domenica 15 dicembre 2013


1880



Studî e riferimenti critici.

  Giubileo letterario, «Corriere della Sera», Milano, Anno V, Num. 62, 3-4 Marzo 1880, p. 2.

  Domenica sera, nelle sale dell’Hôtel Con­tinental a Parigi, si sono celebrati, con un banchetto solo, due anniversari: il 78° nata­lizio di Victor Hugo e il giubileo o 50° anniversario della prima rappresentazione di Hernani al teatro Francese. […].

  In quest’occasione gli hugolatri, Dio sa che non ne mancano, hanno agitato il turribolo sotto il naso del loro idolo, in modo da romperglielo. Nessun aggettivo fu rispar­miato; nè si lesinò di superlativi. Ciò ha fatto stizzire più d’uno; tra altri Zola, il quale, ribattendo le esagerazioni di un apo­stolo ardentissimo, scrive nel Voltaire una appendice piena di giuste osservazioni. Egli così conclude:

  «Senza dubbio Hugo ci ha dato un certo dramma, ma questo dramma è morto: senza dubbio egli ha legato i suoi procedimenti a molti dei nostri giovani poeti, ma questi procedimenti li hanno uccisi, a segno che migliori di loro rimangono oscuri, ed havvi un immenso desiderio di una nuova prima­vera in poesia; quanto a dire che Victor Hugo ha creato il romanzo moderno, questa è un’amabile bubbola, giacché i Miserabili non sono che un figlio in ritardo appetto alla Commedia Umana. Ma bisogna lasciare a ognuno la sua gloria. Se si vuole, mettiamo accanto la formola lirica di Victor Hugo e la formola naturalista di Balzac; poi aspet­tiamo che il lavoro del secolo decida quale delle due stia disopra. Per me, il risultato è già certo. E io non difendo qui una tesi personale; non sono che un critico che cerca di esser giusto. Si pretende che io sia un romantico. Ebbene, se sono un romantico, tanto peggio per me. Ma questo non potrebbe impedirmi di dire che Victor Hugo non ri­marrà certamente l’uomo universale del se­colo, perché se ne è il poeta lirico, egli non ne è il filosofo, nè il pensatore, nè il dotto, e soggiungerò, nè il romanziere, nè il dram­maturgo. Si corona il busto di Victor Hugo alla Commedia Francese. E una buona, una bella cosa. Ma quando andremo, con le co­rone in mano, a festeggiarcela grand’ombra di Balzac?».


Giornali, «Preludio. Rivista di Lettere, Scienze ed Arti», Ancona-Bologna, Anno IV, N. 9, I. Maggio 1880, pp. 107-108.
  p. 107. Il fascicolo di aprile dell’elegantissima rivista Nord und Süd è in gran parte consacrato a Zola. […] – Zola stesso pubblica in questo fascicolo la chiusa di un suo lavoro sull’epistolario del Balzac, con a fronte la traduzione tedesca fatta da Paolo Lindau, direttore della rivista. Riferiamo alcune sue parole che ci sembrano molto vere. «Balzac, auteur du drame de l’argent, a dégagé de l’argent tout le pathétique terrible qu’il contient à notre époque ; et il a analysé de même les passions qui font mouvoir les personnages de la vie contemporaine ; il a peint admirablement son temps, parce qu’il souffrait de son temps. C’est le soldat, placé au centre de la bataille de la vie, qui voit tout, qui se bat pour son propre compte, et qui raconte l’action, encore fumant et haletant».

  Gustavo Flaubert, «Corriere della Sera», Milano, Anno V, Supplemento al N. 130, 11 Maggio 1880, p. 2.

  Il Flaubert fu uno de’ campioni della così detta scuola del naturalismo francese e, come Emilio Zola, discende in linea retta dal Balzac. […] Edmondo Scherer, confrontan­dolo con Balzac, soggiunge: «Mais il est un point sur lequel M. Flaubert renchérit sur Balzac, c'est la verdeur du terme».


  Valigia della domenica. Humboldt e Balzac, «L’Illustrazione Popolare», Milano, Fratelli Treves, Vol. XVII, N. 34, 20 Giugno 1880, p. 543.

  Il periodico settimanale intitolato La science pour tous, pubblica nel suo ultimo numero, sulle monomanie, un articolo interessante, nel quale si racconta il seguente aneddoto:
  Humboldt, in uno de’ suoi viaggi a Parigi, aveva espresso ad un valente medico il desiderio di pranzare con un mentecatto, allo scopo di far degli studi sul modo con cui si comportava a tavola un infelice privato dell’uso della ragione.
  Scorsi alcuni giorni, Humboldt ricevette dal medico un invito a pranzo, al quale presero parte oltre l’anfitrione, due persone ignote al grande scienziato.
  L’uno – un uomo in età alquanto avanzata, dal volto serio, abbigliato di color scuro e con grande cura – parlava poco e d’altro non si occupava che di mangiare e bere: aveva l’aspetto d’uno scienziato ovvero d’un alto funzionario pubblico.
  L’altro invece doveva essere manifestamente l’uomo di cui Humboldt aveva desiderato la compagnia. Esaltato nel parlare e nel gestire, coi capelli arruffati, in teletta trascurata – insomma la vera immagine che si era formata l’autore del Cosmos d’un infelice privo d’intelletto.
  Quest’ospite parlò di ogni cosa al tempo medesimo: di Cicerone e di Thiers, di Leonida e di Napoleone I, di metafisica e di giornalismo, di musica e di antichità romane. Sembrava inesauribile nei suoi sbalzi del pensiero, nei suoi discorsi originali, nei suoi paradossi.
  Humboldt lo osservava con grandissimo interesse, e rimaneva stupito di quel diluvio di parole. Finito il pranzo egli chiamò in disparte l’anfitrione e gli porse i più vivi ringraziamenti pel servigio che gli aveva reso.
  – Vi assicuro, - disse egli, - che i discorsi del mentecatto furono per me oltremodo istruttivi.
  – Ma come! Se non ha neppure aperto la bocca!
  – Se non fece altro che parlare!
  – Ora comprendo l’equivoco, ed è un equivoco grosso. Il pazzo è quello che tacque sempre e l’altro … è il signor Balzac. –
  S’intende che «l’equivoco» era preparato.


  Rassegna letteraria e bibliografica. Inghilterra. “The Contemporary Review” (1 Giugno), «La Rivista Europea. Rivista internazionale», Firenze, Anno 11°, Volume XX, Fasc. I, 1° Luglio 1880, pp. 115-117.

 

  p. 116. L’Età di Balzac è il titolo di un lungo scritto del signor Lilly nel quale ei tesse la vita letteraria di questo scrittore, ne descrive le opere, che con meravigliosa fecondità empiono ventiquattro volumi. Noi non possiamo seguitare il signor Lilly nei fanatici elogi per questo immaginosissimo, ma corrottissimo scrittore, e molto meno in quel giudizio che ne dà, che cioè Onorato Balzac sia lo storico più acuto e più penetrativo dei costumi dei tempi suoi. Triste età e tristissimi uomini ei vide e provò, ma la tristizia d’uomini e di tempi è laddio mercè un lato solo della natura umana, e della costituzione dell’universo. Chi non sa vedere che quella, per quanto non esca dal vero, non vede che con un occhio solo, ed i monocoli non son beati che in terra di ciechi. Balzac preluse all’infausta scuola del pessimismo, che allaga l’età presente, disperando gli animi deboli, corrompendo lentamente i forti, e preparando un’età peggiore di quella che dipingono. L’esposizione dei lavori di Balzac e l’ammirazione entusiasta per questo ingegno traviato e fuor di squadra, non può non lasciare una penosa impressione a chi desideri non perdere ogni illusione, e sia solito di giudicare del mondo con calma maggiore, e con fredezza (sic) da filosofo.

  Un articolo sulle formiche serve a rianimare, per le stramberie originali che contiene, e vale por un vero antidoto contro gli elogi del signor Balzac. Io non voglio frodare i lettori di curiosità prelibate come questa, e per quanto sia tempo sprecato a riferirne, pure lo spreco volentieri, perché è lecito folleggiar qualche volta, sia pure un folleggiar da manicomio.


  Notizie spicciole, «Fanfulla della Domenica», Anno II, Num. 27, 4 luglio 1880, p. 4.
  È pieno di interesse per la conoscenza de’ costumi letterari nella prima età del nostro secolo il libro di C. de Lovenjoul (Paris, Dentu) Un dernier chapître de l’histoire des oeuvres de Balzac. In appendice v’ha due articoli violentissimi contro il Balzac scritti dal Ianin (sic) e dal Baudelaire.


  Corriere Teatrale, «Corriere della Sera», Milano, Anno V, Num. 209, 30-31 Luglio 1880, p. 3.

  […] fu lì [al “Teatro Manzoni d’Estate”] che l’altra sera si riudì il Mercadet capolavoro di Balzac quasi dimenticato.


  In giro al mondo. (Il denaro dei letterati […]), «L’Indipendente. Giornale politico, economico e commerciale», Trieste, Anno IV, N. 1155, 13 Agosto 1880, p. 1.

  E non parlo di Balzac. Bisognerebbe studiare il caso prodigioso di Balzac, per trattare a fondo la questione del denaro nella letteratura.

  Balzac fu un vero industriale, che fab­bricò dei libri per fare onore alla sua fir­ma. Pieno di debiti, rovinato da infelici in­traprese, ripigliò la penna come il solo uten­sile che egli conoscesse bene e che potesse salvarlo; non s’incaponì negli affari, e fu realmente il mestiere delle lettere quello che lo salvò. Ecco dunque posta senza tanti complimenti la question d’argent. Non è solo il pane di tutti i giorni che Balzac doman­dava ai propri libri; egli chiedeva loro anche di colmare le perdite da lui fatte nel­l’industria.

  La battaglia durò a lungo. Balzac non guadagnò una fortuna, ma pagò i propri debiti, il che ora già molto. Noi siamo lungi, sì, è vero, dai tempi del buon Lafontaine, che si sedeva la sera alla tavola dei gran­di signori, pagando il proprio pranzo con una favola.

  Balzac s’incarnò nel suo Cesare Birotteau; lottò contro il fallimento con una vo­lontà sovrumana, non dimandò alle lettere la gloria soltanto, ma dimandò loro anche dignità od onori.


  Gazzettino di città e cronaca varia, «L’Indipendente. Giornale politico, economico e commerciale», Trieste, Anno IV, N. 1172, 30 agosto 1880, pp. 2-3.

  p. 2. Il 24 d’agosto è da noi il giorno degli sloggi. — Ed è anche, per tutti coloro che non han la fortuna di possedere quattro muri al sole, il giorno di pagar le pigioni: un uso da barbari, una invenzione delle più im­morali, che disonora il secolo dei lumi. Ha ragione Balzac quando scrive che: l’egua­glianza non sarà mai altro che una parola, perché i mortali saranno in eterno divisi nelle due caste così nemiche dei debitori e dei creditori.


  Notizie spicciole, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno II, Num. 36, 5 settembre 1880, p. 4.

  Qualcuno dei biografi di Balzac ha accennato così in generale al tentativo di un’impresa industriale per cavarsi da gravi imbarazzi economici, ma nessuno ha badato più che tanto all’importanza morale di questo tentativo. Balzac, dopo aver fatto le sue prime armi nella repubblica delle lettere, s’era scoraggiato; e, persuaso da’ parenti che ne volevano fare da prima un notaio, prese nel 1825 il partito di barattare la letteratura col commercio, l’arte di scrittore col mestiere d’editore. Concepì un disegno grandioso, e riuscì a metterlo in effetto: pubblicare in fascicoli illustrati le opere complete dei grandi scrittori del XVII secolo. E vennero in luce Molière e La Fontaine, con prefazioni di Balzac, il quale inconsapevolmente forse ritrae sè stesso quando narra la vita di La Fontaine. Ogni volume era ornato di incisioni in legno bruttissime, e ci avevano un po’ di colpa il Deveria e l’incisore Thompson quanto l’interprete Balzac. In un anno non furono venduti che 20 esemplari di quelle edizioni!
  Allora Balzac, accortosi che il mestiere d’editore non rendeva abbastanza, si fece stampatore: e ottenne dalla famiglia 30000 lire. Da’ tipi della via Marais-Saint-Germain uscirono le (sic) Mémoires de M.me Roland e il Cinq-Mars di Vigny, il secondo volume delle (sic) Mélanges littéraires di Villemain, ed egli stesso lavorò attivamente alla composizione dei seguenti tre volumi: le Petit Dictionnaire critique et anecdotique des enseignes de Paris, l’Art de mettre la cravate e l’Art de ne pas payer ses dettes. Ma gli affari non andavano, i debiti s’annientavano, pure Balzac non si perdè d’animo e pensò di aggiungere alla stamperia una fonderia di caratteri. Non l’avesse mai fatto! In breve fu costretto da’ creditori a liquidare. Finalmente Balzac, salvo l’onore ma pieno di debiti, ritornò alla letteratura.
  Or quei due anni di lotte contro la fortuna maturarono il suo genio: dalle speculazioni fallite egli fu iniziato a tutti i misteri della vita, alle bellezze non meno che alle bruttezze della natura umana, della quale potè vedere il diritto e il rovescio. In tutti i suoi romanzi guardando con occhio acuto e attento si scorge quanta parte ci abbiano quei due anni di vita industriale.

  Dumas e Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno V, 9-10 dicembre 1880, p. 4.

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  Emilio Zola pubblica, nel Figaro, un bell’articolo per sostenere che se si fa la statua a Dumas padre – per la quale già fu concesso il terreno e si stanno raccogliendo le offerte – molto più a ragione la si dovrebbe fare a Balzac, il quale fu incontestabilmente il più gran romanziere del secolo, anzi uno dei più grandi filosofi sociali del tempo nostro, mentre Dumas non è stato che un «amuseur», non ha fatto che divertire i suoi contemporanei. Prima di Dumas, dovrebbero venire – per l’onore d’una statua in Francia – Stendall (sic), Gautier, Flaubert, Baudelaire, Michelet, Ingres, Delacroix, Courbet, Claudio Bernard, ecc.
  Sarebbe – chiede lo Zola – un saggio del suffragio universale applicato alle statue, questo che vediamo? Infatti il popolo, gli illetterati e gli imbecilli voterebbero senza dubbio per Dumas anziché per Balzac. Ma io dubito che i delicati e gli artisti avessero ad essere dello stesso parere trattandosi per la prima volta di elevare un monumento ad un romanziere.
  «Del resto – continua causticamente lo Zola – c’è ancora una ragione che spiega la statua di Alessandro Dumas, ed è agli occhi miei la ragione decisiva. Si erige questa statua a Dumas figlio nella persona di suo padre. Fatevi a supporre che il vecchio Dumas morto senza lasciare dietro a sé un figlio che è il cocco di Parigi, e vedrete che Parigi non penserà più a lui di quel che non pensi a Balzac. Io propongo non una statua, che non è sufficiente, ma un gruppo: il Dumas grande che conduce a mano Dumas piccolo in età di 7 anni, tutt’e due in bronzo …
  Gli stranieri, vedendo il bronzo, diranno: - Ecco dunque il più grande romanziere francese! – Ebbene, no: non è vero. Ce n’ha dieci prima di lui. Io chiedo che almeno si scriva sullo zoccolo del monumento a Dumas: A Alessandro Dumas perché era SON ENFANT, perché ci ha divertiti, perché è il padre di Alessandro Dumas.
  Io non respingo Dumas. Domando soltanto che Balzac passi pel primo, egli che a ragione fu detto, da Taine, il Shakespeare francese, egli che è il padre e maestro del romanzo contemporaneo.
  M’inscrivo per mille franchi al monumento a Balzac. Darò cento franchi per la statua di Dumas, quando ne avrò dato mille per la statua di Balzac».


  Per Balzac, «Gazzetta provinciale di Bergamo», Bergamo, Anno IX, Num. 288, 10 Dicembre 1880, p. 2.

 

  Il Figaro ha pubblicato ier l’altro uno stupendo articolo di Emile Zola. È una lancia valorosamente spezzata a favore di quello scrittore insigne che è Onorato de Balzac. Naturalmente il leader della scuola verista, inneggiando al grande autore delle Scene della vita di Provincia, della Fisiologia del matrimonio, della Commedia umana, tartassa alquanto i romantici. Zola prende argomento pel suo articolo dalla proposta d’innalzare una statua a Dumas padre. Comincia dichiarando che i contemporanei furono tanti ingrati per Balzac, al quale «ebbero il torto di preferire un Federico Soulié ed un Eugenio Sue». Si scaglia quindi contro la critica di quei tempi, che teneva Balzac giù nel fango e abbandonandolo così, ch’egli nel 1840, scrivendo di Russia a sua sorella, le diceva che nulla aveva ancora potuto fare per sè stesso e che doveva pensare a crearsi una posizione. E sì che da una grande quantità d’anni Onorato Balzac stava giorno e notte al tavolino lavorando come un negro, e avanzandosi solo una enorme cifra di ... debiti!

  L’amarezza di Zola sale. E se la prende con Victor Hugo. Questi, egli dice, passa preceduto dalle trombe squillanti la fanfara del trionfo e fra le nubi degli incensi; Balzac arranca solitario in un solaio dove gli giungono gli echi dei clangori trionfali dedicati a chi gli è indubbiamente inferiore.

  L’amarezza sale ancora, e siamo al punto culminante dell’articolo: il confronto con Alessandro Dumas padre.

  Emile Zola scrive:

  «Dumas aveva anch’egli la produzione formidabile: ed anche per lui i creditori aspettavano alla porta le sue cartelle tuttavia umide; ma com’era felice e facile questa sua produzione in mezzo ad un popolo sorridente! Dumas soddisfaceva tutti i suoi capricci e buttava il danaro in principesche prodigalità. Egli non ebbe mai un dubbio sulle opere sue e si potè credere il re del romanzo dopo aver ceduto a Victor Hugo lo scettro della poesia. Bastava il suo nome per arricchire i giornali, e certamente se un altro romanziere gli diede qualche inquietudine, questo romanziere non fu già Balzac, fu Eugenio Sue».

  E continua:

  «Io so bene che questa imbecille ingiustizia dei contemporanei è oggi riparata. La banda romantica di Victor Hugo si è rarefatta, e mentre l’invecchiato poeta vede la sua scuola sbandata ed agonizzante, tutta una generazione di vigorosi romanzieri è spuntata sulla tomba di Balzac. Il secolo è per lui. Il romanzo è il suo regno, egli vi domina da assoluto padrone. Quanto a Dumas, egli non ci appar più altro che un amuseur, e le sue propaggini non hanno fatto altro che annerirne le tinte con Ponson du Terrail ed altri appendicisti di giornali ch’io non voglio neppur nominare!».

  Emile Zola prosegue dicendo roba da chiodi dei contemporanei, i quali mercanteggiano una statua a Balzac mentre parlano di erigerne una ad Alessandro Dumas.

  Egli ricorda che quando, dieci anni fa, morì Alessandro Dumas, si pensò di fare una splendida edizione di tutte le sue opere, ma vi si dovette rinunziare, perché non solo non si potè stabilire ciò che era veramente suo da ciò che era opera de’ suoi scolari, alle cui produzioni il maestro aveva fatta la mercantile carità del suo nome; ma anche perché si constatò che neppure i romanzi, definitivamente suoi, avevano la consistenza necessaria per affrontare una edizione completa e duratura.

  Zola dichiara di spiegarsi il perché d’una statua a Dumas solo pel riflesso che Parigi gli voleva un gran bene, gli batteva amicalmente sul grosso ventre, si riempiva tutta del suo grosso riso e non può neppur oggi dimenticare l’uomo che l’ha divertita tanto; e che mettendo la verve al luogo dello spirito di osservazione fu il capo degli amuseurs: ai quali Parigi è sempre grata perché si ha riconoscenza verso chi scrivendo, non obbliga, chi legge, a pensare.

  Figuratevi — sciama Zola — è morto testé un altro amuseur, Saverio Aubryet. Ebbene, per la morte di questo si fanno lamentazioni senza fine, e quali nessuno si sognò di fare quando si spense Balzac!

  E l’autore dell’Assommoir soggiunge di non meravigliarsi se a veruno viene l’idea di statuare Balzac. Questo qui è un genio — dice ironico – e i genii possono aspettare fin che vogliono per avere il loro monumento. Invece bisogna affrettarsi per fondere in bronzo o conservare in marmo coloro che senza tale solidificazione minacciano di andare in pochi giorni in polvere!

  L’amarezza sale ancora. E Zola lancia una fiera apostrofe a Parigi perché non pensa alla statua di Balzac. Come! — egli sclama — dovremo vedere monumentato pel primo fra i moderni scrittori uno che altro non fu che un semplice narratore, in cui non c’è nulla di noi, nulla della nostr’arte, nulla della nostra filosofia, nulla del nostro avvenire? Uno che non è neppure più letto dalla attuale generazione? Perché non alzare invece una statua a Stendhal, che se è meno popolare di Dumas ne ebbe in più il genio? Perché non a Gustavo Flaubert, l’autore di Madame Bovary? Perché non a Michelet? o a Musset? o a Teofilo Gauthier? (sic) o a Baudelaire?

  E qui Zola passa in rassegna tutti i pittori e tutti i musicisti, che egli crede, che ben più che l’autore del Montecristo, abbiano diritto ad una precedenza alla monumentizzazione.

  «Li vedi tu — egli grida a Parigi — gli stranieri fermarsi davanti la statua di Alessandro Dumas, e non trovando fra le tue mura che questo romanziere di bronzo, dire: «Ecco il più grande fra i loro romanzieri!». Ebbene, no, non è vero! Ce ne sono dieci altri prima di lui. lo domando che almeno si inscrivano sul piedestallo di questa statua le ragioni del tuo fanatismo, o Parigi, scolpendovi: «Ad Alessandro Dumas perché era un buon ragazzo, perché ci ha divertiti, e perché è il padre di Alessandro Dumas figlio!».

  L’articolo finisce proponendo che o Parigi non elevi la statua a Dumas, o faccia passare per la prima quella a Balzac. E a questo punto Zola si ripete attaccando Victor Hugo «che non è niente affatto lo Shakespeare della Francia» e terminando coll’inscriversi per mille lire per una statua a Balzac e per cento lire a quella di Dumas. Le quali cento lire — ei dice — «io darò dopo aver dato le mille per la statua di Balzac».



  A. A., Rassegna letteraria e bibliografica. Germania. “Nord und Sund”, «La Rivista Europea. Rivista internazionale», Firenze, Anno 11°, Volume XIX, 1° Giugno 1880, pp. 536-539.

 

  p. 536. Nel principio troviamo una novella di Alfred Meissner, intitolata dal nome dell’eroina «Toni.» Questo racconto sarà terminato nel prossimo mese; nella prima parte vediamo svolgersi un dramma di amore tra un giovine studente in legge e una povera ragazza di campagna. Alfred Meissner è un narratore piacevole e pieno di sentimento e il suo racconto forma la parte la più simpatica della lettura dilettevole di questo fascicolo. Indi segue un saggio in francese di Emile Zola sopra «Balzac» accompagnato da una traduzione tedesca di P. L. La lettura della corrispondenza di Balzac ha dato all’autore l’idea di scrivere quest’articolo. È un elogio del grande scrittore francese, nel quale l’ardito rappresentante della scuola realista, l’autore di «Nana» e dell’«Assommoir» riconosce gli alti meriti del Balzac e il suo mirabile genio creatore. Leggiamo con interesse la caratteristica del più gran romanziere della generazione passata, fatta da uno dei più eminenti scrittori dei giorni nostri. Emile Zola mostra in quest’articolo d’essere un critico sagace e intelligente, e noi dividiamo volentieri con lui la sua opinione sul genio di Balzac, benché non possiamo andar d’accordo in qualche particolare, come quella, per esempio, di voler mettere il romanziere francese alla pari di Shakespeare.

  Zola s’appoggia in questo paragone sull’opinione del Taine il quale ha dovuto, risalire fino a Shakespeare per trovare un genio simile a quello di Balzac e Zola aggiunge ancora: «Questo paragone è giustissimo. Shakespeare è il solo che abbia potuto creare una umanità tanto grande e tanto vivente. Sono tutti due creatori di anime, di potenza simile ma in società differenti. E ambedue ci hanno lasciato le loro opere come vasti magazzini di documenti umani». Intelligente e originalissimo è il paragone che fa Zola di Balzac, con un chimico che lavora il primo e che ha l’onore di fondare una scienza; Balzac ha fondato così una letteratura.


  Cletto Arrighi, Nanà a Milano per Cletto Arrighi. Edizione prima, Milano, G. Ambrosoli e C., Editori, 1880.

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  pp. 136-137. Suo padre le aveva severamente proibito – non se ne parla – di leggere romanzi.
  – Neppure i Promessi Sposi e il Marco Visconti? – aveva domandato lei.
  – No, neppur quelli!
  Questa proibizione le aveva messo indosso una smania cocentissima di leggerne assai più di quello che ne avrebbe letti naturalmente, se suo padre non avesse parlato. Enrico era di lei complice, che le forniva nascostamente il pasto desiato. Nondimeno spesso la Elisa trovava molto noiosi i romanzi troppo morali che Enrico le portava. Egli era assai puritano in questo; aveva escluso tutti i moderni realisti, e, de’ vecchi, anche il Balzac.

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  Una sera l’Elisa mostrò a Enrico desiderio di leggere l’Assommoir di Zola
  Enrico si rifiutò di portarglielo.
  – Ho già fatto troppo – disse – a concederti l’altro giorno: L’homme qui rit.
  – Gran che! – sclamò la Elisa.
  E la terribile fanciulla si mise a sparlare di Vittore Hugo.
  Enrico la pregò di non farsi sentire da altri. Era come dire a un usignolo di non cantar in primavera.
  – Avrò torto – diceva la Elisa al conte – ma a me Vittor Hugo qualche volta fa l’effetto di un uomo che sia lì lì per diventar pazzo. Il marchese mi disse un giorno che questo è il carattere del genio. Sarà! lo sfido a non ridere qualche volte di certe frasi di Vittor Hugo. Per esempio mi ricordo questa:
  «Un profondo rumore soffiava nella regione inaccessibile».
  Se invece di essere Vittore Hugo che ha scritto questa frase fossi io, a quest’ora mi avrebbero condotta al manicomio. Un profondo rumore che soffia? E nella regione inaccessibile? Ma cosa vuol dire? La si capisce così a occhio e croce; ma è genio codesto? Il genio, mi pare a me, dovrebbe consistere nel dir chiaramente le cose più difficili ad essere pensate da altri, non nel paccucchiare delle frasi con delle parole assurde. Il Rubieri per spiegarmi la cosa mi diceva che i romanzi di Vittor Hugo vogliono essere tutti poemi cosmici, e che egli crede in buona fede di essere il nuovo Cristo delle miserie umane; ma se egli è così egli è un Cristo che ritiene i suoi discepoli e i suoi lettori altrettanti badaux, che lo devono capire a lume di naso.


  G. B., Rassegna letteraria e bibliografica. Olanda, «Rivista Europea. Rivista internazionale», Firenze, Volume XVII, 1880, pp. 485-497.

 

  p. 485. In uno degli articoli che ci reca il primo fascicolo del nuovo anno 1880 della Rivista olandese De Gids, il sig. I. H. Hooijer discorre del romanzo di Octave Feuillet: Le journal d’une femme. Incomincia ab ovo dicendo che Iules Ianin (sic) chiamava scherzando Honoré de Balzac il Cristoforo Colombo della donna di quarant’anni, prescelta ad eroina dei romanzi in luogo delle giovani sedicenni; sintomo questo dello stato morboso della letteratura francese nella seconda metà del secolo corrente; poichè il tipo della donna decade, l’amore passa dalla sfera del cuore e del sentimento a quella dei sensi.


  C.[arlo] Raffaello Barbiera, Profili di poeti stranieri. Enrico Murger, «La Gazzetta Letteraria», Torino, Anno IV, Num. 14, dal 3 al 10 aprile 1880, pp. 105-106.
  p. 105. Il Murger si rattristava ma non si offendeva gran fatto di quegli abbandoni repentini; non si adirava, piangeva nella sua soffitta. Così Balzac ne’ primi anni di gioventù aveva provato un amore, che rassomigliava a quello di Murger per Musette e scriveva alla adorata sorella: «Lo scompiglio ha messo sossopra i miei amori, giacchè mi sono accorto ch’ella ama un domestico! Sicuro; è il mio stesso servitore che si stempera in paroline d’amore con lei! …».

  Anton Giulio Barrili, La Donna di Picche. Romanzo di Anton Giulio Barrili, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1880.
  Trascriviamo una sequenza della conversazione tra Gastone Voisin e Madame Bernard, portinaia della dimora sita al n° 24 di rue de Provence, a Parigi, presso cui il Voisin si reca per reperire informazioni sul visconte e sulla viscontessa di Heronville:

Capitolo X.
Come un poeta diventò romanziere, per intenerire una portinaia, pp. 152-174.
  pp. 164-165.
  – Orbene, signora … – ripigliò Gastone, – signora … come vi chiamate, di grazia?
  – Bernard, ai vostri comandi.
  – Orbene, signora Bernard, eccovi qualche cosa di strano. La viscontessa, di cui ebbi l’onore di parlarvi ieri, aveva una famiglia, come l’abbiamo tutti, salvo il caso di essere nati … senza famiglia.
  – Trovatelli! – osservò la signora Bernard. – Un bel romanzo di Eugenio Sue! Proseguite.
  – La famiglia della viscontessa si riduceva ad un fratello …
  - Sareste voi, per caso?
  – No, io sono l’amico, e l’esecutore delle sue ultime volontà. Il barone … di Rastignac è morto.
  – Rastignac! Un personaggio dei romanzi del signor di Balzac.
  – Verissimo; – rispose Gastone; – ma ciò non toglie che il mio amico sia un personaggio autentico. Voi sapete benissimo, signora Bernard, che il gran romanziere non ha mai inventato un nome. I suoi personaggi portano tutti dei nomi veri, già portati da altri. Secondo lui, ciò serviva a dar loro l’impronta del vero. Ma torniamo a noi: vi dicevo dunque che il barone di Rastignac è morto. È morto, vi aggiungo, perdonando a sua sorella.
  – Perdonando! Ma che cosa aveva fatto la signorina Rastignac?
  – Non avete capito? Era fuggita di casa, Sì, mia cara signora Bernard; libera da ogni custodia perché i vecchi Rastignac erano morti, e perché il loro unico rampollo mascolino poteva in vigilar poco la sorella, Berta di Rastignac diede ascolto alle lusinghe di un galante giovinotto, che ne aveva troppo pochi, di quattrini, e non poteva degnamente presentarsi a chiedere la sua mano. Voi già indovinate che cosa ne seguì; Berta di Rastignac si lasciò rapire dal visconte. […].


  Bob., Eugenio Labiche all’Accademia Francese, «Corriere della Sera», Milano, Anno V, Num. 329, 28-29 Novembre 1880, p. 2.

  Giovedì, l’Accademia francese riceveva solen­nemente nel suo seno il nuovo accademico Labiche. Malgrado le accuse che le si fanno, mal­grado gli epigrammi e le invettive, la vecchia Accademia de’ Quaranta conserva il suo presti­gio. È vero che non accolse nel suo seno nè il vecchio Dumas, nè Balzac, nè Teofilo Gautier […].


  Bob., “L’Orlando Furioso” del Dorè, «Corriere della Sera», Milano, Anno V, Num. 354, 23-24 Dicembre 1880, p. 2.

  Vi sono autori che descrivono, dipingono un quadro con due o tre tocchi, per es. Dante; altri, come Victor Hugo e Balzac che raggiun­gono lo stesso effetto di verità a forza di par­ticolari e d’insistenza. Dorè appartiene a questa seconda scuola, che oggi ha raggiunto la sua completa espansione con Zola ed i suoi imi­tatori.


  Bric-à-Brac, Racconto. Suor Filomena. Romanzo dei Fratelli Goncourt, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno IV, Num. 48, dal 27 novembre al 4 dicembre 1880, pp. 381-384.

  pp. 381-382. Oggi intanto comincieremo ad occuparci di due fra gli scrittori più potenti, e in pari tempo, più delicati, della Francia moderna. Eglino sono i fratelli Goncourt. A loro anzi, prima che a chiunque altro, dopo Balzac, devesi tributare il titolo di capi della scuola romantica che fiorisce oggi in Francia ed ha tanta influenza sull’indole letteraria degli altri paesi, del nostro in ispecie … almeno nelle intenzioni.

  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. Le appendici letterarie dello Zola, nel “Voltaire” –Balzac giudicato da Janin – Balzac critico – La risposta di Stendhal all’articolo di Balzac sulla “Chartreuse de Parme” […], «Il Sole. Giornale commerciale-agricolo-industriale», Milano, Anno XVII, N. 187, 11 agosto 1880, p. 1.

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  […] Documenti autentici della bêtise humaine, l’appendicista del Voltaire ne raccolse con compiacenza un bel numero, anche a proposito di Balzac. Vi ricordate di Jules Janin, solennemente considerato principe dei critici, per il periodo di quarant’anni? Oggi nessuno se ne cura, perché la sua era una fama usurpata, ma ai tempi della Comédie humaine troneggiava e dall’alto del suo seggio, quante imbecillità scaraventò contro Balzac! Leggendo gli spropositi del Janin, citati dallo Zola contro Les (sic) Illusions perdues, sembra d’aver sotto gli occhi le critiche eminenti della Revue des Deux Mondes, della Nuova Antologia, e delle altre magne riviste contemporanee, contro lo stesso Zola ed i naturalisti. Ne volete una prova? Dopo aver tentato di metter in ridicolo Balzac, preferendo in suo confronto Paul de Kock, così si esprime il Giove della critica Parigina e così lo commenta quell’infetto successore di Balzac, che è lo Zola:
  «Parce que la chose existe, est-ce à dire que le roman et la comédie, le crochet à la main, se puissent occuper de ce pandemonium grouillant sur ce tas d’immondices? Non, non, il y a des choses qu’on ne doit pas voir et qui sont à peine permises au moraliste, à peine permises au chrétien. Un écrivain n’est pas un chiffonnier, un livre ne se remplit pas comme une hotte». Voilà une phrase, qui a l’air d’avoir été écrite ce matin. Oh! ces messieurs ne se mettent pas en face d’imagination: les mêmes phrases leur sortent depuis un demi-siècle. Elles n’ont pas emtamé Balzac; n’importe, on les trouve encore assez bonnes pour tâcher d’écraser les nouveaux venus.
  Ce sont là des fouilles dans le passé, des lectures saines et rafraichissantes qui font du bien. On respire, en constatant l’imbécilité de la critique, même lorsqu’elle est couronnée.
  Allons, criez, mordez, salissez, vous ne travaillez qu’à vous rendre ridicules et méprisables pour nos petits-fils».
  Il riposo coatto, come appendicista teatrale, permise allo Zola un altro studio curioso, sopra Balzac critico. Prendendo in esame il volume Portraits et critique littéraire del primo fra i romanzieri del nostro secolo, egli viene a questa conclusione sugli articoli letterari del Balzac:
  «L’idée première manque, il ne s’appuie pas sur une vérité scientifique pour en déduire des jugements logiques. Sans doute, à chaque page, on rencontre chez lui toutes nos vérités; seulement elles sont là comme entrevues dans le rêve tumultueux d’un voyant; elles se heurtent et se perdent au milieu de l’excellent et du pire, rien ne les coordonne, n’en tire des formules exactes et précises. En somme, sans prétendre que Balzac a eu l’inconscience de son œuvre, il est certain qu’il n’en avait calculé ni l’influence littéraire, ni la portée sociale.
  Je crois bien que cette inconscience venait surtout de son manque de sens critique. Il faut m’entendre, je veux dire, qu’il jugeait par coups d’enthousiasme, sans méthode rigide, l’imagination toujours fumante».
  Balzac oltrepassa ogni misura nelle lodi verso Walter Scott e mostrasi troppo severo verso Hernani. Come romanziere, è modernista per eccellenza e di rado si pronunzia apertamente per la modernità dei soggetti. Fu il più infaticabile tra i lavoratori ed assume una posa lirico-romantica, quando parla della così detta ispirazione artistica, quasichè l’avvenire spetti agli scapigliati della letteratura e non già agli studiosi, che seriamente ed indefessamente attendono al lavoro.
  Ai tempi di Balzac, come ai nostri, le sfuriate dei sedicenti moralisti contro i realisti non erano altro, che sfoghi di ipocrisia, o di ignoranza; da ciò, il giusto suo dispetto contro quelli, che accusavano di immoralità la Comédie humaine, e che calunniarono poi e calunniano Madame Bovary, i Rougon-Macquart, Les soeurs Vatard, i racconti di Hennique, Alexis, Guy de Maupassant.
  Non solo negli articoli critici, ma persino quando dà un legame comune ai suoi romanzi, riunendoli per serie nella Comédie humaine, Balzac rivela confusione nelle idee generali.
  «Mais il suffit qu’il soit notre véritable père, qu’il ait le premier affirmé l’action décisive du milieu sur le personnage, qu’il ait porté dans le roman les méthodes d’observation et d’expérimentation. C’est là ce qui fait de lui le génie du siècle. S’il n’a pas été, comme il le dit, «dans le secret du monument», il n’en reste pas moins l’ouvrier prodigieux, qui a jeté les bases de ce monument de lettres modernes».
  Ha fatto male lo Zola, non riassumendo l’articolo d’elogio, scritto da Balzac sulla Chartreuse de Parme. Nulla dippiù interessante, che Stendhal giudicato da Balzac. In quanto alla risposta di Stendhal alle lodi del massimo romanziere moderno, ecco cosa spigolai nella sua lettera del 30 ottobre 1840, in data di Civitavecchia, diretta allo stesso Balzac:
  «Je pensais n’être pas là, avant 1880 – La plupart des fripons étant emphatiques, on prendra bientôt en haine le ton déclamatoire. A dix-sept ans, j’ai failli me battre en duel pour la cime indéterminée des fôrets de Chateaubriand, qui comptait beaucoup d’admirateurs au sixième de dragons. Je ne puis souffrir M. de Maistre; mon mépris pour la Harpe va jusqu’à la haine. Voilà sans doute pourquoi j’écris si mal : c’est par amour exagéré pour la logique. – En composant la Chartreuse de Parme, pour prendre le ton, je lisais chaque matin deux, ou trois pages du Code civil, afin d’être toujours naturel; je ne veux pas, par des moyens factices, fasciner l’âme du lecteur. – Souvent je réfléchis un quart d’heure pour placer un adjectif avant, ou après son substantif. Je cherche à raconter avec vérité et avec clarté ce qui se passe dans mon cœur. Je ne vois qu’une règle: être clair. Si je ne suis pas clair, tout mon monde est anéanti. Le public, en sa faisant plus nombreux, moins mouton, veut un plus grand nombre de petits faits vrais sur une passion, sur une situation de la vie.
  Tous les coquins politiques ayant un ton déclamatoire et éloquent, l’on en sera rassasié en 1880. Alors, peut-être, on lira la Chartreuse».


  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. Lo studio di Zola, “L’argent dans la littérature”, «Il Sole. Giornale commerciale-agricolo-industriale», Milano, Anno XVII, N. 188, 12 agosto 1880, p. 1.
  Lo scrittore è un operaio, che vive del proprio lavoro e che può con esso divenir milionario, come i due Dumas, Victor Hugo, Balzac ecc. ecc.

  Felice Cameroni, Le novità letterarie francesi. La ristampa delle Opere dei fratelli De Goncourt, «La Farfalla», Milano, n. 16, 17 ottobre 1880, pp. 185-186.
  p. 185. In ordine di tempo, i De Goncourt vengono subito dopo Balzac e Flaubert – come vedremo poi, superano sotto alcuni aspetti il Daudet e lo Zola – eppure alla generalità anche oggi sono poco noti. […].
  Ciò che è avvenuto per la Comédie humaine di Balzac (derisa dai principi della critica, come Janin), per la processata Madame Bovary di Flaubert, pei Rougon-Macquart (pochi anni or sono citati soltanto come esempio di scandalo letterario), ora si va verificando anche pei De Goncourt.

  Felice Cameroni, Le novità letterarie francesi. La ristampa delle Opere dei fratelli De Goncourt. – Emile Zola,Le Roman expérimental” (Paris, Charpentier), «La Farfalla», Milano, n. 17, 24 ottobre 1880, pp. 198-200.
  Malgrado le migliaia di pagine pubblicate in Francia, da Balzac in poi, sulla questione del realismo, nei giornali, nelle prefazioni ai romanzi, od alle produzioni teatrali e nei libri di critica, per il completo svolgimento del metodo naturalista, non credo siavi un’opera paragonabile alla nuova raccolta di studi letterari dello Zola, edita la settimana scorsa col titolo Le roman expérimental. […].
  Stendhal e Balzac, Flaubert e i De Goncourt, Vallès, Daudet ed i giovani ospiti di Médan, rappresentano le idee professate nel Roman expérimental, ma spetta allo Zola, il merito di farne, pel primo, un solo corpo di dottrine, di spiegarle scientificamente, di coordinarle a tutte le altre manifestazioni del pensiero moderno. L’autore della Chartreuse de Parme, in pieno miraggio di romanticismo, creò il primo romanzo naturalista del nostro secolo, quasi per intuizione delle teorie letterarie, che dovevano trionfare cinquant’anni dopo. Il massimo romanziere dell’epoca contemporanea eresse al verismo un monumento immortale colla Comédie humaine, ma in lui il critico fu di gran lunga inferiore al romanziere […].
  Nella prima parte del Naturalisme au théâtre, lo Zola chiarisce il senso della parola naturalismo e riassume la storia del romanzo contemporaneo, anzitutto in V. Hugo (poeta anche in prosa), in Dumas padre (narratore prodigioso) e nella rêveuse G. Sand, poi nello Stendhal, in Balzac e nella loro discendenza, Flaubert e i De Goncourt. […].
  [Ne L’argent dans la littérature] Enumera le grandi fortune realizzate nelle lettere, da Sue, Dumas padre, Balzac, V. Hugo, Dumas figlio, Sardou ecc. […].
  In questo volume [Le roman expérimental], ecco un altro colpo contro la mummificata «Revue des deux mondes», che diede commissione al signor Charles Bigot di ripetere le solite frasi in odio all’estetica naturalista, - due articoli di scherno contro certi critici autorevoli e contemporanei a Balzac, che beffeggiarono la Comédie humaine in mezzo agli applausi dei La Palisse, - la critica del processo critico di Sainte-Beuve, - tre schizzi letterari, che potentemente giovarono a diffondere i nomi dei giovani naturalisti […].

  Luigi Capuana, Rassegna letteraria. Libri nuovi. “Giorgione”, romanzo storico di Petruccelli della Gattina – “Cesare” di Bruno Sperani – “Amanda” di Raffaele Colucci – “Povera Marta!” di R. Bonfadini – “Tempora”, tre cantiche di G. Lipani Condorelli – “Roma”, saggi poetici di Adolfo Eridanio – “Primi ed ultimi versi” di Papiliunculus (Cesario Testa), «Corriere della Sera», Milano, Anno V, N. 5, 5 gennaio 1880.
  [Petruccelli della Gattina]. Ma perché non vi è “società” in Italia? Perché? Perché non vi è “salone”. E perché non vi sono saloni in Italia, come a Parigi, a Londra, un po’ meno a Vienna, a Pietroburgo? Perché non vi sono “donne” … In Italia c’è la “femme”, non la donna, vi è il sesso, non l’essenza; vi è il “pot-à-plaisir”, come dice Balzac, non il “pot-à-esprit” … Quella cosa deliziosa che chiamasi “une causerie” è intingolo affatto parigino. Dovunque altrove si “parla”, come dovunque altrove “si mangia”. A Parigi solo “on cause” ed “on dîne” – si desina, si discorre. Laonde, non società, non “salon”, non donna, non “causerie” – come disgrazie può sbocciare il “romanzo intimo” italiano?
  [Capuana]. Reca sorpresa il veder aggruppati tanti spropositi in così poche parole. Secondo il Petruccelli parrebbe che il “romanzo intimo” come egli chiama il romanzo contemporaneo sia unicamente riservato in Francia ed in Inghilterra alla pittura dello high-life.
  Ma, per citare soltanto il Balzac, le Scene della vita privata, le Scene della vita di provincia, le Scene della vita di campagna quali rapporti hanno con quella “società dei saloni” della quale egli rimpiange la mancanza in Italia?
  Il Petruccelli parla di una società “europea”, di quella società che il Balzac chiamava una massoneria; ma se egli la trova uguale a Parigi, a Londra, a New-York, a Vienna, a Pietroburgo perché deve dispiacergli di trovarla uguale anche in Italia? Certamente una gran dama romana sarà ben diversa dalle dame del Faubourg, di Belgrave-Square, del West-End, sarà, come egli vuole, esagerazione, una caricatura di queste. Che importa? Quando l’arte riesce a cogliere tali caratteristiche, ha raggiunto il suo scopo; ha dato la nota, il punto di colore italiano, e creato il romanzo italiano che non è uscito ancora dalle fascie.
  Certamente non è la “vita” italiana che manca nel soggetto dei tre racconti annunziati in testa alla presente rassegna. Cesare è una storia d’amore un po’ stecchita, ma bene annodata; la Povera Marta dipinge i montanari della Valtellina perduti fra le “malghe” e le “baite” in un paesaggio immenso, pieno di solenne bellezza; Amanda si raggira nell’alta società milanese e napoletana, e mescola giornalisti e ballerine in un intrigo che finisce tragicamente e sembra un “fatto diverso” di giornale. Quello che vi manca è l’abilità tecnica per la quale non abbiamo tradizioni di sorta nella nostra letteratura. Coloro che accusano di imitazione francese i pochi romanzi italiani di soggetto contemporaneo confondono la “vita” col “processo artistico”. Scorgono in un romanzo i riflessi della forma, mettiamo, del Balzac, del Flaubert ed ora di quella molto esteriore del Zola, ed esclamano subito: personaggi francesi! mentre l’autore non ha fatto altro che copiare fedelmente soggetti vivi i quali gli posavano avanti inscientemente da modelli. Ma già questo prova che l’arte è soprattutto forma, unicamente forma; e prova che forma vuol dire in gran parte processo, tecnicismo.
  L’organismo del romanzo contemporaneo si è svolto e formato fuori d’ogni nostra influenza. La storia della letteratura italiana fa un salto di parecchi secoli dal Boccaccio al Manzoni; un vero salto mortale. Nel Boccaccio erano tutti i germi del romanzo moderno; ma noi li abbandonammo lì in un’inerzia completa: essi fiorirono e fruttificarono sotto cielo più clemente. Oggi romanzo vuol dire Balzac, Flaubert, Zola e le forme minori. Dickens e Thakeray (sic) vanno annoverati fino ad un certo punto, fra queste: la impersonalità della loro creazione non è completa. Dickens vi interviene col suo sentimentalismo umanitario, col suo umorismo consolante, Thackeray col suo scetticismo, col suo pessimismo; e questo intervento toglie molto valore alla loro opera d’arte.
  Finchè non studieremo in che modo l’organizzazione della forma del romanzo sia giunta a perfezionarsi fuori d’Italia, finchè non sapremo assimilarci tutto il processo tecnico, che è una buona parte di ogni lavoro artistico, non sarà facile vedere un romanzo contemporaneo italiano che sia vero specchio della nostra vita in ogni condizione sociale.
  Noi ci ostiniamo stranamente in un isolamento letterario che sfrutta tante forze. Una schiera di giovani quasi tutti d’ingegno rifà, ripete in mille elzeviri, un “momento poetico” che è già un momento storico, cioè un passato il quale non ha più nessuna ragione di esistere: un’altra, sconoscendo la natura ed il limite del sentimento poetico, tenta ridurlo a una pura riflessione, cioè l’opposto di quello che deve e può essere […].

  Luigi Capuana, Rassegna letteraria. Onorato de Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno V, Num. 33, 2-3 Febbraio 1880, pp. 1-2.[1]

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  Il giorno che Balzac concepì l’idea di riunire sotto il titolo La Comédie humaine tutti i suoi romanzi pubblicati (questo avvenne, se non m’inganno, nel 1841) corse subito in casa di sua sorella la signora Surville per annunziarle il grande avvenimento. La signora Surville lo vide entrare nel salotto col cappello un po’ inclinato sull’orecchio, la pancia in avanti, la mazza levata in alto come un capo tamburo, suonando colle labbra una marcia, brà braà! muovendo i passi cadenzatamente, solennemente, quasi fosse davvero alla testa di un reggimento. Giunto innanzi il canapè ove sua sorella era seduta, egli si fermò ad un tratto; poi con un accento grave e comico nello stesso punto:
  - Signora, le disse, salutate un Genio!
  E si mise a ridere, di quel suo riso grasso, rablesiano, che scoteva tutto il suo corpo.
  Il Balzac aveva la coscienza del proprio valore e soleva manifestarla con un’ingenuità fanciullesca. Un amico lo rimproverava di esser troppo facile a raccontare a tutti il soggetto dei suoi romanzi.
  – Voi siete lento nel lavoro, gli faceva osservare; vi si può facilmente rubare un’idea e metterla in circolazione assai prima di voi.
–   Eh via! Nessuno potrà fare del Balzac! fu la sua semplice risposta.
  Vittorio Ratier, direttore della Silhouette, una sera, conversando gli suggerì l’idea fondamentale del racconto Une passion dans le désert.
  – L’idea è vostra, gli disse il Balzac tutto contento; è giusto quindi che partecipiate agli utili che il mio lavoro produrrà.
  Quando il lavoro fu stampato nella Revue de Paris, il Balzac, sopraffatto dalle sue urgenze pecuniarie, non si ricordò più del Ratier al quale tante e tante volte aveva promesso di arricchirlo.
  Alcuni anni dopo il Ratier lo trova occupato a rovistare dei vecchi portafogli.
  – Questa volta, caro amico, gli disse, vi arricchirò per davvero. Eccovi un manoscritto, un racconto composto per iscommessa, in dodici ore. Conservatelo. Quando sarò morto, lo venderete a peso d’oro. Un manoscritto d’un uomo celebre è una vera fortuna: io lascerò un gran nome.
  E lo diceva, aggiunge il Ratier, colla maggior serietà di questo mondo, col tono della convinzione più assoluta.
  Questi aneddoti mi venivano in mente sfogliando il lavoro bibliografico del sig. Lovenjoul. Sono trascorsi trent’anni dalla morte di Balzac, ed eccolo più vivo, più venerato, più amato di quando il suo nome toccava le cime della celebrità europea. Da quel monumento letterario in ventiquattro volumi che è l’edizione completa delle sue opere pubblicate dal Lévy egli sembra ripetere al pubblico le profetiche parole dette scherzando alla sorella: salutate un Genio!
  La fama del Balzac si è formata lentamente. Per la maggior parte dei suoi contemporanei il romanzo di lui somigliava in molti punti a quelle che oggi sogliamo chiamare la musica dell’avvenire; era una forma anticipata. Oggi noi vediamo benissimo come tutto il romanzo moderno sia già nel Balzac, anche il naturalista anche lo sperimentale poiché lo si vuol chiamare così. Il Flaubert, i De Goncourt, lo Zola, procedono tutti direttamente da lui; non hanno fatto altro che sviluppare, perfezionare, ingrandire certe forme secondarie le quali nella Comédie humaine erano o accennate, o imperfettamente svolte come accade in tutte le produzioni della natura e dello spirito umano, che sono infine la medesima cosa. Per noi che moviamo nella via del romanzo i primi passi e coll’incertezza dei bimbi appena staccatisi, sarebbe un lavoro di grave importanza un libro intitolato Predecessori, contemporanei e successori del Balzac.
  Il Balzac, per quanto uomo di genio, non è nato neppur egli da una specie di generazione spontanea letteraria. Al paro dei suoi successori, ha sviluppato, ingrandito, perfezionato le forme iniziali del romanzo moderno già apparse colla Princesse de Clèves e colla Nouvelle Héloïse. I suoi lavori giovanili lasciano vedere chiaramente l’andar tastoni, il tentare e il ritentare, il divinare e lo spingersi innanzi che dall’Héritière de Birague e dalla Jane la pâle lo han condotto alle sublimi altezze dei Parents pauvres e dei Paysans.
  Studiare in che modo le forme incipienti del romanzo di carattere si siano trasformate e perfezionate nelle sue mani, come si perfezionarono contemporaneamente in quelle di altri scrittori le forme del romanzo di avventure: in che modo dal romanzo di carattere sia poi nato nel gran lavoro di Balzac il romanzo di costumi, e come questo sia oggi divenuto per opera del Flaubert, dei De Goncourt e dello Zola il romanzo contemporaneo, non sarebbe certamente inutile per tutti coloro che si sforzano di trapiantare in Italia questo fiore letterario rimasto fino ad oggi un fiore esotico per noi. I nostri costumi, i nostri sentimenti, i nostri vizii, le nostre virtù son lì che aspettano ancora il loro storico, il loro pittore, il loro Balzac. Possibile che dal vasto caos di grandi sentimenti, di grandi idee, di grandi fatti, di grandi miserie, di grandi abbiezioni che ha prodotto in vent’anni il nostro risorgimento nazionale, non debba venir fuori uno scrittore potente, un pensatore artista, tale da ritrarre nel romanzo la generazione presente, come il Balzac e i suoi successori han fatto in Francia e continuano a fare colla loro?
  Il libro del Lovenjoul è una semplice bibliografia: ma quali insegnamenti non escono dalle aride righe di questo catalogo di 400 pagine?
  «Balzac, ha detto il Gautier, non possedeva il dono letterario; nella sua mente c’era sempre un abisso fra il concetto e la forma. Egli o non trovava il suo modo di esprimersi, o lo trovava dopo stenti infiniti». Si può dire che di tre terzi della sua vita uno l’abbia impiegato a concepire e a scrivere la prima veste dei suoi lavori, e gli altri due a correggerla e a rimaneggiarla. Per alcuni romanzi la lezione definitiva non ha nulla che vedere colla lezione ordinaria. La femme de trente ans è uno di quelli che più si risentono dell’ostinato lavoro della lima e della saldatura. Giacchè il Balzac più si contentava di mutar delle pagine, di aggiungere degl’intieri capitoli. Per lui spesso il correggere si riduceva a fondere in un romanzo dei racconti diversi, scritti in epoche differenti e con nessun intento di un legame possibile. La femme de trente ans per esempio oggi è composta di sei capitoli intitolati: I. Premières fautes. II. Souffrances inconnues. III. A trente ans. IV. Le Doigt de Dieu. V. Les deux rencontres. VI. La vieillesse d’une mère coupable. Il primo era stato pubblicato nel 1831, col titolo Le Rendez-vous: Il secondo nel 1834: Il terzo nel 1832, col titolo La Femme de trente ans che poi divenne quello dell’intiero romanzo: Il quarto, diviso in due parti, con titoli particolari, nel 1831; il quinto nello stesso anno, diviso anch’esso in due parti, con titoli particolari, poi rimaneggiato in tre parti nel 1832; il sesto sotto il titolo l’Expiation nel 1832; l’intero romanzo non prese la forma attuale che nel 1842. I personaggi di esso, naturalmente, non avevano nelle precedenti redazioni gli stessi nomi. C’era anche un impiccio di data che lo avrebbe impedito. L’azione cominciava nel 1813, e all’epoca delle pubblicazioni dei diversi episodi, se si fosse trattato d’una sola persona, l’eroina non avrebbe potuto avere i trent’anni del titolo.
  Un altro dei lavori più tormentosamente rimaneggiati è L’Autre étude de femme, La grande Bretèche, ove, nascono, ribollono, dal 1835 al 1845 una quantità di pagine che vanno di qua e di là a trovarsi posto in molt’altre novelle, specialmente nel racconto La Muse du département.
  Nel libro del sig. Lovenjoul tutti questi rimaneggiamenti passano sotto gli occhi come una fantasmagoria, con particolari curiosi, con pagine che ora si cercherebbero invano nella edizione definitiva, e lasciano stupiti della prodigiosa attività creativa di quel vero genio del romanzo. La sua incontentabilità non aveva limiti. Nel 1845, mentre ancora non era terminata la prima edizione della Comédie humaine, egli già aveva steso il piano di una seconda nella quale leggonsi i titoli di cinquanta lavori che dovevano completare in ogni sua parte quella grande storia dei costumi del secolo XIX e rimasero nella mente dello scrittore rapito immaturamente dalla morte. Le scènes de la vie militaire, che ora hanno due soli episodii, Les Chouans e Une passion dans le désert, dovevano arricchirsi di altri venticinque.

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  Lo Champfleury, che pubblica una serie di documenti per servire alla biografia del Balzac (Balzac propriétaire, Balzac au collège, Balzac: sa méthode de travail) ha dato un fac-simile delle sue correzioni tipografiche. Il Lovenjoul si mostra dubbioso sull’autenticità di quel saggio. Sembra che il piccolo fuoco di artificio da cui è coperta la colonna di stampato di un brano del Un début dans la vie non sia di mano del gran romanziere ma della signora Surville sua sorella. In ogni modo quel facsimile non potrà dirsi un’esagerazione. Le correzioni tipografiche del Balzac sono leggendarie. Far del Balzac era una specie di tortura nella tipografia, e gli operai vi erano sottomessi soltanto per un’ora alla volta. Si soleva dire che per comporre le prime prove di un romanzo del Balzac bastava prendere a caso i caratteri dalla cassetta, metter insieme delle righe di lettere e formare delle pagine senza né capo, né coda. Il carattere tipografico inebbriava il gran romanziere; ogni parola, ogni sillaba diventava un periodo, una pagina, delle dozzine di pagine, che moltiplicavansi indefinitamente, prodigiosamente, sbucciando l’una dell’altra, come una generazione di gemmipari, finchè il volume e il romanzo non erano belli e compiti.
  «L’aspetto di quelle prove di stampa era mostruoso, dice l’Ourliac che fu un ingegno brillantissimo prima che andasse a finire come un Veuillot sbagliato. Da ciascun segno, da ciascuna parola stampata parte un tratto di penna che splende e serpeggia come un razzo alla congrève e scoppia all’estremità in una pioggia luminosa di frasi, di aggettivi e di sostantivi sottolineati, incrociati, confusi insieme, scancellati, sovrapposti; una cosa da abbagliare!» Grande disperazione della tipografia. «I più intelligenti operai tentano di decifrar quelle prove, e chi vi riconosce del persiano, chi la scrittura del Madagascar, chi i caratteri simbolici di Wisnou. Lavorano a caso, raccomandandosi a Dio!». Così per una dozzina di volte. Alla tredicesima prova, aggiunge l’Ourliac, si comincia a riconoscere qualche sintomo di eccellente francese, e si nota con sorpresa qualche legame nelle frasi».
  Il Balzac era sempre inquieto sulle qualità del suo stile. Vittorio Ratier racconta di avergli visto stracciare, cogli occhi pieni di lagrime disperate, molte pagine che il giorno innanzi aveva proclamate ammirabili. Il Gautier era da lui consultato ed ascoltato con una specie di riverente sottomissione; gl’invidiava la facilità, la nettezza scultoria della forma, e si sforzava d’imitarlo. Uno di quei cercatori di cose letterarie che rovistano dappertutto ha fatto a questo proposito delle rivelazioni curiosissime. Nel 1837 il Gautier pubblicava nel Figaro i ritratti di Jenny Colon, della Damoreau e della signorina Georges. Balzac in quell’anno scriveva Béatrix. Tutto questo romanzo è pieno di imitazioni del Gautier spesse volte spinte all’eccesso. Eccone qualche saggio. Il Gautier scriveva: les cheveux scintillent et se contournent aux faux jours en manière de filigrane d’or bruni. E il Balzac: cette chevelure, au lieu d’avoir une couleur indécise, scintillait au jour comme des filigranes d’or bruni. Il Gautier scriveva : Le col de mademoiselle Georges, au lieu de s’arrondir intérieurement du côté de la nuque, il forme un contour renflé et soutenu, qui lie les épaules au fond de sa tête sans aucune sinuosité. E Balzac : Au lieu de se creuser à la nuque, le col de Camille forme un contour renflé qui lie les épaules à la tête sans sinuosité.
  La preoccupazione di Balzac è evidentissima: lo stile di Gautier formava la sua ammirazione e la sua disperazione al punto stesso. Riguardo allo stile il Balzac arrivava anche a perdere il suo grande orgoglio d’artista: ascoltava benignamente le osservazioni che gli si facevano, ringraziava. Una volta il Planche gli notava delle espressioni che, secondo lui, erano troppo tormentate.
  – Ebbene, aveva risposto il Balzac, segnatemi col lapis tutti gli errori che offendono il vostro gusto.
  E il Planche, che era incapace di comprendere quell’atto di umiltà, raccontando il fatto allo Champfleury, sdegnosamente aggiungeva:
  - Ma per correggere quei romanzi ci sarebbe voluto altrettanto tempo che per iscriverli!
  Eppure, povero Planche, pochi oggi ricordano che un tempo tu sei stato un critico terribile e temuto! Intanto la fama dello scrittore da te così superbamente disprezzato ingrandisce ogni giorno.
  «Si può rimproverare tutto al Balzac: la mancanza di spirito e di delicatezza, l’assenza di anima e di passione, l’abuso delle descrizioni, la predilezione per le corruzioni sociali, uno stile laborioso e scolorito; gli si possono contestare tutte le qualità del gusto e della finezza: ma non possiamo rifiutarci a salutare in lui una potenza di evocazione senza uguali. I suoi personaggi restano nella memoria come degli esseri che sian vissuti davvero. Ognuno di noi li conosce come se li avesse incontrati per la via. Gli abbiam visti, abbiamo parlato con loro, li citiamo coi loro nomi, e questi esseri immaginari sono in numero incredibile: l’opera del romanziere è vasta come un mondo: Balzac aveva non solamente la forza, ma la fecondità del genio.
  Cosa strana! Balzac non è un artista, ed è creatore: non è scrittore, ed ha fondato un genere; non ha fatto un lavoro perfetto, e un’intiera letteratura procede da lui».
  Sono le più severe parole che io abbia letto sul Balzac, e in molti punti, con tutto il rispetto dovuto ad un critico come lo Scherer, mi paiono ingiuste. Il Balzac non è artista? Che significa dunque essere artista? Ecco una domanda che mi menerebbe lontano.
  Torno al libro del Lovenjoul. Tra i documenti nuovi messi alla luce in questo volume ce n’è uno che riguarda la venuta del Balzac in Milano. Da esso risulta che il Balzac venne qui con una procura del conte Emilio Guidoboni-Visconti, firmata il 9 febbraio 1837 presso il notaio Antrabon di Parigi, per appianar delle difficoltà insorte tra il conte Emilio e il signor Lorenzo Costantin.
  La contessa Giovanna Patellani che avea sposato in prime nozze il conte Pietro Guidoboni-Visconti e in seconde nozze il sig. Pier Antonio Costantin era morta nel 1836, la sua successione aveva dato origine a una lite tra i due fratelli uterini. Il Balzac riuscì a conciliare gl’interessi delle due parti, e si recò per questo anche a Venezia, ove giunse il 14 marzo e restò una settimana. Tornò a Parigi verso il 15 maggio. Ma quel soggiorno del Balzac in Milano spero poter presentare un giorno o l’altro dei particolari ai miei lettori del Corriere.

  Luigi Capuana, Teofilo Gautier, in Studi sulla letteratura contemporanea. Prima serie, Milano, G. Brigola e Comp. Editori, 1880, pp. 16-34.
  p. 22. L’incontro del Gautier con Vittor Hugo, Gavarni, Balzac, Dumas lo trascinò nel gran vortice romantico e lo mutò (pel suo meglio, benché egli non volesse convenirne) in un pittore della parola. […].
  p. 26. Il Balzac gli invidiava la facilità. Il Gautier era sempre pronto a scrivere il suo articolo in qualunque posto, a qualunque ora. La sua prosa, una delle più ricche della lingua francese, colava dalla penna colla fluidità dell’inchiostro, senza nemmeno una cancellatura. – Due soli in Francia sappiamo il francese, soleva dire Balzac, io e Gautier. […].
  p. 30. Gautier non lascia una sola creatura vivente, come n’ha lasciate a centinaia il Balzac: lascia dei quadri. Il bello egli lo trovava soltanto nella natura e nelle arti.


  Luigi Capuana, Emilio Zola. II. “Une Page d’Amour”, in Studi sulla letteratura contemporanea … cit., pp. 65-76.
  pp. 67-69. Cfr. 1878.


  G. Nicolò De-Carolis, Suggerimenti igienici in ordine alle vesti, in Servizio sanitario di Beneficenza ossia Studi di igiene popolare. Parte seconda, Oneglia, Tipo-Litografia di Gio. Ghilini, 1880, pp. 395-405.

 

  p. 402. L’astuto Balzac che aveva la vista lunga lunga, diceva, che uno strappo poteva essere una disgrazia; non già così una macchia la quale era un vizio. Qual donna galante infatti peggio ancor in estate — potria tollerare – se in bianco avvolta – un neo, una macchia, una lordura qualunque sulle sue candide vesti?


  Giosuè Carducci, Dieci anni a dietro. Ricordi e note, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno II, Num. 8, 22 febbraio 1880, pp. 1-2.
  p. 2. Ai democratici raccosta vasi, per gli intendimenti d’alcuno de’ suoi racconti, Iginio Tarchetti. […] Ci furono paragoni con Vittore Hugo e col Balzac. E via, ragazzi! Ma io non voglio parlare di prosa.


  Luigi Chierici, La Donna, Roma, Forzani e C., Tipografi del Senato, 1880.

 

La Donna e il romanzo.

 

  p. 198. I signori Feuillet, Balzac e compagnia avevan destato in esse la noia della vita, persuase del nulla avvenire al di là della tomba!



  L. Chirtani, Esposizione nazionale di Torino. Da Venezia a Firenze. Favretto, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno VII, N. 31, 1 Agosto 1880, p. 66.

  Po­trei scrivere venti colonne di questo giornale a dire dei tipi dei personaggi, studiati colla sua acuta e profonda intuizione dei caratteri. L’idio­sincrasia individuale di quello figure è spie­gata colla massima evidenza. Sia che si vedano di faccia, di profilo o di schiena, in tutte si leggono il carattere, le abitudini, i difetti, le condizioni di vita, le modalità di relazione; per trovare un paragone a tanto acume bisogna risalire sino alla letteratura d’Onorato Balzac.


  Luigia Codemo, Pennellate veneziane. III. La calletta, «L’Illustrazione Popolare», Milano, Fratelli Treves, Vol. XVII, N. 60, 19 Dicembre 1880, pp. 958-963.
  p. 958. Ho a nominarvi, dolorosa antitesi, il libraio della calletta. Più d’una ha, se non il libraio, il banchetto di libri … Pallida e magra incarnazione dell’arte libraria, il venditore di libri, nella calletta, mette fuori quel che gli capita. Virgilio e Paul de Kock, Guicciardini e Bertoldo. C’è anche di bella roba moderna: è un libraio come un altro. Goldoni, Verne, Manzoni, la Sand; la commedia umana o il libro dei sogni. Hai i suoi avventori passionari, massime fra gli antiquarî, di cui spesso vedete qualcuno in attenzione, davanti la povera mostra.

  Carlo Collodi, Un’antipatia, in Macchiette, Milano, Gaetano Brigola, Editore, 1880.
  Cfr. 1871.

  A.[lphonse] Daudet, I Fratelli De-Goncourt, «La Farfalla», Milano, Anno VI, vol. XII, n. 5, 1 agosto 1880, pp. 54-56.
  pp. 54-55. Applicando al romanzo lo stesso amore d’informazioni esatte, lo stesso scrupolo di realtà – non hanno essi forse, in questa montagna della vita contemporanea, scavata e sconvolta dal picco potente di Balzac, osato scoprire una nuova vena, piena di curiose pepite, e di cristalli a forme bizzarre? Non sono essi i capiscuola di tutta una nuova generazione di romanzieri? Degli storici che fanno romanzi! E che romanzi! romanzi che non hanno né del Balzac rimpasticciato, né del George Sand, romanzi tutti in quadri, con intrighi appena accennati, delle grandi lacune fra i capitoli, veri fossi nei quali la pigra immaginazione del lettore può rompersi il collo.


  Salvatore Farina, I calunniatori del romanzo. III ed ultimo, «Rivista Nuova di Scienze, Lettere ed Arti», Napoli, Anno II, 30 marzo 1880, pp. 257-259.
  p. 258. Che cosa fece questa specie di filosofia [del secolo XVII e XVIII]? Una bazzecola: rosicchiò il feudalesimo, apprese la sua natura al popolo, il quale, un bel giorno, si avviò d’esser poeta e uscì in un’epopea che non ha esempio nella storia, e che rimarrà, anche co’ suoi libri, come un monumento insigne. Letterariamente quella filosofia generò il romanzo intimo e il romanzo sociale, che in Francia hanno raggiunto, con Balzac, con Sue e con pochi altri, una prodigiosa altezza.
  E il romanzo ha riavvicinato la filosofia alle sue vere origini, l’ha ricondotta ad alimentare le sue sorgenti rimaste all’asciutto, ne ha fatto quel che debb’essere: un’acqua perenne che scorre dappertutto, raccogliendo vita e spargendo vita dappertutto.

  P.[io] Ferrieri, L’insegnamento della lingua e letteratura italiana nelle Scuole secondarie classiche (Continuazione), «Giornale Napoletano di Filosofia, Lettere, Scienze morali e politiche», Napoli, Stabilimento Tipografico Perrotti, (Nuova Serie), Volume Terzo, 1880, pp. 68-91.
  Ma gli scrittori antichi, specialmente del 300, sono più puri, più semplici, più corretti dei moderni; bisogna abituare fin dalle prime i giovani a quel fare spontaneo, a quel colore natio della nostra favella, a quel garbo e pulitezza propria dei nostri padri. Ma per pigliare sul serio questa obiezione, bisognerebbe poter provare, che la letteratura moderna non ha scrittori né semplici, né corretti: ed io la credo impresa non facile. O perché per la stessa ragione i Francesi non preferiscono tra i prosatori da leggersi a scuola Toinville, Villehardouin, Filippo de Commines a Voltaire, Pascal, Onorato de Balzac? e i Tedeschi perché non mettono in mano ai giovani i prosatori della letteratura borghese del 300 e 500 invece di Winkelmann, Lessing, Goethe?

  Arnaldo Fusinato, La Donna romantica, in Poesie complete. Nuova edizione milanese completata e riveduta dall’autore. Volume Primo, Milano, Paolo Carrara, Editore-Libraio, 1880, pp. 13-28.
  Cfr. 1859; 1868.

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  C.[arlo] F.[rancesco] Gabba, Le varie dottrine intorno alla missione e ai diritti delle donne, in Della condizione giuridica della donna. Studi e confronti di C. F. Gabba. Seconda edizione, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1880, pp. 35-351.

Capitolo Terzo.

  pp. 134 e 135-136. Appartiene pure alla categoria di scrittori, di cui io vado ora parlando, l’Assollant, nella sua operetta intitolata il Diritto delle donne(1).
  Anch’egli è predominato dal pensiero della corruzione morale della società in mezzo a cui vive, cioè della società parigina. […].
  Coerentemente a tale opinione l’Assollant non manca di far ricadere la debita parte di responsabilità dell’odierno disordine morale sulla letteratura romantica e teatrale francese, che sembra non aver altra missione all’infuori di quella di screditare il matrimonio e la virtù femminile, decorando, e quasi assolvendo l’adulterio e l’amor libero, come perdonabili trascorsi. Giorgio Sand e Balzac sono da lui giustamente ricordati come pervertitori del senso morale con quelle loro pitture di «ammirabili donne, di perfetta beltà, di bontà squisita, di raro ingegno, di mirabile coraggio, le quali vanno sempre a finire nelle braccia di pazzi o di scellerati, abbandonando il marito». Dai quali scrittori egli non separa il Dumas figlio, questo predicatore di morale dopo il 1870, il quale, fra le altre cose, è riuscito a far piangere di tenerezza migliaia ed anzi milioni di donne in Francia e fuori, collo spettacolo di una disgraziata, che vien maltrattata e abbandonata dal solo uomo per cui aveva sentito un amor vero, dopo non si sa quanti altri, cui s’era data per danaro! E pur troppo, nota l’Assollant, da Giorgio Sand e dal Balzac venendo ai più recenti scrittori della Madame Bovary, di Salambô (sic), della Education sentimentale, la immoralità dei romanzieri francesi è andata diventando sempre meno equivoca, e più profonda, con sommo danno della Francia non solo, ma di quasi tutta l’Europa continentale, ed io soggiungo pur troppo anche nella nostra Italia.

  (1) Assollant (A.), Le droit des femmes, Paris, 1868.


  C.[arlo] F.[rancesco] Gabba, La propaganda del divorzio in Italia, «Annuario delle Scienze giuridiche, sociali e politiche», Milano, Ulrico Hoepli Editore, Anno 1°, 1880-81, pp. 1-33.
  pp. 22-23. Per quel che riguarda il matrimonio, convien riflettere che oltre alle generali cagioni del morale infiacchimento degl’Italiani, contribuisce per molto a scemarne il rispetto fra questi la stessa istituzione del matrimonio civile, non già per sé stessa, ma pel falso ed imprudente modo con cui venne rappresentata al popolo. Quell’esaltare continuamente il carattere civile del matrimonio, quell’affettato disprezzo della cerimonia religiosa, inducono naturalmente i più a porre quel contratto, immenso, come diceva Balzac, al livello di tutti gli altri.

  Valentino Giachi, La letteratura interessante, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno II, Num. 32, 8 agosto 1880, pp. 1-2.
  p. 1. Affrettiamioci però a confessare che anche in addietro non mancavano in Italia i lettori della letteratura esclusivamente interessante, che è, come molti altri morbi, di provenienza gallica. Ma oltrechè allora la produzione importata era migliore, e il Balzac, per esempio, che fu la curiosità fatta uomo, era in questo genere meritatamente celebrato, noi leggevamo ancora per un certo pudore d’italianità quegl’insigni che ho rammentati, e temperavamo l’interessante con le vaporosità meschine, ma non micidiali, del romanticismo.

  Giuseppe Giacosa, Il Circolo degli Artisti, in AA.VV., Torino, Torino, Roux e Favale, 1880, pp. 301-310.
  p. 306. Nei fasti del Circolo si racconta di spettacoli lepidissimi improvvisati lì per lì, di rappresentazioni sceniche dove tutte le arti combinavano per riuscire ad una grande risata piena di sapore artistico, potente, come quello dei Contes Drolatiques del Balzac.

  Grisantema, Schizzi a penna. […] Roberto Sacchetti, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno IV, Num. 15, dal 10 al 17 aprile 1880, pp. 115-116.
  p. 115. Se in politica appartiene al partito moderato, è avanzatissimo in letteratura. Balzac è il suo faro

  Luigi Gualdo, Appendice del “Pungolo”. Intermezzo domenicale. Gustave Flaubert, «Il Pungolo», Anno XXII, 30-31 Maggio 1880, p. 1.

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  A trentatrè anni, nel 1851, pubblicò Madame Bovary. […] Fu un avvenimento enorme. Uno sconosciuto, preparatosi in silenzio, usciva d’un tratto alla luce, seguendo le orme del grande maestro, di Balzac, e continuando per la stessa via da lui tracciata, andava più in là, con intendimenti arditissimi, con una ricerca ancor più scrupolosa del vero, con uno stile che ne aveva tutta la forza, tutto il sapore, e che per di più raggiungeva la perfezione, attinta alle fonti perenni di Rabelais e di Montaigne, aumentata da tutti i raffinamenti complicati dell’oggi. Quel libro era veramente nuovo. Derivava in linea retta da Balzac e da Stendhal, pure non si era ancor letto nulla di simile. […].
  Del resto bisogna notare che nessun lavoro di Flaubert, nemmeno Madame Bovary ch’ebbe pure il prestigio dello scandalo, non ottenne – finora! – un grande successo di vendita. Ma non v’è romanzo di scuola moderna venuto fuori dal 1851 in poi che non ne risenta l’influenza, non v’è autore che non lo abbia imitato. I due Goncourt, Tiurguenieff, Zola, Daudet sono discepoli di lui quanto lo sono di Balzac. […].
  Flaubert aveva tentato il teatro […]. Di codesto insuccesso sulla scena Flaubert soffriva forse più che non apparisse, come soffrì Balzac, come altri soffrono ora. Il loro ingegno non è di quelli che si possono mettere in comunicazione diretta col pubblico. […].
  La sua prosa ha il carattere d’immutabilità proprio dei versi dei grandi poeti. Osservatore infallibile delle regole supreme dello scrivere, ve ne aveva aggiunte altre per suo conto, applicando alla prosa alcune delle difficoltà della versificazione. E qui notiamo passando che lui pure, come Balzac, come la Sand, come Zola non ha mai avuto il dono dei versi. Ma quali vincoli voleva per il romanzo, oltre le immagini giuste, le metafore esatte!
  In questo rapido cenno […] avremmo voluto parlare con emozione di questo sommo scrittore, principe dei romanzieri francesi; maestro di tutti, i cui libri, al pari della Comédie Humaine dovrebbero essere il breviario di chiunque scrive, di questo uomo che univa una eccelsa intelligenza a una ingenita generosità e ad un indomabile carattere.


  Angelo de Gubernatis, La letteratura italiana nel 1879 (Continuazione), «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno IV, Num. 2, dal 10 al 17 gennaio 1880, p. 16.
  Il signor De Sanctis, il quale non ha mai detto una parola su Balzac, il quale era uno scrittore ben più vero ed originale che non il suo imitatore, fu messo sopra una falsa strada dall’amore di popolarità. Si parla tanto di Zola che egli credette necessario ardere un po’ d’incenso all’idolo, il demoralizzante caricaturista che pare voglia naturalizzarci tutti.

  Il Fanfulla della Domenica, Bricciche, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno II, Num. 39, 26 settembre 1880, pp. 1-2.
  p. 2. Ma chi l’ha più studiata, e a mio avviso meglio compresa in tutto il labirinto delle sue contraddizioni, è Swinburne nei suoi drammi Chastelard e Bothwell. […] Quel che Balzac faceva per madama Marneffe, il poeta lo fa per la Stuarda: - la guarda, la studia, la dipinge sotto tutti gli aspetti, - la veste e la spoglia, come una bambina fa della bambola, per vederla e ammirarla nella varietà di tutti i suoi abbigliamenti.

  Angelo Raffaello Levi, Teatro contemporaneo, in Saggi critici, Venezia, Tipog. del giornale «Il Tempo», 1880, pp. 133-184.
  p. 154. Dumas conosce l’uomo come Balzac e il teatro come Scribe. Egli è originale in tutta l’estensione della parola, non striscia dietro ai novatori né li segue dappresso, come la scimmia l’uomo. Non si piace delle crude analisi della società, né nutre quell’affettato disprezzo d’uomini e cose che non di rado troviamo in Janin, in Balzac e in Sue.


  Paolo Lioy, In flagranti, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno II, Num. 43, 24 ottobre 1880, pp. 2-3.
  p. 3. Parla dell’indice Giusto de’ Conti da Valmontrone. Niente! Silenzio completo. Eppure ei dedicò un volume intero di poesie a una bella mano, la cui fortunata posseditrice rimane ai posteri ignota, come la statua a cui appartenne il piede divino del quale era entusiasta Balzac.


  Liudovich, Alcune parole sopra Emilio Zola ed il suo nuovo romanzo «Nana», «Rivista Europea. Rivista internazionale», Firenze, Volume XVII, 1880, pp. 287-291.

 

  p. 289. Quasi ogni giorno si fanno in Francia esperienze per descrivere i costumi delle donne perdute. Senza parlare di una quantità di mediocri e insulsi romanzi, si hanno in questo genere certe opere, come per esempio «La grandezza e la caduta delle cortigiane» di Balzac o le «Scene dell'opera;» dove vedesi che gli autori, benchè da lontano, hanno però studiato ed osservato il loro soggetto.


  Maf. [Oreste Vaccari], Appendice. Zola-Dumas padre-Balzac, «Gazzetta Ferrarese. Giornale politico quotidiano», Ferrara, Anno XXXIII, N. 296, 21 Decembre 1880, pp. 1-2.

Gazzetta Ferrarese 21 12 1880
 
  Nel Figaro parigino del 6 Decembre corrente anno Emilio Zola ha pubblicato un articolo di fondo intitolato:

  Une statue pour Balzac.
  Quest’articolo la cui forma è splendida, è una formidabile e violentissima protesta contro il comitato iniziatore per l’elevamento di una statua ad Alessandro Dumas padre contro il consiglio municipale di Parigi per vere: «donné un des plus larges emplacements de Paris» a questo nobile scopo.
  È giusta, imparziale, questa protesta? A me pare di no, e ne motivo subito le ragioni.
  Zola è in letteratura realista, e come tale vorrebbe vedere il suo illustre maestro Onorato Balzac, ternato nel marmo prima di altri scrittori. […].
  Io comprendo ancora Zola quando afferma che Balzac ha dei diritti maggiori ed incontestabili alla riconoscenza non solo della Francia ma della umanità, di quello che ne abbia l’autore dei Tre Moschettieri; ma, non lo comprendo più quando per dimostrare che Balzac deve passare prima di Dumas, mi rimpicciolisce Dumas, animato più dal soffio letale della passione che dallo spirito della verità. Non vale dire: «Nous ne respousons (sic) pas Alexandre Dumas. Nous demandons simplement que Balzac passe le premier. C’est de l’équité littéraires (sic), rien de plus».

  Sì, ha cento, mille ragioni lo Zola; è dell’equità letteraria, ed è appunto in nome di questa equità che gli si chiede perché dopo aver consigliato un atto di giustizia egli si serve di un atto contrario a questa. Zola lamenta che si sia fatta l’elemosina d’une rue à Balzac; poi, egli elemosina gli elogi a Dumas. Dichiara che Dumas padre non gli sembra più che un esempio «amuseur», uno scrittore dalla «simple verve» che ha scritto dei libri «d’une digestion facile pour tout le monde».
  E non si ferma qui. Egli dichiara che la nostra generazione non legge più Dumas e che i suoi romanzi andranno presto a raggiungere i romanzi de la Calprenède e della signorina Scudèri (sic).
  Ecco dove Zola comincia ad essere ingiusto e parziale; ecco dove, limitiamoci pure a dire la passione, lo fa esagerare e rendere scorretti, anzi, erronei i suoi apprezzamenti e false le sue profezie. Scudèri sta ad A. Dumas padre, come Zola sta a Balzac. Che vuol dire lo Zola quando sentenzia che Dumas padre è un «amuseur?» […].
  Del resto se lo Zola crede che i romanzi di Dumas non si leggono più, bisogna che si persuada che non si leggono omai più neanche quelli di Walter Scott, di Cooper, di Lesage, di Sue, di Balzac, di Paul de Kock, di Charles de Bernard, che hanno pure avuto la loro epoca di trionfo e di grande voga. […].
  Ciò che resta dei grandi scrittori sono i cosidetti capolavori. Fra questi vi è l’Assommoir di Zola e i Tre Moschettieri di Alessandro Dumas, come vi è l’Esmeralda di Victor Hugo, Margherita Gautier di Dumas figlio, Madame Bovary di Flaubert, Mademoiselle Maupin di Gautier, Eugenia Grandet di Balzac, les Mistères (sic) de Paris di Sue, e mi fermo, perché l’elenco sarebbe un po’ lungo.

  Paolo Mantegazza, Espressioni dolorose dei sentimenti, in Fisiologia del dolore di Paolo Mantegazza, Firenze, Felice Paggi, Editore, 1880, pp. 336-354.
  p. 342. A completare la mimica della paura dobbiamo aggiungere una parola sulla parte che vi prendono le ghiandole salivali, le quali sono per noi espressive come le ghiandole lagrimali. […] Tutti rammentano l’aneddoto di quel ladro, che fu scoperto, perché non seppe trovar tanta saliva nella propria bocca da trasformare in una pallottola un pizzico di farina, che gli era stato dato, mentre tutti gli altri astanti lo poterono fare facilmente, e Balzac riferisce l’osservazione di un birro famoso, il quale aveva sempre trovata secca la bocca dei malfattori condotti all’estremo supplizio o terrorizzati dal loro arresto.

  M.[artini?], Libri nuovi. Le Memorie di Alfonso Karr (“Le Livre de Bord” – Troisième volume, Paris, Calmann Lévy), «Fanfulla della domenica», Roma, Anno II, Num. 5, 1° febbraio 1880, p. 4.
  Passano innanzi agli occhi Luigi Reybaud, il Balzac, Teofilo Gautier, Gerardo di Nerval, il Béranger, il Fradier, il Boulanger, il Dumas, il Salvandy, ecc., ecc. […].
  Parecchie pagine son consacrate al Lassailly, un bohème il cui ingegno era dal Balzac tenuto in altissimo pregio.

  F.[erdinando] Martini, Daniele Rochat. Commedia in 5 atti di Vittorio Sardou, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno II, Num. 42, 17 ottobre 1880, pp. 2-3.
  p. 3. Questo lavoro del Sardou ebbe dubbie le sorti a Parigi, dubbie sorti ebbe a Roma: né poteva avvenire, né avverrà mai diversamente dovunque si rappresenti. Perché gli spettatori si abbandonino sereni alle attrattive di un’opera scenica, perché si commuovano de’ casi che vi si fingono, bisogna che non sia tra di loro disparità di opinioni rispetto al movente morale della commedia o del dramma; se no, la polemica guasta la spontaneità delle impressioni, e toglie autorità e sincerità al giudizio. Conducete Jago o Vautrin sulla scena, e tutti sentenzieranno di loro ad un modo, mentre poi Vautrin e Jago in platea a giudicar di Tartufo, e il giudizio loro non discorderà da quello dei galantuomini. Ma se ciò avviene finchè la commedia si contenta di affermare uno degli articoli della legge morale non può esser così quand’essa pretende di oltrepassare quei limiti. […] Jago e Vautrin sono due malfattori tanto per un pubblico di atei, quanto per un pubblico di devoti […].

  Melanconico [Gustavo Chiesi], Rovani, «Crepuscolo», Genova, Anno III, Num. 3, 21 Gennaio 1880, pp. 1-3.
  p. 3. Guardando fra gli stranieri, lo si potrebbe mettere tra Balzac di cui possiede il senso della fine osservazione, e Zola, di cui ha nella pluralità dei casi l’arte di rendere il vero. Ma non potrebbe esser paragonato all’uno od all’altro soltanto, perché ha quell’indole speciale, tutta italiana, tutta lombarda anzi, che non si può né rapire, né imitare, perché è ingenita, è connaturale all’individuo.

  E. Mezzabotta, Appendice. Rabelais, «L’Indipendente. Giornale politico, economico e commerciale», Trieste, Anno IV, N. 1157, 15 Agosto 1880, pp. 1-2.

  p. 1. La statua dell’allegro curato di Méudon (sic), inaugurata pochi giorni fa, mi porge occa­sione di ricordare i lineamenti di quello strano prete, così sfigurato da ammiratori e da nemici, stato per gli uni il precursore della rivoluzione, per gli altri un grasso e sudicio frate, dalle gote pendenti e dal co­lorito rubicondo; simbolo da tre secoli e mezzo della beffarda allegria francese, e che ebbe la gloria di contare fra i suoi soldati uno di coloro che onorano anche l’ufficio di capitano: Onorato Balzac. […].

  Uomo del suo tempo, alla fine, giacchè non bisogna dimenticare che egli viveva nel cinquecento classicista, in quel cinquecento in cui re­gnava Leone X, papa, cultore ferventissimo della dea di Cipro e del nume Bromio, ma credente un po’ scarso, e poco saldo in teo­logia. Uomo del suo tempo, e più ancora della sua provincia, perocché egli fosse di quella ubertosa Turrena, specie di Lombar­dia francese, dove il sole scalda il succo delle viti e il sangue degli abitanti; dove i Sem­blançay, come narrano i Comptes (sic) drolatiques, ottenevano terre e castelli colla forza più che decupla mostrata nelle giostre d’amore. E lo scaltro turenese, che dovrebbe apparire sol­tanto come un giovial compare che, col bic­chiere in mano, occhieggiando la vicina fio­rente Perpetua, se ne infischiasse di tutto, diventa per la fantasia di qualcuno una spe­cie di Giovanni Anabattista, che percorra le terre flagellando, uccidendo, ardendo. […].

  Gli ammiratori vollero che questo poe­ma [Pantagruel], scritto per confessione dell’autore en mangeant et en buvant a ristoro dei suoi ammalati, fosse una critica, una satira atroce dei costumi del tempo. Balzac va più innanzi, e nel Prosne joyeux curé de Meudun, che è il meno divertente dei Comptes drolatiques fa, che Rabelais minacci a Francesco I nien­temeno che la decapitazione, se non farà i voleri del popolo. Quale di queste teorie si trova in Pantagruel?


  D.[omenico] Milelli, Gautier e Nerval, «Intermezzo», Anno I, n. 1, 18 aprile 1880, pp. 4-6.
  p. 6. Talune volte, forse per il calore della ispirazione che lo [Gautier] agitava riuscì scorretto nel disegno, soventi il suo concetto artistico ebbe proporzioni minute come di accenno di tocco di schizzo, a lui mancò quasi sempre l’occhio, che Balzac ebbe strapotente, scrutatore dei più involti misteri dell’anima; ma non gli fecero mai difetto il lusso, la eleganza e lo smagliante colore delle forme.


  D. Milelli, Il Pessimismo in letteratura, «Giornale della Società di Letture e Conversazioni scientifiche di Genova», Genova, Tipografia di Luigi Sambolino, Anno 1880, pp. 403-412.

 

  p. 410. Il pessimismo, o Signori, bisogna convenirne, spande oggi largamente i suoi influssi. Dal Balzac al Flobert (sic), al Feydeau e allo Zola, esso guadagna sempre più spazio nella letteratura francese.



  E.[manuele] Navarro della Miraglia, Figurini di Parigi. Flaubert, «Rivista Minima di scienze, lettere ed arti», Milano, Tipografia Editrice Lombarda, Anno X, Fascicolo 9.°, 1880, pp. 664-669.
  p. 667. Eppure la sua fama si estendeva lontano ed ingigantiva ogni giorno; eppure la giovane scuola derivata da Diderot e Balzac lo proclamava maestro.

  Enrico Nencioni, Gustavo Flaubert, Roma, «Fanfulla della Domenica», Anno II, Num. 36, 5 settembre 1880, p. 1.
  La Francia ha perduto, tre mesi fa, il più potente e il più artisticamente coscienzioso dei suoi romanzieri contemporanei. L’autore di Madame Bovary morì presso a poco dell’età e della malattia dell’autore dei Parents pauvres. […]. Si provò, come Balzac, al teatro; ma vi riuscì anche meno del suo illustre predecessore. Le Candidat di Flaubert non vale certo il Mercadet di Balzac. […].
  L’autore appartiene alla famiglia dei grandi e tristi osservatori, dei Larochefoucauld, dei Molière, dei Pascal, dei Saint-Simon, dei Balzac. […]. Egli vide intorno a sé, fin da giovane, quel che a Balzac apparve solo negli ultimi anni della sua vita, una società trista e implacabile, un mondo di stolti e di perfidi. […].
  Un difetto capitale, a mio avviso, della Education sentimentale e anche di Salammbô, è la ricerca troppo evidente della espressione pittoresca. […]. Con Balzac cominciò il vero abuso, - la ricerca faticosa della espressione – un nuovo genre précieux. […].
  Nella stessa Nana, la gita di lei alla campagna, la visita della villa, sono di una freschezza e di una verità sorprendenti: né temon paragone colle migliori pagine di Balzac e di Flaubert. […].
  Il vizio e la depravazione raffinata son diventati il fondo e il movente del romanzo contemporaneo. Quel che diceva Sainte-Beuve del Balzac: «on n’a jamais plus étalé ni sécoué le sens-dessus-dessous de la guenille humaine» è più che mai vero.

  Enrico Nencioni, Humour (Thackeray e Dickens), Roma, «Fanfulla della Domenica», Anno II, Num. 7, 15 febbraio 1880, pp. 2-3.
  p. 3. A nessuno meglio che al Thackeray può applicarsi il famoso «facit indignatio versum». L’ordine, il bene, l’ideale dell’umanità gli è sempre presente: e le follie e i vizi son da lui sempre descritti in modo da far sentire al lettore che essi sono anormalità e deviazioni: all’opposto del Balzac, del Flaubert e dello Zola, che, dipingendo la corruzione sociale, lo fanno con evidente e contagioso compiacimento. […].
  Certi tipi umani descritti dai grandissimi romanzieri e poeti ci sono più famigliari, e ci insegnano più sulla natura umana, che le più celebri figure storiche. L’umanità conosce Ulisse, Amleto, Alceste, Sancho, Clarissa, Margherita, Tecla, lo zio Tobia, Don Abbondio, Consuelo, Grandet, il maggiore Pendennis, Filippo Brideau, Madame Bovary, più di qualunque personaggio storico. Ma per creare uno di questi microcosmi umani ci vuole la potenza osservatrice e immaginaria del genio. Guglielmo Thackeray è uno dei pochissimi che l’ebbe, ed in alto grado.
  I suoi grandi personaggi, le figure prominenti della sua stupenda galleria sono, a mio credere, il capitano Costignan, il maggiore Pendennis, e il colonnello Newcomes. Il solo Balzac può offrire, nella sua Comédie humaine, cinque o sei ritratti di tal valore e di tal perfezione, nella Marneffe, in Filippo Brideau, nel Père Grandet, e in alcuni altri. Ma il Balzac è troppo spesso manierato; e lavora troppo di preferenza sulla natura umana malata, corrotta, cariata. Per lui, la società è come un grande spedale, di cui si erige a chirurgo; e certo le operazioni anatomiche del suo bistouri son mirabili … ma vien sempre voglia, appena finito di leggere un suo romanzo, di aprir la finestra per respirare un po’ d’aria, e di rifarsi il gusto ed il cuore con un canto di Dante, o un capitolo del Manzoni.
  Il Thackeray e il Dickens morirono presso a poco nell’età del Balzac; cioè varcata di poco la cinquantina. Il Balzac fu colpito al cuore dalla mano della morte, il Thackeray e il Dickens al cervello. Morirono tutti e tre improvvisamente. Così, tutto a un tratto, un soffio misterioso spengeva questi tre meravigliosi fornelli dove si elaboravano tante idee, tanti drammi, tante figure! Il divino meccanismo di quei cervelli si fermò all’improvviso: e milioni di intelletti e d’anime umane mancarono, da quel giorno, di una gradita e feconda lezione, e di un abituale conforto nelle inevitabili noie della vita.

  Enrico Nencioni, La Musica nel poema e nel romanzo, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno II, Num. 28, 11 luglio 1880, pp. 1-2.
  p. 1. La musica al tempo nostro ha stesa tale influenza fin nel romanzo, e Teodoro Hoffan, Giorgio Sand, il Balzac, l’Auerbach, lo Champfleury, lo Stendhal, il Blaze de Bury, ne trassero fortunate ed efficaci ispirazioni.

  D. P., Gli Ebrei, «Corriere della Sera», Milano, Anno V, Num. 343, 12-13 Dicembre 1880, p. 1.

  L’ebreo, tenuto ormai lontano soltanto dai gradi dell’esercito e della magistratura, è insediato e asserragliato in tutto il resto delle posizioni sociali. […]. sente di poter dire alla Germania, come quell’eroe di Balzac che guardava Parigi dall'alto di Montmartre: — A noi due, ora!


  Enrico Panzacchi, Pessimismo, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno II, Num. 14, 4 aprile 1880, p. 1.

  Per contrario, è impossibile addentrarci nella conoscenza della letteratura francese di questo secolo senza cavarne la persuasione che essa è, meno pochissime eccezioni, tutta percorsa da un alito di pessimismo che la penetra fino al midollo. […]. Invece partendo da quel brillantissimo periodo letterario che comincia a fiorire un poco prima del 1830, e venendo giù man mano traverso il Cenacolo, la Bohème, la letteratura del secondo impero fino a questo inizio di letteratura repubblicana, da Alfredo de Musset a Francesco Coppée, da Onorato Balzac a Emilio Zola, si sente di continuo la nota pessimista, che sostiene, a guisa di lugubre, tutta questa varia, fantastica e smagliante sinfonia.


  Diego Papa, Il Giornalismo. Rivista estera ed italiana, Verona, Stabilimento Tip. di G. Franchini, 1880.

 

  p. 48. Si narrò anzi testė, in occasione della morte d’una celebrità, da lungo tempo tramontata, dell’eleganza e della bella vita parigina – la Esther Guimont come questa «signora» fosse la iniziatrice o inspiratrice di quella rubrica. Lei, amica di tutti i letterati e giornalisti e uomini politici del tempo, prese, vuolsi, a modello, nell’Ultima incarnazione di Vautrin, il Balzac, e nel Demi-monde e in altri romanzi ancora il Dumas [...].


  Papillon, Una nuova edizione di “Madame Bovary”, «La Farfalla», Milano, Vol. 4, Anno V – Serie V, N. 23, 6 giugno 1880, p. 208.
  Ormai tutti ne convengono: fu Balzac il primo che diede vita alla nuova scuola letteraria, alla scuola realista.

  D. A. Parodi, Corriere di Parigi. Gustavo Flaubert, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno VII, N. 20, 16 Maggio 1880, pp. 318-319.

  p. 318. Lavorava, corno l’altro suo maestro Balzac, in uno stanzino ermeticamente chiuso e, in pieno giorno, a lume di candela. […].

Questo poema [La Tentation de Saint-Antoine] è un’imitazione evidente dei Martyrs del Chateaubriand, come Madame Bovary è un’imitazione de’ romanzi del Balzac.


  D. A. Parodi, Lettere parigine, «Gazzetta Letteraria», Anno IV, Num. 22, dal 29 maggio al 5 giugno 1880, pp. 175-176.

  VII.
  26 maggio.
  p. 176. Noterò per debito di cronista la morte di tre distinti letterati di Francia: Edouard Fournier, Paul de Musset e Gustave Flaubert. […] il terzo era l’autore di due libri famosi, Salammbô, un poema in prosa, e Madame Bovary, un romanzo contemporaneo, in cui, imitando sì ma con originalità, come imitavano Orazio e Virgilio, il grande scrittore, seppe nella lingua del Gautier significar cose degne della Comédie humaine.
  Si potrebbe, io credo, sotto certi aspetti, paragonare il Flaubert al Manzoni e, dando la palma all’Italiano, pur prescindendo da’ suoi meriti come poeta (e che poeta!) concludere dicendo che, siccome l’uno ci ha dato ne’ Promessi Sposi il miglior romanzo di Walter Scott, così l’altro ci ha dato, nella Madame Bovary, il miglior romanzo del Balzac.

  D. A. Parodi, Letteratura in Francia. L’Epistolario di Sainte-Beuve – Tullo Massarani scrittore francese, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno IV, Num. 33, dal 14 la 21 agosto 1880, pp. 261-262.
  p. 262. Del Balzac il Sainte-Beuve in una sua lettera dice (fasc. 235): «Vous allez me croire incurable; mais je ne romps pas d’une semelle à son sujet. Je reconnais (bien entendu) le talent, la puissance et (je ne demande pas mieux d’employer le terme) un coin de génie, mais un coin seulement : et tout à côté, des exubérances, des jactances, des exagérations, des allucinations, auxquelles il m’est impossible de me rendre». E, come per ispiegare e giustificare la sua opinione, soggiunge : «Je suis resté, malgré tout, de l’école classique, de celle d’Horace».

  Carlo Pepoli, Prose e poesie. Prose. Con prefazione di Cesare Albicini, Bologna, Nicola Zanichelli, 1880.
  p. 371. Cfr. 1869.

  Vittorio Peri, In cerca di un ideale, «Gazzetta della Domenica», Roma-Firenze, Anno I, Num. 6, 8 Febbraio 1880, p. 2.
  Dopo mezz’ora di coversazione (sic) – come suol sempre accadere – si era volta ad un altro argomento. Si parlò dei vari generi di realismo, dal naturalismo di Balzac al naturalismo di Alfonso Daudet, di Flaubert, di Dumas figlio, di Zola.

  Pessimista [Felice Cameroni], Emilio Zola, «La Farfalla», Milano, Vol. 4, Anno V – Serie V, N. 3, 18 gennaio 1880, p. 21.
  Nella prima metà di questo secolo, fu preceduto da Stendhal e Balzac, nella seconda da Flaubert e dai De Goncourt; ma è allo Zola, che spetta il merito d’aver dato al realismo una formola scientifica e d’avergli assicurato la vittoria, per l’avvenire, nelle masse.


  Pessimista, Teatro Manzoni, «L’Arte Drammatica», Milano, Anno IX, N. 18, 13 Marzo 1880, p. 1.

 

  Pur troppo, le compagnie, che si succedono al Manzoni hanno comune, già da alcuni anni, quasi tutto il repertorio. Merita lode da parte della stampa e meriterebbe maggior concorso del pubblico il bravissimo capocomico Luigi Monti, il quale si scosta dalla falsariga degli altri, non solo colle novità, ma altresì collo riproduzioni di certi lavorii ingiustamente trascurati da qualche tempo. A questo numero appartengono Gli Sfrontati di Auger, inferiori certamente al Figlio di Giboyer, ma degni di essere riuditi, non già per lo intreccio, bensì come studio sociale degli Sfrontati del giornalismo, della banca, della politica. Contro costoro ci vuol altro che il romanzo o la commedia! Ciò non toglie, che Balzac, Auger, Zola abbiano fatto benissimo, fotografandoli con Mercadet, cogli Sfrontati, colla Curée.


  Pessimista [Felice Cameroni], [“Pochi giorni” …], «La Farfalla», Vol. 4, Anno V – Serie V, N. 20, 16 maggio 1880, pp. 175-176.
  Pochi giorni or sono, annunziai la morte di Duranty uno degli oscuri iniziatori della letteratura naturalista contemporanea. Oggi, debbo registrare la irreparabile perdita del massimo romanziere verista, dopo Stendhal e Balzac, quella di Gustavo Flaubert, morto sabato scorso di congestione cerebrale, a 59 anni.

  Pessimista [Felice Cameroni], Le novità letterarie francesi. La ristampa delle opere dei fratelli De Goncourt, «La Farfalla», Milano, Vol. 4, Anno V – Serie V, N. 16, 17 ottobre 1880, pp. 185-186.
  p. 185. In ordine di tempo, i De Goncourt vengono subito dopo Balzac e Flaubert – come vedremo poi, superano sotto alcuni aspetti il Daudet e lo Zola – eppure alla generalità anche oggi sono poco noti. […].
  Ciò che è avvenuto per la Comédie humaine di Balzac (derisa dai principi della critica, come Janin), per la processata Madame Bovary di Flaubert, pei Rougon Macquart (pochi anni or sono citati soltanto come esempio di scandalo letterario), ora si va verificando anche pel De Goncourt.


  F.[erdinando] Petruccelli della Gattina, Ricordi dell’esilio. Giulio Janin, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno II, Num. 48, 28 novembre 1880, p. 3.
  Janin mi raccontò di aver dovuto fare tre campagne per la sola letteratura drammatica; una per il romanticismo in favore di Hugo, di Lamartine, di Dumas, di Sue, di Soulié, di Musset, di Balzac.

  G. L. Piccardi, Scienze, Lettere ed Arti. Il romanzo e i romanzieri moderni. II. Il romanzo in Inghilterra – (Continuazione) – Le influenze di Dickens – Il romanzo politico: Beniamino Disraeli – Il romanzo morale e scientifico: Giorgio Elliot, «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», Roma, Anno 1880, Num. 202, 23 Agosto, pp. 3513-3515.

  p. 3515. Scrittore quasi sconosciuto sul continente, ma che pur gode in Inghilterra di una grande riputazione, è Carlo Reade […]. Egli trae la sua maniera da Onorato Balzac, di cui si risente una forte influenza nei suoi lavori. Ma se da Balzac ha potuto prendere la maniera, non ne possiede certo la potenza analitica eccezionalmente profonda, né il pessimismo rude, né la fantasia immensa, né il genio. È anch’egli come tanti altri, un seguace.

  G. L. Piccardi, Scienze, Lettere ed Arti. Il romanzo e i romanzieri moderni. VI. Il romanzo in Francia – Il romanzo antropologico – Onorato Balzac e la ‘Comédie humaine’, «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», Roma, Anno 1880, Num. 226, 21 Settembre, pp. 3985-3987.

  I limiti di questo schema di studio non mi consentono accennar neanche di volo ai diversi caratteri che la letteratura romanzesca ha assunto in Francia prima di arrivare agli ultimi cinquant’anni. Pure l’argomento sarebbe interessante e vasto assai, a partire dal Roman de Berthe aux grandes pies, alla Manon Lescaut, e venir più giù giù alla Nouvelle Eloise (sic) di Rousseau ed in ultimo al Renato di Chateaubriand. Altri potrebbero farlo: perocchè v’è costì il soggetto d’un libro. Io ho intrapreso a parlare soltanto del romanzo moderno; e per conseguenza non posso risalire più oltre d’Onorato Balzac.
  Balzac è il gigante della letteratura romantica. Non soltanto è il più grande romanziere della Francia, ma è il più grande di tutti i romanzieri d’Europa. Il romanzo moderno procede più o meno da lui; è lui che gli ha dato l’indirizzo; è lui che lo ha segnato d’un’impronta propria. Nessun ingegno, giova pur dirlo, è stato secondato dall’ambiente meglio del suo. Era l’epoca in cui lo spirito democratico in Francia si sbrigliava: la società parlava un solo linguaggio, il linguaggio degli affari. Il governo era corrotto, la lotta per l’esistenza accanita. La speculazione dominava le menti ed ognuno entrava nella vita portando scritto sulla propria bandiera. Arrivare ad ogni costo, pur d’arrivare. La Banca imperava, la Borsa si imponeva, fioccavano le Società anonime. Le fantasie scaldate correvano in traccia di fortune immaginarie. La concorrenza dava al positivismo stesso delle movenze mistiche. E in tanto attrito la famiglia si disgregava; l’alcova maritale ascondeva bassezze inaudite, scandali nuovi. Insomma la foga disorganica era tale che pareva nessun istinto valesse a temperarla. La reazione, impotente, era riuscita a suscitare Fourier che immaginava poter contrapporre alla onnipotenza della Banca il vago fantasma del falansterio. La povera Francia giaceva insomma affranta dalla terribile malattia dell’affarismo. Balzac ci ha dato la diagnosi, e che diagnosi! di cotesta malattia.
  Niuno del resto avrebbe potuto descriverla meglio di lui, uomo di affari, e quel che più importa, uomo di affari indebitato. Editore, stampatore, fonditore di caratteri, la sua vita è un seguito di intraprese tutte fallite. Basta leggere la sua corrispondenza per sapere qual genere di vita abbia condotto; certo è che non ve ne fu una più operosa della sua. Immerso nei debiti fino al collo, costretto a tenersi in piedi a furia di cambiali che gli usurai scontavano a gran pena, Balzac ha vissuto fino agli ultimi suoi momenti lavorando ogni giorno dodici ore di seguito, eccitando o stanco cervello a furia di dieta e di caffè. Fallita una speculazione ne sognava un’altra. Ora corre in Sardegna per vedere se le scorie delle miniere scavate dai Romani contenessero ancora dell’argento; ora si immagina d’avere scoperto una sostanza nuova per la fabbricazione della carta, e sogna un banchiere generoso, amico dei letterati, tale da mettere la sua cassa a disposizione dell’impresa. E in questo sogno si scalda tanto da credere d’esser diventato addirittura l’uomo più ricco e più rispettato della Francia, accademico, deputato, ministro, finchè il bel sogno svanisce, ed ecco Balzac correre dal suo editore e correggere bozze di stampa, senza posa mai, interrompendosi a mezzo di una conversazione per insultarsi: “Mostro, imbecille, infame, tu avresti potuto far dell’originale invece di perder tempo coi discorsi”, e contava il denaro che avrebbe guadagnato nelle ore perdute, tante pagine a tanto la riga, tanto dal giornale, tanto dalle ristampe, e così la somma moltiplicata diventava favolosa. Dinanzi alla sua immaginazione febbrile l’oro scorre a fiumi; sempre denaro, sempre denaro, non sogna che denaro. E questo sogno, questa febbre, questo vampiro lo ha curvato sul suo lavoro, ve lo ha tenuto inchiodato venticinque anni, ha dominato la sua mano, ha ispirato la sua mente, ha animato i suoi caratteri, ha sparso in tutta l’immane opera sua l’abbarbaglio del suo splendore. Così perseguitato ed edotto, Balzac ha dovuto comprendere che il denaro è il più grande degli istrumenti della vita moderna; ed ha raccontato la fortuna dei suoi personaggi, ne ha spiegata l’origine, l’ingrossamento e l’impiego, ha fatto il bilancio delle entrate e delle spese, ha rivelato le speculazioni, le compre, le vendite, i contratti, le truffe, tutte le invenzioni dell’industria, tutte le combinazioni dell’aggiotaggio. Ha reso poetici gli affari, ha mostrato tutti gli ingranaggi d’una successione o d’una dote. In una parola Balzac ha vissuto la vita che noi viviamo; ha messo in piena luce le nostre forze, le nostre debolezze, le nostre passioni. Il Codice penale sta per base al suo palcoscenico; la cambiale in tutte le sue evoluzioni serve di scenario; nel fondo una cortina bruscamente alzata rivela tutte le brutture del matrimonio; le transizioni codarde, la moglie, le figlie fatte sgabello dell’ambizione. Questo è l’ambiente della Commedia umana. Questo è Onorato Balzac.
  Nessuno scrittore è più scettico di lui. Ha la tristezza desolata di La Bruyère, senza le delicate movenze; il pessimismo sconfortante di Larochefoucauld senza la serenità dello spirito. Insomma è nato borghese e borghese ha vissuto. Le sue lettere, per quanto affettuose, sono sempre pesanti; il suo spirito ha qualche cosa di triviale; è una natura esuberante, lavoratrice, senza delicatezza, brutale spesso, impotente a contenersi: natura a un tempo sensuale e gaia, iattante e buona. Nulla gli manca; né la foga inventiva, né la immaginazione entusiasta, inesauribile. Era nato romanziere ed è stato il primo fra tutti.
  Ha gli istinti d’un medico. La sua gloria sta nella potenza di disseccare. Nella prefazione alla Commedia umana annunzia che il suo disegno è quello di “scrivere la storia naturale dell’uomo”. Come ognun vede, il naturalismo in letteratura risale a molti anni addietro. Scrive, come uno scienziato, disseccando senza preferenza. Ai suoi occhi un portinaio vale un ministro; egli non ammira che la forza sotto qualunque forma si presenti; non ama i belli argomenti, ma i bei soggetti. Senza ideali, la sua opera si riduce a uno studio continuo, minuzioso, paziente, per mettere in mostra i muscoli, le fibre, le piaghe dei corpi che palpitano sotto il suo coltello anatomico. Non è gentile, né nobile; ma nessuno lo uguaglia nel dipingere le bassezze; nessuno può vantare abilità maggiore della sua nel ritrarre le bestie da preda. È inarrivabile quando rifà la storia del denaro, questo grandissimo fra i grandi motori umani. Il suo stile è infetto, lussurioso, brillante, come la società che descrive. Il suo spirito risente del gergo della Banca come la società che lo produce. “La mia prima effervescenza – dice uno dei suoi personaggi – mi nascondeva il meccanismo del mondo: ho dovuto vederlo, addestrarmi a tutti gli ingranaggi, intender lo sferrarsi delle cinghie e dei volani, ingrassarmi all’olio delle ruote” – “Peh! – gli risponde l’altro – è una frase più conosciuta di un rimedio segreto”. L’esperienza di una vita di lotte ha fatto queste nature. Questi personaggi giudicano l’esistenza dal suo lato più triste e gettano con collera e con soddisfazione delle manate di fango contro o sciame dei sogni che aleggiano alle soglie della giovinezza. Tutta questa gente vede spuntare dietro le cime dei suoi castelli in Ispagna la nera torre del carcere di Clichy. Sono tristi e filosofi: dissertano su tutto; ma amaramente, come vinti o come tiranni. Hanno insomma, come ha ben osservato il Teine (sic), la filosofia del disgusto professata in termini che san di scuola e di cucina, in mezzo ai rotti bicchieri e ai protesti delle cambiali scadute.
  Nella Commedia umana non è a cercarsi la virtù. Il grande artista ha pur dipinto dei virtuosi; ma sono d’una razza speciale e portano l’impronta, la marca del fabbricatore. Per Balzac la virtù è un prodotto, una trasformazione d’una passione o di una abitudine. Il fondo della natura umana è l’egoismo, l’unico movente l’egoismo: Balzac professa lo stesso principio di Adamo Smith. Papuiot (sic; lege: Popinot) è devoto e sta bene, ma è devoto perché viene da una razza di servi, perché ha la fedeltà animale e involontaria del cane. Le beneficenze dei coniugi Graslin non sono in fondo in fondo che i calcoli di un grande rimorso. Per Balzac la virtù non è che un prestito a usura, un interesse come gli altri. Non ammette che l’utilitarismo. Giudicando così ha avuto torto, ha avuta ragione?
  Ad ogni modo qui è la parte individuale dello scrittore. Dove egli non ha rivali è nello studio dell’uomo. Al pari di Shakspeare (sic), Balzac emerge quando dipinge gli scellerati di ogni specie: quelli dell’alta società e quelli della boemia; gli scellerati del bagno e dello spionaggio; quelli della Banca e della politica. Al pari di Shakspeare ha dipinto le monomanie: quelle della lussuria e dell’avarizia, dell’ambizione e della scienza, dell’arte e dell’amore. Ha la grandiosità del mostruoso. Sono mostri il barone Hulot d’Evry, Grandet, Smollet. Egli considera l’uomo come una forza, ed ha preso la forza per l’ideale. Là dove è una passione predominante egli si sofferma. Non crede né all’onestà, né all’amicizia, né all’amore; non crede a nulla. Nel suo mondo tutto è calcolo, tutto è passione, tutto è egoismo. È il più gran pessimista che abbia scritto mai.
  Lavoratore assiduo, paziente, i suoi volumi risentono pur troppo della assiduità, della pazienza del suo lavoro. Egli non crea, costruisce: non ha l’intuizione pronta, veloce, di Shakspeare: Shakspeare vede e Balzac discuopre. Il primo ha la naturalezza, l’abbandono, la violenza e mostra con subitanei bagliori la profondità delle cose: è insomma un artista poeta. Balzac al contrario è un artista artefice: egli scalda lentamente la sua fornace, egli prepara uno per uno i mille e mille fanali che debbono illuminar la campagna; ma non appena li ha posti, lo spettatore può abbracciar d’un solo sguardo tutto l’orizzonte e contemplare nella profondità della notte le stesse cose che Shakspeare gli mostrava.
  Ha dipinto le mostruosità: era una mostruosità l’epoca sua; era una mostruosità egli stesso. Niuno ha sentito meglio di lui il disquilibrio della vita ad alta pressione. Spirito borghese, buono nel fondo ed onesto, di meglio non desiderava che una mediocre agiatezza e la pace di una famiglia diletta. Eppure egli ha guadagnato tanto denaro da formare la felicità, l’agiatezza, la pace di venti famiglie e lo ha guadagnato pei suoi creditori; ha vissuto tapino, perseguitato fino agli ultimi suoi anni. Ma in questa battaglia e gli ha acquistato l’esperienza penosa del determinismo della natura umana. Niuno ha avuto più profonda di lui la coscienza della sproporzione che corre continua fra le facoltà dell’uomo e gli intenti che esso vorrebbe raggiungere, ed in grazia di questa coscienza che egli ha potuto adunare tanta ricchezza di documenti sulla natura umana.

  G. L. Piccardi, Scienze, Lettere ed Arti. Il romanzo e i romanzieri moderni. VII. Il romanzo in Francia (Continuazione) – Le influenze di Balzac; Federico Soulié; Giorgio Sand. Il romanzo di cappa e spada. Alessandro Dumas. Le influenze di Proudhon. Il romanzo socialista: Eugenio Sue, «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», Roma, Anno 1880, Num. 231, 27 Settembre, pp. 4089-4091.

  pp. 4089-4090. Balzac ha esercitato senza dubbio alcuno una influenza reale sulla moderna letteratura della Francia. Egli è stato il primo ad iniziare nel romanzo lo studio analitico dei caratteri, a coordinare lo svolgimento dell’azione colle circostanze di tempo e di luogo, alla legge fatale dei temperamenti diversi. È insomma il capo della scuola psicologica, il primo che siasi preoccupato di ritrarre l’uomo reale. Ed i materiali che egli è riuscito ad adunare e raccogliere nell’immane opera sua sono tanti e poi tanti che un’infinità di scrittori hanno potuto levarsi in una certa fama solo attingendo da lui e favole e intrecci e passioni e caratteri e incidenti e episodi. Io credo anzi si possa dire, senza tema di andare errati, che La Comédie humaine è stata per un pezzo ed è tuttora la gran pepiniera che rifornisce a quando a quando coi suoi virgulti, colle potenti derivazioni del suo sistema diagnostico la letteratura romantica francese.
  Troppo lungo sarebbe per chi dovesse riprodurre solo una nota dei proseliti che han tenuto dietro a Balzac. I suoi imitatori si contano a diecine; ma pur troppo a quest’ora sono caduti in una dimenticanza completa. La distanza che corre fra essi e il loro maestro è troppo grande perché potessero aspirare, magari di riverbero, ad una fama duratura. Pure nel numero di tanti giustizia vuole si riconosca che ve ne ha alcuni di un merito realmente incontestabile. Fra questi, primo di tutti, merita d’esser citato Federico Soulié, autore abbastanza originale, e il cui nome raggiunse in breve una fama sì grande, una popolarità così imponente che per un momento si credette perfino che dinanzi a lui dovesse offuscarsi la rinomanza dello stesso Balzac. Al pari di Balzac anco Soulié aveva incominciato la sua carriera letteraria scrivendo dei versi […].
  Ma pure alcuni [romanzi] rivelano un ingegno grande, un’esperienza profonda della vita, delle rare qualità di osservatore, per quanto egli siasi limitato a ritrarre il mondo eccezionale in cui viveva, quasi il demi-monde riassumesse tutta la società francese del suo tempo […]. È insomma un osservatore spregiudicato fatto alla scuola scettica di Balzac, ma che non vede innanzi a sé i vasti orizzonti che si scuoprono allo sguardo del suo maestro. […].
  Un romanziere che pur serbando una originalità potentissima, tanto da occupare uno dei primi posti nella moderna letteratura francese, ma che pur tuttavia si può dire proceda da Balzac, è Giorgio Sand, pseudonimo notissimo della baronessa Dudevant. Giorgio Sand trae da Balzac l’analisi profonda dei sentimenti, delle passioni umane, quella specie di predestinazione fatale che è segnata agli uomini dal loro carattere. In tutto il resto però la Sand non procede che da se stessa. […]
  Del resto, ciò che più d’ogni altra cosa reca stupore nei romanzieri di quest’epoca è la immensa fecondità loro: Balzac aduna volumi su volumi; Giorgio Sand in una sera mette insieme l’originale sufficiente per un foglio di stampa. Il mestiere del letterato è divenuto già un mestiere dei più lucrosi, ed i romanzieri cambiano in oro le loro appendici.

  G. L. Piccardi, Scienze, Lettere ed Arti. Il romanzo e i romanzieri moderni. VIII. Il romanzo in Francia (Continuazione) – La scuola romantica: Victor Hugo – Il romanzo di costumi: Gustavo Flaubert – Il romanzo aneddotico: Gustavo Droz, «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», Roma, Anno 1880, Num. 242, 9 Ottobre, pp. 4281-4283.

  pp. 4281-4282. Victor Hugo è a considerarsi come una individualità a parte nella moderna letteratura romantica francese: egli non ha avuto predecessori, né promette di avere dei continuatori. […] Balzac, la cui influenza si palesa più o meno in tutti i romanzieri francesi, rimane affatto estraneo a Victor Hugo; il quale, se procede come poeta da Chateaubriand, e soltanto nelle sue prime poesie, come scrittore di romanzi assume il carattere di una personalità potente che resta isolata nell’epoca sua. […].
  Resta ora a dire del romanzo di costumi, forma esclusivamente moderna derivata da Balzac, e che è forse la sola predestinata a rimanere. […] l’ingegno più saldo che ci presenti la letteratura romantica francese, dopo Balzac, è, senza dubbio Gustavo Flaubert […]. Al pari di Balzac, Flaubert ci ha dato la sintesi di tutto ciò che la vita provinciale contiene di volgare, di stolto, di ignobile. Nella pittura dei caratteri non è vario, né molteplice come il suo maestro, ma riesce al pari di lui efficace, ed il personaggio di Madama Bovary ne è una prova. […].
  Come Flaubert anch’egli [Feydeau] procede da Balzac; ma non ha di Flaubert la potenza del colorito, come non possiede di Balzac il largo intuito, né l’analisi profonda, né il genio. È un imitatore valente e nulla più.


  G. L. Piccardi, Scienze, Lettere ed Arti. Il romanzo e i romanzieri moderni. IX. Il romanzo in Francia (Continuazione e fine). Il romanzo della democrazia: Alfonso Daudet. – Il romanzo naturalista: Emilio Zola, «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», Roma, Anno 1880, Num. 248, 16 Ottobre, pp. 4393-4395.

  Fortunatamente, in questi ultimi anni, la letteratura romantica francese ha operato su se stessa una reazione salutare. […]. Il processo di creazione e di composizione adottato dai romanzieri della così detta scuola realista sta assolutamente agli antipodi di quello seguito dai loro predecessori. Balzac, ad esempio, trae l’argomento dalla sua anima stessa, da una combinazione che si schiude nel suo cervello, quindi domanda alla realtà esteriore gli elementi necessari per dar corpo e forma alla sua concezione. Di qui la potenza del suo sistema. Invece i suoi successori van cercando i loro soggetti in questi elementi esteriori, salvo a domandare dipoi all’immaginazione e al pensiero i cementi destinati a riunire le diverse parti fra loro, d’onde era naturale ne venisse di conseguenza quell’eclettismo, in cui il romanzo di costumi per poco avrebbe finito col perdersi. A rinvigorirlo era dunque necessario che qualcuno lo riconducesse alle vecchie sorgenti, riavviandolo sulle orme dei due grandi capiscuola, Dickens e Balzac. Era necessario smettere cotesta mania di limitar l’osservazione ai piccoli ambienti, ai tipi eccentrici, e darsi a tutt’uomo ad attingere con salda mano dalle nuove forme della nostra vita sociale larghi elementi di analisi e di studio. Così è che noi abbiamo avuto il romanzo democratico di Alfonso Daudet, ed il romanzo naturalista di Emilio Zola. […].
  Il sistema di Daudet, come già si appalesa dalla lettura del Jack, sta in antitesi con quello di Balzac. Balzac è il pittore delle nature violente, esuberanti, delle forze vive che penetrano attraverso tutti gli strati e salgono a galla nelle battaglie di ogni giorno; egli non si sofferma alle vittime cadute lungo il cammino. La loro caduta è la conseguenza di una legge fatale, incrollabile, che lo lascia imperturbato. Al pari di Brenno egli ripete la dura parola: Vae victis! Guai ai vinti! Daudet al contrario ritrae gli eroi della disfatta: gente innocua o malvagia, perdente sempre; avventurieri dell’eleganza, dell’ingegno, della politica, del denaro, delle armi, gente per cui è tutto l’apparenza, nulla la sostanza. Il campo di osservazione è ricco quanto altri mai, e mette in rilievo pur troppo tutti i lati della moderna questione sociale. […]. Egli se trae da Dickens l’osservazione minuziosa e larga al tempo stesso, non ne trae però l’umanitarismo tollerante. E se da Balzac prende il processo d’analisi, non ne prende però l’olimpica imperturbabilità. Dickens ama i suoi personaggi; Balzac non li ama, né li odia, essi lo lasciano freddo. Daudet, in fondo in fondo, li disprezza e li percuote.
  Scrittore più completo di Daudet è al mio modo di vedere Emilio Zola. […]. Egli teneva forse ad annunziarsi con troppa pompa, dandosi come il creatore della scuola naturalista, quasichè avesse scoperta una nuova America letteraria, e quasichè il Balzac, molto tempo prima di lui, nell’accingersi a scrivere la Commedia umana non avesse già dichiarato che egli intendeva di scrivere la storia naturale dell’uomo. La Francia non ha mai creduto possibile forse un secondo Balzac ed ha avuto ragione. Balzac è uno di quelli scrittori che altri possono completare, ma non ripetere; e se Zola l’abbia realmente completato è cosa che io mi concedo di mettere un poco in dubbio. Questo solo è certo, che fra i continuatori del grande romanziere, Zola è quello che ne ha fatto più di qualunque altro carne della su carne, sangue del suo sangue; è quello insomma che lo ha compreso e gli si è avvicinato di più. La legge di razza, che per quanto rimanga al secondo posto nell’opera di Balzac, pure vi tiene una parte sì grande, nell’opera di Zola è elevata addirittura a sistema. […] Ma con ciò egli non inventava nulla; non faceva che introdurre di partito preso la fisiologia nel romanzo, come Balzac ne l’avea introdotta d’intuito e senza tanta pompa d’enunciato. […].
  Perocchè Zola porta nei suoi lavori il merito essenziale d’una osservazione vasta ed accuratissima e di un’analisi talmente profonda e talmente logica da non rimanere certo, sotto questo rapporto, inferiore a Balzac. […]. Zola ha questo di comune con Balzac, che egli aduna lento e paziente, uno per uno i suoi materiali; come Balzac, è descrittore minuzioso e potente. […]. Egli non ci mostra l’uomo buono o cattivo di partito preso. Non guarda né a vincitori, né a vinti. Il suo sguardo è più largo e abbraccia più vasto orizzonte.

  G. L. Piccardi, Scienze, Lettere ed Arti. Il romanzo e i romanzieri moderni. X. Il romanzo in Italia – Alessandro Manzoni e “I Promessi Sposi” – Osservazioni generali sul romanzo in Italia dopo il 1859, «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», Roma, Anno 1880, Num. 257, 27 Ottobre, pp. 4577-4579.

  p. 4577. In Francia poi, noi vediamo che il romanzo si rivolge di preferenza al costume; e siccome dal 1879 (sic?) in poi la società francese erra ancora alla ricerca di nuove forme organiche in cui le sia concesso di adagiarsi tranquillamente, perciò anco il romanzo francese ritrae di cotesta irrequietezza, e noi lo vediamo continuamente inoltrarsi per vie nuove, darsi a demolire il nucleo della famiglia col Balzac, per soffermarsi poi ai margini sociali, là dove si adunano i rottami delle vecchia istituzioni, quasichè cotesti rottami sieno già predestinati ad essere il fondamento di una nuova società.
  Per l’Italia le cose procedono un po’ diversamente, e per ora fra noi, d’una letteratura romantica nazionale non c’è da parlarne neppure. […]. Oggi farebbe ridere chiunque di fronte al Dickens, al Balzac od al Tackeray (sic) si attentasse di contrapporre il Grossi, o il Guerrazzi, o il D’Azeglio.

  G. L. Piccardi, Scienze, Lettere ed Arti. Il romanzo e i romanzieri moderni. XI. Il romanzo in Italia (continuazione e fine) – Degli elementi del romanzo. A qual punto si trovi la letteratura romantica in Italia, «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», Roma, Anno 1880, Num. 260, 30 Ottobre, pp. 4625-4627.

  p. 4625. Io diceva nell’articolo precedente (cfr. supra) che tre elementi indispensabili occorrono a scrivere un buon romanzo: il carattere, l’ambiente, lo stile. […] Ora questa convergenza manca di sovente nella natura; ma non manca nell’opera dei grandi artisti […]. Essi preparano il loro personaggio con una cura minuziosa, ed è perciò che quando essi ce lo presentano noi sentiamo che esso non può essere diverso da quello che è. Noi ne abbiamo un esempio eloquentissimo in Shakspeare (sic). […].
  A Shakspeare aggiungo il nostro Manzoni, aggiungo Balzac, che nei suoi romanzi ci ha mostrato meglio di ogni altro questa formazione, direi quasi, dell’uomo, gli effetti sovrapposti e incrociati della parentela, delle prime impressioni, della conversazione, delle letture, delle amicizie, dell’abitazione, e tutte le innumerevoli impronte che giorno per giorno colpiscono l’anima nostra per darle la sua consistenza e la sua forma. L’unica differenza che passa fra Shakspeare e Manzoni da una parte e Balzac dall’altra è questa, che egli, invece di tener celati i suoi processi, li rivela. È meno artista dei primi due, ma la sua arte è la stessa; e quando costruisce i suoi personaggi, Hulot, il padre Grandet, Filippo Bridau, una cortigiana, uno spione, un uomo d’affari, la sua grande abilità consiste a radunare una enorme quantità di elementi e di influenze morali in un solo obiettivo, come tanti ruscelli che da differenti punti muovono a incontrarsi in una sola corrente principale.
  Ora questa grande abilità di formare i caratteri, in Italia, non l’ha che Manzoni.

  G. L. Piccardi, Scienze, Lettere ed Arti. Rassegna drammatica. “Alberto Pregalli”, commedia in cinque atti, in prosa, di Paolo Ferrari (Continuazione e fine), «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», Roma, Anno 1880, Num. 309, 30 Dicembre, pp. 5616-5618.

  p. 5616. Ora, la qualità essenziale che determina e distingue i grandi caratteri – come il Balzac giustamente osserva – è questa, che essi vanno sempre diritti per la loro strada senza guardar mai dietro di sé. Dimodochè Alberto Pregalli ha tutt’altre movenze che quelle di un grande carattere […].

  Gerolamo Rovetta, Gli Zulù nell’arte, nella letteratura e nella politica, Milano, G. Brigola e Comp.°, Editori, 1880.
  p. 36. [a proposito della prefazione di E. Zola contenuta nel primo volume dei Rougon-Macquart]. Il concetto è vasto, ma non è originale.
  Capuana lo fa risalire a Balzac, che nella sua celebre prefazione alla Comédie humaine ne diede il primo accenno sino dal 1842.
  Il Capuana aggiunge che l’infiltrarsi dell’elemento scientifico nell’opera d’arte è un vero segno del tempo.

  Dom. Ruberto (Di Michele), Critica bibliografica. Adolfo Eridanio: - “Saggi poetici“ – (Milano, 1879), «Giornale Napoletano di Filosofia e Lettere, Scienze morali e politiche», Napoli, Stabilimento Tipografico Perrotti, Volume Secondo (Nuova Serie), Gennaio 1880, pp. 470-477.
  p. 470. Balzac, cui non mancava squisito senso artistico, vedendo Teofilo Gautier comporre versi, non sapeva spiegarsi come si possa provare piacere poetando. E pure, oggi che di Gautier ce n’è pochi e abbondano in cambio i montoni d’Arcadia, che coi loro belati ci minacciano addosso un nuovo secentismo, le voglie poetiche sono cresciute al non plus ultra, e i poeti son diventati oggetti di lusso, e per parlarne di tutti di dovrebbe ricorrere al famoso bussolotto di Crescimbeni.

  Telesforo Sarti, Bersezio Vittorio, in I Rappresentanti del Piemonte e d’Italia nelle tredici legislature del Regno, Roma, Tipografia Editrice A. Paolini, 1880, pp. 150-153.
  p. 150. Sapendo concentrar molto in poco Angelo de Gubernatis nel suo Dizionario biografico degli scrittori contemporanei ha redatta un’accurata biografia di Vittorio Bersezio, ed io mi permetto di trascriverla qui interamente. […].
  p. 151. Per contentare suo padre egli s’era fatto avvocato; presa la laurea, tornò alle lettere, per le quali fin dal quattordicesimo anno aveva già mostrata una forte vocazione, scrivendo commedie, drammi, versi e immaginando un poema drammatico dal titolo: - Fede e Dubbio -, e un’intiera serie di romanzi alla Balzac.

  Matilde Serao, Cuore infermo. Parte prima. II, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XIV, Num. 139, 19 Maggio 1880, p. 1.
  Mario Revertera leggeva prima di addormentarsi […]; nella piccola libreria s’immergevano nell’ombra gli autori favoriti. Voltaire, Cervantes, Darwin, Balzac; nessun poeta, nessuno scrittore italiano.

  E. Torelli-Viollier, Le Indiscrezioni postume, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno II, Num. 7, 15 febbraio 1880, pp. 1-2.
  p. 2. La grande generazione poetica e letteraria del 1830 è quasi tutta scomparsa. Il Musset, il Lamartine, il Giorgio Sand, il Michelet, il Gautier, il Sainte-Beuve, il Balzac, il Guizot, il Thiers, il Berryer, il Dumas, il Mérimée, il De Vigny … che sfolgoreggiante costellazione di glorie! In questi ultimi anni si pubblicarono a bizzeffe documenti su ciascuno di costoro, più che ad onorare mirando a saziare la curiosità del pubblico avido di conoscerli par l’endroit et par l’envers, come dice il già citato Sainte-Beuve. Ebbene, la memoria di quasi tutti s’ è avvantaggiata di queste indiscrezioni. Si ammirava il Balzac; ma chi non l’ama dopo la pubblicazione di quel suo sì doloroso epistolario, che ha con tanta efficacia rivelato la potenza del suo intelletto e gli strazi della sua vita?

  Giacomo Zanella, Introduzione. Letteratura francese, in Storia della letteratura italiana dalla metà del Settecento ai nostri giorni per Giacomo Zanella, Milano, Casa Editrice Dott. Francesco Vallardi, 1880, pp. 2-12.
  p. 11. Questo realismo che chiude alla immaginazione le porte dell’infinito, si è ristretto alla pittura della moderna società, nella quale né Dante, né Shakspeare (sic), né Tasso troverebbero certamente i tipi delle loro eroiche figure. Il romanzo di Balzac ha distrutto l’ideale, che pur era nella Sand, in Mérimée, in Dumas padre, nello stesso Sue ed in Gauthier (sic); l’adorazione della forza brutale, la glorificazione del vizio, la curiosa anatomia d’ogni corruzione privata e pubblica, il difetto di ogni colore morale non sono compensati dalla originalità dei caratteri, dalla piena conoscenza del cuore umano e dal vivo colorito dello stile.


   [1] Una analisi puntuale e rigorosa di questo studio del Capuana è presente in R. de Cesare, Capuana e Balzac … già citato in sezioni precedenti, pp. 75-79. Balzac, scrive il De Cesare, è qui visto «come uno scrittore dotato di una immaginazione senza confini». Egli emerge, da queste pagine, «quale artista grandissimo, revocatore potente di un intero mondo fantastico, indiscusso caposcuola del romanzo moderno» (p. 79).

Marco Stupazzoni

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