domenica 31 agosto 2014


1897




Traduzioni.

  O. di Balzac, Fisiologia del matrimonio o meditazioni di filosofia eclettica sulla felicità e la infelicità coniugale di O. di Balzac, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 18976 («Biblioteca Universale», NN° 64-65), pp. 268.[1]
  Un volume in 16°.
  Quinta ristampa dell’ormai nota edizione milanese dello studio analitico balzachiano.



Studî e riferimenti critici.


  Cronaca, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XIX, N. 4, 24 Gennaio 1897, p. 4.
  L’ultimo numero della Revue hebdomadaire (16 gennaio), contiene un lungo studio di Maurice Muret sulla contessa Clara Maffei, desunto dal libro Il salotto della contessa Maffei di Raffaello Barbiera. […].
  La Maffei, come si sa, non era ignota in Francia per le sue aderenze con parecchi di quegli scrittori, fra i quali si ricordano il Balzac, il Legouvé, François Coppée, Henri Martin, la Sand […].

  Libri nuovi. Giuseppe Zaccagnini: “Cicala” – Rassegna italiana di Costantinopoli, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XIX, N. 4, 24 Gennaio 1897, p. 4.
  Tale metodo, del quale il D’Annunzio fa un uso e un abuso ne’ suoi romanzi scuisce bensì, talora fino allo spasimo, lo spirito del lettore così detto intellettuale, ma sfibra e, sovente, annoia chi cerca nella lettura uno svago dalle cure cotidiane.
  Oh! i bei romanzi di Balzac, così densi di fatti, così ricchi di episodi, così prodigalmente ingemmati di inaspettate situazioni, così affollati di personaggi, ciascuno dei quali procede per conto proprio, senza inceppare i compagni, ma pure aiutandoli con vigore inconsapevole a dipanare la matassa già tesa, come in un arcolaio, nella mente del narratore!


  Bricciche, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXII, Num. 174, 27-28 Giugno 1897, p. 2.

  Il celebre umorista americano Mark Twain (al se­colo Samuel Clemens) si trova in bolletta. Egli ha perduto anni sono il suo patrimonio nel fallimento di un editore di New-York, di cui era socio, e ha fatto de’ debiti, che ora va penosamente pagando co’ frutti del suo lavoro. Anche Walter Scott, anche Balzac, per non dire d’altri, si sono trovati in simili circo­stanze. Ma Balzac trovò una moglie ricca, una con­tessa polacca, che lo mise in grado di passare tran­quillamente gli ultimi giorni della vita e a Wal­ter Scott gli scozzesi riconoscenti pagarono i debiti ... quand’egli era già morto.


  Il genio e la statura, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXI, N. 210, 31 Luglio 1897, p. 2.
  Statura piccola – Balzac metri 1,63.


  Intermezzi di letteratura, scienza ed arte. Balzac e il suo storiografo, «Roma. Rivista politica parlamentare», Roma, Anno I, Fascicolo XIX, I° Agosto 1897, pp. 576-577.

 

  Edoardo Rod esamina nel Journal des Débats l'opera del visconte Spoelberch di Lovenjoul sull’autore della Commedia umana. Naturalmente la prima e più ovvia osservazione è questa: il Lovenjoul non ha cercato di utilizzare le sue cognizioni per un’opera sintetica. Egli si occupa solamente dei dettagli e con una passione e con un piacere che si comunica tosto anche ai lettori, i quali seguendolo provano la voluttà del collezionista che cerca e trova come, a volte, la melanconia del collezionista cui manca un «soggetto» importante distrutto dal fuoco o dal caso o dalla trascuratezza.

  Non si può non sentire un certo fremito d’impazienza quando il Louvenjoul (sic) avendo scoperto in un catalogo il manoscritto dell’Ecole des ménages — una tragedia borghese inedita, nientemeno! – telegrafa al libraio, aspetta febbrilmente la risposta e riceve l’annunzio di essere giunto troppo tardi.

  E si palpita al racconto dei passi fatti per scoprire il felice possessore del tesoro e si respira più lietamente quando questo possessore, un tal Crépet consente a cambiare il prezioso documento con delle lettere inedite di Baudelaire, e si divide la gioia del Lovenjoul, quando in una chiara giornata di maggio egli esce trionfante dalla casa del rivale stringendo «fra le braccia», con tutti gli ardori della conquista, la benedetta Ecole des ménages.

  Ci sono collezionisti solamente per la mania delle collezioni e sono maniaci. Il Lovenjoul non è di questi: si capisce che un documento desti il suo interesse anche perché caro e curioso, ma ciò che lo preoccupa, sopratutto, è il contenuto.

  E studia con calore e con precisione in modo da rendersi veramente utile alla storia della letteratura, facendo magari con qualche lungaggine risaltare completa la figura del grande romanziere.

  Lo vediamo notare, in fretta, un uomo, un titolo, un soggetto di cui poi non si servirà mai, o leggiamo il testo dei suoi contratti complicatissimi che rivelano il continuo bisogno di danaro da cui non ha saputo mai liberarsi, o abbiamo il modo di ricostituire la romanzesca istoria delle sue relazioni con colei che più tardi, per la propria pace e la propria felicità, sposò, o la storia dell’amicizia con Théophile Gauthier (sic).

  Sono capitoli o paragrafi ciascuno dei quali ha la propria importanza. Ve ne sono altri d’interesse più generale: quelli per esempio che raccontano un episodio che, certamente, si è ripetuto spessissimo, in modi più o meno varii.

  L’accanimento di Balzac al lavoro, le strane sue transazioni fra la «question d’argent» e le concezioni artistiche, la grandezza delle illusioni e delle speranze, la disillusione finale ecc. insomma, un po’ di tutto. Vediamo Balzac mettersi all’opera per l’Ecole des ménages con un collaboratore, perché anche a quel tempo gli autori drammatici avevano poca fiducia nei romanzieri e preferivano le persone del mestiere.

  Il collaboratore scelto da Balzac era un certo Lassailly «buon ragazzo e discreto poeta». Balzac se lo condusse a Jardies e cominciò a trenarlo come un cavallo da corsa: lo faceva coricare alle 10 di sera, alzare a un’ora dopo mezzanotte, e lavorare fino alle sette della mattina: dopo, un pasto composto di cotolette e di caffé, a mezzogiorno lo rimandava a letto; alle quattro, pasto come sopra, composto di cotolette e di caffé, altro lavoro e finalmente una passeggiatina. Questo regime durò quindici giorni, e non si sa come il malcapitato Lassailly se la cavasse; il fatto è che Balzac ad ogni nuova opera ricominciava infaticato e terribile imponendo al proprio organismo un regime capace di spingere qualunque altro alla pazzia.

  E poi quanti negoziati intorno al nuovo lavoro! Balzac contava sul teatro per pagare i debiti e perciò domandava molto, disposto a cavar fuori dal cervello tutto un repertorio.

  Udite: «Fra quattro mesi potrò benissimo farmi anticipare 15000 franchi perché prima di allora avrò pagato cento mila lire di debiti».

  Ma il pot au lait si rompe, neanche il dramma cominciato non è messo in scena e Balzac ha un momento, ma un momento solo di disperazione.

  «Sono esaurito dal lavoro, ho perduto 16 giorni, devo pagare 6000 lire e sono rovinato. Il colpo mi ha abbattuto».

  Veramente, il fatto di una produzione nata-morta serve meglio di qualunque altro a gettar luce sulla vita dell’uomo: c’era nel suo destino una fatalità che lo condannava alle perpetuità dello scorzo e del ricominciar da capo.

  Si ha quasi l’impressione che egli non fosse mai completamente sicuro di essere arrivato. Illustre già, era quasi ancora sconosciuto; ad ogni nuova opera ricominciava per lui la battaglia: era uno di quelli che non si riposano mai su una posizione conquistata, sopra una situazione stabile.

  Accanto alla questione pecuniaria che ha una così grande importanza nella vita di Balzac, c’è la questione sentimentale che lo preoccupa, per lo meno, ugualmente. Il Lovenjoul vi accenna con lodevole discrezione e invece di gettare in pasto alla curiosità morbosa quanto sa e quanto non sa come è di moda da un certo tempo si ferma dietro a certe cortine.

  Balzac molto amò, molto fu amato e tenne per sé, gelosamente il secreto dei suoi sentimenti. Il Lovenjoul ha rispettato l’intiera delicatezza del grande ispiratore del libro suo: Autour de Honoré de Balzac.


  Corriere giudiziario. Tribunali di fuori. Il processo della Banca di Como, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXII, Num. 235, 28-29 Agosto 1897, p. 3.

  Egli [l’avvocato Cavalieri, difensore di Carlo Erra] termina dicendo:

  “Avrei finito, ma prima di chiudere mi per­metto di raccomandare al P. M. di non scrivere il libro sulla delinquenza bancaria, sulla quale hanno già scritto Balzac e Zola. I confronti potrebbero riuscire odiosi”.


  Marginalia. Il monumento al Maupassant, «Il Marzocco. Periodico settimanale di letteratura e d’arte», Firenze, Anno II, N. 39, 31 Ottobre 1897, pp. 3-4.
  p. 3. Più fortunato di Balzac, del Musset e di Victor Hugo, se la fortuna di uno scrittore deve giudicarsi anche alla stregua di queste materiali manifestazioni postume, Guy de Maupassant, il delicatissimo romanziere, ha già avuto il suo monumento a Parigi.


  Cronaca e fatti varii. Teatro Filodrammatico, «Il Piccolo», Trieste, Anno XVI, N. 5802, 27 Novembre 1897, p. 2.

  Lo studio dei caratteri [ne: I corvi di Becque] è magistrale, l’osservazione è acuta, tanto da far pen­sare ai romanzi del Balzac che fu, come tutti sanno, uno dei due grandi modelli di Zola.


  Cronaca locale e fatti vari. Teatro Filodrammatico, «Il Piccolo», Trieste, Anno XVI, N. 5807, 2 Dicembre 1897, p. 2.

  E non ci sembra che il Lopez [Sabatino Lopez] tenda a generalizzare, a presentare una tesi, piut­tosto che a riprodurre un lembo di vita contemporanea. Nella sua fisiologia del matrimonio, del resto, il Balzac pretende che i matrimoni più felici siano quelli de­gli uomini che sposano le proprie amanti e fa anche delle statistiche, che risultano favorevoli per queste unioni, raffrontate con le altre. A insistere su ciò v’è da farsi lapidare dalle signorine e più ancora dalle mamme; ma questo non vuol dire che Ninetta non abbia diritto di pensare un po’ come Balzac e di sentire nel suo io di amante, rimasta, devota e fedele, che lei, se il Conte l'avesse sposata, l’avrebbe reso felice, mentre l’altra, la signorina ingenua e per bene, lo inganna.


  Efisio Aitelli, Letterati e artisti piemontesi. Vittorio Bersezio, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXI, N. 213, 3 Agosto 1897, pp. 1-2.
  p. 1. Diceva allora Luigi Chiala nella Rivista Contemporanea […]: «Questo giovane e fecondo ingegno va affinandosi senza rimettere punto del suo impeto ed ardore. Anzi lo stento della formazione del suo stile preconizza uno scrittore di vaglia; chè parecchi di coloro che nacquero ad essere nuovi ed a non sapere (sic) le orme invisibili dei mediocri, come per esempio il Balzac, cominciarono dall’essere strani, rotti e duri, e solo col tempo e collo studio convertirono in virtù i loro stessi vizi. [cfr. 1856].


  Arce, Vagando e divagando … Visite di bambole, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XI, N. 332, 3 Dicembre 1897, p. 2.

  Così il poeta Brown s’innamorò, senza averla mai veduta, di una donna d’intelligenza e cuore nobilissimo, mantenendo con lei attiva corrispondenza epistolare per molto tempo. […].

  Allo stesso modo Balzac s’innamorò della gentile fanciulla che sposò, e Goethe di sua moglie.


  Pietro Barbèra, Autori e Editori. Lettura fatta al Circolo Filologico di Firenze la sera del 29 marzo 1897 dal Presidente Pietro Barbèra, Firenze, Tipografia di Salvatore Landi, 1897.
  p. 15. Questo del correggere all’infinito è proprio un vizio, una anomalia patologica di certi cervelli […].
  Per le troppe correzioni Balzac invece di arricchire con l’inesauribile produzione del suo genio, visse nella miseria, e si racconta che Cousin fece spendere ai suoi editori 50,000 franchi per la stampa di un’opera di filosofia.

  Anton Giulio Barrili, Cuor di ferro e cuor d’oro. Romanzo, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1897.
  Cfr. 1879.


  L. Barucchi, Quel che non si deva dire. Saggio di voci e maniere errate e avvertimenti circa il retto scrivere, Torino, Libreria G. B. Petrini di Giovanni Gallizio, 1897.

 

Pessimismo, pp. 207-210.

 

  p. 208. S’è fatto, or son pochi anni, grande strepito, perché i Parigini innalzarono una statua ad Alessandro Dumas, grande, instancabile produttore di racconti e di drammi più divertenti che letterari, prima che ad Onorato di Balzac, romanziere sommo, dal quale deriva in gran parte la moderna scuola. Ma sono poi veramente da biasimare i Parigini? non diedero invece prova di buon senso, mostrandosi riconoscenti all’inesauribile novelliere, che ricreò tre generazioni di lettori, e meno curando l’arte più fine e più vera, ma meno gioconda e per ciò meno utile, del Balzac e di quelli che da lui derivano?

  Ammettiamo, se si vuole, che il mondo vada a rotoli, che tutto sia male quanto ne circonda. Ma c’è sugo, nello immergerci nella continua ed assoluta contemplazione di questo male e di questa desolazione, nel notomizzarli sapientissimamente e inesorabilmente?



  Cesare Baudi di Vesme, Storia dello spiritismo. Volume II, Torino, Roux Frassati e C° Editori, 1897.

 

Gli Swedenborgiani.

 

  p. 446. Terminerò ricordando, come curiosità, il romanzo Seraphita (sic) del Balzac, basato sulla dottrina dello Swedenborg.



  P.[aolo] B.[ernasconi], Attentato?, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXII, Num. 164, 17-18 Giugno 1897, pp. 1-2.

  p. 1. [Sul presunto attentato a F. Faure]. Per cui il Figaro ti viene a citare Balzac, il quale pretendeva che sotto la Ristorazione c’erano tre polizie rivali: quella della Prefettura, quella della Procura e quella del Re.


  P.[aolo] B.[ernasconi], “Les Déracinés” romanzo di Maurice Barrès, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXII, Num. 329, 30 Novembre-1 Dicembre 1897, pp. 1-2.

  p. 1. […] non è veramente un libro di questo genere che il Barrès volle scrivere, bensì la storia morale dell’attuale gioventù e della generazione che l’ha procreata; una con­tinuazione insomma della psicologia storica della Francia, iniziata da Onorato Balzac, e conti­nuata minuziosamente dal Taine.


  G. Boglietti, Il socialismo in Francia. I-IV, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Sessantanovesimo della Raccolta, Volume CLIII, Fascicolo XII, 16 Giugno 1897, pp. 631-647.
  pp. 632-633. La borghesia, spinta dall’istinto realista che l’anima, non cerca che una cosa: accumulare le sue forze economiche, i suoi mezzi di produzione, che sono il titolo della sua gloria, della sua potenza nel mondo. Il resto per essa non ha valore o non ha che un valore molto secondario. Or bene di tanto la borghesia procede nell’indicata via, di tanto essa si scosta dal proletariato, in guisa che l’abisso fra i due diventerà col tempo così profondo da non potersi colmarlo. È ciò che hanno preveduto i due grandi romanzieri della borghesia e del proletariato, Balzac e Zola. Ma essi prevedono una soluzione del conflitto in senso assolutamente opposto. Zola, da buon collettivista, prevede che tutti i grandi feudi delle dinastie borghesi cadranno, giunti a piena maturità, immancabilmente in grembo al collettivismo. […]. Balzac invece, che aveva un senso più sobrio e più corretto delle cose che non i degenerati Rougon-Macquart, prevedeva che i dinasti borghesi del suo tempo, i Keller, i Desmarets, i Roguin, i Cochin, i Guillaume, i Lebas, i Nucingen, sarebbero, quando ben bene ingrassati – ingrassati, dico, nel senso fiorentino della parola, giunti, cioè, al maximum della loro potenza quattrinaia – venuti in piena decadenza. E diceva questo in base a una sua massima, che ha la precisione e l’evidenza di un teorema di meccanica: «Quand l’effet produit», dice egli(2), «n’est plus en rapport direct ni en proportion égale avec la cause, la désorganisation commence». È una soluzione suggerita dall’osservazione dei fenomeni della vita organica universale, e che ha il suo riscontro nella storia. Tutte le civiltà sono, infatti, perite a questo modo, a causa dello squilibrio di alimento e di vitalità ne’ diversi membri componenti il corpo sociale.
  (2) César Birotteau, I, 92.

  M. Bullock, Il tunnel più meraviglioso del mondo (con 9 illustrazioni), «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte, letteratura, scienze e varietà», Bergamo, Istituto d’Arti grafiche editore, Volume V, Numero 26, Febbraio 1897, pp. 137-144.
  p. 142. Là dentro la scena che si offriva allo sguardo era strana, fantastica. Balzac descrisse una volta una via dagli effetti che produceva sui sensi. Altrettanto si dovrebbe fare per descrivere la stranezza di quella grande bolla d’aria compressa nella quale ci trovavamo.

  Guido Bustico, Il Romanzo italiano nel secolo XIX. L’imitazione nell’arte (appunti). Edizione in L esemplari, Massa, con i tipi di E. Medici, 1897.
  p. 9. Così mentre dal piccolo e forte Piemonte, il D’Azeglio «il gentile cavaliere» versava il suo animo mite d’artista […], mentre il Guerrazzi con la fierezza di un tribuno, scuoteva la vigliacca pazienza sulla groppa degli imbelli, fustigandoli a sangue, […] «ora emulando la passione di Byron, ora vincendo le anatomie psicologiche del Balzac, ora fantasticando come Hoffmann, ora mordendo come Heine» versava tutta la sua vivida fantasia in quelle pagine piene di ardore […]. […].
  p. 11. Col romanzo del Manzoni si era intanto atterrato il vecchio, e si erano instaurate idee nove, e con i Promessi Sposi che procedevano dai romanzi inglesi storici di Walter Scott, derivando così dal Romanticismo Germanico, ci si avvicina sempre più alla nuova forma di romanzo che in Francia compariva col Balzac preludendo quindi il moderno naturalismo. […].
  pp. 12-13. Taluni opinano che il naturalismo sia una forma nuova d’arte, uscita per incantesimo dalla penna del Balzac, come Minerva uscì d’un tratto dal cervello di Giove […].
  Il moderno indirizzo del romanzo naturalista si svolse dapprima in Francia, non appena declinato il romanticismo col Gautier e col De Musset; e col Balzac, col Flaubert e con lo Zola, si è poderosamente affermato, svolgendosi sempre vieppiù; raggiungendo col Flaubert elevatezza di stile, coi fratelli De Goncourt semplicità, col Daudet bellezza, con lo Zola potenza, mentre col Bourget il romanzo psicologico si imponeva soppiantando il naturalista.

  Antonio Caccianiga, Gustavo Flaubert e Giorgio Sand, in Brava Gente di Antonio Caccianiga. Terzo Migliaio, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1897 («Biblioteca Amena», 378), pp. 111-142.
  pp. 113-114. Zola nel suo libro Les romanciers naturalistes, parlando della evoluzione letteraria che si fece alla comparsa di Madame Bovary, «sembrò, egli dice, che la formula del romanzo moderno sparsa nell’opera colossale di Balzac venisse ridotta e chiaramente spiegata nelle 400 pagine di questo libro. Il codice dell’arte nuova era scritto». […].
  pp. 128-130. Quando, dopo parecchi anni, Flaubert pubblicò l’Education sentimentale, la stampa gli si mostrò ancora più severa. La Sand invece lo proclama un bel libro, della forza dei migliori di Balzac, e più reale, cioè più fedele alla verità, dal principio alla fine […].
  Il suo spirito è come lui, fuori delle proporzioni comuni. Egli ha tanto del Victor Hugo che del Balzac, ed è artista, ciò che questi non era.

  Dott. Guglielmo Cantarano, Inversione e pervertimenti dello istinto sessuale. Pel Dott. Guglielmo Cantarano, «La Psichiatria. La Neuropatologia e le Scienze affini. Gazzetta trimestrale», Napoli, Stabilimento Tipografico, N. Jovene & C.°, Anno V, Vol. V, 1897, pp. 195-221.
  p. 215. Dai tempi romani bisogna attraversare un grande periodo di secoli prima di ritrovare tra i temi d’insigni letterati quello dei pervertimenti dello istinto sessuale: la Religieuse di Diderot segnò il principio di questi studii. […].
  Balzac, facendo un passo più innanzi, non si fermò sul tema dell’amore invertito, ma nel suo romanzo une Passion au dèsert (sic) e nell’altro Sarrazine (sic), descrive del tutto le unioni bestiali tra esseri umani ed altri animali, senza per altro tralasciare un saggio di lesbismo nella Fille aux yeux d’or. Poi il Gauthier (sic) nella sua Mademoiselle de Mauphin (sic), Feydeau nella Comtesse de Chalis, Flaubert nel Salammbô danno nuovi saggi artistici sull’amore tra persone del proprio sesso.


  Luigi Capuana, Uno scritto di Luigi Capuana [1889], in AA.VV., Niccolò Tommaseo e il suo monumento in Sebenico, Sebenico, Editore Paolo Mazzoleni, 1897, pp. 192-193.

 

  p. 193. Vissuto molto in Francia, immune dei pregiudizi de’ suoi contemporanei contro le letterature straniere, il Tommaseo non guardava con occhio di commiserazione i romanzi del Balzac e della Sand, come gli altri nostri letterati facevano. E la vasta e varia coltura, e l’esperienza della vita, e l’indole riflessiva, e la mente penetrante permettendogli di apprezzare un’arte di cui non avevamo nessun piccolo saggio tra noi, lo mettevano meglio di qualunque altro nel caso di trapiantarne il germe nel nostro suolo e bene acclimarvelo.

  Ma nessuno si accorse di questo.


  Carlo e Cristina, La vita, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXII, Num. 294, 26-27 Ottobre 1897, p. 2.

  Uno ci domanda l'influenza del matrimonio sulle persone nervose ... una domanda che abbisognerebbe di un volume di risposte e di una biblioteca di libri dalla fisiologia del Balzac all'ultimo romanzo Jeunes ménages del Case.


  Alessandro Chiappelli, Socialismo e Arte, in Il Socialismo e il pensiero moderno. Saggi di Alessandro Chiappelli, Firenze, Successori Le Monnier, 1897, pp. 115-160.

  p. 130. In Francia, anche senza parlare di alcune liriche del Musset e del Coppée, è tutta una fioritura d’arte sociale, cominciata nel sentimentalismo umano, nel romanzo specialmente di V. Hugo e nel realismo del Balzac, cresciuta poi nell’opera dello Zola e nel romanzo psicologico del Bourget e di Pierre Loti.

  Edgardo Fazio, Lo stil novo, «Fortunio. Cronaca napoletana», Napoli, Anno X, N. 1, 3 Gennaio 1897, pp. 1-2.
  p. 1. Forse nessuna formula letteraria ebbe una così viva e larga forza di suggestione come quella naturalista. Da Balzac a Goncourt è tutto un ripetersi, un rinnovarsi, un rinverdirsi di questa formula che ha pervasa la Francia e l’Italia per sì lungo tempo; ed a Zola, il quale ha avuto l’agio di far fiorire la sua personalità artistica fra gli ardori delle prime battaglie e gli allori delle ultime vittorie, fra Gustave Flaubert e Alphonse Daudet, è toccato l’onore e la suprema gioia d’imporre uno stile.

  Feder [Federico de Roberto], Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXI, Num. 203, 29-30 Luglio 1897, pp. 1-2.
  Se voi entrate in una libreria con la curiosità di sapere qual genere di opere ha la vendita più abbondante, vi sentirete rispondere infallibilmente: i romanzi. Se voi stesso scrivete e andate in cerca d’un editore per i vostri libri, i versi, le critiche, i drammi, le storie, i viaggi, tutto vi riescirà di difficile collocamento: offrite un romanzo, e l’affare, bene o male, è tosto concluso.
  Le forme dell’arte sottostanno alla stessa legge di trasformazione che regola le forme viventi: la tragedia scompare come una specie alla quale manchi l’alimento e il clima sia ostile; il poema è già un fossile come un fossile e l’ittiosauro e il megaterio. Quasi tutto il posto è preso dal romanzo; il suo sviluppo, in meno d’un secolo, sbalordisce. Emilio Zola non è Omero, ma egli ha cagione di dire che, ai nostri giorni, le sue opere e quelle dei suoi simili rappresentano ciò che rappresentavano i poemi omerici nel mondo antico. E Balzac non può chiamar Dante «il vicin mio grande?». La Commedia Umana non sta presso alla Divina Commedia? Unico è il tema delle due concezioni: la vita; unico il protagonista: l’umanità. «Salutate un genio», disse il romanziere alla sorella, quando le comunicò l’idea di fondere i suoi libri in un’opera unica e colossale. Da Teofilo Gautier a Ippolito Taine, dai poeti ai filosofi, tutti salutano un genio in lui. Giacchè egli è ad una volta filosofo e poeta, artista e pensatore. Che cosa era il romanzo prima di lui? Una grande fiaba per bambini grandi. Egli ne fa un documento umano, uno strumento d’inchiesta sociale, la storia e la critica della vita. Soltanto a considerare i titoli che pensava per i suoi libri, la serietà delle intenzioni, la profondità dei concetti è manifesta: egli li chiama Studi filosofici, Studi analitici, Patologia della vita sociale, Monografia della virtù. Cinquant’anni prima dei Goncourt, sente che la vecchia denominazione di romanzi, buona ai tempi della Scudery, è disadatta a definire una forma d’arte già considerata come secondaria, ma trasformatasi per opera sua, slargatasi, arricchitasi, pervenuta rapidissimamente al sommo della parabola evolutiva. Cinquant’anni prima di Zola, egli prende alla scienza di Buffon e di Geoffroy Saint-Hilaire le sue nuovissime conclusioni, e studia l’uomo nella società come un organismo nella natura: «la società non fa dell’uomo, secondo gli ambienti dove la sua azione si esercita, tanti uomini differenti quanti quante vi sono varietà zoologiche?» Egli diventa così l’osservatore dei caratteri, il classificatore dei tipi, il nomenclatore delle condizioni sociali; egli studia nell’opera sua tutte le passioni del cuore, tutte le inquietudini dello spirito, tutti gli aspetti della vita, tutti i problemi umani. Lascategli dire: «Ho tutto dipinto e tutto osato». Non è un’affermazione superba: è la verità. E la sua figura ingigantisce ogni giorno: esercitarsi a ricostruirla fedelmente non è opera vana. Il visconte di Lovenjoul ha già scritto su lui due volumi aneddotici; oggi ne mette fuori un terzo degno di attenzione come i due primi(1).
***
  La vita dello scrittore e dell’uomo fu una lotta continua, aspra, dolorosa. L’uomo e lo scrittore hanno in Balzac gli stessi caratteri di forza, di potenza di esuberanza, di tenacia indefessa. Fisicamente robusto, tarchiato e nerboruto, con un collo taurino e uno sguardo da leone, la sua attività letteraria non è la più notevole. Col bisogno di soddisfare i larghi appetiti, va in cerca della fortuna, ovunque, comunque. Inizia venti speculazioni diverse, né per i disastri più gravi si perde mai d’animo. Fa l’editore, il tipografo, il fonditore di caratteri e fallisce. Compra dei terreni a Sèvres, presso una futura linea ferroviaria, vicino a una futura stazione, e vi eregge una casa: egli stesso ne è l’architetto. La casa è perfetta; ci manca una cosa sola: la scala. Non importa: ne costruisce una esterna. Ma i terreni cretacei non sopportano il peso della fabbrica; l’edifizio se ne va. Egli tenta di rafforzare il suolo con palafitte, e come il legno ordinario non gli pare forte abbastanza, specula di adoperare le vecchie palafitte incorruttibili delle fondamenta di Venezia … . Nelle miniere d’argento della Sardegna giacciono inutilmente enormi strati di scorie: egli pensa che, trattate convenientemente, queste potranno dare ancora del minerale. Parte per l’isola, la visita, studia sul posto i particolari del suo disegno – che un Genovese al quale lo confida gli porta via – e per riposarsi, tra una cosa e l’altra, tra una discussione e l’altra, scrive il piano d’un dramma.
  Fallito ogni tentativo d’imprese industriali, pieno di debiti, si dà tutto alla letteratura. Un libraio gli anticipa 20 mila franchi con l’obbligo di consegnare 8 volumi in 6 mesi. Vestito d’una bianca tonaca monacale, «certo per una doppia allusione», dice il Gautier, «ai suoi lavori da benedettino ed al suo umore pantagruelico», egli scrive 18 ore al giorno, riposando soltanto dalle 6 del pomeriggio a mezzanotte. «Ho ripreso la vita di galeotto letterato!». In una sola settimana consegna 55 fogli di stampa! E una fiducia incrollabile lo sorregge: «Io so di possedere una fortuna nelle mie cartelle!». Meybeer non ha messo insieme 100 mila franchi di rendita?». Per rifare Roberto il Diavolo in letteratura basta il lavoro alimentato da una forza che io sento dentro di me: Metus! Compone ad un tempo tre romanzi per tre giornali diversi: il Curato di villaggio per la Presse, Una figlia di Eva per il Siècle, chi ha guerra ha terra (diventato poi I Contadini) per non so qual altro; né gli basta: corregge ancora due altre opere, scrive una prefazione, pensa un altro grande lavoro, traccia schemi di drammi e di commedie.

***
  Il teatro fu il suo struggimento – e non potè ottenere di essere rappresentato, la vita. La storia del suo primo tentativo, che il Lovenjoul ha il merito d’aver ricostruita, è degna d’essere nota.
  La scena francese decadeva, invasa da una quantità di mestieranti che rubavano i soggetti ai romanzieri, al Balzac più che a tutti gli altri, il teatro della Renaissance fu aperto per dar luogo alle opere degli ingegni eletti. Dopo il Ruy-Blas di Hugo, dramma di esordio, bisognava cercare un nuovo lavoro d’arte. Già egli pensava da dieci anni al teatro: «Le mie idee in proposito sono vaste, e la loro effettuazione mi spaventa. Soltanto il vero è ormai possibile al teatro, quel vero che io ho riprodotto nel romanzo. Ma far vero non è dato né a Hugo, il cui ingegno è troppo lirico, né a Dumas, che ha tanto oltrepassata la verità da non poter tornare più indietro». Notate l’esattezza del giudizio critico. Ed allora egli pensa alla sua commedia. Ha tre grandi disegni di lavoro di polso, ma non ne sceglie nessuno: «io lascerò come saggio un dramma della vita borghese, senza chiasso, come una cosa poco importante, per vedere che diranno d’un’opera di assoluta verità».
  L’opera è quella stessa abbozzata in Sardegna: La prima commessa, titolo che poi cambia in quest’altro: La scuola delle famiglie. Cerca e trova un collaboratore nel Lassailly: in 16 giorni e 16 notti il lavoro è finito, ma riducendo le 6 ore di riposo a 3 sole! Il dramma è rifiutato; molte cose, lo scioglimento tra l’altro, non vanno bene. Una sera egli ode il principe di Metternich narrare un aneddoto: subito ne trae profitto per modificare la soluzione della quale egli stesso è scontento. Ma, anche corretta, la Scuola delle famiglie è giudicata incapace di reggere alla prova scenica. Il dramma, o meglio la «tragedia borghese» fu stampata in un’edizione di sole 12 copie; si credevano tutte perdute, quando il Lovenjoul ne ha scoperta una. L’intreccio è questo: il proprietario di un magazzino di mode, non più giovane, ammogliato, con una figlia, s’innamora della sua prima commessa; la moglie, durante una breve assenza di lui, la scaccia; egli la riprende, e tosto una lotta violenta s’impegna tra i due consorti: la figlia, turbata, sgomenta, atterrita, avvelena la ragazza. Il padre, in una scena tremenda, scopre il delitto e impazzisce: la sua amante è salvata dalla morte, ma perde la ragione anche lei.

***
  L’autore della Fisiologia del matrimonio non sarebbe stato uno dei più sottili, acuti e felici indagatori dell’anima femminile se non avesse molto amato. Lo scrittore di tanti romanzi ne visse uno che fu l’ultimo e il massimo della sua vita, quando la contessa di Hanska, alla lettura del Medico di campagna, sentì per lui un’ammirazione destinata a mutarsi presto in un sentimento molto più tenero e dolce. Stanco, oppresso, sfinito, dopo aver tanto vissuto e tanto lavorato, Balzac fu sollevato dal nuovo, dall’ultimo amore, al cui paragone tutti gli altri impallidirono. «E parlano del primo amore! Io non conosco nulla di terribile come l’ultimo: esso è strozzatore». Su questa passione, sul matrimonio che tolse alfine lo scrittore da tante disgrazie e che gli assicurò – ahimè, per poco! – la pace e la felicità, il Lovenjoul ha scritto tutto un libro; in questo oggi pubblicato ci narra una breve avventura che si svolse in Italia, a Torino, nel ’36.
  Carolina Marbouty, cosa rara, era bella donna e donna d’ingegno insieme; scriveva con molto garbo sotto un nome finto, Clara Brunne. Balzac, suo ammiratore, le offerse di fare un giro insieme per i castelli della Turena; ma, in Francia, ella aveva paura di mettere a rischio la propria reputazione. Accettò invece di venire in Piemonte. Venne in Italia vestita da uomo – Giorgio Sand aveva allora messo in moda il travestimento – e con un nome maschile, Marcello: forse per significare che era fedele ad Onorato come il Marcello degli Ugonotti, allora da poco rappresentati, a Raoul. E in casa della marchesa di San Tommaso, dove conveniva quasi tutta la società di Torino, Marcello produsse grande impressione ed eccitò somma curiosità. Lì Balzac conobbe Federico Sclopis: tra le due nobili menti la simpatia non poteva mancare; le lettere che essi scambiarono ne fanno fede in questo volume. Non sarà curioso di sentire quale giudizio l’uomo di stato desse di uno fra i più belli romanzi dell’artista? «Ho letto il Giglio nella valle» scrive lo Sclopis «e non posso dirvi quanto ho ammirato la evidenza dei caratteri femminili da voi descritti. Voi avete letto molto a fondo il libro del cuore, e nella narrazione dei casi semplici e commoventi insieme, della vita intima, c’è una verità che va diritta all’anima. Il carattere angelico della signora di Mortsauf mi ha vivamente commosso. Accogliete questa confessione come l’omaggio di un lettore che non si lascia andare al sentimentalismo se non quando è vero …».
  Di ritorno in Francia, Marcello e Onorato si separarono. Sei anni dopo Balzac, memore e grato, dedicò un racconto a Carolina; la dedica diceva: «Alla poesia del viaggio, il viaggiatore riconoscente». Ella invece … ella scrisse un romanzo, Una falsa passione, dove dipinse Balzac sotto il nome di Ulrico, vituperandolo.

***
  Può uno scrittore servirsi dell’opera altrui? E fino a che punto? Il classico Je prend (sic) mon bien où je le trouve si può adattare all’artista? O i plagi – i furti? – sono imperdonabili ?
  Anche in Balzac si discoprono cose non sue. Ma egli confessa gl’imprestiti, si rivolge ai legittimi proprietarii. Al Laurent-Jan, scrittore oggi dimenticato, prese alcune pagine; ma a lui dedicò il Vautrin, dove più si servì dell’opera dell’amico. A Teofilo Gautier tolse ancora di più: in Beatrice si leggono alcuni passi dei profili di attrici che Théo scriveva per il Figaro; nel Grand’uomo di provincia a Parigi, un sonetto, il Talismano, è dell’autore di Smalti e Cammei; la finta traduzione dei due sonetti spagnuoli, nelle Memorie di due giovani sposi (sic), è anche essa del Gautier. Il Capolavoro sconosciuto, nelle prime edizioni, è tutto originale; ma una delle cose più notevoli in Balzac era l’incontentabilità. Egli rivedeva, rimpastava, rifaceva continuamente i suoi libri, col bisogno, noto a tutti gli artisti, ma non ugualmente forte in tutti, di avvicinarsi all’ideale di perfezione intraveduto. Nella versione del ’37, il Capolavoro ha molti passaggi nuovi, alcuni dei quali sono visibilmente dovuti al Gautier. Questa specie di collaborazione ignorata dal pubblico si spiega. Osservatore meraviglioso, tragico evocatore di anime, Balzac era mediocre stilista. La forma fu sempre il suo tormento; egli stesso fu il terrore dei proti, perché, correggendo le bozze di stampa, rifaceva fino a venti, fino a trenta volte i suoi periodi. Eccone una curiosa dimostrazione aritmetica: è il conto del tipografo che gli stampò la Scuola delle Famiglie. La composizione, che pure è il forte del lavoro tipografico, importò 216 franchi; le correzioni costarono 343 e 50! Era naturale, pertanto, che uno scrittore a cui la parola non obbediva, ammirasse la suprema eleganza, la tersa fluidità, la felice armonia dello stile del Gautier, e che a lui ricorresse talvolta, quando divennero amici.
  Un piccolo episodio di questa amicizia merita di essere riferito come conclusione, perché rivela, meglio di molte e lunghe analisi, che testa fosse quella di Balzac. Il Gautier, con Baudelaire ed altri artisti inquieti ed infermi, si raccoglievano secretamente nel palazzo Pimodan, dove mangiavano l’haschisc per dischiudersi le porte dei paradisi fittizii. Teofilo parlò con tanto calore delle ineffabili sensazioni esercitate dalla verde confettura, che una sera questi si lasciò tentare e seguì l’amico e partecipò al misterioso convito. Ingoiato l’haschisc, aspettò … . Non provò nulla. La sua fantasia era naturalmente tanto fervida, egli sapeva sognare con tanta evidenza a occhi aperti, che l’eccitante artificiale restò senza effetto.
  (1) V.te de Spoelberch de Lovenjoul, Autour de Honoré de Balzac, Calmann Lévy, éditeur.

  Augusto Ferrero, Autunni e Primavere. V. Bersezio – A. Caccianiga – G. San Giuliano, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXI, N. 300, 30 Ottobre 1897, pp. 1-2.
  p. 1. La parola della morta è una novella a contenuto spiritico. Già in suoi precedenti romanzi aveva il Bersezio introdotto questo insolito elemento di azione, come prima e dopo di lui, fecero altri, fra i quali Balzac, Gauthier (sic), Verdinois […].

  Lino Ferriani, Delinquenti Scaltri e Fortunati. Studio di psicologia criminale e sociale. Seconda edizione, Como, Libreria Omarini Vittorio – Tip.-Lit. Longatti Romeo Editori, 1897.
  Parte Prima. Introduzione (La commedia dell’onestà). IV. L’ipocrisia nell’educazione.
  Nota 2, pp. 51-53; p. 53. A questo punto, correggendo le bozze, è mio dovere non dimenticare uno studio pregevolissimo di Gino Rosmini («Educazione religiosa, senso morale e delinquenza», - Scuola Positiva – Anno VI, N. 4, Aprile 1896) che, cortesemente, cita pure la mia opinione espressa nei «Minorenni Delinquenti». […] E appunto perché sono fatti (senza per nulla entrare in problemi d’indole politica) uno eloquente constaterò, prima di chiudere questa nota; e cioè come il socialismo militante si rivolga alle masse di continuo citando, commentando, illustrando le dottrine di Cristo. Questo è fatto che s’impone e dimostra che si crede nell’influenza del Vangelo per moralizzare l’uomo, al bene educabile, come vi credette quel gran psicologo che fu Balzac il quale definì il cristianesimo un sistema completo di repressione di ogni tendenza prava.

V. L’ipocrisia nella donna.
  p. 67-73. Come si vede noi scivoliamo nella criminalità pur non uscendo dai confini dove domina la donna normale, chè se questi confini oltrepassiamo anche solo di pochi passi, noi scorgiamo come in fatto di crudeltà essa superi di parecchio l’uomo, e ci si presenti forte di una ferocia che si direbbe abbia ereditato da Nerone e da Torquemada. È forse per questo che il gran psicologo Balzac diceva: «Il y a toujours un fameux singe dans la plus angélique des femmes».[2] […].
  A suo luogo parlando della corruzione avrò agio di ritornare sul tema della donna […]; ma per ora ci basti ricordare come sollevando veli di rigide virtù si scorgano «ambigue donne» diventate oneste perché l’asma le opprime; beltà sfruttate che predicano la morale col codice della loro battagliera esperienza; là una «pinzochera» […] qui giovani spose, signore al tramonto, che usurpano fama di austere, mentre – come scrive Taxil – esercitano su larga scala il tribadismo(1): altrove donne, cui sorride fama d’illibate, che concedono i loro salotti a impudichi amori. E tutte costoro sfilano audacemente trionfanti sul gran palcoscenico dove, ogni dì, recitano la commedia dell’onestà. Badate, quando loro discorrete di un’opera d’arte, che questa sia rigorosamente morale perché – pare un paradosso ma non lo è punto – le donne dal corpo e dall’anima corrotti non ammettono concessioni in tema di morale pubblica, rinnegano l’arte che, animata da un alto intendimento sociale diventa arma per flagellare il vizio, se quell’arte non ha infingimenti arcadici: adorano i veli, la mezza luce, forse per l’abito contratto di giovarsi di quelli e di questa onde ingannare il pubblico. Aveva ragione Balzac. «Si vous êtes vrai dans vos peintures, on vous jette le mot immoral à la face. Cette manœuvre est la honte de ceux qui l’emploient».[3]
  Se tali sono le persone, che potrà essere la società ?
  (1) Fanno ricordare de’ tempi antichi i «Dialoghi» di Luciano e de’ moderni «La fille aux yeux d’or» di Balzac - «Mademoiselle Giraud ma femme» di A. Belot. - «Mademoiselle de Maupin» di Th. Gautier.
VII. I costumi riflessi nella letteratura.
  pp. 109-110. Le funzioni dell’amore, le idealità de’ sensi affettivi sono snaturate, come forse mai avvenne nei periodi, dirò così, classici di pervertimento morale in cui il vizio si palesava audacemente, appunto perché ora regna la simulazione. È il fenomeno identico che si riscontra nella criminalità. All’assassino si va sostituendo il truffatore. Se da un lato «le monde est plein de gens qui chantant des airs sans ritournelle, qui ont des quarts d’idées comme des quarts de sentiment et qui ne coordonnent pas plus les mouvements de leurs affections que leurs pensées»(1), persone insomma incomplete (ed è già molto accordar loro un quarto): dall’altro spuntano naturalmente gli scrittori che Nordau [Degenerazione] chiama «gli eunuchi dell’intelletto» […].
  (1) De Balzac – «Physiologie du mariage» Èd. Lévy, Paris, 1882, pag. 84.

Parte Terza. (Delinquenti contro l’onore). II. Adùlteri.
  p. 264. Come le unioni precoci sono funeste per la costituzione fisico-psichica della prole e contrarie a ogni legge fisiologica, del pari sono dannose quelle in cui l’uomo è vecchio, oppure già logoro per abito vizioso. Krafft-Ebing dimostrò come l’istinto sessuale fortemente predomini nell’organismo dell’uomo e sia tra i bisogni il più importante; Schopenhauer appunto lo definì la concentrazione di tutte le volontà e certo ad esso pensò Balzac quando scrisse «l’amour est la poésie des sens»(2).
  (2) Balzac – «Physiologie du mariage», op. cit., p. 57.
  pp. 267-268. Abbiamo quindi l’adulterio nelle manifestazioni sue più laide, l’infedeltà divenuta sistema, abito notorio e noi sappiamo che «l’infidélité est chez la femme comme l’incrédulité chez un prêtre, le dernier terme des forfaitures humaines; c’est pour elle le plus grand crime social, car pous (sic; lege: pour) elle il implique tous les autres»(1).
  (1) Balzac – «Physiologie du mariage», op. cit., p. 282.

Parte quarta. (Delinquenti contro la proprietà). IV. Fraudolenti.
  p. 368. Sighele [cfr. Contro il parlamentarismo, pag. 30] nota. «Un diluvio di parole sopra un deserto d’idee. Uomini, direbbe Balzac, che piegano ove il vento spira e ove vogliono i forti».

  Vico Fiaschi, “La funzione sociale dell’Arte”, «Il Puffino dell’Adriatico. Quindicinale di Letteratura – Arte – Scienza», Molfetta, Anno I, Num. 7, 4 Aprile 1897, pp. 4-5.

  p. 4. Così io intendo la funzione sociale dell'Arte, arte che io concepisco non come sterile fonte di sensazioni gra­devoli, ma come rappresentazione della vita in tutte le sue più svariate e multiformi estrinsecazioni. E per raggiungere questo scopo altamente umano, col mezzo del bello, non basta lo studio delle forme, come per la poesia non basta il verso per quanto preziosamente ma­nierato. La bellezza senza espressione – à detto Balzac – può anche essere un’impostura.


  Fram., Le cortesie, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXII, Num. 179, 2-3 Luglio 1897, p. 1.

  In tutte le letterature, generate o allattate dalla nostra, l’Italia era sempre la culla dei traditori e degli assassini. […]. «In ogni italiano c’è un frate, un accattone, un brigante e un mezzano» — faceva stampare Onorato di Balzac, dopo le truffe famose del genovese.


  Alfredo Galletti, Letterati contemporanei: Carlo Leconte de Lisle (con 2 illustrazioni), «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte, letteratura, scienze e varietà», Bergamo, Istituto d’Arti grafiche editore, Volume V, Numero 27, Marzo 1897, pp. 177-184.
  p. 180. Allora si affermò nel campo teorico come una scuola contrapposta ai romantici, il Realismo, che trionfò principalmente nel Romanzo, e che del resto era stato scoperto 40 anni prima da Balzac.

  Scipione Gemma, Politica e diritto negli odierni rapporti internazionali. Discorso letto il 10 Novembre 1896 per l’inaugurazione dell’Anno accademico nel R. Istituto di Scienze sociali «Cesare Alfieri», Firenze, Stabilimento Tip. G. Civelli – Editore, 1897.
  pp. 32-33. […] la politica internazionale è ancora l’argomento sul quale ogni modesto borghese, a buonissimo mercato, può procurarsi il lusso peregrino d’un’opinione personale perfettamente sostenibile. Pur tutto questo non varrà a scrollarne le basi. Si può col Loria tuonare contro le «rivalità moriture d’una decrepita diplomazia», o scherzare con il vecchio Balzac sulla «scienza di coloro che non ne hanno alcuna e che sono profondi come il vuoto»: ciò non basta a far sì che, nel contatto rude e diretto dei popoli, nello sprigionarsi di passioni violente tanto più facile quanto più i governi – facendosi democratici – ripercuotono la brutalità delle masse, non abbia a sentirsi sempre maggiore il bisogno d’una società a parte, colta e tranquilla che in mezzo ai dissensi e alle lotte conservi una calma e permanente unità.

  V.[incenzo] de Girolamo, “Nuovi libri. Spigolature – Dal Francese” – Traduzioni di F. Giancola. – Tipografia Editrice Vincenzo De Girolamo S. Severo […], «La Sveglia. Organo del Partito Moderato Liberale Sanseverese», Sansevero, Anno III, N° 53, 6 Ottobre 1897, pp. 2-3.

  p. 2. Noi non avemmo il Balzac, e per rin­negare il nostro passato, specie le forme ar­caiche del romanticismo, dovemmo rifar tutto daccapo; perciò sempre conati in cerca di una forma e di un contenuto, che ri­spondessero ai nuovi bisogni dello spirito e della coltura moderna.


  Domenico Giurati, I Canonici alla Camera, in Memorie d’emigrazione di Domenico Giurati, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1897 («Memorie di un vecchio avvocato (Seconda Serie)»), pp. 151-186.

  p. 161. Qualora si fosse trattato di un qualunque scioperato della sua clientela, Gastaldetti avrebbe saputo dare assetto facilmente a codesto negozio: raccogliere i debiti in poche mani, ridurre le usure, rateare i pagamenti.
  Ma lui no. Così se nel fare i debiti per il giuoco di boccie conferò il detto di Seneca che non v’è grande ingegno senza un ramo di pazzia, nel restarvi ingolfato confermò il detto di Balzac che definì l’avvocato un uomo che fa bene gli affari altrui e malamente i propri.

  Arturo Graf, Preraffaelliti, simbolisti ed esteti. I, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Sessantasettesimo della Raccolta, Volume CLI, Fascicolo I, 1 Gennaio 1897, pp. 29-46.
  pp. 41-43. Se l’intento principale è quello che sembra indicato dal nome, il simbolismo dovrebbe, in contraddizione diretta col realismo, che considera e ritrae, o vorrebbe considerare e ritrarre, le cose ciascuna per sé e nel proprio suo essere, considerarle e ritrarle come segni le une delle altre, e più propriamente le minori delle maggiori, le materiali delle spirituali. Sì fatto intento non è già nuovo; anzi è vecchissimo; anzi non sempre fu intento, nel proprio senso della parola, ma, in età più remote, operazione dello spirito affatto istintiva e spontanea. Poesia simbolica è sempre stata nel mondo, e chi volesse andare in traccia del simbolo per entro nell’arte realistica, e agli stessi romanzi del Balzac e dello Zola, durerebbe poca fatica a trovarlo. […].
  Oltre che per l’uso, o meglio, per la immaginazione dell’uso del simbolo, il simbolismo si contrappone al realismo, e più propriamente al naturalismo, per certa ostentata adorazion di bellezza; per la inclinazione che, ancor esso, ha al medio evo; per l’onore che, rivaleggiando col preraffaellismo, tributa alla poesia.
  Veramente non tutti i realisti furono disprezzatori della bellezza. Il Flaubert non si vergognò di dire che la bellezza è il fine vero dell’arte; e scriveva alla Sand: «Je regarde comme très secondaire le détail technique, le renseignement local, enfin le côté historique et exact des choses. Je recherche par-dessus tout la beauté, dont mes compagnons sont médiocrement en quête». E molto tempo innanzi il Balzac aveva scritto in uno dei suoi romanzi (Béatrix) queste testuali parole: «La beauté est le génie des choses». Ma non si può però negare che il realismo intendendo, com’è proprio suo cómpito, alla rappresentazione del reale, anzi di quel reale ch’è più ovvio e comune, e la bellezza essendo cosa piuttosto rara che soverchia nel mondo, non sia tirato naturalmente a trascurarla, e poi a mano a mano, come avviene, ad averla in dispetto.

  Arturo Graf, Il Leopardi e la musica, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Sessantanovesimo della Raccolta, Volume CLIII, Fascicolo XII, 16 Giugno 1897, pp. 577-590.
  p. 585. Fu notato che i pittori sogliono avere più senso musicale, e più inclinano alla musica che gli scrittori e gli architetti: ma fu pure notato che molti letterati e poeti non hanno punto, né quella inclinazione, né quel senso. Il Balzac detestava la musica; il Lamartine non la poteva soffrire; il Gautier preferiva il silenzio; i De Goncourt confessavano di essere sordi in fatto di musica, ecc. ecc.(1)
  (1) Vedi Arréat, Mémoire et imagination, Parigi, 1895, pagg. 60-61.

  Arturo Graf, Don Abbondio, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Settantaduesimo della Raccolta, Volume CLVI, Fascicolo XXI, 1 Novembre 1897, pp. 10-26.
  pp. 25-26; nota 1, p. 26. E il nome di Don Abbondio? Si potrebbe frugare di cima in fondo tutti gli onomastici antichi e moderni senza riuscire a trovarne uno più adatto, più proprio, più raffigurativo. Nomina numina. Il Balzac fu studiosissimo dei nomi dei suoi personaggi, e dicono che il Flaubert andò in gloria il giorno in cui trovò quelli di Bouvard e Pécuchet.

  Il Duchino, Teste e Tasti, «Il Ponte di Pisa. Giornale della Città e Provincia», Pisa, Anno V. Num. 3, 17 Gennaio 1897, p. 2.
  L’amore.
  Balzac ha detto: fino a che l’amore indietreggia dinanzi al delitto, sembra a noi che esso abbia dei limiti – E l’amore deve essere intuito.

  Il Duchino, Teste e Tasti, «Il Ponte di Pisa. Giornale della Città e Provincia», Pisa, Anno V. Num. 50, 12 Dicembre 1897, pp. 1-2.
  p. 1. […] Fra le forme di cappellino più in voga sono senza dubbio i toquets Impero, idolatrati da Balzac, che permettono di vedere tutta la capigliatura.

  Il Fanfulla della Domenica, Bohême e Bohêmes, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XIX, N. 28, 11 Luglio 1897, p. 1.
  L’ultimo dei bohêmes fu Armand Barthet, scrisse Ferdinando Martini, e l’arguto critico può aver ragione quando s’intenda restringere il senso della parola alla rappresentazione di quel ristretto numero di menti squilibrate e pure mirabili, che accarezzavano ideali artistici sublimi, sempre intente ad inseguire le inafferrabili fantasmime intravedute attraverso le nebbie smeraldine dell’abyme vert; quelle menti che ci lasciavano il Moineau de Lesbie, la Vie de Bohême, le Coeur et la Dot, i (sic) Fleurs du Mal, e quella Commedia umana che vivrà eternamente, perché eterna è la vita sociale descritta nella impareggiabile opera.

  Io per tutti, La vita che si vive, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXI, N. 218, 8 Agosto 1897, p. 2.
  L’appetito dei nostri nonni.
  […]
  Balzac, finchè lavorò, visse assai moderatamente; ma poi cominciò a divorare come una belva.
  Il caffè se lo cucinava sempre da sé.

  Paolo Leroy-Beaulieu, Trattato teorico-pratico di economia politica. Volume Primo. Traduzione dell’Avv. Ludovico Eusebio, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1897.
Capitolo V.
  Gli inconvenienti, i correttivi e le condizioni della divisione del lavoro. La rotazione del lavoro; suoi inconvenienti.

  150. Critiche che si fanno alla divisione del lavoro: 1° Le professioni ributtanti e vili, pp. 242-245.

  pp. 242-243. Tutti i moralisti, tutti i romanzieri, tutti gli autori drammatici si sono compiaciuti a mettere in rilievo i dirizzoni, le pieghe, i ticchi professionali, quella specie di mutilazione dell’essere umano, che, dal punto di vista fisico non meno che dal punto di vista intellettuale, risultano dalla pretesa uniformità di pensieri e di preoccupazioni, che l’assoluta separazione delle professioni impone. Balzac nei suoi romanzi, il Taine in molti suoi scritti, hanno, con rara felicità di espressione, ma anche, forse, non senza una punta di esagerazione, descritto quella soggezione perpetua, che il quadro professionale impone all’uomo, il quale aspiri ad uno sviluppo completo e armonico.

  Paolo Lioy, Le cinque strane cose di Fóntega, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Sessantasettesimo della Raccolta, Volume CLI, Fascicolo II, 16 Gennaio 1897, pp. 348-362.
  p. 353. Potevano anche essere state immaginate e costruite dal genio o dal capriccio d’un incompreso artefice primitivo che nato e vissuto nell’erma valle, precursore inconscio delle fissazioni del Baldassarre di Balzac, con l’ostinazione d’un monomane, tentasse e ritentasse, rifacendoli ad ogni assaggio abortito, i modelli di chi sa quali navicelle, o zattere galleggianti, o altri ordigni.
  Quanti simili abbozzi embrionali d’invenzioni fallite erediteranno anche da noi gli archeologi dell’avvenire!

  Giovanni Marchesini, Elementi di morale ad uso de’ licei secondo le opere degli scienziati moderni. Con prefazione di R. Ardigò. Vol. I, in Firenze, G. C. Sansoni Editore, 1897.

Capitolo II. Emozione. § 3. Varietà dell’emozione, pp. 31-35.
  p. 34. Influiscono pure sulle emozioni certi eccitanti come gli alcoolici e i narcotici. Balzac osservava che gli stupidi sono più noiosi quando hanno preso il caffè: e ciò non perché allora siano realmente più stupidi, ma perché manifestano la propria stupidità con maggiore esuberanza.

  F. Marcillac, Letteratura francese di F. Marcillac Professore a Ginevra. Traduzione di Andrea Paganini. Terza edizione con indice alfabetico, Milano, Ulrico Hoepli Editore-Libraio della Real Casa, 1897.
  Secolo XIX.
  p. 181. Dopo Dumas e Sue, Onorato de Balzac ottenne la più chiassosa e durevole popolarità; dopo lunga serie di esitazioni finì col trovare un genere tutto suo, detto il romanzo intimo. Era dotato di grande perspicacia ed abilità nel descrivere, ma spesso ne abusò dando troppo grande importanza ai più minuti particolari così nella descrizione del mondo esteriore come in quella dei sentimenti interni e dell’agitarsi delle passioni. Oltre di ciò la sua morale non è sempre la più pura, e la sensualità che spesso dipinge rende malefica la lettura dei suoi scritti.

  A. Marenduzzo, Il problema del dolore nell’India (Cenni), «Rassegna Pugliese di Scienze, Lettere ed Arti», Trani-Bari, Vol. XIV, Num. 4, Settembre 1897, pp. 109-119.

  p. 110. E perciò una parte degli uomini nel considerare questa commedia umana, come ben la chiamò il Balzac, vide nell’esistenza quella successione di do­lori che ci seguono come ombre nell’impenetrabile mistero della vita, rischiarato talvolta da qualche lampo fugace di gioia che ben tosto si dilegua e ci fa sentire, per l’interruzione, più acuto lo spa­simo del dolore, separando, per così dire, quasi con tanti intermezzi, il dramma fatale del destino del mondo.


  E. A. Marescotti, In Biblioteca. Alfred Bonsergent – “Bébelle” – (Lévy e C., editori, Parigi), «Domenica Letteraria artistica scientifica», Milano, Anno II, N. LIII-III.-I, 1897, p. 3.
  Non è certo da tutti poter incastrare nelle pagine di un libro dei grandi pensieri, portarvi dei problemi sociali e di precisare dei caratteri, come Balzac, o di dare loro una vita reale come Flaubert: ma abbisogna pur che queste opere di un intreccio limitato e senz’altra pretesa che quella di far passare qualche ora alle nostre signore sieno almeno interessanti; ora io credo che anche questa dote manchi nel volume del Bonsergent.

  Ubaldo A. Moriconi, Nel Paese de’ “Macacchi”, Torino, Roux Frassati e C° Editori, 1897.
  p. 188. La moglie legittima brasiliana, inerte, rassegnata, oziosa, apatica, leggera, subisce la gelosia pedante del marito e spesso qualche affronto di lui, senza farne alcun caso; essa è l’antitesi dell’attività nella famiglia, che si riscontra nella donna nostra: guardiana intelligente e vigile delle pareti domestiche. […].
  E così anche qui la donna è come l’uomo la fa; o meglio, come scrisse Balzac, “La donna è per suo marito ciò che il marito l’ha fatta”: e se non soffre più gli strazi del cuore, si è perché essa partecipa dell’immoralità dell’uomo.

  Th. Neal, Morale e arte, «Il Marzocco. Periodico settimanale di letteratura e d’arte», Firenze, Anno I, N. 50, 10 Gennaio 1897, pp. 1-2.
  p. 2. L’obiettività del teatro di Skahspeare (sic), del romanzo di Balzac, di Flaubert o di Zola non significa altro che questo: gli autori han posto soltanto le premesse di illazioni morali che saranno dedotte da chi le legge o ascolta.


  Neera, L’amor platonico, Napoli, Luigi Pierro, Editore, 1897.

 

  pp. 66-67. Ah! Balzac ha creato un fatale precedente dichiarando nella sua fisiologia che «toute femme qui n’a pas voiture n’est pas une femme». Gli scrittori che vennero dopo si guardarono bene dal cercare altrove; e siccome il maestro aveva anche scritto che esistono qua e là delle forme lontanamente muliebri dal collo rugoso e dalla nuca secca e bruna come le radici di un albero, che si potrebbero credere donne, ma che non lo sono, anche queste furono cancellate dai ruoli; e via via restringendo la schiera, codesta benedetta psicologia dell’amore si trovò limitata nei confini, per verità niente reconditi, del palco, della carrozza e della camera mobiliata. Troppo poco per una passione che ebbe un dio a rappresentarla!

  pp. 69-70. È per questo che i grandi romanzieri del sentimento (non voglio far nomi: prendiamoli pure tutti insieme italiani, francesi, inglesi, russi, tedeschi), preferirono sempre al volgare ambiente della città quella vita di provincia così apparentemente calma e pure così feconda di maturazione interna. Ma ecco che i nomi mi sfuggono mio malgrado: Auerbach, Turghenieff, Dostojevsky, la Eliot, la Sand, Balzac, Lamartine, Manzoni, dove abbeverarono la loro intima sete di idealità se non ai boschi verdi, alle strade romite, alle case solitarie e abbandonate delle loro provincie native?


  Alfredo Niceforo, Il gergo nella coppia e nella prostituta, in Il gergo nei normali, nei degenerati e nei criminali, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1897, pp. 124-147.
  p. 130. In questa umiliazione l’amore della prostituta si fa grande; alcuni, come il Sighele, hanno voluto vedervi qualche cosa di ideale e di purificatore. […].
  Ed è questo amore vero della prostituta verso il suo amante che la maltratta che faceva scrivere al Balzac: «L’humanité de la courtisane comporte des magnificences qui en remontent aux anges» e che potrebbe suggerire uno strano pensiero: valgono meglio le prostitute delle donne oneste. Entrambe fanno la stessa cosa, e mentre le prime lo dicono e lo mostrano, le seconde lo nascondono; mentre le prime, oltre alla franchezza, hanno la capacità di grandi affetti, le seconde no.
  Nella coppia in questione, c’è dunque l’amore, ma un amore unilaterale.

  Alfredo Niceforo, La delinquenza in Sardegna. Con prefazione di Enrico Ferri. Note di sociologia criminale, Palermo, Remo Sandron – Editore, 1897.

Capo VIII.
Fattori d’ambiente.
La amministrazione della giustizia e la pubblica sicurezza, pp. 169-196.
  p. 182. Ma ammettiamo pure che il testimonio, nel gabinetto del magistrato, deponga contro il reo; bisogna veder quell’individuo, alla pubblica udienza, mentre il reo, seduto tra i carabinieri, lo fissa attentamente. […] Quel testimonio dunque che si strugge sotto lo sguardo del reo che lo minaccia in silenzio, a colpi d’occhiate, è una macchietta compassionevole e comica al tempo stesso. Una macchietta che ha del Paul de Koch (sic) e del Balzac.

  Antonio de Nino, Pagine autobiografiche di Michele Lessona, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Settantaduesimo della Raccolta, Volume CLVI, Fascicolo XXII, 16 Novembre 1897, pp. 290-299.
  p. 295. Circa un malessere per eccesso di lavoro, il Lessona scriveva, anche da Torino, il 1° febbraio 1893: «Il lavoro dove ha la parte maggiore la mente, è quello che affatiga e logora maggiormente. Il Balzac diceva che sono candele umane quegli uomini che si consumano dalla testa. Vi prego di darmi qualche maggiore ragguaglio intorno allo stato della vostra salute […].


  D. O., Note letterarie, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXII, Num. 249, 11-12 Settembre 1897, pp. 1-2.

  p. 1. [Su: E. A. Berta, Il più Forte]. E’ [Marco Orleri] il conquistatore dalla mente lucida e fredda: una tradizione, ch’è quasi leggenda, vuole che tale sia stato il tipo dell’uomo nel nostro rina­scimento: ma il tipo, se interroghiamo a dovere romanzieri e drammaturghi, è piuttosto mo­derno; il Balzac lo incontra ad ogni passo nella sua Commedia umana […].


  Domenico Oliva, Torquato Tasso, in Note letterarie, Milano, Ditta editrice Brigola di G. Marco, 1897, pp. 33-56.
  p. 44. «Sono ambizioso» scriveva da Mantova «non posso venire in città ove tutti i nobili o non mi concedono i primi luoghi o almeno non si contentano che la cosa in quel che appartiene a queste esteriori dimostrazioni, vada di pari. Quest’è il mio nume e la mia ragione». Par di sentire il Balzac che si proclamava pari a Napoleone, o Vittor Hugo che aveva finito col credersi una specie di luogotenente del Padre Eterno. Mettere in piena luce l’io ed ingrandirlo con tutti i possibili effetti di prospettiva è stata l’operazione più gradita dei nostri contemporanei […].

Ippolito Taine. In memoriam, pp. 123-184.
  pp. 125-128. Qualche anno dopo leggevo il Balzac, commettendo il solito errore, quello di cominciare dai capolavori, Père Goriot, César Birotteau, Cousine Bette, e per quanto fosse accanita la mia cura di comprendere ed ostinata la mia attenzione, lo Shakespeare moderno mi sfuggiva: lo sentivo grande, ma non giungevo ad afferrare il perché di questo sentimento: più lo interrogavo, più il colosso si faceva misterioso ed assumeva la figura di sfinge. Avevo sentito discorrere d’uno studio del Taine su questo che Giovanni Verga chiama Padre Eterno, poiché ha fatto il mestiere di porre al mondo creature vive, e comprai alla vigilia d’una mia partenza per la campagna: Nouveaux Essais de critique et d’histoire. […]. Io leggeva il saggio sul Balzac, passando di meraviglia in meraviglia, di stupore in stupore, trascinato da uno stile ch’è tutto una vertigine d’immagini e di idee, piombato in una di quelle visioni lucide e complete dell’anima da cui si esce rinnovati, rifatti, ricreati.
  Confesso che non avevo sino allora letto niente di simile! […] vedevo la luce e insieme comprendevo il grande, il formidabile errore in cui m’ero trastullato, per troppo lungo tempo, assieme mille e mille altri: quello cioè di staccare l’artista e le opere d’arte dai fenomeni psicologici e sociali da cui escono, di cui sono gli effetti […].
  p. 159. Non si tratta che di restringere o d’allargare il campo d’osservazione, la visuale; oggi si lavora di scorcio contemplando un solo scrittore Platone, Marco Aurelio, Racine, Saint-Simon, Balzac; […] Tutto ciò ha bisogno d’un metodo, e il Taine lo espone nella prefazione ai Saggi di critica e di storia […].

  Enrico Panzacchi, La letteratura e l’arte in Italia, in Nel campo dell’arte, Bologna, Nicola Zanichelli, Editore, 1897; ora in Prose ..., pp. 217-233.
  pp. 227-228. Par di sentire una vasta polifonia artistica che muova dagli ateliers e dai salons e si spanda per l’ambiente parigino. La lirica e la drammatica se ne risentono; e se ne risente la prosa francese; e con Balzac e Sainte-Beuve, Victor Hugo e Teofilo Gautier ognuno s’accorge che vanno trapassando nelle pagine degli scrittori le più vive e delicate dell’occhio pittorico e la smagliante ricchezza dei colori delle tavolozze. Per tutto questo moto e per tutti questi contrasti, la Francia si formò fin d’allora quella larga coscienza artistica, che dura tuttavia, e ha generato la grande varietà che fa un così eloquente contrasto con la monotonia prevalente di altri paesi.

  Luigi Rasi, Rossi Cesare, in I Comici italiani. Biografia, bibliografia, iconografia, Firenze, Fratelli Bocca, 1897, pp. 432-438 dell’edizione: Firenze, Fratelli Lumachi, 1905.
  p. 436. Nel 1859, allo scoppiare della guerra, la Compagnia di Ernesto Rossi si trovava in Austria, e si sciolse. […] Nel settembre di quell’anno liberate le Marche, Ernesto Rossi raccolse la propria Compagnia per riprendere i propri viaggi, e senza maggiori avvenimenti le cose procedettero così sino al 1860, quando essendosi ammalato improvvisamente Gaetano Vestri, che sosteneva il ruolo di promiscuo nella Compagnia di Bellotti-Bon, a mezzo anno il Bellotti si rivolse ad Ernesto Rossi pregandolo di cedergli l’attore Cesare Rossi. […].
  L’andata in scena nel nuovo ruolo e nella nuova Compagnia doveva aver luogo a Milano al Teatro Re. Dopo lunga discussione, alla quale presero parte il Bellotti ed il compianto Tebaldo Ciconi, fu scelta per prima recita: Il papà Goriot di Balzac.
  Anche questa scelta era ardita perché Papà Goriot aveva ormai una tradizione sulla scena, una tradizione formata da Gattinelli, Vestri, Taddei, ma il confronto non fu dannoso.

  Vincenzo Reforgiato, Donne e frati nel Decamerone di Giovanni Boccaccio, Catania, Stab. Tip. Francesco Galati, 1897.

Idea e significato generale del Decamerone, pp. 6-9.
  pp. 8-9. Il Decamerone anticipò di parecchi secoli la Commedia umana di Balzac e i Rougon-Macquart di Zola, e l’idea che, noi, complici principali e colpevoli, viene oggi strombazzata ai quattro venti da Oltr’Alpi come un portento del genio, era, come del resto al solito, già vecchia in Italia, ed attuata forse con maggiore profondità, certo con maggiore coscienza, certissimamente con minor dose di ciarlatanismo.


  F.[ederico] de Roberto, Cronache letterarie, «Roma. Rivista politica parlamentare», Roma, Anno I, Fascicolo XX, 8 Agosto 1897, pp. 597-600.

 

  pp. 599-600. Come Zola ha fatto suoi i postulati della che ancora non sa, essa lo saprà un giorno; e scienza di Spencer e di Darwin, così Balzac si nutrì della scienza di Buffon e di Geoffroi Saint Hilair (sic). Entrambi hanno fatto opere d’arte e di scienza insieme, considerando l’uomo nell’ambiente, studiando l’adattamento delle funzioni alle circostanti condizioni fisiche e sociali. E se Zola è stato vituperato, pochi scrittori furono peggio denigrati di Balzac: in vita egli non potè vedersi apprezzato come portava il suo merito. Ora, ogni giorno che passa, la sua fama va crescendo; il visconte de Lovenjoul, dopo avere scritto due volumi aneddotici su lui, ne pubblica oggi un terzo che è accolto con altrettanta curiosità come i due primi. Ne fu già data notizia in questa rivista, ma non sarà fuor di luogo parlarne ancora un poco.

  L’indole di Balzac, forte, ardimentosa, tenace, esuberante, appare qui con molta nitidezza. Il Lovenjoul è stato accusato dal Rod di non aver messo insieme un libro organico, ma una serie di appunti; e l’osservazione, senza dubbio, è giustissima, tuttavia, così com’è, il suo volume ha forse più carattere; perché, invece di dare un ritratto di Balzac bell’e fatto secondo l’idea dell’autore, consente che noi ce lo componiamo da noi.

  In questi aneddoti, in queste lettere, noi ritroviamo il Balzac fecondo, col cervello in continua ebollizione, sempre scontento dell’opera sua, sempre intento a rifarla, cupido di avvicinarsi alla perfezione intravista, capace d’ideare dieci, venti opere nel tempo che un altro appena ne penserebbe una, smanioso di tentare il teatro, anche in questo simile a Zola, ansioso di portare sulla scena, di mettere in bocca agli attori, a personaggi viventi, la verità introdotta nelle mute pagine dei romanzi. Curiosissima è la storia della sua commedia La scuola delle famiglie, concepita in Sardegna, intanto che egli studiava d’arricchire cavando dalle scorie delle miniere argentifere le ultime molecole del minerale prezioso. Alla serie dei suoi tentativi non letterarii per agguantar la fortuna c’è da aggiungere la compra di certi terreni a Sévres (sic), presso una futura linea ferroviaria: lì il Balzac si fece architetto e costruì una bellissima casa. Vi dimenticò una sola cosa: la scala ... e i terreni cretacei non ... sostennero l’edifizio!

  Le pagine intorno ai rapporti fra Teofilo Gautier e Balzac sono molto interessanti: qui il Lovenjoul ci rivela una collaborazione ignorata dal pubblico fra i due grandi scrittori: l’autore della Commedia Umana, lavoratore prodigioso, osservatore profondo, filosofo acutissimo, si dibatteva continuamente contro le difficoltà della forma, dello stile: quindi la sua ammirazione per il felice artefice di Mademoiselle de Maupin, quindi i prestiti dei quali lo richiese.

  Degna ancora di nota è la storia di una sua avventura con Carolina Marbouty, scrittrice che firmava col pseudonimo di Clara Brunne, e che con lui venne in Italia, a Torino, vestita da maschio, con un nome maschile. A Torino Balzac strinse amicizia con Federico Sclopis, del quale il Lovenjoul ci dà alcune belle lettere avute da Ermanno Ferrero. E l’epilogo dell’avventura con la Marbouty merita di essere riferito a edificazione dei femministi e di quanti sostengono che le donne amano e sentono più delicatamente, più nobilmente degli uomini.

  Sei anni dopo il viaggio d’Italia, quando la loro relazione era finita da molto tempo, Balzac pensava ancora alla sua compagna; le dedicava una novella nel secondo volume della Commedia Umana. La dedica diceva:

  «Alla poesia del viaggio, il viaggiatore riconoscente». La donna, invece, scrisse e stampò un romanzo, intitolato Una falsa posizione, dove rappresentò Balzac, sotto il nome di Ulrico, in modo così indegno, che il viaggiatore, sciolto dall’obbligo della gratitudine, cancellò la dedica dalle nuove edizioni del suo volume.


  F.[ederico] de Roberto, Delitti impuniti, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXII, Num. 317, 18-19 Novembre 1897, pp. 1-2.

  [Su: Crimes impunis di Macé].

  p. 2. Mi diceva uno dei grandi romanzieri francesi contemporanei che, leggendo Balzac, sente cascarsi le braccia e pensa di non poter più scrivere. Dopo Balzac, nondimeno, sono venuti e verranno chi sa quanti altri grandi artisti. Libri come questi del Macé dimostrano che la verità dell’arte non raggiungerà mai quella della vita.


  Adolfo Rossi, Prediche di un laico. La Piazza, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXII, Num. 169, 22-23 Giugno 1897, p. 1.

  «Le idee repubblicane» scriveva molti anni or sono Balzac «sono la prima illusione della giovinezza che cerca la libertà, ma che trova il più orribile dei dispotismi: quello della canaglia impotente».


  Carlo Segré, Guicciardini. A proposito di un’opera recente(1), «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Sessantasettesimo della Raccolta, Volume CLI, Fascicolo III, 1 Febbraio 1897, pp. 437-473.
  (1) Enrico Zanoni, Vita pubblica di Francesco Guicciardini, con nuovi documenti, Bologna, Zanichelli, 1896.
  p. 450. Egli ha amato il danaro – non è lecito il negarlo; – l’ha amato però, non, come l’varo, di quell’amore, che è fine a sé stesso, ma quale istrumento delle vanaglorie sue mire. […] Però s’egli apprezza tutto, anche il più piccolo profitto, non è per la sete d’accumular tesori, pel piacere di accarezzarli con gli occhi, come quel Grandet meraviglioso creato dal Balzac, ma sol perché sa la forza dell’oro, perché sa «che il danajo serve a ogni cosa, e che al vivere d’oggi è stimato più uno ricco che uno buono».

  Carlo Segré, Nazionalità e arte, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XIX, N. 9, 28 Febbraio 1897, p. 1.
  È triste e fiacco periodo d’arte e di letteratura questo, che s’attraversa ora: le facoltà intellettuali, chiamate sopra oggetti d’altra indole, appaiono impallidite ed estenuate in questo campo, dove per l’addietro han pur spiegata una vita così fulgida e feconda. La penna di Molière è caduta in Francia tra le dita di Becque e di Hervieu, la lira di Racine e di La Fontaine è passata nelle mani di Lecomte de Lisle e di Coppée, la vigoria della analisi di Balzac è degenerata nella psicologia romantica di Paul Bourget, fatta ad uso e consumo degli abitatori di Nizza e di Monte Carlo.

  Scipio Sighele, La morale privata e la morale settaria, in Le Società criminali. La Delinquenza Settaria. Appunti di sociologia di Scipio Sighele, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1897, pp. 125-178.
  pp. 173-174. Gli uomini cui la natura ha, secondo l’espressione del Tommasi “tenacemente conformato l’organismo dello spirito così che qualunque evento li scuoterà ma li farà rimanere in piedi” sono rarissimi. […]. Se esistono – come diceva Balzac – degli uomini-quercia e degli uomini-arbusti, sono certamente i secondi che costituiscono la maggioranza.

Appendice. Contro il parlamentarismo, pp. 229-274.
  p. 265. La conseguenza è che i buoni – col loro contegno negativo – facilitano le losche imprese ai malvagi e a tutti quei deboli – quegli uomini arbusti, come direbbe Balzac, – che piegano ove il vento spira, e ove vogliono i forti.


  Scipio Sighele, L’Eva novella, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXII, Num. 247, 9-10 Ottobre 1897, pp. 1-2.

  p. 1. Dice Balzac — non ricordo più dove — che noi ci troviamo alle volte nella condizione di quel pescatore d’una novella araba, il quale, volendo annegarsi in pieno Oceano, cade in mezzo a un ignorato paese sottomarino e vi di­venta re.

  Questa ardita similitudine mi sembra appli­cabile non solo a qualche caso della nostra vita moderna, la quale offre talvolta con terribile e insospettato contrasto la fortuna e la gloria a chi non cercava che la morte e l’oblio, — ma mi sembra altresì applicabile ai più semplici e modesti casi della vita intellettuale.


  F.[rancesco] de Simone Brouwer, Ancora Don Giovanni (Osservazioni ed appunti), «Rassegna critica della letteratura italiana», Napoli, L. Pierro Tip.-Editore, Anno II, 1897, pp. 145-165. Napoli, Pierro e Veraldi, 1897, pp. 145-165.
  pp. 158-159. – Tipi di seduttori sono M. de Camors di O. Feuillet (1868), Le lion amoureux di F. Soulié e il violento e robusto barone Hulot di H. Balzac. […].
  La sola letteratura francese quanti seduttori non ha dall’Homme à bonnes fortunes di Baron, dal Chevalier à la mode di Dancourt, dal Petit-Maître corrigé di Marivaux, dal Méchant di Gresset, dal Séducteur del Marquis de Bièvre, sino al Marsay del Balzac, al Mora di A. Daudet e al Casal del Bourget, sino ad un ultimissimo seduttore della comm. Le Spiritisme di V. Sardou?


  Lorenzo Stecchetti, Prefazione, in Rime di Argia Sbolenfi con prefazione di Lorenzo Stecchetti, Bologna, Nicola Zanichelli Editore, 1897.
  Allora ed oggi mi persuadeva e mi persuade la teoria della immacolatezza dell’arte, purchè sia arte e sia bella. Venere Anadiomene e Cristo Crocifisso sono rappresentati ignudi tutti e due e nessuno dei due nella rappresentazione artistica è immorale. Onorato di Balzac, che non è poi il primo capitato, nell’Avant-propos de la Comédie humaine, diceva – “Le reproche d’immoralité qui n’a jamais failli à l’écrivain courageux, est d’ailleurs le dernier qui reste à faire quand on n’a plus rien à dire à un poète. Si vous étes (sic) vrai dans vos peintures, si à force de travaux diurnes et nocturnes vous parvenez à écrire la langue la plus difficile du monde, on vous jette alors le mot immoral à la face” – Solo il brutto è immorale.

  Alfredo de Tilla, Mariti che uccidono. Giurati che assolvono. Estratto dalla Domenica Giudiziaria, Anno I, n. 6, 1896, Napoli, Stabilim. Tipografico Cav. A. Tocco, 1897.
  p. 8. Vediamo: questo giurato [che assolve] potrebbe essere un uomo terrorizzato dalla corruzione dei costumi, convinto che tre quarti dello squilibrio sociale moderno dipendono dall’adulterio, ed egli vuole assumersi il compito di combatterlo assolvendo il marito assassino.
  Certo questo giurato non vede uno dei lati del problema complesso dell’adulterio, cui accenna Onorato di Balzac quando scrive che “gli errori delle mogli sono altrettanti atti di accusa contro l’egoismo, la non curanza, la nullità dei mariti”.

  Alfredo de Tilla, Il pudore nella letteratura amena, in Il pudore nel codice Penale. Estratto dalla Gazzetta del Dritto e Giurisprudenza – Anno XII, N. 1, 27-28 , Napoli, Tip. Gazz. Diritto e Giurisprudenza, 1897, pp. 5-6.
  p. 6. Fra gli uni e gli altri vi hanno di quelli che mettono il pudore fra le virtù relative: Paolo Bourget dice che «il pudore per tutte le donne comincia là dove finisce l’amore» (1) e il Balzac anche più recisamente dice: «Il pudore è una virtù relativa; vi ha quello di venti anni, quello di trenta, quello di quarantacinque» (2).
  Bourget – Un crime d’amour.
  Balzac – Physiologie du Mariage.

L’offesa al pudore in privato, pp. 29-32.
  pp. 31-32. In un giorno in cui una signora è a casa a ricevere gli amici che si rechino a visitarla, un malcreato va in casa di lei e commette un atto osceno: il luogo non è pubblico né esposto al pubblico: la signora, pur rimanendo offesa da una sconcezza che si è andata a commettere fino in casa sua, si sente dire dal legislatore, divenuto novello Onorato di Balzac, il vostro pudore non è quello di 16 anni, non ci riguarda […].

  Andrea Verga, Fondamento della pazzia. Studio clinico, in Studi Anatomici sul cranio e sull’encefalo Psicologici e Frenatrici di Andrea Verga. Parte psicologica e freno patologica. I. – Psicologia e Frenopatologia generale, Milano, Stab. Tip.-Lib. Ditta F. Manini-Wiget, 1897, pp. 170-205.
  p. 198. Gli antichi parlarono d’un umor triste e d’un umor allegro, dei quali faceano salir i fumi dalla visceraglia abdominale all’encefalo. I moderni potrebbero invece dire che, sotto l’azione delle idee che chiamansi eccitanti o deprimenti, un fluido penetrantissimo schizza dall’encefalo e si propaga per la via dei nervi alle diverse parti dell’organismo. E di veleno parlano realmente spessissimo i pazzi e se lo sentono in corpo, se non che sbagliano intorno all’origine del medesimo, attribuendolo essi a manovre di nemici esterni. Che un pensiero talvolta produca gli effetti deleteri d’un lento veleno, lo notarono parecchi scrittori. Balzac, fra gli altri, in un suo romanzetto psicologico, scrisse: «Non sarà una delle minori occupazioni dell’attuale fisiologia l’indagare per quali vie, per quali mezzi un pensiero arrivi a produrre la stessa disorganizzazione che un veleno, togliendo l’appetito, alterando il piloro e cambiando tutte le condizioni della vita più robusta(1)». Ma finora la fisiologia non avrebbe trovata altra spiegazione che quella dell’influenza del pensiero sul centro emotivo e sui nervi che ne derivano.
  (1) Modesta Mignon, pag. 208.

  Luciano Zùccoli, Riepilogo. III, «Il Marzocco. Periodico settimanale di letteratura e d’arte», Firenze, Anno II, N. 32, 12 Settembre 1897, pp. 1-2.
  p. 2. Solo i critici incoscienti non si accorgono della larga onda di simpatia con cui la letteratura nostra è accolta all’Estero; e non se ne accorgono, e ignorano in buona fede, perché non leggono, perché il critico in Italia si fa nei quarti d’ora d’ozio, con una leggerezza spudorata.
  Quando sono eruditissimi, questi infelici Minossi, conoscono la letteratura francese, dal Dumas padre al Daudet figlio (il Balzac è già troppo vecchio); e la conoscono per aver letto le dispense a un soldo che gli editori popolari diffondono.


   [1] L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca provinciale Pasquale Albino di Campobasso; Biblioteca Universitaria di Genova; Biblioteca Comunale ‘Isidoro Chirulli’ di Martina Franca (TA); Biblioteca del Centro APICE - Archivi della parola, dell'immagine e della comunicazione editoriale dell'Università degli Studi di Milano; Biblioteca Interdisciplinare Unificata ‘Francesco Petrarca’ e Biblioteca Universitaria di Padova; Biblioteca della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Pavia; Biblioteca Comunale di Soriano nel Cimino (VT); Biblioteca Comunale ‘Degli Ardenti’ di Viterbo.
   [2] Citazione tratta da Autre étude de femme, già utilizzata da G. Ciraolo (cfr. supra).
   [3] Citazione tratta, seppur con qualche omissione testuale, dall’Avant-propos del 1842.

Marco Stupazzoni

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