mercoledì 17 settembre 2014


1899


Il Centenario della Nascita.





Estratti in lingua francese.


  Balzac, Un paysage, in Pietro Borghesi, La Lingua francese nelle Scuole tecniche, ginnasiali e normali (Letture). Parte II. (Pel II. anno di studio). Seconda edizione, Pavia, Giuseppe Frattini Libraio-Editore, 1899, pp. 120-121.
  Brano estratto dal romanzo: Le Lys dans la vallée.


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Traduzioni.


  [Balzac], Il capolavoro sconosciuto, in Giorgio Ohnet, Il canto del cigno. Romanzo. Prima versione italiana di Gius. Garibaldi Rocco, Napoli, G. Lubrano, Editore, 1899, pp. 117-144.
  Un volume in 16°.
  L’editore napoletano G. Lubrano ripubblica, con i diritti di traduzione concessi dall’editore L. d’Angelilli, la traduzione italiana del racconto di G. Ohnet inserito nel volume, sul modello dell’edizione pubblicata nel 1894, insieme ad altri testi, tra cui Il capolavoro sconosciuto di Balzac.

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  Come abbiamo purtroppo già avuto modo di osservare (cfr. 1894), il testo del racconto filosofico balzachiano non è altro che una contraffazione editoriale di una precedente traduzione italiana dell’opera pubblicata a Torino nel 1853 (Società editrice italiana) e, successivamente, a Napoli (Stamperia del Fibreno) nel 1859.


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  Balzac, I guanti rivelatori! storico, in Almanacco per ridere - pel 1900 - . Scherzi, Caricature, Satire, Racconti tolti dal “Mondo umoristico”, Milano, Tipografia Editrice Verri, 1899, pp. 9-12.


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  Si tratta della traduzione dell’articolo: Étude de moeurs par les gants pubblicato ne «La Silhouette» del 9 gennaio 1830 e inserito nel Tome vingtième delle Oeuvres complètes de H. de Balzac pubblicate da Michel Lévy nel 1870, alle pp. 437-441.



Studî e riferimenti critici.
 

  Bismarck plagiario di Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIV, Num. 3, 3-4 Gennaio 1899, p. 2.

  Nell’album d’autografi d’una contessa parigina c’è una paginetta firmata: Bismarck. Contiene una riflessione, che i giornali hanno ora riprodotto; qualcuno anzi ha soggiunto che la stessa cosa era stata detta anteriormente da Balzac. Ecco il testo di quella paginetta:

  «Vi son molti che sono democratici, soltanto per aver degli eguali fra i propri superiori».

  - Sia di Balzac o di Bismarck, il pensiero è gu­stoso.


  Recentissime. Per il centenario di Balzac, «Il Piccolo», Trieste, Anno XVIII, N. 6292, 1 Aprile 1899, p. 1.

  Alla presenza del dottor Richet e di Trarieux si è costituito definitivamente il Co­mitato parigino per le feste pel centenario della nascita di Balzac. Emilio Zola ed Anatole France vennero pregati di accet­tare il titolo di membri onorari. 



  Centenario di Balzac, «Corriere Ticinese. Giornale della Città e Provincia di Pavia», Pavia, Anno XV, Num. 39, 1-2 Aprile 1899, p. 2.
  Il Comitato francese pel centenario di Balzac nominò Zola a socio onorario ed avendo deciso di invitare alle feste una delegazione di letterati italiani, incaricò l’imolese Pietro Mazzini di comporla, recandosi a Roma all’uopo.


  Note e varietà, «L’Unione. Organo del Partito liberale bergamasco», Bergamo, Anno IX, N. 93, 21-22 A prile 1899, p. 2.

 

  Il patriottismo va bene ...

  Ma troppo poi, no ... Su questa via Rouen, che pure è già raccomandato alla posterità per i nomi di Hauber e di Bouilhet, minaccia di farsi una curiosa riputazione.

  Si tratta delle onoranze pel centenario della nascita dell’autore della Commedia umana che si vanno preparando in Francia, ed a cui tutte le città sono chiamato a concorrere.

  Ebbene Rouen rifiuta. Sopra non so quanti consiglieri municipali sette o otto appena conoscevano Balzaci gli altri ... mai visto e conosciuto, cioè mai saputo che esistesse ... E il piccolo fondo per le onoranze è stato rifiutato ... perché era corsa voce nei cafè che Balzac fosse un clericale!

  Ancora; sono stati sempre i consiglieri municipali di Rouen che hanno rifiutato un busto di Racan, offerto gratis da un generoso donatore. La ragione del rifiuto non era meno singolare; Racan non era abbastanza repubblicano.

  Lo credo facilmente; al tempo di Luigi XIV ... dei repubblicani non ce n’erano molti in Francia ...

  Del resto Balzac non è molto fortunato in questo momento.

  Tours, che pure è la sua patria, ha rifiutato in questi giorni, nella sua rappresentanza ufficiale, di associarsi alle feste del centenario per questa ragione curiosissima, è cioè che il municipio non doveva incoraggiare delle faste che avrebbe dato occasione a Brunetière di fare una conferenza.



  Pel trasporto delle ceneri di Balzac al Pantheon, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIV, Num. 121, 4-5 Maggio 1899, p. 2 e Num. 122, 5-6 Maggio 1899, p. 3.

  Il Comitato parigino per le feste pel centenario di Balzac mandò al Parlamento una petizione chiedente il trasporto al Pantheon delle ceneri del romanziere di Com­media Umana.


  Alla Camera francese. Le ceneri di Balzac […], «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIV, Num. 123, 6-7 Maggio 1899, p. 1.

  Sul principio della goduta odierna la Camera ha approvata l’urgenza pel disegno di legge rela­tivo al trasporto al Pantheon dei resti di Balzac.


  Il Centenario di Balzac, «Il Tempo. Giornale della democrazia», Milano, Anno I, N. 110, 7 Maggio 1899, p. 1.
  Alla camera francese venne testé approvata l’urgenza per il disegno di legge relativo al trasporto al Pantheon dei resti di Onorato di Balzac, del quale il 13 corrente (sic) ricorre il centenario della nascita.
  E Tours, la città natia di Balzac, prepara grandi feste in onore dell’illustre letterato e filosofo.
  Ma un incidente è avvenuto a Tours che mostra quanto piccole e meschine sieno certe lotte, quanto miserabile sia, dovunque, la politica. Gli organizzatori delle feste balzacchiane avevano pensato che il Consiglio municipale stesso onorando di contribuire a rendere le feste più solenni. Si ingannarono. Sollecitato a votare una modesta sovvenzione di 500 franchi i consiglieri municipali di Tours non ne hanno voluto sapere. Forse hanno pensato che Balzac non aveva illustrato abbastanza la loro città; forse non lo hanno letto o non lo conoscono perfettamente. Che cosa ha mai fatto Balzac? Dei capolavori? Ma che cosa vale? Se fosse stato un mercante di prugne, od un politicante alla buon’ora! Ma il Consiglio d’Indre-et-Loire è stato più intelligente del Consiglio municipale di Tours ed ha accettato di concorrere alle feste.
  Parigi, che tiene così gran parte nell’opera di Balzac, che fu studiata da lui con tanto amore, con tanta finezza, Parigi renderà a Balzac onoranze splendide e degne. Il comitato parigino per la celebrazione del centenario è presieduto da Alfred Tabarant, comprende tutti i nomi più illustri dell’arte francese, e farà un programma veramente artistico; una specie di pellegrinaggio ai luoghi consacrati del più grande «creatore d’anime» del secolo nostro.

  L’iconografia di Balzac, «Il Secolo. Gazzetta di Milano», Milano, Anno XXXIV, N. 11869, 7-8 maggio 1899, p. 1.
  Balzac è l’eroe del giorno in Francia. La città di Tours ve il teatro francese si preparano a celebrare il centenario dell’autore della Commedia Umana, e lo scultore Marquet de Vasselot ha riunito, in quest’occasione, gli elementi abbastanza completi d’una iconografia del geniale romanziere.
  Fra essi figura una statuetta che porta la data del 1838, e che è opera d’uno scultore italiano.
  È alta 90 centimetri e rappresenta Balzac in veste da camera e cappuccio, cinta ai fianchi da un cordone, come la tonaca di un frate, con le braccia incrociate, lo sguardo fisso, le labbra atteggiate ad ironia ed i capelli rialzati a ciuffo inanellantesi sulla fronte. La statuetta che è pregevolissima, ed eseguita da un vero artista ha una storia.
  Balzac aveva letto in Tacito che i romani estraevano nei tempi antichi gran quantità di argento dalle miniere, poi abbandonate, della Sardegna, ricchissima. Questo ricordo, inciso nella sua memoria, lo spinse a tentare di ricostruire la sua fortuna all’epoca in cui le spese fatte per i giardini lo avevano posto in una situazione difficile.
  Per realizzare il suo progetto di viaggio in Sardegna, Balzac mise al Monte di pietà i gioielli che possedeva, si fece prestare del denaro da sua madre e da una sua cugina e partì. Dopo un viaggio dei più accidentati per terra e per mare, l’avventuroso romanziere sbarcò ad Alghero. Da Alghero al distretto d’Argentaria ove dovevano trovarsi le miniere bramate. Da Alghero fece la strada a cavallo. Giunto al termine di questo viaggio, trovò il posto preso da un negoziante genovese al quale egli aveva narrato i suoi progetti. Il genovese lo aveva preceduto, dopo aver attenuto dalla Corte di Torino il privilegio esclusivo di sfruttare le miniere.
  Balzac dovette ritornarsene. Si diresse verso Cagliari, dove si imbarcò per Genova. Da Genova si recò a Milano. Quivi alloggiò nel palazzo di un signore italiano, Alfonso Serafino, principe di Porcia, suo appassionato ammiratore, che volle conservar l’immagine dell’illustre scrittore e lo pregò di posare davanti al suo scultore suo amico.
  Ed è in questa statuetta, il cui disegno abbiamo riprodotto dal Petit Bleu che Marquet de Vasselot possiede un modello, di gesso, preziosissimo.
  S’ignora, ed è un peccato, in mano di chi si trovi l’originale.


  I debiti di Onorato de Balzac. Quello che scriveva di Victor Hugo, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIV, Num. 125, 8-9 Maggio 1899, p. 2; Num. 128, 11-12 Maggio 1899, p. 3.

  In questi giorni la Revue de Paris ha pubblicato alcune lettere inedite di Balzac dirette alla contessa Hanska, che poi sposò. In queste lettere l’autore di Commedia umana si lamenta delle strettezze finan­ziarie, delle difficoltà continue in mezzo alle quali è costretto a dibattersi pur trovando la forza di conti­nuare a lavorare.

  «Ho avuto tormenti dell’animo — scriveva il 2 no­vembre 1839 — dei quali mi è impossibile di scrivervi una sola parola; ciò equivarrebbe a soffrire doppia­mente. Ero sul punto di mancare di pane, del lume, della carta da scrivere. Sono stato perseguitato come una lepre e più che una lepre, dagli uscieri. Sono solo ed abbandonato alle Jardies (un vecchio casolare una parte del quale divenne poi la modesta casa di cam­pagna di Gambetta)».

  In altra lettera, del 1840, essendosi l’amica lamen­tata della mancanza di lettere da parte di Balzac, questi le risponde che non ha potuto scriverle perché non aveva i denari per l’affrancatura della lettera, cinque o sei franchi, quanto allora occorreva per af­francare una lettera diretta in Russia. «Sì, egli scrive, è orribile, eppure è vero, come è vera l’Ukraina dove voi siete. Vi sono stati giorni nei quali ho man­giato superbamente un pane sui boulevards».

  Il fatto sta che Balzac, si può dire, in tutta la sua vita si ostinò a volere acciuffare la fortuna, la quale gli sfuggiva sempre, onde debiti, citazioni, persecu­zioni continue. Si dice che fra interessi pagati agli usurai, spese di carta bollata, di uscieri e via dicendo, il povero Balzac spendesse più di 500 mila franchi, quanto appunto gli sarebbe bastato ad assicurargli vita quieta e lavoro tranquillo, se quel credito che spesso si accorda ad un bottegaio idiota o briccone non si negasse talora ad uomini di altissimo ingegno. Perché è da notare che quando Balzac si trovava nei fastidi sovra accennati, era già cominciato per lui il periodo della fama e, si può dire, della gloria.

  Vale la pena di citare un’altra sua lettera, nella quale egli parla di Victor Hugo: «Victor Hugo è uomo grandemente spiritoso, ha spirito quanto poe­sia. Ha conversazione affascinante, un poco alla Hum­boldt , ma superiore, ed ammette un poco di più il dialogo. E’ pieno d’idee borghesi; odia Racine e lo tratta di uomo secondario. Per questo riguardo è pazzo. Ha abbandonato la moglie por Giulietta, e di questo abbandono allega ragioni di una furberia in­signe. Insomma in lui c’è più del buono che del cattivo. Benché le cose buone sieno una continuazione dell’orgoglio, benché tutto in lui sia profondamente calcolato, è un uomo amabile oltre essere il gran poeta ch’egli è. Egli ha molto perduto delle sue qualità, della sua forza, del suo valore, per la vita che ha fatto. Ha amato considerevolmente». Questa lettera fu scritta nel luglio del 1840.


  Le feste pel centenario di Balzac a Tours, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIV, Num. 126, 9-10 Maggio 1899, p. 2.

  A Tours, si svolsero ieri le feste in onore di Bal­zac. Il municipio non volle parteciparvi perché ac­cusa Balzac d’essere stato clericale e retrogrado. Al banchetto assistevano i deputati del diparti­mento, numerosi consiglieri generali, ma un solo consigliere municipale.

  Il rappresentante del ministero dell’Istruzione Pubblica proclamò Balzac il “Napoleone dei ro­manzieri”. Poi Brunetière fece una conferenza, trattando meno di Balzac che dell’opera sua. Fu molto applaudito.

  La rappresentazione di Mercadet fu un vero trionfo per l’autore e gli interpreti, attori del teatro francese.


  Il centenario di Balzac, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXIII, N. 7723, 10 Maggio 1899, p. 1.

  Da Parigi 8:

  Ai festeggiamenti di ieri pel centenario di Balzac non era rappresentato il Muni­cipio, che accusa l’illustre romanziere di essere stato clericale e retrogrado.

  Al banchetto dei deputati del diparti­mento assistevano numerosi consiglieri ge­nerali e soltanto un consigliere muni­cipale.

  Il rappresentante del ministero della publica istruzione, Leygues, al banchetto proclamò Balzac il «Napoleone dei ro­manzieri».

  Brunetière tenne una conferenza su Balzac, esaltandone l’opera letteraria.


  In Italia e all’Estero, «La Provincia di Pisa. Giornale politico amministrativo», Pisa, Anno XXXV, num. 19, 11 maggio 1899, p. 1.
  – A Tours, si ebbero ieri le feste in onore di Balzac. Il municipio non volle parteciparvi perché accusa Balzac d’essere stato clericale e retrogrado. Al banchetto assistevano i deputati del dipartimento, numerosi consiglieri generali, ma un solo consigliere municipale.
  Il rappresentante del ministero dell’istruzione pubblica proclamò Balzac il «Napoleone dei romanzieri». Poi Brunetière fece una conferenza trattando meno di Balzac che dell’opera sua. Fu molto applaudito.
  La rappresentazione di Mercadet fu un vero trionfo per l’autore e gli interpreti, attori del teatro francese.

  Marginalia, «Il Marzocco. Periodico settimanale di letteratura e d’arte», Firenze, Anno IV, N. 15, 14 Maggio 1899, pp. 3-4.
  p. 4. Il centenario della nascita di Balzac si è celebrato a Tours con vari festeggiamenti, tra i quali vanno annoverati il discorso di Ferdinand Brunetière e la recita di Mercadet. In occasione del centenario la stampa parigina ha pubblicato alcuni articoli molto interessanti sull’uomo insigne, che rappresenta una delle più fulgide glorie della letteratura francese. Fra questi notiamo un’intervista di Adolphe Brisson col vecchissimo drammaturgo Cormon che fu intimo amico di Balzac, e un articolo di Rzewuski nel quale si riproduce il curioso giudizio che del grande scrittore francese dava testé un contadino russo, servitore di Balzac nel tempo della sua lunga permanenza al Castello di Wierschownia. Questo centenario, che era uno schiavo quando Balzac si trovava in Russia e che lo ha servito per quasi due anni ha conservato dell’ospite illustre il più gradito e più fresco ricordo. Egli ne rammenta le maniere cortesi e disinvolte, l’operosità meravigliosa per la quale passava le notti intere a tavolino e soprattutto l’orrore per l’alcool e per la cucina russa: orrore che agli occhi del buon uomo apparisce anche oggi come assolutamente inesplicabile.
  Una curiosa discussione è stata provocata alla camera dei deputati di Francia dalla proposta fatta da un socialista, il Fournière, di trasferire nel Pantheon le ceneri di Balzac. Altri onorevoli sono sorti da più parti invocando per altri illustri l’estremo onore. I nomi di Renan, di Michelet, di Quinet, di Lamartine hanno echeggiato con singolare insistenza nell’aula di Palais Bourbon, mentre l’assemblea legislativa dimostrava di appassionarsi all’intellettuale dibattito. E pensare, nota malinconicamente un autorevole giornale parigino, che fra i seicento deputati francesi non più di cinquanta avranno letto un volume di Balzac o di Lamartine!

  Notizie di lettere ed arti. Varie, «Rivista d’Italia», Roma, Società editrice Dante Alighieri, Anno II, Fasc. 5.°, 15 Maggio 1899, p. 195.
  Si è costituito a Parigi un comitato per le onoranze a Balzac nell’occasione del centenario della nascita. Sono stati invitati ad accettare la nomina di membri onorari: Emilio Zola, Anatole France, Paolo Bourget, Paolo Adam ed altri illustri.

  Dalle Rassegne. Per il centenario di Onorato Balzac, «Vita Nuova. Rivista quindicinale illustrata di Lettere, Arti e Scienze», Roma, Anno I, n° 1, 1 Giugno 1899, pp. 12-13.


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  In questi giorni ricorre il primo centenario della morte (sic) di Onorato Balzac. In tale circostanza lo scrittore gigantesco, dal quale partono le varie forme della produzione romantica del secolo, l’osservatore e il sognatore, che poteva scrivere con lo stesso entusiasmo il Père Goriot e Séraphita, la mente poderosa dalla quale uscì nella Commedia umana la più completa delle sintesi di una società, in tutti i suoi aspetti più vari, doveva naturalmente attrarre un’attenzione particolare da parte di tutta la critica letteraria.
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  Tra i più notevoli articoli pubblicati nelle riviste di questi ultimi mesi sul grande artista francese, il posto d’onore spetta proprio a Balzac. Nella Revue de Paris, dal numero di febbraio, è cominciata la pubblicazione della quarta serie delle sue Lettres à l’«Étrangère», che gettano tanta luce sul suo pensiero e sulla sua vita. Anch’esse, come i suoi lavori romantici, sembrano qualche cosa di maggiore della realtà. «L’albero, la montagna, il luogo, la parola, l’acconciatura, lo sguardo, il timore, il piacere, il pericolo, l’emozione, la stessa sabbia, il caso più lieve, il colore di un lembo di muro, tutto luce nel mio animo, tutto è fresco, più largo ogni giorno. Dimentico tutto ciò che non è di dominio del cuore … Ma ce qui est de mes amours … è la mia vita, e quando mi abbandono ad esso, soltanto allora mi sembra di vivere». Un’attività febbrile, si rivela in lavori accumulati su lavori, e desta nel cuore del grande artista un orgoglio grande sì, ma non certo maggiore dell’opera compita. «Dal mese di novembre scorso, ho scritto: 1° Cesare Birotteau; 2° La casa Nucingen; 3° La Torpille (o il principio); 4° ho sotto stampa il principio del Curé de Village; 5° il Constitutionnel ha dato les Rivalités en Province; 6° termino Massimilla Doni; 7° ho due volumi intitolati Qui a Terre a Guerre; 8° termino le Illusions perdues; 9° ho cinque drammi sul tavolo … Cara, ognuno di questi lavori avrebbe lasciato a fiaccare per un anno il più forte degli altri scrittori francesi, che non fanno un mezzo volume all’anno». Si noti che la lettera è del 15 ottobre; quanta immensità di lavoro in meno di un anno!
  Talora il romanziere schizza in poche linee un profilo. «Teofilo Gautier è un ragazzo del quale credeva avervi parlato. È uno degli ingegni che riconosco; ma è senza forza di concezione … Le sue poesie … mi hanno spaventato come decadenza di poesia e di lingua. Ha uno stile incantevole, molto spirito, e credo che non farà mai nulla, perché si trova nel giornalismo. È originalissimo, sa molto, parla bene d’arte, ne ha il sentimento. È un uomo hors ligne e che si perderà, senza dubbio. Voi avete indovinato l’uomo: ama la carne e il colore; ma comprende anche l’Italia, senza averla veduta». Altrove ha una boutade fra lo spiritoso e il polemico: «Victor Hugo, Lamartine e Musset sono, fra loro tre, l’equivalente di un poeta, poiché nessuno di loro è completo».
  Consigliamo la lettura di queste lettere «alla straniera» - la straniera è la Signora Hanska – a quanti, e sono legione, hanno letto le pagine della Comédie humaine. Nessuna lettura potrà far conoscere meglio il carattere del Balzac.
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  Un articolo curiosamente documentato e assai interessante per i fatti nuovi che rivela e per i già conoscenti che conferma è quello del Dottor Cabanès sulla famiglia di Balzac (I genitori di Balzac), pubblicato nel fascicolo del 15 maggio della Revue des Revues. È noto che Balzac portava nel nome la particella nobiliare di e che pretendeva di appartenere a nobile famiglia meridionale. Ora il fatto è che Balzac nacque a Tours, benché la sua famiglia fosse di Linguadoca, e che l’atto di nascita di suo padre dimostra, che suo nonno (sic?) si chiamava Bernardo-Francesco Balssa ed era un semplice contadino. L’autore di Eugénie Grandet non era gentiluomo per diritto di nascita, benché non si possa negargli di esserlo divenuto per diritto di conquista. Il padre di Balzac modificò per primo l’ortografia del nome; più tardi il figlio vi aggiunse la particella nobiliare.
  Il padre di Balzac, dapprima impiegato alle sussistenze nelle armate rivoluzionarie, poi per diciassette anni secondo aggiunto del sindaco e amministratore dell’ospizio generale di Tours, era una specie di burbero benefico, un originale, che si sarebbe creduto un prodotto della fantasia dell’Hoffmann, secondo l’espressione della sua stessa figlia, Signora de Surville. Ne volete una prova? Ecco le sue idee sul matrimonio: «Quanto ai giovani che si maritano» egli dice «vale a dire che si destinano alla riproduzione della specie, essi non sono sottoposti alle formalità di nessun esame. Che siano deficienti, scrofolosi, o imbecilli, non importa: essi sono sempre buoni da ammogliare, ed ecco perché la razza francese sparisce». Su questo punto assai scabroso del miglioramento della razza, egli aveva idee originali dedotte non meno originalmente. Egli, prima di Fourier e di Saint-Simon, aveva attaccato di fronte i grandi problemi della sociologia, prima di … suo figlio aveva la convinzione della propria onniscienza, e scrisse opere sugli argomenti più svariati. Questo carattere del padre di Balzac, non serve a far meglio comprendere la potenza di concezione e la fertilità d’immaginazione del grande romanziere?
  Trascuriamo altri particolari di grande interesse per un ultimo fatto che si ricollega all’epistolario, del quale parlammo sopra. Balzac sposò la signora Hanska nel 1850, tre mesi prima della sua morte. La vedova morì 32 anni dopo.
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  Un eccellente articolo di critica dell’opera di Balzac ha pubblicato il Symons nell’ultimo fascicolo della Fortnightly Review. Egli sviluppa con molta originalità il concetto che il grande romanziere non fu per nulla un realista, come ordinariamente venne presentato, ma che egli, costretto a lavorare per diciotto ore al giorno, non poteva osservare pazientemente la vita; il mondo gli appare come ai grandi poeti, come a tutti i grandi artisti, a Dante ed a Shakespeare. La vita come egli la rappresenta è più grande, più intensa, più vigorosa, più interessante e profonda del vero. Anche in lui i fatti e le persone divengono tipici: e attraverso all’opera passa la volontà, quella forza misteriosa ch’egli ammira e della quale si sente pieno. Balzac ha creato il romanzo moderno, ma nessun romanziere ha potuto seguirlo, poiché si è andato troppo intellettualizzando, allontanando la mente dalle grandi emozioni.

  Balzac ed il caffè, «Scena illustrata. Rivista quindicinale di letteratura, arte e sport», Firenze, Anno XXXV, (N. 155), 1°-15 Luglio 1899, Num. 13-14, p. [13].
  Lasciamo la parola all’illustre scrittore – chè nessuno, meglio di lui, potrebbe usarla alla descrizione.
  «Ho scoperto un orribile e crudele metodo, che non consiglio se non agli uomini di grande vigoria, dai capelli neri e forti, dalla pelle impastata d’ocra e di vermiglio, dalle mani quadre, dalle gambe tozze, come una balaustra.
  Si tratta dell’impiego del caffè macinato, freddo ed anidro (parola chimica, che significa poca acqua o senza) preso a digiuno. Questo caffè cade nel vostro stomaco che, voi lo sapete da Brillat-Savarin, è un sacco vellutato all’interno e tappezzato di succhiatoi e papille: esso non vi trova nulla e si attacca a questa delicata e voluttuosa fodera, divenendo una specie di cibo che vuole i suoi succhi: esso la torce, malmena quelle graziose pareti come un carrettiere che maltratta dei giovani cavalli; i plessi si infiammano, fiammeggiano e fanno andare fino al cervello le loro faville. Da quel momento tutto si agita: le idee si mettono in movimento come i battaglioni della grande armata sul terreno della battaglia e la battaglia comincia. I ricordi arrivano a passo di carica, bandiere spiegate, la cavalleria leggera dei confronti si sviluppa con un magnifico galoppo; l’artiglieria della logica accorre col suo treno e le sue munizioni; i tratti di spirito giungono a frotte come bersaglieri; le figure si levano; la carta si copre d’inchiostro perché la vigilia comincia e finisce con dei torrenti di acqua nera, come la battaglia finisce con la sua nera polvere.
  Ho consigliato questa bevanda, presa così, ad un amico che voleva assolutamente fare un lavoro promesso per domani. Egli si è creduto avvelenato, si è rimesso in letto e vi è rimasto. Era un giovane alto, biondo, dai capelli radi e con uno stomaco di cartapesta. V’era stato, da parte mia, una mancanza di osservazione.
  Lo stato, in cui vi mette il caffè preso a digiuno nelle condizioni magistrali, produce una specie di vivacità nervosa, che rassomiglia a quella della collera: la parola diviene alta, i gesti esprimono una impazienza morbosa, si vuole che tutto cammini come le idee trottano: si è litigiosi, irati per dei nonnulla, si arriva a quel bizzarro carattere del poeta, tanto criticato dai droghieri; si dà agli altri la lucidità di cui si gode. Un uomo di spirito deve allora guardarsi bene di farsi vedere o di lasciarsi avvicinare.
  Ho scoperto questo stato singolare, per alcuni casi, che mi facevano perdere, senza lavoro, la esaltazione che mi procuravo. Degli amici – presso cui abitavo in campagna, mi vedevano ringhioso, cercatore di brighe, di cattiva fede nelle discussioni. Il giorno seguente io riconosceva i miei torti e ne cercavo le cause. I miei amici erano scienziati di prim’ordine, e perciò le trovammo presto. Il caffè voleva una preda».
  Questo dice Balzac. Ora io dico ai lettori: si le coeur vous en dit, provatevi. Ma se le conseguenze sono eccellenti, il mezzo è ben perfido. Dev’essere orribile trangugiare quella polvere asciutta, nera ed amara – e si capisce, anche senza troppa figurazione battagliera – come si debba restarne stomacati e di malumore per tutta una mattinata.

  Notizie di lettere ed arti. Varie, «Rivista d’Italia», Roma, Società editrice Dante Alighieri, Anno II, Fascicolo 7.°, 15 Luglio 1899, p. 606.
  Ha menato gran rumore in Francia ed ha avuto eco anche nei giornali italiani il caso della statua di Balzac del Rodin. La Société des gens de lettres, commessa l’opera al Rodin, spalleggiata ora dal pubblico indignato e da parte considerevole della stampa parigina, si rifiuta d’accettarla, poiché il Rodin ha rappresentato il grande romanziere in camicia da notte e ciabatte sì da far dubitare ai più ch’egli abbia voluto fare una burletta e sollevare attorno al suo nome utile rumore.


  Massime, «L’Umbria. Rivista d’arte e letteratura», Anno II, N. 15, Agosto 1899.

 

  La bonté n’est pas sans écueils ; on l’attribue au caractère; on veut rarement reconnaître les efforts secrets d’une belle âme, tandis qu’on récompense les gens méchants du mal qu’ils ne font pas.

Balzac.

[citaz. tratta da Une Fille d’Ève].


  “Stendhal et Balzac” par Jean Mélia («Revue des Revues», 1° settembre 1899)], «Rivista Politica e Letteraria. Bollettino bibliografico. Rivista delle Riviste», Anno Terzo, Volume IX, Fascicolo I, 1° Ottobre 1899, p. 27.
  – Articolo sui rapporti di Balzac col Beyle, dal famoso articolo sulla Chartreuse de Parme, che consacrò definitivamente la fama dello Stendhal, fino dopo la morte di questi, quando l’autore della Commedia umana si dichiarava felice di apportare l’obolo della vedova alla ristampa delle opere complete dell’amico. Fra le carte dello Stendhal, si trovò più tardi la prova di un prestito di tremila lire da lui fatto al Balzac: ciò dette occasione al Sainte-Beuve di dire malignamente: «Balzac fu così pagato del suo elogio: un favore di danaro contro un favore di amor proprio». Del resto pel Sainte-Beuve il Balzac non avrebbe parlato di Beyle romanziere, che pel semplice gusto di esprimere tutto ciò che di lui stesso egli avrebbe desiderato si dicesse.

  Cassetta delle lettere. Desiderata, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 40, 7 Ottobre 1899, p. 319.
  – Quali studî sono in italiano su O. de Balzac.
  Ro (da Cagliari).

  I romanzi in appendice, «Gazzetta dell’Emilia. Monitore di Bologna», Anno XL, Num. 282, Giovedì 12 ottobre 1899, pp. 1-2.
  p. 1. Scrivere e pubblicare un romanzo popolare per il giornale quotidiano, divenne un’arte nuova, nella quale si illustrarono Balzac, Dumas padre, Eugenio Sue, Federico Soullié (sic), che rappresentarono, si può dire, l’età aurea dell’appendice. Nelle loro opere improvvisate frettolosamente, eravi della verve, della potenza, del buon umore, e qualche volta anche un raggio di poesia.
  Ma quest’arte, come tutte le altre, non ha molto tardato a divenire un mestiere.


  La definizione del giornalista, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXIII, N. 7891, 24 Novembre 1899, p. 1.

  Balzac, il quale per tutte le cose ave­va la sua definizione, diceva: Le journaliste est une pensée en marche comme le soldat en guerre [citazione tratta da: La Fille aux yeux d’or]. In occasione del­l’apertura a Parigi della cosidetta «Scuo­la dei giornalisti» il Gaulois pensò di conoscere su questo oggetto l’opinione degli scrittori moderni. Diramò perciò una domanda circolare ai colleghi, otte­nendo anche de le curiose risposte, alcu­ne delle quali noi riportiamo in quanto possono interessare anche qui. […].

  Giulio Claretie dà ragione a Balzac, poiché afferma: Il giornalista è un soldato. Se è vecchio, mostra con orgoglio le sue ferite. Deve saper tutto. In ogni caso deve cercare di raggiungere tutto. Deve, se combatte per un’idea, resistere a tutte le ingiurie, che sono le palle dum-dum della polemica. Avere giornalmente un’idea è infatti cosa spaventevole, ma avere durante tutta la vita un’unica idea: esser onesto, è cosa tanto semplice quanto giusta.

  Chiudiamo con Raimondo Poincaré, che prende la cosa dal lato comico, partendo dal punto di vista di Balzac del «pensiero in marcia»: ma che sorta di pensiero dev’essere? Il pensiero ora ha l’impronta seria, maestosa, ora si piega verso la fol­lia: dunque può essere «Pazzia alla cor­sa», oppure «Bugia alla passeggiata», o «Calunnia in viaggio circolare» o «Stupi­daggine ai freschi estivi».


  Gazzettino di città. Ulisse Barbieri, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXIII, N. 7917, 26 Decembre 1899, p. 2.

  Negli ultimi tempi questo principe e prototipo della bohème d'Italia, che aveva passato giorni di relativo splendore e di pazza dissipazione, ebbe la sorte triste di tutti i bohémiens che non fanno a tempo il trapasso da Rodolphe di Murger a Rastignac di Balzac: la miseria lo aspettava, inesorabile, al limitare della vecchiezza […].


  Avv. Bernardino Alimena, Il Delitto nell’arte. Prolusioni al Corso di Diritto e Procedura penale nella R. Università di Cagliari (25 febbraio 1899), Torino, Fratelli Bocca Editori Librai di S. M. il Re d’Italia, 1899, pp. 42-46.
  Il Balzac è uno dei più fini anatomisti dello spirito umano.
  Prendendo, a caso, uno dei suoi libri, tra tanti, quante osservazioni acute e profonde non si trovano?
  Egli sa che, troppo spesso, crediamo di conoscere il cuore umano, mentre non conosciamo che un cuore. Egli sa che tutti sentiamo il bisogno di provare le nostre forze a spese di qualcheduno o di qualche cosa, e che perciò il monello ama di battere a tutte le porte e ama di scrivere il proprio nome su d’un monumento, non tocco da altri. Egli sa che perdoniamo un’abitudine ridicola o bizzarra, assai meno che un vizio. Egli sa che, spesso, l’uomo ama di far tutto sopportare a chi già soffre tutto per umiltà, per debolezza o per indifferenza. Egli sa che il cuore umano, se trova dei momenti di riposo, salendo sulla vetta dell’amore, s’arresta, invece, assai di raro, sulla ripida china dell’odio. Egli sa che vi sono degli uomini, che non fanno alcun bene ai fratelli o ai parenti, perché temono di compiere un dovere; ma fanno, volentieri, del bene agli estranei, per far raccolta di gratitudine. Egli sa che vi sono degli spiriti lillipuziani, che, tra le loro più detestabili abitudini, hanno pure quella di supporre, anche negli altri, le loro proprie piccinerie. Egli sa che la giovinezza non osa guardarsi allo specchio della coscienza, quando essa piega verso il lato dell’ingiustizia. Egli sa che, spesso, per guarire d’un’idea fissa, bisogna soccombere ad essa. Egli sa che, forse, non vi sono quelli, che credono in Dio, i quali sian capaci di fare il bene in segreto. Egli sa che i popoli hanno i loro giuochi prediletti, i loro giuochi di moda, come li hanno i bambini; onde, oggi, in tempi di parlamentarismo, in ogni occasione, si giuoca “al parlamento”.
  Il Balzac ha creato un tipo insuperabile di delinquente, con Giacomo Collin, o Vautrin, o “Trompe-la-Mort”.
  Vautrin è un delinquente formidabile, e, diciamolo pure, non antipatico. Egli comette ogni delitto, e confessa che, per lui, uccidere un uomo è come sputare contro il suolo; è circondato da tutti i banditi di Parigi ed è il cassiere di tutte le galere di Francia; è intelligente, tanto che si proclama poeta, aggiungendo che le sue poesie consistono in azioni e sentimenti; è proteiforme, e, all’alba, è travestito da impiegato in ritiro, a mezzogiorno, è travestito da commerciante, poi da frate, poi da duca e pari di Francia, poi da colonnello italiano, poi da generale messicano. Ma, nella sua indole, vi è anche un lato buono; ed è onesto “alla sua maniera”, tanto da attribuirsi un falso, commesso da un giovane, che egli amava, tanto da essere incapace di appropriarsi d’un soldo della casa, che gli viene affidata da altri delinquenti.
  Ma Vautrin, – e questo è importante –, è un delinquente essenzialmente moderno, poiché, con logica feroce, scusa le proprie azioni, confrontandole con tutte le altre, che ci si ammaniscano dai così detti onesti, in tanta putredine sociale.
  “Il mondo si conquista – dice egli ad Eugenio di Rastignac – con lo splendore del genio o con la destrezza della corruzione. È necessario entrare in mezzo alla massa degli uomini, come una palla da cannone, o scivolarvi come una peste. L’onestà non serve a nulla … La corruzione è una forza, mentre il genio è raro. Così, la corruzione è l’arma della mediocrità, che abbonda, e voi ne sentirete, ovunque, la punta. Voi vedrete delle donne, di cui i mariti non guadagnano che sei mila lire, le quali ne spendono più di diecimila per i soli abiti. Voi vedrete degli impiegati, a mille e duecento lire, i quali comperano delle terre. Voi vedrete delle donne che si prostituiscono, per andare nella carrozza del figlio d’un pari di Francia … Voi avete visto quella bestia, che è il signor Goriot, che paga le cambiali di sua figlia, moglie ad un uomo, che à cinquantamila lire di rendita … Vi sono due specie d’uomini che disprezzano la legge: noi, che stiamo di sotto, e quelli, che stanno sopra di essa. L’importante è riuscire: la virtù non è che la fortuna …”.
  Saremmo dei bricconi, anche noi, se non fremessimo d’innanzi a tanto cinismo e a tanta audacia; ma non saremmo degli ingenui, se pretendessimo negare che Vautrin dice tante e tante verità tristissime, le quali, nemmeno oggi, son cessate dall’essere attuali?
  D’accanto a lui, sta Augusto Mercadet, l’affarista.
  Chi non lo conosce? Chi non conosce quest’uomo dalla volontà inflessibile, dall’intelletto acuto, dalla coscienza elastica? Chi non conosce quest’uomo, che, così fortemente, sente orgoglio per sé stesso? Chi non conosce quest’uomo, che va a letto povero e si leva ricco, per ritornarvi povero? Chi non conosce quest’uomo dotato di quell’abilità, che egli chiama audace? Chi non conosce quest’uomo che, avendo pronti, ad ogni istante, un nuovo espediente, una nuova risorsa, un nuovo tranello, rasenta, sempre, la prigione senza cadervi? Chi non conosce quest’uomo, nel quale la ricchezza è rappresentata da lunghe strisce di cambiali e da un arcobaleno d’“azioni” di tutti i colori?
  Mercadet, al pari di Vautrin, è un delinquente modernissimo, poiché buona parte della sua morale non è, pur troppo, che la morale del nostro secolo, che muore. Egli, non a torto, dice che “tutti i sentimenti battono in ritirata, ed è il denaro che li scaccia”; non a torto, dice che “non vi sono che interessi, poiché non vi è più famiglia, ma individui”; non a torto, dice che “non si tirano bene i conti, quando si hanno le lagrime agli occhi”; non a torto, dice che “non si conosce il punto ove comincia e ove finisca l’onestà commerciale”!

  Gustavo Balsamo-Crivelli, Maeterlinck-Chateaubriand, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIII, N. 49, 18 Febbraio 1899, p. 2.
  Nelle Memorie di oltre tomba lo Chateaubriand risuscitò l’indomani della sua morte. Coll’epopea eroicomica di Rabelais e colla Commedia umana di Balzac, scrive di esse un suo ultimo biografo, Emanuele Desarts, sono l’opera in prosa più considerevole della letteratura francese e ad un tempo la più varia; […].

  Gustavo Balsamo-Crivelli, Balzac amante. Le “Lettere alla Straniera”, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIII, N. 256, 15 Settembre 1899, pp. 1-2.
  Le Lettere alla straniera, di cui compare a stampa in una prima edizione il primo volume, sono l’epistolario d’amore di Onorato Balzac. Il visconte Spoelberch de Lovenjul (sic), che possiede gli originali di queste lettere, raccontò la storia di questa corrispondenza in dettaglio sotto il titolo: Un roman d’amour, editore il Calman-Lévy (sic) di Parigi. Di queste lettere aveva negli scorsi anni pubblicato qualche saggio la Revue de Paris: ora finalmente vengono tutte in luce e ci dànno modo di conoscere più intimamente, nell’ombra del suo studio, il grande romanziere francese.
  Chi fu la «straniera»? Essa è la contessa Evelina Rzewnska (sic), maritata col conte Hanski, ricchissimo, ma di venticinque anni più vecchio di lei. Lettrice entusiasta delle Scene della vita privata, inquieta dell’indirizzo diverso che prendeva l’ingegno dell’autore della Peau de chagrin, aveva indirizzato a Balzac, allora di 33 anni, una lettera firmata l’Etrangère, che gli fu rimessa il 28 febbraio 1832. Diciassette anni dopo diventava per poco tempo sua moglie, poiché acconsentì di accasarsi novamente dopo sette anni di vedovanza e Balzac moriva cinque soli mesi dopo il suo matrimonio. Amò egli in questo ultimo amore più e meglio che non fosse amato, se nel culto fedele e devoto di questa donna lontana, ch’egli vide e rivide pochi e brevi giorni, rinchiuse, fuori d’ogni altra passione, che non fosse per il suo arrabbiato lavoro, l’anima sua come in una torre d’avorio. E la sua corrispondenza dal 1832 al 1841 resta così il diario delle sue giornate di sogno e di lavoro. La realtà delle cose e dei crucci della vita quotidiana si inceppano nei suoi desiderii: ma che importa «nous sommes retenus pour la réalité et le plus grand est l’essor de l’âme».
  Verso il 1832 finisce il Medico di campagna, la storia di un uomo fedele di un amore misconosciuto, ad una donna che non lo riama, «qui l’a brisé par une coquette rie»; invece di uccidersi quest’uomo lascia la sua vita come un vestito, prende un’altra esistenza e diventa la suora di carità di un povero cantone, che benefica e civilizza. Ai cuori feriti l’ombra ed il silenzio. Il Medico di campagna non è certo fra i migliori romanzi di Balzac: vi si disserta troppo di ogni cosa ed ogni discorso è una conferenza; ma l’evocazione di Napoleone, attraverso il fumo delle battaglie ed il clangore delle trombe guerriere dall’alto delle Alpi d’Italia alle nevi di Russia, è un episodio di una commozione viva ed intensa. Sono pagine di una bellezza epica.
  L’amore di cui Balzac ama la Hanski (sic) è un amore violento, folle, esclusivo. Amare, egli dice, e non aver altro nel cuore che l’essere amato. «Si l’amour n’est pas cela, il n’est rien». Le racconta a tratti la sua ambizione di voler governare il mondo intellettuale d’Europa e poi i suoi famosi «chagrins d’argent». In questi fastidi e nella composizione dei suoi romanzi, diceva a ragione un ultimo biografo di Balzac, il Pélissier, si compendia tutta la sua vita. Per lavorare con miglior agio si metteva a letto verso le sei, si alzava a mezzanotte e lavorava fino a mezzogiorno. E nelle brevi pause di questo lavoro febbrile gli sorge radioso il ricordo dei giorni vissuti insieme, nell’estasi suprema delle carezze, sul lago di Neuchâtel, e col ricordo il desiderio di poter restar ancora una mezza giornata ai suoi ginocchi «rêvant des (sic) beaux rêves, te disant mes pensées avec paresse, avec délices, tantôt ne disant rien mais baisant ta robe».
  La sua passione cresce e divampa ancora più nella solitudine in cui vive e la frase diventa lirica: «Oui, Parisina et son amant ont dû mourir sans sentir le coup de hache, s’ils pensaient l’un à l’autre». Per essere meglio a lei ed al suo lavoro si apparta affatto dal mondo e trova un verbo tutto suo per raccontare la sua solitudine: je m’oursonne. Al pensiero di un figliuolo che potrebbe nascere dalla loro unione egli lo vuole frutto di un pensiero coscienzioso: «Je veux que cet autre toi, cet autre nous, je veux qu’il ait tout ce qui peut flatter les vanitas d’une mère et qu’il soit grand, qu’il ait ton front, mon énergie, qu’il soit beau et noble, un grand coeur et une belle âme». Ed un’altra volta soggiunge : «Il y a peu de pères qui se donnent la peine de réfléchir à leur (sic) devoirs» e pensa in complemento alla sua Fisiologia del matrimonio un’altra opera sull’educazione, ch’egli, con acuta giustezza di vedute, vuol far risalire prima della generazione «car l’enfant est dans le père».
  Dal suo tavolo di Parigi la segue col pensiero nei suoi viaggi per l’Italia, dove la raggiunge con una lettera del maggio 1834 a Firenze. La lettera finisce con un malinconico sospiro di dolore: «Ah! oui, j’aurais bien voulu voir avec vous la ville des fleurs!». Questo bisogno di gioire di ogni emozione nobile, pura ed alta con lei è continuo: è la nostalgia più tormentosa, che lo riafferra della lontananza all’udire da solo una sinfonia di Beethoven: «J’étais seul dans une stalle. Moi seul! C’est une souffrance sans expression».
  Passano gli anni ma non diminuisce la sua passione attraverso gli affanni, i dolori, le brighe, di cui è piena la sua vita solitaria. Nel 1835 la rivede a Vienna, come al solito per pochi giorni e via di ritorno a Parigi, senza neppur visitare Monaco: «S’arrêter c’est penser et l’on n’a que des pensées tristes quand on vous quitte». Eppoi vengono nella solitudine del lavoro le ore di stanchezza mortale, tormentate dal voluttuoso dolore dei ricordi, poi i fastidi per gli affari.
  Il viaggio a Vienna gli costò cinquemila franchi e lo mise più tardi in gravi imbarazzi finanziari. E questo scrive alla stessa cui confida con tutti i suoi pensieri di tenerezza, i suoi sogni di gloria ed i suoi propositi di lavoro. Parlando di se stesso dice: « Je suis le juif errant de la pensée, toujours debout, toujours marchant, sans repos, sans jouissances de cœur, sans rien que ce que arrache à l’avenir ; je mendie l’avenir, je lui tends la main. Beaucoup de travaux à finir, point d’argent à recevoir et beaucoup d’argent à payer … Mais ! j’ai des (sic) larges épaules, un courage de lion, du caractère …».
  Nel 1837 esce di Parigi : viene a Milano, Genova, Firenze, ma «le manque de bonheur poursuit et m’ôte le goût des choses les plus belles. L’Italie m’a semblé une terre tout comme une autre». Ma Venezia dove si fermò per cinque giorni lo incanta del suo fascino misterioso e ricorda del Canal Grande, «Après le palais, une petite maison à deux croisées gothiques …» pensando colle lagrime agli occhi tutta la felicità, che due persone innamorate potrebbero godervi in una vita solitaria. «Ah! croyez-moi, un pauvre poète aussi sincèrement aimant que je le suis, a pu verser devant cette petite maison des larmes bien amères».
  Continuando a spigolare nelle lettere raccolgo qualche notizia interessante intorno a Jules Sandeau, del quale ci racconta che nel 1839, abbandonato dalla Sand, scrive Marianna, un romanzo nel quale egli travolge nel fango l’amata. «Il s’est donné le beau rôle, il est Henry! Lui, grand Dieu! Vous lirez ce livre: il vous fera horreur, j’en suis sûr. Henry finit comme Jules aurait dû finir (quand on aime bien et qu’on est trahi): par la mort. Mais vivre et écrire le livre, c’est épouvantable …».
  Della Sand poi ci abbozza un ritratto importantissimo, dopo una visita che le fece nel 1838 a Nohant. J’ai trouvé la camarade G. Sand dans sa robe de chambre, fumant un cigare après le dîner, au coin de son feu, dans une immense chambre solitaire. Elle avait de jolies pantoufles jaunes, ornées d’effilés, des bas coquetes (sic) et un pantalon rouge. Voilà pour le moral. Au physique elle avait doublé son menton comme un chanoine … toute sa physionomie est dans l’œil … Elle fume démesurément.
  Gli raccontò di essere stata ancora più infelice con Musset che con Sandeau: ora … «elle aime un homme qui lui est inférieur et dans ce contraste-là il n’y a que désenchantement et déception pour une femme qui a une belle âme : il faut qu’une femme aime toujours un homme qui lui soit supérieur, ou qu’elle y soit si bien trompée que ce soit comme si ça était».
  L’ultima lettera in data 5 gennaio 1842 risponde a quella in cui M.me Hanski gli annunziava la morte del marito.
  Le lettere sono 155 ed occupano 575 pagine di un volume in grosso formato, cui dovrà presto seguirne un altro di ugual mole se tremila sono le lettere che ci restano di questa corrispondenza d’amore. È l’anima ed il sogno supremo di Balzac, che profumano deliziosamente in questa vampa d’amore, di cui egli vive e si strugge. Riamato? Forse no o forse troppo debolmente perché in questo amore egli potesse riporre la tranquilla felicità della sua vita, come, al disopra di ogni ambizione di gloria, vi aveva riposto ogni sua speranza ed ogni suo ideale. Troppo piccola era forse quest’anima di donna, che confidava l’amore del genio come un peccato alle orecchie del prete. Oggi è Balzac stesso che da queste pagine postume confessa, nella gloria della parola, il suo amore radioso. E più nessuna barriera può dal suo fianco, nella memoria dei posteri, strappare il nome della donna ch’egli amò nel breve, ahi troppo breve corso del suo mortale destino, per sempre.

  Gustavo Balsamo Crivelli, Balzac amante. Le “lettere alla straniera”, «L’Italia Centrale. Gazzetta di Reggio-Emilia», Reggio-Emilia, Anno XXXVII, N. 300, 30 Ottobre 1899, p. 1.
  Cfr. scheda precedente.

  Raffaello Barbiera, Stendhal in Italia e Matilde Dembowsky. Stendhal e Balzac, in Figure e figurine del secolo che muore. Con notizie inedite di Archivii Segreti, Milano, Fratelli Treves Editori, 1899, pp. 64-65.
  Un intelletto acuto e pronto, qual’è (sic) il suo [di Stendhal], non può non osservare lo spirito politico generale in Italia; ma come mai Balzac nella Revue parisienne lo saluta “diplomatico profondo”? […].
  L’epiteto di “profondo” che Balzac elargisce al nostro console e gli elogi onde lo infiorano anche quale diplomatico gli stendhaliani, sono un po’ arrischiati. Stendhal, felice ingegno, riusciva in tutto; […] ma non merita d’essere collocato, quale diplomatico, in uno “stellato soglio” d’onore.

  Giacomo Barzellotti, Studi e opere giovanili di I. Taine, «Rivista d’Italia», Roma, Società editrice Dante Alighieri, Anno II, Fasc. 7.°, 15 Luglio 1899, pp. 405-431.
  pp. 406-407, nota 2. [Nel 1848 (Taine) entrò, primo per merito d’esame, alla scuola normale].
  Sarà utile citare le parole, in cui il Gréard [Octave Gréard, de l’académie française, Prevost-Paradol, étude suivie d’un choix de lettres, 1894] riproduce al vivo l’ambiente della scuola normale in quegli anni. «Un souffle puissant agitait à cette époque et pénétrait l’école. Toutes les opinions, toutes les croyances y avaient, comme dans les périodes de développement libéral, leur pleine liberté de défence et d’action. […] On dévorait les articles de Sainte-Beuve. Balzac excitait l’enthousiasme  c’était pour les veillées prolongées ou pour les matinées commencées aux premières lueurs du jour, le livre de chevet; à ceux qui retenait la consigne du jeudi ou du dimanche, les règles de la camaraderie prescrivaient d’apporter un volume de la Comédie humaine. On suivait avec la même curiosité réfléchie les découvertes de la chimie et de l’histoire, les progrès de la physiologie» (pag. 14). […].
  p. 429. Il saggio sul Balzac è rimasto famoso nella storia della critica del naturalismo contemporaneo.


  P.[aolo] B.[ernasconi], Quesnay de Beaurepaire, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIV, Num. 15, 15-16 Gennaio 1899, pp. 1-2.

  p. 1. Nato a Saumur, piccola città sulla Loira, ove Balzac mise l’azione di Eugenie (sic) Grandet, Quesnay de Beaurepaire fu, dal 1862 al 1870, un magistrato devoto all’Impero e a Napoleone III.


  P.[aolo] B.[ernasconi], Notizie Artistiche. I due Saloni, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIV, Num. 127, 10-11 Maggio 1899, p. 2.

  Uno sguardo alle opere di scultura. Vi ricordate i del Balzac esposto da Rodin l’anno scorso, tanto criticato dal pubblico e rifiutato dalla Société des Gens de lettres, che ne aveva dato commissione all’illustre artista? Ebbene, Rodin, uomo di buona pasta, benché scultore, consentì di buon grado a ritirare l’opera sua e a restituirne il prezzo anticipato. In vece sua Falguière venne incaricato di plasmare un altro Balzac; e il buon Rodin, per mostrare che non provava risentimento alcuno, fece il busto ... del proprio rivale Falguière.

  Il Balzac del Falguière non è di quelle opere che possono urtare i gusti e le abitudini del pubblico. Tuttavia si vede che l’artista volle esso pure fare qualche cosa fuori del consueto. L’autore della Commedia Umana è seduto, enorme e mastodontico, sopra un banco di pietra, avvolto in un’ampia vesto da camera, una gamba sopra l’altra, il ginocchio fra le mani, le braccia distese, la testa alta, lo sguardo fisso, il volto imbronciato.


  P.[aolo] B.[ernasconi], Il centenario di Balzac (Nostra corrispondenza), «Corriere della Sera, Milano, Anno XXIV, Num. 130, 13-14 Maggio 1899, pp. 1-2.
  Anche per l’autore della Commedia Umana, è suonata l’ora dell’apoteosi. Il centenario della nascita di Balzac è stato e sarà celebrato in diversi modi e il grande romanziere ha già due statue, quella di Rodin e l’altra del Falguière che è stata eretta a Parigi sopra una piazza pubblica, per cura della Société des gens de lettres. Per un confronto singolare, il Consiglio municipale di Tours, sua città natale, esita a concedere lo spazio chiesto pel suo monumento. Nemo propheta in patria: Balzac ha giustificato il vecchio proverbio.
  Ma che male possono ormai fare al grand’uomo i rancori, l’invidia, le piccinerie locali? L’eletta della Francia lo onora, e un Comitato si formò a Parigi per sollecitare dal Parlamento una legge che autorizzi il trasporto delle ceneri di Balzac al Panteon.
  Il deputato Fournière, un omettino Barbuto che non assomiglia ad Adone, ma che è il più serio, il più dotto, il più … moderato dei deputati socialisti francesi, ha presentato un progetto di legge in detto anno e non c’è dubbio che il Parlamento l’approverà. Per rispondere a quei repubblicani di vista corta, che accusano ancora Balzac, mezzo secolo dopo la sua morte, di clericalismo e di idee retrograde, il socialista Fournière disse:
  «Onorato di Balzac non appartiene a nessun partito. Egli appartiene alla Francia. Il suo genio, riconosciuto e proclamato, fece tacere le polemiche, e il grande scrittore, vinto da un lavoro sovrumano, potè misurare la propria gloria prima di scendere nella tomba».
  Le parole del Fournière sono una felice diversione agli attacchi contro Balzac, che durano da cinquant’anni, ispirati soltanto dalle ire politiche. Balzac era autoritario, monarchico, poco sensibile alle seduzioni della democrazia, e l’opera sua è impregnata di questi sentimenti che non gli furono anzi perdonati dalla gente dominata dallo spirito di partita.
  Balzac ebbe molti avversari anche fra i letterati e i critici, tra altri Saint-Beuve (sic); invece Giulio Janin, il giorno dopo i funerali, reclamava già pel romanziere gli onori del Panteon:
  «Signori legislatori – scriveva Janin – leggete, studiate l’opera del gran Balzac, dissetatevi a quella sorgente abbondante; possa essa ispirarvi pensieri fertili e benefici pel vero progresso, per la felicità morale e materiale del popolo. State certi che il ventesimo secolo ritroverà ancora, dopo di voi, immensi tesori da voi ignorati. Poiché Balzac, ve lo dico io, è uno di quegli uomini sublimi i quali, per servirmi della poetica espressione di Béranger, hanno maggiormente «seminato i campi de’ l’avvenire».
  Un uomo simile non poteva essere un retrogrado. Nel suo paese nativo lo qualificano «clericale», ma i liberi pensatori che fanno una tale obbiezione non sembrano molto liberi di mente. La migliore maniera di predicare la tolleranza consiste nel saperla praticare.
***
  Balzac nacque a Tours il primo pratile, anno settimo della Repubblica, vale a dire il 20 maggio 1799, in una casa che esiste ancora, 25 rue de l’Armée d’Italie, in oggi 39, rue Nationale.
  Era d’origine borghese, benché nella sua carriera letteraria si facesse chiamare Onorato di Balzac. Suo padre, Francesco Bernardo Balzac, coprì a Tours le funzioni d’aggiunto al maire, poi quella d’amministratore dell’Ospizio.
  Il futuro romanziere compì i propri studi al collegio di Vendôme, ove lasciò il ricordo di un allievo mediocre. A vent’anni venne a Parigi e cominciò subito a scrivere e pubblicare dei romanzi ora dimenticati. Lo scarso successo ottenuto gli fece abbandonare la letteratura per le speculazioni industriali, ma riuscì soltanto a far debiti. Un’azienda tipografica gli fu particolarmente rovinosa, per cui riprese la penna dicendo: «La tipografia mi ha mangiato un capitale; essa deve rendermelo».
  Dopo alcuni romanzi che lo misero un po’ in vista, pubblicò i Contes philosophiques, e cominciò la lunghissima serie di romanzi riuniti sotto il titolo generale di Comédie humaine. Lavorò anche pel teatro, ma con poca fortuna; il Teatro Francese ha ridato or non è molto il suo Mercadet.
  Questo formidabile edifizio letterario fu innalzato dal 1827 al 1848. Morì il 19 agosto 1850. Da un anno e mezzo aveva sposato una vedova polacca, la signora Evelina de Hanska, innamoratasi di lui alla lettura de’ suoi romanzi.
  Egli soccombette alla enorme fatica fisica e cerebrale di un continuo lavoro; si chiudeva nel proprio studio per giorni e notti, colle cortine calate, i lumi accesi anche quando splendeva il sole e scriveva senza posa, avviluppato in una veste da camera, il petto scoperto, le maniche rimboccate, spinto dal bisogno di produrre per soddisfare i numerosi ed implacabili creditori; vero «forzato della letteratura» che a lavorare come fece si guadagnò, prima di morire, duecentomila franchi di debiti!
  L’esistenza tormentata del gran romanziere fa stringere il cuore. Egli non conobbe mai il dolce riposo, i tranquilli godimenti della vita, che dànno all’autore celebre la soddisfazione dell’opera compiuta, e la popolarità che è la consacrazione del suo talento.
  Malgrado i suoi infortuni finanziari, Balzac non fu un invidioso, non mostrò mai la benché minima misantropia, reale o affettata. Ebbe delle collere, dei risentimenti contro dei creditori, i quali – questo senza accorgersene – trasformarono in un vero martirio la vita dello scrittore geniale.
  Ebbe due passioni pei due motori della moderna società: la Donna e il Denaro; desiderò questo e quella, ma fu inabile a conseguire l’uno e l’altra. Lo scrittore che in quaranta volumi aveva studiato mirabilmente il cuore femminino, diventava timido come un collegiale, quando tratta vasi de’ suoi proprî amori. Il gran psicologo veniva menato pel naso nei salotti, che le più famose civette dell’epoca lo nutrivano di promesse, in cambio di autografi.
  Il Denaro, come la Donna inebriava la sua immaginazione. Sognava di conquistare la ricchezza per dominare il mondo, e dovette combattere trent’anni contro la imperiosa esigenza della fama. Spesse volte la questione del pane quotidiano fu per lui un problema. Doveva stare dei mesi senza rispondere alla sua futura sposa, mancandogli i cinque o sei franchi occorrenti a quell’epoca per affrancare una lettera per la Russia.
  Aveva la fortuna di non appartenere a quella categoria di letterati sempre in cerca della perfezione, che mai possono raggiungere. Nulla di più terribile per uno scrittore o per un artista, che il creare un ideale superiore ai mezzi ch’ei possiede per realizzarlo. Lo scoraggiamento e la diffidenza in sé stesso, guastano perfino la gioia del successo e riescono non di rado mortali. Balzac non conobbe questa sorta di tormenti; aveva di sé la più grande fiducia e non certo per troppa vanità.
***
  Il lavoro di Balzac non fu sempre pagato al suo giusto valore. Certi giornalisti dei nostri giorni guadagnano anzi più di quanto guadagnava l’autore della Comédie humaine. La sua immaginazione possente aveva creato venti tipi d’affarista d’ordine superiore, che guadagnano milioni, ma egli spesso non potè mai concepire per sé un affare fortunato. Quando voleva sottrarsi agli uscieri ed evitare la prigione di Clichy adibita ai debitori, il povero grand’uomo di genio andava a rifugiarsi nell’ameno paesello di Ville d’Avray, in quella bicocca chiamata Jardies, vicino alla modestissima casa ove poi morì Gambetta.
  Colà, in una stanza ove regnava un disordine straordinario Balzac lavorava indefessamente nella speranza di procurarsi le agiatezze e il lusso che sognava. Sulle pareti nude di quella stanza apparivano strane iscrizioni tracciate col carbone:
  «Qui un quadro di Raffaello; qui una tappezzeria dei Gobelins; qui uno stilobato in legno di cedro; qui delle modanature del genere Trianon» – Il Celebre romanziere non era mai stato in grado di procurarsi quelle opere d’arte, ma ne aveva segnato il posto.
  La tomba di Balzac trovasi al nord, nel cimitero del Père-Lachaise, vicino al bizzarro mausoleo in forma di cono, alto 32 metri, che il console francese Beaujour si fece erigere ancora vivente, spendendo la bella somma di 100,000 franchi per ottenere dai visitatori, prima un gesto di stupore, poi uno scroscio di risa.
  Vicino a Balzac riposano i resti di Carlo Nodier, Eugenio Delacroix, Federico Soulié, Combacères, Casimir Delavigne, Souvestre, Michelet, Moray, e dell’attrice Desclée, nota anche in Italia.
  Il monumento è semplice e modesto: un cancello rettangolare in ferro circonda la sepoltura, sulla quale è collocato il busto di Balzac in bronzo, modellato nel 1844 dal suo amico e celebre scultore David d’Angers. Alla base del busto giace un libro pure in bronzo, sormontato da una penna, e colla semplice iscrizione: Comédie humaine. Ciò basta per commemorare il genio di quel gigante del romanzo. Due brevi epitaffi sulla colonnetta che regge il busto dello scrittore, ricordano Eva Rzewuska vedova Hanska, poi moglie di Balzac, e il conte Mniszech suo parente.
  Di lassù, dall’alto della verdeggiante collina che dal basso sembra un parco ed è un cimitero, si domina tutta Parigi. Giulio Claretie crede che Balzac riposi al luogo stesso ove egli campava il suo Rastignac, che veniva dopo avere accompagnato il vecchio Goriot all’ultima dimora, a sfidare la grande città piena di rumori, di tentazioni, di denaro e di donne, colla sua famosa esclamazione: À nous deux, maintenant!
  E Claretie, mentre plaude all’iniziativa di coloro che vogliono «panteonizzare» l’autore della Commedia umana, è persuaso che se Balzac potesse parlare, chiederebbe di rimanere al posto da lui scelto per camparvi Rastignac, che sfida la Città e l’Avvenire.
  «C’è a Roma – scrive Claretie – in cima al Gianicolo, un ammirabile monumento, uno dei più belli che uomo al mondo possa sperare: è quello di Garibaldi, di Garibaldi a cavallo sopra un piedestallo gigante e dominante di lassù la città dalle sette colline, la città di cui diceva, nel suo fiero motto formale come una parola d’ordine: Roma o morte!
  Ebbene, dall’alto di quest’altro Gianicolo che è il Père-Lachaise, la collina dei morti, Balzac sembra dominare esso pure la Città, la grande Città da lui conquistata. E il suo busto, la sua faccia di bronzo, producono lassù, per coloro che pensano, la stessa impressione della statua equestre dell’eroe! … ».

  Emma Boghen Conigliani, Balzac e la contessa Henska [sic], «Vita Nuova. Rivista quindicinale illustrata di Lettere, Arti e Scienze», Roma, Anno I, Num. 5, 15 luglio 1899, pp. 6-7.
   Onorato Balzac era ancor vivente quando Teofilo Gautier lo riconosceva per un vero genio; eppure la gloria e la fortuna tardarono assai per lui e vennero solo quand’egli ebbe logorato nella lotta la sua fibra poderosa, vennero come ultimo e quasi unico sorriso della vita che tramontava per lui. «Il faudra que je meure pour que l’on sache ce que je vaux» aveva detto egli stesso.
  Nello scorso mese di maggio la Francia ha celebrato il centenario di Balzac nato a Tours il 16 maggio (sic) 1799, giorno di Sant’Onorato; e se il municipio di Tours, con un tratto eminentemente ridicolo, rifiutò il suo contributo per le onoranze al grande scrittore col pretesto che questi fu un clericale, la nazione gli aprì il Pantheon e di lui fu parlato e scritto in modo degno. A Tours il Brunetière lo commemorò con una conferenza seriamente critica, in cui valendosi dei giudizi del Taine e con originali considerazioni proprie, esaminò l’arte e l’opera del grande romanziere.
  Onorato Balzac, sommo come scrittore, fu originale e strano come uomo; il che dà una particolare attrattiva alla sua figura; la sua vita agitata, tempestosa, arditamente, ma dolorosamente in lotta continua contro la sorte, la sua febbrile attività maravigliosamente feconda, il suo represso ardore d’affetto nella fredda solitudine sono anch’essi un romanzo pieno di singolari aneddoti, di situazioni drammatiche e di sorprese, ora tragico nella titanica lotta di un uomo contro tutto e tutti, ora commovente nell’intima storia d’un’anima nobilmente innamorata, romanzo reale che si riflette nel romanzo letterario. Invero quest’ultimo fantastico per il lavoro potente d’immaginazione, che fuse i particolari raccolti con l’osservazione, è vero così che giustamente venne definito una storia naturale della società, uno studio della fauna umana. Animato dalla potenza d’un ingegno felicemente creatore, come severamente osservatore, il Balzac sa dare la gagliarda impressione della verità e della vita; eppure quella osservazione oggettiva, quello spirito e quasi quel metodo scientifico ch’egli portò nel romanzo furon opera d’un intuito pressoché divinatore, chè evidentemente cento vite gli sarebbero occorse per derivar tutto nella immensa opera sua dall’osservazione e di più egli frequentava pochissimo la società, poco viveva con gli altri, molto con sé stesso e chiuso in sé, studiando l’anima umana nell’anima propria con un senso del vero così giusto che tutto sembra artisticamente copiato dalla realtà, facendo della sua vita intima specchio alla vita del mondo, immaginando le sue donne sul tipo ideale di una di cui le lettere rompevano la tristezza della sua solitudine.
  Parlando delle donne di Balzac molti dissero cose belle ed acute (ricordo l’articolo di Guido Menasci nel Marzocco e quello firmato Foemina nel Gaulois), pochi ricordarono la creatura reale che fu protagonista del romanzo vissuto dall’insigne scrittore, Evelina Henska (sic), nata contessa Rzewuski, una polacca d’illustre famiglia, graziosa, seducente nella sua bellezza di donna e nella sua alterezza di patrizia, tipo d’eroina degno di star accanto a quelli che uscirono lievi come creature di sogno, e vivi come creature di carne dalla mente del Balzac; semplice e delicata al pari di Eugenia Grandet o come Renata Maucombe, affascinante come Madama di Beauséant o come Madama di Mortsauf. In contrasto col romanticismo che metteva l’amore al sommo delle aspirazioni umane, il Balzac vide, come notò il Brunetière, che il grande idolo non era l’amore, non era la gloria, ma il danaro, e fece del danaro il movente supremo della Commedia umana, e perciò appunto fu accusato d’aver corrotto quella società ch’egli semplicemente dipinse, né è sua colpa, se Eugenia Grandet e D’Arthez, eroi del dovere e del sacrificio trovarono meno seguaci di De Marsay, di Lucien, di Rastignac. Egli vide e ritrasse il male, egli che provò angosciosamente la tirannia del danaro, ma serbò nell’animo il culto degli affetti più alti. «Questo uomo meraviglioso, di cui il cervello in tumulto traboccava perpetuamente di progetti, di piani, di concezioni, d’intrecci romantici e di personaggi immaginari spesso più vivi di quelli della vita reale, e aveva un cuore tenero e appassionato che si struggeva nelle fiamme intime dell’amore più puro e più fedele, più impaziente e più sommesso, più devotamente vivo e più idealmente fervente per la donna certo superiore, ma forse un po’ indolente di cui, attraverso a distanze incommensurabili di tempo e di spazio rimase esclusivamente innamorato» scrive Feliciano Pascal.
  Quello per la Henska fu il più vero amore del Balzac: la duchessa di Castries, civetta quanto bella e tanto gran dama quanto cuore piccolo e meschino non seppe che addolorarlo con una delusione ed egli se ne vendicò da artista ritraendola nella duchessa di Langeais che pur nella sua vanità e nella sua falsità rimane attraente. Carolina Marbouty, che scriveva col pseudonimo di Clara Brunne e che venne in Italia col Balzac travestita da uomo, gli lasciò un ricordo più dolce, immeritatamente dolce però, s’ella potè far di lui una caricatura calunniatrice in un romanzo che ormai nessuno legge più.
  Egli aveva nell’anima il desiderio, il bisogno d’un affetto più alto; nella sua Turenna dove «les douces et tranquilles pensées poussent en l’âme comme la vigne en terre» egli sognò il tipo della donna che avrebbe voluto amare: la sua dama di Mortsauf, signora gentile del castello di Clochegorde (sic) (che si chiama in realtà Chevrière e dove oggi abita Giulio Mary) e l’eroina è degna del paesaggio, il giglio è degno della valle, l’armoniosa valle dell’Indre in cui la striscia argentina del fiume si svolge nelle sue snelle curve tra l’ombra dei salici, le praterie soleggiate, i cespugli fioriti tra cui, qua e là, sorgono le cime alte dei pioppi e di cui il tranquillo silenzio è rotto dalla lieta voce dell’acqua mossa dalle ruote de’ mulini.
  Il sogno del Balzac ebbe un riscontro nella realtà. Evelina Henska, d’intelligenza viva, di coltura non comune, educata con libertà e con finezza insieme, viveva nella ricchezza e nel lusso, ma d’una vita più malinconica che gaia, lontana dalle frivolezze del gran mondo: suo padre, Adriano Rzewuski, era stato l’ultimo ambasciatore nominato dalla repubblica polacca prima dell’estremo evento in cui perì la libertà di quel popolo infelice e la tristezza della patria perduta sembrava gettar un’ombra di gentile mestizia sulla candida fronte della giovine contessa.
  I suoi primi rapporti con lo scrittore furono avvolti nel secreto d’una corrispondenza anonima, di cui il fascino femminilmente profondo ispirò al Balzac un ardente desiderio di conoscere l’ignota, la quale mostrava di aver così ben conosciuto e compreso l’uomo nell’autore e d’aver apprezzato la nobiltà dell’uno come il genio dell’altro. Nel mistero che era per lui la donna viva, le lettere di lui furono come un raggio di sole, ed egli si rivolse a quella ignota come alla più bella tra le sue fantasie di artista, giungendo in breve ad amarla con l’adorazione dell’artista appunto per il più suo caro ideale e insieme con l’ardore di una natura appassionata. Nelle Lettres à l’étrangère che vennero or non è molto pubblicate, questa passione si rispecchia nitidamente e ci fa conoscere meglio assai l’uomo, il quale, nel suo aspetto quasi volgare, nel vigore della sua figura più che robusta, nella sovranità chiassosa della sua voce, nella violenza del suo gestire, nella trascuratezza delle sue vesti che i Goncourt notarono (come altri notò la trascuratezza del suo stile, l’una e l’altra ben naturali in un lavoratore come lui), nascondeva un’anima non soltanto d’una rara energia, di una ferma lealtà, ma altresì di una delicatezza e di una affettuosità straordinaria. Quelle lettere non possono venir lette senza commozione; per servire alla biografia di lui altri scrisse: Balzac en pantoufles, Balzac au collège, Balzac propriétaire; in esse v’è ancor più che Balzac innamorato, vi è Balzac uomo e tale da meritar tanta stima, quanta ammirazione, quale scrittore, si è guadagnata.
  All’amica egli non parla del suo amore soltanto, ma di tutta la sua vita; le confida le immense fatiche che egli continuò ad imporsi deliberatamente finchè gli ressero le forze; co’ suoi imprudenti tentativi commerciali caduto nei debiti per liberarsene e raggiungere lo scopo supremo della sua vita, facendo sua la donna amata, egli si struggeva in una febbre di lavoro, in una operosità quasi tragica.
  Balzac e la contessa Henska si conobbero personalmente a Neuchâtel sulla fine del 1833, si rividero in Francia e in Germania; quand’ella rimase libera, mortole il marito, Balzac decise che, ad ogni costo, sarebbe giunto a conquistarla e gli anni raffermarono il suo proposito come le difficoltà lo resero più saldo. Nel 1845 Balzac e la contessa con la figlia e il genero di lei vennero in Italia; più tardi lo scrittore passò due anni nel castello di Wierzchownia nella Russia meridionale, dove il 14 marzo 1850 sposò la sua fidanzata, malgrado la viva opposizione della famiglia di lei.
  Pareva che così il lungo romanzo si fosse chiuso felicemente; ma pochi mesi di poi Onorato Balzac moriva, non troppo presto tuttavia, poiché egli aveva provato la felicità e conquistata la gloria.

  Edoardo Boutet (Caramba), Aneddoti. Emanuel al «Rossini», «Le Cronache Drammatiche», Roma, Anno I°, II° Trim., Fasc. XXVI°, Vol. II°, 24 settembre 1899, pp. 201-204.
  p. 203. Un’altra fra le interpretazioni più complete e più caratteristiche dell’Emanuel fu la potente creazione di Balzac: Mercadet. Che successo! Le repliche non si contavano più. E quando la prima sera, Emanuel si presentò, coi grandi baffi coperti, gli occhiali sul naso, la faccia pallida solata di rughe, l’alto colletto bianco e il largo cravattone scuro, tutto di nero, la persona un po’ ricurva, fu salutato da fragorosi battimani: il trucco già riassumeva lo studio profondo dell’artista e l’altezza dell’interpretazione. Su quella piccola scena, su quel piccolo teatro, Emanuel aveva come una visione anticipata dell’avvenire, e il pubblico godeva la spirituale dilettazione per quell’arte nel momento della sua bellezza prima.


  Tommaso Bruno, Diritti d’autore [20 settembre 1899], in AA.VV., Il Digesto Italiano. Enciclopedia metodica e alfabetica di Legislazione, Dottrina e Giurisprudenza, Diritto amministrativo civile, commerciale, penale, giudiziario costituzionale, amministrativo, internazionale, pubblico e privato, ecclesiastico, militare, marittimo. Storia del diritto. Diritto romano, legislazione comparata diretta da Luigi Lucchini. Volume IX Parte Seconda, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1898-1901 [1903?], pp. 548-751.

 

  p. 723. E il noto romanziere Balzac, in più luoghi delle sue opere, non cessò mai dall'esprimere la sua meraviglia e il suo dolore perché il diritto comune fosse sospeso in Europa per ciò che concerneva i difficili prodotti dell’intelligenza, mentre le merci di qualunque specie correvano da uno Stato all’altro sotto la protezione di accordi internazionali.


  Ampellio Bruschetti, La Società del Giardino in Milano. Memorie ed Appunti, Milano, Stabilimento Tipo-Lito L. Zanaboni & Gabuzzi, 1899, pp. 134.

Capitolo V, pp. 31-35.
  pp. 33-34. Nel 1837 giungono a Milano l’eminente letterato francese onorato Balzac, il celebre pianista Francesco Liszt, in compagnia di Daniela Stern, pseudonimo di Maria di Flavigny, chiara letterata; e più tardi nel 1838 il valoroso pianista Thalberg.
  Onorato Balzac, ammirato e festeggiato, contrasse a Milano preziose amicizie, con la Fanny Sanseverino Porcia, con la contessa Eugenia Attendolo-Bolognini, i cui nomi si leggono tra quelli delle più eleganti e intelligenti signore che frequentavano le nostre accademie, le nostre feste.
  Nell’elenco dei nostri Soci fino al 1830 il conte Gian Giacomo Attendolo-Bolognini e così il conte Tullio Dandolo, il quale ebbe col Balzac un serio diverbio, che poco mancò degenerasse in litigio, per gli aspri giudizi che il letterato francese si era lasciato sfuggire sui Promessi Sposi del Manzoni e sui romanzi del Grossi e del d’Azeglio.
  Alla contessa Attendolo-Bolognini, Balzac dedicò un suo lavoro: La Fille d’Eve (sic), colle seguenti graziose parole:
  «Vous voyez que si les Français sont taxés de légèreté et d’oubli, je suis Italien par la constance et le souvenir»(1).
  (1)  Barbiera: Salotto della contessa Maffei.

  Guido Bustico, Svolgimento storico del romanzo italiano nel secolo XIX, «Rivista politica e letteraria», Roma, Anno Terzo, Volume IX, Fascicolo II, 1° Novembre 1899, pp. 133-150.
  pp. 142-143. Quando in Francia il Romanticismo declinava, degenerato nell’orgie passionali di Alfredo de Musset, di Carlo Baudelaire, di Enrico Murger, che ebbero come archimandrita Theofilo Gauthier (sic), che ne divenne anche lo storico arguto, un altro genere di romanzo era già sorto e fioriva, il romanzo sperimentale che col Balzac, col Flaubert, con i De Goncourt, con lo Zola si è poderosamente affermato, bandendo i suoi dogmi a tutte le nazioni d’Europa. E questo genere di romanzo che consiste nel rilevare l’importanza dell’«ambiente» rispetto alle creature che si muovon per entro, che pone per base i principii moderni dell’evoluzione, studiando i mali della società presente, o l’uomo come organismo nella natura, e analizza lo svolgersi delle passioni dell’animo suo nell’urto della vita, con un eccesso di realismo, questa forma d’arte scese in Italia dove conquistò, più per la sua apparenza di novità, che per sua giustizia, ammiratori, proseliti e imitatori.
  Taluni credono che il naturalismo sia una forma nuova d’arte, uscita come per incantesimo dalla penna del Balzac, come minerva uscì d’un tratto dal cervello di Giove, mentre questa forma d’arte è antichissima, svolgendosi sempre più a mano a mano da Euripide a Plauto, alle commedie del rinascimento; dalle novelle del Sacchetti al teatro di Shakespeare a quello del Goldoni. Certamente il Balzac può chiamarsi il padre del romanzo naturalista, ed infatti che cosa era il romanzo prima di lui? Egli seppe farne un documento umano, uno strumento d’inchiesta sociale, storia e critica della vita. Egli dimostra come «la società non fa dell’uomo, secondo gli ambienti dove la sua azione si esercita, tanti uomini differenti quante vi sono varietà zoologiche?». Egli seppe rievocare, superbi fantasmi nell’arte, tutti quei foschi tipi che niuno aveva per anco descritti, egli diventa così l’osservatore dei caratteri, il classificatore dei tipi, il nomenclatore delle condizioni sociali: nell’opera sua egli studia tutte le passioni del cuore, tutte le inquietudini dello spirito, tutti gli aspetti della vita, tutti i problemi umani.

  Felice Cameroni, Perché si dedichi una via allo Stendhal, «Il Tempo», Milano, n. 5, 19 Gennaio 1899, pp. 1-2.
  p. 1. Anche Byron nell’autunno del 1816, Balzac nelle lettere del 1837-38, i Goncourt nell’Italie d’hier del 1855-56, […] ed altri celebri autori manifestarono impressioni e giudizi intorno a Milano, ma furono tutti superati dallo Stendhal, nell’analisi della vita Milanese de’ suoi tempi.

  Carlo Cantoni, Sul concetto e sul carattere della Psicologia (a proposito del libro di Guido Villa «La Psicologia contemporanea»), «Rivista Filosofica», Pavia, Premiata Tipografia Fratelli Fusi, Anno I, vol. II, Marzo-Aprile 1899, pp. 239-271.
  pp. 264-265. È questa una facoltà meravigliosa [rivivere in noi stessi la vita degli altri], necessaria in molte discipline e nella vita pratica. È necessaria in questa, perché, importando sovra tutto in essa di agire convenientemente sugli altri uomini, quest’azione non può essere efficace e buona se noi non li conosciamo e non abbiamo in noi un’eco viva e profonda della loro vita; essa è necessaria al poeta drammatico e al romanziere e ne è anzi la principale facoltà, e mi basti ricordare che ad essa debbono quasi tutta la loro grandezza il Shakspeare (sic) ed il Balzac; […].
  p. 267. Noi, mettendo bene da parte il Bourget, diremo al Villa che per ora crediamo d’imparare intorno alla natura spirituale dell’uomo più da Pascal, dal Leopardi e anche da romanzieri come il Balzac che non da parecchi trattati di psicologia sperimentale.

  Gilmo Cappello, Balzac, «Gazzetta dell’Emilia. Monitore di Bologna», Bologna, Anno XL, Num. 139, 20 Maggio 1899, pp. 1-2.
«Le nom de Balzac se mêlera à la trace

lumineuse que notre époque laissera

dans l’avenir».

Victor Hugo

  Una vanità smoderata, una sete insaziabile di denaro, un ingegno possente; ecco come in poche parole potrebbe delinearsi la fisionomia morale del più fecondo romanziere del secolo. Sorretto da una fantasia, sempre galoppante alla ricerca dei soggetti più strani, da una penetrazione osservatrice prodigiosa, egli scrive volumi su volumi, sollevando attorno a sé alto clamore di lodi e di invettive, accendendo lumi e simpatie che rimangono parlante testimonio della sua ciclopica potenza, a guisa di monumento gigantesco ai posteri.
  Nato a Tours, fra le tumultuose vicende della prima repubblica, il primo pratile dell’anno settimo (20 maggio 1799) crebbe nei fremiti dell’impero napoleonico, e l’immaginazione fervida del giovinetto rimase suggestionata dal fascino luminoso intenso che si sprigionava da quell’epopea. Succhiò col latte l’ambizione che, come lebbra fatale, corrompeva gli animi dei migliori fra i suoi contemporanei; assimilò incoscientemente la smania febbrile di salire, che vinceva tutti gli spiriti in quei tempi agitati.
  Educato nel collegio di Vendôme, non dà prova né della futura genialità, né di una grande inclinazione agli studi; come Alfieri, come Lamartine, come il russo Pouchkine, del quale fra pochi giorni ricorre pure il centenario, come una fitta coorte di altri eletti; del suo mattino nebbioso, incerto non si presagisce quella splendida giornata che doveva brillare sul mondo.
  Né, uscito dal Collegio, gli arrise benevole nei primi anni la sorte. Dopo aver scritto varî romanzi, che oggi più non si leggono, tentò le imprese commerciali, inaugurando e dirigendo uno stabilimento tipografico; ma gli affari gli si mostrarono così contrari, che dovette abbandonare l’azienda carico di debiti, e rivolgersi nuovamente alla letteratura.
  Cominciò da quel disastro finanziario la vita d’indefesso, mirabile lavoro cerebrale. Raccolto nel silenzio della sua stanza per mesi interi, colle imposte ermeticamente chiuse, colle tendine calate, era capace di scrivere talvolta per dieciotto ore al giorno trascurando tutto e tutti, non leggendo lettere, dedito in modo assorbente alla costruzione del suo colossale lavoro letterario; di lui biografi ce lo dipingono in questi momenti di morbosa operosità avviso dinanzi ad una scrivania carica di libri e di carta, con quattro candele accese notte e giorno, avviluppato in una veste da camera bianca, che sembrava la tonaca di un frate domenicano, col petto ignudo, le maniche rimboccate sino ai gomiti.
  Aveva la testa grossa con una folta selva di capelli, che gli piovevano alla Nazzareno sul colletto e sulle gote come una criniera poco famigliare all’azione delle cesoie. I lineamenti ottusi, le labbra tumide, l’occhio dolce ma vivacissimo davano un aspetto bizzarro, inestetico benché simpatico al suo volto. La passione che avvampava come fuoco inestinguibile in quello spirito fertilissimo, era la religione di se stesso. Soleva dire negli slanci più infrenabili del suo egotismo: «In Francia, non esistono che tre uomini i quali conoscono la lingua nazionale: Victor Hugo, Teofilo Gautier ed io». Meno male che un tenue senso di modestia lo induceva a non collocarsi primo fra cotanto senno.
  Un altro fatto caratterizza la febbre di quell’anima. Teneva nella propria camera una statuetta di Napoleone e sul fodero della sciabola vi si leggevano queste parole, degne di Capaneo: «Ciò che egli non ha potuto compiere colla spada, io la finirò colla penna. Onorato di Balzac». Ed in forza di questo auto feticismo dedica il suo genio a descrivere, con arte di cesellatore, le più vili passioni degli uomini, forzando la musa affinchè
pari ai vili
Mima, il pudore insulti
Dilettando scurrile
I bassi genii al fasto
occulti
  imprimendo al lavoro quel carattere d’immoralità, quel sapore di frutto proibito che lo rende così accetto al pubblico sempre avido di piaceri malsani, sempre alla carica di raffinatezze sensuali. Pareva che provasse un intimo compiacimento nell’analizzare le sensazioni basse, le impurità, le corruzioni sociali. Molte volte anzi, col pretesto di ritrarre costumi, esagera le tinte, attribuendo al nostro tempo, eventi, vizii, persone generati e scaturiti unicamente dalla sua traviata immaginazione. Una lente d’ingrandimento d’equivoco colore si frappone fra la sua pupilla e l’obiettivo che intende descrivere; spesso generalizza la corruzione attuale, che le sue pitture hanno per fine di sviluppare piuttosto che combattere.
  A giustificazione di tale lavorio putrido, non di rado Balzac adduce l’esempio di Rabelais, ma le oscenità amene di quest’altro grande scrittore videro la luce in tempi nei quali effettivamente la norma della vita imperava in guisa molto libera, assai più volgare e bassa della nostra; e benché il Rabelais possedesse intera la brutale giovialità del suo secolo, tuttavia nel suo unico verismo conserva ancora maggior senso morale di Balzac.
  Per parlare degnamente dell’opera d’infaticabile fisiologo converrebbe uscire dai modesti limiti d’un articolo di giornale e assurgere alla gravità dei trattati voluminosi; non torna quindi opportuno diffondersi qui tanto più che uno scritto commemorativo deve mantenersi alieno dalle minuzie che possono recare tedio al lettore. Basterà, per dare un’idea della mole letteraria del Balzac, accennare al suo lavoro magistrale la Commedia umana che compendia i tre quarti degli scritti della sua vita; l’autore si propone in questa collana romantica, di notomizzarla nelle più intime pieghe e di innalzare un ricco trofeo dei vizii e delle virtù (ma più dei vizii) all’umanità.
  Non un dettaglio delle vicende psicologiche del nostro secolo sfuggì alle pazienti ricerche; dal salottino squisitamente arredato dell’aristocratica depravata si discende fino al covo sanguinoso del malandrino; tutto il triste esercito del delitto, dei furfanti in guanti gialli ed in abito di seta, agli abitanti delle taverne e dei lupanari ci sfila foscamente dinanzi; non un’infamia, né una viltà ha tralasciato di porre nella prosa, rivelando con una forza drammatica commoventissima tutto il laidume cancrenoso del mondo odierno. La Commedia umana contiene: «le scene della vita privata, quelle della vita parigina e della vita politica; una scena militare e tre della vita di campagna; infine studi filosofici e studi analitici».
  Nel 1848, quando già l’uomo comincia a piegarsi sotto l’enorme lavoro compiuto sposava la ricca polacca contessa Evelina de Hanscka (sic), che s’era entusiasmata del genio di lui, leggendo l’interessante scritto Il Medico di campagna.
  Ma lo sventurato Balzac cominciava appena a godere di questa esistenza elegante il cui miraggio aveva sempre inebriato la sua immaginazione d’artista, quando soccombette per ipertrofia cardiaca. La salma dorma ora l’eterno sonno nel cimitero del Père Lachaise; e dall’alto della lugubre collina l’effigie bronzea del romanziere guarda quella di Parigi nella quale tanto soffrì l’anima laboriosa e che con arte mirabilmente sottile e minuta descrisse.

  Luigi Capuana, Nuovi ideali di critica. Conferenza, Pisa, Teatro Nuovo, 11 maggio 1899, ora in Cronache letterarie, Catania, Cav. Niccolò Giannotta Editore, 1899, pp. I-XXXII.
  pp. XIX-XX. Come non vi accorgete che, con lievi, apparenti modificazioni ci ricantate sempre la stessa storia? Sono secoli e secoli che voi artisti ci parlate di amore, di gelosie, di tradimenti coniugali e cose simili! L’amore? Abbiamo già Giulietta e Romeo; non ci avete più saputo dare niente di meglio. La gelosia? Abbiamo Otello e non vi siete ancora stancati di ricopiarlo. L’adulterio? Ma non vi sembra che bastino, per non parlare degli antichi, Madame Marneffe e Madame Bovary?

  Francesco Carbone, Letterati – Editori – Pubblico, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 15, 15 Aprile 1899, pp. 117-118.
  p. 117. Dunque, non soltanto la pochade ma anche il romanzo è una produzione esclusivamente francese, come il cappellino all’ultima moda e la danseuse eccentrica! […]
  E dire che noi sino ad ieri ci cullavamo nella dolce illusione di credere che D’Annunzio, Capuana, Verga, Serao, Fogazzaro, De-Amicis, Rovetta, Fleres, e tanti altri minori, fossero dei romanzieri e che i loro lavori potessero reggere al confronto con quelli di Bourget, di Daudet, di Balzac, di Paul Adam e anche di G. Ohnet!
  Illusioni, illusioni le nostre!

  Giorgio Cattellani, Note balzachiane a proposito del prossimo centenario, «L’Illustrazione Italiana. Rivista settimanale degli avvenimenti e personaggi contemporanei», Milano, Anno XXVI, n. 21, 21 Maggio 1899, pp. 343-344.


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  Il venti maggio ricorre il centenario di Honoré de Balzac, nato a Tours nel 1799 e morto a Parigi il 19 (sic) agosto 1850. Il centenario sarà celebrato in Francia; ma, tra lo scandalo dell’affaire e i preparativi dell’esposizione, questa festa del Genio passerà modestamente, meschinamente forse, e sarà quasi una diminutio per l’orgoglio schiacciante e la sfolgorante gloria di quegli la cui memoria si vorrebbe onorare.
  Sarebbe inopportuno narrare qui la vita o tentare uno studio, pur brevissimo, dell’opera di lui; la quale dall’Héritière de Birague – scritta nel 1822 e pubblicata, come tutte le Oeuvres de jeunesse, con uno pseudonimo – va a quel meraviglioso episodio della Comédie humaine ch’è la Cousine Bette, libro di cui Sainte-Beuve, che non amò mai Balzac, scriveva: “on n’a jamais plus étalé le sans-dessus-dessous de la guenille humaine”.
  Sainte-Beuve, homme aux classiques, accademico ad oltranza, doveva – dice Taine – ragionare così:
  “Quand je lis quelqu’un c’est comme si j’admettais chez moi un homme bien élevé et sachant causer. M. de Balzac parle comme un dictionnaire des arts et métiers, comme un manuel de philosophie allemande et comme une encyclopédie des sciences naturelles. Si par hasard il oublie ces jargons, il reste de lui un ouvrier gouailleur qui polissonne et crie à la barrière. Si l’artiste enfin se dégage, je vois un homme sanguin, violent, malade, hors de qui les idées font péniblement explosion en style chargé, tourmenté, excessif. Pas un de ces gens ne sait causer, et je n’en admets pas dans mon salon … Dans un salon le premier devoir est de ne point déplaire, le second est de plaire”.
  Sainte-Beuve dunque, il quale scriveva:
  “l’oeuvre d’art ne doit exprimer que ce qui élève l’âme et la rejoint noblemente (sic) et rien plus; le sentiment de l’art ne doit porter que là dessus, tout le reste est faux”
  doveva trovare abbominevole l’opera di Balzac; tanto più in quanto che Balzac era nei libri di un pessimismo e di un cinismo irritanti, e nella vita di un orgoglio insopportabile.
  “Les caisses d’épargne – egli ha affermato – encouragent les domestiques à voler leurs maîtres”. – “Ah, nous avons encore quelques petites linges tachées de vertu !” dice Vautrin a Rastignac, proponendogli l’assassinio di Taillefer figlio ; e dimostrandogli che per vivere nel gran mondo la sola biancheria gli costerà migliaia di lire all’anno, soggiunge: “L’amour et l’église veulent des (sic) belles nappes pour leurs autels”.
  Quanto all’orgoglio – fondato quanto si voglia, ma che non cessa per ciò di essere una qualità negativa e sgradevole – esso fu in Balzac smisurato.
  Allorchè il padre, cui egli esternava la volontà di andare a Parigi a fare il letterato, gli osservò: “buona e bella cosa le lettere, ma bisogna regnarvi sopra gli altri”. “Et j’y serai roi!” rispose il giovine Honoré. Il giorno in cui ebbe l’idea di riunire l’opera sua in un insieme formante la Comédie humaine, entrando nel salotto di madame Surville, sua sorella, egli le disse a l’improvviso: “Madame, saluez un homme de génie …”.
  Egli teneva sul caminetto nella sua camera una statua di Napoleone, sul fodero della cui spada, aveva scritto: “Ce qu’il n’a pu achee par l’épée je l’accomplirai par la plume – Honoré de Balzac”. A Champfleury, il celebre inventore del realismo, egli diceva: “Vous me ressemblez, je suis content pour vous de cette ressemblance”. Un’altra convinzione ch’egli non nascondeva era questa : “Il n’y a que trois hommes à Paris qui sachent leur langue : Hugo, Gautier et moi”. Un giorno parlando degli anestetici da poco applicati alle operazioni chirurgiche, egli disse : “Dût-on me couper une jambe, je ne me ferais jamais chloroformer; je ne voudrais jamais abdiquer à mon moi”.
  Ma celebre sopra tutto è la sua conoscenza personale con la Gloria.
  “La Gloire – diceva Balzac – à qui en parlez-vous? je l’ai connue, je l’ai vue. Je voyageais en Russie avec quelques amis. La nuit vient, nous allons demander l’hospitalité à un château. À notre arrivée la châtelaine et les dames de compagnie s’empressent ; une de ces dernières quitte, dès le premier moment, le salon, pour aller nous chercher des réfraichissements. Dans l’intervalle on me nomme à la maîtresse de la maison ; la conversation s’engage et quand celle des dames, qui était sortie, rentre, tenant le plateau à la main pour nous l’offrir, elle entend tout d’abord ces paroles : – Eh bien ! monsieur de Balzac, vous pensez donc … – De surprise et de joie elle laisse tomber le plateau de ses mains et tout se brise. N’est-ce pas là la Gloire?”
  Di aneddoti su Balzac vi sarebbe da formare un volume, come le sue opere formano una piccola biblioteca, e un’altra biblioteca formerebbero i libri che trattano della sua vita e della sua produzione.
  Uno di questi libri assai curioso, l’unico del genere che un romanziere abbia avuto la potenza di inspirare, è il Répertoire de la Comédie humaine dei signori Cerfbeer (sic) et Christophe con prefazione di Paul Bourget. Esso è un dizionario biografico contenente nomi, vita, morte e miracoli delle parecchie migliaia di personaggi della Comédie humaine, né più né meno che se fossero personaggi storici!
  Un episodio della vita del docteur és-sciences sociales (come Balzac amava tanto chiamarsi) che vale la pena di ricordare, in questa ora in cui Zola è vittima della sua generosa difesa di Dreyfus, è la difesa di Balzac pro Peytel. Costui, ex giornalista, noto a Parigi nello ambiente artistico e letterario, si ammogliò e si stabilì notaio in un paesello di provincia. Un giorno, dopo alcuni anni, nel 1839, in aperta campagna egli uccise la moglie e un servo che li accompagnava nella passeggiata. La giustizia volle che egli avesse ucciso la moglie per ereditare e il servo per disfarsi di un testimone; l’imputato si protestava innocente, ma rifiutava ogni spiegazione sul misterioso fatto; però fu condannato a morte.
  Balzac, fosse amicizia per Peytel, fosse amore della giustizia e della verità, fosse – come dice Leone Gozlan – l’ambizione di emulare Voltaire ed aggiungere un’altra piuma d’oro all’ala maestosa del proprio genio – Balzac cercò di fare annullare il verdetto dei giurati e scrisse una lettera-difesa ch’è una meraviglia di logica e di argomentazione. Ma non ottenne nulla, anzi si suscitò contro antipatie e odî; i più benevoli lo compatirono come per una debolezza ridicola … e Peytel, innocente o reo, morì sul patibolo.
  Chi ama certi bizzarri raffronti, chi crede alla fatalità dei nomi può notare la z, la l e la forte accentuazione dell’a finale, comune ai nomi di Zola e di Balzac; e il dittongo ey – raro in francese – comune ai nomi di Peytel e di Dreyfus.
  Balzac alla fatalità dei nomi credeva; ed è degna di menzione la interminabile passeggiata fatta da lui a traverso le vie di Parigi tappezzate di ditte e d’insegne – trascinando a rimorchio il povero Gozlan recalcitrante – per ricercare il celebre nome di Z. Marcas, ch’egli impose al protagonista d’uno dei suoi racconti più belli e al quale premise una monografia, ove tra l’altro è detto:
  “Je ne voudrais pas prendre sur moi d’affirmer que les noms n’exercent aucune influence sur la destinée. Entre les faits de la vie et le nom des hommes, il est de secrètes et d’inexplicables concordances, ou désaccords visibles, qui surprennent ; souvent des corrélations lointaines mais efficaces se sont révélées. Notre globe est plein; tout s’y tient. Peut-être reviendra-t-on quelque jour aux sciences occultes …”.
  E ci siamo tornati davvero!
  Se Balzac apprezzò poco la critica, disprezzò a dirittura giornali e giornalisti; è nota la pittura che di costoro egli fa in Illusions perdues; ma ignorata dai più è quella Monographie de la presse parisienne che pubblicò, illustrandola di caricature, in una raccolta intitolata La grande Ville. È qui ch’egli inventa per i giornalisti il complicato epiteto rienologues, e narra come l’emiro Abd-el-Kader dicesse un giorno a un generale di Luigi Filippo, che chiedeva all’arabo come le sue bande fossero così bene informate dei movimenti delle truppe francesi: “Io non avevo spie, vi assicuro, ma mi contentavo di leggere i vostri giornali!”
  Il popolo ha definito Balzac volta a volta così: “Le musée Dupuytren (museo anatomico) in-folio – Un beau champignon d’hôpital – Saint Simon peuple”.
  Taine ha detto di lui:
  “Avec Shakespeare et Saint-Simon, Balzac est le plus grand magasin de documents que nous ayons sur la nature humaine … Le spectateur voit moins vite, moins aisément, moins splendidement avec Balzac qu’avec Shakespeare, mais les mêmes choses, aussi bien et aussi avant”.
  Eppure quest’uomo orgoglioso e grande, questo conquistatore della penna, il quale, più che ritrarre il mondo del suo tempo, ha – più forte, in ciò, di un conquistatore – plasmato a sua volontà il mondo che doveva succedergli, poiché in verità le genti del nostro mondo, dalla metà del secolo ad oggi, non sono che personaggi di Balzac: giovani di Balzac, vecchi di Balzac, medici, poliziotti, politici, soldati, avvocati, finanzieri, usurai, giornalisti di Balzac e donne, soprattutto, donne di Balzac; questo genio creatore di cui Philarète Chsles, comprendendolo intero, diceva: “C’était mieux ou pis qu’un observateur ou un analiste (sic), c’était un voyant”; questo veggente nella cui opera di trova di tutti i generi e per tutti i gusti, poi ch’egli fu il precursore dei naturalisti, dei simbolisti, dei decadenti e perfino dei superuomini di Nietzsche e di d’Annunzio (chi non ricorda la sovrumana figura di Louis Lambert?) pur essendo il rivale dei classici e dei romantici del tempo suo; questo artista grande e universale, nella cui opera tutte le forme del pensiero umano hanno una manifestazione potentissima, – quest’uomo visse povero; e questa povertà, che pur non lo faceva soffrire pei suoi bisogni limitati e modesti, fu (oh! piccolezza degli uomini superiori!) il tormento della sua vanità; essa lo umiliava tanto, innanzi all’étalage sfarzoso ed abbagliante di Dumas, di Lamartine, di Chateaubriand, ch’egli, a coprirla, a nasconderla, ricorse a un’iperbole continua: i debiti.
  Questi debiti di Balzac, dei quali il mondo si è tanto occupato e da cui era accompagnato ogni passo della gloria di lui; questi debiti, dei quali egli intratteneva tutti in Francia e all’estero, parlandone o scrivendone ad ognuno, dal gran signore del faubourg San Germano al suo giardiniere di Jardies, sempre con una verve affascinante e inesauribile; questi debiti, che hanno minacciato di divenire così celebri come le sue opere, – se pure non si vuole prestare piena fede a Gozlan, che afferma non abbiano mai esistito – sono stati certo immensamente esagerati.
  Balzac, collaborando alle riviste e ai giornali, era ben pagato … ma erano a suo carico le spese di correzione, correzioni strabilianti, rifazioni complete che ingoiavano quasi interi i compensi che gli erano devoluti! Quanto alla pubblicazione in volume di questi istessi scritti, allorchè i giornali del tempo annunziavano ch’egli aveva ricevuto 30000 lire dai suoi editori, erano 3000 che si doveva intendere.
  I guadagni di Balzac non superano le 12000 lire all’anno. Ora egli, che voleva lottare con Chateaubriand, con Lamartine, con Dumas come scrittore a milioni, non poteva lasciar credere – senza che il suo inchiostro ne arrossisse – di non ammassare anch’egli coi suoi libri somme inaudite. Per accreditare dunque questa bugia smentita dalla sua vita modesta, per convincere il pubblico che aveva anch’egli, come i suoi rivali, la pietra filosofale in fondo al calamaio, Balzac diede ai pochi debiti che aveva proporzioni colossali e favolose, e ne creò il minotauro divoratore dei milioni che la sua penna non fabbricava.
  La povertà di Balzac, per altro, fu per lungo tempo comune a quasi tutti i letterati dell’epoca, poiché la libreria era allora un’industria assai limitata in Francia. La librairie se meurt! scriveva egli, disperato, sulla Revue de Paris nel 1835; e constatava che le dieci case editrici, assez audacieuses pour entreprendre le chanceux commerce dei libri, non introitavano insieme, in tutta la Francia, un milione all’anno! Che cosa poteva toccare di questo milione a gli autori?
  A questa domanda rispose Emilio de Girardin, in un articolo pubblicato quell’anno stesso sul Musée des familles, e nel quale, facendo una inchiesta commerciale sull’industria e sui consumatori letterari, dice:
  Per una pagina manoscritta di Chateaubriand, del formato di un biglietto di banca, il direttore del Musée (Girardin stesso), ha offerto duemila lire e le tiene sempre pronte. Egli sapeva che il pubblico gliele avrebbe ripagate con usura sia per Chteaubriand, sia per Lamartine (Dumas era allora soltanto autore drammatico) … ma per gli altri?
  Gli altri – aggiungeva – possono dividersi nelle cinque categorie seguenti: I. Quelli le cui opere sono vendute fino a 2500 copie e si pagano da 3000 a 4000 lire al volume; essi sono due: Victor Hugo e Paul de Kock. II. Quelli venduti fino a 1500 copie e pagati da 1500 a 1750 lire, non sono quattro: Balzac, Soulié, Sue o Janin. III. Quelli venduti fino a 1200 copie e pagati da 1000 a 1200 lire; non sono sei: A. Karr, le bibliophile Jacob, la duchessa d’Abrantès, la Contemporaine (Ida Sainte Edme). IV. Quelli venduti da 600 a 900 copie e pagati da 500 a 600 lire; sono dodici (A. de Musset ne era forse). V. Quelli infine le cui opere si vendono al disotto di 500 copie e si comprano da 100 a 300 lire; essi sono innumerevoli (Théophile Gautier, dei cui Grotesques si vendettero 200 copie, appartenne per lungo tempo a questa categoria).
  La vita letteraria sessant’anni fa era dunque ben meschina in Francia. In quella istessa Francia, ove cinque o sei edizioni costituiscono oggi un insuccesso, ove sono molti i libri che arrivano e non cari quelli che superano le centomila copie in pochi anni, Balzac il povero grand’uomo, emetteva grida di vittoria quando esauriva un’edizione completa.
  Non è molto lontano, in Francia, ma in compenso è ben finito il tempo in cui Dickens chiedeva a Jules Sandeau quanto avesse guadagnato con la pubblicazione in volume di Mademoiselle de la Seiglière, e rimaneva stupefatto quando lo scrittore francese gli rispose:
  – Cinquecento lire.
  – Cinquecento lire! – disse il romanziere inglese – ma il mio Oliviero Twist mi avrà reso cinquecentomila lire!
  Povero Balzac, egli è nato troppo presto in Francia! All’epoca sua avrebbe dovuto scegliere l’Inghilterra; la Francia gli converrebbe ora, in cui la pâture à liseurs, come diceva Petrus Borel, è assorbita da centinaia di migliaia di stomaci; ma in Italia ... temo che in Italia, anche se vi nascesse oggi, egli resterebbe il magnifico affamato che fu, poiché qui da noi l’industria letteraria – per quanto alcuni di coloro che sono così audacieux pour entreprendre ce chanceux commerce, vi dedichino tutta la loro attività e il loro amore – è ben lungi ancora dal potere offrire a gli autori quei milioni, che furono il sogno e il tormento di Balzac.

  G.[iovanni] A.[lfredo] Cesareo, Critica nova*, in Conversazioni letterarie. Prima serie, Catania, Cav. Niccolò Giannotta Editore, 1899 («Semprevivi». Biblioteca contemporanea italiana), pp. 51-63.
  * Luigi Capuana, Per l’arte, Catania, Niccolò Giannotta, editore.
  pp. 58-60. Continua il Capuana a proposito dell’accusa che oggi si muove a’ romanzieri sperimentali d’imitare i francesi: «Prima di metterci a scrivere, guardammo attorno, davanti, addietro noi. Che vedemmo? Vedemmo il romanzo moderno già grande, già colossale in Francia, col Balzac, e neppure in germe in Italia. Sotto il piedistallo del monumento che il Balzac si è rizzato da sé aere perennius, vedemmo una schiera di scrittori di prim’ordine che ha lavorato a ripulire, a migliorare, a perfezionare la forma lasciata a mezzo dal maestro: il Flaubert, il De Goncourt, lo Zola, il Daudet, e dicemmo risolutamente: bisogna addentellarsi con costoro! Ci mettemmo subito all’opera». […].
  Come l’odierno romanzo francese procede dal romanzo realista del Balzac; come l’odierno romanzo russo procede dal romanzo realista del Tehernychefsky; come l’odierno romanzo inglese procede dal romanzo realista dell’Eliot, così l’odierno romanzo italiano avrebbe dovuto e dovrà procedere dal romanzo realista del Manzoni.

Anarchia letteraria, pp. 177-187.
  pp. 177-178. Chi si faccia a considerare, nella letteratura del nostro secolo, soltanto le intenzioni immediate e gl’innumerabili decoramenti, non ci si raccapezza; è una vera babilonia. […]
  Ecco, in Francia, il romanzo realista del Balzac, dei de Goncourt, dello Zola, del Daudet; in Italia, il romanzo idealista del Fogazzaro; in Russia, il romanzo evangelico del Dostoiewsky e del Tolstoi. […]
  p. 184. Che cos’altro è difatti il romanzo, e anche il dramma, moderno, se non una somma d’angosciose esperienze su la malattia del secolo? Basta guardare gli individui più noti. Rastignac è l’uomo che vuol arrivare ad ogni costo; pure attraverso la colpa, pure attraverso il delitto; […].

  Lucio D’Ambra, Félicien Champsaur [novembre 1899], in Le Opere e gli uomini. Note, figure, medaglioni e saggi (1898-1903), Torino-Roma, Casa Editrice Nazionale Roux & Viarengo, 1904, pp. 143-159.
  pp. 144-145. Comunque Dinah Samuel [1882], come esordio, è forse il libro più forte che uno scrittore abbia scritto a poco più di vent’anni. Dinah Samuel, questa grande prostituta e questa grande attrice, vi è spietatamente studiata e l’amore di Patrice Montclar per lei sale, talvolta, all’apogeo della passione e della sofferenza. Si disse di questo romanzo: libro a chiave! e si volle trovare in Dinah Samuel non altro che un trasparente pseudonimo e in Patrice Montclar, un ritratto dell’autore. E sia pure. Che importa? Romanzo a chiave? Dove, nella realtà della vita o altrove, hanno preso i loro personaggi, i romanzieri più grandi, Balzac, Dickens, Zola? Rastignac e Lucien de Rubempré, il padre Goriot e la cugina Betta, non ebbero, prima di essere nei libri balzacchiani, un nome ed un cognome ed uno stato civile sotto il regno di Carlo X o di Luigi Filippo? […].
  pp. 149-150. In questa trilogia [Le Mandarin – divisa in tre romanzi: Marquisette, Un Maître, L’Épouvante] lo Champsaur pose dei traguardi per la filosofia di domani, poiché riassume la nostra società contemporanea e sintetizza lucidamente la nostra epoca di negazione, di disillusione, di confusione di principii: è un’opera densa che fa pensare, poiché meglio e più in ogni altro libro suo, l’autore vi divincola idee e vi erige sistemi filosofici: un personaggio, il principale personaggio di questa trilogia, Claude Barsac, è degno di prendere posto, per esempio, fra i più grandi tipi balzacchiani della Commedia Umana. […].
  Lo Champsaur vi è romanziere della tradizione di Balzac e la sua opera, a volte, appare piena di una potenza d’altri tempi.

  Lucio D’Ambra, Cronache drammatiche. “Parassiti”. Commedia in quattro atti, di Camillo Antona-Traversi, rappresentata per la prima volta a Roma, al teatro Costanzi, dalla compagnia Leigheb-Reiter, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 32, 12 Agosto 1899, p. 254.
  Il commendator Gaudenzi è un carattere. Si potrà dire – e non sembri esagerazione la mia – si potrà dire un Gaudenzi, come si dice un Mercadet, un Rabagas, un Desjenais, od un Monsieur Adolphe. Io credo che consentirete nel dire che, per un autore questo è un invidiabile risultato.

  Alessandro D’Ancona, Spigolature nell’archivio della Polizia austriaca di Milano. – Manzoni – Stendhal, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Sessantanovesimo Della Raccolta, Volume CLXIII, Fascicolo 650, 16 gennaio 1899, pp. 193-215.
  pp. 197-198. Comunque vada, ora non è più il caso, come in addietro, di tacerne il nome nella storia della letteratura francese: il che fu fatto, ad esempio, in quella dell’inamidato accademico Nisard. Vivente, pochi si addiedero di lui [Stendhal] e del valore delle sue opere: fra questi, il Mérimée, al quale garbava forse più l’uomo, cui fu amico, che lo scrittore, e il Balzac, che scrisse un grande elogio della Chartreuse de Parme. […].
  La Chartreuse de Parme parve al Balzac «il Principe moderno, il romanzo che Machiavelli avrebbe scritto se fosse vissuto nel XIX secolo»: ma non sappiamo se quei personaggi che gli stranieri vi ammirano, perché par loro di ritrovarvi la personificazione del carattere italiano, siano Italiani veri e reali, o almeno, Italiani del secol nostro. Noi temiamo molto che, più che dall’osservazione di ciò che aveva sott’occhio, il Beyle li abbia cavati dalle storie e dalle cronache del secolo decimo sesto, esagerando alcuni tratti comuni fra il vecchio e il nuovo, e formando così l’immagine permanente e vivente della gente italiana.

  D’Artagnan, L’Esposizione di Belle Arti a Parigi nel 1899, «Rivista politica e letteraria», Roma, Stabilimento tipografico della Tribuna, Anno Terzo, Volume VII, Fascicolo III, 1° Giugno 1899, pp. 128-140.
  pp. 129-130. Non intendo scrivere un catalogo, né accennare alle statue equestri ed ai busti più o meno interessanti del Dallin, del Saint Gaudens, del Dubois, del Gerôme, del Béquet, etc., etc. Ricordo solo la statua del Balzac, del Falguière: raramente un artista ebbe dinanzi un soggetto più potente o più vasto: come mai nel Falguière non è passata neppure per un istante la visione dello scultore impareggiabile di tutti i tipi della borghesia francese del suo tempo, e del precursore de’ nuovi tipi di un mondo nuovo?!?
  E Rodin che l’anno scorso aveva divinato il genio e l’anima del creatore della Comédie Humaine, (nella famosa statua rifiutata poi dalla Società di Mutuo Soccorso «des gens de lettres»), espone quest’anno un busto del Falguière pieno di carattere, di forza di nervi: evidentemente essi sono solo l’espressione del talento, della personalità dell’anima … di Rodin. […].
  p. 133. Nel Balzac dell’anno scorso, nell’Eva di quest’anno, in tutte le geniali creazioni del Rodin, l’accademia ed il verismo sono egualmente banditi. La natura, vista attraverso un temperamento potente, è sempre in moto, e la personalità dell’artista, che assurge talvolta alle vertiginose altezze di un Dante e di un Michelangelo, penetra nell’anima divina delle cose. […].
  p. 137 […] per noi il Martin ed il Rodin sono quelli che rappresentano più fortemente, più intensamente la mentalità e l’arte francese nella pittura e nella scultura, come Balzac e Zola, che dopo aver creato il moderno romanzo francese, non hanno avuto nessun premio dall’Accademia (l’uno però ha già avuto l’onore del Panthoen, l’altro lo avrà fra cinquant’anni) così Rodin e Martin non hanno premii al Salon del 1899, ma in un avvenire non molto lontano saranno ben altrimenti onorati: (il tempo è galantuomo!!!).

  Raffaello Doni della Grazia (Mario Mazzolari), Zola paladino e i precursori, in Un’ora nel caos. Saggi minimi di critica e d’arte, Milano, Società Editrice Lombarda, 1899, pp. 327-339.
  p. 335. Emilio Zola, che non accusa come artista la figliazione dall’Hugo ed è piuttosto, ne’ suoi volumi migliori, un «novello Balzac», ha peraltro ereditato dal solitario del Patmos di Guernesay la tempra adamantina, il coraggio imperturbabile […]. […].
  p. 337. Lo Zola invece non aveva precedenti nella sua vita che potessero farci attendere da lui, per qualsiasi ragione, un atto eroico: il figlio del De Musset, del Balzac e del Taine era tutt’al più netto e franco d’una nettezza e franchezza un po’ rude […].

  Evelyn [Franceschi Marini], La corrispondenza amorosa di “Balzac”, «La Vita internazionale», Milano, Anno II, 20 Agosto 1899, pp. 117-120.


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  Le onoranze ultimamente fatte a Parigi alla memoria di Honoré de Balzac, hanno ridestato nel mondo letterario l’interesse per il celebre romanziere, il più grande senza dubbio per fecondità e per finezza psicologica del secolo che muore.
  È merito di Balzac, difatti, d’aver creato in Francia una scuola nuova e di essere stato il pioniere di un genere di letteratura che, dopo di lui, ha avuto molti … chiamati ma pochi eletti … .
  Difatti il solo romanziere odierno che possa rivaleggiare da lontano col Balzac, sarebbe lo Zola, ed un minuzioso confronto tra questi due titanici ingegni, formerebbe uno studio interessante: ma mentre si rassomigliano per la potenza creativa e per la fecondità straordinaria, quanta differenza passa tra loro nello stile e nel modo stesso di analizzare e di descrivere!
  Balzac è l’aristocratico artista della penna, il quale sembra che scriva, come Buffon, in jabot e in manchettes de dentelle; e che nella quiete del proprio studio, riccamente addobbato, tessa le sue creazioni immortali, ne limi e rilimi la forma, analizzi minuziosamente con delicato tatto (come orologiaio occupato in qualche finissimo lavoro) tutto il complicato meccanismo del cuore umano e ne rivela i più intimi congegni.
  Nulla sfugge al suo acuto sguardo indagatore; come abile chirurgo dell’anima è spietato, ma non mai brutale e conserva sempre anche nelle sue più ardite … operazioni (come la Physiologie du mariage) la decente gravità dell’uomo di scienza.
  In contrasto a lui, lo Zola non pretende all’arte aristocratica, egli è invece il forte popolano, dalla nuca e dalle spalle poderose, che, scamiciato, scende in piazza e si mescola alla folla per cercarvi i suoi tipi che poi dipinge a larghi tratti, a matita sanguigna, con forti luci ed altrettante forti ombre.
  Egli anatomizza l’umanità a colpi di scalpello con una brutale maestria che non manca però di finezza né di una certa grandiosità. Ma se Zola non sarebbe stato capace di cesellare Eugénie Grandet, Le Père Goriot o La Cousine Bette, per contro Balzac non avrebbe forse disdegnato di sottoscrivere a quella delicata creazione Zoliana che è “Le Rêve”.
  La recentissima pubblicazione dell’opera postuma di Balzac, ha pure ridestato in favore suo l’interesse popolare; quest’importante serie di grossi volumi stampati a cura di Calmann-Lévy, incomincia con la sua corrispondenza amorosa: “Lettres à l’Étrangère”.
  Il lungo carteggio indirizzato alla donna gentile, che divenne poi la sua moglie, è interessantissimo in quanto che getta una luce tutta nuova sul carattere intimo del grande romanziere, levando la maschera di freddo e cinico egoismo, dietro la quale si compiaceva nascondere il proprio essere sensitivo e riservato.
  Così da queste pagine calde, vibrate, luminose, balza, quale rivelazione, il vero Balzac, come artista e come uomo, con tutte le sue qualità ed i suoi difetti. Pieno di strani contrasti, ora animato da fiducia in sé e nell’avvenire, ora invece triste, scoraggiato, pessimista e apatico; ora collerico, ora mite ed indulgente; ora economo o scialacquatore, mondano o eremita, profano o religioso; ma in ogni sua fase morale, sempre sorretto e guidato da due grandi e forti passioni: l’amore per la sua arte (alla quale tutto sagrificò, gioventù, tempo, salute); e l’amore per la bella donna, per l’Eve adorata, che per oltre dieci anni fu la sua Egeria, consolatrice ed ispiratrice, e che divenne poi la sua moglie devota.
  In un volumetto pubblicato alcuni anni fa da Calmann Lévy “Un roman d’amour”, sotto il velo di un certo piccante mistero, fu lievemente tessuto questo soave idillio incominciato sotto gli stessi romantici auspici di quello di Mérimée con l’Inconnue. Nel 1832 il nome di Honoré de Balzac era già celebre.
  Egli imperava come lion nel mondo sociale-letterario parigino, quando un giorno poco dopo la pubblicazione del suo famoso romanzo “La peau de Chagrin”, ricevette da Gosselin, suo editore, una misteriosa letterina, profumata ed elegante, dalla fine calligrafia femminile.
  Avvezzo all’adulazione del pubblico muliebre, Balzac era per gettare la lettera con indifferenza sulla scrivania, insieme alla sua voluminosa corrispondenza giornaliera, se non che una specie di segreta intuizione, uno di quei misteriosi avvertimenti che ogni tanto ci dà il destino, lo spinse ad aprirla e leggerla con attenzione.
  La lettera conteneva una critica spiritosa sull’ultimo suo libro, e, sebbene scritta in un francese elegante e spigliato, spirava un esotico profumo che rivelava una penna straniera; difatti la scrittrice si firmava l’Étrangère e pregava Balzac di risponderle sotto le iniziali di H. de B. nel giornale politico La Quotidienne, ove egli collaborava. È curioso anzi notare che fu appunto in tal guisa iniziato da Balzac il sistema della “petite correspondance” adesso così largamente praticato nella quarta pagina di tutti i giornali.
  In tal modo ebbe principio questa amorosa corrispondenza del giovane e brillante romanziere parigino con M.me Hanska, nata contessa Ryewiska (sic), bellissima russa, maritata ad un uomo assai più attempato di lei, e che abitava per gran parte dell’anno il castello di Wierzchowaria (sic) in Ukraine.
  In questo carteggio platonico-amoroso è interessante di notare il graduale crescendo di simpatia e di confidenza di Balzac verso la sua ignota corrispondente, simpatia che finisce col mutarsi in ardente passione.
  Le prime lettere, che formano il preludio alla soave sinfonia, sono come i brillanti ed innocui passi d’armi d’un abile schermitore contro una graziosa avversaria, che, civettuola, lo provoca al duello.
  In esse Balzac si mostra cauto e riservato, come se cercasse di misurare lo spirito e la coltura della dama sconosciuta. Ma poi, ben presto, le risposte di lui si fanno più espansive; parlando dei suoi lavori letterari, danno un cenno della sua vita intima-morale e della sua solitaria esistenza di grande lavoratore, debolmente rischiarata dall’affetto più materno che amoroso della “Dilecta”, soprannome di una certa marchesa già sua amante.
  Appena passati pochi mesi, egli ha fatto rapidi progressi nell’intimità epistolare: chiama la bella ignota “sa chère étoile”, “son amie spirituelle”, le assicura che egli è “esclusif” (sic) e che non scrive ad altra donna: le dice pure: vos lettres me ravissent; vous vous faites aimer de plus en plus”; e poi soggiunge: “Mais s’aimer sans se connaître, est un vrai supplice! …”.
  Giunta la primavera, la dolce stagione dei fiori e dell’amore, il tono delle lettere diviene assai più intimo ed espansivo – egli dà sempre del voi alla corrispondete non più ignota ma che non conosce ancora di persona, e la chiama “mon ange chéri”, “Mon adorée Eve”, le offre l’esclusivo amore “d’un jeune homme dont les cheveux blanchissent, mais au coeur bien ardent”; le promette di recarsi senza indugio a Neuchâtel, ove essa allora si trova, per conoscerla di persona, dicendo: “Je viens à vous sans crainte; oui, je chasserai la timidité qui m’a laissé si jeune, et je vous tendrai una main vieille d’amitié, un front, une âme, pleins de vous …”.
  Finalmente, verso la fine di settembre, un bigliettino amoroso datato da Neuchâtel, ci rivela la presenza di lui presso la dona amata che tanto occupava i suoi pensieri.
  Un mese dopo egli è già di ritorno a Parigi e nella prima lettera intima datata di lì, incomincia per la prima volta a tutoyer l’amica, “l’ange bien aimée…”.
  L’amicizia platonico-amorosa ha fatto dunque gran progresso; egli torna anche ricco di teneri ricordi, riportando seco una bruna treccia di capelli, un anello “talisman” ed un ritratto di lei che tiene sul cuore; ha gli occhi ancora abbagliati dalla radiosa visione intraveduta; e quella visione e quei ricordi, lo aiuteranno a meglio sopportare la separazione e la sua vita di lavoro forzato e di solitudine morale.
  E tanto è allora la pienezza della sua nuova felicità, che, in una lettera, scritta a quell’epoca alla propria sorella, Balzac non sa nascondere né reprimere la gioia che gli inonda il cuore e confessa, senza rivelarne il nome, la sua grande passione, dicendo:
  “ … J’ai trouvé tout ce qui peut flatter les inutiles vanités de cet animal nommé l’homme, dont le poète reste la variété la plus vaniteuse … Mais, que dis-je de vanités? Non, il n’y a rien de tout cela. Je suis heureux, en pensées, en tout bien tout honneur … encore …”.
  E qui segue l’amorosa descrizione di lei:
  “L’essentiel est que nous avons vingt-sept ans, que nous sommes belle (sic) par admiration, que nous possédons les plus beaux cheveux noirs du monde, la peau suave et délicieusemente (sic) fine des brunes, que nous avons une petite main d’amour, un cœur naïf … À l’ombre d’une (sic) grand chêne, s’est donné le furtif baiser, premier de l’amour ! Puis, j’ai juré d’attendre, et, elle, de me réserver sa main et son cœur ! … ”.
  In questa breve letterina sta tutto il sunto della lunga passione amorosa di Balzac con M.me Hanska, cioè l’esordio e la fine; poichè quei voti, quelle promesse ardenti, scambiate in quella bella giornata estiva, sotto l’ombra della vecchia quercia, erano destinati a mantenersi fedeli ed a realizzarsi dopo dieci anni.
  D’allora in poi, stabilita l’intimità assoluta, la corrispondenza si svolge regolare ed ardente tra gli amanti … ancora platonici; poiché tutto porta a credere che, almeno nei primi tempi, la loro amicizia si sia mantenuta su tale neutro terreno.
  Intanto Balzac, scriveva ogni settimana a M.me Hanska, la quale aveva eletto provvisoria dimora col marito a Ginevra; es essa gli rispondeva con la stessa regolarità.
  Le lettere di questo periodo, che segna il colmo della mutua passione, sono forse le più belle e certamente le più vibranti, piene di espressioni appassionate e soavi, riboccanti di un sentimento profondo e verace, che spesso deve aver strappato delle dolci lacrime dagli occhi di chi scriveva e da lei che leggeva! …
  Difatti, tutti i tesori di tenerezza di un bel genio ispirato, sono profusi a piene mani in queste lettere d’amore. Per la donna adorata, la penna sempre magica del grande scrittore si fa ancora più fine, più penetrante, più coquette, trova imagini vivacissime ed espressioni di una delicatezza squisita.
  Egli le scrive alcune righe ogni sera prima di coricarsi, per spedirle ogni mercoledì la lettera così composta a brani amorosi; e strappa spesso alle brevi ore di sonno quei pochi minuti consacrati a lei. Così in quella lunga lettera-giornale le racconta con minuzia gli incidenti della giornata, le proprie fatiche letterarie, i suoi trionfi, i suoi scoraggiamenti, le sue sofferenze fisiche e morali, le miserie sue finanziarie e i debiti da pagare col denaro stillato goccia a goccia dal proprio cervello affaticato; e qui esclama con doloroso grido:
  “Ah! personne ne sait ce que cela coûte de changer l’encre en or ! … ”.
  E qui nel caleidoscopio di questa corrispondenza intima, ci appare chiara e netta la figura di Balzac, già precocemente obesa, curva per dodici e quattordici ore di seguito sul tavolo da lavoro, onde guadagnare tanto da pagare i creditori; poiché egli aveva dei gusti dispendiosi da gran signore, e sebbene sapesse cambiare l’inchiostro in oro, era quasi sempre al verde …; difatti, un giorno in possesso di centinaia di mille lire, era l’indomani obbligato a vendere o mettere in pegno la sua bella argenteria, i suoi oggetti d’arte, per poter andar avanti! Ma intanto tra tutti quei soucis eterni di denaro, il principale suo pensiero era di rendersi libero mediante il lavoro, e di ragranellare la somma sufficiente per raggiungere la diletta amica, e passare presso di lei un mesetto in perfetta beatitudine.
  Ma tale felicità gli toccava ben di rado, perché purtroppo la mancanza di mezzi, nonché il lavoro febbrile che inchiodava Balzac a Parigi, faceva sì che gli amanti si vedessero soltanto a lunghi intervalli.
  Intanto per attenuare la dolorosa separazione essi si consolavano, secondo l’uso degli amorosi, con mille ingegnosi ritrovati; avevano scelto per loro motto, la divisa latina: Adoremus in eternam (sic), e questa figura va in caratteri quasi invisibili agli occhi profani, sopra ogni dono che spesso si scambiarono: Balzac mandava non solo copia di ogni suo romanzo a M.me Hanska, ma vi univa anche il manoscritto del lavoro stesso riccamente rilegato; essa, alla sua volta, gli regalava tra varii oggetti uno splendido calamaio scolpito in un blocco di malachite, sul cui piedistallo aveva fatto incidere la parola Ave, che, a rovescio, leggesi Eva
  Tutti gli enfantillages che formano i deliziosi preliminari dell’amore e che ingannano le lunghe separazioni, erano da loro praticati; né può dirsi che Balzac gettasse invano le perle del suo cuore e del suo ingegno ai bei piedini della bruna donna amata; perché M.me Hanska era ben degna di quegli omaggi; essa era una di quelle rare donne fini e delicate, che sembrano predestinate ad essere le amiche di un uomo di genio, e possedeva, oltre ai doni fisici, una profonda cultura, uno spirito originale e spigliato. E ne danno prova le sue lettere che incantavano Balzac, il quale dice di essersi valso per un proprio romanzo di un brano di descrizione tolto da una lettera di lei, che chiama chose exquise et parfaite.
***
  Nel Gennaio 1834 Balzac riuscì finalmente a fare la tanto desiderata corsa a Ginevra, ove l’amica allora si trovava.
  Nel Maggio dell’anno seguente la raggiunge a Vienne ed ha la felicità di vederla tutti i giorni e più volte al giorno per un mese, essendo anche amico del Sig. Hanska (sic), il quale apparisce in questa corrispondenza come un buon uomo ed ottimo marito.
  Appariscono nel carteggio i bigliettini intimi ed ufficiali che quasi ogni mattina, durante il breve soggiorno a Vienna, Balzac scriveva all’amica, e, che, sebbene trattino di cose futili, sono pieni di grazia e di spirito, come quello intitolato umoristicamente: billet d’un homme sale et sans soins, titolo che fa ridere quando si pensa alla scrupolosa nettezza del grande romanziere, il quale passava ogni dì due ore nel bagno, non solo per pulizia ma anche per calmare, col dolce tepore dell’acqua, il sistema nervoso sopracitato dal lavoro cerebrale.
  Ma in mezzo a tanta felicità non mancava la nota dolorosa, poiché l’esser vicino alla donna amata costituiva spesso per Balzac la tortura di Tantalo, ed egli stesso lo fa capire nel seguente biglietto:
  “Mon Eve adorée, je n’ai jamais été si heureux, je n’ai jamais tant souffert! Je savais tout ce que je venais chercher de douleurs auprès de toi, et je les ai trouvées … Hier encore, tu étais belle à rendre fou ! Si je ne savais que nous sommes liés à jamais, je mourrais de chagrin … tous les obstacles attisent une telle ardeur que je fais bien, crois-moi, de hâter mon départ … Je te presse de tous côtés sur mon cœur, où tu ne tiens que moralement. Je voudrais t’y garder vivante”.
  Dopo il breve periodo trascorso a Vienne gli amici, forse … non più platonici, stettero alcuni anni senza più rivedersi, perché Balzac era trattenuto a Parigi dal suo immenso lavoro, e la bella russa aveva dovuto tornarsene, insieme al marito, al suo nordico castello perduto tra le nevose steppe.
  Da tale epoca la corrispondenza intima – amorosa cessa, forse per ragioni di prudenza, e cede posto a quella amichevole – ufficiale – e … plausibile; il toi sparisce e subentra di nuovo il vous; ma questo voi, sotto la penna seducente dell’illustre scrittore, si fa tenero quanto il tu.
  Poi le lettere, piano piano, prendono il tono di un’antica e sincera amicizia ove un soffio ardente d’amore è passato, e lunghi intervalli seguono tra di esse per ragione forse della grande distanza, che faceva sì che la lettera, impostata a Parigi da Balzac, giungeva solo un mese dopo tra le bianche mani della castellana di Wierzchownia.
  Leggendo tra le righe sembra nelle lettere di Balzac, scritte tra il 1839 e il 42, di scorgere il riflesso doloroso di una lieve freddezza avvenuta in M.me Hanska, alla quale egli spesso rimprovera il silenzio e l’indifferenza. E nello scorrere quelle querule ma sempre tenere lamentazioni del povero grand’uomo, affranto dal lavoro e da sofferenze fisiche e morali, si è tentati di giudicare un po’ crudele la bella russa che si mostrava insensibile a tanto affetto.
  Finalmente, dopo un intervallo di silenzio più lungo dei precedenti ed ancor più penoso per lui, perché trovasi triste e sofferente, Balzac ricevè il 5 Gennaio 1842 una lettera abbrunata di M.me Hanska annunziantegli la morte del marito, e conseguentemente la propria liberazione.
  Allora Balzac le rispose subito, a volta di corriere, una lunga lettera ispirata ad un profondo affetto e ad un nobile sentimento, in cui le diceva:
  “ … Je reçois à l’instant, chère ange, votre lettre cachetée en noir.
  Quant à moi, chère adorée, quoique cet événement me fasse atteindre à ce que je désire ardemment depuis longtemps, je puis devant vous et Dieu me rendre cette justice que je n’ai jamais eu dans mon cœur autre chose qu’une soumission complète, et que je n’ai point souillé, dans mes plus cruels moments mon âme de vœux mauvais … On n’empêche pas certains élans involontaires … Je me suis souvent dit : ‘Combien ma vie serait douce avec elle !’ On ne garde pas sa foi, son cœur, tout son être intime sans espérence (sic)!
  Termina poi col dire :
  “Allons, adieu ma chère et belle vie que j’aime tant, et à qui maintenant je puis le dire. Sempre medesimo!
  Con queste parole, che rivelano l’uomo in tutta la sua forte e costante passione, la corrispondenza amorosa di Balzac cessa; il romanzo termina per dar luogo alla prosa … Ma è certo che nessuno dopo aver letto con intuitiva attenzione questo carteggio, oserà più lanciare al grande romanziere l’ingiusta accusa di aver fatto collo sposare la vedova Hanska, un matrimonio d’interesse …
  Poiché se la bella russa depose ai piedi dell’uomo di genio, che aveva tanto amato e che tuttora amava, la propria cospicua fortuna, essa gli partò (sic; lege: portò) anche un amore sincero, una devozione senza limite e sopratutto la realizzazione di un caro ideale lungamente vagheggiato …
  Così Balzac fu finalmente felice; e sebbene la felicità gli sia giunta un po’ tardi, a quasi cinquant’anni, gli sarà stata non di meno doppiamente cara, perché è raro il caso che un poeta vegga convertito in realtà il proprio sogno e cambiarsi, come la statua di Pigmalione in splendida realtà!

  Falco, Contemporanei. Paul Adam, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXIII, N. 7668, 6 Marzo 1899, p. 1.
  In un’epoca come la nostra il romanzo deve dare imagine della vita, in qualunque cornice la rinchiuda, ovvero essere rassegnato a farsi leggere da coloro che hanno imparato a leggere invano. La forma, il tono e la sostanza delle cose hanno da esservi; altrimenti l’esercizio della fantasia sottostà (sic) a noi miseramente come uno strato di nuvole a chi accampa sul monte e figge più volentieri gli sguardi al sincero colore del cielo. Un romanzo è il metodo di legar molte cose a convivere: chi estende di più la sua forza su questa moltitudine di vita ha compiuto migliore impresa di romanziere; chi s’impossessa di qualche molecola del mondo con ciascuna parola, ha il fascio più ricco nella sua mietitura; e per questo un Balzac, un Tolstoi e un Emilio Zola (dei buoni tempi) hanno eccelso sopra tutti i cultori di quel genere di poema che s’appropria alla vita moderna. La misura non è nelle situazioni, nelle scene, nel numero dei personaggi o nella ridondanza delle parole, come pensavasi una volta; è nel richiamo più costante alla vita, assaporata, interpretata, compresa, divenuta esperienza d’ogni attimo e movente continuo dell’attività di scrittore.


  Falco, Contemporanei. Willy, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXIII, N. 7680, 20 Marzo 1899, p. 1.

  Io mi sono occupato tempo addietro dell’umorismo contemporaneo, ma non ho dato ancora il posto che gli spettava a Willy. E’ uno dei più frivoli e più india­volati artifizieri di stile prodotti da Parigi in un decennio che rimanda ai musei delle berline e delle diligenze quel famoso saggio di articolo spumante che Balzac faceva scrivere al suo Lucien de Rubempré per ottenergli in un giorno la fortu­na, l’amore e la gloria […].


  Feder [Federico de Roberto], Balzac in Italia, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIV, Num. 135, 18-19 Maggio 1899, pp. 1-2.
  La Francia scioglie un debito di gratitudine commemorando il centenario di Balzac, dando un posto nel Pantheon alle ceneri del grande scrittore. Se egli ebbe mentre visse molti e ferventi ammiratori, la bellezza, la forza, la vita trasfuse nell’opera sua furono universalmente riconosciute più tardi – troppo tardi …
  Il est parti quand la gloire arrivait,
  cantarono di lui; e questo è il destino pur troppo comune ai Grandi, in ogni tempo, in ogni paese; ma, nel caso di Balzac, non le basse passioni impedirono, come avviene, che il suo genio fosse glorificato; ma la stessa singolarità, la stessa enormità del genio suo. Se egli avesse soltanto animato col prestigio dell’arte un popolo di creature immaginarie, avrebbe pur fatto una gran cosa; ma il suo merito oltrepassa quello d’un fedele, d’un felice riproduttore della realtà. Non tanto le creature uscite dalla sua mente sono fatte a immagine e simiglianza delle vere, quanto le stesse creature vere, gli stessi uomini di carne e d’ossa, hanno preso a modello, nella vita, le creature della fantasia. L’artista ha dato all’umanità molto di più di quello che prese da lei: di questo, che è il segno della sua massima potenza, non i contemporanei, ma solo i posteri potevano avere la dimostrazione e la prova.
  Parlare oggi dell’arte di Balzac in una colonna di giornale sarebbe quasi un’irreverenza. Tutto un mondo è uscito dalla sua mente, e vive d’una vita immortale: definirlo, misurarlo, giudicarlo è opera da far tremare i polsi ai più gagliardi. Ippolito Taine soltanto ha potuto guardare in faccia il colosso – Taine, che aveva la sua stessa statura.
  Della vita del romanziere fu data notizia, in queste stesse colonne, alcuni giorni addietro; oggi noi vogliamo dire qualche cosa intorno a quegli episodî che possono più direttamente interessare i lettori italiani.
***
  Balzac doveva venire per la prima volta in Italia nell’autunno del 1832, per amore di quella donna che ebbe il vanto singolare di farlo soffrire come nessun’altra mai. Si chiamava la duchessa di Castries, era una delle stelle del nobile Faubourg. Amandola, credendosi amato da lei, il romanziere modificò per lei tutta quanta la sua vita. Prese abitudini d’eleganza che non aveva, comprò carrozza e cavalli, andò in società, mutò insino di fede politica, s’accostò alle opinioni legittimiste della gran dama. E costei, vana e civetta, superba di poter mostrare nel proprio salotto il grand’uomo come un mobile raro, si prese giuoco di lui. Egli se ne accorse, la ragione gli disse che non sarebbe mai amato da una creatura simile; ma pure il cuore non si volle arrendere. Quando la duchessa andò in Savoia, ai bagni di Aix, egli ve la raggiunse. Dopo i bagni ella pensò di fare un giro in Italia, di scendere per Genova e Roma fino a Napoli. Balzac s’infiammò all’idea di visitare il bel Paese insieme con la donna amata. Prese tutte le disposizioni per il viaggio, avvertì il suo editore di mandargli cinquecento franchi a Roma e altrettanti a Napoli, e annunziò che il 10 di ottobre sarebbe partito per l’Italia, «alla quale io non resisto». Partì, infatti, con la Castries e i parenti di lei; ma, arrivato a Ginevra, col pretesto di affari letterarî, ritornò improvvisamente a Parigi … Che cosa era accaduto? I biografi, l’epistolario di Balzac non lo dicono. Certo, però, a Ginevra, la benda gli cadde interamente dagli occhi. Due anni dopo scrisse quella Duchessa di Langeais nella quale è ritratta la Castries con la sua frivola vanità, con la sua falsità incosciente, col suo fascino malsano. Fu la vendetta dell’amante incompreso e sprezzato …
  Per amore d’un’altra donna Balzac venne effettivamente la prima volta in Italia. Egli si era invaghito di una consorella, di una romanzatrice: Carolina Marbouty, che firmava i proprî scritti col pseudonimo di Carla Brunne. Costei era molto bella, ma aveva un ingegno men che mediocre. Quando Balzac le propose di fare insieme il giro dei castelli della Turena – la provincia natale di lui – ella ricusò, temendo le mormorazioni del mondo. Accettò invece di venire in Italia. Venne, nel 1836, vestita da uomo, facendosi chiamare con un nome mascolino: Marcello. A Torino, in casa della marchesa di San Tomaso, Marcello fece molta impressione; Balzac, molto festeggiato, strinse amicizia con Federico Sclopis, grande ammiratore dei suoi libri e specialmente del Giglio nella valle. A Milano, come narra il Barbiera nel Salotto della contessa Maffei, il romanziere arrivò il 19 febbraio 1837, raccomandato alla intellettuale signora dalla contessa Sanseverino Porcia, e salutato nella Gazzetta privilegiata di Milano da Defendente Sacchi. A Venezia, in casa Soranzo, Balzac parlò male dei romanzi del Manzoni, del Grossi e del D’Azeglio, e per poco il conte Dandolo non attaccò lite con lui. Costretto a tacere per la presenza della padrona di casa, il Dandolo si sfogò in un’appendice della Gazzetta; il Fava rincarò la dose nel Vaglio di Venezia; un certo Lissoni stampò un altro opuscolo contro il Balzac, che fu difeso più tardi da Gaspare Aureggio. Del resto il Balzac, se criticò i Promessi Sposi, andò ad ossequiarne l’autore, e del Manzoni egli serbava una lettera, che fu molto dolente di perdere, bruciata per distrazione.
  E la Marbouty? Tranne che del suo passaggio a Torino, del quale parla il visconte Spoelberch de Lovenjoue (sic), non abbiamo altre notizie del suo viaggio in Italia. Cinque anni dopo il romanziere dedicava a Carolina, a Clara e a Marcello, tre persone in una sola pettegola, una sua novella, e la dedica significava molto bene la vivacità dei dolci ricordi: «Alla poesia del viaggio il viaggiatore riconoscente». Ella invece … ella scrisse un romanzo intitolato Una falsa posizione, dove il grande artista è indegnamente posto in ridicolo e diffamato …
***
  Più lunga, più strana, più notevole fu la successiva discesa del romanziere in Italia. Il primo viaggio è un capitolo della storia dei suoi amori, il secondo è un episodio caratteristico di quella caccia alla fortuna che fu tutta quanta la sua vita.
  Egli sognò di andare a guadagnare un milione … in Sardegna! E il sogno non era tanto strambo quanto pareva. Leggendo Tacito aveva saputo che un giorno i Romani traevano grandi ricchezze dalle miniere d’argento dell’isola. A Genova, parlando con un uomo d’affari, aveva udito che c’erano laggiù enormi mucchi di scorie ricche ancora del prezioso metallo. Egli pregò il Genovese di mandargliene a Parigi qualche campione, e a Parigi ebbe notizia di un nuovo, semplice e molto economico processo per l’estrazione dell’argento. Tanto bastò perché egli si decidesse a tentare la speculazione.
  Gli mancano i mezzi? Che importa! Impegna al Monte di pietà i suoi pochi oggetti di valore, si fa prestare un poco di denaro dalla madre e da sua cugina; parte, viaggia cinque giorni e quattro notti sull’imperiale di una diligenza, nutrendosi di dieci soldi di latte il giorno. A Marsiglia alloggia in un albergo dove paga quindici soldi per il letto e trenta per il cibo. Dalla Corsica passa in Sardegna in una barca a remi che impiega cinque giorni per trasportarlo ad Alghero: egli ha dormito sul ponte, ha mangiato la zuppa di pesce dei marinai. Ad Alghero, per paura del cholera, gli impongono cinque giorni di quarantena da scontare sullo stesso battello, al largo: mentre imperversa una tempesta la minuscola nave è pur costretta ad ormeggiarsi; ma il governatore, appena il mare si calma, fa tagliare la gomena. Finalmente Balzac scende a terra. Traversa a cavallo foreste vergini, dove i rami degli alberi lo sferzano, gli lacerano le vesti e per poco non lo accecano; affonda col cavallo nei torrenti che sono le sole strade praticabili; scende a Cagliari, risale a Sassari, e quando arriva nella regione argentifera trova il posto preso. Il Genovese lo aveva preceduto, era già sul posto con un privilegio del Governo piemontese!
  Di ritorno a Genova, Balzac è senza un soldo. Non potendo proseguire sino a Parigi, se ne viene a Milano, dove c’è un banchiere presso il quale è accreditato. L’uomo i cui affari sono andati e andranno sempre male, dà a credere d’aver sistemato, nella nostra città, gli altrui. «Dopo viaggi tanto faticosi», scrive alla sorella Laura, «sono trattenuto qui dagl’interessi della famiglia V. … La politica li imbrogliava talmente, che il resto della sua sostanza sarebbe stato sequestrato senza tutte le mie pratiche, le quali hanno avuto un felice successo». Nei primi giorni sta all’albergo; poi è ospitato dal principe Porcia. Non i soli imbarazzi finanziarî lo travagliano, ma anche le pene di cuore. Ama la contessina Evelina de Hanska, che ha conosciuto a Neuchâtel, sul finire del 1833; due volte, nel 1835, è andato a trovarla a Vienna; ora non la vede da tre anni: ella è in Russia, le lettere di lei non gli arrivano, restano ad aspettarlo a Parigi. E mentre è così lontano da lei, mentre ignora che cosa accada di lei, è spettatore della felicità del principe Porcia, che ama, riamato, la contessa ***. I due amanti fortunati gl’ispirano una grande invidia: il principe è giovane e ricco; la contessa bella, spiritosa, e libera, divisa dal marito; abitano a pochi passi l’uno dall’altra, sul corso di Porta Orientale: il mondo è loro! Ma, dall’invidia, il romanziere, l’osservatore, passa ben tosto alla soddisfazione, al compiacimento. Da lungo tempo egli ha pensato di scrivere un romanzo, il romanzo dell’amore veramente, interamente felice; ma non ha ancora potuto studiarlo nella realtà. Nei due nobili amanti milanesi vede finalmente i personaggi cercati; e qui, a Milano, comincia le Memorie di due giovani spose.
  Quando non lavora gira per il Corso, entra in Duomo, ne ammira le bellezze artistiche; va alla Scala, dove ode la Boccabadati nella parte di Zelmira. Va anche a Saronno, a vedere gli affreschi del Luini; loda particolarmente lo Sposalizio della Vergine … ma né le bellezze del cielo lo guariscono della nostalgia di Parigi. Dedicando Splendori e miserie delle cortigiane al Porcia, egli esprime questo sentimento, e quasi vuol fare ammenda di aver sospirato i Campi Elisi passeggiando ai Boschetti e di avere rimpianto le fangose strade parigine sul nitido lastricato di Porta Renza. A questa nostalgia, alla tristezza, ai disinganni, alle inquietudini di ogni genere che lo affliggono è certamente da ascrivere l’acrimonia del suo giudizio sulle, o per meglio dire, contro le signore italiane: «Esse non hanno né spirito, né istruzione; a mala pena comprendono ciò che loro si dice …».
***
  Gli ultimi viaggi di Balzac in Italia ebbero per guida, come il primo, l’amore. L’immagine della contessa Hanska gli era rimasta indelebile nell’anima; il suo cuore non poteva più mutare. Un giorno il marito di lei morì: dal momento che la seppe libera, Balzac non sognò altro che di farne la sua sposa, la compagna di tutta la vita. Andò a trovarla a Pietroburgo, poi a Dresda, poi a Baden, sempre aspettando di sistemare i proprî affari, di pagare i debiti, per poter realizzare il bel sogno. Nell’autunno del ’45 si diedero convegno a Chalon; di là partirono insieme per l’Italia: la contessa aveva con sé la figliuola ed il genero.
  La comitiva scese da Lione e Avignone a Marsiglia; lì s’imbarcarono tutti per Napoli. Il romanziere vi passò alcuni giorni visitando curiosamente la città e i dintorni: ma fu richiamato troppo presto a Parigi dagli affari. Una tempesta costrinse il battello a fermarsi a Civita-Vecchia; Balzac ne profittò per fare una corsa a Pisa. «Nonostante la pioggia dirotta», scrive all’amica, «ho visitato ogni cosa. La cattedrale e il battistero mi hanno rapito; ma a questo rapimento si è unito il pensiero che finora quest’anno, non avevo nulla ammirato senza di voi; e allora ho guardato tutte quelle cose con profonda malinconia …».
  Nella primavera seguente, quando la contessa lascia Napoli per Roma, egli torna a raggiungerla nella città eterna, dove passa un mese provando impressioni vivacissime. Il pittore Scheitz, direttore della Scuola francese, gli fa da cicerone, gli ottiene un’udienza da Gregorio XVI. Il Papa riceve affabilmente Balzac e gli dona un rosario, che egli manda alla madre. «Ho visto tutta Roma», scrive alla sorella, «dall’a alla z. L’illuminazione della cupola di San Pietro, il giorno di Pasqua, vale da sola tutto il viaggio; ma siccome si può dire altrettanto della benedizione data urbi et orbi, di San Pietro, del Vaticano, delle rovine, così posso dire che il mio viaggio ne vale dieci … Roma, nonostante il poco tempo che vi sono rimasto, sarà uno dei maggiori e più belli ricordi della mia vita». Una delle sue occupazioni preferite è stata quella di girare per i negozî di anticaglie, dove ha comprato vecchi quadri. Egli ha avuto la fortuna di mettere la mano sopra un Sebastiano del Piombo, un Bronzino e un Mirévelt «di estrema bellezza». E l’uomo d’affari apparisce a un tratto dietro l’artista: «Con ventimila franchi c’era da guadagnare quarantamila alla vendita del cardinale Fesch, dove non si trovano neanche venti persone …».
  Egli si propone di tornare ancora una volta nella magica città; ma non può mettere a effetto il disegno. Durante lunghi anni ancora scrive, lotta, accatasta capolavori, paga e rinnova cambiali, sospirando l’ora quando potrà dare il proprio nome alla donna amata. Questa ora arriva, il 14 marzo del 1850. I due sposi, dalla Russia dove si è compita la cerimonia nuziale, vengono a Parigi. Ma gli amici di Balzac sono dolorosamente stupiti rivedendolo: egli è l’ombra di sé stesso. Il lavoro enorme ha distrutto la fibra gagliarda: non impunemente egli ha scritto diciotto ore di seguito sulle ventiquattro, abusando spaventevolmente di caffè per tenersi desto; non impunemente si è ridotto allo stato di «macchina a vapore», di macchina a vapore «con un cuore che soffre, che tutto contrista, che tutto ferisce, che tutto impressiona, al quale nessun dolore è risparmiato …». Quando egli ha raggiunto la calma e la felicità, cinque mesi dopo essersi unito alla donna che ha fedelmente amata durante diciassette anni, il suo gran cuore ipertrofizzato nell’eroica lotta cessa di battere.

  Giustino L.[uigi] Ferri, “Battaglia di parassiti”, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXI, N. 29, 16 Luglio 1899, pp. 1-2.
  p. 1. Come in moltissime altre cose, anche in quella del denaro e della sua funzione, dirò così, patetica e drammatica, nella società moderna, Onorato de Balzac fu il primo ad avere una visione giusta e divinatrice de’ nuovi tempi. Egli assisteva ai primi effetti dell’ordinamento economico che, al principio del nostro secolo, aveva creato, in Francia più che altrove, l’abolizione della feudalità compiuta nel secolo precedente, con tutte le sue conseguenze della libertà dell’industria e della diffusione della ricchezza fra le classi medie. Egli vide e intese, mentre attorno a lui il romanticismo concepiva ancora la vita come un puro giuoco di passioni sentimentali o si assorbiva nella contemplazione lirica e fantastica di un mondo storico tanto più lontano, in quanto appunto la scomparsa del feudalesimo lo aveva fatto più estraneo al nuovo assetto sociale. Egli vide, intese, e forse anche abusò talora della sua acuta visione per cui la ricchezza non era più una semplice indicazione, una semplice didascalia narrativa che il romanziere poneva lì a giustificare la descrizione del lusso di un palazzo signorile, ma diventava essa stessa con le sue origini, con le sue peripezie, con le sue catastrofi il tema vero del racconto. Gli idealisti hanno forse ragione di rammaricarsi di questa decadenza dell’umanità, e hanno certo diritto di augurarsi una riscossa dei sentimenti più nobili e disinteressati, ma la società moderna è questa e non un’altra, e la circolazione del sangue nelle vene delle entità collettive, che si chiamano nazioni, è rappresentata appunto da quella forma della circolazione della ricchezza, che il vocabolario pratico sintetizza nella parola denaro.
  L’abitudine di studiare la vita contemporanea direttamente, non a traverso le visioni altrui, rivelò all’autore di Eugenia Grandet, di Papà Goriot e della Casa Nucingea (sic) il meccanismo complicato che opera continuamente sotto i superficiali contrasti della miseria e dell’opulenza: nei suoi studi, nelle sue ricerche, nelle sue intuizioni egli incontrò, pur troppo solo ipoteticamente, quella manifestazione tangibile del capitale che è il denaro, e si sforzò di determinare le leggi elastiche con le quali agisce nella dinamica sociale. L’infelice speculatore di terreni, l’allucinato esploratore delle miniere di Sardegna (affari d’oro entrambi per chi seppe più tardi passare con mezzi adeguati dalla concezione all’esecuzione) comprese mirabilmente quanta parte poteva avere o di procacciarsi del denaro ovvero l’incapacità a saperlo conquistare, conservare, adoperare al proprio scopo. Egli seppe, almeno per i suoi personaggi, che cosa uno deva fare per acciuffar la fortuna, e seppe anche meglio, per triste esperienza, come accada che la fortuna sfugga, diventi infedele nel momento medesimo che volge più dolci e lusinghieri i suoi sguardi all’amante illuso o fiacco o distratto. In questo narratore obbiettivo della epopea di Cesare Birotteau quante pagine subbiettive e quasi autobiografiche, sgorganti forse involontariamente dalla penna febbrile, mentre analizzava acutamente qualcuno di quei disastri economici, che un errore quasi impercettibile di calcolo determina all’apice delle prosperità trionfali.
  I romanzieri hanno poco profittato delle lezioni dell’autore della Comédie Humaine. Il denaro che ha non so che di così terribilmente misterioso nella sua azione eccitante e deprimente che la maggior parte dei romanzieri indietreggiano sgomenti davanti all’opportunità di studiare e descrivere in che modo operi modificando, paralizzando, vivificando le altre energie individuali. Gli economisti possono sorridere dietro gli occhiali di questo mistico terrore […]. Ma i romanzieri non sono obbligati a saper l’economia politica, a distinguere la sostanza dall’apparenza nei fatti economici. Eppure da quella medesima apparenza rifuggono spaventati. Quanti, quali dono i romanzieri, massime di razza latina, che abbiano osato seguire il Balzac nella via aperta dalle sue ardimentose esplorazioni nel sotto-suolo economico della società moderna? Bisogna giungere sino a Emilio Zola per trovare uno scrittore che abbia osato, con la franca temerità che è la nota caratteristica del suo ingegno, scrivere addirittura sul frontespizio di un romanzo l’Argent, la terribile parola.
  Ahimè, che mutamento! Lo stesso Balzac che fu un precursore, che anticipò di cinquanta, di sessant’anni nelle sue previsioni del movimento moderno, non aveva potuto immaginare che cosa sarebbe diventato il danaro e in quante forme imprevedibili, alla merce universale dei vecchi economisti si sarebbero sostituite le innumerevoli contraffazioni dei valori fittizi, posticci, seduttori, spostando le attività umane dalle lotte feconde del lavoro alle finzioni quasi metafisiche della Borsa. Il denaro non è più l’oro, il denaro non è più l’argento, il denaro è il simbolo algebrico della volontà, della fantasia, del capriccio dello speculatore onnipotente: è la rappresentazione astratta dei disinganni rovinosi di milioni d’ingenui, avidi, disgraziatissimi illusi. […].

  Alessandro Fiaschi, I Chatterton contemporanei, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 13, I Aprile 1899, p. 102.
  I Chatterton contemporanei, i geni incompresi, tutti coloro che hanno nel cassetto un romanzo psichiatrico o una commedia psicologica, si scalmanano, inveiscono contro gli editori che non pubblicano i loro parti e contro i capo-comici che non accettano o rappresentano commedie italiane. […]. I romanzi, del resto, come tanti altri libri, bisogna lasciarli fare ai francesi. Essi soli li sanno fare, malgrado che anch’essi vadano dopo i Daudet, i Sue, i Balzac, decadendo assai. […].
  Ben sedici anni hanno occorso a Balzac, a Zola, a Sardou, per farsi conoscere e farsi pagare.

   Alessandro Fiaschi, Il denaro nell’arte e nella letteratura, «Gazzetta letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 16, 22 Aprile 1899, p. 126.

  Si rilegga il Tasso di Goethe, e si vedrà che egli ha in qualche modo intuito l’amore del lusso e delle feste. Balzac si credeva letteralmente in un bagno d’oro, alle Iardies (sic), perché aveva scritto col carbone, sui muri nudi: “Boisserie de palissandre. Tapisseries des Gobelins”.     

  Alessandro Fiaschi, Prosa e poesia, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 20, 20 Maggio 1899, pp. 155-156.
  p. 156. Balzac fu – a detta di Taine – un uomo di affari indebitato. È notorio che egli ha guadagnato come Dumas padre e Sue, delle somme enormi, ma che essendo dissipatore morì come Lamartine e come Dumas padre in ristrettezze finanziarie che rasentavano la miseria assoluta. Balzac prima di essere alle Jardies, abitava il quartiere Marbeuf, che, nel 1840, era un vero scannatoio. Una sera viene aggredito. Egli scoppia in una risata e con voce meliflua dice al ladro: – Del danaro! Pover’uomo, ma non sai che io sono un letterato? […].
  Chi ha paragonato i nostri romanzieri a Balzac, ha fatto ad essi un complimento di pessimo gusto. Quando noi potremo vantare dei Victor Hugo, dei Taine, degli Zola, dei Dumas, dei Bourget, ecc., ecc., avremo ragione, altrimenti no, mille volte no.

  Sandro Fiaschi, Come nascono le idee di teatro, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 40, 7 Ottobre 1899, p. 315.
  Primo punto, bisogna essere osservatore. Non lo è chi vuole. Fare del buon teatro – secondo Sardou – è un mestiere. Balzac non era un mestierante, e quindi, pure essendo un ottimo osservatore, in teatro ha fatto sempre fiasco.

  Alessandro Fiaschi, Cassetta delle lettere. M.me De Girardin, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 41, 14 Ottobre 1899, p. 326.
  Egregio signore,
  Nell’articolo di Luigi Serra su Onorato Balzac, ho rilevato un grosso equivoco. Quel certo Girardin che ha scritto un libro sul bastone di Balzac, è nientemeno che M.me De Girardin, e il libro s’intitola: La Canne de Balzac.
  Milano, 7 ottobre ’99 Alessandro Fiaschi.

  T. Froment [da un articolo di, «Le Correspondant», 25 dicembre 1898], I precursori del romanzo moderno, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno IX, Vol. XVII, N° 6, 22 gennaio 1899, pp. 125-127.
  pp. 126-127. […] tutti i nostri romanzieri realisti, da Balzac a Maupassant, sono i continuatori di Le Sage e di Marivaux; Laclos apre la via a Stendhal e a Flaubert; la Genoveffa di Giorgio Sand è una Manon Lescaut idealizzata; Saint-Pierre precorre nel romanzo esotico a Pierre Loti […].

  Frontespizio ed Indice, Leggendo … . “Un capriccio” – Romanzo di Lina Castino, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 3, 21 Gennaio 1899, p. 17 [pp. 17-18].
  L’autrice dunque ci presenta in questo romanzo un tipo di fanciulla che si può dire foggiato su quello di molte signorine della moderna società e che per essere tolto alla vita usuale, non è meno interessante e degno di studio. La letteratura che aveva già Chérie, Lydia, Teresa, Eugénie Grandet, ora acquista anche Marcella Arnaldi … così come una gran signora solita a comprarsi delle gemme, può comprarsi un semplice nastro.

  Frontespizio ed Indice, Leggendo … . «Il Delitto nell’arte», «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 30, 29 Luglio 1899, p. 233 [pp. 233-234].
  Non diremo già che tutti i suoi [di Bernardino Alimena] giudizi siano sicuri ed inoppugnabili; se, per esempio, approviamo la censura ch’egli muove all’opera di Emilio Zola e se condividiamo la sua ammirazione (un po’ ingenuamente espressa) per Onorato Balzac e per lo Shakespeare, non crediamo che veramente, come egli afferma, si possano trovare grandi testimonianze della verità in Victor Hugo.

  Prof. Giovanni Gallerani, La Fisiologia del genio. Discorso inaugurale dell’Anno Accademico 1898-99 letto nell’Aula Magna della L. Università di Camerino il 13 novembre 1898 dal Prof. Giovanni Gallerani, Camerino, Tipografia Savini, 1899.
  pp. 147-148. E qui allora trova n logico posto i commenti di Lombroso alle confessioni dei grandi epilettici, cioè di quelli in cui al genio si univa una disposizione alla reazione turbinosa; grandi epilettici da non confondersi con la genialità dei genii e con genii maggiori e più puri. […].
  Ecco «il carbone ardente che tocca la testa di Balzac, le sue mani, la sua lingua».
  [Cfr. Cesare Lombroso, La Epilessia di Napoleone, «Rivista d’Italia, Roma, Anno I, fascicolo III, 15 Marzo 1898, p. 481].

  I.[acopo] Gelli, Luglio 1881. Assalin – Saint-Victor, in I Duelli mortali del secolo XIX, Milano, Casa Editrice Libraria L. Battistelli, 1899, pp. 164-175.
  p. 165. La sua esistenza [di Assalin] si riassume in poche parole: caccia e scioperatezza a tutta oltranza. Se Balzac rivivesse farebbe uno studio interessantissimo di questo tipo di ricco villano, chiassoso, arruffone, spaccamontagne.

  Il Lettore, Cronache letterarie.Mala Vita” e pessima grammatica, «Il Don Chisciotte di Roma», Anno VII, N. 148, 31 Maggio 1899, pp. 1-2.
  p. 1. Evidentemente, i due autori [A. Niceforo, S. Sighele] hanno letto nel primo capitolo del libro del Macè, uno dei loro testi di suggestione, Crimes impunis, la prima pagina del Ferragus di Balzac, in cui è detto che les rues de Paris ont des qualité humaines, e si son provati anch’essi a dare delle qualità umane alle vie di Roma: a dare del pallido e dell’emaciato alle vie di San Lorenzo.

  Il Ponte, Le Strenne, «Il Ponte di Pisa. Giornale politico amministrativo della città e provincia di Pisa», Pisa, Anno VII, Num. 53, 31 Dicembre 1899, p. 2.
  All’assessore Franceschi, La “Fisiologia del matrimonio” di Balzac.

  Il Romito, Per l’arte, «La Croce Pisana», Pisa, Anno XXVII, Num. 51, 17 Dicembre 1899, pp. 1-2.
  p. 1. Il verismo e il naturalismo, hanno ormai compiuta la loro fosforescente parabola per rovesciarsi, bolidi spenti, nell’immensità dell’oblio. I loro più celebrati antesignani: i Balzac, i De Goncourt, i Flaubert, gli Zola, i Verga, insieme colla pleiade dei moderni cultori dell’arte plastica e figurativa, che il concetto sacrificavano alla forma, ed esinanivano il pensiero nelle innumerevoli produzioni, così dette di genere, non riescono più ad accendere veri e duraturi entusiasmi nei teneri cultori dell’arte e sono rimasti pascolo immondo alle plebi corrotte e semianalfabete.

  Giambattista Impallomeni, L’omicidio del diritto penale, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1899.


   Omicidi qualificati per il modo di agire. Veneficio. Il veleno e la donna, pp. 327-336.
  p. 333. Un’altra causa è nel suo [della donna] carattere, ed è la dissimulazione. […].
  «Il y a toujours un fameux singe dans la plus angélique des femmes» disse Balzac (Autre étude de femme); ed è celebre la sua accusa: «Le jésuite, le plus jésuite des jésuites est encore mille fois moins jésuite que la femme la moins jésuite, jugez combien les femmes sont jésuites …» (Phisiol. [sic] du mariage [sic][1]).

  Io per tutti, La vita che si vive, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIII, N. 136, 18 Maggio 1899, p. 2.
  La penultima.
  In Francia si preparano solenni onoranze alla memoria di Balzac.
  Un individuo si presenta a un membro del Comitato dei festeggiamenti:
  – Io sono sarto e son io che ho vestito il sommo Balzac negli ultimi dieci anni della sua vita.
  – E voi venite certamente per cooperare con noi alla glorificazione del geniale romanziere? …
  – No, caro signore, io vengo semplicemente a portarvi l’ultimo conticino che quel caro grand’uomo ha dimenticato di saldare prima di morire.


  Oliviero di Jalin, Intermezzi mondani, «L’Uovo di Colombo», Bari, Anno II, Num. 42, 15 ottobre 1899, p. 2.

  Un Pensiero.

  È di H. de Balzac.

  La vie de la femme est dans la tête, dans le cœur ou dans la passion. Une femme qui vit de la tête tâchera d’inspirer à un mari de l’indifférence; la femme qui vit du cœur, de la haine; la femme passionnée, du dégoût. [Citazione tratta da La Physiologie du mariage].


  Oliviero di Jalin, Intermezzi mondani, «L’Uovo di Colombo», Bari, Anno II, Num. 44, 29 ottobre 1899, p. 2.

  Un pensiero.

  È di H. De Balzac:

  Mèfiez-vous (sic) d’une femme qui parle de sa vertu. [Citazione tratta da La Physiologie du mariage].


  Henry James [da un articolo di, «North American Review», ottobre 1899], Lo stato presente della letteratura francese, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno IX, Vol. XVIII, N° 21, 5 Novembre 1899, pp. 488-490.
  pp. 488-489. È vero che la presente generazione può provare ancora una grande compiacenza leggendo Victor Hugo, Balzac, Sainte-Beuve e Madame Sand, ma è pure indebitato che si dà più volentieri la preferenza a quei fiori sbocciati appunto nel periodo di tempo che attraversiamo. […].
  Così la letteratura francese tendeva a rendere troppo gretta e menomata l’idea passionale, poiché ben poco abbiamo da rallegrarci anche quando osserviamo le variazioni fatte sull’eterno tema: la donna, il primo e il secondo amante; il secondo e il terzo; il terzo e il quarto, e così via. La vita arde di altre fiamme oltre quelle dell’amore sessuale. La passione è breve; il carattere invece ha una lunga durata. E Balzac ben lo riconobbe quando, battendo col suo bastone nel cespuglio, ne fece saltar fuori selvaggina di tante specie. Non sapremmo davvero dare ai successori del Balzac un consiglio migliore di quello di tornare a lui.

  T. Kellen [da un articolo di, «Preussische Jahrbucher», gennaio 1899], I guadagni degli scrittori francesi, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno IX, Vol. XVII, n° 22, 14 maggio 1899, pp. 514-518; (Continuazione e fine), «Minerva», Roma, Anno IX, vol. XVII, n. 23, 21 Maggio 1899, pp. 539-542.
  p. 540. Onorato Balzac lottò per tutta la vita contro difficoltà finanziarie. Il suo primo romanzo non gli fruttò più di 1000 franchi, e fino al 1833 egli visse proprio nella miseria. Ingolfatosi nei debiti, per ben venti anni i suoi creditori lo perseguitarono, ed egli lavorò con un accanimento incredibile, scrivendo romanzi sopra romanzi, spesso più di uno ad un tempo. Finalmente il suo matrimonio con la contessa Hanska gli portò la pace desiderata, ma poco dopo la morte lo rapì immaturamente nel pieno fervore del lavoro. Nel primo periodo della sua attività letteraria, cioè fino al 1835, i suoi guadagni variarono molto; le cose migliorarono quando la Revue de Paris cominciò a pagarlo da 200 a 250 franchi per foglio di stampa. Per i dodici volumi degli (sic) Études de moeurs au XIXe siècle ebbe 33,000 franchi; poi, per ogni romanzo, pubblicato prima in qualche giornale o rivista, guadagnò da 3500 a 4000 franchi. Il Constitutionnel gli pagò 9238 franchi il Cousin Pons e 12,836 la Cousine Bette. Per pagare i suoi creditori spesso fu costretto a prendere con editori degl’impegni ai quali poi venne meno: donde processi e nuovi debiti; e solo dopo la sua morte la vedova riuscì a pagarli tutti, soprattutto grazie alla fortissima somma (non si sa però quanto) che la casa Calmann-Lévy le pagò per la proprietà esclusiva della Comédie Humaine.

  Avv. Rodolfo Laschi, La delinquenza bancaria nell’arte. «Robert Macaire» e «Mercadet l’affarista», in La Delinquenza Bancaria nella sociologia criminale, nella storia e nel diritto. Con prefazione del Prof. Enrico Morselli – Direttore della Clinica psichiatrica di Genova, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1899 («Biblioteca antropologico-giuridica» - Serie II, Vol. XXXVI), pp. 95-98.
  pp. 96-97. Ma la sua [di Robert Macaire] psicologia è ancora un po’ volgare e grossolana: spetta ad Onorato di Balzac l’affinarla in Mercadet l’affarista, l’uomo di borsa insinuante, ingegnoso, pronto agli espedienti, che si inebbria delle proprie speculazioni fino a crederle possibili, prodigo quando può esserlo e, in fatto di senso morale, di una larghezza di principî che va fino all’incoscienza. Egli è il vero interprete del suo tempo: «Tutti i sentimenti battono in ritirata» dice Mercadet alla moglie che tenta di richiamarlo agli affetti della famiglia «e chi li caccia è il denaro! Non ci sono più interessi perché non c’è più famiglia ma individui». «Non si tirano bene i conti colle lagrime agli occhi» dice altrove; e a chi gli rimprovera le sue operazioni poco delicate: «Sapreste dirmi» chiede «dove comincia e dove finisce l’onestà commerciale?».
  È ispirandosi a questa morale, che Mercadet, rifiutando del denaro offertogli a prestito dall’innamorato della sua figliuola, viene alla conclusione che non si può negoziare bene che col denaro degli azionisti! «Lo speculatore, soggiunge, e l’azionista si equivalgono: l’uno e l’altro vorrebbero arricchire in un istante»: osservazione questa che richiama quella tipica riportata dal Cougnet (v. cap. III, pag. 539 e la risposta del truffatore al Lombroso: «È la febbre del guadagno che spinge noi ad ingannare e le nostre vittime ad essere ingannate».
  E come nei truffatori appunto un elemento di successo sono i modi insinuanti e la prontezza dell’ingegno, che loro suggerisce tutti gli espedienti atti a sorprendere la buona fede altrui, così Mercadet sbalordisce i creditori coi voli della sua fantasia di speculatore, offrendo loro partecipazioni alla «società di assicurazione contro i danni della leva» alla «Provvidenza delle famiglie» alla «società per gli asfalti» ecc. e sciorinando sotto i loro occhi attoniti azioni di ogni colore: azioni rosee «di un giornale che potrebbe avere del successo e si pubblicasse», azioni azzurre di una miniera in escavazione, azioni gialle di «un selciato col quale non si possono fare le barricate», ecc.
  Quando poi i creditori, stanchi delle sue imposture, vogliono metterlo alle strette e minacciandolo, gli gridano che si vuole depurare la borsa da tutti gli affaristi, egli lancia il suo motto finale: «Imbecilli! E chi dunque resterà alla borsa?».
  Né egli cede alle intimidazioni, per quella presunzione di sé che vedemmo così bene scolpita nella psicologia dei criminaloidi bancarî: «Domani la borsa saprà chi è Mercadet» esclama «io voglio essere chiamato il Napoleone degli affari!». Similmente Lesseps si paragona a un generale che ha vinto una battaglia e Gelmi chiama appunto Napoleone il Luraghi, nella sua suggestiva corrispondenza.
  Il finale è lieto, come probabilmente voleva il gusto del tempo: il ritorno di un agente da tempo scomparso e che aveva truffato Mercadet medesimo, lo rifà ricco d’un tratto e lo mette in grado di prestare una grossa somma, «per avere» dice egli stesso «la soddisfazione di essere, almeno una volta, creditore di qualcuno».
  Con tutto ciò la geniale creazione del grande umorista francese resterà come la più fine satira dei costumi e degli uomini del mondo finanziario, che poco dopo doveva assurgere a tanta potenza, col risuscitare dell’idea imperiale e con essa dei progetti grandiosi e dell’affarismo su larga scala. Ma la sferza spietata di Balzac non poteva più trovar fortuna coi nuovi tempi ed è una insipida commedia in versi sui costumi di borsa che richiama l’attenzione dello stesso sovrano … [Napoleone III].

  Carlo Linati, L’ultima strofe [di] Thomas Davisday. Novella fantastica, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 52, 30 Dicembre 1899, pp. 412-413.
  p. 412. Di giorno in giorno, trascinato dalla potenza fatale dell’idea, il Demente [Th. Davisday] meditava i mezzi di tradurla in realtà: in una bella realtà neroniana, una realtà tragica a (sic) geniale creata dalle sue mani per la sua gloria: una pietrificazione del Sogno. Finalmente ebbe deciso. Allora furono giorni di ansia e di febbre in cui andò poco a poco smarrendo la coscienza de’ suoi atti, tutte le sue facoltà psichiche essendosi concentrate nella volontà, la sua esistenza tendendo a quell’unica meta sotto l’impulso de l’idea costante. Allora di videro apparire presso i volumi del Sade e della Comédie humaine, alcuni spacrati di cominge, piccola sacra di polvere pirrica, l’opera di Abramo Hesse e l’Istorie Fiorentine del Macchiavelli (sic) riposero sicure sulle pile de’ suoi volumi polverosi.

  Olindo Malagodi, Il romanzo contemporaneo inglese, «Rivista politica e letteraria», Roma, Stabilimento tipografico della Tribuna, Anno Terzo, Volume VIII, Fascicolo II, 1° Agosto 1899, pp. 130-143; Fascicolo III, 1° Settembre 1899, pp. 121-135.
I.
Il pubblico e la letteratura della democrazia.
  p. 142. Come vedremo nel prossimo articolo, passando in esame la fitta schiera dei romanzieri contemporanei, alcuni dei più nobili di essi, artisti magnifici e pensatori profondi, sono rimasti per lunghi anni nell’oscurità producendo capolavori ammirati da un pubblico troppo ristretto per poter aggiungere alla ricompensa morale la ricompensa materiale. Uno di essi sopratutto, che a mio parere non ha, nella letteratura moderna, a rivale che il Balzac, e che sta di tutta la testa sopra la folla della letteratura contemporanea internazionale, George Meredith, è stato riconosciuto parzialmente solo in questi ultimi anni.

II.
I tipi del romanzo popolare e il romanzo artistico.
  pp. 130-131. Il Meredith ha compiuti giorni sono i settant’anni, e la sua opera può considerarsi ormai come finita. È un’opera colossale come quella del Balzac; una ventina di grandi romanzi pieni di una folla di figure e della rappresentazione dei più varii tipi dell’attività della vita. […].
  La galleria di donne del Meredith […] non solo è la più ricca e varia della letteratura moderna, comparabile a quella di uomini del Balzac; ma ha inoltre una originalità tutta propria, per il suo meraviglioso carattere oggettivo.

  Jean Pierre Malan, Précis de l’histoire littéraire française. Des lettres en prose, in Anthologie française à l’usage de l’enseignement secondaire par le Prof. Jean Pierre Malan. Nouvelle édition augmentée et enrichie de notices et de notes par Silvio Serafini, Città di Castello, S. Lapi Typographe-Éditeur, 1899, p. 416.
  Le genre épistolaire en France, eut une assez grande importance au 17e siècle, et fit la réputation de Balzac (1799-1850 [sic!]) et de Voiture (1598-1648).

  Paolo Mantegazza, I caratteri nazionali, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Sessantanovesimo Della Raccolta, Volume CLXIII, Fascicolo 649, 1° gennaio 1899, pp. 67-77.

Diversi giudizi sui caratteri nazionali. Gli Italiani.
  p. 71. Les Italiennes n’ont ni esprit ni instruction, elles comprennent à peine ce qu’on leur dit. Dans ce pays-ci la critique n’existe pas et je commence à croire que la renommée a raison quand elle attribue aux Italiennes quelque chose de trop matériel en amour. Balzac.[2]
  […]
I Tedeschi.
  p. 74. … l’éternelle prétention des Allemands est de ne jamais ressembler aux Français … ils ragent toutes les fois qu’on leur parle de la France. Balzac.[3]

  Dino Mantovani, Cronache letterarie. Romanzi stranieri. Max Nordau, “Battaglia di parassiti”, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIII, N. 168, 19 Giugno 1899, pp. 1-2.
  p. 1. Quanti anni sono che i romanzi infamano Parigi, o che Parigi alimenta i romanzi di mal costume? Che quella città sia il cervello del mondo, come disse Victor Hugo, e raccolga nella sua cerchia tutti i moti del pensiero moderno, tutti i germi intellettuali e sociali dell’avvenire può esser vero ancora; ma non è men vero che, dopo il Balzac, i romanzieri si sono sempre studiati di rappresentarne più presto le cose turpi che le cose grandi, e che, se si dovesse raffigurarsi Parigi secondo le descrizioni ch’essi ne fanno, si dovrebbe immaginare distesa lungo le due rive della Senna la più agitata sentina di corruzione che mai si vedesse in terra, da quando il fuoco del cielo distrusse Sodoma e Gomorra.


  Marcus, Due Precursori del Neo-Cristianesimo, «Cosmos Catholicus. Grande rivista cattolica illustrata», Roma, Anno primo, N. 1, 1° Agosto 1899, pp. 217-220.

 

  p. 217. Infatti dal 1848 in giù, il romanticismo è morto, e la nostra è epoca di naturalismo e di anticlericalismo, almeno nel dominio letterario dell’arte. Balzac defunto – benché spacciatosi per cattolico – passa al grado di semi-dio; e l’autore di Nostra Signora di Parigi e di Foglie d’Autunno compone i Miserabili e la Leggenda dei secoli.


  Camillo Mauclair [da un articolo di, «Revue Encyclopédique Larousse», 13 maggio 1899], Paolo Adam, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno IX, Volume XVIII, N° 4, 9 luglio 1899, pp. 81-83.
  p. 83. Tutta la sua opera, paragonabile per il piano alla Comédie humaine di Balzac e ai Rougon-Macquart di Emilio Zola, celebra la supremazia dell’energica idealità sui principî distruggitori, e prepara a un ottimismo serio e profondo, alla serenità contemplativa dell’infinito. […].
  Paolo Adam è stato paragonato a Balzac. Certo egli possiede la fecondità dell’autore della Comédie humaine, ne ha quella che si può chiamare la concezione ciclica del romanzo, e, come Balzac, ha il sentimento delle forze che agiscono nel mondo, e specialmente della forza del denaro; ma egli non è pittore di caratteri: superiore a Balzac nella ricerca dello stile, gli rimane inferiore, e di molto, nella composizione del romanzo e dei caratteri, nella quale Balzac è di una sicurezza meravigliosa, mentre l’Adam è spesso incerto.

  Guido Menasci, Il secolo decimonono. Balzac, in Manuale storico della letteratura francese, Livorno, Raffaello Giusti, Editore-Libraio-Tipografo, 1899, pp. 135-137.
  Onorato di Balzac (1799-1850) doveva raggiunger nel romanzo moderno la perfezione, farne un’opera compiuta, che ritraesse sotto ogni aspetto la vita e potesse valere al tempo stesso come documento storico di un determinato momento e avesse un contenuto psicologico serio e durevole.
  La biografia dello scrittore offre poco interesse: venuto giovane a Parigi, fino a trent’anni la sua vita molto agitata, molto laboriosa non produce nulla di utile immediatamente, ma per la pratica in uno studio legale, per le varie imprese in industrie che si ricollegano alle lettere, giova a dargli quell’esperienza e quella precisione che gli saranno più tardi preziose. Il Balzac ha dato da sé la divisione delle varie parti della sua Comédie humaine in varie scene della vita privata, provinciale, parigina, militare, campagnuola, politica, in istudii filosofici e studii analitici.
  In tutti questi scritti, per non parlar di altri minori dagli Chouans (1827) dalla Peau de chagrin (1831) sino al Député d’Arcis (1847) l’ingegno potente e fecondo del Balzac si rivela con le qualità particolari e coi suoi difetti in modo personale e preciso. Il Brunetière ha riassunto in modo efficacissimo l’importanza dei documenti raccolti dal Balzac eh ha così definito l’opera del romanziere: 1° si tratta di documenti storici in quanto «lo stato dei luoghi», la «localizzazione dei costumi», la «genealogia psicologica» non sono colte dal «pittore» ma vedute dallo storico che ha saputo non solo ritrarre la fisonomia dei costumi del suo tempo ma fissarne la successione e il moto; 2°, segue il Brunetière: sono documenti realisti in quanto dànno una parte importante ad un’infinità di particolari prima trascurati come volgari, al danaro, alle professioni, alle condizioni sociali ecc. 3° sono documenti scientifici in quanto han saputo rintracciare tipi sociali e raccoglierli in «gruppi sociali» analoghi ai gruppi zoologici.
  Pertanto, continua il Brunetière, ha costituito il romanzo come «genere letterario» fondendo per la prima volta il romanzo storico, il romanzo di costumi, il romanzo di caratteri, il romanzo sociale avendo trovato la formula cui tendevan tutte queste varietà di render una reale «immagine della vita contemporanea».
  Citiamo alcuni titoli di romanzi più popolari della Comédie humaine: Eugénie Grandet (1833), Le Père Goriot (1835), Le Lys dans la vallée (1833), César Birotteau (1837), Modeste Mignon (1844), Le Cousin Pons (1846), La Cousine Bette (1847).
  Il Balzac si provò con minor fortuna a scriver pel teatro: e la sua produzione come scrittore drammatico è costituita dalle seguenti opere: Vautrin (1840), Les ressources de Quinola (1842), Pamela Giraud (1843), La Marâtre (1848), rappresentata nel 1851.
  I Contes Drôlatiques, scritti con la comicità e con lo stile degli scrittori del secolo XVI ravvivato da una acutezza moderna, rivelano un lato differentissimo dell’indole di scrittore del Balzac e trattano argomenti leggeri e licenziosi.
  Il Balzac della Comédie Humaine è di quelli scrittori che lasciano una traccia incancellabile in una letteratura: quanti oggi scrivono e quanti scriveranno romanzi bisogna che riconoscano in lui un maestro che ha trattato in modo tale alcuni soggetti, che quasi non sia possibile riprovarcisi attorno dopo il suo esempio.

  Guido Menasci, Le donne del Balzac, «Il Marzocco. Periodico settimanale di letteratura e d’arte», Firenze, Anno IV, N. 15, 14 Maggio 1899, p. 2.

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  In una pagina mirabile per acutezza d’osservazione il Balzac ha scritto: «Se un naturalista, nello studiare le specie zoologiche, può terminar con poche frasi il ritratto della femmina accanto a quello del maschio, non accade lo stesso per la donna accanto all’uomo perché in società la donna non è quasi mai la femmina adatta al maschio. In un ménage posson esservi due esseri perfettamente dissimili. La moglie d’un commerciante è degna qualche volta d’esser la compagna d’un principe e spesso quella d’un principe non vale quella d’un artista. Dunque quando anche si considerino solo i sessi, la descrizione delle specie sociali è doppia di quelle animali».
  Lo scrittore, pertanto, si è posto con singolar cura a studiare la donna; e le cento creature femminili uscite dalla felice fusione della realtà osservata con una rara intuizione dei fenomeni che non possono cader sott’occhio, hanno corpo ed anima ed il loro ricordo, nel pensiero di chi le sentì vivere nella narrazione minuziosa e insinuante, è quale avrebbero lasciato se materialmente si fossero incontrate nella vita.
  Arrigo Beyle ha legato il suo nome a quella raccolta ironica e scintillante di assiomi, di paradossi e di osservazioni intorno l’amore, che Paolo Bourget ha voluto continuare, aggiungendovi certe sfumature particolari alla seconda metà del secolo nostro, a determinati ambienti parigini; ma chi volesse, pagina per pagina, notar nella congerie immensa di documenti che costituiscono la Commedia umana, le vaste riflessioni su le forme, su le gradazioni della passione che è sempre uguale e sempre differente, trarrebbe dallo studio un breviario amoroso forse meno artificioso e certo più completo di quello redatto dagli scrittori prima ricordati.
  Ora, poiché nella passione d’amore la donna concentra tutta la vita, mentre l’uomo ha da spender le sue forze nell’azione, onde conservare intatto il privilegio della virilità, i ritratti di donna tracciati dal Balzac con tratto da maestro, sicuro ma non ruvido, finito ma non lezioso, dànno di volta in volta l’imagine più varia del sentimento che le fa vivere, soffrire, godere, sacrificarsi come madri, come sorelle, come spose, come amiche, come amanti.
  Certo nella vasta galleria di quadri, in cui sorridono o guardan languidamente le umili provinciali, le borghesi, le gran dame, le cortigiane che vissero all’epoca di transazione traversata dalla Francia, ritratta dal Balzac ci sembrano più ricchi di sangue e di nervi, di palpiti, e di desiderii, le madri, o le donne appassionate, la donna insomma che ha toccato i trent’anni e volge al tramonto: soggetti simili sono di più facile osservazione e di meno difficile rivelazione.
  Le ragazzine appaiono nell’opera del Maestro segnate con un contorno meno preciso e più evanescente; ed anzi gli fu perciò fatto appunto. Ma chi ricorda i profili delicati, e sorridenti di grazia giovanile e di donnesca furberia di Modesta Mignon, di Renata di Maucombe, di Luisa di Chaulieu, di Eugenia Grandet, di Eva Séchard, di Paolina Gaudin troverà che la critica mossa non è giusta. A me sembra invece si tratti d’un pregio.
  Il minor rilievo in cui, date le condizioni sociali d’oggi, e le naturali condizioni d’oggi, e le naturali condizioni, appare una ragazzina posta in confronto con una donna, nei romanzi di cui si tratta è dovuto alla fedeltà con cui rispecchian la vita.
  Cerchiamo quali figure femminili dominano nelle Scene della vita privata. Ecco (Béatrix) Camilla Maupin, così grande nell’amore e nel sacrificio posta in confronto con Béatrix, tipo di donna appassionata, e strana, che dà la ragione dell’indole sua (Une fille d’Ève) parlando d’amore e di matrimonio: «L’amore è il paradiso, dice lady Dudley. – È l’inferno esclama la signorina des Touches. – Ma un inferno in cui si ama, rispondeva Beatrice di Rochefide, si ha spesso più piacere nella sofferenza che nella felicità: guardate i martiri!». Sabina di Grandlieu con l’affezione modesta ma dignitosa finisce per trionfare su lei: in un solo libro tre creature hanno la virtù del tipo: e volendo ricordar quelle d’importanza secondaria Fanny o Brien, suocera di Sabina madre di Calisto, è un modello d’amor materno.
  La figura d’intrigante di Rosalia di Watteville, dà rilievo (Albert Savarus) all’apparizione tutta fulgente di bellezza classica di Francesca Soderini.
  La contessa Beauséant (Une femme abandonnée) ha un fascino singolare: regina di bellezza e d’eleganza si è ritirata dal mondo dopo una disillusione amorosa, ma la sua grazia esercita ancora attrattive in un uomo molto più giovane di lei, e nuovi dolori aspettano la povera donna, che pure si era interamente consacrata al nuovo affetto.
  Dove trovare uno studio più delicato di quello che ritrae la contessa di Vandenesse (Une fille d’Ève)? Chi volesse rintracciare la donnée di Monfils e di Adultère sentimental, due opere di scrittori giovani meritatamente applaudite, la troverebbe in questo scritto del Balzac, dove la donna è definita come inerme per l’educazione ricevuta e per la condizione in cui si trova al primo eccesso di passione che la disfiora.
  Ma una leggiadra sembianza di giovinetta, primeggia su le altre donne delle Scene della vita privata: è Modesta Mignon, l’eroina di quel terribile imbroglio di amori da cui il tatto innato e la delicatezza dell’animo sanno salvarla. La storia di lei è nota: si è posta in corrispondenza con uno scrittore illustre e questa fa scriver le risposte dal suo segretario, un bel giovinotto intelligente e sveglio: è facile ricordare gli equivoci che nascono, il dramma che può scaturire dallo scherzo innocente: fortunatamente la comedia, nel miglior senso della parola porta con un buon matrimonio il lieto fine: ma alla conclusione felice han condotto non solo il buon senso e l’energia del padre di Modesta e di amici devoti, ma il savoir faire e l’alterezza della giovinetta che edifica da sé la propria letizia.
  Alle Scene della vita di provincia dànno risalto non pochi tipi femminili: quello di Eugenia Grandet (Eugénie Grandet) è rimasto celebre: non si può dimenticare la storia di lei che «fatta per esser magnificamente sposa e madre, non ha né marito, né figlio, né famiglia, perché il suo cuor nobile che palpitava soltanto per più teneri sentimenti è stato troppo presto attanagliato dai calcoli d’interesse degli uomini».
  Accanto a lei che ha lottato con l’egoismo e l’avarizia del padre, con la crudele spensieratezza del cugino, è posta subito Enrichetta di Mortsauf (Le Lys dans la vallée) che dopo una vita di sofferenze, di devozione assoluta al dovere, rimpiange nel momento supremo il sacrificio della letizia cui per dignità di sposa e di madre ha rinunciato.
  Più fortunata almeno la piccola orfana (Ursule Mirouet) che è il centro di tante basse cupidigie, riesce a raggiungere l’ideale suo d’un amore schietto, ingenuo, assoluto che trionfa su tutto e su tutti; ma la forza di lei è dovuta a questo triste privilegio: «Come Sabina du Guénic, come Adelaide di Rouville, Orsola Mirouet è stata educata, dice il Balzac, dalla migliore delle madri: l’avversità».
  Vi hanno anche sinistri profili di donne in queste narrazioni della vita provinciale, si pensi con raccapriccio a Medemoiselle Rogron (Pierrette) crudele come un aguzzino verso la piccola martire di cui Maurizio Maeterlinck ha recentemente studiato la grande anima generosa; Flora Brazier (La Rabouilleuse) desta ribrezzo; ma quanto rilievo nella evocazione di Sofia Gamard (Le curé de Tours) nel libro che è stato la prima e più efficace pittura di costumi ecclesiastici, sì da vincere anche gli scritti del Fabre. Dal libro merita di staccare questa pagina: «Quando una donna desidera il celibato per soddisfare un voto egoista di indipendenza, gli uomini non la perdonano di mentire alla devozione della donna rifiutando le passioni che rendono così commovente il suo sesso. Rinunziar per timore o egoismo ai dolori della maternità è abdicare la poesia e non meritar più de dolci consolazioni cui una madre ha sempre diritti incontestabili».
  Come citarne altre in questa breve rassegna? Non una che per qualche tratto non meriti d’esser ricordata; ma soprattutto attraente in questa serie: Dinah Piédefer (La muse du département), la donna letterata e a sua volta ispiratrice di opere: tipo che piace singolarmente al Balzac ed è più volte nella lunga opera ripreso a trattare.
  Le Scene della vita parigina raccolgono tutta una serie di tipi femminili: in esse la donna si mostra più specialmente colle particolarità che la vita moderna ha fatto nascere in lei; e per ritrarre le grandi mondane – come oggi si dice – appartengano esse alla società regolare o a quella irregolare, il Balzac ritrova tutta la finezza di tocco con cui ha delineato i profili delle provinciali. La pittura riesce sopra tutto eccellente nel punto in cui la donna dopo aver goduto la gloria effimera o lunga di esser regina delle eleganze e della moda, rientra dolorosa e pentita e purificata da un grande amore o dal sacrificio nella vita umile e modesta fatta di dolore e di tedio.
  Il ritratto della donna, che ormai è diventata l’eroina sola di tutti i romanzi d’amore, la madame Bovary di ogni condizione sociale, è più frequente di altre figure in questi scritti del Balzac; ma non perciò manca accanto a queste affascinanti peccatrici che l’autore mostra in un quadro di raffinatezze e di lusso il contrasto di figure bonarie e semplici che hanno e fanno risplendere le più quiete virtù donnesche.
  Non so se sia stato fatto già ma riuscirebbe per più riguardi attraente un confronto tra Ester Gobseck (Splendeurs et Misères des Courtisanes) e Margherita Gautier (sic): il libro in cui la figura della donna libera di costumi, che purifica la vita con la morte per cagion d’amore accenna alla rarità e alla forza della passione quando s’accende in quelle anime cui fu per dolorosa condizione vietata.
  La marchesa d’Espard, che come tutte le figure del Balzac, appare in varii romanzi della lunga serie è il tipo assoluto della professional beauty, come si doveva dir poco dopo. Ma su questa e su le altre sovrane della vita parigina ecco poche parole che ne spiegan la parte. Bianchon il dottore, e Rastignac l’avventuriero brillante ne parlan così diversamente: «La signora di moda – dice il dottore – non è più una donna; non è né madre, né sposa, né amante; è, parlando da medico, un sesso nel cervello»; e Rastignac di rimando: «Una borghese, una donna che ami, non conducono a nulla; una donna di moda guida a tutto: è il diamante con cui un uomo taglia tutti i vetri quando non ha la chiave d’oro con cui apre tutte le porte».
  La rassegna rapidissima non può chiudersi senza ricordare nella serie dei Parenti poveri, i due tipi della cousine Bette (La cousine Bette) e di Valeria Marneffe.
  Il tipo della ragazza vecchia, maligna, invidiosa della felicità altrui è stato definitivamente fissato dal Balzac nel riprodurre, chi sa da quale vivo modello, la fisonomia accigliata di Lisbeth Fischer; e la signora di Moraines, l’eroina di Mensonges, ha per antenata diretta la Valeria Marneffe: di donne come questa aggiunge l’autore: «on en voit à tous les étages de l’état social, même au milieu des cours, ce qui ne corrigera personne de la manie d’aimer ces anges au doux sourire, à l’air rêveur, à figure candide, dont le coeur est un coffre fort».
  La Francia festeggia in questi giorni il centenario della nascita di Onorato Balzac: nella prefazione all’opera grande cui dedicò tutta la vita operosa e non lieta lo scrittore diceva: «Il romanzo, incastona di secolo in secolo diamanti immortali nella corona poetica dei paesi in cui si coltivan le lettere». Pochi come lui hanno potuto arricchire quella corona di tante preziose gemme; pochi dopo di lui seppero aggiungere una pagina nuova alla storia eterna dell’anima umana.

  Guido Menasci, Balzac nel centenario della sua nascita - 20 maggio 1799, «Natura ed Arte. Rassegna quindicinale illustrata italiana e straniera di Scienze, Lettere ed Arti», Milano, Stabilimento Tipo-Litografico della Casa editrice Dott. Francesco Vallardi, Anno VIII, N° 12, 15 maggio 1899, pp. 1003-1007.


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  Teofilo Gautier tracciando amorosamente un profilo del Balzac, dal quale la figura del grande romanziere appare in luce simpatica e attraente, ne descrive così l’aspetto: Portava già quella tonaca di cachemire o di flanella bianca cinta alla vita da un cordone, in cui poi si fece ritrarre da Luigi Boulanger. Per quale fantasia aveva preferito questo costume? Non sappiamo: forse era ai suoi occhi il simbolo della vita claustrale cui lo condannavano i suoi lavori, e benedettino del romanzo, ne aveva assunto l’abito? A ogni modo quella tonaca gli stava benissimo. Si vantava mostrandocene le maniche intatte, di non averne mai alterata la purezza con la minima macchia d’inchiostro «poiché diceva, un letterato vero dev’esser pulito nel suo lavoro». La tonaca, gettata all’indietro lasciava scoperto il collo d’atleta o di toro, rotondo come un tronco di colonna senza muscoli visibili e d’una bianchezza di raso che contrastava col tono più colorito della faccia. A quel tempo, Balzac nella pienezza dell’età presentava i segni d’una salute violenta poco in armonia col pallore e col verdolino romantico allora di moda. Il puro sangue di Turena accendeva le guance piene di porpora vivace e coloriva caldamente le sue labbra buone, grosse e sinuose, facili al riso: baffi leggieri e una mosca accentuavano i contorni senza nasconderli; il naso, quadrato alla fine, diviso in due lobi tagliato da narici bene aperte aveva un carattere originale e particolare; così, Balzac facendosi fare il busto lo raccomandava a Davide d’Angers: «Badate al mio naso, il mio naso è un mondo». La fronte era bella, vasta, nobile, assai più bianca della maschera senza altra piega se non un solco perpendicolare alla radice del naso: le protuberanze della memoria locale formavano una sporgenza molto sentita: i capelli abbondanti, lunghi, duri, neri, si drizzavano indietro come una criniera leonina. Quanto agli occhi neri non ve ne furono mai altri uguali. Avevano una vita, una luce, un magnetismo inconcepibile. Malgrado le veglie d’ogni notte la sclerotica ne era pura, limpida, azzurrina come quella di un bambino o d’una vergine e incastonava due diamanti neri illuminati tratto a tratto da ricchi riflessi d’oro, eran due occhi da fare abbassare lo sguardo alle aquile, da legger traverso i muri e i petti, da fulminare una fiera furente, occhi da sovrano, da veggente, da domatore.
  Tale appare nelle pagine affettuose la figura di colui che può dirsi il più grande romanziere del nostro secolo perché l’opera sua densa e minuziosa, forte e delicata, ora ironica, ora affettuosa, ora appassionata, ora tranquilla dà più di qualunque altra, anche per la vastità della mole, l’impressione precisa della vita. «Far concorrenza allo stato civile!» È risaputo che questo era l’ideale artistico del Balzac e in questa mira della precisione burocratica è tutto lo scrittore che vuol dare alle sue creature tutta la realtà e l’importanza del documento. Il documento umano prima di diventar l’espressione favorita di più recenti scuole letterarie era già stato tracciato con sicura efficacia dall’uomo che per linea di condotta aveva dettato queste righe:
  «Il lavoro continuo è la legge dell’arte come della vita; l’arte è la creazione idealizzata. I grandi artisti, i poeti non aspettano né le commissioni, né gli avventori; producono oggi, domani, sempre. Ne risulta l’abito della fatica, la perpetua conoscenza delle difficoltà che li mantiene in concubinaggio colla Musa, con le sue forze creatrici. Canova viveva nel suo studio come Voltaire nel suo scrittoio. Omero e Fidia debbono aver vissuto così».
  Non v’è persona di media cultura che non sappia omai quale posto occupi l’autore della Commedia Umana nella letteratura di questo secolo. Una letteratura ricca e variata ha con opere accurate e pazienti stabilito la fisonomia artistica del Balzac, ne ha posto in chiaro i meriti, le abilità diverse, la delicata e insieme fortissima arte di seduzione per cui si è guadagnato le simpatie dell’epoca che fu sua ed è riuscito a stamparvi una traccia incancellabile.
  Cercherò di riassumere questi tratti in un profilo brevissimo. Nel Balzac si fusero felicemente le due tempre della madre parigina e del padre della provincia di Linguadoca; la nascita e la prima educazione in Turena ebbero inoltre la loro importanza tanto che facilmente si ritroverebbero nello scrittore, particolarità proprie di questa contrada francese.
  Il fanciullo mostra presto un’immaginazione sveglia. La signora di Surville, sorella affettuosa e intelligente narratrice della vita del Balzac ricorda che «il fratellino improvvisava commediole che ci divertivan moltissimo (cosa che non accade sempre alle commedie scritte sul serio); poi durante ore intere raspava le corde d’un piccolo violino rosso e la sua fisonomia irradiata provava che credeva ascoltar melodie. Pertanto era meravigliatissimo quando lo pregavo di terminar quella musica, che avrebbe fatto abbaiar Mosca, il cagnolino compagno di giuoco.
  – Non senti dunque com’è carino? rispondeva.
  Leggeva, leggeva con passione come la maggior parte dei ragazzi tutte quelle fiabe che con la catastrofe più o meno drammatica li fanno piangere tanto! E, senza dubbio, gli ispiravano altre novelle, perché a chiacchiericci da stordire succedevano spesso lunghi silenzi che si spiegavano colla fatica ma potevano anche essere fantasticherie nei mondi immaginari».
  In Louis Lambert, opera che non è tra le più popolari, il Balzac racconta con densità di pensiero e con minuta analisi psicologica gli anni di studio al collegio di Vendôme. Poi, nel 1814 essendo stato il padre nominato direttor dei viveri a Parigi, Onorato fu posto in collegio in via San Luigi nel Marais.
  Del gran triumvirato della Sorbona che esercitava tanto fascino sulle giovanili intelligenze d’allora gli piacquero singolarmente il Villemain e il Cousin; seguendo i loro corsi l’amore nutrito per i libri diventò passione e si vide il giovinetto andarsene lungo i quasi frugando e cercando tra le carte vecchie e i volumi ingialliti con l’accanimento di un Colline.
  Il Balzac bene o male seguì i corsi di diritto, mentre faceva anche pratica in uno studio legale acquistandovi la cognizione di quella procedura che doveva poi aver tanta parte nella sua opera di romanziere, e forse fargli intendere, ciò ch’egli avvertì pel primo in letteratura, qual parte il denaro e gli affari abbiano nella vita.
  Prima del Balzac, l’osservazione è già stata fatta più volte dalla critica, i protagonisti dei romanzi non avevano da lottare altro che contro rivali più potenti, o contro tutori tiranni e bisbetici: l’autore di Illusions perdues seppe descrivere e rendere interessanti le ansie di un giovinotto che è contrariato nella passione amorosa da umili ragioni di indole finanziaria. Invece della borsa d’oro gettata con un gesto principesco per comprare il silenzio di un servo il Balzac mostrò le lunghe privazioni imposte per offrire all’Amata un fiore raro, o raccogliere il denaro per un viaggio.
  Privazioni di questo genere ebbe a subire il Balzac nella laboriosa giovinezza. La famiglia avrebbe voluto che entrasse in uno studio notarile. «Ma – esclama la sorella – Balzac, curvato dieci anni forse sui contratti di vendita, sui contratti di matrimonio, o su inventari … lui che, in segreto, aspirava alla gloria letteraria! Lo stupore del babbo fu grande alla rivelazione. Seguì una lunga discussione. Onorato combattè eloquentemente le ragioni potenti che gli venivano opposte e gli sguardi, le parole, l’accento rivelavano tal vocazione che il babbo gli accordò due anni per dar prova del suo valore. I capi di famiglia intenderanno bene le inquietudini dei genitori in quell’occasione. Mio fratello non aveva ancor dato nessuna prova del suo ingegno letterario e doveva far la propria fortuna: era cosa razionale di desiderar per lui una condizione meno problematica di quella del letterato».
  Ed ecco il giovinotto collocato in una soffitta con assegno più che modesto: bisogna legger le sue lettere vivaci e spigliate che raccontano alla cara sorella ogni minuzia della vita modesta.
  In una si lamenta che l’olio per il lume gli venga a costar più caro del pane: ma è affezionato alla soffitta: «Il tempo che dovrò passarvi, scrive, sarà per me una sorgente di dolci ricordi. Viver secondo la mia fantasia, non far nulla di serio, lavorare secondo il mio gusto e a modo mio, addormentarmi sull’avvenire che io mi dipingo bello, pensare a voi sapendovi felici, aver per amante la Giulia di Rousseau, La Fontaine e Molière per amici, Racine per maestro, il cimitero del Père-Lachaise per passeggiata! … Ah! se potesse durar sempre così. Sono più che mai infanatichito della mia professione!».
  La produzione letteraria di questi primi anni non è però delle più felici: si tratta di quei romanzi firmati collo pseudonimo di Horace de Saint-Aubin e poi ripudiati; di una tragedia Cromwell che cadde miseramente.
  Il Balzac aveva commesso l’errore comune a tutti i giovani, aveva voluto scrivere, prima di vivere. Chi non ricorda la preziosa confessione di Federico Schiller quando parla dei Masnadieri! Il Balzac prendeva la letteratura come uno scopo, e l’arte di scrivere è invece soltanto un prodotto. La cultura di lui era fatta sui libri, era tutta come dicono in Francia livresque: bisognava che si gittasse nella vita. L’autore un po’ rattristato ma non scoraggiato tornò in famiglia, e prima di darsi a varie imprese commerciali, in industrie sempre attinenti al libro, scrisse quei Contes drolatiques di cui il Lamartine parla in questo modo: «L’opera è un mosaico abilmente concepito e condotto che gli diè una riputazione di cattiva lega e qualche guadagno. Come lingua nulla contribuì più a formarlo che il lavoro difficile di far la parodia da un secolo all’altro. È una gaiezza, trista in fondo, una disperazione datagli dalla coscienza del suo prodigioso ingegno, ma anche dal pentimento per l’uso che ne faceva. Bisogna, come lui, sorvolare su questa gioventù che passa come un uragano mattinale. Non rimproveriamo all’uomo ciò ch’egli si rimprovera per primo … Leggendo i suoi Contes drolatiques vien fatto di pensare a Mirabeau che scriveva a Vincennes romanzi salaci per mandare a una donna amata con purezza il prezzo del vizio che lo rendeva indegno di lei».
  In questi anni fortunosi il Balzac scrive le prime opere degne di lui: Non è possibile qui ricordarle tutte per non fare un vuoto catalogo di titoli che non direbbero nulla a chi non conosce gli scritti del gran romanziere e troppo poco a chi li ammira fanaticamente: perché pel Balzac non è possibile un sentimento medio: o si è indifferenti o si è fanatici. Giova però notare che a questi anni son dovuti anche La peau de chagrin (1831), Louis Lambert (1832), Eugénie Grandet (1833).
  La produzione del Balzac faticosa, febbrile, non interrotta ha avuto il suo storico in Charles de Lovenjoul: leggendo il volume denso, minuzioso, paziente, l’attività miracolosa dello scrittore appare in tutta la sua pienezza: così come consultando il Repertorio della Commedia Umana redatto da Anatolio Cerfbeer e Giulio Cristophe più di dieci anni or sono si rimane colpiti vedendo come in iscorcio la moltitudine di figure umane che il Balzac ha creato e sono avvinte tra loro dai mille vincoli che la passione, l’affetto, gli interessi, l’amore, l’odio, la lotta, la vanità tutti i moventi della azione gittano dall’una all’altra creatura umana sin che l’unione li fa più stretti o il contrasto bruscamente li spezza.
  L’idea di comporre la Commedia Umana di riunire cioè in tutto confuso ma organico come la vita le opere fatte e quelle avvenire venne al Balzac nel 1834 insieme ai primi trionfi.
  E la divisione da lui proposta è la seguente: Scènes de la vie privée; Scènes de la vie de province; Scènes de la vie parisienne; Scènes de la vie militaire; Scènes de la vie de campagne; Scènes de la vie politique; Études philosophiques ; Études analytiques.
  Il Sainte-Beuve parlando nella Revue des Deux Mondes 1834, del libro À la Recherche de l’Absolu (sic) definiva così il Balzac: «M. de Balzac ha un sentimento molto profondo della vita privata, molto fino, che giunge spesso alla minuzia del particolare e alla superstizione, vi sa commuovere e farvi palpitare da bel principio descrivendo un viale, una sala da pranzo, un mobilio. Indovina i misteri della vita di provincia e spesso li inventa: spesso disconosce e viola ciò che questo genere di vita, con la poesia che racchiude, ha soprattutto di pudico e di velato».
  L’articolo fece chiasso: ma ne seguì la rottura tra il Balzac e il Sainte-Beuve. Ma da quel momento la voga del romanziere era stabilita ed egli aveva ormai per sempre fissato la sua tempra di scrittore ed era riuscito a occupare nella letteratura francese il posto che il Brunetière definisce così: «Spettava a Onorato di Balzac di liberare il romanzo dalle convenzioni del romanticismo, e, nei suoi capolavori portarlo a una perfezione che nessuno forse ha dopo lui superato o raggiunto. Certo prima di lui erano stati fatti romanzi fra i quali può credersi che ce n’è due o tre, La princesse de Clèves, Gil Blas, Manon Lescaut, che dureranno quanto la lingua francese. Ma non eran tuttavia altro che felici «accidenti»: casi fortuiti che non contenevano in sé, per così dire di che riprodursi o rinnovarsi: e nessuno, prima di lui, aveva capito come lui che la vera parte, e la vera funzione letteraria del romanzo è d’esser la rappresentazione abbreviata della vita comune. Il romanziere non è veramente altro che un testimonio il cui deposto deve rivaleggiare per precisione e certezza con quello dello storico. Aspettiamo da lui che, letteralmente, ci insegni a vedere. Noi leggiamo i suoi romanzi soltanto per rintracciare ciò che il moto della vita ci nasconde. E quanto noi esprimeremo dicendo: niente romanzi senza un valore storico o documentario preciso e determinato, particolare e locale da una parte; ma dall’altra anche, niente romanzo senza un valore o un significato psicologico generale e durevole. Li troviamo tutti e due nel romanzo di Balzac».
  Sentiamo adesso definire l’ingegno del Maestro da uno dei giovani romanzieri venuti dopo, che sanno quanto gli debbono: il Bourget trova sottilmente questa particolarità nelle mente del Balzac: «Grazie ad un’alchimia assai analoga al procedimento del Cuvier, il piccolo particolare gli permetteva di ricostruire un temperamento e un individuo, una classe. Ma in questo lavoro di ricostruzione lo guidava sempre e dovunque il procedimento: la ricerca e la vista delle cause. Grazie a questa ricerca il sognatore ha definito tutti i grandi principi delle modificazioni psicologiche proprie del nostro tempo. Ha veduto chiaramente, sulle rovine dell’ancien régime, la novità di sentimento che avrebbe prodotto il trasmutarsi delle classi. Ha inteso tutte le complicazioni del cuore e dello spirito nella donna moderna sapendo intuire le leggi che sono imposte al suo sviluppo. Ha indovinato la trasformazione dell’esistenza degli artisti che avrebbe seguito la metamorfosi della situazione nazionale … Mi sembra che quella stessa potenzialità nella visione delle cause che ha fatto la ricchezza delle idee nella sua opera ne costituisca anche la magia. Mentre gli altri romanzieri ci descrivono l’umanità esteriormente ce la mostra, lui, nello stesso tempo esteriormente e intimamente».
  Il Taine, il Werdet, nel ritratto intimo lo Champfleury, i più recenti studiosi della grande opera, che riassume le condizioni della Francia nel primo trentennio di questo secolo, come il Flat e il Rive spendono pagine estese nel descrivere il modo di lavoro, il modo con cui la visione artistica si formava nella mente dello scrittore che era tutto coscienza e passione.
  Marcello Barrière che ha dedicato al Balzac uno studio profondo e intelligente accenna con queste efficaci parole ad una delle più singolari doti dello scrittore: «Balzac fa raramente raccontare ad un terzo ciò che compiono gli eroi dei sui drammi: egli li mostra, mentre parlano, si muovono, compiono i più minuti fatti del viver quotidiano. Sono attori che noi sentiamo recitare e vediamo agire su d’una scena immaginaria. Tutto parla, tutto si vede, ognuno è tradotto al vivo secondo la natura sua. Un personaggio ne conduce altri: si avvicinano, sono avvicinati e l’agitazione di questa folla fa assistere il lettore ad una commedia perpetua».
  Come un’opera così viva non avrebbe a sua volta modificato l’ambiente in cui fu conosciuta, acclamata e festeggiata? Il Balzac riuscì a spiegare un’influenza sulla vita sociale: in questo senso che i suoi personaggi tolti dal vero, trovarono nel vero imitatori che vollero seguire la linea tracciata dallo scrittore.
  Il Sainte-Beuve nello studio dedicato al Balzac e scritto su la tomba recente racconta per dare un’idea della forma che il buon successo letterario prendeva che: «Vi fu un momento in cui a Venezia per esempio tutta la società si trovava riunita, imaginò di prendere i nomi dei principali personaggi e di assumerne il contegno. Non si videro durante una stagione che Rastignacs, duchesse di Langeais, duchesse di Maufrigneuse, e assicurando che più d’un attore o attrici di quelle recite da salotto, volle per punto spinger la sua parte sino alla fine. Tale è la legge assai ordinaria di queste influenze reciproche tra il pittore e i suoi modelli: il romanziere comincia, tocca al vivo, lo esagera un po’: la società si picca e eseguisce; così ciò che da bel principio poteva parere esagerato finisce per esser soltanto verosimile».
  «Tutta una generazione di uomini – dice il Brunetière – che aveva imparato a legger nei romanzi di Balzac, ci ha anche imparato a vivere e servirci dell’espressione di un illustre naturalista, Luigi Agassiz, i suoi personaggi sono diventati «tipi profetici» dai Gaudissart, ai Rastignacs, ai Rubempré. Noi li incontriamo ancora nella vita quotidiana; si son modellati sugli «eroi del Balzac e così, molto più di quanto egli credesse potè far concorrenza allo stato civile» e questo è il supremo elogio che possiam dare a questo artista creatore».
  Abbiamo ricordato lo scritto affettuoso del Lamartine: redatto in principal modo su le memorie della signora di Surville, sorella di Balzac, è tra le varie monografie della letteratura sul Balzac di cui ho voluto dare un rapido cenno quella che si legge più volentieri. A questa giova togliere le degne parole che dipingono il carattere dell’uomo: «Era gentilissimo di cuore, incapace di lusingare una plebe o una corte. In caso avrebbe avuto qualche debolezza per i vizi più in alto, perché era pedante per grandezza e non per bassezza. L’ho visto più volte professar queste dottrine contro la propria popolarità. Rinunciava ad esser popolare pur di rimaner giusto e onorevole. L’incorruttibilità era la sua essenza: scrittore leggero e troppo indulgente per sé stesso in materia leggera, ma in fondo onest’uomo. Concedeva molto al mestiere, nulla all’onore.
  Tale era Balzac».

  Diego de Miranda, Tra piume e strascichi. A proposito di Vautrin, «Il Don Chisciotte di Roma», Roma, Anno VII, N. 67, 9 Marzo 1899, pp. 1-2.
  Vautrin dunque è ritornato di moda e Vincenzo Morello che è uno dei pochi i quali abbiano viva l’opera balzachiana – ha fatto un curioso paragone fra le ultime confessioni del maggiore Esterhazy e la fine onorevole dell’amico di Lucien de Rubempré. Ma veramente noi assistiamo oramai da un pezzo allo svolgersi della Commedia Umana in quella dilettosa terra di Francia! Mentre i membri della società dei gens de lettres protestano in nome dell’estetica contro la statua di Rodin, il grande romanziere rivive giorno per giorno nell’opera sua. Oggi noi vediamo agitarsi tutto questo losco drappello di falsari e di traditori, ieri era la calunnia lanciata contro il povero corpo addolorato di Matx Lebaudy. A rileggere la cronaca di quell’affare si potrebbe credere a una cattiva imitazione delle Illusions Perdues come ora nello scorrere i sunti telegrafici del daily Chronicle pare di svolgere le pagine dello Splendeurs et Misères des Courtisanes. Quei personaggi così vivi, così veri e così brutali di Balzac, escono di tanto in tanto dall’ombra. Forse sono meno grandi perché manca loro quel lato artistico, quel sentimento di bellezza che è il fondo romantico dell’epoca in cui essi agiscono. Ma è la medesima sete di godimenti, il medesimo bisogno di lusso, l’identica necessità di una vita di apparenza e di menzogna. Tutta la letteratura contemporanea, che pure è così sconsolatamente ricca di osservazioni crudeli, non ha ancora composto un edificio così armonioso come quello costruito dallo spirito possente di Onorato di Balzac. Ritroviamo oggi Vautrin, come ritrovavamo ieri Rubempré, come ritroveremo dimani Nucingen, Goriot, Marneffe e cento altri: nessuno scrittore è stato più fecondo e più completo di lui e nessuna letteratura ha una storia sociale più vasta della commedia umana. Il Dombey and Son o il David Copperfield di Carlo Dickens, la Vanity fair e l’Arthur Pendennis di Guglielmo Thacheray sono per l’Inghilterra – e per noi tutti del resto – studi prodigiosi di verità e di osservazione. L’Anna Karenina o la Guerra e Pace di Leone Tolstoi formano essi soli un monumento nella letteratura russa. Ma tutti questi volumi rimangono come isolati e ci mostrano solo sotto alcuni aspetti gl’inglesi di Giorgio IV o i russi di Nicola I e Alessandro II. Balzac invece ha riunito in un fascio indissolubile tutta la vita francese del secolo se vogliamo considerare l’opera sua oltre i limiti delle date imposte sotto ogni volume. Bisogna risalire al Bandello – di cui egli fu un così studioso ammiratore e che noi abbiamo tanto facilmente dimenticato – per ritrovare la ricostruzione tanto completa e tanto vasta di una società e di un secolo come quella della Commedia Umana. E bisogna rileggere assiduamente i cinquanta volumi del romanziere francese, per convincersi come nessuna via egli abbia lasciata inesplorata, come nessun abisso egli non abbia scandagliato. Quale novità nelle ginandre del sar Péladan dopo la Fille aux yeux d’or? Quale nel misticismo simbolico dopo lo swedemborghiano Séraphitus? Quale in tutte le ricerche di sottigliezze psicologiche dopo la Cousine Bette, dopo l’Eugénie Grandet, dopo la Peau de Chagrin? È per questo che ad ogni nuovo fenomeno che si riproduce in quella brulicante società francese, noi potremo trovare l’esempio in uno degli studi della Comédie Humaine e derivarne l’eroe. Ma questo non significa una maggiore corruzione o una più grande decadenza; questo significa solo che Onorato di Balzac ha veduto l’anima della sua razza con occhio di aquila e ha saputo renderla con genialità michelangelesca.

  Mario Morasso, L’Arte moderna alla III Esposizione di Venezia. II. Dell’arte realistica delle classi inferiori, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Sessantanovesimo Della Raccolta, Volume CLXXXII, Fascicolo 663, 1° agosto 1899, pp. 501-522.
  p. 510. Il romanticismo in questa sua duplice esplicazione si sparge per affinità di condizioni e per imitazione in Italia, nei paesi latini e nel restante d’Europa. Ma la sua durata non è lunga, come non è lungo il permanere del tipo intermedio di decadenza; la debolezza e gli errori della classe borghese da una parte, l’impeto e l’audacia delle classi inferiori dall’altra, conducono nel volgere di pochi lustri a una specie di civiltà di tipo inferiore, non tanto nello schema fondamentale della organizzazione sociale, quanto nella attività psichica sentimentale della coscienza collettiva. Muta quindi ancora la concezione della bellezza, e l’arte, sensibile indicatore della idealità estetica, diventa realistica in quel senso superficiale esteriore più volte descritto. Da Balzac, che sta a cavallo della trasformazione, che con alcune novelle fantastiche e ideologiche porge un fulgido capolavoro dell’arte intermedia e con la Comédie humaine apre la via al realismo, si arriva alla Madame Bovary del Flaubert, a Une fille dei Goncourt, ai Rougon dello Zola, notando che in ognuno di questi artisti resta o si inizia un elemento romantico o simbolico non per intero soffocato dal realismo.

  V.[incenzo] Morello, L’ultima incarnazione di “Vautrin-Esterhazy”, «L’Italia Centrale. Gazzetta di Reggio-Emilia», Reggio-Emilia, Anno XXXVII, N. 67, 9 marzo 1899, p. 1. (Dalla Tribuna)
  – «Io ho nelle mani l’onore di due grandi famiglie: voi non avete che la testa di tre forzati: sono dunque più forte di voi!» - dice Vautrin al procuratore generale De Grawille (sic?), nel romanzo di Balzac. E il procuratore generale risponde: «Avete ragione» e viene a patti col forzato. – Ma si vede, i personaggi di Balzac sono più abili dei personaggi di Cavaignac. Accusando noi, accuserebbe se stesso – hanno questi pensato – possiamo quindi sacrificarlo senza paura? E, serenamente, lo hanno rimosso prima dall’esercito, poi gli hanno fatto mancare i sussidi dopo la pensione, e infine mancare anche la terra sotto i piedi. Costretto a fuggire, l’irato ulano non portava la patria come Danton, sotto la suola delle scarpe; ma come l’abate Herrera, come Jacques Collin, come Vautrin insomma, portava nelle tasche le lettere di Pellieux e Du Paty de Clam, e nella fida memoria le parole di Gonse e di Boisdeffre. […].
  Si possono anche salvare i partiti politici che del processo Dreyfus hanno fatto un’arme di combattimento; perché, come dice appunto Balzac, nel romanzo sopra citato, a Parigi tutto assume una terribile gravità, e i più piccoli incidenti giudiziari divengono avvenimenti politici, e nelle mani dall’opposizione (sic) e della stampa un forzato diventa immediatamente un agnello pasquale.
  Ma non si salva lo Stato maggiore, che è disceso fino a Esterhazy, che lo ha creato e bollato suo rappresentante, e, perché sembrasse rappresentante degno, lo ha investito di tutta la sua fiducia nella difesa; non si salva lo Stato maggiore che spergiura, falsifica, muta i suoi connotati, si mette gli occhiali, si traveste, e dà convegno a Esterhazy e con lui viene a patti, scende a trattative, organizza, congiura, complotta. Ah, quel Du Paty de Clam! Io non posso immaginare i colloqui tra lui ed Esterhazy, diversi di quelli fra Corentin, il capo fantasioso della polizia balzacchiana, e Vautrin, col quale la polizia viene a patti. Dice Vautrin a Corentin: «Tu ti chiami lo Stato, come i lacché si chiamano dello stesso nome dei padroni; io mi chiamo la Giustizia: continuiamo dunque a trattarci con tanto più di dignità e di convenienza, in quanto noi siamo, e – gli confidò all’orecchio, – et nous serons toujours d’atroces canailles».
  Non pare anche a voi di sentire a parlare Du Paty ed Esterhazy?

  V.[incenzo] Morello, Balzac, «L’Italia Centrale. Gazzetta di Reggio-Emilia», Reggio Emilia, Anno XXXVII, N. 142, 22 Maggio 1899, pp. 1-2.

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  Dopo cinquant’anni dalla morte, e cento dalla nascita, il creatore della Comedia Umana riceve alfine dalla Francia la consacrazione ufficiale. Le porte del Pantheon si aprono al gran nome, e l’Accademia che gli chiuse più volte le porte in faccia, manda in giro i suoi figli perché facciano amenda dell’antico errore e dicano al pubblico le glorie del rejetto. Che valsero a Balzac le persecuzioni dei Lousteau e di Janin? Mentre tanti nomi si spengono e tante opere si sfiorano nel tempo, il nome di Balzac risplende ogni giorno di più vivo fuoco e l’opera rinverde ad ogni primavera, quasi che essa maturi col maturare del pensiero e dell’esperienza dei lettori. Se la fatica uccise il buon gigante, non lo uccise la critica e non lo uccide il tempo. L’autore della Comedia Umana vive quanto vivranno gli attori che la rappresentano.
  Pochi uomini hanno compiuto in minor tempo il gran lavoro di Balzac. Dai ventinove anni, in cui firmò i Chouans, ai cinquant’anni in cui levò la mano dal disegno dell’ultima comedia, egli scrisse 97 volumi di novelle o di romanzi, oltre le opere di teatro e gli studi di critica e di filosofia. Scrisse, come lo schiavo lavora: sotto le verghe. E nell’immenso edifizio da lui innalzato si scopre ancora lo stesso cemento di sangue, che diedero di lor vene gli schiavi nell’innalzare la piramide di re Kufù. Il debit, il gran negriero, gli curvò per venti anni continui, giorno e notte, la possente schiena al feroce lavoro. L’epistolario, che resta, è il terribile comentario di quella schiavitù. Solo in un anno, nel 1839, Balzac fu costretto a compiere 16 volumi e 20 atti di comedia. Nel 1846, scriveva alla sorella, ch’egli lavorava 18 ore nella giornata – e da così intenso lavoro, anzi da tanta compressione di lavoro, uscivano nientemeno che Les Paysans, Les Petits Bourgeois, Le cousin Pons, La cousine Bette. Nel ’32 scriveva alla madre: «Mi levo alle 6 di sera, correggo li Chouans, poi lavoro alla Bataille dalle 8 alle 4 del mattino, e poi nel giorno correggo quello che scrivo la notte». – Con questo metodo, La Vieille fille fu scritta in tre notti, il Secreto di Ruggieri in una notte, César Birotteau (o miserabili che noi siamo!) in venticinque notti, e in tre i 50 primi foglietti delle Illusions perdues. Statistica terribile – che ci spiega la sua morte. – «Si parla delle vittime delle epidemie e delle guerre – scrive a M.me Hanska – ma chi pensa alle vittime sui campi di battaglia dell’arte e delle lettere e delle scienze?». – «Vi assicuro – scriveva alla madre – che io vivo in un’atmosfera di pensieri e di idee, di piani, di concezioni, di disegni che cozzano, si incrociano, scintillano, nella mia testa, in modo da farmi diventar matto». – No, matto non diventò: ma morì invece; morì, col sangue infiammato dal lavoro, col cuore bruciato, coi nervi accesi dall’eccitazione prodotta dal caffè, che era il suo vital nutrimento nelle notti. Il buon gigante si spense di sé stesso – modestamente – scrivendo – così come aveva vissuto.
***
  Il disegno della sua vita fu tal quale il disegno dei suoi personaggi: più grande del vero, nella linea principale; grande quanto il vero, nei minuti particolari: un continuo eccesso, una sproporzione continua, invincibile, tra il sogno e la realtà. Balzac visse mangiando una bistecca e un’insalata, e sognando il milione; – studiò e ritrasse tutti i tipi che s’agitano nella lotta sociale, e affidò contemporaneamente il suo spirito ai risultati del magnetismo e della magìa; amò gli umili, tentò di migliorare l’ambiente democratico, e nello stesso tempo architettò superiori costruzioni monarchiche per la salute del genere umano. Egli faceva così esattamente i conti nelle aziende dei suoi romanzi e curava così scrupolosamente gli interessi e le fortune dei suoi personaggi e delle relative famiglie, non seppe mai fare i conti di casa sua, non seppe mai curare gli interessi suoi e della sua famiglia, tanto vero che dalle prime imprese, in cui impiegò il capitale paterno, uscì povero e pieno di debiti, e dopo non seppe imaginare per ricostruire il suo patrimonio che imprese sballate e più sballati progetti, inattuabili coi poveri mezzi di cui poteva disporre – come l’esploitation (sic) delle scorie nelle miniere di Sardegna, gli scavi del letto del Tevere, il taglio dei boschi di Wertzchovia, l’invenzione di una nuova pasta per la fabbricazione della carta. Egli viveva con la fantasia in questi affari e in questi progetti aveva l’illusione dei risultati diretti, faceva assegnamento, coi suoi e cogli amici, sulla scadenza prossima del successo.
  E mentre questa enorme fantasmagoria di ricchezze sfiorava il suo cervello, i debiti si accumularono, le cambiali scadevano, i creditori rifiorivano, ed egli era costretto a lottare coi minuti bisogni della vita: a rimutar casa continuamente, a disfarsi continuamente dei mobili e degli oggetti più cari, a ipotecare il suo lavoro avvenire e pagare intanto i suoi creditori, con un nuovo capolavoro, e a illudere se stesso con un nuovo sogno, tra le acute ostilità della critica e la resistenza non ancora vinta del pubblico. «Un giorno si saprà – egli scriveva a M.me Hanska – quanto mi sia costato ogni soldo che ho ricevuto dai miei editori; un giorno si saprà come io ho costruita l’opera mia in mezzo ai gridi d’odio dei miei compagni, in mezzo alla moschetteria letteraria, e come malgrado ciò, ho proceduto con mano ferma e imperturbabile». E finalmente, in una superba affermazione della sua personalità, in una suprema visione dell’avvenire della sua opera: «Quattro uomini avranno avuto in questo secolo una vera influenza: Napoleone, Cuvier, O’Connel (sic), e il quarto vorrei essere io. Napoleone ha vissuto del sangue d’Europa: Cuvier ha épouisé (sic) il globo; O’Connel s’è incarnato in un popolo. Io avrei pertanto una società intera nel mio cervello».
***
  Eccolo, alfine, Balzac! Questo è Balzac; questo è l’autore vero della Comedia umana: colui che portò tutta intera nel suo cervello la società del suo tempo. Non una zona, non una provincia, non una famiglia, non un tipo, è rimasto per lui inaccessibile. La vita di provincia, la vita di Parigi, la vita privata, la vita politica, la vita coniugale, la vita militare, la vita religiosa, ebbero in lui, nello stesso tempo, il Colombo e l’Ariosto: e furono rivelati e ripresentati al pubblico nelle loro lotte e nella loro poesia, nelle loro vicendevoli relazioni e nella loro essenza particolare. Ben tremila personaggi con genealogia precisa e più precisa istoria, sorgono, s’agitano, si muovono, vivono nell’opera di Balzac, e dall’opera nel mondo, in mezzo a noi, dentro di noi. Tutto quel popolo ha il suo stato civile in piena regola; tutto quel mondo ha la sua etnologia in piena funzione e la sua geografia precisamente disegnata e determinata. I nostri padri passarono, noi passiamo, i nostri nepoti passeranno ancora per lungo tempo nell’opera di Balzac: i nostri nomi si confonderanno per lungo tempo ancora, coi nomi di quelli abitatori: e le nostre parole si ripercuoteranno in quelle pagine, come da quelle pagine, sulle nostre labbra: meravigliosa compenetrazione della vita nell’arte, e dell’arte nella vita.
  Non vi era forse Adolfo Thiers negli inizi della vita di Rastignac? Non vi era Giulio Janin negli inni della vita di Luciano di Rabempré (sic)? Non vi era Pyat in d’Arthez e Chrestien in Luchet (sic?)? – per non parlare che delle Illusions perdues? Ma a parte le chiavi che aprono il cuore dei principali personaggi, c’è bisogno, perché siano ed appaiano veri, che piglino le mosse, o derivino da un personaggio esistito i personaggi di Balzac? Rastignac, Lousteau, Grandet, Hulot, César Birotteau, Restaud, Maxime de Trailles, Nucingen, Steinbock, Farrabeches, Gobseck, Gaudissart, Ferragus, Crentin, Vautrin ; M.me Nourisson, Ester (sic), Foedora, Pauline, M.me de Mortsauff (sic), M.me Camusot, M.lle Cormon, M.me Claes, M.lle Gamard; uomini astuti, intriganti, generosi, avari, giornalisti, politici, scienziati, poeti, usurai, spie, delinquenti, donne belle, donne brutte, donne oneste, donne depravate, donne pure, donne ingenue, donne mistiche, donne di piacere, donne di sacrificio: – tutto il bene, tutto il male, tutti i vizi, tutte le virtù, tutti i sogni, tutti gli ideali, tutti gli interessi, tutte le forze dell’umanità, sono ricercati, scoperti, raccolti, descritti, discussi, impersonati, in quell’immenso mondo in cui si riflette l’immensa vita nostra, e che si chiama la Comedia umana.
  Ma ci apriremo un altro giorno la via, in questa selva di carne.

  V.[incenzo] Morello, Il Romanzo italiano, «Rivista Politica e Letteraria», Anno Terzo, Volume IX, Fascicolo III, 1° Dicembre 1899, pp. 93-102.
  pp. 93-95. Il romanzo italiano non è più una malinconica aspirazione nazionale, come da parecchi secoli è il teatro; ma è una viva e fiorente realtà, che oramai s’impone, in tutta Europa, all’attenzione del pubblico ed all’esame della critica. […].
  Prima di arrivare a Onorato Balzac, i francesi hanno avuto bisogno di due secoli di prove e di riprove […].
  E poiché, allora, il vero romanzo – che è poi il romanzo della patria – era nelle intenzioni, non facciamo rimprovero a quei valorosi combattenti se non ci hanno dato opere d’arte che valgano quanto quelle della Commedia umana; perché alla fine, ci hanno dato qualcosa di più o di meglio, che non una emozione estetica o una illusione sentimentale: ci hanno dato la patria. […].
  Povero Mastriani! Che cosa gli è mancato per diventare lo Zola italiano? L’arte, certamente; ma anche la tradizione. Egli, è vero, non era un artefice della prosa, non era uno stilista, com’è necessario che lo scrittore sia, per dare all’opera sua un’impronta personale; ma non è men vero che egli non aveva dietro alle sue spalle duecento anni di storia di romanzo, e, sintesi della storia e del suo tempo, Onorato di Balzac.


  Nardi, Balzac al Pantheon, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno III, Numero 857, 7 Maggio 1899, p. 1.

   — Da ogni parte giungono approvazioni al deputato Fournière per la sua proposta presentata ieri alla Camera, tendente a domandare il trasferimento delle ceneri di Onorato Balzac al Pantheon.

  Nella esposizione dei motivi il deputato socialista dice che tutti i partiti debbono associarsi per onorare uno dei più eletti spiriti della Francia, il cui posto è vicino alle ceneri dell'autore della Légende des siècles.


  Ugo Ojetti, Ferdinando Martini, in Alla scoperta dei letterati. 2° edizione, Milano, Fratelli Bocca Editori, Librai di S. M., 1899, pp. 172-173.
  Si guardi alla Francia che per tanto tempo è stata la maestra eccellente. Dopo la generazione del ’30, dopo Balzac, Hugo Renan, Dumas, Flaubert chi è venuto? Zola? Bourget! Ma essi e gli altri scrittori geniali dell’oggi, che varrebbero senza il sostegno validissimo dei predecessori?

  Piero Ottolini, Cronache drammatiche. «Mon enfant», «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 5, 4 Febbraio 1899, pp. 37-38.
  p. 37. «Mon enfant» è il titolo della commedia rappresentata ieri sera al Manzoni ed è di Javier de la Motte. La traduzione ne è dovuta a Lucio D’Ambra. […].
  La contessa Müller – è il più bel tipo di tutta la commedia. […]; intromettendosi presso Accademici e Ministri, facendo recitare a suo marito [Giacomo Latour], banchiere, la réclame ambulante del poeta fine e adorato, è stata veramente quasi una mamma, vigile, attenta; … una mamma, è vero, incestuosa; ma così poco! … poiché Balzac scriveva, che una notte d’amore è un libro perduto: e Balzac, anche a rischio e pericolo di restarne personalmente malcontenta, lo segue a meraviglia.

  Giovanni Paesani, Voltaire e la critica di Dante, «Scena illustrata. Rivista quindicinale di letteratura, arte e sport», Firenze, Anno XXXV, N. 232, 1° Ottobre 1899 (Num. 19), pp. [1-2].
  [p. 1]. Un uomo di genio, per quanto fatto accorto dalla esperienza, ha sempre un voluminoso carteggio ante e poscia la celebrità. La trattazione di affari con un editore ce lo dimostra interessato o no all’aureo metallo – lo scambio di cortesie col signor A e colla signora B, la sua indole cavalleresca – l’amoruzzo galante, se egli preferiva la chanteuse o la diseuse, la borghesuccia o la gran dama. Se poi, per disgrazia, il nostro uomo lasciò debiti, o, come Balzac, per non citare che uno fra i tanti – visse fra creditori spietati o fra sequestri giudiziarî, abbiamo la prova evidente del grado di debosce in cui visse.


  Enrico Panzacchi, Napoleone, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXIV, Num. 205, 28-29 Luglio 1899, pp. 1-2.

  p. 1. I racconti dei contadini francesi nelle veglie invernali, così genialmente riferiti da Balzac, ri­suonarono, sott’altra forma, in tutte le classi della società francese.


  Rufo Paraluppi, La III. Esposizione d’arte internazionale a Venezia, «L’Italia letteraria», Bologna, Anno I, N. 10-11, 15 Settembre-1° Ottobre 1898, p. 66.
  L’arte realista è lo specchio dell’anima del tempo. Una mancanza di sentimenti elevati, una deficiente conoscenza del mandato dell’uomo e della società, una prostrazione degli spiriti nella mediocrità invadente profetizzante l’ultimo sfacelo dell’umanità: l’imbecillità completa, il cretinismo voluto e padrone assoluto nella pace e nel benessere universale. […].
  Così da Balzac, che visse tra le fantasie ideologiche, si va a Flaubert immerso in un pseudo-realismo per scendere ai Goncourt più analizzatori della vita e finalmente allo Zola vero artista moderno, che dalla plebe seppe trovare tutte le schifezze, le laidezze, le brutture, le vergogne, gli obbrobri di una razza degenerata e smisuratamente inferiore a quella, che realmente dovrebbe dominare.


  Parsifal, Uomini e Cose. La bugia, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XIII, N. 158, 11 Giugno 1899, p. 1. 

  Volete leggere le parole di Balzac, che presentai inutilmente al mio amico?

  «Pochissime sono le mogli le quali non si siano una volta nella loro vita, a proposito di un fatto certo, trovate dinanzi un’interrogazione precisa, sottile, chiara, una di quelle domande crudelmente fatte dai loro mariti, e di cui il solo timore dà un leggero brivido, di cui la prima parola entra nel cuore, come vi entrerebbe l’acciaio di un pugnale. — D’onde questo assioma: Tutte le donne mentiscono. Bugia cortese, bugia veniale, bugia sublime, orribile; ma obbligo di mentire. Poi, ammessa questa necessità; non bisogna saper bene mentire? le donne mentiscono sublimemente in Francia, i nostri costumi insegnano a loro così bene l’impostura!

  Insomma, la donna è così ingenuamente impertinente, così graziosa, così cara, così vera nella bugia: ella ne riconosce tanto bene l’utilità per evitare nella vita sociale, gli urti violenti ai quali la felicità non resisterebbe, e che per loro è necessaria come l’ovatta dove mettono i loro gioielli. La bugia diviene dunque per loro la base dei loro discorsi, e la verità non è più che una eccezione, esse la dicono, come esse sono virtuose, per capriccio e per speculazione.

  Poi, secondo il loro carattere, alcune donne ridono mentendo: altre piangono, altre diventano serie; alcune si stizzano. Dopo avere incominciato nella vita nel simulare l’insensibilità agli omaggi che tanto le lusingano, esse uniscono col mentire a loro stesse. Chi non ha ammirato la loro ostentazione di superiorità quando esse tremano per i misteriosi tesori del loro amore! Chi non ha studiato la loro intelligenza, la loro dissinvoltura (sic), la loro libertà di spirito nei più grandi imbarazzi della vita?

  In loro nulla è preso a prestito: l’inganno viene allora giù come la neve cade dal cielo Poi, con quale arte esse scoprono il vero negli altri! Con quale furberia esse adoperano la logica la più esatta a proposito della patetica domanda che a loro affida sempre qualche segreto intimo presso un uomo molto ingenuo per procedere presso di loro per interrogazione. Domandare una donna non è abbandonarsi a lei? non saprà ella tutto ciò che le si vuole nascondere e non saprà ella tacersi parlando? E alcuni uomini hanno la pretesa di lottare con la donna di Parigi con una donna che sa mettersi al di sopra dei colpi di pugnale dicendo: «Voi siete mollo curioso! che v’importa? Perché volete saperlo? Ah! voi siete geloso! E se io non volessi rispondervi?» Insomma con una donna che possiede centotrentamila maniere di dire «No» e delle variazioni incommensurabili di dire «Sì». Il trattato del «no» del «sì» non è una delle belle opere diplomatiche, filosofiche, logogrife e morali che ci restano da fare? Ma per compiere quest’opera diabolica non bisognerebbe un genio androgino. Così essa non sarà giammai tentata.

  Poi di tutte le opere inedite, questa non è la più adoperata dalle donne? Avete voi mai studiato la maniera, la posa la disinvoltura d’una bugia?

  Esaminate.

 

  Parsifal, Uomini e Cose. Le ignote, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XIII, N. 221, 13 Agosto 1899, p. 1. 

  Delle donne che [gli artisti, gli scrittori, i poeti, i giornalisti] non hanno mai vedute, e che forse, a lor volta, non li hanno veduti mai, si sentono attratte dalla potenza del genio, dalla vivacità del pensiero, dalla bontà delle forme, dalla bizzarria delle idee ... chi sa! e consacrano ad essi la loro vita intellettuale, iniziando quelle misteriose corrispondenze che talvolta poi conducono all’amore. Balzac ebbe moltissime di queste avventure: e quella che diventò sua moglie era un’ammiratrice che gli scriveva delle lettere anonime dal fondo della Polonia.

 

  Parsifal, Uomini e Cose. Il camminare … è l’uomo, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XIII, N. 335, 5 Dicembre 1899, p. 1. 

  La frase non è mia: ma, dopo tutto, perché no? Buffon lasciò scritto che lo stile è l'uomo. Ebbene, Balzac è andato più oltre: ha voluto anche dedurre che il camminare è l’uomo.

  Per stabilire questa sua teoria si appostò nel boulevard e si mise a scrutare successivamente il modo di camminare di duecentocinquantaquattro parigini, i quali, naturalmente, non sospettavano certo che il più grande romanziere del secolo tracciava di loro un’istantanea psicologica. Dall’esame di questi duecentocinquantaquattro parigini egli trasse una serie di aforismi dei quali ecco i principali:

  Il camminare è la fisionomia del corpo.

  Si può scoprire un vizio, un rimorso, una malattia, osservandoci in movimento.

  L’inclinazione più o meno viva di uno dei nostri movimenti, la forma di cui esso ha contratto, nostro malgrado, l’abitudine, l’angolo e il contorno che noi gli facciamo descrivere portano l’impronta della nostra volontà e sono di un significato straordinario.

  Lo sguardo, la voce, la respiratone, il modo di camminare sono per ogni uomo sempre gli stessi, ma siccome non è dato all'uomo di poter camminare contemporaneamente a queste quattro espressioni diverse e simultanee del suo pensiero; cercate quella che le riassume, e conoscerete l’uomo per intero.

  Un semplice gesto, un fremito involontario delle labbra può divenire un terribile scioglimento di un dramma nascosto da molto tempo fra due cuori.

  Il riposo è il silenzio del corpo.

  Il movimento lento è essenzialmente maestoso. L’uomo che cammina rapidamente scopre già la metà del suo secreto: egli ha fretta, è impaziente.

  Ogni movimento senza grazia tradisce ogni vizio o una cattiva educazione.

***

  Balzac che dev’essersi molto divertito a svolgere in un centinaio di pagine questa originale teoria del camminare, termina con queste curiose osservazioni:

  Gli uomini più imponenti, egli dice, hanno tutti la testa leggermente inclinata a sinistra. Alessandro, Cesare, Luigi XIV, Newton, Carlo VIII, Voltaire, Federico II e Byron ostentavano quest’attitudine. Napoleone, invece, teneva la testa inclinata a destra e si rappresentava ogni cosa rettangolarmente. Robespierre guardava in faccia la sua assemblea; Danton continuò l’attitudine di Mirabeau, che teneva alta la fronte in attitudine d’audacia teatrale.

  Ci sono degli uomini anche che camminano a testa bassa come i cavalli di fiacre, ce ne sono altri che ostentano una posa accademica, altri che sembrano avanzare a forza di braccia, le loro mani essendo dei remi dei quali si servono per navigare; ce ne sono di quelli che camminano a gambe larghe, e si meravigliano poi di vedersi passare sotto i cani che inseguono i loro padroni, ecc. ecc. Tanti uomini, altrettanti modi di camminare, egli conclude, e tentare di descriverli completamente, equivarrebbe a voler ricercare tutte le desinenze del vizio, tutti i ridicoli della società.

***

  Ed è vero. Se ci pensate un poco, o ripetete l’esperimento di Balzac, mettendovi a guardare chi passa giù nella via, vi farà meraviglia di non averci osservato prima.

  Quell’uomo frettoloso e dal volto accigliato è, statene sicuri, un tale cui il portafoglio non pesa. Quel giovinottino elegante, che ogni tanto si tira i baffi che ancora non ci sono, non ha altri pensieri che quello ... di esser guardato.

  Quella povera donna vergognosa, dal vecchio cappello rifatto con mani inesperte, che va via un po' curva, rasentando i muri senza guardar nelle vetrine, è una donna che sa la sventura ... Quell’altra che si muove dondolando i fianchi e tacchettando prestamente sul selciato, dando occhiate di traverso, non smentisce l’antico adagio. Quel tale, dal volto rubicondo, dalla persona diritta, per contrappeso alla borghese pancia ritondeggiante, che si guarda attorno con aria di gradasso e par barcollante nelle gambe ricurve, è una nullità profonda, come il vuoto d’un pozzo ... Quella signora, bene avvolta nella sua pelliccia, da cui non esce che il nasino arrossito, cammina, vedete, tranquilla tranquilla, fermandosi spesso alle vetrine, guardando con compiacenza i vestiti e i giocattoli per bambini, è una mamma fortunata, una brava massaia, che non ha né ambizioni, né desiderii ...

  Sì, signori: il camminare è l’uomo: e anche ... la donna!


  Giulio Pisa, Stendhal, in Studî letterarî. Leonardo da Vinci. Stendhal. Il figlio di V. Goethe. Gualtiero Whitman. Il “Diario” di E. Delacroix. Diderot. Lettere di G. Mazzini, Milano, Casa editrice Baldini, Castoldi & C.°, 1899, pp. 67-92.
  pp. 90-92. Il Balzac, un giorno, proclamò il Beyle un génie immense e i di lui scritti extrêmement spirituels. La lode è certo eccessiva, ma si spiega con l’affinità dei loro ingegni. Difatti lo Stendhal si confessava non artista, il che appare evidente dalla composizione farraginosa delle sue opere, e fa dire giustamente allo Zola che quel logicien des idées era un brouillon du style et de la conception littéraire; ora, quel difetto di talento artistico si riscontra, – benché in grado assai minore, – anche nel Balzac, il quale, – come tutti sanno, – si dava una gran pena per farsi uno stile. Sì l’uno che l’altro scrivono senza smancerie e senza affettazioni; sono ricchissimi d’idee, non sempre giuste ma spesso nuove e originali; sono emporî d’osservazioni sulla natura umana, spesso acute e profonde; sono, insomma, due alti-forni intellettuali, da cui scola continuo, quantunque impuro, il nobile metallo della scienza del cuore umano. Ambedue poi, in tutta la loro vita, diedero prova d’una grande energia di carattere, che nello Stendhal è messa in chiaro anche da queste pubblicazioni. È dessa una delle sue caratteristiche, da porsi insieme a quella dell’irritabilità. Per essa egli non si perdè mai d’animo, né contro il bisogno, né contro il poco successo de’ suoi libri, né contro le avversità d’ogni sorta, dalla paterna alle politiche, per essa lottò sino alla morte, come Balzac lottò eroicamente sino all’ultimo a colmare la voragine dei suoi debiti.

Il “Diario” d’Eugenio Delacroix, pp. 179-211.
  p. 203. Egli se la prende col lusso e la minuzia dei particolari, di descrizioni, che dànno, a tutta prima, l’illusione della verità, per far poi sentire di più la falsità dei caratteri. Perciò amava poco lo Scott, e poco anche il Balzac, di cui nota l’enfasi frequente, per mancanza d’insieme, di proporzione e di misura nei discorsi dei personaggi.

  Rastignac, Nell’arte e nella vita. Balzac, «La Tribuna», Roma, Anno XVII, Num. 133, Domenica 14 Maggio 1899, pp. 1-2.
  Cfr. supra: V. Morello, Balzac, «L’Italia Centrale. Gazzetta di Reggio-Emilia», Reggio Emilia, Anno XXXVII, N. 142, 22 Maggio 1899, pp. 1-2.

  Ernesto Ragazzoni, La musica dei nomi, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIII, N. 200, 21 Luglio 1899, pp. 1-2.
  p. 2. Conosco un giovane poeta, il quale null’altro che per ciò, voleva a tutti i costi sostituire una e del suo nome con una k. Balzac fantasticò un pezzo davanti a questa scritta: Z. Marcas; «Ne voyez-vous pas dans la construction du Z une allure contrarie? ne figure-t-elle pas le zigzag aléatoire et fantastique d’une vie tourmentée? …».

  Ernesto Ragazzoni, Letterati contemporanei: Sar Péladan, «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte, letteratura, scienze e varietà», Bergamo, Istituto d’Arti grafiche Editore, Vol. X, N. 58, Ottobre 1899, pp. 255-281.
  p. 257. Liberato dal giogo e dalle pastoie dell’istruzione ufficiale, per cui tutte le ste sono a foggiarsi ad un mondo, come le capocchie dei chiodi, Péladan attese solo alla propria cultura. Apprese rapidamente il greco ed il latino; Platone, Aristotele, Omero, Plotino, San Tommaso e i Padri della Chiesa divennero tosto i suoi autori favoriti, con Eschilo, Sofocle ed Euripide. Racine e Corneille, fra i classici francesi, e Chateaubriand, Lamartine, Balzac, Baudelaire, Barbey d’Aurevilly, Villiers de l’Isle Adam, fra i moderni, furono pure, nella sua libreria, dei più venerati. […].
  p. 260. Una sera d’estate, al tramonto, egli stava affacciato alla sola finestra della sua soffitta, attento al rombo formidabile della capitale; la notte cadeva sulla sua fantasticheria, e ad un tratto una subita luce illuminò il suo pensiero, come i lampi di calore soleavano davanti a lui il cielo pesante. Piramide Kheopsiana, al cui lato i tetti e le cupole svanivano, la Comédie humaine di Balzac, sfolgorò improvvisa alla sua immaginazione, come una gran macchina pirotecnica. “Ecco la cattedrale moderna” esclamò egli, e s’inchinò. “Salve et Gloria, papa Balzac”, l’eponimo ancora contestato, eppure incontestabile del diciannovesimo secolo, il Noè che ha costruito un’arca eterna a tutte le bestialità e a tutte le angelicità delle ultime fasi latine.
  La via era dunque trovata: quella aperta da Balzac.
  Péladan si risolse dunque al romanzo ed impugnò la penna come nel Rinascimento avrebbe dato di piglio al pennello. […].
  p. 267. Egli si contenta di denunciare allo sdegno ed all’indignazione di quanti hanno il culto del Bello, del Vero, del Bene, i crimini, le profanazioni che contro gli eterni Ideali si commettono.
  Una signora Rothschild fa demolire la casa dov’è nato Balzac? Anatema! […].
  Considerando che rinnegare il grande Baudelaire e Barbey d’Aurevilly, val quanto proscrivere Chateaubriand e Balzac e sottendere che il cattolicismo può far senza d’ogni arte. […]
  Tutti questi personaggi [della Décadence latine], poi, quanto alla figura, alla fisonomia, all’espressione, concepiti alla Leonardo, alla Michelangelo, alla Raffaello, sono, quanto alla loro natura, un po’ della famiglia dei Prospero, degli Amleti, del Lohengrin, dei Tristano, dei Séraphitus, dei Claes, dei Lambert e delle Mirande, delle Ofelie, delle Kundry, delle Isotte, delle Minne; motivi psicologici, incarnazioni di idee come le creazioni di Shakespeare, di Wagner e di Balzac.
  Péladan romanziere, già si sa, procede da Balzac e la Décadence Latine è fatta sullo stampo della Comédie Humaine. Balzac nella sua opera colossale, sulla quale morì, purtroppo, senza compierla, ci aveva dato la magnifica sintesi della società del suo tempo, magnifica ancora. Ma dopo Balzac, qualche anno della più rapida decadenza ha allargato oltre modo la sua vasta sintesi ed è appunto questa vasta sintesi ampliata che Péladan si è prefisso di darci nella sua Etopea.
  Egli si è preso sulle braccia un compito più pesante di Balzac e, diciamolo, più terribile. Imperocchè non è della sintesi di una società fra le tante, che si tratta nei suoi quattordici romanzi, come nella Commedia Umana, ma della sintesi di tutta una razza – della più bella razza che sia mai esistita sulla terra – della razza latina che si muore.

  F.[ederico] de Roberto, Le amiche di Balzac, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Ottantunesimo della Raccolta, Volume CLXV, Fascicolo 660, 16 Giugno 1899, pp. 666-682; Volume Ottantaduesimo della Raccolta, Volume CLXVI, Fascicolo 661, 1° Luglio 1899, pp. 99-112.


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  Se lo scrittore impareggiabile di cui la Francia commemora quest’anno il centenario fece oggetto delle sue indagini geniali tutte quante le umane passioni, diede pure tanto posto nell’opera sua all’amore, che fu chiamato, non senza una sottile intenzione di biasimo, il romanziere delle signore. Quantunque molti valentuomini abbiano speso tante cure nel narrare i suoi casi, questi non ci sono ancora noti interamente, né delle donne da lui amate abbiamo la lista totale. Più d’una scoperta curiosa resta da fare, e i biografi discutono ancora se la vita dello scrittore fu casta e quasi monastica, come egli stesso assicurò, o dissipata. Appena due anni addietro il visconte Spoelberch de Lovenjoul narrava una ignota avventura dell’autore della Commedia umana, e proprio mentre scriviamo la Revue de Paris finisce di pubblicare una serie di sue lettere inedite alla contessa di Hanska, le quali rischiarano di nuova luce la storia della sua ultima e massima passione. Nondimeno, lasciando da parte ciò che è ancora oscuro, gli episodi erotici della biografia balzachiana dei quali abbiamo notizie e documenti formano un notevole capitolo di psicologia sessuale.
I.
  Il signor Gabriel Ferry, ricomponendo, con l’aiuto dell’epistolario di Balzac, le figure delle donne amate dal romanziere, dà il primo posto alla madre e alla sorella. Queste non entrano nel nostro tema; tuttavia, a misurare la capacità affettiva d’un uomo, non è indifferente sapere quali furono i suoi sentimenti filiali e fraterni. Per la madre Balzac ebbe un affetto e un rispetto profondi; per la sorella Laura, maritata col Surville, una vera passione.

  Ma Muse est très-ingrate, à moins qu’elle n’exprime
  Mes tendres sentiments pour ma mère et ma sœur,

cantava egli in un’Epistola alla sorella, nei primi tempi della sua vita letteraria, quando voleva essere poeta tragico e faticosamente componeva i versi del Cromwell. La signora Balzac, come del resto tutta la famiglia, era d’umore molto variabile, di carattere non molto facile; ella diede talvolta qualche pena al figliuolo in gioventù; qualche ingrata quistione d’interesse potè più tardi lontanamente minacciare il loro accordo; ma sempre l’affezione e la devozione di Onorato furono più forti. Le prove abbondano. Se, lontano da lei, egli è triste, teme che la sua tristezza sia un presentimento che la madre stia poco bene; e la chiama e l’aspetta: «Tu avrai la camera del figlio tuo, al quale la minima tua parola commuove in questo momento le viscere». Ella è la metà, «la migliore metà» dei suoi pensieri; se sa che è inferma, la supplica di curarsi: «Nulla mi è più caro al mondo che la tua salute, darei la metà del mio sangue per rendertela, e impiegherei l’altra metà per servirti»; sogna per lei la ricchezza, più volte pensa di fare un’assicurazione sulla vita, per lascirle (sic), morendo, una piccola rendita. Vecchio, a cinquant’anni, si duole che la sua mamma lo rimproveri, gli dia severamente del voi; ma le è sempre rispettoso e obbediente; dal fondo della Russia ha cura di non farle mancare la pensione che le paga, le manda del denaro per la strenna, s’inquieta di non risparmiare le carrozze. Ammalato, quando i medici gli annunziano che si è manifestata l’ipertrofia al cuore, ne dà notizia alla sorella scongiurandola di non dir nulla alla madre, «per la quale sarebbe un colpo terribile».
  Alla sorella, all’alma soror, il romanziere portò un amore indicibilmente soave e forte. Una sua lettera a lei così comincia: A la boîte qui contient tout ce qui plaît; à l’elixir de vertu, de grâce et de beauté ; au bijou, au phénomène de la Normandie, à la perle de Bayeux, à la fée de Saint-Laurent, à la vierge de la rue Teinture, à l’ange protecteur de Caen, à la déesse des enchantements, au trésor d’amitié – à Laure ! … Egli la guida negli studi, le comunica i propri disegni, l’associa ai propri lavori, la conforta nei dolori, chiede consigli e conforti a lei stessa, partecipa a tutta quanta la sua vita. Certi passaggi delle prime lettere che le scrisse quando venne a stare a Parigi e dopo che ella andò a marito, rammentano le lettere di Giacomo Leopardi alla sorella Paolina. Come Paolina Leopardi, Laura fu donna di spirito elettissimo, capace d’intendere il genio del fratello. È curioso notare la frequenza di questi grandi amori fraterni nella generazione romantica: anche Chateaubriand ebbe nella sua Lucilla più che una sorella. La precocità, l’ardenza e l’esagerazione che sono i caratteri delle passioni romantiche possono spiegare questo fatto. La psicologia dell’amore tra fratello e sorella è del resto molto complicata ed oscura. Nella sorella certamente la donna è sublimata e scompare, ma non tanto come nella madre; qualcosa del femminino eterno è ancora in lei, una seduzione misteriosamente turbatrice nella sua purezza. Non è pertanto da stupire se questi grandi appassionati che si chiamano Chateaubriand, Leopardi e Balzac parlano alle sorelle quasi come innamorati. Per te sola, scrive Balzac a Laura, mandandole la trama di Cromwell, e le fervide espressioni s’incontrano in ogni pagina delle sue lettere. «Laura! o mia cara Laura che amo! … Cara sorella, pensa a me: non ti chiedo altro … Ahimè, ho dimenticato che dovevo cominciare la mia lettera con una imprecazione alle sorelle. O sorella scellerata! O sorella che non scrivi! O sorella che trascuri il fratello tuo! … Abito nella tua graziosa cameretta col parato scozzese, dormo nel tuo letticciuolo, sento il venticello che spira dall’uscio del babbo; ma non vedo più il grazioso visino di vergine raffaellesca che appariva fra le lenzuola quando c’era la signorina Laura … Addio, t’abbraccio con tutto il cuore, e ti prego di credere che la mia affezione non è per niente diminuita dalla distanza o dal silenzio. Vi sono torrenti che fanno molto rumore, ma il cui letto presto si dissecca; vi sono acque che scorrono lentamente, ma perennemente».
  E a lei più e meglio che ad ogni altro confida il suo bisogno d’amore. Egli vuole l’amore nel matrimonio. Un giorno, giovanissimo ancora, le scrive tra il serio e il faceto: «Cercami qualche vedova, qualche ricca ereditiera … insomma, capisci che cosa intendo. Ah, ma bisogna che tu mi lodi! Ventidue anni, belle maniere, l’occhio vivo, pieno di fuoco! e la miglior pasta di marito che il Cielo abbia mai impastata! …» Se queste parole possono far credere che egli non cerca tanto una sposa quanto una dote, troviamo più tardi meglio spiegato il suo pensiero. Quando l’altra sorella sua, Lorenza, si fa promessa col signor di Montglaize, quando egli vede che fra i due giovani sposi c’è soltanto un affetto tranquillo, e non una grande passione, scrive ancora a Laura: «Non dubito che Lorenza sia felice, poiché sposa un uomo amabile, spiritoso, di eccellente carattere; ma siccome credo che ciascuno di noi debba provare, nello stato sociale come nella natura, l’effetto unico d’un’armonia unica, così concludo che, per ammogliarmi, voglio cogliere questa simpatica armonia … Laura, Laura, i miei soli e immensi desiderî, esser celebre ed essere amato, saranno soddisfatti mai? …». Esser celebri per essere amati è il sogno di tutti; ma quanti si contentano d’un solo amore? L’artista, il romanziere, lo storiografo delle passioni non sarebbe giustificabile se ricusasse di circoscrivere così la propria esperienza, se si proponesse di gettarsi a capo fitto nel turbine della vita, di assaporare tutti i frutti dell’albero della scienza, di cercare sempre nuove fonti di commozione e nuovi soggetti di studio? … Balzac pensa, spera ed aspetta tutto il contrario. «Il giorno che i miei romanzi varranno duemila lire», scrive ancora a Laura, «io prenderò una sposa saggia e fedele, se sarà possibile, e mi domicilierò in una graziosa casettina nuova e lucida come un balocco tedesco. È vero: lo scrittore dev’essere ammogliato, perché la sua sostanza sia saggiamente amministrata, la sua casa ben governata, ecc.; perciò la signora di Balzac, nuora, sarà molto felice. Te ne prego, torna a Parigi, affinchè, quando potrò sposarla, tu abbia la compiacenza di scegliermela tagliata sul tuo modello; senza di che non ne farò nulla … Così preparati a trovarmi una che ti somigli, fra cinque o otto anni …».
  Ma non la trova. E si getta nelle gare letterarie e insino nelle politiche per disperazione. «C’è in me il culto della donna e un bisogno d’amore che mai è stato interamente appagato; disperando d’esser mai bene amato e compreso dalla donna che ho sognata … mi getto nel mondo tempestoso delle passioni politiche e nell’atmosfera temporalesca e disseccatrice delle glorie letterarie. Fallirò forse nell’una e nell’altro; ma se ho voluto vivere della stessa vita di questo secolo, invece di passare felice ed oscuro, ciò è accaduto appunto perché non ho trovato la felicità pura e mediocre … Se trovassi una donna e una dote, mi rassegnerei facilmente alla felicità domestica; ma dove trovarla? Quale famiglia crederebbe alla mia fortuna letteraria? Sarei disperato di dovere il mio avvenire a una donna che non amassi, di ottenerla con le arti della seduzione; resto perciò forzatamente solo … Consacrarmi alla felicità di una donna è per me un assiduo sogno, e mi dispero di non raggiungerlo, ma non ammetto il matrimonio e l’amore nella povertà …».
  Non potendo ottenere l’unica desiderata, la compagna di tutta la vita, si propone di rinunziare a tutte quante le donne, dice a sé stesso che un uomo come lui «non deve dipendere da nessuna gonnella», che deve vedere più alto «delle cintole»; si rassegna anche a perdere tutte le sue speranze e a passare la vita senza aver avuto da nessuna donna ciò che aspettava; ma poi se ne cruccia e se ne lagna: «Dunque non vi saranno donne per me nel mondo? … Non avere presso di me lo spirito dolce e carezzoso della donna, per la quale io ero fatto tanto bene! …» Né sogna legami fugaci, piaceri d’un momento, soddisfazione dei sensi o della curiosità; protesta anzi vivacemente se gli attribuiscono avventure galanti: «Non conosco la signora di San S … né le tante altre delle quali mi vogliono regalare i favori, o che si vantano esse medesime di avermi per amante, mentre non le conosco né di nome né di viso …». Dichiara ancora di non aver nulla da temere dalle dame che s’infiammano per gli scrittori: «Io sono non soltanto invulnerabile, ma ancora invulnerato». A ventidue anni come a trentacinque, come a cinquanta, egli intende unirsi a una sola donna, per sempre. Se otterrà l’intento troppo tardi, se prima farà come tutti gli altri, ciò accadrà quasi contro sua voglia.
II.
  Uno dei problemi sentimentali intorno ai quali più si discute è quello che riguarda la possibilità della pura amicizia fra uomini e donne nell’età dell’amore. Balzac, con tanta serietà di propositi, doveva dimostrare che questa amicizia non è impossibile. Bisogna pur dire che anche la signora Zulma Carraud ne fu degna e capace.
  Tanto questo sentimento pare difficile, che ciascuno di noi, quando se ne adduce un esempio, domanda quali circostanze abbiano impedito che si mutasse in amore. Una grande differenza d’età lo spiegherebbe; ma la Carraud, amica d’infanzia di Laura, educata nello stesso convento con lei, era coetanea del romanziere. Che questi non potesse turbare e sedurre una donna intelligente e vivace – e tale era la Carraud – non è da credere. Fu almeno costei talmente felice con un altro uomo, da poter sfidare impunemente ogni altra tentazione? Al contrario! Ella fornì a Balzac il tipo della donna incompresa – che solo più tardi, per l’abuso, divenne tanto ridicolo – della creatura eletta, vogliamo dire, che la vita e gli uomini condannano all’oscenità, alla mediocrità. Era ella incapace di piacere fisicamente? La bruttezza, nelle donne, dev’essere molto grande per impedire che gli uomini le desiderino! E se la giovane amica di Balzac trovò un marito nel comandante Carraud, quel marito che non la seppe intendere e non la rese felice, è incredibile che fosse tanto brutta da non poter turbare il romanziere. Se dunque i loro rapporti si mantennero puri, bisogna darne il merito ad entrambi, bisogna attribuire la purezza del loro legame alla forza dell’animo loro.
  Gli scettici hanno ancora un argomento da addurre. Costretti a riconoscere che fra quest’uomo e questa donna l’amore non insidiò l’amicizia, essi diranno che l’amicizia non turbata dall’amore dovette essere un sentimento poco forte, poco consistente, poco resistente, una quantità trascurabile. Ma, quando pure questa fosse la regola, quando pure la semplice amicizia tra uomini e donne non potesse rivaleggiare ordinariamente con l’amore e non fosse degna di storia, il caso particolare di Balzac e della signora Carraud dimostra tutto il contrario.
  «L’amicizia», egli pensava, «va più lontano dell’amore; poiché, a mio giudizio, essa è l’ultimo grado dell’amore, la quiete e la sicurezza nella felicità». Eppure l’amicizia sua per la Carraud andò più lontano dell’amore senza esserne né l’ultimo né il primo grado. Questa donna fu per lui «una delle più belle intelligenze e una delle anime più alte» che egli conobbe. «Credete pure che, in mezzo a questo deserto, un’amicizia come la vostra e la certezza di trovare un rifugio in un cuore amico sono le più dolci consolazioni che io possa avere … Voi comprendete tutto ciò che un cuore amico vi offre di tenero e di delicato; voi siete una di quelle anime privilegiate alle quali io sono altero di appartenere … Io non penso mai a voi se non per ritrovare nel mio pensiero tanti cari ricordi …». Ella gli offre certi lavorucci fatti per lui, egli le manda esemplari unici dei suoi libri. «Per voi c’è un esemplare (del Louis Lambert) stampato su carta di China, che in questo momento i migliori artisti legatori si occupano di rendere più degno di voi. Non lo prestate mai, ve ne prego. Sapete che, quando ricamate, ogni punto è un pensiero. Ebbene: ogni riga della mia nuova opera è stato per me un abisso. Vi saranno lì tanti secreti per noi due soli … Avevo pensato di mettere nel libro una lettera, una lettera dedicatoria; ma, tra cuori che s’intendono, m’è parsa una piccineria. Questo esemplare starà molto meglio nella grazia ignorata del suo secreto. Le vostre dolcissime mani fremeranno soltanto di gioia nello sfogliarlo: possa esso carezzarvi anche l’anima …». Se ella soffre, egli stesso soffre per simpatia: «Io farei cento leghe per venire a risparmiarvi un dolore di due giorni. Non sapete quanto sono fedele ed esclusivo nell’amicizia, quanto sono devoto». E trova la parola che definisce meno male la sua fedeltà: essa è di natura «canina». Se gli sciocchi e gl’invidiosi non comprendono i suoi libri, egli si consola pensando all’approvazione di lei: «Siete tutto il mio pubblico, voi e alcune anime elette alle quali vorrei piacere; ma voi particolarmente, che sono tanto superbo di conoscere; voi che non ho mai vista né udita senza aver guadagnato qualche cosa di buono, voi che m’aiutate a strappare le cattive erbe dal mio campo, voi che m’incoraggiate a perfezionarmi … Io solo so con quanta rapidità vengo a voi; io ricorro ai vostri incoraggiamenti quando qualche punta mi ha ferito, come il colombo ritorna al nido. Vi porto un’affezione che non somiglia a nessun’altra, e che non può avere né rivali né analoghe. È così bello, è così buono starvi vicino! …»
  Che la loro amicizia sia diversa da quella di due persone dello stesso sesso, che vi sia tra loro qualcosa di più che una comunione degli spiriti e una fratellanza delle anime, è provato da ciò che egli stesso tosto soggiunge: «Da lontano posso dirvi, senza paura che mi ordiniate di tacere, tutto ciò che penso dell’anima vostra, della vostra vita». Le parole di lui, dunque, le sembrano talvolta troppo calde; ma il loro sentimento non ne è intorbidito. «Nessuno più di me spera che per voi la strada sia bella quaggiù: vorrei mandarvi tutti i fiori che vi piacciono, come spesso vi mando i voti più ardenti di felicità. Sì, pensate che in questa vulcanica Parigi c’è un essere che pensa spesso a voi, a tutto ciò che vi è caro; che vorrebbe poter allontanare da voi tutto quanto può offendere nella vita, e che vi apprezza quanto valete; insomma, un essere il cui cuore sempre giovane è pieno di vera amicizia per voi, un cuore che non svela tutto ciò che può avere di buono se non a voi e a qualcuna di quelle donne che sanno comprendere il dolore …».
  Egli ha un’amante, la signora di Berny, e questo le piace nell’amica: che somigli all’amante, «all’angelo cui debbo tutto». La vivacità, la forza di questa amicizia è tanta, che rivaleggia propriamente con l’amore. Egli vuole andare a trovare la signora Carraud insieme con la Berny: «Fateci assegnamento: verrò a Frapesle, e credo che otterrò la compagnia della signora di Berny; l’ho trovata ieri al mio arrivo tanto ammalata, che ne ho concepito i più vivi timori. La sua vita è tutta la mia. No, nessuno può avere un’idea di quest’affezione profonda che sostiene tutti i miei sforzi e guarisce tutte le mie piaghe. Voi potete saperne qualche cosa, voi che conoscete bene l’amicizia, voi tanto buona e affettuosa …». E se egli lavora, aspetta come premio l’approvazione di lei: «Finite che saranno le tre nuove opere, forse avrò meritato uno dei vostri sguardi benevolenti, che annovero fra le mie più dolci e preziose ricompense, perché vi metto fra le creature perfette che ci consolano d’essere al mondo …». E se viaggia, se è rimproverato da lei perché non le può scrivere spesso, la rassicura: «Non m’accusate di oblio, voi che siete il mio più caro fiore d’amicizia. Ho pensato a voi, ho parlato di voi con orgoglio, rallegrandomi d’avere in voi una seconda coscienza … Lasciatemi qui dire, cara, con tutte le più tenere effusioni del cuore, che nel mio lungo e penoso cammino quattro nobili creature mi hanno costantemente steso la mano, e incoraggiato e amato e compianto; che voi siete uno di questi cuori i quali hanno nel mio un privilegio inalterabile di priorità su tutte le altre affezioni; che in ogni ora della mia vita, quando mi raccolgo in me stesso, voi mi date i più grati ricordi. Quando faccio sogni di felicità, voi vi siete sempre compresa; e possedere la vostra stima è una cosa più bella per me che non tutte le vanità di questo mondo. No: voi non mi dovete nulla che io non senta nel cuore il desiderio di rendervelo moltiplicato …».
  Non sono vane parole. Il tempo passa, ed ella è sempre per lui la «sorella dell’anima», una «perfezione celeste». Se le vicende dell’esistenza lo allontanano da lei, se egli trova la donna che vorrà far sua, se finalmente la sposa, la prima persona alla quale partecipa il matrimonio, dopo la madre e la sorella, è questa dolce amica. E tanto bene ne dice alla moglie, che anche costei l’ama, senza gelosia. Sapendola disgraziata, marito e moglie le offrono la loro casa a Parigi. «Voi siete la sola persona alla quale facciamo quest’offerta; dovete accettarla, o meriterete le disgrazie; perché, pensate, io venni in altri tempi a voi con la santa bonomia dell’amicizia, quando voi eravate felice ed io lottavo contro tutti i venti e le alte maree dell’equinozio, annegato nei debiti! Io ho da esercitare le dolci e tenere rappresaglie della gratitudine … Da voi mi ritemprai per le lotte, trovai nuove forze, vidi ciò che mi mancava, acquetai i miei desiderî. Ah, non li dimentico i vostri sentimenti materni, la vostra divina simpatia per i sofferenti. Perciò, pensando quanto valete, come sapete lottare contro l’avversità, io che mi sono tanto misurato con essa vi dirò che ho vergogna della mia presente felicità sapendovi infelice … Ricordatevi ciò che mi diceste ad Angoulême, quando, affranto per aver composto Luigi Lambert, ammalato come mi vedeste, io temetti d’impazzire e dissi quanto è orribile che i pazzi siano abbandonati: – Se voi impazziste, io non vi lascerei! – Mai ho potuto dimenticare queste parole, né il vostro sguardo, né la vostra espressione nel pronunziarle. Queste cose sono ancora in me come nel mese di luglio del 1832. Io oggi vi voglio in virtù di queste vostre parole, perché sono quasi pazzo dalla felicità …».
III.
  Abbiamo dianzi parlato della signora di Berny: con lei il romanziere visse il primo romanzo d’amore del quale si ha sicura notizia. Ella viveva, col marito, a Villeparisis, presso i Balzac: le due famiglie divennero presto amiche. Come Zulma Carraud, anche la signora di Berny aveva fatto un matrimonio infelice; ella aveva anzi maggiori, più gravi motivi di dolore. Il Carraud, quantunque non comprendesse la moglie, era tuttavia un buon uomo; il signor di Berny aveva invece un carattere difficilissimo, insofferente, irascibile; ed era anche vecchio. Bella, intelligente, sensibile, disgraziata, ella si affezionò al giovane scrittore, più giovane di lei: si interessò ai suoi lavori, gli fu larga di consigli e di consolazioni. Balzac l’amò d’un amore che forse egli non seppe, sulle prime, misurare. Il migliore, il maggiore documento della passione sua è il Giglio nella valle: nella signora di Mortsauf egli dipinse la buona, la dolce, la tenera amica, in modo però che nessuno potesse riconoscerla. Discretissimo sempre, egli tacque a tutti quel legame. «Nel corso della nostra intimità, che durò dal 1836 sino alla morte», narra Teofilo Gauthier (sic), «una sola volta Balzac alluse, con parole tenerissime, a un’affezione della prima gioventù, né ci disse altro che il nome di battesimo della persona al cui ricordo, dopo tanti anni, i suoi occhi si gonfiavano di lacrime …».
  Perché, infatti, la signora di Berny, di salute cagionevole, morì consunta, un giorno d’agosto di quello stesso anno 1836 quando il poeta conobbe il romanziere. Nell’epistolario di Balzac le sole testimonianze della sua relazione con la signora di Berny riguardano la malattia, la morte e il ricordo di lei. Egli scrive alla signora Carraud, nell’estate del 1834: «Ho molti motivi di pena: tanti dolori sono piombati, uno dopo l’altro, sulla signora di Berny, che ella è molto ammalata. È in campagna, ed io sono forzato a restare a Parigi. Voi capirete tutto quel che c’è in queste poche parole, se avete letto in fondo al mio cuore …». Sul finire del 1835 va a trovare l’inferma nella villa dove l’hanno trasportata per tentare di salvarla: il primo giorno dell’anno così scrive alla madre: «Ah, povera madre mia, sono affranto dal dolore. La signora di Berny muore. Impossibile dubitarne. Io e Dio soltanto sappiamo qual è la mia disperazione. E bisogna lavorare, lavorare piangendo …». Alla notizia della morte esclama: «Lo spaventoso dolore che mi aspettava è venuto; era lì, fra tante altre lettere, la lettera mortuaria … La persona che ho perduta era più che una madre, più che un’amica, più di tutto ciò che una creatura può essere per un’altra. Solo la divinità può spiegarla. Mi aveva sostenuto con le parole, con l’azione, con la devozione, durante le maggiori tempeste. Io vivo grazie a lei; era tutto per me; benché, da due anni, la malattia e il tempo ci avessero separati, eravamo visibili da lontano l’uno all’altra; ella reagiva su me, era un sole morale. La signora di Mortsauf, nel Giglio, è una pallida espressione delle minori qualità di lei; c’è in quel personaggio solo qualche cosa di lei, perché io ho orrore di prostituire la mia commozione al pubblico, e mai nulla di ciò che mi accade si risaprà. Ebbene, in mezzo ai nuovi rovesci che mi accasciano, doveva venire anche la morte di questa donna …». Qualche mese dopo confessa ad un’altra amica, alla contessa di Hanska, che i nuovi disinganni lo feriscono più crudelmente dei primi perché egli è ora solo. «Quando mi rovinai la prima volta, era il 1828, non avevo ancora 29 anni, e un angelo mi stava al fianco …». Due anni dopo si duole ancora che la morte lo abbia separato «dall’amica che aveva nobilitato, seguito, fortificato le mie prove», e confessa: «Io fui molto disgraziato in gioventù, ma la signora di Berny tutto riscattò con una devozione assoluta, che non fu ben compresa se non quando la terra ebbe inghiottito la sua preda. Sì, io fui guastato da quella donna ammirevole: lo riconosco, mentre attendo a perfezionare ciò che ella abbozzò in me». E dopo un altro anno ancora, nel 1839, lagnandosi che i doveri di moglie e di madre sottraggono troppo all’affetto suo la sorella, le dice: «Io sono solo contro tutte le mie noie, mentre un tempo avevo con me, per combatterle, la più dolce e coraggiosa figura che fosse al mondo, una donna che rinasce ogni giorno nel mio cuore, una donna le cui divine qualità mi fanno giudicare pallide tutte le altre amicizie. Non ho più consiglio nelle difficoltà letterarie, non ho più aiuto nelle difficoltà della vita; e quando dubito di qualche cosa non ho altra guida se non questo pensiero fatale: che direbbe ella se fosse ancora al mondo? …»
  Il dolce e disperato ricordo, a poco a poco, come avviene di tutte le cose umane, si cancellò. Se Balzac non gli fu fedele; se, quando la malattia e le vicende della vita lo distaccarono dalla signora di Berny, egli concepì una nuova passione, ne fu molto punito. La vanitosa, la perfida Duchessa di Langeais ben presto doveva distruggere il soavissimo influsso del modesto e delicato Giglio nella valle.
IV.
  «Credete voi che la gloria si traduce per me in altrettante tasse postali, e che ricevo da tre a quattro lettere di donna il giorno? Arrivano dal fondo della Russia, dalla Germania …». Così scriveva Balzac il 2 luglio del 1832 alla signora Carraud. L’anno innanzi, nel settembre, egli aveva ricevuta una di queste lettere firmata: «Una donna che non vuol farsi conoscere». Perché non voleva costei rivelare il proprio nome? Aveva da confidare al romanziere, come ad un confessore, qualche misteriosa avventura perché egli ne facesse oggetto di storia? Voleva chiedergli, come ad un confessore, consiglio e soccorso? … Gli osservatori della vita, i notomisti del cuore umano possono avere talvolta, come i sacerdoti, cura d’anime; la lettera anonima è, per chi ricorre alla loro scienza, alla loro esperienza, come la grata del confessionale: un mezzo di comunicare senza essere conosciuti. Ma l’anonima corrispondete di Balzac non aveva avventure da confidargli né consigli da chiedergli. Ella gli scriveva semplicemente per criticarlo! Aveva letto la Fisiologia del matrimonio, senza capirla, e se la prendeva con l’autore!
  Pazientemente, egli le risponde spiegandole l’opera propria: «La Fisiologia, signora, è un libro scritto in difesa delle donne … Per una donna che ha attraversato le tempeste della vita, il senso del mio libro è l’attribuzione esclusiva di tutti gli errori commessi dalle mogli ai loro mariti. È, in una parola, una grande assoluzione. Poi io reclamo anche i diritti naturali e imprescindibili della donna … Come vedete, signora, ecco il mio delitto mutato in una azione coraggiosa, che avrebbe dovuto procurarmi qualche approvazione! … Immediatamente dopo la Fisiologia, io scrissi, per sviluppare i miei pensieri e comunicarli alle anime giovani, le Scene della vita privata. In questo libro, tutto di morale e di saggi consigli, nulla è discusso: io rispetto le credenze, anche quelle nelle quali non ho fede. Io sono semplicemente storiografo, narratore, e mai la virtù non fu più venerata e preconizzata che in quelle pagine. Ora, signora, se si tratta della Pelle di zigrino, io mi difenderò contro la vostra accusa con una sola parola: quest’opera non è destinata a restar sola; essa racchiude, perdonate la pedantesca espressione, le premesse d’un’opera che sarò altero d’aver tentato, anche se dovessi soccombere nell’impresa …». Ma, dopo essersi così difeso, quasi pentito di averle dimostrato il torto delle accuse, per poco egli non le dà ragione: «Perdonatemi, signora, d’aver tentato di riguadagnare la vostra stima; ma voi mi avete messo in una posizione falsa e sconveniente: vi siete fatta un’idea intorno a me sulla fede dei miei libri. E di voi che cosa possiedo io? Una lettera, un atto d’accusa! Voi vi siete costituita mio giudice; non potevo rispondere se non con una difesa. Ma, comunque pensiate a questo riguardo, lasciatemi credere che, più tardi, noi ci scriveremo a proposito di un libro col quale saprò, per l’onor mio, far vibrare nella vostra anima le corde che ho lasciate inerti; sarà questo per me il maggiore, il più prezioso trionfo, il solo trionfo che io ambisca … Rileggendo questa lettera, m’accorgo che poteva essere migliore, che dovevo dirvi ben altro, che dovevo ringraziarvi dell’interesse che mi dimostrate e che sarà uno dei più grati ricordi della mia vita letteraria; tuttavia la spedisco così com’è, per provarvi la schiettezza e la semplicità d’un’anima molto diversa da quella che mi attribuiscono sulla fede dei miei libri …».
  Noi possiamo fin da questo momento anti vedere che l’avventura non potrà avere lieto fine. Stupida e presuntuosa, la donna che non ha capito il senso dei libri dell’ingenuo e galante Balzac, e lo ha criticato senza darsi a conoscere, non capirà neanche il sentimento che egli proverà per lei.
  Continuando a ricevere altre lettere dalla misteriosa corrispondente, stanco di risponderle senza sapere chi è, il romanziere le dichiara un giorno che cesserà di scriverle se non gli si rivelerà; ed ella allora lo invita a venirla a trovare. È una gran dama, la duchessa di Castries: Balzac si rammenta di averla vista talvolta in casa della principessa Bragation. Va da lei, e se ne accende. La duchessa è graziosa, elegante, seducentissima. Ha magnifici capelli, più biondi dell’oro, accesi come fiamma sulla fronte alta e bianca; ha il profilo d’una statua romana; le sue spalle sono degne d’esser prese a modello da Tiziano. Caduta durante una caccia, è ferita, piagata; si trascina languidamente, si abbandona come morta sui divani: l’espressione della stanchezza, della malinconia, del dolore, le dà nuove grazie, fa credere che dentro quella forma di bellezza viva un’anima delicata e sensitiva. L’anima non c’è. Il solo sentimento al quale ella obbedisce è quello della vanità; una vanità cieca e folle. Per vanità ha scritto a Balzac, gli si è svelata, lo ha attirato presso di sé. Per vanità accoglie graziosamente il grand’uomo, lo mostra ai propri amici come si mostrerebbe un mobile antico o una bestia rara, e si lascia vedere intenta a ricevere le sue confidenze e ad incoraggiare la sua corte. Ma Balzac, che ha poco uso del mondo, e poco tempo e meno denaro da spendere, è mal vestito, vive modestamente: la duchessa di Castries non scapiterà nell’opinione del nobile faubourg Saint-Germain se si saprà che accorda la sua attenzione a un uomo così poco elegante? Ella, infatti, gli lascia intender che, se ammira il suo genio, si duole della sua ineleganza. Ed allora Balzac modifica tutta quanta la sua vita. Eccolo, vestito d’un abito azzurro con bottoni d’oro e d’un vistoso panciotto bianco, palleggiare una mazza col grosso pomo guarnito di turchesi – la mazza che passerà alla storia. Egli si mostra all’Opéra, nel palchetto infernale, in mezzo ai dandies. Va al Bosco di Boulogne, in carrozza: ha comprato carrozza e cavallo. Ha preso due camerieri, ha affittato un quartiere che ha riempito di oggetti d’arte. La signora Carraud amichevolmente ne lo rimprovera; egli si scusa, si difende: «Voi date al frivolo piacere di andare al Bosco un’importanza che io non gli do. È una fantasia d’artista, una fanciullaggine. Il mio quartiere è un piacere, un bisogno, come quello d’avere la biancheria di bucato, di prendere i bagni. Ho acquistato il diritto di vestirmi di seta, perché domani, se bisognasse, ritornerei senza rimpianti, senza un sospiro, nella soffitta dell’artista, nella soffitta nuda, per non cedere a una cosa vergognosa, per non vendermi a nessuno». Egli si difende contro un altro grave sospetto dell’amica: quello, precisamente, di essersi asservito a un partito per amore della duchessa: «Come mi giudicate male condannandomi alla donna che supponete sia qui e che dipingete a modo vostro! Siete stata ingiusta in molte cose. Io venduto a un partito per una donna! un uomo come me, casto per un anno intero! … Non lo credete. Un’anima che non concepisce la prostituzione! Che giudica profanatore ogni piacere che non derivi dall’anima e che non ritorni a lei! …»
  Il profondo conoscitore degli uomini e della vita non s’accorge che la sua scienza gli fa improvvisamente difetto, proprio ora che ne avrebbe più bisogno. Il casto, il sentimentale, l’idealista corre appunto più grave pericolo, non di vendersi per una donna – se è onesto come Balzac – ma di lasciarsi prendere nelle sue reti, di apprendere come espressioni di sentimento sincero le sue civetterie, di non vederne la frivolezza, la doppiezza, la stupidità morale. La zelante affezione della signora Carraud ha ben compreso, da lontano, ciò che da vicino l’accecato Balzac non vede e nega. Vendersi non può, il povero grand’uomo che passa la sua vita lavorando come «una macchina a vapore» per pagare i suoi debiti; ma per amore della gran dama, per piacerle, come ha modificato gli abiti e le abitudini, così modifica le sue idee politiche e si accosta al legittimismo intransigente del faubourg
  Qual è il premio di questi sacrifizi? La duchessa si ride di lui! Egli comincia ad averne qualche sospetto, a conoscerla un poco meglio. La dama è andata ai bagni di Aix, in Savoia, ed ha voluto che il romanziere le promettesse di venirla a trovare. Da Saché egli scrive alla signora Carraud, dolendosi di non poterle far visita ad Angoulême: «Se una certa persona fosse andata ai Pirenei, vi avrei vista; ma bisogna ch’io vada ad arrampicarmi ad Aix per correr dietro a chi si burla di me, forse: una di quelle donne aristocratiche che certamente detestate, una di quelle bellezze angeliche alle quali prestiamo una bell’anima, la vera duchessa, disdegnosa, amante, fine, spiritosa, civetta, nulla di ciò che ho visto finora! una che dice di amarmi, che vuole nascondermi in fondo a un palazzo di Venezia … (a voi dirò tutto!) e che vuole ch’io scriva solo per lei: una di quelle donne che bisogna adorare in ginocchio, quando così vogliono, e che fa tanto piacere conquistare; la donna dei sogni! gelosa di tutto! varrebbe meglio essere ad Angoulême, alla Polveriera, e starmene saggio e tranquillo, piuttosto che perdere il tempo e la vita …».
  Se questa donna gli resistesse per virtù, non vi sarebbe da far altro che inchinarsi dinanzi a lei; ma alla sua virtù non può credere chi sa la sua relazione col giovane principe di Metternich! La benda cadrà dagli occhi del poeta? Un giorno, da Angoulême, dove è finalmente andato a trovare la signora Carraud, egli è in dubbio se scrivere alla duchessa oppure alla sorella: si decide per quest’ultima: «Oggi ti ho dato il tempo che volevo dedicare alla signora di Castries. Ella farà a meno della mia lettera; tu prima di tutti». Ancora uno sforzo, e vincerebbe. Ma è ancora stregato; se la verità comincia a lampeggiare, la malìa non si è ancora dissipata. Egli ha promesso alla duchessa di andarla a trovare ad Aix: mantiene la promessa. Lassù, con le libertà che si gode in una città di bagni, non potrà egli finalmente vincerla? E la raggiunge: ella lo accoglie affabilmente, gli fa trovare una camera vicina alla propria casa. Ma il disinganno torna ad abbatterlo. «Qui», scrive ancora alla Carraud, «io sono venuto a cercare poco e molto. Molto, perché vedo una persona graziosa, amabile; poco, perché non sarò mai amato da lei … Alle sei pranziamo insieme; poi passo la sera in sua compagnia. È il più fine tipo di donna, ma tutte quelle belle maniere non sono acquistate a spese dell’anima? …» Il dubbio nel quale si dibatte è evidente: mentre pensa che ella abbia poca anima, la giudica ancora il più fine tipo di donna! E la difende dalle accuse e si difende dai sospetti della signora Carraud; e quando la dama, deliberato con i parenti di scendere dalla Savoia in Italia, di fare un giro nella penisola, lo invita ad accompagnarli, egli non resiste alla nuova tentazione. Annunzia il viaggio alla famiglia, dispone le sue cose in modo da esser libero, dà istruzioni al suo editore perché gli mandi denaro a Roma e a Napoli, e parte. Giunto a Ginevra, improvvisamente, rinunzia ad andar oltre, e col pretesto degli affari se ne torna a Parigi.
  Quel che accadde a Ginevra non ci è noto, ma non è difficile immaginarlo: qualche cosa che lo guarì, radicalmente. All’amica Carraud scrisse alcuni mesi dopo: «Il lavoro e le cure dell’esistenza letteraria hanno tutto assorbito: lavoro troppo e sono troppo tormentato perché possa pensare ai dolori che dormono e si fanno il nido nel cuore. Mi disavvezzerò forse dalle mie idee sulla donna, e avrò passata la vita senza aver ricevuto da lei ciò che le chiedevo …». Un anno dopo egli scrive la Duchessa di Langeais, dipingendo sotto questo finto nome la creatura che si è preso giuoco di lui. Per uno scrupolo di delicatezza, o forse ancora – e chi sa! – per una speranza d’amore, egli vuol leggerle il manoscritto del romanzo prima di pubblicarlo: ella ascolta tranquillamente la lettura e gli è larga di lodi. Non capisce, o dà a divedere di non aver capito? Sciocca nel primo caso, infinta nel secondo …
  I rapporti tra lei e Balzac non cessarono allora. Nelle ultime lettere che il romanziere le scrisse si sente ancora il dolore della ferita. «Io sono più vicino a voi, e forse più lontano, secondo la fantasia del momento. Non mi piace la vostra tristezza; vi rimprovererei, se vi avessi qui. Vi metterei sopra un gran divano, dove voi sareste come una fata nel centro del suo palazzo, e vi direi che bisogna amare in questa vita per vivere; e quando l’anima non è nutrita, si accascia come il corpo …». Alcuni mesi dopo le scrive ancora, a proposito di ciò che ella gli ha detto del Père Goriot: «Voi avete mescolato d’amaro ciò che avete avuto la bontà di dirmi di lusinghiero sul mio libro, come se sapeste tutta la portata delle vostre parole, e fin dove arrivano. Avrei mille volte preferito vedervi considerare il libro e la penna come cose vostre, piuttosto che ricevere simili elogi. Ma non posso dire qui tutto il mio pensiero; forse ne sareste stupita; esso avrebbe del resto bisogno di veli che mi prenderebbero troppo tempo; ed io, povero artefice, debbo tornare all’opera mia: la campana ha suonato nel mio chiostro. Debbo finire per la Rivista la dipintura d’un sentimento tanto grande per sé stesso, che resiste a continui urti; è una sorgente alla quale gl’ingrati attingono senza disseccarla; io posso dipingere questa specie di sentimenti senza paura di esaurire la mia tavolozza, che il destino ha troppo ben fornito, ahimè! Il carattere ridente e fanciullesco, specialmente, come voi dite, leggiero, è come una scorza che mi ha spesso preservato; ma più spesso ancora il cuore ha ricevuto nel vivo sanguinose ferite: il nostro colore è quello del sangue nostro: così ha voluto Colui che tutto ha disposto …».
  Egli sanguina, infatti; e più tardi ancora significa più chiaramente, più amaramente tutto il male che quella donna gli ha fatto: «Sono dovuti passare cinque anni perché la tenera mia natura si distaccasse da una natura di ferro: una donna graziosa, quella duchessa della quale vi parlavo … Ebbene, questo legame che, qualunque cosa ne abbiano detto in contrario, è rimasto, sappia telo, per volontà di quella donna, innocente, è stato uno dei maggiori dolori della mia vita; le sciagure secrete della mia presente situazione dipendono da ciò: che io sacrificai tutto al minimo desiderio di quella donna; ella non capì nulla … Voi mi parlate di tesori, ahimè! Sapete voi tutti quelli che dissipai inseguendo folli speranze? Io soltanto so quel che c’è d’orribile nella Duchessa di Langeais …».
***
  La Castries aveva scritto la prima volta a Balzac – gioverà rammentarlo – una lettera anonima. Nel 1836 il romanziere ricevette un’altra lettera di donna firmata semplicemente Luisa. Questa nuova corrispondente gli esprimeva la sua ammirazione, la sua simpatia, gli proponeva anche di scriversi, di confidarsi l’uno all’altra, di sostenersi scambievolmente nel cammino della vita, col patto di non conoscersi mai.
  Idee simili vengono soltanto alle donne, proposte simili si fanno soltanto ai romanzieri. Com’è possibile la confidenza tra due persone che non si conoscono, che non si debbono mai né parlare né vedere? Come riuscirà la sola, la fredda, la studiata espressione scritta a rivelare tutti quanti i moti dell’anima? Se questa Luisa si contenta della semplice e misteriosa relazione epistolare, vorrà dire che ella è discreta, delicata, sensibile, sdegnosa della cruda realtà, amante dell’ideale? Ahimè, il suo proponimento non dipende da altro se non dalla freddezza organica e dall’ottusità sentimentale che è pur troppo frequente in tutto quanto il suo sesso. Per contentarsi di uno scambio di lettere, per credere che uno scambio di lettere possa alimentare la simpatia, l’amicizia, una specie d’amore, bisogna che la capacità affettiva sia molto scarsa! E se Balzac, dal canto suo, accetta la proposta, non vuol già dire che la creda seria: lo scrittore, il romanziere, l’osservatore dei casi umani vuole e deve vedere come finirà l’avventura.
  Nella sua prima lettera a Luisa egli non solo accetta di corrispondere con l’ignota, ma quasi la approva. «Noi resteremo, per volontà vostra, entrambi sconosciuti l’una all’altro, senza essere estranei. D’altronde avete ragione, bisogna che sia così. Si dicono più cose ad una persona che non si conoscerà mai, che non se ne dicano ai propri amici, ai quali si teme di far male. Voi sola, forse, saprete i dolori d’una oscura lotta, sotto il peso dei quali presto soccomberò, stanco, estenuato, disgustato come sono di tutto …». Ella gli ha scritto che l’arte dev’essere per lui un gran conforto; ed egli ne conviene; ma ella stessa che cosa fa, come passa il suo tempo? «Come voi dite, il mio tempo è dato all’arte, che è una seconda religione; il vostro è divorato dalle visite. Le visite! che cosa ve ne resta? …» Già il critico comincia ad apparire. E in questa medesima prima lettera egli dice la vera ragione per la quale si contenta di non sapere chi è la sua corrispondente. «Se ho provato alcune passioni grazie alla curiosità, queste si sono spente come fuochi fatui. Ecco perché non credo a nulla, quantunque sia sempre pronto a credere; e perché vi consiglio di restare nelle vostre illusioni senza fare un passo di più: io non oso mettervi fra le eccezioni gloriose, secrete, e più che altro rare». Egli non crede in lei.
  La seconda lettera contiene espressioni molto più chiare della sua diffidenza. Quantunque ella gli abbia scritto molte cose che egli giudica «buone», pure le dice: «Ve lo confesserò? Serbo una diffidenza molto ingiuriosa contro di voi, e non voglio assolutamente che solleviate, per dissiparla, il velo col quale vi nascondete; più d’una volta la mia fanciullesca credulità è stata messa alla prova, e voi avrete notato che la diffidenza è negli animali in ragione diretta della loro debolezza …». Se queste parole sono quasi brutali, egli ne tempera l’impressione, ma significa ancora una volta la sua sfiducia: «Voi mi parlate d’una devozione che non è di questo mondo; e, a tali parole, qual cuore non si sentirebbe commosso? Ma se pensate che il cuore al quale è indirizzata questa frase è fra i più amanti, e si vede condannato alla solitudine, al lavoro incessante, non ne indovinerete mai le commozioni, sia il vostro cuore intelligente quanto si voglia. Non ho io visto venire a me e stancarsi tante anime, dissiparsi tante altre devozioni? Le devozioni vere sono impotenti, le amicizie vere hanno le loro gelosie …». Eppure, se non può credere al sentimento di lei, ne è turbato, e pensa, senza falsa modestia, che di un vero amore egli sarebbe degno, e quasi contro ogni ragionevolezza lo spera. «Sappiate che tutto quanto stimate buono in me è ancora migliore, che la poesia espressa è inferiore alla poesia pensata, che la mia devozione è senza limiti, che la mia sensibilità è femminea, e che dell’uomo ho soltanto l’energia …». Ma se ella si duole della franchezza con la quale le ha detto che non crede in lei, egli insiste: «Sulla rocca che mi separa dal mondo si sono infrante troppe tenui e dolci amicizie che vi si gettarono storditamente, senza riflettere … Per venirsene nella cella d’un prigioniero bisogna fare sacrifizi che non sono di questo mondo, pensateci …». E, come pentito di essersi lodato, la mette in guardia contro se stesso: «Voi, signora, credete all’ingegno degli uomini; ma non dovete perciò credere che l’uomo valga personalmente quanto l’ingegno suo; se ciò accade talvolta, è un’eccezione …». Allora, poiché le lettere seguono alle lettere, poiché Luisa insiste nel pretendere che gli sia cara, egli spiega finalmente l’assurdità della pretesa: «Che cosa sapete voi di me? Quasi nulla; poiché, per conoscermi, sarebbe necessario praticarmi, a lungo. Che cosa posso io sapere di voi dalle vostre lettere, siano esse confidenti quanto volete? Possono esse ridire i minuti fatti d’ogni giorno, d’ogni momento, che sono tutta la vita, grazie ai quali amiamo o non amiamo una persona? Voi non sapete e non saprete nulla delle mie lotte quotidiane, della mia guerra incessante. Mi accuserete dove mi troverò grande; v’ingannerete continuamente per la forzata ignoranza nella quale saremo, voi di me, io di voi …».
  La stravaganza di questa donna è veramente incredibile. Ella non vuole soltanto confidarsi al romanziere e ricevere le confidenze di lui, ma presume che, senza conoscerla, egli l’ami «come si ama Dio»! E Balzac le risponde: «Ma avete ben pensato a ciò che dite? Amano Dio quelli che lo vedono … Tra uomini e donne la base della fede nei sentimenti è la conoscenza intima, senza reticenze: bisogna che ciascuno s’incida nel cuore dell’altro con ogni mezzo; e credetemi: l’amore è alterno: va dai sensi all’anima, come dall’anima ai sensi … I sacrifizi che di due esseri fanno un essere solo, la certezza di determinarli, la certezza di compirli, queste magnifiche prove dell’amicizia hanno bisogno di un fondamento. Ciò io vi dicevo con una sola parola, dicendovi che i sentimenti sono assoluti: o sono interi, o non sono; essi non hanno fine, non limite; e voi limitate i vostri, e pretendete che l’infinito stia dentro le vostre barriere! Che volete! Posso mascherare il mio pensiero? E sarebbe ben fatto mascherarlo? C’è in me il sentimento del grande a un tal grado che debbo necessariamente giudicare piccole tutte queste cose …».
  Vogliamo sospettare che egli non sia sincero? Sperando di vincere questa donna, di renderla docile, di farsene un’amante, nega egli per ciò la possibilità d’un accordo misterioso, tutto immateriale? Tanto questo calcolo non è la ragione del suo contegno, che un giorno, per caso, egli è in grado di sapere, se vuole, chi è l’anonima sua corrispondente, e rinunzia a saperlo! «Non ho fatto mai niente di così cavalleresco in vita mia, niente! … Ma ciò che vi stupirà ancora più, è che io posso sapere chi siete ad ogni ora, ad ogni minuto; e ricuso di saperlo, perché voi volete che lo ignori. Questa situazione è per me intollerabile; ho tutta la forza d’animo necessaria ad obbedire; ma la lotta è in ragione di questa stessa forza, e voi dovete vedere a qual tormento m’avete condannato, se ammettete che la curiosità sia necessaria nelle immaginazioni vivaci come la mia». Ella gli ha regalato un acquerello; egli si prepara a mandarle, sontuosamente rilegato, un suo manoscritto; e nel momento che questo scambio di ricordi li avvicina, l’assurdità della situazione gli appare più grave: «Non voglio occuparmi di ciò che voi pensate; ma voglio dirvi come penso io. Il ricambio degli affetti e delle idee mi sembra impossibile fra due persone che non si conoscono; c’è in fondo qualche cosa che sa d’inganno, che genera fra i più dolci pensieri la diffidenza; c’è poca dignità, poca grandezza: non l’ho mai tollerato, quantunque io non abbia alcun diritto a ricevere né a dare. Insomma, sia esso un buono o un cattivo sentimento, lo provo, e l’anima ne è ferita».
  Con tutta la smania di corrispondere segretamente, ella lo lascia senza lettere: «Ebbene, cara Luisa, ecco come finiscono queste amicizie senza nutrimento: non una parola, non un ramoscello sul quale i piedi dell’augellino azzurro chiamato speranza possano posarsi. Voi mi lasciate solo, inquieto! Non sapete nulla di questo cuore dove avete voluto un posto; lo tubate profondamente e non gli date nulla che possa calmarne le agitazioni! … Perché, per quale fatalità vi siete condannata a non conoscere tutto ciò che ho di buono, e volete soltanto sapere le espressioni del dubbio, del timore e del dolore? Sareste ammalata, sofferente? Che cosa pensare? Che cosa credere? Immaginarvi obliosa e inferma: che alternativa! …» Ella non ha scritto perché, dice, il suo figliuolo è stato poco bene: appena lo sa, Balzac, che per conto proprio è in una delle peggiori crisi della sua vita, le scrive: «Gli angeli del cielo allontanino ogni dolore dal vostro capo, il vostro bambino guarisca, ogni sofferenza si dissipi; insomma io voglio che sappiate quanto il cuore al quale avete affidato qualche cosa di vostro è puro di tutte le cattive cose che gli attribuite, e con quanto fervore desidera che tutto vi sia prospero nella vita. Questa convinzione non deve venirvi dalle parole, ma da un sentimento del quale voglio impregnare questo foglio, per sempre. Io m’inabisso nei miei dolori. Voi siate felice».
  Con tutta la buona volontà di questo mondo, tanto è impossibile lodare la condotta di lei, quanto dar torto a Balzac. Egli sarebbe disposto ad accettare un’affezione secreta, ignorata dal mondo; ma ha bisogno «d’una sorella che sia più di una sorella», e Luisa lo turba, lo attrista, lo fa dubitare con la sua mancanza di confidenza. Riceve da lei un altro dono, un ritratto, ed ella non gli dice neppure se è il suo. «Questa figura che si è curvata su me una notte e che se n’è volata via, mi ha cagionato non so quale violenta irritazione, da fanciullo che preferisce spezzare il suo balocco se non può sapere com’è fatto. Io sono fanciullo, sarò sempre troppo giovane, troppo credente, troppo facile ad ingannare. Se fossi certo di non essere ingannato mi vedreste docile e senza ribellioni». Il ricordo della perfida duchessa è troppo cocente, ed egli spiega a Luisa che proprio il disinganno antico lo fa ora così diffidente. E nonostante la diffidenza, pentito di averla manifestata, vuol pensare bene di lei. «Potete impedire a un poeta di sognarvi giovane, bella e spiritosa? Quando abbiamo tanto desiderato di trovare la perfezione in una donna, non è naturale che crediamo di averla trovata, se il sogno si presenta quando siamo stanchi della vita e preferiamo il riposo della morte all’indefesso travaglio? …Vorrei sapere tante cose di voi, ma non so come domandarle; mi sembrate troppo occupata, potreste dispiacervi delle mie domande. E nondimeno, per confidarsi interamente, per non ferirsi a vicenda, non si debbono conoscere tutti i sentimenti, tutte le simpatie? Le cose a mezzo mi fanno pena, moralmente e fisicamente». Tuttavia basta che ella gli scriva una lettera buona perché egli se ne contenti e si penta e torni a darle ragione. «Fate come volete! Voi risponderete soltanto alla vostra coscienza dei desiderî insoddisfatti che innalzerò al cielo … Voi m’imponete dure condizioni d’esistenza: ebbene, ciò che mi concedete è sempre meglio che niente …». E nondimeno! … «E nondimeno quante cose ho da dirvi! Voi conoscerete tutto di me; io non saprò nulla di voi … Io acconsento a ciò che volete, ma l’intuitivo mio spirito fa ch’io ci veda ad ogni momento reticenze nocive alla salute del cuore. Se voi conosceste tutto ciò che vi è di cavalleresco nella mia lealtà, non sareste tanto ostinata nel rifiutare ciò che vi chiedo. Né io vi chiedo già di vedervi o di conoscervi: chiedo soltanto come potremo essere amici senza di ciò. Io sono pieno di fede nel miracolo; avendo promesso, tocca a voi compirlo. Notate che mai avrete tanti elementi favorevoli, un cuore tanto ingenuo e credente, un’anima tanto poco maschia …».
  Tutto è inutile: è inutile la preghiera, l’ironia, l’accusa, la condiscendenza, l’obbedienza, il ragionamento, la logica. Questa donna che l’ha provocato, che è venuta a turbarlo, ad eccitarlo, a fargli perdere un tempo prezioso; che si è intrusa nella sua vita, che ha voluto per forza leggere nel suo cuore, nell’anima sua, non gli si vuole svelare. Si porta via le lettere di lui, le confessioni che gli ha strappate, e rientra nel mistero dal quale non ha voluto uscire, e lo lascia con un nuovo disinganno, con una tristezza di più. «Siate felice», sono le ultime parole di lui. «È il voto del mio cuore, un voto puro e disinteressato, poiché avete voluto così. Io mi inabisso un’altra volta nel lavoro; lì, come in una guerra, la lotta mi prende tutto: soffro, ma il cuore s’acqueta».
VI.
  Troppe anonime ammiratrici scrissero a Balzac. Come la Castries, come Luisa, così la contessa di Hanska cominciò col mandargli una lettera senza firma, o per dire più esattamente firmata La straniera. La prima relazione epistolare finì nel modo sciagurato che vedemmo; la seconda restò epistolare e cessò senza costrutto; la terza diede origine alla più forte, alla più lunga, alla più ardente passione del romanziere. Possiamo aggiungere: alla più felice? …
  Evelina Rzewuska, maritata col conte di Hanski, ricchissimo, ma di venticinque anni più vecchio di lei, e poco socievole e molto geloso, era nata in Russia, non si sa bene se nel 1803 o nel 1805; certo il 25 dicembre secondo il calendario russo, e il 6 gennaio secondo il nostro. «Per questa differenza di dodici giorni tra i due calendari», dice il visconte di Spoelberch, «ella potè sempre facilmente ringiovanirsi d’un anno, scegliendo come data della nascita una volta il 25 dicembre, e l’anno dopo il 6 gennaio». Divorati i romanzi di Balzac nei lunghi ozii di Wierzchownia, ella pensò un giorno di scrivere all’autore; per non dar sospetto dettò la lettera a una persona di fiducia. Anche lei gli rivolse, come la Castries, alcune critiche, specialmente a proposito della Pelle di zigrino; ma le lodi, le espressioni dell’ammirazione entusiastica furono tante, che Balzac, nel leggere la lettera, il 28 febbraio 1832, ne risentì un’impressione incancellabile. Come rispondere all’ignota confidente, se ella non gli dava il proprio indirizzo? Come avvertirla, se non altro, che aveva ricevuto la lettera di lei? Egli pensò un mezzo ingegnoso: in testa ad una novella della nuova edizione delle Scene della vita privata fece riprodurre il suggello della lettera ricevuta dalla Russia, con queste parole: Diis ignotis, e la data: 28 febbraio 1832. Se non che egli aveva fatto i conti senza la signora di Berny, la quale, vista quella pagina, glie ne fece tali rimproveri, che quantunque la stampa del volume fosse inoltrata, egli dovette ordinare all’editore di togliere e sostituire la dedica misteriosa.
  La Straniera intanto continuava a scrivergli. Due di queste lettere sono state ritrovate e pubblicate dal più amoroso biografo di Balzac. Pare impossibile come il romanziere prendesse sul serio espressioni di questo genere: «Voi dovete amare ed essere amato; a voi dev’essere toccata l’unione degli angeli; le vostre anime debbono avere felicità ignorate; la Straniera vi ama entrambi e vuol essere vostra amica; anche lei seppe amare, ma fu tutto – Oh, voi mi capite! …» Oppure quest’altre: «Il vostro genio mi sembra sublime, ma bisogna che diventi divino; la sola verità deve farvelo raggiungere; io vi vedo di anima evi presento similmente: questo è tutto il mio ingegno. Esso può tutto: puro, colossale, la sua sorgente è divina, la sua verità è sacra. Io vorrei circondarvene, e vorrei che viveste, senza colpe, in mezzo a tutte quelle che debbono far corona alla vostra persona, al vostro ingegno, al vostro genio». Oppure quest’altre: «Una verità eterna mi anima, lo sento; essa m’infiamma; voi solo potete comprenderla e descrivere questi palpiti d’amor puro, sacro, che mi fanno amare per vivere e vivere per amare; che, con un entusiasmo calmo e rassegnato, mi fanno prevedere un avvenire che sento sarà felicità e gioia per l’uomo, se egli potrà afferrare questa scintilla elettrica che mi sembra verità eterna, e che unendo la natura, l’amore, la verità, deve rivelare all’uomo la sua armonica esistenza e dirgli: Vedi che cosa sei, vedi che cosa devi essere …». Forse Balzac pensò che la Straniera, la Russa, scriveva con questo stile perché mal pratica della lingua francese; o forse, come pur troppo accade a tutti quanti, l’amor proprio solleticato non gli fece vedere la goffaggine dello stile e delle lodi. Tanto più che la sua corrispondente gli indicò di lì a poco il mezzo di farle sapere che aveva ricevuto quelle lettere. Ella gli suggerì di dargliene avviso con due righe da inserire fra gli annunzi della Quotidienne e da firmare: A. l’E.-h. de B. Detto fatto: Balzac fece pubblicare sul foglio indicato: «Il signor di B. ha ricevuto l’invio che gli fu fatto; oggi soltanto ha potuto darne avviso per mezzo di questo giornale, e si duole di non sapere dove potrebbe dirigere la risposta. A. l’E.-h. de B.». Finalmente ella gl’indicò anche il mezzo di farle pervenire una lettera; e Balzac tosto la scrisse, narrandole, fra l’altro, della dedica della novella. Diciotto mesi dopo l’inizio della corrispondenza epistolare la dama gli scrisse che, se voleva vederla, doveva recarsi a Neuchâtel, dove il conte di Hanski si trovava con la famiglia. Balzac, con molte cautele e pretesti, per non dar sospetto, corse a Neuchâtel, e dal momento che vide la sua ammiratrice il suo destino fu deciso. Alcuni dicono che la Hanska, per conto proprio, vedendo quell’ometto grosso e inelegante, provò una delusione che fu vinta più tardi dall’eloquenza e dallo spirito dello scrittore. La delusione, se ci fu, spiegherebbe molte cose …
  Noi non narreremo, né potremmo narrare, volendo, tutta la storia di questo amore: sarebbe troppo lungo discorso. Pensate che durò diciassette anni. Durante diciassette anni, da lontano, da vicino, Balzac amò la contessa, e certo d’aver trovato in lei la donna sognata e cercata fin dalla prima gioventù, la donna degna d’essere sua moglie, aspettò sospirando il giorno che avrebbe potuto unirsi a lei per sempre. Sfogliate i due grossi volumi dell’epistolario: una buona metà si compone delle lettere scritte a lei. Lettere? Non sono semplici lettere: sono interi giornali, di dieci, di venti pagine. Egli le narra la propria vita, riferisce i minimi disegni, esprime le sfumature de’ sentimenti, confida tutte le speranze; e loda l’intelligenza, lo spirito, il cuore, le grazie della donna amata, e chiede i suoi consigli, e trema del suo biasimo e insuperbisce delle sue lodi. Quest’uomo che lavora diciotto ore al giorno, struggendosi dall’impazienza di finire i libri per poter pagare i creditori, le scrive tutte le mattine «come si prega, alzandosi»; ruba ancora altre ore al sonno per intrattenersi con l’amica lontana. «Ecco l’alba, le candele impallidiscono: da tre ore io vi scrivo a linea a linea, sperando che in ciascuna voi sentiate il grido di un sentimento vero, profondo, infinito come il cielo …». Non è un’iperbole la sua, quando dice che le scrive «volumi». Oltre la metà dell’epistolario, una lunghissima serie di lettere alla Straniera è stata or ora inserita nella Revue de Paris; il visconte Spoelberch dice che le lettere inedite sommano a tremila pagine.
  Ed ella? Ella ha poco o niente da fare, gli scrive molto di rado, né sempre come l’amante desidera. «La vostra lettera mi ha attristato, mi è sembrata indifferente e fredda. Preferirei essere rimproverato ed accusato piuttosto che vedermi trattato con questa calma impassibile, con questa degnazione suprema, da sovrana per diritto divino, che si sente tanto sicura del proprio potere da abusarne regalmente … Non scherzate sopra i miei sentimenti, come usate fare talvolta … L’amicizia dovrebbe essere un’infallibile consolazione nelle grandi sciagure della vita: perché le aggrava? Ho rivolto a me stesso questa domanda, tristemente, leggendo stanotte l’ultima lettera vostra. Conteneva frasi che mi trapassavano il cuore …». E ancora: «Il vostro silenzio era per me un dolore che oltrepassava e moltiplicava tutti gli altri dolori della mia vita …». E ancora: «Da qualche tempo il senso delle vostre lettere è sempre: La terra non m’interessa più; non ho nulla da farvi. Voi non potete mai credere quante conseguenze, forse mal fondate, io ne deduco. Dovessi anche dispiacervi, vi dirò che non sono contento, che vorrei vedermi in altre disposizioni …». E ancora: «Andate via: sento profondamente la vostra indifferenza, stavo per dire la vostra ingratitudine, tanto sono esasperato da questo silenzio d’un mese». Ma, se ella gli scrive, se gli scrive cose buone, le lettere di lei sono «il pascolo dell’anima»; egli ne risente tale delizia «che un’ora di questo puro e celeste godimento farebbe accettare tutti i martirî dell’esistenza umana».
  Egli ha nel giudizio critico, anzi nel «genio» di lei, una confidenza «cieca»; dopo avere scritto Cesare Birotteau, non sa che cosa ha fatto «finché voi non mi direte il vostro avviso; me lo direte: è vero?» E sulla Vieille fille aspetta una critica «seria», aspetta, cioè, che «pagina per pagina, con le indicazioni più esatte e precise, voi mi diciate le idee, le situazioni che vi saranno dispiaciute, come sostanza e come forma, soggiungendomi ciò che bisogna levare, o sostituire, o modificare». Se non fosse che la rispetta troppo profondamente, egli metterebbe certe sue pagine «sublimi» in uno dei propri libri, «per darvi il godimento di sapervi superiore a tanti scribacchini come noi».
  Starle vicino è il suo sogno, il suo bisogno. Sospira il tempo quando sarà libero, sollecita il consenso di lei per andarla a trovare. Sapendola a Vienna, vi corre nel principio del 1835, per passare alcuni giorni in sua compagnia; vi ritorna nel novembre. Nel 1843, quando il conte di Hanski muore, egli la raggiunge a Pietroburgo. Due anni dopo ella è a Dresda; ma, quantunque gli abbia dato convegno in questa città, gli vieta di venirla a trovare subito, perché teme le mormorazioni del mondo. Egli va da lei nel maggio; nel settembre la segue a Baden. Tornato a Parigi, riparte alla fine d’ottobre per Châlon, dove la aspetta: la accompagna di lì in Italia, sino a Napoli. Vi resta alcuni giorni, poi è costretto a rientrare in Francia; ma nel marzo dell’anno seguente la raggiunge a Roma e più tardi a Wiesbaden, due volte. Una volta sola ella viene a Parigi, nel gennaio ’47; in settembre egli corre sino in Russia, a Wierzchownia, e vi ritorna ancora nel settembre dell’anno seguente. «Non capisco come non si viva presso di lei; ella è per l’anima ciò che il clima di Napoli e di Nizza è per il petto». Non sempre ha il denaro e il tempo occorrente a questi viaggi: batte moneta come può, si contenta di vederla per pochi giorni. «Ho mandato tutto a spasso: la Commedia umana, i Paysans, e la Presse, e il pubblico, e Chlendowski, e i miei affari, e un volumetto che farò per istrada, e il mio contratto col Siècle, e tutto …». Quando torna, quando è solo, non pensa ad altro che al tempo passato con lei; tutto ciò che vede senza di lei, a Berlino, a Dresda, a Pisa, le bellezze della natura e dell’arte, tutto gli sembra piccolo e scialbo. I più minuti ricordi dei giorni felici sono indelebili, splendono come «soli». «Mai ho sentito d’avere una memoria così fresca; la mia vita interiore è tutta rivolta a questi ricordi; gli unici interamente felici della mia vita; e voi potete immaginare i tesori di fantasia che abbelliscono per me certe ore; talvolta i miei occhi si gonfiano di lacrime … Che potenza e che felicità, in questi ritorni ad un passato che rivivo un’altra volta! Che dolcezza e che forza nel semplice pensiero di certe cose materiali che appena attirarono la mia attenzione nei felici giorni passati; e come mi sento felice di sentire così! … Il mio sentimento è più bello, più grande, più pieno che non tutte le manifestazioni della vanità e della gloria. Senza questa pienezza di cuore io non avrei compiuta la decina parte dell’opera mia, non avrei avuto questo coraggio feroce … Nulla, nessun avenimento, nessuna donna comunque bella, nulla può mutare ciò che è da dieci anni … Voi, cara anima fraterna, siete quella santa e devota e nobile creatura alla quale uno affida la propria vita e la propria felicità con la più ampia certezza. Voi siete il faro, la stella luminosa e la sicura ricchezza, senza brama … Io vi amo come si ama tutto ciò che ci oltrepassa, vi amo come si ama Dio, la felicità … Voi siete la mia vita, la mia luce, la mia forza, la mia consolazione … Con che fervore, con che ardore e con quale abbandono di tutto me stesso io mi sento legato a voi, per sempre, per il tempo e per l’eternità! …»
  No, sarebbe veramente troppo lungo riferire le sue parole d’amore, i suoi saluti ardenti, le sue lodi umili, le sue benedizioni mistiche, le sue sublimi ingenuità. Ella è «l’angelo di pace e di mansuetudine», è «la più nobile, la più pura, la più santa fra le creature umane»; è il suo «vero genio ispiratore»; è «il primo come l’ultimo, o piuttosto l’unico ed eterno pensiero» della sua vita. Se egli mangia un frutto saporoso, s’affligge pensando che ella non lo gusta, e ne risente una specie di rimorso. Da lontano, a Parigi, pensa che ella non ha seggiole abbastanza comode dove riposare mentre è sofferente, e scrive al genero di lei di comprargliene due per suo conto. Diventa superstizioso: un giorno entra in chiesa per pregare per lei, piangendo, e per la figlia sua. Se la Commedia umana non lo farà grande, egli assicura che sarà grande riuscendo ad ottenere questa donna, a sposarla.
  Perché questo è sempre il vero, l’unico suo scopo dal giorno che ella è rimasta vedova. «Non ho bisogno del mondo; al contrario: ne ho un orrore profondo; la celebrità mi pesa, ho sete di un home, d’una casa mia; ho bisogno di bere a lunghi sorsi la vita in comune, la vita in due». Se non potrà raggiungere lo scopo, se dovrà rinunziare alla speranza, rinunzierà alla vita; ha già preso l’hascisc una volta; tornerà a prenderne sino a morirne. E se pure non morrà, nulla, mai, riuscirà a consolarlo.
  Ella non consente subito. Se fosse tanto zelante della propria reputazione quanto ha dimostrato di essere nel tenerlo lontano, non dovrebbe sposarlo subito, dopo che è rimasta vedova? Legittimando tosto il loro legame, non farebbe tacere tutti i mormoratori? … Passarono invece sette anni dal giorno della vedovanza a quello del nuovo matrimonio. Noi non diremo che ella indugiò tanto perché lo amava mediocremente; perché era poco capace d’amore, perché aveva ragione chi diede di lei quel giudizio che la signora di Girardin riferì allo stesso Balzac. Una persona che conosceva «perfettamente» la contessa di Hanska disse alla Girardin che la contessa era lusingata dall’omaggio di uno scrittore tanto celebre, che se lo tirava dietro per vanità ed orgoglio; che era felicissima di avere come patito un uomo di genio; ma che stimava la propria posizione sociale tanto alta da non permettergli di aspirare ad altro … Non diremo così, perché lo sposò; e se fece passare tanto tempo, non fu certo mossa dal bisogno di mettere alla prova un amore che, alla morte del marito, era già vecchio di dieci anni; né dalla paura di dover rinunziare, come rinunziò, alla propria sostanza in favore dei figli, per disposizione del Governo russo. Ella ebbe, senza dubbio, altre ragioni; buone ragioni di prudenza, di convenienza, alle quali lo stesso Balzac si arrese rispettosamente. Forse anche ella consentì di sposarlo sapendolo infermo, condannato senza speranza, per dargli un’ultima gioia; e di ciò si deve tenerle conto. Ma dal giorno del matrimonio a quello della morte di Balzac passarono appena cinque mesi; e se ella lo aveva sposato per pietà, avrebbe potuto, avrebbe dovuto aspettarne la morte senza disingannarlo, senza addolorarlo, senza offenderlo. Cinque mesi non sono poi molti! … Questa donna che egli volle compagna degli ultimi giorni della sua vita lo lasciò morir solo. Quando Vittor Hugo, inquieto per le voci che correvano sulla salute del confratello, andò a trovarlo, la cameriera che venne ad aprirgli gli disse: «È perduto. La signora è rientrata nelle proprie camere». Attorno all’agonizzante c’era soltanto un’infermiera, un servo e una vecchia: la sua mamma.
VII.
  Come dicemmo sin dal principio, molti episodi della vita galante di Balzac sono ignorati; ma ciò che ne sappiamo dimostra come anche lui, al pari di tanti altri grandi, amò più e meglio che non fosse amato. Senza la signora di Berny, questo scrittore, questo romanziere, questo storiografo delle passioni avrebbe saputo che cosa è veramente l’amore ricambiato?
  Se le donne deboli di mente, dedite alla vita mondana, non lo capirono, fu egli almeno capito dalle scrittrici, dalle letterate sue compagne d’armi? Egli ne diffidò. «Mi piace l’istruzione nella donna», scriveva un giorno alla Hanska, «approvo che studi seriamente, ed anche che scriva, se ciò la diverte; ma bisogna che, come avete fatto voi stessa, ella abbia il coraggio di bruciare i suoi scritti». La donna concorrente e rivale dell’uomo, la donna emancipata e mascolinizzata, la donna dei moderni femministi non era il suo ideale; tutt’altro. «Io ho formato per mio uso questo assioma: che la donna non è mai tanto cara e bella come quando rinunzia ad ogni imperio e si umilia dinanzi al suo signore». Con tutta questa antipatia per le scrittrici di professione e per le donne emancipate, come spiegheremo la sua avventura con Carolina Marbouty, mediocre romanzatrice, della quale nessuno oggi ricorda più il nome vero né lo pseudonimo di Clara Brunne? Ahimè, come si spiegano i capricci e le stesse passioni di tanti uomini, di troppi uomini, per donne non soltanto, come costei, antipatiche e seccatrici, ma indegne ed abbiette? … Con Carolina, o se piace meglio con Clara, Balzac fece un breve viaggio in Italia; in Turena, dove egli le aveva dapprima proposto di condurla, la dama non volle andare per le stesse ragioni di prudenza che doveva addurre la Hanska. In Italia ella venne vestita da uomo, facendosi chiamare con un nome mascolino: Marcello. Giorgio Sand aveva messo di moda il travestimento, e l’invertimento o il pervertimento morale che ne è la conseguenza o l’origine. Di ritorno in Francia, cinque anni dopo, Balzac serbava ancora un così grato ricordo dell’avventura che dedicò la Grenadière all’amica con queste parole: «Alla poesia del viaggio, il viaggiatore riconoscente». Ma ebbe troppa fretta. Poco dopo Clara Brunne, pentita, ritraeva Balzac, sotto il nome di Ulrico, in un suo romanzo intitolato Una falsa posizione, e metteva il grande scrittore in così cattiva luce che egli dovette sopprimere la dedica. E Carolina, mentre scriveva o meditava quel libro, gli chiedeva biglietti per assistere, senza pagare, alle rappresentazioni delle commedie di lui …
  Balzac meritava un migliore destino! Ma non bisogna, forse, compiangerlo; perché gli sarebbe potuto accadere di peggio. Quanti possono vantarsi di avere ottenuto un amore come quello che consolò la sua giovinezza? E fra le donne sconosciute con le quali egli ricominciò l’eterno romanzo, se molte gli risposero male, ce ne fu pur una, della quale non sappiamo né il nome, né la condizione, nulla, fuorchè un pensiero squisito. «Io sono padre», confidò il romanziere, nel 1833, alla sorella, «per opera d’una gentile, della più ingenua creatura che sia al mondo, caduta come un fiore dal cielo, la quale viene da me nascostamente, non pretende ch’io le scriva, né mi dà altre noie, e dice: Amami un anno, io t’amerò tutta la vita … Creature capaci di dire parole simili non fanno dimenticare le Castries e le Hanska, le Caroline e le Luise, tutte le fredde, le stupide e le maligne?

  Giorgio Rodenbach, Suggestione. Racconto, «Corriere illustrato della domenica», Milano, Fratelli Treves, Editori, Anno I, N. 33, 28 Maggio 1899, p. 259.
  – Tutto ciò non spiega il vostro delitto, – interruppe il difensore, – tutto ciò è il rammarico di un’anima giustamente orgogliosa; ma queste son pure le piccole miserie della vita coniugale, inevitabili e comuni a tutti.
  L’avvocato, che era un po’ letterato, aggiunse con soddisfazione:
  – A questo proposito Balzac ha scritto un libro.
  – Avete ragione, – soggiunse il prigioniero; – questo non basta a scusare il mio delitto e nemmeno a spiegarlo.

  Sante de Sanctis, I Sogni. Studi psicologici e clinici di un alienista (con 3 figure e 1 tavola), Torino, Fratelli Bocca, Editori, 1899.

CAPITOLO IX
I sogni dei delinquenti, pp. 229-247.
  p. 229. I poeti sentimentali proseguono anche oggi ad illustrare una frase di Châteaubriand: «Le tigre déchire sa proie et dort; mais l’homme devient homicide et veille». […] Il guaio si è che ugualmente ignari di quanto si passa nel segreto della psiche criminale sovente si mostrano eziandio degli uomini di scienza. Questi, alla lor volta, credono con Macario che «le criminel rongé par les rémords est pendant son sommeil la proie de rêves terribile et effrayants».
  Ma alle parole di Châteaubriand e di Macario avrebbero di certo sorriso Molière e Balzac, che seppero creare Don Juna e Jacques Collin … […].

CAPITOLO XI
Gli stati sognanti e le psicosi oniriche, pp. 291-322.
  p. 293. Gli stati di rêverie s’incontrano molto di frequente. Shelley, Edgar Poë (sic), Balzac … vi andavano soggetti con gran facilità.


  Eduardo Scarpetta, Na figliola romantica e nu miedeco curiuso. Commedia in 3 atti ed in versi martelliani. Riduzione dell'artista Eduardo Scarpetta; con una lettera di Peppino Turco, Napoli, De Angelis e Bellisario, 1899.

Atto primo. Scena seconda.
  Rosina e detto [Conte].
  Rosina. Caro papà, buongiorno.
  Conte. Buongiorno figlia mia … Mi pare che ti manca la solita allegria.
  Rosina. Ma no, papà, t’inganni.
  Conte. M’inganno?
  Rosina. Veramente.
  Conte. Che t’annascunne arete ? Che tiene mmane?
  Rosina. Niente.
  Conte. Scummetto che so’ libre … famme vedé …
  Rosina. Ma no …
  Conte. Famme vedé te dico. (Prende un libro e legge): opere di Rousseau. La novella Eloisa … e po?
  Rosina. Nient’altro …
  Conte. E dalle! Voglio vedé. Balzac: il giglio della Valle (sic). Chello che so’ sti libre n’aggio saouto maje, te prego, spiegammelo, tu certo lo sapraje.
  Rosina, Son libri moralissimi.
  Conte. Nun me pare, Rousseau, per quanto sento dì, è n’auore proibito … nce ha da stà na ragione … E Balzac di che tratta?
  Rosina. Tratta d’educazione.
  Conte. Va bene. Lo vedremo … ma a te chi te l’ha dato?
  Rosina. Il Cavalier Fiorelli.
   Conte. Isso te l’ha purtato?
  Rosina. Ma sì papà.
  Conte. Va bene, allora, mi rimetto. Il Cavalier Fiorelli è un gentiluomo perfetto. Giovine educatissimo, saggio, gentil prudente, è amico mio strettissimo che stimo immensamente. È l’unica persona che putimmo trattà, e che Virginia, sai, non ha difficoltà. Allora li puoi leggere.
  Rosina. Grazie papà.

  Carlo Segré, Una festa a Versailles sotto Luigi XIV. Pierre de Nolhac. – “Histoire du Château de Versailles”. (Fascicolo 2) – Paris, Société d’Édition artistique, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXI, N. 52, Roma, 24 Dicembre 1899, pp. 1-2.
  p. 1. Lavoratore instancabile, eroico quasi, come possono essere i Francesi, quando lavorano, come furono Buffon, Balzac, Sainte-Beuve, egli presenta agli occhi di chi rivede Versailles, ogni volta qualche traccia novella delle sue cure sapienti e affettuose; […].

  Luigi Serra, Henry Becque, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 21, 27 Maggio 1899, p. 166.
  I francesi ebbero il torto di non comprendere che quelle opere erano la naturale esplicazione di un’anima, e di inveire contro una vera tempra d’artista. Poiché scrisse il Taine al principio del suo inarrivabile studio sul Balzac: «Les oeuvres d’esprit n’ont pas l’esprit seul pour père. L’homme entier contribue à les produire; son caractère, son éducation et sa vie, son passé et son présent, ses passions et ses facultés, ses vertus et ses vices, toutes les parties de son âme et de son action laissent leur trace dans ce qu’il pense et dans ce qu’il écrit».

  Luigi Serra, Honoré de Balzac, «Gazzetta Letteraria», Milano-Torino, Anno XXIII, N. 40, 7 Ottobre 1899, p. 317.
  Prima di tutto, concediamogli questo de, negatogli spesse volte con inesplicabile ferocia, poiché Egli ci teneva tanto, e poiché anche Ippolito Taine glielo accorda con magnanima indifferenza.
  Esso, fu una delle tante innocenti esplicazioni della sua vanità, del suo desiderio ardente di farsi credere aristocratico e ricco.
  La vanità in lui ascese a tanta altezza, da richiamare l’attenzione di tutti coloro che lo circondavano; fu coperto di ridicolo, di sarcasmi; ogni sua foggia di vestire, ogni acconciatura, il modo di camminare, di parlare, di comportarsi fu attaccato con implacabile ardore; ma Egli restò incrollabile nel suo desiderio di essere elegante ed originale.
  Questa sua vanità, fu per molto tempo un buon tema di discorso, e si giunse a tal punto, che un certo (sic) Girardin scrisse un libro sul bastone di lui.
  Dissipava rapidamente quel che guadagnava, comprava oggetti e gingilli costosissimi. E per far ciò, produceva con ispaventevole rapidità romanzi e romanzi, giungendo in tal modo, alla somma altissima di novantanove, dei quali la metà – come Egli stesso, del resto, confessava – era cattiva.
  La sua vanità, a volte, diventò presunzione, senza, però, perdere quel carattere di ingenuità che la faceva perdonare. Egli diceva spesso: «Il n’y a que trois hommes à Paris, qui sachent leur langue: Hugo, Gauthier (sic) et moi».
  Diceva a chiunque le tele dei romanzi che aveva in mente di fare, confidava i suoi segreti senza scomporsi; e parlando dei personaggi che gli si agitavano nella mente, si entusiasmava al punto da crederli persone veramente esistite, si interessava alle loro discussioni, gioiva della loro gioia, si addolorava de’ loro dolori; infine, viveva in essi, ed essi vivevano in lui, seguendolo, implacabilmente, dovunque.
  Portò nei suoi versi l’amore al fasto e all’opulenza, ma, quasi sempre, tradì la sua origine borghese, mostrandosi ignorante de’ misteri, delle finezze, delle passioni della vita aristocratica. E personaggi dei suoi romanzi, sono quasi tutti borghesi e mercanti verniciati di conti e marchesi, preceduti dall’appetitoso de. Anche i suoi nobili non ànno quella disinvoltura ed eleganza, quel certo chi del sangue ed operano come borghesi, sia pure di primo grado. Poiché il de Balzac non studiò con quella ammirevole tenacia e profondità con cui aveva studiato la borghesia, la classe aristocratica.
  Egli fu un osservatore profondo ed infaticabile; da un gesto, da una acconciatura indovinava un’anima e la scolpiva lentamente, svelandone, poco a poco, tutte le pieghe. Però, malgrado questa osservazione fin troppo minuziosa che uccideva in lui, spesse volte l’Artista, fece dire e fece fare da alcuni suoi personaggi, cose incompatibili con quello che avevan detto o fatto prima, o con il carattere, l’educazione, la coltura data ad essi.
  Le passioni umane trovarono in lui uno dei più potenti analizzatori, ed Egli le descrisse senza badare se fossero fosche e ributtanti; anzi le personificò, poiché, come scrisse il Taine, i suoi personaggi non rappresentano altro che una passione.
  Fu un caos di caratteri, un magazzino di documenti, un emporium di tipi, colti dovunque senza tener conto delle loro qualità, senza ascoltare il grido di disgusto che faceva innalzare. Però non dipinse queste passioni molto repugnatamente. Considerò la società umana mossa da due cose: l’interesse e la passione; di qui, il suo concetto pessimistico della vita.
  Chi à letto quelle mirabili pagine del Taine sul de Balzac, saprà quali invidiabili doti di osservatore Egli ebbe, e qual fu il suo ingegno e quale la sua volontà. E il Taine non gli risparmia appunti e critiche.
   Chi potrà mai obliare la dolce figura di Eugénie Grandet, e quel Grandet padre con gli occhi sempre pieni dei bagliori e della brama dell’oro? E quella Henriette de Mortsans (sic), e quella Eva Séchard? Essi sono tipi che si sono incontrati e s’incontrano, e, molte volte, verrebbe il desiderio di gridare in volto a qualcuno che rassomiglia ad essi uno di questi nomi evocati dalla fascinatrice penna del de Balzac. Egli ebbe il dono di far vivere le sue creature; e se non fosse la manìa di dissertare, di discutere, di fare osservazioni ad ogni pagina, i suoi romanzi sarebbero, forse, i più riboccanti di azione, dando, così, una luminosa visione della vita.
  La splendida gamma di colori ch’Egli profonde nelle descrizioni della natura e degli ambienti, la vivace e brillante rapidità del dialogo, la potente evocazione delle passioni mostrano quale invincibile signore della lingua Egli sia.
  Un letterato francese, che lo commemorò a Tours, or sono pochi mesi, disse che Egli fu il Napoleone dei romanzatori. Colui che parlerà di Napoleone, potrà dire, egualmente bene, che Napoleone fu il de Balzac de’ capitani. Essi sono due splendori della splendida terra di Francia; non si conobbero, ma de Balzac aveva una grande ammirazione pel vinto di Waterloo.
  Egli aveva, nella sua stanza, una statuetta di Napoleone. Sul fodero della sciabola aveva scritto: «Ce qu’il n’a pu achever par l’épée, je l’accomplirai par la plume!».

  Scipio Sighele, Fisiologia del “successo”, in Mentre il secolo muore, Milano-Palermo, Remo Sandron – Editore, 1899, pp. 29-39.
  pp. 34-35. … Voi conoscete la lettera che l’Esther di Balzac – questa fanciulla insensibile e depravata che l’amore purifica e innalza – scrive al suo amante prima di morire. Ella si uccide perché si è venduta a Nucingen per Rubempré. Lascia al suo poeta settecento e cinquanta mila lire, prezzo di questo mercato, e scherzando sull’orlo del sepolcro affinchè egli rimanga men triste, gli scrive «Qui est-ce qui te fera comme moi ta raie dans les cheveux?»[4]
  Si dice che Balzac, leggendo questa lettera ad alta voce, s’interrompesse esclamando colle lagrime agli occhi: – Comme c’est beau!
  Quante volte non è accaduto ad ognuno di noi di commuoverci, – pur troppo non come autori – alla lettura di certe pagine sublimi? Ma quel fiotto di ammirazione che ci saliva dal cuore è che, se fossimo stati in un teatro o in una sala affollata, avrebbe condotto istantaneamente per sola virtù di contagio al delirio dell’applauso, – si spegneva solitario nell’anima nostra e fra le pareti del nostro studio.
  L’autore di un libro non vede e non sa queste isolate manifestazioni d’entusiasmo: egli non conosce quel pubblico sparso che lo ammira e, se ne ode le singole voci, non ne ode però la voce collettiva e grandiosa. Egli non può mai essere, come un oratore o come l’autore d’un dramma o d’un melodramma, il fuoco ove convergono in un unico istante tutte le impressioni risentite da centinaia di uditori, centuplicate – ognuna di esse – sul suo valore effettivo dal solo fatto della presenza di altri uditori; ed è perciò che Balzac, il quale è pure una tra le più grandi figure di questo secolo, non ha goduto la voluttà acuta e suprema di veder tutto un pubblico commosso e delirante ai suoi piedi, come lo vide – per citare un esempio e recente – il maestro di Cerignola, e come lo videro insieme a lui molti altri che valevano assai meno di lui.

La suggestione nell’arte, pp. 43-58.
  pp. 44-48. In un libro uscito sull’arte contemporanea (1) io leggevo queste parole: «– La qualità che distingue il critico è in fondo la qualità caratteristica dello scrittore e del filosofo: tutti e tre procedono per elezione. Colui che noi chiamiamo oggi un critico fa dunque anch’egli opera d’arte, poiché lo stesso istinto lo spinge verso uno stesso ignoto. Il critico d’arte che parla d’un quadro o d’una statua cade in preda alle identiche emozioni del pittore e dello scultore davanti al loro modello». – Analogamente e prima assai del Fierens Gevaert, Zola scriveva: «– Lorsque M. Taine étudie Balzac, il fait exactement ce que Balzac fait lui-même lorsqu’il ètudie (sic) par exemple le père Grandet. Le premier opère sur un écrivain pour connaître ses ouvrages, comme le second opère sur un personnage pour connaître ses actes».[5]
  (1) H. Fierens-Gevaert, Essais sur l’art contemporain, Paris, Alcan, 1897.
  Con tutto il rispetto per i due autori citati, io non credo giusta la loro opinione. Dire che il critico d’arte ha le identiche qualità dell’artista, e che entrambi compiono un’opera uguale, mi sembra un errore. […].
  Emilio Zola si inganna quando afferma che Taine studiando Balzac compie opera identica a quella di Balzac che studia le père Grandet.
  La sua analogia manca di base perché Balzac esiste prima e fuori di Taine, – mentre le père Grandet è nato nel cervello di Onorato Balzac. Taine non ha dunque avuto per punto di partenza nell’opera sua, quella immaginazione creatrice che ha dovuto avere Balzac. Egli è stato come un illustre psichiatra che notomizza splendidamente tutte le manifestazioni di un alienato, e sa rintracciare le cause di questa follia; – mentre Balzac è stato come uno Shakespeare, il quale dal solo suo genio seppe trarre le figure pazzesche di un Macbett (sic) o di un Amleto. Il primo, insomma, lavora – mi si perdoni la similitudine – su un canovaccio che già esisteva, e i soli disegni, per quanto meravigliosi, son suoi; il secondo invece non soltanto disegna, ma si è formato da sé anche il canovaccio.
  L’uno, in una parola, compie un lavoro di semplice analisi, l’altro compie un lavoro di creazione.
  Ma – si dirà – anche l’artista che crea, prende in fondo i suoi tipi dalla vita reale, e li studia come Taine ha studiato Balzac; – in questo senso dunque Zola ha ragione.
  Anzitutto, non è vero che i tipi eterni creati dai grandi artisti siano per dir così delle fotografie di tipi realmente vissuti. Dei personaggi della Commedia umana – per tenerci sempre all’esempio di Balzac – io credo che se tutti nacquero da una osservazione di fatto, tutti anche si formarono nel cervello dell’autore.
  In secondo luogo – dato anche, e non lo ammetto – che quei personaggi fossero realmente esistiti e che tutti avessero potuto essere studiati da Balzac, vi par forse che l’averli trasportati vivi e veri nei romanzi sia opera eguale a quella di un Taine che analizza Balzac, o a quella di uno psicologo che vi studia un qualunque uomo celebre? Di questo passo, mi pare, si verrebbe a confondere il romanziere collo storico. Forse che Balzac possedeva sui personaggi da lui studiati tutti quei documenti che Taine possedeva copra Balzac?
  Non esageriamo dunque un’analogia che, se può essere elegante e a tutta prima convincente, si rivela erronea quando la si voglia portare alle sue ultime conseguenze; e teniamoci paghi della confessione di Ippolito Taine, il quale ha dovuto riconoscere che a lui – grande psicologo, grande filosofo e grandissimo critico d’arte – mancava qualche cosa per essere romanziere.
  In che consiste questo qualche cosa? Io credo consista nella potenza che hanno gli artisti di sdoppiare la propria personalità, di immedesimarsi cioè nel tipo che creano, di vivere veramente la sua vita. […].
  pp. 49-51. Questa facoltà di trasportarsi in un’altra persona, che noi possediamo tutti più o meno, deve essere sviluppatissima negli artisti, in coloro che sapendoci far entrare nell’intimo del cuore dei loro personaggi, debbono prima esservi entrati essi stessi. […].
  Balzac, in Facino Cane, ha squisitamente descritta questa prerogativa che dette a lui il modo per creare l’insuperata Commedia umana
  « … Une seule passion m’entraînait au dehors de mes habitudes studieuses : mais n’était-ce pas encore de l’étude ? J’allais observer les moeurs du faubourg, ses habitudes et leurs caractères … Chez moi l’observation était déjà devenue intuitive, elle pénétrait l’âme sans négliger le corps; ou plutôt, elle saisissait si bien les détails extérieurs, qu’elle allait sur le champ au-delà ; elle me donnait la faculté de vivre de la vie de l’individu sur laquelle elle s’exerçait en me permettant de me substituer à lui, comme le derviche des Mille et une nuits, prenant le corps et l’âme des personnes sur lesquelles il pronoçait certaines paroles. Lorsque entre onze heures et minuit, je rencontrais un ouvrier et sa femme revenant ensemble de l’Ambigu comique, je m’amusais à les suivre depuis le boulevard du Pont-aux-Choux jusqu’au boulevard Beaumarchais. Ces braves gens parlaient d’abord de la pièce qu’ils avaient vue : de fil en aiguille ils arrivaient à leurs affaires. En entendant ces gens, je pouvais épouser leur vie, je me sentais leurs guenilles sur le dos, je marchais les pieds dans leurs souliers percés; leurs désirs, leurs besoins, tout passait dans mon âme et mon âme passait dans la leur ; c’était le réve (sic) d’un homme éveillé. Je m’èchauffais (sic) avec eux contre les chefs d’atelier qui les tyrannisaient ou contre les mauvaises pratiques qui les faisaient revenir plusieurs fois sans les payer … Quitter ses habitudes, devenir un autre soi par l’ivresse des facultés morales, et jouer ce jeu à volonté, telle était ma distraction. A quoi dois-je ce don ? Une seconde vue ? Est-ce une de ces qualités dont l’abus mènerait à la folie? Je n’ai jamais recherché les causes de cette puissance ; je la possède et je m’en sers, – voilà tout».
  È così che i grandi romanzieri sanno creare dei tipi veri. Il trasporto di personalità, che non è per noi che un giuoco, e che ci accade rarissime volte e in casi estremi, diviene per essi una dote comune e se ne servono come d’un sistema. Questo fenomeno noi non sappiamo che subirlo quando ci capita: essi lo chiamano, lo provocano, ne fanno un’abitudine ed un bisogno. […].
  p. 53. La creazione d’un tipo artistico è dunque la conseguenza dello sdoppiamento della personalità dell’autore; e questo sdoppiamento deriva da una suggestione – prima esterna, poi interna – che s’impadronisce a poco a poco e finisce col dominare despoticamente il cervello e il cuore dell’artista.
  Balzac incontra la coppia di sposi che lieti ritornano dal teatro, e ne segue, quasi distratto, i discorsi: ecco la suggestione esterna; – poi la sua fantasia s’immedesima nella vita di quei due.:
  « … leurs désirs, leurs besoins, tout passait dans son âme, et son âme passait dans la leur ; il devenait un autre par l’ivresse des facultés morales».
  – ed ecco l’auto-suggestione: auto-suggestione che lo obbligherà a creare tipi imperituri della vita borghese.

Il delitto politico, pp. 191-228.
  p. 199. Balzac era stato dunque interprete del sentimento comune allorchè avea scritto: «noi non siamo venuti al mondo per far delle leggi, ma per obbedire a quelle che abbiamo trovate, e per contentarci della sapienza dei nostri padri come della loro terra e del loro sole».
  p. 208. Come – dinnanzi alla miseria – non è vero che tutti divengan dei Jean Valjean […], così non è vero che dinanzi alla miseria la turba divenga sempre ribelle.
  Per gli onesti, prima del delitto, c’è la rassegnazione – questo suicidio quotidiano, come lo chiamava Balzac con una frase scultoria nella sua verità psicologica; – c’è l’emigrazione, e c’è finalmente la morte fisica.

La politica dei letterati, pp. 313-325.
  pp. 318-320. Veniamo ora alla seconda questione: se cioè sia utile o dannoso per la vita pubblica del nostro paese l’intervento dei letterati. […].
  Balzac e Rénan (sic) – più fortunati [di Melchior de Voguë] – non dovettero nemmeno provare la delusione che avrebbe riservato loro l’ambiente parlamentare giacchè caddero nelle elezioni.

  Lorenzo Stecchetti, Prefazione, in Olindo Guerrini, Rime di Argia Sbolenfi con prefazione di Lorenzo Stecchetti, Bologna, Premiato Stabilimento Tipografico Successori Monti Editori, 1899.
  Cfr. 1897.

  A. Symons, [da un articolo di A. Symons, «Forthnighly Review», maggio 1899], Balzac, «Minerva. Rivista internazionale. Rivista delle riviste», Roma, Anno IX, vol. XVII, n. 23, 21 Maggio 1899, pp. 531-535.
  Il primo a comprendere interamente Balzac è stato Rodin, il quale ha impiegato dieci anni a realizzare la sua concezione. La Francia ha rifiutato la statua in cui un romanziere era presentato come un sognatore, perché per i Francesi Balzac è «il più Parigino di tutti i loro romanzieri». Sono passati cent’anni dalla nascita di Balzac, e cent’anni sono un bel periodo di tempo per essere fraintesi con ammirazione.
  Nello scegliere il titolo di Commedia Umana per una serie di racconti, nei quali, come egli dice, «c’è a un tempo la storia e la critica della società, l’analisi dei suoi mali, la discussione die suoi principî», Balzac si propose di fare per il mondo moderno ciò che Dante aveva fatto per il mondo del medio evo. Condannato a scrivere in prosa, e trovata in questa restrizione la sua opportunità, egli si creò una forma che è forse il più prossimo equivalente dell’epica o del dramma poetico, e, a ogni modo, l’unica forma in cui l’epopea sia ora possibile. Il mondo di Dante era molto semplice, paragonato col mondo del secolo XIX; le complicazioni dell’anima interessavano soltanto gli uomini della scuola ed erano una parte della teologia; la poesia poteva ancora rappresentare un’epoca e tuttavia essere poesia. Ma ai nostri giorni la poesia non può rappresentare più che l’anima delle cose: essa si è rifugiata lungi dai terribili miglioramenti della civiltà, in una divina esclusione, nella quale essa canta senza tener conto delle molte voci della strada. La prosa si fa innanzi offrendo la sua infinita capacità di dettaglio; ed è per l’infinità del dettaglio che il romanzo, come Balzac l’ha creato, è diventato l’epica moderna.
  Balzac lavorò contemporaneamente col movimento romantico, ma lavorò all’infuori di esso, e l’influenza di esso su di lui si sente solamente di quando in quando in qualche tratto di pseudo-romanticismo, come l’episodio del pirata in «La Femme de trente ans». La sua visione dell’umanità era essenzialmente poetica, ma egli era un poeta i cui sogni erano dei fatti. Sapendo che, come disse Madame Necker, «il romanzo dovrebbe essere il mondo migliore», sapeva pure che «il romanzo non sarebbe nulla se, in quella augusta menzogna, non fosse vero nei dettagli».
  E nella Commedia Umana egli si propose di fare per la società più che non avesse fatto il Buffon per il mondo animale. «Non c’è che un animale, egli diceva nel suo Avant-Propos, ma esistono e sempre esisteranno specie sociali come ci sono le specie zoologiche». Così l’opera da farsi avrà una triplice forma: uomini, donne e cose; cioè a dire cose umane e la rappresentazione che esse dànno al loro pensiero; in breve, l’uomo e la vita; e studiando sulla natura viva, «la società francese sarà lo storico; io no dovrò essere altro che il segretario». Così sarà scritta «la storia dimenticata da tanti storici, la storia dei costumi». Ma questo non è tutto perché «la passione è l’essenziale dell’umanità». «I fatti radunati e dipinti come sono, con la passione per elemento», ecco una delle sue definizioni dell’opera da lui intrapresa.
  «L’Étude des (sic) moeurs rappresenterà gli effetti sociali senza dimenticare una sola situazione della vita, o una fisionomia, o un carattere di uomo o di donna, o un costume, o una professione, o una zona sociale, o un distretto della Francia, o alcuna cosa appartenente alla fanciullezza, alla vecchiaia, alla maturità, alla politica, alla giustizia o alla guerra.
  Poi il secondo stadio è rappresentato dagli (sic) Études philosophiques, poiché dopo gli effetti vengono le cause. Nell’Étude de moeurs avrò dipinto i sentimenti e le loro azioni; negli Études philosophiques dirò perché i sentimenti, ecc.
  Poi, dopo gli effetti e le cause, vengono gli (sic) Études analitiques (sic), a cui appartiene la Physiologie du mariage, perché dopo gli effetti e le cause si devono cercare i principî. Dopo aver dato la poesia e la dimostrazione d’un intero sistema, darò la scienza dell’Essai sur les forces humaines».
  Non tutto questo, come sappiamo, è stato eseguito, ma in queste intenzioni c’è il suo piano, e dopo vent’anni di lavoro certamente la parte principale di esso è stata eseguita. Esposto così, con tanta precisione di dettagli, somiglia troppo a un tentativo di quelle menti francesi sistematiche, che sono tanto più logiche dei fatti. Ma c’è una frase di cui bisogna tener conto: «la passion est toute l’humanité». Tutto Balzac è in questa frase.
  I due libri in cui Balzac ha messo il suo pensiero più profondo, quelli ai quali egli stesso dava la massima importanza, sono: Séraphita e Louis Lambert. Di questo egli diceva: «lo scrivo per me e per pochi altri»; di «Séraphita»: «J’y mets ma vie». «Si può scrivere Goriot qualsiasi giorno, Séraphita una sola volta in tutta la vita». Con tutto ciò non si può dire che «Séraphita» sia un grande successo; gli manca la vastità della vita; è glaciale. Ma dobbiamo dire che veramente egli mirava a produrre un simile effetto: ed è invero pieno di strana, splendente bellezza – la bellezza delle sue stesse nevi. È un poema in prosa, in cui la parte più astratta di quel sistema mistico, che Swedenborg ha materializzato forse troppo crudamente, è presentata sotto una luce bianca, in un’immagine singola, sovrumana. Questo romanzo e «Louis Lambert» dimostrano che il romanziere il quale ha inventato la descrizione della società, dal quale il mondo visibile è stato sentito più potentemente che da qualsiasi altro romanziere, si sforza soprattutto di penetrare entro le corrispondenze che esistono fra l’esistenza umana e la celeste …
  Comprendendo che non c’è che una sostanza, ma un principio di vita continuamente cangiante, «une seule plante, un seul animal, mais des rapports continus», tutto il mondo è pieno per lui di significato, di più profondo significato che per gli altri. Il più piccolo fiore è un pensiero, una vita che corrisponde a qualche tratto del gran tutto, di cui egli ha la costante intuizione. E così tutto per lui è vivo, nulla è materia inerte; ogni cosa ha la sua particella di vita universale. Spia divina per la quale il mondo non ha segreti, egli non sarà né pessimista, né ottimista; egli accetterà il mondo come un uomo accetta la donna che egli ama, così per i suoi difetti come per le sue virtù.
  Questo visionario dunque si accinse a interpretare la vita umana con maggior cura che altri non l’abbia fatto. Egli è stato lodato per la sua paziente osservazione; molti hanno creduto di lodarlo chiamandolo realista; si è discusso fino a qual punto la sua imitazione della vita rechi la verità letterale della fotografia. Ma per Balzac la parola realismo è un insulto. Scrivendo i suoi romanzi, in ragione di diciotto ore al giorno, in una febbrile solitudine, egli non ebbe mai il tempo di osservare pazientemente; la sua è l’umanità veduta in uno specchio, l’umanità che viene ai grandi sognatori, ai grandi poeti, l’umanità come la vide Shakespeare. E così in lui, come in tutti i grandi artisti, c’è qualche cosa più della natura, un eccesso divino. Questo qualche cosa più della natura dovrebbe essere la mira dell’artista. Noi domandiamo a lui un mondo simile al nostro, ma un mondo infinitamente più vigoroso, più interessante, più profondo. È la dote della grande arte creatrice di darci tanta vita che ce ne sentiamo quasi soprafatti, come da un’aria quasi troppo forte per essere respirata: l’esuberanza della creazione che forma del Mosè di Michelangelo qualche cosa più che umano, che fa di Lear qualche cosa più che umano, in una sorta o in un’altra di divinità.
  I romanzi del Balzac sono pieni di strani problemi e di grandi passioni. Egli non torse lo sguardo da nulla che si presenti in natura, e la sua mente è sempre turbolenta per i magnifici contrasti e i capricci del fato. Noi, credendo, come facciamo, ai nervi e a un fatalistico atavismo, non concediamo più molto spazio ai disturbi delle violente emozioni. Per Balzac l’umanità non ha cambiato da quando Edipo era cieco e Filottete gridava nella caverna; miserie egualmente grandi erano ancora possibili per i mortali, sebbene fossero francesi e del secolo XIX.
  Egli crea, come i poeti, un’umanità più logica che la vita comune, più tipica, e avente nelle vene un’energia quasi più che umana. Egli comprese, come i Greci, che la vita umana è composta di passioni elementari e di necessità; ma egli fu il primo a comprendere che nel mondo moderno lo pseudonimo della necessità è il denaro. Il denaro e le passioni dominano il mondo della sua Commedia Umana.
  E alla radice delle passioni, determinante le loro azioni, egli vide «quei fluidi nervosi o quella sostanza ignota che per mancanza di altra parola noi chiamiamo la volontà». Nessuna parola ritorna più spesso alla sua penna. Per lui il problema è invariabile: l’uomo ha una data quantità di energia; per ciascun uomo una quantità diversa: come l’impiegherà? Un racconto è la determinazione in azione di questo problema. Baudelaire ha notato che ogni carattere della Commedia Umana ha qualche cosa di Balzac, ha del genio. Per lui il suo proprio genio era espresso interamente da quella parola: volontà. Continuamente ne parla nelle sue lettere: «gli uomini di volontà sono rari (egli esclama); ogni notte io mi alzo con una volontà più forte di quella di ieri … nulla mi stanca». La gioia dell’organismo umano nel suo più alto punto di attività: questo è ciò che l’interessa supremamente. Come diventa appassionato e commovente ogni volta ch’egli ha da parlare di una vera passione, d’una manìa, sia dell’amante per la donna sua, sia di un filosofo per la sua idea, d’un avaro per il suo denaro, d’un negoziante ebreo per un oggetto raro! Allora il suo stile si chiarifica, le sue parole diventano carne e sangue; egli è un poeta lirico.
  Può darsi, poiché egli è francese, che i suoi episodi siano qualche volta troppo logici. Ci sono dei momenti in cui egli diventa irreale perché vuol essere troppo sistematico, ossia reale su misura. Egli non avrebbe mai compreso il metodo di Tolstoi, metodo molto dissimulante per sorprendere la vita. Per Tolstoi la vita è sempre l’astuto nemico che dobbiamo addormentare, oppure afferrare con un laccio improvviso. Egli mette insieme, uno dopo l’altro, molti piccoli dettagli, con l’aria di insistere sulla nessuna importanza di ciascuno di essi, affinchè essi passino quasi inosservati e solamente siano compresi dopo che sono passati. Questa è la sua maniera di disarmare la sospettosità della vita. Balzac, invece, non fa alcun rigiro. Egli mira a un aperto e incondizionato trionfo sulla materia.
  Il romanzo, quale Balzac l’ha concepito, ha creato il romanzo moderno; ma nessun romanziere moderno l’ha seguito, perché nessuno è stato capace di seguire Balzac sulle sue traccie. Perfino quelli che hanno cercato di seguirlo più da vicino, o presto o tardi hanno fuorviato in una o in un’altra direzione; i più, nella direzione indicata dallo Stendhal. Fu lo Stendhal che sostituì il cervello al cuore nel campo di battaglia del romanzo; non il cervello come Balzac l’aveva concepito, forza motrice di azione, fonte principale di passione, forza con cui una natura dirige la sua energia accumulata; ma una sterile specie di cervello, collocato a grande distanza dal cuore, il cui ritmo è troppo debole per disturbarlo. Noi siamo andati intellettualizzando dopo Stendhal fino al punto che le persone dei romanzi moderni sono venute a somigliare a quei pesci diafani e gelatinosi, con teste enormi come palloni e piccolissimi corpi, che nuotano su e giù nell’Acquario di Napoli. Così, avvicinandosi sempre più, in apparenza, a ciò che si chiama realtà, con questa cacciata delle grandi emozioni, con questa attenzione alle sensazioni, i moderni romanzieri analitici si allontanano sempre più da quella vita che è una delle cose certe del mondo. Balzac si servì di tutti i dettagli per evocare un mondo tangibile intorno ai suoi uomini e alle sue donne; ma questi dettagli non formano che lo sfondo del quadro, ed ecco che, come gli scuri personaggi del Velasquez escono dalle sue tele del Prado, balza da quello sfondo la figura vivente che vi guarda negli occhi, con occhi che vi rispondono, come uno specchio.
  I romanzi di Balzac sono pieni di fluido elettrico. Prendendone uno, si sente la scossa vitale come la si sente nel toccare certe mani magnetiche. Lo scorrere volume dopo volume somiglia a girare per le vie d’una grande città in quell’ora della sera in cui l’attività umana è nel suo massimo vigore. C’è qualche cosa di eccitante, di inebbriante nella stessa vista di una città moderna, come Londra o Parigi, nella sensazione di trovarsi nel suo mezzo, in presenza di quei volti attivi e affaticati che vi passano rapidamente daccanto, in quelle vie lunghe e senza fine, piene di case, ciascuna delle quali è come il corpo di un animale multiforme che vi guarda attraverso gli occhi di molte finestre … Balzac è l’equivalente delle grandi città. Non è una buona lettura per la solitudine, perché egli riempì la mente della nostalgia delle città. Quando uno mi parla famigliarmente di Balzac, so già qualche cosa dell’uomo con cui ho a che fare. «La fisionomia delle donne non comincia prima dei trenta», egli ha detto, e forse prima di quell’età nessuno può realmente intendere Balzac. Pochi giovani si curano di lui, perché non c’è nulla in lui che faccia appello ai sensi, se non attraverso l’intelletto: né molte donne l’amano in sommo grado, perché è parte del suo metodo di esprimere sentimenti per mezzo dei fatti, non fatti per mezzo dei sentimenti. Ma è cosa naturale ch’egli sia l’autore preferito dagli uomini di mondo più distinti, perché egli fornisce la chiave dell’enigma che essi stanno studiando.
  La vita di Balzac fu una lunga fatica in cui i tempi, il denaro e le circostanze furono contro di lui. Nel 1835 egli scriveva: «Ho passato ventisei giorni nel mio studio senza uscirne. Ho preso aria solamente da quella finestrina che domina Parigi, il quale io intendo di dominare». Ed egli esulta nel lavoro: «Se c’è della gloria in questo, io solo posso compiere un tal fatto». « … Qualche volta mi sembra che il mio cervello sia in fiamme; io morirò nelle trincee dell’intelletto».
  Balzac, come Walter Scott, morì sotto il peso dei suoi debiti, e sembrerebbe, se si dovesse credere alle sue parole, che tutta la Commedia Umana è stata scritta per far quattrini. Per Balzac il denaro era la chiave del suo unico paradiso terrestre: esso significava agio per visitare la donna che egli amava e infine la possibilità di sposarla.
  Ci furono due sole donne nella vita di Balzac: una, molto più vecchia di lui, della quale, morta, egli scrisse all’altra: «Essa era una madre, un’amica, una famiglia, un compagno, un consigliere. Essa fece lo scrittore, consolò il giovane, formò il suo gusto. Piangeva come una sorella, rideva, veniva ogni giorno come un sonno ristoratore ad addormentare il mio dolore». L’altra fu la signora Hanska, che egli sposò nel 1850, tre mesi prima di morire. Egli l’avea amata per venti anni; essa viveva in Polonia. Solamente a rari intervalli egli potè vederla, e per brevi tratti. Ma le sue lettere a lei, pubblicate recentemente nella Revue de Paris, sono un semplice individuale quotidiano racconto di una grande passione. Per venti anni egli visse di una divina certezza, senza un avvenire e quasi senza presente. Ma noi vediamo la forza di quel sentimento che passa nell’opera sua. «Séraphita» ne è l’estasi, da per tutto vi è la sua ombra umana; esso affina la sua forza, gli dà intuizioni sorprendenti, gli dà tutto quello che mancava al suo genio. La signora de Hanska è l’eroina della Commedia Umana, come Beatrice è l’eroina della Divina Commedia.
  Grande amante, a cui l’amore, non meno che ogni altra passione e tutto il mondo visibile, era un’idea, una percezione spirituale fiammeggiante, Balzac godette la vasta felicità dell’idealista. Con contentezza, con gioia, egli sacrificò ogni più piccolo godimento all’idea dell’amore, all’idea della fama, a quel bisogno dell’organismo di esercitare le sue forze, che è la sola definizione del genio. Non conosco fra le vite degli uomini di lettere una vita più piena e più appropriata. Il Conte di Gramont, che per breve tempo fu suo segretario, gli diceva: «Non vorrei condurre la vostra vita per la gloria di Napoleone e quella di Byron insieme!». Ma il giovane segretario non comprendeva, come il mondo in generale non comprende, che per l’uomo di energia creativa la creazione è al tempo stesso una necessità e una gioia; per l’amante la speranza nell’assenza e l’elisir della vita. Balzac godeva più che tutti i piaceri terrestri mentre egli sedeva là nella sua soffitta, creando, per così dire, nuovamente il mondo, per deporlo ai piedi di una donna. Certamente, per lui non vi fu tedio nella vita, perché non ci fu un’ora senza il suo vivido impiego, e non ci fu momento in cui potesse percepire la più desolante delle certezze, cioè che la speranza sta nel passato. La sua morte fu fortunata come la sua vita. Egli morì nella pienezza delle sue forze, nella pienezza della sua fama, nel momento in cui si compiva la sua felicità e forse la liberazione troppo repentina da quel peso delicato.

  Clarice Tartufari, Onorato Balzac e la sua opera, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXI, N. 39, 24 Settembre 1899, pp. 1-2.
  «Il romanticismo è la Comune» diceva Adolfo Thiers, e quell’uomo piccolino, così dogmatico e reciso ne’ suoi giudizi, non aveva torto. Il romanticismo che, verso il 1820, durante il periodo de’ suoi fervori col rinnovato legittimismo, si era modestamente presentato ad occhi bassi, e che aveva esordito rinnegando gli Dei pagani e ponendosi sotto il vassallaggio di Sua Maestà Cristianissima il Medio Evo, cominciò pian pianino, con molta cautela, ma con altrettanta tenacia, ad affilare le armi; finchè un bel giorno scese in lizza, coperto di ferro, pronto alla lotta contro le tradizioni, cui erano già stati debitamente mandati cartelli di sfida per mezzo di araldi che si chiamavano Stendhal, Sainte-Beuve, Dumas padre, Alfredo de Musset, e, in guardia, signori, Victor Hugo.
  Tutti costoro si aggruppavano intorno a quel brav’uomo di Carlo Nodier, che li ospitava all’Arsenale e che certo non aveva coscienza del giacobinismo latente nelle sue riunioni. Diamine, Carlo Nodier credeva che il cenacolo del 1829 fosse altrettanto innocente quanto il cenacolo del 1823 da lui stesso fondato e di cui erano stati protagonisti il Deschamps e il Vigny.
  Ricordate i versi di Alfredo de Musset a Carlo Nodier?
Lorsque rassemblés sous ton aile
Paternelle,
Échappés de nos pensions
Nous dansions
Gais comme l’oiseau sur la branche
Le dimanche,
Nous rendions parfois matinal
L’Arsenal.
  A sentirlo, quel signorino de Musset, non si direbbe che nell’Arsenale si era maturata la prefazione del Cromwell e che all’Arsenale si stava maturando la Voluttà di Sainte-Beuve e l’Enrico III di Dumas padre.
  La lotta tra classici e romantici esce dagli stretti limiti di una lotta puramente letteraria, per entrare nel campo delle lotte di carattere civile; il che sarebbe facilmente dimostrabile, se lo spazio di un giornale lo comportasse.
  Sorvoliamo dunque. Alla vigilia della rivoluzione di luglio, poco prima che Carlo X fosse spodestato, erano state ghigliottinate, dal Comitato romantico, l’unità di tempo e di luogo; la poesia francese, che da secoli camminava maestosamente nell’impaccio del guardinfante, gettò alle ortiche i suoi vecchi abiti di gran dama e, tutta snella, tutta capricciosa, melanconica e gaia ad un tempo, col ciglio umido di lacrime e la bocca fremente di sorrisi, accettò il braccio di adoratori scapati e sentimentali, vagando, senza troppi scrupoli, ove il piacere la trascinasse.
  Quanto al teatro, che liberazione, che gazzarra, dopo l’Ernani! Era la Corte di Enrico III che per opera di Dumas padre si svolgeva dinanzi agli occhi attoniti dei parigini; era Antony che parlava un linguaggio così diverso da quello dei soliti eroi, i quali, voltando a sinistra urtavano nell’unità di tempo e tornando indietro battevano il naso nell’unità d’azione.
  Il romanzo peraltro, più d’ogni altra forma letteraria, risentì i vantaggi di questo ottantanove dello spirito.
  Oramai era permesso di dire tutto quello che si voleva e come si voleva. La lingua francese si era emancipata; nel mondo dei vocaboli non esisteva più né primo, né secondo, né terzo stato. Tutte le parole erano buone, purchè esprimessero un’idea. Si poteva dire tutto, si poteva descriver tutto, si poteva narrar tutto.
***
  Durante il decennio (1820-30) impiegato dal romanticismo ad affermarsi, un giovane sanguigno e robusto, dal collo taurino e dalle labbra tumide, dall’ingegno troppo vasto per capire nei limiti di una scuola; dall’orgoglio troppo consciente (sic) per iscriversi ad un cenacolo; dal buon senso troppo quadrato per ismarrirsi nei meandri della sentimentalità lamartiniana, lavorava, lavorava, lavorava, preparandosi, non a capitanare la scuola romantica, ma bensì a trarre partito delle conquiste che essa avrebbe compiute.
  Onorato Balzac, da Villeparis (sic), dove la sua famiglia si trovava, giunge a Parigi nel 1819, coll’equipaggio de’ suoi vent’anni, della sua tenace volontà e della sua prodigiosa coltura. Un equipaggio imperiale, come vedete, ma dietro la garanzia di cui nessun oste di questo mondo avrebbe offerto alloggio né vitto.
  Infatti nella cameretta di via Lesdiguères N. 9, Balzac si fa un paravento con sei soldi di carta azzurra, e prende per domestico un giovanotto che si chiama Me stesso, di cui non è in verità troppo contento, ma che deve necessariamente sopportare, per la semplice ragione che il servo di Onorato Balzac è … Onorato Balzac.
  I pasti, ahimè! sono più in proporzione col borsellino del giovane Onorato che con lo stomaco del medesimo.
  – Ho mangiato due meloni e bisognerà ch’io li paghi a forza di noci e di pane secco – scrive egli alla sorella Laura, il 6 settembre 1819. Ma il buon umore non gli fa difetto. Nelle lettere alla sorella egli si abbandona, ogni tanto, agli scoppi di quel suo riso largo e pieno, quel riso popolano che fa buon sangue e che è la sicura manifestazione di un forte temperamento bene equilibrato. Così ridono i fanciulli durante i loro giuochi, così ridevano gli eroi di Omero durante i loro pasti, così rideva Rabelais, così ride il popolo ne’ suoi momenti buoni. E nel giovine Balzac, infatti, c’è la gioia ignara del fanciullo che si sente vivere, c’è l’impeto un po’ selvaggio degli uomini primitivi, c’è la gallica vena rabelaisiana e c’è l’allegria popolano, un po’ volgare, ma schietta.
  Rideva quel buon gigante e intanto, col cervello in fiamme e lo stomaco quasi vuoto, passava a tavolino dodici, quattordici, sedici ore di seguito.
  Dal 1820 al 1830 Balzac lavora come un forzato, per conquistare l’agiatezza e la gloria che non vengono.
  È ben vero ch’egli, per agiatezza intendeva duecentomila lire di rendita e per gloria intendeva la gloria autentica, quella che trasporta gli eletti nel tempio dell’immortalità.
  – Abbiate fede in me – egli scrive ai suoi parenti (Oh i parenti delle persone d’ingegno, che castigo!) – abbiate fede in me. Io conquisterò al (sic) gloria, conquisterò la ricchezza, lo sento. Che cosa sono pochi anni di più o di meno per un uomo che porta un mondo nel suo cervello? – Bisogna sentire come si fa umile con sua madre, come la supplica di aver pazienza, con quale solennità le promette di rendere illustre il suo nome.
  Dopo un decennio di lavoro e di stenti, dopo aver tentato e ritentato la propria via, dopo avere scandagliato il proprio cuore e sondato il proprio cervello, dopo aver guadagnato molte migliaia di lire con volumi che adesso nessuno più legge e averle tutte perdute in una errata speculazione libraria, eccolo finalmente alla soglia del 1830 con gli Sciuani in una mano, la Peau de Chagrin nell’altra e la Commedia Umana pronta a erompere dal vulcano del suo cervello.
  Dal 1830 al 1835 egli scrive per Dieulouard (sic), per Gosselin, per la Rivista di Parigi, per l’editore Mame, a cui cede le Scene della vita privata e i racconti filosofici.
  Volendo riposarsi da tanti lavori, Balzac scriveva Les contes drolatiques, quei racconti curiosi di un così piccante sapore gallico che sembrano scritti da Rabelais in persona. La stessa salacità nei particolari; la stessa andatura sprezzante nel periodo; la stessa tranquilla impudicizia nei vocaboli; ma, in compenso, la stessa larga e sicura comprensione della vita animale, lo stesso placido buon senso, infallibile, perché istintivo. Rabelais, Beaumarchais, Balzac, ecco i tre atleti grassi e robusti, in cui l’antico sangue gallico ancora circola, puro di qualunque innesto romano o germanico.
  Intanto le fila della Commedia umana si svolgevano sempre più grandiose e il vasto disegno era tracciato oramai.
  Ecco come Balzac descrive l’impiego delle sue giornate, nel 1833:
  – Io, come le galline, mi corico alle sei o alle sette di sera, mi faccio svegliare a un’ora del mattino e lavoro fino alle otto; alle otto dormo ancora un’ora e mezzo, poi prendo qualcosa di poco sostanzioso, insieme a una tazza di caffè puro, dopo di che mi attacco al mio carretto fino alle quattro, ora in cui ricevo, prendo un bagno, esco e, appena desinato, mi corico.
  Ma questo sarebbe poco. Nel 1836 egli era vicino a toccare il porto. I debiti erano quasi tutti pagati; l’avvenire della madre Balzac quasi assicurato, quasi raggiunta la ricchezza cui l’immenso Balzac aspirava, quando sopraggiunse un nuovo disastro finanziario a farlo ripiombare nella miseria e ad imporgli di nuovo il giogo degl’impegni librari, audacemente assunti e quasi sempre coscienziosamente mantenuti.
  Obbligato di abbandonare la sua bella casa di via Cassini, obbligato a vendere i suoi mobili eleganti, e sul punto di disfarsi della sua biblioteca, così scriveva alla signora Hanska nell’ottobre 1836:
  – Eccomi abbattuto, non atterrato, giacchè il mio coraggio mi resta. Quando sono entrato nella soffitta, dove oggi mi trovo, con la convinzione di morirvi sfinito dal lavoro, mi sentivo peraltro sorretto dalla speranza di sopportarlo meglio di quanto faccio. È più di un mese ch’io mi corico alle sei di sera per alzarmi a mezzanotte e che m’impongo la nutrizione strettissimamente necessaria alla vita, per non dare al cervello la fatica della digestione; ebbene, non solo provo sfinimenti indicibili a dirsi; ma la straordinaria attività, cui sottopongo il mio cervello, mi produce singolari agitazioni; io perdo talora il senso della verticalità che è nel cervelletto; Anche giacendo mi pare che la testa mi cada a destra e a sinistra e, quando mi alzo, mi sento come trasportato da un peso enorme che sarebbe nella mia testa.
  Con tutto ciò il guadagno enorme de’ suoi lavori non bastava a colmare il vuoto delle sue pazze spese ed egli escogitava ogni tanto qualche nuova speculazione che lo liberasse dalle persecuzioni de’ suoi creditori e che gli permettesse di soddisfare la sfrenata sete di lusso e le costose smanie di collezionista di bric-à-brac.
  Un quadro d’autore, un’anticaglia, una porcellana, una miniatura, un gingillo che lo colpissero, bastavano a distrarlo da’ suoi lavori prodigiosi.
  Egli correva allora da un punto all’altro di Parigi, scriveva lettere su lettere al caro Méry, andava a Marsiglia per discutere a viva voce col suo fornitore di oggetti d’arte, e poi, dopo aver acquistato l’oggetto che gli aveva dato spasimi di desiderio, Balzac non vi pensava più, finchè l’ansia di possedere un altro oggetto non gli richiamasse alla mente il valore di quello già posseduto.
  Il più bello si è che, trascorso il momentaneo entusiasmo, egli si analizza con la sua naturale e quasi paurosa perspicacia.
  – Voi mi domandate – scriveva alla signora Hanska nel gennaio del 1838 – com’è possibile che io, sapendo tutto, conoscendo tutto, osservando e penetrando tutto, sia spesso mistificato ed ingannato. Vi dirò il segreto di questa apparente contraddizione. Quando un uomo sa d’essere di prima forza al Wist, quando egli sa, alla prima carta giuocata, dove sono tutte le altre, credete voi che a lui non piaccia di lasciare in disparte la sua scienza per vedere come andrà il giuoco, abbandonandolo al caso? Infine, cara e fervente cattolica, Dio sapeva in precedenza che Eva soccomberebbe e l’ha lasciata soccombere. Ma, se voi non ammettete di spiegare la cosa in simile modo, vi è un’altra ragione che intenderete meglio. Per non essere ingannato negli amori, nelle amicizie, negli affari, nelle religioni di ogni genere, cara contessa reclusa e solitaria, bisogna essere puramente e semplicemente finanzieri, uomo di mondo, uomo d’affari. Certo, io vedo bene che mi s’inganna o che si sta per ingannarmi, comprendo bene che il tale mi tradisce o mi tradirà; ma nel momento stesso in cui lo presento, lo prevedo o lo so, bisogna ch’io corra a battermi altrove. Che vale dunque ch’io comprenda tutto, quando son trasportato dalla necessità del momento, da un lavoro che mi sospinge, da un’opera che sarebbe perduta se non la terminassi?
***
  Due speculazioni curiose, che lo avevano immerso nei debiti fino ai capelli, non erano state tali da convincere Balzac ch’egli i suoi tesori li portava nella testa e che la penna era la bacchetta magica, per cui dovevano scaturire le sue ricchezze.
  Sente dire che in Sardegna c’è dell’argento da estrarre, e la fantasia sbrigliata sogna chimeriche ricchezze di milioni e milioni. Da Marsiglia, da Aiaccio, da Cagliari (marzo 1838), scrive lettere piene di fede alla sorella Laura, alla madre, alla contessa Hanska, che egli adorava e che doveva diventar sua moglie. Il vasto sogno svanisce, e da Genova egli ne riscrive fugacemente alla sorella, già oblioso, già avido di nuove speranze, già preso dal miraggio di nuove speculazioni.
  Verso la fine del ’38 infatti Balzac, quantunque perseguitato da un’orda di creditori, acquista le Jardies, presso Sèvres, e vi s’installa, felice come un ragazzo. – Alle Jardies scrive – io avrò molti fiori, una magnifica sorgente di acqua, una veduta incantevole, il silenzio, la tranquillità e quarantacinquemila lire di debito in più. La pazzia è fatta e completa. – Fatta sì, non completa ancora, giacchè a completarla egli ci avrebbe pensato poi, gittando somme favolose per arredare le Jardies in modo fantastico.
  In questo mezzo il suo amore verso la signora Hanska era andato aumentando e si era cementato durante i viaggi a Pietroburgo, a Vienna, a Dresda, tantochè quando la giovinetta Anna, figlia della signora Hanska, si sposò col giovine conte Mniszech, cominciarono a correre progetti di matrimonio fra il romanziere, allora sul vertice della gloria, e la bellissima signora russa, tuttavia seducente, quantunque, sul punto di diventare nonna.
  La passione, di carattere spiccatamente intellettuale, fra l’autore parigino e la contessa russa, durava da circa sedici anni e tutta la Parigi letteraria si divertiva a intessere motti sulla costanza di Onorato. La signora Girardin – quella biondissima Delfina Gay, che il Balzac tartassò tanto nelle sue lettere intime e di cui dice: «C’est charmant, mais bourgeois; c’est du Gay tout pur» aveva soprannominato Balzac «Il vetturino per amore» e lo chiamava scherzosamente il patito, insinuandogli, poco caritatevolmente, che l’agognato matrimonio con la bella contessa russa non sarebbe avvenuto. Ma il Balzac era un essere volitivo per eccellenza e, dopo aver seguito la olimpica signora da Berlino a Roma, da Dresda a Napoli; dopo averla consigliata nel matrimonio di Anna, dopo averla aiutata nel bisogno de’ suoi affari e avere trascorso vicino a lei circa un anno e mezzo a Vierzschowia (ottobre 1848, marzo ’50), isolato dal mondo confinato in un angolo dell’Ucraina, finalmente il 14 marzo del 1850, si univa in matrimonio con l’unica donna ch’egli avesse profondamente e sinceramente amata e … di cui le ricchezze lo avevano abbagliato, sempre. – Ieri alle 7 del mattino, grazie a Dio, il matrimonio è stato benedetto e celebrato nella chiesa di Saint-Barbe di Berditchef, da un inviato del vescovo di Sitomir (15 marzo 1850).
  Per ricevere la sposa nella casa di Parigi, Balzac aveva dato incarico alla madre di adornare, come un tempio, l’appartamento di via Fortunata. Ci dovevano essere fiori nella giardiniera della prima stanza; in quella del salone giapponese; nelle due camere a cupola; nelle due grandi giardiniere delle scale, insomma la casa doveva essere odorosa e gaia come un giardino di primavera. E la casa era tutta olezzante infatti all’arrivo degli sposi (giugno 1850); ma i fiori, mietuti a profusione per rallegrare una festa, dovevano appassire sopra una tomba.
  Balzac giunse in via Fortunata quasi agonizzante; il cuore, il forte cuore, che aveva tanto celermente palpitato, non funzionava più; il vasto petto, da cui già erompevano ruggiti di collera e omeriche risate, era affannosamente sollevato dal respiro rantoloso; gli occhi, quegli occhi fissi ed indagatori che avevano perforato tutti i misteri dell’anima umana, non ci vedevano più, e quella fronte maestosa, sopra cui il genio aveva dominato, era già costretta nel funebre sudario.
  Onorato Balzac, l’autore della Commedia umana, moriva a cinquantun anni nella sua casa di via Fortunata, tra il lusso ch’egli aveva tanto desiderato e vicino alla donna ch’egli aveva tanto agognata.
***
  Verso la fine del medio-evo un uomo dal viso etrusco, dalla persona di asceta, dallo sguardo assorto e intento a scrutare l’ultra reale, scrive la commedia divina di cui tutto il medio-evo è protagonista, in cui papi, imperatori, sovrani, principi e popoli sono giudicati, senza speranza di appello, al cospetto dei secoli futuri. La commedia è divina, perché i limiti della realtà sono angusti all’alta fantasia di Dante e perché il mondo presente, transitorio, trova la sua ragione di esser nell’eternità del mondo futuro.
  Al cominciare del nostro secolo un uomo dal viso rabelaisiano e dalla persona di gaudente, scrive la commedia umana, in cui blasonati ed artisti, uomini politici e militari, cortigiane e avventurieri, proprietari e proletari, sono obbligati dal magico potere del genio, a parlare ciascuno il proprio linguaggio e a mostrarsi ciascuno con la propria fisonomia. La commedia è umana perché Balzac non si preoccupa dell’al di là e perché la realtà gli basta a esercitare l’ufficio suo di giustiziere.
  I barattieri del secolo XIV accusarono Dante di baratteria; gl’ipocriti del secolo XIX accusano Balzac d’immoralità. Immorale perché chiama le cose col loro nome, perché degli affaristi fa altrettanti Nucingen senza scrupoli e senza pietà, perché in Rastignac, il quale versa una sola cocente lagrima sulla tomba di papà Goriot, rappresenta la giovinezza del suo tempo, avida di piaceri, pronta a scivolare sul declivio del vizio, quando la virtù non sia costantemente fruttifera; immorale perché nel cugino Pons mette a nudo i guasti prodotti dall’avidità anche sulle anime bonarie. Certo che è molto più comodo Scribe, il quale di ciascun finanziere fa un essere fantasticamente ricco e generoso; di ciascuna dama una creatura di porcellana, cui l’astuzia di buon gusto permette di rasentare la tentazione senza cader nel peccato. Certo, è più comodo Scribe. Egli non turba il sonno, non molesta la digestione e aiuta le educande a sognare un conte travestito in ogni commesso viaggiatore, mentre Balzac costringe al pensiero e alla meditazione. Chi, per esempio, non rimane preoccupato, quasi spaurito, dopo la lettura dei Contadini?
  D’altronde il Medico di Campagna, Papà Goriot, Eugenia Grandet, Il giglio nella valle (il più pregiato, quest’ultimo, e il meno pregevole de’ suoi lavori) dimostrano che Balzac sa ammirare e descrivere la virtù, quando vi s’incontra. Disgraziatamente la virtù non s’incontra spesso e Balzac ci vede troppo chiaro per essere, in proposito, mistificato o mistificatore.
  – La Commedia umana – scrive egli stesso nel 1845 – è più vasta, letterariamente parlando, della cattedrale di Bourges, parlando architettonicamente. Ecco sedici anni che ci lavoro e me ne abbisognano altri otto per terminarla.
  I quaranta immortali di quel tempo – chi ricorda più una gran parte di essi? – rifiutarono di cedere un seggio a Onorato Balzac e, a malgrado delle insistenze di Carlo Nodier e di Victor Hugo, le porte della Accademia rimasero inesorabilmente chiuse dinanzi al Michelangiolo del romanzo francese. Che importa? Siamo al primo centenario della sua nascita e Onorato Balzac attende i secoli avvenire, immoto e sicuro sopra la mole granitica della Commedia umana.

  Turiddu [Emilio Girardi], Dal 1800 ai nostri giorni. Secondo periodo (1820-1848), in Storia della letteratura francese, Milano, Casa Editrice Sonzogno, s. d. [1899] («Biblioteca del popolo», Volume 284), pp. 57-61.
  pp. 59-60. È per altro nel genere narrativo imaginativo che la letteratura francese trionfa nel nostro secolo, prendendo le mosse dai quattro grandi romanzieri: Dumas, Sand, Balzac, Mérimée. […]-
  Nella sua Commedia umana, Honoré de Balzac (1789 (sic)-1850) rispecchia la varia gamma della vita sociale, popolando le pagine del suo capolavoro e quelle degli altri scritti minori di tipi svariatissimi: e la sua scuola caccia per molto tempo nell’ombra ogni scuola all’infuori della realista. Così avvenne che i romanzi psicologici di Henry Beyle, detto Stendhal (1783-1842) piacessero assai poco ai contemporanei di questo scrittore, che ai giorni nostri consideriamo come uno dei precursori del cosidetto romanzo d’anime […].

Terzo periodo (dal 1849 in avanti), pp. 61-62.
  p. 62. Da Balzac in avanti lo sviluppo del romanzo si accentua sempre più; ma mentre il realismo dell’autore della Commedia Umana consente a lui di spaziare con la fantasia, inventando personaggi ed episodî straordinari, la scuola naturalista e sperimentale, che si considera una conseguenza dell’evoluzione scientifica, dà al romanzo l’officio di continuare e completare la fisiologia, che alla sua volta s’appoggia alla chimica ed alla fisica.

  Guido Villa, Gli odierni romanzi psicologici, «Rivista d’Italia», Roma, Società editrice Dante Alighieri, Anno II, Vol. II, fasc. VIII, 15 Agosto 1899, pp. 693-719.
  pp. 696-697. Così mentre lo Zola crede che il romanzo naturalista derivi direttamente dal Balzac, dallo Stendhal, e più su dal Voltaire, mentre quello romantico della Sand e di Victor Hugo deriverebbe, secondo lui, dal Chateaubriand e dal Rousseau; ogni critico imparziale deve, al contrario, convenire che lo Zola ha, almeno per ciò che riguarda lo stile e la composizione generale dell’opera d’arte, assai più punti di somiglianza coll’Hugo che non col Balzac e lo Stendhal. […]
  Il Balzac fu il primo romanziere che scelse come oggetto di studio il complicato meccanismo della società moderna, considerando in modo speciale le cause economiche che lo muovono. Anche questa forma d’arte dell’autore della Commedia umana era in certo modo un prodotto delle condizioni sociali proprie dell’età in cui essa sorse; età nella quale s’incominciava quel movimento economico che doveva condurre al formarsi delle grandi ricchezze industriali e commerciali. Ma il Balzac pur curando meticolosamente la descrizione dell’ambiente, creò tuttavia personaggi vivi e forti, e caratteri salienti di lottatori e anche di eroi. L’«eroe», insomma, nel romanzo sociale del Balzac lo troviamo ancora. Ma lo Zola se continuò lo studio dell’organismo sociale, come l’aveva iniziato e attuato il Balzac, e se tolse da Victor Hugo la forma grandiosa ed epica, ci mise tuttavia dentro un contenuto che è tutto suo, e che conferisce alla sua opera d’arte un carattere affatto originale e personale.

  Vitale Vitali, Edmond Demolins, “Les Français d’aujourd’hui. Les tipes (sic) sociaux du midi et du centre, Paris, Firmin-Didot, 1898, «Rivista Italiana di Sociologia. Rassegna delle Pubblicazioni; Storia dell’incivilimento», 1899, pp. 223-227.
  p. 225. Nelle regioni in cui predomina questa cultura prevalgono le idee d’eguaglianza e quelle democratiche, la tendenza alla ironia, alla critica, quale si osserva ad esempio nella Sciampagna e nella Borgogna. Rabelais, Balzac, Courier (sic) sono esempi illustri dello spirito di queste regioni.

  X., Le miserie di un grande uomo, «Scena illustrata. Rivista quindicinale di letteratura, arte e sport», Firenze, Anno XXXV, (N. 232), 1° Ottobre 1899, Num. 19, p. [11].
  La vita di Balzac è stata un incessante dibattersi fra le necessità di ogni specie: il lavoro indefesso di trent’anni non ha potuto salvarlo dalle continue preoccupazioni di danaro e quando si pensa all’enorme monumento da lui innalzato alla società moderna, non si può non indignarsi che questa l’abbia remunerato in vita con ogni sorta di dolori e di umiliazioni.
  Il recente centenario, celebrato in Francia, ha dato occasione di rimettere in luce una quantità grande di aneddoti intorno alla vita dell’immortale scrittore. Il seguente, poco noto, è anche grazioso per un tenue colore di romanticismo – lo raccontò un giorno Albéric Second, che ne fu il testimone.
  Era una sera di ballo all’Opera, Balzac passeggiava fra il pubblico con aria preoccupata senza badare alla gioia brutale della folla. Ad ogni estremità del foyer erano disposti due piccoli saloni per coloro che il frastuono del ballo stancava. Fu in uno di quei salotti che Balzac, preoccupato e cupo, trascinò il suo compagno. Albéric gli domandò se soffrisse.
  – Come un dannato – sospirò Balzac con voce ansiosa.
  E confidò all’amico che il fallimento di un editore lo metteva nell’obbligo di rimborsare una cambiale scaduta da più di un mese. Ma, infine, se non si fosse trattato che di ciò, forse egli avrebbe potuto trarsi d’impiccio. Ma altre somme erano esigibili, altri creditori lo tormentavano … I protesti piovevano a rotta di collo. Sotto pretesto che egli era stato editore, si ostinavano a considerarlo negoziante e si parlava nientemeno di chiuderlo in prigione. Egli non sapeva dove dare la testa. Gli occorrevano 20 mila lire per liquidare la situazione. Ma dove trovare 20 mila lire? Egli si era recato a quel ballo nella vaga speranza di incontrarvi un capitalista. Si proponeva di cercarlo e di tentare il passo senza sperare però una risposta favorevole. Balzac guardò l’orologio. – Un’ora e mezza! – esclamò –. Sono in ritardo. Purchè la mia provvidenza non se ne sia andata a letto.
  E partì alla ricerca di un capitalista. Allora un domino, a cui i due uomini non avevano posto mente, benché fosse seduto sul divano accanto a Balzac, toccò col ventaglio il braccio di Albéric. Era un domino elegantissimo e sotto la maschera si vedevano le sue labbra graziose, dei denti bianchissimi ed il lampo di occhi splendenti.
  – Signore – disse il domino con accento straniero – vorrei una informazione: la persona che si allontana non è il signor di Balzac?
  – Egli stesso, signora.
  – Mi duole sapere ch’egli si dibatte fra tante e penose difficoltà.
  – Avete dunque ascoltato le sue confidenze!
  – Non ho ascoltato: ho inteso, il che non è la stessa cosa. Il signor di Balzac si domanda ove troverà la somma indispensabile alla sua salvezza. Avvertitelo che una persona, che ammira il suo talento, si mette a sua disposizione per tutto il tempo che sarà necessario.
  – E questa persona?
  – Son io. Ecco il mio biglietto. Vorreste farmi il piacere di darglielo?
  – No, signora.
  – Perché?
  – Perché la vostra proposta non sarà accettata. Potete convincervene. Ecco Balzac di ritorno.
  Inquieto di un così pronto ritorno Albéric domandò allo scrittore se la sua caccia fosse fruttifera.
  – Torno a mani vuote – rispose – il mio uomo è partito.
  Albéric mise in rapporto l’amico con la signora forestiera; entrambi si trattennero qualche tempo a bassa voce.
  Quando lo scrittore ebbe preso congedo dall’incognita, questa restò preoccupata.
  – Voi eravate nel vero – disse. – Egli ha rifiutato. Ed ora come uscirà egli dall’abisso?
  – Tranquillizzatevi, signora. Il suo genio sarà sufficiente a trarnelo.
  La predizione era giusta dal punto di vista delle miserie di danaro. Ma il genio di Balzac non bastò a renderlo felice.

  Silvio Zambaldi, Appendice dell’“Arte Drammatica”. Il delitto nel teatro moderno [Continuaz. e fine], «L’Arte Drammatica», Milano, Anno XXVIII, N. 22, 8 Aprile 1899, pp. 2-3.
  p. 2. Probabilmente gli scandali di Panama e le varie crisi bancarie, che hanno empite per mesi e mesi le aule dei tribunali giudiziarii, hanno dato alle scene il tipo del delinquente bancario con il Gabriele Borkmann dell’Ibsen, ben diverso dal Mercadet del Balzac. Questi imbroglia tutti per vivere comodamente, quello si appropria i denari consegnati alla sua banca nella illusione di compiere con tali somme opere meravigliose che gli apriranno le vie al potere.

  [Gaetano Zocchi], Decadenza e depravazione dell’arte, «La Civiltà Cattolica», Roma, Anno Cinquantesimo, Serie XVII, vol. VII, Quad. 1177, 1 luglio 1899, pp. 5-20; Quad. 1179, 5 agosto 1899, pp. 292-313.
  p. 20. Da Walter Scott e dal Manzoni, per il Balzac, il Sue e Victor Hugo, siam giunti al Flaubert, al Bourget, al Loti, all’Huysmans, alla Fecondità di Emilio Zola, alle Vergini delle Roccie ed ai Sogni di Gabriele D’Annunzio, peggiorando sempre sia in punto ad arte, che a verità, a religione, a morale.
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  pp. 309-310. Infatti dal Balzac, che in una miriade di romanzi pose in iscena quasi sempre gli stessi personaggi coi medesimi adulterii e le prostitute stesse, e dalla Sand, dai due Dumas, dal Kock, dal Sue, dal Montépin, dal Ponson du Terrail i quali s’industriarono a ricopiarlo, copiati alla lor volta in Italia dal Barrili, dalla Invernizio, dal Rovetta, dal Verga ecc., bisognò, per cessare la noia, venire ad analizzare le turpitudini dell’amore sensuale ne’ suoi elementi, diciam così, costitutivi. […].
  I documenti comprovanti queste asserzioni sono i romanzi stessi scritti in Francia e, sullo stesso metro, quelli in Italia e altrove, dal Balzac in poi, l’esame riassuntivo dei quali dobbiam rimettere ad altro quaderno, poiché il presente articolo ha ormai preso tutto lo spazio assegnatogli. Ma non bisogna dimenticare che il maggior danno, provenuto dalla decadenza dell’arte in generale e del romanzo in modo specialissimo, per la corruzione sempre più diffusa dei costumi privati e pubblici. L’influenza del romanzo sulla vita non potrebbe negarsi o anche solo attenuarsi fuorchè da ciechi o da malvagi.


   [1] La citazione in oggetto è tratta non dalla Physiologie du mariage, ma da Petites misères de la vie conjugale (Jésuitisme des femmes).
   [2] Citazione tratta dalla Lettre à Madame Hanska, 24 mai 1838.
   [3] Citazione tratta dalla Lettre à Madame Laure Surville, 25 juin 1849.
   [4] Cfr. Paul Bourget, Physiologie de l’amour moderne. Méditation VI. De la Maîtresse, 1891.
   [5] Cfr. Émile Zola, Le Roman expérimental. Du roman, 1880.



Marco Stupazzoni

1 commento:

  1. Ho fatto una promessa che farò in modo che tutti quelli che hanno difficoltà a rimanere incinta debbano contattare questo grande uomo che mi ha mandato delle erbe per curare il mio TUBO BLOCCATO. Ringrazio Dio per averlo reso possibile e so che ci sono molte donne là fuori che sono state a molti medici e ti dicono che stai bene, ma non puoi ancora rimanere incinta, quindi devi contattarlo tramite whatsapp +38972751056 OR ededetemple@gmail.com o Words non possono esprimere quanto sono felice. Sono per sempre in debito con te, dottor Edede. Grazie ancora. Contattalo per aiuto se hai problemi con:
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