martedì 2 settembre 2014


1898




Estratti in lingua francese.


  Eugénie Grandet, in Joseph Poerio, Dix-neuvième siècle. I. Les Prosateurs français depuis le Consulat jusqu’à nos jours (1800-1850). Balzac, 1799-1850, in La France littéraire. Morceaux choisis des principaux écrivains français depuis Malherbe et Pascal jusqu’à nos jours avec introduction, notices biographiques et notes explicatives par Joseph Poerio. Dix-neuvième édition, Naples, Charles Preisig, Libraire Éditeur (Typographie de A. Trani), 1898, pp. 368-371.
  Cfr. 1878.


Traduzioni.


  Onorato di Balzac, Fisiologia del matrimonio o Meditazioni sulla felicità e la infelicità coniugale, Firenze, Adriano Salani, Editore, 18983 («Biblioteca Salani Illustrata», 20), pp. 255.[1]
  Un volume in 16°.
  Terza ristampa dell’edizione fiorentina dello studio analitico balzachiano.


  O. de Balzac, Spirito e Scienza (1), «Il Mondo Secreto. Avviamento alla Scienza dei Magi», Napoli, Anno II, 11° Fascicolo, Novembre 1898, pp. 540-546.

  (1) O. De Balzac – Etudes philosophiques: Seraphita (sic).

  Nell’edizione Furne (Oeuvres complètes de M. de Balzac. La Comédie humaine, Seizième volume, 1846), il testo originale di questa lunga sequenza testuale tratta dal romanzo filosofico balzachiano e qui pubblicata in traduzione italiana (traduzione parziale e non sempre fedele e corretta) è presente alle pp. 292-305 (IV. Les nuées du Sanctuaire; V. Les adieux).

  Se la materia confina nell’uomo con l’intelligenza, perché non vi con­tenterete voi di sapere che la fine dell’intelligenza umana è la luce delle sfere superiori alle quali è riservata l’intuizione di questo Dio che per voi è un problema insolubile? Le specie che sono al disotto di voi non hanno l’intelligenza e voi l’avete, perché non si troverebbero al di sopra di voi delle specie più intelligenti della vostra? Prima di im­piegare la sua forza a misurare Dio, l’uomo non dovrebbe essere più istruito che non sia su sè stesso? Prima di minacciare le stelle che lo rischiarano, prima di attaccare le certezze elevate, non dovrebbe egli stabilire le certezze che lo toccano da presso?

  Ora io vi domando se vi è quaggiù cosa di tanta evidenza che vi si possa prestar fede? In questo momento io voglio provarvi che voi credete fer­mamente a delle cose che agiscono e non sono degli esseri, che gene­rano il pensiero e non sono degli spiriti, e delle viventi astrazioni che l’intelletto non prende sotto alcuna forma, che non sono in nessuna parte ma che voi trovate in ogni sito; che sono senza nome possibile e che voi anche nominate, che simili al dio di carne che voi vi immaginate, periscono sotto l’inesplicabile, l’incomprensibile e l’assurdo.

  Voi credete al Numero, base su cui fondate l’edificio delle scienze che voi chiamate esatte.

  Senza il Numero non esistono le matematiche. Ebbene quale essere misterioso cui sarebbe accordata la facoltà di vivere sempre, potrebbe finire di pronunziare ed in qual linguaggio così rapido direbbe egli il numero che comprenderebbe i numeri infiniti, l’esistenza del quale vi è dimostrata dal vostro pensiero? Domandatelo al più bello dei genii umani: assiso all’orlo di un tavolo, con la testa tra le mani, che cosa vi risponderebbe? Voi non sapete nè dove il numero comincia nè dove si arresta, nè quando finirà. Qui voi lo chiamate tempo, là lo chiamano spazio: non esiste nessuna cosa che per esso; senza il numero, il tutto sarebbe una medesima e sola sostanza perché esso solo differenzia e qualifica.

  Il numero è per il vostro spirito, come per la materia, un agente in­comprensibile.

  Ne farete un Dio? è un essere? — è un soffio emanato da Dio per animare, per organizzare l’universo materiale, ove niente ottiene la sua forma che per la divisibilità che è l'effetto del numero? Le più piccole come le più grandi creazioni non si distinguono per le loro quantità, qualità, dimensioni, forze e attributi generati dal numero?

  L’infinito dei numeri è un fatto provato dal nostro spirito, quindi nes­suna pruova voi potete darne materialmente. Il matematico vi dirà che l’infinito dei numeri esiste e non si dimostra. Dio è un numero dotato di movimento che si sente e non si dimostra, vi dirà il credente, come l’unità, egli dà principio a dei numeri coi quali non ha niente di comune.

  L’esistenza dei numeri dipende dall’unità, che, senza essere un nu­mero, li genera tutti.

  Voi credete dunque al Numero ed al Movimento, forza e risultato ine­splicabili? incomprensibili? Proseguiamo. Voi vi siete appropriato un posto nell’infinito del Numero, voi l’avete aggiustato alla vostra sta­tura, creando (se pure voi potete creare qualche cosa) l’Aritmetica, base sulla quale tutto riposa, financo le vostre società.

  Allo stesso modo che il Numero, la sola cosa alla quale hanno creduto i vostri sedicenti atei, organizza le creazioni fisiche, nello stesso modo l’Aritmetica, impiego del Numero, organizza il mondo morale. Questa numerazione dovrebbe essere assoluta, come tutto quello che è vero in sè stesso; ma essa è puramente relativa, essa non esiste assolutamente: voi non potete dare nessuna prova della sua realtà.

  Innanzitutto, se questa numerazione è capace a cifrare le sostanze or­ganizzate, essa è impotente relativamente alle forze organizzanti, essendo le une finite, e le altre infinite.

  L’uomo che concepisce l’infinito colla propria intelligenza non po­trebbe maneggiarlo nel suo intero, senza la qual cosa egli sarebbe Dio. La vostra numerazione è applicata alle cose finite non all’infinito, è dunque vera in rapporto ai dettagli che voi percepite, ma falsa in rapporto al­l’insieme che voi non percepite.

  Di fatti voi non troverete in nessuna parte nella natura due oggetti identici.

  Nell’ordine naturale due e due non possono dunque giammai far quat­tro, perché bisognerebbe riunire due unità esattamente simili, e voi sa­pete che è impossibile trovare due foglie simili sopra uno stesso albero; nè due soggetti simili nella stessa specie di alberi.

  Quell’assioma della vostra numerazione, falso nella natura visibile, è egualmente falso nell’Universo invisibile delle vostre astrazioni, in cui la stessa varietà ha luogo nelle vostre idee, che sono le cose del mondo visibili, ma estese dai loro rapporti. Certamente se l’uomo ha potuto creare delle unità, non è forse dando un peso ed un titolo eguale a dei pezzi d’oro? Ebbene voi potete aggiungere lo scudo del povero allo scudo del ricco, e dire a voi stesso sul banco del Tesoro pubblico che essi sono due quantità eguali; ma agli occhi del pensatore, l’uno è di certo moralmente molto più considerevole dell’altro; l’uno rappresenta un mese di nutrimento, l’altro rappresenta il più effimero capriccio. Due e due non fanno dunque quattro, se non per una falsa astrazione. La frazione neppure essa esiste nella natura in cui ciò che voi chiamate un fram­mento, è una cosa finita in se stesso.

  Il Numero con le sue cifre infinitamente piccole, e le sue totalità in­finite è dunque una potenza di cui vi è nota una debole parte, e di cui la portata vi sfugge. Voi vi siete costruita una capanna nell’infinito dei numeri, l’avete adornata di geroglifici sapientemente ordinati e dipinti, ed avete gridato: tutto è là?!

  Dal numero puro, passiamo al numero corporizzato. La vostra geome­tria stabilisce che la linea retta è il più corto cammino da un punto all’altro; ma la vostra astronomia vi dimostra che Iddio non ha proce­duto che a mezzo di curve. Ecco dunque nella medesima scienza due ve­rità egualmente provate: l’una dalla testimonianza dei vostri sensi in­grandita dal telescopio, l’altra della testimonianza del vostro spirito, ma di cui l’una contraddice l’altra.

  L’uomo soggetto ad errare afferma l’una, l’Artefice dei Mondi la smentisce. Chi sentenzierà dunque tra la geometria rettilinea e la geo­metria curvilinea, tra la teoria della linea retta e quella della linea curva? Se nella sua opera il misterioso artista che sa arrivare miracolosamente presto ai suoi fini, non impiega la linea retta che per ta­gliarla ad angolo retto, onde ottenere una curva, l’uomo operando sulla materia, non arriva eziandio, che a mezzo della curva. La palla che egli vuol dirigere in linea retta, cammina per la curva, e quanto voi volete sicuramente colpire in un punto nello spazio, voi ordinate alla bomba di seguire la sua omicida parabola.

  Nessuno dei vostri sapienti ha tratta questa semplice induzione, che la Curva è la legge dei Mondi materiali, che la Retta è quella dei Mondi spirituali: l’una è la teoria delle creazioni finite, l’altra è la teoria dell’infinito. Tra queste linee vi è un abisso, come tra il Finito e l’Infinito, come tra la Materia e lo Spirito, come tra il Corpo e l’Idea, tra il Movimento e l’Oggetto mosso, tra la Creatura e Dio.

  La Natura non ha che dei corpi, la vostra scienza non ne combina che le apparenze; così la Natura dà ad ogni passo delle smentite a tutte le vostre leggi; ne trovate voi una sola che non sia disapprovata da un fatto?

  Le leggi della vostra statica sono bistrattate da mille accidenti della fisica, perché un fluido rovescia le più pesanti montagne, e vi prova così, che le sostanze più grevi, possono essere sollevate da forze impon­derabili.

  Le vostre leggi sull’Acustica e l’Ottica, tono annullate dai suoni che voi sentite in voi stessi durante il sonno, e dalla luce di un sole elet­trico i cui raggi, spesso vi opprimono. Voi non sapete come la luce si fa in voi Intelligenza, più di quanto non conoscete il processo semplice e naturale che la cambia in rubino, in zaffiro, in opale, in smeraldo al collo di un uccello delle Indie, mentre che essa resta grigia e bruna su quello del medesimo uccello vivente sotto il cielo nebuloso di Europa, nè come essa resti bianca in uno della natura polare. Voi non potete de­cidere se il colore è una facoltà di cui sono dotati i corpi, o se esso è un effetto prodotto dalla effusione della luce.

  Voi avete riconosciuto l’esistenza di parecchie sostanze, che traversano quello che voi credete essere il vuoto, sostanze che non sono palpabili sotto nessuna delle forme predilette dalla materia, e che si mettono in armo­nia con essa, ad onta di tutti gli ostacoli. In tali casi, voi credete ai risultati della Chimica, abbenchè questa ignori ancora alcun mezzo di valutare i cambiamenti operati dal flusso o dal riflusso di quelle sostanze che vanno e vengono attraverso i cristalli e le vostre macchine, sui filoni inafferrabili del calore o della luce, condotte, esportate dalle affinità del metallo, o del silice cristallizzato.

  Voi non ottenete che sostanze morte, dalle quali avete cacciato la forza incognita, la quale si oppone a che tutte si decompongano quag­giù, e di cui l’attrazione, la vibrazione, la coesione e la polarità, non sono che fenomeni.

  La Vita è il pensiero dei Corpi. Questi non sono altro, che un mezzo di fissarlo, di contenerlo nella sua strada. Se i corpi fossero degli esseri viventi, da per se stessi, essi sarebbero cause, e non morrebbero. Quando un uomo constata i risultati di un movimento generale, che ci divide tutte le creazioni secondo le loro facoltà di assorbimento, voi lo procla­mate sapiente per eccellenza come se il genio consistesse nello spiegare ciò che è. Il genio deve gettare lo sguardo al di là degli effetti. Tutti i vostri sapienti riderebbero, se direste (sic) loro: Vi sono dei rapporti così certi tra due esseri di cui l’uno fosse a Parigi, l’altro a Giava, che essi potrebbero allo istante medesimo provare l’istessa sensazione, averne la coscienza, interrogarsi, rispondersi, senza errore?!!

  Non pertanto vi sono delle sostanze minerali che danno prova di sim­patie tanto lontane, quanto quelle di cui parlo. Voi credete alla poten­za della elettricità fissata nella calamita, e negate il potere di quella che l’anima sprigiona. Secondo voi la Luna la cui influenza sulle ma­ree vi pare assodata, non nè ha alcuna su i venti, nè sulla naviga­zione, né sugli uomini; essa agita il mare e rode il vetro, ma deve rispettare gl’infermi; essa ha rapporti certi con una metà della Umanità, ma nulla può sovra l’altra. Ecco le vostre più ricche certezze. Procediamo! …

  Voi credete alla Fisica? Ma la vostra fisica comincia come la religione cattolica, con un atto di fede.

  Non riconosce essa una forza esterna distinta dai corpi ed ai quali questa comunica il movimento?

  Voi ne vedete gli effetti, ma che cosa è dessa? dove risiede? quale è la sua essenza? la sua vita?

  Ha essa dei limiti? ...

  Voi non ne potete dir nulla.

  Così la maggior parte dei vostri assiomi scientifici, veri per rapporto all’uomo, sono falsi per rapporto all’insieme dei Mondi. La Scienza è una, e voi l’avete suddivisa. Per sapere il senso vero delle leggi feno­menali, non sarebbe egli forse necessario di conoscere le correlazioni che esistono fra i fenomeni e la legge d’insieme? In tutte le cose vi è una apparenza che colpisce i vostri sensi; sotto quest’apparenza si muo­ve un’anima: vi è il Corpo e la Facoltà.

  Dove imparerete voi lo studio dei rapporti che ligano le cose fra loro? In nessun luogo. Voi non avete dunque niente di assoluto. I vostri temi più certi, riposano sovra l’analisi delle Forme materiali, di cui lo Spirito è continuamente negletto da voi.

  Vi è però una scienza elevata, che certi uomini intravedono troppo tardi, senza avere il coraggio di confessarlo. Questi uomini hanno com­presa la necessità di considerare i corpi, non solo nelle loro proprietà matematiche; ma ancora nel loro insieme, nelle loro affinità oc­culte.

  Il più grande di questi uomini Newton ha indovinato, verso la fine dei suoi giorni, che tutto era causa ed effetto reciprocamente; che i Mondi Visibili erano coordinati fra loro e sottomessi a Mondi Invisibili. Egli ha rimpianto di aver cercato di stabilire dei principi assoluti. Contando i suoi Mondi, come granelli di uva sparsi nell’etere, ne aveva spiegata la coerenza, con le leggi dell’attrazione planetaria e molecolare.

  Voi avete salutato quest’uomo ... ebbene, ve lo dico, egli è morto nella disperazione!! supponendo eguali le forze centrifuga e centripeta che egli aveva inventate per rendersi ragione dell’Universo, l’Universo si ar­restava; e supponendo quelle forze ineguali la confusione dei Mondi se­guiva ben tosto. Le leggi immaginate da Newton non erano dunque affatto assolute; esisteva un problema anche più elevato del principio sul quale si appoggia la sua falsa gloria. Il legame degli Astri fra loro e l’azione centripeta del loro movimento interno, non gli ha dunque im­pedito di ricercare il ceppo d’onde pendeva il suo grappolo? ...

  Sciagurato! più egli ingrandiva lo Spazio, più grave diventava il suo fardello. Egli vi ha detto come vi era equilibrio fra le parti; ma dove andava il tutto? ... Egli contemplava la Estensione, insita agli occhi dell’uomo, piena di quei gruppi di Mondi, una minima porzione dei quali, è rivelato dai nostri telescopi, ma la cui immensità si rileva dalla ra­pidità della luce; questa contemplazione sublime gli ha dato percezione dei Mondi infiniti, che piantati in questi spazi come fiori in una pra­teria,  nascono come fanciulli, crescono come uomini, muoiono come vecchi, vivono assimilandosi nella loro atmosfera le sostanze proprie ad alimentarli; che hanno un centro ed un principio di vita, che si garantiscono gli uni dagli altri con un’aria; che simili alle piante, assorbi­scono e sono assorbiti, che compongono un insieme dotato di vita, aven­te il suo destino. A tale aspetto, quell’uomo ha tremato! Egli sapeva che la vita è prodotta dalla unione della cosa col suo principio; che la morte è l'inerzia, che infine la pesantezza è prodotta da una rottura tra un oggetto e il movimento che gli è proprio; allora egli ha presentito il disfacimento di questi Mondi, subissati se Dio ritirasse loro la sua Parola. Egli si è messo a ricercare nell’Apocalisse le tracce di questa Parola!! … Voi l’avete creduto pazzo: sappiatelo; egli cercava di farsi perdonare il suo genio.

  Non cerchiamo di spiegarci ogni cosa, e quando la spiega ci fa difetto, non gettiamo l’anatema della ignoranza alle verità che ci sfuggono; aspettiamo che la Luce ci sia data o renduta; invece di negarla, cer­chiamola, essa è dietro di noi, o innanzi a noi.

  La verga magica appartiene a tutti ma è d’uopo trovarla. Nè Mosè, nè Giacobbe, nè Zoroastro, nè Pitagora, nè S. Paolo, nè S. Giovanni, nè Swedenborg, nè i più oscuri messaggeri, nè i più illuminati profeti di Dio sono stati superiori a ciò che voi potete essere. Solamente essi hanno avuto la Fede del Mondo soprannaturale, quella fede che è un Dono di Dio, e che la scienza umana punto non insegna.

  Sappiatelo dunque, vi sono le Scienze della Materia, e le Scienze dello Spirito. Là dove vedete dei Corpi terrestri o celesti, io veggo delle Forze che tendono le une verso le altre con un movimento ge­neratore. Per me il carattere dei corpi è l’indizio dei loro principii, ed il segno delle loro proprietà.

  Questi principii generano delle Affinità che vi sfuggono e che sono legate a dei Centri. Tutte le affinità sono legate da Similitudini con­tinue, e la vita dei Mondi è attirata verso i centri da una aspirazione affamata, come voi siete spinti dalla fame a nudrirvi; per darvi un esempio delle Affinità lagate (sic) a delle Similitudini, leggi secondarie sulle quali riposano le creazioni del vostro pensiero: la Musica è arte cele­ste, e la messa in opera di questo principio, non è esso un insieme di suoni armonizzati dal Numero? Il suono non è esso una modificazione dell’aria compressa, dilatata, ripercossa?

  Voi conoscete la composizione dell’aria azoto, ossigeno e carbonio. Come non ottenete suono nel vuoto? Vi è chiaro che la musica e la voce umana sono il risultato di sostanze chimiche organizzate, che si mettono allo unisono delle stesse sostanze preparate in voi dal vostro pensiero, coordinate per mezzo della luce, la grande nutrice della terra.

  Avete potuto mai contemplare gli ammassi di nitro depositati dalle nevi; avete mai potuto vedere le scariche del fulmine e le piante aspi­ranti nell’aria i metalli che queste contengono, senza conchiudere che il sole mette in fusione e distribuisce la sottile essenza che alimenta tutto quaggiù? ... perché dunque gli astri, ed ognuno degli astri secondo la sua speciale essenza non produrrebbero essi sugli uomini degli effetti regolati da una legge provvidenziale? ...

  Le nostre scienze che vi fanno così grandi ai vostri propri occhi so­no miserie, a fronte dei lumi dai quali sono inondati i Veggenti che hanno conservato il deposito delle scienze occulte.

  Il Veggente ed il Credente trovan in se stessi degli occhi più acuti che non sono gli occhi applicati alle cose della terra; essi scorgono un aurora (sic). Intendetela questa verità: le vostre scienze più esatte, le vostre me­ditazioni più ardite, i vostri più bei lampi di luce, sono nuvole.

  Al di sopra vi è il santuario da cui zampilla la vera Luce.

  Lo Spirito schiaccia la Materia ai piedi della scala mistica dei set­te mondi spirituali accavallati gli uni su gli altri nello spazio, e rivelantisi con onde brillanti che cadono in cascate sugli scalini del po­stremo dei Cieli. Lo spirito trasporta l’uomo al di sopra della terra, gli solleva i mari, gliene fa vedere il fondo, gli mostra gli esseri scom­parsi, gli rianima le ossa disseccate che popolano della loro polvere la grande vallea: l’Apostolo scrive l’Apocalisse. Ma che importa all’orgo­glio degli spiriti forti ed all’indifferenza delle masse ignoranti? La massa continua a vivere come viveva alla prima Olimpiade, come vi­veva alla vigilia del Diluvio.

  Il Dubbio covre tutto con le sue onde. I medesimi flutti batton col medesimo movimento il granito umano, che serve di limite, all’Oceano della Intelligenza.

  Dopo essersi domandato se egli ha veduto, se ha ben compreso le pa­role dette, se il fatto era un fatto, se l’Idea era un’Idea, l’uomo ri­prende le sue andature, pensa ai suoi affari, obbedisce a non so qual valletto cui segue la Morte, all’oblio che col suo manto nero come un’antica Umanità di cui la nova non ha ricordo alcuno.

  L’uomo non cessa di andare, di camminare, di crescere vegetativa­mente fino al giorno in cui la scure lo abbatte.

  Gli Spiriti preparati dalla Fede tra gli esseri superiori scorgono essi soli la scala misteriosa di Giacobbe.

Balzac



Studî e riferimenti critici.


  Noterelle Bibliografiche. De Roberto Federico, “Gli Amori”, Casa Editrice, Galli di Baldini, Castoldi e C. – Milano, 1898, «Il Ponte di Pisa. Giornale della Città e Provincia», Pisa, Anno VI, Num. 1, 1 Gennaio 1898, p. 4.
  Sembra impossibile, che, dopo tutto quanto hanno detto sull’amore, da Bramtôme (sic) a Bourget, da Balzac a Mantegazza, ancora il De Roberto abbia potuto esporre qualche cosa di nuovo, o se con tale nel fatto, nella interpretazione e nella forma.

  Punti, appunti, e … puntini, «Corriere Meridionale», Lecce, Anno IX, Num. I, 6 Gennaio 1898, p. 1.

  Le emozioni della Duchessa.

   La fortezza resisteva: oramai era un anno che Tito faceva una corte spietata alla duchessa Claudia, senza alcuna parvenza di vittoria imminente.

  La speranza di riuscire e il timore di un fiasco solenne tenevano il povero innamorato in uno stato di completo equilibrio, visto che quella non si deci­deva né a dirgli sì, né a metterlo alla porta.

  Era un caso psicologico nuovo per Tito, che non sapeva persuadersi come la duchessa poteva mante­nersi fedele a quel marito allampanato, succido, ofano: mentre lei, a 25 anni, con bei denti, begli occhi, molto spirito, si trovava nell’età critica di Balzac.


  Risurrezione …, «La Commedia Umana. Giornale – Opuscolo settimanale», Milano, Società Editrice Sonzogno, Anno I (Serie 2.a), N. 1, 30 Gennajo 1898, pp. 1-3.

  p. 3. La commedia umana, quella che si esplica nella vita sociale, quella che dettava ad Onorato Balzac gli immortali capolavori […], quella commedia umana è la realtà stessa della vita, intessuta di sorrisi e di lagrime, di preghiere e di bestemmie, ora mesta e soave, ora triste e sconsolata, ora allegra come il trillo di un’allodola.


  La sensibilità nella donna, «Il Secolo illustrato della domenica», Milano, Società Editrice Sonzogno, Anno X, N. 438, 13 Febbrajo 1898, p. 54.

  Io credo che tutti i medici hanno fatto, prima dei fisiologi, questa stessa osservazione. Ho constatato io stesso, nella mia pratica ginecologica, la resistenza della donna al dolore, il suo coraggio. […].
  «Una delle prove, egli [Sergi] scrive, della resistenza contro il dolore nella donna, è la calma che essa sa conservare in presenza dei malati. L’uomo le è, sotto questo rapporto, molto inferiore».
  Tale pure è l’opinione di Balzac: «La donna, egli dice, ha una maggior apprensione per i dolori, ma, quando li ha, li sopporta meglio dell’uomo».
  Vi è in questa resistenza al dolore il frutto di uno sforzo volontario, l’indizio di un eroismo, ovvero l’effetto di una insensibilità relativa, proveniente forse dall’abitudine al dolore fisico?


  Ai quattro venti, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIII, Num. 77, 19-20 Marzo 1898, p. 3.

  Becque candidato all’Accademia.

  […] — Eccettuato Sardou, egli disse, non ho amici al­l’Accademia. Del resto, se mi chiudono la porta in faccia, me ne consolerò ... ma non poserò mai più la mia candidatura. Questo tentativo è l'ultimo. Non sarò dell’Accademia: ebbene, avrò il conforto di ras­somigliare almeno in questo punto a Balzac, Flau­bert, Daudet e ai due Goncourt.


  Ai quattro venti, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIII, Num. 84, 26-27 Marzo 1898, p. 2.

  Una statua di Balzac fatta a Milano.

  Hanno trovato a Parigi una statua di Balzac la cui storia si riattacca a Milano.

  Il romanziere francese aveva notato che Tacito parla di miniere d’argento in Sardegna; e si era cacciato in mente di andarle a sfruttare. Dopo aver dovuto rimandare varie volte questo viaggio, finalmente nel 1838 parte e va nell’isola argentifera. Trova infatti colà le famose miniere; ma, ahimè! esse erano già sfruttate da un negoziante genovese, cui lo stesso Balzac ne aveva tenuto parola l’anno precedente.

  Disilluso, l’autore della Commedia umana riprende la via del ritorno. Lungo il viaggio si ferma a Milano, dove il principe Alfonso Serafino di Porcia lo ospita e lo festeggia.

  Per conservare un ricordo durevole del romanziere, il principe fece eseguire da uno scultore milanese la statua, o meglio una statuetta, di Balzac, ch’è rap­presentato in piedi, la testa scoperta coi capelli rial­zati sulla fronte, le braccia consorte.

  I giornali parigini dicono che questa statuetta è uno dei più curiosi documenti dell’iconografia, tanto scarsa, del grande romanziere.


  Il “Balzac” di Rodin, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIII, Num. 161, 14-15 Giugno 1898, p. 2.

  I lettori sanno che la statua di Balzac, modellata dal Rodin, non piacque e fu respinta. In seguito a ciò s’è formato un Comitato che aprì una sottoscrizione per comperare la statua, oggetto di tante controversie.

  Ora il Rodin ha scritto al Comitato una lettera in cui declina l’offerta.

  Egli dice che conserverà l'abbozzo nel suo studio, e starà un anno senza guardarlo. Più tardi si deciderà forse a riprenderlo.


  Una inchiesta sullo spirito francese, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXII, N. 182, 3 Luglio 1898, pp. 1-2.
  p. 1. Paolo Bourget è forse il solo il quale neghi l’esistenza di siffatto spirito nazionale: «Io non credo – egli scrive – alla realtà di queste formule così generali: lo spirito francese, lo spirito anglo-sassone, ecc. Sono delle etichette che nascondono delle astrazioni e, per limitarmi alla Francia ed alla sua letteratura, quale è la definizione comune che potrà convenire a Pascal ed a Voltaire, a Rabelais ed a Boileau, a Montesquieu e ad Hugo, a Racine ed a Balzac? Essi tutti però sono dei genii francesi».

  Marginalia, «Il Marzocco. Periodico settimanale di letteratura e d’arte», Firenze, Anno III, N. 26, 31 Luglio 1898, p. 4.
  – La «Société des gens des (sic) lettres» si è rivolta al Falguière per un monumento a Balzac, dopo l’insuccesso del Rodin, del quale anche noi ci occupammo.

  Noterelle. Il caso Rodin-Balzac, «L’Arte all’Esposizione del 1898», Torino, Editori Roux Frassati e C., N. 12, 1898, p. 96.
  Anche sui fogli italiani si è avuto un’eco delle polemiche che si accesero ed ardono tuttora a Parigi intorno alla statua di Balzac fatta da Rodin. La Société des gens de lettres che gliela commise, è rimasta così poco contenta dell’opera dello scultore che rifiuta di accettarla e da tutti si grida allo scandalo. Quasi si crede che Rodin abbia voluto fare una burletta e pigliare in giro tutti. È difficile trovare un caso in cui il pubblico si sia con tanta unanimità sollevato contro un artista ed abbia fatto tanto baccano intorno a un’opera d’arte.
  Rodin ha rappresentato Balzac in camicia da notte, veste da camera e ciabatte; per quanto si sia già veduto un Napoleone affatto nudo, la teletta del Balzac di Rodin non è piaciuta al più della gente. Su questo interessante «caso» artistico pubblicheremo presto uno scritto di E. Ferrettini. [cfr. più oltre].

  Cronaca varia. Vita storica di Parigi, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXII, N. 7380, 1 Luglio 1898, p. 4.

  La via più storica di Parigi è forse, come scrive un giornale di Parigi, quella breve e oscura viuzza che si chiama Rue Visconti e va dalla Rue Bonaparte alla Rue de Seine. La casa che porta il nu­mero 13 e che è in demolizione è quella dove il Racine passò gli ultimi anni, della sua vita. […]. Il Balzac fu tipografo in quello stretto passaggio.


  Cronaca. Il Monumento al Balzac, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XX, N. 31, 31 Luglio 1898, p. 4.

  Scartato definitivamente l’abbozzo – o l’aborto, come vogliono alcuni – del Rodin, la Société des gens de lettres ha dato ora l’incarico della statua di Balzac allo scultore Falguière. Il Falguière ha accettato e ha promesso di presentare la statua al Salon del 1899.

  Francia (Nostra Corrispondenza). […] 4. L’educazione femminile, «La Civiltà Cattolica», Roma, Direzione e Amministrazione, Anno Quarantesimonono, Serie XVII, Vol. III, fasc. 1158, 10 settembre 1898, pp. 744-745.
  p. 744. Se gli uomini valessero quanto le donne, in Francia, questa sarebbe assolutamente un paese incomparabile, dicono gli stranieri. […]. Tutti gli osservatori notano che specialmente le classi operaie e medie si sorreggono mercè le donne, le quali porgendosi sollecite ed affezionate alla casa, sopraintendono a tutti gl’interessi domestici, assistono, consigliano, guidano, addestrano spesse volte i proprii mariti nelle loro industrie. Ma ecco che la Viscontessa d’Adhémar e Suor Maria del Sacro Cuore (a Nostra Signora d’Issoire) giudicano che le donne francesi non hanno formazione letteraria sufficiente. Esse vogliono istituire una scuola normale per le Suore insegnanti. La viscontessa d’Adhémar vuole che si diano a leggere passi delle opere di Musset, Balzac, Giorgio Sand, Michelet, della Vita di Gesù di Renan alle fanciulle, e che incominciando dai 16 anni s’insegni loro la «dogmatica dell’amore». Esse muovono dal principio che «l’ignoranza non assicura l’innocenza, e fa d’uopo illuminare l’innocenza, se la si vuole incorruttibile …». «Il marito troverà meglio il conto suo ricevendo dalle nostre mani, una donna educata interamente». Questi saggi bastano.


  Punti, appunti, e … puntini, «Corriere Meridionale», Lecce, Anno IX, Num. 31, 15 Settembre 1898, p. 1.

  Prossime nozze.

  XL mi scrive da Ostuni:

  Che il matrimonio sia una istituzione neces­saria al mantenimento della società, lo riconosceva anche Balzac, il quale d’altronde scriveva: «Pigiate il matrimonio. Non ne uscirà mai niente che non sia piacere per gli scapoli e noia per i mariti».

  Ciò però non impedisce che quelli a migliaia si decidano alla famosa caduta, soggiacendo alle leggi dell’amore che uniscono tanto fortemente due esseri.


  Notizie di lettere e d’arte. Pubblicazioni notevoli, «Rivista d’Italia», Roma, Società Editrice Dante Alighieri, Anno I, Fasc. 10°, 15 Ottobre 1898, pp. 387-389.


  p. 387. L’illustre scrittore visconte Spoelberch de Lovenjoul che ventidue anni fa si procurò una larga reputazione con un suo volume: l’Histoire des oeuvres de Honoré de Balzac, voluminosa raccolta di documenti bibliografici indispensabile per un’ordinata lettura della Comédie humaine, ha testè dato alla luce coi tipi dell’editore Calmann Lévy di Parigi, un interessante volume dal titolo: Autour de Honoré de Balzac: risultato delle sue ultime ricerche, in cui pubblica oltre alcuno strane lettere d’Hetzel e di Laurent Jan, una completa bibliografia delle lettere dell’insigne romanziere apparse fino al decembre del 1895, e due pregevoli studi: l’uno sulla collaborazione di Balzac e Théophile Gautier, l’altro sulle avventure de l’École de (sic) Ménages, tragedia borghese che fin dal 1839 doveva essere rappresentata alla Renaissance, ma che attende tuttavia l’onore delle scene.


  E. Ai., Ancora di Augusto Rodin, «L’Arte all’Esposizione del 1898», Torino, Editori Roux Frassati e C., N. 23, 1898, p. 183.
  Accade purtroppo sempre così! Anche i grandi, i veri artisti passano via sconosciuti fra l’indifferenza del pubblico e l’apatia di una stampa che non ha incentivo per metterli in luce. Solo quando si ha in qualche modo motivo di fare del pettegolezzo, allora l’artista vien tirato fuori dalla sua torre di avorio e lo si osserva, lo si studia, lo si notomizza come un oggetto strano e di curiosità. […]. Così perché tutti sapessero che Augusto Rodin, uno dei più grandi scultori della Francia contemporanea, certo il più fecondo e geniale rinnovatore della scultura, bisognava che si facesse un po’ di rumore, anzi molto rumore, attorno al suo bozzetto del Balzac. Quando l’opera sua è stata esposta al Salon, coloro che si preoccupano di digerir bene hanno gridato al crucifige; per un momento si è creduto che egli fosse un pazzo, un incosciente od uno spirito buontempone. Ma quando egli ha detto pubblicamente: «Signori, ho fatto un Balzac come l’ho compreso, come l’ho sentito. Mi ha costato cinque anni di studi, di ricerche, di lavoro. Non mi sono ingannato. Ciò che ho fatto è appunto ciò che ho voluto fare. Non è un abbozzo: è un’opera finita ch’io non modificherò in nulla»; si è compreso che si aveva a cha fare con un grande artista, ed allora quelli che vogliono digerir bene dissero: «Noi non ne comprendiamo nulla»; e coloro che voglion essere avveniristi, perché l’avvenirismo è di moda, dissero: «Ecco una possente opera!». Così nacque la commedia Rodin. Così Onorato di Balzac nel grande masso di gesso bianco potè ripensare un’altra delle sue scene borghesi. […].
  Un concorso per una statua di un uomo illustre, sia pure l’illustre un impenitente delle convenzionalità come Onorato Balzac e la Società che bandisce il concorso una riunione di gens de lettres, vuol dire sempre un po’ di accademismo. […].
  Uno scrittore d’arte di molto ingegno, Robert Sand, pubblica nell’Emporium, agosto 1898 [cfr. più oltre], una lettera nella quale riesce felicemente a sintetizzare la mente del Rodin e specialmente l’idea che lo ha tratto a rappresentare il Balzac nell’atteggiamento e nella forma che sono stati cagione di tanto cicaleccio. […].
  Che importa se il Balzac del Rodin somigli o meno al Balzac di tutti i giorni, si chiede il signor Sand. Quello che è certo si è che il Balzac dello scultore parigino è, assolutamente, l’ammirabile scrittore che compose la Commedia umana, colui che arricchì la letteratura francese moderna della sola opera che sia comparabile a quella dello Shakespeare, per la potenza dell’ispirazione, l’estensione degli orizzonti ed il largo tributo d’umanesimo, che esso racchiude. […].
  E così la commedia continua. Fra gli uni che proclamano l’opera del Rodin il capolavoro dell’annata; fra il Rodin che vede infangata tutta l’opera sua, vilipesa l’opera alla quale ha sacrificato sé stesso; fra gli altri che gridano allo scandalo e preferiscono al Balzac le statuette di gesso che i Lucchesi ogni anno portano dalle loro montagne bionde di ulivi e fresche di purezza toscana.

  A. Mario Antonioli, Le tristezze dell’arte nuova, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXII, N. 42, 15 Ottobre 1898, pp. 332-333.
  p. 232. E chi sono costoro? Sono per la massima giovani. E che cosa si propongono? Non si vede chiaramente.
  La loro arte non è ottimismo, e non è pessimismo […].
  Non è Balzac, né Flaubert, né Baudelaire, perché questi insieme alle umane sciagure ebbero idea di additare la salvezza, e enumerando i mali della vita vollero spingere gli animi verso alte concezioni.
  No. La loro arte è puramente, semplicemente triste.


  P.[aolo] B.[ernasconi], Il Salone doppio. Un Balzac mostruoso, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIII, Num. 127, 10-11 Maggio 1898, p. 2.

  Usciamo nel giardino a respirare una boccata d’aria e poi andiamo in fondo verso le sale della Società Nazionale. […].

  Ma perché mai tanta gente in giardino, attorno a quel sembiante di statua di gesso? Avviciniamoci.

  Sopra un alto piedestallo figuratevi un cin­ghiale, peggio ancora, un porco ritto sulle gambe posteriori, il grugno all’aria, il corpo rovesciato all’indietro, un po’ a sinistra, e avvolto in un accappatoio da bagno. Quel porco di gesso, sissignori, quel porco è Onorato Balzac, e lo scultore che l'ha plasmato è il Rodin, artista sedicente di genio, o almeno creduto tale fino a pochi giorni fa.

  Il Balzac del Rodin, destinato alla piazza del Palazzo Reale, e aspettato da oltre sette anni dalla «Société des Gens de lettres» che lo ha già pagato in parte, ha già irritato molta gente, per la lentezza della sua venuta, ed ora che è arrivato, in quell’accoutrement, solleva una tem­pesta di recriminazioni.

  Ben pochi fanatici del loro dio convenzionale, Rodin, si provano a lodarlo. La gente disinteressata, passa, guarda e ride. Ma chi ha sbor­sato e deve ancora sborsare i quattrini, si mo­stra addirittura furibondo. I membri del Comi­tato per la statua a Balzac, campati davanti al gesso, si lamentano con violenza esasperata, tanto più che non possono rifiutare il mostro; il contratto è formale: Rodin si è riservato il diritto di fare ciò che vuole.

  Una sola speranza rimane, ed è che il Con­siglio municipale, solo padrone della via pubblica, rifiuti di lasciar rizzare la brutta bestia, sopra una piazza della capitale. Ed avrebbe ragione, perché Balzac era brutto, sì, ma non era un cochon! …


  P.[aolo] B.[ernasconi], Corriere parigino. La questione Balzac-Rodin – Una statua rifiutata […], «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIII, Num. 136, 19-20 Maggio 1898, p. 1.

  La questione Balzac-Rodin occupa la stampa e l’opinione parigina, forse più della guerra attuale, e di quella di cui ci minacciano Salisbury e Chamberlain. Ora siamo certi che il Balzac esposto nella galleria delle macchine non sarà innalzato sulla piazza del Palazzo Reale, perché la Société des gens de lettres, in una let­tera scritta dal suo Comitato allo scultore «non riconosce l’immagine di Balzac, nella statua del signor Rodin».

  Il Comitato prese questa decisione con 11 voti contro 4. Alcuni membri assenti fecero sa­pere che si schieravano colla maggioranza, per cui la statua fu respinta con 18 voti contro 4.

  E la sentenza spietata venne redatta da Enrico Lavedan, uno scrittore di merito e di spirito, autore di Caterina, del Nouveau Jeu e di tanti brillanti dialoghi.

  La storia di questo fiasco è lunga: basterà dire che la Societé des gens de lettres, raccolti i fondi della statua a Balzac, incaricò Rodin di plasmarla, confidando assolutamente nel passato onorevole, taluni dicono glorioso, dell’artista. Essa accettava in anticipazione la maniera dello statuario e il monumento che sarebbe uscito dalla sua immaginazione.

  Riunì tosto i documenti iconografici e letterari, che potevano aiutarlo a condurre a buon fine l’opera affidatagli, e si accinse al la­voro. Ma fin dal principio diede prova di grande incertezza ed esitanza. Quattro bozzetti fu­rono da lui successivamente eseguiti, senza che soddisfacessero l’artista nè i committenti.

  Gli anni passano e Balzac non viene. Certo, bisogna lasciare all’artista il tempo necessario all’escogitazione della propria idea, ma l’ecces­siva lentezza, anche quando è complicata da naturale pigrizia, non è forse prova d’impo­tenza? […].

  I committenti prima reclamano colle buone, poi tempestano: la statua! la statua! — Rodin, che è veramente un brav’uomo, avendo rice­vuto 10,000 franchi in acconto, li restituisce e si rimette a fare un altro bozzetto. Ma la tien lunga, e nessuno può costringerlo nè a far pre­sto, nè a fare in altro modo, perché c’è un contratto col quale la Società s’interdice di ri­fiutare la statua, mentre invece s’impegna a erigerla sopra una piazza pubblica, designata con decreto.

  Finalmente Rodin termina il bozzetto, ter­mina il gesso al naturale e l’espone, provocando gridi di collera e risate sbeffeggianti. Rodin è un uomo calmo, quasi ingenuo; è anche povero. Non si smonta per l’insuccesso, benché sia per lui un disastro. Potrebbe, col contratto alla mano, costringere la società ad accettare il suo Balzac, ma vuole evitare le noie d’un processo, e del resto ci sono degli amatori che gli offrono di acquistargli la statua tale e quale. Tanto meglio per lui, e per Parigi.


  P.[aolo] B.[ernasconi], Il Presidente provvisorio. […] Deschanel padre e figlio, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIII, Num. 154, 7-8 Giugno 1898, pp. 1-2.

  p. 2. La gran disgrazia di Deschanel padre si è di piacer troppo ai suoi uditori, i quali sono così sempre disposti a credergli, quando proclama dalla sua cattedra che Balzac è un asino e Vittor Hugo un cattivo poeta.


  P.[aolo] B.[ernasconi], Chateaubriand, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIII, Num. 185, 8-9 Luglio 1898, p. 2.

  Poco appresso partì per l’Oriente […]; e la letteratura francese, anzi la letteratura universale, ci guadagnò quell’Itinerario che noi, adoratori di Balzac e contemporanei di Zola, possiamo leggere ancora con diletto […].

  Quando avremo raggiunto l’età dell’autore di Renato, noi riconosceremo […] gli eroi della malinconia […]; gli eroi che trent’anni fa, malgrado Balzac, popolavano ancora il romanzo, la poesia e perfino la vita reale: Noi stessi! …


  P.[aolo] B.[ernasconi], Corriere parigino. […] Il terzo tentativo di monumento a Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIII, Num. 208, 31 Luglio-1 Agosto 1898, p. 1.

  Dopo lo smacco subito dallo strano «Balzac» dello scultore Rodin, esposto al Salone, nes­suno sperava che si potesse pensare così pre­sto, di bel nuovo, al monumento dell’autore della Commedia Umana. Ed ecco invece che un artista illustre, il Falguières, si sostituisce allo sfortunato Rodin e ci promette, fra due anni, per l’Esposizione, la statua di Onorato Balzac, in bronzo, eretta sulla piazza del Pa­lazzo Reale.

  E’ tempo ornai di realizzare i voti dei sottoscrittori, tanto più meritori inquantochè i 30,000 franchi raccolti provengono in gran parte dalle tasche del proletariato della letteratura, che è sempre assai numeroso.

  Il primo Comitato di sottoscrizione si era costituito sotto la presidenza di Emilio Augier, per opera del romanziere Emmanuele Gonzales, in allora presidente della Société des Gens des Lettres. Cinque anni dopo la morte rapiva e Augier e Gonzales e lo scultore Chapu, che pel primo era stato scelto per modellare la statua.

  Alessandro Dumas figlio aveva pure contri­buito generosamente; parecchie signore della famiglia Rothschild mandarono ciascuna 500 franchi; Zola e il duca d’Aumale 1000 franchi cadauno; Barbey-d’Aurevilly, povero come Giobbe, malgrado il suo talento, e già ottuagenario, portò egli stesso 20 franchi al Comitato, per la statua dell’autore ch’egli aveva amato tanto.

  Ora il Falguières si accinge a realizzare i desideri dei vivi e dei morti. Il suo compito non è facile: egli deve vincere colà dove Ro­din fu sconfitto e deriso. Ma non c’è dubbio che Falguières riescirà, e che fra due anni il monumento di Balzac sorgerà sulla piazza designata dal Consiglio municipale, fra il Palazzo Reale e il Louvre.


  Paul Bourget, Una lettera di Paul Bourget, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXII, N. 44, 29 Ottobre 1898, p. 350.
  Pubblichiamo, per il suo interesse letterario, questa lettera che Paul Bourget ha diretta al nostro Lucio D’Ambra:

à M. Lucio D’Ambra
  Caro Confratello,
  […]
  Continuate, signore, a far conoscere la Francia al vostro paese, come noi lavoriamo qui a far conoscere i vostri ammirabili romanzieri, d’Annunzio, Fogazzaro e quella ereditiera di Balzac che è la signora Serao, il cui Paese di Cuccagna ottiene da noi un vero successo.

  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. Milano e la Vita milanese nelle opere di Stendhal, Byron, Balzac, Goncourt, ecc., «Il Sole. Giornale quotidiano, commerciale-agricolo-industriale», Milano, Anno XXXVI, N. 247, 22 Ottobre 1898, p. 1.


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  Si è avverata la previsione dello Stendhal espressa a Balzac nel 1840, che sarebbe stato apprezzato a 40 anni di distanza. Ormai avvi tutta una scuola letteraria che da lui prende il nome. […]
  Anche Balzac dimorò a Milano e ne fanno prova diverse lettere alla sorella ed alla futura sua moglie, le dediche di parecchi romanzi a dame e signori Milanesi, due articoli di Capuana e di De Castro ed un capitolo del Barbiera nel Salotto della contessa Maffei. Viene qui, per la prima volta, nel febbraio 1837, con un incarico d’affari affidatogli da un conte Visconti, riguardante l’eredità della contessa Patellani. Vi ritorna nel 38, dopo il fiasco di una speculazione mineraria in Sardegna, ancora per gli interessi della famiglia Visconti, complicati dalla minaccia d’un sequestro politico. Rivede il Duomo, il famoso candelabro di Maria Vergine e lo scorticato S. Bartolomeo. Passeggia sul Corso ed ode alla Scala la Boccabaiati. Essendogli divenuta insopportabile la vita all’albergo, accetta la ospitalità del Principe Alfonso Serafino Porcìa, amante riamato della moglie altrui, a lui cara, la Contessa Bolognini, madre della contessina Eugenia, che doveva divenire poi regina … della moda. Gli sembra che le signore non posseggano né spirito, né istruzione. Confessa d’avere 39 anni e più di 300,000 franchi di debiti, mentre gli editori Belgi hanno guadagnato alle sue spalle un milione. Soffre per la lontananza della Contessa Hanska – che doveva farlo soffrire come moglie – ed invidia la felicità del Principe Porcìa, il quale abita sul Corso di Porta Orientale, a pochi passi dal giardino dell’adorata Contessa Bolognini, laggiù nel Vicolo dei Cappuccini, oggi ancora avente l’antica fisonomia rusticana, fra muri di cinta e casette da villaggio. Appunto nella dedica del romanzo Une fille d’Eve alla Contessa Bolognini nata Vimercati, il Balzac ricorda tante belle serate, passate nel giardino del vicolo Cappuccini, accanto a lei ed alla bella figliuola Eugenia, nel 1838.

  Luigi Capuana, Idealismo e Cosmopolitismo, in Gli “Ismi” Contemporanei (Verismo, Simbolismo, Idealismo, Cosmopolitismo) ed altri saggi di critica letteraria ed artistica, Catania, Niccolò Giannotta, Editore, 1898, pp. 9-33.
  pp. 31-32. Cfr. 1896.

La crisi del romanzo, pp. 61-82.
  p. 73. Ecco là un francese, critico di professione, che vuole spiegare il fenomeno dell’entusiasmo prodotto in Europa dai romanzo russi.
  Quel critico è un ingegno sottile, e conosce benissimo la letteratura romanzesca del suo paese. Infatti egli scorge subito che le crisi di coscienza, le lotte dell’anima per affrancarsi dall’oppressione dei pregiudizi e delle convenzioni sociali sono concetti di antica data: tutta la produzione francese della metà di questo secolo n’è riboccante, dall’Hugo e dalla Sand al Balzac, al Flaubert.

Emilia Pardo-Bazan, pp. 233-248.
  pp. 234-235. La scrittrice però si ricordò in tempo del precetto del favolista spagnuolo di non parlar oggi come al tempo del Cid Campeador. Il Balzac, il Flaubert, i De Goncourt e il Daudet da lei letti per la prima volta nel 1880, a Vichy, dov’era andata per ragioni di salute, fecero il resto. Il Viaje de Novios, data da quell’epoca.

  Alessandro Chiappelli, I Poeti paesisti nel nostro secolo, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Settantaquattresimo della Raccolta, Volume CLVIII, Fascicolo 629, 1° Marzo 1898, pp. 78-98.
  p. 92. Se non che, era ben naturale che col dilatarsi dello spirito sociale nella letteratura nuova, la fiumana della grande poesia della natura, nella seconda metà del secolo si andasse perdendo nelle due correnti; l’una delle quali termina, stagnando nel naturalismo letterario, l’altra volge verso i nuovi lidi del dramma e del romanzo psicologico e sociale. A chi guarda le condizioni che le nuove correnti intellettuali hanno create all’arte, non può far meraviglia che il naturalismo non significhi punto un avanzare del sentimento della natura; il quale intimamente è legato all’individualismo letterario. Descrivere la natura, come fece con tanta policromia il romanzo sperimentale dopo il Balzac collo Zola e col D’Annunzio della prima maniera, non significa neppure sentirla. Bisogna che la colori dei suoi magici riflessi l’anima nostra.

  Cesare Cimegotto, L’opera poetica: Poesie giocose, sentimentali e politiche. Loro fortuna, in Arnaldo Fusinato. Studio biografico-critico, Verona-Padova, fratelli Drucker Librai-editori, 1898, pp. 239-352.
  p. 245. La donna ripensa con desiderio a’ bei tempi della cavalleria, ma accetta ormai le nuove glorie e s’appassiona alla lettura di Hugo e di Soulié, di Balzac e di Dumas, della Sand e del Sue, cade nella trappola d’amore e, disillusa, finisce col farsi suora di carità.

  Arturo Colautti, Conversazioni e ricordi. La Pittura epica, in AA.VV., Gian Luigi Ernesto Meissonier. Ricordi e colloqui preceduti da uno studio sulla vita e sulle opere, dettata da M. O. Géard. Riduzione italiana con un articolo aggiuntivo di Arturo Colautti sulla Pittura militare. Dono agli abbonati del «Corriere della Sera», Milano, Tipografia del Corriere della Sera, 1898, pp. 275-328.
  pp. 228-229. Sì, ho conosciuto Balzac, che sbalordiva per la sua fantasia e per il suo orgoglio, un orgoglio immenso e sincero. Ne avevo già felicemente tracciato il ritratto, come pur quello del dottor Lefèvre; ma, per gran disgrazia, dipinsi sulla stessa tela un’altra cosa. Ora il mio Balzac sta sotto uno de’ miei migliori quadri, attualmente nel Belgio: L’Uomo che sceglie una spada.

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  Facevo quel ritratto per l’editore di Balzac, e questi, con la maggior buona fede del mondo, scontava già i tre milioni che avrebbero dovuto toccarmi con la tiratura colossale delle sue opere, a due franchi di beneficio per ogni copia, come mi diceva.
  Era però affetto da una certa bizzarra avarizia: l’Hetzel che trattava sempre con lui per la Comédie humaine, della quale era imminente la pubblicazione. Balzac andava a prenderlo in un carrozzino da nolo, nuovo lusso del momento, faceva le corse che voleva, e lasciava che Hetzel, invariabilmente, pagasse il cocchiere![2]

  Lucio D’Ambra, Monsieur de Stendhal, «Il Marzocco. Periodico settimanale di letteratura e d’arte», Firenze, Anno III, N. 14, 8 Maggio 1898, p. 3.
  Ciò che è indubitabile è questo: che Stendhal quasi ignoto allora ha oggi raggiunto una tale gloria (e precisamente nel decennio fra il 1880 e il 1890) che il suo nome è rispettato e amato come quello di Balzac.

  Lucio D’Ambra, Note di Letteratura francese. III. Félicien Champsaur, “Un gueux” - Henry Lavedan, “Les beaux dimanches” – Gyp, “Miquette”– François Coppée, “La bonne souffrance”, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXII, N. 33, 13 Agosto 1898, pp. 257-259.
  p. 257. Ora il romanzo dello Champsaur s’impernia su questo fatto non nuovo né impressionante [cfr. supra: scandalo «riguardante un bonitruante poeta francese fuggito in Oriente con la moglie di un musicista suo amico, abbandonando i proprî figli e la loro madre»]; ma la sua superba fantasia l’adorna, lo rimpolpa, lo fiorisce con una maestria che raramente vidi più opulenta e nel tempo stesso più parsimoniosa. E da questo, il romanzo sorge tutto pervaso di pietà e di giustizia. E’ vero che taluno potrebbe al posto dei nomi di Jean Dayel, di Marthe Liveil e di Robert Antoc, porre i veri nomi degli eroi – poveri eroi! – di questo oscuro e vecchio dramma. Ma che monta? Romanzo a chiave, mormora qualcuno. E che? Dove – nella realtà della vita o altrove – hanno preso i loro personaggi i romanzieri più grandi, Balzac, Dickens o Zola? Rastignac e Lucien de Rubempré, il padre Goriot e la cugina Betta, non ebbero prima di essere nei libri balzacchiani, un nome ed un cognome ed uno stato civile sotto il regno di Carlo X o di Luigi Filippo?

  Lucio D’Ambra, Note di Letteratura francese. V. Paul Bourget, “La duchesse Bleue” – Alexandre Dumas fils, “Théâtre” (VIII volume) – Richard O’Monroy, “Cosardes et dentelles” – Victor Debay, “L’Amie suprème” – Dik May, “L’alouette” – Claude Senéchal, “Voie douloureuse” – J. H. Rosny, “Les retours du cœur”, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXII, N. 38, 17 Settembre 1898, pp. 297-299.
  p. 297. “L’artista, – egli [Bourget] dice nella prefazione dedicatoria a Matilde Serao – deve realmente provare le emozioni di cui è l’interprete, o pure si compia in lui uno di quegli sdoppiamenti di personalità, ammessi oggigiorno come cotidiani dalla scienza dello spirito, e può l’io dell’ingegno essere assolutamente distinto dall’io della vita? In altri termini, un grande artista deve essere necessariamente l’uomo della sua opera?” Egli cita subito per risposta Tartufo e Yago, due tipi potenti ed umani, i cui sentimenti furono magistralmente resi da un Molière e da uno Shakespeare, senza che costoro li avessero mai provati. D’altra parte anche il contrario è vero, così che opere di pura idealità, sentimenti ideali e sublimi furono scritti e descritti da scrittori che le une e gli altri concepivano nella sola immaginazione. Esempio, come dice il Bourget, Lucien de Rubempré e Canalis nelle Illusions perdues e nella Modeste Mignon di Balzac.

  Lucio D’Ambra, Letterature straniere. L’autore del «Cyrano de Bergerac», «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XX, N. 47, 20 Novembre 1898, pp. 1-2.
  p. 2. La figura di Cyrano si distacca, molto più viva che le altre figure del romanticismo, dal quadro entro il quale si muove; essa è più umana, più vivida, più eloquente di dolore. In essa si discopre non più l’autore del 1830, ma lo scrittore degli ultimi anni, l’artista modernissimo che segue e non precede Stendhal, Balzac e Paul Bourget!

  Alessandro D’Ancona, Federico Confalonieri. Su documenti inediti di archivj pubblici e privati. Seconda Edizione col ritratto di Federico Confalonieri, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1898.
  p. 265. Fu [Giovanni Pallavicino] amico di molti letterati francesi, come la Sand, il Balzac, il Lamennais; ed ebbe strane relazioni con uomini di Stato d’ogni paese, ma più specialmente inglese.

  Didacus, Tra piume e strascichi. Storia di una statua, «Il Don Chisciotte di Roma», Roma, Anno VI, N. 136, 15 Maggio 1898, p. 2.
  È accaduto in Francia, un piccolo incidente artistico e letterario che non sarà inutile conoscere, anche perché dimostra una volta di più – se pure ce n’è di bisogno – come certi fenomeni si riproducano un po’ da per tutto con una consolante uniformità. Dunque a Parigi esiste una Società di letterati, la quale come tutte le istituzioni di questo genere, contiene fra i suoi membri moltissimi commercianti, qualche ufficiale, un buon numero di impiegati e due o tre scrittori, tanto per la bandiera. È inutile aggiungere che questi due o tre scrittori si occupano poco o punto della loro società e che la direzione, l’amministrazione, l’organizzazione di essa è nelle mani degli altri, di quelli cioè che non rappresentano nulla nel mondo delle lettere. Ora un giorno – molti anni or sono, quando ferveva la battaglia verista – quei signori decretarono una statua a Onorato di Balzac, pensando forse che egli rappresentasse il verismo più puro. Decretata la statua fu pensato a chi doveva eseguirla e una volta tanto la scelta fu giudiziosa: i membri della Société des gens des lettres (sic) si rivolsero allo scultore Rodin e firmarono con lui un contratto secondo il quale si obbligavano ad accettare la statua che egli avrebbe eseguita, in quel tempo che avrebbe creduto opportuno. Era un contratto degno di artisti e di letterati: disgraziatamente se c’era l’artista i letterati mancavano. Passato il primo entusiasmo cominciarono i pentimenti e coi pentimenti cominciò anche una guerra sorda contro lo scultore Rodin, il quale aveva molti torti, fra i quali due principalissimi: quello di essere un artista veramente geniale e profondo e quello di non essere ben visto all’Académie des beaux arts e all’Institut. Due cose che nella republica letteraria francese – una republica letteraria che somiglia straordinariamente alla loro republica governativa – non possono essere ammesse. Ma il Rodin è un grande scultore, il più forte e il più originale scultore che abbia avuto la Francia in questi ultimi anni e tale da rimanere fra i primi di tutta Europa: egli cominciò a studiare il suo soggetto e rilesse i cinquanta volumi della Comedia Umana, e visse nella Turenna quella medesima vita che vi aveva vissuto Balzac, e ricercò i più insignificanti articoli critici e aneddotici che si erano occupati del grande romanziere. Intanto il tempo passava e i gensdelettres – gli scrittori francesi, quelli veri, hanno così battezzato i membri della società letteraria – protestavano periodicamente su tutti i giornali che volevano accettare la loro prosa. Finalmente quest’anno il Rodin ha esposta nel salon la statua di Balzac: e siccome non era il solito signore col soprabito sul braccio e la mano appoggiata sopra una catasta di volumi, siccome invece era una bella e nuova e ardita opera d’arte, i gensdelettres hanno prima gridato su tutti i toni, che quella era una vendetta dello scultore, che egli si era voluto burlare di loro forte del suo contratto per obbligarli a prendere una brutta cosa; in seguito esasperati dalla indifferenza di Augusto Rodin hanno addirittura rifiutato la statua. Allora è entrata in campo la letteratura vera e Ottavio Mirbeau in un violento articolo pubblicato dal Journal ha dichiarato la guerra affermando recisamente che Rodin non dovrà ricorrere ai tribunali e che la statua sarà innalzata a dispetto di tutte le società e di tutti i loro membri.
  La questione sta a questo punto ed è da augurarsi per il decoro dell’arte che la vittoria rimanga ai Rodenisti: ma da questo lungo pettegolezzo due buone morali si possono dedurre anche per noi. La prima che dovunque vi è un artista non ufficialmente riconosciuto dai patri ministeri dovrà sempre combattere con tutti i capi divisione e con tutti i membri delle giunte superiori di belle arti che dovranno trattare con lui. La seconda che tocca veramente a tutti gli uomini di buona volontà, di riunirsi in occasioni simili per trionfare contro il mal volere dei letterato idi e dei dilettanti. Una morale, quell’ultima che potrebbe meravigliosamente adattarsi a molti dei nostri casi presenti!

  Don Ferrante, La passeggiata del Marchese, «L’Uovo di Colombo», Bari, Anno I, Num. 2, 15 maggio 1898, p. 2.

  Balzac prendeva il caffè, Camöens si chiu­deva, per pensare, in una camera buia, Voltaire pizzicava tabacco, De Musset sorseggiava l’absint (sic), Victor Hugo fumava e ... Di Rudini passeggia, cioè ... pensa co’ piedi.


  S. Ducovich, Rodin e Balzac, «Il Marzocco. Periodico settimanale di letteratura e d’arte», Firenze, Anno III, N. 18, 5 Giugno 1898, p. 3.

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  Sarà verissimo, io non lo contesto, che il pubblico abbia ragione contro l’opinione di un singolo, sia pure un uomo di genio. «Il y a quelqu’un qui a plus d’esprit que Voltaire; c’est tout le monde». Tutto ciò starà dunque benissimo; ma il guaio si è che qualsiasi imbrattacarte il quale motu proprio si è dato la patente di critico, si presenta come l’unico organo autorevole ed autentico dell’opinione universale e come portavoce del buon pubblico. Parecchi critici oggi si reputano qualche cosa come dei piccoli Luigi XIV e son tentati di dire come lui: L’état c’est moi.
  Una riprova di ciò si ha nelle polemiche che si accesero ed ardono tuttora a Parigi intorno alla statua di Balzac fatta da Rodin. La Société des gens de lettres che gliela commise, è rimasta così poco contenta dell’opera dello scultore che rifiuta di accettarla e da tutti si grida allo scandalo. Quasi si crede che Rodin abbia voluto fare una burletta e pigliare in giro tutti. È difficile trovare un caso in cui il pubblico si sia con tanta unanimità sollevato contro un artista ed abbia fatto tanto baccano intorno a un’opera d’arte, la quale, ben inteso, come questa di Rodin, non cambia nulla nei criterii artistici della nostra epoca, anzi non è altro che un portato legittimo e naturale di cotesti criterii.
  Infatti mentre da un lato si dice e si sostiene che l’arte francese non vive che di luce, di chiarezza e di buon senso, si predica dall’altro che la vera arte, checché altri dica, consiste nell’indefinito, nel vago, nella sfumatura che accenna a tutto e non precisa nulla, per non tradire la caratteristica dell’evoluzione vitale che sempre muta e mai non s’arresta. E sia pure. Ma il bello si è che questi maestri della nuova estetica sono i primi a scandalizzarsi dell’opera di Rodin che è un legittimo prodotto dei loro stessi insegnamenti. Come il contadino della favola, invocano la morte quand’è lontana e se ne spaventano quand’è vicina.
  Rodin ha rappresentato Balzac in camicia da notte, veste da camera e ciabatte. E con ciò Rodin non fa che concretare le teorie che oggi hanno corso. Per questo lato dunque egli ha ragione e la società dei letterati ha torto. Un Balzac in veste da camera è quanto ci vuole per rispondere alle esigenze del senso comune e a quelle insieme dell’arte vaga e piena di sfumature. […].
  Può anche darsi che nel caso speciale che ci occupa, Rodin non sia riuscito ad evitare gli scogli nei quali corre sempre rischio d’urtare la sua forma d’arte. Noi non possiamo pronunciarci con assoluta certezza in proposito. Ma sia pure che il buon gusto non abbia abbastanza infrenato l’artista nella sua creazione, egli non rimarrà meno per questo uno dei più potenti artisti del nostro tempo.


  Demetrio Ferrari, L’Arte del dire. Manuale di retorica per lo studente delle Scuole secondarie di Demetrio Ferrari Professore nella regia scuola tecnica di Cremona. Con quadri sinottici. Quarta edizione corretta e ampliata, Milano, Ulrico Hoepli Editore-Libraio della Real Casa, 1898 («Manuali Hoepli»).

 

Racconti d’invenzione.

 

  p. 213. Il romanzo di costumi prende pretesto da fatti imaginari per descrivere costumi di tempi e di luoghi; fu ideato dal Balzac sulla scorta dello Scott e di Geoffroy Saint-Hilaire, e tali sono il Viaggio di Anacarsi del Barthélemy, Fabiola del Wiseman e i viaggi di Giulio Verne.


  Guglielmo Ferrero, L’Amore nella Civiltà Latina e Germanica. XIII. I filosofi dell’amore. L’amore sensuale nei romanzi, in L’Europa giovane. Studi e viaggi nei paesi del Nord di Guglielmo Ferrero, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1898, pp. 170-176.
  p. 175. […] perché se anche nella nostra letteratura l’amore è, se non il solo, il motivo predominante, non sono però mai i suoi problemi morali, bensì i suoi stati sensitivi che formano oggetto di descrizione. Che cosa si trova in Balzac, in Zola, in Flaubert, in De Goncourt? Descrizioni dell’amore sensuale, fatte bene o fatte male, fatte con scrupolosa esattezza di analista o con proterva intenzione di attrarre le folle e far denari vendendo il volume; ma non ci troverete mai una sola volta un problema morale qualunque che si connetta con quell’analisi. Il loro motivo è la psicologia dell’amore fisico e degli stati di coscienza, quasi tutti esclusivamente sensuali, che vi si associano; non è la psicologia di un sentimento, che pur nascendo dal bisogno genetico, si è raffinato e complicato in modo da involgere delicati problemi morali.

  E. Ferrettini, Idee vecchie e cose nuove. (A proposito del monumento a Balzac del Rodin), «L’Arte all’Esposizione del 1898», Torino, Editori Roux Frassati e C., N. 14, 1898, pp. 110-112.
  pp. 110-111. Anzitutto un po’ di storia.
  Fu un sei o sette anni fa, che – morto il Chapu – la Société des gens de lettres affidò allo scultore Rodin l’esecuzione del monumento a Balzac. «Il nome dell’autore di La porte de l’Enfer è per noi una garanzia», diceva Emilio Zola, allora presidente della Société. E, quasi presagio dell’avvenire, soggiungeva: «Ammettiamo che la statua non piaccia: nessuno oserà rimproverarci per la scelta, perché anche i più malevoli ci scuseranno d’aver affidato l’incarico ad uno dei primi scultori del nostro tempo: a Rodin».
  E Rodin accettò: provò tutte le amarezze delle sollecitazioni officiali per l’apparente lentezza del lavorare; si vide sequestrato l’acconto di diecimila franchi; presentò un primo, un secondo, un terzo, un quarto progetto … e finalmente, all’attuale Salon, quell’abbozzo, in cui il Comitato della Société des gens de lettres ora si rifiuta di riconoscere Balzac. «È un brutto fantoccio di neve; – una statua ancora imballata; – uno spauracchio per gli uccelli!» si grida da ogni parte. «O menti volgari, che vi compiacete della volgarità!» si risponde: «e pensate voi che un Rodin potesse piegarsi all’insipido andazzo di fare un semplice ritratto, abbassando l’arte al livello della fotografia?» «Ma in questo sacco di creta – su cui si potranno senza scrupoli affiggere i manifesti elettorali – ove sono le gambe, le braccia, il costato; ove la forma?» «La fo-o-rma, la fo-o-rma!» Ah! dunque? chi modellò l’âge d’airain del Luxembourg ed ora quel Le baiser, che voi pure proclamate un capolavoro, non sarà più capace di darvi tutta la materialità di una modellatura sentita, accentuata, che soddisfi i vostri gusti borghesi? Ma chi vi dice, o ciechi, che non si senta il corpo sotto il drappeggiato involucro? E se anche non ci fosse, forsechè – dovendo rappresentare l’autore di La commedia umana – il Rodin aveva ad indugiarsi intorno a parti che sono patrimonio comune di imbecilli e di genii; agli arti, cioè, al tronco? Un accenno è più che sufficiente. Il corpo sotto la vestaglia lo si presume; qualunque novellino ve lo fa sentire. Nella testa, invece, nella testa soltanto deve essere tutta la genesi, tutta la essenza suprema dell’opera d’arte idealizzata. Ora, guardate quella plasmata dal Rodin; essa non è più il viso, che può essere il mio, il vostro e magari perfino quello del Balzac; è celui qu’il eut, quand il a regardé tout ce qu’il a vu. Pensez donc. Avoir vu la comédie humaine, avoir vu toute la vie, toutes les passions, toutes les âmes, tout l’univers! La terreur d’avoir vu tout cela et l’angoisse aussi! Ecco che cosa deve essere la statua d’un uomo come Balzac nella solennità eterna di Parigi; discendete alla solita forma rappresentativa, ed avrete una fotografia di Nadar, un Balzac «avec des bretelles».
  Ho voluto spigolare qua e là e riportare anche alcune frasi nel testo originale, perché non si dubitasse che tutta una sottile canzonatura fosse la mia: no no, così si dice, si scrive nel cervello della Francia ed altrove; non sono soggetti da manicomio, che sostengono queste ed altre più raffinate o strambe teorie, che dir si voglia. Riandate i giornali della Francia, del Belgio ed anche un pochino dell’Italia, e vedrete quanti nomi cari all’arte, alle lettere vanno in tal guisa seriamente, se non serenamente, battagliando intorno … intorno a che cosa?
  Ecco: a che cosa io non so bene; chè dell’abbozzo del Rodin vidi soltanto fotografie e zincotipie ed uno schizzo del Rodin stesso. E che scorgo in essi? Una testa sorgente da un ammasso di roba, che potrebbe essere benissimo ciò che io non riesco a vedere: un corpo coperto da una vestaglia per la notte. La testa è rialzata, come assorta in una visione. Il collo taurino – unica parte scoperta, oltre il viso – mi pare enorme. Si afferma, del resto, che Rodin stesso ammise d’aver esagerato, perché nell’esagerazione ci volle rappresentare la forza, e la scoltura moderna, partendo da un punto di vista affatto morale, deve esagerare le forme. (Proprio come in certi saggi dell’arte primitiva!).
  Dunque, siamo intesi: l’autore di l’âge d’airain volle darci un Balzac, di cui il viso non è quello del grande romanziere, ma di un genio, la faccia del quale fu – per dirla col Lamartine – come un elemento. E nel viso elemento volle quasi riflesse tutte le maschere, tutti i tipi di La comédie humaine.
  E poiché l’atto del Balzac, che s’alza di notte come affascinato da un’idea e va ad incidere colla tagliente penna le scene che ci faranno parere grande il suo nome, e più piccino ancora questo povero mondo, è azione tutta fatta di pensiero, così la forma diventa un accessorio, ed il Rodin fece egregiamente lasciando nel letto del signor Onorato di Balzac e gambe e torso. Le mani, per scrivere, almeno ci sono?

***
  Quisquilie! puerilità! per certi pontefici dell’estetica! Fondamento invece di ragionevoli timori per noi, che colla sola scorta del buon senso, e forse di un po’ di gusto, guardiamo verso un avvenire molto prossimo. Perché la questione qui non si riassume nel quesito: se la Société des gens de lettres avesse, o meno, il diritto di rifiutare un’opera, quando nell’artista aveva dimostrato tale incondizionata fiducia, da farsi del nome di lui quasi un usbergo contro ogni futuro attacco; e neppure se nella disparità dei giudizi non si dovesse soprassedere e lasciar giudice il tempo. […]. Quanto al Balzac infine, esso probabilmente sorgerà su una piazza di Bruxelles, se pure non prevarranno le offerte principesche di alcuni privati, fra cui il Pellerin. […].
  Bandiremo dunque dai monumenti sulle pubbliche piazze l’allegoria, il simbolo? […].
  Ma quelle che non mi van giù sono le pretese di certi novissmi esteti. Né venga il Rodenbach a parlarmi di Riccardo Wagner a proposito del Rodin. […]. Riccardo Wagner […] può paragonarsi al Rodin, che invece scolpisce un Balzac per un luogo pubblico, per espressa ordinazione avuta? E Balzac è un uomo, e Tristano e Siegfried e Parsifal appartengono alla leggenda; e la musica del Wagner ha quella forma, quell’ossatura, quella consistenza di struttura che chi non bevette alle sacre fonti del super-estetismo si rifiuta nel riconoscere nel Balzac. Se poi quella del Rodin sarà l’opera d’arte dell’avvenire buon essa.

  Giustino L.[uigi] Ferri, Un ricorso di Romanticismo, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XX, N. 12, 20 Marzo 1898, p. 1.
  Per il Don Juan non oserei affermare o negare, ma in Cyrano de Bergerac, che ama per procura e si contenta di essere amato di rimbalzo, si discopre tutta la psicologia complessa e raffinata di un contemporaneo di Paolo Bourget, e di un nipote, non di un antenato degli eroi del Balzac. Ora è proprio romanticismo cotesto?

  Alessandro Fiaschi, Cronache drammatiche. La scuola del marito, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXII, N. 51, 17 Dicembre 1898, pp. 406-407.
  p. 406. La letteratura moderna contemporanea si compiace – è inutile negarlo – nella pittura del male. E’ da un mezzo secolo che nel libro e sulla scena, per opera di Balzac, della Sand, di Sue, di Soulié, di Pyat, si espongono delle pitture odiose della società. E il peggio si è che il male lo si è adottato come elemento comico. Lo spettacolo del vizio abbietto e del delitto tragico è corruttore, ma lo è maggiormente lo spettacolo del vizio reso comico e divertente. Chiedete ai librai quali sono i libri che più si vendono? Sono i libri che una volta si vendevano con paura sotto il mantello da inverecondi camelots.

  Prof. Alessandro Filadelfeo, Origine delle lingue. La scimmia-diplomatico, in L’Uomo scimmia degenerata. Con Prefazione di Giovanni Bovio. Traduzione dal francese per Gaetano Buja, Napoli, Tipografia Melfi & Joele, 1898, pp. 28-30.
  pp. 28-29. Dopo l’artista-scimmia, la scimmia-diplomatico. Quand’io guardo un diplomatico, credo di scorgere sotto il suo splendido abito attillato i piedi d’un gorilla. D’altronde, egli è sempre discreto, sempre prudente e circospetto.
  «La diplomazia, dice Balzac, vuole degli uomini riservati; essa permette agl’ignoranti di non dir nulla, di trincerarsi nei misteriosi tentennamenti della testa. Diplomazia! esclama il geniale romanziere, scienza di coloro che non ne hanno alcuna e che son profondi come il vuoto».

  Antonio Fogazzaro, Un’opinione di Alessandro Manzoni, in Discorsi, Milano, Tip. Edit. L. F. Cogliati, 1898, pp. 3-39.
  pp. 17-18. Cfr. 1887.

  Octave Géard, Le Opere, in AA.VV., Gian Luigi Ernesto Meissonier. Ricordi e colloqui … cit., pp. 19-44.
  pp. 21-22. Sanno tutti che Balzac l’aveva chiamato a collaborare alla Comédie humaine 1842? Era stato stabilito che Meissonier farebbe un ritratto del romanziere per esser posto in testa della collezione. Questa, la base del contratto.
  Nei suoi poderosi calcoli d’immaginazione, Balzac, col semplice diritto di un franco prelevato su ciascuna copia venduta, assicurava al pittore due milioni, a dir poco. Non era quella un’inverosimile apparizione delle Mille e una notte per un uomo che non aveva ancor visto, nelle sue mani, mille franchi in una volta? Non pertanto, si accinse al lavoro.
  «Balzac aveva una testa rabelesiana, finissima e comicissima, il naso arditamente rincagnato con certe pieghe bizzarre, gli occhi pieni di fuoco, le labbra carnose e sensuali, grandi anella che gli scendevano sulle spalle e sulla schiena, senza barba …».
  Il ritratto, seduto, a metà corpo, si animava, di volta in volta, meravigliosamente. Volle disgrazia che fosse interrotto per alcune settimane.
  Un giorno che un modello posava indossando certi calzoni, «le cui pieghe cadevano bene», Meissonier volle fissarli sulla tela. E cominciò lo schizzo proprio a un angolo del quadro ove Balzac aspettava. Senonchè i calzoni «disponendosi sempre meglio» invasero la faccia del romanziere e finirono col coprirla. Quei calzoni divennero poi quelli dell’Uomo con la spada. Il ritratto fu sacrificato, il contratto rotto e mai più rinnovato, e della famosa collaborazione non son rimasti che sei disegni.

  Giuseppe Giacosa, Impressioni d’America, Milano, Tipografia L. F. Cogliati, 1898.
Un’intervista – Divagazioni – Altre interviste.
  p. 111. Il Pöe ed il Bret hanno più larga fama in Europa che in America, e vi sono assai più stimati. Gente che conosce ed ammira il Père Goriot, les Contes Drolatiques, Consuelo e Lelia, non serba nessuna memoria del Corvo, dello Scarabeo d’oro, del Romanzo della Mummia e degli indimenticabili Racconti Californesi. Ciò fa assai più meraviglia degli ammiratori del Balzac e della Sand che di quelli dell’Ohnet e del Gaboriau.

  Rodolfo Giani, Letterati contemporanei: Alfonso Daudet, «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte, letteratura, scienze e varietà», Bergamo, Istituto d’Arti grafiche Editore, Volume VII°, N. 37, Gennajo 1898, pp. 19-32.
  p. 20. Ed ecco Alfonso Daudet di nuovo a Parigi. […]. Era sempre il medesimo giovanotto ardente, alquanto scapato, facile a lasciarsi cullare dalle passioni amorose, come un ragazzo fuggito di collegio.
  Fu allora che cominciò a frequentare un po’ la società, ch’egli conosceva soltanto attraverso i romanzi del Balzac. […]
  p. 30. Schivo delle onoranze ufficiali, non pensò mai che esse mettessero conto di sollecitarle. Dopo i suoi primi trionfi, si fecero dei passi presso di lui per indurlo a presentarsi candidato all’Accademia. Egli, l’ho detto, non volle saperne. Ecco la lettera da lui scritta in proposito al Bergerat:
  Ami Caliban,
  Conteur et romancier français, mes maîtres dans le conte et le roman sont Balzac, Stendhal, George Sand, Gérard de Nerval, Gustave Flaubert, les Goncourt. Aucun d’eux ne fut de l’Académie française. Pourquoi en aurais-je été?

  Domenico Giurati, Le Leggi dell’amore. Nuova edizione con note e documenti, Torino, Editori Roux Frassati e C°, 1898.
  Cfr. 1895.

  Arturo Graf, Foscolo, Manzoni, Leopardi. Saggi di Arturo Graf aggiuntovi Preraffaelliti, Simbolisti ed Esteti e Letteratura dell’avvenire, Torino, Casa Editrice Ermanno Loescher, 1898.
  Il Romanticismo del Manzoni, pp. 33-114;
  Don Abbondio, pp. 141-163;
  Preraffaelliti, Simbolisti ed Esteti, pp. 401-461.

  Il Duchino, Teste e Tasti, «Il Ponte di Pisa. Giornale della Città e Provincia», Pisa, Anno VI, N. 25, 19 Giugno 1898, pp. 1-2.
  p. 1. L’amore.
  L’amore è la poesia dei sensi (Balzac).

  Il Duchino, Teste e Tasti, «Il Ponte di Pisa. Giornale della Città e Provincia», Pisa, Anno VI, N. 33, 14 Agosto 1898, pp. 1-2.
  p. 2. La donna.
  Diceva Balzac che l’amore fa della donna una donna nuova: quella d’oggi non è più quella di ieri.
  L’amore è una delle cose più stupende di questo globo sublunare; è la carezza della vita, è una goccia divina che il cielo versa nel calice della vita per correggerne l’amarezza; ma non senza i suoi pericoli e i suoi dolori.
  Questo potente e grazioso signore, che si impadronisce con facilità del cuore della donna e che tutto lo sconvolge e lo rinnovella in pochi giorni, bisogna che sia guardato e tenuto a dovere in tempo utile.

  Il Duchino, Teste e Tasti, «Il Ponte di Pisa. Giornale della Città e Provincia», Pisa, Anno VI, N. 45, 6 Novembre 1898, pp. 1-2.
  p. 2. Pensiero di Balzac.
  Noi non ci affezioniamo in maniera durevole alle cose, che a seconda delle pene e dei desiderii, che ci sono costate.

  Joseph Spencer Kennard, Entro un cerchio di ferro. Apologia dell’amore. Libro Secondo, Milano, Casa Editrice Galli di Baldini, Castoldi & C. 1898: Capitolo III, pp. 55-85.
  p. 82. Londra 1 ottobre. […]. Giorno piovo stamane. Poco fa, un genio benefico mi ha spinto a porre la mano sul «Giglio della valle» (sic), di Balzac. Fra due pagine vi era la ciocca di violette bianche che tu mi portasti in una certa mattina felice. Fra altre due, un piccolo brandello di trina, strappato dalla mia camicia da notte; e qua e là segni fatti da te col lapis. Beate memorie! […] La tua innamorata; ma tristissima Francesca.

  Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, Roma, Ermanno Loescher Editore, 1898.
  Nel leggere – così scrivevo a un di presso cinque anni fa ad Engels la Heilige Familie, mi son ricordato degli hegeliani di Napoli, in mezzo ai quali io vissi da giovanissimo, e mi pare di avere inteso e assaporato quel libro, più che non possa riuscire a molti, cui mancano al presente i dati proprii e intuitivi di quel curioso umorismo. Mi parea di averla vista io stesso da vicino quella curiosa côterie di Charlottenburg, da Marx e da voi così singolarmente persiflée. Mi si presentava allo spirito, più che tutti gli altri, un professore di estetica, originalissimo e genialissimo uomo, che deduceva i romanzi di Balzac, costruiva la cupola di S. Pietro e disponeva in serie genetica gl’istrumenti musicali […].

  Cesare Lombroso, La epilessia di Napoleone, «Rivista d’Italia», Roma, Anno I, Fascicolo III, 15 Marzo 1898, pp. 466-485.
  p. 481. Zola pure, nel Roman naturaliste, ci dà questa nota sull’ispirazione di Balzac: «Egli lavorava sotto l’opera di certi impulsi che sono per noi un mistero; era la vittima di una forza capricciosa: a volte, per tutto l’oro del mondo non avrebbe potuto scrivere una riga o toccare un pennello; a volte, alla sera in mezzo alla strada, e al mattino durante un’orgia, un carbone ardente tocca la sua testa, le sue mani, la sua lingua; una parola ad un tratto gli risveglia delle idee, che nascono, fermentano. Ecco l’artista umile strumento d’una volontà dispotica».

  Gian Pietro Lucini, I Monologhi di Pierrot, Milano, Tipografia degli Esercenti, 1898.
  Pierrots, i fuggitivi delle proscrizioni di Dicembre, li illuminati di Febbraio; nei quali Barbaroux, Clooz, e Restif hanno lasciato il lievito, per cui Fornier (sic) e Saint-Simon hanno dato la scienza e la religione: e sono i salvati del Père Lachaise e di Cajenna, che bevono, dopo il magro pranzo di salame e di cipolle, il vino violetto affaturato; sognano ancora, discorrono ancora di Filosofia e d’Arte. Sono pallidi ed hanno viaggiato l’Inghilterra, seguendo Sterne e Carlyle, vittime della morta Bohême, vittime universitarie di Fallaux (sic), giovani affamati di poesia e d’a venire, che al banchetto gargantuesco di Balzac, di Delacroix e di Géricault raccolgono le bricciole; e tra i Goncourt, Barbey d’Aurevilly e Zola, non sanno ancora la via della loro originalità, mentre attendono l’avvenimento che li riveli a loro stessi, in quelle manifestazioni che non avranno mai forma letteraria, tanto più nobili, in quanto più sincere daranno l’intimo svolgersi del loro genio.

  Egidio Miraglia, La condanna dell’Arte moderna, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXII, N. 32, 6 Agosto 1898, pp. 252-253.
  [Su Tolstoi, Qu’est-ce que l’Art moderne ?].
  p. 252. Terzo: ell’è [la Moderna Arte] giovane. Nata in Francia con Balzac, non conta che novantanove anni. Già molto ha fatto, perché ella, un’arte che pensa il vero, uniformandosi al pensiero travagliato dei tempi, al movimento scientifico che non è basato sulle fantasmagorie, perché ella non possa riconoscersi solida e futura conquistatrice del nuovo secolo. Lasciamola progredire, ed essa pure riescirà a formarsi un vero stile, affermando le sue idee.

  Diego de Miranda, Tra piume e strascichi. L’urbs, «Il Don Chisciotte di Roma», Roma, Anno VI, N. 39, 9 Febbraio 1898, pp. 1-2.
  p. 2. Donde viene, il fascino che Parigi esercita sul mondo? Forse non è effetto che di coltura, di coltura assai arretrata: tutti quanti abbiamo ancora troppo Victor Hugo, troppo Balzac, troppo Daudet, troppo Zola dentro per non sentirci ancora intimamente legati, come a una grande madre ideale, a quella città donde ci sono venuti tanti libri e tante rivoluzioni, i libri e le rivoluzioni che ci hanno rifatti.


  Monos, Uomini e Cose, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XII, N. 243, 5 Settembre 1898, p. 1.

 

  Il grande precursore della letteratura francese moderna, Onorato De Balzac, disse: «In ogni italiano c’è un frate, un accattone, un brigante ed un mezzano». Ciò, si capisce, si riferiva all’Italia di allora. Ora io sarei lieto di evocare il suo spirito, perché giudicasse la sua Francia diletta di oggi.


  Saverio di Montépin, Il Mistero di Pontarme, «Il Piccolo», Trieste, Anno XVII, N. 6053, 5 Agosto 1898, p. 1.

  Malgrado tutto, percepiva quel sinistro squillo di campana di cui parla Balzac e che è l'annunzio di una sventura inevita­bile e prossima.


  Enrico Nencioni, L’umorismo e gli umoristi, in Saggi critici di letteratura italiana, Firenze, Successori Le Monnier, 1898, pp. 175-202.
  Cfr. 1884.
  La musica nella letteratura, pp. 241-268.
  Cfr. 1885.
  Niccolò Tommaseo, pp. 323-336.
  Cfr. 1882.

  Alfredo Niceforo, Criminali e degenerati dell’Inferno dantesco, Torino, Fratelli Bocca Editori Librai di S. M. il Re d’Italia, 1898.
  p. 27. E la tavolozza del pittore non è davvero un trattato di psicopatologia!
  Ed eran forse allievi di Cesare Lombroso il Balzac, che seppe anatomizzare l’anima umana, il Daudet, che dipinse in Yack i mattoidi criminali, e il Dostojewski che nella Casa dei Morti ci espone, attraverso lo scintillio delle forme, un vero trattato di psicologia criminale? […].
  p. 32. Nelle associazioni di uomini le idee filtrano dall’uno all’altro dei componenti, come per una rigorosa legge di osmosi psichica; per questo il Balzac diceva, nei suoi Impiegati, che «le idee, in una casa, sono contagiose»; dai cervelli dei più energici esse passano ai cervelli dei più deboli, con transizione incosciente.

  Paolo Orano, Modernità d’arte, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XX, N. 41, 9 Ottobre 1898, pp. 1-2.
  L’arte moderna è sorta sotto l’influenza dello spirito detto realista o verista o naturalista. Imbevuto da questo spirito essa ha concepito il suo ideale come la riproduzione di ciò che è nella vita.
  Dopo i prodigiosi esempi dello Shakespeare, dopo il Goethe, che trae della sua stessa vita I dolori del giovane Werther, dopo il Molière, il Goldoni, dopo i romanzieri delle prime scuole francesi circa l’epoca della Rivoluzione, sorge quell’immensurabile genio che durante tutta la vita lavora a ritrarre tutta la società in cui vive, Honoré de Balzac. Dopo di lui l’arte si fa definitivamente la rivelatrice della vita; anzi la modernità vera si potrebbe definire, letterariamente, la tendenza caratteristica di fare dell’arte il documento scritto e preciso della vita com’è. Honoré de Balzac ebbe i suoi predecessori; e chi non vede nell’autore della Religieuse e di Jacques le fataliste un apostolo del nuovo verbo letterario? […].
  Vivendo di tale vita, l’arte, ad un certo momento, non si è accorta d’essersi fatta scienza, ossia investigazione analitica di quello che è nel mondo dello spirito e della società il contenuto fondamentale. È a questo punto che compaiono sull’orizzonte della produzione letteraria il romanzo ed il volume di lirica; i documenti umani per eccellenza. Ma tali documenti umani hanno la loro caratteristica di modernità nell’assumere per argomenti loro i fenomeni non comuni della vita psichica e sociale: prima i temperamenti appassionati, poi i morbosi, poi gli eccezionali, come i violenti, i maniaci, e poi gli esseri non ispiegabili secondo il comune modo di capire, i grandi anormali. Così saltan fuori dopo il Werther, Balthazar Claës, Jean Valejan (sic), Madame Bovary. […].
  Tutta l’arte francese, da sessant’anni in qua, l’arte moderna francese che si inizia con Honoré de Balzac, sembra che accolga negli annali dei medici, nella cronaca della realtà triste e dolorosa i suoi argomenti. […].
  Così è accaduto che la Recherche de l’Absolu, i Racconti incredibili, Quasimode, Madame Bovary, Le Disciple, arricchissero non solo la cultura generale, ma anche il materiale scientifico degli psicologi e dei sociologi.

  Silvio Pagni, Antonio Fogazzaro, «Rivista politica e letteraria», Roma, Stabilimento tipografico della Tribuna, Anno Secondo, Volume V, Fascicolo II, 1° Novembre 1898, pp. 62-86.
  pp. 72-73. Quest’uomo [Daniele Cortis], questo cattolico, di fronte all’amore ardente di una donna, che non è sua e che non lo può essere, non lotta, non resiste, ma vi si tuffa intero, lo alimenta lentamente, nell’ora in cui quell’anima straziata avrebbe logicamente chiesto all’acre voluttà della colpa l’oblìo delle sue sventure, il seduttore diventa moralista, il seduttore diventa il teologo predicatore dei doveri coniugali! È assurdo. A questo proposito, per giustificare la propria ammirazione, vi fu chi ricordò il motto di Honoré de Balzac: «Il n’y a rien de plus touchant et de plus puissant, pour faire chanceler le cœur d’une femme, que le spectacle des efforts que fait un homme pour la respecter» [citazione tratta da Le Vicaire des Ardennes] . E la citazione andrebbe a cappello, se Daniele Cortis – da vero uomo che ama – assistendo alle brutalità di cui era vittima Elena, non vi si fosse rassegnato, e avesse almeno tentato di strappare la donna adorata da tante vessazioni. […].
  Si volle un tempo trovare una grande analogia tra questo Daniele Cortis e Le his (sic; lege: lys) dans la vallée del Balzac: l’orditura infatti, ridotta alla maggior possibile semplicità, è la medesima: tanto nel romanzo del Balzac, quanto in quello del Fogazzaro uno scapolo ama una donna maritata, e l’ama senza molto costrutto; ma questo è troppo poco per mettere i due lavori l’uno di fronte all’altro; Felix (sic) non ha niente di comune con Daniele, come Elena nulla ha a che fare con madame de Montsauf (sic; lege: Mortsauf). […].
  p. 84. Si è voluto troppo spesso trovare eccessivi punti di contatto tra Fogazzaro e il Manzoni, tra quello e i romanzieri tedeschi. Fogazzaro è ingegno assolutamente originale e che ripugna per istinto da ogni imitazione: per tendenze, per tradizione, per educazione domestica, egli ha comune col Manzoni l’ispirazione religiosa, ma la naturale indole dell’anima sua lo avvicina molto più ai romanzieri tedeschi che ai francesi e agli inglesi; cosicchè nell’opera sua troveremo forse incoscienti, lontane reminiscenze del Richter, dell’Hauberbac (sic), dell’Hoffmann, dell’Heine, mai o quasi mai del Balzac, del Thackeray, del Flaubert.

  Enrico Panzacchi, Gabriele D’Annunzio. II. A proposito del “Piacere”, in Morti e viventi, Catania, Cav. Niccolò Giannotta, Editore, 1898 («Semprevivi. Biblioteca Popolare Contemporanea»), pp. 33-47.
  p. 40. I nuovi uomini, i nuovi tipi, nati dall’arte, dovevano alla loro volta rientrare nell’arte: e questa fu la novissima opera letteraria, specialmente per mezzo del romanzo. Già in alcuni personaggi balzachiani (il visconte di Rastignac, per esempio) senti e vedi degli atteggiamenti e dei propositi mutuati ai personaggi dei poemi di Byron.
  Simbolisti, pp. 88-99.
  pp. 94-95. Ed eccoci alla faccenda dei nomi proprii. Se ogni lettera e parola ha un suo proprio significato, diremo così, grafico-fantastico, perché anche il nome proprio d’ogni persona non dovrà avere la sua fisionomia e il suo colore? – Numina, nomina, ha detto e ha preteso anche di provare il Max Müller. – Sappiamo intanto che Balzac molto fantasticava sui nomi dei suoi personaggi; e si assicura che Gustavo Flaubert sudavit et alsit per trovare il doppio nome proprio che diede il titolo del suo ultimo romanzo.

  Rufo Paraluppi, Arnaldo Fusinato nello studio biografico-critico di Cesare Cimegotto, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXII, N. 50, 10 Dicembre 1898, pp. 393-394.
  p. 394. Il romanticismo, al tempo del Fusinato, già aveva perduto il suo potente profumo, già si dimenava nelle pastoie erotiche dell’impossibile, del mostruoso, del malato, di già degeneratamente mandava gli ultimi suoi aneliti, poco promettenti di riscossa, di risurrezione, di vita novella futura: l’Italia era inondata di pessime traduzioni dell’Hugo, di Soulié, di Balzac, di Dumas, di Sue e della Sand; innumerevoli erano gli imitatori che si gettavano nel brago delle turpitudini per descrivere e cantar delitti mostruosamente e stentatamente accozzati ed immaginati nelle loro debolissime menti ammalate, tutti gemevano, tutti si lamentavano ed imprecavano, un vero ospedale di isterici, di epilettici e di nevrastenici.

  Prof. Jean Peroni, Tableau synoptique de la littérature française, Pescia, Typographie Égiste Cipriani, 1898.
  p. 82. Honoré Balzac (1799-1850).
  Comédie humaine, divisée en six séries de la vie et deux séries d’études.
  1.°Scènes de la vie privée (livre qui se compose de vingt-sept ouvrages dont les principaux sont: Une fille d’Ève, Mme Firmiani, Le Colonel Chabert, La Grenadière, la Femme de trente ans);
  2.° Scènes de la vie de province (comprenant: Un grand homme de province à Paris, la Vieille fille, Le Cabinet des antiques, Le Lys dans la vallée, Pierrette etc.);
  3.° Scènes de la vie Parisienne (comprenant: Grandeurs (sic) et Décadence de César Bitotteau, La Dernière Incarnation de Vautrin, Splendeurs et misères des courtisanes, Le Cousin Pons, la Cousine Bette, la Maison Nucingen);
  4.° Scènes de la vie politique (comprenant: Une ténébreuse affaire, Le Député d’Arcés [sic]);
  5.° Scènes de la vie militaire (comprenant: Les Chouans etc.);
  6.° Scènes de la vie de campagne (comprenant: Le Médecin de campagne, Les Paysans, Le Curé de village etc.) ;
  7.° Études philosophiques (comprenant : La Recherche de l’absolu, Louis Lambert, Séraphita, Maître Cornélius, La Peau de chagrin);
  8.° Études analytiques (comprenant : La Physiologie du mariage, Les petites misères de la vie conjugale etc.).

  Vittorio Pica, F. Fabre, «Rivista d’Italia», Roma, Anno I, Vol. I, Fasc. 3, 15 marzo 1898, pp. 550-555.
  p. 551. Cfr. 1890.


  Vittorio Pica, Medaglioni letterari. Théophile Gautier, «Natura ed Arte. Rivista illustrata quindicinale italiana e straniera», Milano, Anno VII, N. 10, 15 Aprile 1898, pp. 824-827.

 

  p. 826. Debbo aggiungere che l’Accademia francese si è rifiutata di accogliere nel suo seno Gautier, benché costui ne avesse più volte mostrato il desiderio? Ma non ha essa forse chiuse le sue porte a Balzac, a Stendhal, a Flaubert, a Baudelaire, a Barbey d’Aurevillv, ai Goncourt? E vi è ancora qualcuno di così ingenuo da credere che essa abbia davvero la possanza di conferire e di rifiutare l’immortalità letteraria?


  Ferruccio Pinotti, Honoré de Balzac. 1799-1850, in La Letteratura francese moderna. Poesia – Romanzo – Filosofia e Critica letteraria – Bibliografia, Roma, Società editrice Dante Alighieri, 1898, pp. 91-98.
  Nacque a Tours e passò sette anni in collegio a Vendôme, ove dimostrò intelligenza pigra e mediocre, ma un grande amore per la lettura. Nel 1814 andò a Parigi a compire gli studi; indi fu messo presso un notaio. Siccome voleva tentare la carriera delle lettere, alle quali si sentiva fortemente inclinato, i genitori che avevano di lui poca fiducia, gli accordarono un anno di prova, lasciandolo libero e con una pensione appena sufficiente per vivere. Tentò dapprima il teatro scrivendo una tragedia in cinque atti, Cromwel (sic), che parenti e amici trovarono meschina; indi si diede al romanzo. Per crearsi una posizione indipendente, si fece stampatore e fonditore di caratteri; ma l’impresa fu disastrosa, e a ventinove anni si trovò sul lastrico, abbandonato dalla famiglia e da tutti, carico di debiti, senz’altro mezzo per pagarli e per vivere che il lavoro della penna. Cominciò da quel momento la lotta prodigiosa che il Balzac sostenne fino alla morte, lavorando giorno e notte, sorretto dalla fede nell’avvenire e da una forza di volontà quasi sovrumana. «On parle – scriveva a Evelina de Hanska(1) – des victimes dues à la guerre, aux épidémies, mais qui est-ce qui songe aux champs de bataille des arts, des sciences et des lettres, et à ce que les efforts violents, faits pour réussir, y entassent de morts et de mourants ?».
  Egli non è caduto grazie alla robustezza del suo organismo, e perché gli sorrise e l’incoraggiò fino all’ultimo la speranza di poter trionfare della sua miseria e della ingiustizia de’ suoi avversari. Ma la condizione agiata che agognava non la raggiunse mai: sempre e invano si dibattè fra le grinfe degli usurai, sognando il momento in cui si sarebbe liberato de’ suoi debiti; e la fama, la vera fama dovuta al suo grande ingegno e all’importanza della sua opera colossale, l’ebbe dopo la tomba. Vivo, venne letto per tutta Europa, e negli ultimi anni divenne il romanziere alla moda, al punto che si ammobiliavano gli appartamenti secondo le descrizioni de’ suoi romanzi, e che molte signore imitavano le maniere delle sue eroine; ma la critica – la grande distributrice degli onori – non gli fu punto benevole. Non garbò troppo al Sainte-Beuve, il grande dittatore, il quale non seppe perdonare – dicono – d’aver rifatto con Le Lys dans la vallée il suo romanzo Volupté(2); avversari gli furono gli altri critici predicanti in nome della tradizione e della moralità; ostili buona parte de’ giornalisti, forse perché da lui malmenati nelle Illusions perdues.
  Ma egli tirò dritto per la sua via, senza sgomentarsi. Un giorno si saprà – scriveva alla Signora De Hanska «que j’ai construit mon œuvre au milieu des cris de haine, des mousqueteries littéraires, et que j’y allais d’une main ferme et imperturbable. Ma vengeance est d’écrire dans les Débats les Petits bourgeois ; c’est de faire dire à mes ennemis avec rage : au moment où l’on peut croire qu’il a vidé son sac, il lance un chef-d’œuvre».
  Questa parola capo d’opera – osserva il Taine(3) – s’incontra ogni qual volta nella conversazione o nelle lettere parla de’ suoi romanzi(4). Ma, aggiunge «cette jactance n’est que maladroite … Ce n’était point insolence, mais abandon».
  Del resto bisogna convenire che solo una grande ambizione e la coscienza del proprio valore potevano dare al Balzac l’energia necessaria per resistere a così grande lavoro e in mezzo a tante contrarietà.
  Si presentò due volte candidato all’Accademia, ma invano. Saputo che il più forte ostacolo per essere accettato era la sua povertà, scrisse al Nodier: «Se non posso giungere all’Accademia in causa della più onorevole delle povertà, non mi presenterò giammai quando la prosperità mi accorderà i suoi favori».
  La prosperità! Sempre dinanzi agli occhi, come un dolce e ognora fuggente miraggio, questa terra promessa, in cui sognava riposarsi un giorno vittorioso e contento! A leggere le lettere ch’egli scriveva a sua sorella si rimane commossi: sono gemiti angosciosi di uomo condannato senza compensi a un immane lavoro, tenere confidenze, preghiere d’affetto, esplosione di gioia di giovine scrittore cui sorride una speranza.
  La Comédie humaine. Con la Commedia umana il Balzac volle dipingere la società del suo tempo e, ritraendone tutti i tipi, far concorrenza, come egli stesso diceva, allo stato civile.
  «Questa pretesa scienza fu però nel fatto – osserva il Sainte-Beuve – una specie d’intuizione fisiologica». Ma intuizione fisiologica e psicologica formidabile, di quelle che sanno scoprire con un solo sguardo migliaia di cose, e penetrare fino in fondo al cuore dell’uomo.
  Della natura umana egli dipinge per solito il lato triste e brutto. «Gli esseri volgari – diceva egli stesso alla Sand – mi interessano. Io li ingrandisco idealizzandone le brutture e la bestialità». Nella società quale egli la descrive non vedi infatti che un cozzare continuo di passioni e d’istinti brutali spinti alla follia. L’uomo non agisce che per interesse e cupidigia, colle braccia protese per afferrare la ricchezza, mezzo supremo onde raggiungere la felicità. Gli eroi che il romanziere sembra prediligere sono delinquenti astuti, di genio, che hanno la loro filosofia(5), ai quali dà proporzioni michelangiolesche, presta l’energia del suo temperamento, facendo l’apoteosi della forza morale comunque si dimostri. Il Balzac è maestro nel descrivere gli affari loschi, i vergognosi retroscena politici, le magagne dell’aristocrazia, le sfacciate ingegnosità dell’adulterio; è impareggiabile nel dipingere il mondo degli intriganti, degli scrocconi, dei ladri alti e bassi, dei libertini, delle cortigiane, degli assetati di danaro e di godimenti materiali. E vi dimostra una potenza d’invenzione e d’intuizione e un senso della realtà che sono straordinari.
  I personaggi della Commedia umana sentono e agiscono quasi tutti come tanti incoscienti: buoni o cattivi, essi sembrano comportarsi così perché tale è la loro natura, il loro mestiere, e non saprebbero fare altrimenti. Vedete Eugenia Grandet – una delle migliori figure che il Balzac ha creato – : è una buona e ingenua fanciulla che si sottomette e si sacrifica senza un moto d’impazienza o un pensiero di ribellione, dolcemente rassegnata, perché … perché ella è fatta così. E la baronessa Hulot(6)? Dove trovare una figura più mite e virtuosa di sposa? Ma quel suo incrollabile ottimismo, quella cieca e irragionevole fiducia in suo marito, fiducia che la sostiene sempre e le dà la forza della rassegnazione contro la sventura, non ha forse qualcosa dell’allucinazione di una santa o dell’ostinazione di una demente? E suo marito, il barone Hulot, è forse un uomo, o non è invece un temperamento! Egli rappresenta il libertinaggio in quanto ha di più stupido, di più bestialmente fatale. Per soddisfare al vizio, ruina la propria famiglia, disonora il proprio nome, fa morire di dolore il fratello. Ma egli cammina senza rimorsi, incapace di correggersi. Allorchè la passione divenuta satiriasi di vecchio impotente, va alla caccia di giovinette, e quando, ricondotto a casa, lo si crede guarito, fugge di notte, di soppiatto, dalla stanza nunziale, e lo trovano brancicante sul letto della serva. Nel romanzo Eugénie Grandet la cecità e la fatalità della passione è dipinta in modo magistrale. Grandet è più vero, più completo, più umano di Harpagon del Molière. Qui l’avarizia è cupidità incosciente, monomania di uomo che al danaro tutto sacrifica e non vede che oro; e per accumularlo adopera tutta l’energia, l’astuzia inconsciamente feroce, la tenacia di chi è animato da un’unica, invincibile passione; e avutolo, lo accarezza con lo sguardo, lo conta, lo palpa ogni giorno, e guata d’intorno per timore che glielo rubino; e, colpito da paralisi, ridotto impotente, sta cogli occhi fissi verso la porta del gabinetto che racchiude il suo tesoro; e, quando il prete gli dà l’estrema unzione, dinanzi al lucicchio della croce, dei candelabri e dell’acquasantino d’argento manda dagli occhi che parevano spenti un lampo di cupida gioia.
  Harpagon ruba l’avena dei propri cavalli, Grandet ruba a sua figlia l’eredità della madre; Harpagon ci fa ridere, Grandet ci lascia pensosi e commossi. Quando Eugenia firma lo scritto in cui rinuncia alla dote che le spetta, il vecchio avaro impallidisce, sembra commoversi ed esclama: «Va, mon enfant, tu donnes la vie à ton père. Voilà comme doivent se faire les affaires. Tu es une fille qui aime bien son père». «Questa trivialità, – dice il Taine – questa benedizione gettata là come un compenso, queste grida nervose, come strozzate, dell’avaro che soffoca ogni sentimento di padre, sono orribili. A tale altezza la passione raggiunge la poesia. Corneille scriveva la generosa epopea dell’eroismo, Balzac scrive la trionfante epopea della passione».
  Non è vero – come scrisse taluno – che le donne del Balzac sieno in massima parte disoneste(7), ma è un fatto però che anche le più virtuose hanno qualche tratto, qualche parola che stuona. Quando si tratta d’idealizzare, di cogliere il bello delicato, la potente mano del Balzac è un po’ troppo pesante.
  Alla pittura dell’ambiente, al così detto color locale egli diede la massima importanza; le vie, le case, la mobilia, la tappezzeria avevano per lui uno speciale significato(8). Girava giornate intere per Parigi, andava a frugare in tutti i magazzini di anticaglie; se poneva l’azione di qualche romanzo in una città che non conoscesse, andava a vederla e studiarla.
  La Commedia umana non ha l’unità e l’architettura d’un lavoro unico e compiuto; l’idea di unire i suoi romanzi per farne un’opera sola gli venne quando già molti eran già stati pubblicati. Ma se la relazione è più apparente che reale, più di figure che d’idee, ciò rende forse meglio la vita umana nella molteplicità de’ suoi aspetti e nell’incoerenza de’ suoi atti(9).
  Il Balzac va annoverato fra i più grandi artisti letterari e fra i fondatori dell’arte moderna.
  Il Taine lo compara a Shakespeare; Zola chiama la Commedia umana una torre di Babele, e pensa che «même dans un avenir lointain, si quelque vent terrible, en emportant notre civilisation, jetait par terre la carcasse de l’édifice, les décombres feraient sur le sol une telle montagne, qu’aucun peuple ne pourrait passer devant cet amas sans dire : Là dorment les ruines d’un monde»(10).
  (1) Signora russa che sposò per pochi anni prima di morire.
  (2) Seppe però apprezzarlo e rendergli giustizia più di quanto sembri allo Zola.
  (3) Nouveaux Essais de Critique et d’Histoire.
  (4) In una lettera alla De Kanska (sic) il Balzac scriveva : «Quatre hommes auront eu en ce demi-siècle une influence immense, Napoléon, Cuvier, O’Connel (sic); je voudrais être le quatrième. Le premier a vécu du sang de l’Europe, il s’est inoculé des armées; le second a épousé le globe; le troisième s’est incarné un peuple; moi j’aurai porté une société tout entière dans ma tête».
  (5) Vautrin per esempio – personaggio importante della Commedia umana, tipo curioso di delinquente nato, ha queste massime: «Savez-vous comment on fait son chemin dans le monde? Par l’éclat du génie ou par l’adresse de la corruption. Il faut entrer dans cette masse d’hommes comme un boulet de canon, ou s’y glisser comme une peste. L’honnêteté ne sert à rien … Cela n’est pas plus beau que la cuisine, ça pue tout autant, et il faut se salir les mains, si l’on veut fricoter».
  (6) Nella Cousine Bette, Josepha risponde a Hulot che esclama  quale perversità: «C’est mon état d’être perverse».
  (7) Egli stesso ha voluto fare una specie di statistica per provare il contrario.
  (8) «I mobili ch’egli descrive hanno qualche cosa di animato, le tappezzerie fremono. Descrive troppo, ma il raggio va per solito a cadere là dove occorre».
  (9) «C’est en fondant une œuvre littéraire sur cette loi scientifique de l’unité de composition, perpétuelle et primordiale loi de la nature créante, que Balzac inaugure le véritable Art Moderne foncier, dont l’essence est de se reprendre, par la science, à l’originelle nature et de procéder comme elle».
  Charles Morice : La littérature de tout à l’heure.
  (10) Les romanciers naturalistes.

  Joseph Poerio, Dix-neuvième siècle. I. Les Prosateurs français depuis le Consulat jusqu’à nos jours (1800-1850). Balzac, 1799-1850, in La France littéraire. Morceaux choisis des principaux écrivains français depuis Malherbe et Pascal jusqu’à nos jours avec introduction, notices biographiques et notes explicatives par Joseph Poerio. Dix-neuvième édition, Naples, Charles Preisig, Libraire Éditeur (Typographie de A. Trani), 1898, p. 368.
  Cfr. 1878.
  Nell’edizione del 1878, l’A. concludeva con l’affermazione: «M. Champfleury est son principal disciple», qui sostituita dalla seguente dichiarazione: «Le plus célèbre de ses disciples est Charles de Bernard, l’auteur de Gerfaut, du Noeud gordien et de la Femme de quarante ans».

  Federico de Roberto, Lo scandalo, in Gli Amori, Milano, Casa Editrice Galli, 1898, pp. 177-184.
  p. 179. Egli vuol rappresentare un pezzetto di vita, prendere tre o quattro creature umane e inchiodarvele lì, vive, palpitanti ed immortali! Con le parole, con segni immateriali, egli vuol darvi l’illusione della vita; perché la vita passa e l’arte resta; perché senza Dante, senza Shakespeare e senza Balzac noi non sapremmo che cosa furono e che cosa sono gli uomini!

  Francesco de Sanctis, Lezione III. Tommaso Grossi (Continuazione), in La Letteratura italiana nel secolo XIX. Scuola liberale, scuola democratica. Lezioni raccolte da Francesco Torraca e pubblicate con prefazione e note da Benedetto Croce, Napoli, Ditta A. Morano e Figlio, 1898, pp. 27-40.
  [Sulla novella: Ulrico e Lidia].
  p. 36. Inventa una madre, la madre di Lidia. Quando costei fugge coll’amante, la madre esce pazza, e quando torna ferita, non la riconosce. A poco a poco però la pazzia cessa. […]
  Il delirio è una idea fissa che empie il cervello. Come mai un pazzo può riprendere la ragione? Oggi che la fisiologia è tanto progredita, facilmente si può rispondere; Balzac metterebbe qui in modo prosaico tutt’i particolari. Ma anche colla sola psicologia si può spiegare il fenomeno.

Lezione X. La letteratura a Napoli (Continuazione), pp. 134-145.
  p. 140. Il dramma epico del De Virgilii è la Commedia del secolo. Dante aveva fatto la Divina Commedia, Balzac ad una collezione di romanzi aveva dato il titolo di Comédie humaine, il De Virgilii fa la commedia del secolo. Credete che sia uno specchio storico del secolo decimonono? Niente di questo.

  Francesco de Sanctis, Scritti inediti o rari di Francesco De Sanctis raccolti e pubblicati da Benedetto Croce. Volume I, Napoli, Ditta A. Morano & Figlio, 1898.
  Parte II. Articoli politici e letterarii – Lezioni sulla poesia cavalleresca (1855-1859). IV. La poesia cavalleresca. Pulci, Boiardo, Ariosto – Appunti di lezioni.
  p. 278. Il Pulci ha una mezza potenza, per lui l’oggetto rimane puro oggetto. Se fosse grande osservatore, conserverebbe qualche cosa d’interessante di sotto di questa aridità, come Balzac. Ma non è osservatore profondo ed originale, tanto da uscir da luoghi comuni.

  Robert Sand, Artisti contemporanei: Augusto Rodin, «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte, letteratura, scienze e varietà», Bergamo, Istituto d’Arti grafiche Editore, Vol. VIII, N. 44, Agosto 1898, pp. 82-86.
  p. 82. Dacchè, a Parigi, si è aperto il Salon, il nome del grande scultore Rodin è andato frammisto a tutte le polemiche. Tra l’altre cose, egli esponeva il gesso della statua di Onorato di Balzac, commessagli, e già pagata, dalla Société des gens de lettres e che si doveva erigere sulla piazza del Palazzo Reale.
  Ora, alcuni giorni dopo l’apertura, il Comitato di detta Società votò un ordine del giorno – protestando contro l’abbozzo esposto dal signor Rodin e rifiutandosi di riconoscere, in esso, la statua del Balzac.
  A un tal voto, il signor Rodin rispose:
  – Ho fatto Balzac come l’ho compreso, come l’ho sentito. Mi ha costato cinque anni di studio, di ricerche, di lavoro. Non mi sono ingannato. Ciò che ho fatto è appunto ciò che volevo fare. Non è un abbozzo; è un’opera finita, che io non modificherò in nulla.
  Una riunione di artisti e di letterati ebbe luogo presso il maestro; una sottoscrizione aperta per l’acquisto della statua produsse in pochi giorni una ventina di migliaia di franchi; un ricco amatore, il signor Pellerin, offerse a Rodin di comprarla egli stesso; quando, per tagliar corto con tutte quelle polemiche, l’artista decise di serbare il Balzac per sé, nel proprio studio.
  Ed ecco, in succinto, la storia dell’incidente che fece versare tanti fiumi d’inchiostro alle redazioni dei giornali.

***
  Confesso che non è senza viva trepidanza che io m’accingo, di fronte ai lettori italiani, a uno studio della statua del Balzac condotta dal Rodin. […].
  pp. 84-86. Considerate bene la sua statua. Essa rappresenta il Balzac, ravvolto nella lunga sua veste da camera, ch’egli s’incrocia sul corpo, tenendola ferma delle due mani, nascoste sotto la stoffa; le maniche vuote ricascano lungo le anche; tutto l’interesse sta nella espressione della testa. Di prima vista, essa sembra modellata a grandi colpi del pollice; ma esaminatela a lungo e vedrete come, al contrario, essa riveli uno studio minuzioso, un lavoro lento, ostinato, più volte rifatto. Gli occhi profondi sotto le enormi sopracciglia sembrano pieni di vita e di entusiasmo e, nella forte ossatura delle mascelle e del naso, c’è un movimento superbo, quasi di sfida.
  Che questa statua somigli, o meno, al Balzac di tutti i giorni, a colui che, al pari di ogni altro, compieva gli stessi piccoli atti della vita quotidiana: cosa può premere? […].
  Quel che è certo si è che il Balzac del signor Rodin è, assolutamente, l’ammirabile scrittore che compose la Commedia umana; colui che arricchì la nostra letteratura moderna della sola opera che sia comparabile a quella dello Shakespeare, per la potenza dell’ispirazione, l’estensione degli orizzonti e il largo tributo d’umanesimo, ch’essa racchiude. […].
  Forse il Comitato della Société des gens de lettres, che ha l’intenzione di affidare la statua del Balzac a un nuovo scultore, non farebbe male se si recasse in quella sala a meditare sulla differenza che corre tra le opere del genio e quelle di un talento semplicemente rimarchevole.
  Parigi, 20 giugno 1898.

  Carlo Segré, Un tramonto, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XX, N. 36, 4 Settembre 1898, p. 1.
  [Su: Paul Bourget, La Duchesse Bleue].
  L’ambiente in un romanzo non può essere colto che nel riflesso, che ha sulla storia intima dei vari attori. Io non saprei citare un esempio più splendido di romanzo d’ambiente che La Muse du Département del Balzac. Noi vediamo quella città di provincia, con i suoi usi, i suoi pregiudizi, i suoi mali e le sue virtù, indipendentemente, fuori, direi, dalle vicende dei sentimenti e dei casi raccontateci dal grande romanziere; ma, a ben guardare, è dentro di esse che noi togliamo gli elementi di tale visione, è dalle anime dei personaggi che escon le singole parti di quella ricostruzione obiettiva.

  Matilde Serao, Storia di una monaca, Catania, Cav. Niccolò Giannotta, Editore, 1898 («Semprevivi. Biblioteca Popolare Contemporanea»).
  p. 111. Tecla era venuta anche lei con una giacchetta di lana nera foderata di astrakan, tutta alamari e cordoni, con un berretto di astrakan; aveva comperato un romanzo di Balzac, l’Alberto Savarus.

  Matilde Serao, L’Italia di Stendhal. Conferenza di Matilde Serao, in AA.VV., La Vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831). III. Lettere, Scienze e Arti, Firenze, R. Bemporad & Figlio, 1898, pp. 73-99.
  p. 81. Egli [Stendhal] segna come un giorno glorioso, forse, un sol giorno, in cui, in società, indossando un bel vestito, possedendo del denaro in tasca, avendo ben pranzato, egli ha potuto esser brillante in conversazione, dicendo, almeno una parte, delle idee che tumultuavano in lui, in una forma comprensibile ed elegante! Il grande Stendhal, quest’uomo di genio, come lo chiama Onorato di Balzac, costretto dalla società in cui viveva, a mendicare la rarità di un successo di salone! […].
  pp. 91-92. Il genio di Stendhal ha riassunto, nelle quattrocento pagine di questo romanzo [La Chartreuse de Parme], tutta l’Italia dal 1815 al 1830, in una narrazione così evidente, così efficace, così colorita e salda che il titolo di romanzo è troppo modesto, per tale sintesi profonda e sagace, per tale potenzialità di espressione. Onorato de Balzac dice che, nel duca di Parma, gli è sembrato di vedere riapparire Il Principe di Niccolò Machiavelli: ma se tale giudizio può parere troppo esagerato, certo è che Ranuccio Ernesto quarto, è il simbolo di quel che furono i signori degli Stati Italiani di allora, un simbolo senza velo, tanto la virtù e i vizii di quei padroni del nostro paese, vi sono chiari e palesi.

  Scipio Sighele, L’Eva moderna, in La Donna nova. Disegni di A. Terzi. Incisioni del prof. E. Ballarini, Roma, Enrico Voghera, Editore, 1898 («Piccola collezione “Margherita”»), pp. 161-181.
  pp. 163-164. Dice Balzac – non ricordo più dove – che noi ci troviamo alle volte nella condizione di quel pescatore di cui parla una novella araba, il quale, volendo annegarsi in pieno Oceano, cade in mezzo un ignorato paese sottomarino e vi diventa re.
  Questa ardita similitudine mi sembra applicabile non solo a qualche caso della nostra vita moderna, la quale offre talvolta con terribile e insospettato contrasto la fortuna e la gloria a chi non cercava che la morte e l’oblio, – ma mi sembra altresì applicabile ai più semplici e modesti casi della vita intellettuale.

  Paolo Raf.[faello] Trojano, Obbiettivo e metodo della ricerca, in La storia come scienza sociale; Prolegomeni, Napoli, Luigi Pierro, Editore, 1898, pp. 8-16.
  pp. 14-15. Parimenti, né nel romanzo greco, né nel medievale, né in quelli del secolo passato, se ne togli opere come Manon Lescaut e La Nuova Eloisa, e neppure in Gualtiero Scott noi sappiamo trovare il tipo del romanzo moderno, a cui abbiamo educato il nostro gusto, leggendo e ammirando alcune finissime analisi del Manzoni, del Bourget, del Dostoevskij, ecc., le magistrali rappresentazioni della vita sociale del Zola, del Balzac, ecc., e che solo oramai ha virtù d’incatenare la nostra attenzione, scuotere i nostri sentimenti, soddisfare il nostro spirito, che cerca la sincerità dell’esperienza anche dove ci deve essere la creazione, e che s’è abituato a guardarsi dentro e scrutarsi.

Contenuto dell’arte, pp. 84-195.
  p. 98. Quante altre peccatrici non operano e parlano come Francesca, alle quali l’amore è più forte d’ogni tormento, più profondo della coscienza del peccato, più tenace della vita? Manon Lescaut, la Marnette, la cugina Betta, la monaca di Monza, Nanà: ecco altri tipi sociali, domestici, claustrali, tanto più veri, quanto più ordinarii.

Eccezioni apparenti alla esposta teoria, pp. 105-116.
  pp. 112-113. Le madonne di Raffaello potrebbero essere, nella dolcezza e serenità de’ loro lineamenti, il ritratto della Fornarina; lady Macbeth, Perpetua, Nanà, la cugina Betta, essere positivamente esistite quali ci sono state ritratte dallo Shakespeare, dal Manzoni, dal Zola, dal Balzac; esse perciò non sarebbero meno figure tipiche, e questo importa, qui.

Sentimenti estetici e sentimenti storici, pp. 189-214.
  p. 212. Simpatia per Jago, la cugina Betta, Arpagone? Eppure, queste e simili creature, per dire di tutte ciò che De Sanctis disse di Jago, sono tra le più belle creature del mondo fantastico, forme uscite dal più profondo della vita reale, così piene, concrete, così in tutte le loro parti, in tutte le loro gradazioni finite.


  Paolo Valera, Milano sconosciuta e Milano moderna. Documenti umani illustrati, Milano, Società Editrice Internazionale, 1898.


XII.

Pastelli milanesi, pp. 76-89.

  p. 84. Sainte-Beuve, quando trovava la famosa sgrammaticatura nei romanzi di Balzac, la diceva, non scappava via come il Righetti per lasciar supporre che l’autore di Eugène (sic) Grandet fosse un asino! E come la diceva! Nous adressons ces chicanes de détail à M. de Balzac, parce que nous savons que, malgré toutes les incorrections par nous signalées, il soigne son style. [Cfr. C. A. [Sainte-Beuve], M. de Balzac. «La Recherche de l’absolu», «Revue des Deux Mondes», Troisième série, 1er octobre 1834, pp. 440-458 e, successivamente, in Portraits contemporains].


XIII.

La via del Guast, pp. 90-96.

  p. 90.

  Il faut perdonner (sic) beaucoup à la misère.

Balzac.

[Citazione tratta da Splendeurs et misères des courtisanes].


XVIII.

I bois, pp. 144-154.

  p. 146. I commensali rappresentano, apparentemente, i due estremi: la miseria in abito nero come la classificò Balzac, e la miseria che non ha più rossore. In sostanza, gli uni più poveri degli altri.


  Vice Monos, Uomini e Cose. Definizione d’amore, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XII, N. 3, 3 Gennaio 1898, p. 1.

  Fino a che l’amore indietreggia dinanzi al delitto, ha detto Balzac, sembra a noi ch’esso abbia dei limiti – e l’amore deve essere infinito.



   [1] L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Regionale Universitaria di Catania; Biblioteca Comunale ‘F. de Nobili’ di Catanzaro; Biblioteca Labronica ‘F. D. Guerrazzi’ di Livorno; Biblioteca del Consorzio per la pubblica lettura ‘Sebastiano Satta’ di Nuoro; Biblioteca Civica e Biblioteca dell’Istituto teologico ‘S. Antonio Dottore’ di Padova; Biblioteca Comunale ‘Giuseppe Melli’ di San Pietro Vernotico (BR); Biblioteca Universitaria di Sassari.
   [2] Si vedano, più oltre, le note di Octave Géard sulle disgrazie relative alle bizzarre sorti del ritratto di Balzac.


Marco Stupazzoni

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