giovedì 29 agosto 2019


1936

 


 

Estratti in lingua francese.

 

 

  H. de Balzac, Eugénie Grandet (Scènes de la vie de province). Extraits notés et commentés par Giovanni Bianco, Milano-Genova-Roma, Società Anonima Editrice Dante Alighieri (Albrighi, Segati e C. Città di Castello, Tipografia S. Lapi), 1936, pp. XV-234.

 

  Edizione ridotta, in lingua originale, di Eugénie Grandet: corredata di note al testo, l’opera è arbitrariamente suddivisa, al suo interno, in 53 paragrafi.

 

 

  La Mort de Grandet, in V. Fagnani, Poètes et prosateurs français du XVIe au XXe siècle. Choix et notes de V. Fagnani à l’usage des écoles italiennes, Bologna, Nicola Zanichelli – Editore, 1936, pp. 318-319.

 

Eugénie Grandet.

 

  pp. 317-318. La figure principale de ce célèbre roman balzacien est celle du père Grandet, l’avare désormais classique, qui dans sa lugubre maison de province répand «ses teintes froides» sur la charmante jeunesse de sa fille Eugénie et sur le dévouement de sa femme, qui traîne et se meurt.

  Ce vieil avare «exploite ses gens et sa famille, ses amis et ses ennemis ... Il profite de toutes les passions, de toutes les vertus, de toutes les misères, véritable diplomate, calculateur obstiné, si attentif et si prudent, qu’il dupe les gens d’affaires et se joue de la loi avec la loi. Il a commencé avec deux cents louis, et finit avec dix-sept millions (1)». (Taine). 

 

 

Le Cousin Pons chez ses parents riches, pp. 320-325.

 

  p. 320. Le Cousin Pons « est le parent pauvre, accablé d’humiliations, d’injures, plein de cœur, pardonnant tout et ne se vengeant que par des bienfaits». (Balzac).

  Ce roman «est une de ces belles œuvres d’une excessive simplicité qui contiennent tout le cœur humain». (Balzac).

  Le Cousin Pons est un vieux garçon qui n’est pas si pauvre qu’il en a l’air. C’est un collectionneur d’objets d’art et de bibelots précieux. Mais il a un faible: il aime à diner en ville, et il est fier d’être souvent l’hôte de sa cousine, la Présidente Camusot, femme sans cœur, qui déteste ce parent pauvre et trouve le moyen de se débarrasser de lui.


 

Le Napoléon du peuple, pp. 325-326.

 

  p. 325. Goguelat, un vieux grenadier de la garde impériale, raconte les campagnes de Napoléon.

  Grisé par le souvenir du Petit Caporal qui a vu le monde à ses genoux, qui a été «empereur des Français, roi d’Italie ... premier aigle de la Légion d’honneur, et tout!» il s’écrie: Quel bon temps! 


 

 

Traduzioni.

 

 

  Balzac, Amore mascherato, Milano, Nicolli, 1936, pp. 64.

 

  Nonostante pazienti ricerche nelle Biblioteche italiane, non siamo riusciti a reperire questa edizione di Amour masqué, opera di assai dubbia paternità balzachiana.

 

 

  Onorato Balzac, Argow il pirata. Romanzo, Milano, Edizioni S.A.C.S.E. (S.A. Locatelli, Sommaruga, Monesi), 1936, pp. 255.

 

  Questa traduzione anonima del testo giovanile balzachiano ricalca molto da vicino, eccezion fatta per alcune varianti formali, quella che Vittorio Mariani ha fornito nel 1932 per gli editori Treves-Treccani-Tumminelli.

 

 

  Onorato Balzac, Eugenia Grandet. Romanzo, Milano, Casa Editrice Bietti, 1936 («Biblioteca Réclame», 33), pp. 252.

 

  Cfr. 1924 e successive ristampe.

 

 

  Onorato di Balzac, Eugenia Grandet di Onorato di Balzac. Riduzione di Maria Bianchi, in Tre romanzi celebri: Eugenia Grandet di Onorato di Balzac, Ivanhoe di Walter Scott, Anna Karenina di Leone Tolstoi, Roma, Aequa Anonima Edizioni Quattrini (Città di Castello, Tip. «Unione Arti Grafiche»), 1936 («Enciclopedia Quattrini del romanzo»), pp. 7-79.

 

  Anche se indicato, nel sottotitolo, come riduzione del romanzo balzachiano, si tratta in realtà di un vero e proprio stravolgimento formale e stilistico che Maria Bianchi compie sul modello originale francese. Si consideri, a questo proposito, l’incipit di questo rifacimento in lingua italiana dell’opera di Balzac:

 

  p. 7. L’attenzione del forestiero che si rechi a visitare l’antichissima città di Saumur, specialmente se si tratti di un antiquario o di un artista, è attratta da una vecchia casa, situata in una via in salita; via pressochè solitaria, fredda durante l’inverno, soffocante nei mesi estivi.

 

 

  Onorato di Balzac, Eugenia Grandet. Traduzione di Grazia Deledda. Con una nota di Attilio Borgognoni, Milano, A. Mondadori Editore, 1936 («Biblioteca Romantica», VII), pp. 245.

 

  Cfr. 1930; 1931; 1932.

 

 

   Di Balzac, Fisiologia del matrimonio o meditazioni di filosofia eclettica sulla felicità e la infelicità coniugale, Milano, Casa Editrice Sonzogno, 1936 («Biblioteca Universale», NN. 64-65), pp. 268.

 

  Cfr. 1883 e successive ristampe. 


 

 

Studî e riferimenti critici.

 

 

  Notizie. Balzac, le ferrovie e il pianoforte, «Rivista Musicale Italiana», Milano, Anno XL, Fascicolo 1°-2°, 1936, p. 201.

 

  Nel 1847 il celebre autore della Comédie humaine attraversava la Germania per recarsi a visitare l’amica Contessa Rzewuska a Wierzchownia nell’Ucraina: viaggio, per quella epoca, lungo e disagevole durante il quale il grande romanziere dovette più volte passare dalla ferrovia alla diligenza e alla carrozza. Siccome poi non sapeva il tedesco, gli occorsero tutte sorte d’incidenti non precisamente graditi. Ciononostante egli intuì perfettamente quale sarebbe stato lo sviluppo futuro delle comunicazioni. Nelle pagine dedicate a quel viaggio e pubblicate soltanto pochi anni or sono si legge: «I nostri nipoti non potranno mai misurare a quali seccature questi tronconi di linee ferroviarie esposero i loro avi: essi troveranno un’Europa così accuratamente fasciata d’acciaio come un immenso pianoforte fornito di corde. Non avranno che sedersi sopra uno qualunque dei suoi tasti e la ferrovia li lancerà a destinazione, esattamente come un pianista sa ottenere la nota voluta».

 

 

  Il programma dei prossimi spettacoli al “Politeama Verdi”, «Il Regime fascista», Cremona, Anno XXIII, N. 6, 7 Gennaio 1936, p. 5.

 

  La sera del 20 corrente avremo un’unica rappresentazione della Compagnia di Antonio Gandusio, che avrà a fianco Laura Carli, Aristide Baghetti, Cele Abba, Gino Sabbatini, Tullia Baghetti. Verrà rappresentata la commedia di Balzac: Mercadet, l’affarista, che è la recentissima interpretazione del grande attore comico e costituisce forse — così la critica — «la più completa delle sue creazioni». In Mercadet, Gandusio sa essere comico, drammatico, grottesco e tragico insieme. Mai il pubblico avrà provato tanto diletto ad ascoltare questo beniamino delle folle, come nel capolavoro balzachiano.

 

 

  Politeama Verdi. Una recita di Gandusio, «Il Regime fascista», Cremona, Anno XXIII, N. 14, 16 Gennaio 1936, p. 5.

 

  Una recita di Gandusio lunedì sera, sarà fra noi, sulle scene, del Verdi; la Compagnia di Antonio Gandusio per rappresentare Mercadet di Onorato Balzac, una lieta, gioconda esumazione che non, era più apparsa sui palcoscenici italiani da quando la rappresentò Emanuel molti anni fa. E’ noto che, perseguitato dai creditori, Balzac intese con questo lavoro ricreare: la caricatura dell’affarismo. Gandusio interpreta la figura del protagonista con sicura acutezza ed a lui ed a Caramba si deve anche la regia della nuova traduzione; del lavoro, traduzione che è opera di Eugenio Gara.

  In Mercadet è impegnata tutta la compagnia, composta di valorosi, preziosissimi elementi: Laura Carli, Gino Sabbatini Tullia Baghetti, Aristide Baghetti, Vittorio Campi, Francesco Sormano, Guido Verdiani. Il pubblico assisterà ad una indimenticabile edizione del Mercadet, che ci porta sulla scena un Gandusio così completo e grande da raggiungere altezze insuperabili.

 

 

  Politeama Verdi. “Mercadet” di Balzac, «Il Regime fascista», Cremona, Anno XXIII, N. 15, 17 Gennaio 1936, p. 5.

 

  Come già abbiamo annunciato, la sera di lunedì, 20 corr., sarà fra noi la Compagnia Comica Italiana Antonio Gandusio per un’unica recita di «Mercadet», commedia in 3 atti di Onorato di Balzac, nuova traduzione di Eugenio Gara, regia di Antonio Gandusio e Caramba.

  «Mercadet» rivive ottantaquattro anni giusti dopo la sua nascita e Gandusio ha avuto la felice, idea di portarlo trionfalmente in tournée. […].

 

 

  Politeama Verdi. “Mercadet” di Onorato Balzac, «Il Regime fascista», Cremona, Anno XXIII, N. 18, 21 Gennaio 1936, p. 5.

 

  Il lavoro teatrale nel quale Onorato Balzac è riuscito a segnare un’orma non moritura, è stato Mercadet l’affarista, rappresentato ieri sera al Politeama, da Antonio Gandusio. Si vuole che nel finanziere Mercadet, lottante contro i propri creditori per sfuggire alla rovina ed al carcere, l’autore abbia voluto raffigurare un po’ sé stesso quando si trovò ingolfato nei molti debiti contratti per le sue poco fortunate speculazioni.

  Balzac aveva scritto il suo Mercadet nel 1838; allora la commedia era in 5 atti, ma era così complessa e ricca di tipi, che il povero autore non ha saputo trovare un cane d’impresario che si arrischiasse di metterla in scena ... Solamente nel 1851, quando cioè Balzac era già morto da un anno, un certo Dennery praticò al lavoro sapienti tagli e notevoli semplificazioni, tanto da renderlo praticamente rappresentabile. Ed è appunto la riduzione del Dennery che è stata tradotta da Eugenio Gara e che il pubblico cremonese, accorso numerosissimo, ha dimostrato d'ascoltare con vivo, profondo godimento.

  L’interpretazione di Antonio Gandusio rappresenta uno dei più notevoli successi della carriera artistica del valoroso attore. Egli ha sostenuto il formidabile peso della parte senza mai un attimo di stanchezza, dando a Mercadet la sua nervosa eloquenza, soggiogando non solamente i propri ... creditori ma il pubblico tutto. Con il Gandusio sono stati meritatamente applauditi i suoi eccellenti compagni ed in modo particolare Laura Carli, Tullia ed Aristide Baghetti, il Sabbatini, il Verdiani, il Sormano, il Campi ed il Tommei.

  Applausi e chiamate numerosissime alla fine di ogni atto. Serata delle più gradite ed indimenticabili. […].

 

 

  Corriere dei teatri, «Corriere della Sera», Milano, Anno 61, N. 30, 4 febbraio 1936, p. 2.

 

  OLIMPIA. — Stasera la Compagnia di Antonio Gandusio darà: Mercadet l’affarista, di Balzac, che da molti anni non riappare sui nostri palcoscenici.

 

 

  Curiosità della natura. A quale età si è giovani, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 49, 26 Febbraio 1936, p. 3.

 

  L’americano Prentice Mulford in alcuni libri, che, prima della grande guerra, ebbero una diffusione enorme, sostiene la tesi che la vitalità dell’uomo diminuisce, solo perché egli si lascia convincere che ... così dev’essere; secondo lui la vecchiaia è un fenomeno solo di … suggestione. […].

  Quanto potere però abbia, in tali circostanze, l’autosuggestione, è stato manifestamente dimostrato dalle donne di questi ultimi tempi, le quali ... non si decidono più ad invecchiare. Mentre Balzac nel suo libro «La donna di trent’anni» descrisse la tragedia delle nostre nonne, dal cuore giovane, ma dal fisico troppo presto invecchiante, si dànno attualmente numerosi casi di donne, che sviluppano a cinquant’anni (e anche dopo) la loro piena attività non solo coma artiste, attrici ecc., ma anche in rapporto alla loro femminilità!

 

 

  Giochi e passatempi, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 162, 8 Luglio 1936, p. 2.

 

Casellario (Crittogramma).

 

  […] Se la soluzione è esatta, da sinistra a destra, riga per riga, procedendo dall’alto verso il basso, risulterà un pensiero di O. Balzac.

 

  La soluzione è pubblicata nel numero del 9 luglio: Nel casellario il pensiero di O. Balzac: «L’uomo superiore si impadronisce degli avvenimenti per dirigerli».

 

 

  Corriere milanese. La dama di un celebre salotto. 13 luglio 1936: cinquantenario della morte di Clara Maffei, «Corriere della Sera», Milano, Anno 61, N. 166, 13 luglio 1936, p. 2.

 

  […] ecco Balzac, piccolo, grasso, paffuto, coi suoi famosi panciotti sgargianti, già carico di gloria e di debiti. Siccome Balzac era, giusto la definizione di Maupassant, un tendre, così si innamorò subito di Clara Maffei e le dedicò un romanzo.

 

 

  Alfa, Calepino, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 162, 8 Luglio 1936, p. 3.

 

  [Su: Giovanni Rajberti, Le più belle pagine, a cura di Giovanni Bucci, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1936].

 

  Tra gli aneddoti, che in questa collezione completano, con varie altre utili informazioni e giudizi, la presentazione dei singoli autori, Il Bucci ne ha scelto uno gustosissimo, e che sarà letto con curiosità: Rajberti e Balzac, ove si narra di Balzac che, durante il soggiorno milanese del ’38, aveva asserito in conversazione di essere valentissimo magnetizzatore: e il Rajberti aveva osato sorridere e proporre qualche dubbio, onde era corsa una scommessa. Ed ecco Balzac a tentare la magnetizzazione di un cameriere quanto mai refrattario, e poi di un povero gobbetto. più refrattario che mai, e che infine si addormenta, sì, ma per il grande agio della poltrona e dello star senza pensieri e tranquillo. Una paginetta ove il tipo, il temperamento del grande romanziere vien fuori con eccellente rilievo, tra di ingenuo e di spaccone, piacevolissimo.



  Lucio d’Ambra, Come si scrive un romanzo. Confessioni di Lucio d’Ambra, «Radiocorriere», Torino, Anno XII, N. 45, 1-7 Novembre 1936, p. 44.

 

  Ma non s’improvvisa un romanzo. E’ anche leggenda — leggenda di chi ignora le confessioni dei carteggi balzacchiani con la Straniera che fu poi sua moglie — è leggenda che Balzac scrivesse in venti notti di delirio creativo e di caffè forte i suoi romanzi tempestosi e sublimi. In realtà in quelle venti notti del romanzo ei metteva insieme solamente lo scheletro. Poi venivano, già avviato il continuo scrittore a ordinar le ossa costruttive di un nuovo scheletro narrativo, le bozze di stampa di quel primo; e lì, su le bozze, rimpolpava ampliava, sviluppava, creava ancora. Nè il romanzo ancora, era fatto. Mentre ossificava un terzo racconto e un altro ne rimpolpava su le prime bozze, ancora lavorava, su seconde prove, a completare il primo. Solo da questi tre o quattro successivi sviluppi il romanzo acquistava tutte le sue forme e le sue ampie strutture, solo così lo scheletro metteva carne, pelle, unghie, peli e capelli. facendo circolare nell’opera il sangue vivo della creazione umana, quel sangue della vitalità narrativa che faceva dire al grande romanziere inglese Giorgio Meredith: «Tutt’il problema dell’arte d’un romanziere è quello di portare il sangue dei suoi personaggi fittizi alla temperatura del corpo umano».

 

 

  Filippo Àmpola, Poesia dell’attivismo, «La Nuova Italia. Rassegna critica mensile della cultura italiana e straniera», Firenze, Anno Settimo, N. 4, 20 Aprile 1936, pp. 97-107

 

  p. 105. Passato il periodo, diremo, eroico della borghesia risorta a nuova vita, più incline oramai ad affermare dei diritti che ad accettare dei doveri, gli scrittori del romanticismo, espressione di giovinezza ribelle, ebbero facile giuoco in questa crociata contro una classe che non aveva neanche per sé l’aureola del fasto, che impone sempre rispetto, delle classi privilegiate. Dal Balzac che ne aveva narrato i fasti e i nefasti, al Gautier che agitava in faccia ai benpensanti il suo panciotto rosso come una fiaccola minacciosa, alla Sand che con i suoi abiti e le sue abitudini maschili ex lege si affrancava dalla legge della morale comune, al Vignv che ricingeva di un’aureola di martirio la figura di Chatterton, vittima dell’incomprensione e dell’egoismo della classe media, è tutto un atteggiamento che poteva, a lungo andare, divenire convenzionale, oltre che slargarsi in un senso di scarsa simpatia umana, specialmente quando gli scrittori non fossero capaci di trovare, per così dire, un compenso nemmeno nello sforzo di comprensione fraterna di altre classi più umili.

 

 

  Ant., Di palo in frasca. Concorrenza sleale, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 214, 8 Settembre 1936, p. 3.

 

  In antico almeno, il gobbo entrava ella letteratura come prezzemolo, vuoi arrampicandosi sino all’orecchio del granduca per sussurrargli mascalzonate o appiccicandosi alle labbra della granduchessa per farle perdere un’illusione; in un romanzo di Balzac c’è un gobbo che ha trasformato il suo arco spinale in «astuccio per i sogni», fatto molto carino che, però, ne aumenta il fastidio e che, oggi, resterebbe chiuso stabilmente, causa il deprezzamento della merce.

 

 

  Ant., Letteratura Arte e via dicendo. Una lettera inedita di Baudelaire, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 258, 29 Ottobre 1936, p. 4.

 

  Tempi senza premi letterari. Per essi cento franchi costituivano una somma assai forte e ne guadagnava la poesia. Murger, autore della Vie de Bohême, non fu, in tema di denaro, più ricco; si attribuisce a lui questa frase: «Sono usciti i nuovi biglietti da cento franchi: dicono che siano azzurri. Balzac, con tutto il suo genio, non riuscì mai a mettere insieme tremila franchi por organizzare una drogheria e il povero Niccolò Machiavelli non ebbe la gioia di guadagnarsi un gruzzolo per «mettere su uno pollaiolo …».

 

 

  V. B., Romanzi e racconti. Claudia, fanciulla antica, «Corriere della Sera», Milano, Anno 61, N. 201, 23 agosto 1936, p. 3.

 

  Intorno ad una di quelle «questions d’argent» che occupano tanto posto nell'opera di Balzac (ma qui le tinte realistiche sono stese per mettere in risalto, bianco su nero, l’idealismo della protagonista e gli intenti morali del romanziere), svolge Giuseppe Colucci il suo nuovo romanzo Claudia, fanciulla antica (Casa Ed. Ceschina, L. 10).

 

 

  Edgardo Baldi, Aldo Cerchiari, Balzac (Onorato di), in Enciclopedia Moderna Italiana in due volumi. A-L, Milano, Casa Editrice Sonzogno, 1936, p. 442.


  Balzac (Laura Surville de) letterata e sorella del celebre romanziere Onorato di B.

 

  Balzac (Onorato di) romanziere franc. (Tours, 1799-Parigi, 1850); condusse fino ai trent’anni vita varia e avventurosa, tentando ogni sorta d’imprese e scrivendo dal 1822 al 1828 numerosissimi vo lumi, talora in collaborazione, talora solo con vari pseudonimi; fu editore, stampatore, fonditore, senza successo, finché ritornò alla letteratura in modo definitivo. Prima opera firmata fu «L’ultimo sciuano» (1829) a cui seguirono «Fisiologia del matrimonio» (1829) e numerosi racconti: «Gloria e disgrazia»; «El verdugo»; «Il ballo di Sceaux»; «Pelle di zigrino» che ebbe subito grande successo. Lavoratore indefesso, lasciò numerosissime opere tra le quali: «La vendetta»; «Una doppia famiglia»; «Studio di donna»; «Gobseck  (1830); «La signora Firmiani»; «Il maestro Cornelio»; «Un episodio sotto il Terrore » (1831); «Il capolavoro sconosciuto»; «Il colonnello Chabert»; «Il curato di Tours»; «Luigi Lambert»; «La donna abbandonata»; «L’illustre Gaudissart»; la prima decade dei «Contes Drolatiques» (1832); «Il medico di campagna»; «Ferragus»; «Eugenia Grandet»; «Serafita»; «Impiegati»; la seconda decade dei «Contes Drolatiques» (1833); «La duchessa di Langeais»; «Papà Goriot»; «La ricerca dell’assoluto» (1834); «La ragazza dagli occhi d’oro»; «Un grand’uomo di provincia»; «La donna di trent’anni»; «Il giglio nella valle» (1835); «Il figlio maledetto»; «Facino Cane»; «Zitella» (1836); «Il curato di villaggio»; «Il gabinetto delle antichità»; «Cesare Birotteau»: la terza decade dei «Contes Drolatiques» (1837); «Mercadet» (commedia, 1838); «Massimilla Doni»; «La pace in casa»; «Vautrin» (dramma, 1839); «Z. Marcas»; «Le risorse di Cinola (sic)» (commedia, 1840); «Memorie di due giovani spose»; «Orsola Mirouet»; «Un tenebroso affare»; «Beatrice» (1841); «Pamela Giraud» (1842); «Onorina»; «Eva e David»; «Splendori e miserie delle cortigiane » (prima parte, 1843); «Modesto (sic) Mignon» (1844): «Contadini»; «Il rovescio della storia contemporanea» (1845): la seconda parte di «Splendori e miserie delle cortigiane»: «L’ultima incarnazione di Vautrin» (1846); «La cugina Betta»; «Il cugino Pons» (1847). Oltre questa data furono pubblicati racconti o frammenti inediti. Tutte le classi della società vengono passate in rassegna nell’opera di B. che più tardi ne raggruppò i singoli elementi nel ciclo della «Commedia umana». Si può ritenere che gran parte del romanzo moderno dell’Europa occidentale provenga dallo sforzo compiuto da B. il quale aperse la via a Flaubert, ai Goncourt, a Daudet, a Zola, a Maupassant.


 

  Giuseppe Bevilacqua, Terapia d’amore …, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 89, 13 Aprile 1936, p. 3.

 

  Antichi e moderni, scrittori e pensatori, in fatto d’amore o furono degli illusi o degli ingenui. E ti prego di non aizzarmi su questo terreno ... Se vuoi un esempio edificante di illusione, pensa al tradito Molière, se ne vuoi un altro di terrificante ingenuità ricordati di Balzac che per sedici anni s’accontentò di indirizzare lettere di fuoco ad una ignota che, poi, finì con lo sposare.

 

 

  [Maria Bianchi?], Onorato di Balzac, in Tre romanzi celebri … cit., pp. 3-4.

 

  Questo scrittore, che può annoverarsi tra i più fecondi di tutte le letterature, nacque a Tours, in Francia, il 20 maggio 1799 quando già la rivoluzione aveva versato un po’ d’acqua nel temperamento non troppo equilibrato dell’avvocato meridionale che gli aveva dato la vita sposando, a cinquant’anni, una giovane donna nervosa e autoritaria. A otto anni il fanciullo è messo nel collegio di Vendôme dove si fa notare per la sua indolenza. A diciassette si inscrive alla Sorbonne per iniziare gli studi notarili secondo il desiderio del padre. È un mondo, quello notarile, ch’egli deplora e ne terrà conto a carriera letteraria iniziata. Per la quale si ribella un bel giorno mandando all’aria atti e contratti. La sua vita di puro artista ha principio nel 1830. Da questa data, lo sforzo di produzione dello scrittore ha semplicemente del miracoloso. Diciotto ore al giorno di lavoro consecutivo è l’orario che s’è imposto e che osserva con scrupolosità di impiegato. Nel frattempo si occupa di affari e anche di vita politica.

  Impossibile dare una completa biografia (sic?) balzachiana: si tratta di una diecina di volumi di opere giovanili, di novantasei volumi di un ciclo dal titolo sintetico: La commedia umana, di cinque o sei lavori teatrali, di una trentina di racconti strani e di qualche centinaio di articoli e di opuscoli.

  Accenneremo a La commedia umana il cui programma comprende: scene della vita privata, scene della vita di provincia (di cui fa parte Eugenia Grandet), scene della vita parigina, scene della vita politica, scene della vita militare, scene della vita di campagna, oltre a studi filosofici e analitici. A proposito di questa enorme concezione letteraria Victor Hugo, nel suo discorso funebre per Balzac, dichiarò che in essa era rappresentata “tutta la civiltà contemporanea”.

  Morì il 18 agosto 1855 (sic), dopo esser passato dalla primitiva vita di stenti e di debiti a quella di un considerevole agio, e cinque mesi dopo aver sposato la donna dei suoi sogni, un’ignota ammiratrice attesa e desiderata per diciassette anni.

 

 

  Giovanni Bianco, Le XIXe siècle. Vie de Balzac. Jugement sur l’œuvre de Balzac. Analyse et jugement d’Eugénie Grandet, in H. de Balzac, Eugénie Grandet … cit., pp. V-XV.

 

  En France.

 

  Le XIXe siècle, en France, est le siècle de la liberté: liberté politique et liberté littéraire. La Révolution en renversant les bornes de l’autorité, a créé le libre esprit, aussi bien en matière politique qu’en matière littéraire. Les Salons, ayant été détruits, ne règlent plus le goût. Ce qui règle les esprits c’est l’opinion. Et l’opinion, on la crée au moyen des journaux. La presse répand chaque jour au milieu des lecteurs pressés, des idées toutes faites et lâche la bonde aux discussions. Des questions, qui jusqu’alors n’étaient réservées qu’à une élite, deviennent maintenant de domaine public. Tout le monde peut s’intéresser aux questions sociales, scientifiques, politiques et littéraires. Le Régime, sauf sous les deux répressions de l’Empire, est largement républicain. Il arrive de même dans les Lettres. Les écrivains, abandonnés d’abord à leur goût personnel créent la littérature personnelle qui est dite Romantisme. Ensuite, en réaction au Romantisme et sous l’influence de plus en plus grandissante de la Science, ils créent le Réalisme, et plus tard le Naturalisme, qui prétend être un mouvement scientifique en Littérature. Le Symbolisme eu redonnant tonte sa valeur il l’émotion, rouvre de nouveau les portes à la sensibilité et à l’œuvre personnelle.

  Pour commodité d’étude, ou peut donc distinguer dans le courant du XIXe siècle, quatre périodes :

  La Première, ou Préromantique, qui embrasse l’œuvre de M.me de Staël et de Chateaubriand et s’étend de 1800 à 1820.

  La Seconde, ou Romantique, qui comprend les deux Cénacles et s’étend de 1820 à 1850 environ.

  La Troisième, ou Naturaliste, qui débute par le Réalisme et aboutit au Naturalisme, en passant par Balzac, Flaubert, Zola et Maupassant.

  La Quatrième, ou Symboliste, qui va de 1880 à 1900 et est marquée surtout par les œuvres de Verlaine, Rimbaud et Mallarmé.

  Aussi bien en politique qu’en Littérature, le XIXe siècle est révolutionnaire ... Tout ce qui était systématique auparavant, ne l’est plus après la Révolution. Les écrivains rejettent toutes les anciennes règles sur les genres et les unités. Débarassés (sic) ainsi de toute entrave, au point de vue goût, inspiration et étendue, ils créent le drame qui est un mélange de comique et de tragique: et ils essaient toutes les audaces, et ils obéissent à toutes les inspirations. Il ne faut pas croire toutefois que de ces libertés individuelles naissent des œuvres chaotiques et indisciplinées. Une véritable organisation sort au contraire de ces nouvelles formes littéraires, tant et si bien que les écrivains du XIXe siècle peuvent, comme les écrivains des siècles précédente, être groupés par genre.

  Ainsi on nomme, dans la Poésie Lyrique: Lamartine, Hugo, Vigny et Musset, puis, dans le groupe dit des Parnassiens: Leconte de Lisle, et Hérédia; et, parmi les Symbolistes: Verlaine, Verhaeren et Mallarmé.

  Dans le Drame: Hugo, Vigny, Dumas.

  Dans le Roman: Balzac, G. Sand, Stendhal, et plus tard Flaubert, Daudet ... […].

 

Vie de Balzac.

 

  Honoré de Balzac naquit à Tours en 1799, et fit ses premières études chez les Oratoriens de Vendôme. Il passa ensuite à Paris, où il étudia le Droit. Destiné par son père au Notariat, il fut mis clerc chez un notaire, ensuite chez un avoué. Mais le goût des lettres l’entraînait. Voulant s’y essayer, il obtint de sa famille la permission de s’installer dans une mansarde à l’aide d’une petite pension, pour mettre en œuvre ses talents. Son premier essai: un drame, Cromwell, fut bafoué par sa famille, elle-même. Il ne se perdit pas de courage et il essaya du roman. Ce furent d’abord de simples romans populaires qu’il écrivait à la hâte, sans même les signer de son vrai nom, pressé uniquement par un besoin d’argent, et au milieu de tracasseries de toute sorte dues à l’idée qu’il avait eue, à un moment donné, de se jeter dans les affaires pour tenter la fortune au moyen de l’imprimerie. Il ne réussit qu’à s’obérer de dettes pour toute la vie. — Mais il tira aussi de cette nécessité constante de travail, une volonté et une endurance extraordinaires, qui furent en partie la base de son étonnante fécondité. De plus, du milieu bourgeois et tout utilitaire qu’il traversa, il tira des expériences précieuses qu’il n’oublia plus et qui lui servirent pour bâtir ses romans. Dans la solitude de sa retraite il suivait en effet les Popinot et les Birotteau. En d’autres mots, ce fut en vivant lui-même au milieu de la société, qu’il comprit la vie.

  Il possédait d’ailleurs un don d’observation exceptionnel qui, son imagination aidant, lui permettait de bâtir sur un rien un long roman. Il ressentit, au début surtout, l’influence de W. Scott, qui lui suggéra l’idée d’un roman historique. Ce fut «Les Chouans», — son premier grand roman, — pour lequel il utilisa un épisode de la guerre de Vendée, — alors encore d’une actualité brillante, — et des nouvelles qu’il puisa chez des amis et des paysans. Le succès des «Chouans» le persuada de peindre les mœurs contemporaines, en une série de romans, qu’il groupa d’abord sous des titres différents: Etudes Sociales, Etudes de Mœurs, Etudes Philosophiques, Etudes Analytiques ..., et qu’il devait réunir plus tard sous le titre quasi dantesque de «Comédie Humaine», en adoptant les divisions qui sont restées, depuis, définitives: Scènes de la vie privée; Scènes de la vie de province; Scènes de la vie parisienne; Scènes de la vie militaire ...

  Ce fut vers 1842 qu’il conçut l’idée de ce vaste groupement et de ces sous-titres. Il était alors, notamment, sous l’influence de Cuvier et d’autres savants naturalistes, si bien qu’il lui sembla possible d’essayer pour la Société la même classification, en types et en espèces, que ces Zoologistes avaient faite pour les espèces animales ... De là son étude de types, de conditions, d’espèces sociales (militaires, hommes d’affaires, hommes d’église, financiers ...) qui remplissent la «Comédie Humaine». De chaque groupe social il croyait trouver le représentant et il en dépeignait le type. Ainsi, Grandet, le père d’Eugénie, n’est pas seulement l’avare, l’usurier par excellence, il est aussi le parvenu sournois qui sait amasser en silence et qui un beau jour se trouve être le plus riche du pays, qu’il domine à cause de son prestige et de son pouvoir ... D’autres seront le type du débauché (Hulot); d’autres du commerçant génial mais vaniteux (Birotteau); d’autres du collectionneur maniaque (Le cousin Pons).

  Inlassable, Balzac travailla toute sa vie, qui d’ailleurs fut courte, car il mourut à cinquante ans, épuisé par le travail et le café, dont il abusait. Il vécut presque en cloîtré des lettres, ne sortant qu’à de rares intervalles, pour se documenter ou voir ses amis, vivant au milieu des personnages qu’il allait créer. La correspondance avec une Etrangère: Madame Hanska, une de ses admiratrices, une polonaise qui lui écrivit pendant dix-sept ans, et qui, restée veuve, consentit à l’épouser, fut peut-être la plus grande joie de Balzac et son plus vif excitant à la gloire et au travail. Malheureusement, il mourut quelques mois après son mariage, ne laissant d’autre postérité que les enfants de son génie, c’est-à-dire ses romans.

 

Jugement sur l’œuvre de Balzac.

 

  On ne peut ne pas reconnaître que l’œuvre de Balzac, malgré ses divisions et ses rappels, est quelque peu touffue, et que quelques chefs d’œuvre se détachent seuls de toute sa colossale production. Il y a en lui du feuilletoniste, malgré son immense volonté de faire une œuvre d’art. Il y a parfois trop de romanesque dans ses intrigues: parfois aussi trop d’excursus. Mais il fut aussi le peintre achevé de certains types humains qui seront de tous les temps, car ils incarnent les passions. Ces types, il sut les peindre par petits traits, en nous donnant ainsi la somme des traits qui les caractérisent. Il peignit aussi, avec une scrupuleuse vérité, les milieux de ses personnages: maisons, salons, quartiers, en tirant toujours de ses descriptions une signification psychologique, qui devance le personnage et qui, pour ainsi dire, l’intériorise. Il fut poète en même temps que réaliste et là où son œuvre est parfaite il se recommande par un sens de vie frappant, un naturel extraordinaire, une richesse qui ne s’épuise jamais. Au delà de son personnage principal s’agite en effet tout le monde qui l’entoure: monde bourgeois ou provincial, monde des connaissances et des parents ... De là le sens de plein, de vrai surtout, que donnent certaines de ses œuvres les plus réussies: telle, par exemple, Eugénie Grandet. Ce dernier roman n’est pas seulement le drame de l’avarice, mais le portrait d’un monde provincial, «d’un petit monde d’autrefois» (Maynial), qui s’agite autour d’une héritière que l’âpre férocité d’un père dispute même à ses joies et à son bonheur ... On pourrait en dire autant, toutes transpositions faites, du «Père Goriot», de la «Cousine Bette» du « Cousin Pons» ...

  Par le sens de grandiose, de vérité, de «Sociabilité» surtout, Balzac a vraiment renouvelé le roman, et c’est à juste titre qu’on le considère le père du roman contemporain.

 

Analyse et jugement d’Eugénie Grandet.

 

  Il y a comme trois romans en Eugénie Grandet: le roman de l’avarice, le roman de la province, le roman de l’amour. Eugénie Grandet s’éprend en effet de son cousin, le jeune Charles, qu’un revirement de fortune a rendu pauvre tout à coup. Mais le père Grandet empêche leur mariage, faisant partir son neveu «dare dare pour les Indes». Cela laisse dans le cœur d’Eugénie une sanglante brûlure, qu’elle n’avoue qu’à sa mère et cache soigneusement à son père, jusqu’au jour où celui-ci apprend qu’Eugénie a donné à Charles la collection de ses pièces d’or. Alors, il renferme Eugénie, lu met au pain et à l’eau, tandis que sa mère tombe malade et meurt. Prévenu par un notaire qu’Eugénie pourrait exiger le partage de sa mère, il la délivre, lui faisant toutefois signer une renonciation à la succession maternelle. Resté seul, il administre alors tout son bien, c’est à dire sa fortune immense, en despote et la pauvre Eugénie continue de vivre dans son ombre comme une humble servante sans le sou. Enfin, Grandet meurt à son tour, et Eugénie se marie avec un de ses prétendants de Saumur, qui ne l’a jamais quittée. Car, Charles, malgré sou emprunt et ses promesses est passé à d’autres amours. Il s’est enrichi, et, de retour des Indes, il épouse une noble dont il prendra le nom. L’humble Eugénie payera pour lui ses dettes, afin que le nom des Grandet ne tombe pas dans le déshonneur. Orpheline à trente ans, veuve à trente trois, sans enfants, elle se dédiera maintenant aux bonnes œuvres, achevant sa vie à Saumur, dans cette même maison lugubre que Balzac nous décrit tout au commencement du roman et qui a été le triste repaire de l’usurier. Madame Grandet y est morte, Eugénie, jeune et belle, s’y est étiolée. Aucune joie, aucune consolation n’a aidé ces pauvres femmes à vivre. Elles n’ont eu, pour toute consolation, que la satisfaction de leur devoir accompli inlassablement; aussi tout le livre est comme parfumé de leur résignation et de leur vertu.

  A la mère et à la fille de l’avare, il faut associer dans le nombre des victimes morales, sa bonne, la «vieille Nanon» qui est comme la femme à exploiter du patron. Et, à côté des membres de la famille, voilà les amis du rusé tonnelier, les Des Grassins et les Cruchot, qui rivalisent dans leurs poursuites à la dot et à Eugénie. Charles, ce n’est qu’un dandy qui ne fait que passer, mais qui laisse dans le cœur de la jeune fille une telle impression que tout le roman eu est comme coloré de nostalgie.

  Admirable roman où vit la vie de la province dans ses types et dans ses mesquineries, ses rues et ses quartiers; où les convoitises et les passions se croisent avec les vertus solides d’autrefois; où les victimes sont plus grandes que leur oppresseur, car elles sortent auréolées de leur sacrifice et de leur dévouement ...

  Livre essentiellement éducatif qui nous montre l’avarice comme un mal féroce qu’il faut chasser de nous à tout prix.

  On dit que Balzac tira la figure de son avare d’un certain Nivelleau, célèbre à Saumur par son avarice et ses richesses. Ce qui est certain, c’est qu’il l’enrichit de son génie, le présentant sous la forme de l’avare éternel, qui n’aime que l’or et qui, pour ce vil métal, sacrifie famille, bonheur, et jusque son nom de père.

  Balzac n’a atteint qu’en de rares œuvres la hauteur de ce roman, où tout est équilibré, où le style même, que parfois on lui reproche comme pas assez châtié, est souvent parfait.

 

 

  Emanuele Car, Voi non vorreste abitare al “Boulevard” Arago. Perché …, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 196, 18 Agosto 1936, p. 6.

 

  Nel 1831, dando inizio alla sua Histoire des Treize, Balzac scriveva: «Esistono a Parigi vie disonorate quanto può esserlo l’ultimo degli uomini colpevoli d’infamia Vi sono vie nelle quali voi non vorreste abitare».

  Da allora è passato più di un secolo. Parigi s’è modernizzato, rischiarato, purificato.

 

 

  Sac. Dott. Giovanni Casati, Balzac, in L’Indice dei libri proibiti. Saggi e commenti. Parte II. Libri letterari, Milano, Casa editrice “Pro Familia”, 1936, pp. 215-228. 

 

  Parte II. Breve commento di tutto l’Indice, pp. 29-30.

 

  Cfr. 1919; 1921; 1933.

 

 

  Carlo Cordié, Sull’arte della “Chartreuse de Parme”, «Civiltà Moderna. Rassegna bimestrale di critica storica, letteraria, filosofica», Firenze, Anno VIII, N. 2-3, Marzo-Giugno 1936, pp. 160-181; N. 4-5, Luglio-Ottobre 1936, pp. 305-338.

 

  p. 163. Se il Rouge ha trovato agevolmente, in tale stato di cose, una inconsulta ma durevole fortuna, per la Chartreuse ciò è stato alquanto aleatorio: da quando l’esaltavano di contro al Rouge, il Balzac sotto l’ombra del romanzo di costumi e il Taine per l’ampiezza di visioni del meccanismo psicologico, questo capolavoro è stato sempre esaltato da quegli stessi che forse meno ne comprendevano l’armonia.

  p. 164. I lettori dell’ultimo Ottocento che vedevano nello Stendhal lo scrutatore finissimo dell’anima umana, attraverso un processo alla storia del costume che nemmeno il Balzac aveva osato apprestare, e che solo il Proust avrebbe condotto a termine nelle miserevoli lande di Sodoma e Gomorra, erano così a metà strada da quelli del nostro tempo, che nel creatore della Sanseverina e di Madame de Chasteller vogliono solo considerare il freddo spettatore di drammi interiori, l’imperturbabile radiologo dell’io e delle sue vibrazioni infinitesimali […].

  pp. 168-169, nota (9). Non senza motivo la purezza di rappresentazione del celebre episodio [la battaglia di Waterloo] che tanta ammirazione dettò nel Balzac (ed appunto detto estratto del romanzo, di già apparto nel «Constitutionnel» col titolo Scènes militaires aveva rivelato pienamente a lui l'arte dello S., ed invogliata la lettura del libro intero, e per ben tre volte, come è noto! indulse alcuni editori a pubblicare separatamente dette pagine magistrali. […].

  Quando alle derivazioni dello S. dalla stessa letteratura contemporanea, non occorre qui menzionare, ad es. per lo Scott, le varie e dibattute affermazioni del Balzac e dei critici moderni, da Miss D. Gunnel a F. Boyer.

 

  pp. 333-334, nota (41). L’eleganza è tutta a danno della schiettezza, diceva; in uno stile alla George Sand la Chartreuse avrebbe ben fatto fortuna! Come a malavoglia, dopo il consiglio del generoso Balzac (41), riprese il suo «orphelin abandonné dans la rue», per correggere frasi, sveltire episodi, piallare le scabrosità di quella sua arte da 1880!

 

  (41). De Balzac, Revue parisienne, 25 sept. 1840, p. 273 sgg. (un bell’es. dei tre numeri rilegati in volumetto dai Garnier, Paris [1840], è nella «Sez. Lumbrosiana» della Naz. di Torino, di cui è già stata cit. la parte più ragguardevole: per una singolare, et pour cause, vivace testimonianza, merita di essere ricor­dato un art. di L. D'Ambra, sulla «Gazz. d. Popolo», del 6 marzo 1935: dove si parla della gioia di aver ritrovato, per pochi soldi, detto libriccino, «il più cospicuo cimelio della sua biblioteca di romanziere e di amatore di Balzac e del nostro caro S.», anche se non è, come egli opina, l’unico es. della «Rev. paris.» che esista in Italia). Detto saggio di Balzac si può vedere rist. (oltre che nelle «Oeuvre (sic) compl.», ed. def. ed in alcune edd. della Ch., del 1846 e del ‘53) in H. De B., critique littéraire. introd. de L. Loumet, Paris, 1912, p. 225 sgg. Cfr. anche A. De. Bersaucourt, B. et sa «Rev. paris.», in Études et recherches, Paris, 1913, p. 86 sgg.

 

  Scrive al Balzac, come nella prefazione parlava delle «avventure biasimevoli» della Sanseverina, — con il viso contegnoso e l'ironia a fior di labbro. […].

 

 

  Armando Curcio, Avventure del pensiero. E’ più divertente giocare a bigliardo che scrivere romanzi, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 118, 18 Maggio 1936, p. 3.

 

  Cfr. 1935.

 

 

  Lucio d’Ambra, Figure della vita letteraria. Ricordi italiani su Paolo Bourget, «Corriere della Sera», Milano, Anno 61, N. 5, 6 gennaio 1936, p. 3.

 

  In casa sua, a Parigi, l’Italia era dappertutto, dai due quadri della scuola del Bordone, che il maestro era sì fiero d’aver scoperti personalmente, ai cento ricordi senesi, fiorentini, romani, milanesi, veneziani che alle pareti o su le tavole circondavano il genius loci. — ch’era Balzac in panciotto bianco che sfoggia mode da elegantone del suo tempo, — e la maschera rustica di Tolstoi, l’olimpica serenità di Giorgio Sand in un disegno di Couture, De Musset giovane in un medaglione di David d’Angers […].

 

 

  Lucio d’Ambra, Itinerari dell’estate italiana. Tra gli abeti da Vallombrosa ai Camaldoli, «Corriere della Sera», Milano, Anno 61, N. 210,3 settembre 1936, p. 3.

 

  Incontro invece, per questi antri che sembrano grotte di malachite, uno dei primi apostoli del Novecento artistico. Margherita Sarfatti, che, mentre finisce di scrivere un libro sull’America del Nord ispiratole da un recente viaggio, assiduamente rilegge Balzac: lettura, questa, che non deve essere segnata come contravvenzione estiva al modernismo dell’illustre scrittrice, ma riconosciuta come segno d’eterna modernità per il grande romanziere della Commedia Umana, che fu a modo suo, e cent’anni fa, più futuro anche dei futuristi, se d’ogni suo libro può dirsi — come infatti si deve dire — che fu scritto «l’altro ieri per i lettori di dopodomani».


  V. Fagnani, Balzac (1799-1850) (Du Romantisme au Réalisme), in Poètes et prosateurs français … cit., pp. 316-317.

 

  Le plus grand sculpteur de notre temps, Rodin, a représenté Balzac revêtu d’une houppelande qui enveloppe entièrement son corps et d’où émerge une tête prodigieuse au front puissant, aux yeux enfoncés, à la bouche amère, une tête un peu renversée et qui semble contempler le monde. Tel est bien l’homme qui a écrit la Comédie Humaine et qui, durant un quart de siècle, a scruté de son œil d’aigle la société de son temps, qui l’a saisie dans ses griffes puissantes et qui s’en est rendu maître, tout comme Napoléon, qu’il voulait égaler. «Ce qu’il a commencé par l'épée, je l’achèverai par la plume».

  Honoré de Balzac est né à Tours. Très jeune il se sentit appelé à une haute destinée littéraire et ce fut à contre-cœur qu’il fit des études de droit. Il débuta dans les lettres par un drame: Cromwell, qui n’obtint aucun succès.

  Mais il avait un besoin impérieux d’argent, et il essaya d’écrire des romans. Comme la gloire ne vient pas tout de suite, il se lance dans la vie pratique, se fait imprimeur, puis fondeur de caractères, métiers qui, au lieu de l’enrichir le mènent à la faillite. Il eut alors l’idée d'écrire une vaste épopée qui illustrerait toute son époque. «Une génération, dit-il, est un drame à quatre ou cinq mille personnages saillants: ce drame, c’est mon livre». Travaillant jour et nuit ce galérien de plume et d’encre, comme il s’appelait lui-même, parvint en vingt ans à écrire quatre-vingt-seize romans, qu’il a groupés sous le titre de Comédie humaine. Tous ses livres ne forment qu’un livre, livre vivant, lumineux, profond, où l'on voit aller et venir et marcher et se mouvoir, avec je ne sais quoi d’effaré et de terrible mêlé au réel, toute notre civilisation contemporaine». (Victor Hugo).

  La Comédie humaine comprend:

  1) Études de Moeurs.

  2) Études philosophiques.

  3) Études analytiques.

 

  Les Études de Mœurs sont divisées en six groupes (*):

 

  1) Scènes de la vie privée: La femme de trente ans (1831-1842); Modeste Mignon (1844); Béatrix (1839); Le Colonel Chabert (1832); Le Père Goriot (1834).

  2) Scènes de la vie de province: Eugénie Grandet (1833); Le Lys dans la vallée (1835); Les Illusions perdues (sic) (1837-1843), etc.

  3) Scènes de la vie parisienne: Grandeur et décadence de César Birotteau (1837); La Cousine Bette (1846); Le Cousin Pons, etc.

  4) Scènes de la vie politique: Une ténébreuse affaire ( 1841); L’Envers de l’Histoire contemporaine (1842-1848), etc.

  5) Scènes de la vie militaire: Les Chouans (1829).

  6) Scènes de la vie de campagne: Les Paysans (1844); Le Médecin de campagne (1833); Le Curé de village (1839-1846).

 

  Par son caractère passionné, sa vie mouvementée, son imagination prodigieuse, Balzac appartient à la génération romantique, mais par son don d’observation, par la place qu’il fait aux passions autres que l’amour, par la description minutieuse des milieux où vivent ses personnages. Balzac est le précurseur des réalistes.

  Du reste Balzac n’appartient, en vérité, à aucune école. Il est le romancier par excellence, celui qui a su créer des types, types de la classe bourgeoise surtout, auxquels il a conféré une telle vie, une telle vérité, que nous avons la certitude de les avoir rencontrés.

  «La Comédie humaine n’était pas, dam la pensée de son auteur, une comédie de caractère, mais une comédie de mœurs. Il avait l’ambition de représenter la société moderne tout entière et non de la résumer dans quelques figures. Sans doute, quoiqu’il parte toujours de la réalité, il se laisse plus d’une fois entraîner par son imagination à exagérer les traits que l’observation lui fournit. On trouve aussi chez lui des personnages plus grands que nature, et qui, malgré ce qu’il met en eux de fortement individuel, sont en un certain sens des créations symboliques.

  Taine a dit de Balzac qu’il était, après Shakespeare, notre plus grand magasin de documents sur la nature humaine. N’oublions pas ce que la peinture des hommes a chez lui d’essentiellement particulier au temps et aux lieux, et disons plutôt qu’il est notre plus grand magasin de documents sur la société dans laquelle il a vécu». (Georges Pellissier).

 

  (*) On signale, ici, les romans les plus célèbres.

 

 

  G., Una Regina secondo Machiavelli, «La Gazzetta di Puglia. Corriere delle Puglie», Bari, Anno L, N. 284, 28 novembre 1936, p. 3.

 

  Fallito il colpo contro il solo ammiraglio, gli eventi precipitarono e i fatti soverchiarono e sospinsero gli stessi animatori. «Ajoutez … que toutes les plumes ont été plus injustes envers moi que ne l’ont été mes contemporains. Nul n’a pris ma défense ... J’ai condamné les Huguenots sana pitié, mais sens (sic) emportement; ils étaient l’orange pourrie de ma corbeille. Reine d’Angleterre, j’eusse jugé de même les catholiques s’ils eussent été séditieux. Pour que notre pouvoir eût quelque vie à cette époque, il fallait dans l’Etat un seul Dieux (sic), une seule foi, un seul Maître ... Si nous n’avions pas fait la Saint Barthélemy les Guises l'eussent accomplie à l’aide de Rome et de ses moines».

  Tali parole mette in bocca alla Medici un francese che aveva acquisito «la conviction de la grandeur de Catherine». Onorato di Balzac, filosofo e psicologo tra i pochi che abbiano compreso la figura della Regina e ne abbiano saputo rendere il pensiero politico e sociale.

  Scrive ancora Balzac che Caterina del Medici fu per molti un enigma. Un enigma se la si considera avulsa dal suo tempo e dal suo ambiente; non più tale quando la si studia nell’epoca e tra la gente in cui visse. Fu crudele? Ma «un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene che rovini infra tanti che non son buoni».

 

 

  Vittorio Guerriero, In casa d’altri. Parigi, «Il Dramma. Quindicinale di commedie di grande successo», Torino, Anno XII, N. 225, 1° Gennaio 1936, p. 28.

 

  «Le faiseur» al Théâtre de l’Atelier.

  Da un testo centenario di Honoré de Balzac, l’attore Charles Dullin ha filtrato le scene principali di questa satira sull’affarista del 1830. A dispetto del genio di Balzac e del fervore di Dullin, il lavoro ha perduto tutto il suo interesse vivo. Gli affaristi del 1935 sono un po’ diversi da Marcadet (sic). La vita è un’avventura molto dissimile da quella che il più intelligente grafomane del mondo ha fissata nei suoi libri immortali. A parte queste riserve, il lavoro ha un fascino spettacolare irresistibile ed è tuf­fato in un’atmosfera storica molto precisa.

 

 

  Alessandro Guiccioli, Diario del 1881, «Nuova Antologia», Roma, Società Anonima «Nuova Antologia», Ottava Serie, Volume della Raccolta CCCLXXXVI, Fascicolo 1544, 16 Luglio 1936, pp. 182-206.

 

  26 febbraio, pp. 190-191.

 

  p. 191. Dopo pranzo vado da V., chiacchieriamo e leggiamo i Contes Drôlatiques di Balzac, ciò che ci rende piuttosto nervosi.

 

 

  Ferenc Körmendi, Scrittori visti da uno scrittore. Il romanzo moderno da Balzac a Joyce, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 127, 28 Maggio 1936, p. 3.

 

  Esaminiamo quale è, nella crisi, la posizione e il contegno dell’uomo spirituale: esaminiamolo attraverso l’odissea dell’uomo odierno, cioè attraverso il romanzo moderno.

  Gettiamo prima di tutto uno sguardo alla storia del romanzo a cominciare da Balzac, che considero il primo romanziere moderno.

  Balzac ci rappresenta la vita reale; egli riproduce le passioni umane, dai fenomeni esterni, reali del mondo, con l’acutezza di uno storico e con la fedeltà di un contemporaneo. Posso quindi chiamare gli eroi di Balzac gli eroi reali i quali sopratutto cercano e trovano il loro posto nel mondo reale, ma non vogliono trasformare il mondo.



  Aldobrandino Malvezzi, La Principessa Cristina di Belgiojoso. Prima e seconda edizione. II. La seduttrice. 1833-1842, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1936.

 

Capitolo I.

Amarezze. 1832-1834.

 

  p. 77. Alla fine di luglio del 1833 era giunto a Parigi Vincenzo Bellini, lo seguirono, l’un dopo l’altro, Pellegrino Rossi, Nicolò Tommaseo e Vincenzo Gioberti che s’unirono, nel salotto della Belgiojoso, a Terenzio Mamiani e Francesco Orioli che li avevano preceduti.  Questa eletta schiera d’esuli italiani s’incontrava nell’appartamento della Place de la Madeleine, col Mignet, sempre più assiduo presso alla principessa, con Victor Cousin, il Fauriel, il Thiers, il Villemain, Odilon Barrot e il visconte di Montalembert, ai quali si erano venuti aggiungendo Enrico Heine, Prosper Mérimée e Honoré de Balzac.

 

Capitolo II.

Rinascita. 1835-1836.

 

  p. 116. La Revue de Paris intanto stava pubblicando Seraphita (sic) del Balzac e Claude Geux (sic) di Victor Hugo: Berlioz e Chopin davano alle stampe le loro migliori composizioni, mentre il Lamartine terminava Jocelyn, Alfredo de Vigny Chatterton, il Tocqueville La Démocratie en Amérique, l’opera fondamentale del liberalismo classico.

 

  p. 133. Questo periodo è un giojello, quando si pensi che «gl’imbrattatori di carta» ai quali alludeva il giovane conte Appony, giudicando la loro conversazione meno interessante di quella ch’egli era solito ad ascoltare nei salotti del Faubourg Saint Germain, avevano nome Enrico Heine, Honoré de Balzac e Alfredo de Musset. Del resto Rodolfo Appony, pur sentenziando con presuntuosa ignoranza, aveva detto, per caso, il vero nei riguardi della Belgiojoso.

 

  p. 136. Solo il Balzac, fra i tanti, sembra, in proposito, aver compreso col suo finissimo intuito psicologico il vero quando, con frase spesse volte ripetuta, disse che se la Belgiojoso cedeva talvolta alla passione, tuttavia non cedeva, né abbandonava mai interamente se stessa. Infatti par d’indovinare che per nessuno di coloro che essa predilesse sia mai venuto il giorno, né l’ora nel quale abbiano potuto illudersi d’aver raggiunto quello che per l’uomo è il fine ultimo dell’amore, cioè di potersi credere e sentire, sia pur per un attimo, padrone e dominatore.

 

  p. 142. Della Jonchère, quale era quando l’abitò la Belgiojoso, non si scorge apparente traccia: la casa è stata trasformata, rimane solo, intatta nel giardino, sotto una quercia un’erma antica che, nell’estate del 1835, s’è vista girare attorno molti personaggi illustri. Quell’erma udì i lieti ed arguti conversari della principessa con Enrico Heine, Alfredo de Musset, il Balzac, nonché le gravi discussioni del Guizot, del Montalembert, del Thiers, di Augustin Thierry, infine il brontolare di Nicolò Tommaseo, d’animo buono, ma irrequieto, permaloso e acre critico d’ogni cosa.

  «Parigi precipita sì che l’occhio non lo segue», scriveva il Tommaseo a Gino Capponi: e a Cesare Cantù: «Del Pellico non credo il male che dicono certi imbecilli: ma so che si frega troppo ai marchesi». E ancora: «L’Azeglio lo vidi ... mi parve molto contento di sé co’ difetti indosso del marchese e dell’artista, del torinese e del milanese» ...». «Dite del resto a codesta crassa galanteria milanese, che il Balzac è tenuto fino a Parigi per cosa ridicola e bassa ... sterile à di fantasia che d’affetto». Il giudicare il Balzac sterile, per l’appunto di fantasia. è davvero cosa sorprendente.

 

  p. 146. Lasciamo andare che è fin troppo evidente che il Tommaseo ragiona di una francese e non di un’italiana, ma anche tralasciando ciò, qual concetto si fanno mai della Belgiojoso coloro che senz’altro se la raffigurano piangente fra le braccia del Tommaseo, che, anche se non fosse stato ammalato, non era certo il tipo del seduttore di grandi dame; di una Belgiojoso così ignorante da non conoscere neppure il significato della parola «poeta»; di una Belgiojoso infine che ha «un non so che di popolare». La conosceva certo meglio quella «cosa ridicola e bassa» che era, secondo il Tommaseo, il Balzac, se ha potuto invece definirla «très Impératrice».

 

  p. 157. La Duchessa di Dino giudica la Belgiojoso «volgare», Mme. d’Agoult «pas grande dame du tout», Théophile Gautier scrive ch’ella ha «des traits nobles, réguliers quoique un peu juifs», il che, per un francese, è quasi un’ingiuria e dimostra, oltre tutto, l’ignoranza assoluta di chi la proferì del casato della Belgiojoso. Il Balzac, che pure accettava le cortesie onde la Belgiojoso gli era prodiga, accennava poi a lei in termini sprezzanti quando ne scriveva alla sua Mme. Hanska.

 

  p. 167. Nell’appartamento della Belgiojoso nulla sembra aver osservato di specialmente inconsueto neppur uno degl’italiani che lo frequentavano, con a capo il Tommaseo, incline, come si sa. all’acre critica; nulla ne dicono la marchesa Costanza Arconati e Margherita Collegno, non disposte alla benevolenza verso la Belgiojoso, nulla Federico Confalonieri e Giuseppe Massari, neppure essi troppo benevoli. D’altra parte tace intorno al curiosissimo aspetto che avrebbe avuto l’appartamento della rue d’Anjou il Balzac, che pure intorno al mondo parigino, e anche alla Belgiojoso, usava scrivere molti particolari alla Etrangère e che non si può certo sospettare di non essere stato un attento e acuto osservatore.

 

  p. 176. La duchessa di Dino si disperò, e se ne è lamentata anche nelle sue Cronache, d’essere stata costretta a ricevere nel suo castello di Rochecotte, e persino di trattenervi a pranzo, Honoré de Balzac. « M. de Balzac est venu dans la contrée — scrive la duchessa. — Il s’est fait amener ici par un de mes voisins. Malheureusement, il faisait un temps horrible, ce qui m’a obligée de le retenir à diner. J’ai été polie, mais très réservée. Je crains horriblement tous les publicistes, gens de lettres, faiseurs d’articles».

 

  p. 181. Al Guizot e agli uomini della sua mentalità ed educazione, cattedratici, severi, per i quali la letteratura altrettanto che la politica, era retta da dogmi immutabili indiscutibili, gl’innovatori, i rivoluzionari quali il Balzac, la Sand. il Dumas, il Gautier, Alfredo de Musset, apparivano come tristi annunziatori della corruttela, della decadenza precipitosa d’ogni cosa.

 

Capitolo III.

Intermezzo. 1836-1839.

 

  pp. 201-202. Era dunque facile il dire che la Belgiojoso, già ben a torto supposta di aver cercato di consolare Alfredo de Musset, quando se ne tornò moralmente malconcio dalla infelice avventura di Venezia, così ora spiegava le sue arti per carpire il Liszt a Madame d’Agoult.

  Tutto ciò, e altro, disse infatti il Balzac, per il quale anche gli amici non erano altro che attori della Comédie Humaine. E il Balzac lo disse, senza riguardi, e senza nemmeno dimostrare di sentirsi menomamente trattenuto dagli elementari doveri di riconoscenza verso la Belgiojoso per le cortesie, anzi per i servizi, dei quali egli stesso riconosce di esserle debitore. Ma, come doveva scrivere un giorno il Musset a proposito della principessa, «il y a une destinée» e tale destino sembra fosse quello che tutti, grandi e piccini, dovessero profittare largamente della bontà e cortesia della Belgiojoso, senza dimostrargliene mai riconoscenza alcuna: tutto dovuto.

  Il Balzac scrisse alla sua amica Mme. Hanska: «Vous ne connaissez pas la princesse Belgiojoso. Elle est, sous le rapport des Liszt et des Mignet, et de tous ses caprices, du siècle de Louis XV. Elle est enfin très impératrice, sans nul souci du passé, ne donnant ni ne laissant prendre aucun droit, tout en se donnant, ou se prêtant, si vous voulez. C’est une courtisane, une belle Impéria, mais horriblement bas bleu». (Balzac, Lettres à l’Etrangère, II, p. 417. Lett. 7 août 1844). Pochi giorni dopo, alla medesima corrispondente, il Balzac tornò a scrivere, con ammirevole disinvoltura: «J’ai manqué à gagner cinq mille francs par la rapidité de la mise en vente de Splendeurs et Misères (des Courtisanes) et, dans l’affaire de cette réimpression dans un journal, Cristina Trivulzio m’a rendu gracieusement beaucoup de Services» (Id., loc. cit. Lett. 30 août 1844).

 

  p. 247. Maggiore brillante, numeroso e battagliero d’adulatori, pronti ai suoi cenni. Figuravano fra gli altri, nel numero di costoro Théophile Gautier, critico teatrale e d’arte della Presse, fin dalla sua fondazione, Arsène Houssaye redattore di un’effemeride mondana intitolata Les Guêpes, Méry il fecondo improvvisatore e brillante satirico e Jules Sandeau che, assieme al Gautier ed al Balzac collaborava ad un altro giornale mondano Les Chroniques de Paris, dopo aver lasciato a Aurore Dudevant, in ricordo d’un effimero amore, la prima metà del suo cognome.

 

Capitolo IV.

Raccoglimento. 1840-1841.

 

  p. 279. Infine, nel maggio del 1840, la d’Agoult scrisse ancora al Liszt, che si trovava allora in Inghilterra: «Le grand grief des âmes sensibles c’est votre attitude d’homme à bonnes fortunes. Vos amis même me parlent de votre séjour ici avec un petit air de condoléance et de compassion tout à fait drôle. Balzac au concert a fait remarquer un fauteuil vide auprès de la Comédienne et, faisant allusion à moi, a dit que cela lui rappelait le cadre de M. Faliero sur lequel on a jeté un crêpe. Vous voyez que mon orgueil, si j’en avais un, serait un peu écorné».

 

  pp. 300-301. Così Liszt scriveva da Dinant il 20 ottobre 1840:

  «[…]. Quelques pas plus loin voilà Balzac. Même questions, même regret, quoique plus tempéré. Il est absorbé par sa Revue Parisienne dans laquelle il dépense prodigieusement d’esprit tous les 25 du mois; ce qui ne l'empêche cependant pas de s’occuper très activement de 3 ou 4 grands drames, dont nous en verrons au moins un avant la fin de l’hiver. Ce sera probablement Mercadet, l’homme de génie aux prises avec les questions d’argent, les créanciers, usuriers, huissiers. etc. sujet plein d’actualité que l’auteur a malheureusement eu la bonne fortune d’étudier à fond, et qui réveillera sans doute les sympathies et souvenirs d’un grand nombre de spectateurs, qui ne sont rien moins que gens de génie pour cela. […]».

 

  p. 408: nota (45) di p. 255. Nella raccolta Spoelberch de Lovenjoul a Chantilly si conservano parecchi biglietti d’invito della Belgiojoso al Balzac: fra gli altri questo: «La Princesse de Belgiojoso et la Comtesse d’Aragon prient Monsieur de Balzac de leur faire l’honneur de venir passer la soirée chez elles de lundi 9 avril 1838. On fera de la musique sacrée». A. 312. Col. 136.

 

 

  Mastrimbiglia, Spulciature. Prima di Gide. Anche ai tempi di Balzac, «Il Frontespizio. Rassegna mensile», Firenze, Vallecchi Editore, Anno VIII, N. 1, Gennaio 1936, p. 12.

 

Prima di Gide.

 

  Tutti ricordano, con aria o di rivincita o di scandalo, l’espressione celebre di Gide, che la cattiva letteratura si fa con i buoni sentimenti.

  Nell’ Avant propos della sua Comédie Humaine, Balzac scriveva:

  «Il rimprovero, che non è mai mancato allo scrittore coraggioso, è l’ultimo che resta a fare quando non si sa che cosa dire a un poeta ... Quando si vuol ammazzare qualcuno, lo si taccia di immoralità».

  Lasciamo, per ora, da parte queste escandescenze di Balzac, s se lui ha meritato o no, personalmente, l’accusa d'immoralità. Fatto sta che è ancoro all’Indice, nonostante il suo cattolicesimo professato a gran voce. […].

 

Anche ai tempi di Balzac.

 

  Ma torniamo a Balzac. Balzac, dunque, enumera molti dei suoi personaggi, che sono «figures irréprochables» e offrono al lettore «la pratique des vertus domestiques, e domanda:

  «... non risolvono il difficile problema letterario, che consiste nel rendere interessante un personaggio virtuoso?».

  Il problema esiste, per lo meno di fatto e in pratica se non di diritto e in teoria. Sarà effetto del peccato originale, sarà quel che si vuole, sta il fatto che il vizio esercita sugli uomini un potere d’attrazione e la virtù li spaventa; e quindi la descrizione del male attrae assai più che non il racconto del bene. Quella ci aiuta a scendere, questa a salire; e scendere costa sempre meno e piace di più. Ma tale interesse, come si vede, maggiore nei personaggi viziosi, non è più interesse artistico, bensì morale (o immorale). A pura forza d’arte tanto è il vizio che la virtù. Se un autore, a corto di interesse artistico, sollecita altri interessi, non rifiutandosi nemmeno di solleticare i più turpi, bara al giuoco.

  E per arte, s’intenda bene, non intendiamo nulla di sublime e di maiuscola e di estetico bensì la recta ratio faciendi, ovverosia il far bene quello che si fa. Si scrive? L’arto è scriver bene.

  E a questo proposito, Balzac — che «scrive male» — offrirebbe molto materia a nuove digressioni. È vero che scrive male? dal punto di vista della lingua, della misura e dello stile, sì certamente; dal punto di vista della fantasia, della vivezza, dell’acutezza, no, non meno certamente. Ma siamo in terreno di letteratura, se piace a Dio; non di metafisica, non di morale, non di religione. Tutte bellissime anzi le più belle cose che ci siano, e perciò le meno adatte a farsene una maschera, un paravento, una gruccia. Chi le rispettasse davvero, le strapazzerebbe meno; e chi le amasse seriamente gli tremerebbe la voce soltanto a sentirne parlare.

 

 

  Roberto Michels, Nuovi studi sulla classe politica. Saggio sugli spostamenti sociali ed intellettuali nel dopoguerra, Milano-Genova-Roma-Napoli, Società Anonima Editrice Dante Alighieri (Albrighi, Segati & C.), 1936.

 

  pp. 68-69, nota 2. Avverte già il Balzac: «On n'a pas assez étudié les forces sociales qui constituent les diverses vocations. Il serait curieux de savoir ce que détermine un homme à se faire papetier plutôt que boulanger, du moment que les fils ne se succèdent pas forcément au métier de leur père» (Honoré de Balzac, Un ménage de garçons (sic), Parigi, C. Lévy, p. 9).

 

 

  Marino Moretti, Anna degli elefanti, «Nuova Antologia», Roma, Società Anonima «La Nuova Antologia», Ottava Serie, Volume della Raccolta CCCLXXXIV, Fascicolo 1535, 1° Marzo 1936, pp. 62-94.

 

VIII.

 

  p. 64. Marco Eugenio poi aveva detto che Max sera calunniato per vezzo facendosi passare il primo giorno per un grande ignorante e che anzi Max aveva gusto letterario e preferiva giustamente Stendhal a Balzac, Dostoievski a Tolstoi, Thackeray a Dickens, Verga a Fogazzaro.

 

 

IX.

 

p. 80. No, veramente, non sapeva altro di lui, cioè non sapeva di dove venisse, che cosa facesse, come vivesse, né come fosse solito comportarsi con le donne a cui innegabilmente piaceva, come piace, in fondo, quel tipo (forse egli intendeva dire: il tipo del farabutto) mentre piace molto mediocremente, per esempio, l’asceta. Dimostrava un certo gusto letterario. Perciò avevano attaccato discorso in quella trattoria di scrittori dove ciascun cliente può dire la sua. Preferiva Stendhal a Balzac! Questo, sì per Marco Eugenio, aveva una certa importanza.

  — Le ho detto che sono uno stendhaliano convinto, — concludeva con un sorriso quasi di fanciullo infelice.

 

  p. 82. Max era un avventuriero? solo un avventuriero? No, era anche un intellettuale, tanto è vero che preferiva Stendhal a Balzac e Thackeray a Dickens, e meritava qualche riguardo: anzi, come ladro, avrebbe potuto derubarla in ben altro modo, cioè tenendo stretta la sua preda, mandando in lungo la relazione, estorcendo danaro più che gioielli, tentando infine di sposare la ricca vedova e subito dopo di farle far testamento.

 

 

  Fascicolo 1537, 1° Aprile 1936, pp. 315-338.

 

  p. 317. Anna ricordava ora, se pur vagamente (ma la cameriera aveva migliore memoria), come aveva potuto «farsi una cultura». Ma, come accade, aveva passato il segno, fino a saper troppo di tutto. Quanto Balzac e quanto France! quanti versi italiani, tedeschi, francesi! quanta storia-romanzo! quanti premi Nobel! quanta storia dell’arte!

 

  p. 328. Be’, le dicesse ora con tutta franchezza quali erano le pratiche ch’egli stava facendo a Milano per ottenere un posticino — oh povero Max — in una banca o presso una ditta ... di mobili. Aveva appoggi? Aveva chi lo sosteneva e lo stimava secondo i suoi meriti? Ora, povero caro, non era il caso di dire, come in villeggiatura, che preferiva Stendhal a Balzac e Thackeray a Dickens!

 

 

  Glauco Natoli, Stendhal. Saggio biografico-critico, Bari, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, 1936 («Biblioteca di cultura moderna», N. 293).

 

Gli ultimi anni.

 

  pp. 251-253. Ma l’avvenimento più sensazionale per lui, in questo periodo in cui per distrarsi, tranne la caccia e qualche fugace corsa a Roma e a Firenze, non gli rimanevano grandi risorse, fu l’articolo di Balzac sulla Chartreuse, che apparve nella Revue Parisienne del 25 settembre 1840. Subito dopo la pubblicazione del romanzo, Stendhal ne aveva destinato a Balzac un esemplare, chiedendo al Roi de Romanciers di comunicargli le sue impressioni e di muovergli tutte le critiche, che gli sembrassero opportune, e di cui egli avrebbe tenuto il massimo conto (2). La stampa parigina, anche se non del tutto avara, era stata tuttavia piuttosto parca d’elogi nei confronti della Chartreuse, sulla quale egli ritornava per correggerne lo stile, che gli sembrava troppo denso, e per dare al romanzo una andatura più fluida e spigliata. L’articolo di Balzac, elogioso oltre ogni aspettativa malgrado le critiche abbastanza severe, doveva produrre in Stendhal una grande impressione ed egli si accinse a scrivere una lettera di ringraziamento, che esprimesse nello stesso tempo la sua gratitudine e mostrasse il suo proposito di rimaneggiare la Chartreuse secondo le vedute di Balzac. «Je vous remercie des avis plus que des louanges – scrisse – Vous avez senti une pitié exagérée pour un orphelin abandonné dans la rue. Je pensais n’être pas lu avant 1880»(3). L’Arbelet ha rilevato assai bene come davanti alle obiezioni di Balzac, che più contrastavano ai gusti di Stendhal, il grato fervore di questi si sia andato a poco a poco raffreddando. Balzac esigeva mutilazioni in quegli episodi della Chartreuse nei quali il cuore di Stendhal aveva più fortemente palpitato; e come modello di stile egli citava addirittura Chateaubriand. Si capisce l’imbarazzo di Stendhal dal tono stesso della sua risposta, che non senza fatica riuscì a mettere insieme dopo averla tre volte abbozzata. Timidamente egli difendeva la sua posizione, che malgrado la buona volontà di seguire i consigli di Balzac, gli era impossibile abbandonare. Dopo ripetuti tentativi, da cui traspare il tormento e la volontà di rimanere coerente a se stesso, l’unico punto su cui si può dire che egli abbia ceduto a Balzac è ciò che riguarda lo stile; ma anche qui senza molto concedere poiché, come ben scrive l’Arbelet, Stendhal «en corrigeant son style, suivait le conseil de Balzac; en le corrigeant à sa façon, il restait lui-même».

  Fu questa la principale occupazione letteraria nel rapido declino della sua vita. […].

  Ma un miglioramento gli permise di tornare a Civitavecchia, finché nell’ottobre, ottenuta una nuova licenza, potè riprendere la via di Parigi. Vi giunse nel novembre, con l’intenzione di rimanervi il più a lungo possibile e di godere finalmente di quella notorietà, che l’articolo di Balzac gli aveva conferita, e che gli fruttò un contratto con la Revue des Deux-Mondes, alla quale s’impegnò di dare tutta una serie di nouvelles, sul genere di quelle già da lui pubblicate.

 

  (2) Corresp., lettera a Balzac del 17 mai 1839, ma la data è incerta; cfr. Arbelet, Préface alla Chartreuse cit., p. LVII, nota 1.

  (3) Corresp., lettera a Balzac. del 16 octobre 1840.

 

 

  Ferdinando Neri, Tre sorelle, in Saggi di letteratura italiana, francese, inglese, Napoli, Luigi Loffredo editore («Nuova Collezione di Ferdinando Neri. Saggi di letteratura»), 1936, pp. 105-109.

 

  Fra i romanzi più belli del Balzac, Une ténébreuse affaire si distingue per un suo stile «storico», animato e preciso; per la figurazione delle vicende politiche di un grande periodo attraverso la vita e le passioni private, le quali par che divengano le vene stesse della storia; e quel racconto di De Marsay, che svela dopo molti anni il lungo mistero, penetra al vivo la politica rivoluzionaria e napoleonica d’un Sieyès, d’un Talleyrand, d’un Fouché, quale oggi ancora può ritrarla il Bainville nel Diciotto brumaio: sone (sic) ben quelle, fin dall’inizio, le volpi che vigilano il loro giuoco misurato, coperto, sicuro, fra le sorti sempre sospese del Bonaparte.

  Com’è noto, e come ricorda Maurice Serval nello studio migliore die abbiamo su questo romanzo, il Balzac derivò il suo intreccio dall’affaire Clément de Ris: e lo compose con una maestria, con una visione così limpida di ciascun carattere, che pur tra il groviglio della congiura, l’azione procede schietta e come ariosa: con qualche nota di una psicologia, e di un’arte, nuova nel Balzac, — ch’io direi stendhaliana.

  Une ténébreuse affaire è del 1841; nell’ottobre del ‘40 il Balzac aveva cantato le lodi della Chartreuse de Parme con un articolo famoso della Revue parisienne; se ad un punto della sua intensa carriera letteraria l’esempio del suo confratello più oscuro, potè aver qualche forza su di lui, fu allora certamente; e quasi a scontare quel segno di simpatia, il romanzo non ebbe un successo immediato: ottenne piena giustizia dai critici, insieme con i libri dello Stendhal, alla fine del secolo.

  Il Balzac assomiglia hi sua eroina, Laurence de Cinq-Çygne, a Diana Vernon di Rob-Roy; altri pensò, naturalmente, alle guerriere brettoni e realiste, che l’autore degli Chouans conosceva assai bene; ma quelle dame avevano sbrigliato, per la santa causa, un gusto dell’avventura amorosa e fugace, ond’è immune la fiera e strenua figura di Lorenza; ed in tale fierezza, in tale ombrosa purità di coscienza, è forse il tratto comune con Mademoiselle de la Mole, di Rouge et Noir, la creatura superstite d’altro secolo, accesa di un sogno di cavalleria, che il suo nome le attesta: ma il nome soltanto, e non il suo tempo, e non più la sua casta, l’inerme nobiltà.

  Matilde de la Mole, Lorenza di Cinq-Cygne, pallide, energiche, vogliono foggiare della loro bellezza l’ultimo simulacro di un stirpe che arretra e che cede; accanto a queste due fanciulle, ultimi, integri fiori della nobiltà, i giovani cavalieri sembrano come estenuati, smarriti; esse non rinunziano ancora: pronte, fra l’ira e il tumulto, a bere una tazza di sangue («oh, sei la Francia tu, bianca ragazza ... ?»), desiose di splendere, contro all’età brutale, di tutto il lume dell’antico valore, che le aveva generate così gentili e così fini.

  Il tipo visse certamente nelle giornate di terrore; ma lo Stendhal e il Balzac colgono il dissidio fra le età, là dove riesce più delicato, e forse più profondo: Mademoiselle de la Mole ha di fronte l’ideale napoleonico, che s’impersona in Julien Sorel, e lo disprezza, e ne è affascinata; Lorenza è condotta sui campi di Jena, la sera innanzi la battaglia, e mira nel volto di Cesare il destino della sua famiglia e del suo paese (La favola d’Une ténébreuse affaire è chiusa tra il fosco presagio che balena sulla nuca del fedele Machu, e il gesto (dell’Imperatore che abbandona quell’innocente al «couperet de la loi» come la giovinezza dei suoi legionari alla strage imminente).

  Per l’uno e per l’altro scrittore — sebbene il loro giudizio della storia sia diverso —, Napoleone è la forza stessa, un momento della Rivoluzione, che si prosegue attraverso l’inquieto mutar della Francia; e quando par che ristagni l’anima antica, le due belle, le due nobili giovinette passano come strisce di luce per il ciclo silenzioso.

  La terza, che s’avvolge d’una fierezza e d’un sacrificio senza nome, ci appare nell’Ostaggio di Paul Claudel.

  Che l’Otage derivi la sua trama occulta da Une ténébreuse affaire, mi par certo, e v’accennò ancora, di recente, il Dubech nelle sue cronache teatrali; in quella storia segreta e fantastica, onde Pio VII ripara in una vecchia e deserta abbazia della provincia francese, come Toussaint Turelure corrisponde a Malin de Gondreville, così Sygne de Coûfontaine serba, ben più che nel nome, il ricordo di Laurence de Cinq-Cygne.

  In quel dramma, dove l’aspra violenza degli uomini si snoda come un serpe nei quadri grotteschi delle scene «storiche» — sino all’ultima, dove i re sembrano dipinti come nelle carte da giuoco; e tutta l’azione è vigilata dal crocifisso di bronzo «d’aspect farouche et mutilé», riaccozzato poi che l’infransero, e veramente terribile ; tra la vicenda del papa fuggiasco, del visconte emigrato ed avvilito, del cupido avventarsi della plebe, l’eroina si piega all’onta più dura, e par che l’anima si ritragga su di una vetta più alta e sola, mentre abbandona e l’amore, e le giuste speranze, e se stessa.

  «V’ha una cosa la cui perdita è più triste che quella della vita, ed è la ragione di vivere», dirà Giorgio nell’ultimo suo dialogo con Sygne, ed è la prova a cui tende la visione tragica del Claudel, in quanto ha di sincero, di veramente ispirato (ch’è da riconoscere qui e nell’Annonce faite à Marie): un cuore che s’avvince ad una sua bellezza ideale, che se ne fa degno, e al colmo della sua passione, quando è più pura la sua virtù, n’è impoverito, umiliato, spoglio non soltanto d’un bene, ma della fede in un bene, per la quale era facile e giusto soffrire.

  Si può dire che Sygne ha percorso tutta la nobile avventura di Lorenza, che l’ha esausta nei suoi fini e nelle sue illusioni: quant’era d’umano in lei s’è offerto e donato alla legge dei suoi, ed ella naufraga nell’amarezza. Alla sua morte, il senso delle cose passate, e d’ogni cosa terrena, in realtà ed in sogno, s’è fatto opaco e sordo, desolato, maligno; nel rapido corso della tragedia, s’è dissolto il carattere di una età, d’una lotta religiosa e civile, perché una donna, la donna d’ogni tempo, assurga in figura della bellezza e della bontà immolata.

 

 

  Luciano Nicastro, Itinerari critici di Luciano Nicastro, Milano, Ulrico Hoepli – Editore, 1936.

 

Stile fermo e stile in moto, pp. 155-156.

 

  p. 156. Balzac lo [lo stile] rese realista e lo fissò in forme ricche di natural vigore e grandeggianti che esprimono il concetto più che la vera intuizione del moto.

 

Carattere della letteratura siciliana, pp. 167-179.

 

  p. 172. L’onda impetuosa del divenire li [i personaggi verghiani] travolge e, dopo averli annegati, li depone sulla riva, ciascuno colle stimmate di un vizio che avrebbe dovuto essere uno sfolgorare di virtù.

  E’ un quadro in cui l’attivismo non ha i consensi di uno Zola, di un Balzac, ma è sentito come forza fatale, demoniaca.

 

Le teorie del Verga e del Capuana, pp. 183-214.

 

  p. 191, nota (1). 1) Non è facile cogliere la verità; sostiene Zola: « ... rien n’est plus simple ni plus compliqué à la fois qu’un paysan. Il faut vivre longtemps avec lui pour le voir dans sa ressemblance et le peindre. Balzac a essayé et n’a réussi qu’en partie. Aucun de nos romanciers, jusqu’à présent, ne s’est hasardé à écrire les vrais drames du village, parce que nul d’entre eux ne s’est senti en possession de toute la vérité». Docum. litt., pp. 229-30.

 

  pp. 208-209. Questo concetto, che negli Ismi vien rigorosamente svolto, era stato messo in preciso rilievo dal Capuana all’apparire dei Malavoglia.

  «Nei romanzi di Balzac — aveva scritto allora il critico —, questo sparire dell’autore avviene ad intervalli. Egli si mescola ogni po’ all’azione, spiega, descrive, torna addietro, fa delle lunghe divagazioni prima di lasciare 1 suoi personaggi a dibattersi soli soli colle loro passioni, col loro carattere, colle potenti influenze del loro tempo e dei luoghi; e l’onnipotenza del suo genio non si mostra mai così intera come quando le sue creature rimangono libere, abbandonate ai loro istinti, alla loro tragica fatalità. I suoi successori intervengono assai meno di lui nell’azione o non intervengono affatto. Si può dire che la loro opera d’arte si faccia da sè, piuttosto che la faccian loro. E questo semplicissimo cambiamento ha già prodotto una rivoluzione che il volgo dei lettori difficilmente sarà nel caso d’apprezzare nel suo giusto valore. I Malavoglia si rannodano agli ultimissimi anelli di questa catena dell’arte».

  Dal Balzac in poi l’azione del romanzo, secondo il Capuana, e secondo Zola, si va emancipando. Ma è solo nella completa autonomia dell’azione che si afferma, per i veristi, la perfetta impersonalità dell’opera d’arte.

 

 

  Ugo Ojetti, Libri illustrati, «Corriere della Sera», Milano, Anno 61, N. 243, 11 ottobre 1936, p. 3.

 

  I più erano francesi. Ottimi, per questo equilibrio del chiaroscuro e per la freschezza dell’invenzione, Naudin coi disegni per l’Ingenu di Voltaire; Picasso nelle Metamorfosi molto più felice che nel Chef-d’oeuvre inconnu di Balzac, troppo lontano da ogni parentela con quel cerebrale […].

 

 

  Pànfilo, Riapparizioni. Fascino della Belgioioso, «Corriere della Sera», Milano, Anno 61, N. 248, 17 ottobre 1936, p. 3.

 

Come la vide Balzac.

 

  Capace, forse curiosa, di tutti i contatti. rimaneva tutta gentildonna Très Impératrice, la vide Balzac.

 

 

  Pànfilo, Balzac di Rodin. Statue in cerca di piazze, «Corriere della Sera», Milano, Anno 61, N. 277, 20 novembre 1936, p. 3.

 

  C’è, per esempio, Balzac, da quarant’anni pronto nella famosa creta di Rodin. La statua dalla gran testa apparentemente informe, con due buchi per occhi, drappeggiata in un sacco misterioso che è poi una veste da camera, ha fatto epoca nella storia della scoltura Nel 1898, quando apparve al Salon d’automne fece gridare e non soltanto di ammirazione. Quelli che la difesero ebbero parte delle ingiurie che toccarono al maestro. La «Société des gens de lettres», che aveva osato dare a lui l’incarico del monumento che allora Balzac non aveva ancora nella sua Parigi, abbandonò l’idea.

  Non pensò nemmeno a fargli ingrandire l’altro Balzac, che Rodin aveva già fuso in bronzo, a preparazione di quello definitivo, e perciò nudo. Blocco di muscoli e di adipe, come la natura aveva fatto Balzac, ma con una forza da idealizzare l’eccesso della materia. «Il peso sembrava dargli forza». aveva detto Lamartine di quella potenza dello spirito in molta carne. Il Balzac di Rodin — ora se ne sono accorti — è anche, nell’audacia dell’interpretazione, assomigliantissimo al Balzac quale fu vivo, grandioso e corposo come la sua «Commedia umana». L’unico dagherrotipo che si conosce di lui lo aveva preso d’estate, in veste da camera, con la sinistra che ne stringeva un lembo per coprirsi il petto. I ritratti incisi lo hanno poi rivestito da passeggio, gli hanno annodato la cravatta, lo hanno pettinato. Eppure una severa forza elementare scoppia dal faccione che esprime nello stesso tempo la crapula e l’ascetismo.

  Ora si tratta di fonderlo in bronzo e di metterlo all’aperto in qualche luogo, che dica insieme la gloria del modellato e del modellatore. Perché no nell’emiciclo che il palazzo dell’Accademia fa lungo la Senna? Qui c’è ora una statuina della Repubblica, assettatuzza e modestina. che potrebbe benissimo andare nel vestibolo di una Sottoprefettura. Ma non parrebbe un dispetto piantarlo sotto la cupola degli Immortali, proprio lo scrittore a cui gli Accademici di allora negarono la propria immortalità e quelli d’oggi non hanno modo di ripararvi? Se non fosse che nei cimiteri monumentali ci sono più statue che occhi vivi a contemplarle, il Balzac sarebbe a posto in cima alla collinetta del Père-Lachaise, dove il suo Rastignac salì a contemplare, cupido, il panorama di Parigi e a sfidarla: A nous deux, maintenant!

  Per il momento la più discussa delle opere di Rodin — non pare, ma lo è ancora — è sempre in creta, in una cappella della chiesetta sconsacrata che fa parte del Museo Rodin. […].

  Anche il Balzac, che non è alto tre metri, tradotto in bronzo, all’aperto dovrebbe far monumento. Nella cappella di poca luce, dove oggi aspetta, creta polverosa in una nicchia grigia, non dà subito tutto quello che ci si aspetta. Bisogna andare oltre la prima impressione di grosso fantasma in tonaca, per sentire la pienezza viva, lo scatto potente che è nel fantasma impressionistico. Anche di spalla, dove la tonaca finisce in blocco nudo, ha, meglio che linea, volume monumentale.

  E poi, anche se dopo averlo provato in una piazza, lo riporteranno nel giardino del Museo, — come è avvenuto al «Pensatore», — l’opera più singolare di Rodin merita bene di provare la sua vita in bronzo O in macigno? La creta e la cera non garantiscono all’arte quella durata che in pratica chiamiamo immortalità.

  Se poi la città moderna onori più visibilmente la memoria dei grandi collocandone le statue nelle piazze e nei trivi, oppure nei giardini, o anche in luoghi chiusi, è questione sempre discutibile. Un Balzac, che non assomiglia affatto a quello di Rodin, c’è già in un punto di una strada alberata e distinta: ma siccome non coincide con una fermata dell’autobus pochi posson dire di averlo visto. Per la visibilità ci vorrebbero i colossi, e non è certo che nemmeno quello di Rodi fosse una gran bella statua. Per la bellezza della città forse val meglio una bella fontana, che di notte può anche essere luminosa.

 

 

  Aldo Pasetti, Capricci e debolezze di grandi uomini, «La Gazzetta di Puglia. Corriere delle Puglie», Bari, Anno L, N. 210, 3 settembre 1936, p. 3.

 

  In tutta la sua esistenza Balzac ha avuto un ... chiodo fisso: quello della politica. Affermarsi nella vita pubblica fu la sua massima ambizione. Intendeva riuscire ad ogni costo e per toccare la mèta non esitò — fenomeno singolare in un uomo della sua tempra — ad ingaggiar battaglie elettorali che ebbero tutte esito disastroso.

  Nel 1830. dopo i famosi moti rivoluzionari (egli apparteneva all’opposizione costituzionale), si presentò contemporaneamente candidato in due circondari: a Cambrai e ad Angoulême.

  Il suo programma politico, diffuso nei due centri attraverso una pubblicazioncella dal titolo «Inchiesta sopra due Ministeri» e firmata «monsieur de Balzac, elettore eleggibile», respingeva la eventualità di un ritorno di Enrico IV e accettava la monarchia di Luigi Filippo, ritenuta necessaria per il mantenimento della pace. Egli propugnava in sostanza l’abolizione della nobiltà e il conseguente riconoscimento d’eguaglianza perfetta per la classe media, istruzione obbligatoria per tutti, più equa distribuzione delle imposte.

  La duplice sconfitta elettorale ad Augoulême e a Cambrai contro avversari del tutto ignoti (la storia non ce ne tramanda neppure i nomi) riempì d’amarezza il cuore di Balzac e lo spinse a dedicarsi anima e corpo — per fortuna della posterità! — alla letteratura.

  Ma il tarlo del politicantismo covava ancora in lui a lo tormentava, così che un giorno divenne il proprietario di una rivista, «Cronache di Parigi». Il pretesto era letterario. In verità Balzac intendeva avvalersi del giornale per fare propaganda in favore di un certo suo programma «liberale e progressista» che non ebbe tuttavia miglior fortuna del precedente.

  Caduto, nel 1848, Luigi Filippo, proclamata la Repubblica, adottato il suffragio universale, Balzac rimase così turbato e sgomento da essere indotto a ritirarsi definitivamente a vita privata. Ma non era ancor detto l’ultima parola. Un circolo politico, che s’intitolava pomposamente «Fraternità universale», offri di portare la sua candidatura a quelle stesse elezioni nelle quali si cimentavano anche Alessandro Dumas e Victor Hugo. Balzac non seppe rifiutare: e riportò ... settantadue voti! …

 

 

  Aldo Pasetti, Il profumiere di Balzac, «La Gazzetta di Puglia. Corriere delle Puglie», Bari, Anno L, N. 212, 5 settembre 1936, p. 3.

 

  Mario Antonio Caron, che fin dal 1778 faceva affari d’oro con la sua bottega da profumiere, chiamata «Regina del fiori». In via Faubourg Saint Germain a Parigi, si buttava decisamente dalla parte dei monarchici, dopo l’89, molto probabilmente perché ... erano stato abolite le parrucche e i belletti ... […].

  La figura dell’accorto profumiere, per quanto singolare, non meriterebbe forse di essere così ampiamente ricordata, se il «tipo» di Caron non avesse fatto presa sulla fervida immaginazione di Balzac. Caron. Infatti, rivive nelle spoglie del protagonista di uno de’ romanzi balzachiani, il César Birotteau.

  Nuova conferma, questa — se ce ne fosse bisogno — della completa, perfetta aderenza alla realtà della vita, che contraddistingue l’arte immortale di Balzac.

 

 

  Guido Piovene, Un Inglese chiamato francese, «Corriere della Sera», Milano, Anno 61, N. 92, 16 aprile 1936, p. 3.

 

  La prima stesura d’una pagina degli anni maturi, anche dell’Esther Waters, non era diversa dai libri scadenti di gioventù. Moore dettava il suo scritto, lo riprendeva, teneva una frase che suonava giusto, e cominciava a rifare. Non era, il suo, un elaborare la pagina ed ampliarla, come soleva Balzac: era un rifare così completo che nel rifacimento, tolta quella frase superstite, non era nemmeno il ricordo della prima fatica.

 

 

  Renato Poggioli, Dostojevskij e Balzac, «L’Italia letteraria», Roma, Anno VIII, N. 11, 15 marzo 1936, p. 3.

 

  Nel «Journal de Moscou» uno dei più grandi conoscitori di Dostojevskij, Leonida Grossmann, dà notizia della prossima ristampa nella grande collezione di letteratura straniera «Academia» di uno dei primissimi lavori letterari del grande romanziere, la traduzione dell’Eugénie Grandet di Balzac, che apparve nel 1844 in una rivista teatrale pietroburghese. Dostojevskij, allora appena ventiduenne, compì questo lavoro in meno di un mese, seguendo la seconda edizione del romanzo, molto diversa da quella definitiva, che doveva entrare solo un anno dopo a far parte del grande ciclo della «Commedia Umana», nella serie «Scene della vita di provincia». Questa circostanza, unita ai tagli arbitrari operati nel corpo vivo del testo dalle forbici della censura, fece sì che la versione differisse notevolmente dall’originale quale noi lo conosciamo, trascurando naturalmente il fatto che il giovane traduttore si permise molte libertà stilistiche ed interpretative. Ma sembra in compenso (e noi non ne dubitiamo), che questa infedele e mutilata redazione superi i meriti dei più completi ed aderenti tentativi ulteriori, e ciò spiega perché le edizioni di «Academia» ne preparino, con note, aggiunte e correzioni, dopo più di novant’anni, la prima ristampa in volume. A noi preme soprattutto di coglier l’occasione di questa interessante notizia per ricordare al lettore che ciascuno dei grandi russi dell’Ottocento s’è cercato nella tradizione narrativa francese del secolo scorso un ideale e un modello diverso: e infatti, se lasciamo da parte Gogol, che, comunque possa esser valutato, è indubbiamente l’apparizione più originale del romanzo russo, è facile dimostrare che Turghenjev amava Flaubert, che Tolstoj si è interessato a Stendhal, che il primo Cechov credeva d’imitare Maupassant, e che Dostojevskij, se col cuore e col sentimento si sentiva più vicino a una scrittrice di second’ordine, George Sand, o addirittura a un romanziere d’appendice, Eugenio Sue, doveva in fondo restar sempre fedele alla sua giovanile preferenza per Balzac. Infatti, secondo la testimonianza di Grigorovic, egli lo giudicava «infinitamente superiore a tutti gli scrittori francesi», e c’è rimasta una lettera ch’egli scrisse al fratello appena compiuto il lavoro, dove s’esprimeva esattamente così.

 

 

  Guido Porzio, Rivolgimenti sociali e loro infiammati riflessi letterari. Economia e realismo, «La Gazzetta di Puglia. Corriere delle Puglie», Bari, Anno L, N. 227, 23 settembre 1936, p. 3.

 

  Nei volumi poderosi e inseguentesi della Commedia umana la borghesia riconobbe sè medesima. Balzava infatti sopra la scena della storia Sua Maestà il Denaro, il Denaro che fu del Balzac, per esprimerei colle parole di un grande critico «dominatore e carnefice come lo era della sociale convivenza, il Denaro che curvò lui come gli altri sopra il suo lavoro febbrile, lo incatenò ad esso, lo ispirò, lo perseguitò nelle ore di ozio, nelle sue meditazioni, ne’ suoi sogni»: Sua Maestà il Denaro «che rovinò i suoi occhi, dominò la sua mano, gl’infuse il soffio della poesia e animò l’opera del grande scrittore riverberando sui cento volumi della Commedia i fulvi riflessi de’ suoi splendori».

  Mentre il gran pubblico applaudiva con frenesia le scene dello Ernani o seguiva in alto con occhi stupefatti i dorati fantasmi del Lamartine, del De Musset e degli altri taumaturghi del romanticismo, Onorato Balzac spiava, anch’egli, ai limiti dell’orizzonte i segni dell’ora sua. Quell’ora doveva scoccare immancabile perché il mondo e l’arte della Commedia era una parte grandiosa della verità e della realtà contemporanea. I primi segni crepuscolari della gloria nascente fecero sobbalzare il cuore dell’artista di gioia sovrumana. In Sardegna anche i briganti lo fecero segno di non dubbiosa venerazione.

  «Credo che essi — scriveva alla famiglia — m’avrebbero dato volentieri in prestito denaro piuttosto che domandarne» ...

  A Vienna, quando Balzac entrò in una sala da concerto, tutti si alzarono per salutare l’autore della Commedia umana mentre uno studente baciava la mano di colui che aveva scritto Seraphita (sic). Poi la gloria ruppe fuori rutilante come il sole dai valichi d’oriente in una superba giornata estiva. E il Balzac si fece messaggero scherzoso alla sorella degli splendori imminenti. «Sorella, ho a darti buone nuove: le riviste pagano meglio i miei scritti. Eh! eh! Werdet mi dà notizia che il Medico di campagna fu spacciato tutto in otto giorni. Ah! ah! Ho quanto basta per far fronte alle grosse scadenze di novembre e dicembre, tuo grade (sic) cruccio. Oh! oh!» In seguito il trionfo sfolgorò tn tutta la sua magnificenza non peranco tramontato, così che — a non far parola di molti gloriosi, né dei fratelli Goncourt, nè di Gustavo Flaubert, nè di Emilio Zola, nè di Luigi Capuana, nè di Giovanni Verga — una scintilla dell’anima di Balzac illumina ancora la produzione dei più simpatici romanzieri e novellisti dei giorni nostri: per esempio, della Guglielminetti, di Pitigrilli, di Mario Mariani ecc. ecc.

  Sarà, se volete, un verismo men profondo, più frettoloso, più succinto. direi anche più dinamico: ma è sempre, ad ogni modo, limpida corrente della stessa polla inesauribile. […].

  Perfino la filosofia — pura effloresenza dello spirito, secondo il giudizio di molti — è anch’essa legata alla catena della fisica prosperità, o, che è lo stesso a una causa materiale. A tale legge comune affermata da Aristotele, alla legge economica che abbraccia individui e popoli, verso la fine del secolo XVIII e nei primi decenni del XIX, non valse a sottrarsi neppure il mondo dell’arte. Nè vengano a ripeterci il rancido ritornello: che le condizioni economiche non potevan darci la Commedia umana, che per questo occorreva, quale grande demiurgo, il genio di Balzac. O profondissima verità! Certo tutti comprendono che, a produrre il capolavoro dell’arte occorre proprio quel dono divino intravisto da Balzac nei riposti penetrali dell’anima sua, allorché udire, dopo la recita d’una commedia, le parole commosse degli spettatori moventi i loro passi affrettati verso il letto del riposo: «Ascoltando quella gente io mi sentivo addosso i loro cenci e camminavo coi piedi nelle loro scarpe bucate: i loro desiderii, i loro bisogni passavano nell’anima mia e l’anima mia nella loro»..



  Giovanni Raiberti, Aneddoti. Rajberti e Balzac, in Le più belle pagine di Giovanni Raiberti scelte da Giovanni Bucci, Milano, S. A. Fratelli Treves Editori, 1936 («Le più belle pagine degli scrittori italiani scelte da scrittori viventi. Collezione diretta da Ugo Ojetti»), pp. 278-280. (Da «Appendice a Il Volgo e la Medicina», pp. 171-173).

 

  Cfr. 1851.

 

 

  Marco Ramperti, I “gialli” di allora, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 249, 18 Ottobre 1936, p. 3.

 

  Il vero romanzo spaventevole dev’essere senz’humour, senz’intelligenza, senza stile Pochi sanno che Balzac, in giovinezza, ha scritto dei libri da far spavento: Giovanna la pallida, ad esempio, od Argon (sic) il pirata. Ebbene: sono dei libri assolutamente stupidi. Figuratevi che uno s’intitola La fille trouvée!

 

 

  Gastone Ricciardi, Appendice de «La Stampa della Sera» (33). Nemica. Romanzo di Gastone Ricciardi, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 111, 9 Maggio 1936, p. 2.

 

  [Bouchon] Entrò quindi in un caffè e scrisse la seguente lettera, ugualmente diretta a Michelina:

  «Cara amica,

  Vi prego, innanzi tutto, di accogliere i miei complimenti. Qui si è contentissimi di voi ed altri centomila franchi sono stati versati sul vostro conto corrente.

  Come vi ho telegrafato, lo giungerò costì posdomani.

  Parlando di me col vostro amico, mi descriverete come un tipo originale: un miscuglio di Rodin e di Papà Goriot, brav’uomo in fondo, ricco a milioni, ma furbo ed avaro all’eccesso. Io farò il resto.

  Vi bado le mani. Vostro

B.».

 

  Fu, infatti, uno strano tipo di uomo cha si presentò due giorni dopo al castello di Moultfort.

  Con arte perfetta Bouchon ora riuscito a fare di sè una figura che non sarebbe stata rinnegata da Eugenio Sue o da Balzac.

 

 

  R. S., Corriere dei teatri. “Mercadet” all’Olimpia, «Corriere della Sera», Milano, Anno 61, N. 31, 5 febbraio 1936, p. 2.

 

  A vent’anni Onorato de Balzac aveva sognato di rivelarsi poeta tragico. Ma un suo Cromwell fu giudicato men che mediocre dal Comitato di Lettura del Teatro francese, e non arrivò alia ribalta. Dopo questo amaro disappunto, ei risolse di tentare il romanzo; e, tuttavia, egli desiderò, sempre, di diventare autore drammatico: e cinquanta commedie o ideò, o cominciò ad abbozzare, e sei ne scrisse, e ci fu un momento in cui progettò di portare sul teatro addirittura tutta la Commedia umana. Alla propria fama di romanziere, avrebbe voluto aggiungere anche quella che godeva lo Scribe. In un certo senso egli invidiava questo fertile ed esperto manifattore di commedie; e soprattutto invidiava la sua fortuna. Sempre impeciato nei debiti, sempre tormentato dalla tenace persecuzione dei creditori, sempre pronto a immaginare modi grandiosi, non solo di evitare gli uscieri, ma di arricchire da un momento all’altro, per qualche nuova e prodigiosa forma della sua attività, più volte, dopo i lunghi e vani tentativi per far rappresentare L’école des Ménages, dopo il fiasco clamoroso del Vautrin, di Le risorse di Quinola e di Pamela Giraud, e dopo che i gravi avvenimenti del maggio 1848 interruppero, alla sesta, le repliche di La matrigna, egli esclamò: «Bisogna tornare al teatro, che rende infinitamente più dei libri».

  In verità a lui il teatro non fruttò mai: chè due delle tre commedie degne del suo genio, L’école, la Matrigna e Mercadet, non furono rappresentate che dopo la sua morte; e Mercadet, nel ‘51, non nel testo originale, ma nella riduzione che, da cinque atti a tre, ne fece un uomo di teatro più abile di lui, Adolfo Dennery.

  Il Mercadet che abbiamo udito ieri sera è appunto quello che il Dennery ha, per così dire, addomesticato. E’ ancora l’opera di Balzac, ma con un protagonista più tre incorniciato entro l’azione, e non giganteggiante sopra di essa, fuori di essa, ingombrante anche, ma stupendo, quale l’aveva disegnato, ignaro di tecniche, l’autore, seguendo l’ardore della sua immaginazione nutrita di potente osservazione. E anche in Mercadet in cinque atti, il soverchiante, effuso Mercadet che in Italia rappresentò, credo, soltanto Giovanni Emanuel, deve essere artisticamente più proporzionato, ma, come concezione, ben diverso da quello che il Balzac lesse a Teofilo Gautier; e al Gautier lasciò l’impressione d’una specie di poema epico del debitore, attorno al quale i creditori, tremendi o beffardi, urlanti o ghignanti, accorrevano da ogni parte, e parevano balzar fuori dalle pareti, entrare dalle finestre, emergere dal pavimento.

  Di questa ricchezza di ideazione possiamo trovare i segni, anzi gli splendori, nelle parole di Mercadet. Mercadet, in ogni occasione, canta la gloria del debitore. «C'è un solo Stato in Europa che non abbia debiti?» egli grida. «Qual è l’uomo che non muore debitore di suo padre? Gli deve la vita, e non gliela può rendere. La vita è un debito perpetuo!». Egli, in questo senso, è della famiglia di quel personaggio degli Azionisti di Scribe e Bayard che gridava: «Pagare? Il genio crea, inventa, ma non paga». E Mercadet è appunto la commedia dell’affarista geniale che inventa e gonfia affari, costituisce società, lancia azioni, e, quando s’è rovinato, cerca e trova gli espedienti più furbeschi per far credere che pagherà. Ma non bisogna confondere questo personaggio con il volgare e turpe Turcaret di Lesage, o con lo spietato Isidoro Lechat di Mirbeau. Mercadet, come osservò un critico, ha la corruzione nel cervello, e non nel cuore. Il cuore è sano. Egli non ha vizi, egli adora la sua famiglia; lo spettacolo dell’onestà, della generosità, lo commuove. Ma è costretto a mentire, a simulare, a intrappolare i suoi feroci creditori, per non perire, per non fallire, per non essere escluso dalla Borsa; e della Borsa ha bisogno, più ancora che per arricchire, per dare il volo a speranze scintillanti, per credere in esse, per costruire mentalmente edifici di cifre, che poi assumono le torreggianti e crollanti proporzioni dei castelli in aria.

  L’inizio di questo affarismo equivoco non è dovuto a una sua vocazione, ma a una disgrazia. Da otto anni il suo socio Godeau è scappato nelle Indie, portando via la cassa della Banca di Mercadet e sua. Da quel giorno Mercadet, che aveva sempre maneggiato i milioni, giuoca perigliosamente con le chimere, e, senza scrupolo, con la fiducia e col danaro degli altri. I suoi affari sono disastrosi. Egli è sull’orlo dell’ultima rovina. I creditori assediano la sua casa. I fornitori negano le merci, le citazioni fioccano, la prigione per debiti lo attende. Ma una magnifica possibilità si prospetta: un tale De La Brive, che ha castelli e superbe proprietà, aspira alla mano della figlia di Mercadet. Che colpo di fortuna, queste nozze! Mercadet, con le preghiere, con gli scrocchi, con le furbizie più ardite, si fa prestare il danaro che gli può occorrere, perché il De La Brive lo creda ricco; e intanto, con lo splendore di questo imminente matrimonio, affascina i creditori. Disgraziatamente il De La Brive è spiantato come lui, come lui braccato dagli usurai e dagli uscieri: e s’è messo in mente di sposare la figlia di Mercadet perché crede che Mercadet sia milionario. La comicità di questo doppio equivoco, di questo doppio imbroglio, della doppia sorpresa di questi due auguri, quando si riconoscono egualmente in bolletta, è di grande stile.

  Crollata la vana illusione, Mercadet, si ritrova circondato e assalito dalla ridda e dalla tregenda dei creditori minacciosi. Oramai egli è con le spalle al muro. Sfuggire al fallimento non può più. Ed ecco che gli balena un’idea: fingere che il suo socio infedele sia tornato dalle Indie pentito e carico di milioni. Induce il De La Brive a truccarsi, a intabarrarsi, a imberrettarsi e ad arrivare in un vecchio calesse infangato, facendosi passare per Godeau. Formulato questo piano, affronta la rabbia dei suoi persecutori, si dichiara perduto e pronto ad andare in carcere. Ma sulle sue labbra si disegna un sorriso ambiguo, e il tono delle sue parole è ilare. Di Godeau parla, come per incidenza, ma non con l’ira che aveva sempre dimostrato, anzi con benignità, anzi con tenerezza. I creditori si insospettiscono e gli strappano la confessione che Godeau sta per tornare; e subito si placano, anzi gli si mostrano amici e gli offrono danaro. Godeau giunge, non quello finto che Mercadet aspettava, ma, il Godeau vero, sì che l’affarista si vede portare danari e danari e danari; e i biglietti da mille affluiscono nelle mani dei suoi creditori, che inneggiano a lui, alla sua onestà, al suo genio.

  Il tipo dell’affarista, ai tempi del Balzac, era, nel teatro, quasi nuovo. Il Balzac lo disegnò in modo meraviglioso. Noi, che abbiamo visto i suoi molti epigoni siamo meno sorpresi delle sue iniziative truffaldine ma non possiamo non ammirarlo, tanto c’è di verità e di iperbole pittorescamente fuse in lui; e la sua commedia ridotta com’è alla formula teatrale, è allegrissima e vivacissima e in continua energia e animazione di sviluppi, e si conchiude con una comicità grandiosa.

  Il Gandusio trasse il più ricco partito dalla comicità di Mercadet. Il giuoco delle invenzioni, delle astuzie, delle blandizie, degli stupori. gli riuscì giocondamente espresso e tipificato, in modo da provocare una continua ilarità. Mi domando però se la comicità di quel personaggio non guadagni a non essere effusa. Lo immagino verbosamente serio, e perciò più umanamente e satiricamente umoristico. Mercadet mi pare spesso in buona fede. Quando organizza le sue operazioni è inebriato dalla sua stessa fantasia. Ma è certo che il modo di interpretazione che il Gandusio ha prescelto è efficacissimo e colorisce dilettosamente tutta la commedia.

  Mercadet ieri sera fu molto applaudito. Cinque o sei chiamate dopo ogni atto al Gandusio, al Baghetti, alle signore Carli e Baghetti, al Sabbatini, al Verdiani, al Tommei, al Sormani e a tutti gli altri. Stasera Mercadet si replica.

 

 

  Margherita G. Sarfatti, Il rubicondo Chesterton, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 171, 18 Luglio 1936, p. 3.

 

  Grande, gioviale, possente e corpulento: a vedere Chesterton pareva di vedere Balzac. Mangiava, beveva e parlava forte, allegramente e in fretta benché da buongustaio ogni boccone e ogni sorsata di vino gli si accendeva in estro generoso o in frizzo arguto, spesso profondo, di cui si divertiva egli per primo, sottolineandolo con grasse cordiali risate. Tutto in lui era pienezza, vigore, irruenza.

 

 

  Margherita G. Sarfatti, L’altro specchio di Narciso, «La Stampa», Torino, Anno 70, Num. 259, 30 Ottobre 1936, p. 3.


  A proposito dei suoi Celibi. intesi persino fare il nome di «un Balzac che avesse letto Proust», niente di meno. Sotto il titolo I celibi, Balzac scrisse dei capolavori, e io fermo al titolo il parallelo, a cui la mia balzachiana anima si ribella. Certo il Montherlant è nella tradizione del genuino romanzo francese, tutto psicologia e introspezione. anche più del Balzac, che è tutto passione e azione. E questo è uno fra le due o tre dozzine di motivi, per cui non accetto nemmeno di lontano il raffronto.

 

 

  Giovanni Scaglietto, Una dama piemontese in un giudizio di Balzac, «Scena Illustrata. Rivista mensile», Milano, Anno 51, N. 11, 1-15 Novembre 1936, p. 6.


  J’ai vu la contesse Bossi; j’ai été frappé du peu de ressources qu’il y a chez les Italiennes. Elles n’ont ni esprit ni instruction ; elles comprennent à peine ce qu’on leur dit.

  Dans ce pays ci, la critique n’existe pas et je commence à croire que la renommée a raison quand elle attribue aux Italiennes quelque chose de trop matériel en amour. La seule femme spirituelle et instruite que j’aie rencontrée en Italie est la Cortanze, de Turin».

  Così scriveva Balzac da Milano, il 24 maggio 1838, alla sua amica, poi moglie, la contessa Hanska che si trovava allora a Wierzchownia in Ucraina. Questa lettera che fa parte dell’epistolario di Balzac pubblicato col titolo: «Lettres à l’étrangère», è una documentazione della stima che il grande scrittore francese ebbe per una dama di alto lignaggio della quale egli aveva frenquentato (sic) a Torino il salotto ospitale. La lode di Balzac fa nascere in noi il desiderio di far la conoscenza della sola donna italiana che ebbe la «ventura» di essere esclusa nel poco lusinghiero, ed evidentemente ingiusto, giudizio dello scrittore sulle donne italiane da lui conosciute.

  Ella portò un nome che è fra i più illustri dell’antica nobiltà piemontese. Faustina dei Conti di Castellengo sposava a Torino l’8 gennaio 1815 il marchese Vittorio Roero di Cortanze, conte di Calosso e Crevacuore, brillante gentiluomo della Corte della regina Maria Cristina, discendente dell’antica casata dei Roero o Rotàri. potenti signori di feudo nel medio evo, valorosi guerrieri in tutte le battaglie che la storia del Piemonte ricordi.

  Ella aveva appena diciannove anni quando il principe Carlo Alberto di Savoia Carignano fece il suo solenne ingresso a Torino con la sua sposa, la principessa Maria Teresa di Toscana, Arciduchessa d’Austria. La novella sposa fu presa da un sentimento di vivissima simpatia per la giovane marchesa di Cortanze e la nominò sua prima dama d’onore: questa simpatia si trasformò ben presto in un sentimento dì reciproco profondo affetto e fra le due donne si stabilirono così dei rapporti di amicizia che dovevano durare per ben quarant’anni, cioè sino alla morte di Maria Teresa, avvenuta nel 1855.

  La Roero ci ha lasciato, manoscritti, quattro volumi di memorie della sua vita che, mentre documentano questa lunga e profonda amicizia, ci dànno dei dettagli sommamente interessanti sugli avvenimenti di quell’epoca e sui personaggi che di quegli avvenimenti furono gli attori principali. Nei suoi saloni di Torino e di Nizza passò la migliore società dell’epoca, trovarono ospitale accoglienza gli uomini più celebrati: fra di essi Balzac durante un soggiorno che lo scrittore fece a Torino nel 1836.

  Dopo la morte della madre del Re Galantuomo, fu pubblicata senza nome di autore una: «Notice sur la Reine Marie Thérèse de Sardaigne». Si venne in seguito a sapere che autrice di essa era stata la Roero che aveva così rendere un postumo tributo di omaggio e di affetto alla sua compianta augusta amica. Questo volumetto, oggi rarissimo, è la fonte alla quale parecchi che in seguito scrissero di Maria Teresa hanno attinto, a cominciare da un monsignor Charvaz che in un suo elogio funebre della Regina riporta interi periodi tolti dalla «Notice» predetta e non cita neppure la fonte dalla quale li ha desunti.

  Le elette doti di Maria Teresa brillano in questa «Notice» in tutta la loro luce. Soltanto la marchesa di Cortanze che fu vicina alla Sovrana per tanti anni, poteva conoscere con esattezza quale santa sposa, quale santa madre fu Maria Teresa. Soltanto la marchesa di Cortanze, depositaria di tante confidenze della sua augusta amica, poteva sapere quale tesoro di affetti e di sentimenti racchiudesse, sotto un’apparenza riservata ed un po’ timida, l’animo della Regina.

  Monito ed esempio a certe donne cosiddette moderne, sarebbe la lettura delle numerose lettere che Maria Teresa indirizzò alla sua dama. In una di esse la Regina prega la marchesa di Cortanze, temporaneamente lontana da lei, di comperare per i suoi bimbi, il futuro Re Galantuomo ed il principe Ferdinando Duca di Genova, dei giocattoli «ma che non siano troppo cari». Così scriveva chi, del patrimonio personale che le era stato assegnato, spendeva la maggior parte in opere di beneficenza. Di queste erogazioni benefiche era appunto incaricata la marchesa che fu spesso anche in rapporti con un apostolo torinese della carità che oggi la Chiesa venera sugli altari: il beato Cottolengo.

  Le memorie della marchesa di Cortanze abbracciano parte del regno di Carlo Felice e tutto il regno di Carlo Alberto. Vari personaggi di questo periodo in cui si maturava la nuova storia dell’Italia nostra, sono presentati dalla marchesa sotto aspetti nuovi che contrastano con le affermazioni di scrittori poco informati.

  Tipica, ad esempio, è la figura di re Carlo Felice che non fu affatto quel sovrano dispotico, reazionario, di cuor duro, che alcuni scrittori si sono compiaciuti di raffigurare. Su re Carlo Alberto abbondano le notizie nelle memorie della marchesa. L’italo Amleto della leggenda appare, alla luce di numerosi particolari ed episodi ignorati, un’anima piena di slanci generosi, una figura romantica di antico cavaliere, un carattere sensibilissimo. Egli era dotato di un profondo spirito di osservazione e quasi di intuizione che lo faceva leggere nel cuore degli uomini e non è a stupire se le delusioni che, sin dalla sua giovinezza, la doppiezza degli uomini gli procurò, impressero col tempo al suo viso una maschera di impassibilità, quasi una maschera dolorosa; ma essa non fu la maschera della simulazione che i suoi nemici gli attribuirono. Il tempo, del resto, ha fatto giustizia delle accuse dei detrattori di re Carlo Alberto e la figura di questo Re appare sempre più agli storici sereni ed imparziali quella che la marchesa Roero aveva saputo ritrarre con tanta verità e con tanta precisione di particolari.

  La marchesa di Cortanze visse in un’epoca nella quale le persone che in politica professavano idee moderate erano molto facilmente indicate come reazionarie. Anche recentemente un distinto scrittore piemontese, il Collino, in un suo interessante volume su: «Torino incipriata e romantica», ha affermato che: «Vi erano a Torino dei salotti rigidamente conservatori, ancora ostili a tutte le idee liberali ed alla politica di Camillo di Cavour, come quelli della marchesa d’Arvillars e della marchesa di Cortens». Questo giudizio non è del tutto esatto, come non è esatto il cognome che il Collino attribuisce alla marchesa. La Roero non fu ostile a tutte le idee liberali e tanto meno alla politica di Camillo di Cavour: fu semplicemente poco entusiasta di taluni mestatori che di quelle idee si fecero assertori scalmanati.

  La Roero non fu una reazionaria; fu invece una donna di profondo equilibrio, una osservatrice sagace dallo spirito talora caustico, non immune forse da un’ombra di benevolo scetticismo. Patriotta per tradizione di famiglia e per intimo impulso del suo cuore, donna di sentimenti profondamente caritatevoli, ella pensava che non con la demagogia si dovesse servire la Patria, non con la demagogia venire in aiuto al prossimo che soffre.

  Il 19 agosto 1842 ella si trovava a Parigi e così scriveva nel suo libro di memorie: «Oggi ho voluto assistere ad una seduta alla Camera. Ho avuto, come straniera, una vera buona fortuna. Ho potuto ascoltare, sulla interessante questione della Reggenza. i discorsi di Berryer. Mauguin, Villemain, Odilon-Barrot. Lamartine parlò quando già io ero uscita. Eppure mi ero fermata da mezzogiorno alle sei! Posso comprendere che in teoria il governo rappresentativo possa sedurre ma in pratica, si può prendere sul serio tale miserabile commedia? Le passioni, i vizi, le ambizioni di una moltitudine mi parranno dunque preferibili a quelle di uno solo? Dovrò dunque credere alla probità di trecento persone che non hanno in vista che la loro carriera, la loro buona fortuna, il loro amor proprio?». Lo spirito caustico della marchesa la portava talora, come in questo periodo, a conclusioni scettiche; non si può negare però che il quesito che allora la Roero si poneva sia oggi dovunque di una palpitante attualità e sia stato risolto nella nostra Patria in modo provvidenziale.

  La Roero fu prima dama di corte di titolo e grado per oltre quarant’anni.

  Dopo la morte di Maria Teresa la Roero lasciò Torino ed andò a stabilirsi a Nizza. Ella era vecchia ormai, ma sempre splendenti erano in lei le doti di spirito, intelligenza, signorilità ed i suoi saloni di Nizza erano sempre frequentati, come già erano stati quelli di Torino, dai personaggi più in vista e più celebrati. Assidui suoi ospiti a Nizza furono, fra gli altri, il principe Oscar di Svezia, Garibaldi, Karr, il bizzarro e spiritoso scrittore francese, sottile indagatore della psicologia femminile, la famosa Madame de Solms, consorte di Urbano Rattazzi.

  Come la Rattazzi ricorda, la marchesa di Cortanze andò celebrata anche per la sua bellezza che si può ammirare oggi ancora in un bel dipinto del Serangeli che la riproduce trentenne appena.

  Oltre alle memorie, tuttora manoscritte, delle quali abbiamo parlato ed alla «Notice» predetta, la Roero pubblicò un romanzetto intitolato: «Dinah ou scènes des premiers jours de l’ère chrétienne» ed un volumetto di «Méditations».

  Si avvicinava la fine ed il sentimento religioso che sempre era stato vivo nella marchesa aveva ora manifestazioni di ascetismo e di rinunzia. Gli ultimi suoi anni furono un tessuto di opere buone. A Nizza, il 10 luglio 1872 si spegneva «la sola donna istruita e di spirito» che Balzac aveva conosciuto in Italia e, si può aggiungere, colei che, appunto per il suo spirito, fu la prima a dolersi, come risulta dalle sue memorie, del sommario ed avventato giudizio dello scrittore francese verso le altre donne italiane del tempo suo.

 

 

  Mary Tibaldi Chiesa, Franz Liszt in Italia, «Nuova Antologia», Roma, Società Anonima «La Nuova Antologia», Ottava Serie, Volume della Raccolta CCCLXXXVI, Fascicolo 1544, 16 Luglio 1936, pp. 142-154.

 

  p. 142. Le sue assiduità presso la principessa Cristina di Belgioioso dal pallido volto e dagli occhi fiammeggianti non avevano mancato di suscitare le gelosie di Marie, la quale aveva preferito tagliar corto anche all’intimità dell’amico con George Sand, sebbene l’ungherese non fosse davvero il tipo, le «mâle rare» come diceva il maledico Balzac, della scrittrice, la quale non si peritò di dire, nonostante tutta la sua ammirazione per l’artista, che egli, come uomo, le faceva l’effetto degli spinaci: ed è risaputo che in amore George Sand non era certamente vegetariana. Lasciate dunque Ginevra, Parigi, Nohant, Franz e Marie cercarono un rifugio di solitudine in Italia.

 

 

  Luigi Tonelli, Il Teatro contemporaneo italiano di Luigi Tonelli. Seconda edizione interamente rifusa ed aggiornata, Milano, Edizioni Corbaccio, 1936 («I Corvi. Collana universale moderna», Numero 62, 6° della «Sezione Argento»).

 

Introduzione.

 

  p. 10. Il naturalismo, dopo Balzac, fece le sue grandi prove sulle tavole del palcoscenico, con Gabrielle e Mariage d’Olympe dell’Augier, e con Demi-Monde del Dumas.

 

Parte prima. Il Neo-Romanticismo.

 

  pp. 76-77. Ebbene, svolgiamo il deforme, formando così un altro mondo drammatico. Con questa professione di fede, mi posi a leggere Victor Hugo, Ducange, Dumas, Balzac, quindi impresi a tradurli; ed allora mi avvidi facilmente che a forza di donne sedotte, di figli illegittimi, mariti ecc. ecc., veleni, pugnali, assassinj, strangolamenti, fantasmi, carnefici e beccamorti, si poteva benissimo diventare autore drammatico». L’autore era Paolo Giacometti.

 

Parte Seconda. Il Naturalismo.

 

  p. 85. Allo stesso modo, infatti, che opporsi al dommatismo idealista romantico, e aver fiducia soltanto nella realtà accertata dalla scienza, fu il programma di tale filosofia; così, combattere l’idealismo della letteratura romantica e affermare uno speciale materialismo scientifico, respingere le invenzioni della fantasia, e studiare, quale unica fonte di arte, la realtà sensibile, di facile esperienza, fu il programma della letteratura naturalista, e in particolare, del dramma naturalista. E tale compito fu, anche pel dramma, immensamente facilitato dall’opera di Balzac, il quale aveva analizzato con meravigliosa potenza di penetrazione la realtà circostante, ritraendone quadri e personaggi infiniti, che ormai non aspettavano, che d’esser trasportati dalle pagine del libro sulle tavole del palcoscenico.

 

 

 

Adattamenti teatrali.

 

 

  Mario Stradivari, Nozze in Turenna. Commedia Lirica in 3 Atti e 6 Quadri. Da una novella di Balzac, Milano, Lecchi, 1936, pp. 59.


Marco Stupazzoni

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