte ho scritto ventiquattro pagine della Cousine Bette ...». Uno dei capolavori! E le manda, con una sciarpa di merletto nero, le prime pagine, che poi rifarà. E le scrive, ubbriaco di lavoro, pazzo d’amore: «Se tu dovessi un giorno non amarmi più, non sarebbe per me il dolore, ma sarebbe la morte, ché tu sei tutta la vita del tuo Noré che t’idolatra …».

  Dio gli risparmierà, quattr’anni dopo, con la sua morte precoce, di fargli vedere che la Straniera avrebbe disamato nel marito vicino e chiacchierone l’amante epistolare e lontano che l’adorò circa vent’anni battendosi con la sua penna come una volta i cavalieri, la spada in pugno, si battevano per gli occhi di un’inaccessibile Dama.

 

 

  Lucio d’Ambra, Confessioni di grandi scrittori. G. Verga a un’amica milanese, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 125, 27 Maggio 1933, p. 3.

 

  Jean- Jacques Rousseau, di cui la corrispondenza occupa volumi su volumi, è il massimo esempio di questi: tutto è da lui predisposto in modo che le lettere, passando dal suo destino privato alla storia, perfettamente s’intonino all’immagine che, attraverso opera e vita, lo scrittore ha voluto lasciar di sé stesso. Altri non sono — come Stendhal o Balzac o, più vicino a noi, Marcel Proust, — ben sicuri d’una lunga sopravvivenza al loro breve viaggio terrestre. Tuttavia pensano che, di là dai contemporanei, anche i posteri possono esistere. Quindi scrivono con una sola mano e con due occhi, di cui il primo guarda al caduco e l’altro sbircia invece all’eterno. Meglio è dunque — non si sa mai, — apparir belli. E Stendhal gode scrivendo a uomini e donne del 1830 nel moltiplicare misteri e contraddizioni che poi saranno altrettanti enigmi proposti ai futuri stendhaliani d’un secolo dopo. E Balzac, scrivendo alla «Straniera», cerca di far più bella che può la sua epopea di debiti e di lavoro.

 

 

  Lucio d’Ambra, Carteggi e confessioni di grandi scrittori. Verga negli anni del crepuscolo, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 138, 11 giugno 1933, p. 3.

 

  Verga morì non credendo alla gloria. E tutt’il suo carteggio lo prova: mai una parola che alluda a una possibile sopravvivenza spirituale, mai un’ipoteca su la posterità. Non s’ha da confondere con fede nella gloria ciò che in lui fu solamente senso altissimo d’artistica responsabilità. Se mai i posteri apparvero davanti al suo pensiero, gli uomini che dovevan seguirlo non gli sembrarono — come a Stendhal, — sicuri dispensatori d’una gloria che i coevi avevan trascurato di dargli. Solo ebbero essi, per lui, apparenza di duri magistrati ai quali l’artista avrebbe dovuto render conto dell’uso da lui fatto di quel supremo dono di Dio che è la facoltà di creare artisticamente. Per questo l’opera del Verga fu sempre austeramente controllata: non già per ottenerne postume lodi, ma — fierezza quindi e non ambizione, — per non avere censure quand’egli non sarebbe più stato nella possibilità di difendersi. Ebbi l’onore d’avere con Giovanni Verga incontri frequenti; e mai una parola di lui apparve speranza, e neppure desiderio, di una giustizia tardiva. Anzi lo rivedo un giorno, a Napoli, mentre nella libreria Detken sfogliavamo insieme i primi volumi dell’edizione Conard delle «Opere complete» di Balzac raccolte in quaranta volumi e pubblicate poco dopo il cinquantenario della morte a cura di quegli eminenti esegeti balzacchiani che sono Marcel Bouteron e Henri Lougnon (sic). Guardando con religione i primi volumi della Comédie Humaine Giovanni Verga esclamò: «Balzac! ... Il più grande di tutti ... Ma quanti, più in là del gran nome, ne conoscono anche le opere sue? ...». Parole queste che non credevano alla gloria né per Balzac né per nessuno. Tuttavia la fierezza dell’artista geniale voleva l’opera fatta per l’immortalità come se veramente la gloria ci fosse. Forme mistiche dell’amore e della speranza, queste: volere l’opera degna d’essere immortale anche senza credere all’ immortalità; volere l’Italia vittoriosa e grande anche niente altro desiderando oramai che dormire presto in pace sotto la sua terra. Generosità d’altri spiriti, senso romantico e cavalleresco della vita, luminosa poesia della tradizione e dell’esempio in cui si può interamente ritrovare nei suoi tratti dominanti, —anche da questo ignorato carteggio con una dama milanese, — quella che fu la grande figura di Giovanni Verga, italiano per disinteressato amore dell’Italia e grande scrittore solo per la più austera religione dell’arte più completa e più pura, cioè dell’arte che è solo privilegio degli immortali maestri.

 

 

  Lucio d’Ambra, Centenario d’amori romantici. Una principessa d’Italia e un poeta di Francia, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 158, 5 luglio 1933, p. 3.

 

  Certo la Belgiojoso fa furore a Parigi. Due Innamorati sono al suo fianco mattina e sera: il Mignet, storico insigne, dalla principessa lungamente amato e che, bell’uomo, s’impone a lei col suo fare diplomatico e autoritario; e Victor Cousin, che tiene la bella milanese coi suoi due vizii: la filosofia e la cucina; chè nessuno supera Cousin nell’arte di sollevare la principessa sino al trascendente nelle mezze luci del suo sontuoso salotto e in quella di solleticarle in cucina il palato manipolando egli stesso, illustre cuoco, deliziosi manicaretti sui principeschi fornelli. Ma, — a sentire Balzac, che è malalingua, — l’illustre Italiana gode a separare antiche coppie d’amanti. E’ una manìa come un’altra; dove vede due ha da far tre. L’accusa di Balzac è esplicita: «La Belgiojoso ha portato via Liszt alla contessa d’Agoult, Mignet alla signora Aubemon e Musset a Giorgio Sand ...». Non era vero. Vero era invece che la principessa italiana esercitava un fascino immenso.

 

 

Lucio D’Ambra, Angioli della fine di giornata. Romanzo di Lucio D’Ambra (16 – Continuazione), «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno LX, N. 41, 8 ottobre 1933, p. 550.

 

  Cicala riconobbe il romanziere.

  – Accorrete! gridò agli altri. — Le arti sono al completo. Abbiamo il romanziere famoso, il surrogato di Balzac. Io sono — pittorissimo! — il surrogato moderno di Raffaello! Il Ghiro degnamente rappresenta Molière. E la signorina Mondi, col suo volto fotogenico. da Nonna Shearer. e il suo corpo perfetto, è la scultura fatta carne, il capolavoro di Fidia che parla ...

  Salirono tra gli evviva. Su la tavola imbandita, in un alone di luce festosa, già fumava dalle scodelle la zuppa ardente.

  – Balzac a capotavola con Benedetta! – ordinò Cicala. — Io, all’altro capo, con Norma Shearer.

  Si contarono su un grido del Ghiro:

  – Attenzione a non esser tredici ...

 

 

  Lucio d’Ambra, Viaggi italiani di grandi scrittori stranieri. Il “vetturino per amore” a Roma, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 261, 3 novembre 1933, p. 3.

 

  Venire da Parigi in Italia è diventata per lui, nel 1846, ai suoi quarantasette anni, una passeggiatina come per andare dalla sua casa di Passy a piazza della Concordia. Poiché madame Hanska, avendo bisogno del sole d’Italia per i delicati polmoni di sua figlia Anna che mal resistono quell’anno alle nebbie gelide del Nord, passerà un intero inverno al sole di Napoli, Balzac ha piantato in asso editori e romanzi ed è volato su le rive partenopee per mettere a posto nel miglior modo la sua adorata contessa polacca in quello che allora era considerato il migliore albergo napoletano: l’albergo Vittoria, in piazza Vittoria. Ma non può godersi a lungo, Balzac, il panorama di Mergellina e di Posillipo così pittorescamente inquadrato nelle finestre della sua stanza. Otto giorni volan via presto e, poiché i giornali urlano per le appendici interrotte e gli editori strillano per i volumi non consegnati e tutti pagati al gran romanziere in anticipo, bisogna riprendere con le lacrime agli occhi la via di Parigi. Senonchè, dopo poche settimane, stanca di Napoli, madame Hanska vuole andarsene a Roma ugualmente tiepida per lo sverno. Ed ecco di nuovo Balzac a far su in fretta e furia le valigie e a scrivere: «Aspettatemi, Eva, Eveline, Evelette! Sarò a Roma al vostro arrivo. Voglio mettervi a posto io, anche a Roma, come già feci a Napoli ... Qualche giorno di mare tra Marsiglia e Civitavecchia, quattro soli giorni di vettura ed io sarò, felice, ai vostri ordini ... Sapete come mi chiama madame De Girardin per tutto questo mio continuo andirivieni nella cara luce dei vostri begli occhi? Il vetturino per amore!». E questo basta ad esaltare l’immaginoso Balzac: un bel soprannome. «Vetturino per amore» gli va, gli conviene. E risalta esultando in vettura, per ri­correre in Italia ancora una volta.

  Ma anche a Roma brevissimo è il tempo della sua sosta: otto giorni appena, che a stento diventano dieci. Ma di quei dieci giorni, — infaticabile con le gambe a camminare come è instancabile con la mano a scrivere, — Onorato non perde un’ora. O, — per essere esatti, — se spreca qualche ora, aspetta per questo scialo che il sole sia scomparso dietro San Pietro e che la città sia sommersa nel buio. Allora, ricondotta madame Hanska che ha sonno al vicolo Aliberti dov’è l'albergo omonimo all’angolo di via del Babuino, scappa via di nascosto, attraversa piazza di Spagna sepolta nell’oscurità e alla quinta o sesta bottega di via dei Condotti s’infila nel caffè Greco dove i giovani amici lo aspettano. Chi son costoro? Pittori, scultori, musicisti, ragazzi di vent’anni, i pensionati dell’Accademia di Francia lassù a Villa Medici, i giovani artisti che studiano arte a Roma sotto la paterna guida del suo vecchio amico, il celebre pittore Schnetz. Entrato un giorno a prendere un caffè dal famoso Greco, Balzac, — che parlava francese ad altissima voce coi camerieri chiedendo in­dicazioni d’ogni sorta, — è stato avvistato e riconosciuto. Un giovanotto francese dalla lunga zazzera, staccandosi da un tavolino dove bevon liquori e fuman la pipa altri dieci ragazzoni come lui, s’era avvicinato, cappello in mano, a quel signore fragoroso ed obeso che ha all’occhiello il nastro rosso della Legion d’onore: «Ho la fortuna di parlare col signor Onorato di Balzac? — Proprio lui. - Il grande romanziere? — Il romanziere, sì. Ma lasciamo ai posteri di misurar la statura. — Vi hanno già misurato, signore, i contemporanei. Voi siete una gloria delle Lettere francesi. — Francesi anche voi, cari ragazzi? E tutti a Roma di passaggio? — Non di passaggio, maestro. Residenti. — Forse commercianti? — No. Artisti. — Artisti?» Non se l’è fatto dire due volte, Balzac: artisti! ... Ed è corso alla loro tavola, e li ha fatti parlare per sapere quali sono i suoi romanzi che preferiscono, e li ha esaltati in un fiume di parole, e li ha assordati col fragore dei suoi aggettivi che esaltano Roma, la ville des Césars! E, da quel giorno, appena la contessa si riposa mezz’ora in albergo, Balzac corre lì, al caffè Greco, da quei cari ragazzi: «Maestro ... — Mes enfants! ...» E giù a chiacchierare con loro finché passano due o tre ore.

  «Dove siete stato?, — chiede la contessa al romanziere all’ora del tardivo ritorno. — M’avete fatto perdere qui la serata. Avevo promesso d’andare dalla duchessa Caetani …». Balzac inventa bugie su bugie. Ma una sera madame Hanska lo scoprì lì, al caffè Greco: «Venite da Parigi per stare con me solo otto giorni a Roma e mi lasciate per quei quattro spaventapasseri? ...» Ma Balzac ha una scusa d’un candore adorabile: «Avete ragione, caro angiolo, Eva mia! Ma perdonatemi. Quei bravi ragazzi mi parlano con tanto entusiasmo dei miei romanzi già scritti che mi dànno una gran forza per tutti quelli che devo scrivere ancóra ...».

  Al suo soggiorno romano Balzac dà tutt’il suo valore. Scrive alla sorella, Laura Surville: «Pensa, Laura, ricevendo questa lettera, che tuo fratello ha messo mano alla penna nella città dei Cesari e dei Papi!» E dal Papa è andato in privata udienza. Ma l’udienza non è privatissima e Balzac non è ricevuto solo da Sua Santità. Trattandosi di due francesi, papa Gregorio XVI ha creduto opportuno di ricevere insieme il romanziere Balzac e il sindaco d’Avignone. Senonché, davanti al Papa, Balzac s’intimidisce mentre l’avignonese mette fuori un’inesauribile parlantina. E il Papa, più interessato da Avignone che fu città papale che non dalla Commedia Umana, che è opera profana e che non conosce, non ha parole e sorrisi che per il sindaco. Tuttavia le benedizioni del Pontefice sono per tutt’e due: per lo scrittore silenzioso e per il sindaco chiacchierone. E, baciando la sacra pantofola, il gran romanziere s’esalta pensando che la benedizione del Vicario di Dio porterà fortuna ai suoi romanzi ed affretterà la sua felicità definitiva nel matrimonio con la contessa polacca.

  Quand’esce dai sacri palazzi Balzac trova piazza San Pietro gremita di popolo: cinquantamila forestieri sono a Roma e sono tutti li. C’è l’illuminazione della Cupola, spettacolo meraviglioso che — com’egli scrive alla sorella tornando all’albergo, — «vale da solo la fatica del viaggio da Parigi a Roma». E non gli basta d’essere stato benedetto dal Papa in privato. Vuole anche la benedizione pubblica e sin dall’alba è in piazza San Pietro il giorno in cui il Pontefice s’affaccia dai finestroni della Basilica e benedice urbi et orbe la Cristianità. Insomma Balzac, in otto giorni, non perde una sola delle grandi cerimonie pasquali. E, pieno d’entusiasmo, scrive alla sorella: «Questo mio viaggio a Roma vale per dieci viaggi ...». Otto giorni sono bastati infatti a dimostrargli che Rome est une grande chose, sicché alla sorella scrive: «Ci vuol tutto l’amor mio verso mia madre per ritornare a Parigi a finirvi un romanzo nuovo e a concludervi degli affari ...» Se così non fosse, chi lo staccherebbe più da Roma? E ancóra scrive: «Bisogna metter denaro da parte e venire a Roma almeno una volta, a meno di rassegnarsi a non saper nulla, per tutta la vita, dell’antichità, dell’architettura, dello splendore e dell’impossibile qui fatti realtà ...» Ma no ... Otto giorni non gli bastano. Non possono bastare. Càpita alla Cappella Sistina. Impazzisce per Michelangelo. E, a San Pietro, è in estasi per i cori. Guglielmi lo manda in visibilio con la sua musica da angeli». Più freddo lo lascia Fioravanti con la sua «musica sapiente». E, grosso com’è, soffiando ad ogni scalino, va su nella Cupola, sino alla palla sormontata dalla Croce. Che meraviglia lassù! E per spiegare alla sorella l’immensità di San Pietro le dice: «Figùrati che la vostra casa di via Houssaie (sic) starebbe comodamente nel cornicione duna delle doppie colonne al terzo piano interno della Basilica ...» E poi grida: «Me ne vado. Sì! Ma ritorno. Giuro che verrò a passare à Roma l’inverno venturo. Scriverò qui i miei romanzi. Ma voglio vedere tutto, scoprire tutto, tutto sapere ... Pensa che ci sono da vedere trecento chiese ed io ho potuto visitare solamente, e di volo, le principali ... Ma qui a Roma le meraviglie sono dovunque e solo intorno a San Pietro ci sarebbe da discorrere per un’intera settimana».

  Balzac avrebbe amato la Roma di oggi dove non si vede più un mendicante. Ma al suo tempo i mendicanti, a gusto suo, erano troppi. Seccato di tanto molesto assedio alla sua borsa, scrive a Laura: «Roma è troppo cara: ha tanti mendicanti quanti sono i suoi abitanti ...» Qui il grand’uomo esagera. Mendicante anche il principe di Teano che l’onora della sua amicizia? A questo Balzac vorrà, per gratitudine, dedicare quella Cousine Bette che butterà giù in pochi giorni nella prossima estate e per la quale scriverà alla Straniera: «Un critico ha detto ieri: — Ora comincerò a leggere anche Balzac ... — Frase questa che denunzia una grande stanchezza per le elucubrazioni dei Dumas, dei Féval e compagnia. Anche la Sand ha fatto un pessimo libro con Lucrezia Floriani. E come finirà Eugenio Sue quando sarà schiacciato, sul suo proprio terreno, dai miei romanzi dei Parents pauvres! Saranno questi due di quei capolavori che una buona fata — cioè voi, — vi scaraventa nel cervello Dio sa come! Io stesso ne sono meravigliato ...» Così offre al duca Caetani il primo dei due capolavori: grato non solo per l’ospitalità romana, ma particolarmente per avergli, con le sue dotte conferenze a palazzo Farnese, rivelato Dante Alighieri. L’autore della Commedia Umana non ha che a Roma, intera, formidabile, la rivelazione della Divina Commedia. E, dedicandogli il romanzo, scriverà al Caetani: «Non lo dedico nè al principe romano nè al discendente di quell’illustre famiglia dei Caetani che ha dato tanti Papi alla Cristianità ...». Dedica invece il libro all’uomo che gli ha sciolto l’«immenso enigma» ch’egli prima vedeva nel poema di Dante. Dopo averlo sentito leggere e commentare a Roma dal duca Michelangelo Caetani, Balzac scopre tutt’il meraviglioso edificio d’idee su cui il poema dantesco è costruito e vede «nell’opera del Sommo poeta italiano la sola visione gigantesca che i moderni possano contrapporre ad Omero».

  E come, — lasciando a Dante solo le serate in cui è così piacevole riposarsi «d’aver veduto Roma», — come, sempre fiancheggiato dalla sua Eva, corre in lungo e in largo la metropoli dietro il principe di Teano che gli fa da «cicerone» dai Fòri alle Catacombe, dal Campidoglio e quelle Terme di Diocleziano dove Balzac sembra impazzire davanti alla perfezione artistica dei remoti capolavori e delle antiche età. E corre Roma per dodici ore al giorno, il caro Balzac, non solo avendo da portare in giro i suoi novanta chili di peso, ma anche avendo ancóra la gamba fasciata per quel muscolo rotto che a Parigi, un mese prima, ha corsa il rischio di mandargli per aria il bel progetto del suo viaggio a Roma. Tutto era stabilito per la partenza e già il suo posto nella diligenza per Marsiglia era fissato, — e pagato! — per il dieci marzo. Ma Balzac s’avvede di non avere più abiti freschi per lo sfoggio delle sue vistose eleganze. Come ripresentarsi a madame Hanska coi vestiti frusti dell’antico guardaroba? Corre quindi, di galoppo, dal suo sarto fedele. E lì fa tardi scegliendo stoffe, fogge e colori. D’improvviso ricorda d’essere atteso a pranzo, quella sera, in casa del signor De Margonne. Scappa via. Piove a dirotto. Quindi si mette a correre dietro a una vettura. Ma, per saltare un rigagnolo, fa un movimento falso e in una gamba gli si spezza un muscolo. Nonostante il dolore atroce, Balzac vaal pranzo lo stesso. Ma lì gli ospiti chiamano il medico: — «Se non provvedete sùbito, ne avrete per sei mesi ...». Dio liberi! Accorre il solito dottor Nacquart che ha in cura Balzac. «Bisogna fasciare e stringere assai forte. Vi farò molto male ...». E Balzac, per l’atroce dolore, grida come se lo scannassero. In une pausa chiede: — «Potrò partire per Roma il dieci di marzo? Dottore, vi scongiuro ... Io non posso non andare a Roma ...». Il medico calcola: venti giorni ... «Vi potrei assicurare di poter camminare e partire il dieci marzo solo se potessi stringere ancóra più forte ... Ma, badate, il dolore sarà tremendo, insopportabile ...». E Balzac, eroico, pensando a Eva che lo aspetta, decide: «Stringete, dottore, e fate di me tutto quel che volete purché sia sicuro di poter andare a Roma nonostante questo dannato incidente …». E, senza un lamento, sorridendo alla sua cara Eva lontana, Balzac subisce il martirio della terribile fasciatura. L’amore è fatto così.

  Bello il Pincio, lassù, con tutt’i suoi alberi nel sole, con Roma stesa ai suoi piedi ... Ma per andarci bisogna passare per una di quelle due strade, quella su o quella giù, via Sistina o via del Babuino, dove Balzac ed Eva, per la casa che devon mettere su a Parigi in vista del tanto ritardato matrimonio, incontrano tutte le tentazioni possibili. E Balzac finisce le sue riserve metalliche nell’acquisto di varii quadri, quadri che si fa spedire a Parigi, lesinando, — la contessa fa gli occhiacci per tutte quelle spese, — su l’imballaggio. E poiché ancóra i mercanti lo tentano, Balzac assicura che farà da loro maggiori spese l’anno venturo: «Chateaubriand ha scritto di voler morire qui, a Sant’Onofrio, dove morì Torquato Tasso. Ma io invece qui voglio venire a vivere tutto l’inverno venturo e a Roma scriverò, — ne ho già tracciate le grandi linee, — un gigantesco romanzo su Roma ...».

  Peccato! Balzac non ritornò a Roma mai più e il suo romanzo su Roma non venne mai. Tuttavia lo scrittore sempre ricordò con profonda commozione la sua ardente decade romana e non poteva ritrovare alle pareti di casa sua i quadri comprati a Roma senz’averne le lacrime agli occhi.

 

 

  Massimo d’Amelio, Discussioni giuridiche. Insolvenza e carcere, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 10, 12 gennaio 1933, p. 5.

 

  Si sono, quindi, ricordati i debitori celebri posti in prigione. Pierre Sauvage, l’inventore dell’elica, imprigionato a Le Havre per debiti, mentre la sua idea veniva sfruttata in Inghilterra; il Béranger, che fu detenuto fintanto il suo debito non venne soddisfatto per pubblica sottoscrizione; il Balzac, dopo il fallimento della sua celebre stamperia: il Dickens ... e la lista può continuare.

 

 

  Paolo Amerio, Maria Taglioni. La Malibran della danza, «La Stampa della Sera», Torino, Anno 67, Num. 114, 15 Maggio 1933, p. 3.

 

  La grande ballerina prendeva quindi un sontuoso appartamento in Rue Grange Batellière, aprendo i suoi saloni alla più pura aristocrazia ed al fior fiore intellettuale di Parigi. In casa della Taglioni Balzac e George Sand, discutevano a bassa voce e con fare misterioso e circospetto, i loro insensati progetti commerciali.

 

 

  Arduino Anselmi, Milano storica. Nelle vie, nei suoi monumenti. Trentadue tavole fuori testo, una a colori, Milano, Ulrico Hoepli Editore, 1933.

 

  p. 62. BALZAC ONORATO (via). Dalla via F. De Lemene la prima a sinistra.

  Balzac, francese, sommo psicologo, filosofo e romanziere che soggiornò lungo tempo in Italia. N. 1799, m. 1850.

 

 

  Auditor, Cronache della settimana, «La Stampa», Torino, Anno 67, Num. 298, 16 Dicembre 1933, p. 6.

 

  Di sciocchezze, per amor di tesi, pare ne abbia scritte sul conto di Caterina anche il signor di Balzac, nel suo famoso romanzo.

 

 

  Carlo E. Basile, L’ultimo convegno, «Nuova antologia. Rivista di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Società anonima “La Nuova Antologia”, Settima Serie, Volume della Raccolta CCCLXVII, Fascicolo 1470, 16 Giugno 1933, pp. 537-558.

 

  p. 545. Lo zio, che, come accade agli scrittori di razza, era assai pigro nell’intingere in un calamaio i suoi pensieri, conosceva invece l’arte consumata di quei narratori cari al genio di Balzac, i quali oggi stenterebbero a trovare un degno uditorio nei nostri salotti, dove un mazzo di carte serve a turar la falla del pettegolezzo e dell’ignoranza.

 

 

  F. Bernardelli, Narratori. Giovanni Commisso: “Storia di un patrimonio”. […], «La Stampa», Torino, Anno 67, Num. 306, 27 Dicembre 1933, p. 3.

 

  Tema balzachiano. dice la fascetta editoriale; ma lasciamo andare, i temi sono esattamente quali li fanno gli scrittori: ogni cosa diveniva balzachiana nelle mani di Balzac, ma la storia di Eugènie (sic) Grandet raccontata da qualunque altro cesserebbe subito di essere balzachiana, per diventare una storia come quelle di tutti. Il tema scelto da Comisso è un tema che, considerato così, dal di fuori, sa terribilmente di letteratura, questo sì; non di un determinato stile poetico, Balzac o chicchessia, ma di quella generica convenzione letteraria, che è poi facile identificare con mode, o tendenze, o scuole.

 

 

  Raffaele Calzini, Segantini. Il romanzo della montagna, «Nuova antologia. Rivista di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Società anonima “La Nuova Antologia”, Settima Serie, Volume della Raccolta CCCLXVIII, Fascicolo 1472, 16 Luglio 1933, pp. 198-226.

 

 

Capitolo X.

 

  p. 218. Lettore e profeta, nella farmacia e al caffè di Magenta, del romanzo naturalista e del grande Sue e dell’immortale Balzac, faceva per proprio conto e costantemente lo «studio dei caratteri», con quale vantaggio dell’amministrazione della giustizia e della letteratura è facile immaginare. Comédie Humaine! Comédie Humaine! ripeteva ad ogni tratto a voce alta o tra i denti.

 

 

  Aldo Capasso, Marcel Proust. II. Il “Personaggio proustiano”, «La Rassegna», Milano-Genova-Roma-Napoli, Società Anonima Editrice Dante Alighieri, Anno XLI, Numeri 1-2, Febbraio-Aprile 1933, pp. 18-65.

 

  Se ci siano, o meno, elementi mondani nel “Temps retrouvé”. La supposta influenza di Balzac nei toni mediani, pp. 51-54.

 

  p. 53. Qui si inserisce l’altro quesito: della «Idée-Balzac».

  Secondo l’Abraham, con Le Côté des Guermants (sic), Proust acquista coscienza del «lato balzacchiano» de ses descriptions, tout compte fait, de ses personnages; e allora si adegua a quello che io ho altra volta definito il «fantasma formale»: al fantasma formale balzacchiano; con Sodome et Gomorrhe; mentre con La Prisonnière e con Albertine disparue l’idea di fare il Balzac svanisce, e si ritorna (come nel psychologique de Proust — opposto al sociologique de Balzac — dello «Swann») a una «meditazione solitaria».

  L’Abraham ritiene di non «avoir à fournir» prova del violento balzacchismo di Sodome et Gomorrhe; ed ha torto. Ci mancherebbe che il critico non dovesse fornire alcuna prova delle sue asserzioni! Tuttavia, l’Abraham consente — bontà sua — a presentarci uno specimen dei suoi metodi analitico critici: facendoci sapere che ha contato il numero di volte ch’è nominato Balzac nel tomo quinto della Reccherche (sic): ben 23! contro le cifre di 4, 6, 3, 1, 0. Questi sono metodi, aimè, da poliziotto dilettante, da imitatore di Sherlock Holmes e di Philo Vance; mentre la verace indagine critica sarebbe consistita, molto semplicemente, nel cercare la sola prova possibile: la presenza di schemi e di modi balzacchiani in Sodome et Gomorrhe. Dividendo una simile indagine, per comodità pratica, come al solito, in tonale e contenutistica, ci domandiamo: Proust ha adottato lo stile di Balzac? il «sentimento lirico» di Balzac? o l’argomento di Balzac? e la psicologia di Balzac?

  Rimandando a questo punto, per amore di brevità, circa la questione Balzac, al notevole saggio del Croce (uno dei migliori di questo scrittore, per sensibilità) edito in Poesia e non poesia, — possiamo constatare che in Sodome et Gomorrhe come sempre il riavvicinamento balzacchiano è possibile soltanto per chi si perda dietro a circostanze estremamente superficiali: il numero dei personaggi, il numero e la sonorità dei titoli nobileschi. È stato osservato che l’Oro è protagonista della Comédie humaine; e non a torto. Balzac, nel suo bisogno di vedere ovunque tragedie e tranelli e congiure, ha assunto l’avidità di ricchezza a capitale pretesto delle sue favolose situazioni. Pretesto: poiché una simile spiegazione degli avvenimenti umani è già per sé alquanto semplicistica, e poiché soprattutto lo scrittore non s’occupa più che tanto di la nuancer. È un dato, un dato comodo — e Balzac non ci ritorna su. Ciò che lo interessa sono le violenze a cui essa dà luogo. Lungi dall’essere «verista» nel senso proprio, egli trasfigura la borghese realtà del periodo postnapoleonico, attraverso il gusto della tragedia, di quei momenti in cui la energia individuale perviene a una vibrazione di tutti i nervi. La scena in cui un oscuro avvocato dall’anima insidiosa di ragno, in non so più quale romanzo balzacchiano, durante la «partita di scacchi» d’una trama d’interesse, sente di sudare freddo, ciò che lo guarirà di una orrida malattia di pelle, e mescola il piacere della prossima guarigione con le spaventose emozioni della sua «partita», è fra le più puramente balzacchiane che si possano immaginare. Questa è l'ispirazione di Balzac, che dispone di una specie di senso eroico della vita: intendendosi un eroismo meramente «economico», un favoloso coraggio senza moralità ch’esige un notevole avvicinamento tecnico agli schemi dei romanzatori d’appendice. Nei momenti in cui viene meno questa sorgente di poesia, i personaggi di Balzac cadono nel tipo astratto, e in una squallida semplicità di psicologia.

  Si apra Sodome et Gomorrhe. L’oro non vi tiene posto. Non vi sono oscure trame. Non vi è tecnica che sfiori il feuilleton. Manca tutta la necessaria «impalcatura» del mondo balzacchiano. I sentimenti lirici sono: quella sorta di umana pietà per la follia dell’amore, e il sereno dispregio comico per la vita sociale, come in Un amour de Swann. Lo stile è sempre lo stesso: sensibile, lirico: animante l’inanimato; ricco di metafore; con l’andatura di una frase chopiniana «dal collo di cigno». Lo stile di Balzac è massiccio, robusto ma un po’ grossolano, abbastanza breve dal punto di vista sintattico. — Il tono è quello indicato dai sentimenti che definimmo: una liricità resa lucidissima dall’esercizio della cristallina «intelligenza», e la vece alterna della cadenza più dolce per lo spettacolo dell’amore, con la cadenza più nuda e incisiva per la vita di società. Mentre è assente quella epica e insieme romanzesca ammirazione per le imprese degli avventurieri che cercano l’Oro e il «Paradiso terrestre».

  Insistere oltre sarebbe, credo, addirittura crudele. Per i suoi raffronti l’Abraham scorda puntualmente ciò che fa l’individualità, la sostanza degli autori; e le sue sottili ipotesi sono gratuite, generate dai preconcetti generati, nel silenzio della sensibilità, dal desiderio di sottilizzare. Per forza bisogna accusarlo di se livrer à une sorte de jeu d’esprit, à une argumentation forgée de toutes pièces, à une enfilade d’hypothèses purement gratuites, lesquelles n’engagent que lui et ne se rapportent aucunement à Proust. A meno che non vogliamo ritenere molto strano il fatto che un uomo accanito a ricercare tutti i possibili «perché» psicologici usi la locuzione voici pourquoi, che in tanti libri si trova, che tante persone usano, che in tanti modi può essere, senza l’intervento di Balzac, suggerita. E del resto la lettura di Balzac può suggerire l’uso di essa senza che vi sia una imitazione più o meno cosciente del poncif balzacchiano!

 

 

  Enrico Caprile, “Tre maestri: Balzac, Dickens, Dostojevskij”, Milano, Sperling e Kupfer, 1933, pp. 196, in-8°, L. 25, «L’Italia che scrive. Rassegna per coloro che leggono. Supplemento mensile a tutti i periodici», Roma, Anno XVII, N. 5, Maggio 1933, pp. 142-143.

 

  p. 143. Di Balzac lo Z. mette in rilievo oltre che l’opera formidabile, la vita singolare di gigante dell’azione, costretto all’immobilità dello scrittojo, lavoratore formidabile, cervello in perpetua ebollizione, arrivista con tutte le doti per arrivare, uomo che ha conquistato il mondo con la penna, quasi rivale di Napoleone che lo conquistò con la spada.

 

 

  [Giovanni Casati?], Piccolo Commentario dell’“Indice”. Balzac (de) Honoré (1799-1850), «Rivista di Letture», Milano, Anno XXX, N. 4, 15 Aprile 1933, pp. 124-125.

 

  N. Tours, m. Parigi. Fecondo romanziere; lasciò 97 volumi di opere sotto il titolo di Comédie humaine, ripartita in diverse «scene»: della vita privata di provincia, parigina, politica, di campagna; riproduce ben 5000 caratteri, descritti con minuzia, creatore del romanzo di costumi. Fu detto anatomico del cuore umano, spesso d’una freddezza esasperante nel «sezionare» il vizio, la durezza di cuori; considera l’uomo solo dal lato peggiore, in una morale deformata che accascia; nessuna virtù esiste; il vizio con freddezza mira al tuo soddisfacimento. Esagerazione del realismo nel descrivere le passioni che abbrutiscono l’uomo; nessun intendimento educativo nell’arte; vero positivismo artistico, per cui nè la morale nè lo spirito hanno a che vedere con l’arte; fu infatuato del magnetismo, e ne fa talora argomento; dai fatti spesso trae, filosofando ovunque, conclusioni che generalizzano il vizio. L’amor proprio e l’interesse, ossia l’egoismo più assoluto sono il fulcro di tutti i suoi intrecci (v. G. Casati, Saggi). È condannato con la formola: Omnes fabulae amatoriae.

  Oltre la Phisiologie du mariage, con la quale esordì, cadono sotto la condanna; Le lis (sic)dans la vallée; Le livre mystique; Les cents contes drôlatiques: imita la lingua d’altri secoli; licenziosità volgare; Nouveaux contes philosophiques; Contes bruns; L’Israëlite; L’Exommunié (sic); Un grand homme de province à Paris; Berthe la repentie, conte drôlatique; Jane la pâle: Le vicaire dei Ardennes; La femme supérieure; La maison Nucingen; La Torpille; Le père Goriot: le dottrine utilitaristiche d’un avaro che mira con qualunque mezzo a raggiungere il benessere presente, negando ogni valute spirituale od eterno; Histoire de (sic) treize (Ferragus, un forzato evaso dal bagno; La duchesse Lengeais (sic); La fille aux yeux d’or); Splendeurs et misères dei courtisanes; Esther heureuse; Les employés.

  Sono verisimilmente condannati, anche perché spesso romanzi di amori disonesti: La cousine Bette; Honorine; La femme vertueuse; La femme abandonnée ; La femme de trente ans; Béatrix; La grande Bretèche; Contre amour; Sarrasine; Le cabinet des antiques; Les célibataires; Etude de femme; Le Curé de Tours; Illusions perdues; La Marana; Le Message; La Muse du département; Les parents pauvres; Les Rivalités (in due volumi: Vieille fille e Le Cabinet des antiques); Les secrets de la princesse de Cadignan; Une double famille; Un drame dans les prisons [Où mènent les mauvais cheminsSplendeurs et misères des courtisanes]; Une fille d’Ève; Une passion dons le désert; Une vieille fille; Le provincial à Paris; La peau de Chagrin: bische, giocatori, donne ingannatrici, tutta una società corrotta.

  Romanzi che si ritengono sfuggire alla condanna, ma tuttavia troppo passionali e scabrosi, almeno per la generalità pei (sic) lettori: Albert Savarus ; Le contrat de mariage; La fausse maîtresse; La Rabouilleuse (in due volumi: Les deux frères e Un ménage de garçon en province); La vendetta.

  Si ritengono non condannati, benché non sempre esenti da scene moralmente dubbie o poco rispettose per la religione: César Birotteau; Eugénie Grandet; Le médecin de campagne (esaminati diffusamente da G. Casati, Saggi); Autre étude de la femme (sic); Le bal de Sceaux: contro la giovane che, fedele a pregiudizi di casta, non si sposa; La Bourse, novella innocua; Les Chouans, romanzo storico con intreccio d’amore; Le colonel Chabert, creduto morto sul campo di battaglia, torna in famiglia, trova la sposa rimaritata e muore di passione; Les comédiens sans le savoir, Le cousin Pons, un amatore d’oggetti d’arte; Le Cure de village; Le deputé d’Arcis, romanzo incompiuto; L’envers de l’histoire contemporaine, con buone pagine cristiane; Facino Cane; La femme de soixante ans, onesto e con buone pagine; Gaudissart II o i commessi viaggiatori; Gobseck, l’usuraio tipo; La Grenadière, sentimentale, innocuo; L’illustre Gaudissart, il commesso viaggiatore; L’interdiction; Madame Firmiani; La maison du chat qui pelote, i piccoli commercianti del sobborgo; Mémoires de deux jeunes mariées, assai scabroso benché a buon intento sul compito e il sacrificio della sposa; La Messe de l’athée; Modeste Mignon, passionale ma anche noioso; La paix du ménage, la sposa che co’ suoi vezzi riaccende l’amore nel marito; Pierre Grassou: un pittore senza talento che finisce per sposare la figlia d’un amatore senza gusto; La recherche de l’absolu: l’alchimista che cerca di tutto trasformare in oro; le Réquisitionnaire, innocuo: Un début dans la vie:disgrazie di un giovane in urto contro mille difficoltà; Un épisode sous la Terreur, innocuo; Une ténébreuse affaire: il trafugamento di un consigliere di Stato; Une prince dans la Bohème (sic); Ursule Mirouet: pagine di magnetismo, si assomiglia Gesù a un magnetizzatore; Z. Marcas; Pages choisies.

  (Elencazione tutta da Romans à lire et romans à proscrire di L. Bethléem).



  Francesco Casnati, Proust, Morcelliana, 1933.

 

  pp. 44-45. Il quadro sociale costituisce veramente l’armatura del romanzo, e qualcuno, per l’importanza che esso vi ha, lo ha detto perfino il soggetto. È certo che basterebbe esso solo a far l’interesse della lunga storia per la quale si può, senza esitazione, ricordare l’esempio del Saint-Simon e del Balzac. […]. In questo veramente egli ha continuato la comédie humainc. Come a Balzac, nessun ceto sociale gli c stato estraneo.

 

  p. 50. La Casa di Francia era mésalliée perché s’era imparentata coi Medici. M.me de Villeparisis mette in ridicolo Chateaubriand, Vigny, Hugo e sopra tutto Balzac che aveva preteso descrivere una società «dalla quale non era ricevuto».

 

  p. 71. Già in Balzac vi è «l’esasperazione dell’individualismo». Ma i Rastignac e i Gobsec (sic) sono eccezioni spiccate sul comune piano umano.

 

 

  G. Cenzato, Fermate facoltative. Una Pinacoteca di carta, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 79, 2 Aprile 1933, p. 5.

 

  Invero, se si dovesse continuare in questo genere, verrebbe voglia di chiederci se non abbia avuto ragione Balzac a dire che il collezionismo è il primo grado dell’alienazione mentale ... Infatti è noto quale passione avesse il bravo Onorato per i panciotti sgargianti ...



  A. Criscuolo, Tormento! ..., «Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 8 Febbraio 1930 e in Francesco Mezzina, Il Guardiano della Soglia, Molfetta, Tip. Stefano De Bari, 1933, pp. IV-VIII.

 

  (p. VIII). Conciliare l’arte e la scienza, il sapere e la modernità, ci fa ricordare quel brano stupendo di Onorato di Balzac in “Papà Goriot”. Rastignac decise di aprire due spirali parallele per giungere alla fortuna – di appoggiarsi alla scienza e all’amore – di essere un dottore sapiente ed un uomo alla moda.

  Come era ingenuo! Non sapeva che queste due linee parallele non possono congiungersi mai.

 

 

  Dab., Il segreto di Balzac, «L’Italia letteraria. Settimanale di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Anno XI, N. 43, 22 Ottobre 1933, p. 2.

 

  «Chi può mai lusingarsi d’essere compreso? Noi tutti moriamo sconosciuti». Queste parole, che Balzac si lascia sfuggire una volta come per caso possono servire per orientare tutti quelli che vogliano penetrare fin nel centro della sua opera e della sua anima. Balzac sentiva entro sé qualcosa che rimaneva a tutti incompresa, a tutti sconosciuta. Vi era in lui un segreto che avrebbe portato con sè nella tomba. (…) Questo segreto lo si può sentire come un leitmotivo lungo tutta la vita di Balzac Per scoprirlo, occorre rifarsi alle fonti stesse di questa vita, l’infanzia.

  Così incomincia Ernst Robert Curtius un suo interessante saggio (“Le secret de Balzac”) che si può leggere nelle Nouvelles Littéraires del 14 ottobre (Cfr. Ernst Robert Curtius, Le secret de Balzac (Traduit par Henri Jourdan), «Les Nouvelles Littéraires Artistiques et Scientifiques», Paris, Douzième Année, N. 574, 14 Octobre 1933, pp. 1-2) . Il Curtius ricostruisce la vita di Balzac ragazzo, in casa, poi in collegio, dal quale uscì, malato, a quattordici anni, meritandosi questo giudizio: “Noncurante, taciturno, non meschino, completo originale”. E la sorella, M.me Surville, così lo descrive a quell’epoca:Pareva uno di quei sonnambuli che dormono ad occhi aperti, non sentiva la maggior parte delle domande che gli si rivolgevano e non sapeva che cosa rispondere quando gli si chiedeva bruscamente: “Cosa pensi? Dove sei?’’.

  Fu certo la sua grande noncuranza che gli valse d’essere rinchiuso con molta frequenza nella sua cella o in una legnaia. Una volta vi dovette stare per tutta una settimana. Che cosa successe allora entro lui? Non possiamo saperlo ma forse non sbaglieremmo a ripensare alla confessione di Rimbaud: «Nel granaio ove fui rinchiuso a dodici anni, io conobbi il mondo io illustrai la commedia umana» ...

  Il Curtius vede nel Félix de Vendenesse (sic), del Lys de la (sic) Vallée, fa della propria infanzia, e della propria giovinezza, la storia stessa del giovane Balzac. A cinque anni Félix, assetato di tenerezze frustato dai genitori, prova il primo contatto con l’infinito: rivolge una preghiera ad una stella, alla “sua” stella. Poi l’epoca della prima comunione segna una seconda tappa nella sua vita religiosa: egli si gettò nelle “misteriose profondità della preghiera”:

  «La mia estasi fece sorgere in me dei sogni inenarrabili che popolarono la mia immaginazione, arricchirono la mia tenerezza e irrobustirono le mie facoltà pensanti. Con frequenza ho attribuito queste sublimi visioni a degli angeli incaricati di preparare il mio spirito per un destino divino; esse hanno dotato i miei occhi della facoltà di vedere lo spirito intimo dello cose; esso hanno preparato il mio cuore alle magìe che rendono infelice il poeta quando questi abbia il potere fatale di paragonare quello che sente e quello che è, le grandi cose volute e il poco che si ottiene; esse hanno scritto nella mia testa un libro nel quale io ho potuto leggere ciò che dovevo esprimere, esse hanno messo nelle mie labbra col carbone dell’improvvisatore ...».

  Queste visioni inesprimibili, inebbrianti, hanno dato a Balzac questa coscienza di sè nella quale egli poterà leggere il senso della vita. Anche agli inizii, la vita di Balzac è dominata da una stella mistica, una luce emanantesi dai mondi superiori. Come un raggio lontano, il suo chiarore d’argento riviene sempre a traversare e a trasfigurare il mondo febbrile della Commedia Umana.

  Balzac aveva certamente il diritto di annoverarsi tra gli spiriti assistiti da «ciò che un buon genio religioso ha chiamato l’astrale». Stella e sogno, mondo esteriore e mondo interiore, l’universo e l’io, tutto era riunito e fuso in una visione unica: qui è il segreto di Balzac fanciullo.

  E questo segreto è allo stesso tempo il segreto della sua vita e della sua arte. (...) La sua arte non fa che sviluppare il sogno dei suoi giovani anni. «Io trovo in me dei testi da sviluppare», dice.

  La visione, interiore, l’illuminazione: sotto questa prima forma Balzac conobbe il mistero. La seconda forma fu l’enigma della creazione spirituale. Queste visioni d’infanzia erano l’ineffabile: indicibile, questa strana voluttà; inesprimibile, questa scienza certa; indecifrabili, queste cifre segrete. Eppure occorreva decifrare queste cifre, occorreva fermare queste visioni tra le pieghe delle parole. Tutta la giovinezza di Balzac, fino al segreto della maturità, è dominata dalla straordinaria tensione di questa ricerca. Balzac, per lunghi anni, rimane in una specie di stupore che nasconde un fermento di cui egli stesso non si rende esatto conto, come non si rende conto delle sue doti nè della sua vocazione. Non che una cosa: ed è che ha dentro a sè una forza, ma questa forza rimane ancora passiva.

  La critica s’è posto con frequenza il problema dello sviluppo artistico di Balzac. In realtà, non si saprebbe parlare di sviluppo in Balzac; non si saprebbe trovare in lui questa lenta e costante crescita e maturazione d’una forza. Egli obbedisce a tutt’altra legge: dopo lunghi periodi di tensione interiore, durante i quali tutte le facoltà creatrici sono come affette da paralisi e sospese da un incanto, scocca un attimo in cui questo incanto si spezza, dissipa il tormento, libera la lingua. In un traboccamento di forze lungo tempo trattenute, con una fecondità incredibile, la visione s’incarna nel verbo. Tale è, in Balzac, il processo creativo: una brusca liberazione, una rapida cristallizzazione.



  Margherita Del Minio, Introduction, in Honoré de Balzac, Grandeur et décadence de César Birotteau … cit., pp. 5-12.



LA VIE D’HONORÉ DE BALZAC.

 

  Si nous ne considérons pas le travail incessant de l’imagination chez ce grand travailleur, et les anxiétés dues à la gêne à peu près constante qui l’a tourmenté, sa vie est assez pauvre d’événements importants.

  Honoré de Balzac naquit à Tours (Indre-et-Loire) en 1799, mais, tout jeune, se rendit à Paris où il fit ses études de droit. Après un stage chez un avoué et un autre chez un notaire, il se détourna du droit pour tâcher de réaliser ses ambitions littéraires. En 1819, il soumit à ses amis un drame, Cromwell, sujet qui était dans l’air et qui, plus tard, inspirera le premier drame de Victor Hugo. Ses amis trouvèrent qu’il n’avait aucune attitude pour le théâtre et, sur leurs conseils, il en abandonna alors l’idée. Après un essai malheureux dans les affaires, — il s’était fait imprimeur —, pour se délivrer du «poids horrible» des dettes, il se mit à écrire des romans. De 1822 à 1825, il en publia plusieurs sous divers pseudonymes. Il travaillait prodigieusement, se levant à minuit, buvant du café et travaillant douze heures de suite. Son imagination puissante lui permettait de mener de front parfois deux ou trois œuvres et de bâtir, en même temps, vingt projets de spéculation qui pourraient lui donner la richesse.

  C’est alors qu’il écrit à sa sœur: «Le feu a pris, rue Lesdiguières n. 9, à la tête d’un pauvre garçon et les pompiers n’ont pu l’éteindre ...».

  En 1829, il donne un roman qui, le premier, va faire partie d’un vaste cycle dont il mûrit longuement l’idée et qui doit être, par une série de tableaux et d’analyses, le portrait de la société de son temps. Le plan à peu près complet de cette vaste conception ne sera arrêté, avec son titre définitif, qu’en 1845: c’est la Comédie humaine. Elle est divisée en trois parties :

  Études de mœurs, qui qui fourniront des documents au penseur;

  Études philosophiques[1], qui rechercheront les causes;

  Études analytiques, qui construiront une théorie sur la vie moderne, avec toute la rigueur scientifique possible.

  Ce plan prévoyait 143 romans, dont les titres étaient énoncés comme autant de chapitres d’une étude rigoureuse; mais si, dans la suite, quelques romans des plus importants sont venus l’enrichir (comme Le Cousin Pons ou La Cousine Bette), plusieurs des romans prévus n’ont pas été écrits. Il en reste pourtant un grand nombre[2], surtout des Études de mœurs, qui comprenaient plusieurs sections:

  Scènes de la vie privée (La maison du Chat-qui-pelote, Le colonel Chabert, Le père Goriot, etc.).

  Scènes de la vie de province (Le lys dans la vallée, Eugénie Grandet, Le curé de Tours, Ursule Mirouet, Illusions perdues, etc.).

  Scènes de la vie parisienne (César Birotteau, La maison Nucingen, etc.).

  Scènes de la vie politique (Une ténébreuse affaire, etc.).

  Scènes de la vie militaire (Les Chouans, etc.).

  Scènes de la vie de campagne (Les paysans, Le Médecin de campagne, Le curé de village, etc.).

  Ce travail énorme, auquel s’ajoutent, des Contes, quelques pièces, dont l’une, Mercadet, est le portrait du financier de son temps, la Correspondance et surtout les Lettres à l'Étrangère[3], où il parle souvent de son œuvre, manifeste ses projets et ses pensées, et donne des jugements sur les écrivains contemporains, — ce travail énorme, bien qu’inégal, comprend plusieurs œuvres de premier ordre et fait de Balzac un des grands écrivains du XIXe siècle.

  Il mourut, toujours pauvre et endetté, en 1850.

 

L’ŒUVRE.

 

  L’activité littéraire de Balzac commence juste an moment où fleurit le Romantisme, c’est-à-dire l’école de ces écrivains qui étalent leur moi dans leurs œuvres, qui ont, le culte de la mélancolie, de la passion, même excessive, même mortelle, qui détournent les yeux de toute basse réalité quotidienne, qui revêtent leurs confidences, leurs cris passionnés, leurs sanglots, leurs rêves, d’une prose luxuriante ou de vers harmonieux et imagés. En 1820, la société française a lu avec autant de surprise que de ravissement les Premières Méditations de Lamartine; en 1822, voilà les Odes du jeune Victor Hugo et les premiers Poèmes d’Alfred de Vigny; la bataille de Hernani est de 1830 et marque le succès définitif du Romantisme. — Et les romans? Le XIXe siècle naissant, à peu à peu retranché de ce genre littéraire la subtile analyse psychologique que le grand siècle avait aimée, il en a éloigné les thèses philosophiques ou les aventures nombreuses et éclatantes, chères au XVIIIe siècle; les romans contemporains de la Comédie humaine ne sont que des histoires subjectives d’amour. Adolphe de Benjamin Constant (1816) est encore implacablement analytique; mais chez George Sand, nous avons des romans lyriques (Indiana 1832, Lélia 1833, etc.), et Victor Hugo nous offre, à cette époque, d’amples fresques où le fond historique s’enveloppe d’une poésie éloquente et richement colorée. Balzac, à son origine, tient naturellement à ces courants littéraires, il sort de là; bientôt, pourtant, il s’en distingue et s’en détache.

  Ce qu’il se proposera dans son œuvre principale, la Comédie humaine, ce sera de regarder en face la vie et la vérité, de recueillir des documents, de les exposer avec exactitude, de les examiner avec un esprit scientifique; et ce mot ne semblera pas excessif, lorsqu’on trouvera, dans son plan des Études analytiques, les termes: Anatomie, Physiologie, Pathologie, et qu’on rencontrera sous sa plume des expressions telles que: «l’histoire naturelle de l’homme». Car c’est là, en effet, le but où il vise, en travaillant à la Comédie humaine.

  Ses idées à lui, Balzac nous les laisse deviner, ou bien s’attarde — trop parfois — à les exposer: son roman n’est certes pas encore impersonnel; mais son caractère et sa biographie sont, le plus souvent, absents de son œuvre. Il étudie des types et des caractères qui lui sont tout à fait, étrangers et il cherche à les peindre dans leur milieu matériel et moral; milieu qui, suivant Balzac, contribue toujours, pour une grande part, à les déterminer, à les faire ce qu’ ils sont. Cette idée sera appliquée et développée avec bonheur, dans la critique littéraire par Taine.

 

***

 

  La Comédie humaine est un monde vivant et grouillant, et il serait long d’entrer dans un examen détaillé des intrigues et des personnages. Les intrigues sont parfois compliquées, dramatiques et même mélodramatiques, elles ne manquent même pas de bizarreries et d’invraisemblances; parfois, au contraire, elles sont simples et unies, et n’avancent que d’un mouvement à la fois insensible et irrésistible, qu’on dirait nécessaire. Les personnages appartiennent à tous les milieux, out tous les âges, toutes les âmes; vertueux, vicieux, médiocres, supérieurs, chacun a son fardeau de défauts et de singularités qui le rend reconnaissable entre mille: impossible de le confondre avec d’autres.

  Parmi les caractères peints avec puissance et vérité par Balzac, rappelons-nous l’avare Grandet, l’arriviste Rastignac, la perfide cousine Bette, le faible et vicieux Hulot, le niais et vertueux Birotteau, Ursule Mirouet, la femme irréprochable, et tous les terribles paysans de Paysans, tous les prêtres et les dévotes du Curé de. Tours, et cent autres. Mais, derrière ces personnages, autour d’eux, vit tout un monde qui les colore et sur lequel ils se détachent vigoureusement: le petit monde de province, le monde du commerce, de la finance, de l’église, de la campagne, etc. La ville, le quartier, le village, la maison, le magasin, la cabane, tout nous est décrit avec une minutie consciencieuse jusqu’à l’excès. Mais, mieux que ces descriptions, plutôt documentaires qu’artistiques (remarquons, en passant, que Balzac n’a même pas le sentiment de la nature, dont, d’ailleurs, il s’occupe fort peu), ce qui rend caractéristique et vivant ce milieu, où les intrigues se nouent et les caractères s’éclairent petit à. petit, c’est la suite de mille scènes expressives, l’esquisse de mille silhouettes, destinées, souvent à prendre dans un autre roman leur solidité complète et définitive tout en nous laissant déjà deviner des mondes de pensées, d’ambitions, de faiblesses, d’intrigues, de vices, par un geste ou par un mot.

  Le style ne constitue point, dans l’ensemble un ornement précieux chez Balzac Sainte-Beuve a pu y trouver de la «magnificence asiatique»; nous, aujourd’hui, nous y trouvons parfois de la surabondance, du mauvais goût, voire même du galimatias, Mais sa langue, très riche, n’est qu’un instrument dans les mains de ce grand sculpteur d’âmes, si l’on peut s’exprimer ainsi; elle ne fait que servir, dans ses meilleures œuvres, à la rédaction, sans vouloir être remarquée. Toujours humble, elle est efficace et variée surtout dans le dialogue et dans les notations minutieuses des gestes expressifs. Par là encore, Balzac, le meilleur Balzac, qui évite les morceaux de bravoure, qui cherche à concentrer notre attention plutôt sur ce qu’il dit que sur la façon dont il le dit, se détache du Romantisme et nous annonce, une fois de plus, le Naturalisme. Ce mot, cette école, ne viendront que plus tard, avec Flaubert et Zola, mais tous les grands romans de Balzac sont déjà naturalistes de tendance: Balzac, peintre objectif de la réalité, est un précurseur.

 

«CÉSAR BIROTTEAU».

 

  Ce livre a été rédigé en quinze jours (1837); mais la «Correspondance» de Balzac est là pour nous prouver, s’il en était besoin, que ce n’est pas une œuvre improvisée. Il a été conçu peu à peu, mûri, pour ainsi dire, par le grand romancier, avant de le rédiger; après quoi, il a pu l’écrire rapidement.

  Ici, comme dans un certain nombre d’œuvres vraiment grandes, nous n’avons presque pas d’intrigue. Quoi de plus simple, de plus banal, de plus uni, que l’histoire d’un parfumeur qui, cherchant à s’agrandir rapidement, se ruine? Pas de tableaux alléchants du grand monde; tout ce qu’il y a de plus bourgeois par les idées, par les manières par les mœurs, par l’âme; pas de cadre pittoresque qui vous entraîne vers des paysages luxuriants et qui éveille chez vous je ne sais quelle nostalgie pour des lointains inconnus: pas de psychologie de la passion, pour nous faire frissonner, ou exceptionnelle, pour vous laisser rêver à mille recoins mystérieux de l’âme; pas d’aventures charmant l’imagination, ou d’intrigue éveillant la curiosité du lecteur. Rien de tout cela; le rideau se lève sur un groupe d’êtres en chair et en os, sur des vies réellement vécues, sur des âmes que nous croyons avoir frôlées, dans les hasards de l’existence et dont, par un miracle de l’art, nous pénétrons pour la première fois les sentiments les plus intimes et les pensées les plus cachées. Quand Émile Zola et ses disciples voudront nous donner une «tranche de vie», ils ne pourront dépasser le naturalisme avant la lettre de Balzac.

  Il étudie ses héros lentement et nous les révèle peu à peu, avec la patience d’un savant; tous sont vivants, sont vrais. Birotteau, malgré la faiblesse de son caractère, trouvera quelque grandeur dans sa chute grâce surtout à ses sentiments religieux. Homme excellent, il ne manque pas, dans sa prospérité, d’une niaiserie souvent emphatique, d’une vanité naïve, mais assez accusée, d’une exaltation enfantine, d’une assurance qui ignore les difficultés; un homme tout à fait ridicule, alors? Ni plus ni moins que dans la réalité, ces défauts nombreux sont doublés d’une grande bonté, d’une profonde tendresse, d’instants d’humilité touchante et de reconnaissance dévouée. De là, la complexité vivante de ce caractère, qui est aussi un document historique. César Birotteau ne pouvait exister, tel qu’il est, à la fois humble et vaniteux, que pendant la Restauration. Plus tard, ses ambitions auraient été plus avant, son assurance moins ridicule, son humilité moins flattée des caresses et de la protection d’un comte ou d’un duc. L’avènement de Louis-Philippe marque, en effet, l’ascension définitive de la bourgeoisie au pouvoir: un Birotteau du temps de la Monarchie de juillet sait qu’il peut aspirer à une vraie carrière politique et qu’il peut compter sur l’appui du gouvernement. Célestin Crevel, successeur et ancien commis de Birotteau, est, dans La Cousine Bette le bourgeois libéral qui triomphe avec insolence.

  Dans une digression de ce roman, Balzac écrit: «Puisse cette histoire être le poème des vicissitudes bourgeoises auxquelles nulle voix n’a songé, tant elles semblent dénuées de grandeur, tandis qu’elles sont au même titre immenses: il ne s’agit pas d’un seul homme ici mais de tout un peuple de douleurs». César Birotteau, l’homme honnête, l’homme médiocre, le négociant vulgaire, le père de famille exemplaire, ne semblait pas offrir assez de côtés intéressants pour tenter, je ne dis pas un romancier, mais même un moraliste. César Birotteau est pourtant une création puissante, de ces créations inoubliables, où l’on croit sentir le pouce vigoureux d’un Michel-Ange, telle est la fusion parfaite de grandeur et de petitesse dont il est fait. A côté de lui, deux honnêtes femmes, bourgeoises et simples, peu propres au «roman», tel qu’on l’entendait avant Balzac: Césarine, jeune fille bonne, intelligente, assez forte, mais avec ses petits défauts, elle aussi, ou plutôt les caractères du milieu auquel elle appartient et de ses propres origines: excessivement soignée dans la toilette, comme toutes les demoiselles de magasin, un peu vaniteuse, dans la prospérité; mais tendre, mais dévouée, mais énergique, au besoin, autant que sa mère, la belle et douce Constance, un peu vulgaire, au temps heureux, et puis, si équilibrée, si digne, si aimante! Autour de cette famille, un bon nombre de bourgeois appartenant au même milieu, mais tous vivant d’une vie propre, ayant un caractère à eux, et des travers et des défauts particuliers. Les Ragon, les Matifat, les Popinot, Pillerault, Molineux, nous les connaissons aussi bien au physique qu’au moral, nous distinguons leurs vêtements comme leurs gestes, leurs pensées comme leur voix.

  Si maintenant, nous sortons de ce milieu, nous entrevoyons, au bal, d’autres personnages, appartenant soit au monde savant, soit à la noblesse. Chacun a un mot, un geste à lui, mais c’est tout; nous les perdrons de vue et ce n’est que dans d’autres romans de la Comédie humaine que nous avons chance de les contempler de face et de pénétrer plus avant dans leurs âmes. Mais quelque silhouette arrête davantage notre attention: voilà les banquiers. Le goût des affaires a été la source principales des rêves et des tortures de Balzac; aussi connaît-il bien et comprend-il bien, le premier, le rôle important que l’argent joue dans la société moderne. Les banquiers nous sont, pour ainsi dire, présentés de profil, mais il est impossible de les confondre. Voyez l’amabilité distante du député Keller, doublé d’un frère rude et glacial; voyez la gaité lourde et railleuse de Nucingen qui continue à mal parler le français pour se réserver un atout de plus dans le jeu compliqué des affaires; voyez l’usurier Gigonnet, à l’air austère et à la plaisanterie redoutable; le banquier improvisé, encore commis-voyageur par les manières, mais déjà «tigre», lui aussi, par l’implacabilité[4]. Voyez enfin du Tillet, qui fait partie d’une galerie riche et prodigieusement pittoresque d’intrigants, d’aventuriers, d’arrivistes coûte que coûte, dans l’œuvre de Balzac. Il a pris des airs de petit-maître, il affecte dans l’habillement, dans son train de maison, dans les manières, l’élégance la plus parfaite pour mieux faire oublier ses origines. Il a pour Birotteau une haine formidable, car celui-ci a été généreux, mais pas aveugle, pour lui. Avec un art moins en éveil, moins fidèle à la vérité, cet enfant-trouvé, devenu un puissant banquier et, ennemi du seul homme qui connût sa première défaillance, aurait pu être le type du méchant sans clair-obscur, toujours et partout également méchant, comme dans le mélodrame. Et méchant, il l’est, avec une sorte de cruauté féline, due à une somme de rancunes dont il n’est que partiellement conscient et qui tomberont toutes sur ce pauvre César. Toutefois, nous surprenons, chez lui aussi, quelques instants où il hésite, où il est prêt à retirer sa victime du gouffre, si sa victime elle-même ne s’y replongeait par sa naïveté un peu niaise. Nous les voyons fléchir, bien tard, c’est vrai, puisque Birotteau a touché le fin fond de son malheur, mais encore utilement, pour abréger la dure période de la réparation. Nous entrevoyons, enfin, comme dans un éclair, un trouble persistant, une susceptibilité toujours en éveil, les morsures d’un remords profond, qui redent ce pervers plus humain. Un petit spécimen, bien pittoresque, de femme du peuple: la truculente Angélique Madou, au verbe haut et insolent, mais pas méchante, au fond.

  Tous ces personnages parlent, gesticulent devant nous dans une suite de scènes, où le dialogue est vif et pittoresque. Comme Molière, Balzac ne fuit ni l’argot ni les patois, quand il le faut pour son réalisme: Angélique Madou et Nucingen en sont la preuve. Balzac fait, dans ce livre, un très large emploi du dialogue, ce qui nous donne une sensation immédiate de vie chez ses personnages. Nous trouvons même ici un procédé dont Molière s’est bien souvent servi en maître: le motif comique répété. Il s’agit, nous le remarquerons en son temps, d’une sorte ce (sic) leit-motif de la prospérité chez Birotteau: il le répète successivement avec tout le monde, mais son ton varie, suivant les interlocuteurs et la situation. Si pour le style de ce roman nous n’avons qu’à répéter ce que nous venons de dire plus haut du style de Balzac en général, il faut pourtant remarquer encore une fois que c’est dans le dialogue — qui joue ici un rôle important que le style de Balzac s’anime et prend de la couleur.

  Le plan de ce roman est aussi savant, en matière commerciale, que celui d’Une ténébreuse affaire l’est en matière de droit; mais s’il est, dit-on, nécessaire d’être magistrat pour bien comprendre ce dernier, il n’est pas nécessaire d’être commerçant pour lire aisément César Birotteau: ce «peuple de douleurs» est clair et intéressant pour tout le monde. Au point de vue artistique, le plan est, nous le répétons, des plus simples. Le roman est divisé en deux parties, dont la première, légèrement teintée de comique, vive, mouvementée, colorée: le héros, médiocre, niais, vaniteux, vit dans son milieu et se dessine par lui; la deuxième, morne, pathétique, suit la lente et douloureuse ascension de cette âme jusqu’à la grandeur sobre de la mort, Chaque scène a son intérêt et sa valeur artistique, mais aucune ne se détache fortement des autres: comme dans la vie, toutes se tiennent et l’une s’éclaire par l’autre. La réalité palpitante de ces aventures si simples, et de ces personnages si modestes, force tout lecteur à suivre le roman avec un intérêt toujours croissant et, avec une sorte de sympathie humaine qu’on accorde seulement aux créatures réellement vivantes et souffrantes.

 

JUGEMENTS SUR BALZAC.

 

  Lanson écrit: «Une fois faites toutes les réserves qu’il faut faire, on reste saisi de cette puissance créatrice: tous ces romans qui se tiennent et se relient, ces individus qu’on retrouve d’une œuvre à l’autre à toutes les époques de leur carrière, ces familles, qui se ramifient et dont on suit l’élévation ou la décadence, tout cela forme un monde qui donne la sensation de la vie. Tous les défauts disparaissent dans la grandeur de l’ensemble, et lorsqu’ou feuillette le Répertoire de la comédie humaine, on a besoin de faire effort pour distinguer les personnages fictifs des individus historiques qui sont mêlés parmi eux. L’œuvre de Balzac, par cette cohésion, et par la puissance d’illusion qui en résulte, est unique».

  George Sand: «Chacun de ses livres est ... la page d’un grand livre, lequel serait incomplet s’il eût omis cette page importante».

  Taine: «Le style est pénible, surchargé; les idées s’encombrent et s’étouffent; les intrigues compliquées saisissent l’esprit de leur pince de fer; les passions accumulées, grondantes, flamboient comme une fournaise. Sous cette lueur fauve se détache avec un relief violent une multitude de figures grimaçantes, tourmentées, plus expressives, plus puissantes, plus vivantes que les physionomies réelles; parmi elles, une vermine sale d'insectes humains, cloportes rampants, scolopendres hideux, araignées venimeuses nées dans la pourriture, acharnées à jouir, à déchirer, à entasser, à mordre; par-dessus tout, des féeries éblouissantes et le cauchemar douloureux, gigantesque de tous les rêves auxquels l’or, la science, l’art, la gloire et la puissance peuvent fournir».

  Brunetière: C’est «le Roman-même».

  Victor Hugo: «Tous ses livres ne forment qu’un livre, livre vivant, lumineux, profond, où l’on voit aller et venir, et marcher et se mouvoir, avec je ne sais quoi d’effaré et de terrible, mêlé au réel, toute notre civilisation contemporaine; livre merveilleux que le poète a intitulé comédie, et qu’il aurait pu intituler histoire, qui prend toutes les formes et tous les styles, qui dépasse Tacite et qui va jusqu’à Suétone, qui traverse Beaumarchais et qui va jusqu’à Rabelais; livre qui est l’observation et qui est l’imagination; qui prodigue le vrai, l’intime, le bourgeois, le trivial, le matériel, et qui, par moments, à travers toutes les réalités brusquement et largement déchirées, laisse, tout à coup entrevoir le plus sombre et le plus tragique idéal. A son insu, qu’il veuille ou non, qu’il y consente ou non, l’auteur de cette œuvre immense et étrange est de la race des écrivains révolutionnaires. Balzac va droit au but. Il saisit corps à corps la société moderne; il arrache à tous quelque chose, aux uns l’illusion, aux autres l’espérance, à ceux-ci un cri, à ceux-là un masque; il fouille le vice, il dissèque la passion; il creuse et sonde l’homme, l’âme, le cœur , les entrailles, le cerveau, l’abîme que chacun a en soi. Et par un droit de sa libre et vigoureuse nature, par un privilège des intelligences de notre temps, qui, ayant vu de près les révolutions, aperçoivent mieux la fin de l’humanité et comprennent mieux la Providence, Balzac se dégage souriant et serein de ces redoutables études qui produisaient la mélancolie chez Molière et la misanthropie chez Rousseau. Voilà ce qu’il a fait parmi nous. Voilà l’œuvre qu’il nous laisse, œuvre haute et solide, robuste entassement d’assises de granit, monument, œuvre du haut de laquelle resplendira désormais sa renommée».


 

  Armando Ghelardini, Avventure del Signor di Balzac, «Occidente. Sintesi dell’attività letteraria nel mondo», Roma, Anno II, Fascicolo 2, Gennaio-Marzo 1933, pp. 33-37.

 

  «Ah! Laura soror! quali tormenti!».

  Dolce affettuosa devota Laura, sorella amata che accogli le prime confidenze amare desolate sconfortanti dell’inquieto Balzac, tu sei la prima donna che al suo destino ha creduto e sulla sua gloria ha giurato.

  Confusi progetti si alternano nel cervello in fiamme di Balzac, immagini che non afferra, idee che non si concretano, parole che hanno vago senso: Laura è qui, tenera e serena, a placargli l’animo e ad infondergli coraggio. Così, fallito il progetto di un’opera comica, nasce il Cromwell, la tragedia che, nelle speranze di Onorato, doveva recargli il successo e la liberta. Libertà, qui, non è termine vacuo, inventato per puro gioco; qui libertà sta a significare la fine di una schiavitù che tiene legato Balzac alla sorda e gretta incomprensione della famiglia: questo ragazzo ha da esser tenuto a freno, ma a freno non sta, strappa le redini, corre all’impazzata verso inafferrabili chimere. Ordunque bisogna gettare acqua sul fuoco, spegnere gli ardori eccessivi, richiamare alludine, ristabilire chiarezza e pace nelle idee del figliuolo. Non tutte le donne si somigliano, oh no!, e se Laura è vicina, quanto lontana, purtroppo, se ne sta madama di Balzac, indignata e scontenta, ansiosa delle sorti di Onorato e tuttavia così decisa a creargli un’avversa fortuna. Ma cadono le impalcature, si placa il dramma sollevato dallo scandaloso annunzio che Onorato vuol dedicarsi alla letteratura, vergognoso mestiere; e la famiglia, alfine, d’amore e d’accordo, concede – solenne sentenza – due anni di tempo al ragazzo: due anni dimostrativi, due anni ch’egli trascorrerà a Parigi, con l’aiuto di scarsi sussidi, al fine di provar giuste e sacrosante le sue ambizioni.

  Ore di accanito e affannato lavoro passano in quella gelida sudicia stretta stanza, in quel «sepolcro aereo», donde sorge, finalmente, in un giorno di aprile, questo sepolto vivo che ha scritto Cromwell, «il breviario dei popoli e dei re»: sfortunato breviario che, nonostante la fiducia della candida Lauretta, avrà una ben triste fine.

  Il prigioniero riprende la via del ritorno, tra allegro e ansioso, e forse un poco preoccupato di certi versi che gli suonan male all’orecchio.

  La famiglia ha organizzato una solenne seduta per ascoltare la lettura della tragedia, attesa con molta curiosità ma anche con molta incredulità. Parenti, amici e conoscenti, son tutti riuniti, gravi e composti, nel vasto salone di casa Balzac, convocati all’arduo compito di giudicare delle attitudini del giovanotto. Ah ah! certo qualcuno, in quell’angolo, soffoca delle risatine: il poeta, il poeta, che storie ridicole! Un vecchio signore, amico di Balzac padre, un vero amico, un grande amico, ripete la sua ferma irrevocabile convinzione: Onorato non ha la stoffa del letterato, lo si vedrà. Il vecchio signore è nero, nero dalla testa ai piedi, nero in volto, nero in cuore: corvo e jettatore. Balzac, al vederlo, pensa che tutto andrà a rotoli: le tenebre si faranno ed egli vi sarà travolto, misero e inerte. Ma no, non può essere: Balzac, in piedi fra gli altri seduti, in cerchio intorno a lui, vede soltanto sguardi attenti: si ascolta l’autore con una certa benevola condiscendenza, e nessuno tradisce l’interna paura: poi, piano piano, l’uditorio si fa freddo e distratto, la noia piomba improvvisa, malefica e mortale: e allora i volti si trasfigurano, la vasta sala si fa angusta, l’aria divien soffocante, la tragedia è finita. Il corvo s’alza, prepara, con due leggeri colpi di tosse, una voce di circostanza e pronunzia la condanna inesorabile di Cromwell. Balzac insorge contro il detrattore, vuol vantare i pregi della sua opera, e forse, se lo potesse, si vendicherebbe dei suoi giudici subito, senza un minuto di attesa, in modo atroce. Seduta stante, per soffocare il tumulto imminente, Balzac padre propone un arbitro.

  E l’arbitro - Andrieux, ex insegnante della Scuola politecnica, - dopo una notte passata in bianco, per la coscienziosa lettura di Cromwell, arriva, con la consueta gravità di tutti i giudici infallibili di Onorato, e pronunzia la nuova definitiva sentenza: «II signor di Balzac dovrà far di tutto, nella vita, fuor che della letteratura».

  Così s’inizia il grande destino d’un grande scrittore.

 

II.

 

  Un bel giorno, nel villaggio di Aulnay, la gente dabbene si riunisce in casa del parroco e attende, con non indegno fervore, il nuovo vicario: bisogna fargli accoglienze cordiali, inginocchiarsi, plaudirlo.

  Ed ecco il vicario Giuseppe apparire d’un tratto, fatale come un eroe di Byron; e, tra la costernazione generale, gettare il veleno nel cuor delle femmine, che s’accendon d’amore per lui. Ma il prete non alza gli occhi sulle sue ammiratrici: egli è già vittima dell’amore, prete per disperazione, santo per forza: Giuseppe non può sposare Melania, sua sorella: e dunque che vale la vita terrena, che contan le gioie del mondo? Forse soltanto la marchesa di Rocourt, che si strugge di passione per lui, potrebbe rendergli un granellino della sua pace perduta.

  La marchesa di Rocourt è perseguita, negli avvenimenti di sua vita che toccano il cuore, da uno strano destino: a sedici anni, essa è stata l’amante riamata d’un prete; il fiume del tempo ha continuato a scorrere, lento e rapido a seconda degli eventi e molta acqua è ormai corsa sotto i ponti; ma, com’è come non è, a quarant’anni la disdetta amorosa vuol gettarla ancora nelle braccia d’un prete. Per buona ventura, il marchese di Rocourt sta all’erta: egli è un uomo tenero, e si commuove e corre ai ripari: presto, d’urgenza, si chiami il vescovo!

  E il vescovo, veloce come il fulmine, si precipita.

  La scena è forte, altamente drammatica, piena d’imprevisti.

  Forse qualcuno ha indovinato? Sissignori, il vescovo è l’antico amante della marchesa! Qualcuno indovina anche il seguito? Sissignori, il vicario Giuseppe è il figlio della marchesa, il figlio del vescovo, il frutto dei loro tristi amori giovanili! Chinare la testa, in segno d’umiltà, mortificarsi, chiedere perdono a Dio grande e misericordioso.

  E Giuseppe, felice, va incontro alla sua nuova vita: c’è da tirar giù un curioso e complicatissimo calcolo, ma – in definitiva – il conto torna: Giuseppe non è più il fratello di Melania, Giuseppe è il cugino di Melania, Giuseppe può sposare Melania.

  Mezzanotte suona all’orologio della torre, e questa è l’ora in cui i due giovani uniranno i loro destini. La chiesa è grande ma vuota. Essi vanno verso l’altare, in silenzio, seguiti dai testimoni, i quali, probabilmente, piangeranno stupore dagli occhi. Ma chi celebrerà il matrimonio?

  «Un momento, cara, un momento». Giuseppe corre in sacrestia e, in fretta, indossa abiti e paramenti per officiar la messa. E sacrestano cade dalle nuvole.

  Urla: «Ma che fate?».

  Risponde: «Scusatemi, la felicità mi sconvolge ...».

 E tutto s’accomoda.

 

III.

 

  Le strane avventure che abbiamo qui rievocato non sono, per la verità, - ognuno può intuirlo - avventure del signor di Balzac, sibbene dei suor fantastici personaggi. Non sono personaggi da prendersi alla leggera, badate bene: sono degni protagonisti di quella vicenda che va sotto il titolo Il Vicario delle Ardenne, romanzo di Orazio di Saint-Aubin, illustre incognito nei cui panni si celava il vero essere di Onorato di Balzac: quel Balzac giovane che cercava a ogni costo il successo, che ad ogni costo voleva del danaro, molto danaro, sempre danaro: la sua croce. Ed erano, ogni volta, pochi soldi.

  Ma Balzac sa, in cuor suo, che Il Vicario è «una porcheria», come sapeva, un giorno, cadute le prime illusioni, di non esser nato per le tragedie (e l’esempio era lì, sottomano: il famigerato Cromwell).

  Eppure, gli anni muoiono, la notorietà di Balzac si fa sempre più e più viva e presente, e il romanziere non è insensibile, per dirla volgarmente, al cosiddetto fascino del teatro.

  In un chiaro mattino del mese di marzo dell’anno di grazia milleottocentoquarantadue, il signor Augusto Lireux, direttore dell’Odeon, uomo coraggioso, ricco di iniziative, capace di vincere le peggiori difficoltà nei tempi più difficili e tuttavia non preparato in tal misura da affrontare tranquillo le non improbabili burrasche di un’opera teatrale di Balzac, fu in ogni modo assai accogliente verso quest’ultimo, ed accettò le sue proposte di rappresentare all’Odeon una commedia in cinque atti (Les ressources de Quinola). Doveva essere una giornata solatia, limpida e allegra, uno sbocciar di primavera tiepida, un fiorir di rose che incantan l’anima e i sensi, chè il signor Agostino si dimostrò, alla fine, entusiasta del signor Onorato.

  — Ora – egli si disse – farò una sorpresa ai miei attori - e si fregava le mani contento e sorrideva. Infatti convocò tutti, in gran fretta, per una certa ora dello stesso dì felice; e tutti a sentir la curiosa novella, che si trattava di una gran cosa, che l’autore era un gran bel nome – ma zitti, per carità, dev’essere una sorpresa – e che c’era da aspettarsi, ciascuno la sua giusta parte, un vero successo.

  Non vi fu delusione, no di certo, all’apparir di Balzac, che entrava baldanzoso col suo copione sotto il braccio, come un trionfatore: lontani erano i tempi di Cromwell!

  Ma, come in quel tempo, rimase in piedi nel mezzo degli altri; e cominciò a leggere. Con la voce e coi gesti, compiaciuto delle sue stesse parole, s’interrompeva per commentare una scena, gettare una esclamazione, o all’improvviso dichiarare, col volto ridente: «Com’è bello!»; e finì col recitare lui stesso la commedia, accalorato, entusiasta, convinto, punteggiando qua e là la lettura con le sue grasse risate, che dilagavano intorno, contagiavano i vicini, trascinavano al medesimo ardore gli attenti e gli indifferenti.

  «... Talora si abbassava fino a terra per raccogliere un fascio d’idee, talaltra si sollevava sulla punta dei piedi per seguire il volo del suo pensiero fino all’infinito ...».

  Finito il quarto atto, quando si trattò di leggere il quinto, scoppiò, inatteso, lo scandalo. Balzac dichiara di non averlo scritto; ma lo racconterà, lo racconterà a tutti, e non ce ne sarà uno scontento fra i presenti, parola di Balzac. («Vedremo la faccia degli spettatori» pensa la signora Dorval. «E la mia parte? la mia parte dov’è?»). Allora Balzac parla, dà le grandi linee e i minuti particolari, imbroglia le faccende, sconvolge la logica calma e prudente degli attori, inventa un precipitoso finale e se ne va, con la formale promessa che domani l’atto sarà scritto. «Sta tutto bene — dichiara la signora Dorval — Ma la mia parte dov’è?».

  I guai seri, per gli attori, cominciarono alle prove: quando giungeva Balzac, era come una fuga dinanzi al pericolo imminente, allo stesso modo con cui gli operai della tipografia, all’apparir dello scrittore, si barricavano dietro i banconi e facevano i patti con l’editore: «Non più di un’ora per il signor di Balzac!». Ed era un’ora di tortura: c’era da rifar dieci, venti pagine, e prove su prove, correzioni su correzioni. Così qui gli attori si sgolano e si sbracciano a rifar le scene, una per una, e da capo col nuovo dialogo e dàgli con i pentimenti e le code: alla vigilia della prima rappresentazione, la commedia è nuova di zecca, tutta ripulita e rinfrescata dai giochi di fantasia dell’autore.

  Il quale, sul più bello della prova, al momento più critico, corre a far la sua parte allo sportello del teatro: «Il teatro è esaurito, non ci sono più posti, anche a cavarsi un occhio dalla testa». Questo è, a parer suo, il mezzo migliore per richiamar la folla, che dovrà pagar fior di quattrini per avere gli agognati biglietti, pagare cifre spaventevoli per acquistare il diritto di assistere al grande prodigio: Balzac vede tutto grande e, nella sua magnifica illusione, immagina il teatro colmo fino all’inverosimile, e folla di principi e moltitudine di ministri e deputati e borghesi ricchi e presuntuosi. Lo scherzo, che non è uno scherzo, riesce in un primo tempo, fallisce negli ultimi giorni: a lungo andare, la gente, respinta violentemente da Balzac, si stanca, dimentica, scompare: e la sala del teatro, la sera del 19 marzo 1842, è quello che oggi si dice «un forno». I pochi iniziati fanno cadere ferocemente la commedia; i fischi si sprecano; vien giù il teatro.

  «Balzac! Balzac! Signor di Balzac! Signor di Balzac!».

  Comincia un’affannosa ricerca, qua e là per la sala. Le luci si spengono, le porte si chiudono, è finita anche questa avventura. E il signor di Balzac, nel fondo di un palco, dorme come un fanciullo stanco, sognando di un mondo felice dove gli uomini toccati dalla gloria sono anche i padroni di tutto l’oro sonante dell’universo.

 

 

  E. Gimenez Caballero, L’Eroe. L’honnête homme e il demoniaco, «Gerarchia. Rivista politica», Milano, Anno XIII, N. 12, Dicembre 1933, p. 1034.

 

  Il tipo di eroe antieroico, caratteristico dell’honnête homme, fornirà al secolo XIX due tendenze divergenti per considerare l’eroicità. Da un lato la ripulsa di questo ideale borghese porta alla fantasmagoria del romanticismo; dall’altro questo concetto positivista dell’eroismo (misura, onorabilità, buoni costumi, lavoro, un regolato piacere della vita) si assicura con le conquiste della scienza e dell’industria.

  Da un lato l’eroe demoniaco e disperato alla Byron, alla Chateaubriand, alla Don Giovanni Tenorio, di Zorrilla, del tipo avventuroso del Balzac, di quello pirata di Walter Scott, tipo dannazione di Faust; dall’altro Mr. Homais e tutta quella corrente naturalista che va da Flaubert ad Azorin. Il volgare tipico come forma di eroismo.

 

 

  G.[iorgio] G.[ranata], “Tre Maestri: Balzac, Dickens, Dostojevskij” di Stefan Zweig 1, «Il Saggiatore. Rivista mensile di lettere», Roma, Anno III, N. 11, Gennaio 1933, pp. 477-478.

 

  Un esame diffuso, particolare e particolareggiato, delle diverse affermazioni critiche di Zweig, — ritrovare cioè fino a qual punto egli abbia ragione e dove comincino invece i suoi torti nei riguardi dei tre autori saggiati, Balzac, Dickens, Dostojevskiy —, non interesserebbe, confessiamolo francamente, nessuno. Consumeremmo periodi dietro periodi nel chiosare, nel commentare, nel glossare c riusciremmo soltanto ad una noiosa critica di una critica: tutta roba che non si legge più neppure sulle riviste laureate. Tanto vale allora soffermarci sulla «direzione», sul motivo conduttore di questo libro: perché Balzac? perché Dickens? perché Dostojevskiy? E’ Zweig stesso ad indicarci la via d’ingresso, allorché nella prefazione si sofferma sulla figura, secondo lui, del Romanziere (e cioè: — l’artista universale, il quale crea un nuovo cosmo, pone accanto al mondo reale un mondo proprio, con propri tipi, proprie leggi di gravitazioni e un ciclo proprio con proprie costellazioni —) e precisa le differenze tra questi e lo scrittore di romanzi. In altre parole, ci troveremmo di fronte, secondo quanto sulle pagine di questa rivista si è insistito più volte, ad un vero e proprio Romanziere, allorché appunto dall’opera in questione si può riuscire a ricavarne un «senso», una qualche parola che si risolva in un accrescimento della nostra vita, che concorra cioè a rispondere comunque a qualche dubbio, problema, interrogazione, che è restata finora dentro di noi senza risposta. Se scendiamo a degli esempi, non ci resterà altro che citare il romanzo dei romanzi Delitto e Castigo; per Manzoni invece, ad esempio, possiamo parlare di diverse figure egregiamente costruite, possiamo ricordare alcune scene condotte magari con il dieci e lode, ma tutto si arresta lì: non un «senso», un significato generale che ci renda quel libro carne della nostra carne, parola attuale e viva anche oggi. Ma una volta illuminata questa concezione del Romanziere secondo Zweig, noi, pur sottoscrivendo per Dostojevskiy e Balzac, non sappiamo spiegarci davvero l’inclusione di Dickens (il migliore pure dei tre saggi); l’Inglese resta infatti al di fuori della figura del Romanziere, quella con la R maiuscola, di cui si è discorso fino adesso. […].


  1Milano, Sperling e Kupfer, L. 25.

 

 

  Il lettore, Giorno per giorno. Peau de chagrin, «La Stampa della Sera», Torino, Anno 67, Num. 152, 28-29 Giugno 1933, p. 1.

 

  Come la celebre peau de chagrin di Balzac, passa un giorno e passa l’altro, il dollaro diventa sempre più piccino.



  Lorenza Maranini, Proust. Arte e conoscenza, Firenze, Novissima Editrice, 1933 («Biblioteca di lettere»).

 

Realtà e individualità dell’arte, pp. 71-98.

 

  p. 76. Wilde, dice che il più grande dolore della sua vita fu la morte di Lucien de Rubempré in Balzac, e Proust, in queste pagine [A l’ombre des jeunes filles en fleur], mostra di attribuire un più grande valore di realtà al mondo dell’arte […] che a quello della vita: l’incontro del suo pensiero con quello di Wilde è però solo apparente. In Wilde c’è un’intenzione paradossale del tutto ignota a Proust ed un atteggiamento da estetista che ripugna alla serietà della concezione proustiana […].

 

La dimensione del tempo e la composizione nell’opera d’arte, pp. 217-227.

 

  p. 222. I grandi artisti del secolo XIX, dice Proust, guardandosi lavorare, scoprivano spesso, nelle loro opere, delle possibilità insospettate.

  Balzac, gettando uno sguardo a un tempo da straniero e da padre alle sue opere, e proiettando su di loro un’illuminazione retrospettiva, si accorse che esse sarebbero state più belle unite in un ciclo in cui tornassero gli stessi personaggi, ed aggiunse così alla sua opera un nuovo colpo di pennello, «le dernier et le plus sublime». Tale unità è ulteriore, ma non arbitraria (in tal caso sarebbe caduta in polvere come accadde per tante opere di scrittori mediocri che avrebbero voluto far credere di aver seguito un solo e trascendente disegno). Unità che si ignorava, dunque vitale e non logica, che non ha impedito la varietà nè raffreddato l’esecuzione. Essa nasce da un istante di ispirazione, non è voluta dallo sviluppo artificiale di una tesi, e vuole integrarsi al resto. L'artista vero che compone un grande ciclo, non parte da una tesi logica, ma comincia con l’esprimere la sua verità interiore, e nella qualità stessa della sua conoscenza trova la necessità architettonica.

 

  p. 226. […] le più alte, le più pure, le più rammemorate di esse possono servire tutt’al più da «support» dell’edificio, ma non bastano da sole a formarlo: l’unità vitale e non logica, di cui Proust parla a proposito dei cicli di Balzac, scoperta in tutta la varietà delle impressioni, fa sì che alcune si raggruppino per creare una fanciulla, altre una chiesa, altre una sonata; sonata, chiesa, fanciulla, non bastano neppure a se stesse: anch’esse prendono la loro maggiore bellezza quando l’artista ha scoperto l’unità vitale che le lega, e le ha raccolte in un mondo unico e reale, molto più differente dal mondo costruito da un’altro (sic) grande artista, che non sia un pianeta da un’altro pianeta. Ciò perché l’architettura non ha origine da un piano estrinseco, ma dall’unità vitale di tutto quello che l’artista ha sentito.

 

 

  Martelletto, In punta di penna, «Il Ponte di Pisa. Giornale settimanale di Pisa e Provincia», Pisa, Anno XLI, Num. 1, 1° Gennaio 1933, p. 1.

 

  Gemme.

  – Il modo di camminare è la fisionomia del corpo (Balzac).

 

 

  Martelletto, In punta di penna. Balzac non paga, «Il Ponte di Pisa. Giornale settimanale di Pisa e Provincia», Pisa, Anno XLI, Num. 16, 15-16 Aprile 1933, p. 1.

 

  Un giorno – ed erano vicine le 12 – Balzac dormiva ancora quando entrò in camera sua il sarto colla fattura.

  «Aprite quello scrigno» disse Balzac al sarto che subito si era rallegrato all’idea di avere qualche franco.

  «E’ vuoto» rispose il sarto.

  «Aprite il cassetto in alto» – «E’ vuoto». «Aprite quello in basso» – «Vuoto, anche questo» – «Allora quello di sinistra» – «Vuotissimo» – «E quello di destra?» – «Come sopra» – «Allora toccate la molla davanti e si aprirà il cassetto segreto» – «Ma questo è pieno di carte!».

  Allora Balzac tagliò corto: «Sono tutte fatture che aspettano il turno per essere pagate; metteteci anche la vostra, e lasciatemi dormire in pace».

 

 

  Jan Mayen, “Tre maestri”, «La Cultura e il Libro», Milano, Anno I, N. 8, Agosto 1933, pp. 407-408.

 

  Balzac nasce l’anno medesimo che vide sorgere la stella imperiale di Napoleone: tutta la sua arte riflette quell’epoca córsa da ambizioni immense, dominata da una volontà formidabile. «Egli introduce nella letteratura il sistema amministrativo di centralizzazione. Come Napoleone, egli fa della Francia il mondo, di Parigi il centro, e dentro questo cerchio, nella stessa Parigi, diversi circoli: l’aristocrazia, il clero, gli operai, i poeti, gli artisti, gli scienziati». Ce qu’il n’a pu achever par l’épée, je l’accomplirai par la plume, aveva scritto lo stesso Balzac giovinetto. Ma non tanto nelle dimensioni spaziali, non in estensione, ma in un accrescimento di potenza, d’intensità sta la caratteristica napoleonica dell’arte balzachiana. «Non nei contorni, non nello sfondo storico o esotico Balzac cerca la grandiosità, ma nella superdimensione, nell’accresciuta intensità di un sentimento unico nella sua integrità» (p. 26). Qualsiasi sentimento: non ve n’è di maggiori o minori: «Perché non si dovrebbe scrivere, egli esclama, la tragedia della stupidità, quella della timidezza, della paura, della noia?» Strappare dal petto degli uomini queste forze primordiali, secondo la bella espressione dello Zweig. Ma accanto a queste, altre pagine lasciano adito a dubbî. Il Balzac sarebbe un deluso della vita, che nell’arte troverebbe «un sonnifero per fargli dimenticare la fame di vita» (p. 30-31); un deluso che raggiungerebbe, nella selvaggia energia di questo sentimento, il limite della pazzia. Approssimazioni psicologiche ingegnose; ma con quale fondamento? e con quale frutto?

 

 

  P. Micheli, Ricordi pascoliani, «Pègaso. Rassegna di Lettere e Arti», Milano-Firenze, Treves Treccani Tumminelli, Anno V. N. 3, Marzo 1933, pp. 257-272.

 

  p. 268. Non ero precisamente della sua opinione, ma senza interromperlo nelle sue invettive, qua e là accennavo modestamente ad alcuni romanzi che non mi parevano da disprezzare. Poi sviai il discorso dicendogli che avevo visto in quei giorni un ritratto di Balzac che somigliava tutto a lui, Pascoli.

 

 

  Giuseppe Molteni, Saggi di nuove Pubblicazioni. Il cattolicismo del Balzac, «Rivista di Letture», Milano, Anno XXX, N. 12, 15 Dicembre 1933, pp. 358-360.

 

  Un tema usai interessante, e che finora non era stato molto approfondito, è indubbiamente quello del cattolicismo del Balzac. Lo sfiorò, col consueto acume, ma non soffermandovisi troppo, il Brunetière, nel suo classico volume sull’autore della «Commedia umana». È noto come l’opera letteraria del romanziere sia stata posta all’Indice; d’altra parte sono frequenti ed esplicite, in quell’opera, le attestazioni dei sentimenti di devozione e di ammirazione dello scrittore verso il cattolicismo, ed anzi le sue numerose e aperte professioni di tal fede.

  Per il Brunetière, il quale pone in rilievo come il romanziere non possedesse una conoscenza vasta e precisa delle verità della religione, il Balzac è stato specialmente un precursore di quel movimento in cui grandeggiarono un Ketteler, un Manning, un Gibbons e che fu più tardi chiamato cattolicismo sociale. Egli per altro — nota l’illustre critico — evitò lo scoglio contro il quale andò a spezzarsi l’autore delle «Paroles d’un croyant», e mentre costui finiva nel suo ardore democratico per fare delle due parole «cattolicismo» e «democrazia» due termini reciprocamente convertibili e di ciò ch’esse rappresentavano due entità costantemente adeguate, il Balzac vide benissimo che si poteva essere un eccellente cristiano senza essere un democratico e sopratutto un acceso democratico senza essere per niente un cristiano. E, ricordato quanto dice, nel «Curé du village», l’abate Bonnet, aggiunge: «È tutto un programma; e se non è al Balzac che lo hanno tolto a prestito i Ketteler, i Manning, i Gibbons, è pur sempre il loro; ed egli lo ha formulato prima di loro».

  Un esame particolareggiato della questione l’abbiamo ora e lo dobbiamo ad Ernst-Robert Curtius, il cui Balzac, pubblicato qualche anno fa nel testo originale tedesco, appare adesso nella versione francese (Parigi, Grasset, 1933). Il lavoro dello scrittore renano è tra i più ampi ed acuti studî critici che siano stati dedicati all’autore della «Commedia umana» e ci presenta, in una visione organica e in un ordine sistematico, gli aspetti più caratteristici e significativi del suo pensiero e dell’opera sua. In quattordici capitoli, che sono come grandi affreschi illustrativi del mondo balzacchiano e del suo creatore, il Curtius ci raffigura il romanziere in rapporto al segreto e alla magia che imprimono alla sua arte un’atmosfera di ermetismo, al principio di energia che è la base della sua opera; lo pone di fronte ai grandi impulsi del cosmo interiore, la passione, l’amore, la potenza, la conoscenza; esamina le sue idee e i suoi atteggiamenti riguardo la società, la politica, la religione; rileva la sua posizione innanzi al romanticismo; ne tratteggia l’opera e la personalità ; e infine rapidamente ricorda l’influenza esercitata sui contemporanei e sui posteri. Il capitolo, di quasi quaranta pagine, sulla religione del Balzac ci pare il saggio più esauriente e completo finora apparso sull’argomento e tale da spiegare in modo inequivocabile i motivi della condanna ecclesiastica. «Balzac — scrive il Curtius — ha fatto professione di cattolicismo. Desiderava anzi che si riconoscesse in tutta l’opera sua il soffio dello spirito cattolico. Potrebbe dunque sembrare, a credere alle sue affermazioni, che non vi fosse neppure la possibilità di un dubbio, non che di un conflitto. Ma un esame attento ci rivela che la realtà è assai più complessa di quanto il Balzac vorrebbe farci ritenere. Su questo terreno come su quello politico si può scoprire una certa esitazione tra la ribellione e l’autorità, si possono rilevare contraddizioni che, reali o no, lasciano difficilmente individuare la sua vera posizione».

  Da fanciullo il Balzac ebbe una sensibilità religiosa assai viva; verso i vent’anni attraversò una crisi spirituale profonda; poi, sotto l’influenza della dilecta, madama de Berny, le primitive inclinazioni al misticismo parvero riprendere il sopravvento. Ma ancora, nel Cristianesimo, egli vede sopratutto un sistema di pedagogia e di politica, nel Cattolicismo la forma provvisoria di una verità religiosa eterna. Tra i romanzi più significativi delle idee religiose balzacchiane sono Louis Lambert e Seraphita (sic). Ora, il pensiero di Louis Lambert «è assolutamente inconciliabile con l’ortodossia cattolica. Bisogna anzi dire di più: la sua libera interpretazione delle dottrine cristiane equivale alla negazione del Cristianesimo. Poiché la fede basata sulla Rivelazione cristiana non ha più alcuna base, se si considerano le cose da questo fantastico punto di vista della storia religiosa. Portato alle sue ultime conseguenze il sistema di Louis Lambert doveva condurre alla filosofia panteista dell’immanenza e finalmente al puro naturalismo. Balzac non sembra d’altronde aver avuto coscienza di simili difficoltà. Egli serbava l’illusione di una possibile alleanza tra la Teosofia e il Cristianesimo». Seraphita corregge in parte l’intellettualismo del Louis Lambert; ma, nota il Curtius, «la mistica di Seraphita non è perciò più cattolica di quella di Louis Lambert; essa è tutta nutrita di Swedenborg e non tien conto né di Chiese, né di confessioni. Essa segue una delle linee eterodosse che corrono in margine alla «grande tradizione mistica del Cristianesimo».

  Non soltanto dallo Swedenborg si lascia influenzare il Balzac, ma anche dal Saint-Martin: «Tutto quanto ha rapporto, in Balzac, con la teologia, l’antropologia, la storia, la natura, le sue idee sulla Causa e sull’Effetto, sul macrocosmo e sul microcosmo, sulla volontà e sul desiderio, tutte le sue vedute sulla mistica dei numeri e sul magnetismo, tutto ciò si ritrova nel Saint-Martin sotto una forma e spesso con espressioni presso che identiche».

  Come si spiega questa eterodossia col suo atteggiamento nei riguardi del cattolicismo? La sua ammirazione e la devozione, verbalmente professata, verso il cattolicismo e verso Roma si spiega coi suoi sentimenti artistici e le sue considerazioni politico-sociali. Sul terreno dottrinale egli distingue tra una religione esoterica ed una religione essoterica; ma ammira ed esalta il cattolicismo come artista e poeta, come filosofo studioso dei fenomeni politico sociali, e come filantropo, attratto dalla grande fiamma di carità che illumina tutta la storia del cattolicismo. «Il cattolicismo del Balzac non è solo quello della poesia romantica, non è solo quello di un Chateaubriand. Se il suo ideale della carità ha un fondo mistico, esso riguarda anche le opere utili alla collettività. Balzac non ha mai cessato, in questa occasione, di sottolineare la differenza essenziale che scava un abisso tra l’idea cristiana di carità e d’amore e quello stupido amore collettivo che si chiama umanitarismo. E in questa idea della carità cristiana che Balzac ha attinto gli elementi del suo cattolicismo sociale».

  Rilevando le contraddizioni del pensiero religioso del Balzac, il critico si guarda dal porne minimamente in dubbio la sincerità; ma conclude: «Cattolica, nel senso vero e proprio della parola, l’opera del Balzac certo non è, poiché ogni distinzione tra Cristianesimo esoterico ed essoterico è ripudiata dalla dottrina della Chiesa ... E neppure egli è quello che potrebbe definirsi un homo religiosus. Non conosce gli accenti che rivelano un’anima provata sino nei più intimi recessi dal colloquio con Dio, che segna la sua impronta nelle forme semplici e scarne della pietà biblica o nelle magnificenze prestigiose dell’eloquio agostiniano. Gli manca l’onda che sgorga dalla fonte, la presenza immediata, la luce calma e serena, la forza nell’umiltà e l’umiltà nella forza. La sua gigantesca immaginazione ha talora, nella sfera religiosa, qualcosa di eccentrico, di tormentato, di torbido. Non è di qui che si può attendere la parola della salvezza».

  La chiara esposizione dell’illustre critico, tutta corredata delle più ampie citazioni documentarie dell’opera del Balzac, mostra chiaramente quanto fondata fosse la Congregazione dell’Indice nel pronunciare la sua condanna.

 

 

  Fausto Nicolini, Libri. Achille Geremicca. “Amore mattutino. Novelle”. – Itea, Napoli, 1932, L. 9, «Pègaso. Rassegna di Lettere e Arti», Milano-Firenze, Treves Treccani Tumminelli, Anno V. N. 3, Marzo 1933, pp. 379-381.

 

  p. 380. Chi le legga vede bene quale fine semplicità sia nella trama di queste novelle del Geremicca, alieno quant’altri mai dal romanzesco, dal complicato, dal misterioso, dal cerebrale, dall’impreveduto e dall’ingegnoso delle trovate e delle catastrofi, e pago, come il migliore Balzac, di rappresentare, con precisa determinazione realistica di fatti e circostanze, pezzi di vita vissuta (cito il Balzac. perché in Bianca Maria Finamore, l’«eroina» appunto di Biemme, pur tra molte differenze, rivive qualcosa di Eugénie Grandet).

 

 

  Nix., Come viaggiavano i romantici, «La Stampa della Sera», Torino, Anno 67, Num. 161, 8 Luglio 1933, p. 3.

 

  Anche Balzac fu un arrabbiato percorritore di strade. Il più grande romanziere che abbia avuto l’umanità, viaggiò tempre per ragioni sentimentali. Rincorreva gli oggetti del suo amore per il mondo. La marchesa di Castries lo fece correre in tutta fretta da Parigi ad Aix-les-Bains». Lo scrittore era uso viaggiare sull’imperiale della diligenza. E anche quella volta vi salì ebbro di amore e di felicità. I suoi occhi bevvero la bellezza del cielo, dell’orizzonte, della natura (calmi e tranquilli viaggi del tempo andato!). Il movimento creava sempre in lui una straordinaria attività cerebrale e, siccome egli compieva i suoi viaggi per andare a trovare la donna che in quel momento costituiva la più grande aspirazione della sua vita, sentiva le sue forze decuplicarsi.

  Gli bastava di vedere una chiesetta di campagna per concepire il romanzo del curato. Due o tre grandi scene centrali già si delineavano nella sua mente ... Ad un tratto un cavallo, con un violento scarto, strappava un tirante. Egli si sporgeva dall’imperiale per guardare i postiglioni, e immaginava la vita di giorno e di notte, di quegli uomini, per le strade di Francia e del mondo, i cambi dei cavalli, gli alberghi, le scene comiche e drammatiche dei viaggi, nei quali sono racchiusi tanti desideri, tante speranze, tante illusioni. Ecco, ancora un romanzo da fare!

  Balzac era uomo impetuosissimo e di attività eccezionale. Dotato di forza fisica e di temperamento sanguigno ed impetuoso, anche durante il viaggio non ristava dal parlare, dall’agitarsi. Alle fermate della diligenza, scendeva dal suo posto ... eminente, e lo si vedeva, agitato dalla febbre dell’azione, aiutare i viaggiatori a portare i bagagli, scherzare, mantenere l’allegria fra i compagni di diligenza, fra i postiglioni, far sganasciare gli osti e le loro fantesche, rincorrere le galline del cortile, cantare, ridere come un ragazzo in vacanza.

 

 

  Angiolo Silvio Novaro, Giovanni Verga e la gloria, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 127, 30 Maggio 1933, p. 3.

 

  La gloria, del resto, quella che Balzac chiama il sole dei morti, era, lui vivente, venuta alfine. Ma troppo tardi, ahimè, per poterlo riscaldare e poter restituire alla sua vita materiale quelle comodità ed agiatezze che la nascita signorile non gli aveva lesinate.

 

 

  Arturo Pompeati, Note e rassegne. Biografie. […]. Stefano Zweig, “Tre Maestri: Balzac, Dickens, Dostojevskij. Milano, Sperling e Kupfer. […], «Nuova antologia. Rivista di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Società anonima “La Nuova Antologia”, Settima Serie, Volume della Raccolta CCCLXX, Fascicolo 1479, 1 Novembre 1933, pp. 129-131.

 

  p. 130. Di Balzac c’è qui, senza dubbio, l’ansito eroico, la grandiosità ciclopica delle costruzioni, la sicurezza da padreterno con cui metteva al mondo la folla dei suoi personaggi, ciascuno col suo rovello, con la sua ambizione, col suo destino, e li investiva di una vita tragica, che egli traeva dalle stesse necessità della società borghese e dalla forza malefica del denaro. Cose dette dallo Zweig stupendamente, ma in sostanza non nuove. E non nuova, per quanto sempre meravigliosa, è la visione di un Balzac che trasferiva le sue passioni, i suoi sogni nel mondo fittizio da lui creato, con tanta pienezza d’abbandono che quello diventava poi il suo mondo reale. Non nuova, ripeto, tanto che una visione simile si può cogliere in libri lontanissimi da questo dello Zweig, per esempio nella Vie prodigieuse di Balzac del René Benjamin; la più deliziosa vita romanzata ch’io conosca.

  Più originali sono le osservazioni sulla magia artistica del gran romanziere (quella magia che lo distingue nettamente dallo Zola), e la conclusione che con lui comincia l’idea del romanzo quale enciclopedia del mondo interiore.

  Accanto a Balzac, Dickens può sembrare (ed è) un timido: così limitato dal suo tempo — l’onesta età vittoriana — e dal suo ambiente inglese, e così docile nel subire codesti limiti.

 

 

  Carola Prosperi, Linguaggio dei fiori, «La Stampa», Torino, Anno 67, Num. 76, 30 Marzo 1933, p. 5.

 

  Laura d’Abrantès non aveva più giardino, nè gioielli, nè beni di sorta e neppure marito: tutto era passato come un sogno. Ma qualcuno che le regalava dei fiori c’era sempre. Balzac per esempio quando l’andava a trovare nella sua casetta di Versailles e la supplicava di raccontargli le storie di Corte dell’Impero o qualche altro letterato di minor levatura … Ora poi che si era fatta scrittrice anche lei per campare e scriveva le sue memorie di duchessa di Napoleone, quando aveva quattro soldi da spendere si comprava ancora delle rose, e le pareva di lavorar meglio quando poteva guardare ogni tanto quelle meraviglie odorose che le parlavano degli splendori trascorsi.

 

 

  Mario Puccini, Balzac e Dickens ritratti da Stefan Zweig, in Scrittori di ieri e d’oggi (Avventure di un lettore), Napoli, Alfredo Guida editore, s. d. [1931], pp. 107-120. [1927].

 

  Cfr. 1930.

 

 

  Mario Robertazzi, Stefan Zweig: “Tre maestri: Balzac, Dickens e Dostojevskij” – Ed. Sperling e Kupfer, «Il Convegno. Rivista di letteratura e di arte», Milano, Anno XIV, N. 1-2, 25 Marzo 1933 (XI), pp. 45-50.

 

  p. 47. Dickens ha questo d’accostabile a Dostojevskij: ch’egli, giusto il contrario di Balzac, è un poeta dell’intimità sociale, degli accostamenti umani, mentre il francese è, da buon solitario. poeta dei solitari ...

  Il primo saggio su Balzac ha osservazioni bellissime appunto sulla violenta incorporazione del mondo che il francese tentava nella sua solitudine. Molte delle cose dette più sopra sull’indole dell'arte francese romantica trovano conferma in queste pagine dello Zweig.

 

 

  R. S., Corriere Teatrale. Excelsior. “Un padre prodigo” di Dumas, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 284, 30 Novembre 1933, p. 6.

 

  Sempre a proposito di Un padre prodigo, Alessandro Dumas affermava che un autore drammatico che conoscesse l’uomo come Balzac e il teatro come Scribe sarebbe il più grande che sia esistito mai.

 

 

  Margherita G. Sarfatti, Il fascismo nell’arte, «La Stampa», Torino, Anno 67, Num. 117, 18 Maggio 1933, p. 3.

 

  Esiste solo una forma d’arte in cui l’artista possa e forse debba rimaner fedele e vicino descrittore della realtà contemporanea. Questo è il romanzo in prosa, documentazione di stati d’anima e costumi contemporanei. Voltaire, Stendhal, Balzac, Proust, sono i veridici storiografi della vita contemporanea, ma veridici, essi stessi, solo perché la trasfigurano, non perché la rendano immediata e diretta come meccanica e sciatta fotografia.

 

 

  Margherita G. Sarfatti, Il pessimismo in Francia, «La Stampa», Torino, Anno 67, Num. 210, 5 Settembre 1933, p. 3.

 

  Vi è da chiedersi se un certo tipo di umanità — specialmente di contadini — ciecamente avida, e cupida sino all’esclusione di ogni sentimento che non sia il sordido interesse, veramente alligni in Francia — e soltanto in Francia — per così tremendo modo. Certo, in nessun’altra letteratura la troviamo dipinta così spesso e con simili foschi colori. Pensando a certe figure dei provinciali del Balzac si può anche pensare che essa sia un prodotto della piccola proprietà, nella quale l’attaccamento alla terra finisce per soffocare ogni altra ragione di vita.

 

 

  Margherita G. Sarfatti, La tragedia di Ford, «La Stampa», Torino, Anno 67, Num. 225, 22 Settembre 1933, p. 3.

 

  Una classe nuova, una nuova professione, un nuovo ceto, era salita con essa al potere. Luigi XVI e la monarchia assoluta; Napoleone e la spada tramontavano. Sorgeva la plutocrazia, a imperare sul secolo XIX. Quella generazione europea di Luigi Filippo e della regina Vittoria, il cui compito consistette nell’arricchire e creare ricchezza, ebbe Balzac per poeta e i Rothschild per realtà. Balzac creò i Grandet e i Nucingen, simboli tipici; la storia, più imaginosa anche di lui, creò un simbolo anche più tipico, la famiglia Rothschild.



  Ireneo Speranza, Cose dell’Ottocento, «Il Frontespizio. Rassegna mensile», Firenze, Anno V, Numero 3, Marzo 1933, p. 16.

 

1.

 

  ... foi d’homme, sans la révolution de juillet, je me faisais prêtre pour aller mener une vie animale au fond de quelque campagne, et ...

  Et tu aurais lu le bréviaire tous les jours?

  Oui.

  Tu es un fat.

  Nous lisons bien les journaux!

  Pas mal, pour un journaliste.

  Così Balzac, nel famoso convito di La peau de chagrin: un convito che è piuttosto un’orgia, per quanto vi si dicano delle verità tali, che poche ne ha dette di così acute e alte tutto l’ottocento francese ed europeo. Balzac ebbe il torto d’involgere il suo molto oro in molto fango, e di presentar la verità in abiti quasi disonesti o per lo meno in compagnie pericolose. Così, nel brano citato, c’è la vie animale, che sarebbe quella dei preti in campagna, e c’è l'ironico paragone tra il giornale e il breviario. Molti cristiani leggevano, anticamente, il breviario ogni giorno: oggi gli uomini trovano più interessante il giornale.

 

 

  Fabio Tombari, Breve vita di un poeta. Dino Garrone, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 294, 12 dicembre 1933, p. 3.

 

  A Parigi era andato come collaboratore di vari giornali italiani […], non già per i begli occhi della Ville Lumière. Montmartre, Montparnasse, quei mediocri calvari di tutte le miserie artistiche e morali, la Parigi da fiera di tutti i borghesi in vacanza, la disprezzava per esaltare l’altra Parigi dei veri parigini e dei geni, la Parigi immortale di Napoleone, di Hugo, di Balzac.

 

 

  Diego Valeri, Note e rassegne. Letteratura francese, «Nuova antologia. Rivista di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Società anonima “La Nuova Antologia”, Settima Serie, Volume della Raccolta CCCLXVI, Fascicolo 1464, 16 Marzo 1933, pp. 314-319.

 

  [Su: Guy Mazeline, Les Loups, Paris, Gallimard, 1932].

 

p. 317. Nei Loups c’è, piuttosto, qualcosa di balzacchiano; ma questo qualcosa mi pare precisamente la debolezza di Balzac, ossia la mancanza d’una rigorosa facoltà di scelta, nella grande abbondanza delle cose e delle parole. Invece, la prepotenza creativa, l’irresistibile getto fantastico, che in Balzac riscatta e giustifica quella debolezza, in Mazeline davvero non si sente.

 

 

  Lorenzo Viani, Grassi e magri in onor di San Biagio. Pellegrinaggio di golosi, «Corriere della Sera», Milano, Anno 58, N. 31, 6 Febbraio 1933, p. 3.

 

  Teofilo Gautier apparteneva alla compagnia delle prodigiose forchette, con Balzac, Renan e Dumas padre, cui, a intervalli or brevi or lunghi, dava man forte il musicista Rossini. Di quel tempo si è scoperta la nota di una colazione fatta dal grande Balzac: antipasto, ostriche d’Ostenda, cotoletta di castrato, anitra ai ravanelli, due pernici arrosto, sogliola di Normandia, un dolce, frutta, caffè, liquori. Per un missionario, che aveva veduto la gente nutrirsi di terra unta, c’era tanto da inorridire.

 

 

  Giuseppe Zamboni, Filologia moderna. Stefan Zweig, “Tre Maestri: Balzac, Dickens, Dostojevskij”. (I Costruttori del Mondo, Tentativo di una tipologia dello Spirito, vol. I). Trad. di Berta Burgio Ahrens. Milano, Sperling e Kupfer, 1932, in-8, pp. 197, L. 25, «Leonardo. Rassegna bibliografica», Milano-Roma, Treves Treccani Tumminelli, Anno IV, N. 6, Giugno 1933, p. 252-254.

 

  p. 253. La fragilità del suo pensiero si rivela già fin dall’inizio nella prefazione a questi tre saggi, in cui si cerca di stabilire la differenza tra lo scrittore di romanzi e il «romanziere» tipico, genuino, «totalitario» - l’artista, cioè, per il quale il romanzo è la forma espressiva naturale, unicamente adatta a manifestare una visione cosmica della vita. Fallace ed empirica distinzione, dove ci si accorge subito che il «cosmico», la «totalità» sono intesi in un senso quantitativo, di dimensione esteriore, e dove per il fatto che solo Balzac, Dickens e Dostojevskij sono scelti a rappresentare il romanziere tipico, balza agli occhi l’arbitrarietà di un simile accostamento e delle conseguenti esclusioni. Che poi questi tre saggi riuniti ad esplicare la «tipologia» del romanziere abbiano il significato di invocare anche per la Germania uno scrittore degno di rientrare in quella categoria, è vacua pretesa, sulla quale non occorre insistere. I saggi stessi non rappresentano davvero una tappa nuova dal punto di vista scientifico nella critica intorno a quei tre autori. A ben guardare, il loro carattere di «estratto», «sublimazione» si riduce a delle variazioni più o meno artistiche e giornalistiche intorno ad alcuni motivi. Così il motivo dello studio su Balzac è formato da una frase suggerita dall’autore stesso della Commedia Umana: «Ce qu’il (Napoleone) n’a pu achever par l’épée, je l’accomplirai par la plume», e il paragone tra Napoleone e Balzac viene variato in tutti i modi fino alla sazietà mediante confronti spesso né calzanti né convincenti; […].



[1] La peau de chagrin, La recherche de l’Absolu. [N.d.A.].

[2] Ses «Œuvres complètes» comptent 24 volumes in-8°, dont 17 de Comédie humaine. [N.d.A.].

[3] Madame Hanska, une Polonaise, qui devint, vers la fin de sa vie, madame de Balzac. [N.d.A.].

[4] La verve banale du commis-voyageur qui sert à Claparon pour masquer les louches desseins de du Tillet, cachera, au contraire, chez Gaudissart, une amitié large, cordiale et dévouée. [N.d.A.].



Marco Stupazzoni

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