martedì 23 aprile 2019



1928

 


 

Estratti in lingua francese.

 

 

  H. de Balzac, Balzac 1836. Une page lyrique inspirée par Gênes à l’auteur de la «Comédie Humaine», in Gaston E. Broche, Pages françaises sur Gênes-La-Superbe (de Montesquieu à Michelet, 1728-1854) avec une introduction et des notes par Gaston-E. Broche, Paris-Gênes, Publications de l’Alliance Française, 1928, pp. 153-154.

 

  Estratto da Honorine, 1843. 

 


 

Edizioni in lingua francese.

 

 

  Honoré de Balzac, Eugénie Grandet, avec introduction et notes par Elisa Denina, Milan, Charles Signorelli – éditeur, 1928 («Scrittori francesi», 60), pp. 152.

 

  Si tratta di una edizione ridotta (presumibilmente ad uso scolastico) del romanzo balzachiano, e corredata di note al testo. L’opera inizia, infatti, con la presentazione della figura di Monsieur Grandet, preceduta da una breve descrizione riassuntiva della curatrice relativa alle pagine precedenti:

 

  Nous sommes à Saumur, petite ville de province, sur la Loire. L’auteur nous fait une description fort intéressante de la rue montueuse qui mène au château, et de la vie de ses habitants, qui sont presque tous des tonneliers ou des marchands de vin. C’est en suivant le détour de ce chemin pittoresque, dont les moindres accidents réveillent des souvenirs et dont l’effet général tend à plonger dans une sorte de rêverie machinale, que l’on aperçoit un renfoncement assez sombre, au centre duquel est cachée la porte de la maison à M. Grandet. Qui était M. Grandet?

 

  Il testo di Balzac è preceduto da due note critiche sull’autore che trascriveremo integralmente nella sezione “Studi e riferimenti critici”: Honoré de Balzac. Sa vie, pp. 5-6; Jugement sur Balzac, p. 7.

 

 

  Honoré de Balzac, Eugénie Grandet avec introduction et notes par Albert Ferrante, Palermo, Ant. Trimarchi – Editore, 1928 («Collezione di classici stranieri con introduzione e note diretta dal Prof. Modesto Amato della R. Università di Palermo»), pp. 125.

 

  Anche questa edizione in lingua francese di Eugénie Grandet è da considerarsi una riduzione rispetto al modello originale per le frequenti e ampie omissioni che attraversano tutto il corpus del testo balzachiano.

  L’opera è corredata, anche in questo caso, di note ed è preceduta, alle pp. 3-8, da una introduzione biografica e critica sull’autore (cfr. la sezione: “Studî e riferimenti critici”). 


 

 

Traduzioni.

 

 

  H. de Balzac, Babbo Goriot. Scene della vita parigina, «al Cinemà», Torino, Anno 7, N. 30 – N. 53, 12 Luglio – 30 Dicembre 1928, pp. 12-15. [Anno 8, N. 1 – N. 11, 6 Dicembre (sic; lege: Gennaio) – 17 Marzo 1929, pp. 12-(14)-15].

 

  Traduzione condotta con estrema imperizia e costellata (se non deturpata), fin dall’inizio, da numerosi e talvolta grossolani errori di trascrizione e di interpretazione rispetto al testo originale; il romanzo balzachiano è suddiviso in quattro capitoli, mantenuti dall’autore fino alla terza edizione Werdet (1837) e successivamente soppressi, insieme alle prefazioni, a partire dall’edizione Charpentier del 1839.

 

  Madame Vauquer, née de Conflans, est une vieille femme qui, depuis quarante ans, tient à Paris une pension bourgeoise établie rue Neuve−Sainte−Geneviève, entre le quartier latin et le faubourg Saint−Marceau. Cette pension, connue sous le nom de la Maison Vauquer, admet également des hommes et des femmes, des jeunes gens et des vieillards, sans que jamais la médisance ait attaqué les mœurs de ce respectable établissement. Mais aussi depuis trente ans ne s’y était−il jamais vu de jeune personne, et pour qu’un jeune homme y demeure, sa famille doit−elle lui faire une bien maigre pension. Néanmoins, en 1819, époque à laquelle ce drame commence, il s’y trouvait une pauvre jeune fille. [Il corsivo è nostro].

 

  La signora Vauguer Conflaus è una vecchia, che tiene da quarant’anni una pensione borghese a Parigi in via Nuova Santa Genovieffa, tra il quartiere latino ed il Borgo San Marcello; pensione nota come «Casa Vauguer», aperta ad uomini e donne, a giovani e a vecchi, inattaccabile, quanto ai costumi, dalla maldicenza, adatta però a persone di scarsa disponibilità finanziaria.

  Nel 1819, epoca di questo dramma, vi si trovava una povera ragazza.

 

 

  Onorato Balzac, Scene della vita di provincia. Casa di scapolo. Romanzo. Traduzione di Tiziano Ciancaglini], Milano, Edizioni “Corbaccio”, 1928 («Tutto Balzac», 4), pp. 423.

 

  La traduzione si fonda sul testo dell’edizione Furne di: La Rabouilleuse (1843) ed è dovuta, benchè qui non compaia il nome di alcun traduttore, a Tiziano Ciancaglini, come segnalato nel vol. 6 (Gli Sciuani …) della collana “Tutto Balzac” delle Edizioni “Corbaccio”.

  È tradotta la dedica del romanzo a Charles Nodier: la versione italiana del romanzo balzachiano fornita dal compilatore è lontana dall’essere rispettosa del modello francese, a causa della soppressione di intere sequenze testuali che si rivela palesemente manifesta fin dalle pagine iniziali dell’opera.

 

 

  O. Balzac, La catastrofe di un’anima, Firenze, Editore Quattrini Casa Editrice Italiana, 1928 («Romanzo popolare quindicinale», 5), pp. 99.

 

  Cfr. 1921.

 

 

  Onorato Balzac, Cesare Birottò. Romanzo. Traduzione di Galeazzo Falconi, Milano, Fratelli Treves Editori (Tip. Treves), 1928 («Biblioteca amena», N. 729), Sesto e Settimo Migliaio, pp. 307.

 

  Cfr. 1907; 1916; 1919.

 

 

  Onorato di Balzac, “Les contes drolatiques” (Le sollazzevoli historie). Terza decina. Traduzioni di: Corrado Alvaro, Riccardo Balsamo Crivelli, Massimo Bontempelli, Francesco Chiesa, Alessandro Donati, Vincenzo Errante, Ferdinando Martini, G. Edoardo Mottini, Alberto Neppi, Francesco Picco, Enrico Piceni, Giuseppe Zucca. Illustrazioni di Gustavino, Roma, A. F. Formíggini Editore (Modena, Tip. G. Ferraguti), (maggio) 1928 («Classici del ridere», 74), pp. 239.

 

  Con la traduzione dei racconti che formano la Terza decina, è portata a compimento la bella traduzione del corpus integrale dei Contes drolatiques di Balzac.

  Struttura dell’opera:

 

  Prologo (Traduzione di Vincenzo Errante), pp. 9-17;

  Perseveranza d’amore (Traduzione di Francesco Chiesa), pp. 19-46;

  Il giustiziere dalla memoria corta (Traduzione di Alberto Neppi), pp. 47-63;

  Del monaco Amadore che fu glorioso abbate di Turpenèi (Traduzione di Corrado Alvaro), pp. 65-92;

  Berta pentita (Traduzione di Alessandro Donati), pp. 93-132;

  Come la bella portiglionese si fece beffa del giudice (Traduzionne di Riccardo Balsamo Crivelli), pp. 133-146;

  Qui si dimostra che la fortuna è sempre femmina (Traduzione di Francesco Picco), pp. 147-170;

  D’un mendico ch’avea nome il vecchio Gironzola (Traduzione di Enrico Piceni), pp. 171-184;

  Detti incongrui di tre romèi (Traduzione di G. Edoardo Mottini), pp. 185-196;

  Ingenuità (Traduzione di Massimo Bontempelli), pp. 197-203;

  La bella Imperia maritata (Traduzione di Giuseppe Zucca), pp. 205-233;

  Epilogo (Traduzione di Ferdinando Martini), pp. 235-238.

 

 

  Balzac, I Parenti Poveri. Il Cugino Pons. Romanzo. Traduzione di Giuseppe Castelli, Milano, Edizioni “Corbaccio”, 1928 («Tutto Balzac», 10), pp. 479.

 

  Nonostante qualche imprecisione lessicale e la resa, a volte, discutibile del costrutto francese sotto il profilo linguistico e stilistico, questa nuova traduzione di Le Cousin Pons condotta da Giuseppe Castelli sul modello dell’edizione Furne (1848) può ritenersi complessivamente corretta.

 

 

  Balzac, I Parenti Poveri. La Cugina Betta. Romanzo. Traduzione di Mario Buggelli. I., Milano, Edizioni “Corbaccio”, 1928 («Tutto Balzac», 2-3), 2 volumi rispettivamente di pp. 305 e 353.

 

  Questa nuova traduzione, in due volumi, di La Cousine Bette è condotta sul testo dell’edizione Furne (1848); è presente la dedica del romanzo ‘A don Michele Angelo Cajetani principe di Teano’.

  Limitandoci a considerare le prime pagine dell’opera, segnaliamo le improprietà, gli errori di trascrizioni e le omissioni arbitrarie presenti in questa versione italiana, tutt’altro che esemplare, del testo balzachiano:

 

  p. 55 [cfr. H. de Balzac, La Cousine Bette nell’edizione critica curata da Anne-Marie Meininger, in La Comédie humaine, Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, t. VII, 1977].

 

  […] et sa figure passablement joufflue. [Il corsivo è nostro].

  p. 13. […] ed il suo volto paffuto.

  p. 56. Admis aussitôt qu’un domestique en livrée l’eut aperçu, cet homme important et imposant suivit le domestique, qui dit en ouvrant la porte du salon: «M. Crevel!».

  p. 15. Appena entrato, quell’uomo importante ed imponente, seguì un domestico in livrea, il quale, aprendo la porta del salotto, disse:

  – Il signor Crevel!

  p. 57. […] offensée de la façon dont la baronne s’y prenait pour les renvoyer, en la comptant pour presque rien.

  La mise de cette cousine eût au besoin expliqué ce sans-gêne.

  p. 16. […] offesa del modo con cui la baronessa le aveva invitate ad uscire.

  Il modo di vestire di quella cugina avrebbe, occorrendo, spiegato i modi della baronessa.

 Ibid. Poitiers e Coutances sono trascritti erroneamente in Toitiers e Contances (p. 17).

  p. 58. […] par des têtes de sphinx bronzées dont la peinture s’en allait par écailles en laissant voir le bois par places, lui fit signe de s’asseoir.

  p.18. […] da delle teste di sfingi bronzate, gli fece cenno di sedere.

 

 

  Onorato Balzac, I Parenti poveri I. La cugina Betta. Traduzione di Galeazzo Falconi. Volume primo, Milano, Fratelli Treves Editori (Tip. Treves), 1928 («Biblioteca Amena», N. 744), Settimo migliaio, pp. XII-189; Volume secondo, Milano, Fratelli Treves Editori (Tip. Treves), 1928 («Biblioteca Amena», N. 744 bis), Nono migliaio, pp. 189-403.

 

  Cfr. 1908.

 

 

  Onorato Balzac, Il deputato d’Arcis. Romanzo, Milano, Fratelli Treves Editori (Tip. Treves), 1928 («Biblioteca Amena», N. 812), Quinto e Sesto migliaio, pp. 338.

 

  Cfr. 1911; 1918.

 

 

  Onorato Balzac, Eugenia Grandet. El Verdugo. Ufficiali di cavalleria. I guanti rivelatori, Milano, Fratelli Treves Editori, 1928 («Biblioteca Amena», N. 701), Nono migliaio, pp. 306.

 

  Cfr. 1906; 1915; 1918; 1922. 

 


  O. Balzac, Eugenia Grandet. Romanzo, Milano, Casa Editrice Bietti (Stabilimento Tip. della Casa Editrice Bietti), 1928 («Biblioteca réclame», 33), pp. 252; 1 tav.

 

  Cfr. 1924.

 

 

  Balzac, Scene della vita di provincia. Eugenia Grandet. Romanzo. Traduzione di Giuseppe Castelli, Milano, Edizioni “Corbaccio”, 1928 («Tutto Balzac», 12), pp. 296.

 

  È tradotta la dedica ‘À Marie’, ma non è riportata la traduzione del Préambule, soppresso da Balzac nell’edizione Furne del 1843 che costituisce il modello della presente versione italiana che Giuseppe Castelli fornisce del capolavoro balzachiano.

  Ci risulta difficile formulare un giudizio positivo su questa traduzione, a causa dei frequenti arbitrî e, a volte, delle inutili integrazioni e di alcuni errori rilevabili nel corso della narrazione. Un esempio, a nostro avviso, significativo può essere quello che riportiamo qui di seguito:

 

  pp. 1030-1031 [cfr. H. de Balzac, Eugénie Grandet, (a cura di) Nicole Mozet, Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, t. III, 1976].

  Il est impossible de comprendre la valeur de cette expression provinciale sans donner la biographie de M. Grandet.

  M. Grandet jouissait à Saumur d’une réputation dont les causes et les effets ne seront pas entièrement compris par les personnes qui n’ont point, peu ou prou, vécu en province. M. Grandet, encore nommé par certaines gens le père Grandet, mais le nombre de ces vieillards diminuait sensiblement, était en 1789 un maître-tonnelier fort à son aise, sachant lire, écrire et compter. Dès que la République française mit en vente, dans l’arrondissement de Saumur, les biens du clergé, le tonnelier, alors âgé de quarante ans, venait d’épouser la fille d’un riche marchand de planches. Grandet alla, muni de sa fortune liquide et de la dot, muni de deux mille louis d’or, au district, où, moyennant deux cents doubles louis offerts par son beau-père au farouche républicain qui surveillait la vente des domaines nationaux, il eut pour un morceau de pain, légalement, sinon légitimement, les plus beaux vignobles de l’arrondissement, une vieille abbaye et quelques métairies. […]. Il avait fait faire dans l’intérêt de la ville d’excellents chemins qui menaient à ses propriétés. Sa maison et ses biens, très avantageusement cadastrés, payaient des impôts modérés. Depuis le classement de ses différents clos, ses vignes, grâce à des soins constants, étaient devenues la tête du pays, mot technique en usage pour indiquer les vignobles qui produisent la première qualité de vin. Il aurait pu demander la croix de la Légion d’Honneur. Cet événement eut lieu en 1806. M. Grandet avait alors cinquante-sept ans, et sa femme environ trente-six. Une fille unique, fruit de leurs légitimes amours, était âgée de dix ans.

  pp. 14-16. Ma è impossibile comprendere il valore di questa espressione tutta provinciale senza conoscere un po’ la biografia del Signor Grandet.

  Il signor Grandet godeva a Saumur d’una reputazione le cui cause e i cui effetti non possono essere ben compresi dalle persone che, poco o molto, non hanno vissuto in provincia. Egli, chiamato ancora dai più anziani papà Grandet, nel 1789 era un maestro bottaio che se la passava molto bene, e che sapeva anche leggere, scrivere e fare i propri conti. Quando la repubblica francese mise in vendita, nel circondario di Saumur, i beni del clero, il bottaio, allora quarantenne, aveva sposato da poco la figlia d’un ricco mercante di legnami. Egli realizzò quanto possedeva e unendo la sua fortuna alla dote della moglie, potè mettere assieme diecimila luigi d’oro; con questi andò al distretto dove, facendo fruttare i duecento franchi offerti da suo suocero al terribile repubblicano che sorvegliava la vendita delle terre demaniali, si ebbe per un pezzo di pane, legalmente, se non legittimamente, i più bei vigneti del territorio, una vecchia abbazia e dei poderi. […]. Durante il suo sindacato aveva fatto aprire, nell’interesse della città, delle bellissime strade che conducevano alle sue proprietà, e la sua casa e i suoi possedimenti, molto abilmente registrati al catasto, pagavano delle imposte moderate. In seguito alla classificazione delle diverse qualità, le sue vigne, grazie a cure costanti, erano diventate la testa del paese, parola tecnica usata per distinguere i vigneti che producono la prima qualità di vino. Egli poteva ora chiedere la croce della Legion d’onore, che gli venne infatti concessa nel 1806. Il Signor Grandet aveva allora cinquantasette anni e sua moglie circa trentasei. Un’unica figlia, frutto dei loro legittimi amori, compiva i sedici (sic) anni[1].

 

 

  Onorato Balzac, La fanciulla dagli occhi d’oro, Milano, Armando Gorlini editore-stampatore (Tipografia Armando Gorlini), 1928-vi («Biblioteca assortita», N. 12), pp. 176.

 

  Fondata sul testo dell’edizione Furne del 1843, la traduzione di questa ‘scène de la vie parisienne’, terza ed ultima parte della trilogia dell’Histoire des Treize, probabilmente dovuta allo stesso Armando Gorlini, ci sembra, nel suo complesso, sufficientemente corretta.

 

 

  Onorato Balzac, Il Giglio nella valle. Romanzo. Traduzione di Emilio Girardi, Milano, Casa Editrice Sonzogno della Società An. Alberto Matarelli (Stab. Grafico Matarelli), 1928 («Collezione Sonzogno», N. 109), pp. 314.

 

  Cfr. 1903.

 

 

  Balzac, Scene della vita di provincia. Il Giglio nella valle. Romanzo. Traduzione di Raimondo Collino-Pansa, Milano, Edizioni Corbaccio, 1928 («Tutto Balzac», 13), pp. 429.

 

  Condotta sul testo dell’edizione definitiva Furne del 1844, la traduzione che Raimondo Collino-Pansa ha fornito de Le Lys dans vallée non ci pare del tutto convincente né tanto meno esemplare, come testimoniamo gli esempî che riportiamo tratti dalle prime pagine del romanzo:

 

  pp. 969-971 [cfr. H. de Balzac, Le Lys dans la vallée nell’edizione critica curata da Jean-Hervé Donnard, in La Comédie humaine, Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, t. IX, 1978].

 

  Ne pouvais-tu jouer avec les contrastes […]. [Il corsivo è nostro].

  pp. 9-12. Non potevi tu folleggiare con i contrasti […].

  […] il se dessine vaguement au moindre mot qui le provoque […].

  […] esso si affaccia alla minima parola che lo evochi […].

  Quoique le travail que nécessitent les idées […].

  Per quanto il vero che è necessario perché le idee […].

  […] par le feu dévorant d’un œil sévère […].

  Dal lampeggiare d’un sguardo severo che incenerisce.

   […] quelle disgrâce physique ou morale me valait la froideur de ma mère ? non è tradotto.

  […] je ne pouvais rien aimer, et la nature m’avait fait aimant.

  […] io non potevo amare nulla e nessuno e la natura mi aveva fatto amorevole.

  Suivant les caractères, l’habitude de trembler […].

  Studiando i caratteri si osserva che l’abitudine di tremare […].

 

 

  Onorato Balzac, Giovanna la pallida. Romanzo. Traduzione di Ettore [sic?] Jona, Milano, Fratelli Treves Editori, 1928 («Biblioteca Amena», N. 786), Sesto e Settimo migliaio, pp. 326.

 

  Cfr. 1910; 1919; 1922; 1923.

 

 

  Balzac, Scene della vita parigina. Grandezza e decadenza di Cesare Birotteau. Romanzo. Traduzione di Mario Buggelli, Milano, Edizioni Corbaccio, 1928 («Tutto Balzac», 5), pp. 449. Furne 1844; “Musée littéraire” du Siècle, 1847.

 

  La traduzione che Mario Buggelli produce di questa celebre ‘scène de la vie parisienne’ (il cui testo si fonda sulla versione definitiva del romanzo pubblicata nel 1847) non può essere considerata in alcun modo pienamente soddisfacente a causa del numero, seppure non rilevante, ma significativo, di tagli che incomprensibilmente, e in maniera ingiustificata, attraversano, fin dalle prime pagine, la versione in lingua italiana del romanzo balzachiano.

 

 

  Onorato Balzac, Illusioni perdute, Milano, Fratelli Treves Editori, 1928 («Biblioteca Amena», NN. 758-759), Sesto migliaio, 2 volumi rispettivamente di pp. 315 e 293.

 

 Cfr. 1909; 1917; 1919; 1925.

 

 

  Balzac, Scene della vita di provincia. L’illustre Gaudissart. La Musa di Provincia. Traduzione di Jolanda Monaci Bencivenni, Milano, Edizioni “Corbaccio”, 1928 («Tutto Balzac», 9), pp. 369.

 

  Struttura dell’opera:

 

  L’illustre Gaudissart, pp. 7-76;

  La Musa di Provincia, pp. 77-368.

 

  Il modello testuale di riferimento per entrambe le traduzioni è quello dell’edizione Furne per L’Illustre Gaudissart e quello delle edizioni Furne e Souverain per quel che riguarda La Muse du Département (1843).

  Le versioni italiane dei due romanzi balzachiani fornite da Jolanda Monaci Bencivenni mostrano la tendenza, da parte della compilatrice, ad intervenire, spesso in maniera ingiustificata, sul testo francese: ci risulta, quindi, difficile formulare un giudizio totalmente positivo circa la qualità mostrata dalla traduttrice nella resa fedele del costrutto francese. Si considerino, a questo proposito, gli esempî che qui sotto riportiamo:

 

  L’Illustre Gaudissart [cfr. l’edizione critica curata da Pierre Barbéris, Paris, ‘Nouvelle Pléaide’, t. IV, 1976]:

 

  p. 561-562. N’est-il pas l’anneau qui joint le village à la capitale, quoique essentiellement il ne soit ni parisien, ni provincial? Car il est voyageur. […]. Excellent mime, il sait prendre tour à tour le sourire de l’affection […]. Il vous piloterait au besoin au Vice ou à la Vertu avec la même assurance. […]. Conteur, égrillard, il fume, il boit. Il a des breloques, il impose aux gens de menu, passe pour un milord dans les villages […].

  p. 563. […] en les effrayant et les échauffant par d’épouvantables narrés d’incendies, etc. [Il corsivo è nostro].

 

  pp. 10-11. In fondo, non è, forse, l’anello, che unisce il villaggio alla capitale, quantunque egli non sia essenzialmente né parigino né provinciale, perché egli è viaggiatore? […]. Uomo eccellente, sa prendere a seconda dei casi, il sorriso dell’affetto […]. Narratore arguto, fuma, beve: porta dei ninnoli, si dà importanza presso il volgo minuto; paga come un milord nei villaggi […].

  p. 13. […] spaventandoli e riscaldando loro la fantasia con terrificanti racconti d’incendi e di rovine.

 

  La Muse du Département [cfr. l’edizione critica curata da Anne-Marie Meininger, Ibid.]:

 

  Non è tradotta la dedica del romanzo a ‘Monsieur le Comte Ferdinand de Grammont’.

 

  p. 630. La montagne au sommet de laquelle sont groupées les maisons de Sancerre s’élève à une assez grande distance du fleuve pour que le petit port de Saint-Thibault puisse vivre de la vie de Sancerre. Là s’embarquent les vins, là se débarque le merrain, enfin toutes les provenances de la Haute et de la Basse-Loire. À l’époque où cette histoire eut lieu, le pont de Cosne et celui de Saint-Thibault, deux ponts suspendus, étaient construits. Les voyageurs venant de Paris à Sancerre par la route d’Italie ne traversaient plus la Loire de Cosne à Saint-Thibault dans un bac, n’est-ce pas assez vous dire que le chassé-croisé de 1830 avait eu lieu; car la maison d’Orléans a partout choyé les intérêts matériels, mais à peu près comme ces maris qui font des cadeaux à leurs femmes avec l’argent de la dot.

 

  pp. 81-82. La montagna, sulla cui cima sono raggruppate le case di Sancerre, s’innalza ad una distanza assai grande dal fiume, perché il piccolo porto di San Tebaldo possa vivere la vita della cittadinanza.

  Colà, s’imbarcano i vini, là si sbarca il legname per le navi e le botti: in una parola, tutto ciò che proviene dall’alta e dalla Bassa Loira.

  All’epoca in cui avvenne la storia che noi incominciamo a narrare, erano già costruiti il ponte di Cosne e quello di S. Tebaldo, due ponti sospesi.

  I viaggiatori che provenivano da Parigi, verso Sancerre per la via d’Italia, non traversavano più la Loira da Cosne a San Tebaldo in un battello. Non è dirvi questo come dirvi che il cambiamento del 1830 aveva già avuto luogo? Giacchè la casa di Orléans ha dappertutto favorito gl’interessi nazionali, ma su per giù alla maniera di quei mariti che fanno regali alle loro mogli col danaro della dote.

 

 

  Onorato Balzac, L’Israelita. Romanzo, Milano, Fratelli Treves Editori, 1928 («Biblioteca Amena», N. 826), Settimo migliaio, pp. 326.

 

 Cfr. 1912; 1919; 1920; 1925.

 

 

  Balzac, Studi filosofici. Luigi Lambert. Romanzo. I Proscritti. Addio. Il Requisizionario. El Verdugo. Traduzione di Gildo Passini, Milano, Edizioni “Corbaccio”, 1928 («Tutto Balzac», 8), pp. 341.

 

 Struttura dell’opera:

 

  Luigi Lambert, pp. 7-177;

  I Proscritti, pp.179-228;

  Addio, pp. 229-295;

  Il Requisizionario, pp. 297-321;

  El Verdugo, pp. 323-339.

 

  Gildo Passini, che figura anche fra i traduttori della seconda decina dei Contes drolatiques (Roma, Formíggini, 1925), cura, per le Edizioni “Corbaccio”, la versione in lingua italiana di queste quattro “études philosophiques” balzachiane.

  Le traduzioni sono esemplate sui testi dell’edizione definitiva Furne de La Comédie humaine del 1846, e, salvo qualche libertà presa dal compilatore dal punto di vista formale in alcuni punti dei testi, esse possono ritenersi, nel complesso, corrette.

 

 

  Balzac, Scene della vita di campagna. Il Medico di campagna. Romanzo. Traduzione di Amilcare Locatelli, Milano, Edizioni “Corbaccio”, 1928 («Tutto Balzac», 14), pp. 334.

 

  Il testo dell’edizione Furne (1846) costituisce il modello di questa nuova versione italiana di Le Médecin de campagne compilata da Amilcare Locatelli. Le libertà che il traduttore si prende col testo balzachiano sono evidenti fin dall’inizio, come dimostra l’estratto che qui sotto riportiamo, tratto dall’incipit del romanzo:

 

  p. 385 [cfr. H. de Balzac, Le Médecin de campagne, nell’edizione critica curata da Rose Fortassier, in La Comédie humaine, Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, t. IX, 1978].

 

  Ce bourg est le chef-lieu d’un canton populeux circonscrit par une longue vallée. […]. Quoique les paysages compris entre la chaîne des deux Mauriennes aient un air de famille, le canton à travers lequel cheminait l’étranger présente des mouvements de terrain et des accidents de lumière qu’on chercherait vainement ailleurs. Tantôt la vallée subitement élargie offre un irrégulier tapis de cette verdure que les constantes irrigations dues aux montagnes entretiennent si fraîche et si douce à l’œil pendant toutes les saisons. [Il corsivo è nostro].

 

  pp. 9-10. Questo paese è il capoluogo d’un comune chiuso in una lunga valle. […].

  Il paesaggio non offre nulla di particolare; ma la zona attraversata dallo straniero, ha certe ondulazioni e certi giochi di luce che non si vedono altrove. Ora, la valle s’allarga improvvisamente in un vasto tappeto irregolare d’un bel colore verde, che la perenne irrigazione montana mantiene sempre tenero e fresco in ogni stagione […].

 

 

  Onorato Balzac, Scene della vita privata. Modesta Mignon. Romanzo. Traduzione di Raimondo Collino-Pansa, Milano, Edizioni “Corbaccio”, (febbraio) 1928 («Tutto Balzac», 1), pp. 407.

 

  Esemplata sul testo dell’edizione Furne (1845), la traduzione di Modeste Mignon fornita da Raimondo Collino-Pansa può ritenersi, nel complesso, adeguata.

 

 

  Onorato Balzac, Non toccar la mannaja. Seguito al volume La Storia dei Tredici, Milano, Armando Gorlini editore-stampatore (Tipografia Armando Gorlini), 1928-vi («Il Romanzo Quindicinale»), pp. 159.

 

  Il titolo del romanzo, nonché quello del primo capitolo: a a cui segue la traduzione dell’epigrafe tratta da Le Chemin de la perfection di Santa Teresa rimanda all’edizione originale pubblicata da Mme Béchet nel 1834 dove l’opera era suddivisa, come nella presente traduzione, in quattro capitoli (che Balzac sopprimerà a partire dall’edizione Charpentier del 1839). Non è quindi il testo dell’edizione definitiva Furne (1843) il modello a cui il compilatore fa riferimento, ma quello, già segnalato, dell’edizione originale. Alquanto mediocre e approssimativa è altresì la qualità di questa versione italiana di La Duchesse de Langeais, spesso condotta con imperizia e maldestra libertà rispetto al modello francese.

 

 

  Onorato Balzac, Scene della vita di provincia. Orsola Mirouet. Romanzo. Prima traduzione italiana di Attilio Leproux, Milano, Fratelli Treves Editori (Tip. Treves), 1928 («Biblioteca Amena», N. 843), Quarto, Quinto e Sesto migliaio, pp. 293.

 

 Cfr. 1913; 1919.

 

 

  Onorato Balzac, La pace domestica. L’elisir di lunga vita. La borsa (racconti scelti), Milano, Casa Editrice Sonzogno (Stab. Grafico Matarelli), (15 marzo) 1928 («Biblioteca Universale», N. 218), pp. (4)-96.

 

  Cfr. 1893; 1901; 1905.

 

 

  Onorato Balzac, Papà Goriot. Romanzo. Traduzione di Ketty Nagel, Milano, Fratelli Treves Editori (Tip. Treves), 1928 («Biblioteca Amena», N. 652), 10.° e Undicesimo migliaio, pp. 293.

 

 Cfr. 1903; 1912; 1920; 1924.

 

 

  O. Balzac, Papà Goriot, Firenze, Attilio Quattrini Editore, [1928?] («Il Romanzo Universale. Serie per famiglie», 43), pp. 139.

 

 Cfr. 1927.

 

 

  Balzac, Piccole miserie della vita coniugale, Milano, S. A. Notari Istituto Editoriale Italiano La Santa (Dalla Stamperia dell’Istituto Editoriale Italiano La Santa), 1928 («I Libri divertenti»), pp. 182.

 

  Più che di opera di traduzione integrale dello studio analitico balzachiano, l’anonimo compilatore compie sul testo di Petites misères de la vie conjugale un radicale lavoro di riduzione suddividendo altresì, arbitrariamente, l’opera in due sezioni: Parte prima. Quegli angeli delle nostre mogli, pp. 5-73; Parte seconda. Quei tesori dei nostri mariti, pp. 75-180.

  È probabile che il traduttore abbia eseguito il suo lavoro sul testo dell’edizione postuma dell’opera pubblicata da Houssiaux nel 1855, nella quale, alla fine dell’ultimo capitolo intitolato: Commentaire où l’on explique la felichitta des finale, sono presenti alcune battute supplementari tra ‘l’ami’ e ‘l’auteur’ presenti nel testo pubblicato ne Le Diable à Paris (1844) e successivamente soppresse nel testo dell’edizione definitiva Chlendowski (1846), e che ritroviamo qui tradotte.

 

 

  Balzac, Piccole miserie della vita coniugale, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1928 («Biblioteca Amena», N. 615), pp. 306.

 

  Cfr. 1901; 1911; 1918; 1920.

 

 

  Balzac, Scene della vita di provincia. I Celibi. Pierina. Il Curato di Tours. Romanzi. Traduzione di Tiziano Ciancaglini, Milano, Edizioni “Corbaccio”, 1928 («Tutto Balzac», 11). pp. 320.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Pierina, pp. 7-217;

  Il Curato di Tours, pp. 218-320.

 

  Le traduzioni che Tiziano Ciancaglini offre di queste due “scènes de la vie de provinces” si fondano sui testi delle rispettive edizioni definitive Furne del 1843 e possono considerarsi, nel complesso, e nonostante qualche eccessiva disinvoltura mostrata dal compilatore, sufficientemente corrette.

 

 

  Balzac, Scene della vita militare. Gli Sciuani o la Bretagna nel 1799. Romanzo. I. II. Seguito da: Una passione nel deserto. Traduzione di Tiziano Ciancaglini, Milano, Edizioni “Corbaccio” (Soc. An. «Arti grafiche», Monza), (maggio) 1928 («Tutto Balzac», 6-7), 2 volumi rispettivamente di pp. 255 e 243.

 

 Struttura dell’opera:

 

  Volume I: Gli Sciuani o la Bretagna nel 1799, pp. 7-253;

  Volume II: Gli Sciuani ..., pp. 7-218;

  Una passione nel deserto, pp. 219-241.

 

  Il modello di riferimento per entrambe le traduzioni dei due testi balzachiani è quello dell’edizione definitiva Furne del 1845.

  Nel complesso adeguata, la versione italiana fornita dal Ciancaglini di queste due “scènes de la vie militaire” non può ritenersi, in diversi punti dei testi, impeccabile a causa di una certa approssimazione che il compilatore mostra nella resa del modello francese nel nostro idioma.

 

 

  Onorato Balzac, Splendori e miserie delle cortigiane, Milano, Fratelli Treves Editori, 1928 («Biblioteca Amena», N. 771), Settimo migliaio, pp. 364.

 

  Cfr. 1909; 1919; 1923.

 

 

  Onorato Balzac, Storia dei Tredici, Milano, Armando Gorlini editore-stampatore (Tipografia Armando Gorlini), 1928 («La Biblioteca assortita», N. 10), pp. XII-156.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Prefazione dell’autore, pp. V-XII;

  Storia dei Tredici, pp. 1-155.

 

  Con il titolo di: Storia dei Tredici è tradotto soltanto il primo dei tre romanzi: Ferragus che forma, con La Duchesse de Langeais e La Fille aux yeux d’or, la trilogia dell’Histoire des Treize.

  Alle pp. V-XII, è presente la traduzione della Préface, mentre il testo del romanzo balzachiano è suddiviso arbitrariamente in undici capitoli[2] (seguiti dalla traduzione della Postface): nell’edizione originale dell’opera pubblicata da Mme Béchet nel 1834 (tome X delle Études de moeurs au XIXe siècle), il romanzo è suddiviso in cinque capitoli. Non è presente la dedica ad Hector Berlioz inserita da Balzac soltanto nell’edizione Furne del 1843.

  Il lavoro di traduzione è stato condotto sul testo dell’edizione definitiva Furne: l’anonimo compilatore mostra, in diversi luoghi della sua versione, una certa imperizia stilistica e una singolare disinvoltura, come mostrano questi due esempi da noi scelti, tratti dalle prime pagine del romanzo:

 

  p. 793 [cfr. H. de Balzac, Histoire des Treize, nell’edizione critica curata da Rose Fortassier, Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, t. V, 1977):

  Enfin, les rues de Paris ont des qualités humaines, et nous impriment par leur physionomie certaines idées contre lesquelles nous sommes sans défense. [Il corsivo è nostro].

  p. 1. In somma le strade di Parigi tengono delle qualità umane, e con le loro fisonomie ci destano nel cervello alcune idee, contro le quali non troviam mezzo di difesa.

 

  p. 796. En un moment son cœur bondit, une chaleur intolérable sourdit de son diaphragme et passa dans toutes ses veines, il eut froid dans le dos, et sentit dans sa tête un frémissement superficiel.

  p. 6. Gli balza improvvisamente il cuore, un insopportabile calore gli sorge dal petto, e si propaga in tutte le sue vene; un gelo gli scorre lungo le reni, freme, raccapriccia, gli si rizzano su la fronte i capelli.

 

 

  Onorato Balzac, L’ultima incarnazione di Vautrin. Traduzione di Galeazzo Falconi, Milano, Fratelli Treves Editori (Tip. Treves), 1928 («Biblioteca Amena», N. 707), Sesto e Settimo migliaio, pp. 305.

 

 Struttura dell’opera:

 

  E. F., Balzac, [pp. I-III]; L’ultima incarnazione di Vautrin, pp. 1-206;

  Un principe della bohème, pp. 207-257;

  Un agente d’affari, pp. 258-286.

  Gaudissart II, pp. 287-302.

 

  Cfr. 1910.

 

 

 

Studî e riferimenti critici.

 

 

  Marginalia. Balzac e la produzione romanzesca dei suoi contemporanei, «Il Marzocco», Firenze, Anno XXXIII, N. 5, 29 Gennaio 1928, p. 3.

 

  Anche l’erudizione ha dato un largo contributo allo studio di Balzac e della sua opera. Senza parlare della vita del romanziere, il lavoro esegetico sui romanzi non poteva essere più minuto e compiuto. Come nota un collaboratore delle Nouvelles Littéraires[3], si sono rintracciate le innumerevoli fonti fornite dalla vita per concludere che egli è veramente «il padre del realismo». Se non che fu osservato, e non senza ragione, che l’umile verità sulla quale i suoi romanzi sono costruiti, quella verità che si trova così nelle figure famose della «Commedia umana», come nei più trascurabili dettagli, non ha prodotto nei lettori del suo tempo l’impressione che avrebbe dovuto produrre se il metodo fosse stato cosa affatto nuova, come pur si pretende nelle sommarie definizioni della critica e della storia letteraria corrente. Si è dimenticato cioè che per intendere quale dovesse essere la valutazione dei contemporanei di fronte a quest’opera, invece di rievocare i grandi nomi dei romantici, sarebbe stato più utile ricercare quale fosse il carattere del romanzo in voga ai tempi di Balzac. Si sarebbe allora potuto accertare che in pieno romanticismo fioriva una produzione di romanzi realistici che ottennero largo successo anche nel pubblico. Non bisognava cioè fermarsi al realismo di Stendhal o di Merimée che è di un carattere tutto differente da quello di Balzac. In autori, di cui i nomi suonano assai meno e di cui i romanzi sono contemporanei all’inizio della produzione balzacchiana, si ritrovano concordanze di metodo degne di osservazione e di rilievo. L’articolista indugia sopra certe descrizioni del Lamothe-Langon, che fra il 1826 e il 1829 fu un romanziere ricercato e molto letto, nelle quali ritroviamo il «quadro alla Balzac» e cioè la preoccupazione di descrivere l’ambiente con ogni possibile minuzia e di dare quasi un inventario della suppellettile, oltre che lo stato civile dei personaggi. Nel Lamothe-Langon e in altri romanzieri contemporanei questa nota è tipica ed insistente e si accompagna con quel «realismo filosofico» a tendenza pessimistica — che è un altro tratto tipico di Balzac — onde la vita è concepita come una lotta feroce di contrastami appetiti, con la conclusione desolante che il vizio riesce, mediante le sue inesauribili risorse, a trionfare della virtù. L’articolista ha il buon gusto di avvertire che con ciò non si vuol stabilire un parallelo fra l’opera di Balzac e quella dei romanzieri suoi contemporanei. Il genio di lui trasforma e domina la materia anche trattata con metodi analoghi, come è proprio del genio, sempre. Ma il riavvicinamento non è affatto ozioso perché ci spiega come i contemporanei di Balzac non dovessero vedere in lui quel novatore o quel «padre del realismo» che i posteri hanno creduto di scoprirci.

 

 

  Recensioni. Romanzi e Novelle. Balzac, “Scene della vita di provincia: L’Illustre Gaudiart (sic); La Musa di provincia” – Un vol. di pag. 270, Milano, «Corbaccio», L. 8, «Rivista di letture. Bollettino della Federazione Italiana delle Biblioteche Circolanti», Milano, Anno XXV, N. 6, 15 Giugno 1928, p. 177.

 

  Il primo racconto, breve, scolpisce un commesso viaggiatore di provincia, abile ma legato a una amante, eloquente, ma che tuttavia viene turbato dalla furberia di due signore alle quali egli fa la corte. Il secondo, vero romanzo, è il ritratto e l’analisi dei sentimenti di una superdonna di provincia, intelligente e bella, orgogliosa, sposata per convenienza a un uomo avaro, brutto; la sua vicenda amorosa a Parigi, ove tiene salotto; gli amori di una sua figlia, che segue le sue orme, quand’ella, già vecchia, vorrebbe essere severa con lei, dopo averne dato il mal esempio.

  I romanzi del Balzac sono all’Indice. Se il primo di questi due potrebbe esser tolto dalla condanna, ha però scene che ne vietano la lettura. Il secondo poi, per quanto includa ed esprima anche, una morale, appoggiata all'idea religiosa, cade sotto la condanna, con lo scredito che getta sulla religione e sulla morale i lunghi ragionamenti filosofici falsi, oltreché per l’intreccio.

 

 

  Notizie bibliografiche. Critica e Storia letteraria. Maria Pisani, “L’Italia nella «Commedia umana», Napoli-Genova, ecc., Perrella, 1927, pp. 109 (nella «Biblioteca Rara»), L. 8, «L’Italia che scrive. Rassegna per coloro che leggono. Supplemento mensile a tutti i periodici», Roma, A. F. Formíggini Editore, Anno Undecimo, N. 7, Luglio 1928, p. 181.

 

  Utile lavoro, che compie e in parte corregge quello di Giuseppe Gigli (Balzac in Italia, 1920). La Pisani considera uomini e cose d’Italia nel tempo dei viaggi del Balzac, rievoca i giudizii di lui su l’Italia e gli Italiani, studia gl’italiani inventati dal Balzac e fatti agire nella Comédie humaine, raccoglie i pochi accenni che si trovano nelle opere balzachiane alla storia e all’arte italiana, per concludere che è infondata e immeritata la fama, che ha Onorato Balzac, di detrattore dell’Italia e degl’Italiani. Egli apprezzò, amò le nostre città, e giudicò in genere con simpatia il nostro popolo; predilesse la musica italiana. Se gl’italiani da lui inventati non sono sempre galantuomini, gli è che l’autore della Commedia umana non si compiacque di ritrarre la virtù; e se da i personaggi de’ suoi romanzi si dovessero giudicare gli stessi Francesi, nemmeno questi avrebbero molto da rallegrarsi.

 

 

  Cimeli mazziniani offerti al Museo del Risorgimento, «Corriere della Sera», Milano, Anno 53, N. 171, 31 Luglio 1928, p. 6.

 

  Fra gli stranieri vi sono autografi di Balzac, di G. Sand, di Chateaubriand, di Lamartine e di Victor Hugo […].

 

 

  Rassegna bibliografica. T. Gautier, “Io e le mie bestie” («Classici del ridere»). Formiggini, Editore, Roma. 1928. L. 9, «Nuova Antologia di Lettere – Scienze ed Arti», Roma, Soc. Nuova Antologia; Milano-Roma Casa Editrice d’Arte Bestetti e Tumminelli, Settima Serie, Volume CCLVIII della Raccolta CCCXXXVI, Fascicolo 1356, 16 Settembre 1928, p. 272.

 

  Chiudono il volume due altri scritti II boccale di punch novella pseudo­romantica in cui si prendono in giro i gusti ultraromantici dei giovani del 1830 e infine Dell’obesità in letteratura in cui l’autore si diverte a passare in rassegna gli uomini più illustri del suo tempo, da Balzac a Rossini, per dimostrare che ... genio e obesità spesso fan comunella insieme.

 

 

  Notizie bibliografiche. Letteratura contemporanea. Mario Parodi, “Il fanciullo e la preda”, romanzo, Milano, Treves, 1928, pp. 274 in 16, L. 12, «L’Italia che scrive. Rassegna per coloro che leggono. Supplemento mensile a tutti i periodici», Roma, A. F. Formíggini Editore, Anno Undecimo, N. 10, Ottobre 1928, pp. 254-255.

 

  p. 255. E, si dirà, la storia non conta: tutto è il modo con cui è stata trattata! Non sono affatto di questa opinione, specie quando la trama di un racconto pecca di poca verità e di stantio. Ma ammettiamo pure che sia vero. Occorrerebbe una personalità di un artista che travolgesse ogni cosa con l’empito della sua passione, un Balzac per lo meno o uno Stendhal, per dar vigore nuovo e originale a una trama di questa fatta. Invece il Parodi non è un Balzac e neppure uno Stendhal […].

 

 

  Rassegna bibliografica. O. di Balzac, “ Les contes drolatiques, terza decina”. Roma. Formiggini («Classici del ridere»), 1928, pag. 240. L. 9, «Nuova Antologia. Rivista di Lettere – Scienze ed Arti», Roma, Soc. Nuova Antologia; Milano-Roma, Casa Editrice d’Arte Bestetti e Tumminelli, Settima Serie, Volume CCXLI della Raccolta CCCXXXIX, Fascicolo 1358, 16 ottobre 1928, p. 542.

 

  Al completamento di questa versione che fu iniziata da Giosuè Borsi e poscia affidata, dopo la immatura sua fine, ad alcuni tra i più eminenti nostri scrittori, hanno collaborato nella terza decina Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli, Francesco Chiesa, R. Balsamo Crivelli, Alessandro Donati, Vincenzo Errante, Ferdinando Martini, G. Edoardo Mottini, Alberto Neppi, Enrico Piceni, Giuseppe Zucca. La bella raccolta è preceduta da una pagina affettuosa del Formìggini. dedicata al Borsi.

 

 

  Giornali e riviste, «La Stampa», Torino, Anno 62, Num. 260, 1 Novembre 1928, p. 3.

 

  Vi è un problema della mostruosità dei caratteri — scrive Gérard Bauer sull’Echo de Paris a proposito del Père Goriot di Balzac[4] — che è uno dei problemi più emozionanti sui quali ci si possa soffermare. Non è solo di ordine letterario; appartiene alla psicologia pura e interessa tutti coloro che vogliono comprendere la specie umana, e non si rassegnano a passar tra gli uomini senz’esserseli spiegati. Papà Goriot si spoglia per le figlie, accetta il loro spaventoso modo d’agire, consente a vederle in segreto prendendo la scala della servitù, si fa vile per accontentarle, geme quando le sa in ristrettezze, cede le sue sostanze fino a privarsi del necessario, pensa a rubare per loro, e muore infine, nudo, abbandonato, pronunciando teneramente i loro nomi. La critica ha avvicinato Goriot a Re Lear. Ma Re Lear prima di morire rende grazie alla pudica Cordelia ed è questo, all’estremo limite della tragedia, un atto di suprema giustizia. In Papà Goriot nulla di simile: il vecchio al momento di spirare chiama ancora le figlie crudeli e lascia trasparire pronunciando i loro nomi: «un’espressione di gioia sofferente». Si è visto in ciò una deformazione eccezionale, una deformazione nell’istinto. Goriot non amerebbe le figlie umanamente, ma «istintivamente». Tale supposizione, dice l’articolista francese, non pare giusta. Dobbiamo convenire che nella vita si incontrano certi tipi che presentano questa deformazione, questa sproporzione sentimentale, notate, in Goriot o in Eugénie Grandet. Sono rari ma esistono. E la loro passione non è solo uno sviluppo dell’istinto, essa risiede, oscuramente, in un bisogno di grandezza, di realizzazione assoluta. L’istinto, lo sforzo della natura tendono, al contrario, a renderci la vita possibile, riconducendoci ognora alla normalità. Il nostro automatismo psicologico ci impone delle reazioni di difesa contro i perturbamenti: l’oblio ad esempio, e l’egoismo. Ma in qualche essere indebolito o inattivo la reazione di difesa non agisce. Ed ecco l’individuo abbandonato alla sua tendenza, prendervi gusto, amplificarla, non trovare pace finché non le abbia immolato tutto se stesso. Non è più amore, ma la necessità di condurre fino alla fine un sacrificio. Se Papà Goriot, mezzo rovinato, reagisse, distruggerebbe la sua ragione di vivere. Preso da questo divorante amore egli non può fare a meno di nutrirlo, di gettare nella gran fiamma tutti i suoi beni, tutta la sua sostanza. L’uomo che si dedica a una grande opera è meno di altri soggetto a simili devastazioni. Avviene persino che un creatore, un artista prendano speciali precauzioni per non esserne eventualmente travolti e, come Goethe, ricorrano agli egoismi necessari. «Disgraziato — conclude lo scrittore — quegli che, abbassate le armi, e avendo rinunciato ad ogni sforzo creativo, intuisce ch’egli non potrà più testimoniare la sua grandezza che in un amore umano».

 

 

  Recensioni. Balzac O., “Gli Sciuani o La Bretagna nel 1799” – Due vol., Milano, «Corbaccio», L. 10, «Rivista di letture. Bollettino della Federazione Italiana delle Biblioteche Circolanti», Milano, Anno XXV, N. 12, 15 Dicembre 1928, p. 365.

 

  Luogo romanzo del ciclo «Scene della vita militare» e della fine del secolo XVIII, all’indomani della Rivoluzione, periodo unto caro ai romanzieri francesi. Gli Sciuani, avventurieri della guerra, potrebbero paragonarsi, se non nello stesso valore ideale, ai Vandeani; e il romanzo ch’è piuttosto d’ambiente, intreccia un amore, con rivalità e ma­lizie, intorno ai principali protagonisti e avventurieri del romanzo. Il romanzo appartiene pertanto a quella categoria che, prevalentemente a base storica e senza un intrigo amoroso apertamente offensivo, possono ritenersi non inclusi nella formula di condanna che grava sui libri del Balzac, omnes fabulae amatoriae. Non diciamo con ciò che il romanzo sia suggeribile. L’intrigo amoroso sa assai di amorazzi illeciti; la cosidetta anatomia del cuore umano, che significa dipintura di cuori falsi o cattivi, non manca pur qui, in lunghi dettagli di malizia donnesca o di uomini perversi; qualche lieve accenno a discussioni religiose, con sapore d’ironia, come usa sovente il Balzac pessimista; per tutto ciò non consiglieremmo il romanzo alle biblioteche nostre, pur se sfugge alla condanna.

 

 

  Notizie e commenti. Tra i libri e la vita. Romanzo storico e Storia romanzesca, «Nuova Antologia di Lettere – Scienze ed Arti», Roma, Soc. Nuova Antologia; Milano-Roma Casa Editrice d’Arte Bestetti e Tumminelli, Settima Serie, Volume CCLVIII della Raccolta CCCXXXVI, Fascicolo 1362, 16 Dicembre 1928, pp. 399-400.

 

  p. 400. Se poi questi romanzieri storiografoidi scrivono la vita — anziché di artisti come Balzac o Chopin — di uomini politici come Enrico IV o Robespierre, il male si aggrava. Perché quando — invece che inventare, per esempio, (dandoli come se fossero stati stenografati) i dialoghi di Litzt (sic) e di Balzac con le loro amanti — si inventano avventure, parole, episodi, pensieri di personaggi (conte appunto Enrico IV o Robespierre) i quali hanno avuto una parte e un’importanza principale nella storia generale di una Nazione — i quali insomma, la Storia, l’hanno fatta davvero — allora mi pare che sia il caso di pretendere che il «trucco letterario» sia sinceramente dichiarato; e che, in ogni modo, colui che lo compie non si arroghi il diritto di gabellare come storia, le più o meno geniali creazioni della sua fantasia.

 

 

  Raffaello Barbiera, Carlo Tenca e la resistenza anti-austriaca, «Corriere della Sera», Milano, Anno 53, N. 197, 19 Agosto 1928, p. 3.

 

  Anche nella letteratura Carlo Tenca, discepolo d’Ugo Foscolo, del Mazzini, combatteva. Egli voleva che la letteratura fosse italiana, civile. Aborriva dall’immoralità (colpì il Balzac), dalle inezie, dai parolai.

 

 

  L.[eopoldo] Berni, Rassegna Bibliografica. Letterature straniere. Balzac – “Opere complete”. Casa editrice Corbaccio. Milano, «Il Giornale di politica e di letteratura», Pisa, Anno IV, Quaderno 10, Ottobre 1928, p. 1101.

 

  La casa editrice Corbaccio sta pubblicando le opere complete di Honoré de Balzac, in un’edizione nitida, accurata e corretta. Sono già usciti questi romanzi: «Modesta Mignon», e «Casa di Scapolo», gli «Scimani (sic)», «la cugina Betta» e «Grandezza e decadenza di Cesare Birotteau», appartenenti rispettivamente alle serie «Scene della vita privata», «Scene della vita militare», «Scene della vita parigina».

  Lo scrittore è così illustre, la sua fama così diffusa che è da augurarsi e da sperare che questa nuova edizione delle sue opere, tradotta con accuratezza e non senza eleganza, abbia, anche per il prezzo non eccessivo di ciascun volume, quella larga diffusione e quell’onesta accoglienza che veramente si merita.

 

 

  G.[iuseppe] A.[ntonio] Borgese, Viaggio letterario in Francia. Tunnel, «Corriere della Sera», Milano, Anno 53, N. 261, 2 Novembre 1928, p. 3.

 

  Ora Paul Valéry, il maggiore dei poeti di Francia viventi, ha torto quando press’a poco sostiene che dei poeti greci e latini non possiamo capir molto perché ci è ignoto il suono esatto delle loro parole; ma fra quest’estremo e l’altro di trattare la musica di una lingua prossima e vivente con lo stesso arbitrio che si suppone necessario pel greco antico o pel cinese si dovrebbero trovar vie di mezzo. Almeno le loro preferenze andassero a scrittori, diciamo così, di blocco, a prose narrative, Balzac, Stendhal!

 

 

  G.[iuseppe] A.[ntonio] Borgese, Leone Tolstoi (1828-1928), «Corriere della Sera», Milano, Anno 53, N. 204, 29 Agosto 1928, p. 3.

 

  Prosatori esclusivi, in senso tecnico, furono insomma: Stendhal, Balzac, Flaubert, Dostoievski; prosatore esclusivo divenne Manzoni. […].

  Un maestro di critica francese, Charles Du Bos, ha adoperato proprio, prendendolo a prestito dall’Inghilterra, il termine midstream, «la portion médiane du courant des grands fleuves», ha accentuato il carattere di salute ch’è in questa fantasia, ha dichiarato Tolstoi, — egli, connazionale di Balzac, — «l’homme qui avec Shakespeare fut le plus grand peintre de ce qui est». Il che va, in certo modo, corretto; perché in Shakespeare la favola, la soprannatura, può abbagliare la realtà, ferirla di sbieco, divinamente sproporzionarla […].

 

 

  Alessandro de Bosdari, Di alcune correnti della letteratura europea nell’ultimo trentennio, «Nuova Antologia di Lettere – Scienze ed Arti», Roma, Soc. Nuova Antologia; Milano-Roma Casa Editrice d’Arte Bestetti e Tumminelli, Settima Serie, Volume CCLVIII della Raccolta CCCXXXVI, Fascicolo 1362, 16 Dicembre 1928, pp. 448-470.

 

  p. 463. E innanzi tutto la «mancanza dell’Eroe» è un fatto innegabile, e che non può non colpire nessuno di quelli che leggono ai giorni nostri molto e svariatamente: fanno difetto oggi in Europa quei nomi giganteschi che la riempiano tutta di fama indiscutibile. Dei Balzac, dei Zola, dei Tolstoi, dei Dumas, degli Ibsen non ve ne sono oggi giorno né nel romanzo né nel dramma; e quelli fra gli scrittori, romanzieri o drammaturgi che ho studiato o che ho menzionato, e molti altri che correranno alla mente del lettore, non hanno in tutta l’Europa l’autorità indiscussa e la notorietà dei loro predecessori.

 

 

  Cesare Botti, Notizie bibliografiche. Letterature straniere in Italia. Onorato di Balzac, «Les contes drolatiques» (Le sollazzevoli historie), Terza decina, Formíggini, 1928 («Classici del Ridere», N. 74), pp. 238, L. 9, «L’Italia che scrive. Rassegna per coloro che leggono. Supplemento mensile a tutti i periodici», Roma, A. F. Formíggini Editore, Anno Undecimo, N. 7, Luglio 1928, p. 189.

 

  L’immortale genio di Turenna, Onorato di Balzac, da una parte, e l’eroico spirito di Giosue Borsi, dall’altra, possono compiacersi, ormai, di una grande impresa editoriale, testé compiuta, e che così da vicino li riguarda: la mirabolante e completissima versione (accidenti agli eunuchi castratori di testi!) dei rabelaisiani, incomparabili Contes Drolatiques.

  Iniziata dal povero Borsi, lasciata interrotta da Lui, per il cieco volere della Parca, e condotta a termine, fino a tutta la decina del primo volume, da Fernando Palazzi, questa fatica degnissima si protrasse per lunghi anni, raccogliendo attorno al rito onorevole alcuni fra i più bei nomi della letteratura contemporanea, quali traduttori, e dell’arte esornativa, quali illustratori del gaio testo. E a distanza di tre anni dal secondo volume ecco ora l’ultima e definitiva edizione del terzo, illustrato interamente dalla spigliatissima eleganza di Gustavino e reso assai pregevole, non meno degli altri due tomi, da una ben assortita schiera di nuovi dodici traduttori. Sono, dunque, tirando le somme, trentaquattro, fra letterati ed artisti, coloro che posero mano, con sapienza, coscienza e costanza insuperate, al travaglio senza precedenti!

  Anche fra gli scrittori di quest’ultimo volume la morte ha mietuto, purtroppo, sottraendo a Ferdinando Martini, che tradusse con impeccabile magistero il gentilissimo epilogo, la gioia di contemplare una fra le sue estreme e predilette fatiche. È ben certo che il venerando maestro si sarebbe compiaciuto, oltre che della propria, anche delle altre undici versioni, così limpide e varie, così fluide e saporose!

  Non tutti hanno seguito la maniera più ovvia, la più modernamente ed italianamente fedele al testo, come il Balsamo Crivelli, Alessandro Donati, Alberto Neppi; ma anche i cinquecenteschi, come G. Edoardo Mottini, o i boccacceschi, come Enrico Piceni, o gli eclettici, dalle ricchissime movenze, quali Francesco Chiesa e Corrado Alvaro, hanno saputo accordare lo spirito della loro prosa, sempre sostenuta, con quella, ornata e paludata, dell’Errante e con le fresche e garbatissime del Bontempelli e dello Zucca. Lode ed onore a tutti!

  «La Decina è finita. Accidenti al lavoro! Compagni, qua, qua» – così ha termine l’epilogo balzachiano. Ed anche voi, o lettori di tutta Italia, compresi gli astinenti che ancora non conoscono le prime due decine, venite al pingue pascolo, qua, qua!

 

 

  Gaston E. Broche, Introduction. Gênes vue par les français, in Pages françaises sur Gênes-La-Superbe (de Montesquieu à Michelet, 1728-1854) … cit., pp. 9-17.

 

  pp. 11-12. En 1837 (sic), Balzac est à Gênes mais il revient de Sardaigne d’assez mauvais (sic) humeur: il avait cru y trouver la fortune dans des mines d’argent abandonnées de l’époque romaine dont lui avait parlé un Génois. Il y avait couru peu après, trop tard cependant, y ayant naturellement trouvé le Génois lui-même, occupé à les exploiter! – Malgré tout, ou plutôt précisément à cause de tout cela, c’était pour Gênes une chance de servir de thème, ou de décor, à un roman de Balzac: or elle n’obtient qu’une incidente de trente lignes, en pur style romantique, dans une nouvelle oubliée: Honorine. Il faut se contenter de cette paillette!

 

 

  Arrigo Cajumi, La crisi del romanzo, «Il Baretti», Torino, Anno V, N. 2, 16 Febbraio 1928, pp. 10-11.

 

  p. 11. C’è l’artista istintivo e violento, che scrive senza il bisogno di leggere; e costui può fare la sua strada da solo, se il temperamento lo sostiene fino in fondo (ma neppure un Balzac sfugge all’ambiente, e un articolo recente di Daniel Mornet [cfr. nota 3] ha rilevato delle singolari somiglianze di tono tra i romanzi di Balzac e quelli de’ suoi contemporanei).

 

 

  A. Calza, Notizie e commenti. Trai i libri e la vita. Le due anime di Dostoievsky, «Nuova Antologia di Lettere – Scienze ed Arti», Roma, Soc. Nuova Antologia; Milano-Roma Casa Editrice d’Arte Bestetti e Tumminelli, Settima Serie, Volume CCLVIII della Raccolta CCCXXXVI, Fascicolo 1355, 1° Settembre 1928, pp. 130-131.

 

  p. 130. Più si rileggono i suoi libri — e specialmente quei Fratelli Karamazov che con Guerra e pace di Tolstoi costituiscono il grande «Poema» della Russia del secolo XIX, e dentro ci si vede balenar l’alba della Russia bolscevica del secolo XX — più si penetra dentro alla psicologia di quel mondo che non è ancora asiatico, ma non è più europeo — ed ecco che nuovi e non sospettati orizzonti si scoprono ad ogni pagina. E si vede, anche, quanto più vasta e profonda «documentazione», sulla società russa, contengano i dieci volumi di questa «Comédie humaine» dello scrittore moscovita, che non sulla società francese, i cento volumi della «Comédie humaine» di Balzac.

 

 

  Antonio Capri, Letteratura moderna, Firenze, Vallecchi Editore, 1928.

 

Alfredo Oriani, pp. 21-58.

 

  p. 27. Un altro autore che impresse indelebilmente la sua orma nello spirito dell’Oriani fu il Balzac, che egli paragonava a Shakespeare ed a Goethe, cercando di riprodurne fin dai primi romanzi l’indagine sottile e penetrativa e, al tempo stesso, comprensiva, multiforme, rivolta a tutti i quadri della società, abbracciante tutti gli aspetti della vita.

 

 

Tolstoi, pp. 101-112.

 

  pp. 105-106. Non vi è in Tolstoi, né il nitore e la levigatezza di Flaubert, né la minuziosità di Zola, rintracciante nell’esperienza degli uomini e delle cose la riprova e la conferma delle sue convinzioni scientifiche, e neppure la norma costruttiva di un Balzac, che aggruppa e fonde tutte le note particolari, ricavate dall’osservazione intorno a creature umane, creandone dei tipi.

 

 

Anatole France, pp. 115-119.

 

  p. 116. L’uomo di Balzac e di Sthendol (sic), atleta della volontà che rimane invitto ed invincibile anche quando la forza delle cose lo soverchia e lo infrange, ha perduta la tempra del suo carattere, la potenza incrollabile del suo volere. Il pessimismo l’ha fiaccato, il disinganno ha generato in lui quell’abulica indifferenza morale, che è sintomo di debolezza e di decadenza […].

 

 

Federico Tozzi, pp. 153-161.

 

  p. 159. Il Tozzi fu paragonato a Balzac. Ma, a parte ogni considerazione di vastità e di complessità che fa dell’opera balzachiana un mondo sconfinato, abbracciante tutta un’epoca e una società, le differenze sono profonde. Infatti, le creature uscite dalla titanica fantasia dello scrittore francese sono eroi della volontà che nessuna avversità riesce a fiaccare; atleti, il cui labbro è atteggiato in perpetuo al disprezzo e alla tracotanza indomita di Capaneo, ch’essi lanciano, non più contro Dio, ma contro il mondo che li opprime e talvolta li annienta, ma non li piega; mentre le creature del Tozzi sono esseri abulici, soggiacenti a tutte le forze e le costrizioni, incapaci d’ogni lotta e d’ogni resistenza, insetti brulicanti a fior di terra che si lasciano calpestare dal duro calcagno del destino.

 

 

  Mario Casalino, Balzac fra i vivi, «La Fiera letteraria», Roma, Anno IV, n. 25, 17 giugno 1928, p. 3.

 

  Qualche devoto, a Balzac, sorpreso dall’affermazione del titolo, sarà naturalmente portato a dichiarare a se stesso prima, e poi ai più vicini, che si tratta, insomma, di opinione accertata e risaputa, Balzac è vivo, incisivamente vivo nei suoi libri e quindi anche nel ricordo dei lettori di buona e dei cultori della critica meno impaziente. Il susseguirsi travaglioso per un’ottantina di anni ha lasciato intatto nei significati essenziali il prodotto di una concezione anelante alla concretezza e dilatata al massimo verso confini di rappresentazione d’un’umanità dotata di tutta la gradazione delle qualità, dalle più vili alle più preziose. Pare, anzi, a figurarsi tutto l’ordito dell’opera balzacchiana disteso nel tempo, che per l’arte di quel prodigioso creatore si sia verificato più volte il fenomeno naturale delle terre invase dalle alluvioni: allor che l’acqua si ritira placata si constata un miglioramento delle facoltà produttive del suolo, e se ne ha un raccolto più redditizio.

  La Casa Editrice Corbaccio di Milano ha intrapreso la pubblicazione di tutta l’opera del romanziere francese e ha mandato avanti, quale pattuglietta d’assaggio, tre romanzi apparsi fra il «41 e il46», tradotti con lodevole spigliatezza[5]. Chi sia mosso soltanto ora dal desiderio di codesta letteratura, profittando dell’opportuna iniziativa editoriale, farà la conoscenza di ambienti, personaggi, rapporti di interessi, forme di relazioni sociali andati in dissuetudine e aboliti da sovrapposti strati di successive condizioni di vita; e questo retrocedere di circa tre quarti di secolo gli darà inevitabilmente quel senso di disagio e d’impaccio che si prova camminando a ritroso. L’impressione è strettamente connessa alla natura delle vicende narrate e agli atteggiamenti proprii alle persone e alle cose.

 

*

 

  Càpita oggi che si scorga traversare la strada, in atteso alla fermata del tranvai, in conversazione sommessa e dubitosa nell’angolo d’una piazza, certe figure con indosso abiti di foggia disusata. Ci sorprendono, e vorremmo lì per lì entrare, non fosse che per pochi momenti, nelle loro case e dare un’occhiata alle loro abitudini, informarci sui loro gusti. Poi ci rirendiamo e pensiamo ai fatti nostri, ma intanto una specie di trasalimento, ci ha toccati, un arresto momentaneo delle nostre correnti sensazioni si è prodotto, e quasi dubitiamo della realtà di quanto abbiamo visto. Se si apre un romanzo di Balzac, nel quale la vita è rifatta secondo il ritmo del suo tempo, alimentata e messa in movimento da osservazioni di fatti flagranti, fissate nel momento che sorgono e dai tratti consistenti di cui è composta, si rià la stessa impressione. Ma il procedere diventa subito agevole.

  In un periodo in cui il genere di scrittura ricercata e apprezzata è quello che discorre lievemente con intenti ornamentali, e non di rado «au petit bonheur» di esteriorismi e di apparenze transitorie ricercando soprattutto di riprodurre il fatto deliziosamente garbato, anche se per logica esistenza dovrebbe avere modi e impeti fondi e duri, è senz’altro salutare metterle di fronte questo mondo romanzesco facoltoso di vitalità urgente e tenuta a freno, in cui il narratore richiama e collega i sintomi provocatori delle azioni, li illumina, trama, prevede, congegna il futuro nell’atto di concludere. Perché oltre a possedere l’arte di estrarre dalla realtà tormentata dalle ritorte antinomie e dai gorghi dell’assurdo figure nette e determinate nei tratti e feconde di conseguenti mutazioni, Balzac ha la capacità istintiva, e peraltro inimitabile, di protendere, diramare, innalzare nel tempo concluso dalle sue previsioni di durata tutto l’organismo delle sue costruzioni.

 

*

 

  Un altro elemento che soccorre in misura notevole a costituire un titolo di permanente idoneità all’opera balzacchiana è dato dal quel serio e intento prodigarsi della personalità dello scrittore: un’insistenza penetrante, si direbbe un accanimento, risentita senza pause con un’intelligenza precisa e severa, e il segno più evidente dell’efficacia che una tale disposizione porta in sé è dato dal fatto che il lettore dimentica completamente la propria realtà, attratto e tenuto dalla puntualità discorsiva e come investito dall’ardore intellettuale dello scrittore. Come sia che pur trascurando l’analisi delle evoluzioni dei sentimenti e di esperienze interiori, evocazioni di percezioni già avute, coordinazione di presupposti, identità a stati d’animo precedenti, causanti conseguenze opposte alle prime, e tutto il terribile groviglio del nostro mondo interno, egli giunga a darci la visione dell’umanità quale essa è, non pare utile di dimostrare. In Balzac non esiste la preoccupazione di creare dei sentimenti, i quali peraltro si spiegano lentamente e si fanno presenti come un tratteggio, come una sfumatura attorno al profilo delle immagini. Per quanto esposto e descritto con un metodo d’osservazione che ordinariamente, all’apparenza, si eguaglia a quello del cronista (diligente ma spiritualmente disinteressato) il complesso degli avvenimenti, esaminato nel ricordo, lievita, respira, le sue proporzioni aumentano, s’incorpora significati sin’allora inavvertiti.

  Non è tuttavia da supporre che a conseguire questo singolare effetto, necessario sopra ogni altro ad una composizione perché si meriti la classifica di opera d’arte, intervenga direttamente la passione dell’autore, con le sue preferenze, esaltazioni di posizioni concettuali e quant’altro venga posto in evidenza da intromissioni volontarie. Giudicare conferendo priorità o pronunciando condanne non è criterio appartenente ai suoi mezzi. L’anima, il calore generante il brivido di commozione, l’attimo di sbigottimento, la fase di simpatia, di accoramento esiste nell’amalgama dei caratteri, nella loro possibilità di progressione contesta di moti psicologici. Questa entità di spirito preesiste allo sviluppo dell’intrigo romanzesco ed è quella che oltre a sorreggere la costruzione mentre prende forma distribuisce il tono, diffonde il suo particolare clima d’origine.

  Se in ciò si riscontra l’emergere d’una dote trasmessa unicamente dall’istinto preveggente, è anche certo che senza di essa nessun concepimento di avventure umane (inteso per avventura, anche l’inconveniente della donna di servizio e che altera le cifre della spesa quotidiana) riesce a prender campo e ad assumere significati positivi.

 

*

 

  E’ stato detto e ridetto non so da quanti e quante volte che l’uomo soltanto interessa a Balzac, l’uomo con tutto ciò che lo circonda e serve a scoprirlo e a chiarirlo. Il rilievo compendia tutto un indirizzo di interpretazione della vita attraverso l’indagine dell’elemento principale di essa; ma si può osservare che un numero grandissimo di altri scrittori ha avuto un identico interesse e pur tuttavia dai risultati conseguiti si colgono visioni parziali, alcuni in una luce di idealismo e di potenza sovrumana, altri in una mezz’ombra di aspirazioni vaneggianti; disperati tentativi di abbracciare l’universale per trovare una pace e uno stato di perfezione impossibili. Per Balzac l’uomo rappresenta una forma di energia regolata semplicemente dalla necessità di vivere e di agire nella vita. Che nell’uomo sussistano forze atte a staccarlo dalle condizioni del vivere in comune liberandolo verso presunti destini superiori non è considerazione che lo riguardi. Tutti i suoi personaggi sono presentati colle loro distintive particolarità e completati dalla descrizione, a volte sovrabbondante, delle loro qualità morali. Hanno tutti un mestiere, una professione un’occupazione continua o accidentale.

  La cura meticolosa di situare gli individui nei contrasti sociali e psicologici con dettagli scelti e marcati e con tutti gli attributi comuni es esterni, per rispetto ai quali un uomo si distingue da un altro al primo accenno, è stata, come si dice, superata. Per Balzac invece costituisce un punto di partenza, senza del quale non saprebbe mettere in piedi le sue figure, e non si può disconoscere, per altro, che agli effetti della evidente verosimiglianza dell’intero racconto quel precisare la serie delle condizioni aggregate al personaggio sia di primissima importanza. Quando poi prende a trattar gli esponenti, a lui specialmente degni di ossequio, dell’aristocrazia e della nobiltà, getta in essi la turbinosa fiamma d’una passione, più estenuante di qualsiasi fatica corporale. Ancor oggi si ripete che un personaggio di romanzo, di novella, dramma, nulla acquisti dall’enunciazione del suo stato civile e che quindi sia sufficiente ad indicarlo un semplice pronome o sostantivo. Con un simile procedimento si verifica, come s’è avuto modo di constatare sur un’abbondante produzione di data recente, un’uniformità monotona di tipi (che pur nella loro varietà tendono ad equivalersi) e di lineamenti psichici, oltrechè una seria difficoltà a stabilire dei chiari rapporti sociali, ed è certo che ciò non giova alla completa formazione e all’estensione di un’opera.

  Dal suo sistema di separazione e di distinzione di classi e nuclei sociali, segnalati in ciò che possiedono di più casuale (nascita, relazioni, fortuna) Balzac trae motivi fondamentali per dare sviluppo e apparenza di verità alla combinazione degli avvenimenti, mentre i suoi personaggi, concepiti in base ai caratteri predominanti e alle influenze dei loro ambienti, completano e risolvono gli avvenimenti stessi. E pertanto, un esame che non attinga la sostanza dei propri argomenti da formule preconcette e dal bisogno d’impiantare degli schemi, chiudere per sempre in cornici la flessuosa mobilità delle intuizioni non vedrà in ciò un piegarsi e ubbidire ad un intrico di teorie programmatiche.

 

*

 

  L’effettivo contatto delle romanzesche figurazioni di Balzac colla realtà umana è dovuto per una parte eminentissima all’importanza da lui attribuita al fattore economico. In modo certo egli conferma, con innumerevoli esempi, che la possibilità di imprimere nell’esistenza degli uomini dati significativi, di fertile e deleteria portata, è congiunta indissolubilmente al possesso del denaro, fonte di benessere per alcuni, di rovina per altri. E per poca voglia che si abbia di dargli ragione non si può in coscienza dirgli che abbia torto. Si vuol obiettare che è visione meschina, ristretta? Che disconosce, anzi, esclude la partecipazione d’altri fattori d’alto valore morale? Ottime e generose obiezioni. Ma la cosa non cambia: è e rimane tal quale. Si noti poi che questa sua, diremo (concedendo qualcosa alla nobiltà degli istinti puri) mentalità di uomo d’affari, nei suoi romanzi è attenuata, alleggerita e fatta prestigiosa da una gagliarda animazione poetica. Infine, il principio dell’attività morale, del trapasso di sensazioni, del possesso e della perdita di stati d’animo, dell’avvicendarsi ininterrotto di inclinazioni, voglie, smarrimenti, ossessioni, disfatte (in breve, il dinamismo psicologico d’oggi!) è ciò che fa ben viva fra di noi quasi l’intera opera balzacchiana. Tuttavia con tale richiamo e accostamento non si vuol concludere che a produrre ai dì presenti il romanzo tipico del nostro tempo sia bastevole il rendersi anima e corpo al credo dell’attivismo psicologico e a risentire fatti, avvenimenti, persone secondo la natura del romanziere realista e romantico. Non si hanno di queste pretese, e solamente s’è voluto, per amore alle memorie, ricondurre per poco un morto fra i vivi. E pare che dopo tutto non ci faccia brutta figura.

 

 

  Mario Corsi, Becque e il suo teatro, «Nuova antologia di Lettere – Scienze ed Arti», Roma, Soc. Nuova Antologia; Milano-Roma Casa Editrice d’Arte Bestetti e Tumminelli, Settima Serie, Volume CCLVIII della Raccolta CCCXXXVI, Fascicolo 1346, 16 Aprile 1928, pp. 471-488.

 

  p. 476. Le rassomiglianze tra La Navette e La Parisienne sono indiscutibili, ma non certo essenziali. La Navette non è che un abbozzo; La Parisienne è un quadro completo. La Navette potrebbe paragonarsi ad un disegno di Gavarni, mentre La Parisienne è un’opera alla Balzac. Di veramente comune non c’è che la profonda conoscenza di Becque dell’astuzia e della doppiezza femminile.

 

 

  Benedetto Croce, L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra, Bari, Gius. Laterza & Figli, 1928.

 

L’Italia in guerra. La guerra e la borghesia.

 

  p. 215. Cfr. 1919.



  Dott. Da Villa, Varia. Sulla grafologia, «Il Policlinico. Sezione pratica», Roma, Anno XXXV, Fasc. 19, 14 Maggio 1928, pp. 925-926.

 

  p. 926. Concludendo: se Balzac poteva dire che «l’oeil peut peindre l’état de notre âme» noi affermiamo che un’anima occulta ma decifrabile vi è nella grafia nostra, che è necessario scuotere un po' lo scetticismo verso questa nuova branca di indagini che ci offre un nosce te ipsum meno enigmatico e meno incerto.

 

 

  Lucio D’Ambra, Il “mio” D’Annunzio, in Trent’anni di vita letteraria. I. La partenza a gonfie vele, Milano, Edizioni “Corbaccio”, 1928, pp. 27-36.

 

  pp. 28-31. Se mi avessero aperto i dizionarii avrebbero da per tutto trovato quartini, ottavi, sedicesimi di romanzi di Balzac nel testo francese: Modeste Mignon, Les Illusions perdues ... Il poeta Canalis, il romanziere Daniele d’Arthez, Luciano di Rubempré, Rastignac, erano già gl’idoli della mia fantasia adolescente. Volevo conquistare Roma come Rubempré dall’alto di Montmartre voleva sfidare e conquistare Parigi. Volevo lavorare giorno e notte ed ammassare opere ed opere come Daniele d’Arthez e come Balzac. Volevo diventar celebre, e trionfare coi miei libri, e aver carrozze e cavalli, ed essere segnato a dito per via, come il sublime Canalis di Modeste Mignon, Non leggevo che Balzac. Mi nutrivo esclusivamente di lui. Solo altri quattro libri di romanzo avevo letti a quell’età: I Promessi Sposi, a scuola; Le Confessioni di un ottuagenario, di Ippolito Nievo, Robinson Crosuè e Don Chisciotte nelle ore di ricreazione. Ma avevo letto, togliendoli ad uno ad uno dalla biblioteca di mia madre, balzacchiana fervidissima, tutt’e cinquanta i volumi della Commedia Umana. Un compagno m’aveva anche posto tra le mani Zola: L’Assommoir. L’avevo restituito sùbito dopo le prime pagine. E mia madre, mentre leggeva il recente Mensonges, mi aveva offerto la lettura d’un altro libro di Bourget, André Cornelis. Tre pagine ed avevo chiuso. Uguale sorte toccò un altro giorno a Mensonges. E Balzac, invece, sempre più m’innamorava. Quei suoi caldi e appassionati eroi mi s’imponevano, m’accompagnavano e m’ossessionavano giorno e notte. Più che i compagni che mi circondavano nelle aule di studio, al refettorio o nella palestra del Collegio Provinciale, era con me, assiduo, onnipresente, Lucien de Rubempré. L’eroe delle Illusions perdues era l’incarnazione di tutte le mie nascenti illusioni.

  Una malattia mi tolse a tredici anni dal collegio per non ritornarvi mai più. E la vita a casa volle dire libera lettura dei giornali, conoscenza dei grandi nomi della letteratura del momento, misteriosa scoperta dei libri, poesie e romanzi, di Gabriele d’Annunzio. S’era pubblicato di lui, l’anno prima, L’Innocente. E se ne faceva ancora, attorno, un gran discorrere. Udivo parole della più alta ammirazione, di quelle che io dicevo a mia madre per Balzac. Ma s’udivano anche parole di fiera condanna. Non ostante naturalisti e veristi le ultime propàggini della catena romantica giungevano fino al 1893. […].

  Io, invece, consideravo d’Annunzio un genio: un genio come Balzac. Ed io non potevo, allora, dire di più! […]. Tuttavia, com’ero riuscito ad avere su la mia scrivania di romanziere fanciullo una stampa col ritratto di Balzac — che più tardi scoprii essere quello di Stendhal — così ebbi bisogno di dare al mio idolo letterario un’imagine ed alla mia religione d’annunziana il Dio figura da adorare con gli occhi. Da adorare e da far adorare.

 

 

Che cosa mi disse Zola, pp. 181-189.

 

  pp. 184-185. Tanto per dire qualche cosa anch’io presi il mio coraggio a due mani ed osai gettare nella conversazione ch’era un monologo le due sillabe di un nome:

  – Balzac ...

  Oh, no ... — rispose Zola. — Balzac c’était autre chose. Balzac era un grande improvvisatore ... Non fu un paziente operaio della penna. Fu un martire disordinato de la copie. Passava mesi a scrivere, dormendo il giorno, vegliando l’intera notte. Et il rédigeait des chefs-d’oeuvre en six semaines ... Ma. tra l’uno e l’altro periodo di folle fatica, quanto tempo perduto, que d’efforts gaspillés! ... C’è su Balzac una leggenda: quella del suo continuo e formidabile lavoro. Nulla di più falso. Notre grand Maître à tous procèdait par à coups. Poiché scriveva un romanzo come il Père Goriot in due soli mesi, se avesse sempre lavorato così ci avrebbe lasciato trecento volumi ... E la Commedia Umana, invece, non ne ha che cinquanta. Comme moi, à peu près ... Ma io non ho che cinquantacinque anni. E ne darò ancora volumi e volumi alle contumelie dei miei critici ...

  Parlava così dei libri suoi o degli altri: come un capomastro può parlar di mattoni. Tanti al giorno, tanti al mese, tanti all’anno ... Ciò che maggiormente sembrava aver valore per lui era lo sforzo quantitativo. Di qualità non parlava mai. E parlava dei suoi quaranta volumi e dei cinquanta di Balzac così ... Balzac cinquanta — ed era morto. Lui quaranta ed era vivo, in età solo matura, cinquantacinque anni ... Quindi il pareggio tra i Rougons e la Commedia era vicino ... E c’era, anzi, probabilità di superare ...

 

 

  Lucio D’Ambra, Parla Matilde Serao, in Trent’anni di vita letteraria. II. Il viaggio a furia di remi, Milano, Edizioni “Corbaccio”, 1928, pp. 321-329.

 

  pp. 328-329. C’era sempre in lei la bella, serena, sorridente fiducia d’un Balzac che, nelle Lettere alla Straniera, tra la trentanovesima e la quarantesima pagina del suo febbrile lavoro notturno, enumera a Madame Hanska, tranquillamente, i romanzi che ancòra gli restano da scrivere sui cinquanta della Commedia Umana. E, vedendo così Matilde Serao, io ricordavo quanto un altro scrittore, un suo grande ammiratore, Paul Bourget, mi diceva a proposito dell’autrice del Paese di cuccagna e di Evviva la vita!:

  Madame Serao? ... Ah, elle est vraiment une héritière de Balzac ...

  Eredità d’ingegno, non solo, ma anche di quelle virtù feconde, di quelle virtù di lavoro incessante, di volontà inflessibile e di costanza eroica che fecero del grande romanziere il Napoleone delle lettere francesi. Matilde Serao purtroppo non scrisse, nei vent’anni che seguirono a quel nostro colloquio, i dieci Romanzi dell’Illusione. La lunga guerra, l’affannosa pace, le aspre lotte civili, le necessità giornalistiche, i mutati tempi letterarii non decisero mai la grande scrittrice a intraprendere la vasta impresa così a lungo sognata. Dopo Evviva la vita! i suoi romanzi furono pochi e non dei migliori. Ma sempre così, balzacchianamente, a grandi cicli, a vasti affreschi, a folle, Matilde Serao concepiva le maggiori opere sue. E non solo forse s’è spenta con lei, come diceva Bourget, un’erede di Balzac, ma di Balzac, con è morto certamente un personaggio, uno di quei giganteschi personaggi balzacchiani, più vivi della stessa vita, più veri della stessa verità, intensi, formidabili, enormi, completi, in cui Balzac rifletteva, come in tanti specchi, sé stesso. Anche Matilde Serao visse una vita e una lirica da romanzo balzacchiano. E con non lei non solo se andò una delle figure più appassionatamente eroiche della nostra letteratura, ma anche scomparve una delle figure più romanzesche della vita romantica dell’Ottocento.

 

 

  Lucio D’Ambra, Io? Duecento volumi, «Il Regime fascista. Cremona Nuova», Cremona, Anno VII, N. 1, 1 Gennaio 1928, p. 3.

 

  C’è un romanzo tuo, lì, sul bancone. ... E’ il tuo più recente. La Carovana ... Ma si sa, per te, faccio eccezione ... Tu sei oramai coi capelli grigi e cinquant’anni su le spalle, uno scrittore di grido. E io ti vendo. Non ti soffoco. Ti lascio campicchiare. In fondo ti sono amico, e t’ho sempre voluto bene ...». E Claudio Lorena sorridendo rispose: — «A me e a Balzac ... E che cosa pensi adesso di Balzac? ...». Aurelio storse la bocca: — «Di Balzac? Io me ne infischio. Lo compri e lo legga chi vuole. A me libraio, non dà noia. E’ straniero ed è morto: due grandi meriti. Che me ne importa se la gente lo cerca? Tanto a Balzac morto non danno né amori, né onori, né diritti d’autori Balzac ha, dicono, l’immortalità: che sarebbe come dire un po’ di vento che soffia su la polvere ... Critico, potevo detestarlo. Libraio, l’ho in grande indifferenza ... Io odio solo gli scribacchini che incontro per strada e che si godono le celebrità dai vivi, celebrità che sarebbe come dire commende, accademie, riverenze e scappellate, magari anche il Senato, e biglietti di banca da gonfiare il portafogli ... Ma a gonfiarli il meno possibile ci penso adesso io, io libraio, libraio libraio …».

 

 

  Lucio D’Ambra, Ricordi di vita letteraria. Il Balzac del 1900, «Il Regime fascista. Cremona Nuova», Cremona, Anno VII, N. 205, 31 Agosto 1928, p. 3.

 

  [Su: Paul Adam].

 

  Alimentazione divorante, chè Paul Adam assorbiva un libro in un’ora e si vantava di leggere tre o quattro righe contemporaneamente, come Balzac, come quel Balzac di cui aveva la potenza intellettuale, l’onniveggenza panoramica, la veemenza creativa, la febbrile passione per le idee. E sebbene d’aspetto assai differente, ricordava ancora Balzac in quel suo largo e gonfio torace che sembrava fatto per la lotta e la resistenza, in quel suo collo corto per cui la testa, sembrava piantata direttamente nelle spalle, nel vigor sanguigno che s’agitava in lui quando il fervore di una discussione o l'ardore della opera accendevano il suo volto e gonfiavano tutte le sue arterie. Quand’era davanti alla pagina bianca, con la penna in mano, dietro la sua scrivania, questo grande creatore intellettuale sembrava raccolto violentemente in uno sforzo fisico. Egli vedeva, anche se scriveva una lettera e poneva su un suo libro una di quelle sue dediche suonanti ch’erano squilli di fraternità latina chiamati a raccolta i mediterranei d’ogni parte del mondo, le arterie su le tempie, gli si gonfiavano e, accelerate, pulsavano ... […].

  Come il suo Dio Balzac, adorava nella letteratura la potenza più che la grazia e voleva anche, come numero, realizzare— come Balzac — un’opera che avesse proporzioni di monumento. […].

  Questo gli piaceva di essere come piaceva a Balzac: essere un meraviglioso spettacolo letterario, un récord di fecondità e di genialità. Ed era pronto per questo a morire di fatica come Balzac e come infatti morì. […].

  E concludeva: «E l’ho fatto. Ma non posso ancora riposarmi. La mia anima è piena di echi e di voci che comandano. Ho altri ordini per il mio lavoro».

  E si rimetteva, impettito, altero, tenace, fiero della sua opera, sicuro della sua gloria, come Balzac, a lavorare ...

 

 

  Elisa Denina, Honoré de Balzac. Sa vie, in Honoré de Balzac, Eugénie Grandet […], Milan, Charles Signorelli – Éditeur, 1928, pp. 5-6.

 

  Honoré de Balzac naquit à Tours en 1799 d’une mère parisienne et d’un père languedocien, d’abord avocat au conseil sous Louis XVI et passé depuis dans l’administration de la guerre. Le jeune Honoré commença ses études au collège des Oratoriens do Vendôme, fort célèbre alors, où il resta sept années. A l’insu de ses professeurs, il dévora une grande quantité de livres, au point que, le cerveau surexcité par des lectures supérieures à son âge, il finit par tomber malade. Revenu chez lui, il fut quelque temps élève au collège de Tours et en 1814 il suivit ses parents à Paris où il acheva ses études. En 1816, ses classes terminées, il entra dans l’étude d’un notaire, puis dans celle d’un avoué afin d’y apprendre les détails de la procédure. A vingt et un ans, il avait terminé son droit et passé ses examens; son père rêvait de le faire entrer chez un de ses amis, notaire à Paris, qui lui aurait même laissé son étude après quelques années de stage. Mais depuis longtemps, la littérature l’attirait. Il obtient enfin l’autorisation de s’installer à Paris, dans une mansarde. M. de Balzac qui ne croyait guère au succès de son fils, lui fait une pension tout juste suffisante pour ne pas mourir de faim; peut-être espérait-on qu’un peu de misère ramènerait Honoré à la soumission.

  Au contraire, il s’accommoda de ce régime. «Travailler», écrivait-il lui-même, «c’est me lever tous les jours à minuit, écrire jusqu’à huit heures, déjeuner en un quart d’heure, travailler jusqu’à cinq heures, dîner, me recoucher et recommencer le lendemain». Balzac s’essaie d’abord au théâtre; il fait une tragédie en cinq actes, Cromwell, qui, lue devant ses parents et ses amis, est unanimement jugée médiocre.

  On veut le détourner de la littérature, mais il s’obstine et il entreprend, en attendant mieux, une série de romans qu’il publie sous des pseudonymes et qui ne méritent pas encore le succès. En 1829 il publie sous son vrai nom Les Chouans intitulé d’abord Le dernier des Chouans. Le succès qu’il obtient le pousse à peindre les mœurs contemporaines. Il donne La physiologie du mariage et La peau de chagrin (1830). Dès lors il est célèbre. En vingt ans parurent tous ses autres romans qu’il rassembla sous le titre de Comédie Humaine. Son travail lui rapporta beaucoup, mais il dépensa toujours plus: aussi ne cessa-t-il de se débattre contre les créanciers et les usuriers jusqu’à la fin de sa vie. Il avait naturellement le goût du luxe et surtout la passion dispendieuse des objets d’art: bijoux, tapisseries, vieux meubles, etc. Joignons à cela la manie des spéculations dans lesquelles il se ruine. D’abord il s’improvise imprimeur et il entreprend de publier à bon marché des éditions des classiques. Mais l’affaire ne réussit pas, il est obligé de vendre son imprimerie et il reste avec un passif de cent vingt-cinq mille francs. Une antre fois il entreprend, dans les mines de Sardaigne, la recherche de l’argent que les Romains peuvent y avoir laissé. Un ou deux ans avant sa mort il s’enflamme pour l’idée d’amener 60.000 chênes de Pologne en France pour les revendre avec un million de profit. Autre rêve chimérique! Pour solder ces dettes et pour vivre, il dut produire incessamment du travail; il passe les nuits à la besogne et ne se soutient que par l’abus du café. Ce qui aide Balzac dans son épuisante production, c’est d’abord sa vigueur physique. D’après ses portraits, il est solide, trapu, avec une charpente massive, des épaules larges, un cou puissant. Il est jovial, cordial, un peu grossier parfois, mais foncièrement bon. Sa Correspondance intime nous révèle un cœur généreux, expansif qu’aucune (sic) déboire n’a jamais pu aigrir. Il y avait en lui une exubérance naturelle, une richesse de sève qui en firent le plus fécond et le plus puissant des romanciers français.

  Il mourut en 1850, emporté par une maladie de cœur.

  Il avait épousé peu d’années auparavant Mme Ève de Hanska.

 

Œuvres principales.

 

  La Comédie Humaine comprend :

  Scènes de la vie privée - (La maison du chat qui pelote. - La femme de trente ans. - La Grenadière. - Le colonel Chabert).

  Scènes de la vie de province. - (Eugénie Grandet. - Le lys dans la vallée. - Ursule Mirouet).

  Scènes de la vie parisienne. - (Le père Goriot. - César Birotteau - Histoire des treize. - La cousine Bette. - Le cousin Pons).

  Scènes de la vie politique. - (Une (sic) épisode sous la Terreur. - Une ténébreuse affaire).

  Scènes de la vie de campagne. - (Le médecin de campagne. - Le curé de village. - Paysans).

  Scènes de la vie militaire. - (Les Chouans).

  Études philosophiques. - (La peau de chagrin. - La recherche de l’absolu - Séraphita).

  Etudes analitiques. (sic) - (La physiologie du mariage. - Les petites misères de la vie conjugale).

  Il reste, encore en dehors les Cent contes drôlatiques.

 

 

  Elisa Denina, Jugement sur Balzac, Ibid., p. 7.

 

  Balzac doit être considéré comme l’initiateur du roman réaliste en France, malgré ce quelque chose de surabondant et d’excessivement imaginatif que l’on retrouve aussi dans son œuvre et qui est un des caractères du romantisme. Le premier, il a fait du roman une œuvre documentaire, c’est-à-dire une œuvre d’observation et d’analyse.

  On remarque dans les romans de Balzac une grande exactitude descriptive, une recherche étonnante des détails; il est très scrupuleux sur la vraisemblance extérieure, il entreprend même des voyages pour étudier sur place la scène d’un roman. Il a d’ailleurs le don de saisir la physionomie des objets et de l’exprimer avec un relief surprenant. Non seulement il poursuit la vérité dans la description des lieux où se déroule l’action de ses romans, mais encore il poursuit cette vérité dans les détails techniques ou financiers de certains de ces livres. César Birotteau est un modèle de cette précision de détails.

  Un autre trait révèle chez Balzac le romancier réaliste. C’est le penchant à décrire les côtés sombres de l’humanité; il est attiré surtout par le laid, l’ignoble, il aime à promener le lecteur dans des maisons misérables et à dévoiler les passions qui s’y cachent, en même temps qu’il nous représente les hautes classes de la société, souillées de vices. Il ne croit pas aux nobles sentiments, il décrit l’homme pour décrire, avec l'indifférence d’un naturaliste décrivant un insecte. Aussi ne fait- il pas de psychologie profonde, mais il crée des types, mus uniquement par une passion forte: l’avarice chez Grandet, la jalousie chez la cousine Bette, la débauché chez Hulot, la manie des grandeurs chez César Birotteau, etc. Comme il aime à peindre le mal, presque tous les grands personnages de la Comédie Humaine, symbolisent un vice.

  En représentant les mœurs de son temps, Balzac n’a pas peint avec le même succès toutes les classes sociales. Il réussit moins dans la peinture du monde aristocratique, il peint aussi rarement les paysans; où il excelle, c’est dans la peinture de la bourgeoisie.

  «Balzac», dit Lanson, «est le peintre vigoureux et fidèle d’un moment et d’une partie de la société française; il a représenté la bourgeoisie, cette bourgeoisie parisienne et provinciale, laborieuse, intrigante, servile, égoïste qui voulait l’argent et le pouvoir, qui allait à la fortune par le commerce et l’industrie, qui à la seconde génération se décrassait par les titres et les places».

  L’écrivain est faible chez Balzac; son style est torturé, plein d’incorrections et il manque souvent de sobriété. Il faut chercher la cause de cela dans la hâte fiévreuse qu’il apportait dans toutes ses compositions Dans sa Correspondance il dit: «Le, secret de Ruggieri a été écrit en une nuit; La Vielle Fille en trois nuits; — La Perle brisée en quelques heures d’angoisses physiques et morales ».

  Mais ces défauts ne l'empêchent pas d’être le maître incontesté du roman français. Il a fait du roman l’image complète de la vie sociale ; il a créé des types inoubliables et qui sont de tous les temps. C’est le plus puissant et le plus fécond des peintres de la vie humaine.

 

 

  Albert Ferrante, [Introduction à] Honoré de Balzac, Eugénie Grandet […], Palermo, Ant. Trimarchi – Editore, 1928, pp. 3-8.

 

I. – Biographie.

 

  Honoré de Balzac naquit à Tour (sic), le 20 mai 1799. Il fit des études assez médiocres, d'abord au collège de Vendôme, ensuite à Paris. Il commença son droit en 1816. En même temps, il lut toute espèce de livres, dont quelques-uns laissèrent un souvenir ineffaçable dans sa mémoire.

  Ses parents voulaient acheter pour lui l’étude de notaire ou d’avoué, mais le jeune Honoré, attiré irrésistiblement vers la littérature. n’en voulut entendre parler à aucun prix.

  Toutefois il accomplit un assez long stage chez Me Guyonnet-Merville, avoué. Cet apprentissage ne lui fut pas inutile, car «derrière les remparts poussiéreux des dossiers et des cartons verts, toute la vie avec ses luttes, ses bassesses, ses turpitudes et ses grandeurs lui apparut dans la personne des plaignants, des justiciables, des avoués, des magistrats, des recors. Tout un monde s’ouvrit à ses yeux, dans lequel il n’aura, plus tard, qu’à puiser pour trouver des sujets de romans».

  En 1820 Balzac abandonna sa procédure. Depuis cette année jusqu’en 1829, il brocha d’abord des romans très médiocres, qu’il ne signa même pas de son nom, et ensuite il entreprit une spéculation d'imprimerie, qui l’endetta pour tout le reste de sa vie.

  Il retourna alors à la littérature, et en 1829 il publia son roman les Chouans. Cette œuvre est le commencement d’une série ininterrompue de romans, une quarantaine en vingt ans. Cet effort formidable coûta la vie à Balzac, qui mourut encore jeune, à cinquante et un ans.

  À cause de sa mauvaise spéculation industrielle, il avait contracté des dettes, qui s’accrurent toujours davantage, à la suite de nouvelles affaires, toujours désastreuses, faites pour réparer aux mauvaises conséquences de la première. Pour payer toutes ses dettes, mais pourtant sans y réussir jamais, il se condamna à un labeur effrayant. Il ne dormit que de sept heures du soir à une heure du matin, et pendant les dix-huit heures qu’il restait éveillé, il travailla sans relâche, en buvant ou en mâchant du café pour ne pas s’endormir. Pendant les vingt ans de ce labeur héroïque, paraissent coup sur coup des romans, dont l’ensemble, appelé par Balzac la Comédie humaine, forme comme une synthèse de la société française de son temps.

  Balzac mourut épuisé le 19 août 1850. Cinq mois auparavant il avait épousé M.me Hanska, une grande dame polonaise, une arrière-petite cousine de Marie Lesczynska.

  «Cette vie, dit excellemment M. A. Le Breton, où le draine de l’argent a la tragique outrance et la beauté d’un drame de passion, cette vie qui est hallucination continuelle et continuel paroxysme, elle est le plus typique des romans de Balzac, elle est le roman balzacien par excellence».

 

II. – La Comédie humaine.

 

  La Coméide humaine se divise en séries, dont chacune contient plusieurs romans; — Scènes de la vie privée (la Femme de trente ans; la Maison du chat qui pelote; le Colonel Chabert); scènes de la vie de province (Eugénie Grandet; le Lys dans la vallée); scènes de la vie parisienne (le Père Goriot; Grandeur et décadence de César Birotteau; la Maison Nucingen; la Cousine Bette; le Cousin Pons); scènes de la vie politique (Une ténébreuse affaire; le Député d’Arcis); scènes de la vie militaire (les Chouans); scènes de la vie de campagne (le Médecin de campagne; le Curé de village; les Paysans); études philosophiques (la Recherche de l’absolu); études analitiques (sic).

  La plupart des personnages de ces romane reparaissent de l’un à l’autre, et ont entre eux des rapports de famille et de société, Cette idée lui vint à cause de l’influence qu’exerça sur lui Geoffroy Saint-Hilaire, savant français, dont il fréquenta souvent les cours. Ayant remarqué que les animaux se divisent en genres, en sous- genres, en espèces, il se persuada que la société humaine n’est pas composée «d’individus disparates, sans autres liens entre eux que les caractères physiologiques de l’animal humain», mais au contraire de catégories diverses, que Balzac entreprit de rechercher et de décrire. Son intention est donc d’écrire «l’histoire naturelle» de l’homme, ou, pour mieux dire, de reproduire exactement la société française à l’époque de la Restauration.

  Balzac est un des plus grands créateurs d’âmes de la littérature française. Dans la Comédie humaine il y a une grande foule de personnages qui sont dépeints avec le souci constant de copier le réel. En effet, ils paraissent tous très vrais, d’une vérité photographique, si l’on peut dire. Les qualités morales de quelques-uns d’entre eux, bonnes ou mauvaises, mais plus spécialement mauvaises, sont étudiées avec un soin méticuleux, et peints d’une touche plus ferme et plus sûre. Ces personages (sic) d’une taille plus grande que l’ordinaire, et qui dépassent les limites d’une époque et s’appliquent à l’humanité de tous les temps, sont alors des types, qui rivalisent par la profondeur de l’observation, avec ceux de Molière lui-même.

  «Balzac est le peintre vigoureux et fidèle. dit Mr. G. Lanson dans son Histoire de la Littérature française, d’un moment et d’une partie de la société française; il a représenté cette bourgeoisie parisienne et provinciale, laborieuse, intrigante, servile, égoïste, qui voulait l’argent et le pouvoir, qui allait à la fortune par le commerce et l’industrie, qui à la seconde génération se décrassait par les titres et les places ... On reste saisi par cette puissance créatrice; tous les romans qui se tiennent et se relient, ces individus qu’on retrouve d’une œuvre à l’autre à toutes les époques de leur carrière, ces familles qui se ramifient et dont on suit l'élévation ou la décadence, tout cela forme un monde qui donne la sensation de la vie ... L’œuvre de Balzac, par cette cohésion et par la puissance d’illusion qui en résulte, est unique ».

 

III. – Eugénie Grandet.

 

  Eugénie Grandet est l’œuvre vraiment classique de Balzac. Cette qualité lui vient de la simplicité de son sujet, de l’ordre et de l’harmonie qui règne dans toutes ses parties, de l’étude puissante des sentiments humains, de la sévérité de son style, de la langue, qui est en général simple, sobre, assez proche de la tradition, et pure de néologismes.

  Ce chef-d’œuvre est principalement l’histoire d’un avare.

  Le père Grandet est le plus riche propriétaire de Saumur. Il demeure avec sa femme et sa fille unique, Eugénie, dans une vieille maison, qui n’est nullement en rapport avec son immense fortune. Il n’a qu’une servante, fidèle et soumise comme une esclave. Deux prétendents (sic), appartenant aux deux plus importantes familles de Saumur, un jeune homme, Adolphe des Grassins, fils d’un banquier, et un magistrat, le président de Bonfons, aspirent à la main de mademoiselle Grandet, alléchés par sa dot. Pendant que les deux familles se font la guerre, pour la conquête de la fortune du vieil avare, le neveu de ce dernier, Charles Grandet, arrive inopinément de Paris chez ses parents de Saumur, qu’il ne connaissait pas encore. Il est envoyé exprès par son père, qui avait décidé de se tuer bientôt après le départ de son fils, à cause de mauvaises affaires dans le commerce, dont la conséquence est une faillite inévitable. Pendant le séjour de Charles chez son oncle, Eugénie devient amoureuse de son cousin, et celui-ci d’elle. Après une promesse solennelle, ils se séparent; Charles part pour les Indes, dans l’intention de refaire sa fortune. Pendant les douze années de son absence, Eugénie perd ses parents; d’abord sa mère, ensuite son père, qui laisse un héritage extraordinaire, plus de dix-huit millions. Elle reste toujours fidèle à son cousin, mais celui-ci, après avoir amassé une grande fortune, revient en France pour épouser, non pas sa cousine, mais une demoiselle appartenant à une famille noble, avec laquelle il s’était déjà fiancé. Les anciens créanciers de son père, apprenant qu’il est de retour à Paris, et qu’il est riche, exigent le payement de leurs crédits. Grandet refuse. On va déclarer en faillite son père. Mademoiselle. Eugénie apprend par les journaux, non seulement la trahison de son cousin, mais aussi la difficile situation où il va se trouver. Femme sublime, elle pardonne et paye du sien les dettes du père de Charles.

  Dans toute cette histoire le père d'Eugénie joue le premier rôle. Toutes ses spéculations commerciales lui réussissant très bien, à cause de son habileté, il a gagné des sommes considérables. Il exploite les familles des deux prétendants de sa fille, le banquier, père du jeune homme, et le notaire, oncle du président. Il a réduit sa femme à une espèce d’ilote; non seulement elle n‘a de volonté que celle de son mari, mais en outre elle ne dispose d’aucun argent, quoiqu’elle ait apporté à son mari une riche dot, et qu’elle ait fait des héritages considérables. Il exploite aussi sa servante, jeune fille primitive et dévouée comme un chien. Elle ne reçoit qu’un mince salaire et est obligée à faire toute espèce de service dans la maison. Lorsque son frère se tue à Paris, et que son neveu, son unique neveu, se désespère sincèrement, le père Grandet ne s’en émeut point et le laisse partir pour les Indes.

  Le vieil avare n’a d'autre affection que pour sa fille, mais il l’aime à sa façon. Il s’acharne même contre elle, lorsqu’il apprend qu’Eugénie a prêté de l’argent à son cousin, pour laider à sacheter de la pacotille avant de partir pour les Indes.

  Dans les dernières années de sa vie, la passion du père Grandet pour l’argent, tourne à l’idolatrie (sic) physique de l’or. Il se fait mettre des pièces d’or sur une table et s’extasie en les regardant fixement.

  Le père Grandet fait naturellement penser à un autre avare, à Harpagon. Mais quelle différence entre les deux! Harpagon, étant d’une riche famille bourgeoise, est né riche; le père Grandet est né pauvre, et de son ancienne profession de tonnelier il parvient, peu à peu, par ses mains et sa tête, à la richesse, dont il n’a d’autre plaisir que celui de la posséder et de l’augmenter sans cesse. Voilà donc un homme bien équilibré, et s’il réussit toujours bien dans ses affaires, ce n’est pas parce qu’il a de la chance, mais parce qu’il a une robuste santé morale, qui le guide avec une sûreté étonnante dans tous ses calculs. Harpagon est avare par manie; voilà pourquoi il s’expose assez souvent au ridicule. Que dire lorsqu’il pense épouser, à soixante ans, une jeune fille de dix-huit ans ! Aucune de ces faiblesses chez l’ancien tonnelier Grandet. Son avarice est un vice très grave, il est vrai, qui lui fait commettre bien des cruautés contre sa femme, contre sa fille même, qui est le seul être qu’il aime réellement; mais son vice n’est pas une manie. Il a un but; il veut amasser des biens considérables,, et il réussit toujours dans ses spéculations, parce qu’il sait juger des hommes et des choses avec une finesse étonnante. Lorsque son vice devient une espèce de morbide adoration pour le précieux métal, son physique est déjà très grièvement atteint et, naturellement, son intelligence aussi.

  La fille de Grandet, mademoiselle Eugénie, est, après son père, le personnage le plus intéressant du roman. Elle a appris de sa mère à se dévouer, à se sacrifier même, pour les autres; une maîtrise d’elle-même et une grande fermeté d’esprit sont les qualités qu’elle a reçues de son père. Ces deux aspects de son caractère se manifestent principalement, d’abord, pendant les luttes qu’elle soutient avec son père, ensuite dans les décisions qu’elle prend après la trahison de son cousin.

  Au second pian, Balzac nous montre toutes les intrigues tramées autour de la dote d’Eugénie par la coterie des Cruchotins et celle des Grassinistes; cela lui offre l’occasion de faire une étude très savoureuse de mœurs provinciales.

 

 

  Umberto Fracchia, L’ultimo Proust, «Corriere della Sera», Milano, Anno 53, N. 34, 9 Febbraio 1928, p. 3.

 

  Sono state rilevate dai critici e dai biografi certe affinità che avvicinano Proust a Balzac e che si riducono al senso sociale e storico in entrambi sviluppatissimo e all’avere l’uno e l’altro scelto come tema della loro opera l’analisi e la documentazione della storia contemporanea. Lo stesso Proust chiamava balzachiano il piacere che egli provava nello studio scrupoloso dei rapporti sociali, delle parentele e discendenze dei suoi innumerevoli personaggi. Così, come abbiamo un Repertorio della Comédie humaine, avremo anche tra poco un Repertorio di À la recherche du temps perdu che conterrà non solo l’elenco, in ordine alfabetico, di tutte le persone del romanzo, ma anche l’indice dei loro sentimenti che sono poi le loro vere azioni.

 

 

  Umberto Fracchia, Villa Dupoy, «Corriere della Sera», Milano, Anno 53, N. 310, 31 Dicembre 1928, p. 3.

 

  Questa non è più Villa Dupoy, ma lo spettro del suo rudere non lontano. E «Villa Lord Byron» sta già quasi scritto su quel pilastro come Bosco o Landa in una scenografia shakespeariana, o come Rembrandt, o Tiziano nei cartelli che Balzac appendeva alle nude pareti della sua pinacoteca.

 

 

  Arnaldo Fraccaroli, Saloni letterari, «Corriere della Sera», Milano, Anno 53, N. 209, 2 Settembre 1928, p. 3.

 

  Saloni letterari sono esistiti e si trovano ancóra in tutto il mondo: esempio luminoso del passato le accademie italiane. L’ultimo vero salotto italiano fu certamente quello della contessa Maffei, che non era contessa, al quale Raffaello Barbiera con la sua bella passione di indagatore ha dedicato un volume pregevolissimo. Ma l’ambiente speciale per questi specialissimi convegni di letterati è stato ed è Parigi.

  Parigi, diceva Balzac che si faceva chiamare de Balzac, non è una città: è un libro, un libro da leggere e da scrivere, la patria della carta stampata. Forse per questo, nell’orgasmo di liberarsi dai debiti, volle piantare una tipografia per far danaro. E fece fallimento.

 

 

  Théophile Gautier, Io e le mie bestie. Prima versione italiana di Enrico Piceni. Disegni di U. C. Veneziani, Roma, A. F. Formíggini Editore, 1928 («Classici del Ridere», 73).

 

Le mie bestie. II. Dinastia bianca, pp. 44-57.

 

  pp. 48 e 51. Don Pierrot di Navarra ebbe una compagna della sua stessa razza, e non meno bianca di lui. […].

  Fu battezzata Serafita, in memoria del romanzo swedenborghiano di Balzac.

 

 

Il boccale di punch, pp. 119-158.

 

  p. 121. L’orgia scapigliata.

O. De Balzac.

 

  p. 124. Non c’è bisogno di farti notare, giudizioso lettore, che questa descrizione è veramente superba e composta secondo le più moderne ricette. Essa non cede a nessun’altra, fuorchè a quelle del signor di Balzac, il solo che riesca a farne di più lunghe.

  p. 132. – Sì, sì! Un’orgia piramidale, fenomenale! – gridarono insieme tutti quei pazzerelloni. – Un’orgia folle, scapigliata, urlante, come ne La Pelle del signor di Balzac, come in Barnave del signor Janin, come ne La Salamandra del signor Eugène Sue, come ne Il Divorzio del «Bibliofilo Jacob!». […].

  I Janinfili o Janilatri o Janiniani, giacchè queste tre parole sono di una composizione ugualmente regolare, andarono a mettersi dalla stesa parte del Balzacchiani.

  p. 134. Mi sembra difficile conciliare la sala da pranzo del milionario del signor di Balzac con la cucina di P. L. Jacob, la casetta del signor Jules Janin con la locanda di San Tropez del signor Eugène Sue.

  pp. 138-139. Si misero tutti a posto: i Balzacchiani e gli Janinlatri dalla parte aristocratica, gli altri più in giù: ma la cosa più spassosa era che a fianco d’ogni piatto stava un esemplare o di Barnave, o de La Pelle, o de La Salamandra, o de La Danza Macabra, aperto precisamente alla pagina dell’orgia, acciocché ciascuno potesse seguir con puntualità il libro, e mantenerne con coscienza il carattere.

  I primi piatti furon vuotati, le prime bottiglie mostrarono il fondo senza che nulla accadesse di notevole, senza che nulla di superlativo venisse detto. Un tintinnio di bicchieri e di forchette, un rumore di deglutizione e di masticazione, rotto qua e là da qualche risata stridente era tutto quel che si sentiva.

  Di tanto in tanto una pagina di libro si piegava con un esile fruscio sopra un’altra pagina.

  — Diavolo! sono ancora alla descrizione del primo servizio, disse un Balzacchiano. Questo briccone di un Balzac non la finisce più: le sue descrizioni han questo di comune con le prediche di mio padre.

  p. 149. Riprendo il dialogo.

  TeodoroE’ adesso che devo versare il vino nel mio panciotto, e dar da bere alla mia camicia. La cosa è detta a pagina 171 de La Pelle di Zigrino. Ecco il passo. Diavolo, è precisamente il mio più bel panciotto, un panciotto di velluto, con dei bottoni a sbalzo. Non importa, bisogna che il carattere sia conservato: roviniamo il panciotto.

 

Dell’obesità in letteratura, pp. 159-168.

 

  p. 164. Quanto al più fecondo dei nostri romanzieri, il signor di Balzac, egli è un muid piuttosto che un uomo. Tre persone che si tengan per la mano, non possono riuscire ad abbracciarlo, e ci vuole un’ora per girargli intorno. Egli, poi, è obbligato a farsi cerchionare come una botte, per paura di scoppiar dentro la propria pelle. […].

  [Su A. Dumas], p. 165. E’ un signor di Balzac passato al laminatoio.



  Cipriano Giachetti, Napoleone, l’“Aiglon” e i posteri, «La Gazzetta di Puglia. Corriere delle Puglie», Bari, Anno XLII, N. 177, 26 luglio 1928, p. 3. 

  Tutto il secolo che succede a Napoleone è impregnato della sua gloria: il suo nome e l’incubo dei sovrani e degli uomini di Stato: la letteratura ne è piena: l’opera di Balzac è un’opera schiettamente napoleonica per l’intensità quasi sovrumana dello sforzo intellettuale, le sue proporzioni, il carattere di gigantesca battaglia che essa assume.

 

 

  Jerome K. Jerome, Appunti di romanzo. Versione di Silvio Spaventa Filippi; con disegni di Evaristo Cappelli, Roma, A. F. Formíggini Editore, 1928.

 

Capitolo VII.

 

  L’uomo è capace di riforma? Balzac dice di no. Fin dove la mia esperienza arriva, essa s’accorda con quella di Balzac — una circostanza di cui gli ammiratori di quell’autore son liberi di fare quell’uso che vogliono.

 

 

  Lector [Angiolo Orvieto], Ex-libris. L’Italia in Balzac, «Il Marzocco», Firenze, Anno XXXIII, N. 14, I° aprile 1928, pp. 1-2.

 

  Nella «Biblioteca rara» del Perrella un volumetto di recente pubblicazione che s’intitola L’Italia nella Commedia Umana, affronta ancora una volta il problema dei rapporti fra Balzac e l’Italia. Problema periodico nella critica, come altri del genere, e di cui le soluzioni si avvicendano senza che nessuna possa dirsi definitiva.

  Maria Pisani, che è l’autrice del volumetto[6], porta al tema il contributo di una diligentissima esposizione senza sfoggi di straordinarie informazioni intorno alla straordinaria bibliografia di Balzac, la quale – come è noto – continua tuttavia ad arricchirsi per carteggi e documenti memorialistici e per gli inediti più diversi: più utili spesso a soddisfare la curiosità pettegola che non a nutrire la cultura dei lettori. L’autrice ha in sostanza una tesi da dimostrare o piuttosto si assume il compito di ribattere una tesi la quale ebbe per il passato fautori e credito più che non ne abbia oggi.

  Che Balzac sia stato un detrattore dell’Italia, da giudicarsi ostile cioè al paese e agli abitanti, perché in una conversazione fatta a tavola si dimostrò mediocre estimatore dei «Promessi Sposi» potè pensarlo la critica romantica che fu pronta ad onorare di lunghe polemiche quei discorsi di mensa mondana confondendo, da perfetta romantica i valori letterari o critici coi valori politici e sociali e innalzando a delitto una incomprensione che, come scrive la stessa autrice, se «poteva riuscire penosa al nostro amor proprio di italiani» era, nel romanziere francese, logica e naturale.

  Ma a noi non può sembrare strano, oggi, il capo d’imputazione e quasi quasi superflua una difesa che intenda a fare assolvere il romanziere francese da questo delitto di incomprensione. Facile difesa alla quale non si limita lo studio della Pisani la quale vorrebbe indurci a conclusioni opposte a quelle che fomentarono gli sdegni romantici. Si veda l’ultima paginetta del libro nella quale è detto che se dall’esame approfondito dei vari aspetti della questione – che danno il titolo a tre capitoli del libro stesso – «Come Balzac giudico l’Italia e gli Italiani», «Gli Italiani inventati da Balzac», «La storia e l’arte d’Italia nelle opere di Balzac» – riappare, nelle sue linee essenziali la figura del grande scrittore francese quale già per altri documenti la conoscevamo, risulta anche, che – coerentemente alle preferenze e attitudini innate – egli non fu scarso estimatore nè giudice maliziosamente iniquo della nostra nazione e che di questa, oltre che la vita, sentì l’arte, da un minimo di attenzione e di interesse per l’architettura fino ad un massimo di adesione e di esaltazione per la musica. E non è dir poco. Ma più ancora è dire che Balzac «per tanti rispetti poteva in essa (nazione, e cioè in Italia) sentirsi concittadino».

  Ora l’errore essenziale del libro e della tesi si rivela proprio nell’ultima conclusione. Cercare di far di Balzac un italianisant secondo la moda dei tempi, quasi un secondo Beyle, è vano e insostenibile anche se le dieci, dediche di racconti e romanzi agli amici d’Italia dimostrino che egli aveva fra gli Italiani qualche ottima conoscenza, qualche donna di cui era vivace ammiratore, qualche personalità come quella di Michelangelo Caetani di cui, oltre che la nobiltà della stirpe, doveva pregiare l’altezza dell’animo e dell’intelletto.

  Un minimo particolare varrà come una confessione delle più esplicite, servirà a persuaderci, se pur ce ne fosse bisogno, che l’autore della «Commedia umana» — assorto in una finzione cosmica che era per lui il mondo della realtà assai più di quello in mezzo al quale si era trovato a vivere — non avrebbe mai pensato di esser messo in questa categoria. Nel più italiano dei suoi racconti «Massimilla Doni» si legge – e la frase è riportata nel libro della Pisani – che in Italia la conversazione domina sovrana nei palchi a teatro: in quei palchi «che uno di coloro che meglio hanno osservato l'Italia, Stendhal, ha definito salottini di cui le finestre danno sopra un parterre». Nonostante le sue tre o quattro corse in Italia, le belle donne ammirate, le dediche dei libri e il motivo estetico che ricorre frequente nella «Commedia», nonostante i pochi personaggi di nazionalità italiana che sornuotano nel mare magnum del repertorio — gli opportuni riscontri si potranno fare nel volume testé ristampato di Anatole Cerfberr e Jules Cristhophe (sic) - bisogna piuttosto concludere che l’Italia e gli Italiani hanno ben scarsa importanza nell’opera di Balzac, di cui «Massimilla Doni» o «Gambara» o «Facino Cane», e tanto più i «Proscritti», sono episodi minimi, quasi trascurabili.

  Il mosaico encomiastico che l’autrice ha composto faticosamente con brani trascelti da questi e da altri racconti prova ben poco. Se da Massimilla Doni si può ricavare qualche tratto di simpatica adesione alle aspirazioni patriottiche che pur fervevano negli animi degli Italiani nella prima metà del secolo XIX, non si va oltre una nota comune a tanti scrittori del tempo. Se Balzac dimostra di intendere come la grandezza delle tradizioni artistiche e scientifiche e letterarie e il retaggio di una civiltà sovrana debbano assicurare migliori destini al paese, dà semplicemente una prova di intelligenza della quale nessuno vorrà meravigliarci in tale uomo, senza arrivar per questo a sottoscrivere attestazioni di gratitudine, come all’autrice pare di dovergli rilasciare, per «aver sentita viva e potente l’idea italiana, se non ancora nella liberazione e nell’unità della patria, nella fecondità e nella gloria dei suoi geni creatori». I brani trascelti dall’opera e dalla corrispondenza con minuziosissima cura e relativi a cose e a persone d’Italia — paesaggio e costumi, folklore, psicologia individuale e collettiva – anche quando intervenga l’iperbole — non valgono certo a fare di Balzac un italianisant.

  L’autrice ha perfettamente ragione quando rimprovera a critici miopi o avventati di non intendere il valore dell’elemento personale nei giudizi, e tanto più nelle impressioni italiane di Balzac. È assurdo interpretare come segno di ostilità contro un paese o contro i suoi abitanti il malumore che fa tutto vedere in nero e che dalla nostalgia di una persona prende argomento per sentire avversione ai luoghi dove ella non è, ansia di trovarsi dove ella si trovi. Ma non si può pretendere di additare una penetrazione tipica — quella penetrazione di sentimento e di stile che sola può esser presa in considerazione trattandosi di un artista come Balzac — in frasi di magniloquente ammirazione o di generico entusiasmo come quelle che parlano del «gotico puro» da cui a Venezia il romanziere era commosso fino alle lacrime, o le altre dove la Basilica è chiamata «originalmente sublime» o quelle infine dove egli esprime il voto di essere amato da una donna sulle rive dell’Arno e dove è detto che chi contempli «gli amorosi paesaggi di Fiesole si crede in Paradiso».

  Senza farne carico d prodigioso scrittore, il quale avendo creato un suo mondo è dispensato dal pronunziare parole rivelatrici su quello che non gli appartiene, dobbiamo piuttosto riconoscere che l’Italia, e soprattutto l’arte italiana in talune delle sue più celebri manifestazioni e in taluno dei suoi più gloriosi rappresentanti, non lo porta oltre la valutazione comune che si limita al sonante aggettivo. Lo riconosce l’autrice quando scrive: «Tutto ciò non è molto; per certi aspetti anzi (Leonardo, Michelangelo pittore ecc. ecc.) è addirittura poco». Ammettiamo volentieri che per la musica, per qualche esecutore e per qualche compositore, e segnatamente per Rossini, ci sia qualche cosa di più. Neppure il «crescendo» musicale vale certo a spostare i termini della questione, come non valgono a spostarla le figure di nazionalità italiana inventate da Balzac sulle quali pure indugia con meticolosa attenzione l’autrice o mettendone in rilievo i tratti di simpatica nobiltà — ove sia possibile — o dimostrando – e la dimostrazione è delle più facili — che il personaggio sgradevole, o peggio, non può compromettere il paese d'origine. Col pessimismo crudele di Balzac il quale pur con amarezza ha visto turbinare nella fantasia e, quel che è peggio, trionfare anime abbiette che egli andava estraendo dalla società francese dei primi decenni dell’ottocento, le suscettibilità di carattere nazionale non possono trovar posto. Se lo trovassero, che dovrebbe dire la Francia?

  Vorrei anche aggiungere che l’ammirazione per lo scrittore, che come aquila vola in un mezzo secolo se non in un secolo intero di romanzo, non dovrebbe indurre, come ha indotto l’autrice, in paralleli dove il volo retorico prevale sulla sottile e acuta valutazione. Se. Per esempio, si riavvicinino Balzac e Michelangelo, detti «uomini congeniali», perché «videro l’uno e l'altro la realtà così ingigantita che ne foggiarono una rappresentazione soprannaturale». Dove non è chi non veda che qui, per Balzac, si scambia la potenza gigantesca del soggetto che crea, col gigantesco e il soprannaturale dell’obbietto rappresentato. Non è facile arrivare dal Père Goriot, dalla Cousine Bette e magari dai Paysans e dagli Chouans alla vòlta della Sistina.

  E se infine è giusto sostenere, come sostiene e dimostra l’autrice, che l’incomprensione del Manzoni non è da giudicarsi un delitto per quel Balzac il quale a sua volta trovò fra noi, pure in eminenti personalità come il Tommaseo, critici capaci di chiamarlo «scrivente manierato, senza la potenza di quei che si creano una maniera: pittore minuzioso della parte materiale di certe cose, ignorante «del resto e sterile sì di fantasia sì di affetto», è alquanto ozioso andar cercando, come cerca la stessa autrice, nelle opere di Balzac l’eco di alcune celebri frasi manzoniane che attesterebbero una certa familiarità dello scrittore francese col grande romanzo italiano. Io invece sarei disposto a giurare che quando Balzac parlava della «maestà nativa che hanno certe giovani milanesi figlie magari di portieri, sì che possono prendersi per regine» non pensava affatto alla madre di Cecilia nè alla «bellezza molle ad un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo», e tanto meno pensava al «cielo di Lombardia così bello quando è bello» quando celebrava «le belle genovesi, le creature italiane più magnifiche quando sono belle».

  Né la grandezza di Alessandro Manzoni parrà diminuita se Balzac l’abbia ignorata, come è probabile, o non compresa, come è certo.

 

 

  Achille Loria, Pensieri e soggetti economici in Shakespeare, «Nuova Antologia di Lettere – Scienze ed Arti», Roma, Soc. Nuova Antologia; Milano-Roma Casa Editrice d’Arte Bestetti e Tumminelli, Settima Serie, Volume CCLVIII della Raccolta CCCXXXVI, Fascicolo 1353, 1° Agosto 1928, pp. 315-329.

 

  p. 325. Il re, che l’ha fin qui prediletta, sdegnasi di tale freddezza e le ritoglie la sua terza parte per aggregarla all’altre due; mentre la figlia diseredata va sposa al re di Francia e s’esilia. Ma le due ereditiere non tardano a ripagare il genitore munifico colla più nera ingratitudine; ne assottigliano la scorta, ne censurano gli atti, gli riducono, o contendono l’ospitalità, irridono ai suoi infantilismi senili; legittime precorritrici ed esempio alle due figlie Goriot, di cui Balzac ha scolpito a tratti indelebili la mi sconoscenza e il cinismo.

 

 

  Vittorio Lugli, Il primo romanzo di Flaubert, «Nuova Antologia di Lettere – Scienze ed Arti», Roma, Soc. Nuova Antologia; Milano-Roma Casa Editrice d’Arte Bestetti e Tumminelli, Settima Serie, Volume CCLVIII della Raccolta CCCXXXVI, Fascicolo 1359, 1° Novembre 1928, pp. 34-45.

 

  p. 41. La storia di Enrica, invece, quantunque abbia anch’essa, come il Meister, un significato morale, quasi pedagogico, certo non deve nulla all’opera goethiana. Diverso affatto lo spirito, i modi: insieme con l’esperienza dell’autore, e il suo atteggiamento di fronte alla comune realtà, i precedenti letterari francesi, Balzac e il romanzo romantico-borghese, bastano a spiegarla.

 

 

  Roberto Mandel, Il romanzo storico, «Il Regime fascista. Cremona Nuova», Cremona, Anno VII, N. 235, 5 Ottobre 1928, p. 3.

 

  E all’Hugo, seguì Balzac, romanziere assolutamente attualista.

 

 

  Curio Mortari, Properzio moderno, «La Stampa», Torino, Anno 62, Num. 269, 11 Novembre 1928, p. 3.

 

  Il giornalismo può tutto dare purché — come disse Balzac — si sappia uscirne a tempo.

 

 

  C. N., Notiziario. Balzac, «La Rassegna», Milano-Genova-Roma-Napoli, Società Editrice Dante Alighieri, Anno XXXVI, Numero 5, Ottobre 1928, p. 290.

 

  Era tempo che, per giudicare dei rapporti spirituali fra il Balzac e l’Italia, si ricorresse non tanto ai vieti riferimenti altrui e alle testimonianze dei contemporanei dalle quali è uscito un Balzac detrattore dell’Italia e degli Italiani, quanto all’esame dell’opera stessa balzacchiana. Questo ha fatto Maria Pisani in un pregevole volumetto (il LXXIX-LXXXI) della Biblioteca rara diretta da A. Pellizzari, intitolando il suo lavoro L’Italia nella «Commedia umana» (Napoli, Perrella, 1927, pp. 109). Sono quattro capitoli, nei quali si ricerca quali uomini e cose d’Italia colpirono il Balzac duranti i suoi viaggi; come il Balzac giudicò dell’Italia e degli italiani; quali tipi d’italiani egli creò per le sue opere; quale parte ha in queste la storia e l’arte nostra. Ne vien fuori un Balzac non scarso estimatore, né giudice maliziosamente iniquo della nostra nazione, ma che tale potè apparire per quella sua costante e vivace tendenza a cogliere della vita piuttosto gl’intrecci e i casi particolari che non i moti più sereni e riposati. Il lavoro, al quale aggiungono pregio la vivace spigliatezza della forma e la limpida obiettività dell’indagine, si chiude con un’Appendice riproducente le dieci dediche di opere del Balzac agli amici d’Italia; dediche le quali confermano l’animo intimamente benevolo dello scrittore francese verso la nostra patria.

 

 

  Ada Negri, Le strade, Milano, A. Mondadori Editore, 1928.

 

Il dormiente.

 

  p. 282. Povero e semplice, egli riceveva da Dio la grazia di poter riposare così, in mezzo alla strada, con la fiducia d'un bambino in braccio alla mamma. Ripensavo, guardandolo, ad una frase del Balzac: «La force cubique de l’ignorance heureuse». [Citazione tratta da: Séraphîta].

 

 

  Ferdinando Neri, Gli studi franco-italiani nel primo quarto del sec. XX, Roma, Fondazione Leonardo per la cultura italiana, 1928 («Guide bibliografiche»).

 

  Riferimenti a Balzac sono presenti alle pp. 13; 96; 221; 231; 242; 276-277; 284; 303; 312; 325; 355.

 

 

  Ferdinando Neri, Critici europei. Thibaudet, Curtius, «La Stampa», Torino, Anno 62, Num. 176, 25 Luglio 1928, p. 3.

 

  Il suo libro più «costruito» e più saldo è il Balzac, apparso a Bonn nel 1923; uno dei migliori studi su Marcel Proust è del Curtius. […].

  […] nell’opera di Balzac, che gli sta di fronte come una catena alpina, egli raduna ed intreccia, prima d’ogni altra cosa, quanto v’è di «mistero», e poi di passione, di potenza, di conoscenza ..., perché dal complesso di queste energie si ricomponga la vita che circola dallo spirito dell’artista alle sue innumeri creature, animate in una visione unica, a cui il termine di «realismo» non appartiene più, poiché essa corrisponde soltanto al mondo di Balzac.

 

 

  Nomenclator, Almanacco di Gotha del piccolo commercio parigino, «La Stampa», Torino, Anno 62, Num. 31, 6 Febbraio 1928, p. 3.

 

Da Balzac a Proust.

 

  Col tempo, molti di questi nomi dell’almanacco di Gotha del commercio parigino vengono assunti agli onori della letteratura. Quanti romanzi, da quelli di Balzac a quelli dei Dumas, non ci hanno parlato del Caffè Tortoni, del Cafè Anglais, del ristorante Vatel? Oggi i romanzieri hanno meno coraggio nell’indicare col loro nome i pubblici esercizii dove conducono i propri eroi. Proust, chiuso qual’era nella sua torre d’avorio, non aveva di onesti scrupoli e scriveva ancora serenamente: «Ella aveva incaricato il maggiordomo della Maison Dorée di dire a Swann che probabilmente prima di rientrare si sarebbe fermata a prendere una cioccolata da Prévost. Swann andò da Prévost ...».

 

 

  Guido Pannain, Compositori del nostro tempo. Maurice Ravel, «La Rassegna musicale», Torino, Anno I, N. 1, Gennaio 1928, pp. 22-41.

 

  pp. 25-26. Ma la realtà di Ravel tutt’altra. La commozione egli non la finge; anzi se ne compiace e la contempla. la lusinga, l’accarezza, la raffina, l’incornicia. Questo vitaiolo del sentimento sperimenta le sue eleganze con l’infinitamente piccolo dell’anima: ne coglie il palpito che come una libellula svolazza d’armonia in armonia. E non ne risulta una chimica di lirismi, come parrebbe, ma una lirica definita ed inconfondibile: personaggio ideale che si riflette nelle acque iridate d’una interiorità speciosa, nutrita di poesia quintessenziata, rivestita di preziosità indicibili, d’ori antichi e di gioielleria cesellata, di seterie esotiche e di colori orientali. Bagliori di cieli azzurri riflessi in specchi di Murano. Acque verde cupo di pietre preziose. Ormai la musica si vede. Splende. Riluce di porpora e si frange in merletterie fitte. E’ un sogno del momento che ha, però, la sua ragione nell’anima francese. Anche in altri spiriti distanti e fuori del decadentismo: dalla sinfonia floreale del Balzac di La (sic) lys dans la vallée che è tutta di profumi e colori e suscita vapori di rara poesia, al naturismo tutto lirico e niente affatto scientifico dello Zola della morte profumata in La faute de l’Abbé Mouret.

 

 

  Concetto Pettinato, Una Mostra della Réclame, «La Stampa», Torino, Anno 62, Num. 136, 8 Giugno 1928, pp. 3-4.

 

Birotteau.

 

  Il secolo XVIII ci ha lasciata inoltre una ricca collezione di manifesti ed etichette a stampa. Primi in ordine merito in lode di articoli di profumeria. Ai tempi di Balzac l’inventiva dei profumieri pareva cosa tanto pittoresca e sbrigliata, che l’autore dalla «Commedia Umana», non contento di aver pubblicalo nel 1825 un Dizionarietto critico e aneddotico delle insegne di Parigi, introdusse un mirifico elogio di una «Doublé Pâte des Sultanes» nella Storia della grandezza e della decadenza di Cesare Birotteau. Probabilmente l’elogio in questione gli era stato ispirato da un manifesto del Profumiere Piver, raccomandante alla clientela il «Serkis du Sérail», poudre favorite des Sultanes: «Questo Serkis è un composto dei prodotti più rari sin oggi conosciuti in Europa per gli usi della toeletta, la conservazione e l’abbellimento della pelle. La fama da esso acquistatasi nell’Acaja, paese celebre per la beltà delle sue donne, come pure in Turchia, dove si suol fare gran caso dei bagni e delle cure del corpo, lo fanno considerare come il vero Tesoro della bellezza ...».

 

 

  Concetto Pettinato, Il volo d’Icaro del miliardario balzacchiano. Il tragico romanzo continua. La storia del banchiere Loewenstein, la sua fortuna, le sue eccentricità […], «La Stampa», Torino, Anno 62, Num. 161, 7 Luglio 1928, p. 5.

 

  Era un personaggio di Balzac. Uomini come lui non conoscono altro che i voli d’Icaro.

 

 

  Francesco Piccolo, I Fratelli Dostojewskij, «Nuova antologia di Lettere – Scienze ed Arti», Roma, Soc. Nuova Antologia; Milano-Roma Casa Editrice d’Arte Bestetti e Tumminelli, Settima Serie, Volume CCLVIII della Raccolta CCCXXXVI, Fascicolo 1348, 16 Maggio 1928, pp. 217-227.

 

  p. 219. Sono sfoghi d’un cuore, presto assorbiti dalla brutale realtà travolgente: il fratello manca di cinque copechi («è possibile che si possa mancare di cinque copechi?») e, del resto, egli stesso, Fiodor è al verde: per potere spedire una lettera bisogna attendere Dio sa quanto tempo.

  «Ma è già ora di cambiar discorso. Tu ti vanti dunque di aver letto molto ... Ti prego di non metterti in testa che io t’invidii. Anch’io ho letto parecchio, a Pertechof, e certo non meno di te: tutto Hoffmann, in russo e in tedesco (cioè: “Il Gatto Mur” non ancora tradotto), quasi tutto Balzac (Balzac è grande! caratteri creati da una mente universale! non il particolare spirito di un’epoca, ma solo il lento travaglio di millenni ha potuto far nascere una tanta concezione nell’anima dell’uomo)».

 

 

  Enrico Piceni, L’annata letteraria in Francia, in AA.VV., Almanacco Letterario 1928, Milano, Edizioni Mondadori, 1928, pp. 170-184.

 

  pp. 170-171. È fonte per noi di perenne stupore l’osservare come in Francia anche gli uomini dall’intelligenza più scaltrita e ironica — un Renard, per esempio, — possano perder la testa per un pezzetto di ruban rouge da cucire all’occhiello della giacca, o rassegnarsi a bussar cinque o sei volte di seguito, senza lasciarsi scoraggiare dalle ripetute ripulse, alle porte di quell’Accademia che non ha avuto un seggio per Gautier, per Flaubert, per Balzac; […].

 

  Tra i testi citati, segnaliamo: Clouzot e Valensi, Le Paris de la Comédie Humaine, Charles Léger, A la Recherche de Balzac (Paris, Le Goupy, éditeur, 1927, di cui è riprodotta l’immagine del frontespizio), una edizione di Ferragus di Balzac nella collana «Les meilleurs oeuvres dans leur meilleur texte» dell’editore Bossard.

 

 

  G. [uido] P.[iovene], Balzac, «La Parola e il libro. Mensile di coltura popolare», Milano, Anno XI-VI dell’Era F., N. 7-8, Luglio-Agosto 1928, pp. 212-213.

 

  Torna di moda Balzac. Una casa editrice, Corbaccio, stampa la traduzione dellopera omnia. Abbiamo davanti La cugina Betta, due volumi (in 16°, pagg. 306-354, L. 6,50-7). Bisogna distinguere quello che è giusto giudizio da quello che è moda. Oggi, è di moda dire che bisogna essere romanzieri, narrare senza riflettere, tirar via senza indugiare, come vent’anni fa era di moda esser lirici. Molto, se oggi si vede citato dappertutto Balzac, dipende da questa moda.

  La critica più seria non è stata molto benevola, recentemente, con lui. Ricordo un magnifico studio di Ramon Fernandez, che dice con esattezza perché molte parti di Balzac ci paiano deboli. In realtà, questo creatore inesauribile di fatti non creò quasi mai una persona. I suoi personaggi sono come le statue magiche, che si muovono e agiscono secondo la formula magica avvitata nel petto. Egli ispira a un suo personaggio una passione (la donna, il danaro, l’ambizione) e dice: va: e questa passione è un peso morto che cade sulla perpendicolare; è astratta, esclusiva. Quel personaggio sarà sempre, in ogni momento e in ogni circostanza della sua vita, libertino, avaro, ambizioso. E l’avaro non amerà mai, perché è solo l’avaro. E l’ambizioso non si curerà mai di perdite o di guadagni, perché è solo ambizioso. Sono orologi di grande marca, marca Balzac: ma orologi.

  Un tale odia: non lo vediamo far altro. Non mangia? No, odia. Non dorme? Odia. Non prende moglie? Non passeggia? Non fuma? Odia.

  Narrare così è certo più facile e comodo: basta mettere le premesse e dedurre.

  Per questo Balzac è molto meno grande, rimanendo tra i narratori francesi dell’ottocento, di Flaubert e Maupassant, benché forse fosse il più facile, il più copioso, il più ubriaco di genio di tutti. La sua enorme fatica è per quattro quinti artificiosa, il quinto che rimane basta tuttavia a fondar la sua fama. Balzac è il Dio del fatto, il maestro dell’intreccio. Nessuno ha saputo prendere dieci, venti, cento personaggi, e muoverli come lui, senza commettere ingenuità, senza mostrare il telaio, senza sforzare la conclusione. Appunto perché i suoi personaggi non vivono di vita propria, sono burattini, peso morto, egli ha potuto essere uno dei più grandi burattinai che siano esistiti. Egli non crea nulla; ma sa manovrare come nessuno.

  Le ragioni poi, per cui i maestri del romanzo verista, come lo Zola, lo venerarono, sono vive anche oggi. Creatore manchevole, egli è storico: la vita civile e privata della restaurazione, quando gli avanzi degli uomini e delle consuetudini napoleoniche, e la gloria militare, morivano, o si fondevano con la nuova potenza borghese, botteghiera, avvocatesca che andava sorgendo, è stata dipinta da lui. E’ un mirabile storico. L’opera di Maupassant è una terra fertile, abitata, fiorita, ombreggiata. Il ciclo dei romanzi di Balzac, come oggi appare, è arido e polveroso; ma sull’aridità sovrasta, mirabile, l’abilità del raccontatore.

 

 

  Ermenegildo Pistelli, [Nota], in Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi nuovamente riveduti nel testo e annotati da Ermenegildo Pistelli con un ritratto e un autografo, Firenze, G. C. Sansoni – Editore, 1928 («Biblioteca scolastica di classici italiani»).

 

  p. 456. […] quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo.

 

  Nota 18. Un grande scrittore francese, il Balzac (citato dal Bellezza) ebbe della bellezza delle donne lombarde una simile impressione: «cette majesté native de la Lombardie, qui fait croire à l’étranger, quand il se promène le dimanche à Milan,que les filles des portiers sont autant de reines». [Citazione tratta da: La Cousine Bette].

 

 

  Leo Pollini, Riso, Sorrisi e Morsi, «La Parola e il Libro. Mensile di coltura popolare», Milano, Anno XI, N. 9-10, Settembre-Ottobre 1928, pp. 241-242.

 

  p. 241. Ancora quattro numeri dei Classici del Ridere. Il primo è la terza decina dei «Contes drolatiques» del Balzac (ed. Formíggini, Roma, in 16., pag. 240.L. 10). La pregevole opera, dovuta alla cura dei più illustri scrittori italiani, che sono andati a gara nel tradurre magistralmente le deliziose novelle balzacchiane, è giunta così a compimento e l’editore ha ragione nel compiacersene, rivolgendosi alla bella anima di Giosuè Borsi, che l’aveva ideata. Qualcuno dei traduttori ha saputo riprodurre con arte e buon gusto anche il saporoso linguaggio medioevale in cui il grande Onorato aveva scritto; e nessuna lingua meglio della italiana poteva fornirne i mezzi.



  Giuseppe Prato, L’Impiego dei capitali. Guida dei risparmiatori, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1928.

 

Parte seconda.

Le varie specie di investimenti.

Capitolo primo.

Gli investimenti fondiari.

 

  pp. 99-100. Balzac ha classicamente scolpito nella commovente figura di César Birotteau il caso del borghese laborioso, onesto, fiducioso ed alquanto ingenuo, che, dopo essersi procurato con la sana industria una con fortevole agiatezza, la compromette d’un tratto e corre alla rovina prestando ascolto alle profferte lusingatrici di un gruppo di lestofanti parassiti, ripromettenti lucri fantastici dalla, compera dei terreni intorno alla Madeleine. L’affare è, in sostanza, magnifico; tant’è vero che arricchirà iperbolicamente i successori; ma intempestivo perché prematuro, e comunque non adatto a chi non possa attenderne l’esito indefinitamente. E così il bravo profumiere fallisce, mentre poco dopo il filibustiere De (sic) Tillet, diventa milionario.

 

 

  G. R., Libri. Traduzioni, «La Stampa», Torino, Anno 62, Num. 180, 29 Luglio 1928, p. 3.

 

  Viene riportata l’indicazione delle due recenti traduzioni di: La Cousine Bette (Mario Buggelli) e di Les Chouans (Tiziano Ciancaglini) pubblicate dalle Edizioni Corbaccio di Milano.

 

 

  R. S., Corriere teatrale. “Il padrino” di Scribe e Melesville all’Arcimboldi, «Corriere della Sera», Milano, Anno 53, N. 30, 4 Febbraio 1928, p. 3.

 

  Questa commediola, come un giocattoletto tascabile, dà, in proporzioni ridotte, un saggio del curioso, sagace e scaltro meccanismo teatrale dello Scribe. Alessandro Dumas figlio ha scritto, nella prefazione al Padre prodigo, che l’uomo che conoscesse le anime come Balzac e il teatro come Scribe sarebbe un commediografo perfetto. Sarebbe, invece, probabilmente, un commediografo pessimo, ché il tecnico stritolerebbe l’osservatore.

 

 

  Soldati, Pittura italiana d’oggi, «La Libra. Mensile letterario», Novara, Anno 1, N. 1, Novembre 1928, p. 1.

 

  Tu ridi? voi ridete? lo vedo. Ma l’altra mattina, a Firenze, aspettando il tram, mentre ci scambiavamo questi propositi, Loria mi disse: – Balzac e Tolstoi divennero Balzac e Tolstoi proprio con delle balle [i tanti soggetti ancora da trattare e da amare] come queste.

  E aveva ragione. Tutto il male sta qui, che noi le chiamiamo ancora balle.

 

 

  Aldo Sorani, Un “maestro” di Balzac, «Il Marzocco», Firenze, Anno XXXIII, N. 28, 8 Luglio 1928, pp. 1-2.

 

  Tra gli spiriti brillanti che sfavillarono lungamente accodati ai grandi astri del romanticismo francese, quello di Hyacinthe Thabaud de Latouche parve in alcuni momenti risplendere di luce propria ed anzi suscitare del suo fuoco o del suo fosforo altre illuminazioni e conflagrazioni oltre la loro. Ingegno sempre avvertito od alacre, versatile e svariato, pronto sempre a passare dall’uno all’altro campo dell’attività letteraria e giornalistica, lasciando il teatro per il romanzo, la storia per il pamphlet. aperto a tutte le correnti del pensiero francese non solo, ma del pensiero europeo, servendosi della padronanza di più lingue, sempre desto a scrutare tutti gli orizzonti ad approfittare di tutte le curiosità, delicato insieme e generoso, interprete e intermediario, traduttore e introduttore, mentore e mecenate, Latouche fu uno di quegli uomini che spargono benefizi e malefizi a larghe mani sul loro cammino intellettuale e di cui si ritrovano le tracce, quando si sono spenti, solo nello vite degli altri.

  Amico di Marcellina Desbordes Valmore, della Sand, di Balzac, per citar solo i primi nomi gloriosi che ci vengono alla mente, Latouche deve forse soltanto alle sue amicizie la sua sopravvivenza nella storia letteraria, poiché nessuno rilegge oggi i suoi romanzi o rappresenta i suoi drammi, o ripercorre i suoi coraggiosi reportages. Ma quello che più gli vale presso la nostra memoria fu l’attaccamento ch’egli ebbe per Balzac, un attaccamento pieno di peripezie e di avventure, finito poi, per colpa, come ormai si può credere di Balzac, in un distacco irritato e avvelenato. Infatti uno studioso di storia del romanticismo, Frédéric Ségu, accintosi a scrivere una completa biografia di Latouche, crede opportuno darcene un anticipo, narrandoci in un lungo capitolo, sulla scorta anche di testimonianze inedite, quali furono i rapporti tra Balzac e Latouche e quali influenze Latouche esercitò sull’autor, degli Chouans, di quattordici anni più giovane di lui[7].

  Non era ignoto ai biografi di Balzac che l’incontro di lui col Latouche, avvenuto verso il 1825, fu propizio al grande romanziere allora in formazione, ricco solo di prodigiose speranze, di propositi vulcanici, di una smisurata fiducia in se stesso, ma ancora incerto sulla via da prendere, ancora autore di opere non firmate o firmate con pseudonimi più o meno nobiliari e già impiagato, a causa delle sue disavventure commerciali e tipografiche, in un mare di debiti e di cambiali.

  Latouche, giornalista autorevole e temuto scrisse i primi cenni giornalistici favorevoli al giovane autore, lo mise in rapporto coi suoi amici e soci editori facendogli stringere i primi contratti fruttuosi, lo sovvenzionò con prestiti e con firme di favore, gli arredò un suo appartamentino a Parigi, dandogli forse per il primo il gusto delle belle tappezzerie e delle anticaglie, ma lo aiutò anche a sbrogliare l’intricata matassa delle sue idee e delle sue inclinazioni discutendo con lui i temi e le pagine dei lavori che egli veniva componendo, e ponendosi a collaborare con lui con un disinteresse che gli fa onore e un accorgimento che depone a favore del suo ingegno.

  Per un certo periodo, le cose andarono bene e tra i due dovette stabilirsi un’amicizia solida almeno in apparenza se un giorno Balzac pensò perfino di far col Latouche casa in comune, progetto che non ebbe seguito perché Latouche ne avvertì tutta l’inconsistenza e tutti gli inconvenienti, dato il loro diverso temperamento e il loro diverso modo di vivere. Ma presto cominciarono gli screzi e i dissapori, che dovevano terminare in una rottura completa e clamorosa. La corrispondenza che ci resta tra Balzac e Latouche, se non ci consente di scendere al fondo e al fuoco della loro collaborazione letteraria, ci permette però di veder chiaramente donde ebbero origine i primi contrasti tra i due. Balzac non si curava delle cose minimo, anche se queste cose minime si riferivano all’onore. Latouche ci teneva a che l’amico facesse fronte scrupolosamente ai propri impegni cogli editori e coi creditori. Balzac stimava perfettamente inutile ricordarsi delle date di scadenza delle cambialette per le quali Latouche gli aveva concesso la sua firma e obbligava così l’amico a sopportare anche all’improvviso, senza preavvertenze, il peso della sua generosità. Balzac non teneva alcun conto delle necessità editoriali e tipografiche per le quali avrebbe dovuto consegnare bozze o manoscritti in un tempo utile e prefissato e non si preoccupava troppo dei danni che cagionava, in tal modo, a coloro che avevano assunto il compito di pubblicare i suoi romanzi e gliene avevano anticipato il pagamento, per intercessione dello stesso Latouche.

  Tutto si sarebbe facilmente accomodato se Balzac avesse riconosciuto qualche volta i suoi torti e avesse acceduto volentieri al consiglio dell’amico di portar qualche rimedio agli incresciosi incidenti che provocavano le sue disattenzioni e le sue dilazioni. Ma sembra che Balzac non avesse mai troppa voglia di ricondursi pentito ai richiami del troppo delicato e disturbante Latouche. La corrispondenza tra i due amici mostra chiaramente in Balzac una predisposizione a sfuggire a questi richiami e a darsi il più possibile alla latitanza, aiutato in questo dalla distanza che li separava abitando egli all’altra estremità di Parigi, in quella casa della Rue Cassini contro cui Latouche scaglia le sue piacevoli maledizioni. Il tono scherzevole delle lettere si fa a poco a poco pungente e satirico da parte del maestro allo scolaro, i rimproveri si fanno a grado a grado più aperti e acrimoniosi. Ma Latouche sarebbe sempre disposto a perdonare e ad aprire le braccia, se Balzac assumesse la parte del figliuol prodigo e del peccatore pentito.

  Balzac, invece, fa ormai parte per se stesso, non sa più che farsi del paternalismo di Latouche e la corrispondenza. da prima affettuosa, finirà in uno scambio di recensioni corrosive e stroncatorie, in cui Balzac avrà il sopravvento e in una serie di accuse pubbliche e private, d’indole letteraria, ma in cui si sente mal celato il livore dell’uomo contro l’uomo. I giorni in cui Latouche si metteva a fare il tappezziere per attaccar le carte da parati nell’appartamento dell’amico o lo ospitava a casa sua, sopportandone la volgarità, sono ormai lontani e Latouche giunge ad esclamare che Balzac nei suoi romanzi guarda il mondo con un realismo nauseante «dal finestrino di un Water-closet» e Balzac da parte sua osserva che Latouche è una sentina di veleni, invece di essere il più generoso degli uomini.

  Per accordo quasi comune la ragione del dissidio è dunque in Balzac, ma più che i torti dell’uno o dell'altro ci interesserebbe di sapere quali veramente furono gli apporti intellettuali con cui Latouche avrebbe aiutata l’esplosione non delle collere polemiche, ma del genio di Balzac. Anche secondo il Ségu, Latouche sarebbe stato l’ispiratore, la guida, il consigliere di Balzac nella sua opera letteraria, lo avrebbe distolto dal romanzo popolare per avviarlo risolutamente a quello storico di grande stile, gli avrebbe dato il gusto della descrizione dei luoghi e dei monumenti e quello della dipintura della vita di provincia, gli avrebbe anche insegnata un po’ di filosofia swendenborgiana.

  Per accertarsi della verità di tutto questo bisognerebbe non solo conoscere meglio di quel che possiamo conoscere dai documenti a nostra disposizione il genere e il tono della collaborazione conversazionale ed epistolare tra i due scrittori, ma anche rileggere le opere di Latouche. Per la collaborazione, lo stesso Ségu non può procedere che per somiglianze, raffrontando gli insegnamenti che Latouche dava ad un suo parente, avviatosi anche lui alla vita letteraria con quelli che egli presumibilmente avrebbe dato a Balzac. Egli si serve a ciò di una corrispondenza inedita da lui scovata nell’archivio De Martigné, ma non mi pare che si possa seriamente raffrontare al cugino Duvernet uno scolaro come Balzac! Quanto alle opere di Latouche bisognerà che il Ségu ce le ricordi meglio e ce le esamini più a fondo nel volume che egli prepara su questo poligrafo romantico.

  Ma fin da ora si può essere autorizzati a credere che egli esagera alquanto l’influenza che Latouche può avere avuto sull’autore della Commedia umana. Latouche ha il merito di aver fiutato in Balzac il grande autore, di averlo aiutato e sovvenzionato in un momento difficile, di avergli suggerito degli spunti e corretto degli spropositi e delle sproporzioni. Ma Balzac è Balzac e Latouche fu Latouche. I due scrittori sono assolutamente imparagonabili. Auguriamo al Ségu di riuscire a mostrarci un giorno l'originalità di Latouche, ma si può facilmente dubitare che le idee che egli avrebbe suggerite a Balzac fossero non già proprio sue, ma nell’aria. Siamo di fronte a due uomini entrambi sempre all’erta al passaggio delle idee, sempre intenti al colore del tempo e non si ha più bisogno di chiarire che il cervello di Balzac è come una formidabile spugna che aspira da tutte le correnti e da tutti gli orizzonti il suo nutrimento vitale, la sua sostanza fecondante.

  Ad ogni modo la figura di Latouche è una di quelle che non vanno dimenticate e forse tra le sue pagine di romanzo o di critica alcune se ne potrebbero trovare ricche di spunti e di compimenti migliori di quelli che appaiono nelle sue polemiche balzacchiane.

 

 

  Federico Sternberg, L’opera di Italo Svevo, Trieste, C.E.L.V.I. Casa Editrice “La Vedetta Italiana”, 1928 («Pagine di coltura»).

 

  pp. 26-31. Balzac, di cui il giovane Svevo sentiva possente l’influsso, amava le creature della sua fan­tasia. E’ in lui una forza immane, quasi procella continua, incalzante, vibrante di vita. Di tratto in tratto qualche pausa sublime e nel divino silenzio ecco tutto l’orrore, tutta l’estasi in una lagrima, in un sorriso, nell’eco di una parola: rivelazioni subitanee dell’enigma dell’universo; procella feconda, turbini, scatenati con tutta la polveri, i rifiuti e le immondizie fra il demoniaco saettare di lampi; anelito di liberazione. Tutto! purché la liberazione giunga a quel che giace e urge e chiama in fondo all’anima. Come non sentire ovunque questo ansimare vero, sincero, sacro che invoca la vita? Come soffermarsi a considerare il caos ove continuo un cosmo si svolge, uno, cristallino, perfetto sotto i nostri occhi? Perché è ben questa la meraviglia di Balzac: in tanta enormità e deformità e torbidità apparente, la purezza, la limpidità, la sodezza dell’essenziale. Balzac somiglia a un palombaro che ha spesso bisogno di tuffarsi dieci volte alla ricerca dell’oggetto sommerso, a un gigante, intento a fare e a rifare, con spreco immane di forze, lo stesso lavoro: grande, ardito, temerario, sicuro che le energie basteranno. Egli si prodiga in mille modi, si interrompe, si ripete, salta fuori del racconto, ci si presenta in persona, ci squassa dinanzi quel suo muscoloso e adiposo corpo, facendo sonare la voce e il riso, fra guizzi di smorfie, di pose, di atteggiamenti, tragici, eroici, tragicomici. Che importa? E’ un bisogno. La posa stessa è una necessità; è quindi sincera. Balzac non perde mai di vista l’oggetto; ne è sempre tutto pieno, invaso e quella danza ch’egli eseguisce dinanzi ai nostri occhi, è come eseguita sotto l’ossessione di tanta e così profonda, perfetta, intera visione, perché l’uomo non è subito d’un colpo alla altezza della sua visione e lavora inquieto e folleggia, pur di non lasciarla sfuggire; quando egli sarà lei, tutto lei, compenetrato fin nelle più riposte fibre di lei, avrà calma e dirà e saranno parole grandi, immortali, luminose che rischiareranno un’opera intera. Si può osservare: l’autore procede con sistema elementare. Dice: questo uomo è fatto così, pensa così, parlerà così; è un sistema elementarmente analitico, ma se con questo sistema nemmeno puro, perché interrotto di continuo da considerazioni d’indole generale sulla classe che gl’individui rappresentano, sulla parte che hanno nella società, ecc.; se con questo sistema Balzac è riuscito a dar vita al mondo della comédie humaine, vuol dire che la sua potenza creatrice fu veramente titanica. Il sistema sintetico-drammatico ha il vantaggio enorme della concentrazione e del condensamento di luci, ombre, masse e raccogliendo di continuo le energie le mantiene ad alta potenza. Può essere prerogativa di un genio che vede tutto riunito, raccolto nell'azione e così come vide, ridice. Ma può essere anche effetto di uno studio lunghissimo, conquista di una tecnica perfetta, virtuosismo che cela lo sforzo. In Balzac l’analisi elementare, la descrizione anatomica fisico-psichica predomina. Lessing non sarebbe rimasto soddisfatto di lui, ma se egli p. e. nel «Curé de Tours» descrive con minuziosa pazienza le deformità di una vecchia zitella, nel «Colonel Chabert» egli fa balzare il ritratto del vecchio tragico soldato dal dramma stesso: dal sentimento misto di stupore, compassione, ammirazione, smarrimento, con cui l’avvocato guarda il suo strano cliente. Attende il Balzac quel momento per descrivere appieno Chabert. Ad arte? Ne dubito. L’effetto è infallibile, l’imagine resta scolpita per sempre. L’impressione che il Balzac, sia troppo presente dovunque nei suoi romanzi con il commento turbinoso, a volte profondo, a volte leggermente superficiale, per quanto largo e vibrante del suo io, dev’essere riveduta. Quel turbine forma come uno specchio d’aria su cui si riflettono le imagini, e non si può dire davvero che esse ne risultino tremolanti, incerte o vaghe nei contorni, nel colore, nella prospettiva. Era un bisogno, ripeto, che non si può discutere quello del Balzac di agitarsi e di agitare tanto per creare lo sfondo alle sue figure, un bisogno elementare, un postulato, un grido della sua natura, così piena, turgida, possente che a trovarne un riscontro dovremmo rivolgere il pensiero all’angosciosa lotta dei bruti contro tutte le asprezze, difficoltà, ostilità che la natura oppone al loro istinto di procreazione e di conservazione. Dieci anni di noviziato letterario oscuro, mediocre quasi, e poi l’ascesa gloriosa, indefessa, non spezzata nè dal travaglio ingrato del duro tirocinio, nè dalle immani difficoltà, che la vita oppone alla gloriosa, suprema fatica. I dialoghi sono perfetti, l’incosciente è ricreato e divinato; la sorgente prima delle azioni umane è cercata e scoperta in un minimo impercettibile, imponderabile, eppur decisivo moto dell’anima. E che importa se il Balzac non fa mistero delle sue ricerche e non ce le presenta che di raro nell’amalgama del dramma stesso, poi che esse sono essenziali? Quell’arrestarsi, quel «vediamo», «consideriamo», ecc., in apparenza pedante e ridondante, è la cauta premessa e dilucidazione di chi ci fa arrestare, ritardare, misurare il passo, esplorare il terreno per trovare i meandri che conducono nelle catacombe della anima.

  Se lo Svevo può essere raffrontato a un autore, questi è Balzac. Eppure, a prima vista, le differenze sembrano enormi e sono. Nel romanzo «Una Vita», che più si avvicina al Balzac, l’autore non irrompe, non commenta, non campeggia; appena qualche tremito di avversione o di pietà sembra increspare lo specchio del suo racconto. Eppure le figure sono vissute, sofferte, si sente la presenza dell’autore: personaggio primo. Nessuna analisi, se non nella sintesi della situazione drammatica. Ma è un caos cosmico tuttavia in quella pienezza di vita di ogni personaggio, anche del più modesto che ricorda veramente Balzac, e in questo è l’affinità essenziale. Ridde di figure secondarie, tutte vive accanto ralle figure maggiori, ridde turbinanti in un piccolo ambiente borghese che però a tratti si spalanca, come per minare di voragini nascoste, dando tutte le vertigini degli abissi spaventevoli dell’anima, in cui l’autore affonda fermo lo sguardo. Il protagonista che si analizza, si studia, si commenta di continuo, bene o male, drammatizza la sua persona, le sue vicende.

  Dissi caos cosmico e ripeto. Quando confrontiamo «La Coscienza di Zeno» con «Una Vita», ci sembra di passare da un mosaico vivo e unito dalla distanza che accosta e alterna e fa emergere, a un affresco dalle pennellate larghissime e sicure: l’artista non ha più bisogno di dir tutto per dar tutto. Un avvenimento ci coglie, ci sbalordisce, dilegua. L’artista dice ciò che nessuno direbbe e ognuno riconosce come essenziale. Noi dobbiamo veramente soffrire, subire tutto ciò che diciamo. E c’è la passione, l’angoscia pura del vedere, dire ciò che non ci tocca immediatamente, ma che ci commuove, esalta, umilia per pura umanità: è un’alta passione super-personale. L’artista è il grande confessore dell’umanità e anche, confessandosi, si confessa per l’umanità. E così solleva il proprio dramma a dramma universale. Le due passioni: individuale e super-individuale non si eliminano a vicenda; la seconda si legittima con la prima. Proust è povero con tutta la quantità delle sue osservazioni, perché non riesce ad essere superindividuale, con tutta la sua ansia di oggettività. Non riesce che a far cantare il proprio egoismo malato. Svevo è ricco di questa umanità. Questa ricchezza lo fa grande sin dal suo primo romanzo.

  L’effervescenza creatrice del Balzac, bisogno vitale, necessità, non ha nulla di superfluo nella sua copia sterminata; la vita reclamava il suo diritto in lui, per lui; tale sovrabbondanza non occorre allo Svevo. Balzac è un dominatore, non si confonde, non si lascia confondere, unisce la sensibilità suprema a una larghezza portentosa di visioni; c’è in lui un equilibrio portentoso fra impressionabilità e giudizio; egli si possiede, la vita non gli sfugge per soverchia passione, nè gli si inaridisce per soverchia freddezza. L’analisi più sottile non va mai disgiunta dalla sintesi più energica; egli ci dà sempre il tutto, scomposto e ricomposto; egli ci dà l’unità. Se in «Una Vita» si può pensare ancora all'influenza del Balzac, in «Senilità» è piuttosto la drammaticità serrata, il tragico umorismo del Verga.

  pp. 61-62. Nasce da questo dramma supremo la grande poesia. V’è un luogo comune su Balzac: «tutti i suoi personaggi vivono»; sarebbe più esatto dire: uno vive e in quello è l’anima ribelle di Balzac, e gli altri vivono al passaggio guizzante di quella vita; è lui il dinamico, lirico, scattante di sdegno, scosso d’ironia; ecco la «oggettività» di Balzac. Rugge sotto detriti, macerie, lava e lapilli il titano; freme, si divincola, scatta. Ed ecco il generoso e sublime gesto che lancia il suo sogno di volontà e di fantasia nell’infinito: la commedia umana, l’immensità della costruzione che esige precisione matematica e calcolo e insieme tutta l’immemore potenza della vita, tutta l’angoscia del ricordare, tutto lo spasimo dell’arte. Tutta una preparazione, un preludio a morte e speranza, rabbia di vita, ebbrezza veggente, sogno: abbandono della vita per la vita. Tutto fuorché il rinnegamento di sè stessi. Fu dunque questa procella d’amore, di dolore del Balzac a sollevare e muovere i personaggi. Ma l’amore può essere silenzioso, il dolore può fremere, senza che sulla superficie vi sia il più lieve increspamento. Cogliere qui la verità è impresa sommamente ardua. Si può celare la mancanza d’amore e di dolore, cioè la possibilità della personalità in mille modi: le licenze, gli acrobatismi, i fuochi d’artificio del cervello e della fantasia non hanno limite. […]. Nello Svevo non v’è ombra di lirismo; tutto è lirismo in Balzac, anche quando sembra pacato, freddo, annoiato impiegato dell’anagrafe, protocollista giudiziario di fragilità umana. Così procede, sa, sente bene dove, poi scatta, scoppietta, sconvolge la terra e sono vulcanismi, titanismi e l’urlo della terra e l’urlo dell’uomo sono una cosa sola: l’uomo diventa bruto, il bruto vegetante puro e, giù giù, inerte corpo grave. E getta il poeta il suo grido d’orrore, di sdegno, d’ira; è dentro in quello strazio anche lui. La creatura ridiventa cosa, le vien strappata l’anima a brano a brano, ma queste creature, questi reagenti immemori, queste povere cose non sono inventate a sangue freddo, non sono i dondolanti pupazzi guidati da un burattinaio esperto; le loro parole immemori, le loro voci inarticolate sono il linguaggio del mondo, la musica che preludia al silenzio più alto d’ogni musica. Parla l’uomo vittima, eroe, interprete, spettatore. E cadrà al fine solo, di schianto, sulla terra, dinanzi alla folla di creature emerse da quella ridda.

  pp. 80-81. Lo Svevo, per bocca di Alfonso e di Macario, fa una critica acuta, esatta del romanzo da Balzac ai veristi. La superiorità del giudizio gli viene dalla sua stessa potenza di visione o creazione, non da astratte considerazioni critiche. E’ quindi severo, ma equo, reciso, ma non aspro. Macario loda il «Louis Lambert» del Balzac, perché in esso l’autore è interamente fuori del proprio racconto. Egli spiega questa oggettività completa paradossalmente: l’autore ha immaginato il protagonista pazzo fra i pazzi. Il «Louis Lambert» fece una profonda impressione sullo Svevo e non è impossibile che un’eco ne sia giunta fino alla «Coscienza di Zeno», confessione di un «matto» sui generis, che contiene anche, come il romanzo del Balzac, tutta una filosofia di vita.

  p. 133. La vita è umoristica. E se lo Shakespeare mette nella terribilità della tragedia i lazzi e gli sgambetti del buffone, i modernissimi umoristi inglesi, primo il Yoyce (sic), si armano di occhiali e s’industriano a guardare in una goccia d’acqua l’epopea di gnomi e coboldi e sottolineano con un breve sorriso quell’odissea. Sorridono con o senza amore: Ma è questo poi il commento adeguato, la reazione giusta allo spettacolo breve ed infinito, armonioso e contraddittorio della vita? Per adeguare, bisogna possedere l’ingenuità. E’ la unica possibilità e si rivela per infinite variazioni nel sorriso. Sorride il Manzoni e sorride Balzac; sorridono Thackeray e Dickens. Il sorriso del Flaubert è di disprezzo e di odio quasi sempre, ma sempre riscintilla su una lagrima; è, quindi, vero. Immerso nella piccola società borghese, soffrendo di tutte le contingenze di quella ristretta vita, il Flaubert cercò una via di liberazione, cercando l’immortale nel mondo che lo accasciava o spiccando il volo verso lontananze sfolgoranti e inebrianti attraverso i tempi e gli spazi.

  pp. 143-144. Vi sono creature umane che sembrano assolutamente refrattarie all’evocazione di quella commozione propria della poesia: gli esseri nulli, intellettualmente e moralmente. Dante non chiama per nome nè un ignavo, nè un avaro, nè un prodigo nella «gran tomba». Nella «Commedia umana» del Balzac vi sono figure talmente scialbe per lor natura, che sembrano sfidar ogni luce di poesia. Il Proust ci fa sfilare dinanzi degli esseri ben insignificanti, ma il suo stesso tedio di malato intellettuale tenta di coglierne il lato interessante E’ un’illusione: d’interessante non v’è che la curiosità monomaniaca del Proust. E anche quella monomania si stacca per poco dalla monotonia. Distinguiamo attentamente: finzioni che sono autentiche confessioni velate di vergogna che desta umana compassione, da finzioni che sono pose di impotenti: in quelle la voce per quanto tormentata, chiusa nel labirinto della vita lancerà, il suo grido all’infinito; nelle altre è lo spettacolo triste di acrobati, intenti a contorsioni dinanzi a una platea di specchi.

  La potenza umana e artistica del Flaubert, la pletora enorme fantastico-reale del Balzac avevano profondamente impressionato il giovane Svevo.

  p. 148. «Pensare e vedere», diceva il Louis Lambert del Balzac. Alfonso vede, vede perché il suo dolore non si è chiuso nella rocca del suo cranio, ma si è rovesciato evocatore sul mondo e ne ha suscitato fremiti di commozione, compassione amore.

  pp. 167-169. Fu eroico il Flaubert in quel sommergersi e risollevarsi, cercando sè stesso. Fu eroico il Balzac nell’angoscia di gettare nelle vertigini dell’infinito un mondo intero, sentendosi convulsamente abbarbicato alla terra e insieme lanciato per quella ebbrezza di volo, dilagante dalla volontà sublime, verso l’infinito.

  Il Flaubert e il Balzac sentivano l’infinito nella polvere, nella miseria, nel fango, nelle lagrime tenaci, di cui è cementato l’edificio della vita. La verità del Balzac è in quell’impeto enorme, angoscioso: son colori fiammanti, contrastati ferocemente; il mostruoso in esposizione, con l’insegna: ecco la vita. Quindi la parvenza del suo «pessimismo». Il «pessimismo» del Flaubert e il «pessimismo» del Balzac sono contraddetti dalla titanica volontà lanciata attraverso gli spazi e incatenata, prigioniera meravigliosa, alla terra.

  Ci son nomi che diventano insegne. Vediamo Barnum e il suo museo. Lo Svevo non ci porta in musei, nè in raccolte curiose. Il meraviglioso in lui è il dominio ingenuo di un pessimismo assai affine a quello del Flaubert e del Balzac; pessimismo che aveva tutte le promesse per attecchire e si trasfigurò in umorismo sano. Il pessimismo del Balzac è combattuto da quel ciclopico adergersi, attraverso tutto le miserie, al pensiero dominatore. Il Louis Lambert influì profondamente sulla crisi giovanile dello Svevo. La trasfigurazione macabra dell’eroe è ancora in «Senilità», mentre in «Coscienza di Zeno» l’oggettivazione ottenuta, facendo parlare un «matto» di un «mondo di matti», rivela forse il perdurare di quella potente impressione giovanile e certo il trapassare dal tragico-eroico superumano al grande unionismo umano. Non ci risparmia lo Svevo, nei suoi romanzi, specie nel primo che più tiene del Balzac, i drammi delle miserie umane, fisiche e morali, morti lente, agonie strazianti, gracchiare di corvi umani, attratti dal denaro, attorno ad una (sic) cadavere. Non ci risparmia lo spettacolo della lenta agonia di un’anima, ma altro è il disperato dimenarsi lottante nella putredine, nel lezzo e dire con quell’esibire stesso: «Ecco la verità!» altro è affidare all’ignoto, al mistero che anche perdona, la parola che dice: «verità». In ciò Svevo è assai più vicino al Flaubert che al Balzac. Flaubert svela e rivela tutto quel che lo afferra; coglie un fiore del mondo e vi si affissa. Non ha l’arte del Flaubert lo Svevo: l’anima è affine; quella che aleggia in «Madame Bovary». Meno attaccamento tuttavia, meno bisogno di analisi, di minuzie per non smarrire il contatto con la realtà, attraverso la lunga odissea della materialità delle cose; odissea che condurrà alle stelle. L’angoscia che non. accusa e non si contamina non resta prigioniera percorrendo in vertigine di giri il suo ciclo fatale. Come uscirne? Come vincere l’attrazione? Come ogni cosa colta nel suo perno e sollevata, sembra smarrire la sua gravità, l’assunto può presentarsi all’uomo lieve e arduo insieme: ammettere il terribile, l’inevitabile nella vita senza protesta folle, senza cieca, passiva rinuncia è la formula breve della soluzione del supremo problema morale.

  Ammiriamo la pletora sfavillante del Balzac, il martirio del cruciato della vita nel Flaubert; ammiriamo nell’uno a quanto possa arrivare l’ebbrezza eroica, ammiriamo nell’altro la volontà che affonda le sue radici fino alle scaturigini della vita: fiorisce da queste lotte il dolore, monumento di sè.

  p. 173. Lontano dall’arte del Joyce, del Proust: l’uno o l’altro che, in diverso modo, imitano quello spettacolo per giungere di là dalla finzione alla verità; vicino al Balzac e al Flaubert nell’intento di vivere creando vita in devozione palpitante, perfetta: affine nella trasfigurazione creatrice di sè al Manzoni, lo Svevo ha la sua semplicità che può sembrare menda solo a chi ignori quello ch’egli ha veramente donato: creature, compagne nostre per la fede c serietà e onestà dell’artefice. E non ignora lo Svevo che se vi è un dramma vitale supremo di eterna lotta, ve n’è anche un altro enorme: quello degli uomini che giuocano con la esistenza, le necessità di questo dramma, e anche di questi uomini egli ci ha dato senza sdegno, come il Balzac, la infallibile visione vastissima, nitidissima: sì che anche le larve umane ci sembrano vicine.

 

 

  F. Virgilii, Bibliografia del fascismo. Federico Steinberg (sic). L’opera di Italo Svevo, «Bibliografia fascista. Rassegna mensile del movimento culturale fascista in Italia e all’estero», Roma, Anno III, N.12, Dicembre 1928, p. 12.

 

  Fa degli acuti confronti tra lo stile e la psicologia di Svevo, di Balzac. di Flaubert, e lo accosta pure ad altri scrittori, come il Joyce e il Proust; lo vede vicino al Balzac e al Flaubert nell’intento di vivere, creando vita in devozione palpitante e perfetta; lo sente lontano dall’arte degli altri due, che vogliono giungere alla verità dalla finzione.



[1] Lo stesso errore è presente nella traduzione del romanzo balzachiano pubblicato dagli editori Treves di Milano (cfr. 1906).

[2] La scoperta; Il festino; Ferraguto; Il pericolo; Il sospetto; L’accusa; L’indizio; La casa del mistero; La perdita; Il testamento; Gli offizii estremi.

[3] Cfr. Daniel Mornet, Honoré de Balzac et ses contemporains, «Les Nouvelles Littéraires Artistiques et Scientifiques», Paris, Septième Année, N°275, 21 Janvier 1928, p. 1.

[4] Cfr. Gérard Bauër, Sur un caractère de roman, «L’Echo de Paris», Paris, 45e Année, N. 17010, 25 Octobre 1928, p. 1.

[5] Opere complete di Balzac; 1°-2° vol. La cugina Betta, romanzo, traduzione di Mario Buggelli, 2 volumi -3° vol. Modesta Mignon, romanzo, traduzione di Raimondo Collino Pansa – 4° vol. Casa di scapolo, romanzo (Edizioni Corbaccio, Milano). [N. d. A.].

[6] Maria Pisani, L’Italia nella «Commedia Umana», Biblioteca rara, Soc. An. Editrice Francesco Perrella, Napoli, Genova, Città di Castello. [N. d. A.].

[7] Un Maître de Balzac méconnu, par Frédéric Ségu, nella collezione di Études romantiques diretta da Henry Girard (Paris, «Les Belles Lettres» 1928). [N. d. A.].


Marco Stupazzoni

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