domenica 9 febbraio 2014


1885




Traduzioni.


  O. di Balzac, Fisiologia del matrimonio o meditazioni di filosofia eclettica sulla felicità e la infelicità coniugale di O. di Balzac, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 18852 («Biblioteca Universale», NN° 64-65), pp. 268.[1]
  Si tratta della prima ristampa del volume pubblicato, in prima edizione, nel 1883.


  O. di Balzac, Fisiologia del matrimonio ovvero Meditazioni sulla felicità e infelicità coniugale di O. di Balzac, Firenze, Adriano Salani, Editore, Viale Militare, 24, 1885 («Biblioteca Salani Illustrata», 20), pp. 255.[2]
  Volume in 16°.

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  Si tratta della riproduzione della traduzione italiana del testo balzachiano edita a Milano, dall’editore Sonzogno, nel 1883. A parte la differente resa del titolo, le due versioni risultano, da un confronto tra i due testi, assolutamente identiche anche dal punto di vista ortografico. Questo esempio di contraffazione libraria, non nuovo nei confronti dei romanzi di Balzac, conferma l’assunzione ormai radicata di una determinata posizione ideologico-commerciale ad opera di una certa parte della grande editoria popolare la quale, nel produrre e nel diffondere forme eterogenee di cultura letteraria, si pone ormai, come scopo primario, quello di espandere la cerchia dei proprî potenziali lettori per trarre, da essa, il comprensibile, seppur discutibile, profitto economico.

  Onorato de Balzac, Racconti birbi di Onorato de Balzac (prima traduzione italiana di A. Cecovi), in Prospero Mérimée, Il Vicolo di Madama Lucrezia (traduzione di G. Zannoni). O. de Balzac, Racconti birbi di Onorato de Balzac (prima traduzione italiana di A. Cecovi), Roma, Edoardo Perino, Tipografo-editore, 1885 («Biblioteca umoristica»diretta da G. Petrai, Serie II Numero 17, vol. 37 della raccolta), pp. 31-96.[3]
  Un volume in 16°.

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  Si tratta della traduzione di quattro novelle tratte dalla seconda decina dei Contes drolatiques di Balzac: Il Vicolo di Madama Lucrezia, pp. 5-30; I tre scrivani di S. Nicola, pp. 35-52; Il digiuno di Francesco I, pp. 53-59; Gli allegri discorsi delle religiose di Poissy, pp. 60-77; Come venne costruito il castello di Azay, pp. 78-96.

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  I testi balzachiani sono preceduti da una breve nota introduttiva del compilatore; la traduzione, complessivamente corretta, si fonda sul testo dell’edizione originale pubblicato da Gosselin nell’aprile 1832, a cui si rifanno le successive edizioni postume dei Contes drolatiques edite da D. Giraud (1853), A. Houssiaux (1855, vol. XX e 1865) e Lévy (1875). I testi originali di questi quattro racconti sono riprodotti nella recente edizione critica dei Contes curata da Pierre-Georges Castex (Oeuvres diverses I, Paris, Gallimard, 1990, “Bibliothèque de la Pléiade”) alle pp. 163-207.

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Studî e riferimenti critici.


  Gazzettino dei curiosi, «La Nuova Arpi. Periodico settimanale indipendente politico-letterario-commerciale», Foggia, Anno I, N. 3, 3 Gennajo 1885, p. 2.

  È nota la questione degli autografi di Balzac e della sua famiglia. Ora nel giornale L’intermédiaire des chercheurs un balzacchiano perplesso domanda:

  I° Le lettere che Balzac scriveva regolarmente a madame De Hauska (sic) prima del di lei matrimonio, esistono veramente o no? Circa due anni prima della guerra del settanta, Michele Lévy trattò con la signora Balzac per l'acquisto di tale corrispondenza, offrendo 100,000 lire. Terminata la guerra, Michele Lévy riprese le trattative, ma la signora Balzac gli dichiarò – a quanto ne scrive Walter nel Figaro del 20 aprile 1882 – che le lettere erano state abbruciate o rubate dai prussiani nel saccheggio del castello di Bellosguardo. Il signor Walter dubitò della sincerità della signora Balzac, «diversi indizi indicherebbero al contrario» scrive egli, «che questa corrispondenza esiste ancora e che essa è stata confidata altra volta dalla signora Balzac a un amico». Qual'è dunque la verità in­torno a queste lettere nelle quali giorno per giorno Balzac segnava le proprie memorie e le sue opinioni intorno agli uomini e alle cose de' suoi tempi?

  2° Nel Figaro del 20 agosto 1883, Arsène Houssaye scrisse un articolo sulle ultime ore di Balzac, nel quale racconta una strana istoria d’una sorella di Balzac, morta all’ospedale di Beaujon, e della visita del direttore dell’ospedale, signor Annocet immediatamente dopo il ritorno di Balzac a Parigi, dopo il suo matrimonio con madame De Hauska. Arsène Houssaye ci mostra Balzac che rinnega la sorella e che dice al signor Annocet come ei non ha che una sorella, madame De Surville. Poi più tardi, ci mostra Balzac nel suo letto di morte, il quale chiama a sé il signor Annocet e gli dice: «Signor Annocet, io vi ho chia­mato per un atto di contrizione. Ho paura di morire, e voglio mettermi in regola con la mia coscienza. Comincierò coll’umiliarmi innanzi a voi. Voi avevate ragione: è mia sorella. Giambattista Rousseau rinnegò suo padre; io rinnegai mia sorella. Ecco quello che ha portato disgra­zia a Rousseau e a me ...».


  Il regno della mediocrità, «L’Indipendente. Organo per gli interessi di Trieste, del Goriziano e dell’Istria», Trieste, Anno IX, N. 2763, 24 Gennaio 1885, p. 1.

  Era la generazione che in Francia dovea combattere le giornate di luglio, che dovea darle oratori come Montalembert e Berryer, scienziati come Cuvier ed Àrago, poeti come Lamartine e Victor Hugo, romanzieri come Dumas padre e Balzac, uomini di Stato e sto­rici come Casimir Perrier, Odillon Bar­rot, Guizot e Thiers.


  Corriere della città. Il centenario del Manzoni, «Corriere della Sera», Milano, Anno X, Num. 66, 8-9 Marzo, 1885, pp. 2-3.

  p. 3. Al Circolo Popolare molti invitati e moltissimi socii per assistere alla Conferenza del prof. Emilio De Marchi. […].

  Il Manzoni è un vero verista. Confrontandolo col Balzac e con i veristi più recenti, il De Marchi fece risaltare come in lui si unisca la coscienza artistica alla coscienza morale […].


  “L’Italie pendant la guerre”, «L’Indipendente. Organo per gli interessi di Trieste, del Goriziano e dell’Istria», Trieste, Anno IX, N. 2826, 28 Marzo 1885, p. 1.

  La verità innanzi a tutto, ne nasca pure lo scandalo — ha detto un grande pensatore francese, il Balzac: ma aveva proprio ragione intera di senten­ziare così?


  Arti e Scienze. Statua a Balzac, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XVIII, N. 102, 13 Aprile 1885, p. 3.
  La Société des gens de lettres si riunì a Parigi per formare un Comitato iniziatore d’un monumento al geniale romanziere francese Onorato Balzac.


  Notizie (Italiane), «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 24, 14 Giugno 1885, p. [3].
  Sono uscite in un elegante volumetto, edito dagli stabilimenti del Fibreno in Roma, le Profane Storie di Ugo Fleres, illustrato dall’autore stesso con graziosi disegni. È un curioso tentativo di novelle in stile all’antica, sul genere dei Contes Drolatiques di Balzac. Ne parleremo, come il libretto merita, più largamente.


  Come lavorano i grandi uomini, «Giornale delle donne», Torino, Anno XVII, N. 12, 19 Giugno 1885, pp. 280-283.

 

  Dal giornale inglese Cassell’s Family Magazine.

 

  p. 281. Alcuni scrittori hanno avuto l’abitudine di abbozzare rapidamente il piano del loro lavoro, tutta la loro fatica consistendo poi nel riempirne i dettagli. Tale fu il metodo seguito dal grande romanziere francese Balzac. Mandava allo stampatore lo scheletro d’un romanzo, lasciando intere pagine in bianco pei dialoghi e per le descrizioni e appena le bozze gli venivano trasmesse, si chiudeva nella sua stanza da lavoro e non mangiava nè beveva senonché pane e acqua finchè non avesse riempito gli spazi lasciati in bianco. In cotal modo egli compieva laboriosamente l’opera sua.


  Balzac, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno VI, N. 34, 29 Novembre 1885, p. 5.
  - Si è riunita la commissione pel monumento a Balzac.
  Assistevano moltissimi fra i più insigni letterati francesi. Mancava Emilio Zola, lo scrittore che rimproverò con parole roventi al suo paese di non avere ancora saputo celebrare l’apoteosi del primo fra i suoi romanzieri.
  Adesso pare che intendano concretare davvero, in questo crescente rifiorire del culto all’autore immortale della Comédie humaine, e che la statua del filosofo poeta di Tours sorgerà nella terra che ha saputo già rendere questo onore a Giorgio Sand e ad Alessandro Dumas.


  Teatro Garibaldi, «L’Euganeo Politico-Letterario», Padova, Anno IV, N. 344, 13 Dicembre 1885, p. 2.

  L’originalissimo autore della Physiologie du mariage e di Père Goriot – il romanziere fecondo e bril­lante, che ha avuto trenta o quaran­t’anni fa una voga straordinaria e con­serva tuttora nella storia della let­teratura francese un posto altamente onorevole – Balzac, insomma, volle tentare anche la prova del teatro, la­sciando al medesimo due lavori, un dramma ed una commedia.

  Il primo non fu mai rappresentato. Vautrin impaurì la censura del Go­verno di Luigi Filippo, che lo mise all’indice come pericoloso alla morale pubblica. La seconda, Mercadet le faiseur, ebbe migliore fortuna, e com­parve sulle scene della Comédie dopo il 1850, senza che a Balzac, morto in quell’anno, fosse consentito d’assistere al suo trionfo.

  Poi Mercadet girò la Francia, e varcò anche le Alpi. Tuttavia, le no­stre Compagnie non lo tennero troppo a lungo nei loro repertori; certo negli ultimi quindici o venti anni la commedia di Balzac fu lasciata tra le anticaglie, rifiutato dall’indirizzo pre­sente dell’arte drammatica e dal gu­sto del pubblico.

  Emanuel ha voluto resuscitare que­sta satira gustosissima dell’affarismo, dimostrando, con un successo vera­mente inatteso, che Mercadet è an­cora un lavoro vivo e sano, forte­mente costituito e capace di sfidare i lumi della ribalta con più coraggio e con più risorse di molti lavori mo­dernissimi, che nascono affetti da bol­saggine incurabile e muoiono fra gli sbadigli o le impazienze del pubblico.

  Nella commedia di Balzac c’è tanto spirito, tanta spontaneità di dialogo tanta verità di caratteri, che sembrerebbe nata ieri sotto la penna d’un ingegno poderoso e immaginoso, consapevole d’una delle principali maga­gne del nostro tempo, nel quale l'af­farismo domina un po’ dappertutto a scapito della rettitudine e della serietà della coscienza pubblica.

  Ed Emanuel ha fatto una creazione meravigliosa del protagonista. Truccato stupendamente, in modo affitto irriconoscibile, il bravissimo artista sbalordì i suoi quattrocento spettatori con la scioltezza della parola, che gli pioveva dal labbro come se nella sua carriera drammatica non avesse re­citato altro che il Mercadet.

  Ci furono degli applausi e delle chiamate calorosissime all’indirizzo di Emanuel, che ha rivelato un’altra volta tutto il suo grande valore d’ar­tista.


  Balzac, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno VI, N. 20, 27 Dicembre 1885, p. 2.
  Da uno studio sull’autore della Comédie humaine che vien pubblicando Gabriele Ferry sulle colonne del Gil Blas, riassumiamo alcuni particolari poco noti intorno ad una delle amiche del poeta.
  Essa è la signora de Berny, e Balzac allude a lei con queste parole, dirette ad un’altra amica:
  «Durante dodici anni, un angelo ha sottratto ogni giorno al mondo, alla famiglia, ai doveri, a tutte le occupazioni assorbenti della vita parigina due ore per passarle con me, senza che nessuno lo sapesse: dodici anni, capite? …».
  Egli aveva conosciuto la signora de Berny a Villeparisis. Ella era una amica di sua sorella e di sua madre, un cuore caldo ed affettuoso ed una immaginazione viva ed esaltata.
  Maritata ad un uomo molto più vecchio di lei, di carattere irascibile, sospettoso, cupo e geloso, la graziosa signora de Berny trovò nel poeta un cuore capace di comprenderla ed ella comprese il poeta, lo consolò nei di lui disastri finanziari; seppe indurre il padre a soccorrerlo nei primi imbarazzi delle sue speculazioni di editore.
  Quando il Balzac, vendute a peso di carta le edizioni di Molière e Lafontaine, tornò alla letteratura, rifugiandosi in una cameretta di via Tournon, la signora de Berny andò a trovarlo, a fargli coraggio, a ispirargli di nuovo la fede in sé stesso.
  E forse fu il pensiero di quest’angelo, com’egli la chiamò sempre, ricordandola, che trattenne il giovane alle prese colle più terribili difficoltà della vita, dal lanciarsi cento volte dai ponti della Senna, giù nelle acque che i suoi foschi occhi fissavano affascinati.


  G. P. A., Il vero nei libri, negli scrittori ed i suoi effetti (a proposito dei “Réfractaires” di Jules Vallès), «La Rassegna Nazionale», Firenze, Anno VII, Volume XIII, 1885, pp. 195-203.

 

  p. 195. Tutto è vero in quella concisa ed efficace esposizione degli effetti del libro nei fanciulli, nei giovinetti, negli adulti. [...] ai giovani che cercano ed aspettano le duchesse ed i milioni di Balzac e che sputano come Vautrin [...].


  Camillo Antona-Traversi, Prefazione in Vittorio Peri, Della Critica letteraria moderna in Italia con prefazione di Camillo Antona-Traversi, Bologna, Nicola Zanichelli Editore, 1885, pp. I-LIV.
  p. XXXIV. Il critico napoletano [Francesco Torraca, Saggi e Rassegne, Livorno, 1885] questa volta ha ragione; ha solo il torto di non mettere addirittura il Verga, il Capuana, il Fogazzaro in seconda, e, anche in terza linea: gli altri, ben inteso (e chi si occupa degli ultimi?), andranno, poi, in quarta, in quinta ed anche in sesta e settima riga. E, di vero, che cosa sono mai questi nostri romanzieri a petto a un Balzac, a un Flaubert, a un Daudet e a uno Zola? Nient’altro che moscerini a fronte di mosconi.


  B., La Marchesa Colombi, «Corriere della Sera», Milano, Anno X, Num. 333, 6-7 Dicembre, 1885, p. 2.

  Nel racconto è la intonazione della Eugenie (sic) Grandet di Balzac, uno dei più mirabili lavori della letteratura romantica e dei più fini del celebre romanziere.


  Luigi Barbieri, La Donna, «Il Baretti. Giornale scolastico letterario specialmente per l’istruzione classica, normale e tecnica», Torino, Libreria scolastica di Grato Scioldo – Editore, Anno XVI, N. 33, 20 Novembre 1885, pp. 328-329.

 

  p. 329. Infine, il vostro bimbo deve approfittare delle vostre lezioni senza sentirsi opprimere dalla voce del pedagogo, nè dalla noia di una scuola. Cito a questo proposito le saggie parole di Onorato Balzac. «Padre, odierei il fanciullo che, puntuale come un orologio, avesse, sera e mattina, una esplosione di sensibilità, venendo a darmi un buon giorno o una buona notte d’obbligo. È così che si soffoca tutto ciò che vi è di generoso e di spontaneo negli umani sentimenti (2)».

  (2) Fisiologia del matrimonio, Paris II, 17.


  Anton Giulio Barrili, Arrigo il savio (Racconto), «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XX, Seconda Serie, Volume Quarantanovesimo Della Raccolta, Volume LXXIX, Fascicolo I, 1 Gennaio 1885, pp. 74-99.
  pp. 82-83. – Ecco qua, Gonzaga mio. La contessa non poteva soffrire il Valenti. Sa che gliel’ho detto io medesimo? Ora, ricordo di aver letto in un libro che queste antipatie dichiarate sono artifizi di donne, per nascondere la verità, che è tutt’altra.
  Qui Cesare Gonzaga fu ad un pelo di perdere la pazienza.
  – Ah, senta! – gridò. – Ne troverai molte, sui libri. Solo a leggerne uno del Balzac, c’è da rinunziare per sempre alla vita matrimoniale. La contessa, che io ho imparato a stimar tanto, può benissimo non apprezzare il carattere di mio nipote, troppo compassato, troppo serio, troppo calcolatore; e in ciò potrebbe aver ragione, per bacco! C’è altro? […].

  Achille Bazzoni, In Platea, «La Commedia Umana. Giornale-Opuscolo settimanale», Milano, Anno I, Punt.a N. 43, 11 Ottobre 1885, pp. 1-8.

 

  pp. 6-7.

 

  L’impero ottomano va restringendosi come la miracolosa Peau de chagrin di Balzac, che ad ogni desiderio soddisfatto del fortunato proprietario si impiccioliva d’un circolo, finchè a lungo andare non ne resto che un lembo, agonia terribile del possessore condannato a non desiderare più nulla, perché all’ultima soddisfazione doveva essere compagna la morte temuta.

 


 

  Achille Bazzoni, In Platea, «La Commedia Umana. Giornale-Opuscolo settimanale», Milano, Anno I, Punt.a N. 47, 8 Novembre 1885, pp. 1-8.

 

  p. 3. Chi non ha letto la Fisiologia del matrimonio di Balzac, chi non ha compulsata, spaventato, la terribile statistica dei mariti ... come dire? dei mariti ... mi capite e la loro feroce classificazione?



  Giuseppe Benetti, Giovanni Verga e il Teatro, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno IX, N. 9, 28 febbraio 1885, pp. 65-66.
  p. 65. Emile Zola, a proposito del naturalismo, scrive: “Dans l’histoire, dans la critique, l’étude des faits et du milieu, remplace les vieilles règles scolastiques. – Il est certain qu’une œuvre ne sera jamais qu’un coin de la nature, vu à travers un tempérament”.
  Parole d’oro, nelle quali è riassunto sinteticamente tutto un programma di battaglie artistiche avvenire, programma che non è altro se non quello del grande Balzac.
  Verga, il nostro primo romanziere, colla sua ormai celebre Cavalleria rusticana, ha dato ragione allo Zola; egli ha mostrato come il naturalismo possa trionfare, non solo nel romanzo, nella novella, ma anche nel teatro. […]
  Il Verga, nei più minuti particolari, è fino osservatore, profondo indagatore dei più riposti moti del cuore umano. E sa sorprenderli. […]. E non ci è una parola che non sia propria del linguaggio dei personaggi, non una frase enfatica, niente che stoni, che non sia a posto, che non sia il puro necessario.
  È la gran calma dell’Oceano e la tempesta nel medesimo tempo. Così, una parola, un grido in Balzac bastano per darci il personaggio tutto intero. A mo’ d’esempio, il grido straziante della gnà Nunzia nell’ultima scena non esprime mirabilmente la disperazione della madre, cui compare Alfio ha scannato il figlio?


  Achille Bizzoni, In Platea, «La Commedia Umana. Giornale – Opuscolo settimanale», Milano, E. Sonzogno Editore, Anno I, Punt.a N. 6, 25 Gennajo 1885, pp. 1-5.
  p. 2. Le potenze sono femmine, la politica e la diplomazia più che mai, e per scrutare i loro pensieri sotto il sorriso lusinghiero e ingannatore, bisognerebbe essere più di Balzac profondi conoscitori dell’inesplorabile abisso, ch’è la mente di una donna.


  Achille Bizzoni, In Platea, «La Commedia Umana. Giornale – Opuscolo settimanale», Milano, E. Sonzogno Editore, Anno I, Punt.a N. 47, 8 Novembre 1885, pp. 1-8.
  p. 3. Se quasi tutte le legislazioni antiche e moderne sancirono il divorzio, gli è appunto perché previdero l’adulterio … E noi saremo più esigenti dei legislatori moderni?
  Chi non ha letto la Fisiologia del matrimonio di Balzac, chi non ha compulsata, spaventato, la terribile statistica dei mariti … come dire? – dei mariti … mi capite – e la loro feroce classificazione?


  Giovanni Boglietti, Taine e i suoi critici, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 51, 20 dicembre 1885, pp. 1-2.
  Il Taine è talmente sotto l’impressione di questa sua teoria dell’ambiente, che non esita a chiamare tutti i grandi coloristi del nostro tempo, letterati o pittori che sieno, altrettanti cervelli guasti e sconnessi. Tali sono, a suo avviso, Enrico Heine, Victor Hugo, Shelley, Byron, Keats, Elisabetta Browning, Edgardo Poe, Balzac, Delacroix, Decamps e infiniti altri.


  Cesare Cantù, Alessandro Manzoni. Reminiscenze di Cesare Cantù. Seconda Edizione per il Centenario di Alessandro Manzoni 7 Marzo 1885, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1885, Volume Primo; Volume Secondo.
  Cfr. 1882.


  Luigi Capuana, Per l’Arte, Catania, Cav. Niccolò Giannotta, Editore, 1885.
  p. V. Prima di metterci a scrivere guardammo intorno, davanti, addietro a noi. Che vedemmo? Vedemmo il romanzo moderno già grande, già colossale in Francia, col Balzac, e neppure in germe in Italia. Sotto il piedistallo del monumento che il Balzac si è rizzato aere perennius, vedemmo una schiera di scrittori di primo ordine che ha lavorato a ripulire, a migliorare, a perfezionare la forma lasciata a mezzo dal maestro: il Flaubert, i De Goncourt, lo Zola, il Daudet, e dicemmo risolutamente: bisogna addentellarsi con costoro! Ci mettemmo subito all’opera. […].
  p. LIV. Però vorrei vedere che viso voi farete se uno dei nostri novellieri contemporanei si lasciasse prendere dalla tentazione di presentarvi un volume di novelle alla boccaccesca, e non pel capriccio di fare un pastiche, come il Balzac coi suoi Contes drolatiques, ma sul serio, per tornare all’antico, per riannodarsi alla tradizione nazionale, come predica certa gente … vorrei vedervi che viso! […].
  p. 194. Leggete il Reverendo [di Giovanni Verga, cfr. Novelle rusticane], la prima delle novelle rusticane. È una figura altamente comica nel vero senso della parola, cioè di quelle che rasentano il tragico, come lo concepivano Molière, Shakespeare, Balzac. Ogni parola che dice è una rivelazione; ogni gesto che fa vi apre un abisso di questo cuore umano dove la bestia ringhia e appetisce più che non si voglia far credere da certi moralisti da strapazzo.


  Carlo Carafa Di Noja, L’Arte poetica (da Boileau Despréaux), in Foglie al vento. Poesie, Napoli, Rinaldi e Sellito, Editori, 1885, pp. 63-78.

Canto I
  pp. 65-66, nota 3. Con detti arguti l’altro aguzzar l’epigramma. Malherbe(3) d’un eroe le gesta può vantare; […].
  (3) Poeta del XVII secolo, di cui Balzac scrisse: «J’ai pitié d’un homme qui traite l’affaire des gérondifs et des participes, comme si c’était celle de deux peuples voisins, jaloux de leurs frontières … La mort l’attrapa sur l’arrondissement d’une période, et dogmatisant sur la vertu des particules».
  Ciò non toglie che le odi eroiche di lui sono citate fra i migliori saggi lirici della letteratura francese.


  Giosuè Carducci, Colloqui manzoniani, «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 12, 22 Marzo 1885, pp. [1-2].
  I Misteri di Parigi e il Giudeo Errante spinsero a disselciare le strade la rivoluzione del 1848. Quanti sono i gabinetti di lettura dove oggi si trovino i Misteri e il Giudeo?
  I romanzi del Balzac hanno ingenerato il verismo: pure anche dei romanzi di Balzac si discorre e si scrive più che non si leggano.
  Peggio ancora il romanzo storico: incrociamento tra il romanzo e la storia, mezzano il dramma, in un momento di ebrietà romantica. […].
  Ma domando: i Promessi Sposi hanno esercitato l’efficacia letteraria che la Nuova Eloisa, per esempio, esercitò nella letteratura tedesca e inglese, su Goethe, su Schiller, su Byron? I Promessi Sposi hanno mai riscaldato o turbato gli animi degli stranieri, come i romanzi del Balzac riscaldarono i russi? I Promessi Sposi hanno avuto mai un lampo della popolarità che proseguì i Miserabili?


  A.[chille] Cecovi, Avvertimento, in Prospero Mérimée, Il Vicolo di Madama Lucrezia (traduzione di G. Zannoni). Racconti birbi di Onorato de Balzac (prima traduzione italiana di A. Cecovi)…cit., pp. 33-34.
  Pochi ignorano chi fu Onorato di Balzac e quali e quante sono le opere ch’egli ha lasciato, di cui alcune eccellenti tanto da valergli ampia e meritata fama, altre mediocri, altre infine meno che mediocri, nulle affatto.
  Di Balzac molto fu scritto e molto si scrive tuttora, perché questo ingegno bizzarro, fecondo, forse troppo, ha segnato – checché se ne dica – un’impronta nella storia letteraria del nostro secolo non facilmente cancellabile, benché la sua fecondità, come scrittore, abbia qualche volta nociuto alla solidità di alcune delle sue opere.
  Fra queste va compresa una serie di novelle ch’egli intitolò «Contes drolatiques» scritte nello stile e nella lingua di Rabelais, ricche di umorismo, di satira e di filosofia ridanciana.
  Per quante ricerche abbia fatto, non mi fu dato di trovare come la critica dell’epoca giudicasse questo lavoro. Forse l’andamento libero di quelle novelle – al cui confronto impallidisce il Decamerone del nostro Boccaccio – il linguaggio senza velature, la crudezza della forma, hanno offeso le orecchie ed il gusto del pubblico e della critica.
  Non è qui né il luogo né il momento di uno studio sui Contes drolatiques, che non esito a chiamare opera poderosa, colla quale l’autore ha voluto forse rispondere alla guerra occulta e continua che da taluni gli fu fatta senza tregua, e dare in pari tempo la misura della sua ammirazione e del suo culto per Rabelais, di cui si professò sempre seguace.
  Sembrandomi che il genere di queste novelle fosse adatto per la Biblioteca Umoristica, ho voluto tentare la traduzione di alcune di esse.
  Due vie si aprivano davanti: o tradurre alla libera, in lingua moderna, corrente, pur attenendomi il più fedelmente possibile all’originale, o conservare forma, stile e lingua adottati dal Balzac: insomma fare una traduzione in stile boccaccesco.
  Ho seguita la prima via, sembrandomi la più conveniente al carattere popolare della Biblioteca Umoristica.
  Non è stato un malsano desiderio di divulgare un genere che – volendo giudicare superficialmente e con criteri alieni dall’arte – dai molti potrà essere battezzato per pornografico o, nella migliore ipotesi, per verista.
  Les Contes drolatiques di Balzac sono un’opera d’arte importante, la quale depone in favore del genio di Balzac, e sarò lieto se il modesto tentativo che ho fatto, credo primo in Italia, spingerà i lettori a leggere les Contes nel loro originale e fare così conoscenza con una delle tante manifestazioni della versatile vena di Balzac, manifestazione che, ritengo, poco conosciuta.
  Prego quindi il cortese lettore a tener conto delle considerazioni d’arte che ispirarono il mio tentativo e delle difficoltà che ho dovuto superare – non so se felicemente – e a non fare troppo il viso dell’armi a questa traduzione.


  O.[reste] Cenacchi, Edmondo About, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno IX, N. 5, 31 gennaio 1885, pp. 35-36.
  p. 36. About, temperamento essenzialmente francese, erede, come fu detto, dello spirito di Voltaire e che nel difendere Gaetano seguì degnamente le tradizioni di Beaumarchais, About che si credette in diritto, ed era il solo del suo tempo che lo fosse realmente, di chiedere un monumento per Paul Louis Courrier, non poteva seguire la nuova scuola letteraria, giacchè egli come osserva acutamente Monselet: “About ne sortait ni de l’antichambre di (sic) Victor Hugo, ni de l’école de Balzac, ni du moulin de Jules Janin; il n’abusait ni du lyrisme, ni de l’observation, ni de la peinture; il avait de la gaieté avec ce qu’il faut de style et de science”. […]
  Ma l’opera letteraria sua, come che non rispecchiante alcun nuovo atteggiamento dell’arte, non è morta prima di lui, come si pretende; egli lascia pagine che, quali modelli d’arguzia e di spirito, anche quando del materiale letterario del suo tempo non resteranno che le liriche di Hugo, alcuni romanzi di Balzac e di Zola, alcuni studi dei Goncourt e poche commedie di Augier, saranno lette con compiacimento e diletto.


  O.[reste] Cenacchi, Per una Compagnia comica, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno IX, N. 11, 14 marzo 1885, pp. 83-84.

  [Sulla Nuova Compagnia di Ermete Novelli].
  p. 84. Lo scrittore di romanzi, lo stesso autore drammatico non abbracciano forse nel mondo che essi creano questa molteplicità di tipi? non vivono essi, quando sono veramente artisti, la vita d’ogni loro personaggio? Essi hanno dunque la perfetta nozione dell’organismo pensante, vivente che creano; è solo a queste condizioni che si fanno dei capolavori. […].
  Per provare che un vero artista drammatico non può riuscire che alle riproduzioni di certi tratti umani, dipendenti tutti da un aggruppamento particolare di qualità caratteristiche che vanno distinte col nome di ruolo, giacchè solo quello potrà approfondire e la sua arte toccare la perfezione, bisognerebbe provare che i grandi artisti non sono riusciti egualmente che a dar vita a determinate manifestazioni della passione umana; ed è appunto invece la ristrettezza d’orizzonte in cui taluni si sono dovuti o voluti rinchiudere che ha fatto passare, assai prima che i contemporanei credessero, l’ala dell’oblio sull’opera loro. La tavolozza di Balzac è immensa, come è immensa la sua fama; l’opera di Shakspeare (sic) è eterna perché è in essa resa tutta, nella sua universalità, la vita.
  Ma da questo ideale d’artista all’artista quale ce lo danno le condizioni del nostro teatro, c’è tanta distanza che vi si può trovare posto per parecchi e notevoli miglioramenti. L’artista generico è destinato a far sparire i ruoli fissi. […].
  Il campo delle sue investigazioni è infinito: può da una sera all’altra essere chiamato a rendere la pazzia d’Amleto, il rimorso di Macbet (sic), la gelosia di Otello, l’amore di Romeo; può, nella maggiore angustia di linee del teatro moderno, passare da una sera all’altra dall’intrigo di Mercadet a quello di Figaro, dalla paternità di Giboyer a quella di Duval, dalla colpa di Corrado nella Morte Civile a quella di Lorenzo nella Teresa Raquin.


  G. A. Cesareo, Critica nova*, «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 20, 17 Maggio 1885, p. [2].
  * Luigi Capuana – Per l’arte. – Catania 1885.
  Continua il Capuana a proposito dell’accusa che oggi si muove a’ romanzieri sperimentali d’imitare i francesi: «Prima di metterci a scrivere guardammo attorno, davanti, addietro a noi. Che vedemmo? Vedemmo il romanzo moderno già grande, già colossale in Francia, col Balzac, e neppure in germe in Italia. Sotto il piedistallo del monumento che il Balzac si è rizzato da sé aere perennius, vedemmo una schiera di scrittori di primo ordine che ha lavorato a ripulire, a migliorare, a perfezionare la forma lasciata a mezzo dal maestro: il Flaubert, il De Goncourt, lo Zola, il Daudet; e dicemmo risolutamente: bisogna addentellarsi con costoro! Ci mettemmo subito all’opera».
  E fu male. […] Come l’odierno romanzo francese procede dal romanzo realista del Balzac; come l’odierno romanzo russo procede dal romanzo realista dell’Eliot, così l’odierno romanzo italiano avrebbe dovuto e dovrà procedere dal romanzo realista del Manzoni.


  G. A. Cesareo, Rassegna bibliografica*, «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 38, 20 Settembre 1885, p. [4].
  * Ugo Fleres – Profane Istorie – Roma, 1885.
  Le profane istorie son sette, senza contare un prologo e un epilogo. Nella lingua, nello stile, nell’invenzione, arieggiano alle novelle del Trecento, segnatamente a quelle del Boccaccio. Perché l’autore abbia fatto così e non altrimenti, non è cosa che debba importare ai lettori: un capriccio, e basta.
  Del rimanente, se il Fleres con quest’esempio avesse inteso mostrare quanto la lacera e goffa e rachitica novella moderna resti a dietro in tutto e per tutto all’antica, non io certamente vorrei biasimarnelo. E in fin de’ conti, anche i naturalisti ignoranti dovrebbero avere imparato che Onorato Balzac o di Balzac (com’egli abusivamente, a detta del Sainte-Beuve, amava sottoscrivere) dal quale e’ si figuran di procedere, non fece altra cosa in que’ Contes drôlatiques che, scritti in francese del cinquecento, van per le mani di tutti. […].
  Se non che penso in buon punto che sarebbe ormai tempo di smetter di fare il pedante a dosso al Fleres; a cui per altro avevo l’obbligo di dichiarar con le prove l’accusa; e mi fermo a questa prima novella per lasciar da parte la lingua e venire allo stile. Il quale, a mio credere, ha lo stesso felice difetto che quello del Balzac ne’ Contes drôlatiques: è troppo elegantemente contornato, troppo abbondantemente fiorito, troppo minutamente cesellato al confronto di quello, non che d’altri, di Giovanni Boccaccio, ch’è pure il più dotto, il più vario, il più magnifico di tutti. […].
  Di queste istorie del Fleres le migliori a me sembran la terza, la quarta e la sesta, così per la piena fusione della favola come per la novità della trovata. […] Se non che forse è soverchia la rassomiglianza fra quelle sue figure, segnatamente di donne; e Madonna Bella, la Principessa, Susanna, Madonna Rovena, Diana paiono un po’ troppo la stessa persona atteggiata e vestita, in guise diverse; e a chi ha finito di leggere il libro si confondon nella mente, come una sola figura. Ricorda il Fleres (e come non ricorderebbe? tante volte ne parlammo in quelle nostre passeggiate serali lungo il Tevere biondo) la Connestabile del Balzac e l’Impera e Berta e l’amorosa di Luigi XI? e come tutte diverse, e pur tutte vive e vere e reali? E bene s’io non mi sbaglio, in questo e’ non ha sempre colpito nel segno. Non che quelle sue donne non amino o soffrano e godano e vivano tutte; ma non vivon ciascuna di vita propria, anzi tutte, direi, di vita comune.

  Giuseppe Chiarini, Conversazioni domenicali. Contro la critica, «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 33, 16 Agosto 1885, pp. [1-2].

  [Sul giudizio di Nencioni a proposito di: La Conquista di Roma di M. Serao].
  «Donna Angelica, dice il Nencioni, è una creatura poetica che ha una lontana parentela con la Enrichetta Mortsauf nel Lys dans la vallée, e con la Julie di Raphaël. È una creatura singolare, una mistica che ha vissuto troppo di sogni, che non ha amato nell’ora di amore, e che non può più amare, e vorrebbe, e non si rassegna a creder morto il suo povero cuore. Si delizia alla voluttà suprema di sapersi spassionatamente amata, – la più grande ambizione e la più intensa felicità della donna – ma non osa, non vuole, non può abbandonarsi … Eppure si abbandona, e ha parole di amore, e strugge a fuoco lento quel povero Sangiorgio, la cui immaginazione si esalta, la cui volontà si paralizza, la cui vita si perde. Essa gli parla di onestà e di coscienza – a lui che ha sete di amore – e si serba intatta, non pura, fino all’ultime pagine del romanzo» […].
  Essa [M. Serao] per intanto non risponde al Nencioni, la cui critica s’intende, ha dovuto darle poco fastidio; risponde invece al Salvadori; ma rispondendo al Salvadori mostra che il Nencioni fantasticò anche più stranamente dell’altro nella interpretazione critica del suo romanzo. […].
  No, quand’io pensai a Donna Angelica, non mi balenò nessun sorriso divino di donna di simil genere, come voi vi sognate; e nemmeno ho voluto creare un’anima malata e irrequieta, una donna eterea, poetica, mistica, parente più o meno alla lontana dell’Enrichetta Mortsauf e di Julie, come ha sostenuto il Nencioni; no, no, niente di tutto questo: io ho voluto semplicemente creare una donna-donna, una donnetta mediocre, onesta per difetto di qualità negative, che si conserva intatta per indifferenza del peccato e per paura del mondo, che non ha coscienza propria, che non ha passioni.

  Domenico Ciàmpoli, Studi slavi. Il romanzo in Russia, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno IX, N. 18, 19 settembre 1885, pp. 297-298.
  p. 298. Terzo carattere è la varietà immensa dei tipi, ritratti con precisione meravigliosa; ma non sono già i vecchi tipi da commedie o da romanzi convenzionali; no, sono quali s’incontrano nella vita d’ogni giorno e che pure passano inavvertiti; crediamo che solo Dickens e Balzac possano aver creato qualcosa di simile.


  Cicco e Cola, Corriere. “Marion Delorme”, «L’Illustrazione Italiana», Milano-Roma, Anno XII, N. 12, 22 Marzo 1885, pp. 177-179.

  p. 177. Hugo aveva letto poche sere prima il dramma a Balzac, Alfredo di Musset, Alfredo di Vigny, Sainte Beuve (sic), Villemain, Mérimée, e Federigo Soulié.


  I. Civello, Ancora del romanzo sperimentale, «Prometeo. Rivista settimanale di lettere, scienze ed arti», Palermo, Anno III, Num. 4-5, 25 gennaio 1885, pp. 2-3.
  p. 2. Balzac e Flaubert sono i due maestri di Zola che accetta interamente, anzi allarga quelle teorie e diviene il caposcuola del naturalismo.
  Noi siamo dunque di fronte a codesto romanzo sperimentale, che tanto ha dato da fare e da dire ai critici. […] F. Ferri pare che voglia dimostrare collo specioso esempio dell’aneddoto del Balzac comprendere la idea teoretica dell’arte in due termini: idealismo e realismo.

  C.[arlo] Collodi, Un’antipatia, in C. Collodi, Un’antipatia. Poesia e prosa. Memorie d’un caccialepre di L. Grande, Roma, Edoardo Perino, Tipografo-Editore, 1885 («Biblioteca Umoristica» diretta da G. Petrai, Serie II, Numero 16, Vol. 36 della raccolta), pp. 7-30.
  p. 14. Poche sere dopo la Bita e sua madre andarono a un gran concerto musicale nella sala filarmonica, uno di quei concerti descritti con tanto brio da Balzac, e che riescono sempre molto lunghi, molto noiosi, e moltissimo applauditi.
  Cfr. 1871; 1880.

  Giuseppe Depanis, L’epistolario di uno scrittore(1), «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno IX, N. 19, 9 maggio 1885, pp. 145-147.
  (1) Lettres de Jules de Goncourt. – Paris, G. Charpentier et C., éditeurs.
  p. 145. Su Victor Hugo, invece, Giulio scrive che lo ama perchè : “cet homme de génie interprète ce que je sens et que ses œuvres me sont les plus sympathiques de toutes celles que j’ai lues”. Edmondo però ha cura di soggiungere che “plus tard une partie de cette admiration déserta du côté de Balzac”.


  Ottone di Banzole [Alfredo Oriani], Il Canarino, «La Domenica Letteraria», Roma, Anno IV, Num. 10, 8 Marzo 1885, pp. 3-4.
  Forse! … Renan è semplice; non si può esser bello altrimenti! Guardate Zola, che combatte Gautier e Victor Hugo: ebbene il suo stile è una fusione dei loro due, talvolta nelle qualità, più spesso nei difetti; mentre la sua arte discende da Balzac che confessa, e dai romanzieri inglesi che nega. La sua originalità di artista e di pensatore sta nei soggetti prescelti: Zola oggi è il più grande, perché il più moderno. Un passo ancora e le finezze linguistiche o sensistiche di Gautier si cambieranno per Goncourt in vanità di astruseria o in passione di malato, che gli annebbieranno sovente la verità dei quadri, tormentandogli la fisonomia dei personaggi. Il fine diventerà impalpabile, l’indicibile sarà detto, ma forse l’incomprensibile sarà aumentato. […].
  Non mi credete? Ritorniamo dunque a Renan. Che direbbe oggi di lui Balzac, morto nell’ammirazione di Gautier? Uno scrittore per diventare veramente bello non può essere novatore né del pensiero né della forma. Forse questa affermazione scritta susciterebbe fiere polemiche e molti spropositi, ma io mi vi ostino, perché ogni individuo, concreto od astratto, non è perfetto che adulto. […].
  Non mi è mai sembrato che una pagina di Renan rassomigli ad una pagina di Chopin, e ne abbia la stessa malinconia latente, lo stile puro quantunque capriccioso, l’inimitabilità della espressione precisa nella parola e illimitata nel sentimento? Balzac ha detto: che la prima qualità di un libro è quella di far pensare: per un libro di filosofia forse; per un libro d’arte, ne dubito.

  Ottone di Banzole, Ad Alessandro Dumas (A proposito del divorzio), «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 49, 6 dicembre 1885, p. 3.
  Susanna d’Auge, che invece di lasciarsi sedurre, seduce; cuore secco, testa fredda, sensi calmi, non si lagna perché gode da un pezzo, ma teme di non goder più, e vuole mettersi in regola per godere sempre; ecco il capo lavoro, hanno detto molti. Quale peccato però che la vostra Susanna fosse nipote di madama di Marneffe, e il capo lavoro di un simile tipo lo avesse di già anticipato Balzac! E Balzac credete voi, che avrebbe conchiuso il vostro Demimonde tanto ben ideato come commedia di costumi in una commedia d’intrigo alla Scribe, specialmente dopo le giuste accuse da voi fatte allo Scribe stesso? […].
  Eppure l’adulterio nella grande letteratura da Omero a Dante, da Shakespeare a Balzac non fu mai trattato come da voi. […].
  Quindi la vostra arte, sebbene meno ricca nella specie, fu del genere creato da George Sand. Nata prima di voi, ella fu di voi più romantica in arte ed in politica: come donna provò meglio ed espresse più efficacemente tutte le potenze e le impotenze del proprio sesso; più vasta nella fantasia e acuta nel pensiero, ebbe paradossi più brillanti, analisi più sicure. Il suo successo fu immenso; voi ne ereditaste. La moltitudine naturalmente femminina, che preferisce l’ingegno al genio, il cortigiano al padrone, la piccola arte fatta di sentimento alla grande arte fatta di pensiero, vi acclamò, George Sand aveva oscurato Balzac, voi nascondeste Flaubert.

  Corrado Di Lorenzo, Una novella, «Prometeo. Rivista settimanale di lettere, scienze ed arti», Palermo, Anno III, Num. 8, 1° Maggio 1885, pp. 2-3.
  [Su Anton Giulio Barrili].
  Il Barrili non analizza mai, egli è forse convinto che l’analisi debba risultare dai fatti […].
  Le note sono volgari, e svaporano subito nella mente, poiché non possono lasciare alcuna impressione. Le son cose che si sanno da tutti queste, nevvero? Eppure si continua a gridare la croce addosso ad una schiera di giovani egregi francesi, che seguendo le orme di Balzac, Flaubert, Zola, s’ingolfano nel mare magnum della psiche e ci danno lavori stupendi, delicatissimi, di analisi psicologica, superando in certi punti i loro maestri.

  La D.[irezione] d.[el] F.[racassa], Trucioli. Notta alla “Notte di maggio” di G. Carducci, «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 20, 17 Maggio 1885, p. [2].
  Giosuè Carducci mandandoci la poesia che abbiamo stampato in prima pagina [Notte di maggio] l’accompagnava con questa Nota, che sarà letta non senza interesse, e forse con qualche profitto, dai pochi che in Italia si occupano d’arte con intendimenti serii ed onesti:
  «De’ poeti di razza latina contemporanei solo, credo, il conte di Gramont si è provato a rinnovare la sestina lirica provenzale italiana. […] A mostrare e lodare le difficoltà superate e le bellezze conseguite dal signor di Gramont ne’ suoi tentativi di sestina francese, il Balzac romanziere scriveva che in cotesto metro la fantasia del poeta deve danzare come la Taglioni, pur avendo i ferri a’ piedi. La imagine è scusata dal difetto nel Balzac d’ogni intelligenza di poesia.

  Thomas Emery, A travers les romans. Comte Léon Tolstoï, “Anna Karénine”, 1885, Librairie Hachette, «Revue Internationale» paraissant le 10 et le 25 de chaque mois à Florence, Florence, Joseph Pellas, Impr. de la Revue Internationale, Deuxième Année, Tome huitième – Deuxième livraison, 10 Octobre 1885, pp. 242-251.
  p. 243. Aussi la lecture des œuvres de Tolstoï ne procure-t-elle aux lecteurs délicats qu’un plaisir mélangé de souffrance, cette même souffrance que Balzac, et Stendhal plus encore, leur avaient déjà fait éprouver.

  Thomas Emery, A travers les romans. Édouard Cadol, “Hortense Maillot”, 1885, Calmann Lévy, «Revue Internationale» paraissant le 10 et le 25 de chaque mois à Florence, Florence, Joseph Pellas, Impr. de la Revue Internationale, Deuxième Année, Tome huitième – Quatrième livraison, 10 Novembre 1885, pp. 541-548.
  p. 543. On revient aux épigraphes qui paraissaient pourtant décidément passées de mode. Celle que M. Édouard Cadol met en tête de son nouveau roman nous avertit immédiatement du sujet qu’il va traiter : «Le bonheur est impossible en dehors des lois sociales». C’est Balzac qui l’a dit, mais nous pourrions tous l’avoir dit comme lui, car chaque jour l’on est en mesure de constater autour de soi la vérité de cet axiome.

  Fortunio, F. Paolo Tosti, «La Commedia Umana. Giornale – Opuscolo settimanale», Milano, E. Sonzogno Editore, Anno I, Punt.a N. 9, 25 Febbrajo 1885, pp. 6-8.
  p. 7. Balzac dovendo fare una categoria dei terzi pericolosi, vi iscriverebbe subito il Tosti … guai poi quando la musica ci si mette di mezzo!

  Fortunio, Chroniques et correspondances. Lettre de Paris, «Revue Internationale» paraissant le 10 et le 25 de chaque mois à Florence, Florence, Joseph Pellas, Impr. de la Revue Internationale, Deuxième Année, Tome huitième – Ire livraison, 25 Septembre 1885, pp. 117-123.
  pp. 118-119. On annonce la publication de la traduction d’un livre anglais qui a ému profondément et partout le public européen : le livre de lady Verney sur les Paysans propriétaires en France. Il est incontestable que, depuis Balzac, personne n’a porté le scalpel sur la vie rurale dans ce pays-ci comme lady Verney et elle a qualité pour le faire. […] Mais le nom de Balzac vient naturellement sous la plume, parce que lady Verney n’a pas seulement été frappée par le côté matériel ou pratique du tableau, le côté moral et intellectuel, le côté physiologique et psychologique l’ont préoccupée de même sorte qu’ils ont préoccupé l’auteur de la Comédie humaine, et elle raconte à ce propos le fait suivant : «Ce livre des Paysans nous fut donné par un Français singulièrement à même d’en apprécier le mérite et qui, vivant à la campagne, en tirant ses revenus, en parlait en connaissance de cause: il nous assura que c’était encore là le récit le plus absolument vrai qu’il connût des conditions morales du paysan français, et avec lui nous fûmes forcé de constater la justesse des peintures de Balzac, lequel, ne l’oublions pas, n’avait ni prédilections ni haines dans l’espèce, ne soutenait aucune théorie, ne servait aucune opinion politique, mais reflétait ce qu’il voyait, et ne pouvait échapper à la confession du vrai. Or, quel est le vrai moral dans tout ceci? L’asservissement des populations rurales par un labeur incessant dépassant les forces humaines; la dégénérescence qui s’ensuit; la vieillesse de la femme avant quarante ans; la santé misérable des rares enfants; l’absence de toute relaxation de l’esprit, de tout possible épanouissement naturel (nul sursum corda jamais!) et toute cette peine, cet abaissement, cette dégradation inévitable au profit de droits de propriété, au fond fictifs la moitié du temps, car toujours en réalité dépendants du bon plaisir de l’usurier! Quelle part a le véritable progrès dans tout cela?»
  Cet ouvrage su curieux et si instructif a paru précisément en même temps avec les si remarquables articles de M. Belloc dans la Revue des Deux Mondes intitulés Un département français, dans chaque ligne desquels se confirmaient les dires de lady Verney, et – disons-le aussi – les terribles tableaux de d’il y a quarante ans de ce grand voyant nommé Honoré de Balzac.
  Et à ce propos, le nom du romancier-chef de ce pays a été prononcé plus d’une fois depuis six mois à l’égard des crimes dont la fantastique horreur a saisi l’esprit public partout. On dit avec justesse que les crimes de ce temps-ci en France sont des crimes psychologiques. M. Claretie, il y a deux jours, dans le Temps disait que le Mystère de Villemomble, comme on l’appelle maintenant, est un pur mélodrame compliqué de haute fantaisie, et que la «Maison maudite» a sa véritable place sur le légendaire Boulevard du Crime.
  Lorsqu’on a ouvert sur les lieux de la première instruction du procès, les deux sœurs de la criminelle soupçonnée, Honorine et Sophie Mercier, demeurées libres, ont couru chercher des bannières de la Sainte Vierge et un goupillon trempé d’eau bénite, et, aspergeant à force les représentants de la justice, leur ont crié  «Excommuniés! damnés!!» en les frappant de leurs drapeaux ni plus ni moins que si nous nous fussions trouvés en plein douzième siècle. «Hystériques!» ont proclamé les médecins légaux. Oui, d’accord: hystériques tant que vous voudrez, mais de la graine de ce possédés-là vous en trouverez semée à pleines mains à travers les pages de l’illustre Tourangeau; comme aussi chez le misérable Marchandon, moitié gibier de potence, moitié gommeux vous pourrez, en y cherchant bien, découvrir la parenté avec Lucien de Rubempré. Marchandon n’est qu’un Lucien de Rubempré de bas étage, complètement sorti de la fange et appartenant à une époque démocratique. Il n’a probablement jamais lu Balzac (c’est trop relevé, trop décent pour notre époque ! cela s’appelle bégueule!!) mais il en était paut-être tout de même malgré lui, parce que les personnages de la Comédie humaine ont vécu de la vraie vie, vivent encore et procréent.

  C. F. Gabba, Il divorzio nella legislazione italiana, Pisa, presso G. G. A. Uebelhart Librajo-Editore, 1885. 1891.
  pp. 10-11. Or bene, bisogna proprio avere la mente aliena e dissueta da ogni men che superficiale considerazione, ignara affatto delle leggi fondamentali del viver civile e della stessa umana natura, per non iscorgere nel matrimonio niente altro che un affare individuale, un oggetto della contrattuale libertà. Di questo immenso contratto, come giustamente lo chiamava Balzac, le cui ultime ragioni stanno addentro riposte nella umana psicologia e nella sociologia, in queste scienze sovrane della speculazione contemporanea, non è lecito ragionare e dogmatizzare, astraendo del tutto da quei riguardi, se non a chi non è penetrato per nulla degli odierni intendimenti, dei metodi, e degli scrupoli di tutte quante le scienze morali.

 

  Angelo de Gubernatis, Rassegna delle letterature straniere, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XX, Seconda Serie, Volume Cinquantesimo Della Raccolta, Volume LXXX, Fascicolo VI, 15 Marzo 1885, pp. 319-332.
  [Lettres à une honnête femme (Calmann-Lévy)].
  pp. 330-331. Agli ammiratori e alle ammiratrici di George Sand, segnalo un libro ove troveranno alcune notizie curiose ed interessanti sopra la vita della grande scrittrice, e lo segnalo per l’appunto, perché nessuno s’immaginerebbe forse d’andarle a cercare in un libro intitolato: Lettres à une honnête femme sur les événements contemporains (Clamann Lévy). È citato specialmente lo scritto ora domenticato di un belga, M. Van Engelgom, che ci fa conoscere George Sand al suo ritorno d’Italia: «Madame la baronne Dudevant, dite George Sand, entra au foyer, au bras de M. Charles Didier, l’auteur nébuleux de Rome Souterraine. A la vue de George Sand, Alfred de Musset, dont le voyage en Italie avec la célèbre femme est un fait interprété, se glissa derrière M. de Balzac et s’enfuit dans la salle. Madame George Sand me parut une petite femme d’un aspect assez délicat, de trente ans environ, ayant de beaux et nombreux cheveux et un visage fort noble. Son profil est de ceux que les Français appellent bourbonniens. Elle était mise avec un goût dont l’originalité n’avait rien de force ; ce n’était que de la distinction. Une robe de soie très bouffante, à manches plates, une mantille de velours vert éméraude, garnie de dentelles démeurées, et un beau diamant sur le front. Son pied est irréductible (!) et sa main improbable (!). Elle avait une cour de jeunes artistes à sa suite, et les gens célèbres se rangeaient pour la saluer avec empressement. La chaude pâleur de son visage laissait briller dans tout leur éclat ses yeux noirs».

  Angelo de Gubernatis, Rassegna delle letterature straniere, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XX, Seconda Serie, Volume Cinquantaduesimo Della Raccolta, Volume LXXXII, Fascicolo XI, 1 Giugno 1885, pp. 498-520.
  [Nous tous, par Th. De Banville].
  p. 518. In questo libro di versi intitolato Pour Tous ve n’è veramente per tutti; ora è Coppée che s’arricchisce col suo Torelli, ora il Balzac, ora il Sarcey che entrano in iscena, ed assistiamo pure ad un corso di lezioni del prof. Caro […].

  Angelo de Gubernatis, Rassegna delle letterature straniere, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XX, Seconda Serie, Volume Cinquantunesimo Della Raccolta, Volume LXXXI, Fascicolo XII, 15 Giugno 1885, pp. 716-735.
  [Nuovi romanzi francesi].
  pp. 716-717. […] il maggior numero de’ romanzi odierni può dirsi molto serio; invita a studiare, a meditare, a riflettere; vede nella vita sociale una serie di gravi problemi che il romanziere da prima, quindi il pubblico deve risolvere. Dopo Balzac, e, per debito di giustizia, devesi pure aggiungere dopo lo Zola, il romanzo fantastico, sentimentale, tutto idealistico è diventato impossibile; senza ammettere che si debba far consistere tutta l’arte nella fedele e vivace rappresentazione del brutto, l’odierno romanziere sente di dover studiare sopra modelli vivi, modelli di carne, modelli parlanti; di dover cercare le viscere alla natura e farla palpitare nel romanzo. Il romanzo s’è per tal modo avvicinato alla storia; ogni romanziere odierno, con maggiore o minore ingegno, con maggiore o minor gusto, scrive una pagina scelta di storia contemporanea; e chi intraprendesse ora a scrivere una psicologia della società francese troverebbe nei nuovi romanzi un largo materiale di studio.

  F.[rancesco] D.[omenico] Guerrazzi, Custoza e Montesuello, in Il Secolo che muore. Volume II, Roma, Casa Editrice Carlo Verdesi e C., 1885, pp. 7-98.
  pp. 22-23. E noti poi la diversità grande che passa fra il dramma e il romanzo; in quello concorrono le arti del musico, del pittore, del coreografo, del sarto, del macchinista, e via discorrendo; anzi, si avvantaggia fino dell’arte di coloro che fanno da mare; mentre il romanziere bisogna che a tutto provveda da sé. Né il dramma stesso procede scevro da digressioni, a mo’ di esempio dei soliloqui, i quali se levi, co’ sogni e le descrizioni, il dramma ti apparirà un ombrello senza seta. O pensi un po’, che sia benedetto, al Byron e al Balzac per tacere degli altri; dai sedici canti del Don Giovanni, del primo, se levi le digressioni, gli è bazza se te ne resta in mano la materia di otto; e se il Balzac non menava il can per l’aia, o come avrebbe potuto fornirti quelle sue maravigliose e ad un punto desolanti analisi del cuore umano?

  Ip. Hos… [Hippolyte Hostein, direttore del Théâtre Historique dal 1847 al 1850], Pietro e Caterina. Come Balzac concepì il piano d’un suo dramma storico, ed in qual modo creò la sua «Matrigna». (Dalle memorie d’un … “regisseur” [sic]), «La Scena illustrata. Giornale quindicinale di musica, drammatica, letteratura», Firenze- Roma, Anno XXI, N. 2, 1° Febbraio 1885, pp. 3-4.

  [Cfr. Comment M. de Balzac conçut le plan d’un drame historique intitulé «Pierre et Catherine», et comment il fit «la Marâtre», in Historiettes et souvenirs d’un homme de théatre (sic) par Hippolyte Hostein, Paris, E. Dentu, 1878, pp. 27-43].


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  Un dopo pranzo dell’estate 1847, un visitatore suonava alla porta d’uno dei due padiglioni che il celebre dott. Ségales aveva fatto costruire a Bougival, sulle rive della Senna.

  Una cameriera aprì.

  – Il direttore del Teatro Storico, di grazia, è in casa?

  – Vado a prevenirlo, signore. Abbiate la bontà di attendermi qui, nel boschetto.

  Era così che il proprietario chiamava pomposamente alcuni fusti di viti vergini, intrecciati al disopra della porta d’ingresso.

  – Io me ne stava – scriveva di poi il protagonista dell’avventura – sdraiato in un angolo dell’orto e difeso contro un sole ardente dai muri della casa, allorchè mi si annunziò una visita.

  – Una visita? Che idea! Venire fin quà (sic) con un tal caldo? Quel signore ha detto il suo nome?

  – Non gli l’ho dimandato.

  – Com’è all’aspetto?

  — Eh! Dio buono ... non l’ho mica osservato. Ha un cappello di paglia e le scarpe ricoperte di polvere. Inoltre ha fra le mani una bacchetta, colla quale fa cader le foglie della vite vergine.

  – E sì che non ne ha troppe! diss’io colla contrarietà d’un uomo che a forza lo si vuole incomodare. Infine abbandono la mia ombra e mi dirigo verso l’incognito. Egli guardava attraverso alla porta e mi mostrava il dorso. Giudicandolo a quel modo l’avrei detto un buon campagnolo. Ma eccolo che si volta ... perdio ... è Balzac, è il grande Balzac! ... L’avevo spesso veduto, ma ... non gli avevo mai parlato».

  Mi confondo in scuse per averlo fatto attendere e lo prego, con mille premure, di voler passare nel salotto.

  – Ma noi soffocheremo, là dentro, mi disse allegramente. Sarei forse indiscreto domandandovi se, quando ho suonato, eravate in qualche luogo più fresco?

  – In verità, signor De Balzac, vi confesso che me ne stavo proprio all’aperto, sdraiato nel mio orticello, sulla sponda della riviera, dove cresce una verde erbetta che fa apparir più gialle ancora le zolle del mio giardino.

  – Ebbene, mi ripetè ridendo, è là, se vi piace, che noi andremo a chiacchierare. Insegnatemi la strada.

***

  Quand’egli fu seduto a tutto suo agio, mi narrò che da lungo tempo aveva ideato di comporre pel teatro un gran dramma storico, pel quale aveva gli elementi, come fra poco mi avrebbe provato; ma che la tema d’incontrare una certa opposizione da parte di Alessandro Dumas, l’aveva fino allora distolto dalla sua idea. Gli era stato detto che a fianco del romanziere trovavasi un direttore responsabile e che quel direttore era io; ora, essendo egli mio vicino (Balzac abitava in quell’epoca una villa a Marly-le-Roi) s’era deciso a fermarsi a Bougival per domandarmi francamente alcuni schiarimenti!

  – Non abbiate nessuna apprensione. L’antico patrono letterario, gli dissi con premura, accoglierà con entusiasmo un autore, come voi, degno di considerazione. Egli sarà felice di associarvi a lui per la gloria ed il successo del Teatro Storico.

  Ed in appoggio alla mia dichiarazione citai Adolfo Dumas, che l’altro Dumas aveva fraternamente accolto colla sua Scuola delle famiglie, e tanti altri.

  – Alla buon’ora, sospirò Balzac, eccomi completamente rassicurato. Posso dunque senza inconvenienti parlarvi del mio dramma storico. S’intitolerà Pietro e Caterina. Pietro I e Caterina di Russia! Ecco, io credo, un eccellente soggetto per un dramma!

  – Trattato da voi, il soggetto non può essere che eccellente. Come siete avanti? Avete già il piano particolareggiato?

  – Tutto è qui, mi disse Balzac, battendosi la fronte. Non si tratta che di scriverlo. Guardate, si potrebbe provare domani l’altro il primo quadro.

  – Sarei ben contento di conoscerlo … mormorai, prendendo il tono più amabile che seppi.

  – È facilissimo. Noi siamo in un albergo russo. Di qui voi indovinate la mise en scene (sic), va bene? In quest’albergo v’è molto movimento, trovandosi situato sul passaggio delle truppe. Si entra, si esce, si beve, si chiacchiera, ma tutto ciò rapidissimamente.

***

  Fra le persone di casa, v’è una serva giovane, accorta, vivace. Ponete ben mente a questa donna! … Ella è ben piantata, non bella, ma di un piccante eccezionale! Ognuno la tormenta passandole appresso: ed ella sorride ad ognuno. Nondimeno non bisogna correr troppo, né coi gesti, né colle parole. Alle proposizioni troppo vive, arrischiate, alle strette troppo intraprendenti … ella risponde con pugni e manrovesci. Entra un soldato più temerario degli altri, incaricato d’una missione particolare ed urgente, che egli sbriga però con tutto il comodo suo. Può dunque bere placidamente e conversare colla serva a lungo, se questa gli piace! … E gli piace difatti a primo colpo d’occhio … mentre alla fantesca il soldato sembra un bel … soldato!

  – Ragazza, le dice il militare, prendendola per la vita, tu mi convieni, mettiti qui, in faccia a me, e beviamo insieme. – Il soldato siede, ed ella gli si mette accanto. – Accorgendosi però che il vecchio albergatore non è del loro avviso, il soldato si alza con furore, e battendo col pugno sulla tavola:

  – «Che nessuno s’opponga alla volontà mia, egli tuona, se non vuolsi ch’io metta il fuoco alla baracca!» E lo metterebbe in verità, il temerario! È un buon soldato in fondo, ma terribile co’ suoi inferiori.

  Il vecchio oste intimorito accenna alla ragazza d’obbedire. Che cosa volete? Allorchè le truppe si scatenano nella campagna, le pene aumentano pel contadino!

***

  Il soldato si è rimesso a tavola. Ha passato teneramente il braccio intorno al collo della fantesca e non lo toglie che per portarsi il bicchiere alla bocca, avendo l’altro impiegato nel tener ferma la pipa. Quando ha lungamente bevuto, guarda la fanciulla con passione e le dice:

  – «Stai tranquilla, io ti darò una capanna di questa assai più bella!».

  Mentre però essi conversano tranquilli senza occuparsi d’altro, la porta di fondo si apre ed un ufficiale compare sulla soglia. Vedendolo, ognuno si alza con atto rispettoso. I soldati fanno il regolare saluto e restano immobili. Soli la fantesca ed il suo cavaliere restano assisi. Non hanno né udito, né veduto. Ciò notando l’ufficiale si avanza sdegnato, fissando l’occhio sulla donna … giunto presso il subalterno, alza il braccio e lo abbassa con terribil forza sulla spalla del povero diavolo, che si curva sotto il colpo:

  – «In piedi, marrano! gli grida l’ufficiale. Vai a scrivere il tuo nome, quello del tuo reggimento, ed il tuo numero d’ordine, nel rapporto, e attendi di sentir ben presto mie notizie!». Nel primo impeto, vale a dire nel ricevere il colpo senza sapere chi lo menasse, il soldato fa atto di difesa; ma riconoscendo un superiore, l’istinto è dominato dall’abitudine di subordinazione. Si alza automaticamente, fa il saluto d’obbligo e va ad iscrivere nel rapporto il nome domandato.

  L’occhio dell’ufficiale è sempre fisso sulla fantesca. Questo esame sembra calmarlo ed addolcirlo. Il soldato, dopo aver scritto il proprio nome gli presenta umilmente il foglio.

  – «Va bene, dice questi, rendendoglielo. Vattene».

  Il soldato fa un nuovo saluto, gira su’ suoi talloni, ed esce senza guardar nessuno, mano la ragazza.

  A costei l’ufficiale sorride, ed ella a lui esclamando internamente: «Che bell’uomo!».

***

  Il «bell’uomo» prende il posto abbandonato dal comune, ordina che gli venga portato quanto di meglio esiste nell’albergo, ed invita la giovane a tenergli compagnia. L’invito è accettato. La conversazione s’impegna fra i due e diventa intima prontamente.

  Uno straniero si mostra alla porta. È avvolto in ampio mantello. Vedendo il nuovo personaggio, uomini e donne si prostrano a terra.

  Non diversamente da quanto aveva fatto il soldato, l’ufficiale ignora quanto avviene dietro di lui. La seducente giovane d’albergo sta per magnetizzarlo. In un momento d’entusiasmo, l’ufficiale grida:

  – «Tu sei divina, io ti rapisco! Ti darò un appartamento ove l’atmosfera sarà caldissima».

  Da lontano il nuovo personaggio esamina il gruppo, così incurante della sua venuta. L’astuta femmina attira la sua attenzione e la sua simpatia. Infine si approssima alla tavola, e rigettando all’indietro il mantello, resta colle braccia conserte sul petto. L’ufficiale alza gli occhi … balza in piedi impallidendo ed inchinandosi umilmente:

  – «Perdono, sire, balbetta confuso.

  – Rialzati!»

  Ed al pari del soldato, l’ufficiale attende gli ordini del suo padrone, lo Czar onnipotente, che tuttavia resta assorto nella contemplazione della giovane, il di cui viso non esprime che l’ammirazione ed il piacere di vedersi a quel mo’ corteggiata!

  – «Tu puoi ritirarti, dice infine lo Czar all’ufficiale. Mi riserbo tal donna e le darò un palazzo!».

  ……………………………………………

  E fu così difatti che s’incontrarono la prima volta Pietro I e Caterina di Russia! …

  – Ebbene! che ne dite di questo prologo? mi domandò Balzac quand’ebbe finito.

  – Curiosissimo, originalissimo! Ma … e il resto?

  – Fra poco l’avrete. La donnée è interessante; vedrete! Come quadro agli avvenimenti storici, io sogno una messa in scena affatto nuova. La Russia è pei nostri teatri, e principalmente pel vostro, una miniera feconda da exploiter. E noi ci perverremo! Dal punto di vista decorativo e plastico, noi siamo ancora, quando si tratta di quel ricco e grandioso paese, alle miniature rappresentanti il passaggio della Beresina e la morte di Poniatowski, con quel suo diavolone di cavallo, che ha l’aria di voler inghiottire le immense valanghe di ghiaccio! …».

  Balzac si animava man mano che discorreva:

  – E gli abitanti? Tanti cuori d’oro! Di gran lunga preferibili ai nostri. In quanto ai contadini, è fra essi che s’incontrano i migliori tenori … I nostri campagnuoli hanno tutti delle voci di prudhommes enrhumés! … E l’alta società russa? Adorabile! E poi … è là che io ho scelta ed ottenuta mia moglie! …».

  Balzac mi lasciò entusiasmato e colla testa piena di montagne di speranze, in ragione dei successi inevitabili di Pietro e Caterina.

  Allorchè lo rividi tutto era cambiato. Aveva rinunziato pel momento al dramma russo. S’impegnava a darmelo più tardi: ma aveva riflettuto. Era una intrapresa colossale, per la quale nulla abbisognava trascurare. Mancavagli una folla di particolari, indispensabili, su certe cerimonie, su certi usi e che proponevasi di studiare sul luogo stesso, attesochè, nell’inverno prossimo, doveva fare un viaggio a Pietroburgo ed a Mosca … In una parola mi pregava di non insistere, offrendomi per la primavera, un altro lavoro, al posto di quello che aggiornava.

***

  Malgrado il mio disappunto, dovei sottostare al desiderio di Balzac, e, non potendo far di meglio, lo pregai di dirmi, – se era possibile – qualche cosa intorno al nuovo soggetto che mi destinava.

  – Sarà una cosa atroce, riprese Balzac colla soddisfazione di uno a cui si è ceduto.

  – Come? Atroce?

  – Intendiamoci, non si tratta mica d’un volgare melodramma in cui il traditore brucia le case e uccide a fil di spada gli abitanti. No; io sogno una commedia da sala, dove tutto è calmo, tranquillo, amabile. Gli uomini giocano placidamente al whist, al lume delle lampade sormontate dai loro abat-jour verdi: le donne chiacchierano e ridono, lavorando ai loro ricami. Si prende un thè patriarcale. In una parola, tutto annunzia la regola e l’armonia. Ebbene, là sotto, le passioni si agitano, il dramma cammina e cova, fino a che irrompe, terribile, come la fiamma d’un incendio. Ecco ciò che voglio!

  – Voi siete nel vostro elemento, maestro … allora il vostro dato è trovato!

  – Completamente. È il caso, il nostro collaboratore abituale che me l’ha fornito. Io conosco una famiglia – che non nomino – composta dal marito, da una figlia di primo letto, e da una matrigna, giovane e ancora senza figli. Le due donne s’adorano, Le cure premurose dell’una, le tenerezze mignonnes e carezzevoli dell’altra formano l’ammirazione di quanti le avvicinano. Ed io pure ho trovato tutto ciò commovente … dapprima. – In seguito mi sono sorpreso, non già che una matrigna e la sua figliastra si trovassero così bene insieme – ciò non era una cosa precisamente contro natura – ma che se ne trovassero troppo bene …

  Senz’avvedermene presi ad osservarle; alcuni incidenti futili mi ribadirono nella mia idea. Infine una circostanza più grave mi ha provato, una di queste sere, che io non avevo fatto un giudizio temerario.

***

  – Sere or sono – proseguì Balzac – mi son recato a visitarle in un’ora, in cui gl’invitati eran già partiti. Vidi la figliastra che usciva dal salone senza avermi scorto. Ella guardava la matrigna … Quale sguardo! Qualche cosa come un colpo di stile! La matrigna era occupata a spengere i lumi del whist. Si volse verso la figlia; i loro occhi s’incontrarono ed i più grazioso sorriso si disegnò contemporaneamente sulle loro labbra. Ma allorchè la porta si richiuse dietro la fanciulla, l’espressione del viso dell’altra dona cambiò subitamente in un (sic) amara contrazione. Tutto ciò accadde, come ben potete immaginare, colla rapidità del lampo … ma io avevo tutto osservato. Ecco due creature, dissi a me stesso, che si detestano: qual è la causa? Io non ne so nulla, né mai vorrei saperlo; ma, partendo di là, un dramma intero si svolse nella mia mente!

***

  – E per la prima rappresentazione, offrirete un comodissimo palco a quelle signore, affinchè approfittino della lezione che il dramma conterrà senza dubbio al loro indirizzo?

  – Certamente! Offrirò il palco di cui voi parlate, e poiché ne fate menzione, ciò vi obbliga, fin d’ora, a riserbarmene uno di più. Tuttavia io non penso menomamente a dar delle lezioni a chicchessia.

  Ben presuntuoso sarebbe colui che, romanziere o autore drammatico, pretendesse scrivere per dare delle lezioni! Egli forza la mano ai suoi lettori o spettatori senza scopo definito preventivamente, ed alla sua volta subisce l’azione del suo tempo, senza rendersi conto né del come, né del perché.

  Istinto e caso! …

  – Per ritornare al mio dramma, – proseguì ancora lo scrittore – queste due donne rappresentano la commedia della tenerezza, ciò è per me fuor di dubbio; ma le cose possono restar là fra di loro, senza concludere fatalmente ad un dramma di tinte cupe? Esse adunque, lo ripeto, non m’han fornito che il punto di partenza.

  Le mie deduzioni feroci, sono il frutto della mia immaginazione, e non avranno giammai – mi compiaccio nel crederlo – nulla di comune colla realtà della loro esistenza. In ogni caso, se la loro disunione contenesse – che Dio nol voglia – il germe qualunque d’uno svolgimento violento, sarebbe possibilissimo, difatti, che il mio dramma le arrestasse su quella china.

  – Fate dunque maestro, e che tutto vada per la migliore!

***

  Alcuni mesi trascorsero. Il viaggio in Russia ebbe luogo; poi giunse l’ora del ritorno.

  Fui dei primi ad esserne avvisato e corsi presso Balzac, al suo palazzo dell’Avenue Fortuny.

  Picchiai alla prima porta a destra venendo dai Campi Elisi. L’ingresso non aveva nulla di monumentale: era munito d’una piccola finestra con grata che si aprì in capo ad un momento: un domestico in veste rossa, mi fece declinare nome e qualità. Disparve e subito dopo fui introdotto in un giardinetto i di cui viali stretti, erano macadamisées (sic) fino alla casa. Là entrai in un salone un poco basso, in cui mi colpì subito un busto rappresentante il padrone di casa. Balzac era all’altra estremità: mi asciò contemplare il busto, quindi mi gridò dal fondo: – «Eccolo il vostro manoscritto!».

  Allora vidi il mio autore presso una gran tavola da lavoro, vestito della sua monacale veste di lana bianca, e colla mano appoggiata sopra un manoscritto di carta bigiastra.

  Il manoscritto brillava a’ miei occhi come deve brillare, al cercatore d’oro, la prima traccia che gli è dato di scoprire. Accorsi. Balzac di proprio pugno aveva scritto sul primo foglio. Geltrude, tragedia borghese in cinque atti e in prosa. In calce, l’autore, aveva minuziosamente indicato tutto ciò che concerneva l’epoca, il meccanismo dell’azione, la mobilia e la decorazione. Era giunto fino a dar la misura del doppio tappeto, ch’egli giudicava indispensabile per la messa in scena! … E questi curiosi particolari sono stati stampati col dramma stesso!

***

  Stabilimmo che la prima lettura avrebbe avuto luogo l’indomani presso Balzac stesso. Difatti al giorno indicato, eccoci tutti riuniti: attori, autore ed io.

  Balzac lesse il titolo: Geltrude: – oh! oh! interruppe tosto la prima attrice, Geltrude!

  Tragedia!Tragedia!

  – Non interrompetemi, gridò egli ridendo … e proseguì fino alla fine del secondo atto, dove si fermò impossibilitato a proseguire, tanto il dramma era lungo ed intralciato! … Uscendo di lì niuno di noi aveva pensato a far dei complimenti all’autore … ci sentivamo ubriachi come se ci avesse somministrato del vino medicato.

  Balzac ci accompagnò fino alla porta senza mostrare d’accorgersi della nostra irriverenza e là ci dette un altro appuntamento.

  L’indomani ci lesse i tre ultimi atti. Il suicidio di Paolina era oggetto di un racconto che fece, ancora una volta, irrompere l’attrice irrequieta … madama Dorval! Balzac si fermò, la guardò fiso, poi le disse secco secco:

  – «Ho capito!» e continuò.

  Giunti alla fine del quinto atto e senza attendere le nostre riflessioni:

  – «Delle lungaggini – prese a mormorare – un quarto di lavoro da tagliare; un racconto da tradurre in azione …

  – «Ed un titolo da cambiare, ed un attore da sostituirsi, gridò vivamente la Dorval, indicando con una mano la parola Geltrude sul manoscritto, e coll’altra il Meligue, che l’aveva pregata di farlo esonerare da una parte, per la quale non sentivasi forte bastantamente!

  Il titolo non sollevò obiezioni. Si cambiò con quello di Matrigna, che dipoi ha sempre gloriosamente portato. Ma in quanto al cambiamento dell’attore, Balzac non volle saperne. Alfine, Meligue, spossato dalla lotta:

  – Ebbene! gli disse: ci tenete proprio io ve la sostenga?

  – Assolutamente. – Allora … obbedisco!

  A questa parola, Balzac fu preso da viva commozione. Cessò di parlare e fatti alcuni giri intorno al salone, si piantò dinanzi all’attore e:

  – Io non accetto così … dissegli con voce tremante. Vi voglio convinto, non ubbidiente! … La vostra concessione m’ha toccato il cuore. È una gran prova di amicizia. Lasciate questa parte e datemi la mano!

  Tutti eravamo commossi! …

***

  La Matrigna fu rappresentata nel 1848, ciò che vuol dire in mezzo alle circostanze politiche le più disastrose! …

  I teatri erano forzatamente abbandonati … Nondimeno è tale la potenza del genio trasfuso in questo lavoro che tutto ciò che Parigi racchiudeva di eletto, si affollò nel Teatro Storico per applaudire Balzac ed il suo dramma.

  L’indomani della recita, andai a salutare l’autore fortunato.

  – Abbiam dunque riportata vittoria, gli dissi allegramente.

  – Sì, una vittoria alla Carlo XII.

  Lasciandolo, mi azzardai a rimproverarlo per la sua sparizione della sera precedente.

  – Ma … mi rispose lui sorridendo, ero nascosto nel palco delle signore X.***

  – Oh! Ebbene? Chiesi vivamente.

  – Ebbene, la tragedia le ha molto interessate. Al momento in cui Paolina si avvelena per lasciar credere che la matrigna l’abbia assassinata, la figliastra ha cacciato un grido di orrore; mi ha lanciato uno sguardo di rimprovero … uno sguardo molle di lacrime, e, afferrando vivamente la mano della sua matrigna, se l’è portata alle labbra con uno slancio …

  – Sincero?

  – Oh! Sì! ne sono sicuro!

  – Vedete bene dunque, maestro, che la vostra tragedia può servir di lezione!


  Il Fanfulla della Domenica, “La Guardia del Corpo”. Romanzi e racconti, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 30, 30 luglio 1885, p. 1.
  È notevole nel Duruy la profonda facoltà dell’osservazione. L’analisi di un sentimento complesso che gli si snoda a poco a poco in uno stile imaginoso e in forma evidente, ed egli penetra così addentro nei cuori per descriverli, da emulare in più d’una pagina il Balzac, come ne ha spesso il vigore delle tinte, la verità e l’efficacia dell’espressione, con una maggiore snellezza e una più castigata agilità nelle immagini.

  Il Fanfulla della Domenica, Il Deputato di Bombignac, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 40, 4 ottobre 1885, p. 1.
  È un personaggio fortunato, e rimarrà celebre e proverbiale come certi tipi della commedia di Molière, come il Mercadet di Balzac, come il Rabagas di Sardou.

  Vittorio Imbriani, Estratti di vecchie schede. I. Un curioso riscontro, «Giambattista Basile. Archivio di letteratura popolare», Napoli, Anno III, Num. 4, 15 Aprile 1885, pp. 34-35.
  Fra le nostre poesie popolari, più, diffuse, c’è una canzone o napolitana o villanella, che dir si voglia, certo d’origine letteraria, come dimostra l’allusione mitologica, in principio. La quale il volgo, però, non intendendola spesso, oblitera del tutto, col sostituire al nome di Cupido, un qualch’altro nome proprio: Tirillo, per esempio, o Gennari’. Eccola, come ci sta fitta, nella memoria:
«Cupinto, ca siì judice d’ammore,
Richiarame ‘sto dubbio manifesto:
Tu rimme: Chi lo pate, chiù dolore?
L’ommo, che parte? o la ronna, che resta?
Resta ‘sta nenna, che pena, a lu core
E l’ommo, nzò ddo’ va fa, sempe, festa!
Povera ronna, suggetta, a l’ammore!
Affritta, nasce, e disperata, more!»
  A titolo di mera curiosità, mi piace di tirare, in mezzo, due brani di scrittori, che rifriggono il pensier medesimo. […].
  L’altro luogo, che desiderava allegare, il tolgo, da un romanzo francese del M.DCC.XXXII, che ha per titolo Eugenia Grandet, per autore Onorato di Balzac, nato, là, dove, a detta del Tasso: La terra molle e lieta e dilettosa Simili, a sé, gli abitator produce.
  En toute situation, les femmes ont plus de causes de douleur que n’en a l’homme, et souffrant plus que lui. L’homme a sa force et l’exercice de sa puissance : il agit, il va, il s’occupe, il pense, il embrasse l’avenir et y trouve des consolations. Ainsi faisait Charles. Mais la femme demeure : elle reste face à face avec le chagrin dont rien ne la distrait, elle descend jusqu’au fond de l’abîme qu’elle a ouvert, le mesure et souvent le comble de ses vœux et de ses larmes. Ainsi faisait Eugénie. Elle s’initiait à sa destinée. Sentier, aimer, souffrir, se dévouer, sera toujours le texte de la vie des femmes. Eugénie devait être toute la femme, moins ce qui la console. Son bonheur, amassé comme les clous semés sur la muraille, suivant la sublime expression de Bossuet ne devait pas lui remplir le creux de la main. Les chagrins ne se font jamais attendre, et pour elle ils arrivèrent bientôt. Le lendemain du départ de Charles, la maison Grandet reprit sa physionomie pour tout le monde excepté pour Eugénie, qui la trouva tout à coup bien vide …

  F. Labruzzi, Il Giordani e un passo del Davila, «La Scuola Romana. Foglio periodico di letteratura e di arte», Roma, presso la Ditta Forzani e C., tipografi del Senato, Anno III, Num. 10, Agosto 1885, pp. 226-228.
  [pp. 226-227. Pietro Giordani scrivendo ad Angelo Pezzana prefetto alla imperiale di Parma, confessava avergli sempre dato da pensare quel luogo del Davila, presso la fine del IX libro, in cui lo storico delle guerre civili di Francia descrivendo il real castello di Blois, ove Enrico III fece ammazzare nell’anno 1589 il duca di Ghisa, parla di un «cortile che spazioso per il passeggio si chiamava volgarmente la pertica de’ Bretoni, perché i Bertoni (e per le loro liti concorrevano frequentissimi alla Corte) solevano per il più passeggiare e trattenersi in quel luogo». Il Giordani non sapeva cavare alcun senso da quel cortile chiamato la pertica de’ Bretoni; (…)].
  p. 228. Di questi giorni leggendo gli (sic) Etudes philosophique (sic) sur Catherine des Médicis di Onorato de Balzac, mi avvenni in un passo in cui è descritto il castello di Blois e si discorre di certi giardini che «communiquaient par un pont d’une belle hardiesse, et que les vieillards du Blésois peuvent encore se souvenir d’avoir vu démolir, a un parterre qui s’élevait de l’autre côté du Château, et qui par la disposition du sol se trouvait au même niveau. Les gentilshommes attachés à la reine Anne de Bretagne, ou ceux qui de cette province venaient la solliciter, conferir (sic) avec elle ou l’éclairer sur le sort de la Bretagne, attendaient là l’heure de ses audiences, son lever ou sa promenade. Aussi l’histoire a-t-elle donné le nom de Perchoir aux Bretons à ce parterre, qui, de nos jours, est le jardin fruitier de quelque bourgeois et forme un promontoire sur la place des Jésuites».
  Veniamo dunque a conoscere dal passo surriferito che il cortile chiamato dal Davila la pertica de’ Bretoni era dai Francesi nominato le perchoir. Ora è noto che questo vocabolo significa non solo un bâton sur le quel on fait percher un oiseau, ma anche il lieu ou (sic) perchent les volailles. Mi pare quindi da poterne arguire che il Davila, […] la considerò soltanto nel suo primo significato di bastone, e la chiamò pertica, non ponendo mente che, come bene osservava il Giordani, un bastone e uno spazioso cortile non si accordavano.

  P. Q. Le Choivien, Préface, in Dott. Leone Vicchi, Vincenzo Monti. Le Lettere e la politica in Italia dal 1750 al 1830 (Triennio 1778-1780), Fusignano (Provincia di Ravenna), da Edoardo Morandi venditore, 1885, pp. V-XIV.
  p. X. Mais la lâcheté du fonctionnaire faux (je parle du commandeur) est ici d’une évidence si patente, elle se révèle par des exemples si fréquents que, posséderait-on le talent de Balzac, il serait impossible de la bien décrire.

  A.[ngelo] R.[affaello] Levi, Classici e Romantici. I drammi di Hugo e Maria l’isterica. Il Re si diverte, in Nel regno del teatro, Milano, Fratelli Dumolard, Editori, 1885, pp. 247-314.
  p. 259. [cfr. 1884] È alla Commedia francese che si svolse la grande battaglia tra classici e romantici. I nostri lettori ci seguano in via Richelieu, e – nell’antica casa di Molière – e assisteranno alla lotta, veramente titanica, la quale ebbe per attori gli Orazî e i Curiazî della letteratura moderna, e – per spettatori, gli uomini più eminenti d’Europa, da Dumas padre a Giovacchino Rossini, da Giorgio Sand a Eugenio Scribe, da Teofilo Gauthier (sic) al maestro Auber, da Onorato di Balzac a Ettore Berlioz. […].
  pp. 294-295. [su Le Roi s’amuse, 22 novembre 1832] Sono circa le cinque e gli spettatori cominciano già a invadere il teatro. […] Poco a poco il teatro si riempie. C’è il tout Paris. Nel palco del re si vede solamente Mustafà Sidi Omar, accompagnato dal generale Athalin, ajutante di campo di Luigi Filippo. In orchestra stanno seduti – tra gli altri – Emilio Deschamps, Gabriel, Eugenio Sue, Eugenio Scribe, Saint-Beuave (sic), Federico Soulié e Alfredo de Musset. Non assistono alla grande rappresentazione Alessandro Dumas padre, Giulio Sandeau, Giorgio Sand ed Ernesto Legouvé.
  Nelle loggie di proscenio si vedono Eugenio Renduel, l’editore dei «romantici», Alfredo de Vigny, Onorato di Balzac, Villemain, Gavarni, Vittorio Cousin, Casimiro Delavigne, autore del Luigi XI°, Soumet, Ettore Berlioz, Pacini e Auber. […].
  p. 313. L’esito non rispose, in tutto e per tutto, alla grandissima aspettazione e il Re si diverte lasciò freddo il pubblico della Commedia francese – e malcontenta la critica.
  Ma, questo, fino a un certo punto si spiega.
  La casa di Molière non era più a Molière, a Corneille e a Racine. Essa aveva applaudito anche Shakspeare (sic), Balzac e Augier. La potente umanità dell’Otello, del Macbeth, del Mercadet e di alcuni capolavori di Emilio Augier l’aveva un po’ allontanata dal «bel verso» e dall’impeto lirico. Essa chiedeva verità, modernità, studio psicologico e dramma vero. Perciò Il re si diverte – ardita innovazione del 1832 – era divenuto, cinquant’anni più tardi, un vecchiume romantico.

  Qua e là. Il Teatro contemporaneo. Autori, attori, critici e pubblico, pp. 315-416.
  p. 320. In mancanza d’altro il teatro gli diede ospitalità generosa, come la diede al Chatterton di de Vigny e ai proverbi di de Musset – di fronte ai quali vediam già sorgere i drammi di Hugo e di Dumas padre e il Mercadet di Balzac. […].
  Al Mercadet gli attori pensano poco. Essi hanno altro da fare! Il loro tempo è così prezioso che non possono sciuparlo intorno allo studio di Shylock, di Tartufo e di Mercadet.
  L’interpretazione dell’ebreo di Shakespeare, del gesuita di Molière e dell’affarista di Balzac, richiede, d’altronde, troppa intelligenza e troppa fatica. Si fa presto a mandare a memoria un centinajo di martelliani scipiti, o una dozzina di sciolti roboanti.
  Poi, già Shakespeare, Molière e Balzac son diventati ferravecchi. Il pepe di Meilhac e di Hennequin ha tolto ogni sapore al sale di Plauto e di Goldoni. […].
  pp. 322-323. La Francia è, oggi, tutta teatro – come l’Inghilterra è tutta romanzo e l’Italia è tutta cattedra. Legouvé, Augier, Dumas, Sardou, Pailleron, perfino il librettista Halevy – hanno trovato un buco all’Accademia. I vecchioni dell’Istituto, idolatri di Corneille e di Racine, si sono stretti un tantino nei loro scanni per far posto agli autori della Medea, degli Sfrontati, della Signora delle Camelie, della Dora, dell’Età ingrata, e della metà, peggiore o migliore, di Frou-frou.
  Questi immortali di palazzo non fanno dimenticare, tuttavia, ai francesi, gli immortali dell’arte – e il teatro di via Richelieu dà ricetto ogni giorno ai capilavori del Molière, del Corneille, del Racine, del Beaumarchais e del Balzac. […].
  Mentre noi, poveri d’attori e di teatro, ripudiamo Alfieri e Goldoni in onore della nuova arte parigina – fatta di vanità e di alcool – e cacciamo in soffitta Salvini e la Pezzana – la Francia non sacrifica né Molière e Balzac a Offembach e Lecocq, né la potenza intellettiva e muscolosa dei discepoli di Talma alla nevrosi linfatica di Sarah Bernhardt. […].
  p. 334. Cfr. 1880. [Dumas conosce l’uomo come Balzac e il teatro come Scribe. Egli è originale in tutta l’estensione della parola, non striscia dietro ai novatori, né li segue dappresso come la scimmia l’uomo. Non si piace delle crude analisi della società, né nutre quell’affettato disprezzo d’uomini e cose che non di rado troviamo in Janin, in Balzac e in Sue].

  Paolo Lioy, Letteratura e fisiologia. Un nuovo scrittore, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XX, Seconda Serie, Volume Cinquantaduesimo Della Raccolta, Volume LXXXII, Fascicolo XII, 15 Giugno 1885, pp. 581-597.
  [Su Angelo Mosso, La Paura (Milano, Treves, 1884)].
  p. 594. Il libro di Mosso ha la buona ventura di giungere aspettato. V’è ora tutto un pubblico che guazza, come anitre, nei colaticci della fisiologia e della patologia. Leggonsi racconti con minute descrizioni ostetriche, e, quando sono di Zola, si può fare dagli schifiltosi il niffolo, come non leggerli avidamente? Si ha appena assistito ai parti in Pot-Bouille e in Joie de vivre, e all’evoluzione della pubertà in Pauline, e adesso Goncourt presenta Chérie sur la petite chaise au pied de son lit, in quello stato! Dalle eroine di Balzac e di Flaubert si è passati addirittura nelle cliniche, e si hanno già novelle di nevrosi, di sonnambulismi, di catalessi, d’isterismi, di ninfomanie.

  Francesco Lodi, Germinal, «La Repubblica Letteraria», Milano, Anno 1°, N. 1, 19 Aprile 1885, pp. 8-9.
  p. 8. E così secondo questi critici se un libro è ispirato da un arduo concetto, se mira alla soluzione d’un importante problema umanitario, se mette a nudo e analizza una piaga sociale e grida all’ingiustizia non può essere opera d’arte.
  In parola d’onore c’è da perdere la testa; non ci si capisce più. Perché l’artista guarda in alto e tende all’arduo, perché con uno scopo prefisso descrive, delinea, ci dà tipi veri, vivi, umani, cessa d’essere un vero artista.
  E allora che cosa sono e che posto occupano in arte i romanzi di Balzac, di Thackeray, di Dickens e di tanti altri che si prefissero uno scopo sociale colle produzioni del loro ingegno?

  Paolo Mantegazza, Assab e i Danachili, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 35, 30 agosto 1885, p. 2.
  Il libro del Licata è un libro forte, e attraverso le descrizioni zoliane dei paesaggi orientali, fra gli studi psicologici balzachiani degli uomini e delle cose umane, fra le linee ispirate dal patriota o dall’uomo che ama la scienza, vi è sempre un uomo che pensa cose nuove o rivede le cose già vedute da molti con occhio d’artista e di poeta.


 E. Mariani, Al Circolo degli Artisti, «Cordelia. Giornale per le giovinette», Firenze, Anno IV, N. 14, 22 Febbraio 1885, pp. 105-107.

 p. 106. Nei fasti del Circolo vi racconta di spettacoli lepidissimi improvvisati lì per lì, di rappresentazioni sceniche, dove tutte le arti combinano per riuscire ad una grande risata, piena di vapore artistico potente, come quelle dei Contes drolatiques del Balzac.


  G. Marcotti, Dalla vecchia Austria, «L’illustrazione Italiana», Milano, Anno XII, N. 37, 13 Settembre 1885, pp. 170-171.

 

  p. 171. Ma, intendiamoci, io non vi parlo di Vienna sotterranea, delle sue miserie, dei suoi delitti, di tutte quelle cose lacrimevoli che si accumulano dove è più fitta la foresta delle piante umane; simili misteri e simili scoperte appartengono alla letteratura sociologica, giudiziaria, poliziesco, sanguinaria, scandalifera e pornografica, — letteratura che ha i suoi meriti, principalmente quello di vendersi bene, ma dalla quale ci sia lecito riposarci alquanto. Vi parlo di quella Vienna che qualunque viaggiatore può vedere senza fatica e senza rischio, senza difficoltà, magari in tre giorni secondo il programma del Meyer e del Baedecker; di quella Vienna che è accessibile alla maggioranza, cui non è dato di verificare se il Conte Vasili abbia detto il vero circa la Corte e l’alta Società, nè scandagliare quanto di Balzac o di Zola sia applicabile alla borghesia, al popolo minuto e alla canaglia …



  Giuseppe Martinozzi, Del Rabelais in Francia; variamente giudicato col variare dei tempi, in Il Pantagruele di Francesco Rabelais, Città di Castello, S. Lapi Tipografo Editore, 1885, pp. 3-16.
  pp. 11-12. È propriamente nel 1830 che i giudizii intorno al Rabelais, rimasti finora negli scrittori più autorevoli evasivi od irresoluti, divengono esplicitamente encomiastici e spesso espressi con entusiasmo tra i critici di maggiore reputazione, provocando opposizioni enfatiche e violente per parte degli scrittori ascetici o sentimentali. Così quel grande psicologo che è Onorato Balzac rompe ogni riserva, ogni meticolosa restrizione, e prelude all’apoteosi di V. Hugo proclamando Rabelais “il più grande spirito dell’età moderna”1 ed aggiungendo, quasi non gli paresse bastante la superiorità riconosciutagli sui pensatori dell’età nostra, che “egli riassume in sé Pittagora, Ippocrate, Aristofane e Dante”. Non fermiamoci a rilevare se l’enfasi dell’ammirazione non abbia qui fatto dimenticare al Balzac, che Dante è nella universalità sua troppo gigantescamente individuato per essere riassunto da chicchessia; prendiamo questo giudizio nel suo complesso: esso ci attesta che, per rendere l’immagine del Rabelais quale a lui appariva, il pensiero del Balzac dovè ricorrere a quanto di più grande e sublime la mente umana ha potuto nei secoli: e così inteso, questo giudizio dell’acutissimo critico dà parecchio a pensare ai denigratori del Rabelais. […].
  p. 17. Il Rabelais è dunque uno degli scrittori più antichi e più moderni insieme della Francia. Quanto là sia considerato, lo prova abbastanza la serie dei nomi già citati, e più ancora lo proverebbe lo stuolo, e si potrebbe dire la folla, degli imitatori. Da Beroaldo de Verville col suo Moyen de parvenir a Cyrano de Bergerac coi suoi Viaggi nella luna e nel sole, al Gil Blas di Lesage e ai Contes drôlatiques del Balzac, la lista sarebbe lunga, e facile ed ameno lo svolgerla ed illustrarla facendosi belli del bel libro del Fleury e specialmente del capitolo intitolato Antecessori e successori del Rabelais.
  1 Pensées.

  Tullo Massarani, Carlo Tenca e il pensiero civile del suo tempo (Continua), «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XX, Seconda Serie, Volume Cinquantatreesimo Della Raccolta, Volume LXXXIII, Fascicolo XVII, 1° Settembre 1885, pp. 5-30.
  p. 11. Né tutti eran dappoco; ma tutti, chi più chi meno, sentivano dell’affatturato e della maniera, vestivano le attillature, se la passavano con le arguzie del giorno. Questi facea del sentimentale, e piagnucolava la novella patetica; quegli ridipingeva scenarii di montagne e di laghi, slargando le tempere di Wordsworth già dilavate nel Bertolotti; quell’altro lavorava di capitoli di cappa e spada, senza tralasciar, beninteso, di cingere la sua buona lama di Toledo; un quarto rifriggeva lo Sterne, o scimmiava Balzac; un quinto, sogghignando alla mefistofelica, si drappeggiava nel mantello di Don Giovanni. Il nostro non s’indugia affatto agli esemplari in voga e men che meno agli imitatori, quando non sia per ragguagliarli tutti, e non senza un leggiero risolino di compassione questi ultimi, alla squadra e al regolo del suo matematico raziocinio; non impaurisce dei nomi celebri, non berteggia clamorosamente gli oscuri; fila via dritto, saettando, quando gli accade, qualche frecciata che non batte il fallo, perché ha sempre bene divisato la mira.

  Guido Mazzoni, Un libro su Alessandro Dumas*, «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 34, 23 Agosto 1885, pp. [1-2].
  * Henry Blaze de Bury – Alexandre Dumas. Sa vie, son temps, son oeuvre. – Paris, Calmann Lévy, 1855.
  [p. 2]. La lode gli è stata confermata da quanti hanno scritto di lui; e di recente il De Pontmartin istituì anzi, a tal proposito, un curioso raffronto tra lui e il Balzac.

  F. Ernesto Morando, Letteratura francese. Il nuovo “Cromwell” di Vittor Hugo, «La Domenica Letteraria», Roma, Anno IV, Num. 3, 18 Novembre 1885, p. 4.
  L’Oriente, come osserva il Gautier, non era ancor diventato volgare, ed egli stesso non era ancora il plastico elegante della Mademoiselle de Maupin; la melodia angelica non aveva fatto ancora naufragio tra le quiete onde del Lago lamartiniano, né si era fusa del tutto, con note divine, nelle Armonie poetiche; Alfredo de Vigny, che più tardi «dans son tour d’ivoire avant midi rentrait» crogiolava solamente dentro di sé l’amara filosofia del dottor Nero, che doveva poi scendere «balsamo di zolfo» all’anima infocata di Stello; Giorgio Sand non si era ancora rivelato per quello spirito analitici e sintetico ad un tempo che all’intuito ragionatore del Rousseau sa unire una sua intima delicatezza femminile; ed il Balzac meditava soltanto la negazione filosofica della Peau de chagrin e la concezione spaventosa di Séraphita Séraphitus, o la logica inflessibile di Louis Lambert.


  E.[manuele] Navarro della Miraglia, Le donne del Balzac, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno V, Vol. VII, n. 1, 1 gennaio 1885, pp. 1-2.



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  Gautier scrisse che nei romanzi del Balzac c’è qualcosa come un odore di femmina e che, leggendoli, sembra quasi udire in lontananza un misterioso fru fru di seta, un attraente scricchiolìo di scarpettine.
  Infatti, nessun uomo ha forse mai avuto la sensibilità squisitamente femminea del Balzac; nessuno ha forse mai conosciuto e dipinto la donna meglio di lui.
  Janin e Sainte-Beuve si figuravano di metterlo in ridicolo, paragonandolo a una modista. L’uno e l’altro ignoravano, senza dubbio, che l’arte di ben vestire in idea le donne è difficilissima, quanto quella di spogliarle – sempre in idea – per farne la dissezione morale e vedere che cos’hanno dentro. C’è spesso una singolare concordanza tra le vesti e il corpo o lo spirito di chi le porta. Una donna veramente bella non si veste quasi mai addirittura bene; le donne che hanno qualche difetto fisico si vestono per il solito con molto gusto; le donne sciocche sanno quasi sempre vestirsi meglio delle intelligenti.
  Queste tre osservazioni appartengono al Balzac, il quale ne fece una quantità infinita, sullo stesso tema. Naturalmente, egli frequentò molto il sesso debole; ma non quanto si potrebbe credere, e arrivò ad acquistarne la perfetta conoscenza per via dell’intuizione potentissima e della comunione materiale o ideale con poche creature elette.
  Certo, se avesse voluto, gli sarebbe stato facile il divenire una specie di Don Giovanni. Le donne, ch’egli aveva, per così dire, rivelate a loro stesse, lo adoravano. Parecchie fra le più nobili e le più belle sospiravano di amore per lui, in tutte le città di Francia, e tentavano di prendere le attitudini, le maniere, i pensieri delle sue eroine. La posta gli recava ogni giorno qualche lettera stemmata e profumata, in cui le confessioni ingenue si alternavano con le dichiarazioni ardite. Le più eleganti signore di Parigi lo invitavano insistentemente ed avrebbero fatto non importa che cosa, per attirarlo nei loro salotti.
  Egli non rispondeva quasi mai alle lettere e accettava molto di rado gli inviti. Ebbe, è vero, qualche periodo di velleità mondana e conquistatrice, ma durò poco. L’improba necessità del lavoro lo consigliava presto a ritirarsi in casa; l’indole dolce e il cuore sensibile gli facevano ricercare le passioni miti, secrete, intime.
  La sua naturale riserbatezza e la volontaria clausura eccitavano la curiosità del pubblico e stuzzicavano gli appetiti femminili. Molte signore, impudiche senza alcun pro, erano orgogliose di farsi credere amanti sue. I fannulloni ed i giornali gli attribuivano mille fantastiche avventure; ma invece, n’ebbe relativamente poche. Diverse eroine de’ suoi romanzi gli allietarono, in realtà, per un momento, la vita. Malaga, Serafita, Florina, la signora di Val Noble, fecero dei brindisi intorno alla sua tavola e passarono come lucide meteore nel suo salotto; ma le donne che egli amò veramente si possono quasi contare sulle dita: la signora di Brugnol, la duchessa di Castries, la contessa Hanska, due o tre altre.
  Eppure, volendo prestar fede a lui, si dovrebbe fare una riduzione su questo numero. Egli dichiara a diverse riprese, nella sua corrispondenza, di non avere amato che una volta sola. La dichiarazione è fatta alla contessa Hanska, a colei che più tardi doveva divenire sua moglie; e questa circostanza basta ad infirmarne la sincerità. Si può seriamente sostenere di non aver amato che una volta sola, se non si son conosciute e desiderate parecchie donne? Stendhal, che ha scritto un minuzioso trattato sull’amore, dice di no.
  Ma se la passione che Balzac ebbe per la contessa Hanska non fu la sola, fu per lo meno la più lunga e la più intensa, perché durò quindici anni, platonicamente. La passione per la signora di Brugnol sarebbe forse durata di più, se la morte non fosse sopraggiunta a troncarla, dopo dodici anni d’intima convivenza. Invece, la passione per la duchessa di Castries fu passeggera, sebbene ardente, ed ebbe tutti i caratteri di un capriccio. Essa è narrata e svolta, con le debite modificazioni, nella Duchesse de Langeais – episodio dell’Histoire des Treize. La gran dama giocava col gran romanziere, come dicono che qualche imprudente regina di Africa giochi, a volta, con un leone, carezzandolo, stuzzicandolo, tentandolo, attirandolo a sé, per poi respingerlo, senza mai contentarlo. Invece di lacerare le carni della donna, come spesso fa il leone, un bel giorno Balzac fuggì lontano. Allora, la duchessa, sinceramente innamorata, si mise a chiamarlo, con voce lacrimosa; ma era già troppo tardi: egli non volle darle ascolto.
  In sostanza, fu un uomo casto e visse volontariamente a lungo nell’astinenza, sebbene per temperamento fosse incline ai piaceri dei sensi. Più delle donne vive e vere, amò forse le creature della sua mente, i personaggi femminili de’ suoi romanzi. Che splendida galleria! quante belle e soavi figure! Eugenia Grandet e Modesta Mignon sono degne di stare accanto alla Giulietta di Shakespeare e di vivere con lei, nel mondo ideale, eternamente.
  Alcuni critici osservano che Balzac dipinge troppe donne cattive. Egli medesimo prese il fastidio di compilare una specie di statistica da cui risulta che dipinse un maggior numero di donne oneste e buone. Del resto, quand’anche non fosse così, quale ragionevolezza e quanta importanza avrebbe l’accusa? Ognuno si attiene al tipo che più gli piace o lo tenta. Certe laide megere di Goya non sono artisticamente meno belle di certe deliziose madonne di Correggio.
  Nello stesso ordine d’idee, un’altra osservazione è stata fatta e ripetuta: che, cioè, Balzac introduce ne’ suoi romanzi molte donne dai trenta ai quarant’anni, molte donne mal dotate dalla natura, clorotiche, mezzo tisiche, afflitte da qualche difetto fisico, e nondimeno seducenti. Sainte-Beuve ha preso le mosse da questo fatto pubblico, per farne una ridicola insinuazione sui gusti privati e sulle affezioni intime del Balzac. Ma l’invidioso critico sapeva di mentire, egli che dai cercati amplessi della signora Hugo doveva poi ruzzolare nelle braccia delle Veneri da trivio. Tutte le amiche del Balzac furono giovani e belle.
  È vero, a più di cinquant’anni, sposò una donna che toccava già quasi i quaranta; ma la conosceva e l’amava da tre lustri. Come tutti i romanzieri di questo mondo, anzi più e meglio di tutti gli altri, creò tipi femminini di ogni genere, senza rinunziare per questo alle sue inclinazioni personali. Gli amici che lo avvicinarono di più e lo conobbero meglio, si accordano a riconoscere un gusto squisito ne’ suoi giudizi sul sesso debole. D’altra parte, tutti coloro che hanno qualche familiarità con i suoi libri, possono sapere qual’era o quale doveva essere, secondo lui, la donna degna d’ispirare una passione. A ogni tratto, egli la fa sorgere deliziosamente bella, innanzi agli occhi del lettore; la dota, per così dire, in ogni pagina, di qualche attrattiva irresistibile o di qualche pregio nuovo; ma due volte la disdegna da capo a piedi e la orna di tutte le grazie che sgorgavano dalla sua penna scintillante – la prima volta nella Physiologie du mariage, la seconda nell’Autre étude de femme.
  Questa donna, naturalmente, è una parigina; non per la fede di un battesimo, ma per il carattere e per le consuetudini. Può esser nata dappertutto: a Pietroburgo, a Roma, anche a Yeddo. È la donna moderna, insomma, il fiore un po’ malaticcio, ma splendido, a cui gli aristocratici salotti di ogni parte del mondo fanno le veci di serra.
  Spesso, il fiore è finto, e non ha profumo. Nondimeno, tutti vorrebbero fiutarlo; forse voi pure.

  Enrico Nencioni, La musica nella letteratura, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XX, Seconda Serie, Volume Cinquantesimo Della Raccolta, Volume LXXX, Fascicolo VI, 15 Marzo 1885, pp. 193-209.
  pp. 194-195. Ma le vere creazioni letterario-musicali principiano con Hoffmann, e seguitano con Giorgio Sand, Browning, Champfleury, Victor Hugo e pochi altri, di cui farò cenno.
  Cominciamo da Hoffmann. Carlo Hillebrand e Vernon Lee hanno fatto una identica e giustissima osservazione sui caratteri dei vari romanzi e novelle di Hoffmann: cioè che egli, autore di racconti fantastici, è il solo novelliere tedesco che abbia vivo e preciso il senso della realtà. Infatti, certi suoi personaggi, come l’archivista Lindhorst, lo studente Anselmo, Krespel, son veri ed umani quanto un personaggio di Balzac. Dirò di più: l’influenza di Hoffmann è evidentissima in molte pagine della Comédie humaine. E forse appunto a motivo del suo realismo, Hoffmann è una simpatia e una ammirazione per i Francesi, ed è poco pregiato in Germania. […].
  Hoffmann cercò nell’Arte non solo la fonte e l’espressione della Bellezza, ma anche la sorgente di ogni gioia e di ogni conforto; sentì forse con più intensità di tutti la poesia dell’arte: e visse solo di quella e per quella. Come per il Balzac, i personaggi immaginari eran per Hoffmann le più intime conoscenze e le vere realtà della vita. […].
  p. 198. Questi Fantasiestücke furon scritti da Hoffmann durante gli anni più agitati della febbrile sua vita, nell’epoca tempestosa delle guerre napoleoniche. Il Vaso d’oro, un vero capolavoro, ammirato da Balzac e tradotto da Carlyle, fu scritto in Dresda, pochi giorni prima della battaglia di Lipsia, mentre il cannone degli alleati bombardava la città.

  Enrico Nencioni, I nuovi romanzi (I. Daniele Cortis), «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XX, Volume Cinquantunesimo Della Raccolta, Volume LXXXI, Fascicolo X, 15 Maggio 1885, pp. 209-218.
  pp. 212-213. Le figure veramente viventi di questo romanzo sono Elena e la madre di Daniele: la donna angelo e la donna istrionica. Questa è un ritratto di spaventosa realtà – che par tolta dalla galleria di Balzac o di Thackeray. […].
  Quando meno il lettore se lo aspetta, quando meno lo indicherebbero gli ultimi casi narrati, il conte Miranda si precipita dalla torre di Belvedere – ma Browning ci dice che cosa Miranda pensò sulla terrazza di quella torre prima di spiccare il gran salto; e ciò che sarebbe parso inverosimile e strano diventa logico ed anche plausibile. E potrei a questi due aggiungere cento altri esempi, da Manzoni, da Balzac, da Thackeray, da George Eliot, da Flaubert. […].
  pp. 215-216. La fatua e ciarliera contessa Tarquinia, quel bon vivant del senatore Clenezzi, quel brav’uomo dello zio Lao, quel bestione del barone di Santa Giulia, son figure caratteristiche ed animate: mancan però di quelle sfumature tanto necessarie alla verosimiglianza: son troppo eguali a sé stessi in tutti i momenti: parlano e agiscono sempre in modo identico: e appena compariscono si indovina troppo facilmente cosa diranno e faranno, e passano allo stato di tipo. In natura non è così. Il ghiotto non parla sempre di ragoûts, né l’avaro di marenghi, né l’ipocondriaco di medicina, né il libertino di donne. Ma questo di ridurre il carattere di alcuni personaggi a stato di tipo, di fare delle personificazioni piuttosto che delle creazioni umane e viventi, è difetto al quale non sono sfuggito né Dickens né lo stesso Balzac – e non ne sono immuni, a mio giudizio, che due soli romanzieri contemporanei, Turgénieff e George Eliot.
  I personaggi secondari di Daniele Cortis, e quelli di terzo e di quart’ordine e che appena appariscono, - i dottor Grigiolo, i Perletti, i Don Bartolo, gli Zirizèla, i Malcanton, sono dei mannequins montati con abile meccanismo – marionette esilaranti, ma che nessuno potrebbe figurarsi di carne e d’ossa. Son come quelle figurine che i ragazzi intagliano colle forbici in un pezzo di carta, e alle quali si divertono a dar qualche volta due nasi o tre gambe, per farci ridere. Creare dei personaggi umoristici, o comici, o grotteschi, ma che sian uomini e donne vere, è toccar il sommo dell’arte: solo i Cervantes, i Manzoni, i Balzac, i George Eliot vi son riusciti. Mi rammento di certi personaggi che appena compariscono e dicon venti parole nella Comédie humaine di Balzac: potrei campare cent’anni, non dimenticherò mai monsieur de Saintot, monsieur de Chandour, monsieur Poiret, e il giudice Popinot, e madame de Kerguarnère, benché facciano appena atto di presenza nei vari romanzi: son come Fra Galdino e il Sartino del nostro Manzoni. Dicon tre parole, e diventan subito nostre vecchie conoscenze.

  Enrico Nencioni, Victor Hugo (26 febbraio 1802 - 22 maggio 1885), «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 22, 31 maggio 1885, pp. 1-2.
  p. 1. Fu una nuova invasione barbarica – è stato detto. Ma è certo che dove passarono i barbari Hugo, Michelet, Giorgio Sand e Balzac, non restò una pietra o un arbusto del parco artificiale della letteratura accademica … […].
  L’autore di Salammbô così scriveva all’autore di Notre-Dame: «Ci ha insegnato a scrivere a tutti: chi più chi meno, deriviamo tutti da lui». Balzac aveva detto presso a poco lo stesso, nella dedica a Hugo delle Illusions perdues. Soli Michelet e Giorgio Sand, fra i venuti dopo Victor Hugo, furono esenti dalla sua assorbente e quasi inevitabile influenza.
  Ma non è solo lo stile che dà un pregio sovrano ai romanzi di Victor Hugo. Il suo non è il romanzo puramente narrativo e descrittivo di Walter Scott, né quello analitico e psicologico di Alessandro Manzoni. Non è il romanzo ideale di Giorgio Sand, né il realista di Balzac, né il naturalista di Flaubert e di Giorgio Eliot.

  Enrico Nencioni, I nuovi romanzi. – II. La conquista di Roma, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XX, Seconda Serie, Volume Cinquantaduesimo Della Raccolta, Volume LXXXII, Fascicolo XIII, 1° Luglio 1885, pp. 41-57.
  p. 51. Lo stile di Conquista di Roma conserva aumentato tutti i pregi, ed ha appena traccia di alcuni difetti che ebbi di notare in Cuore infermo ed in Fantasia. Vi è più sobrietà, più precisione, più proprietà. Vi sono pagine di eccellente prosa italiana, pura, colorita e di straordinaria efficacia. Lo scintillìo, le immagini sfaccettate, le frasi a effetto o précieuses, son più rare in questo nuovo romanzo. Solo nella terza parte, tratto tratto, ricompariscono. Ho detto che donna Angelica mi rammenta Madame de Mortsauf di Balzac, e la Julie di Lamartine. Ebbene, anche nello stile, quando la Serao dipinge questa sua vaporosa figura, ha qualcosa di raffinato, di prezioso, di asiatico, che ricorda certe frasi metafisiche e sibilline di Raphaël, del Lys dans la Vallée e di Volupté.

  Enrico Nencioni, I poeti americani, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XX, Seconda Serie, Volume Cinquantaduesimo Della Raccolta, Volume LXXXII, Fascicolo XVI, 16 Agosto 1885, pp. 601-616.
  pp. 615-616. Nel romanzo e nella lirica di moda, in Francia e in Italia, tutto si riduce oramai alla storia di relazioni sensuali, o, per dir meglio, sessuali.
  Con la scusa del realismo e del naturalismo, si è soppresso sistematicamente, nelle riproduzioni dal vero, un lato intiero e il più essenziale delle cose e della vita. Sarebbe assurdo, lo so, il chiedervi costante idealità o sentimentalità di rappresentazione: ma siccome le figure nobili e pure sono anch’esse una realtà, un fatto naturale – noi chiediamo al vostro realismo, al vostro naturalismo, di studiare almeno con egual cura, e di rappresentarci anche quelle. Fate come Balzac che lodate tanti e leggete poco. Dateci delle Marneffe, sta bene: ma anche delle Eugénie Grandet e delle Ursule Mirouet! accanto ai Gobseck e ai Vautrin, dipingeteci come lui dei Bénassis e dei Chesnel. La vostra non è une Comédie, ma una Ménagerie humaine. Ricordatevi che Balzac e Tackeray, Roberto Browning e Giorgio Eliot, che hanno dipinto la vita e la società in tutte le loro sterminate varietà, non hanno una sola pagina pornografica come quelle che disonorano quasi tutti i vostri volumi. […].
  V’ha di più: il romanzo, in Francia e in Italia, pare che abbia paura di descriverci l’amore passione – o se lo fa, è sempre in modo, dirò così, medicale: in uno stile fisiologico-patologico. Ma la vera passione è cosa spirituale nella sua essenza. I libri, i romanzi che hanno immortalmente dipinto questo sentimento umano, son casti: vedete Werther, Valentine, André, Adolphe, Le Lys dans la Vallée, The Mill on the Floss … E, per lo meno, la passione è una grande attenuante: e ci par tollerabile in Manon Lescaut ciò che ci rivolta in Nanà.

  Enrico Nencioni, Il Romanzo d’un Romanziere, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 47, 22 novembre 1885, pp. 1-2.

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I.
  Ciò che è più ammirabile, straordinario, direi quasi spaventoso, nella colossale struttura, nel titanico edifizio della Comédie humaine, è il modo con cui fu innalzato, pietra con pietra, marmo su marmo, dal potente architetto; è la condizione di spirito in cui si trovava l’artista – stato psicologico che avrebbe paralizzato ogni altro scrittore, e che dette invece una sovrumana energia e la febbre della creazione, a Balzac.
  Quest’uomo di genio, il padre del romanzo fisiologico, il tremendo analizzatore dei Brideau e degli Hulot, delle Rogron e delle Marneffe – il poeta di Séraphita e di Enrichetta Mortsauf – fu per tutta la vita oppresso dai debiti, e tormentato dagli usurai e dagli uscieri di tribunale. Gli appunti delle scadenze di cambiali si alternano nel suo diario con le note e i sommari per un capitolo della Peau de chagrin o di Eugénie Grandet. Come un forzato, egli visse tutta la portentosa sua vita a tavolino coatto, colla palla dei debiti al piede. Eppure la sua larga faccia di sanglier joyeux non perdè mai la serenità e la luce divina dell’ispirazione creatrice, e solo la morte potè arrestare improvvisamente il complicato e fulmineo lavoro della possente macchina cerebrale che elaborò la Comédie humaine.
  Se Balzac avesse condotto una vita tranquilla e tra i sorrisi della fortuna, non avremmo avuto né i Parents pauvres, né il Père Goriot: per la stessa ragione che non avremmo avuto l’Inferno senza l’esilio di Dante, né Re Lear senza la miseria di Shakespeare. Bisognava che Balzac giovine e passionato fosse vissuto in una soffitta di Parigi, avesse provato i morsi atroci e le umiliazioni della povertà, camminato nel fango colle scarpe rotte, e mangiato il desinare a una lira, per sentire tutta l’importanza del denaro, il grande agente, la forza motrice della società moderna! Bisognava avere avuto la prospettiva della prigione, e gli uscieri alla porta, per fare i ritratti immortali di Gobseck, di Marcas e di Birotteau.
  Lavorava spesso di notte; per dodici, talvolta per diciotto ore di seguito: e così lavorò tutta la vita, senza riposo, senza tregua mai. Nei rari intervalli in cui si occupava di cose indipendenti dalla sua opera, era preso da accessi di rimorso, e si batteva la fronte gridando: «Infame mostro, in quest’ora perduta avresti potuto scrivere cinque cartelle» …
  La sua fecondità è prodigiosa; non tanto per il numero dei romanzi che ha scritto – Dumas padre e Giorgio Sand ne hanno scritti molti più di lui – ma per la qualità, e per lo spazio di tempo in cui furono pubblicati. Dumas quasi sempre, e spesso Giorgio Sand tessono una tela rada ed effimera, inalzano un edifizio con fondamenti di cartone, e che il primo vento trasporta. Balzac, anche nei suoi romanzi più difettosi, è un profondo osservatore, la tela del suo racconto è sempre soda e compatta, e i personaggi sono creature viventi.
  Egli viveva talmente della sua opera che i personaggi dei suoi romanzi, le loro avventure, le loro finanze, il loro vestiario, i loro amori, le loro passioni, erano divenuti per lui cose più reali della stessa realtà. Egli abitava nella sua opera, e ne era come inebriato. Un giorno Sandeau lo incontra, e sfoga con lui il suo dolore per la malattia di una diletta sorella. Balzac ascolta, conforta l’amico, e poi dice: «Va bene, ma parliamo ora di cose reali! Sapete com’è finito l’affare Nucingen, e che cosa ha deciso Rastignac?» … E tornava al suo lavoro paziente e coscienzioso di gigante e di benedettino. Lo rammentino i nostri geni incompresi che sprecano gli anni migliori della vita in chiacchiere oziose, e in discussioni arroganti nei salotti e nei caffè. Aver delle idee è lo stesso che nulla, se non corrisponde l’esecuzione. «A quoi sert ce qu’on a dans l’âme, si l’on n’en tire aucun parti? La gloire ne s’acquiert en rêvant; elle est le prix du travail opiniâtre et de l’ardeur appliquée. Concevoir, c’est jouir, c’est fumer des cigarettes enchantées; et sans l’exécution tout s’en va en rêve et en fumée». Sono parole dello stesso Balzac.
II.
  Dopo la volontà e la perseveranza, Balzac raccomandava (e praticava) a chi voglia intraprendere e compiere un lungo ed arduo lavoro, la castità. «La chasteté, diceva, développe au plus haut degré les puissances de l’esprit, et donne à ceux qui la pratiquent des facultés inconnues». «Ma Byron, obiettavano il Benard e il Gauthier (sic), ma Byron e Fielding e tanti altri grandi poeti e romanzieri s’interdissero forse il piacere ?». – «Non importa, rispondeva Balzac, scotendo il capo – senza le donne avrebber fatto meglio e di più». Un altro giorno disse, quasi presago, al povero Heine: «Prenez garde! La femme coupe le jarret …» La sola concessione che egli faceva ai suoi giovani amici era di vedere la bienaimée una mezz’ora ogni sei mesi … - Ma potremo scriverle? - «Oh pour cela oui, ça sert à former le style» … e rideva del suo riso sonoro di titano allegro.
  L’edifizio della Comédie humaine fa spavento per l’enormità delle proporzioni e la varietà dei compartimenti. Le passioni vi divampano come fornaci, e vi ruggiscono come belve. Figure d’ogni genere, sublimi, patetiche, poetiche, tormentate, espressive, singolari, grottesche, ridicole, ignobili, atroci, formicolano e vivono tutte di vera vita: accanto alle ali d’angelo di Séraphita, la parrucca di peli di cane dell’infame Vautrin – accanto a Eugénie, la Marneffe – presso la Fille aux yeux d’or, Maman Vauquer! Lo stile è vario come l’infinito soggetto – un caos gigantesco. Splendori e colori orientali, accanto a un gergo d’argot; idee svedenborgiane (sic) e registri di bianco; metafore di poeta e vocabolario di chimica e di merceria; periodi divinamente musicali e inventari di notaro e di tappezziere … La vita e l’uomo moderno con tutte le sue contradizioni, le sue lotte, le sue aspirazioni, è il tema unico del gran romanziere. Parigi, il «grand chancre fumeux étalé sur les deux bords de la Seine» è il soggetto immediato di questo profondo osservatore, è il paziente di questo grande chirurgo. V’ha chi definì la Comédie humaine, «le Musée Dupuyten in folio». Altri la chiamò «un beau champignon d’hôpital». C’è del vero in queste definizioni. Nel romanziere Balzac, c’era un medico – ma c’era anche un poeta.
  Talvolta è triste, spietato. Tutti quei bassi personaggi provinciali son rappresentati con una straordinaria potenza di evocazione, per deriderli, per analizzarli nelle loro misere o vili preoccupazioni, con la curiosità di uno zoologo e con la intolleranza del parigino. Manca a Balzac quella obiettiva imparzialità, quella simpatia umana con cui ci presentano anche inferiori ed infimi personaggi, Carlo Dickens e Giorgio Eliot. Il mondo provinciale di Balzac è sempre osservato da un punto di vista parigino, dai boulevards rumorosi e leganti. L’odio del parigino e dell’artista traspira troppo nelle pitture di quei poveri filistei di provincia …
  Parigi fu per Balzac ciò che per Dickens fu Londra: ma lo sguardo di Balzac abbraccia più, e fruga più addentro. Fino i passaggi infetti, i labirinti di strade sudice di Parigi, diventano acque forti degne di Rembrandt sotto la penna di Balzac. Egli lasciava di rado, e a malincuore, la sua cara capitale. Ma, pur troppo, il suo amor proprio di sommo artista era più lusingato fuori di Francia che in Francia. In Italia, a Roma e Venezia in particolar modo, ebbe testimonianze di calorosa simpatia e di ammirazione. A Vienna era l’idolo delle signore – a Pietroburgo lo scrittore più letto ed ammirato di Europa.
  «La gloire, diceva un giorno a Janin, la gloire, à qui en parlez-vous? Je l’ai connue, je l’ai vue. Je voyageais en Russie avec quelques amis. La nuit vient, nous allons demander l’hospitalité à un château. À notre arrivée, la châtelaine et ses dames de compagnie s’empressent; une de ces dernières quitte, dès le premier moment, le salon pour aller nous chercher des rafraîchissements. Dans l’intervalle on me nomme à la maîtresse de la maison ; la conversation s’engage, et, quand celle des dames qui était sortie rentre, tenant le plateau à la main pour nous l’offrir, elle entend tout d’abord ces paroles : «Eh bien« Monsieur de Balzac, vous pensez donc …». De surprise et de joie elle fait un mouvement, elle laisse tomber le plateau de ses mains, et tout se brise. N’est-ce pas là la gloire ? …».

III.
  Nella solitudine crepuscolare o notturna in cui questo tremendo analizzatore scrutava i cuori dei suoi personaggi, nelle lunghe ore di lavoro ostinato, nelle febbrili allucinazioni delle veglie forzate, un raggio d’iride, un filo d’oro, consolava e abbelliva l’opera dell’artista. Sul bitume e le tenebre rembrandiane uno spiraglio di luce scendeva diritto dal più azzurro de’ cieli …, una figura, una visione di donna; una pallida e bionda polacca, bellezza nordica e pura, dai grandi occhi tranquilli, carezzanti e calmanti. Madame Hanska fu per lui la incarnazione, la sintesi di ciò che di più ideale avea vagheggiato e dipinto in madame de Mortsauf, in Eugénie, in Ursule, in madame de la Chanterie, nella duchesse di Manfrigneuse (sic), nella duchessa di Langeais, in madame de l’Estorade, in Séraphita. Balzac non sentì la pura bellezza plastica, la bellezza statuaria dell’Arte antica. Anche la Venere di Milo gli appariva in toelette moderna, in toelette di parigina.
  Egli prolungò la gioventù della donna, egli primo accaparrò al romanzo la donna di trenta, di quarant’anni, purchè la fisonomia e la toelette posson supplire alla perfezione del profilo e alla freschezza della gioventù. Egli dorò e poetizzò i languidi e dolorosi tramonti delle femmes abandonnées, delle malate, delle convalescenti. Sentì ed espresse come nessun altro romanziere, la poesia di un profumo, di un guanto, di una trina, di uno scialle di cachemire, di un mazzo di fiori … Contesse dell’Impero, par che tutte gli abbian rivelato i segreti più riposti e più intimi del loro cuore – anche certe cose che le donne soglion dire soltanto al medico e al confessore … E allora la pagina di Balzac ha una efflorescenza e una morbidezza vellutata e magnetica; il periodo diventa una carezza musicale, un profumo femineo. Appetto a lui i suoi discepoli, i Flaubert, gli Zola, il Daudet stesso, sembran brutali. Rileggete in prova la Femme abandonnée, la Femme de trente ans, la Grenadière, le Lys dans la vallée, Madame Firmiani.
  Se Balzac non sentì la bellezza plastica e serena dell’Arte antica, sentì però l’ideale mistico e l’eterno femminile del medio evo. Gli sfuggirono Venere e le Grazie, ma capì Beatrice e gli Angioli, e creò Séraphita, la eterea, nivea, luminosa Séraphita.
  Madame Hanska aveva, come quasi tutte le polacche, del poetico e del mistico nella figura, nel linguaggio, negli atti, nelle vesti, nel passo. E fu quel che incantò l’immortale autore del Père Goriot.
  Le lettere a Madame Hanska mettono una nota poetica e ridente nel lugubre e monotono epistolario di Balzac. Se dalla corrispondenza di Balzac sparissero la sorella e madame Hanska, sarebbe il libro più triste della moderna letteratura. L’artista vi fa appena capolino: e sempre vi è l’uomo d’affari, l’uomo indebitato, alle prese con la fortuna, coi tribunali, con gli editori e con gli usurai … Ma a un tratto, tra questo stridìo di note agre e penose, si ode una nota soave e poetica – son le lettere a Madame Hanska. «Vous savez trop bien que tout ce qui n’est pas vous, n’est que surface, sottise, et vains palliatifs de l’absence». E quando nel ‘49 si cominciò a trattare del matrimonio, le scriveva che venti anni di fatica e di lotta gli parevan un nulla pensando al premio di «un amore così splendido, raggiante e completo».
  Accaduto il matrimonio nel ‘50, così ne scriveva alla sua vecchia amica madame Carrand (sic): «Oggi ha avuto luogo lo scioglimento di quel bello e grande dramma del cuore che è durato sedici anni. Ho sposato la donna che sola ho amato, che ora amo più che mai, e che amerò fino alla morte. Io credo che questa unione è la ricompensa che Dio mi ha tenuto in serbo, dopo tante avversità, tanti anni di lavoro, e ostacoli e difficoltà superate. Se non ho avuto una fiorente primavera, una brillante gioventù; avrò però una fulgida estate e il più dolce degli autunni».
  Portò l’adorata donna a Parigi; e le apprestò un nido degno di lei. La sua fortuna era ristabilita. Il teatro gli prometteva d’essere una miniera più aurea e feconda dello stesso romanzo. La sua fama era divenuta mondiale; era, caso raro, incontrastata anche in Francia. I suoi romanzi si traducevano in tutte le lingue. Era sempre viva la vecchia madre che egli amava tanto. Nuovi progetti, opere nuove fermentavano nel suo miracoloso cervello. Aveva annunziato la Monographie de la Vertu, la Pathologie de la Vie Sociale, e tre drammi. Gautier gli disse un giorno sorridendo: «Finite quest’opere, avrai almeno ottant’anni». - «Quatre-vingts ans! rispondeva, bah! c’est la fleur de l’âge».
  Tre settimane dopo, era morto.
IV.
  Sì: era morto fulminato al cuore, come Dickens morì fulminato al cervello. Le due macchine meravigliose scoppiarono, perché troppo spesso scaldate all’ultimo grado. Quando Balzac voleva cominciare a goder la vita, la vita lo abbandonava: la lampada avea bruciato fino all’ultima goccia d’olio vitale – e la tenebra eterna era prevedibile e inevitabile. Una terribile industria, frutto di una tragica necessità, avea devastato il terreno nelle sue operazioni – e Balzac dovè morire, sacrificando la lavoro la cosa stessa per la quale aveva lavorato e lottato. Non è umanamente possibile far ciò che fece Balzac, e sopravvivere.
  Il dito invisibile della pallida messaggera gli fece cenno – e bisognò obbedire, e sparire a un tratto, come inghiottito da un trabocchetto nascosto fra le rose nuziali sparse sul pavimento. Ah! l’ultimo atto della Comédie humaine è sempre tragico, e spaventoso per tutti …
  L’opera che il Balzac ci ha lasciata è, come ben disse il Taine, «il più gran repertorio che abbiamo di documenti sulla natura umana, dopo Shakespeare e Saint-Simon». È anche, a mio avviso, l’opera che rivela la più grande immaginazione contemporanea. Ciò parrà strano a molti, e vorrei spiegarmi. Certi tipi umani descritti dai grandi poeti e dai grandi romanzieri ci sono più familiari e ci insegnano più sulla natura umana, che le celebri figure storiche. L’umanità conosce Ulisse, Amleto, Sancho Panza, lo zio Tobia, Don Abbondio, Adam Bede, il maggiore Pendennis, Pompilia, Madame Bovary, essai meglio di Carlomagno e della regina Elisabetta. Per creare uno di questi microcosmi umani ci vuole la pazienza divina e la comprensiva e simpatica immaginazione del genio. Un solo di essi rivela una immaginazione superiore a quelle che seppero inventare tutti gli intrecci e le sorprese di Monte Cristo e dei Misteri di Parigi. Balzac di questi microcosmi ne ha più d’uno, ne ha anzi parecchi: e qui consiste la suprema sua gloria. Le père Grandet, le père Goriot, Hulot, madame Marneffe, Philippe Brideau, sono usciti dallo stesso cervello! Dopo Shakespeare e Molière, non s’era visto nulla di simile per potenza di evocazione e per fedeltà di rappresentazione.
  I personaggi di Balzac fanno concorrenza (com’egli stesso disse, argutamente e profondamente) allo stato civile. Nella letteratura poetica e romanzesca dei giorni nostri, due soli scrittori gli si posson mettere accanto come creatori di personaggi viventi: Roberto Browning e Carlo Dickens. Balzac-Browning-Dickens, ecco la triade creatrice, ecco i veri discendenti di Shakespeare nell’arte contemporanea.
  E dire che Balzac si presentò due volte candidato all’Accademia, e che questa lo respinse, e gli preferì monsieur de Noailles! Fa pena, leggendo la Corrispondenza del gran romanziere, a vederlo preoccupato di questo fauteuil, e far pratiche presso i titolati Carneade e gli ignoti professori di quell’Accademia … Essa respinse Balzac, come aveva respinto Molière. Queste due omissioni bastano a giudicarla. E mi piace terminare questo mio rapido studio citando le sdegnose, eloquenti, e memorande parole dell’autore dell’Assommoir: «Balzac si è presentato all’Accademia, ed essa lo ha respinto col più miserabile dei pretesti. La responsabilità di questo diniego di giustizia, di questo delitto di lesa-letteratura, pesa dunque tutto su lei sola. E ciò basta per giudicare questa istituzione caduca che si ostina a vivere nei tempi nuovi. Essa non riesce nemmeno a finire l’terno Dizionario, che Littré ha terminato prima di lei! La gran corrente moderna che deve fatalmente trascinarla via, passa, senza badare a ciò che essa fa, o a come essa pensa. Essa sparirà il giorno non lontano in cui tutti gli ingegni virili si vergogneranno di entrare in una società che ha respinto Molière e ha chiuso la porta a Balzac».

  Enrico Nencioni, L’Anello e il libro. Poema di Roberto Browning, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Seconda Serie, Volume Cinquantaquattresimo Della Raccolta, Volume LXXXIII, Fascicolo XXIV, 16 Dicembre 1885, pp. 569-580.
  p. 578. I veri e grandi realisti sono Browning e George Eliot, sempre: quasi sempre Balzac: Flaubert in Madame Bovary solamente.

  L. P., Per l’arte, «La Scuola Romana. Foglio periodico di letteratura e di arte», Roma, Ditta Forzani e C., tipografi del Senato, Anno III, Num. 8, Giugno 1885, pp. 188-192.
  [Su L. Capuana, Per l’arte, Catania, Giannotta, 1885].
  pp. 188-189. [Capuana con rilievi ironici dell’A.] «Voi altri siete ingiusti. Ci accusate continuamente di far le scimmie ai francesi. Secondo voi, i nostri romanzi, le nostre novelle sono calcate sulla falsa riga dello Zola e compagnia bella. No, signori. La vostra accusa è vera fino a un certo punto (dunque non siamo ingiusti sino a un certo punto: sta ora a vedersi dove si segna il punto), ed è un’accusa che ci torna a lode (miracolo!); possiamo farcene un merito (beati voi altri!). Prima di metterci a scrivere guardammo attorno, davanti, addietro a noi. Che vedemmo! Vedemmo il romanzo moderno già grande, già colossale in Francia col Balzac, e neppur in germe in Italia. Sotto il piedistallo del monumento che il Balzac si è rizzato da sé aere perennius, vedemmo una schiera di scrittori di primo ordine che ha lavorato a ripulire, a migliorare, a perfezionare la forma lasciata a mezzo dal maestro: il Flaubert, i De Goncourt, lo Zola, il Daudet, e dicemmo risolutamente: bisogna addentellarsi con costoro! Ci mettemmo subito all’opera – Un’opera infernale».
  [L. P.] Ora io dico. Quale necessità c’era «d’addentellarsi con costoro?». Se l’Italia un romanzo come è stato foggiato da essi non fosse, per l’indole sua speciale, inclinata ad amare, a rispettare e a coltivare, perché imporglielo per forza? Siamo o non siamo una nazione con carattere, sentimenti, simpatie, amori, storia, lingua, costumi, ecc. ecc. esclusivamente nostri, per cui da che mondo è mondo, ci siamo distinti, individuati, singolarizzati dagli altri popoli? Se siamo come fummo, perché non seguire la natura nostra, le connaturate inclinazioni nostre, e secondo queste singolarità comporre i romanzi, le novelle, le liriche e quanto la bella ed amena letteratura può desiderare? Ciò poi non impedisce la moderata conoscenza delle amenità straniere, e dei romanzi di Francia: studiateli pure, o signori, e dove lo studio non adulteri la natura nostra, l’arte nostra, imitateli anche, ma non ne fate la vostra falsa riga.


  Enrico Panzacchi, Cantores!, in Racconti incredibili e credibili, Roma, Stabilimento Tipografico E. Perino, 1885, pp. 55-65.

 

  p. 63. E se comprendo l’ammirazione dei nostri nonni elevata al più alto grado, trovo impossibile e ridicola la passione. L’amore di Sarazine (sic) per Zambinella e la sanguinosa avventura a cui riesce, per quanto magistralmente narrati da Balzac, mi lasciano freddo ed incredulo.


  Enrico Panzacchi, Victor Hugo, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XX, Seconda Serie, Volume Cinquantunesimo Della Raccolta, Volume LXXXI, Fascicolo XII, 15 Giugno 1885, pp. 593-612.
  p. 593. Già egli lo aveva detto: Le nom grandit quand l’homme tombe. Il nome di Victor Hugo, glorioso da cinquant’anni, ora ch’egli scompare dalla terra viene veramente assunto agli onori d’una apoteosi. Nessun trionfo paragonabile al suo. Non Giorgio Byron in Inghilterra, non Volfango Goethe in Germania, né in Italia il Manzoni raccolsero intorno al loro feretro tanta luce di glorificazione nazionale; e anche il consenso e il concorso che ad essa prestò il rimanente del mondo civile viene ora di gran lunga superato.
  È giusta la proporzione?
  Ogni esame in proposito ci sembra adesso fuor di luogo, tanto più ch’esso ci porterebbe a ricordare parecchi altri grandissimi poeti ed artisti, come Beethoven, Leopardi, Balzac, Shelley, Mickiewicz, morti in questo nostro secolo, senza che il mondo facesse vista d’accorgersene o poco meno. […]
  p. 612. Forse la ritraeva da una immensa sovraeccitazione fantastica prodotta nella sua infanzia dai racconti, già leggendari, della rivoluzione e dell’impero. Qualunque ne sia la causa, il fatto è che l’inventare riusciva, anche ai mediocri, molto facile. Basti ricordare alla rinfusa Balzac, Stendhal, Nodier, De Vigny, Gozlan, Lamartine, Giorgio Sand, Sue, Barrière, Gauthier (sic), Ponson du Terrail e quella meraviglia di fantasticatore, che Michelet chiamava “una forza della natura” Dumas padre. […].
  In mezzo a quella legione, Victor Hugo tiene luogo di principe, anche per la ricchezza e varietà dell’invenzione. Non possiede la penetrazione psicologica e sociale di Balzac, né la prodigalità avventuriera di Alessandro Dumas padre; ma fa bellissimo gruppo con quei due, e loro sovrasta anche del capo per la grandiosità epica del quadro, per la concezione etica del carattere, per la spirituale visione della vita e perché infine sopra di lui piove più dall’alto il lume e il calore della poesia.

  Enrico Panzacchi, Vittor Hugo poeta lirico. Saggio critico di Enrico Panzacchi, in A. G. Barrili, E. Panzacchi, Vittor Hugo. Saggi critici di A. G. Barrili ed E. Panzacchi. Con un’appendice contenente le Poesie scelte di Vittor Hugo con autorizzazione della famiglia, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1885.
  Cfr. scheda precedente. Le citazioni sono alle pp. XXV; LVIII-LX.

  Enrico Panzacchi, Vecchio melodramma, «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 29, 19 Luglio 1885, p. [1].
  È storia di ieri e pare già che sia passato in mezzo un lungo secolo.
  Non è necessario avere ottant’anni per ricordare il tempo in cui la musica nostra dominava per tutta Europa il teatro e la società. […].
  Che è accaduto di nuovo nel mondo? O piuttosto che c’era di diverso nel mondo mezzo secolo fa, quando Sthendal (sic) e Balzac leggevano nelle note del Mosè la grande epopea dell’Italia vinta per l’armi e pei trattati, ma vittoriosa per il genio de’ suoi maestri di musica?

  Enrico Panzacchi, Ottimismo, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 34, 23 agosto 1885, p. 1.
  Oggi anche il nome in Francia è venuto di moda e si legge su tutti i giornali; ma non si ha a credere per questo che Paolo Bourget, Guy de Maupassant e seguaci sieno più pessimisti di Balzac e De Vigny, di Flaubert e di Zola.

  Enrico Panzacchi, De Stendhal (Enrico Beyle), «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Seconda Serie, Volume Cinquantaquattresimo Della Raccolta, Volume LXXXIII, Fascicolo XXIII, 1° Dicembre 1885, pp. 377-395.
  pp. 377-381. Io penso che giovi anche alla critica italiana di rompere il suo lungo silenzio sullo Stendhal. Oggi in Francia il suo nome è posto vicino a quello di Onorato Balzac, e intorno a’ suoi volumi fanno ressa dilettanti e studiosi. […].
  S’è dunque avverato il pronostico ch’egli scriveva nel 1840 a Balzac: «io non sarò letto che intorno al 1880». […].
  Il 25 settembre 1840, nella Revue parisienne, il Balzac invece d’un racconto, come era solito, pubblicò un lungo articolo analitico intorno alla Chartreuse de Parme. L’elogio vi campeggia superlativo. «Monsieur Beyle a fait un livre où le sublime éclate de chapitre en chapitre». L’esame diffuso di tutte le parti del romanzo è tutto una riprova di questa entusiastica enunciazione. Il Balzac ammira sopra tutto la verità dei caratteri profondamente scolpiti e la vita italiana sviscerata e messa al nudo ne’ suoi due aspetti più misteriosi e drammatici; l’astuzia politica e la passione amorosa. Nel descrivere un principe italiano dopo il trattato del Quindici, il suo primo ministro e la sua corte, lo Stendhal ha composto una specie di «Principe moderno» come avrebbe potuto fare Nicolò Macchiavelli (sic) in persona, se avesse vissuto nel nostro secolo, esiliato dalla patria.
  Di tutti questi encomi che il principe dei romanzieri prodigava ad un romanzo, di cui buona parte dell’edizione dormiva negli scaffali de’ librai, il primo ad essere sorpreso e quasi sconcertato fu lo Stendhal, il quale pensò subito alla faccia che avrebbero fatto certi suoi amici di Parigi leggendo la Revue parisienne. Quindi, ripreso il suo umore solito, risponde a Balzac che non sa proprio se debba ringraziarlo di tanti elogi, che difficilmente potrà consentire ad alcune sue critiche e mettere in pratica i suoi consigli, massime per quanto riguarda lo stile; e infine ch’egli seguita a credere che il pubblico del suo tempo rimarrà indifferente a’ suoi libri, sieno pure accompagnati dalle raccomandazioni dell’autore di Père Goriot.
  Egli non s’ingannava. Le grida di Balzac invogliarono, è vero, il Buloz d’avere per la Revue des deux Mondes anche della prosa di Enrico Beyle; ma qualche racconto non più che mediocre dato da lui a quella rivista, come l’Abbesse de Castro e Vittoria Accoramboni, non erano fatti per dar ragione agli entusiasmi di Balzac.
  Poi sopraggiunse il Sainte-Beuve, con la sua incorreggibile malignità, a spargere la storiella che delle brutte ragioni d’interesse pecuniario avessero potuto muovere quegli entusiasmi(1). […].
  (1) La storiella è assurda. Ammesso pure che lo Stendhal prestasse al Balzac le tremila lire avute dalla Revue des deux Mondes, come potevano queste avere influito sopra degli elogi fatti un anno avanti?
  Uno dei particolari di quest’uomo, nell’indole tanto complesso e tanto bizzarro, fu d’amare per tutta la vita ardentemente le lettere e la fama che esse procurarono, ma di parlarne sempre con l’aria disinvolta e talora sprezzante d’un uomo superiore a queste minuzie. […] Questo si vede molto chiaro, massime nel suo epistolario; e quindi il tono strano della risposta agli elogi di Balzac è ridotto al suo senso vero. […].
  Gli scrittori francesi più letti di questo secolo, fino verso il 1860, sono spiritualisti e, dal più al meno, religiosi. Chateaubriand, Lamartine, Balzac e De Vigny professano il cattolicismo. Victor Hugo, Michelet e Giorgio Sand si ribellano, è vero, ai dogmi positivi ma conservano sempre una certa sentimentalità religiosa, e par che aspirino a trovare in un panteismo vago o nelle intuizioni immediate del loro spirito gli elementi di una nuova fede nel soprannaturale. […].
  pp. 389-391. La duchessa Sanseverina è uno dei più potenti tipi di donna, che romanziere abbia mai saputo rappresentare. Degna di star con lui alla pari non veggo che la signora De Renal nell’altro romanzo di Stendhal: Le rouge et le noir, insieme a qualche tipo femminile di Balzac, madama Murdauff (sic), per esempio, Madama Hulot e cousine Bette. […].
  In sostanza, quello che il Balzac ammira di più nella Chartreuse de Parme, ossia il «colore italiano», invece per noi costituisce appunto il suo lato più censurabile. Tanto è facile, all’arte come alla critica, lo sbagliare il segno di questa materia.   […].
  Fugge l’uso frequente di traslati arditi, detesta le frasi smaglianti e grosse di colore e le mette allegramente in canzonatura, sia che le incontri nei libri di Chateaubriand o in quelli di Balzac e di Victor Hugo.

  D. A. Parodi, Ultimi scritti. I. La Légende des siècles. Nouvelle série, in Vittor Hugo. Ricordi e note di D. A. Parodi, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1885, pp. 37-47.
  pp. 38-40. Nessuno certo fra i viventi, giovane o vecchio, può stare a paro coll’infaticabile e inesauribile ingegno che, lottando nella difficile arena col Balzac, col Dumas e col Lamartine, non fu o non parve minore al primo nel romanzo, al secondo nel dramma, al terzo nella poesia lirica. […].
  L’influenza di Vittor Hugo sulla letteratura del suo paese non è incontestabile ed evidente che nella poesia pura: il romanzo riconosce per maestro Balzac e il dramma s’inchina più volentieri dinanzi al Dumas, o, per meglio dire, tenta di sorgere dalle fonti oceanine dello Shakespeare, nuovo dio accanto al divino Cornelio.
  Ma nella poesia pura, Vittor Hugo regna, già da un trent’anni, senza rivali e senza ribelli. […].
  Ho osservato però che il grand’uomo è più particolarmente ammirato da quelli (e purtroppo sono i più) che alla rima e alla metafora dànno la preferenza sul pensiero e sull’affetto. A costoro il nome di Lamartine che fu già glorioso tra i gloriosi, fa torcere il naso e alzare le spalle, mentre ai veri poeti e agl’ingegni inventivi, come il Goethe, l’Heine, il Balzac e il Musset, Hugo non finisce di piacere.

  Vittorio Peri, Della critica drammatica, in Della critica letteraria moderna in Italia… cit., pp. 43-58.
  p. 55. Se io voglio rappresentare il tipo d’un bugiardo, c’è bisogno ch’io lo foggi a quel modo che lo ha foggiato il Goldoni? Oh che forse tutti gli usurai del mondo s’assomigliano a Pierquin nel Mercadet di Balzac? Ho per ciò l’obbligo di farne una seconda copia? Chi mai può pretendere d’aver conosciute tutte le varietà dei bugiardi, dei burberi benefici, degli usurai, degli ipocriti, dei misantropi? Solo per ciò s’ha da foggiare questi tipi nel modo come sono stati foggiati dal Goldoni, dal Molière, dal Balzac, cioè nel modo come comunemente sono riconosciuti dal volgo?

  Vittorio Pica, Germinal, «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 14, 5 Aprile 1885, pp. [1-2].
  [p. 2]. Della storia dei Rougon-Macquart si sono già pubblicati tredici volumi, sicchè tra cinque o sei anni l’opera colossale dello Zola sarà finita. Ebbene, sia a me permesso, in occasione di questo nuovo romanzo, che è senza dubbio uno dei più potenti che egli abbia scritto, di esprimere pubblicamente la mia profonda ammirazione per l’illustre scrittore francese, le cui teorie possono benissimo essere discusse od oppugnate, i cui libri possono essere trovati in qualche loro parte difettosi o deficienti, ma al quale, checché ne dicano i suoi denigratori ad ogni costo, non si può certo negare la gloria di essere una delle più forti personalità letterarie del nostro secolo e di essere l’unico che abbia coraggiosamente tentato di scrivere un’opera che possa stare al confronto della Comédie Humaine del Balzac.

  Vittorio Pica, L’Epistolario di G. De Goncourt, «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 20, 17 Maggio 1885, p. [3].
  Dopo il ritorno d’Italia, lasciata ogni altra occupazione, la vita dei due fratelli fu tutta consacrata alla letteratura, a questa loro prima e grande passione. L’amicizia intima, tenerissima con Gavarni, il grande pittore della vita moderna, che merita un posto accanto a Balzac, fu quella che ebbe la maggior influenza sulla loro carriera artistica.

  Vittorio Pica, Debutti. Edmondo Haraucourt, Alfredo Courmes, Paolo Margueritte, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno IX, N. 34, 22 agosto 1885, pp. 265-267.

  [Su: Tous quatre di P. Margueritte].
  p. 266. L’episodio di Maria e di Lucile è stato da alcuni censurato, perché turba l’austera grandiosità del romanzo. A me non pare, poiché esso rompe invece la monotonia del libro, pur non ingombrandolo per smania di attirare il lettore con ciò che in esso vi è naturalmente di scandaloso. È curioso l’osservare quanti letterati francesi moderni siansi preoccupati ed abbiano nelle loro opere descritti quei morbosi amori ai quali già tre secoli fa Brantôme, nella Vie des dames galantes, aveva consacrato alcune curiose pagine, piene della bonomia arguta che lo contraddistingue e che rivela l’uomo di spirito, il quale tutte le debolezze comprende, tutte le perversioni compatisce: Balzac nella Fille aux yeux d’or, Baudelaire nelle Lesbiennes, Gautier in M.lle de Maupin, Zola in Nana, Monnier nelle Deux Gougnottes, Verlaine nei sei sonetti Les amies, Paul Adam in Chair molle, con criterii artistici e Belot, in M.lle Giraud ma femme, e Maizeroy nelle Deux amies, con l’intenzione di avere un successo di scandalo, se ne sono tutti occupati di proposito.

  Vittorio Pica, Trucioli. La virtù delle donne nei romanzi naturalisti, «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 36, 6 Settembre 1885, p. [2].
  Matilde Serao, in un pomposo articolo ad effetto del Fanfulla della domenica, afferma recisamente che, esclusion fatta per Le lys de la vallée (sic) di Balzac, è soltanto in tre recentissimi romanzi di scrittrici italiane, cioè in Lady Costance, nel Marito dell’amica e nella Conquista di Roma, che si è tentato di rendere, contrariamente a ciò che ne pensava il De Sanctis, estetica la virtù della donna, di interessare i lettori con storie d’amore che non finissero con la disfatta, ma bensì con la vittoria femminile.
  Mi dispiace proprio di dover contradire la gentile e simpatica scrittrice napoletana, ma non posso fare a meno di dire che ella ha costruito il suo articolo, con tutti i ragionamenti e le apostrofi, ora arguti, ora eloquenti, che naturalmente ne rampollano, su di una base completamente falsa, giacchè quella che alla Serao sembra una felice trovata sua e della Neera e della contessa Castellana-Acquaviva, è una vecchia conquista del romanzo francese. Non soltanto Balzac, ma altri scrittori eziandio hanno narrate pietose istorie di donne appassionate e pur sempre virtuose, ed io fra essi citerò Gustavo Flaubert, Edmondo e Giulio De Goncourt ed Emilio Zola, per dimostrare ancora una volta quanto erronea sia la comune opinione che dei romanzieri naturalisti non fa che dei compiacenti istorici di ogni volgarità e d’ogni bassezza umana e degli ostinati denigratori della virtù femminile.

  Vittorio Pica, Due libri sulla fanciulla*, «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 49, 6 Dicembre 1885, pp. [1-2].
  * Edmondo de Goncourt – Chérie. – G. Charpentier, éditeur, Paris, 1884.
  Matilde Serao, Il Romanzo della Fanciulla. – Fratelli Treves, editori, Milano, 1885.
  Orbene, a me pare che, nel caso della Conquista di Roma, la colpa non fosse già del Nencioni e del Salvadori, ma della scrittrice, la quale non ha saputo infondere la vita alla sua Donna Angelica ed al suo Francesco Sangiorgio, non ha saputo fermarne con precisione nel suo libro le fisonomie morali, non ha infine saputo evocare dinanzi agli occhi dei lettori queste due figure mediocri, così come erano apparse alla sua fantasia di artista. Di vero, perché ciò che è avvenuto per i due personaggi della Serao, non è anche accaduto per Goriot, per Don Abbondio, per Mad. Bovary, per Nicolas Nickleby, per Renée Mauperin, per Alexis Oblonsky, per Gervaise, per Jansoulet, per Julien Lorel (sic)? Perché Balzac, Manzoni, Flaubert, Dickens, I Goncourt, Tolstoi, Zola, Daudet, Stendhal, nei loro romanzi, più o meno discussi dalla critica, sono riusciti ad artisticamente creare i suddetti personaggi, siccome li avevano concepiti, dopo averne raccolti gli elementi nella vita reale.


  G. L. Piccardi, Relazione a S. E. il Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio. Introduzione, in Ministero di agricoltura, industria e commercio. Divisione Industrie e Commerci, Annali dell’Industria e del Commercio 1884. Esposizione Nazionale di Torino nel 1884. Dell’arte applicata alle industrie dei mobili, delle masserizie e delle decorazioni della casa, Roma, Tipografia Eredi Botta, 1885, pp. 9-16.

 

  p. 9. Come i monumenti ridicono la storia di un popolo e le opere letterarie ed artistiche ne appalesano il gusto e la cultura; così le suppellettili ne attestano l’indole e il grado della civiltà. Dei popoli avviene come degli individui, che per conoscerne il carattere, le abitudini e le condizioni sociali, giova sapere come sono alloggiati. Questa osservazione, per quanto possa sembrare un po’ paradossale è nondimeno sì vera, che il principe dei moderni romanzieri, Onorato Balzac, spende pagine intiere nella descrizione minuziosa degli appartamenti dei suoi personaggi ogniqualvolta a lui preme che noi facciamo con essi, fin da principio, una profonda conoscenza. L’uomo ha questa singolare prerogativa che egli non può rimanere lungo tempo senza imprimere qualche cosa del suo carattere personale agli oggetti che lo circondano.


  Giuseppe Picci, Compendio della Guida allo studio delle belle lettere del Professore Giuseppe Picci. Nona edizione sopra la decima della Guida con un Trattatello dello stile epistolare e delle più frequenti scritture d’affari, Milano, Eredi di Ernesto Oliva Editori, 1885.
  pp. 320-321. Che diremo dunque di quei romanzi nei quali l’uomo virtuoso è sempre vittima; il tristo, il perverso finisce sempre a trionfare? di quei romanzi, nei quali certe virtù sono sempre sì maltrattate che riescono ridicole; nei quali si scalzano le basi della civile convivenza, talchè l’orgoglio che aspira in alto ha sempre ragione, il diritto che vuol mantenersi ha sempre torto? Voi siete povero e però ben vi sta l’odiare il ricco per la semplice ragione che non vuol far a mezzo con voi: questa donna è vostra, vostra per lezione, vostra per solenne promessa, vostra perché Dio stesso ad essa vi congiunse all’altare; ma voi siete uno sciocco, un uomo del tempo antico, se per questo pretendete di avere ragione sul suo cuore. Ecco i belli insegnamenti che ci dánno tanti e tanti romanzi che, quasi da impura officina, ci vengono ogni giorno dalla Senna, ecco a che scuola di morale si viene ammaestrando la nostra gioventù, che pur vuol essere la speranza della patria. Che altro c’insegnano i Balzac, i Sue, i Dumas, i Kock, le Dudevant, per tacere di altri il cui nome è un insulto al pudore? Eppure, chi li credesse, non mirano essi che a togliere gli abusi, a riformare i costumi, a prosperare gli Stati; essi hanno la nobile missione di far felice il genere umano. Ma vedete, strano modo di procacciare la felicità! mettere sottosopra tutto il mondo, inimicare l’una classe coll’altra, dire al padrone obbedisci, e al servo comanda, dire al vecchio impara, e al giovane insegna; e per sempre più conciliare il mutuo affetto, predicare a tutti che il mondo è un ospital di pazzi, un bosco di malandrini; e dopo aver dipinta la società coi più neri colori, dopo avermi mostrato che il vizio è la regola, la virtù l’eccezione, che la colpa trionfa, la virtù si martòra nella sua impotenza, conchiudere poi con ineffabile ingenuità: - Eccoti, o uomo, la società che tu devi amare.
  Nulla diremo di quell’aggruppar che fanno i romanzieri francesi per la più parte avvenimenti ad avvenimenti; di quel cercar sempre l’inaspettato, l’improvviso; di quello studiare i contrasti più evidenti; di quel complicare l’ordito in modo che l’azione mai non finisca dove naturalmente dovrebbe finire, perché soprattutto si vuol pascere la curiosità, deludere l’aspettazione del lettore, tenerlo, per così dire, a bada piacevolmente per tre, per quattro, per cinque volumi e più, se il caso porta: nulla diremo di quello stile ora lirico, ora men che pedestre; nulla di quella lingua cosmopolita a cui non basta nessun vocabolario, e che si direbbe uscita dalla torre di Babele.
  I romanzieri italiani, generalmente parlando, sono di gran lunga più morali dei francesi, quantunque anche in essi troppo larga parte si facesse a certe passioni atte più che altro ad ammollire gli animi e pascer le menti di illusioni; passioni che, quando pur non recassero altro danno che di far vagheggiare l’impossibile, non si potrebbero lodare. Ma la religione vi è rispettata, la morale non vi è stravolta, non accarezzate sotto speciosi titoli le moltitudini, né quindi turbato quell’ordine sociale che ben si può desiderare riformato, ma non distrutto.

  Nicolò Pinsero, Alfonso Daudet, «Il Momento artistico letterario teatrale», Palermo, Anno III, N. 3, 16 giugno 1885.
  Così ha scritto il Roi en exil e gli altri suoi lavori di non poca importanza.
  Il soggetto di questo romanzo o meglio di questa lunga novella non è nuovo, anzi è stato largamente trattato dal Balzac e dal de-Goncourt, dallo Zola, dai suoi seguaci e da miriadi di scrittorucoli atteggi antesi ed (sic) imitatori in Francia ed in Italia.
  La donna, la cortigiana, colla nuova scuola sperimentale è venuta prendendo un posto eminente nella nostra società e nella nostra letteratura.

  G.[iuseppe] Pipitone-Federico, Victor Hugo. Studio, Palermo, Giannone e Lamantia, Editori, 1885.
  pp. 61-66. Noto di passaggio un’ingiustizia. Mentre Victor Hugo, ancor vivo, era proseguito di onori più che umani, Onorato De Balzac, il più grande cervello del secolo – anzi il vero genio del secolo – stentava la vita, alle prese colle urgenze quotidiane e colle bizze astiose dei critici mingherlini. Io non temo di esagerare, ma il Balzac, se non più simpatico e più popolare, è, senza dubio, più omericamente e modernamente grande di Vittore Hugo – poi ch’egli fece quello che l’Hugo non riescì a fare: fuse nel bronzo immortale della “Comedia umana” la rude massa del romanzo borghese moderno. Onorato De Balzac fu il primo a portare limpido deciso, dopo i bei tentativi del Diderot, dello Stendhal, il senso del reale nel romanzo – ch’è la forma d’arte caratteristica del secolo XIX; con lui s’apre da vero – malgrado le fantasmagorie, le esagerazioni, i preconcetti romantici ond’è pervaso – il romanzo sperimentale, scevro da teorie dommatiche, da casuistica, da sillogismi. Non più l’epoca moderna – scrivevo una volta intrattenendomi del monumento innalzato da’ parigini all’A de’ “Trois Mosquetaires” (sic) – non più l’epoca moderna – considerata, si capisce, nella gente colta – può contentarsi de’ nimbi dorati, de’ periodi storici infranciosati con grazietta elegante, dei cavalieri dalla maschera di ferro, non de’ raccontini a voli pindarici; non più le basta la psicologia dei caratteri datale dallo Stendhal, disseccatore insuperabile: la psicologia e la fisiologia devon procedere armonicamente, di conserva nel romanzo contemporaneo. Questa la gloria del De Balzac, che, studiando i temperamenti, mettevali, come per istinto, in rapporto col mezzo (le milieu). L’abbia voluto o no il suo autore, l’opera del De Balzac, cui hanno attinto due generazioni e chissà quante altre attingeranno ancòra, mira all’osservazione scrupolosa, all’analisi acuta, alla corrispondenza perfetta de’ personaggi colle cose e coll’ambiente. Balzac, perciò, è un colosso; egli è un vero lottatore de’ tempi antichi da’ garetti d’acciaio, che, dopo trovata la ruvida massa del romanzo moderno, s’affatica, magnifico ne’ suoi sforzi, a modellarla nella forma adatta, in quella forma d’onde dipende la durevolezza dell’opera d’arte. E talora soccombe nella lotta immane e la scorie invade i suoi libri, permea, rigagnolo torbido, tra la massa ricca della “Comedia”. – Io l’imagino, povero e gran Balzac, alle prese con quello strumento ribelle della forma, mentre i creditori gli stanno alle calcagna, nell’alternativa tremenda di buttar giù quaderni su quaderni, per far fronte a’ debiti e soddisfare all’incontentabilità sublime dell’artista, che – a sue spese – faceva rifargli, due o tre volte magari, su le bozze di stampa i capitoli già licenziati al tipografo.
  Perdoniamogli dunque al fondatore del romanzo naturalista le mende gravissime di forma, fra cui talvolta si smarrisce, in omaggio alla solennità adamantina di un monumento aere perennius. Vautrin, Eugénie Grandet, la cousine Bette, il Barone Hulot non son morti, e non morranno: è giusto che ciò si ricordi oggi che d’ogni parte grossi e piccini, in Francia e fuori, cantano su tutti i toni le lodi di Victor Hugo, proclamato in coro il primo genio del secolo in Francia, come se non fosse vissuto un Honoré de Balzac, il cui nome, perdio, trionferà nella posterità, come nella posterità trionfarono i nomi di Dante, Shakespeare! Giovi frattanto, nell’ora degli entusiasmi per l’artista, già prima della morte assunto al concilio dei Sommi dalle trombe della fama, riferire il magistrale giudizio di Emilio Zola intorno al De Balzac: “Balzac a été, comme Stendhal, accusé de mal écrire. Il a pourtant dans les “Contes drolatiques” donné des pages qui sont des bijoux de ciselure, je ne sais rien de plus joliment inventé comme forme, ni de plus finement exécuté. Mais on lui reproche les lourds débuts de ses romans, des descriptions trop massives, surtout le mauvais goût de certaines exagérations dans la peinture de ses personnages. Il est évident qu’il a la patte énorme, et qu’il écrase par moments. Aussi faut-il le juger dans l’ensemble colossal de son œuvre. On voit alors un lutteur héroïque, qui s’est battu avec tout, même avec le style, et qui est sorti cent fois victorieux du combat.
  D’ailleurs a beau s’embarquer dans des phrases fâcheuses, son style est toujours à lui. Il le pétrit, le refond, le refait entièrement à chacun de ses romans. Sans cesse il cherche une forme. On le retrouve avec sa vie de producteur géant, dans les moindres alinéas. Il est là, la forge grande, et il tape à tour de brase sur sa phrase, jusqu’à ce qu’elle ait son empreinte. Cette empreinte elle la gardera éternellement. Quelles que soient les bavures, c’est là du grand style”.
  Con tutto questo nè l’Accademia nè gl’improvvisatori di monumenti si son ricordati dell’artista colossale. Meno male che ad elevarselo il monumento ci avea pensato egli stesso, scrivendo la Comedia umana.

  G.[iuseppe] Pipitone-Federico, Il metodo critico di Luigi Capuana, in Saggi di letteratura contemporanea. Prima serie, Palermo, Tip. Editrice Giannone e Lamantia, 1885, pp. 12-80.
  Cfr. 1883.
  p. 56 nota 1. […] ed ora, nel secolo delle Costituzioni e della vaporiera, l’industrialismo e l’affarismo borghese danno l’aire alla nuova letteratura. Con Balzac s’inizia il romanzo del denaro.
  pp. 60-61 nota 1. Pure il Balzac – come più tardi il Flaubert – non ebbe piena coscienza della immensa rivoluzione che, per opera sua, sarebbe avvenuta al romanzo.
  Il grande scrittore che sugellò nella Comedie (sic) il trionfo del metodo sperimentale in arte, era, e si mantenne, ne’ convincimenti, e spesso nei libri, romantico. Ma di ciò ho discorso con ampiezza ne’ miei lavori sul moderno naturalismo francese.

  G.[iuseppe] Pipitone-Federico, Une Vie, «La Scena Illustrata», Firenze-Roma, Anno XXI, Numero 14, I° Agosto 1885, pp. 4-5.
  p. 5. Nell’Abbé Tolbiac, a dir vero, sarebbe stato desiderabile un tentativo di parsimonia; così com’è il suo profilo rasenta la caricatura, sebbene qua e là felicissimo. Io non oso negare che Paul de Kock ci obblighi magari a tenersi la pancia dal troppo ridere, ma De Kock non è Balzac, né la pannella è arte, bisogna convenirne. […].
  […] non mai nell’A. di Une Vie traccia lontana di artificio, non vestigio del giapponismo ond’è maculata tanta parte e così nobile di questa povera arte contemporanea, struggentesi febbrilmente nella ricerca dello strano, dell’inesprimibile, della nevrosi nel contenuto e nella forma – sì che tutta una scuola eccezionali sta s’è costituita, falange folta di prosatori e poeti raffinati detti, non a torto, bizantini, decadenti o parnassiani.
*
  Il peggio fu che codesti raffazzonamenti a base di cantaride e di teoriche sperimentali sbagliate con l’annesso teschio di Amleto, la relativa dottrina darwiniana e i tanto calunniati ma pur tanto mal compresi documenti umani – ce li vollero gabellare i liceisti d’Italia per autentici prodotti della formola naturalistica immortalata in Francia da’ nomi del Balzac, dello Stendhal (Arrigo Beyle), del Flaubert, dello Zola, dei De Goncourt, de Daudet …

  Carlo Placci, Bagni di Lucca, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 35, 30 agosto 1885, pp. 2-3.
  p. 3. Sensibile alla bellezza femminile, egli [Heine] si ferma stupito ad ammirare due vaghe figure di donna, che passano in quel momento; due tipi molto diversi. Una è la piccola francese pensierosa, che si rode l’anima, sorella d’elezione di quella Madame de Mortsauf, fotografata dal Balzac.

  Giorgio Pradel, Storia Coutenceau, «L’Indipendente. Organo per gli interessi di Trieste, del Goriziano e dell’Istria», Trieste, Anno IX, N. 2842, 14 Aprile 1885, p. 1.

  Senza dubbio, ella si sentiva at­tirata da una vera simpatia verso quel giovane, calmo, freddo, che così come le avea detto lui stesso, non si com­portava affatto con lei come tutt’ i bellimbusti che la circondavano. Ma, al difuori di questi atomi adunchi, come dicea Balzac, esisteva l’ardente curiosità della donna che odorava tutta una serie di misteri.


  Edouard Rod, Enrico Becque, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno IX, N. 8, 21 febbraio 1885, p. 58.
  Molto probabilmente, nel suo nuovo lavoro egli avrà di mira i finanzieri: è questo un mondo ancora quasi inesplorato e che pure è l’argomento dell’epoca. Forse chè la politica e la “finanza” non sono le piaghe che ci divorano? E nella nostra letteratura contemporanea, che ha la pretesa di dare un quadro completo del secolo, dove è Mercadet, dove è Turcaret?

  Edouard Rod, Corrispondenza di Parigi. Bel-Ami, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 24, 14 giugno 1885, p. 1.
  Finito il servizio di leva, Giorgio Duroy che non è buono a nulla arriva a Parigi, con l’idea vaga che potrà farvi cammino. Incomincia dal vegetare in una amministrazione vivendo con qualcosa meno di cento soldi al giorno. Una combinazione (a Parigi, anche il Balsac [sic] lo diceva, tutto succede per combinazione) gli fa incontrare uno dei suoi antichi camerati di reggimento, Forestier, che s’è accaparrato un posto importante nel giornalismo […].

  E.[doardo] Scarfoglio, Le Terre barbariche. III. [Contro il romanzo sperimentale], in Il libro di Don Chisciotte, Roma, A. Sommaruga, 1885, pp. 64-84.
  pp. 71-82. L’altro grandissimo errore consiste nel criterio ch’egli [Zola] ha dell’opera di Balzac. Egli ha considerato Balzac come l’inventore, o almeno come un rinnovatore del romanzo moderno, senza riguardo allo sviluppo generale di questa forma dell’arte. Prima di tutto, Balzac, tra la smania teorizzatrice del romanticismo, non intese creare un sistema: egli si appigliò al romanzo, come a qualunque mezzo d’arte e di sussistenza; fra la pompa fantastica e la bella facilità di quel beato tempo entrò come un intruso, come un coscritto di cervice dura e di molto buon volere, che s’affatichi ad andare al passo con gli altri coscritti e a stare in riga e a non lasciarsi nella marcia sopraffare dalla compagnia. Egli fu un romantico ammiratore di Lamartine e dedicatore di libri a Victor Hugo; e in tutta l’opera sua c’è una latente aspirazione al romanticismo sperimentale. Trovò il romanzo già maturo: da una parte, la forma più largamente e profondamente sperimentale tentata sinora nel romanzo, che è la forma storica, propagantesi in tutto il mondo per virtù di Walter Scott, dall’altra il romanzo dell’anima umana cominciato forse con la Clarissa Harlowe di Richardson, accennato certamente nei libri romanzeschi di Rousseau, proseguito da Goethe, da Gian Paolo Richter, dalla Staël, tratto per la Via Sacra sopra la quadriga trionfale tra le acclamazioni del popolo da Beniamino Constant.
  Per credere che il romanzo sperimentale sia un acquisto di Balzac all’arte moderna, bisogna essere ingenui come il professor Rodolfo Renier, il quale si meravigliava tempo addietro per le stampe di vederlo accusato di romanticismo, e citava in prova contraria Madame Bovary. […] Il romanzo sperimentale dunque, chiamiamolo pure così, raccoglie nelle ampie braccia del romanticismo Beniamino Constant e Walter Scott, il Manzoni e la Staël, Balzac e la Sand, lo Zola e Dumas figlio, i fratelli De Goncourt e Daudet, Richter e Rousseau, Goethe e Victor Hugo: tra l’uno e l’altro di costoro corrono distanze grandissime di metodo, d’intelletto, di studi; ma il vincolo comune è appunto in un più o meno bene inteso e conseguito amore della verità. […].
  E, guardate: appunto Balzac, il quale senza essere darwiniano fu tra i più potenti intuitori della vita, in uno dei suoi romanzi si domanda se per avventura le nuove significazioni della passione non fossero una mitologia non saputa dagli antichi, rappresentatori di tutti i fatti e di tutti gli aspetti della natura.
  Balzac dunque non scoperse una in conosciuta plaga romanzesca, ma nella selva già per molta parte abbattuta prese con tutta la forza delle sue braccia a tagliar alberi. E poiché la forza delle braccia sue era molta, il taglio fu, quanto non potè più essere mai, grandissimo. Egli recò in quest’opera le peculiari attitudini del suo ingegno, e la sua potente originalità; ma nella forma universale del romanzo osservativo si può dire che non mutasse nulla. Infatti ci è voluto il sospetto dello Zola per scoprire nello sciagurato esploratore di miniere una missione e un’opera innovatrice. Balzac una sola cosa ha fatto: ha conquistato al romanzo un materiale sino a lui infruttifero. A lui il senso, diciamo, poetico della vita sfuggiva, anzi, per confessione sua propria, non sentiva né pur l’elemento musicale del verso. Era tutto penetrato e materiato di prosa, era il nume vero della prosa, apata ad ogni soffio lirico, ad ogni emanazione epica, ad ogni concitamento drammatico; e in mezzo al romanticismo, che fu tutto un lievito di poesia, appare come Guerin Meschino fra la festa in onore di Macometto. Però egli, come il Meschino, e come Bertoldo, ebbe il buon senso di calarsi le brache e di mostrare il sedere alla poesia: e qui sta la sua gran forza. Egli infatti, non giungendo a cogliere il vago e l’impalpabile che era come la nota fondamentale del romanticismo francese, e nel mondo romantico non potendo afferrare l’immateriale, si buttò con animo disperato alle cose esteriori, e trovò un inesplorato campo rappresentativo nell’attività industriale della vita. La formula della pretesa rivoluzione di Balzac, eccola: les affaires! Gli affari, proprio. Egli seppe cogliere un elemento d’arte nel giro delle cambiali, nella diffusione monetaria, nelle ambizioni suscitate fra la società umana dall’agente metallico; e pose per cardine della vita moderna lo scudo. Fondò dunque anche egli una generazione di miti, e fra gli dèi del romanticismo guidò in trionfo il vitello d’oro. Si può dir questa una rivoluzione? Per me, e per chiunque ha delle rivoluzioni un concetto sano, questo non è altro né più che un contributo. Contributo larghissimo, certo; ma rivoluzione, non mai. Questo, in quanto al materiale. In quanto alla forma che per opera di Balzac trovò questa materia, io non so intendere come un uomo di tanto ingegno, quanto è quello di Zola, possa in buona fede predicarla come un universale canone d’arte. Ha egli dunque dimenticata la singolarità dell’intelletto di Balzac? Balzac non aveva il tocco sicuro e l’imagine netta: il fantasma nella sua mente era come velato da una nebbiolina maligna, e non poteva essere buttato nella prosa con una pennellata sola, franca, brutale. Egli doveva procedere alla lucidazione minuta del suo pensiero nelle parole, lentamente, ordinatamente: alla sintesi fantastica, che da un contorno confuso elice una figura viva, non potè giungere mai, e dovette miniar sempre: se avesse trascurata una linea o un punto, la rappresentazione non sarebbe stata più piena. Perciò egli procede con metodo, e dovendo dar l’imagine d’una casa comincia dai comignoli e scende alle fondamenta, e dovendo rappresentare una passione o raccontare un fatto, procede come se facesse un ragionamento logico. Egli dunque si vale dei mezzi che sono in suo potere per giungere allo scopo finale dell’arte: non elegge quella forma deliberatamente perché gli sembri l’unica eccellente, o, almeno, la migliore. Così la sua minuziosa cura dei particolari fu per lui una necessità, non una elezione: anzi, quando la materia gli consentì un maggior ozio fantastico, egli se ne giovò volentieri: così nella terza parte del Grand’homme de province à Paris, così nella seconda di Béatrix, così nell’Interdiction, così ovunque potè subito cogliere l’elemento drammatico e raccoglierlo in pochi tratti. Questo medesimo procedimento di ciascun suo romanzo si riscontra nel complesso dell’opera sua. Egli forse è l’artista moderno che meno facile abbia avuto la universale intuizione della vita, poiché procedette partitamente, costringendo entro limiti determinati ciascuna contemplazione; e solo a mezzo dell’opera si avvide che le rappresentazioni sue non davano un’imagine complessa della vita, che fra l’una e l’altra v’era una soluzione di continuità, e volle rimediare al difetto congiungendo a forza le une alle altre quelle membra disgregate. Se non che, nessuna operazione chirurgica può trasfondere una comunione di sangue e di anima in organismi d’arte diversi; e il gran peccato di Balzac sta appunto nel nesso meccanico ond’egli volle innestare i suoi romanzi. Egli, in sostanza, lo abbiamo veduto, non fu più sperimentale degli altri romantici, poiché non procedè per induzione: egli non risalì dalla singola esperienza della vita alla intuizione ideale, e non rappresentò l’uomo direttamente; ma secondo certi suoi peculiari criteri raccolse e fuse le note particolari intorno a creature umane complesse e collettive: fece quel che, per la necessità del teatro, dovettero fare i comici: creò dei tipi. Creò in Cesare Birotteau il tipo dell’uomo colto dalla febbre ambiziosa dell’ingrandimento, nel padre Grandet l’avaro, nella marchesa d’Espardes la bella intrigante, come Plauto creò anche lui il tipo dell’avaro, come lo creò anche Molière,come tutti i comici crearono dei tipi. Ora questi tipi, isolati, sono di una efficacia grandissima, poiché ognuno di essi si scinde quasi e si moltiplica nelle infinite varietà che concorrono alla constituzione di quella categoria umana; ma quando son tutti insieme raccolti sopra un palcoscenico, ove la determinazione dell’ambiente proibisce loro ogni sviluppo, la larghezza dell’opera complessiva scema. Un mondo popolato di tipi è inconcepibile; se poi li riducete ne’ confini angusti dell’individuo, quel mondo diventa un microcosmo. E se leggete la Comédie humaine tutta di seguito, se bene quasi tutte le sfumature della vita moderna vi siano raccolte, sebbene vi si aggiri per entro una gran gente, la più chiara sensazione che ne dedurrete sarà di angustia: vi parrà di essere in un villaggio, ove sono in miniatura rappresentate tutte le varietà della constituzione umana, ma voi non potete resistere al fastidio di veder sempre quelle medesime facce. In Balzac accade appunto questo: in ogni romanzo ci è un tipo, e le altre persone stanno intorno per necessità scenica e narrativa, come patate intorno a una fetta di manzo: sicchè ciascuna creatura sua funge a volta a volta da tipo o da patata.
  Questo, come ognun vede, è pochissimo sperimentale. E poi, Balzac non ha alcuna ambizione sperimentale: anzi egli è, direi, dottrinario e cattedratico. A lui piace straordinariamente di far lezione, e di disserire; e in un romanzo con un lunghissimo discorso mostra tutte le magagne del codice di commercio in fatto di protesti cambiari ed espone un trattato compiuto di arte tipografica e di fabbricazione della carta, in un altro fa la storia esteriore e commerciale della letteratura francese dal ’20 al ’30, in un terzo con singolar competenza fa la critica della giurisdizione dei tribunali di commercio nei fallimenti; e si può dire che non ci sia romanzo, ov’egli non siasi fermato ad erudire o a teorizzare. Egli fa la dissertazione economica, come Walter Scott la dissertazione storica. Egli approfitta della sua molta esperienza e della tanto più sicura e profonda quanto meno rapida e meno larga intuizione della vita; ma è subiettivo e deduttivo. D’onde dunque Emilio Zola ha pescato la speri mentalità e il naturalismo di Balzac? E d’onde il suo?
  Anch’egli si è fatto un sistema meccanico di intuire la vita, più meccanico assai e più angusto e più subiettivo che non quello di Balzac. Come Balzac egli ha la potenza di rappresentare vivamente le creature della sua fantasia, ma son creature della sua fantasia, e non creature umane; […]. Lo Zola non è penetrato di prosa, come Balzac: in lui anzi gli elementi poetici, fantastici e melodici, prevalgono; e l’anima del romanticismo palpita in lui più schiettamente. […].
  Molto lo Zola ha succhiato di qui, e si può dire che nella descrizione egli sia il francese più schiettamente victorhughiano, e si può infine asserire che, a malgrado di certe particolari modalità tecniche derivate dal Balzac, a malgrado dello sforzo di tenersi rigidamente ossequiente al suo preconcetto scientifico, egli discenda direttamente da Victor Hugo, e da tutto quanto il romanticismo.

II. Prose di romanzi. I. Novelle nuove, pp. 103-111.
  p. 105. […] e tutti i novellatori che ebbero fama in Francia dovettero alimentarsi di quell’antica polpa nutriente: cito, ad esempio, i due nomi maggiori: il Lafontaine e il Balzac. Il primo rifece in versi le migliori novelle italiane, l’altro rifece in vecchia prosa i migliori racconti francesi, che derivavano da fonte italiana. […]
  pp. 110-111. E bene, che cosa ha fatto il Verga prima de’ Malavoglia? Quale altra cosa ha fatto se non rimpastare in quattro o cinque o sei romanzi la Signora delle Camelie? E si accorse egli che in Francia fosse stato un Onorato di Balzac, che in Francia fosse un Emilio Zola prima che il plauso della folla gli gittasse sotto il naso l’Assommoir?

II. Le fonti popolari del romanzo e Luigi Capuana, pp. 111-123.
  p. 116. Ecco: da qualche tempo l’arte sente il bisogno di tuffarsi alle fonti della vita; e dal Balzac in poi il romanzo ha deviato dalla sua antica forma narrativa, piegando allo studio fisiologico e psicologico dell’uomo. A questa deviazione della prosa narrativa il Balzac conferì più di tutti studiando i segni esteriori e gli effetti visibili dei sentimenti interni, la Sand analizzando con una sottigliezza femminile tutte quante le crespe e gli avvolgimenti dello spirito, gli ultimi romanza tori naturalisti proseguendo certe leggi della vita appurate dalla scienza. Tutte queste vie menano, più o meno brevemente, alla verità; ma ad una verità, direi, relativa: ci è sempre come una piccola nuvola vaporosa, che offusca l’evidenza della rappresentazione. Nel Balzac è lo stile troppo martoriato e qua e là gonfio o colorito soverchiamente o contorto; nella Sand è la tabe sentimentale e filosofica che s’appiglia e corrode l’analisi più sottile; nello Zola è il rigore della tesi scientifica e il calore secentistico dello stile. Manca a tutti quelli quella serenità plastica e semplice, che il Flaubert ebbe per un momento in Madame Bovary, e che tutta quanta la letteratura popolare possiede naturalmente. […].
  p. 123. Per esempio, una delle novelle, Comparàtico, che io senza esitare giudico meravigliosa e tale da stare gloriosamente anche nel Decameron o tra le più perfette cose di Balzac, è un rifacimento in prosa italiana di una storia in poesia siciliana che il Capuana scrisse nel ’68 […].


  IV. Fantasie dei critici intorno alla “Fantasia” di Matilde Serao, pp. 128-145.
  p. 135. La signorina Serao si è per contrario accontentata del duello, e poiché non siamo sul campo dell’epopea, ma in quello del romanzo, la battaglia non è d’armi, bensì di affetti; e poiché il romanticismo ha, a poco a poco, soppresso tutti gli affetti umani a beneficio dell’amore, a cui si è appresso per virtù di Balzac aggiunta l’auri sacra fames, siamo ad una lotta d’amore.
V. Gli ultimi romanzi italiani, pp. 145-155.
  p. 153. Egli [Vittorio Imbriani], infatti, sta fuori del movimento narrativo odierno, e questo suo racconto [Dio ne scampi dagli Orsenigo] è più un’opera subbiettiva scritta a sfogo d’un desiderio egoistico di diletto, che un romanzo moderno, nel significato usurpato da questo vocabolo dopo Balzac; […].

  III. Belle muse e brutti musi. II. Contro Gabriele D’Annunzio e contro i critici verecondi e inverecondi, pp. 195-208.
  p. 205. Ci è nei Contes drôlatiques di Balzac una storiella di due che giunsero alla prima notte di nozze e si abbracciarono nel letto senza sapere che altro restasse loro da fare; ma la seconda notte la sposa andò per erudizione da un vecchio che le svelò con l’esperienza l’arcano, e lo sposo da una vecchia che similmente assaporò la primizia: di poi vissero ambedue contenti di aver acquistata a sì buon prezzo la scienza. Ciò ch’è nella vita, è nell’arte. Con quali argomenti si vorrebbe escludere dall’ambito dell’arte la rappresentazione piena ed integra dell’amore?

IV. Palco scenico. II. Il capolavoro del teatro moderno, pp. 243-251.
  p. 250. […] mi pare che dall’esame del Demi-monde risultino evidenti ed innegabili questi due fatti: che il Dumas non ha saputo rappresentare quella classe di persone che si proponeva di rappresentare; che non ha saputo cogliere la nota vera ed efficace di quella parte di vita che si proponeva di fare sul palcoscenico.
  Questi due vizi originali, che, scomparsi dal romanzo di Balzac, durano tuttavia nella produzione dramatica del popolo francese, sono una velenosa eredità del romanticismo e procedono da una falsa interpretazione del concetto della vita e del concetto del dramma.

  E.[doardo] Scarfoglio, Antonio Fogazzaro, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N. 6, 8 febbraio 1885, p. 1.
  Elena, sebbene faccia parte della famiglia di Miranda e di Marina, e abbia nelle vene lo stesso spiritual sangue, è la donna del Fogazzaro meno fantastica, più umana, più mite. Pochi tipi di tanta soavità, di tanta forza di sentimento, di tanta integrità morale di trovano nella prosa moderna: ella rassomiglia un poco alla contessa di Mortsauf, del Balzac.

  E.[doardo] Scarfoglio, Germinal, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 15, 12 aprile 1885, pp. 2-3.
  p. 3. In sostanza, quel che predomina è il coro. E ben vengano le grandi masse umane nella strategia e nell’arte del romanzo, quando esse son mosse da generali cesarei come Napoleone, o da romanzieri liviani come Balzac e Flaubert. Ma guai, quando cadono in mano di chi non abbia la forza di governarle!


  P. Selvatico e L. Chirtani, L’arte bisantina in Venezia e nelle sue isole, in Le Arti del disegno in Italia. Storia e critica. Parte seconda. Il Medio Evo, Milano, Antica Casa Editrice Dottor Francesco Vallardi, 1885, pp. 90-143.

 

  p. 133. Le sfarzose appariscenze dei colori e dell’oro, connaturate ai popoli dell’Asia, raffermano in essi l’idea che religione non è ove tutto non risplenda di dorata ricchezza [...].

  Ciò prova quanto avvistasse acutamente la grande importanza della architettura il Balzac quando scriveva, in uno de’ suoi migliori libri (1), che gli avvenimenti della vita privata e pubblica son così intimamente legati all’architettura da far sì che si possano ricostruire le nazioni e gli individui in tutta la pienezza delle loro abitudini su i resti dei loro monumenti pubblici od esaminando gli avanzi delle loro abitazioni.

  (1) La Recherche de l’Absolu.


  Matilde Serao, Fantasia. Romanzo. Seconda edizione, Torino, F. Casanova, Libraio-Editore, 1885.

Parte quarta.
  pp. 270-271. Non era possibile scambiarsi i biglietti. Lucia mise il suo nel fazzoletto e posò il fazzoletto sul divano: ma per arrivare al divano, Andrea doveva passare sul capo di Alberto, che s’interponeva. Dopo cinque minuti Lucia riprese il fazzoletto, portandolo alle labbra, come se lo mordesse. Poi corsero un vero pericolo. Andrea aprì un volume di Balzac che era sopra una mensola e vi pose il biglietto, riponendo il libro. Dopo un poco:
  - Datemi quel libro, Andrea.
  – Ma che! – esclamò Alberto – vuoi leggere adesso? Si va a pranzo, sai.
  – Veggo solo una pagina.
  – Che pagina? Io odio il tuo Balzac, lungo e triste.
  Il libro lo sequestro io.
  E fece per prenderlo. Andrea lo tirò a sé, naturalmente, pensando che tutto era perduto. Lucia chiuse gli occhi, come se morisse. Dopo tutto, che gliene importava di Eugénie Grandet? Purchè sua moglie non leggesse e chiacchierasse così allegramente come prima!

  Matilde Serao, Le Donne che hanno torto. A proposito di «Denise», «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 4, 25 gennaio 1885, pp. 1-2.
  p. 2. La signora Carvelet, legata a un uomo che ella deve disprezzare, avvinghiata da una catena indissolubile, scuote il pubblico, ma come diventa scialba, pallidissima, inesistente, come si dilegua innanzi alla figura della signora di Mortsauf, nel Lys dans la vallée, di quella donna che è nello stesso tempo la virtù e l’amore, e che muore di questo amore e di questa virtù!

  Matilde Serao, Per Monaca (Continuazione e fine), «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XX, Seconda Serie, Volume Cinquantunesimo Della Raccolta, Volume LXXXI, Fascicolo IX, 1 Maggio 1885, pp. 75-92.
  p. 78. Tecla era venuta anche lei con una giacchetta di lana nera foderata di astrakan, tutta alamari e cordoni, con un berretto di astrakan: aveva comperato un romanzo di Balzac, l’Alberto Savarus.

  Matilde Serao, La virtù delle donne, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VII, N° 35, 30 agosto 1885, p. 1.
  Quale scrittore avrebbe mai osato far accettare un’eroina odiosa a priori, che usciva fuori dalla legge comune dell’arte e della vita? Neppure voi, Giorgio Sand, che eravate una donna, che siete passata attraverso le donne senza conoscerle, parendovi che bastasse di imprimere nei vostri libri tutte le oscillazioni del vostro animo, fluttuante dalla fede allo scetticismo, creando un mondo femminile vario, ma personale, avendo l’immenso egoismo di volere assorbire in sé tutta la umanità muliebre!
  Voi solo, immenso Balzac, il grande impersonale, a cui niuna sciagura umana era indifferente, che avete tutto saputo o tutto indovinato, che siete stato il giustiziere e il poeta, lo scrittore senza macchia e senza paura, voi solo fra tante peccatrici sentimentali, mistiche, selvaggie, anemiche o fantastiche, voi solo creaste la signora di Mortsauf nel Lys dans la vallée, una donna sentimentale, mistica, appassionata, che ama e non cede, che ama e non pecca, che ama e muore!

  Orazio Spanna, Il Margozzolo e il Mottarone, «Bollettino del Club Alpino Italiano per l’anno 1884», Torino, G. Candeletti Tipografo del C.A.I., Vol. XVIII, Num. 51, 1885, pp. 3-53.
  p. 51. Il Margozzolo è anche fatto pei ragazzi e per le signore. […] Ben so, che la signora di Puisieux disse: “Les femmes chérissent la mode, parce qu’elle leur donne tous les mois une nouvelle jeunesse”. Ma un’altra donna, la signora di Lespinasse, disse dal canto suo: “Une femme serait au désespoir si la nature l’avait faite telle que la mode l’arrange”; e il Balzac, i cui romanzi piacciono tanto alle signore schiave della moda, sentenziò: “La mode est un ridicule sans objection”.

  S.[tefano] S.[tampa], Lettera VIII. – I Promessi Sposi, in Alessandro Manzoni. La sua famiglia. I suoi amici. Appunti e memorie di S. S. Col ritratto del Manzoni disegnato dal vero dall’Autore, Milano, Ulrico Hoepli Editore-Librajo, 1885 («In occasione del primo centenario»), pp. 56-70.
  p. 69. È interessante il giudizio del celebre Zola sopra di Walter Scott, citato dal Cantù nella nota a pag. 179.
  “Walter Scott fece più fanciulle traviate e mogli adultere che non Balzac”.
  Sarà dunque lui che farà delle ragazze virtuose e delle mogli incorruttibili, lui, i di cui romanzi sono proibiti in Prussia, come corruttori della pubblica morale? … Curiosa allucinazione, se pure la è!


  Capitolo XIII. – Continuazione della Lettera XIII [Amici e Conoscenti], pp. 189-253.
  pp. 252-253. […]  curioso però che mentre il Cantù era presente alla visita che il Balzac fece al Manzoni non descriva poi esattamente la capigliatura del Balzac; la quale invece di essere gittata indietro (come si vede in ritratti posteriori a quel tempo) era eretta in enorme ciuffo diritto sulla fronte in modo proprio ridicolo e ciarlantanesco: dimodochè io ne aveva fatto uno schizzo di memoria in disegno, che era tosto riconosciuto solo per questa forma bizzarra e originale del ciuffo.
  È però vero che parlò lui su molti e variati soggetti, e con quel tono di suffisence (sic) che davanti ad un Manzoni poteva essere battezzato di presuntuoso o ciarlatanesco. Mi ricordo che tra le altre cose disse questa:
  – Voyez-vous? J’ai essayé aussi du genre religieux dans le Medicin de Campagne (sic); mais cela n’a pas eu le succès que je m’attendai (sic?).
  E dopo partito il Balzac, mi ricordo che il Manzoni osservava, che per avere un succès dans le genre religieux non bisognava tentarlo con una speculazione letteraria qualunque, ma esserne profondamente persuasi … Prego il signor De Gubernatis a prendere nota di questa osservazione.

Capitolo XVI. – La Famiglia – Continuazione, pp. 294-312.
  pp. 297-299. E come se questa demolizione di Massimo d’Azeglio non bastasse, estrae da una lettera del Tommaséo scritta da lui; questo brano in cui oltre al d’Azeglio, si tenta di demolire con modi bassi e volgari il Balzac, pigliando così il Cantù due piccioni ad una fava. Eccolo questo brano:
  “… Che il Balzac sia accarezzato costà (a Milano) me ne duole più che d’una nuova invasione di Barbari. Son queste, mio caro, le nostre piaghe, e di queste vivono i bachi che voi sapete. L’Azeglio non lo doveva presentare al Manzoni, ma l’Azeglio è un po’ su quel gusto. E a me disse spropositi degni d’un nobile piemontese. Dite del resto a codesta crassa galanteria milanese che il Balzac è tenuto fino a Parigi per cosa ridicola e bassa; scrivente manierato, senza la potenza di que’ che si creano una maniera; pittore minuzioso della parte materiale di certe cose, ignorante del resto, e sterile sì di fantasia, sì d’affetto”.
  Cortese lettore, v’è stata carità di patria e d’amicizia, v’è stata discrezione nel trascrivere (in nota a pag. 138, vol. II) questo brano di lettera, che se riferisce cose vere, annullerebbe del tutto la fama di Massimo d’Azeglio, il quale non risulterebbe altro che un nobile piemontese esprimente grossi spropositi?
  E se non sono vere queste pitture e del d’Azeglio, e del Balzac e di questa crassa galanteria milanese, il Tommaséo non risulterebbe forse un vero pazzo di superbia, povero ed orgoglioso, e maldicente di soprammercato, cioè il più antipatico carattere del mondo? …
  E Massimo e Tommaséo erano entrambi suoi amici!! …
  Eppure, per quanti nemici politici avesse il d’Azeglio, non ho mai sentito ad affibbiargli l’accusa ch’egli dicesse degli spropositi degni d’un nobile piemontese! … E siccome i nobili piemontesi ebbero tanta e così nobile parte, mediante l’ingegno, la penna e la pelle, alla liberazione d’Italia, era forse carità di patria e d’amicizia il riferire che il Tommaséo insegnava a distinguer con nomi di scherno, quelli che andrebbero a farsi uccidere un di’ per l’Italia?
  Eppure il nome d’Azeglio sussiste più grande e più noto di quello del Tommaséo.
  Eppure il nome del Balzac è ancora più famoso in tutta Europa di quello del Tommaséo.
  Eppure anche il Manzoni trovava molto belli alcuni squarci delle opere di questo autore! …

  Francesco Torraca, Romanzi. II. Malombra, in Saggi e rassegne, in Livorno, coi tipi di Franc. Vigo, Editore, 1885, pp. 224-233.
  p. 224. È un romanzo italiano, è un romanzo lungo, eppure non annoia; si percorre tutto intero, senza interruzioni, senza salti. E badate che non segue nessuna moda; non solletica i sensi; non s’accosta allo scandalo tanto da rasentarlo; piuttosto che farvi pensare al Balzac o allo Zola, vi ricorda il Dickens, ma nessuna figura o situazione del fecondo e geniale scrittore inglese in particolare […].

Pel Sainte-Beuve, pp. 305-316.
  pp. 313-314. Non credete allo Zola, quando accusa il Sainte-Beuve di non aver compreso il Balzac: gli è che l’autore dei Rougons-Maquart (sic), nella sua smania di propaganda, vuole tutto lodato negli scrittori naturalisti, come biasima tutto negli scrittori d’altra scuola. Il Sainte-Beuve ha indicato i pregi e le mende; ha riconosciuto la puissance, l’originalità del romanziere; ha proclamato che a Eugenie (sic) Grandet manca assai poco per essere un capolavoro, - «oui, un chef-d’oeuvre qui se classerait à côté de tout ce qu’il y a de mieux et de plus délicat parmi les romans en un volume». E tutto ciò, si ponga attenzione, nel milleottocentotretaquattro … «L’intuition du monde moderne» che lo Zola gli concede, si manifestò troppo presto, perché poi fosse condannata a non essere se non intuizione! […].
  Né le audacie dei discepoli di Balzac lo maravigliarono, o lo sgomentarono.

Giovanni Prati [12 maggio 1884], pp. 395-408.
  p. 396. Pure, in mezzo a’ fantasmi femminili evanescenti, i quali co’ nomi d’Ildegonda, di Fiorina, di Bice, di Pia, simulavano una vita che ricevevan tutta dalla immaginazione malata de’ lettori, quella Edmenegarda, non regina, non castellana, non sposa disconosciuta e tradita, non immacolata nel manto candido di vergine tratta a morte immatura per forza di amore; quella colpevole donna borghese del nostro secolo, che alle volte par saltata fuori da un romanzo del Balzac, era una grande novità, un vero ardimento. […]
  p. 397, nota 1. In un articolo sul Prati (Cron. Bizantina, 1 giugno 1884), il Carducci scrisse: «Fu gridato allora Habemus ponteficem: fu scritto anche l’altr’ieri che quella donna colpevole pare alle volte saltar fuori da un romanzo di Balzac e che dovrà essere in mezzo ai fantasmi evanescenti d’Ildegonda, di Fiorina, di Pia, una grande novità, un vero ardimento. Con tutta la stima che io ho p. 398 al giovine e valente critico, non lo credo: anzi credo ancora che Ildegonda e Pia, con la loro spettrale parvenza di spiriti ritornanti nella vita della leggenda, siano più vere e compiute di Ermenegarda; la quale non ha finitezza ideale che l’arte dei poeti consci del loro lavoro dié alle due donne del passato, non ha il rilievo dell’analisi psicologica che solo un romanziere come il Balzac, e non un poeta, e segnatamente un poeta come il Prati, poteva dare a una donna moderna in quel caso.

Il Libro di Don Chisciotte, pp. 409-425.
  p. 413. Ripetuti parecchi giudizi ormai tradizionali sul Balzac – mostrando di conoscere il Saggio del Taine su l’autore della Comédie humaine – sostiene che il Balzac non seppe far altro che crear dei tipi: però non dichiara, (uso parole sue) né produce le ragioni del giudizio. […]
  p. 422. Tornando alla storia letteraria, cosa significa che il Balzac «rifece in vecchia prosa i migliori racconti francesi, che derivavano da fonte italiana?» Se c’erano già, e belli, in vecchia prosa, perché li avrebbe rifatti? Il Balzac, ne’ Contes drôlatiques, fece qualcosa di simile a quello che ha fatto ora il Capuana nel C’era una volta: prese da vecchi racconti il congegno, la lingua, lo stile, particolari, scene; ma la trama o l’immaginò lui, o la intessè a modo suo di fila tratte di qua e di là.

G. Calvello [1875], pp. 426-470.
  p. 441. C’è molto di vero nella sentenza del Balzac che, a voler conoscere un uomo, le sue tendenze, le sue abitudini, il suo carattere, giova guardare la sua casa.


  A. Vespucci, Agenda-Calendario per le signore per il 1886, «Giornale delle donne», Torino, Anno XVII, N. 24, 19 Dicembre 1885, pp. 570-572.

 

  p. 571. [...] in qualche momento di pessimismo dico anch’io con Balzac: «Il matrimonio è la tomba dell’amore».

 

  Yorick figlio di Yorick [Avv. P. C. Ferrigni], Per entrare in materia, in Vent’anni al Teatro. II. La Morte di una Musa, Firenze, Tipografia editrice del Ferramosca, 1885, pp. XIX-LXXI.
  p. XXVIII. Gli eroi del poema drammatico furono i più abietti manigoldi scappati dal bagno e dalla galera; Robert Macaire, Cartouche, Vautrin e simili.

  Giovanni Zannoni, Trucioli. «Les cent contes drolatiques» del Balzac, «La domenica del Fracassa», Roma, Tipografia Nazionale, Anno II, Num. 43, 25 ottobre 1885, p. [3].

I

  Due mesi fa, licenziando alle stampe una discreta sua traduzione di quattro fra i Contes drolatiques di Onorato di Balzac, il signor Achille Cecovi si doleva della indifferenza colla quale il pubblico e la critica accolsero quel primo tentativo di riproduzione rabelaisiana, indifferenza che in parte dura anche oggi, anche in taluno fra gli ammiratori più fervidi del romanziere, Emilio Zola, ad esempio. Eppure non è ignoto quanta grande cura, e quanto enorme lavoro di lima consacrasse Balzac a quest’opera, sì che, mentre in venti giorni scrisse per il Figaro quel capolavoro che è il César Birotteau, impiegò poi due mesi di assidua attività a compiere la novella – La prosne du yoyeulx curé de Meudon – una ventina di pagine appena, che però lo stesso curato di Meudon non avrebbe rinnegate. Ma già, si sa bene, l’opera intorno alla quale maggiormente l’autore si affatica, nella quale ripone la sua maggior compiacenza, ben di rado è quella che il pubblico più apprezza, quando non avviene per l’appunto il contrario: arroge poi che questa volta il pubblico aveva e les cents nouvelles e l’eptameron (sic), e il Pantagruel.
  I Contes drolatiques, quali oggi li possediamo editi, sono trenta novelle, farcite di gauloiseries d’honneste galanterie sanz béguelisme, divise in tre diecine, ognuna preceduta da un prologo, e seguita da un epilogo, scritte tutte sul prototipo del Rabelais, conservata anche l’ortografia antica delle parole. Trenta sole dunque, ma ben altro ebbe di mira l’autore. Seguendo l’esempio del Boccaccio e del cupo re Luigi XI, egli voleva comporne cento, divise in dieci diecine, per aver agio così di imitare, non il Rabelais soltanto, ma la miglior parte degli antichi francesi novellieri in verso od in prosa: ne sia prova il primo manifesto, ove l’editore annunziava:
  «Les cent contes drolatiques
  Colligez ez abbaies de Tourayne et mis en lumière par
  Le sieur de Balzac, pour l’esbattement des pantagrue-
  listes et non aultres».
  Circa il 1835 apparve la prima diecina, nel 1837 la terza, che oggi finisce il libro: sui primordi del 1838 gli editori Delloye e Lecou publicarono una circolare di sottoscrizione per due nuove diecine.
  Ora poiché nessuno studioso del Balzac ha tenuto conto di tale promessa, e, che io sappia almeno, nessun critico ha mostrato di conoscere cotesta circolare, reputo non riuscirò discaro ai lettori di questo giornale che io la trascriva, come una curiosità letteraria, dopo poco meno di cinquanta anni d’oblio. Eccola:
  Pour paraître en 1838.
  Le quatrième dixain contiendra:
  «Prologue,
  «Triste erreur de dona Mirabella,
  «Maulvaise foy d’ung héréctique,
  «L’Incube,
  «Combien estoit clemente Madame Imperia,
  «Confession bigearre,
  «Les trois Moines,
  «Le Paysand de Montsoreav qui havoit perdeu son veau,
  «D’une guerre smene entre les Guilleris et les Kallibistrifrères,
  «Aultre naifveté,
  «Mot d’une vertueuse abbesse de Chinon,
  «Epilogue».
  Le quint dixain contiendra :
  «Prologue,
  «la dame empeschiée d’amour, roman en vers avec la traduction en resguard (à l’imitation des authuers de la langue romane),
  «La Mère, l’Enfant et l’Amour : fabliau avec la traduction en resguard,
  «Le Cocqu par aucthorité de iustice (conte en la métode des cent nouvelles du roy Loys unze),
  «Le Pari du Magnifique (dans le genre des Italians),
  «Le seigneur Freschi (à la fasson de la Royne de Navarre),
  «Comment fina le soupper du bonhomme (conte dans le goust de Vervitle),
  «Gazan-Le-Pauvre (conte dans la mode orientale),
  «Le dict de l’Empereur (conte dans le genre de la Bibliotecque bleu),
  «La Filandière (conte à la manière de Perrault),
  «Comment unz cochon feut prins d’amour pour unz moine, et ce qui en advint (conte drolatique),
  «Epilogue».
  Perché il Balzac non abbia scritto queste novelle è difficile dire: può anche darsi che l’indifferenza del pubblico, l’abbia indotto, perseguitato dai creditori, a trascurarle per darsi a lavori più accetti e più accessibili al volgo dei lettori. Così è mancata alla Francia una centuria di novelle elaboratissime, come si può arguire dai primi saggi, nei quali lo stile e la forma del più grande fra i prosatori francesi sono splendidamente imitati.


   [1] L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Civica di Acqui Terme; Biblioteca Nazionale ‘Sagarriga Visconti-Volpe’ di Bari; Biblioteca Civica di Biella; Biblioteca Comunale Federiciana di Fano; Biblioteca Comunale Centrale di Firenze; Biblioteca e Archivio storico comunale di Jesi; Biblioteca Statale di Lucca; Biblioteca Comunale ‘Mozzi-Borgetti’ di Macerata; Biblioteca Universitaria di Pavia; Biblioteca Comunale Augusta di Perugia; Biblioteca dell’Università degli Studi ‘Roma Tre’ – Sezione Petrocchi di Roma.
   [2] L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Zelantea di Acireale; Biblioteca Nazionale ‘Sagarriga Visconti-Volpe’ di Bari; Biblioteca Civica di Cosenza; Biblioteca Comunale di Fabriano; Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Biblioteca Universitaria di Genova; Biblioteca Municipale ‘Antonio Panizzi’ di Reggio Emilia; Biblioteca Nazionale ‘Vittorio Emanuele II’ di Roma; Biblioteca Fondazione ‘San Bernardino’ di Trento.
   [3] L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Zelantea di Acireale; Biblioteca Comunale di Fiesole; Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (volume segnalato nei Cataloghi, ma irreperibile); Biblioteca Comunale ‘Fabrizio Trisi’ di Lugo; Biblioteca Comunale ‘Francesco Selmi’ di Vignola.

Marco Stupazzoni

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