martedì 14 luglio 2020



1960

 



Estratti in lingua francese.

 

  Honoré de Balzac, Le Père Goriot, in R. Porzio-Verino, Le Roman français au XIXe siècle. I. Stendhal – Balzac – Flaubert. A cura di R. Porzio-Vernino, Torino, G. B. Petrini, 1960, pp. 81-160.

 

  Gli estratti desunti dal capolavoro balzachiano sono preceduti dalla seguente nota critica:

  Pubblicato nel 1835, «Le père Goriot» è, insieme con «Eugénie Grandet», fra i primi capolavori realistici di Honoré de Balzac.

  Dopo i romanzi mistici e filosofici, dopo la raccolta di novelle sulle «Scene della vita privata», che segnano l’adesione dello scrittore all’estetica realistica, «Le père Goriot» è il romanzo che apre la strada e fissa il sistema per la realizzazione di un grandioso progetto: creare dei cicli di romanzi, dove circolino centinaia di personaggi di una società fittizia, ma osservata dal vero, e che diano l’impressione di un mondo completo: scrivere la commedia dell’uomo del suo tempo, così come Dante, ai suoi tempi, scrisse la commedia divina.

  Nato a Tours nel 1799, Balzac ha una vita movimentata, intimamente legata alla storia della sua opera. Giunge a Parigi a 20 anni, deciso a farsi strada nelle lettere. Lanciatosi nel mondo della speculazione e degli affari per affrettare il successo, il suo genio di romanziere si rivela progressivamente fino a fargli concepire l’ambiziosa idea della «Comédie Humaine». Assillato dai debiti, lo scrittore si sottomette con ferrea disciplina ad un infaticabile lavoro di creazione, che conduce — con brevi pause, destinate a documentarsi direttamente in seno alla società o attraverso viaggi — ininterrottamente per venti anni. Quando muore, esaurito dallo sforzo, a 51 anni, ha ultimato un centinaio di romanzi e racconti, senza contare i testi inediti o pubblicati al di fuori della sua grande opera, rimasta peraltro incompiuta.

  Con le sue doti di osservatore acuto e di pittore realista, unite ad una inesauribile immaginazione e ad una eccezionale capacità creativa, Balzac ha rinnovato il contenuto del romanzo, lasciandovi un’inconfondibile impronta fino ai giorni nostri.

  Il romanzo balzachiano è composto di due elementi: la descrizione estremamente minuziosa dell’ambiente — da cui balzano fuori personaggi fortemente tratteggiati e dominati da passioni semplici, ma veri e vivi — è realistica, mentre la trama avventurosa, e a volte rocambolesca, è decisamente nel gusto romantico.

  Il romanzo si apre con una di quelle sovrabbondanti descrizioni in cui Balzac eccelle, e che l’autore considera indispensabili per preparare la crisi drammatica. Fra ambiente e personaggi si stabilisce uno stretto legame, per cui la descrizione minuta dell’ambiente è necessaria introduzione al personaggio; quest’ultimo viene analizzato con cura quasi scientifica, da naturalista, senza trascurare né l’anatomia, né lo stato civile, né gli antecedenti. Conosciuti così intimamente, i personaggi prendono corpo, si staccano dal loro creatore per vivere la loro vita, sconvolti dalla foga delle proprie passioni.



 

Traduzioni.

 

 

  Honoré de Balzac, Il ballo di Sceaux o Il Pari di Francia. Traduzione di Nanda Colombo, Milano, Rizzoli Editore, 1960 («Biblioteca Universale Rizzoli», 1611), pp. 82.


  Nonostante qualche libertà presa dalla traduttrice nel corso della sua versione italiana del racconto balzachiano, il testo può ritenersi, nel complesso, corretto.

 

 

  Honoré de Balzac, I Capolavori della “Commedia umana”. Studi filosofici. Le Marana. Séraphita. Louis Lambert. Storia dei Tredici. Ferragus. La duchessa de Langeais. La ragazza dagli occhi d’oro. Traduzioni di Renato Mucci, Alessandro Prampolini, Roma, Gherardo Casini Editore, 1960 («I grandi maestri», 36), Volume VI, pp. XV-600.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Introduzione, pp. IX-XVI;

  Le Marana. Traduzione dal francese di Renato Mucci, pp. 1-59;

  Séraphita. Traduzione dal francese di Renato Mucci, pp. 61-187;

  Louis Lambert. Traduzione dal francese di Renato Mucci, pp. 189-290;

  Storia dei Tredici. Traduzione dal francese di Alessandro Prampolini. [Prefazione], pp. 293-298;

  I. Ferragus capo dei Divoranti, pp. 299-403;

  II. La duchessa di Langeais, pp. 405-531;

  III. La fanciulla dagli occhi d’oro, pp. 533-600.

 

  I romanzi balzachiani qui raccolti, le cui traduzioni sono da considerarsi, nel complesso, fedeli e corrette, sono preceduti da una Introduzione (anonima, ma redatta verosimilmente da almeno uno dei due compilatori) che qui trascriviamo integralmente:

 

  Narrano i biografi che la Storia dei Tredici diede a Balzac l’idea di fondare una società segreta, i cui membri avrebbero dovuto prestarsi aiuto e protezione in ogni circostanza. La società prese nome dal restaurant dove i primi affiliati si riunirono, lo Cheval rouge.

  «C’était Théophile Gautier, Léon Gozlan, Alphonse Karr, Louis Desnoyers, Eugène Guniot, Altaroche, Merle, Granier de Cassagnac qui lui prêtèrent serment de fidélité et le nommèrent d’enthousiasme, grand maître du nouvel ordre. Le lieu de réunion changeait chaque semaine, pour ne pas attirer l’attention des garçons qui servaient les chevaux — nom cabalistique des conjurés — et leur secret ne devait pas être découvert, car il ne s’agissait rien moins que de se distribuer entre les membres du Cheval Rouge, les premiers postes de l’Etat, ministères, ambassades, les plus hautes situations des arts et de la littérature, Académie française et Institut. Les réunions secrètes cessèrent après quelque mois — il n’y avait plus de foin au râtelier — c’est-à-dire que la plupart des chevaux n’avaient pas de quoi payer leur écot».

  L’autore del passo citato ammette che tali chimere servivano a Balzac per distrarsi, e insinua che egli forse credeva ai «mezzi occulti per dominare la società».

  Che in Balzac l’immaginazione integrasse fortemente, o addirittura deformasse il sentimento e l’intelligenza della vita, ribadiremo più tardi.

  Che Balzac credesse ai mezzi occulti per dominare la società, ci par dimostrato da tutta la sua opera, né oseremmo definire tale atteggiamento come prodotto di individuale immaginativa, quando è più facile riconoscerlo conseguenza del costume di un secolo in cui logge d’ogni specie andavano affermandosi o maturandosi in Europa.

  Piuttosto, saremmo inclini a pensare che la Storia dei Tredici sia, appunto, il tentativo di trasfigurazione di un’esperienza umana avverata o sognata come vera, e non la determinazione fantastica dello Cheval Rouge. Insomma, questo (sia pure informe e anonimo) avrebbe preceduto quella, nello spirito di Balzac, e non, come vuole cronologia, il contrario.

  Balzac, stretto d’assedio dalle difficoltà economiche in cui si dibatte quasi costantemente, esperto osservatore dei fenomeni sociali da cui si poteva apprendere il valore della colleganza tra partecipi di medesimi interessi, era incline a immaginare, come nessun altro, qual beneficio potesse trarsi da una massoneria dell’ingegno; e, intanto, cercando di chiarire in sede artistica il problema dell’associazione reale, indulgeva a suoi interessi economici, riparava le falle della propria barca, andava incontro al pubblico maleducato e frastornato dalle recenti rivoluzioni, controrivoluzioni e restaurazioni, e perciò incline ad ammirare le organizzazioni misteriose e malefiche, quasi per un punto di sfiducia critica relativo alla patente insufficienza del lecito.

  Quando avremo fissato le principali ragioni pratiche per cui Balzac scrisse l’Histoire des Treize, ci appariranno più chiari i limiti artistici entro i quali la troviamo costretta, come quella che risponde a una richiesta dei lettori, si fonda sulla facile e fluttuante eticità dell’autore, e rimane polemica senza substrato morale, osservazione non trasfigurata, immaginazione e non fantasia.

  L’Histoire des Treize, trittico le cui parti sono rispettivamente datate, Ferragus 1833, La Duchesse de Langeais 1834, La Fille aux yeux d’or 1835, è preceduta da una prefazione che risale al 1831.

  Il contenuto di essa è riuscito un programma, un disegno in forma di offerta, una promessa che potrebbe rivolgersi tanto al pubblico dei lettori quanto a un editore.

  In realtà, una prefazione a quel libro poteva più ragionevolmente scriversi nel 1835, ad opera compiuta, come avrebbe fatto qualsiasi altro autore, non fosse che per togliere ogni possibile discordanza tra i propositi e gli effetti. Se Balzac non ha sentito questa elementare necessità, vuol dire che qualche forte motivo agiva su di lui. Forte motivo, non potrebbe certo essere che egli, assillato dal lavoro, non avesse né il tempo né la voglia di rifare una prefazione già pronta; mentre è facile ammettere che egli credesse di riprendere un giorno la Storia dei Tredici, il cui meccanismo è tipico dei racconti a serie, da continuarsi, e interrompersi secondo l’estro dell’autore e l’accoglienza del pubblico.

  Non è nostro còmpito precisare il mondo artistico e morale di Balzac, ma è inevitabile riferirsi all’estrema predominanza dei suoi interessi sociali, per intendere la genesi dei Tredici. E non sembri un paradosso l’affermazione che tali interessi dovettero esplicarsi in Balzac, più di una volta, anti-socialmente.

  A trentadue anni, quanti egli ne aveva all’epoca in cui disegnò i Tredici e dettò la Prefazione, è più facile affermare che la società non è bene organizzata, che suggerire quanto par necessario a organizzarla meglio. D’altronde, nemmeno più tardi, Balzac, pur con tutti i suoi riconosciutissimi intenti politici e filosofici, par che abbia arrecato all’umanità il lucido contributo di una critica sociale.

  «... chi ha veramente intelletto e capacità originale di osservatore e di filosofo non si accomoda a comporre favole ed apologhi, a cincischiare d’immaginazioni il suo pensiero, e impugna sùbito la buona spada della prosa scientifica, storica e polemica». Così il Croce, giusto a proposito di Balzac: parole che, nell’intenzione del loro autore e nell’impiego medesimo che noi ne facciamo, non vogliono diminuire la grandezza di Balzac, ma ricondurla nel suo campo più appropriato, che è quello dell’arte.

  Dunque, accertata con giovanile baldanza l’insufficienza della società, né sapendo come fondarne una migliore, Balzac trentaduenne si accontenta di immaginare un’associazione antisociale, o, per meglio dire, una società ristretta; la société de Jésus au profit du diable.

  Nella Prefazione si riconosce il dispetto e l’insofferenza che l’ingegno, l’astuzia, la bravura, la lealtà, la fedeltà, l'amicizia, la virtù, insomma, — anche se in senso un po’ machiavellico — non trovino nella vita normale un sufficiente campo d’azione o l’estrinsecazione più valida; nella prefazione è una macchinosa e tenebrosa promessa di simpatia per i reprobi che sieno buoni tra loro, per l’anticristo che conceda almeno ai suoi dodici un regno terreno meno fallito di quello del Cristo.

  Ci sovviene l’accusa crociana che Balzac non abbia fantasia, e l’accettiamo anche se estesa a tutta l’opera balzachiana; ma per accertare il credito di immaginazione concesso dal Croce allo scrittore francese, dobbiamo rivolgerci ad altri scritti che non siano la Storia dei Tredici, perché in essa non troveremmo giustificata nemmeno la comparazione del Sainte-Beuve, tra Balzac e Dumas padre o Eugenio Sue. Amara comparazione, in. certo senso, per gli estimatori di Balzac, ma benevola, in certo altro senso, se dovessimo applicarla ai Tredici e a tutto il Balzac minore, perché almeno a Dumas vorremmo concedere il riconoscimento di più candidi meriti, sì deteriori, in assoluto, ma conseguenti, logici, fusi, come di autore che vive esclusivamente d’immaginazione, e che offre con essa una fonte di innocenti piaceri, mai turbata da inquinamenti eterogenei.

  Infine, non ci par lode tutta convincente quella del Brunetière, che chiama in causa Dostoievskij e Tolstoi, asserendo che questi grandi romanzieri non abbiano mai sorpassato Balzac. Infatti, secondo noi, anch’essi, rappresentanti di una seduzione, di un’arte, di un pensiero, di un impegno altrettanto limacciosi, rimasero non meno distanti di Balzac da quella bellezza purificata e proporzionata, dalla Bellezza infine, intuita da secoli e poi scoperta, si può credere, definitivamente, come meta ultima dell’arte.

  Eppure, la pubblicazione dei Tredici ci è parsa opportuna, e la nuova lettura di essi non meno interessante, se non più proficua, di tutto il resto dell’opera balzachiana. Per esempio, in Eugénie Grandet, il concerto delle parti è riuscito, la saldatura operata dallo stato di grazia di Balzac, sì che il lettore è messo nella condizione di accettare il meglio, lasciando volentieri che la ricchezza del drappeggio copra il mediocre, e non è indotto ad approfondire. Invece, a intendere la vera origine del buono e del cattivo Balzac, i suoi limiti, sia pur vastissimi, e la sua debolezza, non meno importante della sua forza, i Tredici ci aiutano inestimabilmente.

  Il Croce ha felicemente corretto una stortura critica, secondo cui in Balzac i caratteri sarebbero eccellenti, l’azione meno buona e lo stile vizioso: «quelle tre cose ne fanno una sola, l’una non può andare esente dal difetto delle altre, e i difetti di tutte debbono essere riportati a una comune origine». Ciò, in sede di «teoria esatta». Ma è facile intendere come la critica sia giunta all’inesatto, se, appunto, si prenda in esame il Balzac minore.

  Le verbose presentazioni di certi personaggi parvero a Balzac (e paiono ai suoi zelatori) pitture di caratteri : il che non è, perché il carattere emerge dall’azione, e, in certo senso, non può nemmeno precederla descrittivamente; la logica determinante dell’azione può essere sottintesa, ma non può mai sostituire la rappresentazione di essa; e lo stile non è altro che la risultante della perfetta rispondenza tra logica determinante e azione rappresentata, che è quanto dire, tra l’autore e la sua opera, fusi in una partecipazione reciproca. Ove il mondo costruito esorbiti per eccesso o non riempia per difetto la personalità del costruttore, il risultato non sarà opera d’arte; cosicché si avranno opere mancate per difetto d’impegno o per eccesso di materia indigesta. È il punto del discorso in cui potremmo rientrare nell’estetica crociana, avvertendo che la sovrabbondanza dell’immaginazione non è meno deprecabile della mancanza di essa, ove si accetti che il momento della fantasia realizzata è lo stato di equilibrio, il solo porto dell’essere di un artista, dove confluiranno per virtù d’istinto tutti gli elementi costitutivi della personalità di lui, e tutti puntualmente, nessuno escluso.

  In Balzac, invece, predominano, come ben si sa, alcune componenti a scapito di altre. Ciò che fu definito spirito di osservazione o, addirittura, studio scientifico del vero, non è in lui altro che incapacità di sintesi. Egli si disperde con la facilità degli scrittori ricchi e articolati, generosi e polifonici, ma vittime di questa molteplicità di interessi.

  Il pensiero balzachiano, come non partecipe di filosofica sistematicità né inserito in armonico impiego d’arte, indebolisce se stesso, e dilunga il segno da sé, non riuscendo insomma che raramente a quella meta di suprema bellezza di cui sopra discorrevamo.

  Balzac, per esempio, quando percorre con un suo personaggio una strada, indulge a una descrizione di essa, che non risponde a esigenze narrative né riesce sempre utile a completare psicologicamente il personaggio. Balzac cede il suo cosiddetto genio dell’osservazione, e si impegna in un pezzo, talvolta splendido di luce propria, ma opaco e opacante nel tutto; e frena e strania l’attenzione del lettore, riprendendosela sì spesso, ma per tutt’altre ragioni che non quelle primamente valide.

  Una finestra, un vestimento, un salotto, un arredo, uno stato d’animo, un’invenzione qualsiasi non sono quasi mai inseriti nel racconto con perfetta subordinazione alle esigenze di esso; se è vero, com’è vero, che spesso tali pagine hanno virtù antologica, hanno anche sempre vizio costruttivo, per cui diremmo quasi che vivono meglio a sé stanti, e, espunte dal contesto, lo lasciano più vigoroso, agile e conseguente.

  Di tali pagine, i Tredici sono ricchissimi. Le chiameremo divagazioni; meglio, con un neologismo etimologico introdotto da un filologo italiano, stravaganze; e pensiamo che, se un editore accettasse mai l’idea di raccogliere in antologia siffatte pagine balzachiane, in quell’antologia i Tredici figurerebbero copiosamente, non meno di altre opere giudicate assai più perfette.

  Non ci sembra di poter addurre argomento più persuasivo, sia per dimostrare l’opportunità di una nuova presentazione e traduzione dei Tredici, sia per documentare questi frettolosi appunti critici sull’opera di Balzac.

  Risultato di tutto ciò è una specie di disarmonico barocco, anche quando si manifesta in forma assolutamente romantica come in Ferragus e nella Duchesse de Langeais; disarmonia che risulta meno evidente (pur essendo ugualmente vera) nella Fille aux yeux d’or, e in ogni caso in cui Balzac, invece che al sentimentalismo, indulga a qualcosa di più vibrato, truculento, vizioso e sensuale, che ce lo fa ravvicinare, non già ai Dumas o ai Tolstoi, chiamati arbitrariamente in causa, ma ai d’Annunzio e a tutta la sua moda, per amor della quale soltanto ci par possibile che un Brunetière sentenzi che Balzac è «le roman même».

  Ma, anche quando si sperde in un dedalo di strade, Balzac trova sempre la sua, quella a cui è condotto dall’irresistibile inclinazione; e in essa ricompare dominatore, ispirato, ricco perfino di lirismo, che, se pur contenuto in breve respiro, lo innalza tuttavia tra i grandissimi, e lo eterna nelle sue più vere qualità.

  Pagine, insomma, non libri. Elzeviri e saggi di gran seduzione, da cui sarebbe facile dimostrare quanta e quanto inferiore letteratura si sia sviluppata più tardi.

  Infine accettata la constatazione di Baudelaire, che Balzac non sia un osservatore, ma un «visionnaire passionné», l’osservazione del medesimo, che i personaggi balzachiani sono tutti Balzac, tanto che «chacun, chez Balzac, même les portières, a du génie», rimeditata la pagina crociana in cui si dice che il difetto delle creazioni balzachiane sta nel capriccio del loro autore, donde viene che «i caratteri dei suoi personaggi girino rapidamente e crescano vertiginosamente sopra se medesimi, diventando via via sempre più folli di se stessi, e talora, nel vertice a cui pervengono, si convertano nell’opposto di ciò che erano ... etc. etc.», torniamo a riconoscere la disequalità balzachiana frutto, appunto, del giustapporsi infrenato, della stratificazione e della proliferazione perpetua di pensieri su pensieri, visioni su visioni, necessariamente tendenti allo squisito, all’eccezionale, all’abnorme, senza che ci riesca sempre di stabilire a qual punto della calefazione la materia balzachiana abbia raggiunto il giusto grado, per cui certamente è passata.

  Madame Jules e Monsieur de Malincour, in Ferragus; Armando e Antonietta, nella Duchesse; de Marsay e La fille aux yeux d’or, nel terzo racconto, sono eroi in cui la virtù è, in certo modo, viziosa, il vizio virtuoso o eroico; e, nudi, disvelati, crudamente scoperti, discettanti tutti con identica dialettica, e tutti privi di penombre, non fanno corpo, non partecipano di quei divini sottintesi o di quelle umane pregnanze, che, per esempio, non solo valgono ma non potrebbero essere sostituite da pagine e pagine, nella storia della monaca di Monza del Manzoni, nell’Educazione sentimentale o nella Bovary di Flaubert.

  La illuminante contrapposizione del grande italiano con il grande francese conclude il saggio del Croce, in cui troviamo la notizia preziosa: «che sui Promessi Sposi il Balzac pronunziò in una conversazione a Milano» poco favorevole giudizio. Notizia che può interessare, oltre che l’aneddotica, anche la critica, ove si ponga mente alle vere ragioni per le quali due autori dotati di ingegno supremo, e sospinti quasi da medesimi interessi, siano pervenuti a mete così distanti, che ci appaiono situate agli antipodi.

  La lettura diretta della Storia dei Tredici chiarirà meglio delle nostre parole l’affermazione che la grandezza di Balzac non sta nella meta da lui perseguita, quanto nei risultati colti, per sua inevitabile inclinazione, strada facendo. [...].

 

 

  Honoré de Balzac, Il curato di Tours. Traduzione di Piero Bianconi, Milano, Rizzoli Editore, (aprile) 1960 («Biblioteca Universale Rizzoli», 1571), pp. 89.

 

  Struttura dell’opera:

 

  P.[iero] B.[ianconi], Nota, pp. 5-7. [cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici];

  Il curato di Tours, pp. 9-89.

 

  Fondata sull’edizione definitiva del romanzo (Furne, 1843), questa traduzione di Le Curé de Tours fornita da P. Bianconi ci sembra fedele e corretta rispetto al modello francese.

 

 

  Honoré de Balzac, Grandezza e decadenza di Cesare Birotteau. Traduzione di Piero Bianconi, Milano, Rizzoli Editore, 1960 («Biblioteca Universale Rizzoli», 1604-1606), pp. 288.


  Come segnalato nella Nota introduttiva, la struttura di questa nuova traduzione italiana di César Birotteau ricalca il modello dell’edizione originale Boulé del 1837 (suddivisione in tre parti e sedici capitoli); il testo di riferimento per la traduzione – nel complesso corretta – è invece quello dell’edizione Furne (benché non sia trascritta la dedica a Lamartine).


 

 

 

Studî e riferimenti critici.

 

 

  Guida alla lettura di Balzac, Roma, Istituto poligrafico dello Stato, 1960, pp. 45.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Tavola cronologica, pp. 3-5;

  L’età di Balzac, pp. 7-13;

  Vita di Balzac, pp. 15-16;

  La Commedia umana, pp. 17-23;

  «Il cugino Pons», pp. 25-32;

  Il mondo ideologico e morale di Balzac, pp. 33-40;

  Giudizi su Balzac, pp. 41-45.

 

  Di questa monografia (anonima) dedicata allo scrittore francese, trascriviamo integralmente il capitolo intitolato: Il mondo ideologico e morale di Balzac.

 

  Nella sua introduzione alla Commedia umana Balzac esponeva nel 1842 il suo piano di lavoro e i motivi filosofici e i principi morali che lo guidavano nella stesura della sua opera immensa. «L’idea prima della Commedia umana fu da principio in me come un sogno, come uno di quei progetti impossibili che si accarezzano e che poi si lasciano svanire ... Questa idea viene da un paragone fra l’Umanità e l’Animalità ... L’animale è un principio che prende forma esteriore, o, per parlare più esattamente, le differenze della sua forma, negli ambienti dove è chiamato a svilupparsi. Le Specie Zoologiche risultano da tali differenze ... Convinto di tale sistema molto prima delle dispute alle quali ha dato luogo, mi accorsi che la Società assomigliava alla Natura. La Società non fa, degli uomini, a seconda degli ambienti in cui si esplica, altrettanti individui diversi come le varietà che si trovano in zoologia? Le differenze fra un soldato, un operaio, un amministratore, un avvocato, uno sfaccendato, uno scienziato, un uomo di Stato, un commerciante, un marinaio, un poeta, un povero, un sacerdote, sono, per quanto più difficile a cogliere, notevoli come quelle che distinguono il lupo, il leone, l’asino, il corvo, il pescecane, la foca, la pecora, ecc. Sono dunque esistite ed esisteranno in ogni tempo le Specie Sociali come vi sono le Specie Zoologiche. Se Buffon ha fatto un’opera magnifica intesa a rappresentare in un libro il complesso della zoologia, non ci sarebbe da fare un’opera dello stesso genere per la Società?» Balzac rivelava in questo scritto propositi di naturalista ma la sua opera non avrebbe avuto nulla di simile alla Storia naturale di Buffon. Buffon fu un osservatore attento, minuzioso, acutissimo del mondo animale ma Balzac, con tutta la sua curiosità e la sua avidità di indagare e di capire, fu uno dei più grandi inventori di realtà della storia letteraria. Balzac trasformava la realtà ingrandendola con un gusto dell’eccessivo e del mostruoso del tutto estraneo al rigoroso spirito scientifico col quale Buffon attendeva alla sua opera. Del resto non è la sola volta che uno scrittore tradisce inconsapevolmente le proprie intenzioni. Il nostro Verga nella prefazione al suo capolavoro «I Malavoglia» annuncia propositi che saranno dimenticati nel corso del romanzo. Balzac credeva di uniformarsi alle inclinazioni della sua epoca nella quale si verificavano grosse trasformazioni sociali. Aumentava la produzione industriale e la borghesia si arricchiva e rivelava aspirazioni aristocratiche. Era proprio la borghesia del Regno di Luigi Filippo che Marx descrisse nel «Manifesto dei comunisti» nella sua attività tenace e proficua e della quale si proponeva la distruzione. Balzac, sempre maniaco dell’eccesso, vedeva questa irresistibile corsa al guadagno e sentiva l’onnipotenza del denaro con vera ossessione. È l’età del positivismo; non si deve dimenticare che contemporaneo di Balzac è Augusto Comte che considerava la sociologia come la sintesi suprema di tutte le scienze. La «Commedia umana» ha per sfondo un ambiente storico e culturale dove, grazie soprattutto al positivismo del Comte, ebbero un notevole impulso gli studi sociologici: la società che offriva a Marx lo schema per la elaborazione del materialismo storico. Balzac si proponeva di stendere la storia del costume della Francia contemporanea, assai più complessa della storia dei costumi del mondo animale «data l’infinita varietà della natura umana». Balzac aveva inoltre intenti di educatore: «La legge dello scrittore, cioè che lo rende tale, e che — non temo di dirlo — lo rende uguale e forse superiore all’uomo di Stato, è una decisione qualunque sulle cose umane, una fedeltà assoluta a certi principi». E citava una frase del Visconte de Bonald, il politico reazionario del quale si dichiarava seguace: «Uno scrittore deve avere in morale e in politica opinioni stabilite, deve dichiararsi un educatore degli uomini, perché gli uomini non hanno bisogno di maestri per dubitare». E Balzac aggiungeva: «Io ho adottato di buon’ora come regola queste grandi parole, che sono la legge dello scrittore monarchico come anche dello scrittore democratico». Dopo aver chiarito il movente e la struttura della «Commedia umana» e il suo pensiero sulla funzione del narratore, Balzac descrive il suo mondo ideologico e morale. «L’uomo non è nè buono nè cattivo, egli nasce con istinti e inclinazioni; la Società, lungi dal corromperlo, come ha sostenuto Rousseau, lo perfeziona, lo rende migliore; ma l’interesse sviluppa anche le sue tendenze cattive. Il Cristianesimo, e soprattutto il Cattolicesimo, essendo, come ho detto nel Medico di campagna, un sistema completo di repressione delle tendenze perverse dell’uomo, è il più grande elemento di Ordine Sociale. Leggendo attentamente il quadro della Società, modellata sul vivo per così dire, tutto il suo bene e tutto il suo male, ne consegue questo insegnamento, che se il pensiero o la passione, che comprende il pensiero e il sentimento, è l’elemento sociale, ne è altresì l’elemento distruttore. In ciò la vita sociale somiglia alla vita umana. Non si dà longevità ai popoli se non frenando la loro azione vitale. L’insegnamento, o meglio l’educazione da parte degli Istituti religiosi, è dunque il grande principio di esistenza per i popoli, il solo mezzo di diminuire la somma del male e di aumentare la somma del bene in ogni società. Il pensiero, principio dei mali e dei beni, non può essere preparato e diretto se non dalla religione. L’unica religione possibile è il Cristianesimo ... Il Cristianesimo ha creato i popoli moderni, esso li conserverà. Da qui senza dubbio la necessità del principio monarchico. Il Cattolicesimo e la Regalità sono due principi gemelli ... Io scrivo alla luce di due Verità: la Religione, la Monarchia, due necessità che gli avvenimenti contemporanei proclamano e verso i quali ogni scrittore di buon senso deve cercare di ricondurre il nostro paese». A questo punto Balzac esprime le sue riserve sul sistema democratico: «Senza essere nemico dell’Elezione, principio eccellente per costituire la legge, respingo l’Elezione presa come unico mezzo sociale, e soprattutto così male organizzata come è oggidì, dato che essa non rappresenta imponenti minoranze, alle cui idee e interessi penserebbe un governo monarchico. L’Elezione, estesa a tutto, ci dà il governo retto dalle masse, il solo che non sia affatto responsabile e in cui la tirannia è senza limiti». L’idea del Cristianesimo in Balzac è la stessa che sostenevano in quegli anni i reazionari come De Bonald e De Maistre. Anche il giovane Lamennais, fautore di una religione autoritaria, vedeva il Cattolicesimo soprattutto come elemento di ordine sociale. La religione aveva un valore utilitario e il suo metodo era quello dell’autorità. In questo erano i limiti della dottrina dei reazionari che riducevano la religione a una specie di arido sistema politico. Questi scrittori dimenticavano che la validità del Cattolicesimo consiste in un perfetto equilibrio fra convinzione e sentimento, pensiero e azione, ragione e fede. Privare la religione del suo intimo fervore, della sua sostanza di amore significava svuotarla completamente. Anche il filosofo positivista Comte considerava la religione come l’elemento che più aveva contribuito all’ordine e al progresso sociale. Egli rivelava in questo modo una certa affinità spirituale con i reazionari De Maistre e De Bonald ma diversamente da loro la sua religione non aveva radici nella tradizione e nel passato ma, pure attingendo largamente all’esperienza del Cattolicesimo, si configurava come la nuova «religione dell’umanità». In questo ordine di idee si muoveva Balzac, seguace di De Bonald e deciso assertore della religione tradizionale. Fortunatamente nella sua opera, nonostante queste convinzioni, è possibile ritrovare più elementi cristiani di quelli presenti nella introduzione alla «Commedia umana». Eugenia Grandet, Adata (sic) Bridau, Schmucke e moltissimi altri personaggi sono autenticamente cristiani senza porsi il problema della stabilità sociale. Queste figure sono tutte duramente colpite dal destino ma la loro realtà di vittime coincide con una grande vittoria morale sui malvagi e sui persecutori. La loro religione è una somma di affetti, non un vuoto involucro. In Balzac si verifica la frattura fra l’ideologo che è mediocre e il narratore che è fra i più vivi e potenti e investe di un calore, di una carica emotiva intensissima tutto quello che rappresenta. Anche nelle sue convinzioni monarchiche Balzac può sembrare, a prima vista, un discepolo dignitoso e un po’ ridicolo del legittimista De Bonald, una specie di Athos che nella fedeltà al principio monarchico vedeva la ragione più importante della sua esistenza. Nella enunciazione della «necessità del principio monarchico» Balzac assomiglia veramente a un moschettiere, soprattutto ad Athos che era il più nobile dei suoi commilitoni ed aveva della regalità un senso appassionato e fanatico. Nei suoi romanzi Balzac ha per l’antica nobiltà francese una ammirazione evidentissima e talvolta si compiace nel descrivere qualità eroiche di personaggi aristocratici. Basterebbe ricordare la protagonista di Un affare tenebroso, Lorenza di Cynq-Cygne, per avere un esempio indimenticabile di fanciulla nobilissima dotata di tutti gli orgogli del suo rango e delle più alte e attraenti virtù femminili. Ma vicino a questo magnifico personaggio è la figura di un uomo del popolo, Michu, profondamente buono e devoto. Balzac sceglie i suoi eroi in ogni classe sociale ed è assolutamente privo di pregiudizi di casta. Non fu politicamente un democratico perché temeva la dittatura della maggioranza. Diffidò del socialismo perché vedeva giustamente il pericolo di una sua involuzione verso forme tiranniche. Nello sviluppo del socialismo era fatale, secondo Balzac, la distruzione della libertà e delle istituzioni repubblicane. Giudicò nella loro vera realtà il Consolato e l’Impero ma subì il fascino di Napoleone con tutto l’ardore del ragazzo che aveva vissuto il periodo dei trionfi militari. Descrisse con rigore spietato la vita degli ex ufficiali napoleonici incapaci di adattarsi al grigiore della Restaurazione. Alcuni di questi personaggi sono veramente turpi ma il loro passato brillantissimo rivive a sprazzi in qualche impresa rocambolesca come nell’abilità di maneggiare la spada in un duello. Quanto a Napoleone, l’immagine dell’uomo straordinario, dal «pallido e impressionante volto cesareo», è rievocata in tutta la sua suggestione alla vigilia della battaglia di Jena in «Un affare tenebroso».

  Quello che Balzac respinge con decisione è l’accusa di immoralista rivolta immancabilmente a «chiunque porti la sua pietra nel dominio delle idee, a chiunque segnali un abuso, a chiunque contrassegni il male perché sia estirpato». Si può essere d’accordo con Théophile Gautier sul fatto che Balzac al contrario è un moralista severo. La sua visione del mondo è fondamentalmente pessimista: i buoni finiscono quasi sempre vittime e nella rinuncia, nella mortificazione degli affetti, nel sacrificio hanno il loro trionfo morale. I malvagi riescono provvisoriamente a prevalere. Il loro successo è dovuto alla vitalità, allo scatenarsi delle loro energie brutali. Anche il male ha la sua grandezza perché in Balzac è una sorta di rispetto per tutto quello che è potenza e avidità ma il suo cuore è accanto alle vittime, a quanti hanno inteso il cristianesimo come dovere di non imporsi quali i protagonisti della Storia.



  Nota, in Honoré de Balzac, Il ballo di Sceaux ... cit., pp. 5-7.

 

  [...]. La meravigliosa capacità di Balzac d’immettersi nei vari personaggi, sfaccettati nella pittura sottile del loro ambiente e delle loro passioni, la sua abilità nel ricreare passato e presente fanno di lui il maestro insuperato del romanzo realista.

  Il ballo di Sceaux, o Il Pari di Francia (Le Bal de Sceaux, ou le Pair de France) apparve per la prima volta nel 1830, nel primo tomo delle «Scene della vita privata». In esso Balzac descrive una famiglia di aristocratici travolta dalla tempesta repubblicana e riportata a galla dalla Restaurazione, e le varie reazioni dei suoi componenti al rovesciamento delle fortune di tante classi sociali, alle ambizioni, agli egoismi del tempo.

  Nell’opera appare chiaro di quante tonalità potesse arricchirsi il prodigioso strumento dell'intuizione balzacchiana di epoche ed individui. Il breve romanzo è una galleria di figure magistralmente tracciate con mano tanto leggera e abile nelle sfumature, da testimoniare quanto il genio di Balzac. pur muovendo dall’osservazione della realtà, abbia saputo evitare il pericolo di cadere nella pittura di genere, e abbia saputo dare, invece, un saggio mirabile di conoscenza del cuore umano nelle sue più segrete profondità.

  Il ballo di Sceaux è un piccolo gioiello in cui vibra spesso la corda di un umorismo sottile, con taglie e scene di timbro che si potrebbe definire rossiniano.

 

 

  Nota, in Honoré de Balzac, Grandezza e decadenza di Cesare Birotteau ... cit., pp. 5-8.

 

  Il titolo esatto del romanzo che qui si presenta è: Storia della grandezza e della decadenza di Cesare Birotteau, profumiere, vicesindaco del secondo circondario di Parigi, cavaliere della Legion d’Onore ecc. (Histoire de la grandeur et de la décadence de César Birotteau, marchand parfumeur, adjoint au Maire du Deuxième Arrondissement de Paris, chevalier de la Légion d’Honneur, etc.). Esso fu composto dal Balzac nel novembre-dicembre del 1837, e pubblicato l’anno seguente; il giornale «Le Figaro», insieme a un altro foglio, l’avevano acquistato per ventimila franchi per distribuirlo come strenna agli abbonati. Allo scrittore bastarono diciassette giorni per la sua vulcanica redazione; o meglio, diciassette notti: quelle favolose notti balzacchiane, eruzioni geniali, lo scrittore avvolto nella sua tonaca fratesca, abbeverato di innumerevoli tazze di caffè: impresa quasi folle, a rischio di lasciarci le ossa. La notizia dell’avvio si legge in una lettera alla sorella Laura, del 15 novembre 1837: «Ho cominciato stamattina ...». Ma se la redazione ebbe questo carattere fulmineo, la gestazione fu invece assai lunga; già nel 1834 il Balzac scriveva a Madama Hanska: «È Socrate sciocco, che beve nell’ombra e a goccia a goccia la cicuta; è l’angelo calpestato, il galantuomo misconosciuto. Ah! è un grande quadro, sarà più grande, più, vasto di quanto ho fatto finora». Nove anni dopo ci ripensava ancora: «Ho portato in testa per sei anni allo stato di abbozzo Cesare Birotteau, senza speranza di poter interessare chicchessia al personaggio di un bottegaio piuttosto stupido, piuttosto mediocre, con disgrazie volgari, simbolo d’una cosa di cui ci burliamo: il piccolo commercio parigino. Be’, un giorno felice mi sono detto: “Bisogna trasfigurarlo e farne l’immagine della probità”». E la trasfigurazione sul piano eroico si avverte chiarissima già nel titolo, che riecheggia quello della famosa opera del Montesqieu (sic) sui Romani.

  La storia di questo «martire della probità commerciale», la parabola ascendente e discendente del profumiere della Regina delle Rose, comincia all’inizio del 1819: le feste per la liberazione del territorio nazionale francese dagli occupanti alleati (liberazione, stipulata per la fine del novembre 1818 dal duca di Richelieu, ministro degli esteri) coincidono con la Legion d’Onore conferita al profumiere, distinzione che torna come una specie di grottesco leit-motif nei discorsi dell’onesto e vanitoso bottegaio, unito al ricordo del solo fatto eroico della sua esistenza: la giornata del 13 vendemmiale dell’anno III (5 ottobre 1795), quando Napoleone, giovane aiutante di campo di Barras, schiacciò l’insurrezione monarchica cannoneggiando gli insorti sulla scalinata della chiesa di San Rocco; e tra quelli, sanguinante, si trovava il giovane Birotteau. Il romanzo, inserito entro fatti storici e legato soprattutto allo sviluppo edilizio di Parigi sotto la Restaurazione (quando la città finiva a Piazza della Concordia, e il quartiere dietro la chiesa della Madeleine era squallida periferia, terreni vaghi), termina nel 1823; e un fatto edilizio dei primi di quell’anno, lo scavo del canale Saint-Martin, è una specie di Deus ex machina che viene a risolvere la straziante condizione del fallito Birotteau.

  Nel romanzo non solo si incontrano fatti, ma anche personaggi storici: come il chimico Vauquelin (1763- 1829), che fu professore al Collegio di Francia, e qui assiste con la sua generosa bonomia le iniziative del profumiere: o il conte di Lacépède (1756-1825), collaboratore e continuatore di Buffon. Questi sono presentati tali e quali; ma altri sono stati identificati sotto le spoglie della finzione: così pare che i fratelli Keller, il politico e il banchiere, siano i fratelli Camillo e Casimiro Périer: il barone banchiere di Nucingen avrebbe il suo modello in James, di Rothschild; e così via altri personaggi che poi tornano a occupare posti di primo piano in altri romanzi della Commedia umana, nella cui trama Cesare Birotteau si inserisce e lega per mille fili. Balzac stesso afferma che questo romanzo è il recto di una medaglia il cui verso è Casa Nucingen: «Son due storie nate gemelle. Chi legge Cesare Birotteau deve quindi leggere Casa Nucingen, se vuol conoscere l’opera integrale. Ogni opera comica è necessariamente bilaterale».

  Il disegno del romanzo è lineare, la parabola della fortuna di Birotteau sale e scende in modo limpido, evidente; il personaggio principale domina incontrastato al centro del libro, intorno gli si muove una piccola folla di personaggi del piccolo e grande commercio parigino, dalla venditrice della Halle (mercato centrale) fino agli spietati usurai e ai finanzieri dell’alta banca, ai quali Birotteau si rivolge nella disperazione dei debiti che lo sommergono (e si è notato che proprio in quel periodo Balzac era più che mai assillato dagli implacabili creditori). Accanto al protagonista, la sensata moglie e la figlia con il devoto e innamorato Popinot, che è insomma il salvatore del suocero; e alla patetica coppia è affidato il tema amoroso, che resta affatto periferico. Poi c’è l'austera figura dello zio Pillerault, stoico e positivo, e figure minori di una società antiquata e leggermente grottesca, conservatrice, alla quale si sente che però va la simpatia dello scrittore. In lontananza si intravede la figura del prete fratello di Cesare: che nei precedenti storici è presentato come un sacerdote eroico sotto la Rivoluzione, mentre nella lettera di risposta al disperato appello di Cesare compare come sarà nella patetica e stupenda storia di cui è protagonista, Il curato di Tours; peritoso e quanto mai inesperto del mondo.

  La prosa di questo romanzo è quella torrentizia e quasi torbida di Balzac: di grana grossa, qua e là affastellata alla meglio. Al solito il grande scrittore butta tutto nel suo fuoco: immagini e paragoni a volte bislacchi, riflessioni filosofiche, insistenze grottesche, il linguaggio volgare della Madou e il gergo tedesco di Nucingen. Ma l’insieme riesce quanto mai potente, la fusione avviene grazie all’incandescenza di una fantasia creatrice singolarmente vigorosa. Le persone, ripensate, sono di una evidenza scultorea; il ritmo delle tre parti è grandioso, di ampio e quasi epico respiro, ci si sente quello «scalpiccìo di cavalli e di uomini in marcia, potente e non musicale», che il Thibaudet ha avvertito nei romanzi balzacchiani; e si può ricordare anche, per l’ossessionante vigore di certe descrizioni, l’impressione apparentemente sprezzante di J. J. Ampère: «Strano! Quando ho letto queste cose sento sempre il bisogno di lavarmi le mani e di spazzolarmi i vestiti»; che è in realtà uno dei massimi omaggi resi alla potenza evocatrice del grande romanziere.

  Del romanzo, dedicato ad Alfonso di Lamartine, si è conservata la divisione in tre parti e in sedici capitoli dell’edizione originale, per agevolarne la lettura pur adottando le minime variazioni delle edizioni successive.

 

 

  Col suo potente realismo fece il ritratto della società capitalistica, in AA.VV., Almanacco nostro. Uomini e avvenimenti giorno per giorno. Volume I (1961), Milano, Edizioni “Calendario del Popolo”, 1960, pagina del 18 agosto, 1 ill.

 

  E’ noto che Carlo Marx fu un ammiratore di Balzac ed un appassionato lettore della Commedia umana, l’opera, costituita da circa 50 volumi, a cui l’autore dedicò, dal 1829, tutta la sua vita.

  Eppure Balzac era di convinta fede monarchica, che propugnò sempre decisamente. Ma è vero anche che egli è un autentico scrittore realista, perché nei suoi libri, egli lascia parlare l’obiettiva verità del processo sociale.

  Questa è la ragione per cui nei romanzi di Balzac, accanto alla decadenza della nobiltà troviamo smascherati con viva energia i vizi e gli egoismi della borghesia arricchitasi smoderatamente dopo la Rivoluzione dell’89.

  Contro il mondo borghese Balzac esercita i suoi umori critici con estrema violenza. Lo descrive come un mondo di atrocità, in cui gli uomini si divorano l’un l’altro. Secondo Balzac il grido che domina ogni altra voce, soprattutto la voce della coscienza, in questa società è: «Morte ai deboli».

  In questa società, nella società borghese, ognuno pensa a sè, vuol fare carriera a qualunque costo, vuol far denaro con qualsiasi mezzo, con la frode, il tradimento, la perfidia, la calunnia, la brutalità. In questa lotta feroce è travolto ugni sentimento, ogni vincolo di sangue: il tipografo Séchard deruba suo figlio Davide (Le (sic) illusioni perdute), il vecchio Goriot è mandato in miseria dalle proprie figlie (Papà Goriot), l’avaro Grandet caccia via di casa come un cane il proprio nipote rovinato (Eugenio (sic) Grandet), ecc.

  Balzac non fa nemmeno distinzione tra il furto e i profitti del borghese, anzi non manca di sottolineare come la legge agisca ingiustamente nelle sue sanzioni, come non sia affatto uguale per tutti: «Benché egli avesse sperperato tanto denaro quanto neppure gli ospiti dei quattro ergastoli di Francia tutti insieme avrebbero potuto rubare nello stesso periodo di tempo, la giustizia aveva per lui il più grande rispetto». E ancora: «I giudici non avevano altra preoccupazione che di dimostrar ai ricchi che essi potevano dormire tranquillamente». E il Tribunale? Ecco: «Abbaia dietro i ladri, è accondiscendente coi ricchi, fa tagliare la testa agli uomini di cuore ...».

  La capacità di osservazione di Balzac giunge sino al fondo degli uomini e di tutta la società del suo tempo.

 

 

  Silvio d’Amico, Dal Romanticismo al Realismo. Balzac, Flaubert, Daudet, in Storia del Teatro drammatico. Edizione ridotta a cura di Silvio d’Amico, Milano, Garzanti Editore, 1960 («I Garzanti»), Volume secondo, pp. 67-69.


  Ma accanto agli scrittori mossi dal semplice intento di fornire un diletto purchessia alla nuova società, ci furon anche di quelli che. movendo da preoccupazioni estetiche e sociali, vollero dipingerla; che intesero l’importanza storica del trionfo di quella società, e si dettero a studiare il fenomeno nei suoi vari aspetti.

  E qui incontriamo al primo posto un grande romanziere: Honoré de Balzac (1799-1850). Prodigioso creatore di persone vive, descrittore di ambienti, di folle, di mondi; sentì, insieme, attrazione e ripulsione per la società nuova in mezzo a cui viveva, e di cui intendeva lasciare ai posteri un monumento d’enormi proporzioni; espresse passioni nuove, o sentite in modo nuovo, come l’arrivismo, o come l’amore di quello che, sostituendo religione e monarchia e nobiltà, era diventato il nuovo despota, e cioè il denaro. Ancora intriso d’una certa maniera ingenua e romantica nella pittura delle virtù, fu potente d’aspra verità nello scoprire i vizi.

  E anche se non avesse mai scritto nulla per il Teatro, sarebbe impossibile non fare qui il suo nome, data l’influenza che esercitò sui drammaturghi venuti dopo di lui, compresi i maggiori. Ma il fatto si è ch’egli volle direttamente tentare, per amor di gloria e d’immediato successo economico, anche le forme sceniche. E cominciò col trarre da un suo romanzo famoso la figura d’un diabolico delinquente, Vautrin, in un dramma omonimo (1840); che però non ebbe fortuna. Invece, egregio per tecnica e per effetti apparve il «dramma intimo» in cinque atti e otto quadri La marâtre (1848). E’ mirabile, nonostante i suoi evidenti difetti di costruzione, Le faiseur (rappresentato postumo nel 1851 col titolo Mercadet); in cui Balzac ha tratteggiato, con quell’interesse profondo ch’egli metteva alle vicende finanziarie e alla loro nuovissima «poesia», il carattere di Mercadet, uno dei meglio rilevati che il Teatro francese abbia conosciuto da Molière in poi.

 

 

  Giorgio Bandini e Berto Pelosso, Mon amour l’argent. Nascita nel teatro della nuova morale borghese. Programma a cura di Giorgio Bandini e Berto Pelosso. Considerazioni da: T. Barrière, H. de Balzac [...], Terzo programma, agosto 1960.

 

  Trasmissione radiofonica.

 

 

  P.[iero] B.[ianconi], Nota, in Honoré de Balzac, Il curato di Tours ... cit., pp. 5-7.

 

  [...]. Questo breve romanzo del Balzac, Il curato di Tours (Le curé de Tours), è il secondo della serie dei «Celibi» nelle «Scene della vita provinciale» della Commedia umana; e porta la data del 1832. È dedicato allo scultore David d’Angers che aveva modellato il profilo del Balzac in un medaglione della celebre serie degli uomini illustri del primo Ottocento, alla quale lo scrittore allude appunto nella dedica.

  È un romanzo di singolare penetrazione psicologica, d’un interesse assai vivo (ove non ci si fermi troppo sulle generalizzazioni care al Balzac, a quelle intelaiature astratte dove gli piace di incasellare i suoi personaggi: esseri vivi in una cornice inerte). Per uno scrittore di torrenziale abbondanza, queste pagine sono insolitamente misurale, attestano una cura amorosa che non sempre si ritrova nei suoi romanzi maggiori. La vita di provincia, l’aria stagnante e fitta di pettegolezzi, di odii e di inimicizie, la rivalità che divide la società aristocratica da quella borghese, delle beghine e dei preti, e che qui si polarizza intorno alla patetica e sciocca figura di Birotteau e a quella perfida della zitella Gamard, fiancheggiata dal tremendo prete Troubert; la deformazione che un’esistenza meschina e il celibato producono su esseri mediocri come i due protagonisti, o l’ambizione subdola e feroce del futuro vescovo: sono cose che il romanziere sa presentarci con una evidenza persuasiva stupenda.

  Nell’aria grigia della vita provinciale, nell’umida ombra fredda della cattedrale, l’abate Troubert rappresenta la segreta e implacabile potenza della congregazione; un critico certo non sospetto di Balzac, Philipe (sic) Bertault (Introduction à Balzac, 1953), vede nel romanzo qui tradotto un quadro fedele del costume politico e religioso intorno al 1826-28, e dell’influenza esercitata dalla congregazione: «Quest’associazione segreta», scrive, «comandava tutti gli ingranaggi, del governo, s’infiltrava in tutti gli strati sociali. Sotto colore di pietà, i suoi fidi esercitavano un dispotismo ostile su tutti i funzionari sospetti di liberalismo. Per lo meno, tale era l’opinione corrente». E conclude affermando che la nefasta potenza, la carriera dell’abate Troubert: «tutto è verosimile, storicamente parlando». Non fa dubbio che la cornice, il quadro di costume, costituisce uno dei pregi più considerevoli del breve romanzo.

  Il protagonista è fratello di quel Cesare Birotteau che cinque anni dopo, nel 1837, sarà l’eroe eponimo di un altro grande romanzo che da lui prende il nome, e nel quale il prete comparirà, sia pure di sfuggita, con ben diverso carattere di quello che qui possiede: eroico addirittura sotto la rivoluzione; candidamente cristiano e umile nella lettera che scrive al fratello sull’orlo del fallimento. Nel romanzo qui tradotto l’abate Birotteau è invece una specie di placido e grassoccio topo di chiesa, egoista e sensuale in modi che tuttavia riescono a farcelo quasi simpatico: e ciò perché crea un vigoroso contrasto con la torva figura del suo confratello e nemico Troubert, e con la melata e acida perfidia della Gamard; e anche perché nelle mani della sfaccendata società aristocratica il poverello non risulta che un passatempo, un modo di scacciare la noia, di un’esistenza monotona, senza avventure: alle prime difficoltà lo piantano in asso senza troppi rimorsi.

  Per mantenere un certo colore locale e del tempo, si è conservata la forma «abate» per il francese abbé, benché in italiano sia meno corrente; e le forme «madamigella» e «madama», che convengono meglio al clima ottocentesco e provinciale.

 

 

  Nino Borsellino, Le trasformazioni di Vautrin. Storia di un personaggio ottocentesco, a cura di Nino Borsellino, Terzo programma.

 

  Trasmissione radiofonica.

 

 

  Antonio Brissa, Il grande romanzo e il realismo, «Il Foglietto. Giornale della Daunia», Foggia, Anno LXIII (nuova serie), N. 28, 4 Agosto 1960, p. 3.

 

  Per il romanzo realistico del secolo XIX chi si trova all’apice – si chiede Lukács – Balzac o Flaubert? [...].

  Balzac è il romanziere della Restaurazione il quale, sebbene monarchico e legittimista, «vede e nota con spietata perspicacia, il vero carattere della restaurazione». In quasi tutti i suoi romanzi, Balzac illustra l’ascesa del capitalismo, la trasformazione dell’artigianato primitivo nel capitale moderno. Il mordace aforisma di Balzac nella novella Melmoth, secondo cui gli uomini o sono esseri o sono ladri, si dimostra vero in una infinità di casi e variazioni in questo poema tragicomico della «capitalizzazione dello spirito». Balzac che descrive magistralmente un ambiente del suo paese, saturo di corruzione, è indubbiamente uno degli scrittori più spiritosi e brillanti del mondo. [...]. Su Balzac [rispetto a Stendhal e a Flaubert], il cattolicesimo romantico, mistico, prende più forza.

 

 

  Vladimiro Cajoli, Vetrinetta, «La Fiera letteraria», Roma, 3 Gennaio 1960, p. 2.

 

  [...]. Qualcosa di simile è stato detto circa l'onestà poetica del reazionario Balzac, quando egli guarda alle contraddizioni del mondo a cui appartiene. La diatriba, pro e contro, è anche più interessante e approfondita, giacché ad essa hanno partecipato i maggiori critici e i teorici dei campi più diversi. Ce ne parla con rapidità che non è fretta e con finezza illuminante Luigi De Nardis, introducendo al quinto volume del tutto Balzac edito da Casini (serie «I grandi maestri», lire 3000), che contiene gli Studi filosofici: «Gesù Cristo in Fiandra; Melmoth riconciliato; Massimilla Doni; Il capolavoro sconosciuto; La ricerca dell’assoluto; Il figlio maledetto; Addio; Il richiamato; El Verdugo; Un dramma in riva al mare; Maestro Cornelius; La locanda rossa», opere tradotte con la ben nota competenza da Renato Mucci, tranne La ricerca dell’Assoluto, tradotta da Paolo Russo con precisione scientifica.

  Studi filosofici, in senso balzacchiano, potrebbe voler dire: scienza interpretata: contraddizione in termini, che tuttavia contiene la ragione stessa dell’arte. L’osservazione vivace e approfondita, seria e non opinabile, giunta all’estremo limite che le è proprio, ovvero all’estremo grado di conoscenza, o si chiude in se stessa adattandosi ad una ampiezza storica (che domani potrebbe riaprirsi), od aspira ad ampliarsi mediante l’intuizione. Questa, nel caso di Balzac, è di natura poetica; comporta quindi dell’eterno, quanto è necessario perché l’osservazione non sia pura e semplice storia del costume o fotografia del proprio tempo.

  Ci sia lecito, come segnalatori, evitare di proposito l’immensa problematica inerente alla Commedia umana. Basterà sottolineare la modernità, se non anche la perennità, e insomma la coincidenza dei problemi di Balzac con i nostri. Ce l’additava recentemente con sottile allusione, un giovanissimo: il regista dei Quattrocento colpi [François Truffaut], mettendo proprio La Ricerca dell’Assoluto nelle mani del suo piccolo eroe, e mostrandolo sdegnato quando il maestro lo accusa di plagio.

  Purtroppo, il film lasciava subito cadere codesta notazione polemica; ma i lettori che invitiamo a leggere o rileggere Balzac, stupiranno come il maestro di Truffaut, che si possa oggi, quasi con impudenza, derivare in così gran misura da lui firmando in proprio. E’ uno degli aspetti più affascinanti e sconcertanti di certe letture, la cui vitalità somiglia ad un moto perpetuo; che per ciò stesso mancano di definitezza emblematica, e insieme si ribellano all’imbalsamazione. Si direbbe quasi che stiamo ancora aspettando lo scrittore che riduca a sintesi suprema le infinite analisi balzacchiane (un Dante, non a caso evocato nella definizione di Commedia umana); ed è fin troppo facile supporre che, se esiste una chiave che arresti il moto e lo fissi come simbolo, dev’essere appunto negli Studi filosofici. Ci si può dunque addentrare nelle 600 pagine come in una caccia al tesoro. Mal che vada, ci accadrà come a un personaggio di Campanile, il quale, per aver trovato una volta un biglietto di banca in un libro, ne sfogliò altri mille, e divenne dotto.



  Enzo Caramaschi, Recensioni. R. de Cesare, Balzac nel febbraio 1836, “Saggi e ricerche di letteratura francese”, Milano, Feltrinelli editore, 1960, pp. 7-68, «Rivista di letterature moderne e comparate», Firenze, Volume 13, Fascicolo 4, Dicembre 1960, pp. 309-310.

 

  [...]. Esame diligentissimo della vita caotica dello scrittore, seguita quasi giorno per giorno durante i ventinove giorni di tale mese: crisi finanziaria, espedienti inefficaci per porvi rimedio accanto ad inconsulte spese voluttuarie mentre la «Chronique de Paris», foglio bisettimanale sul quale tanto conta il Balzac, «rimane un giornale senza capitali, senza abbonati, senza lettori» (p. 16). Dissapori famigliari, inimicizie letterarie e politiche, amicizie femminili spesso unicamente epistolari, scambio di lettere con le ammiratrici [...], attività e progetti letterari. Da p. 41 alla fine, rassegna critica della stampa periodica dal primo al 26 febbraio [...].

 

 

  Francesco Casnati, Una commedia ma poco divina, «L’Avvenire d’Italia», Bologna, 6 ottobre 1960, p. 3.

 

  Balzac ebbe l’ambizione di farsi emulo di Dante, a scrivere una commedia non più divina ma solo umana, che radunasse nei cerchi di un ripopolato inferno la società del suo tempo.

  L’analogia dantesca non è punto arbitraria se pensiamo, col Mauriac, che l’universo balzacchiano è il più criminale fra quanti sono stati concepiti dal cervello umano e che su tutti i piani, nella Commedia umana, il posto di Dio è usurpato. Considerata sotto tale angolo, l’immensa opera romanzesca ci appare anticristiana per essenza, sebbene il suo autore abbia avuto il presentimento della corrente di Grazia da cui è percorso invisibilmente il mondo e abbia creduto nella bontà. Essa oppone un rifiuto già nietzscheano alla domanda di Gesù: «Che serve all’uomo guadagnare l’universo se perde la sua anima?». L’umanità balzachiana protesta che non vi è altro da fare al mondo se non conquistare l’Universo.

  Il motivo o, se si vuole, il principio su cui si regge l’immensa creazione romanzesca, è esposto con paurosa sincerità in Eugénie Grandet: «Il denaro domina le leggi, la politica e i costumi ... Arrivare per fas et nefas al paradiso terrestre del lusso e dei godimenti vanitosi, impietrare il proprio cuore e macerarsi il corpo in vista di possessi passeggeri, come un tempo si soffriva il martirio della vita in vista dei beni eterni, è il pensiero generale: pensiero iscritto, del resto, persino nelle leggi che chiedono a un uomo: Quanto paghi? Invece di chiedergli: Che pensi? Quando tale dottrina sarà passata dalla borghesia al popolo, che cosa diventerà il paese?».

  E’ la professione di fede di Rastignac: non vi sono che apparenze di galantuomini; il mondo è la somma di tutte le corruzioni e di tutte le ribalderie; non vi è virtù; soltanto in determinate circostanze luomo è virtuoso. Bisogna agire di conseguenza. Vautrin dice la stessa cosa: «La vostra società non adora più il vero Dio, ma il vitello d’oro. Questa è la religione della vostra carta». E la signora di Beauséant ne tira la logica conclusione nei consigli di cui è prodiga al giovane amico: «Colpite senza pietà. Accettate gli uomini e le donne soltanto come cavalli di posta, che lascerete scoppiare a ogni fermata».

  La legge implacabile d’ogni vita, la legge di bronzo che domina e sferza la società nella sua oscena corsa è la ricerca del danaro, del piacere, della vanità. In ogni ceto sociale, l’uomo logora per questo la propria esistenza. Diversi sono i modi, ma ad ogni modo corrisponde la sua peau de chagrin. Perché, si badi: la solitudine e la morte hanno sempre l’ultima parola, e la Commedia umana è tutta risonante da cima a fondo del dolore umano, scotto di ogni gioia, anche la più effimera. In questo sta la sostanziale moralità dell’opera balzachiana.

 

* * *

 

  Tutti i critici con alla testa Maurice Bardèche, son concordi nel ritenere il Père Goriot il carrefour dell’immenso ciclo romanzesco. La pensione Vauquer, maleodorante di muffa e di rancidume, è il covo da cui s’involano i rapaci della conquista e in cui esplode fino alla assessione (sic) quella tipica monomania distruttrice degli individui e delle famiglie che è, con la ricomparsa dei personaggi e l’interferenza delle varie opere, uno dei principii della tecnica narrativa del Balzac. Goriot è la pietra di paragone; soggiogati o ripudiati, è da lui che si misura la nostra comprensione del mondo balzachiano. Di tutti i tipi, di tutti i monomani di quel mondo, egli è il caso-limite. Intorno a lui si possono raggruppare, per il «mito» della paternità, Ferragus, Benassis e, in un certo senso, anche Vautrin, la cugina Bette Modeste Mignon; per il «mito» della donna cuore, Fedora, la contessa di Chabert. la duchessa de Langeais; per il «mito» del cinismo senza pietà, de Trailles, du Tillot (sic), Ronquerolles e al vertice, Henry de Marsay, l’arrivista feroce, l’eroe byroniano in costume Luigi Filippo, il bell’angelo del male, il corsaro in guanti gialli, Rubempré, che nelle prime pagine di Illusions perdues non fa sospettare il traviato di Splendeurs et misères, ritrova al momento di morire la sua purezza iniziale. E Rastignac. il più noto di quegli arrivisti, è, fra tanti cinici e lesti figuri, preservato da un’indefinita simpatia poetica di cui lo scrittore lo circonda: è forse in lui, spettatore partecipe, che Balzac si è un poco confessato.


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  Ancora di (sic) discute attorno alla «grandezza» di Balzac. I negatori, da Sainte-Beuve a Gide, non hanno ancora perduto di mordente. E tra chi lo nega e chi lo esalta, brulica la legione dei fanatici e dei parassiti, di cui il più divertente esemplare è forse quel critico [Alfredo Niceforo?] che ha dedicato cinquantasei pagine di un libro a descrivere il colore degli occhi dei personaggi della Commedia umana. Per entrare nel mondo balzachiano bisogna accettare un certo numero di convenzioni, superare ripugnanze e ridicolaggini. I suoi enormi difetti sono inseparabili dalle sue grandi qualità. Ha ragione chi ha scritto che, più perfetto, egli sarebbe stato meno grande.

  Dalla Principessa de Clèves a Un crime, — dopo, cioè, tre secoli di produzione romanzesca, — è rimasta insuperata e sovrastante la sua terribile fantasia creativa, a misurare la quale il metodo più disastroso è sicuramente quello dell’estetica hegeliana, l’estetica dell’impotenza e dello stento. Ve l’immaginate una ricerca di barbagli lirici in quel corruscante inferno? Il formidabile scrittore, chiuso nella sua stanza della parigina rue Gassini (sic), in abito monacale, ha creato un mondo pel quale è legittimo, ripeto, il richiamo al mondo dantesco.

  Se è un semplice tratto di spirito intelligente quello di chi ha detto che Le Lys dans la vallée vale l’Iliade o l’Amleto, è fuori discussione che nessuno ha gettato nel cuore umano sonde paurose come quelle che frugano in Goriot, in Vautrin, nella cugina Bette. Ben prima di Proust e di Gide, Balzac si è calato in certi abissi e scene come quella dei trenta usurai radunati intorno a Gobseck è poco chiamarle degne di Shakespeare.

 

***

 

  Che egli abbia imparato dai suoi eroi quanto il cattolicesimo sia necessario per domare la bestia latente nell’uomo, è l’evidenza stessa, e noi sappiamo quanto egli deve a tale proposito al De-Maistre e al Bonald. Si può pensare che, stimolato egli stesso da quell’arrivismo di cui ha fatto la legge della società descritta nei suoi romanzi, non abbia resistito al terribile gioco, e, reso cosciente che ben più alta e solitaria era la meta alla quale il suo genio lo chiamava, fattosi in disparte, abbia in certo modo obiettato, fino all’assurdo, fino all’ossessione, fino al parossismo, in una specie di fascinazione creativa, i sogni e le ambizioni in lui deluse e rintuzzate diventando, di partecipe, giudice del suo tempo e dei suoi simili.

  Fra i tanti «mostri» foggiati dalla fantasia fascinatrice del grande «visionario», – come Baudelaire lo chiamava – non è vero che manchino i buoni. Al tema maggiore dell’arrivismo fanno riscontro nella Commedia umana quelli del sacrificio, dell’amore puro, del dono di sé. D’Arthez, Séchard, Pauline, Eugénie, Pons, Benassis, Ursule, Costance (sic), Marguerite, Ève, Pillerault, i due Birotteau,Lebàs, madame Firmiani, salvano quel nero universo dalla condanna irremissibile. «Essi servono da testimoni a Dio; essi sono la protesta della virtù». E un critico ha finemente ricordato che, dalla densa e mossa realtà di quell’universo di illusione di cui s’era compenetrato fino alla vertigine, Balzac morente ha chiamato nel delirio uno dei suoi personaggi buoni, il dottor Bianchon.

 

 

  Raffaele de Cesare, Balzac nel febbraio 1836, «Saggi e ricerche di letteratura francese», Milano, Feltrinelli Editore, Vol. I, febbraio 1960 («Università degli Studi di Pisa. Studi di Filologia Moderna», 4), pp. 7-68.

 

  [...]. Sotto l’aspetto finanziario — che per lo scrittore continua a rappresentare il principale e più serio problema, l’elemento che non solo condiziona ogni suo progetto di attività letteraria, giornalistica o politica, ma che garantisce la sua stessa quotidiana tranquillità di vita — il mese di febbraio non fa che prolungare la crisi di un bilancio personale di settimana in settimana più confuso ed insostenibile.

  La semplice somma delle cifre che ancora oggi si possono desumere dai documenti conservati basta a denunciare, in maniera ben più eloquente di quanto potrebbe farlo qualsiasi commento, la condizione estremamente grave e drammatica a cui si è ridotto il Balzac. E, accanto all’elenco dei debiti, che, trascinandosi da tempo o presentatisi improvvisamente, si accatastano davanti allo scrittore, la sola indicazione di tutta la serie di misure di cui questi si serve per fronteggiare giorno per giorno impegni o scadenze commerciali rivela con la più netta evidenza come tutto l’insieme di espedienti, provvisori, umilianti, spesso inutili o pericolosi, che il Balzac è obbligato ad attuare (e che sono propri di chi sa di trovarsi nei frangenti più disperati) sia il meno adatto a dipanare la massa estremamente aggrovigliata degli affari e a risolvere una situazione che non sembra avere per ora alcuna via di uscita.

  Fin dal primo giorno del mese, nella più assoluta mancanza di denaro, lo scrittore è costretto a chiedere al vecchio amico dottor Nacquart, cui appunto lancia un disperato appello di soccorso, un prestito di 250 fr., per una settimana, “pour consolider le paiement d’un billet avant midi”. Il 9, per le spese quotidiane di casa, deve ricorrere al sarto Buisson per un’altra piccola somma, 100 fr„ che viene consegnata al domestico e alla cuoca. Lo stesso giorno, di fronte all’obbligo indilazionabile di saldare una delle tante fatture relative al fastoso arredamento ordinato per la casa di Chaillot nei mesi precedenti, quella del mobiliere Teissier, non può che sottoscrivere due cambiali di 290 fr. ciascuna, la prima a scadenza 30 giugno, la seconda a scadenza 15 luglio 1836. E la situazione si aggrava e diventa paurosa nei giorni seguenti. Fra il 15 e il 29 febbraio, un vero e proprio diluvio di cambiali per un ammontare complessivo di circa 5000 fr. si presenta, inesorabilmente, alla scadenza.

  Sono fatture ricevute fin dall’anno precedente al cui saldo Balzac s’era impegnato con effetti o promesse di pagamento; sono conti di vecchi e nuovi acquisti, prestiti ricevuti e garantiti con cambiali che vengono ora alla riscossione e a cui bisogna assolutamente fare onore in qualche modo. [...].

  Del tutto sprovvisto di denaro contante, nella impossibilità di procurarsene con la propria attività letteraria o giornalistica (i cui proventi sono già stati assorbiti o saranno regolati solo più tardi, a determinate condizioni) il Balzac è veramente agli estremi. A tener testa a questa catastrofica situazione riparandone in qualche modo le falle più urgenti, non gli rimane pertanto che accingersi ancora una volta ad utilizzare quei vecchi espedienti di fortuna che, se estinguono momentaneamente i debiti più pressanti, ne creano, come è naturale, dei nuovi e, a lungo andare, aggrovigliano e peggiorano il già intricatissimo bilancio: dilazionare, cioè, fin dove è possibile, i pagamenti in scadenza, sottoscrivendo nuove cambiali, e, per il resto, ricorrere a nuovi prestiti. [...].

  Gli amici più vicini al Balzac e in grado di potere anticipare denaro o, comunque, di garantirlo presso terzi sono rari e, in ogni modo, si riducono sempre di più. Nacquart e Dablin sono stati troppe volte utilizzati nel corso dei mesi e delle settimane precedenti per essere ancora messi a contribuzione; Madame Delannoy ha già versato una somma considerevolissima, in gennaio, per la “Chronique de Paris”; i Surville sono tutti nelle condizioni della più onesta ma più integrale povertà; e nulla, evidentemente, c’è da attendersi da sodali come Regnault, Sandeau, Borget, de Belloy, de Gramont che una inguaribile miseria ed una scarsissima mancanza di credito personale affliggono già da tempo. Tagliati i ponti con le redazioni e l’amministrazione delle riviste, a causa della promessa di esclusiva, concessa dal Balzac alla “Chronique de Paris”, ben poco c’è da contare anche nel settore editoriale. In questo campo (esclusa Madame Béchet che da molti mesi attende due volumi già pagati) rimane tuttavia, ancora, a disposizione del Balzac la firma dell’editore Werdet. [...].

  L’operazione Werdet ha dato un po’ di respiro al Balzac e l’ha aiutato ad estinguere alcuni dei debiti non dilazionabili. Ma, anche essa, è naturalmente insufficiente a garantire una tranquillità economica sino alla fine del mese e, creando un fondo di cassa, a saldare tutti quei nuovi impegni imprevisti che continuano a ripresentarsi e che costringono a sollecitare nuovi piccoli prestiti. Lo stesso 20 febbraio, ad esempio, è ancora il devoto Buisson, l’oscuro salvatore delle ore disperate, che, di fronte alle indifferibili necessità del “ménage,” passa ad Auguste, il domestico del Balzac, 209 fr. per le spese quotidiane del vitto.

  A parte queste mosse di tattica finanziaria tese a colmare, giorno per giorno, i vuoti più urgenti o più gravi del deficit, ben poco si conosce dell’atteggiamento sentimentale del Balzac che precede o accompagna i piani, ora ricordati, per cercare una soluzione, sia pure provvisoria, all’andamento caotico dei suoi affari. Mancano, per tutto il mese di febbraio, quei preziosi documenti che, in genere, ci aiutano a far luce sulle disposizioni d’animo e sulle reazioni dello scrittore: la corrispondenza con la famiglia e, in modo tutto particolare, quella con l’“Etrangère”. Come si vedrà, la corrispondenza con la madre (residente sempre a Chantilly), corrispondenza in gran parte perduta, resta silenziosa per questo periodo; e quanto all’epistolario con Madame Hanska, fra il 1° ed il 29 febbraio, nessuna lettera viene spedita da Parigi alla volta di Wierzchownia. [...].

  Conosciamo ormai abbastanza bene la psicologia del Balzac perché ci si possa attendere da lui, anche nei momenti più critici della sua esistenza, un piano di risparmi, riduzioni di spese, l’impegno a sfuggire alle troppe tentazioni di lusso cui è sensibilissimo. Se non è esattamente il contrario quello che avviene, poco manca: l’intelligenza dello scrittore, quanto più i problemi economici diventano preoccupanti, tanto più va escogitando nuove impossibili speculazioni, nuovi sconcertanti investimenti o, per lo meno, non abdica a nessuna delle più o meno rovinose fantasie che possono presentarsi. Il progetto dell’acquisto di una nuova casa (che sarebbe, con quelle in affitto in rue de Cassini e in rue des Batailles a Chaillot, il suo terzo domicilio!) è accantonato: ma non senza il segreto proposito di riprenderlo in esame. [...].

  Né, accanto al disastro economico, quello morale o di prestigio personale è meno angoscioso. La fondazione della “Chronique” ha creato molti nemici al Balzac: nemici politici che vanno aggiungendosi alla schiera, già molto numerosa, dei nemici personali e degli avversari letterari. E la particolare posizione assunta dal giornale nello scacchiere politico francese (opposizione legittimistica a Luigi Filippo, ma entro i limiti costituzionali), se riesce a strappare qualche frase di consenso a fogli di destra, determina attacchi vivacissimi alle ali estreme della opposizione monarchica e di quella liberale. Per i liberali, la “Chronique de Paris” è un giornale legato mani e piedi agli “ultras”; per questi secondi, è un occasionale compagno di strada, non abbastanza coraggioso né leale, ed è addirittura accusato di doppio gioco o di segrete connivenze ministeriali. [...].

  Si è accennato ad una campagna pubblicitaria promossa dal Balzac per diffondere la “Chronique” anche in provincia dopo il mirabolante (e del tutto infecondo) lancio reclamistico del gennaio negli ambienti legittimistici e nei giornali d’ogni colore della capitale.

  [...] la gestione pre-fallimentare della “Chronique” non riesce a disperdere ancora le magnifiche chimere che il Balzac accarezza con la fantasia intorno alle fortune di una celebrità giornalistica e, soprattutto, di una carriera politica a cui la direzione di un giornale faccia da gradino. Tuttora preda di queste meravigliose illusioni, lo scrittore non desiste dai suoi progetti che, anzi, si propone di estendere con ulteriori affari politico-giornalistici. [...].

  Preoccupazioni minori di quella della “Chronique” solleva, invece, in febbraio, l’altro grosso affare che pesa sulle spalle di Balzac: il processo relativo al Lys dans la vallée iniziato fin dai primi di gennaio contro la “Revue de Paris”. [...].

  Assegnato al Tribunale della Senna per l’udienza del 1° febbraio, esso viene di nuovo rinviato ad una successiva data, oltre la metà di marzo. Più di un mese (che in realtà si prolungherà ancora di molto) sta così davanti al Balzac il quale ha tutto il tempo disponibile per predisporre con calma i propri mezzi di difesa. Ma la ricerca dei documenti con cui provare il reato di contraffazione (e per i quali si è dovuto ricorrere persino ad influenti conoscenze russe a San Pietroburgo), la preparazione del memoriale, i colloqui con gli avvocati, e fin i tentativi di avvicinare e di predisporre favorevolmente i giudici, continuano per tutto il febbraio ed assorbono certamente una parte della giornata del Balzac. Come già si è messo in rilievo, lo scrittore attribuisce una importanza estrema alla conclusione del processo, processo difficile in cui Buloz è avversario potente e pericoloso, e subordina, non a torto, l’esito della sentenza a questioni vitali sul piano economico non meno che su quello del prestigio letterario. [...].

  Quanto alle vicende familiari ed amorose, all’atmosfera sentimentale che circonda il Balzac, ben poco appare mutato in questo mese rispetto al gennaio precedente. Una diffusa irrequietezza, alimentata da contrasti domestici, da lontani amori che si spengono fra amarezze e rimproveri, da passioni che trionfano, da nuove curiosità sentimentali che si affacciano, costituisce pur sempre il segno costante sotto il quale la vita segreta dello scrittore si svolge.

  I rapporti con la madre ed il fratello permangono rari e francamente tesi. Come sempre, Balzac ne addossa la responsabilità alle stranezze della madre e agli errori che Henry, ancora indeciso sulla partenza per le colonie, continuerebbe a compiere. Benché la corrispondenza fra Parigi e Chantilly (residenza di Madame de Balzac) o Les Andelys (residenza di Henry) ci sia stata conservata solo frammentariamente, è da ritenere con ogni probabilità che essa non debba essere stata, in questo periodo, né molto frequente né molto affettuosa. Le ragioni di quei vicendevoli — e talora aspri — rimproveri che madre e figlio si muovono da tempo rimangono tuttora attuali. Honoré, da una parte, è sempre insolvente negli obblighi finanziari assunti per il mantenimento della madre e nel saldo del grosso debito che, da tanti anni ormai, ha contratto verso di lei. D’altra parte, Madame de Balzac si è lasciata trascinare, dall’affetto straordinario che porta verso il figlio minore, a decisioni e ad impegni che la compromettono sul piano economico e che Honoré, naturalmente, non approva. La situazione di Henry continua così a costituire l’argomento avvelenato di ogni discussione fra i due; ed in realtà si tratta di situazione senza via immediata di uscita, capace di incrinare armonie ben più profonde di quelle che non esistano nella famiglia Balzac. Henry solo potrebbe appianare i contrasti risolvendosi ad una decisione radicale: la partenza, cioè, per l’isola Maurizio. Ma tale decisione (che Honoré e Laure considerano come l’unica salutare) per varie ragioni che si frappongono, e soprattutto per il carattere abulico ed irresponsabile di Henry, e ancora m sospeso, e questi, con la moglie e i figli, vive di espedienti e degli aiuti materni a Les Andelys, divorando tutte quelle irrisorie risorse che riesce ancora a procurarsi. [...].

  I rapporti del Balzac con Laure, pur affettuosissimi e veramente fraterni, non colmano il grosso vuoto lasciato dall’incomprensione e dall’irrigidimento che, come si è visto, caratterizzano i rapporti con la madre ed Henry. Pur vivendo a Parigi, e condividendo in tutto i pensieri e le preoccupazioni di Honoré, Laure non può dare che l’appoggio di un raro conforto allo scrittore. Convalescente da una lunga, grave malattia, sofferente per pene familiari, assillata dalla più incerta condizione economica del marito, sta passando settimane buie; e la naturale allegria del suo temperamento scompare dietro una profonda, inconsueta tristezza. Anche nei riguardi dell’“alma soror”, la solitudine familiare va, per il Balzac, sempre più approfondendosi.

  Più vario, e sfumato in una volubile gamma, (ma poco ricco di documenti, atti e ricostruire ogni particolare) è il capitolo sugli amori del Balzac che rimangono avvolti nel più discreto silenzio, almeno per quanto riguarda il più intenso legame sentimentale di questi anni, che è quello tra lo scrittore e la bellissima Sarah Guidoboni-Visconti.

  Le relazioni con Madame de Berny, diradate sempre più ed interrotte da lunghi periodi di silenzio, si svolgono solo su di un piano epistolare: quello, cioè, che, per la distruzione della corrispondenza scambiata fra i due, sfugge completamente alle ricerche dello storico. Da mesi, il Balzac non ha comunque rivisto la “Dilecta”, ed anche in febbraio nessuna visita dello scrittore alla Bouleaunière è da annoverarsi: non tanto, forse, per indifferenza del primo, quanto perché, malata nello spirito e nel corpo, amareggiata e scontenta di Honoré, Madame de Berny rifiuta (e continuerà a rifiutare) di vedere l’antico amante. L’amore di un tempo sta spegnendosi lentamente e, per di più, in mezzo a contrasti, tensioni, incomprensioni vicendevoli che ne avvelenano il declinare.

  Non migliori — durante questo mese — sono anche i rapporti con Madame Hanska: “Etrangère” anche di fatto, se si volesse giocare sulle parole. Lo scambio della corrispondenza fra Parigi e l’Ukraina, negli anni precedenti così folto, e lentamente diradatosi dopo il viaggio a Vienna, tace totalmente nel febbraio, mese in cui nessuna lettera viene spedita né da una parte né dall’altra. Il momento di freddezza che già cominciava ad avvertirsi in gennaio si va accentuando: e sul solco di una irritazione vicendevole, che prendeva a partito ogni motivo, si va aprendo fra i due un più profondo distacco spirituale. [...].

  Solo la donna appassionatamente amata e, di continuo, desiderata dal Balzac è la contessa Guidoboni-Visconti che mai, forse, come in questo periodo, domina il cuore ed i sensi dello scrittore. Ma, come si è accennato, un velo impenetrabile continua ad avvolgere gli episodi di questo amore. Ancora una volta, il biografo di Balzac, nell’indagare la grande passione che lega lo scrittore alla inglese, è costretto a supposizioni: è certo, comunque che, come nel mese di gennaio e, più tardi, in marzo e nei mesi successivi, gli incontri del Balzac con la contessa, in società o nella intimità, sono frequenti: nel corso di questo mese è molto probabile che lo scrittore riceva l’amante a Chaillot (luogo d’incontro più discreto che non quello di rue Cassini) o ricambi le visite di lei nell’abitazione dei Guidoboni-Visconti a Parigi, all’avenue de Neuilly, o a Versailles.

  Nelle stesse settimane, forse dopo la seconda metà o sul finire del febbraio, un’altra figura femminile viene tuttavia ad inserirsi nella vita sentimentale del Balzac, quell’enigmatica Louise, la cui breve relazione con lo scrittore, pur rimanendo in un piano esclusivamente epistolare, si distingue da quelle delle numerosissime altre corrispondenti ed assume una sua spiccata fisionomia. [...].

  Ancor più breve nella vita sentimentale del Balzac di questo mese, come, in genere, nel corso di quasi tutta la sua esistenza, è la parte occupata dalle sue amicizie. Nel ristretto cerchio di esse (prima di tutte, fra quelle femminili, Madame Carraud; poi, fra le altre, Regnault, Borget, Sandeau, de Belloy, de Gramont, de Bernard), nessun nome occupa quel posto di piena, totale elezione su cui lo scrittore possa intimamente contare. [...].

  Non diversamente dal solito, la vita sociale e mondana del Balzac è abbastanza intensa anche nel corso di febbraio e, nonostante gli impegni quotidiani imposti dagli affari e dall’attività giornalistica e letteraria, si svolge, con sorprendente frequenza, nei salotti o nei ritrovi più eleganti della capitale. Presente a numerose riunioni brillanti del “tout-Paris,” lo scrittore smentisce coi fatti le dichiarazioni che si sono lette nella corrispondenza a Louise (ma quante altre ne ha fatte o ne farà all’Etrangère!) dove, con tanto calore, è sottolineata la dura austerità di una vita assolutamente claustrale.

  [...] anche il mese di febbraio è contrassegnato, per quanto riguarda l’attività letteraria, dalla stessa vorticosa misura del mese precedente. Balzac lavora per una buona metà del mese alla stesura definitiva, alla revisione e alla correzione delle bozze dell’Interdiction, la cui pubblicazione, iniziata fin dal numero del 31 gennaio nella “Chronique,” viene proseguita nei numeri di giovedì 4, di domenica 7, di domenica 14 e di giovedì 18 febbraio. In altre parole, di questo romanzo che, senza dubbio, per fermezza di dettato, per profondità evocatrice di ambienti e di personaggi e per una perfetta fusione tonale, può considerarsi uno fra i capolavori della “Comédie Humaine,” lo scrittore perfeziona, nel corso di febbraio, tratti e particolari per tutta quella parte della narrazione che va dalla descrizione della vita privata e della segreta carità del giudice Popinot all’amara soluzione che vede la sostituzione del vecchio giudice integro ed indipendente col supplente La Giraudais (il futuro Camusot), giovane intrigante ed arrivista: più di tre quarti dell’intero racconto e, certo, la parte artisticamente più alta e drammatica. [...].

  Nel mondo letterario della capitale e, più in generale, nel giudizio critico dei contemporanei, la messe di soddisfazioni di amor proprio che il Balzac può raccogliere continua ad essere ben scarsa: molto più folta è, viceversa, quella di contrarietà, di irritazioni e di amarezze. La sua celebrità di romanziere, ben lungi dall’essere accolta con simpatia, viene fatta oggetto delle più molevole (sic) discussioni e, variamente giudicata, viene presentata ben più sovente effetto di curiosità malsana o sollecitatrice di scandalo che non dovuta a ragioni vere d’arte.

  Fra le opere più recenti, Séraphita ha avuto un successo di stima solo entro una cerchia ristretta di persone amiche o di conoscenti dell’autore, ma ha lasciato indifferente il gran pubblico dei lettori ed ha eccitato più vivamente che mai i sarcasmi della stampa. [...].

  Anche il mese di febbraio continua pertanto, sotto tale aspetto, a prolungare la situazione del gennaio e ad allineare a pochi articoli di critica severa, ma almeno tendenzialmente seria, i ben più numerosi trafiletti satirici in cui sarcasmo ed ironia si propongono di far giustizia della vita privata dello scrittore e della presunta grandezza artistica della sua opera. Quanto questo “redoublement de haine et de malveillance” turbi ed addolori il Balzac non è il caso di ripetere. [...].

  Il primo articolo dedicato al romanziere, nel febbraio del 1836, appare proprio il primo del mese nel tomo IV dell’“Echo de la Jeune France. Revue catholique de la littérature, des Sciences et des arts”, organo devotissimo al Trono e all’Altare, diretto dal visconte Walsh. Firmato da Hains (uno pseudonimo, con ogni probabilità), pur mantenendo un tono abbastanza rispettoso, in genere, per la persona privata dello scrittore, è estremamente severo contro tutta la sua attività letteraria e la ispirazione fondamentale che ne ha presieduto la redazione. I giudizi più duri e più violenti sono espressi, in particolare, contro Séraphita in cui il critico scorge pericolose deformazioni religiose e gravi deviazioni morali, del tutto inaccettabili. [...].

  Molto più importanti sono i tre studi che Alfred Nettement dedica al Balzac alcuni giorni dopo nella “Gazette de France” del 9, del 16 e del 24 febbraio, sotto il titolo: Etudes littéraires: Les Modernes.

  Anche qui la prospettiva critica risente della particolare formazione religiosa e politica del Nettement, noto esponente legittimistico; ed anche qui, il giudizio complessivo formulato sull’opera dello scrittore è fondamentalmente negativo. Ma la più viva intelligenza, le più controllate intenzioni polemiche e, soprattutto, una disposizione d’animo di generale simpatia del Nettement verso il Balzac rendono meno rigida, più ricca di sfumature favorevoli e più aderente al vero la valutazione. [...].

  Nel primo di questi tre articoli, il Nettement cerca di determinare il carattere dominante della personalità del Balzac e ritiene di identificarlo nell’orgoglio: in un orgoglio diventato forzatamente l’abito mentale di chi si è trovato a lottare contro le difficoltà della vita, contro il disprezzo della critica della quale ha subito l’ostilità talora sciocca e superficiale. Tale orgoglio, fonte principale delle qualità e dei difetti del narratore, è il centro vivo da cui si sprigiona la sua fantasia creatrice. Da esso si origina quella “puissance de travail” che il Balzac è fra i pochi scrittori contemporanei a testimoniare con tanta netta fermezza; ma da esso discende anche la velleità di cumulare più glorie [...], a peccare per esagerazione, in una parola sola, a “strafare”. [...].

  Il secondo articolo intende ricercare la “poetica” balzacchiana la quale, ad avviso dell’autore, non trarrebbe le sue origini dall’impegno di descrivere realisticamente i vari aspetti della vita umana (così come il narratore stesso dichiarava di fare per difendersi dai rimproveri mossi alla figura di Vautrin), ma risiederebbe in un possibilismo aperto ad ogni più diversa soluzione e colpevole appunto perché privo di impegni o preoccupazioni morali. E di ciò, il più recente romanzo, il Livre Mystique, offrirebbe una testimonianza singolarmente probante [...].

  Il terzo articolo, di tono e di contenuto più favorevoli, è rivolto a cogliere gli aspetti positivi dell’opera del narratore, quella che può essere considerata l’autentica grandezza artistica del suo talento: la meravigliosa evidenza che scene e personaggi assumono nei romanzi balzacchiani. [...].

  E, ancora, il genio descrittivo del Balzac non s’arresta alla superficie dei tratti umani o del paesaggio, ma penetra così al fondo che, dei primi, scopre l’essenza, segreta agli occhi degli altri; ed è proprio come “peintre de moeurs et de caractères que M. de Balzac s’est marqué une haute et belle place dans la littérature”. Nella esemplificazione che segue, il Nettement loda infatti, particolarmente, il personaggio dell’ex-forzato (“Ce Vautrin est une des figures que M. de Balzac a dessinées avec le plus de profondeur”) e, più a lungo, l’avaro Grandet [...].

  Gli articoli del Nettement [...] per quanto notevolmente duri e severi, rappresentano il tentativo di una valutazione imparziale dell’opera balzacchiana e si distinguono per la dignitosa posizione letteraria del loro autore che cercava di giudicare con serenità, che non contaminava la valutazione artistica con facili umorismi sulla vita privata dell’uomo e che, in ogni caso, non era animato, nei luoghi di dissenso, da fini extracritici. [...].

  Più che giustificata, la vibrante protesta del Balzac riguarda gli articoli e gli accenni a lui dedicati nelle colonne della “petite presse” (da tempo particolarmente eccitata nei suoi riguardi e, forse, manovrata da lontano dal Buloz) che, come ora si vedrà, assumono ben altro tono o carattere da quello di una critica negativa ma serena. Fra gli organi di questa stampa, alla instancabile ricerca dell’episodio scandalistico e del tratto caricaturale, continuano a distinguersi l’“Entr’Acte” e il “Vert-Vert.”



  Raffaele de Cesare, Recensioni. Honoré de Balzac, “Illusions perdues. Le manuscrit de la Collection Spoelberch de Lovenjoul. Introduction, édition et notes (par) Suzanne Jean Berard, Paris, Armand Colin, p. XXXVIII-259, «Rivista di letterature moderne e comparate», Firenze, Volume 13, Fascicolo 4, Dicembre 1960, pp. 301-307.

 

  Il testo nel quale noi leggiamo quella parte di Illusions perdues che oggi si chiama Les deux poètes e che, allorché fu scritta e stampata per la prima volta (1836-1837) aveva per titolo il titolo stesso della trilogia, è quello della edizione definitiva del 1843: edizione costantemente ripresa (con le correzioni autocrate apposte dal Balzac sul proprio esemplare personale) nelle collezioni delle Oeuvres complètes curate dal Bouteron, dal Longnon, dal Prioult, dal Béguin, dal Bardèche e da quanti altri, con maggiore o minore fortuna, hanno pubblicato, da cinquant’anni a questa parte, la Comédie Humaine.

  Pochi specialisti o curiosi si sono trovati nella necessità, o hanno avuto il gusto, di avvicinarsi a questo autentico capolavoro nella sua edizione originale o in quella successiva del 1830 ; e solo taluni dei pochissimi fidèles del cenacolo di Chantilly hanno potuto esaminare l’opera, quale è nata dalla fantasia dello scrittore, nella sua prima redazione autografa (il manoscritto originale A. 103 della Collezione Spoelberch de Lovenjoul) o quale è venuta trasformandosi in una serie di successive correzioni (le bozze di stampa annesse al manoscritto e conservate nella stessa collezione sotto la segnatura A. 103-106).

  Nemmeno l’esistenza di sedicenti edizioni critiche ha promosso una migliore conoscenza e — attraverso una più agevole consultazione – una più vasta diffusione di tali documenti, fra gli studiosi che si sono occupati del testo di questo magnifico romanzo balzacchiano, nessuno ha avuto finora il coraggio (coraggio immane, bisogna riconoscerlo!) di aggiogarsi fino in fondo al gravosissimo compito di una completa raccolta delle varianti e di una loro sistemazione in un integrale apparato critico. [...].

  In attesa di una vera e propria edizione critica che [...] raffiguri integralmente le vicissitudini testuali dell’opera prendendo debito atto di quella decina di documenti che ce la tramandano, Suzanne Bérard offre intanto agli studiosi del Balzac, riprodotti in extenso, due preziosi documenti: due dei principali piloni (se ci si consente l’immagine) su cui riposano le arcate maestre di questo edificio Si tratta del manoscritto autografo dell’opera (redatto in parte ne giugno del 1836 al castello di Saché; interrotto e ripreso a Parigi nell’autunno dello stesso anno) e del testo dell’edizione originale (pubblicato fra il gennaio e il febbraio 1837 dal Werdet). L’alfa e l’omega di quello che si può chiamare il primo (ed il più importante) processo creativo del Balzac: il primo ed il più importante, anche se non l’unico, giacché fra l’edizione originale del 1837 e le correzioni definitive all’edizione Furne del 1843 non mancheranno ulteriori interventi testuali dell’autore: e non solo in una serie di varianti particolari, ma, persino in una diversa disposizione della materia.

  In una situazione testuale complessa ed ancora lungi dall’essere esaurientemente chiarita quale è questa, il primo merito che va pertanto riconosciuto a S. Bérard è quello di aver messo a comoda disposizione di tutti (balzacchiani specialisti e dilettanti) due testi in certo senso nuovi : rarissimo il primo e quasi impraticabile per la sua collocazione nel Sanctum Sanctorum di Chantilly non meno che per le scoraggianti difficoltà di lettura; raro il secondo ed anch’esso (almeno fuori di Francia) difficile a reperirsi.

  Il secondo merito è di avere realizzato tale duplice edizione e riedizione in un modo sotto ogni punto di vista eccellente, tecnicamente perfetto. Lasciamo stare l’elogio (che non è pur trascurabile) di aver fatto stampare i due testi l’uno di fronte all’altro con opportuni accorgimenti in modo che l’occhio possa naturalmente correre senza fatica dalla riproduzione del manoscritto all’edizione; lasciamo stare l’impeccabilità dell'edizione. Diciamo solo della competenza paleografica di S. Bérard, tanto esperta decifratrice della troppo rapida e non facile scrittura del Balzac da riuscire a trascrivere non solo tutto il testo dell’autografo, con le aggiunte nelle inter linee e nei margini, ma a ridare alla luce anche una parte dei passi cancellati ora nascosti sotto una spessa coltre di inchiostro, ora attraversati da una riga della penna, ora appena individuabili in sottoscritta: pentimenti talora preziosi perché ci indicano interessanti direzioni verso le quali corre il primo impulso della fantasia balzacchiana.

  E aggiungiamo anche l’elogio sulla irreprensibilità tecnica della riproduzione testuale nell’uso dei segni convenzionali che precisano, nella maniera più chiara, le soppressioni, le inserzioni ecc. S. Bérard ha certamente fatto le sue classi di filologia antica meglio di molti altri, pur ottimi, editori di testi moderni; ed è, a nostro avviso, estremamente utile applicare gli stessi principi tecnici, che classicisti e medievisti usano per i testi greci, latini e volgari, alle opere moderne e fin contemporanee.

  Ottima edizione, dunque, sotto tutti gli aspetti, degna di soddisfare ogni esigenza scientifica e corredata, altresì, di tre opportuni strumenti ausiliari: una introduzione sulla storia dei documenti presentati (manoscritto e bozze di stampa), sulle loro caratteristiche, e sui principi adottati nell’edizione ; una serie di note, esplicative o giustificatrici, di certi luoghi più dubbi e più travagliati del testo e di certe disavvertenze, sviste, errori imputabili al Balzac o al tipografo stesso; una appendice, infine, che offre un brano iniziale delle Illusions perdues nei sei stadî successivi che vanno dal manoscritto all’edizione originale attraverso una bozza in colonna e ben tre successive bozze impaginate. [...].

  Si vede chiaramente, fin dalle poche annotazioni fatte qui di sfuggita, quali numerosi ed interessanti problemi proponga la pubblicazione di questo testo (come di ogni altro testo pre-originale dei Balzac, del resto) e quanto dobbiamo essere grati a S. Bérard di avercelo presentato in una veste impeccabile. E già si intravede quanto ricca di spunti potrà essere quella «storia intellettuale» delle Illusions perdues che l’autrice ci promette. Dopo una prova filologica, così eccellentemente superata, nessuno meglio di M.me Bérard potrà offrirci quella più varia e complessa prova storico-critica sulla genesi dell’opera che attendiamo con la maggiore impazienza.

 

 

  Mario Devena, Biblioteca. Grandezza e decadenza di César Birotteau. A cura di Mario Devena, Terzo programma, 18 dicembre 1960.

 

  Trasmissione radiofonica.

 

 

  Luigi Emery, Balzac e Lamartine speculatori. Nelle isole italiane cercavano il vello d’oro, «Corriere della Sera», Milano, Anno 85, N. 53, 2 marzo 1960, p. 3.

 

  Il romanziere voleva sfruttare le miniere della Sardegna, il poeta le terre della disabitata Pianosa – E fu per entrambi una grossa delusione.

 

  Manca al grandioso affresco della Comédie Humaine un capitolo che ne sarebbe degno complemento: la vita dell’autore stesso, di Honoré de Balzac, che è un concitato romanzo in atto. Più di un biografo ha cercato dì supplirvi, poiché agli studiosi di Francia e doveroso rendere questa giustizia: che dedicano un culto assiduo, minuzioso, fino all’indiscrezione, agli eroi e semidei delle patrie lettere. Uno dei più felici fra i biografi di Balzac è il fecondissimo André Billy, veterano dell’Accademia Goncourt. Ma, come sentenziò Théophile Gautier, nessuno può avere la pretesa di fare una biografia completa di Balzac. E Balzac medesimo avvertiva, col caratteristico suo accento d’orgoglio: «Io riesco a tutti inesplicabile; nessuno possiede il segreto della mia vita, e io non voglio confidarlo a nessuno». Eccoci dunque guariti dalla speranza di veder compiuta l’impresa. Ma spigolare si possono innumerevoli elementi, che giovano a illuminare ora l’uno ora l’altro piano in cui si sfaccetta e brilla il poliedrico personaggio. Affamato di vita, di gloria, di ricchezza, come il suo Rastignac, Balzac ha teorizzato se stesso parlando di «quell’indomabile frenesia per i godimenti che deve essere l’appannaggio degli uomini fomiti di grandi doti e che sentono la necessità di bilanciarne il faticoso esercizio compensandolo con l’equivalente in piaceri».

  Sempre in bilico tra il lusso e il fallimento, affogato nei debiti, incalzato dai creditori col coltello alle reni, la caccia al denaro è un Leitmotiv perpetuo della sua vita tumultuosa. Sull’album di una signora schizzò la propria caricatura «fra le sue speranze e i suoi terrori», disegnando di qua sacchetti di scudi, di là creditori. Dalla sua fantasia di romanziere germogliano le idee più svariate, suscitandogli il miraggio di imprese che dovrebbero assicurargli finalmente l’agognata ricchezza.

  In uno dei suoi viaggi in Italia, nella primavera del 1837, Balzac dopo una lunga sosta a Milano — dove frequentò la Scala, i più brillanti salotti a cominciare da quello della contessa Maffei, e fece ad Alessandro Manzoni una visita di cui il Cantù ci ha lasciato testimonianza — e dopo un’altra sosta a Venezia, sulla via del ritorno, ne fece infine una forzata, per ragioni sanitarie, a Genova. Un tale, incontrato là casualmente, gli parlò delle miniere argentifere di Sardegna, coltivate fin dall’epoca romana in maniera rudimentale: dovevano restare ancora ricchezze favolose da ricavare da quelle scorie malamente sfruttate. Quest’idea, questo sogno mise radice nel cervello del romanziere; fermentando nella sua mente in ebollizione perpetua, dovette assumere proporzioni colossali, ossessionanti. (Stando alle reminiscenze del Cantù, Balzac in casa del Manzoni avrebbe parlato di un suo disegno di eseguire «scavi in Sicilia per ritrarne l’oro che i Romani vi aveano lasciato per inesperienza». Invece d’argento di Sardegna, oro di Sicilia; ma deve trattarsi sempre della stessa chimera).

  E’ passato un anno. Balzac ha raggranellato un po’ di denari impegnando certe gioie, altri se n’è fatti prestare dalla madre e da una cugina. Da Marsiglia, sul punto d’imbarcarsi per la grande avventura, per la conquista del vello d’oro, scrive alla sua confidente Zulma Carraud: «Fra qualche giorno avrò, per mia sventura, un’illusione di meno, giacché è sempre il momento in cui si arriva allo scioglimento quello in cui si comincia a non credere più ...». E alla madre: «Ora, che quasi ci sono, comincio ad avere mille dubbi».

 

L’inutile viaggio.

 

  La prima tappa del viaggio è in Corsica: vi si trattiene a visitare Aiaccio e l’interno dell’isola; trova finalmente un passaggio a bordo di una barca di pescatori di coralli che fa vela per la Tunisia. Dopo la traversata e la quarantena, il 12 aprile sbarca ad Alghero. Segue una lunga cavalcata attraverso zone impervie, di cui Balzac fa una pittura infernale; infine eccolo alla meta. Ma il romanziere ha perduto la corsa, ha sbagliato strada. Se, invece di precipitarsi sulla preda immaginaria, avesse preso la via più logica e regolare, la via di Torino, vi avrebbe appreso con minore spesa che la concessione per lo sfruttamento del minerale argentifero era stata frattanto accordata dal Governo sardo a una ditta di Marsiglia. L’affare era dunque buono, Balzac aveva veduto giusto: il fallo stava nell’esecuzione. Magra consolazione! [...].

 

 

  Errezeta, Piccole miserie della vita coniugale, «Radiocorriere TV. Settimanale della radio e della televisione», Torino, Anno XXXVII, N. 30, 31 luglio-6 agosto 1960, p. 40.

 

  Le teorie che Balzac formulò nella celebre «Fisiologia del matrimonio» vennero in seguito — come si sa — calate nei personaggi e nelle situazioni di un’opera narrativa che s’intitolò Piccole miserie della vita coniugale. In realtà si trattava di una composizione oscillante tra generi diversi; una sorta di «pastiche» dove trovavano posto dialoghi e racconti, «axiomes» e saggi veri e propri, talvolta cuciti insieme dalla presenza di personaggi ricorrenti, talaltra giustificati soltanto dall’argomento comune e dall’estro satirico dell’autore. Basandosi appunto su talune parti dove le idee balzacchiane erano affidate alla forma narrativa e dialogica, Ivan Canciullo ha ricavato dall’affresco originale una succosa commedia che, pur serbandosi fedele alla sua matrice, ne tempera il cinico pessimismo.

  Bersaglio della satira sono alcune coppie di sposi appartenenti alla borghesia parigina. Esse sono chiamate all’ingrato compito di esprimere, accentuandone il grado, la mediocrità intellettuale e affettiva, l’egoismo, la grettezza: in altri termini quel severo giudizio negativo che viene così volentieri addebitato alla loro classe sociale. Senonché, nella fattispecie, il vero imputato è il comportamento dei due sessi nel rapporto matrimoniale. Nelle coppie che il testo prende di mira i due termini, maschile e femminile, anziché arricchirsi dell’unione, o almeno soccorrersi lungo il cammino comune, potenziano ciascuno le proprie caratteristiche peggiori. Inimicizia, ostilità, reciproco disprezzo: ecco il fondamento sostanziale di tanti matrimoni, asserisce l’autore. E l’esempio viene fornito dal gentiluomo campagnolo, stolidamente interessato soltanto alla scuderia e alla stalla, mentre accanto a lui la moglie sospira la città e la vita sociale, le toilettes e le conversazioni galanti. Oppure dall’ex ufficiale napoleonico che, bruciata ogni particella vitale nel corso della tramontata epopea, passa i lunghi giorni sdraiato su un divano e infastidendo con la sua presenza e le sue scempie osservazioni la moglie, che dal canto suo spia le mosse con la stessa amorevolezza di cui si gratifica un animale nocivo che non si riesca a scacciare di casa. O ancora è lo scrittore fallito che la moglie giudica senza pietà, costretta a mantenerlo con la sua dote dopo averlo sposato col miraggio della celebrità e dell’arte.

  E’ un mondo che, riguardato con la severità del moralista, susciterebbe addirittura una sensazione d’angoscia. Ma, per buona sorte degli ascoltatori, nella commedia che presentiamo, un simile materiale è trattato con estro comico e avviato dunque a esiti prettamente umoristici. Ne risulta così un quadro ameno dove la satira è temperata dall’indulgenza e la deformazione ironica suggerisce un giudizio sorridente: magari, anche una punta di solidarietà da parte degli ascoltatori maschi e femmine che non ignorano le «piccole miserie della vita coniugale».

 

 

  Marise Ferro, Il più negligente e forte dei romanzieri francesi. Balzac scriveva per 18 ore al giorno al ricordo della fame patita in soffitta, «Stampa Sera», Torino, Anno 92, Numero 251, 20-21 Ottobre 1960, p. 3.

 

  La paura dei tempi di miseria e il presentimento di morir giovane scatenarono in lui una ciclopica voglia di lavorare – Compilava da solo un’intera rivista e contemporaneamente sfornava romanzi e novelle a decine – Fu il primo dei grandi cronisti andando di persona sul luogo dei delitti – Beveva 36 caffè al giorno; voleva pubblicare 137 libri, ne scrisse solo 100.

 

  Di quando in quando l'appassionato di libri fa qualche trouvaille, come dicono i francesi. Questa volta è toccata a me: ho trovato la rivistina stampata da Balzac, La Revue Parisienne. E’ del 1840, si chiama pomposamente revue, ma sono cinque numeri di una rivista di piccolissimo formato, che Balzac scrisse e diresse interamente da solo. Nel volumetto che rilega i fogli preziosi ci sono ritagli di giornali dell’epoca, raccolti e inseriti non si sa da chi. Sono foglietti ingialliti, che sembrano debbano cadere in briciole, commoventi.

  In uno dei ritagli, non firmata, vi è questa nota: «Nel 1839 Balzac si era impegnato a scrivere per la Presse di Girardin, cinquanta feuilletons (cioè, quello che noi chiamavamo «appendice» quando i nostri quotidiani stampavano romanzi o lunghi racconti col «continua») formanti per lo meno otto novelle, al prezzo di 100 franchi ogni 240 righe. Balzac non poté mantenere la promessa, essendo oberato di lavoro e di impegni: un processo con la Société des gens de lettres, la messa in scena di Vautrin, la stesura di Pierrette e il lancio della Revue Parisienne, rivista che redigeva interamente da solo e sulla quale apparirà il primo importante articolo pubblicato su La Chartreuse de Parme, di Stendhal ...».

  Otto novelle a cento franchi ogni duecentoquaranta righe! L’assillo del denaro tormentava, come sempre, Balzac anche negli anni 1839-1840. Pure, era già celebre. Una celebrità conquistata duramente, dopo anni di lavoro accanito non soltanto per farsi un nome, ma per uscire dalla povertà. Dopo la fame patita nella soffitta di via Lesdiguières, dopo le panie del romanzo popolaresco in cui era caduto per ragioni «alimentari», come diciamo oggi, scrivendo sotto lo pseudonimo di Horace de Saint-Aubin, nel 1819 aveva firmato col suo vero nome Les Chouans.

  Il libro non gli aveva aperto, come si crede, la strada del successo. Maurice Bardèche lo scrive molto giustamente nel suo grave e magnifico studio su Balzac romancier: «Les Chouans, è inutile nasconderlo, non fu un successo. Su questo punto si è accettata troppo leggermente una comoda opinione che fa della pubblicazione di Les Chouans, l’inizio della gloria di Balzac. Di fatto, il romanzo storico di Honoré de Balzac non fu accolto meglio delle opere firmate Horace de Saint-Aubin. La critica gli dedicò in tutto sei articoli. Uno di qualche riga, due ostili, altri due di amici compiacenti; ebbe un solo articolo indipendente ed elogiativo, ma non se ne conosce l’autore. Anche la vendita fu mediocre: 455 copie soltanto. Possiamo dire, invece, che fu il successo di scandalo ottenuto con La Phisiologie (sic) du mariage (ispirata, si dice, da George Sand vivente in libera unione con Jules Sandeau e le sue idee di emancipazione della donna nel matrimonio) a fare conoscere Balzac agli editori. I direttori di giornali non ignorarono più il giovane scrittore e gli chiesero la sua collaborazione. Balzac divenne con disinvoltura giornalista, collaborò a tutto ciò che si fondava e pubblicava nell’anno 1830, così fecondo in giornali nuovi ...». Così, dunque, dopo avere incominciato con un poema di duemila pagine, in alessandrini, su Cromwell, Balzac in dieci anni scrisse romanzi popolareschi, divenne giornalista, scrisse articoli di moda, di costume, di storia e fece persino, anzi si può dire che lanciò il genere, dei «servizi», andando dì persona sul luogo di delitti clamorosi e riportando giorno per giorno la cronaca dei processi (tra cui quello celebre che. divenne un «caso» giudiziario e il cui enigma non è ancora oggi rivelato, di Peytel). Les Chouans e La Phisiologie du mariage, riusciranno a farlo uscire dall’oscurità e a fargli ottenere un successo faticoso, contestato, poiché era un rivoluzionario e un uomo di genio. Scriveva male, anzi, dicevano i suoi contemporanei.

  Balzac scrive male? Verrebbe voglia di rispondere subito: Balzac poteva permettersi anche di scrivere male. Non gli era necessario, data la sua potenza di creatore, la sua limpidezza di rappresentatore della vita e degli uomini, la sua perfetta aderenza alla realtà e alla verità, pure rimanendo, come deve essere il genio, un visionario, scrivere dei libri in bello stile. Ma non sarebbe dire giusto, poiché Balzac non scriveva male. Balzac ha pagine stupende, descrizioni di paesaggi, di caratteri, di persone, dialoghi che uno stilista potrebbe invidiargli. Balzac scriveva in fretta, questa è la verità. Tutta la sua opera è dominata dalla fretta, poiché scrisse la Comédie humaine, cioè l’opera più vasta che uno scrittore abbia concepito, dal 1830 al 1850 in vent’anni. Egli scriveva assillato dal tempo, più che dai debiti come molti hanno detto, perché da uomo di genio qual era, sapeva che la sua vita sarebbe stata breve. Certe cadute di stile, certe fratture, le conclusioni improvvise, i vuoti, l’oscurità, a volte, di certi periodi, sono cose che noi dobbiamo giudicare molto diversamente da come furono giudicate dai suoi contemporanei. Noi oggi possiamo capire che Balzac, in un dato romanzo, in un dato racconto, ha scritto pagine che non seguono quell’ordine e quella armonia rigorosi che vorremmo ad ogni opera grande, perché o aveva sonno o doveva consegnare il manoscritto entro poche ore o doveva, dopo sedici, diciotto ore di lavoro continuo a tavolino («tenuto su» come diciamo noi, da trentasei tazze di caffè fortissimo!) per vivere. Noi dobbiamo capire le piccole mancanze di Balzac stilista, se vogliamo capire Balzac creatore.

  Alain, del resto, gli ha reso giustizia e Alain fu uno dei balzacchiani più sottili, più giusti nell'interpretazione e nel giudizio della Comédie humaine. Egli scrisse di Balzac: «La maniera di Balzac è negligente e forte. Ciò che gli importa è non allontanarsi mai dalla realtà. Il suo genio consiste nel fare sorgere dalle pagine l’uomo vero».

  I suoi contemporanei stentarono a capirlo, nonostante il-successo datogli dai lettori comuni, da tutti coloro che nel libro cercano una visione della vita così com’è. All’uscita di Eugénie Grandet, che oggi è un classico ammirato in tutto il mondo e tradotto in tutte le lingue, Sainte-Beuve, il grande critico, che molti hanno definito l’uomo più intelligente del suo secolo, nella Revue de (sic) deux mondes scrisse che Balzac aveva un vocabolario incoerente, esuberante, con lunghi periodi che toglievano il fiato senza mai una virgola, immagini barocche, errori di grammatica, ecc.

  Balzac fu esulcerato dalle parole del grande critico (il quale, a sua volta, scriveva con immagini barocche, un vocabolario spesso esuberante, ecc.) e giurò di passargli la penna attraverso il corpo. Non lo fece e non corresse neppure ciò che la critica proclamava suoi imperdonabili errori. E’ che egli scriveva «negligente e forte», come dice Alain, e il suo stile era in movimento continuo, come il respiro, come il cuore, come la vita stessa. E’ che egli si era prefisso un compito quasi sovrumano: descrivere tutta la società del suo tempo.

  Nel 1844, quando il piano intero della Comédie humaine era tracciato, egli scriveva ad Eveline Hanska, la russa aristocratica e sdegnosa che diventerà sua moglie, queste parole: «Insomma, ecco ciò che faccio. Quattro uomini avranno avuto una vita immensa: Napoleone, Cuvier, O’Connel (sic); io sarò il quarto. Il primo ha vissuto la vita dell’Europa, si è inoculato armate intere; il secondo ha sposato il globo; il terzo si è incantato un popolo. Io ho una società intera nella testa».

  Sono parole ambiziose, ma vere. La società della Rivoluzione, dell’Impero, della Restaurazione, della Monarchia di Luglio, sono studiate nella Comédie humaine; duemila personaggi vi sono guardati e descritti con i loro vizi, le loro passioni, le loro virtù. Soltanto la morte riuscì a distruggere i piani ambiziosi del grande romanziere, il quale voleva scrivere, per esprimere la società francese del suo tempo, 137 libri. Ne scrisse quasi cento, poiché morì a cinquantun anni; e la Comédie humaine, ahimè, rimase incompiuta.

 

 

  Marise Ferro, Ragazzi libri e fumetti, «Stampa Sera», Torino, Anno 92, Numero 294, 9-10 Dicembre 1960, p. 3.

 

  La lettura divenne grave, profonda e determinante quando scoprii Balzac. Presi in mano, come primo libro Le père Goriot. Lo lessi tutto di un fiato. Lo capii? No. Vi è, nel Père Goriot, una critica sociale così aspra e corrosiva che soltanto chi conosce bene il mondo può capire. Non capii il vero significato del libro, ma mi affascinarono i personaggi e la rappresentazione dell’ambiente. La pensione Vauquer, pure descritta con la minuzia noiosa dello scrittore dell’Ottocento, appena uscito dal romanzo filosofico del Settecento, divenne, per me, la pensione piccolo borghese tipo; e i suoi abitanti, descritti coi loro vizi e le loro virtù, coi loro tics e i loro poveri vestiti, mi rimasero così impressi nella mente che molte volte, ormai donna fatta, andando in tram e guardando la piccola umanità cittadina, dicevo tra me e me: «Ecco un signor Poiret, ecco una signorina Michonneau».

  Non dicevo mai: «Ecco un Rastignac, ecco un Vautrin». Ma di Rastignac, oltre alla sua perfetta figura di arrivista, mi è rimasta dentro per sempre ed è diventata una parte del mio patrimonio intellettuale, la frase di sfida lanciata dall'alto del cimitero del Père Lachaise, a Parigi: «A nous deux maintenant!». Di Vautrin, lo dico ed è forse confessione pericolosa, mi innamorai. Proprio l’innamoramento dell’adolescente, fatto di romanticismo, di ribellione, di ricerca, di bisogno d’uscire dal cerchio degli affetti familiari e delle abitudini quotidiane, che dà al giovane una sete crudele di diversità, di cose grandi e forse anche mostruose.

  Vautrin era l’incarnazione del male, non l’avevo capito, ma mi aveva affascinato proprio perché era il male. Non pensai ch’era un forzato evaso, un sovvertitore, un uomo nocivo, vidi in lui una forza intellettuale e mi innamorai di quella. La descrizione della sua persona fisica mi rimase impressa. Il suo aspetto mi era antipatico, ma quell’antipatia serviva da pungiglione, e da castigo, alla mia infatuazione e la aumentava.

  Non so come una ragazzina di tredici anni, avesse potuto eleggere a personaggio principe della sua fantasia un uomo che Balzac descrive così: «Era largo di spalle, col busto forte, i muscoli sviluppati, le mani grosse, quadrate, dalle falangi coperte di peluria rossa, il viso solcato da rughe premature portava segni di durezza e smentiva ciò che le sue maniere avevano di amichevole, di confidenziale. La sua voce grossa, in armonia con la sua statura, non era sgradevole. Era un uomo gentile, allegro e servizievole. Se una serratura funzionava male, in un attimo egli la smontava, limava, ungeva, aggiustava, dicendo: me ne intendo, io, di questi aggeggi. Si intendeva di tutto, del resto: di mare, di navi, della Francia, dell’estero, degli affari, degli uomini, degli avvenimenti, delle leggi, gli alberghi e le prigioni. Se qualche pensionante era in difficoltà finanziarie, egli offriva subito di imprestargli denaro.

  «Aveva imprestato diverse volte, ma i suoi debitori sarebbero morti piuttosto di non restituirgli» il denaro poiché, malgrado le sue maniere gioviali, vi era nel suo sguardo una forza e una decisione che incutevano timore. Come un giudice severo, il suo occhio sembrava andare al punto segreto di tutte le questioni, di tutte le coscienze, di tutti i sentimenti. Gente meno superficiale dei giovani presi dalla turbinosa vita parigina, dei vecchi, indifferenti a tutto quanto non li toccava direttamente, non si sarebbe fermata alle prime impressioni avute su Vautrin. Egli conosceva e indovinava i segreti di tutti, mentre nessuno poteva penetrare i suoi pensieri né conoscere le sue occupazioni. Nonostante avesse alzato con la sua allegria e la sua gentilezza una barriera tra sé e gli altri, spesso lasciava intravvedere la profondità del suo carattere. Spesso una frase degna di Giovenale, con la quale sembrava compiacersi di fustigare la società e le leggi, poteva fare sospettare che covava un sordo rancore e che vi era nella sua vita un mistero». E, aggiungo, Vautrin aveva quarant’anni. Pure, descritto con una evidenza tutta balzacchiana, l’ex-ergastolano, colui che era chiamato Trompe-la-Mort, colui che vestirà abiti talari e si farà chiamare don Carlos Herrera, per trasformare una ragazza traviata in una donna per bene e un giovane per bene in un succubo dei propri vizi, fermò la mia attenzione. La fermò, oso dire, per sempre.

  Oggi, letta e riletta tutta l’opera di Balzac, conosco bene Vautrin e non è del mondo balzacchiano il personaggio che preferisco, ma mi è più evidente degli altri. Non mi è servito di modello e di esempio, ma si è fermato nella mia mente come un ragionamento bello, attirante, pericoloso, e sbagliato; come un personaggio, soprattutto, da evitare, letterariamente parlando, perché soltanto Balzac, col suo genio, poteva riuscirlo.

  Ecco perché sarei portata a sostenere che è meglio i ragazzi leggano libri difficili, libri per gli adulti, piuttosto che giornalini e fumetti, piuttosto che romanzetti dolciastri che infarciscono la mente non di favole, ma di retorica, di luoghi comuni e di melensaggini; insomma, un bagaglio di pensieri, aspi razioni, sogni inutili che, alla resa dei fatti, sono nocivi perché allontanano il giovane dalla realtà e anche dall’intelligenza.



  P. A. Ferronato, Honoré de Balzac. Un Episode sous la Terreur. Tesi di laurea, Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 1960. 

 

 

  Cesare Giardini, Eterna Russia, «La Provincia», Cremona, Anno Quattordicesimo, 13 Luglio 1960, p. 3.

 

  In Russia, com’era naturale, l’opera [Custine marchese Astolphe de - La Russie en 1839 - Amyot, Paris 1843 - 4 voll., in 8°] fece scandalo e fu proibita. Il Balzac che si recò a Pietroburgo appunto nel 1843 con la speranza di realizzare finalmente il suo lungo sogno di sistemazione coniugale a fianco della contessa Hanska, trovò la buona società della capitale molto emozionata per l’uscita recente del libro del de Custine che veniva definito tout-court «un libello». La principessa Razumovska scriveva infatti alla contessa Hanska: «Ho appreso ieri dall’imperatore l’arrivo dello scrittore che secondo me ha meglio di qualunque altro compreso e dipinto il cuore della donna. Non è, per fortuna, un viaggiatore curioso che viene per descrivere il Paese in forma di libello, ma il pittore dalla donna ideale che viene a ritemprare il suo genio a contatto della realtà? Durante la permanenza del Balzac a Pietroburgo, corse voce che lo zar avesse offerta al grande scrittore una grossa somma per indurlo a scrivere una confutazione del libro del de Custine, e ciò è sufficiente per farci capire sino a che punto quest’opera avesse irritati gli ambienti ufficiali russi. I regimi assolutistici non amano la verità, e bisogna dire che il de Custine era stato veramente di una sincerità sconcertante. Il bello si è che il nostro autore si era recato in Russia «per cercarvi motivi contro il regime rappresentativo», vale a dire contro la monarchia borghese e democratica di Luigi Filippo. Ne era tornato «partigiano delle costituzioni». Così scrive egli stesso nella prefazione del libro.



  Charles Gorham, Al vento del Boulevard. Il romanzo di Honoré de Balzac. Traduzione di Olga Ceretti Borsini, Milano, Aldo Martello editore, 1960, pp. 716.

 

  Questa ricostruzione romanzata della vita di Balzac è suddivisa in 53 capitoli.

 

 

  Giorgio Granata, Gli intellettuali e la politica. Balzac aveva simpatia per gli uomini senza scrupoli, «il Resto del Carlino», Bologna, 25 aprile 1960, p. 3.

 

  Al tempo dell’«affare Dreyfus» si ebbe il primo scontro fra i letterati di destra e quelli di sinistra – In seguito le polemiche fra i due schieramenti si sono sempre rinnovate in occasione di gravi avvenimenti.

 

  Uno degli errori più gravi, in cui sovente incorriamo, risiede nel ritenere che gli intellettuali debbano essere invariabilmente orientati «a sinistra», cioè a dire impegnati in una lotta implacabile contro l’ordine costituito, decisi, oggi come ieri, a fare piazza pulita della società nella quale vivono, per sostituirvi nuovi schemi e nuove strutture.

  Balzac che, senza dubbio, è stata una tra le più grandi voci creative del secolo scorso, aveva poca fiducia, per esempio, nella democrazia e nel parlamentarismo. Il suo sistema politico è egregiamente riassunto nel libro da lui scritto Le curé du village: il protagonista si dichiara contrario a qualsiasi rivendicazione in difesa dellindividuo, e, affinchè non sussistano dubbi sulle convinzioni da lui nutrite, dichiara che la legge dell’interesse generale genera il patriottismo, mentre il canone dell’interesse particolare, proclamato dalla Rivoluzione del 1789, condurrebbe unicamente all’egoismo e all’inimicizia tra persona e persona, tra cittadino e cittadino. In un altro romanzo, del resto, dedicato al parlamento ed ai suoi riti oscuri e misteriosi, uno tra i personaggi in visita a Parigi a Palazzo Borbone, la sede della rappresentanza nazionale francese, finisce sin dal principio con il perdere la bussola; affacciatosi dall’alto delle tribune riservate al pubblico sull’aula dove l’Assemblea tiene le sedute, non riesce a rendersi ragione perché i deputati siano classificati di destra oppure di sinistra rispetto al presidente, e non, invece, relativamente a chi contempla la scena da spettatore.


La teoria del superuomo.

 

  Le simpatie di Balzac, inoltre, vanno agli uomini politici senza scrupoli — si pensi, in proposito, a due creature sortite dalla sua fantasia, Maxime de Trailles e Marsay — decisi a servirsi degli altri per attuare i loro oscuri disegni: in questo senso il grande romanziere anticipa addirittura la teoria del superuomo, le critiche che in epoca recente sono state condotte dai teorici dello Stato dittatoriale ed autoritario verso le democrazie ed i regimi liberali. [...].



  Kléber Haedens, La letteratura francese. Traduzione dal francese di Roberto Ortolani, Milano, Garzanti, 1960 («La cultura moderna, testi»).

 

  pp. 178-181. L’epoca in cui il romanzo francese si annette nuovi campi e prepara la sua schiacciante vittoria è dominata dalla figura potente di Honoré de Balzac (1799-1850). Questo provinciale della Touraine, pieno di sogni e di progetti chimerici, si lancia in un’avventura di cui nessuno afferra immediatamente l’imprevedibile ampiezza. Balzac è, agli inizi, l’autore di noiosi romanzi neri o sentimentali, che firma Horace de Saint-Aubin oppure Lord R’Hoone. È anche tipografo, fonditore, editore, tutto preso dall’industria, dalle combinazioni finanziarie e dalla potenza dell’oro. Ma la sua vera passione è la letteratura.

  Quest’uomo, che passa come il pittore minuzioso e veridico di una società, è stato senza dubbio nella sua vita un sognatore sfrenato. Le descrizioni di mobili, di vestiti, di strade di Parigi o di una villetta assumono, in lui, un aspetto fantastico che le strappa alla realtà. Gli odori, i suoni, i colori e le forme vi appaiono nel vapore del ricordo e del sogno. Si conosce la sua famosa risposta: «Come volete che abbia il tempo di osservare, se ho appena quello di scrivere?». Per questo, Balzac non è affatto il romanziere realista e «obiettivo» che talora si dipinge. I suoi eroi non sono estranei a lui stesso: escono dalla sua vita notturna, segnati da una fantasia potente che li strappa dall’umanità quotidiana. Quel che afferra nei romanzi di Balzac è il loro aspetto strano e la loro dismisura. Non si legge Balzac per sapere come le donne di società si vestivano sotto la Restaurazione. Se la descrizione di una società che sta naufragando può ancora interessare il lettore attuale, come nel Cabinet des antiques, è per le sue proporzioni allucinanti e la sua forza di incubo mitico. La stessa psicologia non interessa più: si cancella nella magia dei caratteri. Le père Goriot non è un’analisi del sentimento paterno, è l’esplosione di un sentimento catastrofico e insensato che trasfigura un essere al punto da dargli la vita eccezionale degli eroi. La meditazione di Rastignac sulla cima del Père-Lachaise, fa invincibilmente pensare ai monologhi shakespeariani. Quando Balzac diceva: «I miei romanzi borghesi sono più tragici delle vostre tragedie», aveva ragione. Balzac è il più grande poeta del romanzo francese.

  Se fosse stato un romanziere realista, non avrebbe mai scritto La comédie humaine, in cui avanzava senza un piano prestabilito e a caso. A proposito di Shakespeare, si pone sempre la stessa questione: «Dove ha conosciuto tutti quei personaggi, quei re e quei principi, quegli innamorati, quei gelosi, quegli ubriaconi, quelle donne selvagge e dolci, quelle comari, quegli spiriti alati, quegli spadaccini e quegli assassini?» Ma è facile capire che non li ha mai conosciuti e che è proprio per questo, è proprio a causa della sua libertà, che ha potuto metterli al mondo. Lo stesso accade in Balzac. Egli è libero nei confronti di Vautrin e di Rastignac: non deve loro la sottomissione di un osservatore realista. Ma può gettarli nel suo braciere interiore, bruciarli di passione, farne quei veri e propri eroi che non s’incontrano mai nella strada e che popolano il mondo irreale dei romanzi, da Gargantua a Don Chisciotte, da Raskolnikov al signor di Charles. Alcuni personaggi di Balzac (Mademoiselle de Watteville) sono complessi e sorprendenti per noi come gli eroi di Dostoievskij: sono animati da un fervore altrettanto inquietante e incomprensibile, che li spinge verso azioni quasi dementi, e grevi di conseguenze infernali. Una novella come Le chef-d’oeuvre inconnu eguaglia, con una potenza singolare, quel che Edgar Poe ha scritto di più logicamente favoloso. Oltrepassiamo le frontiere del mondo visibile per entrare in un dominio interdetto agli umani, dove lo spirito stabilisce leggi rigorose e inafferrabili tra la vita e la morte.

  Se l’unico modo di scrivere bene è quello di comporre frasi armoniose e periodi al modo di Chateaubriand, Balzac scrive male. Ma se il movimento, la potenza e il calore della vita sono gli elementi essenziali di un certo stile, Balzac è uno dei maggiori scrittori che siano mai esistiti. Egli ha scritto pagine ansimanti e febbrili, di cui non troviamo l’equivalente in nessuno scrittore, in nessuna letteratura.

 

 

  E. M., Piccole miserie della vita coniugale, radiocommedia di Ivan Canciullo dall’omonimo romanzo di Balzac, «Radiocorriere TV. Settimanale della radio e della televisione», Torino, Anno XXXVII, N. 2, 10-16 gennaio 1960, p. 6.

 

  Fonte d’ispirazione delle Petites misères de la vie conjugale, opera da Balzac in seguito ampliata e ritoccata, può considerarsi la celebre Fisiologia del medesimo autore. I princìpi e le teorie espressi con divertito e sorridente cinismo ne La physiologie du mariage sono infatti l’armatura sulla quale lo scrittore ha costruito questa sua narrazione che della Fisiologia vuole appunto essere l’esempio ed il commento. Che un tale proposito sia stato dall’artista felicemente e compiutamente mantenuto non lo si potrebbe dire: vòlto a due traguardi (quello di essere una solida opera narrativa e quello di essere un’opera «esemplare») Piccole miserie della vita coniugale in realtà non ha raggiunto appieno nessuno dei due. Nella sua mancata compattezza la nota più felice finisce così col ritrovarsi nel gustoso disegno satirico di un ambiente sociale e dei tipi umani che lo compongono: proprietari terrieri e mediocri intellettuali, ereditiere petulanti e militari a riposo, gente di città e gente di campagna. Fra la provincia e Parigi vanno e vengono questi perpetui scontenti, pronto ognuno a credere in cuor suo di essere la grande vittima, manifestamente dichiarando il fallimento della società alla quale appartengono assai prima che dell’istituto matrimoniale, perduti come sono nei loro egoismi, nelle loro manie, nelle loro «piccole miserie». Proprio prendendo dai saporiti quadretti che tali personaggi animano e tralasciando invece l’esposizione «scientifica» della vita coniugale, Ivan Canciullo ha trascritto per il microfono parte delle Petites misères de la vie conjugale, ricavandone questa composizione dal vivace, piacevole ritmo che il Secondo Programma presenta con la regìa di Eugenio Salussolia nella interpretazione della compagnia di prosa di Torino.

  Tre sono le coppie di sposi che incontriamo in questa edizione radiofonica dell’opera di Balzac: Adolfo e Carolina (sposi novelli), Ercole e Clara (sposi da cinque anni), Giacomo e Luisa (sposi da sei anni); e potremmo anche aggiungere quella che la cameriera Amalia forma con il proprio marito, il quale non compare mai, ma che noi impariamo a conoscere attraverso le descrizioni della consorte quale pestifero fiutatore di tabacco. Osserviamo ora più particolarmente le tre coppie principali. Carolina è una ricca ereditiera che, proprio quando sogna di conquistare i salotti di Parigi, s’invaghisce del simpatico brillantissimo Adolfo; purtroppo questi, che si occupa di remoti ed imprecisati affari, trova molto più ragionevole, sano ed economico iniziare subito dopo il matrimonio la donna amata alle tranquille meraviglie della vita di campagna, confinandola fra i canti dei galli e i muggiti delle mucche. Anche Clara ed Ercole vivono in provincia, ma Ercole non trascurerebbe la moglie per accudire al cavallo o sorvegliare un raccolto; Clara è però ugualmente delusa ed irritata almeno quanto Carolina: l’ex-maggiore di cavalleria Ercole è divenuto un pigro inerte, senza occupazioni o desideri, e da cinque anni passa tutti i giorni vicino alla moglie tormentandola con la sua silenziosa presenza o, peggio ancora, con le sue inutili osservazioni. Ed ecco infine Giacomo e Luisa. Abitano anch’essi in provincia, ma Giacomo, appena può, corre a Parigi dove, solo perché è ammesso in qualche salotto pseudo-letterario e conosce due o tre attricette, egli si crede un artista destinato alla gloria. La loro sarebbe davvero una vita di stenti, se nelle situazioni più critiche i genitori di Luisa non allargassero i cordoni di una capace borsa.

  Il fatto che le tre coppie abbiano una diversa anzianità coniugale non deve trarre in inganno; sarebbe arbitrario voler ricostruire sulle loro somiglianti vicende un itinerario della vita in due. A cercarvi un insegnamento si potrebbe semmai dire che il matrimonio, proprio in ogni sua stagione, può essere sempre origine d’incomprensioni e di litigi. Anche di riappacificamenti, ché le conciliazioni non mancano nelle Piccole miserie. Ma è fin troppo evidente che la girandola insieme varia e monotona di scontri ed incontri non si fermerà mai in serena conclusione: quegli uomini e quelle donne non hanno nemmeno un briciolo di saggezza per meritare una simile fortuna.

 

 

  Paolo De Muro, Il mito di Faust: non invecchiare, «La Nuova Sardegna», Sassari, Anno 75, N. 161, 6 Luglio 1960, p. 3.

 

  [...] L’ultimo amore di Laure de Berney (sic) ed il primo Balzac [...].

 

  [...]. Balzac, poco più cha ventenne, conobbe Laura di Berney, chi avuta giù superato la quarantina. Questa donna, «La Dilecta», svolse un’influenza definitiva sulla sua formazione e gli fu madre, amante e amica generosa. Parlando di Laura, Balzac ne lodava «l’évangélique bonté», e soggiungeva «Il n’y a que le dernier amour d’une femme qui satisfasse le premier d’un homme».

 

 

  Luigi de Nardis, Balzac e l'assoluto, in Il sorriso di Reims, Bologna, Cappelli, 1960 («Saggi e monografie di letteratura»), pp. 173-189.

 

  Cfr. 1959.



  Orsola Nemi, Il sarto stregato. Romanzo, Milano, Editrice Ceschina, 1960.

 

  p. 141. Il conte in piedi accanto al tavolo si scaldava le mani al ferro da stiro della signora Pennacchio. Mani delicate, come la pelle che gli lustrava sottile alla radice del naso e alle tempie. Ogni tanto il conte stringeva gli occhi come se li sentisse bruciare.

  Di colpo, si spalancarono i battenti della sala, ed entrò nella guardaroba, il signor Honoré de Balzac: sgargiante, smagliante, abbondante nella persona, negli abiti, nella voce. Sorrideva con le labbra, con gli occhi che esprimevano entusiasmo. Si accostò al conte e voleva mostrargli alcune pagine. Ma il conte, con gesto di nobile noia, volse la testa dall’altra parte. «Basta», disse con voce non forte, ma ferma. «Basta».

  Fantappiè che in quel momento lo aiutava a infilarsi la marsina, lo vide che guardava fuori dal balcone, come se sopra i tetti cercasse la luna. Poi, rientrarono entrambi nella festa, il conte un po’ curvo, il signor di Balzac al suo fianco, parlando forte e gesticolando con una mano. L’altra la teneva dietro il dorso, col palmo in fuori a le dita piegate sopra il pollice. Prima di uscire, gettò sul tavolo da stiro una borsa di seta stretta da un anello dorato.

  Fantappiè non pensava più ormai a entrare nella sala, la rinuncia gli dava un poco di calma. Anche pensava che là dentro si sarebbe sentito impacciato; gli altri facevano troppo bene ciascuno la propria parte. Avrebbe però desiderato di gettarvi almeno uno sguardo, socchiudendo un battente.

 


  C.[arlo] P.[ellegrini], Note. Studi balzacchiani, «Rivista di letterature moderne e comparate», Firenze, Volume 13, Fascicoli 1-2, Giugno 1960, p. 140.

 

  Conclusa da poco la pubblicazione periodica delle Études balzaciennes, che avevano fatto seguito al Courrier balzacien, il «Groupe d’Études balzaciennes» — fondato l’anno scorso da insigni studiosi del grande narratore — inizia col 1960 una pubblicazione annuale, L’année balzacienne, diretta da P.-G. Castex, J.-A. Ducourneau, R. Pierrot e Madeleine Fargeaud (Paris, Garnier, 8°, p. 234). Scopo della nuova pubblicazione è di raccogliere annualmente una serie di contributi per l’approfondimento dell’opera di Balzac, dando una parte preponderante all’edizione di testi e documenti inediti. Difatti una prima parte — «Textes inédits et pages retrouvées» — offre una serie di testi variamente interessanti, ma sempre utili per completare la conoscenza di uno scrittore così sovrabbondante come Balzac; una seconda — «Etudes historiques et lettéraires (sic)» — presenta delle indagini critiche, alcune delle quali sono dovute a specialisti illustri di Balzac, come J. Pommier, M. Bardèche, P.-G. Castex, ecc. — e infine nell’ultima — «Documentation» — J.-A. Ducourneau e R. Pierrot continuano per gli anni 1826-1828 il Calendrier de la vie de B. già iniziato in Etudes Balzaciennes. Recensioni, notizie sulla fortuna di B. all’estero, ecc. completano il volume, destinato a raggruppare intorno a sé quanti nel mondo si interessano all’opera di Balzac.


 

  M.[ario] Picchi, Balzac fra Parigi e Tours, Terzo programma, 8 agosto 1960.

 

  Trasmissione radiofonica.



  Domenico Rea, Il filo perduto, in Il re e il lustrascarpe, Napoli, Pironti editori, 1960, pp. 418-423.

 

  p. 420. Bernari, come Mastriani, che con scarsissimi mezzi letterari fu l’ultimo a darci un quadro effettuale della metropoli (nei suoi libri sono presenti e in lotta tutte le categorie sociali), ha sempre avuto la virtù e il difetto di vedere Napoli dall’alto come Rastignac-Balzac vide Parigi; con la differenza che Balzac aveva nel suo cervello una Parigi da imporre alla Parigi reale perché vi si specchiasse e vi si giudicasse e il Bernari spesso resta soffocato dalla ampiezza dell’argomento a cui era possibile dare una unità fisica, non spirituale.

 

 

  Piero Santi, Il “Mosè” di Rossini, «Radiocorriere TV. Settimanale della radio e della televisione», Torino, Anno XXXVII, N. 15, 10-16 aprile p. 3.

 

  Scrisse Balzac in proposito dopo aver ascoltato la famosa preghiera finale: «Udendo questo pezzo sì giustamente celebre, mi pareva di assistere alla liberazione dell’Italia! Questa musica rialza tutte le teste curvate e dà la speranza ai cuori più addormentati».

 

 

  Piero Santi, “Le serment”, di Alexandre Tansman, «Radiocorriere TV. Settimanale della radio e della televisione», Torino, Anno XXXVII, N. 28, 10-16 luglio 1960, p. 4.

 

  Tutta rivolta a una diretta suggestione psicologica realistica è invece l’opera radiofonica Le serment (Il giuramento), l’«episodio lirico in due quadri» scritto su invito della Radiodiffusion-Télévision Française, che Dominique Vincent adattò per la musica di Alexandre Tansman da un racconto di Balzac.

  La musica, il racconto destano l’immagine di una bella casa patrizia circondata da un ampio giardino. Porte e finestre sono sbarrate, il giardino è in stato di completo abbandono. Tutto è avvolto da una atmosfera sinistra. Quale mistero celano quelle mura, a quale dramma segreto assistettero un giorno lontano? Dramma d’amore? Dramma di gelosia? Solo alla fantasia è dato di penetrare nell’interno della triste dimora. Ed ecco i tre attori: la contessa Beatrice e il conte suo marito, una unione non riscaldata dal sentimento dell’amore; José, un giovane ufficiale spagnolo prigioniero di Napoleone e lasciato libero sulla parola. Beatrice e José si amano segretamente, ma il conte sospetta del loro amore. Tenderà loro un tranello. Annuncia di partire per la caccia ed avvisa che si tratterrà fuori per due giorni. Gli amanti si dànno appuntamento notturno nella camera di Beatrice. Ma il conte fa ritorno improvviso e Beatrice ha appena il tempo di introdurre José dentro un armadio a muro. Il conte, dai numerosi indizi, ha ormai la certezza di essere tradito. Malignamente afferma di non mancare della fiducia della sua sposa, ma esige che ella gli giuri, sopra il crocifisso, che nell’armadio non si nasconde nessuno, egli le crederà senz’altro. Beatrice giura il falso e il conte si dichiara soddisfatto, ordinando ai propri servi di murare l’armadio. Di quella tragica beffa non rimane oggi che un oscuro, sinistro presentimento, aleggiante nell’immagine di questa casa, di questo giardino ormai vuoti e deserti.

 

 

  Guido Zanotti, Balzac a Torino, in Sotto il cielo di Tonno, prefazione di Nino Salvaneschi, Torino, Società Editrice Internazionale, 1960, pp. 16-25; 1 ill.

 

  Balzac aveva trentasette anni quando gli fu proposto di fare un viaggio in Italia con l’incarico di sistemare un affare di eredità per conto di suoi amici parigini. Quell’occasione tanto desiderata e tanto attesa finalmente era giunta. Egli la accettò con l’entusiasmo di un ragazzo. La meta era però limitata alla capitale del Piemonte. Questo suo viaggio ed il suo soggiorno a Torino formano uno dei più spassosi episodi della sua vita avventurosa.

  A quell’epoca Balzac era già celebre e la sua rinomanza di scrittore era associata alla fama di uomo eccentrico, ingolfato nei debiti e grande conquistatore di cuori femminili. Non era fisicamente bello nè attraente d’aspetto, aveva un gran corpo che si reggeva su gambe corte, testa enorme dotata di vasta fronte e di un gran naso, capigliatura nera, spessa, ribelle, occhio di domatore, collo taurino, ma il suo talento, il suo genio, la sua parola ed i suoi modi trasfiguravano la sua persona, attirandogli l’attenzione e la simpatia universale. Lavoratore instancabile, era capace di starsene magari venti giorni e venti notti consecutive a tavolino nell’atmosfera soffocante del suo studio ermeticamente chiuso e illuminato dalla luce di una lampada. Durante il lavoro si nutriva saltuariamente e frugalmente con uova à la coque o con sardine schiacciate con burro, suo piatto preferito, molto caffè, niente vino. Terminato il periodo di clausura e di lavoro usciva di casa, rientrava nel mondo, abbandonava la sobrietà e si dava a banchetti pantagruelici. Nel solo anno 1834 riuscì a scrivere cinque romanzi, tre dei quali sono capolavori e fra questi il famoso Papà Goriot. Era sempre affaccendato, agitato dalle passioni e in lotta con i creditori, con le cambiali, con gli uscieri, con i sequestri. I suoi romanzi andavano a ruba, le edizioni si susseguivano alle edizioni, i guadagni erano forti, ma egli spendeva e spandeva pazzamente.

  Il signor Onorato di Balzac (il di se l’era aggiunto lui adducendo, senza il minimo fondamento veridico, di essere un rampollo dell’antica stirpe dei Balzac d’Entragues) trovandosi una sera ad un ricevimento dell’Ambasciata d’Austria a Parigi fu colpito dalla bellezza sfolgorante di una biondissima dama. Fattosi presentare venne a sapere che la bella fascinatrice era la trentenne contessa Guidoboni Visconti, moglie del conte Emilio, discendente da due nobili famiglie italiane. Si propone di entrare nelle buone grazie della dama e di conquistarne il cuore. A smorzare l’entusiasmo del primo momento gli sopraggiungono informazioni sul conto di lei. La contessa Guidoboni Visconti non è nobile di nascita, essa proviene da una famiglia di ceto borghese della Gran Bretagna, si chiama Sarah Lowel (sic). Non lusinghiere le notizie che gli pervengono sulla sua parentela; i Lowel sono di famiglia tarata, alcoolisti e suicidi ... La madre di Sarah, celebre per la sua bellezza, si era annegata «per non invecchiare»; un fratello — che aveva sposato una ricca ereditiera appartenente ad una delle più antiche famiglie nobili del Regno Unito — datosi ai vini ed ai liquori, era morto durante un accesso di delirium tremens; un altro fratello s’era segata la gola, un terzo si era impiccato; delle due sorelle una era affetta da folle mania religiosa e l’altra, alcoolista e sempre in preda a capricci amorosi di uno spudorato erotismo, era morta, come uno dei fratelli, nel delirio alcoolico. Quando nei salotti parigini la conversazione stava per languire, era d’uso che qualcuno, per rianimarla, sorgesse a dire: «Parliamo della famiglia Lowel».

  Il temperamento eccezionalmente esuberante di Balzac non gli impediva mai di contrarre sempre nuove relazioni amorose e di dimenticare i suoi giuramenti di fedeltà anche verso le due donne che gli erano più care, e cioè la signora De Berny, più anziana di lui di ben ventidue anni, che fu, finché visse, la buona consigliera, l’amica sincera e fedele, e la signora Eva Hanska, bella e facoltosa polacca che egli aveva conosciuto a Ginevra e con la quale si era impegnato in «un patto d’amore e di matrimonio». Balzac si dedicò subito alla Guidoboni con tutto il suo impegno e con mire, forse, più d’interesse che d’amore, sapendo che i Guidoboni Visconti erano facoltosissimi, possedevano palazzi e case a Versailles, a Parigi e a Vienna. Avvenne che la contessa, appreso il vivissimo desiderio di Balzac di fare un viaggio in Italia, volle appagarlo e ne trovò il pretesto. Il conte Emilio Guidoboni Visconti da anni e anni doveva definire a Torino un’arruffata questione di eredità di sua madre e non era venuto a capo di nulla a cagione della propria indolenza e neghittosità. La contessa propose al marito di inviare Balzac a Torino, per trattare la questione e risolverla. Come lei prevedeva, il marito, indulgente, diede il consenso. Balzac è esultante; gli viene data una regolare procura notarile e soprattutto, e questo è quanto più interessa il romanziere, gli viene fornita una somma di denaro per le spese del viaggio e della permanenza di circa tre settimane nella capitale piemontese. Non par vero a Balzac di lasciare Parigi almeno per qualche tempo e di liberarsi temporaneamente dalle persecuzioni dei creditori. Egli si dà d’attorno nei preparativi. Gli appare però cosa assai triste compiere il viaggio da solo in Italia, nel paese dell’amore, del bel cielo, delle belle arti. Vorrebbe con sè una compagnia gradevole, di sesso femminile s’intende, e che ne valesse la pena. Come comportarsi affinchè nulla giunga alle orecchie della contessa e neppure delle signore De Berny e Hanska? Per la De Berny è meno preoccupato perché la sa in quel momento assai ammalata, ma l’Hanska, della quale brama avidamente la mano e ... la fortuna, per quanto risieda lontano, in Ucraina, che farebbe se le giungessero delle indiscrezioni? Ma l’inesauribile fantasia di Balzac suggerisce un’idea che risolverà tutto. Passa mentalmente in rivista, tra le più belle e le più discrete, tutte le donne che conosce e che più possono fare al suo caso. La scelta cade su una certa signora Carolina Marbouty, moglie di un compiacente cancelliere del Tribunale di Limoges. Bruna, piccolina, ben fatta, grandi occhi neri melanconici, profondi. Balzac le propone di averla compagna nel suo viaggio a Torino. Ella accetta la proposta e le condizioni anche se queste ultime sono alquanto stravaganti. La signora Marbouty per tutta la durata del viaggio e del soggiorno a Torino cambierà sesso, indosserà abiti maschili che Balzac le farà confezionare dal sarto parigino Buisson, passerà per suo segretario e si chiamerà Marcello. Balzac è infatuato del piano escogitato, è pieno d’ardore e di ammirazione per la Marbouty, è felice di recarsi in Italia!

  Il 25 luglio 1836 i due salgono sulla diligenza che li porterà a Torino. La Marbouty è vispa ed arzilla, è elegantissima nel suo grigio abito maschile e tiene in mano uno scudiscio. Il viaggio si compie felicemente. Passano per Lione, Chambéry, la Grande Chartreuse, il Moncenisio. Ecco ai loro occhi lo splendido panorama della terra piemontese!

  Non mancò, Balzac, durante il viaggio, di fare a ‘Marcello’ un monte di raccomandazioni di prudenza circa il contegno da tenere come suo segretario nella capitale del Piemonte. Soprattutto importante di mantenere il più assoluto segreto circa i loro rapporti amorosi. Gli raccontò persino una storiella (da lui inventata s’intende) che il re di Sardegna era molto severo in fatto di moralità, gli narrò che quel monarca avendo sorpreso un giorno due amanti in tenero colloquio, aveva fatto mozzare la testa ad entrambi! E perché la cosa entrasse bene nel capo di ‘Marcello’, perché mai avesse a cadere in qualche contraddizione e non dimenticasse neppure per un istante la parte che doveva sostenere, e non commettesse qualche gaffe, assai spesso con un sospiro gli sussurrava: «Il re di Sardegna è molto severo!».

  Il 1° agosto la coppia fa il suo ingresso a Torino. Balzac ed il suo ‘segretario’ scendono nel primissimo albergo della città, all’Hôtel de l'Europe. Occupano uno dei migliori appartamenti del primo piano; le finestre guardano sulla piazza Castello: di lì si ammirano le due statue equestri di Castore e Polluce, il palazzo reale, le cupole di San Lorenzo e della cappella della Santa Sindone, il palazzo Madama. Le camere da letto di Balzac e di ‘ Marcello’ sono vicine.

  La notizia dell’arrivo di Balzac si propaga rapidamente, la gazzetta ne dà l’annunzio, l’alta società torinese va a gara per onorare il celebre scrittore. Balzac riceve a mucchi carte da visita, lettere, inviti a ricevimenti, a cene, a teatro. A Torino non si parla che di lui, delle sue eccentricità; tutti vogliono vederlo, ammirarlo, vogliono vedere anche il suo famoso bastone da passeggio, la famosa canne de Monsieur de Balzac che ha la strana forma di clava e sul cui pomo sono incrostati turchesi a forma di miosotidi e che, collegati con una catenella d’oro, circondano lo stemma dei Balzac d’Entragues (turchesi e catenella sono doni della signora Hanska), alla sommità del pomo è fissata una piccola portella che si può aprire mediante un congegno e permette di vedere nell’interno una miniatura. Nessuno, si diceva, all’infuori della signora De Girardin (che per la famosa ‘canna’ aveva scritto nientemeno che un romanzo) aveva avuto l’onore di vedere quella miniatura che, come si venne poi a sapere, rappresentava la signora Hanska nel costume ... di Eva.

  Intanto Balzac accetta uno dopo l’altro tutti gli inviti, interviene a ricevimenti, a banchetti, a teatro, per lui si aprono le porte dei salotti dell’aristocrazia piemontese che di regola sono chiusi alla borghesia. La Marbouty dall’Hôtel de l’Europe scrive a sua madre: «Sono sola con Balzac, egli mi ha fatto indossare abiti maschili che mi stanno a pennello; ciò mi impedisce di essere riconosciuta e mi permette un’infinita libertà. A Torino passo per il suo segretario. Egli mi ama molto e mi circonda di attenzioni. Balzac ha tanta forza e potenza intellettuale che riesce simpatico a tutti malgrado non sia fisicamente bello. Noi qui conduciamo una vita principesca, siamo in relazione con il fior fiore della società. Ho un appartamento magnifico e sono servita ammirabilmente. Tutto questo è tanto più bello inquantochè Balzac solo a forza della sua incredibile attività e laboriosità mantiene la sua posizione nel lusso. Ma è carico di debiti ed è minacciato dal crollo finanziario».

  Balzac e ‘Marcello’ ottengono, per una cortese mediazione, due cavalli delle scuderie reali sui quali vanno al colle di Superga ove restano estasiati nell’ammirazione del magnifico panorama. Partecipano ad un ricevimento offerto in loro onore dalla marchesa Giulia Falletti di Barolo, nel suo palazzo di via delle Orfane e qui conoscono Silvio Pellico. Nel romanzo Massimilla Doni Balzac ricordando i ricevimenti offertigli a Torino fa un confronto fra le conversazioni dei salotti torinesi e quelli parigini e dice: «Gli Italiani, gente eminentemente intelligente, non amano approfondire la loro intelligenza fuor di proposito; presso di essi la conversazione, semplice e senza affettazione, non comporta mai, come accade in Francia, un esibizionismo personale di vanterie e di spacconate; presso gli Italiani la conversazione è brillante, non si lanciano epigrammi che possono offendere o compromettere, se vi sono satire da dire su fatti conosciuti si dicono con grazia e le persone si scambiano tra loro uno sguardo od un sorriso di una indicibile espressione».

  Che ‘Marcello’ sia una donna travestita da uomo è ormai risaputo dalla società torinese, la quale, per riguardo a Balzac, chiude in proposito un occhio e anche tutti e due; non viene sollevato alcun scandalo, solo si desidera scoprire se sotto quella veste maschile si celi una qualche personalità femminile. Qualcuno ha fatto spargere la voce che il ‘segretario’ di Balzac sia nientemeno che George Sand. Non era forse George Sand scesa altre volte in Italia e ogni qualvolta con un nuovo amante? Ora poteva esserci tornata con Balzac. La Sand non usava indossare abiti maschili? Non portava essa i capelli corti? Il fisico di ‘Marcello’ non le assomiglia forse? ‘Marcello’ è senza dubbio George Sand. Avviene quindi che la signora Carolina Marbourty (sic) è fatta oggetto di un più accentuato interessamento; ora tutti si rivolgono a lei con maggior deferenza, tutti pretendono da lei frasi, motti od arguzie. Balzac teme per la piega che prende la cosa e cerca di corriere ai ripari per evitare uno scandalo o, peggio, che tutto degeneri in farsa. Ad un patrizio torinese col quale è più in intimità confessa che il suo compagno di viaggio è veramente una donna, che non è il suo segretario e neppure la sua amante, nè, tantomeno, George Sand.

  — È una dama gentile — dice Balzac — spirituale e virtuosa la quale non avendo mai avuto l’occasione di respirare nella sua vita l’aria d’Italia e volendo riposarsi dalle noie casalinghe, d’accordo col marito si è affidata a me per quel viaggio di piacere e, per meglio divertirsi e non essere riconosciuta, per la sola ed unica volta nella sua vita, ha indossato abiti maschili. — Aggiunge che essendosi egli reso garante di un segreto che non deve essere violato non può rivelare il nome di quella gentildonna. Non si conosce la risposta che diede, se la diede, il piemontese a quella confidenza. Comunque quel che si sa è che Balzac, riuscito nel frattempo a sistemare alla meno peggio l’affare dell’eredità Guidoboni, se ne partì da Torino alla chetichella, con la Marbouty, il 12 agosto e dopo aver girovagato per Novara e visitato il lago d’Orta passò in Svizzera.

  Da Ginevra, ultima sua tappa prima di rientrare a Parigi, scrisse alla signora Hanska dicendole che egli era venuto in «pio pellegrinaggio» a Ginevra per «rivedere il luogo sacro al loro amore». Non le disse che al «pio pellegrinaggio» si era associata la Marbouty.

  Balzac serbò di Torino il ricordo di uno dei più felici periodi della sua vita, un ricordo di tranquillità e di pace quale mai aveva goduto; era stato ricevuto come un principe e, a differenza di quanto gli accadeva a Parigi, non era stato perseguitato dai creditori nè afflitto dal marasma delle sue catastrofiche imprese.

 

 

 

Adattamenti radiofonici.

 

 

  Antologia. Dai «Racconti» di Onorato Balzac: «L’Albergo rosso», Radiomattina, Rete Tre, 19 aprile 1960.

 

 

  Antologia. Da «Il cugino Pons» di Honoré de Balzac: «I due schiaccianoci», Secondo programma, 12 gennaio 1960.

 

 

  Antologia. Da «Scritti critici» di Honoré de Balzac, Rete Tre, 21 agosto 1960.

 

 

  Piccole miserie della vita coniugale. Radiocommedia di Ivan Canciullo dal romanzo omonimo di Honoré de Balzac. Compagnia di prosa di Torino della Radiotelevisione italiana. Regia di Giacomo Colli. Personaggi e interpreti: Bianca Galvan, Renzo Lori (Carolina, Adolfo sposi novelli); Anna Caravaggi, Gualtiero Rizzi (Cugina Clara, Cugino Ercole sposi da sette anni); Olga Fagnano, Fernando Cajati (Luisa, Giacomo sposi da otto anni); Enza Giovine (Amalia, cameriera); Misa Mordeglia Mari (Signora Adele, madre di Carolina); Sandrina Morra (Albertino, figlio di Ercole e di Clara); Carlo Ratti (Un sacerdote); Anna Pietrantoni (Una cameriera); Gastone Ciapini (Un medico), Secondo programma, 11 gennaio 1960; Programma nazionale, 5 agosto 1960.

 

 

  Le Serment. Episodio lirico in due quadri (da Balzac). Adattamento drammatico di Dominique Vincent. Musica di Alexandre Transman. Direttore: Bruno Maderna. Maestro del coro: Roberto Benaglio. Orchestra e coro di Milano della Radiotelevisione italiana. Personaggi e interpreti: Suzanne Danco (La contessa Beatrice); Scipio Colombo (Il conte); Petre Munteanu (José); Jolanda Gardino (Rosalia); Tommaso Frascati (Gorenflot). Voce recitante: Ruggero De Daninos, Terzo programma, luglio 1960.



Marco Stupazzoni

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