lunedì 4 novembre 2019



1942

 

 


Traduzioni.

 

 

  Onorato de Balzac, La Pelle di zigrino. A cura di Giorgina Vivanti. Ristampa stereotipa della 1a edizione 1934-XII, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1942 («I Grandi Scrittori Stranieri», 47), pp. 327.

 

  Cfr. 1934.

 

 

 

Studî e riferimenti critici.

 

 

  Fra le quinte, «Minerva. Rivista delle Riviste. Quindicinale», Torino, Anno LII, N. 18, 30 Settembre 1942, p. 336.

 

  Un tale lodava Balzac per il suo romanzo Eugenia Grandet.

  — Eh! — disse il romanziere. Voi potete essere ben felice di non averlo scritto!

  — Perché?

  — Perché voi ne potete dire tutto il bene che ne pensate, mentre io ... non oso!

 

 

  Akka, Otto Volante, «Corriere della Sera», Milano, Anno 67, N. 278, 21-22 Novembre 1942, p. 3.

 

Punti e virgole sui criminali.

 

  Il «giallo» è da noi ormai fuori moda e semi-abbandonato: logico destino di un «genere» che non era di casa nostra. Sono noti e ormai fuori di discussione i rapporti che corrono fra la letteratura e il costume sociale. Il romanzo è un prodotto dell’ambiente e del tempo; e questo sia detto considerando il romanzo non solo come prodotto industriale, ma anche da un punto di vista squisitamente intellettuale. Ho sott’occhio a questo proposito uno scritto di tanto tempo fa, di Vincenzo Morello, su Balzac e sui criteri scientifici, sicuri, profondi, in fatto di antropologia criminale, che guidarono il grande romanziere nella sua opera. La logica di Vautrin, osservava preliminarmente l’articolista, è la logica del delitto: ma, in fondo, è anche la logica del mondo nel quale il delitto si coltiva e si sviluppa. Vi era infatti una rispondenza precisa fra i personaggi creati dal romanziere e i tipi prodotti dalla vita. Determiniamo il momento criminale durante il quale i romanzi criminali furono scritti; Père Goriot è del 1835, le Illusioni perdute del 1835-43, Splendori e miserie delle cortigiane del 1847. Il ciclo va dunque dal 1830 al 1847. Ora le statistiche francesi dicono che il periodo 1825-1838 si apre con un minimo di 57.000 prevenuti e si chiude con un massimo di 90.000. E il furto, derivato dal precetto della sùbita fortuna dietro alla quale corrono i personaggi balzacchiani, dà il più vasto contingente. In questo medesimo periodo di tempo, la percentuale dei processi in Corte d’Assise è quale mai più la videro le statistiche criminali: i delitti più gravi salirono da 48.000 a 205.000. Prodotti di quel tempo, i romanzi di Balzac hanno dunque oltre che l’immenso valore letterario, un valore per così dire documentario; e quelle pagine precorsero in molti capitoli le precise osservazioni scientifiche dell’antropologia criminale.

  Ma questo non è d'altronde il caso dei «gialli»; scarsi d’arte e privi per lo più di sagacia intellettuale e di spirito d’osservazione, essi possono essere considerati prodotti di una vita sociale per documentare la quale è sufficiente la prosa della cronaca nera.

 

 

  Antonio Antonucci, Alcuni aneddoti tra quattromila, «Stampa Sera», Torino, Anno 76, Num. 291, 6 Dicembre 1942, p. 3.

 

Il caso di Balzac.


  […] Il medico Esquirol presentò un giorno a un suo allievo due uomini perché ne indovinasse il carattere dalla fisonomia e dal contegno, avvertendolo in precedenza che uno dei due era pazzo. Pur tutto l’incontro, uno non aprì bocca, mentre l’altro parlò in continuazione, sia pure non scioccamente. L’allievo scelse quest’ultimo come pazzo Era invece il giovane scrittore Onorato di Balzac Il silenzioso taceva perché si considerava il Padreterno e non degnava quindi perdere la propria voce con gli uomini. Ciò non toglie chi il tacere sia tempre utile. A conti fatti, i pazzi sono sempre di più tra i ciarlieri. […].

 

 

  Goffredo Bellonci, Traducibilità del dramma, «Rivista italiana del teatro», Roma, Anno VI, Vol. I, I Semestre, N. 1, 15 Gennaio 1942, pp. 3-13.

 

  p. 7. Rileggete un romanzo di Balzac e vedrete che il periodo acquista vita dalla pagina, la pagina del capitolo che vi descrive o vi rappresenta una scena: vi troverete parole improprie, e talvolta frasi affrettate e sciatte che vi persuaderanno d’avere innanzi uno scrittore meno puro, ma giunti al termine dell’episodio vi accorgerete che ogni cosa ed ogni persona vi ha un particolare rilievo e che lo stile del Balzac è riconoscibile appunto da questo rilievo diverso da quello di ogni altro romanziere. Traducendo, vi basterà conservate i rapporti rappresentativi e descrittivi per rendere con fedeltà l’originale. La forma insomma di un’opera narrativa è quella che vi resta nella memoria quando avete chiuso il libro: il modo di introdurre un personaggio, di descriverlo, di farlo parlare ed agire, il taglio degli episodi, il disegno delle scene. A volte, il narratore è più grande dello scrittore sicché, leggendo, vi sembra che spesso usi parole e modi approssimativi, del parlar quotidiano; ma vi accorgete che la sintassi rappresentativa può essere in lui così forte e nuova da farvi mettere a fuoco i particolari che la parola aveva lasciato sfocati. Per questo taluni romanzi, passando da una ad un’altra lingua, sembrano diventar più belli: il traduttore in tal caso avrà lavorato ciascun periodo con un’arte che l’autore non ebbe per rendere ogni particolare come l’autore l’aveva manifestamente immaginato.

 

 

  Arrigo Benedetti, Viaggio intorno alla stanza di Arrigo Beyle a Civitavecchia, «Corriere della Sera», Milano, Anno 67, N. 122, 22 Maggio 1942, p. 3.

 

  Chi, a passeggio per Civitavecchia, arriva davanti al palazzo d’Ardia e posa gli occhi sulla lapide di Stendhal, si commuove oppure si domanda: «Stendhal, chi può esser mai stato?». Perché con Stendhal non ci sono vie di mezzo: o l’ignoranza, o la mania. Questa fatta più acerba dalla vicinanza di quella, tanto ingiustificata. Se sopra la facciata del palazzo fosse scritto: Ci abitò Onorato di Balzac, tutti esclamerebbero: il romanziere! Il nome di Stendhal invece non suggerisce di colpo una definizione. Anche l’accanito lettore della Certosa non guarda a Stendhal come a un romanziere. Stendhal è un personaggio, un momento dello spirito europeo del secolo scorso Il suo nome suggerisce un modo di vita, uno stile che ha il gelo dell’architettura neoclassica e il calore della mobilia Luigi Filippo. Balzac ce lo immaginiamo della stessa stoffa di Grandet, di Goriot, di Birottau (sic): Stendhal no, lui così autobiografico, così soreliano, sembra avere scritto i suoi racconti con la mano sinistra che non sa quello che fa la destra. Il giudizio di Sainte-Beuve è meno cattivo di quel che non sembri: forse più che di giudizio critico si trattò d’una impressione umana. Stendhal era un viaggiatore, un dilettante d’arte, un amabile conversatore che, avanza tempo, ha imbroccato due grandi romanzi e alcuni eccellenti racconti. Il romanzo doveva essere la sua fisima, ma segreta.

 

 

  Luigi Foscolo Benedetto, Arrigo Beyle milanese. Bilancio dello stendhalismo italiano a cent’anni dalla morte dello Stendhal, Firenze, G. C. Sansoni Editore, 1942. 

 

Lo stendhalismo italiano (cenni generali).

 

  p. 5. Se non ci fosse il famoso articolo di Balzac sulla Chartreuse, si potrebbe dire che fu in Italia che il Beyle ebbe, da vivo, i riconoscimenti più lusinghieri.

  p. 11. Non agì soltanto l’inconscia vanità di essere uno degli happy few, uno dei pochi raffinati dell’avvenire al cui giudizio riparatore il povero Beyle si era tante volte appellato, uno dei millecinquecento europei che soli, secondo il Balzac, potevano capirlo e apprezzarlo.

 

  Numerosi sono, in tutta l’opera, citazioni e riferimenti riguardanti Balzac: pp. 80; 91; 94; 97; 98; 99; 100; 103; 108; 109; 114; 116; 118; 121; 123; 124; 125; 126; 129; 130; 135; 138; 142; 143; 144; 146; 150; 161; 162; 163; 165; 167; 171; 173; 174; 175; 184; 195; 231; 252; 260; 275; 277; 280; 294; 296; 300; 302; 324; 329; 377; 396; 407; 416; 459; 517; 530; 531; 537; 540; 542; 566; 583; 584; 597; 608; 615; 622; 642; 649; 686; 690.

 

 

  Marziano Bernardi, Boldini, «La Stampa», Torino, Anno 76, Num. 269, 11 Novembre 1942, p. 3.

 

  Ma quelle complicazioni e quei drammi e le crisi della «Femme de trente ans» erano i motivi preferiti del romanzo europeo dopo Balzac […].

 

 

  Irene Brin, Grete, «La Stampa», Torino, Anno 76, Num. 292, 8 Dicembre 1942, p. 3.

 

  Pareva che Bruno non sapesse dire altro: lo diceva con tristezza, con avvilimento, con rancore, Tani pensava che Grete dovesse soffrirne, eppure era solo Bruno che gli faceva pietà, quasi che non a Grete la giovinezza mancasse, ma a Bruno la capacità di vederla qual’era, nel sole della filovia, con le sue innumerevoli storie, tutte sparse intorno, con la sua indifferenza raggiante: era possibile che diventasse così brutta, domani, forse anche stasera, ma il gusto, zuccherino e grasso, di un cibo amato le sarebbe rimasto, e il caldo, elastico vigore. Cercò un ricordo letterario che lo soccorresse. Casanova o Balzac, le quarantenni, le centenarie, durevolmente amate, trovò solo, e gli parve misero appena pronunciato, un nome:

  — Ninon de Lenclos ...

 

 

  Giulio Caprin, Donna più che donna. La principessa Belgioioso, «Corriere della Sera», Milano, Anno 67, N. 178, 27 Luglio 1942, p. 3.

 

  Anche Carolina, che di cose italiane non sa moltissimo, sa, perché lo ha letto in Balzac, che Imperia è stata una cortigiana che ai cardinali preferiva un giovane pretino. In seguito a questi discorsi, ha considerato che aveva abbastanza goduto l’ospitalità di Cristina e ha lasciato Versailles, ma con dispiacere perché, alla partenza, si è accorta che la Principessa è la sola donna con la quale poteva vivere tutti i giorni.

 

 

  Dino Cassanelli, Virtù italica, «La Voce del Popolo. Giornale della Provincia di Taranto», Taranto, Anno 59°, N. 24, 14 giugno 1942, p. 2.

 

  “L'ingratitudine nasce forse dall’impossibilità di sdebitarsi”. Che cosa voleva dire quel francese al cento per cento che si chiamava Onorato Balzac, con tale affermazione? Voleva forse tentare di giustificare la inveterata ingratitudine dei suoi conterranei di tutti i tempi nei confronti dell’Italia? Se questo voleva dobbiamo concludere che d’impossibilità a sdebitarsi la Francia deve averne avuta sempre molta perché è sempre stata tanto ingrata con noi.

 

 

  Ennio Francia, Rassegne e segnalazioni. L’amicizia di Balzac e Stendhal, «L’Osservatore Romano Giornale quotidiano politico religioso», Città del Vaticano-Roma, Anno ottantaduesimo, Numero 137, 14 Giugno 1942, p. 2.

 

  L’amicizia di Balzac e di Stendhal risale al 1830. A quell’epoca erano già ambedue noti nel campo letterario. Stendhal aveva pubblicato, tra l’altro, alcuni saggi: Rome, Naples et Florence e l’Histoire de la peinture en Italie nel 1817; nel 1822 un Essai sur l’amour e nel 1827 un tentativo mal riuscito di romanzo, Armance. Quantunque di sedici anni più giovane, Balzac, appena trentenne, aveva una produzione e una rinomanza assai più vasta; a arte i romanzi apparsi sotto varii pseudonimi dal 1822 al 1825, nel 1829 egli aveva iniziato col suo nome la prima parte della ciclopica Comédie Humaine.

  Si erano conosciuti a casa del pittore Gérard, nel periodo in cui la Rivoluzione di luglio aveva affidato a Stendhal la missione di console a Civitavecchia presso gli Stati Pontifici, traendo l’antico e inappuntabile ufficiale napoleonico dall’inattività che si era ostinatamente prolungata per 15 anni.

  Può far maraviglia che due temperamenti così diversi anche esteriormente e per più di un lato opposti, trovassero un terreno adatto su cui saldare la loro amicizia. L’uno gettato tutto al di fuori, incapace di controllare e di controllarsi; l’altro, in apparenza alterno, ironico, con una lieve maschera da mistificatore e a sangue freddo. L’impetuosità di Balzac, senza linfa e un po' volgare, che va a dormire alle sei […] e si leva a mezzanotte per lavorare furiosamente fino alle dodici, fa contrasto con lo stile di Stendhal che anche durante la disastrosa ritirata di Russia, trova modo di presentarsi al suo generale ben vestito e ben rasato e che riesce ad occultare l’intensa vita sentimentale disciplinandola con i metodi intellettualistici di Voltaire e di Condillac.

  Furono ad ogni modo contatti seri e fruttuosi. Fin dall’inizio delle loro conversazioni, Stendhal aveva suggerito a Balzac il tema per l’Ecce Homo inserito nei Contes bruns e quello dell’avventura della contessa Pernetti per la Physiologie du mariage. La partenza per la missione diplomatica, non ruppe i legami d’affetto fra i due scrittori e da una parte e dall’altra d’ora innanzi è un rimbalzare d’allusioni e di elogi. Ne la «Maison Nucingen» - da ricordare che nel 1831 Stendhal aveva portato a termine il primo grande romanzo Rouge et Noir – Balzac scriverà di lui che è «uno degli uomini più spirituali e profondi di quest’epoca»; e in Massimilla Doni che è «uno degli scrittori più geniali di oggi». Dal canto suo Stendhal non si lascia sfuggire occasioni per testimoniare all’amico la propria ammirazione. Nei «Mémoires d’un Touriste», apparso nel 1837 quando Balzac aveva cominciato le Scene della vita parigina, farà sapere ai suoi lettori: «Ho trovato nella mia camera un volume di Balzac: l’abbé Birotteau de Tours. Quanto ammiro questo autore!». E un po' più giù: «Cosa sarebbe la letteratura francese per la maggior parte di coloro che leggono in Europa senza George Sand e Balzac?». Ciò non toglie che non riveli anche lui la verbosità implacabile e la fraseologia stracarica di Balzac: «Io amerei uno stile più semplice ma l’acquisterebbero allora i provinciali? Credo ch’egli faccia i romanzi in due tempi, dapprima ragionevolmente poi li veste in bello stile ideologico, con pâtiments dell’anima e altre belle cose».

  Qualche anno appresso la loro amicizia minaccia di diventare collaborazione. Il disastro, e cioè la Certosa rimaneggiata secondo gli intendimenti di Balzac, fu fortunatamente evitato.

  Nel 1830 Stendhal aveva compiuto n viaggio in Inghilterra. Tornato a Parigi, 8 rue Caumartin, in cinquantadue giorni, dal 4 novembre al 26 dicembre 1838 dettò i sei enormi quaderni de «La Chartreuse de Parme». Egli stesso in una forma che gli era familiare, aveva notato di sua mano, su un esemplare detto di Chaper che Edoardo Champion ha fatto riprodurre in fac-simile per cento sottoscrittori:

  «The Char, made 4 novembre 1838-26 décembre id. The 3 septembre 1838, I had the idea of Char. I begined the 4 nov. till the 26 déc. I send the 6 énormes cahiers to Kol, for les faire voir in the bookseller». Tale indicazione, del resto insospettabile, toglie valore a quanto egli per precauzione contro la censura aveva asserito nell’avvertenza al romanzo: «Questa raccolta fu scritta nell’inverno del 1830 a trecento leghe da Parigi; non c’è quindi alcuna allusione ai fatti del 1839». Nell’avvertenza Stendhal precisava ancora che la storia della Sanseverina gli era stata raccontata a Padova, al caffè Pedrotti, dal nepote di un canonico mentre prendevano insieme uno zabaione. Anche codesta affermazione non è esatta e lo han dimostrato i copiosi studi che sono recentemente apparsi in occasione del centenario del romanzo. Le fonti della storia della Sanseverina sono assai più complesse e vanno ricercate altrove e cioè in alcune cronache italiane su cui Stendhal aveva potuto metter mano a Roma nel 1833. Se ne possono avere ampie notizie nella introduzione che Paul Arbelet ha premesso alla riproduzione dell’esemplare Chaper e nelle ricerche di Martino, Jourda e Martineau. A tale elemento va aggiunto quello della famosa descrizione della battaglia di Waterloo che, sempre secondo le induzioni dell’Arbelet, fu scritta per Eugenia di Montijo, la futura imperatrice, e che l’Arbelet ha rintracciato a Grenoble in primo abbozzo nel manoscritto che porta la data del 1 settembre 1838. Due giorni dopo, il 3 settembre, Stendhal dovette intuire la possibilità della fusione delle due idee e quel giorno egli scelse per la nascita del romanzo.

  Anche Balzac fu per lungo tempo ossessionato dall’idea di scrivere «un romanzo intitolato La Bataille dove si sente tonare il cannone fin dalla prima pagina … e Napoleone che domina su tutto», ma non ne fece mai nulla. Gli capitò all’improvviso di leggere la descrizione della battaglia di Waterloo nel «Constitutionnel» del 17 marzo 1839: «Io ho letto nel «Constitutionnel», scrive Balzac all’amico, un articolo tratto da La Chartreuse che mi ha fatto commettere il peccato d’invidia. Sì, sono stato vittima di un eccesso di gelosia dinanzi a questa superba e vera descrizione di battaglia che io sognavo per le «Scènes de la Vie Militaire», la parte più difficile della mia opera; e questo brano mi ha rapito, angosciato, incantato, esasperato. Ve lo dico candidamente. E’ come Borgognone, Wouvermans, Salvator Rosa e Walter Scott». Ravvicinamenti tipicamente balzacchiani. Il 6 aprile aveva già divorati i due volumi de La Certosa e ne scriveva a lungo all’autore. Dopo le lodi, egli diceva chiaramente che, secondo lui, era stato un immenso errore l’aver precisato Parma e citava Hoffmann per sostenere il suo assunto; gli suggeriva inoltre di sopprimere alcune lungaggini al principio e di sviluppare maggiormente gli episodi alla fine.

  Stendhal non potè discutere della cosa con Balzac chè dovette lasciare Parigi per Civitavecchia il 7 maggio. Ma mentre prese a riscrivere il capolavoro daccapo secondo i suggerimenti dell’amico, Balzac, dopo una terza lettura, pubblicò il famoso articolo nella Revue Parisienne (25 sett. 1840) dove in 73 pagine faceva esplodere la sua ammirazione e il suo entusiasmo per Stendhal. Stendhal ne fu commosso e maravigliato e scrisse una lunga lettera di ringraziamento a Balzac in cui diceva di accompagnare un volume della Cerosa intramezzato da pagine bianche «qui demandent vos réflexions». Nonostante più accurate ricerche, non è stato finora possibile rintracciare la lunga lettera né il volume.

  Nell’archivio di Grenoble, l’Arbelet ha trovato tre redazioni autografe della lettera stendhaliana e ne pubblicò i risultati e i commenti nella Revue d’histoire de la France (1917, T. XXIV, p. 537-539).

  Marcel Bouteron ha recentemente esaminato gli autografi stendhaliani di Grenoble – Revue des Deux Mondes, luglio 1941 – e concorda con gli altri nel decifrare la difficile scrittura per quanto riguarda gli elogi che il vecchio romanziere faceva di Balzac soprattutto per il Lys dans la Vallée e per il Père Goriot; con questo in più, che nel testo autografo della prima redazione ha potuto leggere, sotto una cancellatura, le seguenti parole: En 1880, M. de Balz. sera plus célèbre que M. I/3 et même qu’un, plus prince, Lph; e cioè M. de Balzac (Balz.), M. Thiers (I/3) e Luigi Filippo (L. ph.). Il contesto suona così: «Vi confesso che pongo il mio orgoglio nell’avere più chiara rinomanza nel 1880; allora si parlerà poco di Metternich e ancor meno del piccolo principe (il duca di Reichstadt). La morte ci fa mutar di posto con costoro; nel 1880 Balzac sarà maggiormente celebre di Thiers e di un principe, Luigi Filippo. Essi possono tutto su i nostri corpi durante la vita, ma appena morti, il silenzio li invade».

  Fu l’ultimo omaggio di Stendhal a Balzac. Nel 1843, un anno dopo la morte dell’autore della Certosa che così profondamente aveva amato l’Italia da voler per epitaffio la semplice dizione Henri Beyle, Milanais, Balzac ricorderà ancora una volta, ne la Muse du département, il suo amico come il più sottile analista delle sfumature dell’amore, «uno degli uomini più importanti del nostro tempo, la cui scomparsa affligge ancora le lettere».

 

 

  Eugenio Gara, Il valzer dell’addio, «Corriere della Sera», Milano, Anno 67, N. 149, 23-24 Giugno 1942, p. 3.

 

  Il cuore di donna, anche se pochissimo adatto al riposo, era pronto. Era passato poco più d’un anno da quando Liszt e la signora D’Agoult lo avevano invitato una sera all'Hôtel de France per presentargli George Sand. L’impressione di Chopin era stata disastrosa e tornando a casa con l’amico Hiller non si stancava dal ripetere: «Che donna antipatica quella Sand! Ma è poi davvero una donna? Quasi ne dubito».

  Questo veramente lo aveva detto anche Balzac: «Ha i caratteri dell’uomo, ergo non è donna». Il guaio è che Chopin, il più ingenuo dei due, volle accertarsene.



  Lorenzo Giusso, Nietzsche, Milano, Fratelli Bocca, Editori, 1942.

 

Misticismo germanico e romantico.

 

  p. 32. In Balzac, come in Novalis, in Schelgel (sic), in Schleiermacher, vibra il senso religioso e messianico d’un nuovo millenario umano, il raggiungimento della postulata unità dell’uomo di Dio è atteso come un messaggio che fortificherà e rinnoverà infinitamente l’uomo; […].

  pp. 33-34. Le eroine di George Sand […] giustificano la loro rivolta contro le leggi della società ingiusta, con l’oppressione intollerabile che queste leggi hanno fatto loro subire; si tratta, il più delle volte di donne mal maritate, prostituite da mariti frolli e viziosi, che ritrovano nelle braccia d’un amante robusto, sano e spregiudicato, la felicità contestata loro dalle leggi. Ma gli eroi di Balzac, Rubemprè (sic), Canalis, Rastignac, Bianchon, Du (sic) Marsay non sentono già più l’urgenza di legittimazioni e di apologie, come non li necessita già più Julien Sorel. Balzac non sa difendersi dalla seduzione di questi bellimbusti affascinanti, di questi semidei brillanti i quali si gettano su Parigi come sopra una pampa da conquistare e senza volerlo, puniscono la società delle sue grettezze ed ipocrisie. Canalis, Lucien de Rubemprè, come Julien Sorel, non sono gli apostoli d’una società migliore, nè sperano di recuperare il tesoro delle virtù naturali trafugato e seppellito dall’artificio sociale. Date a Julien Sorel un brevetto d’ufficiale degli ussari e più tardi un seggio nella Camera dei Pari, assicurate a Lucien de Rubemprè il pacifico possesso di M.me d’Espard o M.me de Sérizy, ed essi non penseranno più a rigenerare il mondo. È vero che Balzac e Stendhal, come già Schiller nei Raüber, ci mostrano, colla catastrofe dei loro irruenti eroi, il fallimento del loro arbitrario individualismo e considerano la loro apparizione una perturbazione dell’ordine.

 

Le considerazioni inattuali.

 

  p. 85. L’operista ribelle [Wagner], il rivoluzionario di Dresda, il pioniere della musica dell’avvenire, è egli stesso un eroe multanime, un’esperienza tragica lanciata attraverso le vicende del tempo, un tenebroso, di quelli che Balzac amava rappresentarci mentre dalla camera squallida d’una locanda danno l’assalto ad una metròpoli. Egli stesso è della schiatta di Anthony, di Rubempré, di Julien Sorel, è egli stesso uno dei «beaux ténébreux» alla moda intorno al 1830 […].

 

La genealogia della morale.

 

  pp. 178-179. I «conoscitori del cuore umano» francesi si caratterizzano fra tutti, per il comune presupposto d’una meccanica dei sentimenti che istituisce fra loro una genealogia innegabile, da Montaigne e la Rochefoucauld a Balzac. Che l’ambizione, l’avarizia, l’appetito del successo, il rabbioso arrivismo esauriscano l’essere umano è un teorema incontestabile per ogni narratore francese, così come le leggi della caduta dei gravi o dell’azione minimale. Balzac credendo poter istituire una statica e una dinamica sociale, raccoglie una eredità di tentativi antichissimi: le sue leggi del mondo morale stilizzano, sostanzialmente, l’idea delle passioni, tutte fisiche, corporee e glandolari, enunziata dal Descartes nel suo famoso Trattato delle passioni. La storia è pertanto la risultante dell’eccessività, della foga, del gioco alterno delle passioni scatenate: a nessuno verrà mai in mente di trasformare questa mutevole giostra in una palingenesi divina. Giace su questo profondo senso intimo la rappresentazione, piena d’amaro realismo, propria del romanzo e della commedia francese, comune ai suoi maggiori rappresentanti: da Molière a Balzac e a Flaubert e Maupassant, il romanzo francese non ci ha mai presentato carriere di edificanti riscatti, nè favolose conquiste dell’Assoluto. Per ottimista che sia il romanziere francese — da Molière a Balzac, a Flaubert o a Maupassant — non saprà mai descriverci l’indiamento o la «salvazione» del suo eroe; avvezzo per educazione atavistica e diffidare delle passioni, egli ci mostrerà i suoi croi precipitare in un abisso di turpitudine o quanto meno, di sconsolata desolazione: nessuno di questi eroi arriva come Faust o Wilhelm Meister alla piena maturità, alla pacificazione o al totale possesso di sè stesso.

p. 200. Mentre in Balzac prevale, dietro le sue inclinazioni cattoliche, un concetto tutto deterministico dell’uomo, che, in fin dei conti, si riduce per lui ad una massa gravitante ed attratta verso un centro, in Dostojewsky si afferma un’intelligibilità trascendentale.

  p. 205. La carriera dell’inventore o del poeta contrastato, dell’apostolo perseguitato o dell’agitatore costretto alla fuga od all’esilio rivelano un dinamismo assai più ampio ed intenso che non quella dell’avventuriero o del dilettante di sensazioni. Balzac che si sequestra, nel suo studio come San Paolo nel terzo cielo, per riportarne fuori una moltitudine d’esemplari umani, Wagner che oscilla fra gli abissi dello squallore e della miseria, fisso nella creazione del suo mondo d’eroi e di numi, Augusto Comte ignorato dalla scienza ufficiale ed ossessionato dai suoi sogni d’una nuova cattolicità del sapere, Edison o Pasteur, che lottano per il riconoscimento delle loro scoperte liberatrici, sono essi inferiori all’avventuriero che s’espatria od al raté precipitato nella Legione staniera (sic)? Solo un grossolano apprezzamento quantitativo può svalutare come inerti e vuote le ore della grande creazione mentale o sfigurarle come un pallido ascetismo in confronto della radiante attività del soldato e dell’uomo d’azione. Già Balzac osservava con sorprendente acume che le ore della signorina Gamard e dell’abate Troubert non erano meno intense di quelle di un generale o statista curvo sui suoi piani di aggiramento strategico o politico. A più forte ragione va rigettato come un metro di valutazione tutto esteriore quello che giudica riuscita una vita secondo la quantità di scosse veementi o di sensazioni intense che può accaparrarsi.

  pp. 210-211. Fin adesso soltanto la grande pittura della Rinascenza italiana, soltanto Rubens o Velasquez oppure romanzieri come Stendhal o Balzac, i moralisti come Macchiavelli (sic) o Castiglione hanno pronunziato l’elogio della grazia mondana e della selezione aristocratica, della magnificenza militare e delle «buone maniere», soltanto gli artisti ci hanno trasmesso le immagini esemplari dei cavalieri compiuti, dei fini diplomatici, dei tiranni superstiziosi della fortuna.

 

L’arte.

 

 p. 248. Tintoretto scacciato dallo studio di Tiziano, Michelangelo che sfida le collere di Papa Giulio II, Balzac che s’ingolfa in un mare di debiti, sicuro di riemergerne vittorioso, Foscolo che si illude di lottare con Napoleone e poi con la Restaurazione, Dostojewsky che si lascia travolgere in una congiura dalle cui premesse ideali profondamente dissente, Alexandre Dumas o d’Annunzio che si compiacciono di ammucchiare giganteschi debiti, ci attestano un anelito costante, ad un’esistenza turbata e satura d’imprevisto e di terribilità.

  pp. 250-251. Questo è il senso della prolifica e potente serenità dei grandi artisti della Rinascenza, un Donatello, un Tiziano, un Tintoretto, un Raffaello, come di nostri giorni, Balzac. Essi amano la vita per la quotidiana professione d’eroismo a cui essa li costringe. Essi non negano più.

  p. 266. Se in Giorgione, in Sodoma, in Raffaello, in Caravaggio, abbondano i tratti scapigliati, in Beethoven ed in Balzac predomina una sorta di folgorante estasi creativa.

 

Sguardo generale.

 

  p. 359. È la spiritualizzazione degli impulsi e dell’attività che spinge a un’indefinita irrequietezza Antony e Franz Sternbald, Lucien de Rubempré, Obermann e Julien Sorel, e che fa, nell’opera di Balzac, di Rastignac un modello e di Vautrin un semidio.

 

 

  Lorenzo Giusso, Eva regina, «il Resto del Carlino», Bologna, Anno 58, Numero 162, 8 Luglio 1942, p. 3.

 

  La pomposa idolatria di cui vediamo circondate le grandi dame, nei romanzi di Balzac, l’insana frenesia mondana che si insignorisce dello studente Eugène de Rastignac o del poeta Canalis, quella conquista del bel mondo rappresentata come una battaglia di giganti, ed in generale, quell’ingrandimento epico delle alcove aristocratiche, sono oggi così antiquati da apparire enfatici. La ieratizzazione del salotto è uno dei motivi per cui appaiono oggi ingiallite certe parti dell’opera di Balzac.

  Nessuno, si può dire, dei grandi prestigi e dei primati del secolo XIX resta inaccessibile alla donna. […] George Sand non si limita a indossare i pantaloni ma compone una Comédie humaine più fortunata se anche assai meno intensa e solidamente connessa di quella di Balzac.

 

 

  Salvatore Messina, Giurisprudenza, «Il diritto di autore. Rivista giuridica trimestrale della Società italiana degli autori ed editori», Roma, Anno XIII, N. 2, Aprile-Giugno 1942, pp. 114-136. v.13 1942.

 

  pp. 132-133, nota (3). Balzac ha espresso in una alata similitudine questa prerogativa della creazione artistica. «L’immaginazione — egli dice (Notes sur la loi de la propriété littéaire, pag. 13) — è come il sole, che compone il paesaggio di Rio de Janeiro e quello di Napoli, il paesaggio di Costantinopoli e quello del lago di Ginevra, sempre servendosi degli stessi elementi, del verde della vegetazione, dell’aria, delle acque.



  Marino Moretti, Giardino delle piastrelle, in L’odore del pane. II edizione, Morcelliana, Brescia, Morcelliana, 1942, pp. 71-79.

 

  pp. 71 e 75. Cfr. 1941.

 

 

  Giuseppe de Mori, La “tragedia umana” e la tragedia dell’umanità, «L’Ordine. Settimanale Cattolico Salentino», Lecce, Anno XXXVII, N. 42, 12 Dicembre 1942, p. 1.

 

  I superstiti fogli letterari di Parigi hanno trovato modo di ricordare, malgrado tutto, che questo morente e triste 1942 è stato, oltre a tutto, l’anno centenario della «Commedia umana» di Onorato di Balzac, che tanto furore di successo ha avuto nel 1842.

  Era allora appena trascorso mezzo secolo dalle furie della rivoluzione, ma Balzac ne aveva visto dentro abbastanza per scrivere: «La rivoluzione francese fu uno scambio di pregiudizi pagati fiumi di sangue». Per esser esatto avrebbe dovuto scrivere che la rivoluzione è stata il sopravvento forsennato del pregiudizio sulla verità, perché aveva voluto sostituir la ragione alla religione, l’uomo a Dio ed ha determinato così quell’anarchia che tutt’oggi sconvolge il mondo. […].

  Quando uscirono le pagine di «Commedia umana» Stendal (sic) scrisse da Civitavecchia al Balzac che nel 1978 i posteri dei rivoluzionari avrebbero «finito col fare di Voltaire il loro Dio»; avrebbero, cioè, finito col sostituire l’ordine col disordine. E la sua previsione si è avverata mezzo secolo prima, perché la «Commedia umana» del 1842 s’è nel 1942 tramutata nella tragedia dell’umanità.

  Balzac prevedeva il crollo di quelle ideologie che pretendevano di sostituirsi alla religione, scrivendo: «Le rovine della Chiesa e della Nobiltà, della Feudalità e del Medio Evo — scriveva — sono sublimi e destano ora lo stupore e l’ammirazione dei vincitori, ma quelle della Borghesia saranno un ignobile sfacelo di cartapesta, di calcine, di stucchi. Questa immensa fabbrica di piccole cose, di capricciose efflorescenze da quattro soldi, non darà nulla, nemmeno un po’ di polvere».

Ha dato, pur troppo, qualche cosa di più della polvere, ha dato il sangue. A che servono le leggi, che dovrebbero per lo meno frenare i vizi d’una società corrotta — si chiedeva — se nessuno pensa a farla rispettare? «Confessiamolo — protestava Balzac — noi manchiamo di patriottismo. Il vero patriota è cittadino sufficientemente compreso dell’importanza delle leggi per farle eseguire, anche a suo proprio rischio e pericolo.

  Invece la ribellione alle leggi di Dio preparò la ribellione alle leggi dell’uomo.

  Credettero di soppiantare l’amore del prossimo predicato da Cristo con la «fraternità» e con l’«uguaglianza»; e incominciò viceversa da allora quella lotta di classe che condusse da un lato al bolscevismo e dall’altro al supercapitalismo; vale a dire non ad un ordine sociale di giustizia, bensì di prepotenza e di egoismo.

  Giurarono sulla «libertà» insegnando all’uomo la ribellione a Dio; e la libertà senza Dio è stata la più obbriosa (sic) delle schiavitù, la schiavitù di se stessi, con il sopravvento dell’istinto sulla ragione, del senso sullo spirito della forza sull’intelligenza.

  La libertà di stampa avrebbe dovuto essere il vessillo spiegato al vento d’una società liberala dall’inquisizione: e la stampa divenne il tirannico monopolio del più ricco e del più spregiudicato. Balzac aveva scritto con preveggenza: «Si uccide la stampa, come si uccide un popolo, dandogli la libertà».

  La tremenda lezione va adunque raccolta, per chiamare l'umanità a Dio, che è vera libertà, che è vera verità, che è vera uguaglianza. Per tutti Cristo ha versato il suo Sangue di Redenzione, tutti ci ha voluto fratelli, a tutti ha dato la libertà di scegliere al suo cospetto il bene o il male, di essere cioè gli arbitri della nostra eterna dannazione e della nostra eterna salvezza.

 

 

  Luigi Muti, Balzac e la Chiesa, «L’Osservatore Romano. Giornale quotidiano politico religioso», Città del Vaticano, Anno ottantaduesimo, Numero 297, 21-22 dicembre 1942, p. 1.

 

  Risalgono a cento anni fa le date di due «libri» che esercitarono una influenza enorme sulla cultura occidentale: la Commedia umana di Balzac e il Corso di filosofia positiva di Comte. La coincidenza mette insieme il maestro dell’arte naturalistica e quello del positivismo filosofico. E’ solo fortuito, l’incontro? Ci sono punti di contatto fra i due? Ferdinando Brunetière avvicinò acutamente l’uno all’altro. Non intendiamo, noi, rifarci a quell’accostamento per tracciare un capitolo «centenario» della storia del positivismo, oggi che il positivismo è clamorosamente rigettato nell’arte e nel pensiero. Intendiamo domandarci quale posto assegnino alla Chiesa e alla sua missione nel mondo l’uno e l’altra.

  La Commedia umana non è stata pubblicata in un anno; essa comprende 97 romanzi che Balzac scrisse nei trenta anni dalla sua implacabile fatica, dai venti ai cinquant’anni, in cifra tonda, cioè fino alla morte; secondo il piano iniziale dell’immenso ciclo, i romanzi avrebbero dovuto essere 143, ma la vita non gli bastò, e tuttavia, l’opera è gigantesca e costituisci il più grandioso documentario di storia della società nel quale si agitano cinquemila personaggi, scolpiti con mano sicura nella febbre di un lavoro che spesso costringeva l’artefice a restare a tavolino venticinque ore al giorno.

  A questa biblioteca singolare, Balzac tentò a più riprese di dare un titolo generale (Studi filosofici o sociali a di costumi): ma non fu mai contento fino a che non ebbe trovato — tra il 1841 e il 1842 — il titolo che riassume perfettamente l’opera e lo spirito di essa: Comédie humaine. Esso ha evidenti risonanze dantesche e qualche cosa di dantesco, senza dubbio, inferno e purgatorio, balena qua e là nei cerchi cocenti di tanta umanità peccatrice; ma l’ispirazione immediata del titolo è nei versi famosi coi quali De Musset canta la tristezza della vii a che si conclude nella polvere dello scheletro: Toujours mêmes acteurs et même comédie

  E’ appunto nella prefazione della Commedia che Balzac, quasi a fissare la sua insegna ideale, afferma; «io scrivo alla luce di due fiaccole immortali, la Religione e la Monarchia» una professione fede, religiosa e politica, che potrebbe sembrare fuori posto a preludio di una collana di romanzi, se non si tiene presente il cancello di romanzo bandito da Balzac e dalla sua scuola: concetto che non ha niente a vedere colla lettura amena, e tanto meno con quella ricreativa ed educativa e nemmeno con il romanzo dei romantici, o a fondo storico o a ispirazione autobiografica. Il romanzo è una storia, anzi una storia naturale, in cui l’autore non parla di sè o delle proprie fantasie ma documenta (si sarebbe detto, poi) fotografa la «realtà», cioè l’altro e gli altri. Secondo i de Goncourt, «la storia è un romanzo che si è effettuato; il romanzo è una storia che avrebbe potuto effettuarsi».

  Non dobbiamo qui giudicare in sede estetica questo romanzo che pretese di essere naturalista e sperimentale. Balzac, come tutti gli ingegni sovrani, supera le definizioni e le strettoie degli schedari. Egli, mentre pretende di essere un «obbiettivo», è pur sempre un romantico impetuoso che ha il gusto matto dell’iperbole nell’invenzione e nel commento. Giudichiamo in sede psicologica: questo creatore di un mondo di vividi fantasmi ha scrutato a fondo, come pochi, tutti i segreti del cuore umano. Che cosa ha visto? Ha visto quel che vide Giuseppe De Maistre: «Non conosco – egli scrive – la coscienza degli scellerati; conosco solo quella di un uomo onesto ed è spaventevole».

  Balzac è un pessimista. Ed è in questo senso che noi lo consideriamo come un antirivoluzionario. Che egli sia anche politicamente uno dei maestri della controrivoluzione, perché è monarchico e tradizionalista, può non interessarci perché non incide direttamente nella valutazione religiosa. Un fattore dell’antico regime (e gli esempi anche recentissimi non mancano) può considerare la Chiesa come un elemento necessario dell’«ordine» politico. Balzac dice di più e di meglio: considera la Chiesa nelle anime, quale vindico del bene e vede l’ordine sociale come conseguenza ed espressione dell’ordine spirituale. Scrive, sempre nella prefazione della Commedia: «Il Cristianesimo e il Cattolicismo specialmente, essendo, come dissi nel Medico di campagna, un sistema completo di repressione delle tendenze malvagie dell’uomo, è il maggior fattore dell’ordine sociale».

  Pessimismo, dunque, che si contrappone alla icologia della Rivoluzione, al deismo ottimistico dell’uomo naturalmente buono, che non ha bisogno né di Grazia né di Chiesa; ma pessimismo temperato dalla cristiana virtù redentrice di cui è ministra la Chiesa. Il Curato del villaggio — una delle più belle figure di sacerdoti create da Balzac – riprendendo la celebre pagina di De Maistre sulla universalità dei sacrifici, dice: «La morte del Redentore che ha riscattato il genere umano, è l’immagine di ciò che dobbiamo fare per noi stessi: riscattiamo le nostre colpe! riscattiamo i nostri errori! riscattiamo i nostri delitti! tutto è riscattabile; il Cattolicismo è in questa affermazione; e da esso, i suoi adorabili sacramenti, che aiutano per il trionfo della grazia e sorreggono il peccatore. Piangere, gemere, come la Maddalena nel deserto, non è che il cominciamento; operare, è la fine. I monasteri piangevano ed agivano, pregavano e civilizzavano. Essi sono stati lo strumento attivo dalla nostra religione divina. Essi hanno fondato, piantato, coltivato l’Europa, salvando il tesoro delle nostre conoscenze e quello della giustizia umana, della politica e delle arti. Sempre si riconosceranno in Europa i centri di questi punti luminosi. La maggior parie delle città moderne sono figlie di un monastero ...».

  Nel Curato del villaggio è squisitamente analizzata la psicologia del prete che vive secondo il cuore di Dio; il prete esemplare, il prete autentico «che ha in cuore una delicatezza finissima non alterata dalle passioni, la quale gli dà un senso di maternità dinanzi ai dolori delle anime a lui affidate. Questa mens divinior, questa tenerezza apostolica mette il prete al di sopra dagli altri uomini e ne fa un essere divino».

  Chateaubriand e Lamartine avevano restituito alla immagine del prete, dissacrata e vituperata dai retori e dai sofisti della Rivoluzione, alla santità delle visioni ideali; ma Balzac, padre del realismo scolpisce i potenti profili dei suoi sacerdoti sul duro piano dell’analisi e del documento. Il pessimismo fondamentale induce certamente Balzac a fissare nelle anime e nella vita quanto vi ha di più degradante e di più oscuro; ma tra le ombre insistenti del suo mondo emergono pure le luci di creature sane e generose e tra queste, non pochi sacerdoti. A prescindere dalle figure secondarie e dall’equivoco Vicario delle Ardenne, i preti del Curé de Tours, dell’Envers de l’histoire, del Médecin de campagne, del Curé de village, dei Paysans, sono uomini di fede e di azione. Se non sono tutti dei Curati d’Ars — ed è naturale — tutti hanno l’ardore dell’apostolato: non sono confinati nè in coro nè in sacristia, ma tendono a vivere in mezzo al loro popolo con opere positive di carità e di giustizia.

  «Tre uomini — così Balzac nel Colonel Chabert — vi sono nella nostra società che non possono avere stima del mondo: il prete, il medico, l’avvocato; tre uomini che vestono di nero perché portano il lutto di tutte le virtù, di tutte le illusioni. Però, il prete è nelle migliori condizioni, perché quando l’uomo va a trovare il prete, vi arriva cacciato dal pentimento per i rimorsi. Le credenze rendono interessante il prete, lo fanno grande, consolano l’anima sua e la sua fatica non è mai senza gioia, perché egli purifica, ripara, concilia». La parte migliore e più ardua della missione sociale spetta al prete, cui incombe il compito di «associare la Chiesa agli interessi popolari per farle riconquistare la sua influenza sulla masse con l’applicazione delle sue dottrine evangeliche».

  Un piano di riforma sociale cattolica si profila così sul pensiero di Balzac, con evidenti analogie al programma di Le Play: la famiglia, la Corporazione, la Chiesa. La funzione dello Stato è considerala da lui non prevalente. E’ avverso al liberalismo perché ritiene che lo Stato non debba dare «la libertà»; ma è avverso all’assolutismo perché ritiene che lo Stato debba dare, anzi riconoscere, «le libertà». Nella lettura sul lavoro, postuma, nega allo Stato l’ingerenza nei rapporti della industria e del commercio; ed è per questo che egli è stato annoverato — a ragione o a torto — tra i cattolici liberali, a fianco di Montalembert, di Berryer, di Lamartine.

  Ma noi ci fermiamo a fissare il compito della Chiesa che l’artista inquieto, nell’affanno delle sue passioni e dei suoi turbamenti, ravvisa laminoso nelle tenebre dell’anima e del mondo. Nel suo studio filosofico dal titolo Jésus Christ en Flandre, egli sceneggia con veemente bizzarria il proprio dramma interiore: in una navicella fragile, battuta dalla tempesta, egli con altri viaggiatori di vario ceto, rischia di annegare ed è salvato solo da una vecchia misteriosa, che è la Chiesa. Più volte, agli inviti di costei, lo spirito ribelle dell'artefice recalcitra e vaneggia, ma alla fine cede: «Credere — egli confessa — vuol dire vivere! io veggo passare il funerale di una monarchia (lo scritto è del 1831). E’ necessario difendere la Chiesa!».

  Com’è noto, tutte le fabulae amatoriae di Balzac, cioè i romanzi di amore impuro, sono all’Indice. La ragione è evidente (e prescindiamo dalle storie ridevoli, d’imitazione boccaccesca, che non fanno onore allo scrittore): la rappresentazione del male, del vizio, del peccato è, talvolta, così drastica, che fa pensare ad una storia clinica o a un processo a porte chiuse. Il giudizio, necessario e giusto, non pone in discussione le intenzioni riformatrici dell’autore. Esso presenta qualche analogia con la proibizione delle opere di Alfredo Oriani — un balzacchiano convinto — pure essendo, la proibizione di Balzac, ristretta alte sole amatoriae.

  La testimonianza resa da Balzac alla Chiesa resta in tutta la sua significazione. Che è grandissima, comunque si consideri Balzac, o come un cattolico privo della piena osservanza della Fede, o come un deviato e un lontano.

  Il vibrante pamphlet in difesa della Compagnia di Gesù (dal titolo: Storia imparziale dei Gesuiti, tradotto in italiano da Conquista cattolica, nel 1922) è un elemento di giudizio che non va trascurato.

  Quanto all’arte «realistica» che lo riconosce come maestro insuperato, essa ha derivato da lui due autori famosi di opposte tendenze: Zola, anticlericale e sovversivo, Bourget, cattolico e tradizionalista. Chi dei due ha maggior diritto di rifarsi a Balzac?

  Il «realismo» artistico è, del resto, superato da un pezzo. Oggi siamo in pieno «surrealismo». (Non osiamo dire con quanto guadagno).

 

 

  V. N., Un milanese contro Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno 67, N. 291, 7-8 Dicembre 1942, p. 3.

 

  Il 19 febbraio 1837 Onorato Balzac giungeva a Milano con una raccomandazione di Fanny Sanseverino Procia (sic) per Clara Maffei. Non fece fisicamente una buona impressione, ma fu accolto con deferente cordialità nel famoso salotto e presentato ai più illustri frequentatori. La fama dello scrittore soverchiò l’altra di uomo che lasciava a Parigi 200 mila franchi di debiti presso usurai in conseguenza delle sue fallite speculazioni. Querulo, rannuvolato, dondolante sempre la testa, facile ad addormentarsi anche in piena conversazione, Balzac destò molto interesse fra i milanesi.

 

Pagine che sono sciabolate.

 

  A Milano egli conobbe letterati ed artisti e visitò anche Manzoni paragonandolo a Chateaubriand. Ciò non tolse che, recatosi per alcuni giorni a Venezia, in casa Soranzo uscisse in acerbi giudizi sui Promessi Sposi, su D'Azeglio, su Grossi: era presente il conte Tullio Dandolo che lo rimbeccò e ne nacque poco meno di una lite. La cosa si seppe, e giornali di Venezia e di Milano insorsero. Balzac incominciava ad avere una pessima stampa, e solo l’amabilità della Maffei riuscì ad ottenere che gli venissero perdonati i suoi atteggiamenti come stranezze del genio. Balzac lasciò Milano conservandosi pochi amici: gratissimo rimase sempre alla Maffei, alla quale dedicò poi racconti e inviò omaggi.

  Nel coro di indignazione che ne salutò la partenza sovrastò la voce di un brav’uomo, valoroso soldato e che si piccava di lettere, un Antonio Lissoni intorno al quale si sa ben poco tranne che abitava in contrada di San Vittore e Quaranta Martiri al numero 1191. Egli aveva iniziato la pubblicazione di un’opera in parecchi volumi dal titolo Fatti storico-militari dell’età nostra nella quale, giovandosi delle memorie e degli elementi raccolti durante le guerre dal 1800 al 1813 alle quali aveva partecipato, e specie durante la guerra del primo Impero in Spagna, riferiva le più gloriose azioni dei soldati italiani.

  Figurarsi se il Lissoni poteva lasciar passare liscie a Balzac le sue calunnie agli italiani, sparse nelle Scene della vita parigina e specialmente nella introduzione al primo romanzo! Eccolo buttar giù in fretta, proprio mentre Balzac veniva idoleggiato a Milano, un opuscolo stampato dalla tipografia e libreria di Felice Rusconi in contrada dei Due Muri n. 1033. con il titolo Difesa dell’onore delle Armi Italiane oltraggiato dal signor Di Balzac e confutazione di molti errori della storia militare della guerra di Spagna fatta dagli Italiani. L’opuscolo, oggi rarissimo, è di 63 pagine, tutte veementi, soldatesche, sciabolanti. La difesa è calorosa, minuziosa, inesorabile: ne escono vividi quadri di battaglia, eroiche figure di comandanti e di soldati, episodi ignorati di valore ai quali bisogna credere non solo perché il Lissoni, ufficiale di cavalleria nell’esercito con il quale Murat invase la Spagna, ne fu testimone, ma perché erano moltissimi gli italiani e i milanesi che potevano essergli mallevadori per avere come lui partecipato all’impresa decretata dal Buonaparte dopo il trattato di Fontainebleau.

 

Alla guerra di Spagna.

 

  Quali i torti storico-letterari di Balzac? Spigolando nei suoi romanzi il Lissoni nota come tutte le volte che gli serve un personaggio antipatico, dissoluto, egli lo scelga o lo faccia italiano. Così il suo conte di Montefiore un vizioso, che si è rovinato a Milano sovvenendo un teatro per imporre al pubblico una scadente cantante sua druda: così la poco scrupolosa madre di Juana. Si dirà che si tratta di figure immaginarie. Ma Balzac ha introdotto in un suo libro anche un colonnello d’artiglieria italiano assassino in Russia di un colonnello francese. Il Lissoni ammette il fatto, e rivela che si trattò di un colonnello Milo: però Balzac dimentica di dire che l’ucciso era uno scellerato che aveva fatto morire un tenente ferito, della cui moglie era innamorato, e che il Milo lo aveva costretto a duello.

  La materia più viva, quella in cui il Lissoni è maggiormente ferrato, riguarda la guerra di Spagna, alla quale partecipò una Legione italiana tratta da soldatesche indisciplinate confinate all’Elba e poi da Napoleone incorporate nel 6° Reggimento di linea. Quei soldati, gente incompresa e malcontenta, rappresentano una manna per Balzac il quale, pur ammettendo che essi seppero acquistare grande reputazione nel campo militare, li fa protagonisti di immaginarie scene di violenza a Tarragona. Li comandava, secondo Balzac, un certain colonel Eugène, che sarebbe un Eugenio Orsatelli: viceversa l’Orsatelli era morto più di un anno prima in combattimento, e il comandante era il colonnello Ordioni. Il maresciallo Suchet. è invece luogotenente generale. Il capitano Bianchi è invece il sergente Bianchini.

  Dove ha trovato Balzac da infilare tante corbellerie? Egli ha raccolto chiacchiere di bivacco, propos de conversation, racconti di militaires de bonne foi. Lissoni invece si basa sui fatti, oppone quello che ha visto. E il caso del sergente Bianchini è la prova più clamorosa che quel che racconta Balzac è «un monticello d’errori, che va sfatato per dimostrare qual divario corra tra il sapere e l’ignorare la storia, fra la vera e virtuosa Italia e quella immaginaria e vergognata che alcuni francesi non restano mai dal dipingere».

  Alla presa di Tarragona, secondo Balzac, gli italiani perdettero il loro celebre capitano Bianchi, lo stesso che si era distinto in un’azione brillante, e il maresciallo aveva voluto conoscerlo: Bianchi, rifiutati gradi, pensione, decorazione, reclamò la sola ricompensa di andare davanti a tutti all’assalto: riuscì a piantare per primo la bandiera francese sulle mura, ma fu ucciso da un monaco.

 

L’eroico sergente Bianchini.

 

  Le cose andarono ben diversamente, corregge il Lissoni. Il Bianchini balzò infatti all’assalto dinanzi a tutti. Benché sette volte ferito riuscì a piantare la bandiera sul bastione. Da un convento sparavano, non i monaci, ma soldati spagnoli asserragliati. Bianchini cade, i francesi lo lasciano a terra boccheggiante, e sono i dragoni italiani che lo raccolgono e lo trasportano all’ospedale da campo, dove muore il giorno dopo.

  Ai fatti, prosegue il Lissoni.

  Quali furono i primi ad irrompere in battaglia nella Catalogna, ad assediare e prendere la fortezza di Rosas, a guadagnare la battaglia di Linas? Gli italiani condotti da Pino. Chi bloccò e prese Hostarlirch? Gli italiani comandati da Servoli. Chi, dopo tentata indarno ogni altra via dal generale francese Verdier, conquistò Girona? Gli italiani, e il generale Pino che li capitanava portò a Parigi le bandiere tolte al nemico. E sempre gli italiani, mille fanti e trecento dragoni contro cinquemila, rimediarono sotto Girona gli errori di Saint-Cyr, sconfiggendo il Blake. La battaglia di Vals pericolava, e ancora Pino coi suoi la volse in vittoria: i francesi della Divisione Sohuam, così a mal partito, li accolsero entusiasticamente: Voilà les braves italien (sic)! Camarades, allez nous venger. Buvez, Dragons; allez écraser ces bougres-là.

  Il Lissoni ha goduto del pietoso e insieme bellissimo spettacolo come ha visto che, all’assalto di forte Olivo sotto Tarragona, settecento francesi non ce la facevano. Cinquecento italiani, condotti dal colonnello Rossi, dal capo di battaglione Marogna, dall’aiutante piccolo drappello di zappatori guidato dal Vaccani, «ristorano la vacillante fortuna dell’assalto» e si trascinano dietro i francesi, i quali invocano: La réserve. la réserve; il faut faire avancer les italiens. Entrano nel forte, se ne impossessano dopo asprissimo corpo a corpo, uccidono milleduecento spagnoli, ne prendono altrettanti prigionieri. «Là dovevi essere tu, o Balzac, — esclama il Lissoni, — là dovevate esser tutti, o detrattori dell’onor nostro, là essere e vedere e sentire!».

 

Il sacco di Tarragona.

 

  Ma la calunnia che più indigna l’ottimo ufficiale italiano è quella che i suoi siano stati i saccheggiatori di Tarragona dopo la presa avvenuta il 28 giugno 1811. Il Lissoni trascorse la prima notte nella città conquistata e dovette assistere a scene d’orrore nella cui descrizione si dilunga con efficacia. Ma furono i francesi ad abbandonarsi agli eccessi. Egli potè salvare con un sotterfugio alcuni catalani dalla loro ferocia ed ospitò nella sua dimora tredici donne con i capelli irti per lo spavento. Il tenente Mantegazza riuscì a stento a salvare una donna con il bimbo in braccio, assalita da un granatiere. Per le case, nelle chiese, tutto era tragedia: vecchi e bimbi massacrati, gente torturata perché palesasse dove era nascosto l’oro, incendi, urla, bestemmie, preghiere, pianti, maledizioni, crolli. Erano i granatieri francesi tramutati in tigri quelli che urlavano: Il faut tuer tout le monde. E gli italiani stavano a far guardia alle migliaia di prigionieri spagnoli.

  L’ultima parte dell’opuscolo è piuttosto di critica letteraria, ed è naturalmente la meno interessante. Ma dove il Lissoni può cogliere in fallo di mendacio Balzac, il calunniatore esce stritolato dalle prove e dalla irruenza dello sdegnato soldato-scrittore. Il quale, infine, esorta Balzac ad emendarsi e a ricredersi.

  «L’insultatore dell’onore italiano è stato tra noi cercato, desiderato, lodato: non faccia quindi una Beozia novella di quella che fu già l’Atene dell’Europa, non corra l’Italia a guisa di maestro, ma come un alunno che impara».

 

 

  Paolo Orano, La tremenda notte di Tarragona. Fierezza italiana contro malizia francese: la protesta di un soldato per una birbonata di Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno 67, N. 204, 27 Agosto 1942, p. 3.

 

  L’impresa napoleonica contro la Spagna fa da canovaccio ad uno del più brevi romanzi di Balzac, La Marana, una settantina poco più di pagine scritte nel novembre 1832. Di primo acchito l’argomento sembrerebbe spagnolo, ma in verità — è il caso di dire: purtroppo! — la materia è, e vuol essere, esclusivamente italiana, chè italiani sono i protagonisti, un ufficiale di ventura ed una cortigiana, che dà il titolo al romanzo. Vicenda eccessivamente teatrale, d’un tragico di non buon gusto, abbondante, come sempre, nelle parentesi, che sono la più felice risorsa balzachiana.

 Al celeberrimo romanzatore serve un venturiero, un tipaccio, e non lo sa trovare che tra la nostra gente e alla presa di Tarragona, proprio quando ci sarebbe stato «un primo momento di torbido e di disordine», che naturalmente il luogotenente generale Suchet — Balzac lo fa maresciallo prima del tempo — seppe prontamente reprimere. Resta facile al romanziere scoprire la causa di «quel primo momento di saccheggio». Nell’armata di Suchet v’era un reggimento composto quasi intieramente d’italiani e comandato da un certo colonnello Eugenio, uomo di straordinaria bravura, un secondo Murat, a capo dunque — sempre secondo Balzac — dei resti della Legione italiana, che sarebbe stata per l’Italia quel che sono per la Francia i battaglioni coloniali Il suo deposito era all’isola d’Elba, luogo di deportazione «onorevole» dei figli di famiglia che davano a pensare ai genitori per il loro avvenire e di quei grandi uomini mancati dei quali la società marchia sin da principio la vita col ferro rovente classificandoli pessimi soggetti. Napoleone — è sempre Balzac che lo dice — aveva incorporato tutti quei gagliardi nel Sesto di Linea, sperando di metamorfosarli in generali, quelli salvati dal cannone.

  Ci dice ancora Balzac che all’assedio di Tarragona gli italiani perdettero il loro celebre capitano Bianchi, «lo stesso che durante la campagna aveva scommesso di mangiare il cuore d’una sentinella spagnola, e lo mangiò». Questo «sollazzo di bivacco» è raccontato nelle conversazioni e si hanno sul Sesto di Linea particolari che confermano ciò. Sebbene Bianchi fosse «le prince des démons incarnés», al quale il reggimento doveva la sua duplice riputazione, aveva tuttavia quella sorta di onore cavalleresco che, in guerra, fa scusare i maggiori eccessi Qualche giorno prima si era segnalato con un’azione d’éclat, che Suchet aveva voluto conoscere. Bianchi rifiutò grado, pensione, un’ulteriore decorazione, e chiese per tutta ricompensa il favore di salire per il primo all’assalto di Tarragona. L’arrabbiato «capitano Bianchi» piantò per il primo la bandiera napoleonica sulle mura e fu ucciso da un frate. Balzac conclude la sua introduzione «storica» dicendo che era necessario far sapere che il Sesto di Linea italiano entrò per il primo in Tarragona per capire come la conquista degenerasse subito in saccheggio, di poco conto, «un léger pillage».

 

L’eroico sergente Bianchini.

 

  Ma uno che c’era stato, l’antico ufficiale di cavalleria italiano Antonio Lissoni, partecipe oltre che della impresa spagnola anche di altre campagne napoleoniche, aveva qualche cosa da rettificare nel testo «storico» del romanziere e lo fece, appena venuto a conoscenza de «La Marana», in un opuscolo che ho qui sotto gli occhi, dal titolo «Difesa dell’onore dell’armi italiane oltraggiato dal signor di Balzac nelle sue scene della vita parigina e confutazione di molti errori della storia militare della guerra di Spagna fatta dagli italiani». Antonio Lissoni, reduce da più guerre, era già conosciuto per i suoi «Fatti storico-militari dell’Età Nostra, ossia descrizione delle imprese più gloriose c delle azioni di valore de’ soldati italiani dal 1800 1813». Il capitano Lissoni va per le spicce e apre la sua polemica come segue: «Con questo monte di spropositi d’ogni fatta, con queste ingiurie all’onor dell’Italia egli piglia le mosse a tessere il suo romanzo e non sapendo via migliore da farsi careggiare da’ suoi fratelli, non credendo poter meglio accattare il favore de’ suoi leggenti che mettendo in discredito gl’italiani, si passa e tace d’ogni gloria italiana, e, bisognandogli personaggi rotti ad ogni più turpe vizio, codardi, infami, scellerati, immagina soldati vili, nobili di perduta speranza, crea cortigiane dissolute, lascive, e su tutti ad un modo stampa il nome e il colore italiano».

  Per incominciare Antonio Lissoni sorprende Balzac in reato d’ignoranza della storia patria, perché il maresciallato fu concesso a Suchet dopo che il 28 giugno 1811 Tarragona fu espugnata. In quanto all’assedio, non v’era un Sesto di Linea, ma quattro bellissimi battaglioni italiani che usciti dall’Isola d’Elba, dove stanziavano sotto la denominazione di Legione Italica, pigliarono quella di Sesto reggimento d’ordinanza del Regno d’Italia «lavati così dalla macchia ond’eran lordi». Il «certain colonel Eugène» era Eugenio Orsatelli, morto col titolo di generale un anno prima a Pla. Il «capitano Bianchi» non è mai esistito. Si tratta invece dell’eroe italiano sergente Bianchini, che avrebbe, secondo Balzac, mangiato il cuore d’una sentinella spagnola. Di questo episodio non ebbero mai sentore gli italiani e neppure i francesi con i quali il sergente Bianchini aveva sino all’ultimo vissuto; nè il colpo mortale gli fu tirato da un frate perché proprio a Tarragona nessuno vide frati difendere la breccia e perché «avevano i frati già cominciato a scadere nell’opinione universale». Il sergente italiano Bianchini, già toccato da sette ferite. arrampicatosi su per i rottami della breccia, arrivato in cima, piantata la bandiera allato ad un cannone, non badando nè punto nè poco al fulminare che un intero reggimento spagnolo faceva, eccitava dall’alto delle mura gli altri a salire. Giuntagli dietro la prima schiera d’assalto comandata da Saint-Paul, questi gridò all'eroe: — Bianchini, ce n’est pas assez pour vous! — Ed ecco il sergente lanciarsi nel fitto dei difensori e cadere colpito da una palla; ma i sopravvenuti francesi non lo raccolsero agonizzante, sibbene furono i granatieri dei dragoni italiani che lo portarono fuori di Tarragona.

  Gli storiografi francesi, anche i più minuti, sorvolano sulla verità di quell’avvenimento col loro «malizioso silenzio» dice Lissoni. All’assalto della città, «se ne levi quattro ufficiali superiori che comandavano le schiere assalitrici, cinque o sei zappatori e il Bianchini che solo valeva un battaglione intero, non v’andarono altri italiani di nessun reggimento, e fu questa una combinazione, un caso che più che fortunato non poteva sortire alla gloria italiana ... Ora il giorno appunto dell’assalto, che fu il 28 di giugno 1811, gli italiani non vi mandarono alcuna schiera d’assalto, ma nemmeno le solite guardie ... le trincee vennero guardate da soli francesi ... Ora come potè mai il signor di Balzac apporre agli italiani la colpa dei disordini e del saccheggio, onde Tarragona fu preda e vittima sciagurata?

 

Storia di un orologio.

 

  «Se li volle i primi all’assalto, fu per non altro motivo che quello di bruttarli della colpa di quel sacco orribile, di quella strage disumana, che non fu già il «léger pillage» ma quanto uom possa immaginare di crudele, di barbaro, di pietoso. Io passai quella tremenda notte in Tarragona, io fui spettatore, testimonio di quella scena d’orrore, di barbarie ... Io vidi quella orrenda catastrofe».

  Il quadro che il Lissoni fa del sacco «che avvenne per mano degli assalitori, tutti francesi» rivaleggia con quello dell’impresa bolscevica, ove i volontari di Francia sono stati numerosissimi, di pochi anni or sono. Risparmio ai lettori gli episodi d’infernale atrocità riportati dal testimone Antonio Lissoni. Nel rievocarli il suo cuore italiano d’uomo e di soldato freme d’angoscia e all’angoscia si unisce la nobile ira verso il romanziere che, equivocando sull’ eroismo del sergente Bianchini, improvvisa una sua fantastica versione che diffama i soldati d’Italia, mentre il saccheggio in realtà ha macchiato dinanzi al tribunale della storia unicamente l’esercito francese.

  Le pagine del Lissoni sono tutte un grido fierissimo, di rivendicazione italiana. Il senso del Risorgimento è ben più pieno qui che nelle opere dei dottrinari e dei politici. Il soldato consapevole separa nettamente il destino d’Italia da quello di Francia e proclama che italianamente le armi italiane si battono per la gloria che è già nazionale. Oltre cento anni fa la sentenza è pronunciata: «Che ci han che fare gl’italiani in quel mondo francese di turpitudini?».

  Quando Antonio Lissoni pubblicava questa sua «difesa» Balzac era in giro per l’Italia e gli accadde di perdere il suo orologio che, rubato o no che fosse, gli fu in poco d’ora restituito; e il caso serve al Lissoni per provare al famoso scrittore, così scempiamente ingiusto ne «La Marana» verso gli italiani, se si trattava di gente disonesta. Fu a conoscenza il romanziere della requisitoria di Antonio Lissoni? Non lo sappiamo. Accolto da personalità illustri, ospite di famiglie del più eletto grado sociale, le dediche di alcuni romanzi dicono la fervida stima e la commossa gratitudine per la gente nostra. La medesima penna che ha commesso l’azionaccia de «La Marana», che merita e meriterà dinanzi ai posteri la fiera lezione di Antonio Lissoni, ha scritto un’apologia di Caterina de’ Medici che prende posizione contro i detrattori della grande italiana; la medesima penna, e — badate bene — nel romanzaccio «La Marana», regala, a proposito dell’isolano Napoleone, un argomento prezioso alla causa italo-corsa: — «Il braccio di mare che separa la Corsica dalla Provenza è, a dispetto della scienza umana, tutto un Oceano che ne fa due patrie». «...Un Océan tout entier qui en fait deux patries».

  Ma poi, alla somma di tutto, benvenuta la birbonata «storica» di Balzac. Ci ha procurato la rude, guerriera, patriottica, italianissima protesta di Antonio Lissoni.

 

 

  Federico Petriccione, I «Quattro del Molo», «Corriere della Sera», Milano, Anno 67, N. 281, 25-26 Novembre 1942, p. 3.

 

  «L'epigramma è dell’uomo che non ha bontà: chi manipola satire è perverso». Il severo giudizio di Balzac potrebbe far pensare a un miglioramento dell’uman genere, visto e considerato che gli epigrammisti sono pressoché finiti, in Italia almeno.



  Mario Puccini, La «Romantica» di Mondadori, «Augustea. Rivista imperiale del nostro tempo», Roma, Anno XVII, N° 10, 16-31 Maggio 1942, p. 320.

 

  Panzini non avrebbe mai tradotto Balzac, egli che diceva sempre corna di questo scrittore [...].

  Benchè, è chiaro, per tutt’altre ragioni, egli odiava Balzac perché costui componeva delle vicende sanguigne, perché creava dei personaggi a tutto fondo, ma, diceva lui, essendo «un cattivo, cattivissimo scrittore» [...].

 

 

  [Marco] Ramperti, Errata-Corrige, «Stampa Sera», Torino, Anno 76, Num. 276, 19 Novembre 1942, p. 3.

 

  Rileggendo il Parroco di Tours di Balzac, inciampo in quest’immagine:

  «Birotteau vivait sous l’empire d’une haine, dont l’oeil était toujours ouvert sur lui».

  Victor Hugo aveva già cantato l’occhio della coscienza. L’odio, evidentemente, è coclite allo stesso modo. E fra tanti guerci, c’è soltanto l’amore che sta cieco.

 

 

  Giuseppe Ravegnani, Il pittore fra le tabacchiere, «Corriere della Sera», Milano, Anno 67, N. 310, 30-31 Dicembre 1942, p. 3.

 

  A guardarlo oggi, questo nostro arguto giovanissimo De Pisis, o per posa o per burla o per certo atteggiamento e modo antiquato di vestire, sembra Balzac: un Balzac, raggentilito, un po’ di maniera, con i baffi spuntati, dei tempi di via Lesdiguières, i capelli divisi a mezzo in due bande perfette e ben pettinate sino alla grazia morbida dell’orecchio, la nera cravatta alla Byron gemmata da un grosso prezioso cammeo, il panciotto di velluto bianco, le labbra leggermente carnose e sorridenti, di quel gioioso, quasi infantile sorriso, ch’era, allora, il biglietto da visita della sua anima fresca e idilliaca, e che il tempo ha reso poi un po’ lezioso, come di prammatica, per finire talvolta in canzonatoria oppure bonaria indulgenza, secondo le circostanze.

 

 

  Carlo Scarfoglio, Dai finanzieri delle cinque giornate al gesto di Meattini, l’emulo di Pietro Micca, «Stampa Sera», Torino, Anno 76, Num. 183, 1 Agosto 1942, p. 3.

 

  Scrive Balzac che il colmo del patriottismo, per chi torni da un viaggio all’estero, è sentire il cuore sussultare di gioia nello scorgere il doganiere del proprio paese. Questo lascia pensare che il grande romanziere nutrisse delle simpatie segrete per i contrabbandieri Riprovevoli simpatie.

 

 

  Pietro Solari, Si torna a bere il vinello del postiglione, «Corriere della Sera», Milano, Anno 67, N. 230, 26 Settembre 1942, p. 3.

 

  Balzac, che abitava cento anni fa il villaggio di Passy, ora assorbito dal grosso della città di cui è, come sapete, uno dei quartieri eleganti, coltivava nel suo giardino una vite che esiste tuttora e produce, quando l’estate è calda, grappoli succolenti. […].

 

 

  Tito A. Spagnol, Incontro con la gioventù, «Corriere della Sera», Milano, Anno 67, N. 182, 31 Luglio-1 Agosto 1942, p. 3.

 

  Non si trattava infine che di interminabili partite al biliardo e di chiassose scorribande notturne: troppo poco per me che avevo appena finito di rileggere nelle vacanze il Balzac di Grandezza e Miseria e delle Illusioni perdute.



  Ugo Tolomei, Letteratura, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1942.

 

L’uomo Beyle.

 

  p. 62 e nota (2). Stendhal è un giudice secco, netto, che sfonda tutte le apparenze e prime le apparenze di maestà. Non ne so un altro, neppure quel Balzac caritatevole a forza di cinismo, che abbia così freddamente sciolto i giochi del prestigio (2).

 

  (2) Serve chiarire il senso cui si dirà bene che Balzac è indifferente davanti alla qualità sociale e vuoi anche morale. Lisant Balzac, dice Alain (Avec Balzac, Paris, Gallimard, 1937, p. 161), il me semble que je suis plus proche de la véritable charité mais par une indifférence bien catholique, et je dirai presque ecclésiastique, come (sic) un homme qui confesse fort vite, et ne se soucie guère des morts. Cito la frase che mi pare indichi bene per quale verso Balzac è pio e Stendhal non lo è. Certo non v’ha un romanzo né un solo episodio di Balzac dove l’amore arrivi ai suoi fini se non accettando le leggi della società. E un prefetto, un principe, uno speziale sono per Balzac prefetto, principe, speziale. Egli penetra oltre l’apparenza sociale, ma si arresta alla sostanza sociale o a quella che sostanza gli pare. È il ponte che il giudice Balzac tende a Balzac cattolico e a Balzac legittimista. Mentre nel Rouge et Noir e nella Chartreuse de Parme la società semplicemente non esiste, intendo come valevole in principio. Se poi ciò sia vera lucidità, o non raggiunga per caso l’estremo contrario, non io lo saprei dire.

 

Tutto Zola.

 

  p. 77. Già non credo che un lettore di spiriti ascetici possa resistere a leggere Balzac o Stendhal, il primo colle sue divagazioni gonfie e la sua pesantezza di elefante ecclesiastico, il secondo con la sua acida, ansiosa, vacua pretensiosità. […].

  p. 135. Il Seillère ha voluto vedere in Zola un romanziere più grande di Balzac: giudizio che stupisce ogni lettore di buon senso: pure è vero che per moltissimi casi umani egli è stato un interprete assai più sagace — sebbene sia stato lontano dal possedere un quarto del senso vivo dell’umanità che Balzac possedeva.

 

La gloria a ventisett’anni.

 

  p. 147. Chi ha veramente una sua parola da dire, la assalta con mezzi di fortuna; e la sua creatura si compone in una serie di dolenti degradazioni dall’ alto intento.

  Si veda Balzac. Non è raro trovare nei suoi romanzi lunghe parti ben rifinite e verniciate. Ma non sono le più belle; e il vero lettore di Balzac (ch’è appunto un affamato non un ghiotto) lo sa. Quando Balzac tenta, abbandona, incespica, s’irrigidisce, poi colma con vacue retoriche o descrizioni a colpi di sciabola le lacune della sua buona ispirazione, proprio allora Balzac è grande; vale a dire: proprio lì sta in agguato il grande Balzac pronto a tornar fuori con una delle sue traiettorie di stile, quasi allucinanti, per rivelare al suo lettore una sezione nuova nel mondo che sta creando.

 

Elogio d’un moralista.

 

  p. 264. Nell’intero corso di un romanzo di Balzac o di Stendhal sono disseminate espressioni del loro personale pensiero, riflessioni che così, come si distinguono dal riflessivo saggiare l’azione romanzesca, che fa il romanziere nel darle svolgimento, restano anche separate dal vero corpo del testo e dal vero suo incedere.

  p. 268. Certo la pesantezza e la mala grazia ecclesiastiche di Balzac, la corsa alla ricerca del pensiero dove il lettore è sgarbatamente trascinato da Proust, il modo che ha Montaigne di perseguire in privato il suo dotto piacere senza ricordarsi d’ altrui, sono i compagni di un alto pensiero.

  p. 284. Mille volte superiore al suo povero autore, le Rouge et le Noir è un grande romanzo per la giusta luce — e quasi profetica nell’ oscurità del tema — in cui pone il caso di un uomo per vizio d’origine escluso dall’ordine sociale. La pesante fede monarchica e cattolica dello scettico Balzac sarebbe condizione all’opera del suo genio?

 

 

  Alessandro Varaldo, Avventure di tutti i tempi. Balzac e la miniera d’argento, «Stampa Sera», Torino, Anno 76., Num. 108, 6 Maggio 1942, p. 3.

 

  Quella sera d’aprile del 1837 era cominciata bene: al Carlo Felice, Onorato di Balzac, nel palco di Gian Carlo di Negro, s’era estasiato alla Gemma di Vergy del Donizetti. I suoi compagni, i marchesi Di Negro e Pareto durante un intermezzo l’avevano lasciato solo e non ricomparvero per tutta la serata. Il romanziere curvo sul parapetto del palco, percorreva con l’occhiallino (sic) quell’Olimpo di bellezze — come lo definì — tutte procaci, brune quasi tutte, provocanti nelle scollature, ma contegnose ed anche un po’ scontrose, tutte serie poi, d’una serietà da scoraggiare, quando ecco da un palco di terz’ordine un fiammeggiar di pupille ed un invito di sorrisi lusinghieri s’imposero nella lente ed incontrarono il suo occhio distratto e scontento. Guardò più a lungo e meglio. Sì, quei grandi occhi neri e quel promettente sorriso, non c’era possibilità di sbagliarsi, gli si rivolgevano. E non cessarono quantunque la dama si alzasse, snella e formosa insieme, rialzando sul collo un velo candido, guarnito di piuma di cigno, e quella zona lattescente fra i capelli e le sopracciglia d’ebano e il busto flessuoso lasciava soltanto apparire la bocca naturalmente rossa che sorrideva, sorrideva come un invito.

 

Nelle sale del Ridotto.

 

  Il compagno della dama, un signore qualunque sulla quarantina, s’era alzato con lei, guardando egli pure il Balzac, ed anzi parve abbozzar verso di lui un cenno di saluto. Poi si ritirarono in fondo, la porta fu aperta e scomparvero nel corridoio. Il romanziere, un po’ più stupito, ma più incuriosito, riflettè un istante: certo quei due non abbandonavano il teatro, poiché non c’era stato movimento di pelliccia e di pastrano: dunque scendevano al Ridotto. E vi corse egli pure: Le vaste sale del Ridotto rigurgitavano di gente d’ogni specie e d’ogni colore. Non fu dunque facile per un omuncolo troppo tondo come il Balzac d’orientarsi e di farsi strada. La gente si muoveva in due correnti: c’era quindi pericolo di seguirne una nel senso istesso dei due che cercava e non trovarli mai.

  Per fortuna la dama dal velo di cigno ed il signore qualunque, suo compagno, dovevano cercare lo straniero, come costui li cercava, e più pratici di lui si erano fermati al sommo dell’angolo che la corrente seguiva presso un maestoso pianoforte a coda, sicché il Balzac li scorse e fu scorto. Quantunque romanziere però ed abituato a manovrare con disinvoltura i suoi personaggi, meno gli riusciva di mostrarsi personalmente disinvolto. A Parigi, nel suo ambiente, ricorreva ad un eccesso opposto, s’impancava ad arbitro delle eleganze e attendeva gli omaggi, ma in una città come Genova, ove poco si leggeva e il suo nome non destava echi, la cosa era diversa. Certo, Gian Carlo di Negro conosceva le sue opere e così il Pareto, ma quale disillusione quando proprio la mattina stessa nell’ufficio dei biglietti d’imbarco, andato a fermare una cabina sul piroscafo napoletano Francesco I, l’impiegato invece di restar colpito dal nome illustre l’aveva storpiato in Bardacco! Aveva dovuto scriverlo da sé, lasciando così un autografo sull’umile registro. Ma i due del pianoforte a coda lo conoscevano certamente: l’uomo gli rivolse un saluto come a persona ben nota e la dama lo affascinò col più smagliante sorriso.

  — Scusate, gli disse il primo, se mi prevalgo della nostra conoscenza come vicini di camera d'albergo ...

  Il Balzac lo individuò immediatamente.

  — Ma certo! Siete il signor Pezzi!

  — Non osavo sperare che il mio povero nome fosse giunto fino a voi, ma questa dama, che ammira le vostre opere, desiderava conoscervi personalmente ed io mi son fatto lecito d’esaudirla.

 

Fece la ruota.

 

  Un autore è sempre solleticato dall’omaggio alle proprie opere, specie se chi lo fa è una bella donna, che da lontano s’è fissata come un’irraggiungibile stella di prima grandezza. Il romanziere s’alzò di una spanna sui tacchi, baciò la mano alla signora Isabella Secci, soprano, che doveva cantare la Straniera di Bellini al Carlo Felice, e che aveva divorato i libri del Balzac, e si coccolò, beatamente sotto una profumata pioggia d’elogi.

  — Oh! La Pelle di Zigrino! Oh! Il Giglio nella Valle! Ma, ditemi, Paolina e Fedora ed Enrichetta le avete conosciute? Non è possibile altrimenti. Sono così vere!

  Su per giù quello che le donne chiedono ad un autore, da quando esistono donne che leggono romanzi ed autori che ne scrivono, con la sola differenza che le prime dicono così per dire ed i secondi ci cascano sempre. Fortunatamente squillò il campanello d’avviso che cominciava.

  — Non oso offrirvi un posto nel nostro palco, disse il Pezzi, a voi che avete a vostra disposizione quello d’un marchese ...

  — Vi ringrazio invece, ed accetto, fu la risposta del romanziere. E restò in loro compagnia, li seguì dopo teatro a cena e rientrarono insieme all’albergo, amici per la vita.

  Naturalmente il romanziere, che s’accendeva di solito per le ignote ammiratrici, anche straniere, sue corrispondenti, s’infiammò addirittura per la bellissima cantante vicina di camera. L’indomani già n’era cotto. E probabilmente la cantante non sarebbe stata crudele verso il romanziere, che ammirava, nonostante la corte del Pezzi, corte per il buon motivo, corte seria, di persona che godeva di larga stima e di largo censo. Un giorno Isabella pencolava per Onorato, un altro per Giuseppe, a seconda l’umore ed il vento: della stessa età i due uomini, nati ambedue nel 1799 e quindi nei trentotto anni, quantunque il Balzac se ne calasse due, accusandone 36 nel registro d’imbarco del piroscafo napoletano Francesco I. Così passarono cinque o sei giorni finché un bel mattino, all’ora della colazione il Pezzi, nel sedersi accanto al Balzac gli disse:

  — Ho finito di leggere Cesare Birotteau: è meraviglioso! Un gran finanziere, con la vostra fantasia, non avrebbe potuto scrivere d’affari con più sagacia.

  Il romanziere fece la ruota.

  — Sì ... ho del fiuto ... la mia vera vocazione sarebbe stata per gli affari.

  — Un concorrente pauroso!

  — Oh! voi scherzate adesso!

  — Dico la verità. Ho concluso col Governo un affare per una certa miniera d’argento, ma se vi avessi avuto come rivale, guai!

  Il Balzac drizzò le orecchie. Dalla prima riga scritta, la sua forsennata schiavitù alla tavola da lavoro non aveva avuto che uno scopo, mai raggiunto: pagare i debiti che s’era tirati addosso con le speculazioni sballate e gli affari fantastici creati dalla fantasia. Il suo debole era di sentirsi finanziere come un suo celebre personaggio, il Barone di Nucingen. Soltanto, non una sola delle imprese in cui s’era messo ebbe fortuna: fallirono tutte, debiti su debiti. Ma il chiodo gli era rimasto. Ed al sentir parlare di una miniera d’argento il suo cervello bollì.

  — Affare ottimo! — disse con falsa noncuranza.

  — E dove avete trovato questo argento!

  — In Sardegna.

  — E ... e ... avete fatto delle prove sul minerale?

  — Naturalmente, ricavandone un dieci per cento di metallo puro. Poco ma sufficiente.

  Il romanziere l'ascoltava con le pupille fuori dalle orbite.

  Il chiodo gli si riconficcava nel cervello. Se ne avvide il Pezzi.

  — V’interessa?

  — Oh! sì! E come!

  — Capisco: vi volete documentare per un romanzo.

  — Ecco, appunto! fu la pronta risposta.

 

Con le donne...

 

  E l’altro, gentilmente, lo documentò. La miniera di cui aveva avuto la concessione governativa si chiamava Monteponi, ma ce n’erano altre, per esempio l’Argentara, che aveva esplorato ricavandone dei saggi.

  — Se volete posso offrirveli: scriverete sul vero materiale. Badate, sono scorie: le miniere furono sfruttate già dai Romani antichi, ma grossolanamente: appunto nelle scorie ho trovato, analizzandole, il 10 per cento.

  Il colloquio continuò ed il Balzac s'infiammò per l’Argenterà come per Isabella: la sua amicizia per il Pezzi crebbe e con l’amicizia nacque anche un leggero scrupolo, che generò un non meno leggero rimorso. Più la cantante faceva gli occhi dolci al romanziere, più il Pezzi si diffondeva in particolari preziosi sulla miniera. Sì, la donna era bella, provocante, appetitosa, ma l’argento era la risoluzione di un problema vitale. Intratteneva già la corrispondenza con la Straniera, quella madama Hanska, russa, che doveva dieci anni dopo sposare. Ma c’era un ostacolo per lui, fondamentalmente onesto: era ricca ed a tanta ricchezza che poteva contrapporre Onorato? Dei debiti. Senza i debiti, un Balzac celebre e capace di produrre anche lui una certa ricchezza, poteva controbilanciare la boiarda legata in oro, ma coi debiti no. Ed il miraggio della miniera d’argento poteva risolversi in un pareggio. Secondo chiodo nel cervello e nel cuore. Per di più l’amicizia col Pezzi cresceva: il finanziere si sbottonava, e, come non nascondeva le notizie sulla miniera d’argento, così rivelò quelle d'un’altra miniera, d’oro questa, il proprio cuore.

  — Sì, mio caro amico, fino a pochi giorni or sono la signora Isabella m’aveva fatto sperare ... ma oggi ...

  — Con le donne, caro Pezzi, non bisogna disperar mai: le conosco ... Altra illusione dei romanzieri, quella di conoscere le donne, poveretti!

  — Avete un bel dire, caro Balzac, ma io perdo ogni giorno terreno. Deve avere un’altra idea in capo. Voi, per cui dimostra tanta simpatia, non avete qualche sospetto? Non vi ha lasciato mai trapelare ...

  — Mai! — fu la pronta risposta.

  Ed invece era certo – credeva lui — del fatto suo: si sentiva preferito:

  — Basta — concluse il Pezzi — parliamo di cose che vi stanno più a cuore delle mie fisime!

  E si sbottonò ancora di più sulla miniera. Tanto si sbottonò che mise a nudo, cifre alla mano, esperienze su esperienze, l’argento liberato dal piombo e dalle scorie.

  — Guardate qua!

  Faceva saltare sulla mano un pezzetto di minerale grigiastro sfaccettato, con bagliori opachi. Onorato di Balzac vi lasciò gli, occhi.

  — Dite un po’ signor Pezzi, l’Argentara è presa?

  Non credo. Forse vorreste ...? Ah! Capisco!

  Ed ammiccò proseguendo:

  Per un prossimo capolavoro, vorreste provare, andar sui luoghi! Non certo per, guadagno! Avete una miniera d’oro con gli editori! Per poter descrivere de visu, non è vero?

  — Precisamente!

  — Vi lodo e mi metto a vostra disposizione. Vi aiuterò nelle pratiche della concessione. Ci pensò io! Non perdete tempo. Ho altri saggi dell’Argentara, ve li offro. Fateli analizzare da una vostra persona di fiducia ...

  — Vi ringrazio, mio caro amico, vi ringrazio!

 

Che pretendeva?

 

  La cantante non capiva. Come? Il famoso romanziere che aveva, così deliziosamente analizzato il cuore della donna, anzi di tante eroine sue, Paolina, Fedora, Enrichetta, Eugenia, Beatrice, una folla, tutte l’una più vera dell’altra — le donne, sono famose nel dichiarar vere le loro pari dei romanzi — non s’era accorto che lei, Isabella Secci, sospiro di innumerevoli spasimanti, lo aveva notato fra tutti? E che gli avrebbe forse anche sacrificata una posizione di prim’ordine, rifiutando il Pezzi? Non s’accorgono dunque di nulla i romanzieri celebri, tronfi nella loro vanità? Che pretendeva quell’omuncolo con la pancetta e il collo corto? Che fosse lei; proprio lei, a proporsi? Ohibò! E nella simpatia si insinuò il dispetto, che degenerò in avversione, quanto più l’onesto scrittore si sacrificava per uno scrupolo, per non trattar malvagiamente, portandogli via il suo idolo, chi si prodigava ad insegnargli il modo di far fortuna e di pagare i debiti. In fondo poi c’era il miraggio della russa lontana, che si avvicinava però, quanto più la miniera d’argento stava per diventar realtà. E con coraggio degno di miglior causa rinunziò. All’imbarco sul piroscafo napoletano lo accompagnò il Pezzi. Isabella, pretestato un malore improvviso, gli aveva mandato un secco saluto, incaricandone colui, che si considerava — e lo pregò di annunciarlo al Balzac — suo fidanzato ufficiale.

  — Ve lo devo, mio signor de Balzac!

  — Non ditelo. Vi devo ben altro, caro signor Pezzi! Da una lettera all’Hanska si rileva come Onorato di Balzac, fatti analizzare i saggi del minerale, si recò l’anno di poi in Sardegna. Ahimè! Come tutte le altre, anche questa impresa andò in fumo. Aggiunse degli altri debiti a quelli che aveva. Consoliamocene: l’amore di Isabella, come la riuscita nella miniera, lo avrebbe distolto — sia pure provvisoriamente — dal crear capolavori. E quando si possedeva come Onorato di Balzac una miniera d'oro, perché cercarne una d’argento?



Marco Stupazzoni

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