domenica 17 agosto 2014


1895


Traduzioni.

 

  Onorato Balzac, L’Ultima delle fate. Romanzo di Onorato Balzac. Traduzione di R.[omualdo?] Ghirlanda, Roma, Stab. Tipog. dell’Editore Edoardo Perino, 1895 («Biblioteca Perino»), pp. 229.[1]
  Un volume in 16°.
  Il testo di L’Ultima delle fate è presente alle pp. 5-127 ed è seguito da Un’episodio (sic) all’epoca del Terrore, alle pp. 199-229.
  La traduzione de La Dernière Fée si fonda sul testo dell’edizione Marescq del 1855, o su quello dell’edizione Lévy del 1867 o del 1875, le quali, a loro volta, si rifanno all’edizione delle Oeuvres complètes d’Horace de Saint-Aubin del 1836, di cui viene rispettata la suddivisione in venti capitoli.

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  A causa delle frequenti omissioni di interi passi del testo originale balzachiano e di alcune rese stilistiche del costrutto francese se non proprio errate, almeno alquanto discutibili, la traduzione fornita (forse?) dal prolifico pubblicista ferrarese Romualdo Ghirlanda (1843-1908) ci pare complessivamente mediocre e insoddisfacente.

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  I medesimi rilievi possono essere espressi anche per la versione italiana del racconto politico di Balzac: condotta sul testo dell’edizione Furne (1846), la traduzione, dovuta con ogni probabilità allo stesso Ghirlanda, rende evidente l’arbitrario (e fallimentare) intento del compilatore di intervenire sul modello francese con il proposito di migliorarne lo stile e l’efficacia stilistica. Alcuni palesi e gravi difetti imputabili alla distrazione e all’approssimazione del traduttore risultano essere particolarmente frequenti: un esempio può essere fornito dalla sequenza testuale che qui sotto riportiamo, nella quale il Ghirlanda si rende colpevole di clamorosi travisamenti nell’interpretazione del modello balzachiano:
  A peine les mains hardies du pâtissier touchèrent-elles ses vêtements, que l’inconnue préférant se livrer aux dangers de la route sans autre défenseur que Dieu plutôt que de perdre ce qu’elle venait d’acheter, retrouva l’agilité de sa jeunesse ; […] elle n’osait ni lui parler ni le regarder, soit par suite de la peur dont elle était saisie par manque d’intelligence. Elle continua son chemin en allant lentement, l’homme ralentit alors son pas de manière à rester à une distance qui lui permettait de veiller sur elle. L’inconnu semblait être même l’ombre de cette vieille femme.
  Mentre le mani della guardia nazionale si allungavano verso la signora, questa preferendo sottrarsi ai pericoli della vita senz’altro difensore all’infuori di Dio, per non restituire ciò che con tanto sagrificio aveva potuto ottenere, ritrovò l’agilità della propria giovinezza […]. Non osava né parlargli, né guardarlo, finchè rianimata potè continuare lentamente il suo cammino.
  L’uomo rallentò ancora la sua marcia, in modo da rimanere ad una certa distanza che gli permettesse di non perdere di vista la dama. (pp. 207-208).

  [Honoré de Balzac], Una lettera di Balzac [Paris, dimanche 26 octobre 1834], «Minerva. Rassegna internazionale. Rivista delle riviste diretta da Federico Garlanda», Roma, Società Editrice Laziale, Anno V, Num. 6, vol. IX, Giugno 1895, pp. 515-519.
  Da una serie di lettere inedite del Balzac, pubblicate sulla Revue de Paris, crediamo utile riferire questa nobile e caratteristica lettera, la quale ci rivela tutto l’uomo, i suoi ideali, i suoi progetti, la sua indomabile energia, il suo cuore puro e buono. La lettera è indirizzata a quella signora Hanska, che poi divenne sua moglie.

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Studî e riferimenti critici.


  Bollettino bibliografico. Raffaello Barbiera, “Il salotto della Contessa Maffei e la società milanese (1834-1886), Milano, Treves, «Minerva. Rassegna internazionale. Rivista delle riviste diretta da Federico Garlanda», Roma, Società Editrice Laziale, Anno V, Num. 10, Vol. X, 1895, pp. 373-375.
  p. 374. Nel ’37 vi passa il Balzac, che del suo soggiorno a Milano conservò sempre viva memoria. Di lui il Barbiera ci racconta episodi e ci dà notizie nuove che torneranno utili ai biografi del celebre romanziere.

  Arti e Scienze. Teatro Carignano, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIX, N. 8, 8-9 Gennaio 1895, p. 3.
  Al pubblico che ieri sera affollava il Carignano la vecchia commedia di Onorato Balzac deve aver sembrato lo specchio più limpido, la riproduzione geniale e spiritosa di molta parte del sentimento moderno. Questo spirito, quanto trovate maravigliosamente comiche ed efficaci per la parte scenica del lavoro in questo immortale Mercadet che Giovanni Emanuel ha reso vivo, potente dalle forme dell’arte all’espressione della vita! […].
  Mercadet ha rinnovato dunque il miracolo di far passare agli spettatori tre ore di buon umore e di impressioni artistiche vivissime. Perché, ripetiamo, il miracolo non potrebbe rinnovarsi più spesso.

  Arti e Scienze. Teatro Carignano, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIX, N. 12, 12-13 Gennaio 1895, p. 4.
  Stasera Giovanni Emanuel darà la promessa replica del mirabile capolavoro comico di O. Balzac Mercadet l’affarista.


  Cronaca mondana, «Corriere Tarantino. Giornale settimanale indipendente», Taranto, Anno II, N. 2, 13 Gennaio 1895, p. 1.

  Dal libro del cuore.

  Certo, è sempre meglio non amare; ma, pur troppo, è l’amore che prende noi, e non già noi che prendiamo l’amore.

                                                                                                                                                                                           Balzac.


  La conferenza sulla calligrafia, «Corriere della Sera», Milano, Anno XX, Num. 50, 19-20 Febbraio 1895, p. 3.

  Ieri sera, nella sala del IL Liceo di via Circo, il prof. L Capra svolse abilmente in pubblica conferenza il tema: «L’insegnamento della calligrafia nelle scuole classiche». […].

  […] dopo aver molto a proposito, e con felice trovata accennato a Balzac che fu uno dei primi difensori della teoria delle piccole cause, a Voltaire, a Scribe […].


  Cronaca mondana, «Corriere Tarantino. Giornale settimanale indipendente», Taranto, Anno II, N. 9, 10 Marzo 1895, p. 1.

  Dal libro del cuore.

  Gli uomini non amano la donna solo per le sue qualità fisiche, le quali, tutt’al più, possono cagionare, a prima vista, e per un momento, una certa piacevole sensazione. Eglino amano la donna, anche brutta, adorna di quelle gentili e rare virtù di mente e di cuore, che s’impongono all’anima desiderosa.

Balzac.


  Al Paisiello, «Il Messaggero Salentino. Pubblicazione settimanale», Lecce, Anno V, Num. 3, 17-18 Marzo 1895, p. 3.

  E che dire del Mercadet di Balzac, di que­sta produzione che pare scritta ieri, tanto si attaglia all’ambiente mefitico in cui viviamo?

  Del tipo di Mercadet l’Emanuel ne ha fatto una creazione tutta sua, tutta originale, in cui non sai se più ammirare la potenza del genio, o la perfezione dell’arte, per cui il personaggio si presenta in una vita che è fuori del palcoscenico, fuori delle finzioni, degli artifizi dalle convenzioni di scena, e di­venta un tipo vivente e vero così come l’artista lo ha creato.


  Reati e Pene. I nervi di un commesso viaggiatore (Tribunale Penale di Torino), «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIX, N. 107, 18-19 Aprile 1895, p. 3.
  Carrara Carlo, viaggiatore di commercio, è una persona un po’ irritabile, un po’ nervosa, che non possiede di sicuro la filosofia serena e calma dell’illustre Gaudissart, il tipo dei commessi viaggiatori immortalato da Balzac, e si è accorto a sue spese che i nervi qualche volta diventano pericolosi.


  Corriere Teatrale, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno IX, N. 116, 28 Aprile 1895, p. 3. 

  Balzac, il grande, inarrivabile romanziere, acutissimo scrutatore di tutti i misteri dell’animo umano («la Comédie Humaine è una galleria di scene e tipi sempre vivi, sempre freschi) qualche lavoro volle dedicare al teatro. La martire, dramma a tinte fortissime, trova l’antitesi nel Mercadet, affarista, che, senza alcuno scrupolo, pensa ad arricchire o quand mème (sic) a salvare, nel miglior modo, il suo nome, l’apparenza d’una fortuna ipotetica o compromessa.

  Emanuel, un Mercadet riuscitissimo fino all’illusione d’un qualunque affarista contemporaneo. Gli altri furono degni interpreti delle parti loro.

  Applausi frequenti e sinceri.


  Storia di un salotto italiano. Mezzo secolo di vita milanese, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIX, N. 6419, 4 Maggio 1895, pp. 1-2.

  Nel 1837 era già salito in tanta fama che Balzac, appena arrivato a Milano, volle esservi presentato. Era allora con­siderato il primo romanziere dell’epoca; come oggi lo si conferma nel grado d’uno dei più luminosi geni del secolo.

  Balzac, pieno di debiti e tormentato dalle inquietudini del suo pensiero, sen­tiva gravemente l’infelicità dell’esistenza.

  — Si è felici a Milano? – doman­dava.

  Sì — gli fu risposto.

  – E che si fa dopo la mezzanotte?

  – Si dorme.

  Era quella l’ora in cui il grande scrit­tore incominciava a lavorare.

  La contessa Maffei lo presentò alle sue amiche. Già egli fiammeggiava per la bella contessa Sanseverino. Di un’embrion (sic) di passione, pura, angelica, come ne su­biva quest’osservatore brutale e que­st’uomo casto, fu preso anche per una bionda giovinetta, cara alle Muse, Giu­lietta Pezzi: la voleva seduta di fronte, la vagheggiava, e nel vagheggiarla, era preso dal sonno.

  Questa di dormire in piena conversa­zione era una sua abitudine, che tutti, pur ridendone, rispettavano.

  Sull'albo della contessa Maffei, Balzac vergava questo pensiero:

  «Nulla rassomiglia più alla vita umana che le vicissitudini dell’atmosfera e i mu­tamenti del tempo. Il tempo è lo sfondo della vita come la terra è lo sfondo sul quale agiscono le intemperie e le bellezze del sole e delle stagioni. Talvolta arri­vano splendide giornate, in cui tutto è azzurro e fiori, verzura e rugiada; poi lunghe nebbie, tempi grevi, nubi grigia­stre. La maggior parte degli uomini han­no una tendenza che li induce ad armo­nizzarsi con questa instabilità dell’aria; ma per quelli che si rifugiano nel domi­nio morale e che non fanno calcolo di ciò che non è la vita dell’anima, può sempre far bel tempo nel cielo. Il ricordo è uno dei mezzi che possono aiutarci a render l'aria pura e a far brillare il sole nella nostra anima».

  Balzac dimorò a Milano parecchi mesi nel 1837 e nell’ anno seguente; amava darsi l’aria di sospetto politico; in realtà la polizia austriaca non s’occupava mini­mamente di lui.


  Libri nuovi. Luigia Capacci-Zarlatti, “Il Germe” (Romanzo), con una lettura di Orazio Grandi, - Torino, Roux, Frassati e C., 1895, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XVII, N. 25, 23 Giugno 1895, p. 4.
  Son difetti la mancanza assoluta di quell’elemento che Edgardo Poe, nella genesi di un poema, chiama substrato e per cui le opere dei maestri, Balzac e Dickens, emergono salde e pure nell’armonica euritmia delle linee […].

  Del diritto di morire, «La Civiltà Cattolica», Roma, Anno Quarantesimosesto, Serie XVI, Vol. III, Quaderno 1082, 20 luglio 1895, pp. 135-149.
  p. 144. Ma e il sorriso e il compianto si mutano in ischerno da belva, quando, sforzandosi di togliere ai sofferenti ed ai disgraziati ogni barlume di fede in Dio e di speranza, deride la pazienza di chi sopporta certi mali, che egli [il giovane dottore], col fatalista Balzac, vitupera di «suicidio cotidiano». Può immaginarsi crudeltà più ferina di questa?


  A volo di uccello. Calori. – Musica. – Passeggiata. – Artisti. – Cafè Chantant. – Feste, «La Voce del Popolo. Organo democratico», Taranto, Anno XII, Num. 26, 17 luglio 1895, p. 2.

  CALORI. — L’amico Balzac ha detto che si soffocava pel caldo, ed il tempo gli ha voluto dare una smentita. — Financo gli ele­menti ci fan guerra, caro il mio amico Balzac, ed in quanto secolo di provato trasformi­amo ci dobbiamo aspettare da tutto e da tutti delle continue sorprese anche dalle forze cosmo-telluriche. E perché no. Anche nelle regioni aree i copuscoli (sic), gli atomi, le molecole si muovono con altre leggi, forse non sempre costanti, che ci portano di meravi­glia in meraviglia. I tuoi sogni quindi, ca­ro Balzac, le tuo visioni in mezzo al glau­co mare subiranno dei considerevoli ritardi, perché i tempi incostanti si ripeteranno con frequenza, ed i più non vorranno esporsi al periodo di un mal di petto, che, pare, sia diventato di moda. Vero è che i caldi tor­neranno ad infelicitarci, ed io con gli altri pensiamo con grande sconforto all’afa soffo­cante, che si succederà a questo po’ di fre­sco fuori stagione. I sudori li vedremo ve­nir giù profusissimi, essi manderanno a male i nostri solini inamidati che si attaccheranno al collo, dando un fastidio orribile.

  Quanti al refrigerio del mare, unirebbero certi usi e costumi adamitici, per liberarsi da fronzoli e gingilli, che tengono stretto il corpo obbligandoci a camminare quasi impa­lati, con modo sistematico, e se vogliamo anche inceppato. Chi sa se col tempo non si dovrà fare un passo indietro. Io credo di sì, perché la civiltà ed il progresso possono rassomigliarsi ad una palla elastica, che lanciata con forza per terra, prima rimbalza ad una altezza enorme, e poi poco per volta salta con meno potenza, fino a rag­giungere, dopo un leggero dondolio su se stessa, la completa inerzia. Parabole inevita­bili di tutte le cose umane.

  Mi sbaglierò forse, ma tu caro umico Balzac, non potrai affermarlo, poiché noi non saremo tanto fortunati da vivere secoli per assistere a questo decadimento morale o ma­teriale, come lo si vuol chiamare.

  MUSICA. — E giacché ci sono voglio se­guirti, caro Balzac. Parlerò anch’io di un po’ di musica, tanto non puoi per questo rivendicare il dritto di privatista. Non ci mancherebbe altro. […].


   Federico Engels e la dottrina socialista, «L’Economista. Gazzetta settimanale. Scienza economica, finanza, commercio, banchi, ferrovie, interessi privati», Firenze, Anno XXII, Vol. XXVI, N. 1111, 18 agosto 1895, pp. 523-524.

  p. 523. Egli [F. Engels] ha scritto parecchi libri. […] Essi hanno avuto il merito di mettere sempre più in luce l’importanza delle cause economiche nelle lotte politiche; come nota J. Bourdeau, hanno fatto una innovazione analoga a quella che Balzac portò nel romanzo, quando vi introdusse, e al primo posto, la questione del danaro.


  Cavour, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIX, N. 6536, 23 Settembre 1895, p. 1.

  Le sue attitudini d’osservatore non si possono chiamare che straordinarie: pare di leggere talvolta Balzac in lui, e allora lo scheletro diplomatico di ciò che fu il Risorgimento politico d’Italia sembra la gigantesca trama d’un romanzo, idea­to e compiuto da un uomo di fantasia e d’esperienza meravigliose.


  Reati e Pene. Rispettate gli uscieri (Tribunale Penale di Torino), «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIX, N. 276, 5-6 Ottobre 1895, p. 3.
  Balzac, in uno dei suoi immortali romanzi, dice che ogni essere umano ha una passione che lo strugge e lo consuma, e Copello Biagio, onesto cittadino di Carmagnola, aveva ed ha egli pure una passione [mania di litigare] che non gli rode il cuore, ma gli vuota la borsa, e che lo ha condotto dinanzi al Tribunale Penale, fruttandogli la reclusione.

  Reati e Pene. Vottero, Barello e C. (Tribunale Penale di Torino), «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIX, N. 343, 11-12 Dicembre 1895, pp. 2-3.
  p. 2. Balzac, che fu così fecondo romanziere e commediografo poco fortunato, ha tuttavia lasciato nelle sue commedie un tipo leggendario ed immortale, e questi è Mercadet l’affarista.
  Mercadet è il commerciante che è obbligato dalle situazioni economiche nelle quali si dibatte a vivere di espedienti e di mezzucci, che dice continuamente bugie, che qualche volta, nella foga del mentire, egli per il primo diventa vittima delle sue menzogne, che commette ad ogni istante azioni e fatti poco corretti, che rasenta incessantemente il codice penale, che non v’incappa mai, finchè sopraggiunge quell’avvenimento che decide della sua esistenza, chè l’arrivo di un socio da Calcutta, con una fortuna incalcolabile (come diceva Mercadet) che fa di Mercadet disonesto il primo dei galantuomini che può scontentare e soddisfare tutti, anche i suoi creditori.
  E nei giorni scorsi, dinanzi al Tribunale Penale, sezione VI, è comparso uno di questi Mercadet in proporzioni molto minuscole, fiancheggiato sul banco degli imputati da un socio che non proveniva da Calcutta, imputato il Mercadet di falso giuramento e di subornazione di testimonio, ed il socio per conseguenza logica e naturale di falsa testimonianza.

  Riviste e Giornali, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XVII, N. 52, 29 Dicembre 1895, p. 4.
  “La Revue blanche”, che si stampa a Parigi, nel suo numero del 15 dicembre pubblica una serie di lettere inedite dirette da Balzac al generale barone de Pommereul. Queste lettere, oltre al contenere curiosi ragguagli sulle circostanze nelle quali Balzac scrisse Les Chouans e sul fallimento dopo cui rinunciando ad arricchirsi negli affari egli si diede definitivamente alla letteratura, determinano le ambizioni politiche del celebre romanziere.


  Notiziario. Il poema sinfonico di Leoncavallo, in Le Esposizioni riunite di Milano. 1894. Sport – Belle Arti – Fotografica – Operaja – Teatrale – Filatelica – Geografica – Arti Grafiche – Pubblicità – Vini e oli – Orticola. Unica pubblicazione illustrata autorizzata dal Comitato. Dispensa 5.a, Milano, Edoardo Sonzogno Editore, 1895, p. 39.

 

  Nel teatro Pompejano vi fu, domenica sera, una festa artistica. Il maestro Ruggiero Leoncavallo vi fece eseguire il poema sinfonico Séraphitus-Séraphita, dalla Società Orchestrale della Scala e dal Corpo Corale della Società internazionale degli artisti lirici. […].

  Il successo fu grandissimo, quale si aspettava; e il maestro si mostrò dotto, profondo, inspirato.

  Il soggetto è tolto dallo studio filosofico di Balzac: Serafita è figlia del profeta della Norvegia. Swedenborg; è un essere appassionato e doloroso, nato per amare e soffrire. Le fanciulle si innamorano di lei, perché è fiera come un giovinetto: e l’amano gli uomini. Essa passa fra tutti, pietosa e buona, predestinata ad ascendere pura al cielo.

  Il poema è in tre parti. Sul Falberg è il titolo della prima: e qui cediamo la parola a Leoncavallo, che scrisse anche il libretto della sua musica:

  «Il sole di primavera illumina con la sua luce il Falberg, e sul dorso del vecchio monte scintillano, vivi diamanti, i cristalli dei ghiacci e delle nevi.

  Due forme bianche salgono, trasvolando, verso la cima più alta della Norvegia, e passano come freccie attraverso le balze inaccessibili.

  Candide in veste, scivolano sui lunghi pattini di legno. L’una cinge col braccio sinistro la figura flessuosa dell’altra e la trasporta, invitandola, in alto.

  Minna, la figlia del pastore Becker, dalla chioma bruna e dal viso dolce e soave, è quella che con gli occhi socchiusi si abbandona al volere che la porta.

  La guida è Serafita, la nipote del profeta norvegiano Swedenborg, che visse, sola in contemplazione, nel castello paterno.

  Invano la gentile Minna le chiede amore. «Io non sono quello che tu pensi» risponde Serafita. Essa credeva di innamorare Minna dell’ideale, ma questa si sente attratta dall’amor terreno. E scendono dalla vetta del monte».

  La seconda parte è intitolata: Le tentazioni: e comincia:

  «Serafita pregava tristamente nella notte silente, quando vennero i sette demoni e discesero dal cielo sette arcangeli ...»

  Serafita resiste a tutte le tentazioni e prega.

  L’ultima parte è l’Addio e l’assunzione. Serafita si trova tra Wilfrido, l’uomo che l’amava, e Minna. Essa muore e si fa portare da loro sopra una roccia solitaria. Ai loro preghi risponde:

  «Tu, Wilfrido, hai d’uopo dell’amore d’una donna. Tu, Minna, cerchi la passione febbrile dell’uomo. Tendetevi la mano ed amatevi, imperocché io non sono della vostra essenza ed aspiro ad un amore più alto. —

  «Poi, facendo ogni sforzo per alzarsi, Serafita andò sino alla punta della roccia, e di là, guardando il paesaggio splendido, incominciò:

  «— Addio povera terra, focolare d’amore!

  «Vedete voi colui che, chino sul solco, solleva la fronte per interrogare il cielo? Colei che raccoglie i fanciulli per nudrirli del proprio latte? Colui che annoda le corde durante la tempesta? A tutti pace e coraggio, a tutti addio!

  «Vedete voi quelli che, dopo una vita di lavori ingrati, tendono le mani? Udite il grido del soldato che muore sconosciuto? A tutti pace e coraggio, a tutti addio ...».

  E l’addio continua con un mestissimo crescendo. Poi, «come in un sogno Wilfrido e Minna, che commossi pregavano, videro: «E videro aprirsi l'azzurro del cielo e scendere la bianca falange degli angeli che suonavano le trombe della vittoria.

  «Videro Serafita trasfigurarsi e volare con le grandi ale bianche verso la falange vittoriosa, che era discesa a cercarla, salendo verso il cielo.

  «E udirono i concenti delle arpe celesti e milioni di voci che gridavano:

  «Hosanna, Hosanna!».


  C. D’Agostino, La Letteratura turca contemporanea (Da un articolo di C. D’Agostino, Revue Encyclopédique, 15 settembre), «Minerva. Rassegna internazionale. Rivista delle riviste diretta da Federico Garlanda», Roma, Società Editrice Laziale, Anno V, Num. 11, Vol. X, Novembre 1895, pp. 399-405.
  p. 400. Ahmed Midhat è lo scrittore più fecondo che la Turchia abbia mai avuto. […]. Quest’uomo di una erudizione straordinaria fa pensare al Balzac, del quale possiede non solo l’ardente desiderio d’imparar tutto e di dir tutto, ma anche la statura atletica e la salute di ferro.

  Adolfo Albertazzi, Prove d’arte, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XVII, N. 8, 24 Febbraio 1895, p. 3.
  Ma qual norma dovrebbe seguire questo qualunque raccontatore di novelle che ritraessero costumi e vita d’altri tempi e la passione di tutti i tempi? Per me, una delle due:
  O la maniera arcaica, così nello stile come nello sviluppo del racconto: - prova d’arte riflessa e diletto di pochi dotti; già sfoggio in Balzac di maestria e di meravigliosa potenza stilistica e imaginativa […]  o (per prova d’arte spontanea, a diletto di tutti) la maniera moderna: cioè, nulla d’arcaico nel racconto, se non, intimamente, quanto bisogna a non offendere la rappresentazione, la verità, la visione dell’antico e la realtà della storia […].

  Adolfo Albertazzi, Nota, in Vecchie storie d’amore, Bologna, Ditta Nicola Zanichelli, 1895, pp. 213-215.
  p. 214. Cfr. scheda precedente. In questa riedizione dello scritto dell’Albertazzi, si legge, in sostituzione di ‘imaginativa’, ‘fantastica’.


  Andrea de Angeli, In provincia e fuori. Festa scolastica, «Scienza e Diletto. Periodico settimanale», Cerignola, Anno III, Num. 23, 9 Giugno 1895, p. 3.

  Nasce intanto il romanzo storico italiano, mentre Enrichetta Becchestowe in America e Walter Scott in Inghilterra raccolgono nei loro romanzi il grido del dolore universale. Seguono quindi il Manzoni in Italia; e poi Paolo Richter; Onorato di Balzac, il Flaubert, lo Zola, il de Goncourt, il Daudet, il de Maupassant, il Bourget ed altri minori. […].

  È un dolore [il dolore buono] che ondeggia tra il sentimentalismo inglese del Dickens, il realismo del Balzac e il mesto sorriso degli umoristi.


  Raffaello Barbiera, Balzac nel salotto Maffei, in Il Salotto della Contessa Maffei e la società milanese (1834-1886). Con scritti e ricordi di Balzac, Manzoni, Verdi, E. Visconti-Venosta, Prati, Aleardi, Carlo Tenca, A. Maffei, Giulio Carcano, Correnti, Tommaso Grossi, Nievo, Giannina Milli, Daniele Stern, Liszt, ecc., ecc. Quarta edizione, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1895, pp. 40-62.
  Un giorno, la contessa Maffei riceve da una giovane amica questo biglietto:
  “Parigi, 10 febbrajo, rue S. Honoré, 333.
  De Balzac, con Teofilo Gautier, suo amico, viene a Milano. Io lo raccomando alla mia gentilissima Chiarina e all’illustre Maffei. Il celebre letterato francese conosca così le grazie, e ammiri l’ingegno italiano. Egli troverà, ne sono certa, nella vostra casa, le cortesi accoglienze a cui ha diritto; ed io soddisfo, facendovi conoscere a lui, un orgoglio d’amicizia e di patria.
  L’aff.ma amica
  Fanny Sanseverino Porcia”.
  E qualche giorno dopo, non più da Parigi, dov’era andata col marito a godere le feste di quell’alta società, ma da Torino dov’è passata, la contessa Fanny delinea alla Maffei un parlante ritratto del Balzac:
  “Se lo immagina forse grande e snello, pallido e scarno, con una di quelle fisonomie che sono già un’ispirazione, una poesia? Si guardi, eh, da così bella aspettazione! Egli è un uomo piccolo, grasso, paffuto, rotondo, rubicondo, con due occhi però negri e scintillanti foco nel dialogo, il foco della sua penna. E sa ella chi lo accompagna? … Un paggio come nel “Lara” di Byron, un giovinetto dalla voce soave, dai movimenti dolci e molli … una donna infine! …”
  La contessa Fanny Sanseverino Porcìa sorella del principe Alfonso Serafino, ciambellano dell’imperatore d’Austria, era un’amabile gentildonna di ventinove primavere, sposata da tre anni al conte Faustino Vimercati Sanseverino Tadini cremasco. Le sue lettere alla Maffei, nelle quali descrive le feste dell’aristocrazia a Parigi, sono gioielli di finezza e di brio.
  Il 19 febbraio del 1837, Balzac giungeva a Milano. Non contava ancora trentott’anni, e sui registri dei forestieri presso la polizia si designava: possidente. Non posso dire con precisione s’egli era accompagnato dal paggio misterioso (nessuno dei cronisti mondani del tempo ne parla); ma certo non avea seco Teofilo Gautier. L’autore di Mademoiselle de Maupin desiderava scendere in Italia con Balzac, ma non potè effettuare il suo disegno, e vide il nostro cielo solo nel 1850.
  Un poligrafo infaticabile, Defendente Sacchi, appena seppe dell’arrivo di Balzac, – per suggerimento, credo, del Maffei, cooperatore per la parte letteraria della Gazzetta privilegiata di Milano, – scrisse su questo periodico ufficiale un benvenuto cortese all’insigne ospite straniero:
  La nostra città accoglie da due giorni fra le sue mura il signor Balzac, lo scrittore francese che in pochi anni fece il maggior numero di opere che descrivono in ogni maniera la vita dell’uomo e la società; quello ch’è anche il più popolare fra di noi, perché i suoi scritti corrono nelle mani di tutti in originale e tradotti. Esso viaggia in Italia per raccogliere materiali onde scrivere de campagne de’ Francesi nella Penisola. Questa notizia tanto più ne riesce gradevole, perché siamo certi che il genio di Balzac avrà dal nostro cielo le sue più belle inspirazioni.
  Per verità, in quei giorni il cielo non poteva destare belle ispirazioni né a Balzac né ad altri: pioveva. E lo scopo di Balzac a Milano non sembrava punto quello di raccogliere documenti di storia militare.
  Egli raccontava ch’era venuto a Milano con un incarico amministrativo! Il conte Emilio Guidoboni-Visconti lo aveva voluto qui (soggiungeva egli) per regolare i suoi interessi intricati in seguito all’eredità lasciatagli dalla madre contessa Patellani …
  Tutti sappiamo quanto Balzac, prima editore, poi stampatore, quindi fonditore di caratteri, fosse immerso nei debiti fino alla gola in causa delle proprie speculazioni fallite tutte quante: egli si sorreggeva a mala pena con cambiali scontate e rinnovate da usuraj. Gemeva sotto il peso di dugento mila franchi di debiti e più. “J’ai plus de deux cent mille francs de dettes” scriveva egli stesso da Milano alla gentile polacca Evelina de Hanska, contessa de Rzewuska, sua ardente ammiratrice che, rimasta vedova, divenne più tardi sua moglie.
  Figurarsi se poteva sbrogliare le matasse arruffate degli altri, egli che non sapeva sbrogliare le proprie! Parecchi critici (e valorosi) hanno ripetuta la storiella dell’incarico amministrativo; storiella che Balzac dava a bere con grazia alle sue buone ammiratrici lontane. Nel ’38 raccontava da Milano alla sorella Laura Surville a Parigi com’egli fosse ancora “retenu ici pour les intérêts de la famille Visconti”. E soggiungeva: “La politique les embrouillait tellement, que le reste du bien qu’elle possède en ce pays eût été séquestré sans toutes mes démarches, qui ont heureusement réussi”. La politica? … Quale politica? … Nessuna famiglia lombarda sceglie un romanziere (e straniero per giunta!) a suo ragioniere, a suo procuratore, a suo notajo; meno poi un Balzac, dalle caotiche idee amministrative ben note; un Balzac, mai stato uomo di legge e neppure un avvocato come Carlo Goldoni! Né Balzac qui raccolse materiali per una storia. I lavori da lui meditati a Milano, come vedremo, furono ben altri.
  La sua venuta fra noi parve un avvenimento. Tutti volevano vederlo, molti pretendevano d’averlo già visto. Parlavano solo di due cose: d’una splendida aurora boreale, apparsa qualche sera innanzi, e del signor di Balzac e della sua canna famosa che si diceva costasse tesori. Un giovanotto, che si vantava d’aver stretta intimità con Balzac a Vienna, additava agli amici curiosi del teatro alla Scala un capitano dei granatieri vestito in borghese, esclamando: “Ecco Balzac!”. E tutti a contemplare quell’ignoto granatiere austriaco, il quale, stupefatto, non sapeva a chi ascrivere la generale ammirazione. “Le armi (scriveva a quel proposito il Piazza in un articolo nella Gazzetta) ebbero così per pochi istanti gli onori della letteratura”.
  Ben presto si vide alla Scala il vero e autentico Balzac. Egli passava di palco in palco, corteggiatore corteggiato; e allora, nella semi-oscurità dell’ampia sala, mentre sul palcoscenico piroettava un ballo “di mezzo carattere” I promessi sposi, si rinnovò la scena del granatiere.
  Balzac era andato ad alloggiare all’albergo, ma, annoiato, s’affrettò ad accettare una stanza deliziosa che guardava su un giardino offertagli nella propria casa, sul bel corso di Porta Orientale (ora corso Venezia), dal principe Alfonso Serafino Porcìa, il fratello appunto della Fanny amica di Clara Maffei.
  “Bieco bevitor d’acqua!” l’avrebbe definito Giuseppe Rovani se avesse visto Balzac respingere ai banchetti a’ quali veniva invitato i calici di vino. Balzac era astemio, ma in compenso divorava la frutta coll’avidità d’un fanciullo viziato.
  Punto felice, egli domandava se a Milano si era felici.
  – Est-on heureux à Milan?
  – Oui, gli fu risposto.
  – Qu’est-ce qu’on fait après minuit ?
  – On dort.
  La contessa Maffei lo accolse nel suo salotto con entusiasmo e lo presentò al marito e a varii amici, fra’ quali lo scultore Alessandro Puttinati, Ferdinando De Lugo, uno dei più intelligenti giovanotti dell’alta società; lo presentò a una bionda poetessa, Giulietta Pezzi di Milano, e ad altre amiche.
  Egli rimase incantato della piccola Maffei, com’ella stessa si definiva con spirito; e non tardò a provarne un’amicizia dolce, tenera, che si confondeva (perché negarlo?) coll’affetto. Ma di ciò nessuna meraviglia. Egli era un tendre, secondo l’espressione di Guy de Maupassant; egli voleva essere sempre ajutato dalla parola gentile della donna gentile, dalla sua stretta di mano, dal suo sorriso. La poesia de’ suoi ideali strideva, peraltro, un po’ troppo nel confronto della prosa del suo corpo pesante co, quale sfondava le poltrone del salotto Maffei: salotto adorno nello stile del primo Impero e di tutte le eleganze del tempo.
  A Balzac, avvezzo a Parigi, non piaceva Milano. Si mostrava querulo, rannuvolato. Solo il prestigio della Maffei e di Giulietta Pezzi avevano il potere di ridestarlo dalle sue tetraggini. Si bisticciava colla Fanny Sanseverino perché questa non tollerava ch’egli dicesse male dell’Italia; e andando a trovare un’altra dama, la contessa Eugenia Attendolo-Bolognini, nata Vimercati, in via Cappuccio, là, in quel fresco salotto a stucchi, litigava un po’ anche con lei; ma bastava a disarmarlo l’arrivo d’una leggiadra bambina, eugenia, poi divenuta duchessa Litta Visconti-Arese, regina della moda.
  La poetessa Giulietta Pezzi, figlia d’un amabile giornalista, era bella con que’ riccioli d’oro che le scendevano sulle spalle. Balzac voleva vedersela seduta dinanzi; la chiamava l’ange. Ma perché egli, dopo il celestiale complimento s’addormentava? … Era un suo tic questo di dormire in piena conversazione, non ostante l’abuso di caffè cui s’abbandonava e i lavori di fantasia cui pensava sovente sprofondandosi in cupo silenzio. Un altro suo vezzo (chiamiamolo così) era di accennare sempre di no colla testa, con quella sua grossa testa piantata sul collo taurino: pareva lo spirito che nega.
  Nella conversazione del salotto Maffei e nelle altre, egli amava più ascoltare che discorrere. Di tratto in tratto, a qualche facezia, rompeva in una fragorosa risata; quindi si rimetteva ad ascoltare … o a dormire.
  Correva allora, più di adesso, nei salotti, la moda degli album, che ogni scrittore ed artista doveva fregiare de’ suoi caratteri o disegni. Nell’album di Giulietta Pezzi, Balzac scrisse colla sua scrittura spaventosa questo pensiero, tutt’ora inedito, che alludeva forse a lui stesso, in seguito a chissà quale punta maliziosa della sua bionda amica!
  “De même que chez la nature humaine, l’âme triomphe de l’enveloppe et finit par embellir les plus grossières des formes, et qu’ainsi le masque le plus bas peut devenir sublime; de même l’art peut et doit se faire cours malgré les conditions les plus difficiles, et triomphe des données les plus absurdes. Socrate, de qui la figure était hideuse, a fini par atteindre la plus haute expression de beauté ; et Michelange a fait une admirable statue avec la poussière … ”.
  E sull’album della contessa Maffei, scrisse quest’altro pensiero (inedito anch’esso) un giorno in cui il sole giuocava, pare, a capo nascondi fra le nuvole:
  “Rien ne ressemble plus à la vie humaine que les vicissitudes de l’atmosphère et que les changements du ciel. Le temps est le fond sur lequel agissent les intempéries et les beautés du soleil et des saisons. Tantôt, il arrive des journées splendides, pendant lesquelles tout est azur et fleurs, verdure et rosée ; tantôt, des clairs-obscurs, où tout est piège et doute dans la nature ; puis de longues brumes, des temps lourds, des nuées grises. La plus part (sic) des hommes ont une pente qui les porte à s’harmoniser avec cette instabilité de l’air ; mais pour ceux qui se réfugient dans le domaine moral et qui ne comptent pour rien tout ce qui n’est pas la vie de l’âme, il peut toujours faire beau dans le ciel. Le souvenir est un des moyens qui peuvent nous aider à rendre l’air pur et faire briller le soleil dans notre âme.
  24 avril, 1837”.
  E il sole del ricordo, Balzac voleva, si capisce, nella sua impenitente inclinazione alla flirtation, lasciare in cuore alla contessa Clara, sull’album della quale, qualche giorno prima, alludendo all’età di lei aveva scritto: À vingt-trois ans, tout est avenir.
  Fra le amiche più ammirate da Balzac, va annoverata certo la contessa Clara Maffei. Non è credibile che la contessa Maffei, appena vide Balzac salire per la prima volta le sue scale, gli sia volata incontro e, quasi inginocchiatasi, abbia esclamato: “J’adore le génie!”. Ciò fu detto e si ripete; ma la Maffei possedeva troppo il senso della misura per abbandonarsi a queste esagerazioni.
  Non ostante i molti peccati descritti ne’ suoi romanzi, il grande romanziere viveva quasi immune da passionacce volgari, domandando alla donna o meglio alla signora, da quel raffinato che era, le carezze pure della devozione, il profumo dell’anima. Clara Maffei, che possedeva l’intelligenza del cuore, deve averlo capito; deve, peraltro, essersi accorta che il suo illustre amico amava più colla fantasia che coll’anima; la sola donna amata forse da lui fu la contessa Hanska, alla quale nelle lettere da Milano si confidava, anelando, malato com’era di nostalgia, di rivedere il cielo della Francia. Anche alla piccola Maffei, confidava le sue pene e le idee che gli turbinavano in capo; le parlava d’una commedia che volea scrivere.
  Durante il soggiorno di Balzac in Italia, la contessa Maffei dovette certo soffrire per le espressioni sprezzanti, che sopraffatto dal malumore il romanziere francese si lasciò sfuggire sui romanzi italiani, cari amici di lei. Ecco come andò la cosa, per la quale molti, a Milano e fuori, si levarono furibondi contro lo scrittore francese.
  Questi, preso dal desiderio di veder Venezia, vi si recò per alcuni giorni coll’idea di ritornar presto a Milano, come fece difatti. A Venezia fu ospitato un giorno in casa della contessa Soranzo, alla cui mensa sedeva un egregio lombardo, amico della Maffei, il conte Tullio Dandolo, insieme con altri invitati. Balzac da principio parlò poco e mangiò molto; poi uscì con acerbi giudizii sui Promessi Sposi, che definì fiacchi d’ordito; e sugli altri romanzi (di Massimo d’Azeglio e del Grossi) che allora tutti leggevano con ammirazione. Il conte Dandolo lo rimbeccò; e Balzac rinnovò i suoi sprezzi, sarcastico e tutto rosso d’ira. Il batibecco minacciava di degenerare in una lite. La povera contessa Soranzo si sentiva sulle spine: si affrettò a porgere il caffè, e le contraddizioni morirono pel momento soffocate fra i sorsi del moka.
  A Milano si seppero presto i giudizii di Balzac: di più la Gazzetta privilegiata di Venezia recava nelle sue appendici del 1°. aprile di quell’anno una lunga lettera del conte Dandolo ad Angelo Fava (altro amico della contessa Maffei) sulla malaugurata conversazione in casa Soranzo. Balzac non vi era risparmiato; e Angelo Fava non fece il sordo, perché ben presto nel Vaglio, giornale letterario di Venezia, rispose a Tullio Dandolo, censurando con asprezza i romanzi di Balzac e dipingendoli senza ambagi frutto d’una musa corrotta e corruttrice. Non basta: la Fama, giornale teatrale di Milano, che aveva voce in capitolo, senza nominare Balzac, era già uscita con un articolo sui viaggiatori-letterati, che “acconciati da Child-Harold muovono ai luoghi celebri”, sui “poeti da dipartimento” che senza avere un “soldo in saccoccia” viaggiano da artisti. E, rincarando la dose, il giornalista eccitava la polizia a vegliar meglio su costoro perché, in conclusione, “non erano che malviventi …”.
  L’allusione non poteva essere più maligna, più atroce, perché si diceva infatti che Balzac era venuto a Milano uscendo dalle prigioni di Parigi! Chi non crede (i piccoli San Tommaso abbondano pur troppo!) legga le ultime righe d’un notevole studio sulle opere di Balzac, Pensieri su Balzac di Gaspare Aureggio (Milano, Pirola, 1839), il quale sdegnosamente difende il gran scrittore dalla calunnia e soggiunge: “Non potendo batterlo colla penna, lo lacerarono coi denti!”. È un opuscolo raro. Del pari raro e curioso è un altro opuscolo uscito a Milano mentre Balzac soggiornava qui: Difesa dell’onore delle armi oltraggiate dal signor di Balzac nelle sue scene della Vita parigina e confutazione di molti errori della storia militare della guerra di Spagna fatta dagl’Italiani (Milano, Pogliani, 1837). Il titolo dice tutto. Autore di questo opuscolo, degno di nota, è certo Antonio Lissoni, che apertamente si fa conoscere, e mostra coraggio nel rivendicare, sotto il dominio straniero, il valore spiegato dagl’Italiani nelle sanguinose guerre Napoleoniche.
  Un francese che sparlava del valore italiano, non doveva dar ombra alla polizia; eppure si disse che questa vegliava su Balzac, temendo in lui un emissario pericoloso, un carbonaro, come Byron qui venuto nel 1816.
  Cesare Cantù, uno de’ primi fra quanti in que’ giorni avvicinarono Balzac a Milano, mi accertava che la polizia non si occupò mai di Balzac tranne quando si mise in moto per ricuperagli un orologio involatogli da un borsajuolo. L’orologio fu presto trovato, e Balzac restò stupito di vedersi ritornare nelle tasche del suo maestoso panciotto il caro girarrosto che avea messe le ali.
  Può darsi che ne’ suoi eccessi di malumore Balzac abbia sprezzati i Promessi Sposi; certo egli si recò a far visita ad Alessandro Manzoni. Vi andò accompagnato da un gentiluomo letterato, allievo di Pietro Giordani, il cavaliere Felice Carrone marchese di San Tommaso. Balzac disse al Manzoni che gli pareva di vedere in lui Chateaubriand: discorse de’ proprii lavori, dissertò sul panteismo e sulla cranioscopia. Andò poi a visitare anche un altro uomo allora celebrato, lo scultore Pompeo Marchesi, che presso molti passava per un genio creatore, laddove era solo un accademico d’ingegno. Sull’album del festeggiatissimo scultore, Balzac lasciò partendo questo saluto: “Je salue avec une amoureuse admiration le père de Venus désarmant l’Amour”. Allusione a una statua mitologica che il Marchesi aveva offerta all’imperatore d’Austria e che il giorno dopo doveva essere spedita a Vienna.
  Alessandro Puttinati, andando un giorno a trovare Balzac nel suo alloggio, lo sorprese nella più bizzarra veste da camera: una specie di tunica da certosino, serrata con due grossi cordoni ai fianchi e, dietro, tanto di cappuccio; e così lo ritrasse in una statuina di scagliola con un beffardo sorriso sulle labbra e colle braccia “al sen conserte” da quel vero Napoleone ch’egli era della letteratura europea. Il Puttinati (che pur scolpì anche statue d’estese dimensioni, Masaniello, Carlo Porta, ecc.) godeva alto grido per simili statuette, ornamento dei caminetti dei saloni e sugli scrittoj dei ricchi; la sua specialità. Tutti desideravano di possederne. A Brera se ne conserva una, ch’è un incanto di finezza e di vita. Egli ritrasse, in tali piccole dimensioni, i più chiari contemporanei, D’Azeglio, Hayez, Molteni, Rajberti … Non poteva quindi omettere il suo amico Balzac, del quale un altro scultore fece la caricatura; il francese Dantan.
  L’abito fratesco di Balzac alimentava i discorsi del Caffè Martini; e si rideva. Ma guai se avessero scoperto un’altra debolezza, la maggiore di Balzac; quella di farsi passare dovunque per nobile premettendo tanto di de al suo cognome, già troppo reso glorioso dal genio per essere illustrato da una genealogia fantastica. Gli eruditi conoscevano bensì un de Balzac, gentiluomo e scrittore, il quale con le sue Lettres infuse alla lingua francese un’eleganza e un’armonia nuova; ma era morto nel 1655, nella propria terra di Balzac sulle rive della Charente; e il Balzac dei possenti romanzi non discendeva da lui, né da alcun altro nobile lombo.
  Anche a Milano, Balzac lavorava assiduo come usava dappertutto, Ercole del tavolino. In casa Porcìa cominciò a scrivere i Mémoires de deux jeunes mariées. Non ostante i lavori letterarii e le visite alle contesse Bolognini e Maffei (per le quali trascurava un po’ la contessa Bossi, che lo fermò un giorno in istrada per rimproverarnelo), Balzac desiderava di vedere le curiosità artistiche di Milano, i capolavori dell’arte. La contessa Maffei lo accompagnò a Brera, come si leggerà più avanti in una lettera. Egli si recò anche a Saronno per ammirare in quel santuario gli affreschi squisiti di Bernardino Luini, di questo Raffaello della Lombardia, forse più apprezzato dagli stranieri che dagli italiani. Il Duomo di Milano incantava Balzac colle sue guglie, co’ suoi ricami marmorei, ma ancora e sempre ei sospirava alla Francia, al cielo natìo.
  Finalmente lasciò Milano, l’Italia, ma per tornarvi poscia di nuovo. Qui lasciava molti accusatori, ma anche spiriti gentili che perdonavano al genio le stravaganze. Basta leggere la seguente lettera (inedita) in risposta ad altra lettera della contessa Maffei: egli parla caramente dell’amica indimenticabile, parla di sé, de’ proprii accusatori d’Italia, dei proprii lavori:
  “Novembre, 1838.
  Merci, cara, de la page embaumée par le souvenir, que vous m’avez envoyée, et qui m’a délicieusement rappelé votre bienaimé salon et les soirées que j’y ai passe et celle que vous appellez (sic) familièrement “la petite Maffei” et qui occupe une trop grande place dans ma mémoire, pour que je me permette cette expression.
  Vous avez donc encore souffert ? Les médecins de Milan me feraient grand peur: à votre place je viendrais à Paris consulter quelqu’un des (sic) nos grands hommes, car nous en avons encore dans cette pauvre France.
  Vous ne m’avez rien dit de Puttinati : je l’ai donc effrayé qu’il n’est pas venu me voir un matin à son retour de Londres ? Dites-lui combien il a eu tort, car j’avais pensé à lui pendant da fugue à Londres, et il a été trop discret avec quelqu’une qui l’avait mis si fort avant dans son cœur pendant notre voyage raboteux.
  La colère, dont je ne sais les motifs et sur laquelle m’a fait rester la comtesse Sanseverino est-elle calmée ? Elle m’a accusé de ne pas aimer l’Italie au moment où je travaille à une œuvre intitulée Massimilla Doni et qui fera tressaillir plus d’un cœur italien. Mais je suis si accoutumé aux injustices, que celle d’une jolie femme ne m’émeut plus : j’ai un durillon sur le cœur à cet endroit tant on y a frappé. D’ailleurs, je trouve fort impertinentes (sic) les gens, qui me proclament un homme profond et qui veulent me connaître en cinq minutes. Entre nous, je ne suis pas profond ; mais très épais, et il faut du temps pour faire le tour de ma personne : c’est une promenade qui lasse : mais je ne dis pas cela pour elle. La comédie, que je méditais à Milan tout en sirotant cotre thé et vaguant par les roues, est achevée : j’entre, dans une quinzaine, en répétition, mais dans un si profond incognito que ce ne sera pas le secret de la comédie.
  Ce travail, que j’ai mené de front avec les livres, m’a causé une petite maladie inflammatoire dont je me relève et qui a retardé ma réponse, car le docteur m’avit (sic; lege : avait) défendu d’écrire quoique ce fût, même une lettre.
  Je suis allé dans ma douce Touraine ; il a fallu dire adieu à mon voyage d’automne ; je ne reviendrais en Italie qu’au printemps, car je veux voir la Semaine Sainte à Rome si Dieu veut que je porte dans la métropole l’argent de la Comédie en cas où l’œuvre profane réussit. Rappelez-moi au souvenir des hôtes de votre salon: Lugo, Dolcini, la Giulietta Pezzi et tutti quanti, sans oublier de mettre mes obéissances aux pieds de la piccola Maffei : prenez votre air le plus gentil et votre meilleure ruse pour savoir en quoi j’ai perdu quelque chose, à quoi je tenais tant, dans l’esprit de la comtesse Sanseverino: dites-le-moi, faites-moi l’aumône de ce petit cadeau, et surtout présentez-lui mes hommages.
  Il y a des jours où je rêve de la cathédrale de Milan et du tableau de Raphaël, que nous avons été voir ensemble; mais surtout d’un camélia encore plus blanc que le marbre le plus blanc de la plus blanche statue d’aiguille la plus blanche.
  N’oubliez pas de me représenter au cavalier Maffei, et faites dire à l’éditeur de je ne sais quel journal à qui j’ai promis la version corrigée du Lys dans la vallée pour la traduire, que ce ne sera prêt que dans le premier mois de l’année prochaine, car ce ne sera imprimé que pour cette époque.
  Trouvez ici mille gracieusetés que je voudrais faire aussi poétiques et aussi douces qu’il les faut pour une chère fleur comme vous ; et croyez à une affectueuse mémoire qui frôle à une hérétique idolâtrie dont se plaindrait mon confesseur si j’avais le malheur d’en avoir un qui ne fût pas bénin, attendu que ce confesseur est votre dévoué
  De Balzac”.
  “Je n’ai point oublié Piazza, ni Bonf…. Enfin Pompeo Marchesi aura quelque jour de mes nouvelles ; mais j’ai eu tant à faire … ”.
  Il Piazza, uno degli appendicisti della Gazzetta privilegiata, in questo periodico e nel Corriere delle dame, giornale di letteratura e di mode diffuso fra le signore, difendeva (languidamente, a dir vero) Balzac dall’accusa di denigrare l’Italia ; trista usanza degli stranieri, venissero o non venissero nel bel paese. Il Bonf… era, certo, il dottore Tarchini-Bonfanti, bel medico, successo a Vincenzo Bellini nel cuore della signora Turina, e amico per qualche tempo di casa Maffei.
  Il Dolcini apparteneva a una speciale e non esigua categoria di giovani del bel mondo, il seme della quale va sparendo pur troppo ogni giorno. Non solo egli accresceva la propria avvenenza coll’abbigliamento di buon gusto e accuratissimo (a quel tempo la toilette maschile era assai più osservata d’oggi), ma non tralasciava occasione per arricchire di ottimi studii la mente. Così i giovani doviziosi si preparavano a sostenere più tardi con onore i pubblici uffizii e potevano avvicinare qualunque uomo di lettere.
  Il lavoro teatrale, che Balzac dice d’avere meditato per le vie di Milano e nel salotto Maffei sorseggiando il thé della contessa, non dev’essere, come si potrebbe credere, Mercadet: questa profonda commedia apparve bensì in quell’anno 1838, ma non fu certo condotta “avec les livres”. Deve trattarsi, invece, del dramma Vautrin, le cui scene si svolgono a Parigi nel 1816, dopo il secondo ritorno dei Borboni. Il dramma, il cui protagonista è un forzato, fu rappresentato a Parigi nel ’40, e dopo una sola recita venne proibito, perché, a un certo punto, Balzac fece comparire Vautrin truccato da Luigi Filippo. – Il quadro, veduto in cara compagnia, è lo Sposalizio della Vergine che si conserva a Brera; una delle gemme di Raffaello.
  Più tardi, Balzac scriveva un’altra lettera a una signorina … della quale potrei indovinare, non precisare il nome; una signorina che gli aveva trasmesso un epigramma:
  “Marzo, ’39.
  Mademoiselle,
  Je vous remercie beaucoup de la bonté que vous avez eue de me communiquer vous-même l’épigramme que vous avez daigné faire sur moi ; car alors je pourrai le mettre sous la caricature que Dantan a produite.
  Vous y avez exagéré le peu de mérite que je puis avoir comme aussi mes défauts : mais vous n’avez peut-être pas assez insisté sur l’impudica, qui est la grande accusation vulgaire que portent sur moi les personnes auxquelles je suis inconnu. Mais si le peu d’instants que j’ai eu le bonheur de passer près de vous a causé d’aussi grandes erreurs, je dois être effrayé de nos relations à venir.
  Je suis tout épouvanté de l’importance que vous me donnez, en croyant que je doive à chaque parole dire des choses remarquables.
  Je vous en prie, ne me destituez pas du droit d’être un homme ordinaire, car c’est sous cette forme que je tiens à me montrer et sous laquelle nous pourrons peut-être mieux nous entendre et que vous trouverez toujours en moi la più squisita farina d’oltremonte.
  Vostro de Balzac”.
  Anche questa lettera fu conservata religiosamente dalla contessa Maffei, fra le sue carte più preziose.
  E un prezioso regalo Balzac fece, quale omaggio d’amicizia, alla contessa Maffei: le bozze di stampa de’ suoi Martyres (sic) ignorés. Bozze? … Sono addirittura una selva druidica di cancellature; è un altro lavoro rampollato dal primo e mezzo sepolto anch’esso fra i pentimenti, come Balzac soleva per tutt’i suoi lavori, la cui composizione tipografica atterriva per questo ogni più coraggioso operajo. Ricordo una sera del ’84, in cui la contessa, curvandosi dalla sua poltrona, aperse un’elegante vetrina, ne trasse quel grosso volume di prove di stampa e me le porse gentilmente a vedere, pagina per pagina. Lo storico delle opere di Balzac, visconte de Spoelberg (sic) de Lovenjoul, m’informa da Bruxelles che le bozze dei Martyres ignorés sono ora nelle sue mani; e non potrebbero essere in mani migliori.
  Nel 1842, Balzac dedicò alla contessa Clara Maffei un racconto, La fausse Maîtresse, scritto per lei, e che tutti possono leggere nel meraviglioso ciclo balzachiano delle Scènes de la vie privée.
  La fausse Maîtresse tratta d’una Malaga, portentosa cavallerizza “déesse de la gymnastique” (non priva del velo di melanconia romantica di moda a quel tempo), la quale s’innamora d’un patrizio polacco a Parigi. Il tipo d’una contessa Clementina arieggia un po’ a quello della contessa Clara. Balzac vi esalta l’amicizia che non conosce i fallimenti dell’amore e del piacere: “Après avoir donné plus qu’il n’a, l’amour finit par donner moins qu’il ne reçoit”.
  A due geniali amici del salotto Maffei Balzac dedicò due altri racconti: allo scultore Puttinati La Vengeance e alla contessa Sanseverino Porcìa Les Employés ou la femme supérieure. Al principe Porcìa dedicò Splendeurs et misères des courtisanes, e alla contessa Bolognini-Vimercati Une fille d’Eve, scrivendole nella dedica graziosa: “Vous voyez que si les Français sont taxés de légèreté, d’oubli, je suis Italien par la constance et par le souvenir”.
  Tale la veridica istoria di Onorato Balzac a Milano e nel salotto Maffei.

Capitolo I. La famiglia della Contessa.
  p. 9. Nel 1837, quando Balzac, allora nell’apogeo della gloria, venne a visitare la contessa Clara, questa suggerì, io credo, al grande romanziere il titolo d’un racconto, ch’era il cognome della venerata madre di lei, Gambara: il racconto Gambara di Balzac uscì difatti alla luce in quello stesso anno.

Capitolo VIII. G. Prati – Niccolini – Giusti.
  p. 102. A Dasindo si mostra la casa paterna del Prati; ma il primo vagito del poeta echeggiò a Campo nello squallido refettorio d’un antico convento di frati zoccolanti, soppresso da Napoleone I: è là ch’egli è nato; e la sua famiglia non possedeva blasoni com’egli, al modo di Balzac, faceva credere.

Capitolo IX. La separazione.
  p. 133. Già un altro degli amici del salotto, Ferdinando De Lugo, lo stesso che incontrammo con Balzac presso la contessa Maffei, nutriva per questa donna gentile, e da lungo tempo, più che amore, culto profondo, passione elevata, suscitando in Andrea, che se n’era accorto, forse non ombre di gelosie, bensì ombre di malumori.

Capitolo X. Nel Quarantotto.
  p. 157. Fra le figure semistoriche che abbondano nell’epopea del risorgimento, vediamo apparire nel salotto Achille Mauri e quell’Angelo Fava, che abbiamo incontrato al tempo delle animosità contro Balzac.

Capitolo XI. La lotta dei dieci anni.
  p. 188. La Pezzi – proprio la poetessa ridente dai riccioli d’oro che piaceva a Balzac, l’autrice di Une fleur d’Israël, del dramma Carlo Sand, da lei dedicato nel ’48 a Mazzini, de Gli artisti, dell’Egberto, – appena cominciarono a infierire le perquisizioni e gli arresti si preparò a sfuggirli con un terribile divisamento.

Capitolo XXII. Conclusione.
  p. 333. Il salotto Maffei, si è visto, non fu lombardo, ma italiano; si fregia di nomi che come quelli del Manzoni, Verdi, Liszt, Balzac, sono celebri non solo in Italia e in Francia, ma in tutta Europa, in tutto il mondo.

  Raffaello Barbiera, Vita milanese, «La Vita Italiana. Rivista illustrata diretta da Angelo De Gubernatis», Roma, Volume II, Fascicolo IX, Gennaio 1895, pp. 270-272.
  p. 270. [Il “Silvano” del maestro Mascagni]. Si tratta precisamente d’un dramma terribile di gelosia, il mostro dagli occhi verdi, come la chiama Shakespeare, o la pupilla senza palpebra, che mai si chiude, come la chiama Balzac.

  Giacomo Barzellotti, Ippolito Taine, Roma, Ermanno Loescher & C.°, 1895.

Parte Seconda.
La Psicologia e la Filosofia dell’Arte.
  pp. 204-205. Egli infatti nell’introduzione alla Storia della Letteratura inglese aveva, per primo, proclamato il principio su cui si fonda tutta la critica di quest’arte nuova, cioè: che il valore di un’opera letteraria si misura dal prestarsi che essa fa più o meno a servir da segno dello stato morale che l’ha prodotta. E il processo sottilmente analitico della sua critica letteraria e artistica e dei suoi lavori storici non era stato, dicevano, se non la ricerca continua, minutissima dei piccoli fatti, di cui, com’egli dimostra nel libro De l’Intelligence, è composto il me umano; non altro, in fondo, che l’applicazione del modo di concepire e di rappresentare la vita morale, messo in atto dai romanzieri del Naturalismo.
  Primo, è vero, o un dei primi insieme col Balzac a mettersi per questa via era stato lo Stendhal, che, è noto, non si stancava mai di raccomandare agli scrittori, come il più sicuro mezzo per dar rilievo alla pittura dei caratteri, il toccarne con forza i tratti particolari, minuti, atti a scolpirli, i «piccoli fatti», diceva; […].
  pp. 210-214. E non fa specie che, quando, dopo il 1870, in quella grande ombra di sconforto che passò sulla Francia, il pessimismo tornava a invaderne la letteratura, i romanzieri naturalisti, primo lo Zola, abbiano cercato nel concetto deterministico dell’universale necessità delle cose un ultimo sfondo alla loro tetra visione dei mali umani. […]
  Nei Derniers essaix (sic) de Critique et d’Histoire (1894) v’è un saggio sulla Sand, scritto il 1876. In esso il Taine per venire a parlare dell’idealismo, a cui s’ispirò l’autrice di Consuelo, e rilevarne i pregi, comincia dal contrapporgli l’indirizzo nuovo dell’arte realista, nata, dice, dal penetrare «detto spirito positivo e scientifico nella letteratura». E aggiunge: «Le roman est aux mains des successeurs de Balzac, et il ne faut pas s’en plaindre si, avec les minuties et la conscience du maître, les élèves ont les grandes vues d’ensemble, la profondeur d’analyse, la puissance de combinaison et la pénétration philosophique qui font de Balzac, comme de Rembrandt, l’un des grands peintres de l’humanité».
  Non sembra però ch’egli abbia troppo ammirato lo Zola, se si deve credere a quel che ce ne ha detto qualche suo amico e biografo. […]. Chi poi cercasse d’indovinare quale abbia potuto essere per l’autore di cotesta teoria la misura del vero valore letterario da attribuirsi all’opera dello Zola e degli altri successori del Balzac, non ha che a leggere il bel saggio intorno a questo grande romanziere; dove il Taine «lo dà come il tipo dello scrittore naturalista, intento non a rappresentare il bene e il bello, ma il reale e il vero della vita, anzi con una forte predilezione a dipingerne gli aspetti più bassi e più ignobili, purchè però espressi in caratteri potenti, in «mostri grandiosi», in «bestie da preda». Tali infatti quasi tutti i personaggi che si affollano sulla vasta scena della Commedia umana, e su cui il critico porta la sua fina analisi, per conchiudere: che, se il Balzac è quasi sempre inferiore a sé stesso quando tratteggia caratteri di donne, se non riesce vero nel rappresentare la virtù e non si solleva mai a darcene le forme più alte, perché il suo ideale non è lì, ma «partout où il y a une difformité ou une plaie, Balzac est là»; però in lui la ricchezza, la vigoria dell’invenzione, la profondità dell’analisi compensano questi difetti; le figure dei suoi più grandi scellerati «échappent à la laideur par leur puissance». Così l’arte sua, simile in ciò a quella dello Shakespeare, mettendoci innanzi in forme grandiose e commoventi anche quanto ha di più brutto e di più ignobile il dramma umano, ci solleva al di sopra di noi stessi, infonde in tutte le nostre facoltà una vita più intensa e più larga.
  Questo quanto al Balzac. […].
  E poi la continua e per lo più disgustosa rappresentazione di caratteri malefici – così li chiamerebbe il Taine – non è compensata nei Rougon-Macquart, come nella Comédie humaine, da una straordinaria potenza di concepire e di far vivere le figure dei personaggi. […].
  Il saggio sul Balzac termina con queste parole: «Con lo Shakespeare e il Saint-Simon, Balzac è il più gran magazzino di documenti che noi abbiamo sulla natura umana». Io dubito molto che quella scelta preconcetta di un certo tipo umano, a cui sembra essersi ispirata tutta l’opera dello Zola, le abbia, nell’opinione del Taine, scemato non poco del merito, che egli pur dovè riconoscerle, di essere anch’esso una larga raccolta di documenti intorno alla vita contemporanea.
  […]
  pp. 380-383. In lui [Taine] l’osservatore non il filosofo era pessimista; ma non era l’osservatore largo, immediato, che guarda uomini e cose tali quali sono – una vera, larga e diretta esperienza della vita il Taine non l‘ebbe – ma l’osservatore che «costruisce» l’uomo morale, com’egli dice di aver fatto, «al modo dei ragionatori», e, più che sui dati della realtà, su documenti raccolti dall’arte dei grandi poeti naturalisti e dal romanzo contemporaneo. Gli scrittori, ove più li cercò, furono, è noto, lo Stendhal e il Balzac, chiamato da lui «uno Shakespeare vivente e moderno». […].
  V’è, direi così, un fondo comune di bisogni, di motivi d’ordine morale, che allora e anche oggi trova la sua espressione nell’arte dei realisti e dei decadenti, misticamente malsana nel Baudelaire, minuta e penetrante nel Flaubert, scettica e arida nello Stendhal, largamente umana nel Balzac.



  P.[aolo] B.[ernasconi], Alessandro Dumas, «Corriere della Sera», Milano, Anno XX, Num. 329, 30 Novembre-1 Dicembre 1895, pp. 1-2.

  p. 1. La Scuola d’osservazione filosofica, iniziata dal Balzac, rasentata dalla Sand, e continuata dal Flaubert, aprì fortunatamente la nuova via al giovane scrittore, ispirandogli quella Signora delle camelie, che quarant’anni fa parve un gran­de ardimento, mentre noi la troviamo inverosi­mile, e appena sopportabile anche quando ci viene presentata da una Bernhardt o da una Duse.


  Paul Bourget, La prima novella di Bourget. “La mano di bronzo”, «Fortunio. Cronaca napoletana», Napoli, Anno VIII, N. 24, 22 Giugno 1895, p. 2.
  Il russo [Rustoff] impiegò dodici giorni a preparare la sua vendetta. Quando io penso alla sua tranquillità durante quel periodo, l’ammiro come uno di quegli scandinavi delle antiche leggende, che si sommergevano in pieno mare del Nord e rialzavano la loro barca cantando tra le formidabili ondate. Perdette centomila lire alle corse, comprò due quadri spagnuoli a una vendita, andò alla caccia del lupo: in una parola, non mostrò menomamente la collera che lo bruciava. Una polizia intera spiava per lui Maurizio, polizia misteriosa, composta di nobili russi che sono legati tra loro, a imitazione de’ Tredici di Balzac, da quella causa del Panslavismo che fra trent’anni in Europa e in Asia possederà il mondo.

  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. I Goncourt, «Il Sole. Giornale quotidiano, commerciale-agricolo-industriale», Milano, Anno XXXIII, N. 73, 27 Marzo 1895, pp. 1-2.
  p. 1. Parmi d’aver già detto un’altra volta, che se pel resto della vita limitare le mie letture – in fatto di romanzi – a soli tre autori, fra tutti quanti i romanzieri d’ogni paese e d’ogni epoca, sceglierei Balzac, Goncourt e Zola, preferendoli persino allo Stendhal ed a Flaubert.

  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. Carlo Baudelaire – “Reliquie” – Traduzione e note di Riccardo Sonzogno – Milano, presso i principali librai, «Il Sole. Giornale quotidiano, commerciale-agricolo-industriale», Anno XXXIII, N. 162, 13 Luglio 1895, p. 1.
  Pur troppo, in fatto di versioni dal francese, avviene sempre così in Italia, che più o meno male si traducono nella nostra lingua moltissimi romanzi di fabbrica mercantile, mentre si trascurano le opere d’arte dello Stendhal, del Balzac, del Flaubert, dei Goncourt, dell’Huysmans, del Rosny, del Mirbeau, ecc.

   F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. F. De Roberto: “Amore”, Milano, Casa Editrice Chiesa e Guindani, «Il Sole. Giornale quotidiano, commerciale-agricolo-industriale», Milano, Anno XXXIII, N. 244, 19 Ottobre 1895, pp. 1-2.
  Se mi si chiedesse da qualche lettore, quali siano le opere più interessanti a consultarsi intorno all’amore, il matrimonio, la questione fisiologica e sociale della donna, ecc. ecc., fra le infinite pubblicazioni suggerirei in modo speciale : […].
  La celebre Physiologie du mariage del Balzac, molto discutibile sotto diversi aspetti, ma appetitosa in sommo grado per l’originalità ed il pessimismo dei paradossi.

  Michele Cantone, Il romanzo ideologico, «Rassegna Pugliese di Scienze, Lettere ed Arti», Trani-Bari, Vol. XII, Num. 4, Agosto 1895, pp. 97-98.
  Victor Ugo (sic) e Musset, Balzac e Zola, Schopenauer (sic), Stendhal, Renan, Amiel e Huysmans, Ibsen e Tolstoi, ecco le tappe per cui le anime del secolo sono successivamente passate. […].
  Stendhal, all’opposto di Balzac, non ha l’osservazione diretta; ma deduce rigorosamente la verità dalle premesse.

  Giulio Carcano, Ona dichiarazion, in Opere complete di Giulio Carcano, pubblicate per cura della famiglia. Vol. VII. Poesie edite ed inedite, Milano, presso L. F. Cogliati, Tipografo, 1895, pp. 508-513.[2]
  p. 509.
Lee[3] poeu l’è là ona dea d’amor,
Col cozzin pondaa indree sulla poltronna;
La gira intorno i oeucc, la guarda i or,
E la scolta la pendola che sonna,
La derva on liber; la ghe guarda su;
La gne ven on sogn de no di, la ne poò pù.
E pur quel liber l’è frances, toeuj mò,
L’è de Soulié o Balzac o compagnia,
Fa cas nagott; l’amor lè rococò,
La cossa la pù ranscia che ghe sia;
Donca lè mej “réver” (sic) fa di sognitt,
Slongand sul taborè tutt duu i pescitt.


  G. A. Cesareo, Cronaca. Lettere letterarie alla vicina, «La Tribuna Illustrata», Roma, Anno VI, Num. 5, Maggio 1895, p. 159-161.
  p. 160. Del rimanente, se l’Albertazzi con quell’esempio [cfr. Vecchie storie d’amore, Bologna, Zanichelli] avesse preteso mostrare la lacera, goffa e rachitica novella moderna resti addietro in tutto e per tutto all’antica, non io certamente vorrei biasimarlo. E, in fin de’ conti, anche il padre del romanzo realista e sociale, Onorato Balzac o de Balzac (com’egli abusivamente, a detta del Sainte-Beuve, amava di sottoscrivere) non fece altra cosa, più la forma arcaica, in quei Contes drôlatiques, che, scritti in francese del Cinquecento, van per le mani di tutti. Lei si fa rossa e nasconde il bel volto dietro il ventaglio? … Capisco: le signore debbono fingere di non aver letto certe cose; ma non è già detto che gli uomini siano obbligati a mostrarsi persuasi di quella finzione.

  Eugenio Checchi, Il salotto della contessa Maffei, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XVII, N. 19, 12 Maggio 1895, pp. 1-2.
  p. 1. Raffaello Barbiera, frequentatore di casa Maffei nell’ultimo decennio fino al 1886, non vide che gli splendidi resti di una amabile sovranità, durata dal 1834 in poi: ma ricercatore studioso e interrogatore imperterrito, potè agevolmente ricostruire la genialissima cronaca di quei cinquant’anni, riveder quasi la eletta coorte che d’anno in anno si accresceva di nuovi proseliti, cogliere al vivo la fisonomia e l’ambiente di quel salotto in cui tanta gente era passata: da Onorato Balzac a Tommaso Grossi, da Francesco Hyez a Massimo d’Azeglio, da Francesco Liszt a Giovanni Prati, da Alessandro Manzoni a Giuseppe Verdi.

  Bernardo Chiana, I frutti della penna, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIX, N. 12, 12-13 Gennaio 1895, pp. 1-2.
   Guardiamo ancora una volta a quella Francia, che è ritenuta come l’eldorado dei letterati. In essa, cinquant’anni addietro, quanto guadagnava uno scrittore? Confrontate, per esempio, i guadagni di Balzac, che lavorava giorno e notte per vivere malamente, con quelli di suo … nipote Emilio Zola, e troverete una differenza che rappresenta un immenso progresso finanziario.

  Alessandro Chiappelli, Socialismo e arte, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Cinquantottesimo della Raccolta, Volume CXLI, Fascicolo XV, 1 Agosto 1895, pp. 463-485.
  pp. 469-470. In Francia, anche senza parlare di alcune liriche del Musset e del Coppée, è tutta una fioritura d’arte sociale, cominciata nel sentimentalismo umano, nel romanzo specialmente di V. Hugo e nel realismo del Balzac, cresciuta poi nell’opera dello Zola e nel romanzo psicologico del Bourget e di Pierre Loti.

  A. Cim, Il commercio librario in Francia (Da un articolo di A. Cim, Revue Encyclopédique, I° agosto), «Minerva. Rassegna internazionale. Rivista delle riviste diretta da Federico Garlanda», Roma, Società Editrice Laziale, Anno V, Num. 8, Vol. X, Agosto 1895, pp. 144-148.
  pp. 147-148. Si sarebbe potuto credere che la morte prematura del povero Guy de Maupassant avesse fatto ribassare la vendita delle sue novelle e dei suoi romanzi; invece essa si conserva regolare e ai libri del Maupassant sembra assicurato, come a quelli del Balzac, uno smercio continuo. […].
  Il successo dell’oggi non è punto garanzia del successo del domani, e più di un’opera, portata alle stelle mentre l’autore è in vita, quando egli è morto cade e sparisce nell’oblio. […]
  Viceversa, le opere del Balzac, quasi sconosciute prima della sua morte, sono ora ristampate in tutti i formati e si vendono a profusione, e sono studiate e commentate come quelle del Molière o dello Shakespeare. Le sue edizioni originali, tirate con teste di chiodi su carta à chandelle sono disputate alle vendite e si pagano più care che a peso d’oro.

  Cimone, Uccidere o perdonare. Da Balzac a Daudet, «Il Don Chisciotte di Roma», Roma, Anno III, N. 53, 22 febbraio 1895, p. 2.
  Tutte queste teorie coniugali mi sono sempre parse la più strana e più inutile cosa della terra. E infatti, malgrado una ammirazione ardente e quasi cieca per Onorato de Balzac, ho trovato che la sua Physiologie du mariage è un libro ozioso e noioso.
  È assurdo, in una materia così mutabile, con elementi soggetti a tante variazioni, con la diversità di tipi psicologici, che ripete quella legge naturale dei tipi fisici, per cui è impossibile trovare due uomini perfettamente uguali; con tale mutabilità elevata al quadrato per la riunione di due individui; stabilire una legge certa, dalla quale sperare quella relativa felicità, che la nostra specie cerca sempre, quella quiete assoluta, che molti sperano nell’ora solenne in cui si creano una famiglia, alienando – in quella lusinga – una gran parte della propria libertà. […].
  Ho nominato – per caso – il grande, il divino Balzac.
  Ebbene: ben altrimenti possente la stessa tesi, e con la gloriosa eloquenza del genio, è esposta in uno dei più toccanti episodii delle Scènes de la vie privée.
  Grande nella pietà e nel perdono, come solamente sanno essere grandi quei personaggi del Balzac, vivificati e baciati in fronte dalla ispirazione di quel genio universale, è Ottavio, in Honorine, e da ogni parola di quell’uomo buono e generoso come Dio, balza fuori un consiglio di misericordia, che il fuoco di una passione mai domata, di un desiderio eternamente rinascente, scalda, e conduce alle altezze meravigliose dell’eroismo che si nasconde e si conserva nel dramma di un’anima divinamente gentile.
  Ma, in quel romanzo, Onorina sostiene la parte del contradditore, e, sentendosi indegna, e sentendo spento per sempre ogni amore nell’anima sua, non vorrebbe il perdono, e sa che i baci di quell’uomo infinitamente dolce e nobile, l’ucciderebbero. E quando, vinta, consente a tornare ad Ottavio, ella muore veramente, santificata dal dolore e dalla pietà.
  In quella fortissima opera, che cinquant’anni fa, affrontava un grande problema umano – sia pure vanamente come oggi per il Daudet, e come sempre per tutti – non si proietta su alcuno la triste ombra del ridicolo.
  Ma quella colonia di mariti infelici raccolta dal Daudet! … Non è più pietà, è una irriverente allegria ch’essi destano, malgrado in tante pagine l’antico leone imprima l’orma dell’unghia possente.
  Ma perdoniamo! Così egli consiglia per la donna amata.

  Vincent Del Mastro, Tableau de la littérature française depuis l’origine de la langue jusqu’à nos jours par Vincent Del Mastro, Turin, J.-B. Paravia et Comp. Imprimeurs-Libraires-Éditeurs, 1895.
  p. 84. Parmi les hommes de notre siècle qui ont fait le plus de bruit dans le monde littéraire, on doit citer Balzac et Scribe.
  Honoré de Balzac, l’un des plus féconds romanciers de notre époque, naquit à Tours l’an 1799. Il a véritablement du mérite.
  Peintre fidèle des mœurs de notre siècle, il montre qu’il connaît à fond le cœur humain ; mais dans ses analyses, il ne respecte pas toujours la décence, de sorte que ses romans ne peuvent servir à un but éducatif, si l’on excepte celui d’Eugénie Grandet. Il se perd aussi dans des descriptions infinies.
  Il travailla environ vingt ans à composer des romans, et donna à cet assemblage le titre de Comédie humaine. Cette comédie devait être, selon lui, une fidèle peinture de la société française, et dans ce but, il divisa son ouvrage en plusieurs parties : Scènes de la vie publique (sic), Scènes de la vie parisienne, Scènes de la vie de province, etc. Mais la lecture de cette œuvre d’une imagination effrénée et d’une débauche désolante, peinte avec toutes ses formes sensuelles, ne peut que pervertir le cœur. Aussi l’ouvrage de Balzac n’a pas atteint son but.


  Gaetano della Noce, Arte ed artisti. Giovanni Emanuel, «Gazzetta delle Puglie», Lecce, Anno XV, N. 9, 2 Marzo 1895, p. 2.

 

  Artista coscienzioso, vero, bello della persona, dalla voce robusta e simpatica, sa incarnarsi nei diversi caratteri che riproduce sulla scena in modo da perdere la sua individualità ed essere sempre il vero, il solo carattere che rappresenta. Ne troviamo una prova splendidissima nell’interpretazione ch’egli dà al Mercadet l’affarista di Balzac, esumato da lui e da lui solamente riprodotto in Italia. A tal proposito mi piace riportare poche parole del già citato M. Uda: « [...]. La individualità di Emanuel si fonda in quella di Mercadet; l’attore scompare nel personaggio della commedia e di entrambi non rimane che una concezione aristofanesca, la quale riassumendo un’epoca, condensando le mille particolarità dell’intrigo, della doppiezza, della speculazione losca, della sete di guadagno e dell’avidità di benessere materiale in una spaventosa unità, plasma coi lineamenti sparsi di caratteri moralmente, e socialmente incompleti la fìsonomia tipica dell’affarismo fatto uomo».


  Giuseppe Depanis, La storia di un salotto, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIX, N. 140, 21-22 Maggio 1895, pp. 1-2.
  Nel 1837, sotto l’egida della contessa Fanny Sanseverino Porcia, il Balzac vi fu accolto soventi. Carico di debiti, il romanziere si dichiarò alla Polizia possidente: incapace di amministrare il fatto proprio, pretese di essere venuto a Milano per sistemare gli interessi di una famiglia lombarda! Vestiva in casa da frate certosino, aveva la mania di farsi credere nobile e di accennare sempre di no col capo, si addormentava in piena conversazione. Non gustava i romanzi dell’Azeglio e del Grossi e ne ebbe in ricambio la taccia di «malvivente» - dal che traspare che le polemiche letterarie erano allora cortesi al pari di adesso. Non si dimostrò entusiasta della città, ma dedicò racconti a varie signore milanesi – La fausse maîtresse alla contessa Maffei – ed in Milano incominciò le (sic) Mémoires de deux jeunes mariées ed il dramma Vautrin. Bizzarro, soffrì egli stesso delle proprie bizzarrie, che gli fecero del torto presso gli osservatori superficiali, ed a ciò allude il brano di una sua lettera alla contessa Maffei: «Sono insolenti coloro i quali mi proclamano un uomo profondo e vogliono conoscermi in cinque minuti. A dirla fra noi, non sono punto profondo, ma molto massiccio, ed occorre del tempo per far il giro della mia persona: è una passeggiata faticosa». Come è saputo, il Balzac era piccolo di statura ed obeso.



  S.[alvatore] Farina, Come si scrive un romanzo?, «Natura ed Arte. Rassegna quindicinale illustrata italiana e straniera di Scienze, Lettere ed Arti», Milano, Casa Editrice Dott. Francesco Vallardi, Anno V, Fascicolo IV, 1895, pp. 325-328.

 

  pp. 327-328. Fin che, con molta frequenza, vi riuscirà di fare una descrizione ampia, ma non completa, non farraginosa come Balzac ha insegnato a fare a certi romanzieri moderni.

  In questo, almeno in questo, Balzac ha avuto torto, e per quanto garbo egli metta nel fare le scuse nelle prefazioni de’ suoi romanzi, non ce la dà a bere, la farragine rimane farragine, e solo appare voluta per accrescere il numero delle linee de’ suoi splendidi libri, perché tutti sappiamo che Balzac era pagato un tanto la linea, che faceva un romanzo in quindici giorni, avendo l’imperiosa necessità di pagare i suoi debiti.

  Altri poi, imitando Balzac in questo difetto, non chiede scuse; egli è tanto sicuro del proprio ingegno e dell’imbecillità de’ suoi lettori che tutto gli sembra lecito.



  [Henry] Havelock Ellis, Etnografia francese (Da un articolo di Havelock Ellis, Atlantic Monthly, gennaio), «Minerva. Rassegna internazionale. Rivista delle riviste diretta da Federico Garlanda», Roma, Società Editrice Laziale, Anno V, Num. 2, Vol. IX, Febbraio 1895, pp. 125-132.
  p. 131. I Guasconi sono coraggiosi e marziali […] e quel non so che di audace e di spavaldo che li caratterizza è reso simpatico dalla loro forte intelligenza, e dalla loro sincerità e filantropia. […]. Due altri nomi si potrebbero aggiungere, quantunque escano un poco fuori dai confini del gruppo, e sono quelli di Balzac e di Voltaire […].


  Filippo Ermini, La lirica moderna nella letteratura contemporanea, «Roma Letteraria», Roma, Anno III, 25 agosto 1895, pp. 362-366.
  p. 364. Non si può negare tuttavia che la scuola, comparsa con tanto fragore di battaglia, non lasciasse presagire una vita più lunga. I francesi, che risalgono al Balzac per trovare il cespite della nuova maniera, s’erano avanzati con la Madame Bovary del Flaubert, con l’Assomoir (sic), la Terre, Germinal, Nanà e la Débâcle dello Zola, e nella corruttela orleanista e bonapartista avevano conquistato passo, passo il campo avversario per mezzo della schiera dei suoi discepoli, cedendo poi anche a gusti più raffinati con le Crime d’amour e le Disciple del Bourget, inclinante allo psicologismo metaforico, con la Sapho del Daudet […].


  Salvatore Farina, Come si scrive un romanzo?, in Il Numero 13. Racconto. Prefazione: Come si scrive un romanzo?, Milano, Casa Editrice Galli di C. Chiesa, F.lli Omodei-Zorini & F. Guindani, 1895, pp. 11-29.
  pp. 24-25. Fin che con molta frequenza vi riuscirà di fare una descrizione ampia, ma non completa, non farraginosa come Balzac ha insegnato a fare a certi romanzieri moderni.
  In questo, almeno in questo, Balzac ha avuto torto, e per quanto garbo egli metta nel fare le scuse nelle prefazioni de’ suoi romanzi, non ce la dà a bere, la farragine rimane farragine, e solo appare voluta per accrescere il numero delle linee de’ suoi splendidi libri, perché tutti sappiamo che Balzac era pagato un tanto alla linea, che faceva un romanzo in quindici giorni, avendo l’imperiosa necessità di pagare i suoi debiti.
  Altri poi, imitando Balzac in questo difetto, non chiede scuse; egli è tanto sicuro del proprio ingegno e dell’imbecillità de’ suoi lettori che tutto gli sembra lecito.


  Lino Ferriani, La donna e la civiltà (Leggendo “Outre-Mer” di Bourget), «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XVII, N. 39, 29 Settembre 1895, pp. 1-2.
  p. 1. Eppure – ripeto – lo studio esatto della donna rappresenta in modo mirabile la civiltà del popolo cui appartiene: l’Enrichetta di Molière, l’Agnese di Dickens, l’Eugenia Grandet di Balzac, la Signora di Monza di Manzoni, la Giulia di Rousseau non hanno solo un valore letterario, ma eminentemente storico. […]
  Poi, quando l’opera d’arte non ha un fine sudicio, pornografico, ma è animata da un alto intendimento sociale, quando la fotografia dei costumi depravati diventa arma per colpire il vizio, eh! allora se certi brontolano bisogna ricordare ciò che scrisse il gran Balzac: «Si vous êtes vrai dans vos peintures, on vous jette le mot immoral à la face. Cette manoeuvre est la honte de ceux qui l’emploient».


  Giuseppe Finzi, Lezioni di storia della letteratura italiana del Professore Giuseppe Finzi. Vol. IV – Parte seconda. Giacomo Leopardi e la Letteratura contemporanea, Torino-Roma, Ermanno Loescher, 1895.

Lezione XIX. VIII. Il romanzo contemporaneo.
  p. 478. Se si guarda allo spaccio, sembra certo riserbata a sorti migliori la prosa delle novelle e dei romanzi, che hanno cultori numerosi e vari d’intenti, di concetti, di scuola. Sfatato il romanzo storico, del quale fino a questi ultimi anni è rimasto quasi unico cultore Luigi Capranica; sepolta la novella romantica propriamente detta; si fecero strada presso di noi e variamente s’intrecciarono nell’arte nostra i principii informativi del molteplice romanzo francese: dal Balzac e dal Sue, dal Flaubert e dai Goncourt, dal Daudet, dallo Zola, dal Bourget, i nostri romanzieri s’arrovellarono e s’affannarono a derivare andamenti e motivi, intrecci e colori con l’onesto proposito di aprire finalmente l’aurora del nuovo romanzo nazionale.


  Riccardo Forster, Satira politica e satira letteraria. I «Kamtchatka» di L. A. Daudet, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XVII, N. 35, 1 Settembre 1895, p. 1.
  E chi sono i giudici che hanno ammazzato con tanto unanime partecipazione il povero de Fries, autore di tanti scritti di cinquanta linee? Fanno parte del gruppo Judas, il critico drammatico della rivista che tira a palle infocate contro chi non lo paga, gridando: ma mission avant tout! […] Desiderio Feutrasse, il conferenziere che viene da Giacomo Sivreuse col proposito di paragonarlo a Balzac e Mérimée, facendosi dare per la bisogna, da lui, un centinaio di franchi […].


   Frontespizio e Indice, Leggendo…, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno XIX, N. 52, 28 Dicembre 1895, pp. 1-2.
  Curiosità francese – Lettere di Balzac, p. 2.
  È cosa in sommo modo interessante e curiosa l’avere manoscritti inediti di uomini grandi.
  La Revue Blanche nell’ultimo suo numero (15 Dicembre 1895) pubblica 5 lettere del grande romanziere inedite. Sono indirizzate al generale barone di Pommereul che gli aveva dato ospitalità parecchi giorni nel suo castello.
  Niuna cosa è più grata che il conoscere nell’espressione intima dei sentimenti un grand’uomo: qui non ipocrisia di frasi e finzioni di sentimenti, ma il cuore che parla, il cuore aperto sulla mano: e in queste poche lettere tutta compare l’anima di Onorato di Balzac.
  Il sentimento dell’amicizia gli fa dire belle e semplici parole.
  Dà curiose notizie sulle circostanze in cui scrisse quel famoso libro: Les Chouans, ou la Bretagne il y a trente ans e sul fallimento, per cui egli, abbandonato il pensiero di arricchirsi con gli affari, si gittò con tutta l’anima nella letteratura.
  Le lettere sono datate dagli anni 1828, 1831, 1846.


  Vito Garzilli, Figurine di donne. Eva Jannuzzi, «Fortunio. Cronaca napoletana», Napoli, Anno VIII, N. 16, 27 Aprile 1895, pp. 2-3.
  p. 2. Avea appena toccato il terzo lustro, e la sua cara testina bionda reclinò lentamente, come il calice di un fiore che langue, sopra il guanciale di morte. […].
  Les sentiments entrouverts – un aggettivo felicemente trovato da Onorato Balzac – quei sentimenti appena sboccianti né allignano né erompono – e raramente – nelle nature solide e forti. Una donna bella e fiorente, una rosa odorata e fragrante non vi lasciano pensosi, come il profumo lieve di un fiore secco, che vi ricorda l’ora fuggita o la pallida figurina vaniente di una giovinetta sacra alla morte.


  Domenico Giurati, Le Leggi dell’amore. Nuova edizione con note e documenti, Torino, Roux Frassati e C° Editori, 1895.
  p. 84. Ritorniamo alla statistica.
  La donna dunque è migliore dell’uomo. Senza spiegare voli pindarici, senza dire, con Pelletan, che ella tenga “il barometro della energia e della libertà di un popolo” o, con Salvatore Morelli, che sia “l’organo trasmissorio il più naturale, più efficace e più diffuso della scienza” o tampoco, con Balzac, che formi “una vivanda da numi quando il diavolo non la condisca”, è seriamente doveroso riconoscere la grande superiorità morale della donna in confronto dell’uomo. […].
  p. 287. Finalmente traversate queste prove di fuoco, capita la sentenza, che aggiunge alle peripezie domestiche le curiali, gli errori di diritto, i dirizzoni di procedura, le parzialità, la ignoranza. Sì, anche la ignoranza; poiché il matrimonio costituisce una scienza – lo disse anche Balzac – e un grande numero dei nostri giudici essendo celibe per vocazione o per disposizione del ministro delle finanze, ignora quella scienza profondamente.


  Edmondo de Goncourt, Carina (Chérie). Traduzione di Antonino Mangano Querci, unica autorizzata, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1895.

Prefazione, pp. V-XIX.
  pp. V-VI. Per il libro che io sognavo, sarebbe stato forse preferibile avere a modello una fanciulla del sobborgo San Germano, le cui raffinatezze, le tradizioni di famiglia, le relazioni aristocratiche, l’ambiente stesso del sobborgo da lei abitato, avrebbero dotato il mio romanzo d’un tipo di suprema distinzione, perfezionata da parecchie generazioni. Ma quella fanciulla avrebbe dovuto essere dipinta da Balzac, ai tempi della Restaurazione o del Regno di Luigi Filippo, e, meglio ancora, in questi giorni in cui la società legittimista, può dirsi non appartenga più alla vita vivente del secolo. […]
  pp. XII-XIII. Procuriamo dunque di scrivere bene, di scrivere mediocremente, di scrivere anche male, piuttosto che di non scrivere addirittura; però, si tenga bene a mente che non esiste un maestro di stile unico, come l’insegnano i professori dell’eterno bello, ma che lo stile di La Bruyère, lo stile di Bossuet, lo stile di Saint-Simon, lo stile di Bernardin de Saint-Pierre, lo stile di Diderot, per quanto diversi e dissimili fra loro, sono stili di egual valore, stili di scrittori perfetti.
  Forse quella specie di esitazione del mondo letterario nello accordare a Balzac il posto dovuto all’immenso grand’uomo, deriva da ciò che egli non è uno scrittore che abbia uno stile personale.


  Arturo Graf, Il romanticismo del Manzoni, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Sessantesimo della Raccolta, Volume CXLIV, Fascicolo XXIV, Dicembre 1895, pp. 672-703.
  p. 675. I Promessi Sposi sono, tutto sommato, un romanzo realistico nel miglior senso della parola, e più di certi romanzi del Balzac, il quale tutti sanno come troppe volte siasi tuffato nel romanzesco, e in un romanzesco di pessima lega. […].
  pp. 679-681. Del resto, come un romanzo non diventa realistico per ciò solo che l’autore si tien nascosto dietro a’ suoi personaggi, così un romanzo non cessa di essere realistico per ciò solo che l’autore si lascia a quando a quando vedere tra essi. Provatevi a leggere un romanzo del Balzac, e vedete se vi riesce di scorrerne dieci pagine senza dar di petto nel Balzac. E si tratta di un pontefice massimo del realismo! […].
  Oltre di che è da dire che il Manzoni, nel formare i caratteri, riesce alquanto più realista (nientemeno!) del Balzac, il quale, di solito, forma i personaggi suoi tutti di un pezzo, e rimettendo in opera il vieto procedimento classico, segno di tante censure, li accende di una passione unica, che è il principio unico e la ragione unica di tutto quanto essi dicono e fanno, mentre il Manzoni forma complicatamente i suoi, e li mostra, il più delle volte, quali sogliono essere in natura, composti di elementi discordi, combattuti da contrarie tendenze. […].
  Ora aggiungete a tutto ciò che i personaggi dei Promessi Sposi mostrano d’avere fra loro quel collegamento, e gli uni sugli altri quel reciproco influsso, che lasciano pur vedere i personaggi del Balzac, nei migliori suoi romanzi.



  Filippo Grandlieu, Delitto Sconosciuto, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XIX, N. 6, 9 Febbraio 1895, pp. 4-5.

 

  p. 4. Tutti conoscono oramai quel breve racconto di Balzac, così intenso di terrore, intitolato: Fortezza inespugnabile.

  Un marito entra inaspettato nella camera della moglie. Crede di sentire un rumore nel gabinetto di teletta. Interroga: e la donna gli giura che non vi è nascosto nessuno. Non volendo verificare di persona l’esattezza di questa asserzione per timore di offender la moglie, ma risoluto, se il suo onore era oltraggiato, ad una terribile vendetta, il marito manda per un muratore e fa murare la porta del gabinetto priva di qualsiasi altra uscita. Poi s’installa nella camera della moglie e vi rimane, senza assentarsi un’ora soltanto, per venti giorni interi. E quando finalmente la infelice, genuflessa ai suoi piedi, lo supplica di liberare l’uomo che ella adora, l’uomo che agonizza dietro la porta murata, egli risponde implacabile:

  Voi avete giurato, che lì dentro non era nascosto nessuno.

  Ebbene: nella storia ch’io sto per raccontarvi vi è appunto qualche cosa di questo terribile dramma; qualche cosa anzi di ancora più spaventoso, perché alla giustizia umana manca ogni indizio per scoprire gli autori di questo delitto.




  Guanto nero, Varia. Club “fin de siècle”, «Amarazuntifass. Giornale di Società, Letteratura, Arte e Sport», Firenze Anno III, N.° 8, 16 Aprile 1895, p. 96.

 

  Ora le donne appartenenti al Club saranno davvero doppiamente pericolose, poiché è noto ciò che scriveva in proposito Honoré Balzac:

  «Se una donna brutta si farà amare, lo sarà perdutamente, perché ciò dipende da una strana debolezza del suo amante, o da attrattive più segrete e più invincibili della bellezza».



  Carlo Joliet, Appendice della «Stampa-Gazzetta-Piemontese». Le avventure di una commediante. Romanzo di Carlo Joliet, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIX, N. 131, 12-13 Maggio 1895, p. 4.
  – M’avete trovata bella?
  – Oltre ogni dire.
  – Eppure si dice che non lo sono.
  – Avete letto Balzac, non è vero? Egli ha sviluppato un pensiero profondo di La Bruyère nella sua apologia della donna brutta.


  Carlo Joliet, Appendice della «Stampa-Gazzetta-Piemontese». Le avventure di una commediante. Romanzo di Carlo Joliet, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIX, N. 138, 19-20 Maggio 1895, p. 4.
  – Va bene. E ora che l’affare è terminato mi sovvengo d’un bel pensiero di Balzac: «Colui che nella vita non tenesse conto che degli interessi, farebbe un calcolo falso come colui che non tenesse conto che dei sentimenti». Io reciterò in tutte le produzioni in coscienza, come una commediante, reciterò nelle vostre come un’amica.


  Carlo Joliet, Appendice della «Stampa-Gazzetta-Piemontese». Le avventure di una commediante. Romanzo di Carlo Joliet, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIX, N. 147, 28-29 Maggio 1895, p. 2.
  Violetta era indecisa.
  – Ebbene – le domandò Delax – accettate la sfida?
  – No, ve l’ho detto, la vostra Messalina è un mostro che mi ripugna.
  – Sarete Messalina.
  – Sono inferma di corpo, di spirito e d’anima; non ho più forza né coraggio.
  – Ne troverete.
  – Se accetto quella parte, se la recito sino alla fine, non la reciterò due volte. Farò come quei poveri cavalli, che tirano un carico troppo pesante e che si fermano. Allora l’uomo brutale li eccita con frustate e con ingiurie; ma, se si rialzano, ricadono e tutto ciò che si può fare, per umanità, è di dar loro il colpo di grazia. Ecco a che punto sono.
  – Scoraggiarsi non serve a nulla; farete uno sforzo e il resto verrà; è la legge, il despotismo dell’arte.
  – Non posso, è troppo.
  – Una volta non era mai abbastanza; quando dicevo: «Più lontano»; rispondevate: «Più alto».
  – Non ho più ali.
  – La parte vi spaventa?
  – Credete che avrei paura di far la parte di Henriette e di Arabelle, se Balzac avesse messo in scena Le lys dans la vallée?


  Antonio Labriola, In memoria del manifesto dei comunisti, Roma, Loescher, 1895.
  Ma, dunque, si tratta di estendere alla spiegazione di tutta la storia il solo fattore economico? Fatti storici! […].
  Già molto prima che Feuerbach desse il colpo di grazia alla spiegazione teologica della storia (l'uomo ha fatto la religione, e non la religione l'uomo!), il vecchio Balzac l'avea volta in satira, facendo degli uomini le marionette di Dio. […].
  La sociologia era il bisogno del tempo, e, se cercò invano la sua espressione teoretica in Comte, scolastico ritardatario, trovò di certo l'artista in Balzac, che fu il vero rinvenitore della psicologia delle classi. Riporre nelle classi e nei loro attriti il subietto reale della storia, e il moto di questa nel moto di quelle, ecco ciò che si andava cercando e scovrendo: e di ciò bisognava fissare in termini la precisa teoria.


  Luigi La Rosa, Venere capitolina(*), «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XVII, N. 33, 18 Agosto 1895, p. 3.
  (*) Giuseppe Cimbali, Venere Capitolina, romanzo romano contemporaneo – Roma, E. Perino, 1895.
  Io ad ogni modo non mi ribello, io non mi metto tra quei signori che vogliono rinchiudere l’arte tra i brevi cancelli del pregiudizio e del preconcetto – due restringenti terribilissimi; - io accetto qualunque contenuto, purchè lo scrittore sappia trasformarlo e renderlo vivo, purchè lo scrittore sappia fonderlo, atteggiarlo, imprimergli quella forza umana che è tutta la creatura. Anche il fango può portare all’opera d’arte il suo contributo di moralità. L’artista è libero; si chiami poi come vuole: A. Dumas ed E. Zola, H. Balzac e G. Flaubert.


  C.[esare] Lombroso, “Degenerazione” di Max Nordau. Sguardo critico (Da un articolo di C. Lombroso, The Century, ottobre), «Minerva. Rassegna internazionale. Rivista delle riviste diretta da Federico Garlanda», Roma, Società Editrice Laziale, Anno V, Num. 11, Vol. X, Novembre 1895, pp. 439-443.
  p. 440. Eppure tutti i geni hanno probabilmente, delle eccentricità, ed anche delle idee deliranti, non meno del Wagner, del Tolstoi, dell’Ibsen. L’ultimo capitolo del «Wilhem Meister» del Goethe non è meno stravagante di qualche capitolo del Tolstoi; e certe idee scientifiche del Balzac potrebbero trovar posto nella letteratura dei manicomi.



  Alberto Lumbroso, Saggio di una Bibliografia Ragionata per servire alla storia dell’Età Napoleonica. III. BARLUZZI-BAZZONI, Modena, Tipo-Litografia Angelo Namias e C.; Paris, Librairie-militaire Edmond Dubois, 1895.

 

  p. 80. I giorni d’orrore, avventure particolari accadute al Cav. Bartolammeo Bartolini di Trento, antico ufficiale di cavalleria, e ad alcuni suoi compagni d’armi, dal giorno 13 al 28 Novembre 1812, nella Campagna di Russia, scritte da lui medesimo (Verona, tipografia Antonelli, 1846, due vol. in-8. ° di XXXV-270 e 362 pagine). [...].

  Si trova l’autore necessitato di far conoscere tali due avvenimenti, giacchè il celebre signor de Balzac vuole totalmente denigrare l’onore dalle truppe italiane dimostrato» [questa non fu la sola risposta degli italiani a Balzac; gli si fece incontro un altro ex-ufficiale di cavalleria, il Lissoni].



  G. M. Lupini, All’Onorevole Barone Gennaro Compagna Deputato al Parlamento, in Shakspeare (sic) e l’Amleto (studio critico-psicologico), Torino-Roma, Roux Frassati e C° – Editori, 1895, pp. 5-19.
  pp. 7-8. Il campo degli artisti non è quello dei ciarlatani: alto è lo scopo dell’arte ed alti i suoi propositi.
  Rappresentare il secolo, raccoglierne e svolgerne la vitalità, aiutarlo nel luminoso cammino del progresso; questo lo scopo dell’arte, e da questo derivano gl’istinti innati, incoscienti per cui di continuo lavorano gli artisti. […].
  Ed ugualmente Tennyson e Cowper, e, prima di essi, del nostro secolo e della nostra terra, il Manzoni e il Leopardi, e, dopo, recentissimi i francesi Zola e Balzac si seppero impadronire dei cuori e delle menti di tutte le classi sociali.

  p. 86. Amleto – direbbe il Balzac – fu un predestinato. Diciamo noi: è un nostro contemporaneo.



  Mantea, Arti e Scienze. Mercadet l’affarista, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIX, N. 7, 7-8 Gennaio 1895, p. 3.
  Stasera la bella commedia di Onorato Balzac ricompare sulle scene del teatro Carignano. È una delle rare apparizioni del poderoso lavoro; giacchè la Compagnia dell’Emanuel è la sola, oramai, che si accinga alla sua interpretazione. Che sia un peccato questo lo dice la storia della famosa commedia, una storia di successi clamorosi e di impressioni artistiche indimenticabili.
  Con gli anni numerosi di vita con cui si accompagna, Mercadet rispecchia pur sempre e riassume mirabilmente nelle sue scene la baraonda della vita moderna attorno al gran fantasma sospirato e fuggente del denaro. I tipi che sessant’anni fa il Balzac colorisce ed anima nella sua commedia rivivono pur sempre tra noi, con noi, davanti a noi nella società che muta e si trasforma ma rimane sempre ferma e fedele nell’adorazione del grande Iddio Baal.
  Ecco perché Mercadet, anche tra le diverse nostre espressioni drammatiche, perdura sempre con l’efficacia di un capolavoro; ecco anche perché fanno male i nostri capocomici a non rappresentarcela più spesso.
  L’Emanuel ha sempre dato per l’addietro una interpretazione geniale e vigorosa al protagonista degno dell’autore della Commedia umana; stasera dunque lo spettacolo sarà bello, buono, interessante.


  Paolo Mantegazza, L’Amore nella vecchiaia, in Elogio della vecchiaia, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1895.
  Napoleone, cinico ed egoista, ma profondo conoscitore della natura umana, disse, che se l’uomo non invecchiasse, non gli darebbe una moglie; e con queste poche parole segnò a grandi tratti e molti anni prima del Balzac quasi tutta la fisiologia e la filosofia del matrimonio.
  Sì, egli aveva ragione. Se il matrimonio è ancora la forma meno cattiva del contratto d’amore fra l’uomo e la donna; è poi sempre l’unico vincolo, che permette all’uomo e alla donna di amarsi, anche quando fisiologia e igiene li avessero messi all’indice.


  Domenico Margiotta, Ricordi di un Trentatrè: il capo della Massoneria universale per Domenico Margiotta fu Antonino. Seconda edizione italiana sulla decima francese con nuove note, documenti ed aggiunte, a cura dell’autore. Illustrata, col ritratto dell’Autore, Parigi-Lione, Delhomme e Briguet, 1895.

Capo IV.
Il pubblico incomincia a conoscere Adriano, pp. 151-190.
  pp. 172-173. Tuttavia, Imbriani non accettò le denegazioni perentorie del gran maestro briccone, e mantenne che era lui, proprio lui, il gran Maestro della Massoneria italiana, che era stato condannato a Marsiglia come ladro.
  Riproduco qui l’articolo che allora Imbriani pubblicò nella Capitale, ed il seguito del mio libro proverà, quando arriveremo a parlare di Miss Diana Vaughan, che il deputato indipendente ed onesto era molto bene informato.
  “In un lontano, lontano orizzonte, scrisse Imbriani, vi è una sentenza riguardante un signor Adriano Lemmi; una sentenza straniera, per furto d’oro, straniero, accompagnato (il furto, non l’oro) d’altre imputazioni che non hanno nulla a che fare col patriottismo. […].
  È tutta una storia, lunga da raccontare, l’avventura in cui questa carta è venuta in Italia; forse un giorno ne faremo un soggetto di racconto alla Balzac: eccettuato il talento dell’immortale scrittore francese, eccettuata la forma brillante del narratore delle gesta del forzato Vautrin, vi sarà tutto l’interesse che Balzac sa inspirare. […]”.


  Contessa Martinengo Cesaresco, Virgilio fra i campi (Da un articolo della contessa Martinengo Cesaresco, Contemporary Review, maggio), «Minerva. Rassegna internazionale. Rivista delle riviste diretta da Federico Garlanda», Roma, Società Editrice Laziale, Anno V, Num. 6, Vol. IX, Giugno 1895, pp. 481-486.
  p. 481. Virgilio, uomo religioso, insieme, ed artista, si sentiva rapito allorchè si trovava in faccia alla Natura, e pensava senza dubbio quel che pensò più tardi il Balzac, quando, nel guardare un prato, esclamò: «Voilà la vraie littérature! Il n’y a jamais de faute de style dans une prairie».


  Ferdinando Martini, Al Teatro. I. Studi e profili. II. Le prime recite, Firenze, R. Bemporad & Figlio Cessionari della Libreria Editrice Felice Paggi, 1895.

A Michele Uda, pp. VII-XXIII.
  p. XVII. Volete i fenomeni dell’atavismo? Duemilatrecent’anni prima che il Balzac gli descrivesse nell’Eugenia Grandet, l’Ecuba di Euripide diceva a Taltibio […].
La morale e il teatro, pp. 3-36.
  Cfr. 1874.
Vincenzo Martini, pp. 37-100.
  p. 79. Fra i quali spicca il protagonista: personaggio nuovo sulla scena, e che ha fisonomia tutta propria, sebbene discenda da un lungo ordine di antenati. Lo precedono, è vero, il Pathelin dell’antica farsa del secolo XV, il Turcaret del Lesage, il Frappatore del Goldoni, il Mercadet del Balzac, il Ludro del Bon: ma il Barone di Newdork fecondo nella bindoneria come Pathelin, si discosta da lui per tanto spazio, quanto ne occupa Mercadet, Pathelin di seconda mano, tornato al mondo dopo che il Law vi sparse le azioni del Mississipi […].
La Desclée, pp. 191-222.
  p. 214. Una delle caratteristiche dei grandi artisti è la fede intera, ingenua, costante nell’esistenza delle loro fantastiche creature. Il Balzac al capezzale di morte nella pienezza delle proprie facoltà diceva a sua sorella: – Se non mi cura il dottor Blanchon (sic) sono un uomo spacciato … – Il dottor Blanchon, un personaggio di non so quale de’ suoi romanzi!
Maria di Magdala, pp. 335-354.
  p. 343. La Magdalena? Ella, cortigiana, è sentimentale come una donna di Balzac […].


  Ernesto Masi, Notizia letteraria. Il Salotto della contessa Maffei, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Cinquantasettesimo della Raccolta, Volume CXL, Fascicolo XI, 1 Giugno 1895, pp. 547-554.
  pp. 550-551. In arte, al romanticismo manzoniano, che aveva fermato di colpo la grande ascensione neoclassica del principio del secolo, , è succeduta la seconda generazione dei romantici, fenomeno in gran parte lombardo, che non si ferma nella sua discesa, se non quando, slargandosi e complicandosi, darà la via alle Mie Prigioni del Pellico, alla lirica del Prati, alla pittura dell’Hayez e alla musica del Verdi; e finchè dura quest’avvicendarsi un po’ ibrido di elementi non tutti omogenei, il salotto della contessa Maffei, altro non è in sostanza che una delle solite lanterne magiche, dove il dilettantismo artistico e letterario fa passare e ripassare figurine frettolose, italiane e straniere, delle quali a mala pena si fissa qualche tratto, siano pure il Balzac, accolto a braccia aperte e che ripaga d’impertinenze la buona accoglienza, il Liszt, che squassando la chioma assalonica tempesta colle dita smisurate sulla tastiera delle anime sensibili e dei pianoforti, madama d’Agoult, e poi via di seguito altri musicisti, letterati, poetesse, dame galanti, una folla variopinta, fra la quale si sperdono le celebrità indigene del Grossi, del Carcano e quelle, destinate a più alti voli, del Prati e del Verdi.


  Nicola Misasi, La musica del passato (continuazione), «Fortunio. Cronaca napoletana», Napoli, Anno VIII, N. 5, 8 Febbraio 1895, pp. 1-2.
  p. 2. L’ananke delle cose ora ci invidia ogni bene: tra il volere ed il potere un abisso profondo si scava talvolta, il cui fondo, nel quale precipitiamo correndo alla dirotta in cerca della felicità è irto di spine e di triboli. Nel corpo affranto fiammeggia lo spirito che chiede nuove gioie alla vita, nuovi veri alla scienza, nuovi ideali all’arte. E l’arte moderna è tutta in questa lotta; da essa nacque Francesca, Laura, Margherita; da essa Capaneo, Farinata, Amleto, Quasimodo, Triboulet; da essa Madama Bovary, Gervaise; da essa Mercadet, da essa sì, anche da essa Dolores e Rabagas.


  Enrico Montecorboli, Profili letterari. Ferdinando Brunetière, «La Vita Italiana. Rivista illustrata diretta da Angelo De Gubernatis», Roma, Volume II, Fascicolo VII, Gennaio 1895, pp. 24-32.
  p. 30. Ma ancora mi resta da dire qualche parola su due libri del signor Brunetière che mi stanno a cuore: Le roman naturaliste e Questions de critique.
  Il primo di questi libri, nel quale Emilio Zola è preso di mira, ha chiamato sul Brunetière tutti i fulmini dei seguaci del naturalismo. C’era da prevederlo. […].
  Nel primo capitolo il signor Brunetière mostra quali fossero i predecessori di Emilio Zola: nel secondo, studia Emilio Zola in persona, e nel terzo i suoi discepoli.
  L’autore dei Rougon Macquart proclama e riconosce per legittimo antenato nel naturalismo soltanto il Balzac; ma il critico della Revue des Deux Mondes afferma che questa asserzione è sbagliata e tale da dimostrare uno studio molto superficiale dello sviluppo della letteratura romanzesca, il Balzac essendo una semplice risultante e non un punto di partenza.


  Giulio Monti, Per una poetessa, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XVII, N. 44, 3 Novembre 1895, pp. 2-3.

  [Su Maria Ricci Paternò Castello].
  p. 3. Nell’opera del genio, poeta o romanziere, v’è sempre una traccia di autobiografia o di confessione. […].
  Per arrivare a nascondersi completamente dietro la propria opera non c’è forza che basti. Non potè Balzac, non ha potuto Flaubert, Flaubert che si vantava di non aver mai toccato le fibre sanguinanti del proprio cuore, di non aver creato personaggi che, in qualche parte, lo somigliassero. Questo fu il tormento dei fratelli de Goncourt.



  G. d. N., Teatro Paisiello, Le «prime» della compagnia Emanuel, «Gazzetta delle Puglie», Lecce, Anno XV, N. 10, 9 Marzo 1895, p. 2.

  Martedì l'Emanuel ci ha fatto gustare una produzione del suo repertorio perso­nale: Mercadet di O. di Balzac.

  Parlare della creazione che fa l'Emanuel del tipo di Mercadet è impossibile: bisogna vederlo, ascoltarlo. Basti solo il dire che in quella parte è grande, insuperabile, unico. Dalla truccatura riuscitissima al modo di riprodur­re al vero quel personaggio, in ogni menomo gesto, nell'incedere della persona, è tutto uno studio finissimo, stupendo che fa molto, molto onore all'artista italiano.



  Gaetano Negri, “Piccolo mondo antico” di Antonio Fogazzaro, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XVII, N. 49, 8 Dicembre 1895, pp. 1-2.
  p. 1. Il poeta fantastico che scriveva Malombra mi pare non potesse dirsi un verista. Eppure quel romanzo era apparso nel momento in cui il romanticismo aveva messo foce nel verismo. Il Manzoni, che pur da tanto tempo brillava nel cielo della letteratura italiana, fu solo allora compreso in ciò che propriamente ne costituisce la grande originalità. Solo allora si capì che il Manzoni era stato il precursore del verismo. Il Balzac, in Francia, fu allora apprezzato come prima non era mai stato.


  Enrico Nencioni, La letteratura mistica, in AA.VV., La Vita italiana nel Trecento. II. Letteratura, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1895, pp. 321-368.
  Cfr. 1892.


  Enrico Nencioni, La Vita e l’ambiente, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Cinquantaseesimo della Raccolta, Volume CXL, Fascicolo VIII, 15 Aprile 1895, pp. 674-700.
  p. 682. La luce e i colori favoriscono inoltre l’attività intellettuale. Balzac non scriveva che in una camera intensamente illuminata, e Wagner aveva bisogno di essere circondato da tappezzerie dai colori vivaci.



  F. Orbici, In Italia e fuori. Un club «fin de siècle», «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno IX, N. 13, 13 Gennaio 1895, pp. 1-2.


  p. 1. Le donne appartenenti al Club [delle donne brutte] saranno doppiamente pericolose, poiché è noto ciò che scriveva in proposito Honoré Balzac.

  «Se una donna brutta si fa amare, lo sarà perdutamente, perché ciò dipende da una strana debolezza del suo amante, o da attrattive più segrete e più invincibili della bellezza».



  Antonietta Pancrazi, Raffaello Barbiera. “Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886)”, Milano, Fratelli Treves, edit., 1895, pag. 350), «Rivista Storia del Risorgimento Italiano», Torino, Roux Frassati e c.° Editori, Volume primo, 1895, pp. 587-590.

p. 589. Balzac, al quale tutti, à tout seigneur, tout honneur, s’inchinano riverenti, e le belle signore sono larghe di vezzi e di cortesie, sperando di spianarne la fronte corrugata e di farne tacere la lingua tagliente, vi sospira per la contessa Maffei, per la poetessa Giulietta Pezzi, et omnia, non tralasciando però di dire l’ira di Dio su tutto e su tutti. Dietro alla grossa testa del gran romanziere vediamo apparire il bel volto intelligente della contessa d’Agoult (Daniele Stern), che non sa staccare lo sguardo appassionato dal suo celebre amico, Francesco Liszt, mentre questi, seduto al pianoforte, rapisce tutti gli animi e li trascina dietro di sé nei regni incantati dell'armonia.




  Ferruccio Rizzatti, La “Claque” e la Cabala, «Scienza e Diletto. Periodico settimanale», Cerignola, Anno III, Num. 26, 30 Giugno 1895, pp. 1-2.

  p. 1. Noi andavamo, non potete averlo dimenticato, in un paesello vicino, dove un altro gruppo di filodrammatici doveva dare una rappresentazione ... La rappresentazione d'un dramma serio e dif­ficile: Il romanzo d’ un gentiluomo povero.

  Non eravamo aspettati, e noi credemmo scorgere, arrivati, su più d’un viso una specie di dolorosa sorpresa. Anzi, ci fu qual­cuno che venne a pregarci di essere indulgenti, perché i filo­drammatici, esordienti o quasi, recitavano per beneficenza, s’erano preparati male ... Proprio come se fosse stato lecito sciupare della buona prosa e delle situazioni eccellenti, col pretesto della carità, e come se quel buon uomo di Onorato Balzac non avesse scrit­to tanti anni avanti, che in arte tutti i generi sono buoni, fuor­ché i noiosi! ...



  Ferruccio Rizzati, La regina delle serre, «Natura ed Arte. Rassegna quindicinale illustrata italiana e straniera di Scienze, Lettere ed Arti», Milano, Casa Editrice Dott. Francesco Vallardi, Anno V, Fascicolo IV, 1895, pp. 353-354.

 

  p. 353. Onorato Balzac, l’autore della Commedia Umana, scrisse un bellissimo sonetto sulla Camelia. Eccone la traduzione in prosa: «Ogni fiore è una parola del grande libro della natura; la rosa è simbolo d’amore e di bellezza; la violetta ha un’anima pura e innamorata: il giglio è splendido della sua semplicità. Ma la camelia, mostro della coltivazione, rosa senza profumo, giglio senza maestà, sembra sbocciare nella fredda stagione solo per ornare le civettuole. Eppure a me piace vedere, lungo le file dei palchi, al teatro, coi loro grandi petali d’alabastro, corona di pudore, le bianche camelie fra i neri capelli delle belle e giovani dame che sanno inspirare alle anime un amore puro come i marmi greci dello scultore Fidia».



  G.[iuseppe?] Ro.[vani?], Bollettino Bibliografico. Alberto Lumbroso, - “Saggio d’una bibliografia ragionata per servire alla storia dell’epoca napoleonica”. II-III. – Modena, tip.-lit. A. Namias, 1894-95 (8°, pp. XXIV-153; VIII-179), «Giornale storico della letteratura italiana», Torino-Roma, Ermanno Loescher, Volume XXV, 1° Semestre 1895, pp. 433-434.
  p. 434. Così non possiamo passar sotto silenzio […] a proposito di Balzac, la curiosa confutazione alla Vie Parisienne, fatta da Antonio Lissoni, antico ufficiale di cavalleria: Difesa dell’onore delle armi italiane oltraggiate dal signor di Balzac nelle sue scene della vita parigina e confutazione di molti errori della storia militare della guerra di Spagna fatta dagli Italiani.


  Tommaso Salvini, Un nuovo ambiente, in Ricordi, aneddoti ed impressioni dell’artista Tommaso Salvini, Milano, Fratelli Dumolard Editori Librai della Real Casa, 1895, pp. 71-73.
  pp. 71-72. Il primo attore Antonio Colomberti, dotato dalla natura di una voce argentina e potente, godeva di qualche rinomanza; come pure il Coltellini [Gaetano Coltellini] caratterista, nelle parti Goldoniane, e più che nelle altre tutte in quella di Grandet nella Figlia dell’Avaro del Balzac, si meritava l’approvazione generale.


  Sante de Sanctis, I fenomeni di contrasto in psicologia per il Dott. Sante de Sanctis, «Atti della Società Romana di Antropologia», Roma, presso la Sede della Società, Volume II – 1894-95, 1895, pp. 199-280.
  pp. 226-227. Una fenomenologia molto vasta ed importante si è quella che si svolge in quelli individui che volgarmente diconsi possedere lo «spirito di contraddizione».
  In questi si tratta bene spesso di un classico contrasto intellettivo sistematizzato.
  Son essi i cosiddetti «contrariants», i contraddittori, come li chiamerò io […].
  Il Paulhan, in un suo recente libro(1), ci dà una descrizione del carattere contrariant, ch’egli, fedele al suo pensiero filosofico, classifica fra i caratteri risultanti da prevalenza dell’associazione per contrasto; ma l’argomento non è trattato a fondo. Invero, debbo dire che nulla di esatto e di completo mi è riuscito trovare sul cosiddetto «spirito di contraddizione» tra le opere antiche e moderne.
  Osservazioni sparse, ma geniali ed esattissime trovai nella Staël, in Balzac, nella Sand, in La Bruyère e in qualche scrittore di critica, romanzi o novelle. Non c’è bisogno, d’altronde, di sviscerare, con molte parole, i contraddittori: sono a ciascuno noti per pratica.
  (1) Paulhan, Les caractères, Paris, 1894.


  G. M. Scalinger, le Maître, «Fortunio. Cronaca napoletana», Napoli, Anno VIII, N. 44-45, 6 Dicembre 1895, pp. 4-5.
  p. 4. La scuola psicologica moderna non può esimersi dal chiamare così Alessandro Dumas a mezzo del più forte de’ suoi campioni: e non già perché l’opera di lui sia infiorata delle più gelose investigazioni e delle più pazienti e delle più perforanti. Dopo aver conosciuto Balzac, Stendhal, Benjamin Constant, non è possibile scovrire in Dumas un’attitudine più viva all’esame letterario delle fasi dell’anima, né più perseverante lavorio; ma la possanza psicologica del Maestro è determinata a preferenza dalla qualità de’ problemi osservati, dall’urgenza sociale de’ fenomeni dell’anima scoverti. Pe’ grandi scrutatori dello spirito, non è il carattere del fenomeno ciò che li interessa, è il fenomeno per sé solo, in quanto è una forza, che agita la coscienza, ne ravviva il movimento e ne indirizza il corso; per questo specialissimo e originale scrittore, il fenomeno psichico è degno di osservazione e di studio sol quando esso riverbera uno studio sociale, ne presenta le rifrazioni, ne lumeggia le conseguenze.



  G. M. Scalinger, Ibsen. Studio critico, Napoli, Edizioni del periodico “Fortunio”, 1895.

 

  p. 98. Un caposcuola non è più possibile determinarsi in tale libertà subiettiva di scelta. Come metodo, può Balzac essere tanto efficace modello quanto Zola, Tolstoi quanto Stendhal, Bourget quanto Ibsen, Flaubert quanto Dumas, Baudelaire quanto Carducci, a patto che si abbia con quello che più spontaneamente si elegge ad esempio affinità di sviluppo, di sentimento, di gusto, di intelligenza e a patto che ciascuno venga inteso nel momento intellettuale al quale ha appartenuto. Come inspirazione, la migliore non è che la propria.



  Scipio Sighele. Contro il Parlamentarismo. Saggio di psicologia collettiva, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1895.
  pp. 41-42. Come per essere eroi sul campo di battaglia bisogna essere un po’ crudeli, – così per essere coraggiosi e franchi nel mondo politico, bisogna essere privi di una certa delicatezza di sentimenti. […].
  La conseguenza è che i buoni – col loro contegno negativo – facilitano le losche imprese ai malvagi e a tutti quei deboli – quegli uomini arbusti, come direbbe Balzac, – che piegano ove il vento spira, e ove vogliono i forti.



  Scipio Sighele, La Folla delinquente. Studio di psicologia collettiva. 2a Edizione completamente rifatta, Torino, Fratelli Bocca, 1895.

 

  p. 130. Se esistono, come diceva Balzac, degli uomini-quercia e degli uomini-arbusti, sono certamente i secondi che costituiscono la maggioranza.

 

  pp. 179-180. Voi conoscete la lettera che l’Esther di Balzac – questa fanciulla insensibile e depravata che l’amore purifica e innalza scrive al suo amante prima di morire. Ella si uccide perché si è venduta a Nucingen per Rubempré. Lascia al suo poeta settecento e cinquanta mila lire, prezzo di questo mercato, e scherzando sull’orlo del sepolcro affinchè egli rimanga men triste, gli scrive: «Qui est-ce qui te fera comme moi ta raie dans les cheveux?».

  Si dice che Balzac, leggendo questa lettera ad alta voce, s’interrompesse, esclamando colle lagrime agli occhi: Comme c’est beau!  [...].

  Balzac, il quale è pure una delle più grandi figure di questo secolo, non ha mai goduto la voluttà acuta e suprema di veder tutto un pubblico commosso e delirante ai suoi piedi [...].




  Michele Siniscalchi, Il dolore nel romanzo moderno. Discors[o] letto il 1.° giugno 1895 nella distribuzione dei premi per l’anno scolastico 1893-94, R. Liceo-Ginnasio, R. Scuola Tecnica, Convitto Nazionale e Scuole Municipali di Lucera, Trani, Tip. Dell’Editore Cav. V. Vecchi e C., 1895, pp. 23-55.

  pp. 39-40. E intanto, in mezzo a questo ambiente malato, da questa varia espres­sione artistica di un dolore esagerato e di un dubbio eccessivo sorge Walter Scott in Inghilterra con le sue meravigliose pitture di luoghi e di cose; sorge Ales­sandro Manzoni, che con un solo romanzo seppe acqui­stare una fama più grande e duratura che non l’ab­biano assicurata al romanziere scozzese le centinaia di volumi da lui pubblicati; sorge Gian Paolo Richter, il grande umorista, lo strano e profondo scrittore: sorge infine gigante Onorato di Balzac col romanzo sperimentale, e fra l’ondeggiare lungo e continuo delle maniere e delle forme, raccoglie intorno a sè, con sta­bilità e unità di concetti, tutti gli elementi migliori del romanzo moderno, e consegna al mondo le mira­bili rappresentazioni di una società, la quale vivrà nelle sue opere.

  pp. 42-43. Così, mentre in molti, in troppi romanzi odierni, noi vediamo svilupparsi un elemento morboso, con cui si cerca di evocare e creare l’orrore e lo spavento, ingrandendo lo spirito assorbente del male, cercando di distruggere ogni beata illusione e sogno; e tutti si affannano in vario modo dietro una formola, una trovata in prò della fede o della scienza o dell'arte, noi vediamo pure che in molte pagine trionfa ancora lo spirito eterno del bene e dell'amore; vediamo svol­gersi un sentimento, che è dolore anch'esso, ma un dolore buono, sano, simpatico, che attira ed affascina, che ci rende care e indimenticabili le persone che ne soffrono; un dolore che ondeggia fra il sentimenta­lismo inglese del Dickens, il realismo di Balzac e il mesto sorriso degli umoristi.

  pp. 48-49. Un ravvicinamento e insieme un contrasto, e in ogni modo un bellissimo confronto ci offrono Ester in uno dei più grandi e noti romanzi di Balzac (1), e Sonia nel Delitto e castigo di Dostowieski. Sono pec­catrici entrambe, ma quanto diverse! La prima, che ha dato origine a molte scialbe imitazioni, a centinaia di Margherite Gauthier e di Manon Lescaut, pur essendo rialzata da una grande passione e desiderando di riac­quistare il proprio pudore, non cessa di essere femina, femina leggiadra e amante, che si adatta ad ogni opera disonesta pur di compiacere al frivolo e corrotto uomo che l’ha soggiogata; e se si sottrae con la morte alla ignobile vita è piuttosto per seppellire in sé il suo amore perduto che per rimorso delle sue colpe.

  (1) Balzac, Splendeurs et misères des courtisanes.

  p. 53. Matelot di Pierre Loti è un altro idillio doloroso, ma così fine, così delicato, eppur così straziante. Giu­lio Lémaitre (sic) dice: «I romanzi di Loti mi rapiscono e mi opprimono più che un dramma di Shakespeare, più che una tragedia di Racine, più che un romanzo di Balzac»; e in verità questi libri lasciano un'im­pressione profonda e duratura.


  Manfredo Tovaiera, La nevrosi del genio. Napoleone e Raffaello, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIX, N. 227, 16-17 Agosto 1895, pp. 1-2.
  p. 1. Raffaello, oltre che per l’arte, visse per l’amore; l’eterno femminino fu l’inspiratore perenne dell’opera sua e causa non ultima della sua morte. Egli avrebbe potuto dire quello che scrisse più tardi il Balzac: «La mia sensibilità è femminile; dell’uomo non ho che l’energia».

  Pasquale Turiello, D’un probabile primato delle donne italiane. Memoria letta all’Accademia del (sic) socio Pasquale Turiello, «Atti della Reale Accademia di Scienze Morali e Politiche», Napoli – Società Reale di Napoli, Grafia della Regia Università, Volume Ventisettesimo 1894-95, 1895, pp. 555-590.
  pp. 571-572. Lasciando ora la statistica vengo qui raccogliendo alcuni fatti ed alcuni indizii morali, che rilevano differenze gravi tra le donne di più nazioni civili; e poi quelli che mi sembrano caratteristici delle nostre. […].
  Ma, a chi scorra e consideri i giudizii de’ più acuti e imparziali tra gli scrittori moderni francesi saltano agli occhi altri indizii di differenze gravissime. Dei loro costumi e delle loro donne troviamo in quelli spesso affermazioni e giudizii, che se si riferissero alle nostre parrebbero follie ed oltraggi gratuiti. Il lettore italiano che scorra la Physiologie du mariage del Balzac non si ritroverà punto a casa sua, rilevando il ripetuto e riciso giudizio che il caposcuola de’ realisti francesi ci dà della normale infedeltà de’ matrimonii nel suo paese. Ma quando si convinca il nostro lettore che quello scrittore fa ritratti e non caricature; e che non ha mai destato nessuno scandalo, in un paese dove poi la figura del marito è da un pezzo data per sostanzialmente ridicola su’ teatri; e se riscontrerà queste note morali colla statistica che ci dà colà ridotto a nulla l’aumento della popolazione, al contrario di quel che avviene in tutte le altre nazioni civili, questo riscontro scemerà certo il dubbio sulle diversità di quelle donne dalle altre, e specialmente dalle nostre, per quello che riguarda la intimità familiare.



  Ugo Valcarenghi, I Retori. Coscienze oneste. Romanzo. IV.a edizione, Milano, Casa Editrice Galli di C. Chiesa, Fratelli Omodei-Zorini e F. Guindani, 1895.

 

  p. 106. Quando cessarono i suoni, Sivori ripigliò:

  — Supponi il caso che la ragazza abbia promesso d’essere fedele a questo innamorato ...

  — Promesse da marinai! Io non credo alla fedeltà delle donne ... di nessuna donna. Sai che cosa dice Balzac sulla virtù delle femmine?

  — Adesso qui non ci ha nulla a che fare Balzac ... Si tratta di un'amicizia fatta sin da bambini ...


  Giovanni Vidari, Suor Gertrude, l’Innominato e fra Cristoforo. Saggi di critica psicologica, «La Rassegna Nazionale», Firenze, presso l’Ufizio del periodico, Volume LXXXVI, Anno XVII, Fascicolo 3.°, 1.° Dicembre 1895, pp. 528-571.
  p. 528. Nella evoluzione continua che ha subìto il romanzo, da le sue origini fino ai nostri giorni, da G. Giacomo Rousseau e da Walter Scott fino a Gabriele d’Annunzio, si tenner dietro sempre, senza interruzione, indirizzi e tendenze diverse, che naturalmente determinavano poi nelle singolari produzioni caratteri e pregi e difetti parimenti diversi. Al romanzo con fondo e tessuto e personaggi in gran parte storici, come l’aveva prodotto il genio di Walter Scott, seguito e imitato in Italia e in Francia, tenne dietro il romanzo che si potrebbe chiamar sociale, di cui ci diedero esempi principalmente Vittor Hugo e il Balzac; e ad esso seguì, conformemente a l’indirizzo scientifico dell’età, il romanzo naturalista o sperimentale, che iniziato si può dire dal Balzac stesso e continuato dal Flaubert e da altri parecchi toccò il suo culmine (non forse però sempre di perfezione artistica) nei romanzi di Emilio Zola.

  Émile Zola, Bourget “immortale”, «Fortunio. Cronaca napoletana», Napoli, Anno VIII, N. 23, 15 Giugno 1895, pp. 1-2.

Bourget giudicato da Zola.
  Il y a longtemps déjà que je connais et que j’aime Paul Bourget, vingt ans, je crois. Il venait de rompre très bravement des liens universitaires, pour reconquérir son entière liberté intellectuelle, éclairé tout d’un coup, emporté par la passion de Stendhal et de Balzac ; et il s’était mis au travail, en esprit laborieux et méthodique, qui avait un but. […].
  Déjà, des études sur Balzac, sur Stendhal, une autre sur Napoléon, je crois, nous émerveillaient, par la compréhension large et délicate qu’elles révélaient chez ce jeune homme de vingt et quelques années. […].
  Ah ! cette terre du roman, a-t-elle été assez labourée, assez défoncée et retournée en notre siècle. On croirait qu’il ne reste plus un seul coin du champ à détricher maintenat (sic). Après les grandes moissons des romantiques, les Chateaubriand, les Hugo, les George Sand, les Dumas, les Eugène Sue, d’autres récoltes de vérité sont venues, en même temps ou plus tard, les Stendhal, les Balzac, les Flaubert, les Goncourt; et il y a encore eu un nouveau regain avec ma génération, avec les écrivains qui ont dépassé aujourd’hui la cinquantaine. […].
  [Su Cosmopolis]. Certes, la foi catholique est un solide bâton de voyage, quand on a la chance de la posséder. Je suis convaincu, moi aussi, que rien n’est meilleur que de croire et que la foi résout la question du bonheur. Mais mon inquiétude commence, lorsque Bourget cite la phrase de Balzac : «La pensée, principe des maux et des biens, ne peut être préparée, domptée, dirigée que par la religion». Ceci ne doit-il pas s’entendre comme mesure politique du gouvernement de ce monde ? Je m’imagine que Balzac, autoritaire, dominateur, n’a eu en vue que l’ordre par la soumission. Autrement, grand Dieu ! la religion n’a-t-elle pas été souvent l’excitatrice des intelligences, et ne peut-on dire qu’il n’y a pas de calme où soufflent les passion (sic), quelles qu’elles soient ?



[1] Il volume è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Civica di Cosenza; Biblioteca Comunale ‘Mozzi-Borgetti’ di Macerata; Biblioteca Comunale di Massafra; Biblioteca Ambrosiana di Milano; Biblioteca Comunale di Petralia Soprana (PA); Biblioteca Universitaria Alessandrina di Roma; Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.
[2] Segnalato da R. de Cesare, La prima fortuna di Balzac … cit., Vol. II, pp. 956-957.
[3] È la bella signora del gran mondo Milanese corteggiata nel salotto di lei da un giovane “dandy”.

Marco Stupazzoni

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