sabato 14 settembre 2019


1938

 

 


Traduzioni.

 

 

  Onorato di Balzac, Eugenia Grandet. Traduzione integrale di Alfredo Fabietti, Sesto San Giovanni, A. Barion Casa per Edizioni popolari, 1938, pp. 223.

 

  Cfr. 1932.

 

 

  Balzac, Piccole miserie della vita coniugale, Milano, S. A. Notari Istituto Editoriale Italiano “La Santa”, 1938 («I libri divertenti»), pp. 182.

 

  Cfr. 1928.

 

 

 

Studî e riferimenti critici.

 

 

  Balzac (di) Onorato, in Dizionario Enciclopedico Moderno compilato da Giovanni Bellini, Luigi Bertana, Daniele Ercoli, Aurelio Molinari, Andrea Tacchinardi, con la collaborazione di numerosi competenti per ogni singola materia. Terza edizione interamente riveduta ed aggiornata. Volume primo: A-Cim, Milano, «Edizioni Labor», 1938 [seconda edizione, 1937], p. 453; 1 ill.


  Grandissimo e fecondissimo romanziere francese (1799-1850). Nacque a Tours, da genitori borghesi; intraprese studi legali; ma, ventenne, si dedicò tutto alla letteratura, il che gli procurò continue difficoltà finanziarie ed una vita agitatissima. Esordì con una tragedia (Cromwell), e si volse quindi subito al romanzo di carattere popolare. Il suo primo buon romanzo è Les Chouans, al quale seguirono opere sempre più profonde e felici (Le curé de Tours), saggi di fantasia (La peau de chagrin), i perfetti capolavori (Eugénie Grandet, Le père Goriot). Tutti questi e molti altri romanzi (dal 1829: Les Chouans al 1847: Le cousin Pons) furono nel 1841 raggrupp. dal B. sotto il titolo La comédie humaine, che comprende gli (sic) Études de moeurs (distinti in Scènes de la vie privée, Scènes de la vie de province, Scènes de la vie parisienne) e gli Études philosophiques. Parecchi personaggi ricompaiono in varie opere del B., come Rastignac, il gentiluomo arrivista, e Vautrin, il galeotto evaso. Altri lavori si raggruppano negli Splendori e miserie delle cortigiane; altri nelle Illusioni perdute, ecc. Come prosatore, il B. è celebre per la fantasia calda e inesauribile per la magistrale pittura di tutti gli aspetti della vita (anzi, della «commedia») umana, per l’evocazione drammatica del mondo borghese con le sue corruzioni, le sue miserie, e le sue grandezze. Tentò con scarsa fortuna il teatro; fu amico di V. Hugo, della Sand, di T. Gauthier (sic), apprezzò degnamente l’opera di Stendhal, ebbe amicizie femminili alte e squisite. Amò l’Italia, dove contava ottime relazioni, e vi fu più volte, ma non comprese probabilmente, quale avvenire sorridesse ai moti del Risorgimento italiano. Molte sono le edizioni delle opere del B.; innumerevoli gli studi intorno al grande scrittore.

 

 

  Giochi e passatempi. Tarsia, «Stampa Sera», Torino, Anno 72, Num. 3, 4 Gennaio 1938, p. 4.

 

  Nelle parole proposte, a ciascun numero corrisponde una lettera, da inserirsi nello schema, nella casella distinta col medesimo numero. Si leggerà di seguito «un aforisma di Balzac». [“L’uomo superiore si impadronisce degli avvenimenti per dirigerli”].

 

 

  La duchessa d’Abrantès e Balzac, «La Gazzetta di Puglia. Corriere delle Puglie», Bari, Anno LII, N. 181, 2 luglio 1938, p. 6.

 

  Il caso, scrive Jules Bertaut nel «Temps», ha fatto ricorrere a due settimane di distanza l’anniversario della morte di Talleyrand e della duchessa di Abrantès. Benché vi sia un po’ di distanza, tra il Principe di Benevento e Laura Permon diventata duchessa per il capriccio di un destino straordinario, non si può fare a meno di avvicinare per un momento le due figure che sono vissute sotto lo stesso clima ed hanno appartenuto l’una e l’altra a quell’epoca dell’Impero in cui tante figure si sono avvicendate in modo caotico. […].

  Si sa come dopo essere stata nello splendore ufficiale, dopo essere stata se non fra le Regine almeno fra le Principesse di Parigi, dopo aver regnato in un salone ricercato, si trovò al principe della Restaurazione in piena miseria dorata. La vita della gente della sua classe, il gusto delle spese pazze, questo segno caratteristico di coloro che avvicinavano la Corte Imperiale, la avevano ridotta a quel punto. Come Giuseppina, come i marescialli, i grandi dignitari e le loro spose, la duchessa di Abrantès aveva gettato denaro a piene mani e non le rimaneva nulla. Uscita da un ambiente piccolo borghese, salita nel mondo aristocratico essa doveva finire nella più miserabile delle bohème.

  E’ una storia dolorosa ma sembra che il personaggio principale, come accade qualche volta, sia stato meno infelice di quello che noi giudichiamo a distanza. Per sostenersi in quella lotta destinata a procurarle il pane quotidiano e il lusso, — il lusso ancor più necessario del pane, diceva essa stessa — Laura Permon aveva due ausiliari preziosi: la passione per il lavoro e la sua immaginazione. Decisa a vivere con la sua penna utilizzando i suoi ricordi, si mise — è noto — a scrivere le suo memorie, e fu allora che incontrò il più devoto e più sicuro degli amici nella persona di Balzac.

  In verità, presto l’unione dei due dovette costituire un curioso spettacolo. Tutti due «cercatori di oro» come amavano chiamarsi, in preda alla stessa vita dura e bisognosa, avevano nello stesso bisogno di lusso e di spese, i medesimi gusti e la stessa passione al lavoro, conoscevano le stesse delusioni e le medesime angoscie ... Erano fatti per intendersi. Si potrebbe immaginare quello che doveva estere la conversazione fra quei due immaginosi elaboranti ogni giorno un mezzo nuovo per fare fortuna. Balzac metteva a parte la duchessa del peso dei suoi debiti e dell’enormità del lavoro che esigevano: Madame d’Abrantès replicava con fiducia parlando delle sue memorie «confidando al romanziere le ultime follie di suo figlio, il più amabile spensierato che aveva ereditato dalla madre il difetto del lusso e della vita grandiosa, l’amore delle avventure e lo sprezzo dei creditori; tipo dell’epoca imperiale di cui Balzac dovevo ricordarsi nel modellare una delle sue figure della «Comédie humaine».

  Da quell’unione uno e l’altra trassero, pare, il più gran profitto. Come Madame Berny aveva iniziato Balzac al mondo dell’antico regime e della società realista, così la duchessa d’Abrantès gli rivelò i retroscena dell’epoca imperiali (sic) e gli fornì tutti i particolari su uomini e cose di quel tempo che si ritrovano in ogni pagina dei suoi romanzi. Essa lo consigliava e lo ammirava costituendo quel primo uditorio di cui il romanziere aveva tanto bisogno. «Essa ha pianto, scriveva a Madame Carraud, sentendo il racconto del disastro della Beresina nella vita di Napoleone raccontata da un soldato». Come avrebbe potuto Balzac non adorarla?

  Anch’egli fu per lei di grande aiuto nel piazzamento delle sue famose memorie correndo dagli editori, conchiudendo contratti, battendo alla porta di giornali e di riviste, all’inseguimento continuo di quell’oro sognato da entrambi. «Non concludete nulla le scriveva un giorno precipitosamente: ho trovato, credo del denaro vivente». La definizione è veramente magnifica: vale un tesoro.

  Una simile corsa doveva finire molto male per lei. Coperta di debiti vide i suoi mobili messi all’asta e dovette rifugiarsi in una camera misera e nuda dove doveva morire in un letto di affitto assistita da una domestica che non aveva voluto abbandonarla. «Essa è finita come l’impero» scriveva la sera stessa Balzac alla signora Hanska, la nuova Regina del suo cuore.

 

 

  Spigolando. Balzac e il ladro, «L’Ordine. Settimanale Cattolico Salentino», Lecce, Anno XXIV, N. 34, 15 ottobre 1938, p. 2.

 

  Mentre Balzac giaceva insonne nel letto, rimuginando qualcuno dei suoi racconti, un ladro entrò nella sua camera e tirò pian piano il cassetto della scrivania, per ghermire il denaro che credeva di trovarvi.

  Balzac, che lo aveva sentito, si mise a ridere sgangheratamente; e allora il ladro, più meravigliato che impaurito, gli chiese perché ridesse.

  — Rido, disse tranquillamente lo scrittore, nel vedere un minchione quale tu sei esporsi allegramente alla galera, por andar cercando di notte denaro in un luogo dove io non ne posso mai trovare di giorno.

  Il ladro se la svignò ridendo anch’egli come Balzac.

 

 

  Franco Abbiati, Donne di Chopin e di Mendelssohn, «Corriere della Sera», Milano, Anno 63, N. 67, 19 marzo 1938, p. 3.

 

  La Sand fumava i sigari e aveva il doppio mento — dice Balzac — come un dignitario ecclesiastico. E’ scrittrice, va a letto alle sei di mattino e si alza a mezzogiorno. Sacerdotessa del libero amore, madre, trentadue anni, bazzica golosa fra gli scandali altrui, più tardi fonderà un giornale politico: La cause du Peuple.



  Antonio Aita, Appunti sul romanzo di Antonio Aita. Proemio e versione di Mario Puccini, Roma, Edizioni di Novissima, 1938.

 

  pp. 31-32. Per questo, i grandi romanzieri, gli autentici creatori di caratteri non sono indubbiamente i migliori esponenti del genio nel suo senso astratto e letterale, ma nella loro potente espressione umana; cioè dei creatori di un tipo umano, dei costruttori di un mondo, la cui identità non ci è difficile riconoscere e confermare. Balzac è meno affinato, meno «intellettuale» di Anatole France; la sua cultura appare infinitamente umile se la si vuol paragonare con la ricchezza della sua intelligenza sensibile. Anima semplice, egli adorava le forme e gli aspetti della natura con un vero trasporto mistico, e in più di una pagina – di quelle pagine che hanno l’accento della confidenza — egli ci ha espresso l’emozione che in lui provocava la caduta della sera nei campi, quando la natura si addormenta vaga e dolce nel sonno. Ma mentre l’umanista che sognò sull’Acropoli si allontana ogni giorno di più dalla nostra simpatia, avvolto in un crepuscolo la cui pompa sta svanendo nelle sue stesse ombre, il creatore di Père Goriot si alza sempre più alto nella sua gloria; una gloria che nè le generazioni nè le mode mutate hanno ancora potuto incrinare.

 

  pp. 59-60. In linea generale, tutti i romanzi del secolo XIX e de gli inizi del XX hanno la preoccupazione del tema, e ad esso sottomettono lo sviluppo della trama narrativa, in funzione di un piano architettonico stabilito in precedenza. In questo modo, un romanzo di Balzac appare solidamente costruito, non c’è dubbio; c’è continuità e fluidità di racconto, gli episodi si svolgono con un ritmo regolare, c’è un ordine nel corso delle osservazioni e gli eroi si muovono e si compongono sul terreno della più rigorosa realtà obbiettiva. […]. Per me, tutta la differenza che passa tra un romanzo di Balzac o di tipo balzacchiano con un romanzo di oggi è questa: la realtà del tema domina e lega i primi, mentre in tutti i romanzieri d’oggi è presente un trasfiguratore lirico che si serve di un tema solo come punto di partenza e di riferimento, e non come di un limite. Quindi lo scrittore non si sente e non è dominato esclusivamente dal suo soggetto.

 

  pp. 62-63. Quando diciamo che un personaggio di Balzac o di Dostoiewski assomiglia a questo o a quel tale individuo, che noi stessi conosciamo, ciò non avviene perché l’autore si è proposto di fotografare una realtà fisica, mescolandola al mondo irreale della sua creazione: è accaduto anzi il contrario; tanto Balzac quanto Dostoiewski hanno compiuta una sorta di ascoltazione intima nell’anima umana, a tal punto penetrando nella vita caotica dei sentimenti, che le immagini da essi offerte finiscono con l’apparire come riflessi di esseri che hanno vissuto un’esistenza reale nel loro mondo emotivo prima di chiudere la loro vita in quella del libro. Ed è cotesta esperienza psicologica, che il romanziere elabora tra il sonno e la veglia, la quale dà un senso ed un’espressione umana ai suoi eroi. Il romanziere autentico estrae dalla vita intima dei propri sentimenti, dal suo mondo subcosciente, la vita delle sue creature, come lo scultore estrae dal blocco della pietra informe il profilo spirituale di un’anima. E quanto più è «reale» il profilo psicologico dell’eroe, tanto più esso sarà prossimo alla comprensione di alcuni personaggi letterarii, la cui vita è sorta dalla pura immaginazione, obbedisce al fatto che i sentimenti che li plasmano e determinano, li avvicinano alla verità umana. Nè Dostoiewski nè Balzac furono schiavi del documento; e tutti sanno che l’esistenza di Raskolnikoff come quella di Grandet sono mere invenzioni del genio letterario. Tuttavia si sente dire frequentemente che la psicologia di A somiglia a quella di Raskolnikoff e che la taccagneria di B ricorda quella di Grandet. Egli è che l’anima umana riconosce sempre i sentimenti della specie benché pubblicamente e apertamente finga di non riconoscerli.

 

  p. 69. Balzac. con la sua poderosa concezione ciclica e con la sua profonda preoccupazione di analizzare l’intero modo sociale, e Proust col suo acciaiato esame introspettivo del mondo fisico, rappresentano due influssi che più dominano nella creazione e composizione del romanzo, oggi. L’ispirazione balzacchiana si sente nello sforzo di Jules Romains, che in Les hommes de bonne volonté osa un gigantesco processo alla società contemporanea, nonché nei Les Thibault di Roger Martin Du Gard e in altre forti individualità letterarie odierne, per esempio, in Mauriac. Negli ultimi libri dell’autore de Le désert de l’amour appare approfondito lo studio del mezzo sociale e perfino le figure dei suoi componimenti più delicati si sentono tracciate con cotesto vigoroso senso del disegno psicologico che fu ieri la forza e la grandezza di Balzac.

 

 

  Sibilla Aleramo, Il mio Balzac, in Orsa minore (Note di taccuino), Milano, A. Mondadori, 1938, pp. 73-75.

 

  Cfr. 1933.



  Carlo Bo, Delle immagini giovanili di Sainte-Beuve, Firenze, Fratelli Parenti Editori, 1938.

 

  p. 230, nota (1). Dirà nell’articolo sereno sulla morte di Balzac (v. Causeries du Lundi, II, 443-463): «Non content d’observer et de deviner, il inventait et rêvait bien souvent ». De la Femme de trente ans: «M. de Balzac en est l’inventeur, et c’est là une de ses découvertes les plus réelles dans l’ordre du roman intime». Infine: «La puissance propre à M. de Balzac a besoin d’être définie: c’était celle d’une nature riche, copieuse, opulente, pleine d’idées, de types et d’inventions, qui récidive sans cesse et n’est jamais lasse: c’était cette puissance-là qu’il possédait et non l’autre puissance qui est sans doute la plus vraie, celle qui domine et régit une œuvre, et qui fait que l’artiste y reste supérieur comme à sa création. On peut dire de lui qu’il était en proie à son œuvre, et que son talent l’emportait souvent comme un char lance à quatre chevaux». S’osservi ad ogni modo la leggera differenza dei punti di vista del Sainte-Beuve 1832, del Sainte-Beuve 1850.

 

 

  Alessandro Bonsanti, Cronache di ieri e di oggi. Il passaggio della Beresina, «La Stampa», Torino, Anno 72, Num. 281, 26 Novembre 1938, p. 3.

 

  Il sentimento dell’onore non c’è alcuno che non giuri di possederlo e non si dia pena di esibirlo, non appena gliene capiti l’occasione; esso medesimo è infatti giustamente onorato. Ma se l’amore della giustizia non fosse una vana parola, bisognerebbe intanto stabilire che non consiste solamente nel fare certe determinate cose, bensì anche nel non farne certe altre, e allora si vedrebbe che l’onore non è pianta così abbondante come sembra. Narrare il falso sapendo che è falso, o anche soltanto senza averne prima appurata la verità, quando sia in gioco la reputazione di un morto, può forse essere tenuto per un onorato procedere? La risposta non è dubbia, però sono sicuro che nessuno si prenderebbe il fastidio di dire queste ragioni al signore che so io, che vorrei mi capitasse davanti, eppoi ... Ma io, per quanto mi riguarda, voglio almeno difendere la memoria del Conte di Vandières nel solo modo che mi è concesso, e cioè in questo scritto, che poi invierò ai giornali.

  Mi chiederete: chi siete voi che vi arrogate il diritto di fare della morale? Sono un vecchio soldato, rispondo, che ha fatto tutte le battaglie dell’imperatore, e ne reca i segni sulle proprie carni, come sulle maniche dell’uniforme appesa a un chiodo porta i numerosi galloni che si è guadagnati sotto il fuoco di svariati nemici. La mia parola varrà almeno quella di un certo signor di Balzac che ha scritto il libro [l’A. si riferisce ad Adieu] dove si parla della morte orribile del mio generale, che fu purtroppo una spaventosa realtà, ma non fu preceduta per niente dai particolari che il volgare scribacchino racconta. Per il vero, molti altri sono invece giusti, e questo, invece di diminuire la responsabilità di quel signore, mi pare piuttosto aumentarla, dimostrando che dice la verità quando gli torna indifferente dirla, e quando viceversa gli accomoda, il falso. Dicerto lui era presente al fatto, o questo gli è stato descritto con scrupolosa precisione da uno che vi assistette, o meglio ne fu protagonista anche senza volerlo, perché non si poteva assistere a quanto accadde in quella paurosa notte, senza esserne insieme i protagonisti, ma per quanto riguarda le insinuazioni ai danni del conte di Vandières, sarei curioso di conoscere chi sarebbe disposto a dargli credito. L’insieme della storia è insomma un curioso miscuglio di realtà e di menzogna, dove la prima ha proprio il compito di fare da paravento alla seconda, o per meglio dire, di renderla verosimile. Sono qui io, però, a ristabilire le cose come stanno.

  In primo luogo, voglio che tutti sappiano che i rapporti fra il generale di Vandières e sua moglie non sono mai stati quelli che traspaiono dalla narrazione del signor di Balzac, che presenta il Conte tradito dalla moglie quasi sotto i suoi stessi occhi; proponendosi, non so per qual ragione, di impicciolire la figura morale del Conte, il narratore fa intanto della maldicenza con perfida astuzia, perché ne conosce la rapida fortuna presso la maggior parte della gente. All’opposto, posso asserire e potrei facilmente trovare molti testimoni disposti a confermare le mie asserzioni, che l’amore reciproco del conte e della contessa di Vandières era diventato proverbiale all’Armata; coloro che occuparono un posto qualunque nella Corte dell’Imperatore ne sanno qualcosa, e fu anzi proprio dovuta a un amore riconosciuto e rispettato da tutti, la presenza della Contessa tra le file dell’esercito in ritirata. La Contessa fu una delle poche mogli che ottennero il permesso di seguire i mariti nella Campagna, e questo permesso, che alle altre poche fu concesso per l’una o per l’altra ragione non sempre lodevole, correva voce che fosse stato concesso alla Contessa dall’Imperatore in persona, edificato dai costumi irreprensibili di lei e dall’affetto senza nubi che la legava allo sposo. Quel certo signor di Balzac non offre nessuna spiegazione intorno alla presenza della Contessa al bivacco di Studzianka, la notte del passaggio della Beresina, la dà come ovvia, mentre si trattava di un’eccezione, e questa è, secondo me, una nuova prova della sua malafede; tace quel motivo non perché lo ignori, ma perché, se rivelato, sarebbe tale da far miseramente crollare tutta la sua ingegnosa costruzione.

  Per rendere ancor più verosimile la romantica storia, lo scribacchino, che mi pare non si meriti altro nome, anche per il modo del suo scrivere, disadorno e senza nessuna bellezza, non contento di falsare una verità che si può conoscere soltanto quando si siano conosciuti i protagonisti della storia, non ha riguardo a falsarne un’altra che tutti potrebbero verificare. Egli dice infatti, parlando del conte di Vandières: il vecchio generale. Adesso era generalmente noto, quando i fatti di cui parlo accaddero, che il conte di Vandières, pur non essendo il generale più giovane dell’Armata, era uno dei più giovani, e che la sproporzione d’età fra gli sposi, sebbene esistesse, non era per niente quella che, lo scribacchino ha voluto accennare onde rendere più accettabile la presunta infedeltà della sposa. Per finire col conte di Vandières: dirò ancora che la grande prostrazione fisica in cui viene rappresentato nel libro, non era dunque dovuta all’età, ma a una ferita alla spalla malamente medicata, e che comunque egli non perdette mai il dominio di se stesso, e dette prova di forza d’animo nelle varie vicende della ritirata, fino al momento della sua disgraziata fine.

  Ma se la riprovazione è stato fino ad ora il sentimento più forte che ho nutrito verso il modo di procedere di questo sedicente signor di Balzac, non so quale parola potrebbe rendere l’altro, che sento addirittura traboccare in me stesso non appena pongo mente al terzo personaggio tirato in ballo nel libro in veste d’amoroso della contessa, pronto a sacrificarsi eroicamente per lei. Non so quale altra parola, se non la parola indignazione. Per bene che si cerchi, non risulta infatti che l’esercito francese abbia avuto altri ufficiali che rispondessero al nome di Filippo di Sucy, oltre al colonnello Filippo di Sucy, morto in una scaramuccia presso Predva due anni prima. Lo scribacchino, di cui mi ripugna perfino di ripetere continuamente il nome, non si è peritato di risuscitarlo per l’occasione e di attribuirgli la parte che gli ha attribuito, retrogradandolo a maggiore e dandogli soltanto ventitré anni, sempre per amore della verosimiglianza. Ecco allora la storia rifinita in tutte le sue parti: un giovane ufficiale, un brillante aiutante di campo, amante riamato della giovane moglie del suo. decrepito generale.

  Menzogna. Menzogna, bella e buona, grido, e sono pronto a giurare e a spergiurare che è menzogna. E allora come sono andate le cose? potrà chiedersi, e chiedermi chi legga questo mio sfogo. Lo racconterò io, rispondo, sono qui apposta per raccontarlo, perché ero presente. Debbo ripetere che la narrazione di questo signor di Balzac è abbastanza fedele in tutti i particolari che non riguardano da vicino i rapporti dei tre personaggi (di cui uno, come si è visto, inesistente) tra loro; le tragiche scene avvenute al traghetto di Studzianka sono rese con evidenza, sebbene, come ho già detto, in uno stile che lascia a desiderare, e per essere sincero devo ammettere anzi che sono rese come io presso a poco le ricordo. Ho davanti agli occhi, in questa stampa consumata, il buio della notte che precedette il passaggio del fiume, un buio così folto come la nebbia di quelle mattine asiatiche, folto e nero come la pece, che pareva apprendersi alla pelle e agli indumenti dei disgraziati ammassati sulle rive. Vedo i fuochi disseminati nelle anse del fiume; i gruppi di esseri resi meno che umani dalle sofferenze, raccolti intorno alle fiamme e circonfusi di quei mutevoli aloni che l’immenso specchio circostante della neve e del ghiaccio riverberava; vedo altri più coraggiosi o disperati tentare il varo di una scialuppa o di una passerella, che il gelo delle acque tumultuose presto stritolava. Vedo i carriaggi sventrati e ridotti allo scheletro di ferro, come le carogne dei cavalli ormai ricoperte, nè più nè meno dei soldati morti dal freddo e dalla fame, di un candido sudario sempre più folto e pesante; vedo gli atti di ferocia dei russi sui dispersi, l’ardire degli uni e la vigliaccheria degli altri. Vedo anche, seduta in uno di quei bivacchi, la contessa di Vandières, che fa cuscino delle proprie ginocchia alla testa del proprio marito ferito, e dolcemente l’accarezza. E schiarirsi finalmente la notte, salire all’orizzonte un’alba funerea, e il cannone ricominciare a tuonare sui trentamila fuggiaschi mentre il ponte di Studzianka inesorabilmente vien fatto saltare onde proteggere la ritirata. Vedo, sopra una zattera che tenta raggiungere la riva opposta, la contessa, avvolta in una pelliccia che reca le tracce della nuda terra, e il conte le è accanto, ed anzi, in piedi vicino al bordo malsolido, le fa da scudo col proprio corpo alle onde. E non v’è traccia di spasimanti sacrificatisi sulla riva lasciata; nessun Filippo di Sucy ha ceduto il proprio posto sulla zattera sovracarica in favore del generale.

  Vedo anche l’orrore della fine come la rappresentano le parole dello scribacchino: «La zattera fu lanciata con tanta violenza contro la riva opposta, che nel toccare terra l’urto sconvolse tutto. Il conte, che stava sull’orlo, cadde nel fiume. Nel momento in cui cadeva, un lastrone galleggiante gli tagliò la testa, e la lanciò lontano come un obice».

  Adesso chiedo al lettore se non giudica insieme a me che l’atrocità della sorte della povera contessa giustifica abbastanza la sua follia, miserevole stato da cui non la tolse che la morte, perché sia necessario aggiungervi il dolore per la separazione dall’amante, e l’improvvisa inutilità del sacrificio. Davvero che il signor di Balzac, come tutti gli scrittori che valgono poco, ha voluto caricare le tinte. E mi sia concesso di conseguenza, dopo aver innalzato ancora un pensiero alla disgraziata donna, e rinnovato un profondo biasimo per la pessima morale del narratore, un’ultima considerazione su questo signore. E cioè che nel suo mestiere deve valere poco davvero, poiché ricorre all’invenzione e alla fantasia come se la realtà non dovesse bastare a uno scrittore sul serio.

 

 

  Bruno Brunelli, Milano ottocentesca nei ricordi di un artista veneto, «Ateneo Veneto. Rivista di scienze, lettere ed arti», Venezia, Anno CXXIX, Vol. 123, N. 1, Gennaio 1938, pp. 13-18.

 

  pp. 15-17. E si ripetevano i particolari del colloquio seguito fra il Balzac e il Manzoni, nella visita che il romanziere francese aveva fatto allo scrittore lombardo.

 

***

 

  Il soggiorno di Onorato di Balzac aveva provocato molti commenti chiacchere infinite: chi lo giudicava «un vanesio fanfarone», chi «il primo scrittore di Francia», chi biasimava la sua parzialità per i compatrioti; altri riteneva di dover prima di tutto considerare in lui lo scrittore, e qualcuno ripeteva l’elenco delle sue manie: il bastone dalla vistosa impugnatura e la veste da camera bianca a foggia di tonaca da frate. Un avventato giudizio dello scrittore francese sui Promessi sposi aveva provocato tanti commenti e così violente satire in prosa e in verso, tanto più giustificate in quanto sembra che il Balzac avesse letto soltanto quattro pagine del romanzo italiano, che non è da stupire fossero ripetuti e avidamente ascoltati nei salotti milanesi i particolari dell’incontro fra i due romanzieri. Il Soster ne fu subito informato da persona intima di casa Manzoni, e ritenne suo dovere «secondar la corrente informandone i conoscenti».

  La conversazione fra Onorato di Balzac e Alessandro Manzoni si era specialmente aggirata intorno ad argomenti che allora volentieri si chiamavano filosofici, e che per primo lo stesso Balzac aveva toccato, e cioè sul «sistema empirico» che allora dominava in Francia, a cui si contrapponeva la scuola spiritualistica tedesca, e sui maestri delle varie tendenze, e naturalmente l’autore francese aveva esposto le ragioni della sua preferenza per la prima. Alessandro Manzoni non era stato un contradditore eloquente: era evidente che egli si sentiva troppo lontano da uno scrittore tanto diverso da lui: lasciò che l’altro parlasse, così che quando il Balzac ebbe dato pieno sfogo ai suoi sentimenti, il discorso andò morendo. L’informatore osservava che il Manzoni aveva avuto le sue buone ragioni per comportarsi in tal modo, poiché egli non aveva taciuto per timidezza o per dare partita vinta all’altro, «non essendo egli quell’uomo da lasciarsi imporre da un Balzac». Egli aveva dimostrato in troppe occasioni, a voce e per iscritto, che in fatto di contese culturali, letterarie e filosofiche, era buon polemista, e se avesse voluto contraddire il Balzac lo avrebbe «eclissato, perché si sa che il Manzoni è un torrente quando si mette a discutere un argomento di simil fatta». E infatti che fosse ben armato a tal genere di discussioni lo aveva dimostrato un suo articolo apparso in un periodico milanese Il Raccoglitore italiano e straniero. Ma probabilmente il Manzoni ritenne che una discussione in argomento lo avrebbe condotto molto lontano e non avrebbe scosso l’altro da opinioni troppo aprioristicamente radicate per poter essere rimosse. Egli fu preso da uno di quei momenti di egoistica pigrizia mentale in cui lasciamo discorrere gli altri, sempre più convinti nell’intimo delle nostre buone ragioni: lasciò che l’impetuoso torrente dell’altro precipitasse, senza scatenare il suo.

  Così accadde che il Balzac, cui interessava il Manzoni più per il riflesso della fama che lo circondava che per l’opera, che egli non conosceva, si formò del lombardo un concetto che manifesterà poi a Venezia ad un pranzo in casa della contessa Mocenigo-Soranzo, così da provocare il giusto risentimento dei veneziani e le pungenti satire di poeti, dal Nalin, che gli darà l’appellativo di «lasagna», di «toco de ... boca tasi», al Fusinato che porrà in ridicolo l’esaltazione balzachiana per la donna di trent’anni:

 

Io però che romantico non sono,

e molti ci saran del gusto mio,

al signor di Balzac chiedo perdono

e gli dichiaro francamente ch’io

trovo che meglio si confà a’ miei denti

un bocconcin fra i diciassette e i venti ...

 

  e da stuzzicare le proteste dei giornalisti, e specialmente della Gazzetta, nella tersa prosa di Tomaso Locatelli e in una acerba critica di Tullio Dandolo.

  Ma specialmente a Milano s’erano scatenate le ire: né valsero a calmarle le scuse tardive dello stesso scrittore francese, trasmesse al collega lombardo, a mezzo della contessa Maffei. Così che quando il Soster chiese ad un amico milanese «di molto spirito ed erudito» un giudizio riassuntivo sul Balzac uomo e artista, si sentì rispondere: «In società è un gran farfallone e non conosce che i suoi francesi, in politica è biasimevole, e come scrittore è un uomo che incanta e innamora».

 

 

  Filippo Burzio, Luigi Filippo, «La Stampa», Torino, Anno 72, Num. 36, 11 Febbraio 1938, p. 3.

 

  I due nuovi sovrani, Carlo Alberto e Luigi Filippo, sono, come tipi umani, quanto di più diverso si possa immaginare, e non simpatizzano: mistico ed ipocondriaco il primo, mentre l'altro è l’opposto; eppure entrambi sono figure altamente rappresentative dell’Ottocento, di cui simboleggiano due caratteri, in certo modo complementari. Carlo Alberto è l’Ottocento cristiano-romantico, Luigi Filippo l’Ottocento scettico-borghese erede, sia pure con significative varianti, del volterianesimo; l’uno richiama Chateaubriand e i neo-guelfi, l’altro Balzac.

 

 

  Raffaele Carrieri, Trent’anni dopo. “Paris qui bouge” di Anselmo Bucci, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno LXV, N. 46, 13 Novembre 1938, p. 857.

 

  Non è acqua è inchiostro. È un lavoro d’inferno, una fatica da fachiro. La mattina si alza e graffia. Una lastra al giorno. Balzac ha scritto un romanzo che gli piace. Ho trovato sulla copertina del romanzo di Balzac un titolo che gli piace: lo illustra, scende in piazza, inaugura una lastra nuova: grandezza e decadenza della cortigiana. Borghesia della domenica, borghesia dei giorni feriali, disoccupati che attendono l’Arcangelo Gabriele sulle panchine dei giardini pubblici, madame col frou-frou, madame col palloncino di seta; la zuppa a Montmartre, frittelle calde a tutte le ore. Gli archi di trionfo e le bandierine del quattordici luglio: formicaio di pagliette, afa, cartavelina.

 

 

  Carlo Cordiè, Note. Balzac e la «Fisiologia della cravatta», «Letteratura. Rivista trimestrale di letteratura contemporanea», Firenze, Anno II, Numero I, Gennaio 1938, pp. 149-154.

 

  Certe pagine del Balzac sembrano fatte apposta, anche oggi e forse più oggi che mai, per mostrare come l’autore, nel suo sogno di un nuovo e poderoso romanzo storico e sociale, si sia spesso lasciato attirare da molte speciosità particolari a questo o quell’ambiente or amato, or satireggiato: tanto da porre, accanto a grandiose aspirazioni dei destini mortali ed immortali delle stesse lande della commedia umana, non di rado fin bizzarrie sfuggevoli e diseguali. La formazione letteraria del giovane scrittore insegni: anche se la connaturata gagliardia gli permise di manipolare certi motivi più o meno convulsi delle romanzature inglesi e francesi senza correre il rischio di andare a finire a capofitto nel museo degli orrori, come talora succede nel «tendre trop haut ses filets». Museo, per onorifico che sia trovarci un posticino, che potrebbe essere rappresentato questa volta dal sagace libro del Praz che tutti sanno. Il che significa che in realtà l’aspirazione profonda, anche se spesso elettrizzata da qualcosa che aveva ben poco da fare con l’arte, salvò l’autore dal cadere vittima delle future notomie di una storia della cultura, almeno per quel che riguarda — come usavano dire una volta l’«evoluzione di un genere», fin deprecato da noi, il romanzo. Alla buon’ora. Ma Balzac ha i suoi fedeli, né saremo noi a portare nei rispettivi luoghi nottole o vasi. Cose belle e precise restano ancora da dire sul conto del fantasmagorico romanziere: e noi tutti le accoglieremo con gioia, perché serviranno a mettere un po’ di chiaro ai riguardi di uno scrittore tanto esaltalo e tanto discusso. Certo non si potrà fare a meno di vedere ancora una volta come pur nella sua arte «gagliardissima». Honoré non si abbandonasse quasi mai alla creazione con la limpida armonia dei grandi. Qualcuno disse che il suo pregio era proprio nell’essere lui con quelle elefantiasi psicologiche, con quelle esagerazioni fin dottrinali: ragionamento che ricorda quello del vestito da povero autentico di uno snob come il Wilde. Sia pure. Di qui si capirebbe meglio, se non altro, il fascino esercitato dal Balzac e dalla sua opera, così congegnata da avere del serpentesco, del non conchiuso pur nella sua inverosimile snodabilità. Se il Croce in un suo giudizio da giustiziere, dicendo dell’insoddisfazione, anzi del dolore che si provava troppe volte dinanzi ai romanzi del Nostro, come se si fosse assistiti alla menomazione di un capolavoro, riferiva quella novella dell’autore che s’intitola Un (sic) chef-d’oeuvre inconnu, «dove si parla di un quadro che è un confuso ammasso di colori, sotto i quali spunta qua e là qualche pezzo stupendamente dipinto», si è ben a volte tentati di vedere nel visionario di Séraphîtus-Séraphîta, nell’autore di Ferragus il padrone di un vero arsenale di un armamentario dei più complessi e curiosi. Come uno che avesse nel suo guardaroba vestiti di tutti i popoli e di tutti i tempi E poi dovesse prestarli, per pagarne l’affitto allo scadere del contratto. Altro che valersi dei repertori, della materia e dei personaggi, per tessere una lezioncina, o un profilo. Qualcuno pur dica di «rileggere» il Balzac, a molti non è stato ancora possibile di leggerlo per intero, anche se per esperienze accese di giovinezza o magari morivi di studio più di un «moins de trente ans» annoveri a dozzine i suoi romanzi tra le conoscenze meno fortuite.

  A parte le celie, resta tuttavia qualche contraddizione nei giudizi critici dati sull’opera proteiforme del Nostro; ed è noto come E. R. Curtius aspirando a dominare tante disuguaglianze di interpretazione del secolo passato conchiudesse la sua recente monografia, col dichiarare che il nostro secolo dovrebbe cogliere lo spirito di tanta opera sforzandosi di comprendere il Balzac. nella sua unità e totalità, «di vedere in lui il genio creatore che nessuna formula saprebbe rinchiudere e che, attingendo a piene mani nella sua epoca, ha creato un universo dove si riconoscerà l’uomo eterno». L’esegesi del Curtius, tutta volta a valutare nelle sue molteplici manifestazioni il significato di un autore che può ben essere «parte integrante dello spirito moderno», tendeva ad illuminare gli aspetti fin contradditori e diseguali di uno scrittore — non diciamo proprio di un pensatore come fin sosteneva qualche venerando Sorbonista — così energico a programmi e così forse privo di vera energia da mescolare alla rinfusa nei suoi libri dottrine e idilli, bestemmie e adorazioni. Quasi a volte offrendo ai lettori nuove bozze di stampa da correggere e ricorreggere febbrilmente, come nell’aspirazione di una compiutezza mai raggiunta appieno. Non siamo dei Lovenjoul, nè, per stare all’oggi. dei Bouteron: balzacchiani formidabili (per certi riguardi) se mai furono e saranno. Ma per quanto conosciamo delle opinioni, delle «idee» anzi come aspirava a dire, del Balzac sulla società, la religione, lo stato, la vita stessa, non vorremmo davvero vedere tanta «modernità», tanto «spirito profetico». Forse perché il Balzac buttandosi a capofitto nei più frenetici motivi del suo secolo, seppe trarre tante note da appassionare contemporanei e posteri, e certo per detto atteggiamento gli ammiratori furono più tra quelli che tra questi. Anzi man mano che si avanza nel tempo, si vede, accanto al meglio, inteso in un’atmosfera sempre più vera, quante scorie rimangono ai suoi piedi, che non siano quelle di un Keats o di un Leopardi, di un Manzoni, o, se si vuole, di uno Stendhal. Tanto che più di uno nel «monumentum» che il Curtius aveva creduto di innalzare all’artefice della nuova Commedia, non poteva fare a meno di ritrovare qua e là delle venature compiacentemente disegnate su mode e bizzarrie, del tempo del romanziere, e quasi su ghiribizzi indegni di uno spirito veramente profondo. Ma se a maggior ragione si potrebbe ripetere un sottile giudizio, già in parte riferito («Che cosa volete? — si dirà. — Il Balzac era così. — Certamente; ed era grande anche così».) certe note del Curtius all’apparire del dotto volume, nel 1923, dalla Casa Cohen e dieci anni dal Grasset, nella traduzione francese, pur in più luoghi ridotta per certe parti di utilità puramente didattica, facevano sempre pensare che nel ricercare «una personalità intima», gli esegeti si gettano talora fin allo sbaraglio. Possiamo alludere a questo riguardo, per fare un esempio, al modo con cui il Balzac concepisse un nuovo tabù dell’epoca, la definizione di fisiologia, come la magica chiave per spiegare la vita, la storia, i costumi: qualcosa che sa di «igiene sociale» e che nell’aspirante titanismo dei suoi personaggi è felicemente messo in disparte quando l’interiore dèmone dell’arte ispira una voce di umanità, di schiettezza. Eppure come ben ci ricorda il fine professore di Bonn la fisiologia divenne talora in Balzac (anche senza che il peggior estro lo guidasse, si potrebbe sostenere) al gioco letterario, ad un vero tema per variazioni, che sembrava inventato per essere messo in voga in mille maniere nei suoi romanzi, nei suoi — cade giusta la parola — feuilletons. Se nel 1829, la celebrata Fisiologia del Matrimonio segue a quattro anni di distanza quella dapprima ancor più celebrata (tirava quel vento a tutt’andare) del Gusto, del Brillat-Savarin, subito nel ‘30 il Balzac pubblica quella de la Toilette e quella gastronomique, nel ‘31 quelle du Cigare, des positions, de l’adjoint, nel ‘41 quella de l’employé; ed ancora nel ‘45 nelle Petites misères de la vie conjugale fa sdrucciolare un capitolo sulla Physiologie attinente a tale vita. Non basta: intitola perfino una digressione sul commercio parigino, Physiologie de la facture. Dove va mai a finire la sonatina fatta su un tasto solo. A questo proposito (e solo così si può giustificare la presente divagazione) non appaia malignità al lettore avveduto, se gli mettiamo sott’occhio una specie di reclame editoriale, in cui il vertiginoso Balzac sembra mescolare alla diavola, in un gioco che sa di sfogo e di amenità ad un tempo, di satira e di buffoneria, alcune varianti della sua vita, non per nulla famigerata per certi aneddoti ai suoi tempi ed ai nostri. (Si pensi alle 60.000 quercie di Polonia, alle imprese tipografiche ed industriali, soprattutto ai suoi disordinati aneliti verso il benessere: manifestazioni anch’essi, fra tante esuberanze, di un più profondo sentimento della lotta per la vita e delle iniziative fin folli dell’individualità che si rivelerà appieno in alcuni suoi personaggi, soprattutto in quelli che potrebbero anche dirsi i suoi «prigioni» ...). Ecco dunque la significativa testimonianza: merita di essere conosciuta da un più grande numero di lettori, non solo per curiosità, al modo degli oziosi, ma quale singolare documento di vita letteraria. I competenti ne approfitteranno per appulcrarci le dovute chiose. Noi non aspiriamo a tanto,e se la pagina fosse più nota di quanto credessimo (a stare ad una specie di referendum fatto tra amici e conoscenti) si abbia un po’ di venia per noi che s’è fatto proprio apposta a sprecare del piombo.[1]

  L’art de mettre sa cravate de toutes les manières connues et usitées enseigné et démontré en seize leçons précédé de l’histoire complète de la cravate, depuis son origine jusqu’à ce jour, de considérations sur l’usage des cols, de la cravate noire et de l’emploi des foulards par le Bon Émile de l’Empesé. Ouvrage indispensable à tous nos fashionables. Orné de 32 figures explicatives du texte, et du portrait de l’auteur.

 

«L’art de mettre sa cravate est

à l’homme du monde, ce que

l’art de donner à diner est

à l’homme d’État».

(Pensée jusqu’alors inédite)

 

Trosième édition Paris,

à la librairie Universelle

 

  Rue Vivienne, N. 2 bis, au coin du passage Colbert et chez tous les marchands de cravates, de cols et de foulards les plus en vogue de la Capitale

 

1827

 

SOUS PRESSE

du même auteur

 

  L’art de payer des dettes et de satisfaire ses créanciers sans débourser un sou.

  I vol. in -18 de 200 pag.

  (Cet ouvrage sera mis en vente dans les premiers jours du mois prochain).

 

Pour paraître incessamment

 

  De l’indifférence en matière de cravate.

  I vol. in -18.

 

  L’art de ne jamais déjeuner chez soi et de diner tous les jours chez les autres.

  I vol. in -18.

   L’art de recevoir des étrennes et de n’en pus donner.

  I vol. in -18.

 

  Imprimerie De H. Balzac - Rue de Marais S. G., N. 17.

 

  Dove si vedono rispuntare, accanto alla fisiologia suddetta (cammuffata alla meglio in «arte » e alle faccende tipografiche del Balzac (si ricordi un significativo saggio di Alberto Lumbroso, apparso nel 1901 nel Fanfulla della Domenica, e che si può anche vedere tra gli eleganti innumerevoli estratti conservati nella sua «Biblioteca napoleonica», ora nella Nazionale di Torino: dove è anche un bellissimo esemplare della famosa Revue parisienne che indica un’altra delle attività tanto fantasticate dall’autore) motivi di vita e di programmi che tanto resero caratteristica l’opera del Nostro, dal suo tendere da scoiattolo in gabbia ad un’inafferrabile stabilità economica, a quell’immaginare la scienza come un nuovo elemento di dominio e di lotta, a quel valersi di opere di altri autori come di trampolino o di satira più o meno legata agli ideali politici e religiosi dello scrittore (si veda il cenno al famoso saggio del Lamennais) ed insieme a quel guardare con occhio così singolare la moda e l’eleganza. Sarà per questo suo atteggiamento, «drôlatique» tra rabelaisiano e fin radcliffesco talora, a concepire la vita letteraria: pure è certo che tra la capricciosità di questa e di altre pagine e delle stesse confessioni epistolari, la cosa non resta troppo marginale. Almeno per dare qualche nuovo filino di luce all’arte di colui che sembrò ad un certo momento impersonare gli ideali più reconditi di un’età agitata da rivoluzioni, che non si accontentavano dei troni, ma volevano giungere agli eterei spazi della scienza ed a «quibusdam aliis». Ma in quanto le cose avvengono anche perché devono avvenire, e compito di chi giudica è di comprendere appieno senza pur lasciarsi invescare in inutili contemplazioni, non sarà male vedere, nella stessa idea di forza che tanto animava le ricerche del nostro dottore in scienze sociali, un motivo che lo spingeva sinceramente ad entusiasmarsi per gli innovatori c gli inventori, per i chimici («sub specie alchimiae», magari) come i creatori di mode o i sovvertitori dell’ordine sociale nell’attesa di una immancabile aurora. Non sarà inutile nemmeno questa volta riferirci ad alcune pagine del libro del Curtius, così ricco di analisi particolari se per disperso nella trattazione metodologica di problemi dell’arte e della letteratura. Dice appunto il Curtius come la moda e l’eleganza non sono state amate dal Balzac per se stesse, ma perché esse sono cose che non si ripetono, cose che vibrano come esseri viventi, perché sono la trasposizione sopra una moda capricciosa e sorridente della lotta patetica e violenta a cui stanno dandosi le nuove forze dell’epoca. Qui bisogna cercare, soggiunge, l’ultima ragione psicologica del dandysmo del Balzac, l’origine dei suoi feuilletons, su mode come su dei nonnulla, di tutte quelle «fisiologie» della cravatta e del sigaro, dello spuntino, del guanto, come di quel «Trattato della Vita elegante», insomma di tutte quelle piccole divagazioni dove si mescolano così curiosamente la frivolità e la pesantezza, dove il Balzac tenta di analizzare la modernità del suo tempo. Tutti questi particolari hanno una gran funzione nella Comédie humaine, e in più di un romanzo si possono staccare i tratti che servirebbero a ricostruire il dandy degli anni intorno al 1830, mentre fuma la sua «houka» sur un divano turco, mentre beve il tè nell’argenteria inglese, mentre passeggia in tilbury, condotto da un «groom», servito dal suo «tigre» di dodici anni. Il Balzac voleva essere l’arbitro delle eleganze della moda parigina. Anche questo è manifestazione dell’interesse appassionato che egli rivela verso il movimento della sua epoca e concentra nel suo amore per Parigi. E che facesse convergere nella grande Capitale, or osannata or maledetta, tutte le forze del secolo, è cosa ben nota, e non conviene qui ripeterla. Del resto Parigi è sempre stata un tappeto scorrevole dei più sorprendenti; quanta gente vi ha saputo fare delle magnifiche prove, da chi come il Sue conquistava per così dire nelle fogne il suo posto al sole, a chi andava a cercarlo in qualche angolino segreto, degno di essere sezionato a dovere ne la carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, che abbiamo già ricordato, del nostro Praz. Ma la sanità natia del Balzac lo salvò anche questa volta dal lasciare lo zampino tra certa genia, più o meno alla des Esseintes.

  Quanto alla nostra «fisiologia» (un passatempo da ragazzi rispetto a certe funambolesche trovate, simboliste e decadenti), era davvero fare un gergo della stessa ansia di ricerca del pensiero scientifico contemporaneo, ma era un gioco serio come capita qualche volta anche quando si crede di scherzare. Ad altre fisiologie saranno abituati i palati dei lettori, da quella del Nietzsche a quella del Mantegazza, e non invano qualche insegnante si sarà dovuto sbizzarrire a spiegare nei Miei Ricordi dazegliani certa «fisiologia delle sette» che di straforo vi fa capolino. Ben venga del resto chi ricordi ancora una volta le beffe che proprio per il Balzac il Flaubert (qui cadrebbe in acconcio forse un altro discorso, e non sarebbe breve) volle inserire nell’Éducation: per le novelle fisiologie del fumatore, del pescatore con la lenza e compagnia bella.

  Per noi anche la «fisiologia» con relativi codicilli può sempre testimoniare il desidero che animò il Balzac nella sua febbrile esigenza di cogliere tutta la realtà della vita, tra palpiti, illusioni, disfatte: e come nei suoi romanzi ha mescolato personaggi fittizi e personaggi storici nella sua ricreazione apocalittica di una società decisamente in trasformazione, così fin lo sfogo bizzarro e macaronico della pagina riferita, anche se poco mallarmeana, sul nuovo trattatello di moda: può servire a qualcosa. Non si riferirà proprio ad una cravatta fatta su misura, poniamo il caso, per un Vautrin. Ma infine qualche cenno lo può sempre elargire, non privo di utilità: almeno (per ciò che si riferisce alle indagini ed alle testimonianze di qualche arrabbiato tessitore della storia della cultura) come quelle indicazioni librarie che, con ben altri intendimenti, quello spirito acuto e mistificatorio di Henri Beyle poneva a volte nei suoi volumi. Tanto da far ammattire fin eruditi pazienti, e più pazienti ancora sacrestani, tra «soréliens» e «brulardistes», della sua cappella. Il che sarebbe tutto dire, anche questa volta.

 

 

  Carlo Cordiè, Filologia moderna. Sergio de Pilato, “Balzac e il mondo giudiziario”, Napoli, Edizioni «La Toga», 1937; in 16, pp. 154, L. 5, «Leonardo. Rassegna bibliografica mensile», Firenze, Sansoni, Anno IX, N. 2, Febbraio 1938, pp. 63-65.

 

  Tra le opere che, per una certa ingenuità di argomentazioni, sembrano quasi stese nel pronao della critica e nondimeno offrono come un non sgradito omaggio alla memoria di un autore, è certo da considerare questo volumetto: che appare pertanto come il frutto di una annosa scorribanda fra le opere del Balzac, dapprima guidata da un vigile senso della propria professione di avvocato o almeno di legale (se non ci inganna il frasario dello studioso e la specializzazione della Casa editrice) e poi, a poco a poco, librata a suo modo in una appassionata rievocazione dello scrittore e della sua «molteplice prodigiosa produzione romanzesca».

  Sembra così che il lavoro cammini su due strade parallele, l’una di ricerca fissata, come avverte la stessa Introduzioneo (sic) sullo studio organico del «mondo giudiziari[o], in rapporto alla vita, alle vicende personali di Balzac, ai suoi scritti legali», e l’altra su una ricostruzione quasi liricizzante, talora da vita romanzata, dell’esistenza e del sogno d’arte dell’autore della Comédie humaine. Nel primo caso il minuto esame di motivi biografici e artistici si mostra abbastanza degno di rilievo, anche se da F. Roux, da G. Hanotaux o da G. Vicaire ai più recenti esegeti (basti, per l’Italia, citare i saggi del Morello e del Sighele, e, di pochi anni sono, le pagine del D’Amelio sul Fallimento di Cesare Birotteau) gli atteggiamenti del Balzac relativi alla sua competenza tecnica per banche, tribunali, industrie, ecc. hanno trovata larga, e sia pure diseguale illustrazione. Del resto anche per questo aspetto della critica letteraria basta dare un’occhiata a quanto si sta stampando o cianciando in Francia, tra cappelle, club e simili: vezzo come un altro, se si vuole, ma sempre vezzo da considerare nel ‘mare magnum’ della storia della cultura e delle sue varie esercitazioni retoriche: articoli, anziché sonetti e madrigali, dati i tempi che corrono? Forse. Anche in Sorbona la può andare a mode, qualche volta: magari, con il ritardo di qualche anno. Certo anche questo aspetto della critica universitaria ufficiale della Francia odierna (e non solo di Francia) andrebbe stigmatizzato di fronte alle forze vive ed originarie dei giovani e delle riviste, di avanguardia o quasi, che saranno domani in primo piano nella storia della letteratura: di quella vera, per intenderci, e non solo delle Accademie, dei salotti o dei compiacevoli scambi internazionali.

  Dall’illustrazione di alcuni motivi della vita del Balzac, dei suoi studi di diritto, alle sue prove di editore e di tipografo (ci sembra però trascurato il sintomatico esempio della Revue parisienne, e della nuova mirabile prova letteraria) alla transazione Guidoboni-Visconti, al processo Peytel, alle cause della contessa Hanska, il lavoro del de Pilato manifesta, senza dubbio, un vivo interesse per la figura del romanziere: bastino per tutte le considerazioni sulla partecipazione alla vita sociale del suo tempo. Del resto anche per tutti noi, a parte le diseguaglianze delle sue concezioni — quelle, ad es. sulla politica e sulla religione — il Balzac, dalla «Société des Gens de Lettres» alla sua esigenza del lavoro indipendente, orgoglio dello scrittore moderno (e su ciò si ricordino sempre le nobili pagine dello Zola), ben si può indicare una volta di più come singolare ed efficace autore dell’età romantica. Sempre che si intenda, nella Storia, il valore di tali testimonianze biografiche e letterarie. Ma a che mira la nuova illustrazione del tema giudiziario, per dir così, nella vita e nell’opera del Balzac? Rammentava di già l’Introduzione che un po’ diverso dagli altri il lavoro sarebbe apparso «per la ricostruzione della vita, del carattere, del temperamento» del Balzac. Attraverso le pagine del suo lavoro prevedeva l’autore «ben mutata l’immagine del romanziere di Tours come per solito si trova in libri che lo riguardano e che si ripete in maniera stereostipata, convenzionale, preordinata, ben lontana dalla realtà e dalla verità».

  Vita, carattere, temperamento: siamo alle solite. E proprio col Balzac la posta è pericolosa. Non si capisce più dove si arresti l’interesse del lettore per l’artista, e dove cominci quello per lo scienziato, il socio- sociologo, ecc. Di qui, nel presente lavoro, il capitolo finale, dal titolo stesso — «Il calvario della sua vita» — rivela un motivo quasi elegiaco, certo sentito da lettore discreto, ma troppo fedele all’immagine di un uomo contemplato sotto la sua esperienza di artefice: comunque fuori fase per quanto si riferisce strettamente al problema critico. Che, dopo tutto, è il meglio che conti nella storiografia letteraria. Si pensi che la stessa ricostruzione ansiosa e multiforme della nota monografia del Curtius generava una insoddisfazione, per l’esigenza di una più salda impostazione dei problemi. Del resto a tagliar la testa all’idra di molte interpretazioni insufficienti o elefantiache (comunque malamente orecchianti ‘loci communes’ della critica d’Oltralpe) sempre è da rammemorare il saggio del Croce: resta da approfondire l’analisi della creazione artistica non limpida, ma potente anche se per le spire di un fascino ambiguo, dell’autore di quel grande ciclo, che taluni moralisti vorrebbero come anticipatore delle «scoperte» dei Rougon-Macquart e della Recherche. Ma ci tratta sempre di ‘ clerici ’ troppo poco attenti alle ragioni della storia e della letteratura: e tali da interessare più le vicende del costume (a parte le perturbazioni che possono recare ai novellini) che quella del pensiero e della critica: che tanto equanime proprio de minimis vuole curarsi, quando tende a darsi ragione del valore di ogni testimonianza letteraria, sia d’Università o di gazzettini.

  Con questo non si vuole per nulla calcare la mano sul metodo e sui fini del lavoro del de Pilato. Anzi. Il libro appare come l’omaggio di un lettore appassionato, s’è detto, che cita la vita di provincia e la mancanza di sussidi bibliografici (anche se la nota finale sembra ben informata), parla delle «persone superiori», relega le note in fondo al volume «per non interrompere la narrativa» (ma sarebbe stato più utile, per la stessa disciplina dello studioso, documentare le varie affermazioni a mano a mano nel lavoro, per evitare ripetizioni, ed ‘excursus’ di cose arcinote), e qua e là infiora la sua operetta con dei «dritto», e dei «pruova» di aulica, anzi, per davvero di togata memoria.

  Ma anche se in futuro per nuovi saggi letterari, involontariamente ricadesse in una specie di elogiomania siffatto lavorare senza una sicura metodologia (alla memoria della buon’anima di Matteo Borsa e delle sue rimostranze dentro e fuori i sennati concorsi dell’Accademia mantovana!) è giusto lodare nel de Pilato il suo atteggiamento umanistico, almeno nel significato formale della parola: come fa fede la stessa dedica. Nel qual caso si può fin d’ora attendere il nuovo lavoro (che appare però, per l’argomento, come un’appendice del presente) «in cui insieme alla concezione balzacchiana della giustizia sarà studiata la rappresentazione che del mondo giudiziario Balzac ha fatto nei suoi libri». Ma, dati i precedenti (ci si lasci dire, almeno come ad avvocati del diavolo), per le stesse panie di una illustrazione episodica, attenti ai mali passi: almeno per quelli che conducono dall’«elogio» al «capitolo».

 

 

  Carlo Cordiè, Notiziario. Filologia francese, «Leonardo. Rassegna bibliografica mensile», Firenze, Sansoni, Anno IX, N. 12, Dicembre 1938, pp. 504-505.

 

  Un libro di Alain si legge sempre volentieri (anche se l’essere Chartier, gli è stato dato dapprima come un dono dell'anagrafe): lo si sa, e pure non sempre vorremmo confessarlo a noi stessi, per amore di quella valutazione della storia che è nei voti della migliore cultura nostra. Per questo appunto il recente Avec Balzac (Paris, Gallimard, 1937, in-10, pp. 200. Fr. 15) anche fuori degli adepti della Nouvelle Revue Française può trovare il suo pubblico, per il tono smaliziato, per il solito accento antisistematico e pur appassionato, a suo modo, alla sottile degustazione dell’opera del grande romantico. Una visione da tavolo anatomico, dopo la lezione? Ovvero, se si vuole più restare in famiglia, da burattino sbudellato, per dirla con un poeta non accusato di pedanteria? Né è il caso di dire che Alain si sia calato sul suo Balzac, come Guccio Imbratta avvoltoiescamente sulla femmina che sembrava fatta apposta su una misura: ma insomma la miniera di valutazioni più o meno scientifiche che della vita offre la Comédie humaine ed il pesante bagaglio del romanziere di Tours, sembra sorta appositamente per attirare l’attenzione di colui che, or non è molto, nel suo Stendhal, edito dal Rieder, proprio voleva darsi ad una specie di cristallizzazione: quella di una critica che gira e rigira attorno ai problemi, e che, per non pesante all’esempio boccaccesco, può far venire in mente a più d’uno di noi l’atroce motto che sarebbe stato detto da Ardengo Soffici per la pittura di un certo barbassoro ...

  A parte tutto anche qui si sarebbe potuto mostrare una volta tanto una buona presa di posizione di fronte alla critica più o meno in auge di un Du Bos come di un Fernandez, ed a quella sia pure pregevole di due scomparsi, il Thibaudet e il Bremond, per non fare che alcuni nomi significativi, e non dei giovanissimi. Ebbene la nuova opera di Alain si presenta dinoccolata, svagata, proprio da bellimbusto che inizia il suo dire con una nota sul «bonheur de lire» (dove si fa l’elogio degli uomini di gusto ‘sic et simpliciter ’, contro quelli «qui ne savent qu’apprendre») e finisce la raccolta dei suoi nuovi «propos» con l’affermazione non richiesta del fascino dell’opera del Balzac che ad un sapore da tonico, per dir così («Balzac guérit de misanthropie»)

 

 

  Lucio d’Ambra, Episodi della vita letteraria. Il “Negro” mancato di Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno 63, N. 131, 3 giugno 1938, p. 3.

 

  Con l’arte di firmar cambiali su cambiali e d’andare avanti nei giorni difficili sperando sempre in giorni migliori, era la sua grossa mania quella d’aspettare dal teatro la soluzione economica di quei suoi complicati dissesti che il romanzo — per quanto scrivesse anche quattro o cinque libri l’anno — non riusciva ad assicurargli. Il teatro, invece, gli appariva la Mecca. Stava giornate intere a far calcoli: e li rifaceva, per rassicurare i suoi creditori ad ogni rinnovo di cambiali in scadenza. Due o tre commedie all’anno nei principali teatri parigini; ognuna di esse, cento rappresentazioni a teatro strapieno; cinque o seicento franchi di diritti d’autore ogni recita: totale, in capo all’anno, centocinquantamila o centosessantamila franchi per l’autore.

 

Il fantasma bianco.

 

  Ma non trovava, pronti, i teatri che erano accaparrati da Dumas e da Scribe e, terzo incomodo assai rumoroso, da Victor Hugo. Per di più, — e questo era peggio, — pescati gli argomenti, non trovava, lui nato romanziere e non commediografo, gli svolgimenti. Ricorreva quindi ai collaboratori, ma, pur provandone alcuni del valore di un Sandeau, non riusciva a andar d’accordo con nessuno. Ché troppo egli era, anche a teatro, uomo di genio per veder rimpicciolire e immiserire le sue idee lampeggianti nel fuocherello stento che il «mestiere» accendeva — lui sognando formidabili incendi! — nei vecchi caminetti della prudenza teatrale che non s’impone agli spettatori esaltandoli e rinnovandoli, ma che miseramente ne subisce le più viete e pigre abitudini. Senonché un giorno Balzac crede – Dio glielo manda – d’aver risolto il problema grosso del collaboratore. L’ha incontrato per caso in una strada di Parigi, in un caffè. Li hanno presentati: «Carlo Lessailly, giovane scrittore … Onorato di Balzac. – Felice … Felicissimo …». E Lessailly, magro come la fame, sparuto quanto la carestia, dal volto al vestito e alla lunga chioma incolta vero campione del «morto di fame» della letteratura, ha parlato a Balzac: «Ho grandi idee. Ho scritto un romanzo che Planche, nella Revue des Deux Mondes, mi ha stroncato. Ma la mia passione è il teatro. Lo sento. Lo vedo. Son nato commediografo. Ma non ho idee». E Balzac salta su: «Niente paura! Io idee ne ha a sacchi. Mi manca invece la mano del teatro. Venite con me, caro ragazzo. Io metto le idee. Voi mettete le sceneggiature. Faremo presto, insieme, dieci commedie. Arricchiremo insieme». Detto fatto, lo conduce a casa sua: nella villa allora, delle Jardies. Strada facendo, incontrano Alfredo de Musset, al quale Balzac espone il grandioso programma. Ascoltando il gran romanziere, Musset non ha occhio che al formidabile naso del giovane commediografo in miseria che sta, gigantesco, in mezzo al volto allampanato. E, chinandosi all’orecchio di Balzac, Musset. indicato il naso del ragazzo, chiede incuriosito: «Siete ben sicuro che sia tutto suo?». Ma Balzac fila via col suo commediografo di grande avvenire. Già gli espone, andando a casa. Un’idea di commedia: L’Ecole des ménages. L’altro ascolta e di continuo risponde: «Va bene ...». Balzac pensa al teatro. Lessailly, digiuno dal giorno avanti, pensa al pranzo. E. alle Jardies, son sùbito a tavola. Balzac parla. L’altro divora. All’ultimo boccone il romanziere gli ordina: «Sono le sei pomeridiane. Adesso a letto!». L’altro, che non conosce le notturne abitudini di Balzac, non capisce perché si debba andare a letto con le galline. Tuttavia, pesante lo stomaco, ci va volentieri, ché l’esser satolli dà sonno. Ma a mezzanotte vede apparire nella sua camera, a spezzargli la dormita, un fantasma bianco che è Balzac con la sua famosa veste fratesca di «cachemire» candido: «Ora basta. Alzatevi!». L’altro obbedisce. E Balzac lo chiude in una stanza: «Vi ho raccontato per filo e per segno la mia commedia. Ora scrivetela. Io vado, intanto, a lavorare al mio romanzo. Ci rivedremo alle otto del mattino ...». E alle otto Balzac va ad aprire: «No, caro ragazzo. So che volete leggermi quello che avete scritto. Ma io mi tappo le orecchie: non voglio ascoltare. Ascolterò solo quando avrete tutto scritto e mi leggerete i tre atti da cima a fondo». Giornata brillante, varia, divertente. Pranzo alle cinque. Alle sei di nuovo a letto. Sveglia a mezzanotte. Otto ore a lavorare. E la mattina dopo, riliberando Lessailly: «No. Non mi leggete nulla. Alla fine ... Alla fine, vi ho detto ...».

 

Nei silenzi agresti delle Jardies.

 

  In realtà, chiuso là dentro, Lessailly continua i beati sonni interrotti. Però, verso le sei del mattino, fatto, dormendo, il giro del quadrante, scrive svogliato qualche battuta di dialogo. E un giorno Balzac, vedendo quelle righe, non resiste alla curiosità. Legge e sta zitto. Poi va su e scrive alla contessa Hanska: «Non capisco. E’ un uomo di un ingegno formidabile. E non mette insieme due righe che possano stare in piedi. Non ho mai veduto simile incapacità. Tuttavia proviamo ancóra ...». Senonché dopo altri otto giorni, mangiato ben bene, rimessi tutti gli arretrati di sonno della sua vita di vagabondo senza casa, rivestito a nuovo con gli abiti vecchi di Balzac, prende il largo nottetempo, mentre il romanziere, lavorando, lo crede a lavorare. E Balzac, andando a liberarlo alle otto, trova la stanza vuota e su la tavola una lettera: «Sono costretto a rinunziare al lavoro che voi avete, maestro, voluto affidarmi con una fiducia che mi ha così altamente lusingato. Passo notti e notti insonni senza trovare una parola capace di mettere in valore le situazioni drammatiche del piano che mi avete esposto. Non osavo dirvelo: ma non posso più a lungo rubarvi il pane che mangio. Son disperato nel rilevare che la sterilità della mia intelligenza ha servito malissimo, in quest'occasione, la buona volontà che io avevo di mettermi a posto, come la sorte benevola offriva, nell’alto onore di collaborare con voi...».

  Intestato nel prevedere il successo della commedia, Balzac deluso sul conto del miracoloso collaboratore si mette a lavorare da solo e in pochi giorni, sempre nella sua furiosa e estrosa velocità, la commedia è finita una settimana prima ch’egli debba leggerla — sicuro trionfo, — ai direttori del teatro della Renaissance. Intanto, prima di leggerla ai privilegiati del destino che avranno la suprema fortuna di rappresentarla, Balzac se la rilegge da sè, a voce alta, per sette sere, nei silenzii agresti delle Jardies. Per sette volte, — già sette repliche, — si gode la commedia in cui ha messo in scena la famiglia d’un droghiere di Parigi, Gérard, in cui il padre manda in pericolo l’azienda innamorandosi della sua principale commessa. I tempi, a teatro, sono melodrammatici. E Balzac, pur scolpendo caratteri stupendamente, com’è suo costume, ha infilato nella commedia — poiché il pubblico co­si vuole, — un tentato suicidio, un avvelenamento e la pazzia finale della coppia innamorata. Ma ci sono, tra le grossolanità del tempo, squarci eterni di bellezza vera ed umana: cioè l’ambiente bottegaio, l’amore dell’uomo che invecchia per la donna primaverile che gli ridà la gioventù e soprattutto la figura di Gérard degna di stare accanto agli altri due colossi, Grandet e Goriot. Ma a tanta bellezza sono insensibili i direttori della Renaissance; e, quando ha finito di leggere, Balzac si sente dire, lui grande scrittore, come ad un novellino: «La commedia non va ...». Nella notte che segue la lettura egli è eroico e disperato. Scrivendo a un’amica e rimettendo mano agli interrotti romanzi esclamerà, gonfio il cuore di pena e d’orgoglio: «Ci vuole un sovrumano coraggio per superare, come io faccio, questi spaventevoli uragani della sfortuna letteraria ...». Ma il giorno dopo Musset di nuovo lo incontra. «E la commedia? — L’ho scritta da solo. — E il genio del vostro famoso collaboratore con quel formidabile naso? Chiacchiere? Illusioni?». Ma Balzac. nel suo ammirevole e generoso ottimismo, non getta a mare il suo Lessailly nel quale ha avuto fede per due settimane e il cui nome difenderà per tutta la vita. E a Musset che burlando sorride seriamente risponde: «Non è, come voi credete, che non abbia moltissimo ingegno. E’ un vero genio del teatro quel fantastico ragazzo. Solamente non poteva lavorare con me. Io l’intimidivo ...».

  Stupenda carità, degna della grande e luminosa anima balzacchiana. E. rinunziando ancóra una volta al teatro e alle sue ricchezze, il romanziere va a disdire la casetta a pianterreno che, dal suo sarto, s’era fatta preparare in via di Richelieu per essere vicino al te teatro e seguire sera per sera le trionfali rappresentazioni.

 

La «Commedia Umana».

 

  E torna alle Jardies, alle sue stanze ampie e vuote che su le grandi pareti bianche recano scritti a carbone sogni e illusioni del grande romanziere: «Qui un Raffaello! Qui un Leonardo! Qui un Rembrandt!». Invece dei capolavori dei grandi maestri della pittura, che Balzac aspettava dai diritti d’autore teatrali verranno presto gli uscieri, armati di protesti cambiarii, a sequestrare tutto quello che c’è da portar via al povero e grande forzato della penna senza riposo. Gli amici milanesi, i Guidoboni-Visconti, verranno ad abitare alle Jardies per salvare le cose di Balzac. Tutto figura di loro proprietà, mediante regolare atto notarile, per tre anni. E il romanziere — strillino quanto vogliono gl’irriverenti uscieri, — non possiede nulla: è, per i meriti del suo alto ingegno, semplice ospite dei suoi inquilini. Solo così Balzac, beffando la legge, riesce a resistere al nuovo assalto dei creditori che il lusso edilizio delle Jardies ha moltiplicati. E il teatro ancóra delude Balzac. Ha scritto Vautrin e il teatro della Porte Saint-Martin sta per rappresentargli un dramma di cui sarà interprete il grande Frederick Lemaitre. Ma costui ha una idea infelice. Si trucca da Vautrin rifacendo la testa di Luigi Filippo. Balzac ne gongola. Altra curiosità per il pubblico. Denari a cappellate. Creditori soddisfatti. Quadri alle pareti. Il parco attorno alla casa rimesso su come lui lo vuole. Insomma, il paradiso in terra. Ma alla prova generale la «testa» di Lemaitre che rifà quella del Re suscita enorme scandalo. La censura interviene e Vautrin, senza aver tempo di venire al mondo, è già sepolto poche ore avanti la sua prima rappresentazione.

  Cadono così le ultime speranze teatrali di Balzac. E’ troppo! Dio non vuole. Torna allora desolato e rassegnato alla schiavitù monotona dei suoi romanzi. Ma un giorno, in giro per Parigi, d’improvviso gli passa Dante nel cervello: Dante e la Divina Commedia. E’ un lampo: ha trovato! Corre dalla sorella che abita lì vicino. Arriva da lei felice e pazzo: «Dio vuole che io dia al mondo, poiché ho ancóra solo quarant’anni, duecento romanzi, tutti uniti, tutti legati uno con l’altro, un monumento solo, gigantesco: la Commedia Umana. È io sarò, così, il più grande romanziere di tutt’i secoli!».

  E poiché i secoli ansiosamente aspettano, non perde un solo minuto per correre daccapo alla sua tavola e ricominciare a scrivere: «Capitolo primo. — Verso la metà del mese di luglio dell'anno 1838 una di quelle vetture che erano state messe da poco in circolazione su le piazze di Parigi col nome di milords veniva avanti per via dell’Università, portando un grosso uomo di media statura, in uniforma di capitano della Guardia Nazionale ...».

 

 

  Lucio d’Ambra, Mezza stagione, «Corriere della Sera», Milano, Anno 63, N. 169, 18 luglio 1938, p. 3.

 

  2 Agosto.

 

  Resto a pensare mentre sento quel passo giovane allontanarsi per la mia strada. So che cos’è. Capisco. Mezza stagione. Donna ed uomo, invecchiando, non hanno il medesimo destino. La donna regge finché può. Balzac — La femme de trente ans, — metteva addirittura al fiore degli anni la fine di questa resistenza. Teoria delle nostre nonne. Le nostre madri portarono il limite a quaranta.

 

 

  Lucio D’Ambra, L’enigma di Marcello, «Gran Mondo. Cinema – Mondanità – Attualità», Roma, Anno XLII, N. 8-9, Agosto-Settembre 1938, pp. 5-6.

 

  Cfr.: I viaggi di Balzac in Italia. Avventure a Torino con la “donna-uomo”, «Corriere della Sera», Milano, Anno 57, N. 285, 30 Novembre 1932, p. 3.

 

  Quanto più vengono in luce documenti su Balzac tanto più si vede che il grande romanziere non era un viaggiatore nato, come l’errante Chateaubriand. ma che tuttavia muoversi gli piaceva e andare, venire, raccogliere allori, veder gente nuova, contemplar chiese belle, frequentar salotti illustri, corteggiar dame straniere, incontrar fuggevoli avventure e allontanarsi, soprattutto, dai creditori. E il grande Onorato, – onoriamolo anche per questo, – per i suoi spostamenti preferiva sempre l’Italia. Da noi è venuto e rivenuto ed era come se fosse di casa. Milano e Venezia, Torino e Roma, Genova e la Sardegna, mezza penisola l’ha coscienziosamente girata. Non come Stendhal, per il quale essere in Italia, fra cose e genti italiane, e non vedere che queste, e non scrivere che di queste, era una passione indispensabile alla sua vita di scrittore e di uomo.

  Ma, subito dopo Stendhal, nell’amore per l’Italia, viene lui, Balzac. Solamente nel golfo di Napoli e con Graziella troviamo l’amore di Lamartine, che a Firenze si fa aperta antipatia e provoca il famoso duello con Gabriele Pepe. In tutta l’Italia Chateaubriand non vede che Roma, ma una sua Roma cimitero e museo, tutta polvere e tombe, elegia di vecchie pietre intonate alla sua romantica malinconia. Per Balzac no; l’Italia è vita, è pane per i suoi denti, è luogo e pretesto di vitalità.

  Come portata avanti, nelle febbrili notti di composizione eccitato a furia di caffè, tre romanzi nel medesimo tempo, così accadde a Balzac d’avere nel medesimo tempo anche tre amori: laggiù, in Polonia, nel nevoso castello, la straniera «madame» Hanska, che sarà poi sua moglie; a Parigi una contessa inglese, melomane a tal segno che, ricca com’era, andava per suonare a prender posto col suo violino nelle pubbliche orchestrine, anche umilissime; e, venendo a Torino, Balzac si trascinò dietro un terzo amore la signora Carolina Marbouty, testa matta di provincia, nipote e figlia di magistrati, moglie tediata d’un tedioso cancelliere-capo al Tribunale di Limoges. Costei va a Parigi, a periodi, per farvi vita brillante e conoscervi celebrità letterarie. Visto da vicino, Sainte-Beuve, il gran critico, goffo e presuntuoso, la delude. Non così Balzac. Il gran romanziere la riceve nel salotto dal famoso divano bianco. Ha indosso la sua tunica di lana bianca, foderata di amoerro candido, stretta al fianco da un rosso cordone. Bello non è: ma come parla, come s’infiamma, come trascina gl’interlocutori nel mondo ardente e chimerico della sua inesauribile fantasia! ... Sicchè, andata a trovare il romanziere per un’ora, la signora Marboutv rimase in casa di lui tre giorni e tre notti senza prendere sonno. Ma, finiti i tre giorni, Balzac deve partire per l’Italia. Lo mandano a Torino. E ve lo manda, per aiutarlo a sottrarsi ai creditori e per fargli guadagnare alcune migliaia di franchi, proprio la contessa inglese. C’è una complicata storia d’eredità: e di quell’eredità la contessa reclama una parte.

  Tra avvocati e notai la matassa è indiavolatamente imbrogliata: vada dunque Balzac, ingegnoso in tutto, a tentare di dipanarla. Ma bisogna, per far questo, lasciare «madame» Marbouty a spegnere i fuochi appena accesi – e con quale ardore! – in quei tre giorni. D’improvviso Balzac ha un’idea: «Fa la tua valigia. Vieni a Torino anche tu ...». Marbouty scuote il capo: «Sei matto? Lo saprebbe mio marito ...». Zitto un istante – cosa rara, – Balzac ci pensa sopra un momento; poi, trovata la seconda idea, batte una mano su la fronte ed esclama: «Il modo c’è. Staremo via dieci giorni. Lascia ad un’amica fidata il compito di spedir da qui, da Parigi, le tue lettere al coniuge cancelliere ... E tu verrai con me, vestita da uomo ... Hai il profilo virile: dirò che sei un mio giovane amico, un romanziere in erba ... Ti va?». Le va. E partono. Salendo in diligenza, la signora Marboutv ridotta a bel giovanotto chiede a Balzac, che se la ride e se la gode: «Che nome ho? Non mi posso mica chiamar Carolina ...». E Balzac decide: «Mio giovane amico, tu ti chiamerai Marcello ...». E parton così, beati, Onorato e Marcello.

  Strada facendo, il gran romanziere ha una curiosità. In Savoia, sopra Chambèry (sic), incontrano un convento famoso: quello della Grande Cerosa. Balzac vuole visitarlo. Ma quando i due viaggiatori sono per varcare la soglia, il frate guardiano fa severa opposizione: «Voi sì, signore, potete entrare ... Ma l’altro viaggiatore non può: esso è una donna ... Fratello, voi siete matto ... Costui una donna? Se si chiama Marcello ... – Si chiami come vuole, non entra. E’, senza dubbio, una donna ...».

  Il portiere, per quanto Balzac infurii e minacci, non cede. «Dov’è il Priore? – chiede Balzac incollerito. – Vado a parlargli. Ci penserò io. Sono Onorato di Balzac, lo scrittore ...».

  E, rivolgendosi a «madame» Marbouty che resta fuori, le dice: «Tu, Marcello, passeggia attorno al laghetto. Ora chiarirò l’equivoco e ti farò chiamare». Balzac incontra il priore che viene a dargli il benvenuto e gli fa visitare il convento. Poi Balzac, entrato nelle simpatie del monaco racconta l’accaduto: «Sono vivamente contrariato ... Il vostro frate guardiano ... Uno stranissimo equivoco ... Il mio giovane amico Marcello, scrittore di vivo ingegno, aurora alle prime armi, scambiato per una donna ... Se voi potete farlo salire ...». «Andiamo subito ad incontrarlo noi stessi. Vi farò, così, visitare anche orti e giardini ...».

  Ed escono all’aperto, alla ricerca di Marcello, Balzac, il priore e i più ragguardevoli monaci che il priore ha presentati al romanziere ... E per i viali che, separati dal ruscelletto che diventa lago con alti e fitti canneti, circondano le fresche acque il priore cerca ansiosamente Marcello per offrirgli ospitalità. Senonchè d’improvviso, là dove il canneto dirada, Marcello appare. Ma non è Marcello. E’ Carolina: Carolina Marbouty, la quale, nel gran caldo del meriggio di luglio ha aiuto la bellissima idea; prendere un bagno. Ed ora, davanti ai monaci che cercavano Marcello, Eva nuda come Dio l’ha fatta, vien su pudicamente arrossendo, per asciugarsi al sole.

 

***

 

  A Torino, nel migliore appartamento all’albergo d’Europa in piazza Castello, la coppia Balzac-Marcello suscita subito curiosità ed attenzione. Il gran romanziere è felice trascinandosi dietro Marcello: ognuno a Torino gli parla del suo famoso bastone dal pomo adorno di turchesi e in molti salotti di dame piemontesi si trova al posto di onore la caricatura in bronzo che gli ha fatta Dantan, regalandogli un pancione falstaffiano da fare invidia persino a Luigi XVIII.

  Con Marcello il romanziere si gonfia e fa il pavone: «Vedi, caro – caro e non cara, — come son celebre anche di qua dalle Alpi? Ricevimenti dappertutto, serate a teatro, ascensioni a Superga, e, tra pranzo e pranzo in casa Sclopis di Salerano, in casa Cortanza, in casa Sanseverino, è miracolo se Balzac trova tempo d’andare sino a Rivoli nei bei giardini dell’avvocato Luigi Colla, per affidargli gl’interessi della contessa». E, dovunque, — caro, carissimo, Marcello dietro, in redingote grigia e con una aria fatale e romantica che fa innamorar tutte le donne.

  C’è un ballo dalla marchesa di Saint-Thomas, Balzac e Marcello partono il giorno dopo. Tra i suoi indumenti maschili, Carolina ha portato con sè un abito feminile da sera. E all’albergo d’Europa, vestendosi, Balzac le dice: «Viene così, «caro». Da donna. Sara divertente per tutti rivedere in abito scollato e a braccia nude il bel paggio byroniano, il vezzoso adolescente che ha destato tanta curiosità». E non appena, sfolgorante donna, Marcello entra al braccio di Balzac, un nome corre tra gl’invitati: «Stupidi tutti a non averci prima pensato. E’ Giorgio Sand! Per questo Balzac ha detto: – Scrive meglio di me ...». E son, attorno all’ex-Marcello per chiederle notizie di De Musset.

  Marcello agguanta Balzac: «Mi credono Giorgio Sand. – Lasciali credere. – Mi parlano di letteratura. – E parlane, «caro», anche tu. – Non so parlarne: sono una piccola bestia. — Tutt’i letterati, «caro», sono così: bestie; ma grosse …».

  L’indomani, a corto di denaro e chiusi i tribunali dal caldo, Balzac e Marcello si mettono, lasciando giureconsulti e belle dame, studi di notai e salotti, su la via del ritorno.

Ma c’e, prima di tornare a Parigi, l’ultima sosta: a Ginevra. Balzac c’è già stato due anni prima con «madame» Hanska e a riveder quei cari luoghi subito s’intenerisce, sicchè dall’acquaforte alpestre rieccolo all’oleografia del lago sentimentale ripercorrendo le varie tappe dell’amore felice con la straniera: l’albergo dell’Arco ove abitavano, la villa Diodati, le case, i giardini, le chiese, i caffè. Balzac, commemorativo e commosso, va da per tutto; e, a sera, scrive a «madame» Hanska: «Tenero pellegrinaggio ... Ho pianto in tutt’i luoghi ove noi fummo – «carissima ...» — così profondamente felici!».

  Ma dimentica di dire all’amica ucraina, alla musa di Wierzchovnia, che nel suo gran pianto commemorativo è accanto a lui, per asciugargli le lacrime, Carolina Marbouty, la quale intanto s’è rivestita da uomo e dove gli alberghi son pieni divide apertamente col gran romanziere l’unica stanza disponibile. Così accade, ultima tappa, anche a Bourg. Ma sembra al romanziere che, dando a due uomini l’unica stanza vuota, il locandiere li abbia guardati con aria sospetta. «Queste occhiate, – dice Balzac a Marcello — quelle occhiate mi seccano».

  La mattina dopo, le parole che la bella albergatrice, discendendo i due dalla loro unica stanza, dice davanti a Balzac al giovane Marcello: «Mi dispiace, signore, che abbiate dovuto dormire senza comodità. Ma oggi varie stanze sono libere, e se questa sera pernotterete a Bourg, vi eviterò certamente la schiavitù di dover dormire con vostro padre ...».

  Balzac, punto sul debole della sua vanità d’essere sempre giovane, manda giù il boccone amaro. E la galante amica del gran romanziere, scambiata - colpa dei pantaloni – per suo figlio, rise talmente che Balzac, rientrati a Parigi, rimandò subito Carolina Marbouty a ridere ancora a Limoges col cancelliere-consorte. E quando, l’anno seguente, Balzac ritornerà in Italia per venire in piazza San Fedele egli scenderà solo soletto in modo da non poter essere più scambiato per il padre di nessuno ...

 

 

  Lucio D’Ambra, Le ore del tramonto. L’ora di leggere, in AA.VV., Almanacco dei Visacci, Firenze, Vallecchi Editore, 1938, pp. 157-159.

 

  p. 158. Ché, dl libro aperto che ancóra sogna ed illude, il deserto si popola di amabili fantasmi i quali dalle fantastiche lontananze dell’inesistente e del non reale, riprendono il canto dell’illusione umana come se fossero nella nostra stanza, nel cerchio di luce della nostra lampada. Diceva Balzac, stanco d’uomini reali e mediocri, che nelle sue grandi notti di solitario lavoro gli eroi dell’immaginazione, il suo secondo mondo, gli tenevano contentissima compagnia.



  Giulio Einaudi, L’ufficio delle premesse teoriche dell’indagine storica; con alcune riflessioni sulle cause della decadenza della Spagna, «Rivista di storia economica», Torino, Anno III, N. 3, Settembre 1938, pp. 241-263.

 

  pp. 255-256. Stimo Balzac grandissimo economista, più grande della maggioranza di coloro che tali reputano se stessi. Molte cosidette storie dell’economia lasciano insoddisfatto sovratutto l’economista, perché questi vi legge fatti forse appurati con diligenza su fonti sicure, di cui però è ignoto il significato. [...]. Balzac si erge alto sopra siffatti aridi novellatori, perché fa rivivere gli uomini che vissero quei fatti.

 

 

  M. G., Cinema-Teatri-Concerti. Sullo schermo: “Giuseppe Verdi”, di C. Gallone, «La Stampa», Torino, Anno 72, Num. 255, 27 Ottobre 1938, p. 7.

 

  Gli interpreti formano un foltissimo gruppo. […] un tronfio Balzac è Gabriel Gabrio […].

 

 

  Marcello Gallian, Panorama moderno o quasi della letteratura francese, «Antieuropa. Rassegna universale del fascismo», Roma, Anno IX, Numero doppio dal 1° luglio al 31 agosto 1938 (XVI), pp. 549-554.

 

  pp. 550-551. Con Balzac, il facitore di ogni romanzo suggestivo e creatore di ogni alto plagiario conseguente — non soltanto in Francia — s’apre al mondo il cuore, elegante e bistrattato cuore, non quale muscolo, non quale organo di respirazione, non quale motore di esseri umani, ma quale piuttosto pretesto, scusa, equivoco di evasione naturale, di snaturalizzazione umana, di contrarietà fisica e morale. Non si tratta del romanticismo inventato da Goethe, si badi, ma del sottoromanticismo preso da Bai zac nelle pagine di «Madame Bovary». Anche nella vita di tutti i giorni, e chissà per quanto tempo ancora, sussistono le Madame Bovary e non le donne, con come dopo Balzac non esistono gli scrittori in Francia, ma gli scrittori di pagine divertenti sulla falsariga placida o burrascosa di quel matto savio vestito di pigiama da frate. Se le trame appaiono diverse, se gli intrecci sono sfoderati senza riserbo, se l’occasione fa di tutti i personaggi ladri non autentici, la sostanza è la stessa, in duecento anni di professione letteraria.

  Da Balzac, in Italia vengon fuori non i Tozzi e i Verga (Alvaro), ma i Moretti, Saponaro, Milanesi, Lucio d’Ambra, Brocchi, Tumiati, dai Moravia sino ai Quarantottogambini e i Veneziani, Benelli, ecc. non dimenticati gli scrivani pubblici; in Germania i Wassermann e Doeblin; in America gli Hans Fallada e le Wichi Baum; in Inghilterra tutti i derivati da Laurence a Shau. Buonissima parte della letteratura contemporanea non soltanto plagia Balzac (mai Flaubert) nei suoi tentativi linguistici, ma oltretutto anche la sostanza stessa delle sue variazioni sentimentali e borghesi. La Francia di Balzac insomma domina, ecco il punto, il mondo con le sue tesi accademiche, e quasi tutti gli scrittori contemporanei, in una qualunque parte della terra. Il vizio dell’imitazione è cosa quasi umana; ma negli scrittori è assolutamente deleteria e delittuosa. Tanto è vero quanto affermiamo che il mondo va come va e non potrebbe andare altrimenti; coloro che non hanno fallito ancora, legalmente e moralmente, cercano di fallire e finiscono per fallire, proprio quando il fallimento persino non serve, in moda del fallimento letterario e filosofico della Francia. Fa più un libro — il che può non apparire così ad occhio e croce — che non quattro condottieri messi assieme con armi e bagagli: il bagaglio sarà nuovo di zecca, ma la sostanza sarà la stessa della sostanza di Balzac e compagni. Col che non vogliamo dire che, in occasione di tanta imitazione mondiale, Balzac sia uomo grande e scrittore sublime; tuttaltro, anzi molto basso scrittore e «popolare» (si direbbe oggi, con baldanza vecchissima e rettorica strampalata); coloro che sempre cercarono di essere grandi, non furono imitati mai, vedi Dante, vedi Leopardi, vedi Flaubert, vedi Villon, vedi Dostoiewsky, vedi Shakespeare. Gli uomini scrittori tipo Balzac e compagni trovarono il modo di andare incontro alle folle con spietata costanza, l’uno mettendo in ballo un arto umano, l’altro un piccolo tornaconto, l’altro ancora un cappello o una vernice e, con questi temi scritti all’incirca, attirarono folle e guadagni. L’inimitabile serve ormai, non l’imitabile; non la copia, ma l’originale; non il supruso letterario, ma la costanza ad essere unici e incontrovertibili: quello e non altri.

 

 

  Lea Gaviglio, Da Vigny a Balzac, Torino, R. Accademia delle Scienze, 1938, pp. 3-25. Estratto dagli Atti della Reale Accademia delle Scienze di Torino, Vol. 73, 1937-1938.

 

  Nota della Dott.ssa Lea Gaviglio presentata dal Socio Nazionale Ferdinando Neri nell’adunanza del 25 Maggio 1938.

 

  pp. 3-5.

 

  Riassunto. — I romantici francesi intesero a realizzare in opere d’arte la concezione della storia: e, precisando gli stessi lineamenti nei romanzi storici di Vigny, di Mérimée, di Hugo, e nell’opera di A. Thierry, essa raggiunse l’espressione compiuta nell’Histoire du moyen-âge del Michelet e nel romanzo storico di Balzac: Une ténébreuse affaire.

 

  La fortuna che in Francia ebbero i romanzi storici di Walter Scott si presenta interessante, non tanto per le opere di semplice e immediata imitazione che la testimoniano, quanto per aver idealizzato alla fantasia dei romantici ogni indagine del passato nella ricerca di una bellezza, confinata e sopita in una zona lontana e fascinatrice.

  La narrazione pittoresca dello Scott costituì lo spunto necessario ai romantici francesi per quella loro concezione della storia (quanto mai diversa dalla nostra) in quanto e soprattutto forma d’arte, atta a far scaturire, in qualunque aspetto s’esaurisse, dalla rappresentazione esatta del passato l’immagine artistica della sua vita. Aiutati anche da quella poetica trasformazione della storia che furono i Martyrs dello Chateaubriand la resurrezione del passato si trasfigurò ai loro occhi in un’immagine, circonfusa di poesia e in essa soprattutto assorta, che rispecchia molte aspirazioni romantiche, proiettate come fasci di luce più o meno luminosa, più o meno torbida, fra le tenebre del passato.

  In questo primo periodo la passione per la storia soprattutto in quanto essa racchiude per sua virtù, in potenza, un vigore drammatico, e nella lontananza una parvenza drammatica che la ingigantisce, si avviva di tutta la costante aspirazione del romanticismo al dramma. Questo bisogna tener presente per collocare nella giusta luce che gli è dovuta il fatto che Walter Scott, apparendo ai romantici francesi come il primo che avesse fatto obiettivamente risaltare quella «vertu dramatique de l’histoire», nel suo contrasto tra le più folli avventure e i più dolorosi naufragi, evocasse alla loro mente il nome dello Shakespeare e indicasse così la visione di una storia che, pur partendo da una colorita descrizione, discoprisse, tra le fila della narrazione, se non la vita, almeno quella impronta tragica e fatale di essa. Le parole che ho citate sono del Vitet (pref. d’Henri III, 1829) e nelle scene storiche del Vitet[2] appunto si possono vedere risaltare sulla trama freddamente pittoresca, e come ancora in programma, alcuni elementi della evocazione romantica della storia; soprattutto esse sono per noi il punto da cui partirono i romantici francesi.

  Perché, se la storia «recèle une poésie intérieure qu’elle ne doit qu’à elle-même» (pref. Henri III), questa poesia in un primo tempo sembrò ad essi che dovesse scaturire di per sè dalla contemplazione della storia, mentre il suo impeto lirico è stroncato nel nascere proprio dalla preoccupazione romantica che contemplò la vita passata già gravata dalla lotta e prostrata dalla rinuncia, e non sognò del lungo dramma che l’ultimo atto che pone ogni personaggio dinanzi alla morte. La luce poetica che doveva evocare quelle varie vicende in uno svolgimento intenso e drammatico si adombrava di una tristezza senza conforto: da quei drammi delineati in tutta la loro crudezza si sprigionava una forza primitiva, avida di tutto assaporare, creatrice della sua rovina nella sua convulsa illusione di vita, e perciò drammatica. Perché fu proprio della maniera romantica di costituire come motivo della vita passata il senso di necessità e di dolore che può irretire la fantasia nella prima febbre della contemplazione, e la prima visione romantica, più che un superamento e un dominio della fantasia, ne rappresenta ancora la prima soggezione a quel quadro che è compito soprattutto dell’immaginazione di tratteggiare.

  Questo motivo spirituale, che diede vita ad un ideale estetico, accomuna dall’intimo le opere che all’ombra della storia vivono ancor oggi perché hanno saputo, sia pure in grado diverso, svelare e far «risorgere» qualcuna di quelle note poetiche che la fantasia romantica sognò alla sorgente della vita passata. L’impressione di necessità, vorrei dire drammatica, della storia, vista già come qualcosa di fisso, e non rivissuta nel suo dinamismo, è viva in Vigny, in Thierry, in Mérimée, in Hugo: e solo si scioglie dalla sua rigidità per far sorgere quell’ombra fatale dalla passione delle creature e viverne così il dramma in Michelet e in Balzac. […].

 

  pp. 15-23.

 

  La vita di Giovanna d’Arco (1841) segna una data nell’opera di Michelet; perché mi pare che il volume successivo rechi già i primi impercettibili segni dell’intorbidarsi della sua visione. A questo punto, assorbendo la fantasia nella pensosa evocazione di creature umane, animatrici delle cose che li circondano, la sua arte ha superato l’ostacolo che i romanzi storici sembravano ormai incapaci a superare, irretiti come erano alle soglie della vita. E si è così avvicinato all’arte di Balzac, il quale pubblicava, proprio nel 1841, il più vitale dei suoi romanzi storici: Une ténébreuse affaire. Questa passione della vita, soddisfatta sempre nel crearsi nuove creature per popolarne i propri sogni in una continua deformazione della realtà, accomuna dall’intimo l’opera di Michelet con quella di Balzac, colla differenza che, mentre in Michelet la visione della vita è già assorta in una atmosfera più irreale, perché le sue creature non possono ancora liberarsi da quella nebbia di sogno che le circonda (nel che, del resto, è il segreto della loro bellezza), in Balzac esse sono immerse in un’atmosfera sicura che le accoglie senza isolarle.

  Così, mentre la dedizione alla vita in Michelet trova come ultimo rifugio il sogno che ama costruirsi della vita un’immagine sua propria, in Balzac questa passione di vita trova sfogo nella visione di una storia ardente di lotte e sempre inquieta di nuove conquiste. Con Michelet l’ideale romantico della storia aveva fatto la sua prova e ne riusciva trasfigurato, memore ancora della prima nostalgia per le misteriose fioriture medioevali, ma tutto commosso ormai della passione che il medioevo gli ha rivelato e capace di purificare di questa umana pas­sione ogni manifestazione di vita.

 

***

 

  Nel 1829 gli Chouans di H. de Balzac evocavano, sullo sfondo di un paesaggio alla Walter Scott, una vicenda d’amore e di morte; ma la vera nota originale del romanzo consiste nel­l’approfondimento delle vie segrete della storia nell’animo dei personaggi. Anche nelle sue evocazioni storiche Balzac ha richiuso le creature nel vortice di una loro umana passione e gli Chouans ne sono il primo annuncio. Per questo è difficile districare tra i molti suoi romanzi gli elementi della sua visione storica, e non solo perché in essa vive la sua concezione passionalmente energetica della vita, ma anche perché si succedono a intervalli di tempo, in mezzo agli altri romanzi e inoltre si risentono di varie influenze.

  Nel 1831 i Proscrits, nel 1832 Maître Cornélius, rappresentano due tentativi di «resurrezione» medioevale, ove una tenue pennellata vive ancora di tutto il primo fervore romantico per le mezze luci velate d’ombra d’un lontano medioevo, irto di curiosi edifici e popolato di creature che vivono assorte in un sogno che ingrandisce o purificandola o travisandola l’umana realtà. Poiché, se Balzac fu attratto profondamente dallo spettacolo della vita tesa in uno sforzo di tutte le energie nel programma dettato dall’impero della passione, non potè, appunto per questo motivo, non essere assillato dal mistero che ogni vita umana racchiude in sè, e che era la risposta ultima che si affacciava al suo spirito quando avesse tentato di inda­gare la fonte stessa di quell’energia che egli contemplava come ritmo della vita.

  Nelle sue evocazioni storiche medioevali Balzac vide appunto quell’ombra di mistero proiettarsi più agevolmente sulla vita dei personaggi sì che la loro energia ne resta diminuita e come assorbita da un pensoso predominio dell’intelligenza che scruta oltre le cose un mondo sconosciuto e misterioso. Forse la vertigine dell’ora presente non permise alle creature degli altri romanzi di Balzac il soffermarsi pensoso sul mistero che ogni creatura umana porta in sè: e fu fortuna per il valore artistico di questi romanzi. Mentre nelle rievocazioni di un lontano passato la prima nebbia da cui si districava a poco a poco la novella vita, permetteva i contorni più vaghi e suggeriva insieme con la nostalgia del tempo passato la meditazione su quella vita, che la morte aveva già soffocata una volta, e che ora, richiamata per breve alla luce, avrebbe potuto comunicare il segreto della forza occulta che l’aveva governata.

  Ma ancor prima, nell’agosto 1830, era comparso Une (sic) épisode sous la Terreur: importante perché in una trama ben tenue, ma nitida, veniva rappresentata la forza salutare della religione, intesa anche e soprattutto come elemento sociale di ordine e di benessere: così il pensiero di Balzac dalle condizioni del passato è irresistibilmente attratto a quelle presenti. Se Une épisode sous la Terreur rappresenta la forza benefica della religione, proprio quando più infuria la tempesta, se nei Proscrits è soprattutto la religione medioevale che vive la sua ora di mistero nello scrutare i problemi morali della vita umana in relazione con quella soprannaturale, in Jésus Christ en Flandre la presentazione di una leggenda risalente ad un’età imprecisata nel medioevo viene collegata col presente, nel senso che la seconda parte l’Eglise (febbraio 1831) s’indugia pensosa sulle condizioni ormai immiserite della religione ai tempi di Balzac. Jésus Christ en Flandre, Les Proscrits costituiscono, anche dal punto di vista cronologico, un gruppo a sè nella visione storica del Balzac: gruppo in cui la lontana atmosfera che evoca i personaggi permette a quell’ansia filosofica di Balzac di vedere nella storia passata l’agire di quelle forze per mezzo delle quali egli vuol animare la storia della sua vivente e contemporanea società. Ed hanno valore perché tentano, di contro all’affermazione passionale degli Chouans, di seguire, in un ambiente storico, quell’attività dello spirito umano considerato soprattutto nel suo valore di unità di pensiero e di sentimento. Tentativo che il Balzac ha rinnovato in Catherine de Médicis, opera che si compone di tre parti (raccolte insieme nel 1843): Le Martyr calviniste (1841), La confidence des Ruggieri (o Le secret des Ruggieri) (1836), Les deux rêves (gennaio 1830): ove però la preoccupazione di innalzare «à la valeur philosophique de l’histoire le roman» (Avant-Propos della Comédie humaine, luglio 1842, a proposito di W. Scott), ha nociuto alla rappresentazione, costringendola in un rigido schema.

  Ma in Une ténébreuse affaire, comparso in appendice nel 1841 e ristampato in volume nel 1842, sullo sfondo dell’epoca napoleonica, vive una realtà tumultuosa e appassionata. Se, come ha sostenuto A. Bertrand in un suo articolo della «Revue de Paris» (maggio 1921: Une évolution nouvelle du roman historique), il romanzo storico può essere considerato come un ramo del «roman de moeurs», questo del Balzac potrebbe essere una prova, ma anche la sola. Perché, se si intende il «roman de moeurs» come rappresentazione oggettiva ed accurata degli aspetti in cui s’è fissata la vita in un determinato periodo, allora già i primi romanzi storici, a prescindere dal loro valore artistico, possono essere considerati come «roman de moeurs». Ma se si intende con questa parola la rappresentazione viva del come le passioni di un periodo si sono manifestate e se ne fa sentire, per virtù d’incanto, a distanza di tempo, l’impeto travolgente, allora noi sentiamo che la definizione troppo rigida di «roman de moeurs» s’allenta e che non c’è più che una trasfigurazione artistica della vita, che solo si giova di determinate condizioni di tempo per venire fissata.

  Dicendo il romanzo storico è un «roman de moeurs», la cui azione si svolge in un determinato periodo «storico» si traccia, mentre si tenta di unirli, la linea di separazione perché si circoscrivono al romanzo storico dei limiti che l’altro non conosce. Perché, come dietro al «roman de moeurs» sta l’eterno enigma della vita come l’ha sofferto chi ha vissuto in quel periodo, così dietro al romanzo storico sta una realtà umana, ma già vista entro quei limiti che tracciano di essa un’immagine già fissa. Certo il «roman de moeurs» può collocarsi anche in tempi non contemporanei all’autore e può anche non avere personaggi «storici»; eppure diventerà un romanzo storico, perché bisognerà ricorrere a tale parola per giudicare se attraverso alla sua potenza d’illusione quei costumi di quel determinato periodo rivivano in tutta la loro potenza. Eppure, dicevo che di questa tentata identificazione Une ténébreuse affaire potrebbe essere una prova; ma nel senso che questo romanzo storico può essere considerato un romanzo (senza l’insidia di altre definizioni particolari), ma cui l’aggettivo «storico» dà un risalto pienamente meritato. Nel senso che nel rievocare la vita passata tiene in gran conto, per seguire le azioni dei personaggi, dell’elemento tempo, considerato nel suo valore di determinante l’atmosfera in cui si muovono i personaggi e anche nel suo valore di mezzo necessario alla rappresentazione per dipingere gli avvenimenti che si succedono in un ritmo che, come nella vita che viviamo, segue le fasi del tempo.

  E non è un’evoluzione del romanzo storico: è semplicemente il vero romanzo storico, quale avevano sognato gli stessi romantici, anche se il fervore per il pittoresco, il medioevo, la cattedrale gotica li aveva fuorviati. Era la ricostruzione artistica di tutta la passione di un periodo, ripresa nella sua atmosfera precisa e rivissuta nel suo corso : il costume non è più qualcosa di fisso e di irrigidito in un atteggiamento pittoresco, ma è la forma che il tempo fa assumere alle dirette manifestazioni dell’animo; è la vita che si localizza in quel determinato periodo storico, ma questi confini anziché impacciarla, fanno risaltare quella sua forza eterna che sa piegarsi a tutti i mutamenti e, tanto più è messa in luce, tanto più cela gelosamente il suo segreto.

  Sicché, con questo romanzo di Balzac, il romanzo storico poteva dire di aver scoperto, nella vita passata, il motivo unico e perenne della vita di tutti i tempi. E se nelle Illusions perdues Balzac stesso ci ha lasciato un quadro di quella febbre storica che aveva ossessionato i romantici, e aveva anche notato ciò che mancava in Walter Scott, e cioè la passione, i personaggi di Une ténébreuse affaire ben potevano dire al loro creatore che egli aveva veramente trovato quella «vérité des moeurs qui en histoire est la vie». (Thierry, Lettera I sur l’Histoire de France).

 

***

 

  Se, giunti ormai con Une ténébreuse affaire di Balzac al 1841, noi ci chiedessimo se questo romanzo storico può effettivamente rappresentare il risultato positivo delle ricerche di lunghi anni, la nostra risposta affermativa ci direbbe anche che, per essere l’espressione pura e vivente di una realtà che solo la fantasia ha ormai potuto contemplare, esso rappresenta anche la necessaria distruzione di premesse che avevano impacciato le altre evo­cazioni. Perché, se dal limite cui siamo giunti noi vogliamo indugiare ancora una volta su quella visione della storia che abbiamo visto formarsi nei singoli autori, noi possiamo affermare ora, dopo aver tentato di tracciarne le linee essenziali, che queste s’irradiano da un medesimo punto.

  Voler precisare questo punto è ritornare in fondo a quel movimento romantico che li aveva visti, chi più chi meno consapevolmente, attenti ed affascinati: significa anche fare di quella contemplazione della storia un motivo vitale, che non è soltanto fredda esigenza dell’intelletto, ma passione d’artista; che da questa passione trae il vigore necessario per trasformarsi durevolmente nell’aspirazione d’un’ideale forma d’arte che sappia risuscitare, con tutto l’incanto di cosa lontana, la vita passata. Perché in questa contemplazione della storia è soddisfatto per tutti i romantici, direi, un bisogno d’evasione dal mondo che li circonda verso un altro che, pur appassionando col suo mistero di vita e di morte, permetta alla fantasia, nello stesso tempo, con la sua lontananza, di sentirsi trasportata in un mondo ideale, ove possano incarnarsi in persone quelle parvenze di vita che la ossessionano.

  Così fu una luce drammatica, come ho già detto, quella che illuminò dapprima agli occhi dei romantici la vita passata: e in questa luce si sognò di far agire la passione più libera e più semplice. Ma, poiché non si volle far scaturire il dramma da questa stessa passione in lotta con se stessa o con gli avvenimenti, ma quella tristezza e quel tedio in cui si cristallizzò l’aspetto drammatico del passato offuscarono subito ogni evocazione non permettendo alcun più agevole respiro; e i particolari pittoreschi non furono se non la ricostruzione fedele del passato senza per altro vivere come espressione più leggera e caratteristica delle forme in cui s’era concretata la vita: per questo, ripeto, più che un quadro agitato di lotte drammatiche e illuminato dalla luce viva del sole, le prime resurrezioni romantiche evocano piuttosto ai nostri occhi un paesaggio squallido, rischiarato appena da una luce crepuscolare, in cui i personaggi non conservano della vita di un tempo che il senso tormentato e angoscioso di un destino nemico e della morte paurosa. Quella medesima tristezza che avvelena ogni contemplazione ci è rivelata dall’opera di Thierry, da quella di Mérimée: e il fantastico monumento di Victor Hugo se rischiara per un momento le ombre troppo fosche, non fa però che aumentare il senso di irrealtà e di morte che destano queste evocazioni. Senza che questa irrealtà sappia trasfigurarsi veramente nella sua apparenza di sogno in cui non solo le cose ma anche le persone assumano una loro vita allucinata, che dal regno delle ombre porti un’impronta tenace, che, mentre le fa parere più fallaci, ci rende anche più evidente ed illusorio quel momento di vita che esse vivono.

  L’Histoire du moyen-âge di Michelet creò questo mondo intermedio tra il sogno e la realtà, popolato di creature viventi in un loro dramma, ma già separate dal mondo da un’ombra di tristezza e di morte.

  L’aspirazione che Michelet ebbe con gli altri romantici verso un mondo umano di dolore e di passione e come questo mondo si illumini per lui della stessa luce, questo risulta chiaramente se noi leggiamo la sua opera dopo le altre che ho citato: ma egli seppe suscitare da quel senso di nostalgia per il passato una capacità di farlo vivere nuovamente, perché soprattutto furono le creature quelle che egli vide sorgere, anche se gravate ancora dalla medesima tristezza. Quella stessa che opprime le creature di Vigny: nelle quali però un’osservazione morale che le nobilita nel loro valore di esseri pensanti e padroni della loro vita interiore, ci dice come fosse vivo nei romantici il desiderio di scoprire nell’uomo che ha vissuto l’uomo di tutti i tempi.

  Perché sia in Vigny, sia in Thierry, sia in Mérimée, come in Hugo e in Michelet è alla radice di ogni curiosità il mistero della vita. Come in Balzac: ma in quest’ultimo soltanto si dirada quella penosa atmosfera di tristezza e di morte. Forse perché l’appassionata accettazione della vita permise a Balzac di fare di quella tristezza non più l’ombra che vigila ogni vita e la tenta passo a passo, ma uno degli aspetti in cui può concretarsi la vicenda umana. Che, districatasi faticosamente dalle premesse romantiche, doveva, per trasfigurarsi nell’opera d’arte, conservare soltanto quel che era in esse di vitale. Quando nell’opera di ciascuno degli autori che abbiamo nominato l’ideale artistico romantico della storia formò una cosa sola ed organica con la visione della vita, allora rinacque veramente dall’oblio una vita, che, pur sorgendo da una concezione particolare, conserva inalterata la sua forza perenne. Se un’atmosfera drammatica non fa che gravare a volte queste evocazioni, se le agitazioni e la passione sono troppe volte una cosa estranea, se troppo spesso la morte vuole ghermire una seconda volta quella vita appena intravveduta, la nostalgia di cui sono avvivate come da un leggero e penetrante profumo, costituisce il motivo della loro bellezza.

  Infatti questa nostalgia permette alla contemplazione della vita passata di animarsi di un commosso lirismo: allora la fantasia può veramente intuire le ragioni della vita passata e vedere in quell’ombra di morte il carattere che isola il mondo contemplato in una zona di silenzio, ove s’incontrino il sogno e la realtà. Perché, mentre questi scrittori rifugiarono in questo mondo, novellamente sorto per virtù d’intuizione fantastica, il sogno di una vita diversa, tuttavia la meditazione che quella vita che essi contemplavano aveva già animato una creatura umana, li rese pensosi della sua realtà: e se i pregiudizi romantici non permisero talvolta di fare risorgere la vita, non per questo essi ne furono meno impressionati: e quando lasciarono parlare la loro commozione, allora essi diedero veramente a queste evocazioni, quella bellezza, fatta di esaltazione e di pensosa meditazione, che loro compete. Perché nel mondo sognato, esaltato dal dramma, o fatto più pensoso da una lirica tristezza, essi s’incontravano ancora una volta con quel mistero che essi volevano allontanare: nel passato, come nel presente, essi contemplavano, fronte a fronte, sorgente di eterna bellezza appunto pel loro mistero, la vita e la morte.

 

 

Nota, pp. 23-25.


  p. 25. Per gli Chouans di H. de Balzac è importante un capitolo (il IV, intitolato: Sous le signe de Walter Scott) del libro del Baldensperger, Orientations étrangères chez H. de Balzac, Paris, Champion, 1927; per i Proscrits un articolo di Franca de’ Franchi nella «Rassegna di Studi francesi in Italia», 1932 (Dante e Balzac).

  Il Curtius esamina, nel quadro generale dell’attività intellettuale del Balzac, anche le sue opere storiche (Balzac, trad. Jourdan, Paris, Grasset, 1933).

 

 

  Salvator Gotta, Dal taccuino dei tipi e delle atmosfere. Fra gli oggetti smarriti. Novella di Salvator Gotta, «Stampa Sera», Torino, Anno 72, Num. 126, 28 Maggio 1938, pp. 3-4.

 

  p. 3. Legge un migliaio di persone, non di più. Noi si scrive per un migliaio di persone dotate di gusto, di coltura e di sensibilità moderna. Val la pena di scrivere per queste. La popolarità! E’ perfino discutibile se vi abbiano diritto i geni. Balzac, Tolstoi, Dostojewsky, Flaubert non sotto certo grandi perché sono popolari. L’arte, la grande arte non è mai popolare e ciò che di essa diventa popolare, ossia scende giù fino ad essere accessibile alle sartine, alle dattilografe, non è ciò che le dà valore, anzi, caso mai glie ne toglie, la inquina.



  Mario Luzi, L’Opium chrétien di Mario Luzi, Modena, Guanda Editore, 1938 («Uomini e Idee»).

 

  pp. 34-35. Mauriac versa tutta la complessità del suo spirito in una materia plenariamente umana, che rimane esattamente compatta nell’accoglierla. Compatta, ma violentata dal sentimento stesso che essa provoca in lui. E sarebbe a questo punto difficile definire il modo e la quantità secondo cui il movimento cordiale e soggettivo vince e si pacifica nel cuore di questa materia che egli amerebbe di lasciare imperturbata. Anche Balzac incide violentemente il suo sentimento del mondo in una materia che tuttavia resta una realtà, senza mantenere una adesione disinteressata alla molteplicità della vita. E in questo sanno stare vicini. Considerando quelle scambievoli concessioni che intercorrono tra un narratore e il suo mondo noi vediamo come singolarmente violento e accentuato sia in loro il flusso di dedizione che va dall’autore alla creazione; una volta che essi dimostrano una assoluta incapacità a concepire una atmosfera di umanità lineare e non simbolica o comunque così distaccata da essi che non vi si compiacciano o il loro sentimento perso­nale (lirico) o la loro fantasia che supera il reale.

  Ma mentre Balzac crea una società, Mauriac crea e isola l’individuo.

  Egli separa decisamente l’uomo dalla sua praticità sociale e lo riduce alla sola ascoltazione del suo cuore. Una legge che incombe su tutti gli eroi di Mauriac è infatti la solitudine.

 

  pp. 108-109. L’amore della ragazza vana e orgogliosa, ma come tutti gli uomini di Mauriac fondamentalmente accessibile alla passione, per l’adolescente spirituale e selvaggio è accolto da un ambiente in cui è facile riconoscere l’influenza di Balzac e procede con una casistica troppo scenica di ispirazione anch’essa balzacchiana (pensiamo alla Recherche de l’absolu). Ma questo avvicinamento serve sopratutto a rivelarci l’inopportunità dei motivi balzacchiani in un temperamento come quello di Mauriac: in questo romanzo infatti egli esaurisce per sempre tutte le possibilità di critica sociale; non riesce ad altro che ad esprimere un’acrimonia, troppo reale, come un gioco fatto sul serio, verso quella società vanitosa di commercianti bordolesi: le intenzioni, per esser tali, si scontano: allo scrittore è mancato il calore con cui Balzac aderisce con una costante simpatia anche agli aspetti della vita più squallidi. E quella casistica straordinaria che ricorda appunto alcuni romanzi di Balzac come la Recherche de l’absolu, La femme de trente ans, è stata pure un’illusione, una esperienza assai labile e fuggitiva nell’insieme dell’opera sua, di quelle che costano tutto il tempo e tutto lo spazio che occupano. Le doti di concretezza dell’artista maturo, saranno indubbiamente di carattere opposto. Egli è in pari tempo iperbolico e realista.

 

 

  Giuseppe Marotta, Riccardo Benson mezzo miliardo. Romanzo di Giuseppe Marotta, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno LXV, N. 51, 18 Dicembre 1938, pp. 1159-1160.

 

  p. 1160. Rassicurato da un suo giocondo grugnito, osservai attraverso i vetri il parco sottostante. Mi dispiace di riferire ciò che pensavo, ma è necessario. (Nessun segreto fra uno scrittore e il suo pubblico, altrimenti tutta l’arte narrativa può vacillare sulle sue basi: si comincia nascondendo dieci o venti righe, e poi prendendo piacere alla cosa si finisce per tacere interi volumi; guai se Balzac fosse stato uno scrittore riservato e chiuso!). Pensavo anzitutto a Giovanna Benson.



  Rodolfo de Mattei, Libri usati. Il colonello Bridau, «Quadrivio. Grande settimanale letterario illustrato di Roma», Roma, Anno VI, N. 38, 17 Luglio 1938, pp. 1-2.


  [Su La Chartreuse de Parme di Stendhal].

 

  pp. 160-161. A Waterloo erano in molti, e il trambusto fu immenso: è spiegabilissimo che il ragazzo Del Dongo non abbia incontrato il Capitano Filippo Bridau, come si spiegherebbe che, se si fossero incontrati, non si fossero conosciuti, o supposti destinati a ulteriori garbugli. Comecchessia, eran lì tutti e due; e tutti e due si buscarono una ferita; in più il capitano Bridau meritò sul campo la croce d’ufficiale della Legion d’Onore. Ed è all’indomani di quel pasticcio che comincia la vita burrascosa di quest’altro eroe mancato. Militari si nasce, e magari si muore, come del resto a questo Bridau capiterà; ma dalla nascita alla morte c’è uno spazio che si può colmare con ogni sorta d’ingredienti; e veramente quelli che il nostro colonnello – in congedo a metà stipendio — vi caccerà non son dei più puri; anzi diciamo senz’altro che son quanto di più tristemente alluvionale. «— È tagliato nel legno con cui il suo Imperatore faceva i marescialli», dice du Bruel (Onorato di Balzac, Il Colonnello BridauUn ménage de garçon); ma non c’è legno che non patisca corrosioni, e non possa finir tizzone. Tizzone, finirà, appunto, questo reduce di Waterloo, e cioè biscazziere, ladro, figlio snaturato, duellista e ce n’è ancora da mettere —; preso ormai anche lui dall’unico assillo di soddisfare un suo particolare desiderio d’ambizione e di ricchezza.

 

 

  Rodolfo de Mattei, Libri usati. Matrimonio, «Quadrivio. Grande settimanale letterario illustrato di Roma», Roma, Anno VI, N. 42, 14 Agosto 1938, pp. 1 e 7.

 

  p. 7. Ma quasi a lui [Stendhal] di fronte, e di contro, dall’altra parte, insomma, l’Ottocento può già collocare il testimone della nuova esigenza, l’esperto di una nuova teorica. Ecco Balzac, ecco una Physiologie du Mariage. Trattato non meno scientifico, analisi non meno paziente, miniera non meno ricca. Son le fasi, intrigate e delicate, della vita in due, ma in due coniugati, che stavolta vengono messe a fuoco, e allo studio, studio meticoloso sul come sul quando sul dove sia più garantita la Felicità. La Felicità: questa dea che l’antichità aveva celebrata, c il Settecento aveva a ogni costo riagganciata alla terra: è a lei, che, sotto la specie dell’Amore o del Matrimonio, non si vuol rinunciare. Stendhal ne aveva letto l’evocazione su una vecchia casa pompejana — «Hic habitat Felicitas», — e aveva tremato d’emozione: laggiù aveva abitato la Felicità, perché vi aveva abitato, paganamente, liberamente, l’Amore. Ebbene la Felicità dei finali di opera, l’illusione della Felicità, dice Balzac, può coronare ogni buon ménage parigino ... Ed ecco una serie d’assiomi, di postulati, di corollari matrimoniali; una carta di navigazione, insomma, nell’oceano della vita coniugale, allo scopo di evitare secche, scogli, naufragi. Alla fine, lo stanco pilota può ritirarsi e affidare i coraggiosi navigatori alla Provvidenza: più di quel che ha fatto non può. Alla fine della sua Fisiologia e delle sue Miserie, il vecchio Onorato ha l’aria di veder l’inanità d’uno sforzo: far la logica dell’illogico, conciliare Natura e Matrimonio, Amore e Famiglia. Bah, non è affare che lo riguardi; egli ha fatto, anche lui, della scienza nuova, ha classificato, ha catalogato: tante sorta di situazioni, tante sorta di mariti, tante sorta di illusioni, delusioni, miserie; e peraltro non ha trascurato di avvertire che conjugium viene da jugum, da giogo ...

  Ebbene, tutta la letteratura «matrimoniale» dell’Ottocento francese, e forse non solo francese, discende da questo Trattato. Tutte le strade che conducono alla Roma del matrimonio, — follia, noia, ambizione, passione, gioventù e simili (Balzac, Phys. p. I) — sono altrettante vie per le quali si esce dalla vita in due e si entra nella vita che non è più soltanto di due. Ed ecco i nuovi naturalisti, i nuovi statistici, i nuovi analizzatori, dimostrar l’assurdo del combaciamento delle due metà, e spaccare il frutto in più pezzi, e i pezzi rotolano di qua e di là. Messi sulla strada da un maestro di strade quale Balzac, si potranno mai arrestare, i nuovi sperimentalisti? La geometria, adesso, offre le sue figure; e la matematica offre i suoi numeri, per le situazioni coniugali. La seconda moglie, Il Terzo Marito, La Moglie Ideale, Il marito amante della moglie, L’Amico delle Mogli, La Scuola delle Mogli, I mariti ... dove si andrà a finire? Si andrà a finire con La Questione del Divorzio, con l’anelito della fine del giogo; e sarà la vendetta dell’Amore, e sarà la fatale conclusione di tutto uno sforzato adattamento al Codice Napoleone. Non aveva detto, qualcuno, che forte come la Morte è l'Amore non matrimoniato? Divorziamo! è il grido del secolo morente, grido di liberazione, come Amiamo! era stata la bandiera del secolo libertino. È naturale: quegli esempi di nozze parigine (Edmond About, Les mariages de Paris) non sono forse istruttivi? Vi potrebbero piacere, nodi simili? L’ombra del malizioso Onorato può ormai dirsi soddisfatta. Matrimonio è uguale a «Misère», a Mortificazione. E dal polo opposto, il bello è, e l’impreveduto è, che al coro fa eco, magari per altre ragioni, chi meno potrebbe supporsi, lo scontentissimo apostolo della Sonata a Kreutzer ... Ahinoi, a riparar le dimenticanze o le ignoranze d’un Balzac, chi sopraggiunge? Sopraggiunge il Signor Dottore, per l’appunto il Medico, che in nome della scienza seria cui è stato mutuato il gusto della «Fisiologia», darà lui i precetti per ovviare ai guai del Matrimonio, e attingerne anzi le gioie, e sarà la nuova e igienica «Fisiologia del Matrimonio», la scienza del coniugio ineccepibile, garantito dall’esperienza del gabinetto medico, la ricetta dei Mantegazza ... È il medio che interviene nel dibattito, dopo il sociologo e il giurista: ebbene, vedi tutti gl’interlocutori aver l’aria di scrollar le spalle, di far capire, tra le righe, che più di codesti ripari è impossibile trovare: questo è il Matrimonio; chi vuol di più o di diverso, si rivolga all’Amore ...

 

 

  Giuseppe Molteni, Un galeotto colonnello e il Vautrin di Balzac, in Storie romanzesche e misteriose, Milano, Milano, Baldini & Castoldi – Editori, 1938, pp. 241-247.


  Nella lotta di figure e figurine create dal Balzac nella sua gigantesca Commedia umana una tra le più possenti è certo quella di Vautrin. E’ noto come il padre del romanzo naturalista moderno, ancora prima che l’autore dei Rougon-Macquart rendesse di moda quella smania della «documentazione» in virtù della quale il romanzo avrebbe dovuto apparire ed essere una vera e propria tranche de vie, usasse trarre l’ispirazione dalla osservazione reale e il fondo psicologico dei suoi personaggi dalla materia viva della cronaca quotidiana. Da chi e da che, dunque, trasse egli il soggetto del suo Vautrin? Due studiosi, il Massard e il Dallier, con le loro induzioni ci hanno dato la chiave dell’enigma.

 

* * *

  Pietro Coignard è un nome che risulta ignoto alla grande massa del pubblico odierno; ma nei primi anni della Restaurazione esso riempì le cronache giudiziarie d’oltralpe. Del Coignard parla sovente, nelle sue famose Memorie, il celebre Vidocq. Anche costui, prima di essere poliziotto, era stato in galera. Aveva cominciato, giovanissimo, col derubare il proprio padre e aveva finito con l’essere inviato al bagno di Brest in seguito a condanna per falso. Nel 1809 offriva i suoi servizi al barone Pasquier, prefetto di polizia, che li accettava. Fu allora che l’ex-bandito cercò di impiegare alla caccia dei delinquenti le sue conoscenze e i suoi istinti di pessimo soggetto, raccogliendo attorno a sè altri arnesi di galera, e, costituendo quella brigata Vidocq, che funzionò per più di un ventennio, fino al 1832 in cui il suo capo venne, per così dire, dimissionato e l’ordinamento della polizia parigina epurato d’un elemento che, se pure qualche volta, come appunto nel caso Coignard, aveva reso qualche buon servizio, costituiva sempre tuttavia un fenomeno tutt’altro che decoroso.

  E’ al Vidocq che si deve l’arresto del Coignard, per mezzo di uno stratagemma che depone forse più favorevolmente pel secondo che pel primo. Già la identità del preteso conte de Sainte-Heléne (sic) era stata accertata, e scoperto il suo domicilio, nel quale era stata tratta in arresto quella Rosa Marceu, che figurava nella buona società come la contessa sua moglie, e ancora l’antico galeotto rimaneva uccel di bosco con parecchi della sua banda. Allora il Vidocq finse di aver lasciato la casa del Coignard e rimessa in libertà la sua donna: in realtà tutto intorno era teso l’agguato, ed egli stesso si era nascosto in casa con uno dei migliori suoi uomini, al quale fece indossare le vesti della Rosa; poi, con degli stracci, confezionò alla meglio un fantoccio della grandezza di un bambino di tre anni, l’età del piccino di Coignard; e alla sera, rischiarata una camera in guisa che l’interno fosse visibile anche da lontano, fece passare e ripassare innanzi ai vetri della finestra la falsa Rosa col suo pupo, che baciava e si stringeva al seno, mentre coi gesti invitava l’assente al ritorno assicurando che la via era libera. Il Coignard, che con uno della sua banda di ladri, il Soffiet, non aveva tralasciato di gironzolare, alla larga, attorno alla, casa ove aveva dovuto abbandonare la donna e il bambino, si lasciò trarre in inganno dal grossolano tranello, e vincendo le riluttanze del compagno che invano cercò dissuaderlo, dominato dalla prepotenza dell’amor paterno, si appressò alla casa e cascò nella rete.

  Eppure Pietro Coignard era tutt’altro che un sempliciotto, e il suo curriculum vitae renderebbe inesplicabile questa sua colossale imprudenza se non si ammettesse che in lui, in quel momento anche più forte dell’istinto della salvezza, parlasse il suo affetto di padre.

 

* * *

 

  Egli era nato, probabilmente nel 1774, da onesti genitori, e fu il primo di quattordici figli dei quali altri due, Luigi ed Alessandro, dovevano pure finire in galera. Giunto all’età del servizio militare partecipò alla guerriglia nella Vandea in un modo singolare, destreggiandosi a passare da un campo all’altro, ora tra i bleus ora tra gli chouans, rischiando cento volte la fucilazione e salvando sempre la pelle: fu in quell’esercizio acrobatico e supremamente pericoloso che acquistò quell’agilità tattica che gli avrebbe poi ottimamente servito nella guerra di Spagna.

  Lasciate le armi, passò al servizio del conte di Monteusier ch’egli aveva conosciuto appunto durante il suo passaggio tra gli chouans e ne approfittò per organizzare col fratello Luigi, un furto ingente, in grande stile, a carico del suo padrone.

  Emigrato all’estero, in cerca di più propizia atmosfera, a Amsterdam si improvvisò gioielliere e con tal trucco riuscì a truffare un commerciante ebreo di centomila scudi in brillanti. Il racconto di quest’impresa darà un’idea dell’astuzia matricolata del nostro furfante.

  Egli invitò il commerciante nel suo studio, esaminò attentamente la partita di brillanti, ne fissò il prezzo, rinchiuse sotto gli occhi dell’ebreo i gioielli in una cassaforte, poi pregò l’altro di attendere un istante intanto che passava nella camera vicina a prendere i denari pel pagamento. E passò infatti nella stanza attigua dalla quale, attraverso un buco nel muro in corrispondenza con analogo foro nella cassaforte, ritrasse da questa il prezioso involto appena depostovi, dandosi per un’altra porta a precipitosa fuga. All’altro, dopo lunga e vana attesa, non rimase che il magro conforto della denuncia. Ma a raccontare tutte le gesta truffaldino della giovinezza criminosa del nostro Vautrin si andrebbe per le lunghe: basti il dire che, caduto finalmente nelle mani della giustizia, venne dalla Corte Criminale di Parigi condannato nel 1801 a quattordici anni di galera e inviato al bagno di Tolone, dal quale riuscì ad evadere, dopo quattro anni, il 27 luglio 1805, raggiungendo per mare la Spagna. E qui avvenne la stia metamorfosi. Pietro Coignard non esiste più, ed esiste in suo luogo un gentiluomo d’antica razza, un ancien emigré, il signor Andrea Pietro de Pontis, conte di Sainte-Heléne (sic).

  Da autentico emigrato egli si arruola nelle, truppe spagnuole, vanta i suoi passati servizi, fantastici, al di là dell’Oceano, e aiutato dalla pratica della campagna vandeana mostra rare attitudini per quella lotta di guerriglie; gli è rilasciato un brevetto di colonnello e affidato il comando di un reggimento. Versatile e proteiforme, egli disimpegna esemplarmente le sue funzioni di colonnello; falsario emerito si crea negli archivi del ministro della guerra a Madrid un magnifico stato di servizio; e a Barcellona, col fratello Luigi, altro evaso di galera, organizza una banda di rapinatori. Poi, quando comincia a sospettare che trapeli qualcosa delle sue losche attività, defeziona il campo spagnolo per quello francese, e arriva a conquistare la fiducia del maresciallo Soult che gli riconosce il grado di colonnello e largamente impiega l’attività e le attitudini militari dell’ex-forzato. Quando l’impero crolla egli si mette subito dalla parte dei nuovi padroni. Fatica sprecata.

  La Restaurazione lo mette a riposo, in pensione; ma la sua audacia gli fa reiterare le domande per essere riammesso in servizio attivo. E nel frattempo, per non perdere la pratica, riprende il suo mestiere di criminale e riorganizza la sua banda, associandosi il fratello Alessandro che sostituisce il morto Luigi. Partecipa alle rischiose e laute rapine anche Rosa Marceu. Un caso fortuito interrompe quella singolare esistenza in partita doppia. Un giorno, a una cerimonia militare in piazza Vendôme, a Parigi, il Coignard, malgrado la sua brillante uniforme, le sue decorazioni e la sua superba cavalcatura, è riconosciuto da un ex galeotto del bagno di Tolone che aveva scontato la sua pena, certo Darins, già suo compagno di catena e che, irritato pel modo altezzoso col quale il Coignard lo ricevette fingendo di non riconoscerlo, se ne vendicò riferendo la sua scoperta al capo della Brigata della «Sureté» (sic), il Vidocq.

 

* * *

  Arrestato, egli negò sempre, ostinatamente, d’essere Coignard sostenendo anche innanzi all’accumularsi delle prove contrarie, ch’egli non era altri che il conte di Saint-Heléne, e come tale continuò a professarsi fino all’epoca della sua morte, avvenuta nel 1834, al bagno di Brest. Condannato ai lavori forzati a vita, egli aveva subito l’ignominia della gogna, e dell’applicazione dei ferri, una cerimonia paurosa e raccapricciante alla quale il pubblico, avido di emozioni, si precipitava ad assistere. Poi, attraverso la Francia, legato alla catena, era giunto, procedendo a piccole tappe con l’altra ciurma dei suoi pari, al bagno di Tolone, e da questo era poi stato trasferito con molti altri a quello di Brest. Particolare caratteristico per definire lo strano ascendente di quest’uomo: il capitano che comandava la nave che trasportava quel grosso carico di galeotti dal porto mediterraneo a quello bretone aveva affidata all’ex-colonnello la delicata funzione di mantenere la più rigida disciplina in quella brigata di pericolosi e temibili criminali.

  Ritornato un numero l’ex-conte di Saint-Heléne rinunciò ad ogni tentativo di evasione e si acconciò rassegnato al destino più forte di lui.

  Tale la storia del vero e reale Vautrin, che letta nelle pagine disadorne della cronaca, se pure sfornita del magnifico miraggio dell’arte, non è meno interessante e sorprendente di quella del fosco e possente personaggio balzacchiano.



  Nemo, Un grande romanziere giornalista, «Il Brennero. Quotidiano Fascista Tridentino», Trento, Anno 17, 30 Gennaio 1938, p. 3.

 

  Vi è in Balzac del molto buono, del mediocre e del molto brutto che bisogna prendere in blocco, come Stendhal nella sua abbondanza, con questa differenza: che tutte le volte che Stendhal non ha stampato interamente quello che scritto, è stata la nostra curiosità a esigere la pubblicazione di tutte le sue minute e dei suoi scarti; mentre che Balzac, poligrafico per necessità così come per eccesso di genio, ha stampato senza ritegno tutto ciò che gli passava per la lesta, o scaturiva dal suo calamaio al solo contatto della penna. Da notare, incidentalmente, che se Stendhal provoca parecchie persone, Balzac non è meno provocante per altre, con le sue manie, la sua esuberanza, la sua volgarità, nei momenti in cui il genio non le ricopre della sua magnificenza. Ma, ancora una volta, prodotti di secondo e di terz’ordine di un grande uomo hanno un interesse indiscutibile, per diverse ragioni che è bene precisare per aiutare il lettore a fare la sua scelta in questa frasca gigantesca.

 

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  Ed ecco, giustamente, per il singolare di Balzac e la sua critica, l’interesse maggiore delle sue «Opere diverse»; si direbbe ch’egli ha immagazzinata in precedenza la materia prima, tutta di cose viste, e d’osservazione, per usarla poi nella sua opera- futura. Ci si domanda sovente. leggendo l’immensi romanzi di Balzac, ammonticchiati così rapidamente gli uni sugli altri, nella sua fucina senza soste, ove e quando questo visionario di genio, ha trovalo il tempo d’osservare e di conoscere il mondo che dipinge. Non avesse che questo d’istruttivo, la sua opera giornalistica, anche nelle sue parti sbrigative, basterebbe a informare molto topicamente sulla preparazione di Balzac alla conoscenza del suo secolo. A parte la sua facoltà di lavoro eccezionale, egli ha dovuto occuparsi fra il 1820 e il 1830, molto più di quanto non si creda, alla vita di Parigi, ai suoi movimenti, alle sue curiosità di ogni specie. I suoi articoli ce lo dimostrano al corrente di ogni cosa: cronista divertito del mondo, dei centri artistici e letterari, amatore di musica e di teatro, infaticabile passeggiatore, lettore senza limiti, tecnico di ogni attività della città, osservatore di tipi e di costumi, collezionista senza riposo di piccoli fatti veri. Piccoli fatti immediatamente utilizzati, e pessimamente, nelle sue cronache della «Caricatura», amplificati in seguito dall’immaginazione amplificatrice del romanziere e innalzati al mito. Classificati metodicamente per soggetti e generi trattati, questi innumerevoli studi parigini dispersi da Balzac nel corso della sua attività di cronista, in cui il caso fortuito e l’attualità comandano, i fatti apparirebbero in maniera più sorprendente è noi avremmo un vero repertorio della documentazione balzacchiana. Fisiologie dell’impiegato, della guardia nazionale, del soldato, della sardina, del damerino, dell’uomo di mondo; spettacoli di Parigi, le sue feste, le sue passeggiale, le sue sommosse idee in corso, sansimonismo e mennenismo (sic); movimenti d’opinioni, libri nuovi; politica infine: tutti gli elementi della cronaca dei costumi francesi intorno al 1830 e dopo; arsenale d’osservazioni e di riflessioni in cui Balzac non avrà, in seguito, che da attingere per nutrire la sua opera maggiore. E’ questo, io credo, per la glossa ed il commentario del suo lavoro, un fatto certissimo e importantissimo che giustifica a lui solo la pubblicazione di queste sottili pagine, in se stesse molto spesse verbose, sovente irritanti, il cui genio cade nell’affettazione e nella leziosaggine,e che urtano tanti i delicati. Ma, di fronte a Balzac, i delicati non hanno ragione. Con la sua pesante zampa ed il suo grosso riso, egli è più grande di essi.

 

***

 

  Hugo l’ha detto, in William Shakespeare, con un motto che va lontano: «Il gusto non è che il timore del genio». Ma si amerebbe che il genio avesse anche del gusto, vale a dire il timore della sua propria esagerazione.

  E Balzac sovente esagera, deforma con una generalizzazione abusiva. Se si tratta di Grandet o di Goriot è molto giusto: tutto è graduato. Ma non vi sono graduazioni nei suoi piccoli articoli, ove egli porla al tipo di piccolo buon uomo, il droghiere e la guardia nazionale. Nei suoi schizzi della «Caricatura» egli ha il riso grasso: è più nella caricatura che nel vero. Ogni volta che Balzac cessa d’essere sè stesso, pensa ad un altro. Imita Sterne, per esempio: ciò è molto brutto. Rileggete la suo «Teoria del costume», il suo «Trattato della vita elegante» in cui lo scherzo pesa cento chili; è Pantagruel in calesse. Balzac non è fatto per questo genere, in cui la sua osservazione vera, girata in aforismo crudo, si sminuisce e perde ogni valore. Ma il paradosso, in sé stesso già odioso, è più odioso là, ove Balzac lo scaglia a tutta forza, con mille allettamenti preliminari, della più punibile falsità.

 

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  Ove Balzac si ritrova al contrario perfetto, nelle miscellanee delle «Opere diverse» è anzitutto nel tuo prestigioso «Viaggio da Parigi a Giava» dove lo scrittore non è naturalmente mai andato ma di cui la sua immaginazione visionaria gli ha permesso di dare una evocazione da stordire, riferendo il racconto ch’gli aveva inteso fare dei suoi viaggi da un amico dei suoi unici: Carraud: Grand-Besançon, commissario delle polveri alle polveriere di Angoulême. E più ancora nell’ammirevole «Saggio della conversazione francese» che figura nei «Racconti bruni». La scena avviene nel salone del barone Gerard, ove la conversazione era generalmente degna di attenzione fra le undici e la mezzanotte. Una sera che Balzac vi aveva preso parte, con Arago. e ritornava in sua compagnia al loro quartiere dell’Osservatore, ove dimoravano, Arago, osservò che le avvincenti storielle che avevano appena intese raccontare erano intraducibili in scritto. Balzac sostenne il contrario, e si propose di riprodurre i racconti che li avevano divertiti: da qui il «Saggio della conversazione francese», stupendo rosario di vivi aneddoti, ora gagliardi. ora drammatici, di cui uno, per fare diversione ai più atroci, era stato raccontato da «un uomo grosso e grasso, uomo di molto spirito — dice Balzac — che doveva recarsi in Italia, richiamatovi da funzioni diplomatiche». Il narratore, infatti, non era altri che Stendhal, come si sa console a Civitavecchia. La storiella da lui raccontata e molto licenziosa, e si intitola «Ecce Homo»; essa si svolge in un convento di ragazze, e avrebbe fornito un eccellente tema a qualche racconto di La Fontaine sul gusto di «Occhiali» o di «Anello d’Hans Carvel». Le altre storie, come il «Bicchiere di punch», «Il general Busca», «Il Refrattario», e l’avventura del «Capitano Bianchi» fanno pensare a dei rapidi racconti di Merimèe (sic), a delle nere e fiammeggianti «Diaboliche» di Barbey. Balzac vi ha messo la sua impronta possente, la sua concisione dei buoni giorni, e le ha riprese, più tardi, per integrarle in diversi passi delle «Scene della vita privata», e della «Vita di provincia» oppure in «Splendori e miserie delle cortigiane». Ma bisogna leggerle di seguilo, come Balzac le ha scritte, l’una contrastante. con l’altra, e pubblicate nei «Racconti bruni». Oltre che nei suoi grandi romanzi, Balzac, in brio, eccelle nella novella corta e acuta. E, nel genere, so benissimo la quale è il suo capolavoro: le quaranta pagine della «Domma abbandonata»; su ciò tutti i balzacchiani sono d’accordo.

 

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  Un’altra» parte delle «Opere diverse» è anche, certamente di primo ordine: quella che contiene gli studi politici di Balzac: «Lettere su Parigi», «Parigi nel 1931 (sic)», «Dell’indifferenza in materia politica», «Inchiesta sulla politica dei due ministeri», «Saggio sulla situazione del partito realista», «Del governo moderno» ecc. Qui, il tono del giornalista cambia. E’ il testimonio che parla e conclude con pensieri sagaci ed a forti vedute, l’interessante è di constatare che Balzac, di fronte ai fatti e al tempo stesso, non si è mai sbagliato, non è mai stato ingannato. Sin dal settembre 1830, due mesi dopo i Tre gloriosi, egli ha compreso e notato quello che per molti altri non è apparso che col tempo e molto più tardi: l’aborto della rivoluzione di luglio stornata dal suo senso e confiscata da un gruppo di abili. Egli avrebbe voluto che la rivoluzione del 1830 fosse impiegata completamente, tanto nella riorganizzazione politica del regno quanto al riguardo degli stranieri e dei trattati del 1815. Egli non vedeva nella dottrina barcamenante del giusto mezzo che una politica di «nani» generatrice di future catastrofi: essa doveva condurre alla caduta del regime e, dal 1832 Balzac ha previsto il ‘45. Ciò sarebbe già indice di buon giudice. Ma la predizione era sterile; e non ci rimane da custodire, di questi rimarchevoli scritti che gli elementi delle convinzioni politiche di Balzac, osservatore profondo e ragionevole. Lontano dal pensare, come il suo discepolo Bourget, che vi era opportunità di distruggere intieramente l’opera della Rivoluzione, egli stimava al contrario che bisognava accettare come fatto inattaccabile il 1789. Tutto questo non ha più, evidentemente, che un interesse retrospettivo e praticamente inutile. Ma non è indifferente il constatare che un grande inventore di romanzo può essere qualche volta un letterato senza disinteressarsi della politica: non fosse altro che per giudicarla.

 

 

  Pietro Pancrazi, L’Aretino in casa sua, «Corriere della Sera», Milano, Anno 63, N. 149, 24 giugno 1938, p. 3.

 

  So che nel palazzo municipale si conserva un ritratto di Pietro Aretino, dipinto da Sebastiano del Piombo, il pittore tanto amato da Balzac che di pittura non s’intendeva troppo meglio di me.



  Alessandro Pellegrini, Baudelaire. Con sedici tavole, Milano, S. A. Fratelli Treves Editori, 1938.

 

  p. 10. L’ideale del dandy, che aveva trovata una incarnazione negli eroi del Balzac e dello Stendhal, e dapprima in loro stessi, e che il d’Aurevilly vorrà definire in un suo trattato, in Baudelaire assurgerà a una grandezza, che sorpassando la contingenza storica, ultima protesta di un’aristocrazia contro il democraticismo invadente, perverrà oltre il significato della parola e i limiti di quell’ideale ad una definizione costantemente valevole: sarà un modo per affermare l’autonomia dell’arte e l’autonomia morale dell’uomo.

  p. 44. Nel 1842, lasciata la famiglia, egli si stabiliva nella tranquilla Ile de Saint-Louis, cara oggi ancora a studiosi, a uomini di lettere e a poeti, tra i quartieri più quieti e schietti di Parigi, presso il bacino della Senna e non lontano dalla cattedrale di Nostra Signora, che ne appare maestosa sullo sfondo del cielo. In quel tempo l’Ile era quartiere lontano dai centri cittadini e pressoché deserto; e Balzac nella «Histoire des Treize», uno tra i libri a Baudelaire più cari, così ne parlava: «Si vous vous promenez dans les rues de l’Ile de Saint-Louis, ne demandez raison de la tristesse nerveuse qui s’empare de vous qu’à la solitude, à l’air morne des maisons et des grands hôtels déserts». In cotesti aspetti del luogo erano elementi comuni al carattere di chi vi sceglieva dimora, appartandovisi, lontano dal quartiere latino, che gli era stato caro negli anni dell’adolescenza.

  p. 45. Gli anni dal 1842 al 45 furono gli unici per lui di benessere, di vita tranquilla e libera; poneva le basi della propria cultura, frequentava Balzac e Delacroix e Sainte-Beuve; a volte leggeva agli amici più intimi le liriche, che andava elaborando.

  p. 52. Il disprezzo per gli ideali comuni all’epoca di Luigi Filippo si testimoniava, durante la sua prima giovinezza, nel disprezzo del danaro, del quale l’epoca aveva fatto il proprio unico idolo. E poiché si proponeva di trarre poesia dagli aspetti giornalieri della vita cittadina, come Balzac e Sainte-Beuve avevano fatto prima di lui, egli ricercava spontaneamente ogni modo del sentire proprio dell’uomo moderno.

  pp. 66-67. Nel Balzac e nello Stendhal il dandismo fu motivo ispiratore della loro arte, e così fu di altri grandi dell’epoca […].

  p. 152. Seraphita (sic), l’angelo di cui Balzac racconta nel romanzo di questo nome, audace fantasia mistica suggerita dalle teorie dello Swedenborgh (sic), pronunzia la frase bellissima: «L’amour est une admiration qui ne se lasse pas». Ed ella insegna un amore che trascende la creatura, anelito ad una realtà superiore, inattingibile, che nella carne spirituale della donna angelicata assume parvenza umana. Dei profondi legami che uniscono l’opera di Baudelaire a quella del Balzac come del Sainte-Beuve sarà necessario dire altrove, quando vorremo definire le idee estetiche di Baudelaire, le derivazioni, i rapporti ideali con la tradizione del romanticismo; ma dall’insistere nei richiami all’una e all’altra appare evidente ormai che il Baudelaire si propose la espressione poetica di un mondo e di una visione affine a quella del Balzac e seppe d’altronde usare della vastissima esperienza critica compiuta dal Sainte-Beuve. Se però i rapporti fra l’opera di Baudelaire e l’opera anche poetica del Sainte-Beuve sono chiari a chi appena conosca l’una e l’altra, è tuttavia necessario insistere sul tono diverso della ispirazione. I dissidi psicologici, avviluppati in una atmosfera sostanzialmente mediocre nel Sainte-Beuve, assursero infatti nell’opera di Baudelaire ed anche nella sua vita ad esemplificazione tragica.

  pp. 181-183. E conviene forse seguire una congettura di Ernst Curtius, cioè che il titolo «Les Fleurs du mal» richiami a un passo della lettera di addio di Rubempré a Vautrin, e sia di fatto assunto da un testo del Balzac; il che ancora una volta conferma l’importanza che all’opera del Balzac il poeta dava, non solo per se stessa, ma perché essa si richiamava agli insegnamenti e alla filosofia di quegli che è da ritenere il maggiore maestro del Baudelaire, e cioè il De Maistre.

 

 

  Guido Piovene, Due libri. Un romanziere e uno studioso a passeggio, «Corriere della Sera», Milano, Anno 63, N. 32, 6 febbraio 1938, p. 3.

 

  [Su: Emilio Radius, Nati per vivere].

 

  Così i suoi personaggi non riescono a prendere peso. Da quale ambiente provengono? Le tre donne, a momenti, sembrano appartenere a un ceto piccolo borghese; in altri, ad una borghesia più evoluta. Di che mondo è la strana aristocrazia che fa capolino negli angoli? Il bel tema di Radius resta un po’ sospeso, come i serafini di cui parla Balzac, che avendo solo la testa e le alette non sanno, mettersi a sedere.

 

 

  Mario Praz, Vite duplici, «La Stampa», Torino, Anno 72, Num. 265, 8 Novembre 1938, p. 3.

 

  Leggiamo la nuova vita di Walter Scott scritta da sir Herbert Grierson […] e quella di Turner di Bernard Falk […] entrambe basate su una ricca documentazione finora inedita. In che cosa questi completi ritratti d’uomini ci aiutano a comprendere i due artisti? Abbiamo assaporato il miele; cerchiamo i fiori. E troviamo che sulla base di tali vite sarebbe potuto nascere un romanzo alla Balzac, con il denaro come motivo centrale onnipresente; e non mai una nostalgica ricostruzione d’epoche passate, o una visione di tramonti quali uomo non vide mai in terra.

 

 

  Dino Provenzal, Letterati e curiosità, «L’Italia che scrive. Rassegna per il mondo che legge. Supplemento mensile a tutti i periodici», Roma, A. F. Formíggini, Anno XXI, N. 3, Marzo 1938, pp. 73-74.

 

  p. 73. Il Balzac racconta che, uscendo da teatro, precedeva di pochi passi i contadini per udire i loro discorsi, che dapprima si riferivano alla rappresentazione e poi si aggiravano su mille argomenti […].

 

 

  Marco Ramperti, La città matta per tutti, «Corriere della Sera», Milano, Anno 63, N. 152, 28 giugno 1938, p. 3.

 

  Come Roma, infatti, e come Dresda e Vicenza. Aix-les-Bains à delle acque che parlano, quando gli uomini fanno silenzio. Fonti che sussurrano, rivoli che commentano, fontane che ridono. Da loro risento la storia del console Sesto e della bella Rascas, della marchesa in costume di Flora e degli angeli con ali di gufo. E di lord Haltimont, del duca di Fitz James. di tutto il dandysme qui convenuto, sino a Stendhal e a Dumas: e a Lamartine, che ivi ottiene dalla sua donna il primo bacio (e la donna è celeste, sì: ma il bacio è adultero!): e a Balzac, che ivi insegue una duchessa di Castries: ma è grosso, grasso, ride forte, mangia troppo, casca dall’asinello: e il peccato, una volta tanto, non si compie.

 

 

  Ettore Romagnoli, Musica d’oggi. D’Annunzio e la musica, «Musica d’oggi. Rassegna di vita e coltura musicale», Milano, Anno XX, N. 4, Aprile 1938, pp. 115-121.

 

  p. 115. Nella mia primissima gioventù ebbi dimestichezza spesso quotidiana con Luigi Pirandello. E si discuteva all’infinito; e si andava quasi sempre d’accordo, tranne un punto: la musica. Pirandello l’aborriva. E una volta mi dichiarò, perentorio: «Qualunque immissione della musica nel dramma è una profanazione».

  Non si poteva dichiarare con formula più assoluta la necessità di scindere poesia e musica. Necessità che, a contrasto del famoso «Musica e poesia nacquer sorelle», era a quei tempi zelata da molte parti.

  E funzionavano da postulati molti esempi clamorosi: Goethe antimusicale, Balzac sordo all’arte dei suoni, Gautier per cui una sinfonia era una straziante congerie di rumori. Tutte fandonie; perché Goethe si occupò di musica tutta la vita, Gautier esercitò lungamente e con molta perizia critica musicale, Balzac scrisse su la musica, e specie su la musica italiana, pagine degne d’eterno ricordo. Ma la triplice frottola e i principi che facilmente se ne potevano dedurre, troppo lusingavano l’amor proprio degli inetti.


 

  S. S., Cronache del Teatro e della Radio. «Vita di Eleonora Duse» […], «La Stampa», Torino, Anno 72, Num. 181, 31 Luglio 1938, p. 5.

 

  […] perché introdurci nella sua intimità se questo doveva servire tutt’al più a farci, intravvedere dolorosamente una serie di situazioni romanzesche che avrebbero fatto la fortuna di un balzachiano fine di secolo, ma che non possono non intaccare, intellettualmente e moralmente, la figura della grande sognatrice? «Tutto è vero» diceva Shakespeare, e ripeteva Balzac per giustificare la crudezza di alcune situazioni psicologiche e morali di suoi personaggi —; ma ci si è tanto arrabbattati intorno alla verità, si è tanto discusso sulla formazione e sullo sviluppo dello spirito e del pensiero, sulle influenze dalla natura dell’educazione della cultura, si è costruito tale un labirinto con tutte le carabattole letterarie e filosofiche di tanti secoli, che trovare e dipanare il filo della verità è impresa disperata, e capire un uomo, o una donna, è diventato tanto difficile quanto scoprire un nuovo continente.

 

 

  Filippo Sacchi, Corriere di Cinelandia. Un film su Giuseppe Verdi, «Corriere della Sera», Milano, Anno 63, N. 15, 18 gennaio 1938, p. 3.

 

  Si precisa nelle sue linee principali il Verdi di Gallone. Soggetto di Lucio D’Ambra impostato sui tre periodi più importanti nella vita creativa del Maestro. […].

  […] oltre alle italiane, figureranno numerose celebrità francesi del tempo, come Victor Hugo, Balzac, Dumas.

 

 

  Margherita G. Sarfatti, Dal cerebrale al visivo, «La Stampa», Torino, Anno 72, Num. 2, 3 Gennaio 1938, p. 3.

 

  Più singolari appaiono questi procedimenti didattico-visivi, applicati a un abbozzo di futuro museo letterario L’opera dei maggiori scrittori vi è illustrata in bacheche, ciascuna ordinata dal migliore critico o biografo di ciascun autore. Non è lo stringicuore dei piccoli musei specializzati. dove ammuffisce la gatta impagliata del Petrarca, come ad Arquà nei colli Euganei; dove s’impolverano la catinella, gli occhiali e il calamaio del Manzoni, come nellabbandono di piazza Belgioioso a Milano. Qui non odora la miserabile carne morta, ma respira la mirabile anima di questi geni, in laboriosa ascesa dalla vita all’immortalità. La fotografia docilmente, rende evidenti a colpo d'occhio i minimi particolari. Ecco, così ingrandito e reso leggibile, il primo quadro della Commedia umana, che Onorato Balzac butta di getto su un grosso foglio di scrittura febbrile, nella vertigine dell’ispirazione; l’inghirlandano i frontispizi delle prime edizioni delle opere che egli vi elencava; dal progetto alla realizzazione, attraverso il travaglio delle tormentatissime bozze di stampa. Accanto al Giglio nella Valle, si aggruppano in fotomontaggio, ritratti, lettere e ricordi della signora di Bernys (sic), gentile e caduco fiore, transumanato in quel giglio senza tramonti. La signora Zulma Carraud e il colonnello suo marito, presiedono ai racconti militari e provinciali, di cui fornirono elementi.

  L'imperioso, rapace profilo della contessa Hanska e le raffigurazioni della sua fastosa villa in Polonia, dominano sopra le Lettere alla straniera, e altre opere a lei dedicate.

 

 

  Simplex, Maiorca, nido degli amori. Il calvario di Chopin, «Stampa Sera», Torino, Anno 72, Num. 36, 11 Febbraio 1938, p. 4.

 

  Balzac, che se ne intendeva, in una lettera ha dato questo giudizio: «E’ un uomo; tanto più perché vuol esserlo, perché ha rinunciato alla sua parte di donna. Le donne attirano, essa respinge» […].



  Adriano Tilgher, Moralità. Punti di vista sulla vita e sull’uomo, Roma, Libreria di Scienze e Lettere, 1938.

 

XV. L’avarizia, pp. 77-81.

 

  pp. 79-80. La sostituzione nel mondo moderno del biglietto di banca all’oro ha dato un tracollo mortale all’avarizia, le ha sostituito lo spirito di guadagno e di speculazione, di risparmio e di previdenza, che sono un’altra cosa, tanto vero che la valutazione morale che se ne fa è diversa da quella che si fa dell’avarizia. Gli è che il biglietto di banca si presta meno dell’oro alla genesi di quel fenomeno psicologico che Balzac ha magistralmente sintetizzato quando del vecchio Grandet dice che «egli chiamava l’investimento una prodigalità, trovando più grandi interessi nella vista dell’oro che nei benefici dell’usura». Gli è che la vista dell’oro materializza meglio dinanzi all’avaro le gioie dell’avarizia che non un biglietto di banca. Questo, in fondo, non è che un’astrazione, mentre un pezzo d’oro è una concreta realtà.

 

 

  Leo Torrero, La novella di “Stampa Sera”. Ottomila veleni …, «Stampa Sera», Torino, Anno 72, Num. 226, 23 Settembre 1938, p. 2.

 

  Balzac ha iscritto che l’amore per la natura è l’unico che non inganni? Burlone! Guarda qui ... Un giorno che i rimasi sdraiato su un prato atesino a contemplare le Dolomiti che ad ogni momento indossavano vestiti di nuova luce, una biscia mi ha morso e ancora adesso qualvolta la cute mi duole ...

 

 

  Alessandro Varaldo, La troppo bella. Romanzo di Alessandro Varaldo. Disegni di Brunetta – XVIII, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno LXV, N. 13, 27 Marzo 1938, pp. 419-420.

 

  p. 420.

  La conosce?

  – Sì, le fui presentato, non so quando. Ma io non frequento i salotti, secondo le raccomandazioni di papà Balzac, e quindi la conoscenza è rimasta lì. Che fosse don Mario con lei?

 

 

  Gerhard Venzmer, Osserva gli uomini! (Costituzione a carattere) di Gerhard Venzmer. Traduzione dal tedesco e note del professore E. Cuboni, Milano, a cura dell’Istituto Sieroterapico Milanese, 1938.

 

Capitolo XIII.

Tipi di transizione e tipi misti.

 

  pp. 142-143 con 1 ill. Così si possono trovare soggetti ben provvisti di adipe all’addome, ma che hanno il capo allungato e con tutti i segni del cranio longilineo; altre volte si osserva il fatto opposto e cioè il tronco o gli arti tipicamente longilinei ed il capo o il viso inconfondibilmente brachitipi (ad esempio H. De Balzac).

 

 

  C. Viotti, Notiziario. Sergio De Pilato, “Balzac e il mondo giudiziario”. «La Toga», Napoli, 1937, pp. 154., «La Rassegna», Milano-Genova-Roma-Napoli, Società Anonima Editrice Dante Alighieri, Serie IV, Anno XLVI, Numeri 1-2, Febbraio-Aprile 1938, p. 47.

 

  Balzac dimostra, nei suoi romanzi, una particolare conoscenza del mondo giudiziario, ora in episodi su sfondo di processi, inchieste, eredità contestate, ecc., ora anche in accenni di poche righe. Nulla di strano. Balzac studiò legge per qualche anno, e fece anche pratica legale nello studio di un avvocato e in quello di un notaio; inoltre alla sua vita tumultuosa, febbrile, tormentata, non mancarono le vicende giudiziarie. Il De Pilato le raccoglie e riassume nel suo libro, lumeggiandole nelle cause che le provocarono e citando i romanzi in cui esse sono riflesse. Il De P. sostiene che Balzac sarebbe riuscito un buon avvocato, anche se, nei propri affari e tentativi di speculazione (p. es. la tipografia, le miniere di Sardegna), si dimostrò poco pratico; riassume, a tale scopo, alcuni scritti giuridici di Balzac (p. es. quelli sul diritto d’autore), e dedica un intero capitolo al processo di Sebastiano Peytel, durante il quale il B. cercò in tutti i modi di salvare la vita dell’accusato, che riteneva innocente. Il Mémoire di Balzac Sur le procès Peytel notaire à Belley può considerarsi, per la serietà l’acume e il vigore delle argomentazioni, un modello del genere.



[1] Ringraziamo il carissimo C. L. Ragghianti, condirettore de La Critica d’arte, il quale anni sono, fin dai begli anni studenteschi di Pisa, ci favorì trascrizione del passo dal saggio (che ancora ci duole di non conoscere) Balzac as a Printer, by E. Beresford Chancellor, M. A., F. S. A., in The Connoisseurs, LXXIII 1925, p. 138 segg. [N. d. A.].

 

[2] Les Barricades (1826) - Les États de Blois (1827) - La mort d’Henri III (1829) raccolte insieme in volume nel 1844 con il titolo: Scènes de la Ligue. [N. d. A.].

 

Marco Stupazzoni

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