lunedì 2 settembre 2013


1868




Studî e riferimenti critici.


  Proverbi vari illustrati. 4. Dote non arricchisce casa, in La Sapienza del popolo spiegata al popolo ossia I Proverbi di tutte le nazioni illustrati da Gustavo Strafforello, Milano, Editori della Biblioteca Utile, 1868 («Biblioteca Utile», 60, 61), pp. 228-231.

  p. 230. L’uomo, ricco o no, se riesce a sposare una ricca che ama, o finge di amare, pe’ suoi danari soltanto, che cosa fa? Passata la luna di miele e sopraggiunta la luna rossa, come dice Balzac, il sor marito, co’ suoi, se ne ha, e coi danari della moglie, se non ne ha, si regala una maîtresse, o, come diciamo più brutalmente noi altri, una mantenuta, e la siora moglie, novantanove per cento, gli rende pan per focaccia, e addio roba mia! Il matrimonio è bell’e ito.


 Letteratura straniera. Letteratura francese, in Enciclopedia Universale o Repertorio Didascalico. Opera necessaria ad ogni ordine di persone. Parte Prima. Volume I, Prato, Tipografia Aldina, 1868, p. 30. 

 I letterati più popolari della Francia sono romanzieri: tali sono Lamartine. Victor Hugo, Balzac. Dumas, Sand, Eugenio Sue ed altri non pochi.

 

  Biografia. Balzac (Onorato), p. 417. 

 BALZAC (Onorato), scrittor di romanzi, che per un tempo poté qualificarsi come il più fecondo, e che rimane ancora il più distinto di questo secolo, nato a Tours nel 1799, morto a Parigi nel 1850. Nella numerosa serie de‘ suoi Romanzi, che volle rannodar tutti insieme sotto il titolo di Vita Umana (sic), si distinguono: la Fisiologia del matrimonio e la Pelle di zigrino.

 Cfr. 1851 e 1852: Manuale didascalico universale


  Romanzieri contemporanei italiani e stranieri. Ottavio Feuillet, «Il Romanziere Contemporaneo Illustrato», Milano, Anno I, Num. 7, 16 Gennajo 1868, pp. 25-27.

  p. 26. Fra i romanzieri e i poeti drammatici contemporanei della Francia che battono la via gloriosa aperta da Vittor Hugo, Balzac, Giorgio Sand e pochi altri, e che esercitano la professione nobilissima delle lettere quale un sacerdozio morale e non come un mestiere lucrativo, Ottavio Feuillet occupa un posto eminente se non il primo.


  Romanzieri contemporanei italiani e stranieri. Sardou, «Il Romanziere Contemporaneo Illustrato», Milano, Anno I, Num. 28, 11 Giugno 1868, pp. 110-111.

  È un fatto notevole quanto innegabile che il romanzo è, da qualche tempo, in decadenza in Francia. Ben vivono ancora due romanzieri giganti, Vittor Hugo e Giorgio Sand, ai quali puossi anche aggiungere Lamartine e Dumas […]. Ben sorsero nuovi, valenti romanzieri, fra’ quali l’argutissimo About […]; ma dove sono i successori dell’unico Balzac, dell’epico Eugenio Sue, di Federico Soulié, di Alfredo di Vigny, di Alfredo di Musset, di Mérimée, di Gozlan, di Paolo di Kock, della Gay, di Nodier e di altri molti che troppo lungo sarebbe di numerare?


  Reati di sangue in Ravenna, «Giornale di Padova. Politico-Quotidiano», Padova, Anno III, N. 139, 12 Giugno 1868, p. 1.

  Agli stranieri che viaggino l’Italia, agli scrittori francesi, come i Dumas, i Victor Hugo, i Balzac ecc. che caratterizzarono la nostra penisola come la terra dell’assassinio, che cosa possiamo rispondere anche in piena luce delle libere istituzioni, se a Ravenna pochi giorni or sono si perpetrò un omicidio che fece rabbrividire il mondo civile? All’ac­cusa di sanguinarii che si scaraventa agli Italiani, noi col rossore sul viso dobbiamo coprirci di cenere come gli antichi ebrei e tollerare in silenzio.


  Romanzieri contemporanei italiani e stranieri. Alessandro Dumas (Figlio), «Il Romanziere Contemporaneo Illustrato», Milano, Anno I, Num. 34, 23 Luglio 1868, pp. 133-135.

  p. 135. La laidezza morale non potrà mai divenire, checché si faccia, una bellezza nell’arte.
  Io so bene che i francesi sono in questo punto straordinariamente indulgenti. Nessuna nazione possiede una letteratura più ricca in questo genere. Nella Commedia della Vita Umana (sic) del grande Balzac non doveano naturalmente mancare gli splendori e le miserie della cortigiana (les splendeurs et les misères de la courtisane) […].


  Romanzieri contemporanei italiani e stranieri. Alfonso Karr, «Il Romanziere Contemporaneo Illustrato», Milano, Anno I, Num. 35, 30 Luglio 1868, pp. 137-140.

  p. 139. Ecco ancora un’altra vespa di Alfonso Karr che quadra a capello a’ dì nostri.
  «Trovo nel Moniteur un argomento di congratulazione per coloro che amano la gloria del loro paese; – il Re ha nominato cavaliere della Legion d’Onore il signor Basin de Rocou uomo di lettere. Questa onorificenza ci rivela uno scrittore superiore non a dubbio al mio ex-amico Balzac, posciachè questi non è ancor decorato; in caso diverso bisognerebbe porre in forse la saviezza del Re in fatto di letteratura e di decorazioni. […]».


  Teobaldo Ciconi, «Il Romanziere Contemporaneo Illustrato», Milano, Anno I, Num. 49, 5 Novembre 1868, pp. 193-195.

  p. 193. La fecondità e l’industria dei romanzieri francesi è tanta e così svariata che, dopo aver imbandito un romanzo in natura, lo riportano in tavola minuzzato nella salsa piccante del dramma. Così hanno fatto e così fanno Balzac, Sue, Soulié, Dumas padre, Dumas figlio, Giorgio Sand, Sandeau, Murger, Feuillet, About, Maquet, Gozlan e tanti altri, per guisa che ogni romanziere francese è doublé, come dicono essi, vale a dire rinfrancato d’un drammaturgo.
 

  Guido Bazzoni, Di alcune epopee nazionali e del loro processo formativo, in L’Alimentazione e le risorse economiche del popolo minuto di Milano. Di alcune epopee nazionali e del loro processo formativo, Milano, G. Bernardoni Tipografo-Editore, 1868, pp. 113-166.

  pp. 124-125. Lo studio dunque delle letterature si presenta sotto una sembianza nuova, e porge tale formidabile presidio all’interpretazione di una corrente storica, che oggimai una grand’epopea, un bel romanzo, una raccolta di satire, possono valere, meglio dei fasti e degli statuti di un impero, a caratterizzare l’indole di un popolo. Le commedie di Aristofane, le memorie di Saint-Simon, un capitolo di Sterne, i romanzi di Balzac, e le poesie del Giusti, sono altrettante miniature di un mondo che la storia non ha mai penetrato. La letteratura, mi si perdoni la frase, è la paleografia del sentimento; essa fissa e concreta ciò che sfugge alla storia, racconta i segreti più intimi, più ascosi, più adombrati, del cuore e della mente.

  Vittorio Bersezio, Appendice. La settimana letteraria. “In Alto”, romanzo di Bertoldo Auerbach: prima traduzione italiana, del signor Eugenio Debenedetti: vol. 3 – Firenze, tip. Botta, 1868 – Poesia e prosa, studi d’un annoiato, Napoli, tip. del “Giornale di Napoli”, 1868, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno II, Num. 324, 22 Novembre 1868, pp. 1-2.
 
  p. 1. La Francia, grande volgarizzatrice e sommovitrice d’idee, foco centrale in Europa, in cui tutti i principii dell’umanità per tradursi in atto, vengono a cercare pubblicità, espansione e consecramento dalle doti positive di quell’ingegno facile, versatile ed essenzialmente preciso che è proprio dei francesi, la Francia fu la più feconda, la più alacre, la più speciosa, e la più audace produttrice di audaci e speciosi romanzi. Da Balzac ai signori Feydau (sic), e Flaubost (sic), da Sue al poeta anonimo che batte in breccia le chiesastiche istituzioni del Cattolicismo, qual massa d’idee, quanta abbondanza di teorie, di accuse al presente, di audacie, di sofismi! Qual processo all’uomo attuale, individuo e società! Il romanzo ha toccato tutto, ha osato tutto; avrà fatto del male, ma chi può negare l’influenza benefica, eziandio che cotali letture avranno recato, quando si vedono impiegate tanta eloquenza di parole, tanta magia di stile, tanta ricchezza di invenzione per combattere i pregiudizii, per ispandere i principii liberali della fraternità umana?
  
  Cesare Bini, Rivista critica di libri vecchi e nuovi per Cesare Bini, Anno I, Milano, Tipografia Internazionale, 1868.


XIX siècle.
Les œuvres et les hommes par Barbey d’Aurevilly. Paris, Amyot, 1865.
Les romanciers, pp. 31-32.

  Al dì d’oggi, ogni giovane, che s’idea d’essere scrittore, fa il suo romanzo. Il romanzo, secondo il concetto che ce ne facciamo noi altri moderni, dovea di necessità essere il tardo portato delle civiltà eccessive. Di fatto non è esso l’epopea ultima dei popoli nei quali l’individuo combatte per via dei costumi contro quel che chiama con un’aria sommamente comica le Istituzioni? Un romanzo come Dafni e Cloe è una buccolica senza più, che, volti mille cinquecento anni, un genio cristiano può convertire in un’altra buccolica, intitolata Paolo e Virginia; ma al fermo né questo componimento, né le ingenue narrative del medio evo si aggiustano né punto né poco a quelle creazioni della imaginativa e dell’osservazione accozzate insieme, le quali cominciano dalla Princesse de Clèves e finiscono ai Parents pauvres e ai Paysans di Balzac.
  Come il gran Federigo, il quale aveva inventato un sistema di guerra e di vittoria atterrato dal sistema d’un altro inventore, Napoleone, Balzac aspetta ancora il Napoleone che lo vincerà – Chi potesse anco uguagliarlo gli sarebbe inferiore – L’illustre autore della Commedia umana non ha mutato la natura del romanzo ch’esisteva innanzi a lui; ma ne ha allargato le basi e lo ha positivamente elevato al grado di scienza, a forza di osservazioni, di notizie, di nozioni d’ogni fatta, mirabilmente esatte, sicure e giuste. Egli ha soppresso il romanzo astratto, l’uomo astratto, a cui stemmo sì gran tempo contenti, e ha messo in quella vece il romanzo concreto e tutto quanto l’uomo! Ecco il retaggio che ci ha lasciato. […]


Caratteri di poeti filosofi e letterati.
(«L’Alleanza. Rivista settimanale», Settembre 1866-Aprile 1867).
VII.
Giovanni Prati, pp. 138-145.

  p. 143. Riguardando poi a’ suoi sparsi lavori, e vedendoli esprimere i maggiori momenti dell’intelligenza e del progresso moderno s’invoglia di farne un tutto; così il Balzac dei suoi stupendi romanzi volle fare la Comèdie (sic) humaine: così Lamartine e il Prati de’ loro episodi il poema di Dio e l’Umanità.


Poeti italiani.
Giovanni Berchet, pp. 362-365.

  p. 365. Il marchese Cusani ci ha fatto un bel dono, illustrando Berchet, sebbene non gli potesse riuscire di renderlo più glorioso. Si cercano i cartoni e i primi quadri dei grandi pittori; servono a meglio comprendere e gustare i loro capolavori. Si leggono con ardore i primi romanzi, per cui il Balzac disperò della fama. Così piacerà vedere del Berchet i primi colpi dell’inesperto scalpello, e gli ultimi della mano già stanca.

  Gerolamo Boccardo, La connessione delle scienze. Discorso del Prof. Gerolamo Boccardo Preside dell’Istituto Tecnico della Provincia di Genova letto la domenica del 19 aprile 1868 nella solenne distribuzione dei premi agli alunni dell’Istituto medesimo per l’anno scolastico 1866-67, «Atti del R. Istituto Tecnico Industriale-Professionale e di Marina mercantile della Provincia di Genova», pubblicati per cura ed a spese del Municipio di Genova, Genova, coi tipi del R. I. de’ Sordo-Muti, Volume II, 1868-69, pp. 3-26.

  p. 10. E questo concetto di utilità, talvolta men pronta e meno manifesta, ma forse per ciò stesso più durevole e grande, dei prodotti dell’umano ingegno, vuole applicarsi non solo ai trovati della positiva scienza, ma ben’anco alle più amene e geniali creazioni delle arti belle e della letteratura. L’uomo di solo pane non vive, e l’antica Mitologia, che scolpì nude le Grazie, non le ideò già rozze e cenciose. Le celesti note di un Rossini, di un Verdi o di un Meyerbeer, lo Spartaco del Vela, la Tradita dell’Induno, i canti di Manzoni e di Longfellow, la nuova satira d’un Giusti o d’un Béranger, il romanzo di Balzac e di Dickens entrano perfettamente nel vasto quadro delle utilità sociali, perocchè nulla sia più atto delle cose veramente belle a migliorare l’uomo, ad educarlo, ad ingentilirlo, ed a fargli concepire una più nobile idea della propria natura e della sua lata destinazione.

  Adolfo Borgognoni, Di Bindo Bonichi e di alcuni altri Rimatori Senesi, «Il Propugnatore. Studii filologici, storici e bibliografici» in appendice alla collezione di opere inedite o rare, Bologna, Presso Gaetano Romagnoli, Anno I°, Dispensa I°, Maggio-Giugno 1868, pp. 297-324.

  p. 310. Né gli storici d’allora solevano d’ordinario entrare in certe minute pitture di costumi che pur sarebbe necessità non ignorare, a voler intendere la vita di que’ tempi e di quegli uomini. Che se eglino si fosser dati la briga de détailler le (sic) moeurs, comme nous les (sic) faisons dans ces temps d’analyse et de description(1), la faccenda andrebbe inestimabilmente più liscia e spedita per noi poveri rattoppatori di antiche storie sdruscite.
  (1) Balzac.

  P. Antonio Bresciani, Opere del P. Antonio Bresciani della Compagnia di Gesù. Volume XIV. Edmondo o dei costumi del popolo romano. La Casa di ghiaccio o Il Cacciatore di Vincennes, Roma, Ufficio della Civiltà Cattolica; Torino, Pietro di G. Marietti Tip. Pontificio, 1868.

  p. 437. Cfr. 1860.

  Fernan Caballero, La Figlia del sole. Novella di Fernan Caballero tradotta dall’originale Spagnuolo dalla contessa T. C.-A. - P. C., «Rivista Contemporanea Nazionale Italiana», Torino, Presso Augusto Federico Negro Editore, Volume LII, Anno XVI, Fascicolo CLXX, Gennaio 1868, pp. 124-132.
  p. 124.

Est-ce vrai? – Oui, mais qu’importe?
Balzac.

  Cesare Cantù, La festa dei Canestri, in Novelle lombarde di Cesare Cantù, Milano, Paolo Carrara, Libraio-editore, 1868, pp. 213-222. 3.a edizione con incisioni, Milano, Libreria editrice di educazione e di istruzione di Paolo Carrara, 1878, pp. 211-220.[1]

  p. 215. Avete inteso mai discorrere della Festa dei canestri? Oh, la è cosa tanto semplice! E poi, foss’ella un costume della Scozia o della Turena, l’avresti letto in Walter Scott o in Balzac: qui da noi né gli scrittori descrivono, né i curiosi osservano le cose nostre: s’ha altro da fare che scendere alle minuzie della vita reale: e vuolsi dover guardare ogni cosa col telescopio: - eccellente metodo di raggiungere la verità!

  Giosuè Carducci, Della poesia melica italiana e di alcuni poeti erotici del secolo XVIII, in AA.VV., Poeti Erotici del secolo XVIII, Firenze, Barbèra, 1868, pp. V-XCII.

  pp. XVII-XIX. Tommaso Crudeli (1703-1745), perocchè è questa ultima vittima dell’inquisizione che per intanto ride, avea ragione di mettere in parodia così fatte svenevolezze; egli che tentava rendere all’ode più liberi movimenti e spiriti più leggieri, e che del resto par conciliasse il sensualismo filosofico di Francia al naturalismo de’ vecchi toscani. Un po’ di belletto sì, ma nessuna arguzia sentimentale nelle sue rime: e dirimpetto alla teorica del Balzac su la donna di trentacinqu’anni sono innocenze da collegiale queste del Crudeli: «Da’ quattordici anni fino a’ diciassette avrete amor per amore; da’ diciassette fino a’ ventuno un miscuglio d’interesse e d’affetto. Più là si passa al pericolo di trovare non una donatrice, ma una venditrice d’amore. Quindi è che le centenarie donne riducono ogni loro occhiata a mistero … Calcolano con somma economia le nostre entrate; fermano nella loro mente quanti maschi e quante femmine a numero ci vogliono partorire; quanto di dote a quelle, quanto di assegnamento a quelli: e tanta è la loro previdenza, che dispongono della roba fin del secondo letto …
  pp. XXV-XXVI. Noi dell’ottocento, passati nella materia del cuore per tante burrasche d’estate, dal Lamartine per il Balzac al de Musset, e dal Goethe per il Byron all’Heine, dobbiamo pur farci una ragione che i settecentisti aveano bene il diritto di confezionare il caro cuore, come Omero lo intitola, secondo il loro gusto. […].

  Virginia Dalbono, L’Anima, in Il Libro del cuore ovvero Memorie di Virginia Dalbono, Napoli, Stabilimento tip. del Commend. G. Nobile, 1868, pp. 118-122.

Al Prof. Michelangelo Lanci – Roma.

  p. 119. Quante pubblicazioni filosofiche, quanti scritti non indagarono ciò che riguarda la sensibilità della donna, la conformazione di questa cara schiava sotto il reggimento degli uomini? Fenélon, Bruyere (sic), Ségur, Balzac ne scrissero, e il loro esempio fu la spinta all’avanzamento sociale. – Ora torneremo noi più secoli addietro? I libri editi per nostro grandissimo vantaggio anche in Italia con sentimento di giovarci, saranno rifiutati? e rifiutati per varietà di principi, perché non hanno semplici idee, perché non sono attuabili in piccole menti, perché son frutto dell’ozio filosofico, perché disviano lo spirito nella rituale educazione? – No no, io voglio il progresso …

  Tullio Dandolo, Premessa, in Ricordi di Tullio Dandolo. Quarto periodo. Parte prima. 1835-1839, Asisi (sic), Tipografia di Domenico Sensi, 1868, pp. 5-10.

  pp. 9-10. Al qual modo potrei proseguire di capitolo in capitolo, e spererei di sempre più capacitarvi, che, in questo volume, il fondo prevale alla forma, la sostanza all’apparenza: vi direi che la disputa con Balzac, rigorosamente storica, mi servì di pretesto per propugnare la causa della probità, della dignità letteraria; […].

  Tullio Dandolo, Balzac, in Ricordi di Tullio Dandolo … cit., pp. 128-133.[2]

  Si tratta di una versione ridotta e con numerose varianti formali dell’articolo redatto – sotto forma di lettera aperta all’amico Angelo Fava – da Tullio Dandolo all’indomani della riunione conviviale in occasione di un pranzo offerto da Rachele Londonio-Mocenigo Soranzo la sera del 20 marzo 1837 nel suo Palazzo delle Procuratìe a Venezia. A quell’evento, fu invitato e partecipò anche Balzac oltre ad alcuni esponenti del patriziato veneziano, delle lettere e del giornalismo, tra cui Tullio Dandolo.

  La trascrizione integrale di questo interessante documento (cfr. T. Dandolo, Appendice di letteratura, teatri e varietà. Simposii. Una conversazione col sig. di Balzac. Tullio Dandolo ad Angelo Fava, «Gazzetta privilegiata di Venezia», n. 74, 1 aprile 1837, e successivamente in Reminiscenze e fantasie. Schizzi letterari, Torino, Stabilimento Tipografico Fontana, 1841, pp. 75-85; Napoli, Stamperia e carteria del Fibreno, 1843, vol. I, pp. 67-74) è presente in R. de Cesare, La prima fortuna di Balzac … cit., vol. I, pp. (362)-364-374.


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  (Nella primavera dell (sic) 1837 feci una corsa a Venezia, e scrissi a Fava la lettera seguente, che fu stampata nell’appendice di quella Gazzetta Ufficiale il 27 marzo.)
  Invitato dalla contessa Soranzo a desinare in compagnia di Balzac, accettai volontieri per voglia di conoscere il celebre romanziero, increscioso d’avermi più scarse di quello che mi sarei augurato le ore del ritrovo, dovendo partire la sera per Milano.
  Eravamo dodici a tavola. Da principio l’Ospite francese parlò poco, mangiò molto. Caduto il discorso su Manzoni, disse che i Promessi Sposi, fiacchi d’ordito, male reggono alla prova d’una traduzione; e non andar netti dalle pecche del maestro i pedissequi Azeglio e Grossi.
  Stetti a guardare se qualcuno si assumeva di rimbeccare quella burbanza, e vedendo un tale panciuto, e rubicondo, che mi sedeva rimpetto, dare, per lo contrario, segni di approvazione fregandosi le mani, e dondolando il capo, come certi pupazzetti di gesso che divertono i bimbi, gli domandai se non era d’avviso che i romanzi di Azeglio e di Grossi fossero caldi d’amor patrio, toccanti, morali; e vedendo che Balzac mi guardava con sorpresa, mi volsi direttamente a lui chiedendogli se non trovava che i Promessi Sposi lasciasser una dolce, profonda impressione, mentre altri famosi romanzi (non poteva dirgli i vostri, sarebbe stata poca creanza), dopo d’aver esercitato sul lettore un fascino malsano, gl’infondevano ad ultimo, uno scettico scoraggiamento.
  La gentile padrona di casa trovò forse il mio interrogare troppo vivo, e mi schivò la risposta con dire che amava in Manzoni il Chateaubriand dell’Italia.
  Al nome illustre tutti acclamarono, e il panciuto domandò a Balzac se tenea dimestichezza col grande uomo: rispose – lo vedo spesso quando m’avanza tempo. – Come vive? – Ritirato, ingrognato. – Perché? – perché la sua ora è passata, come passa per tutti: gli cuoce che l’attenzione pubblica più non si fermi su lui; al qual proposito madama Ancelot udendo dire che Chateaubriand lagnavasi di diventar sordo, è naturale, disse: non sente più parlare di sé! – Il frizzo fece ridere. Chiesi a Balzac se vedrebbe presto Chateaubriand: rispose – appena giunto a Parigi. – Mi usò cortesia a Londra, replicai, dov’era ambasciatore; vorreste avere la bontà di ricordargli il mio nome come quello d’uno de’ suoi obbligati? – Sarebbe tempo sprecato, replicò seccamente; non si ricorda che di sé. –
  Non ti pare, amico, che una tale risposta sia caratteristica? associava nella loro più semplice espressione una impertinenza a Chateaubriand, un sarcasmo a me: Balzac è uomo di spirito; disse jeri della Piazza di San Marco – voila (sic) un joli échantillon du jardin du Palais Royal, – e del Duomo di Milano – c’est comme une jolie femme; on n’en … qu’en la … -
  Mentre andava trovando d’alquanto difficile deglutizione la pillola balzacchiana, la conversazione incalzava, e ascoltai il Francese dire – è un giovine pittore di merito: ha fatto il mio ritratto, ciò che lo mise in fama.
  Il panciuto. – Come vi figurò?
  Balzac – in uniforme di guardia nazionale; al qual andrò debitore d’una settimana in prigione.
  – Di prigione! – fu gridato con dimostrazioni di pietosa sollecitudine.
  – Senza dubbio; dacchè ho mancato all’appello.
  – Eravate in Italia con regolar passaporto …
  – Il passaporto è in Francia una cambialetta che il governo tira su chiunque esce dal regno: la guardia nazionale vuole il suo soldato, e non ammette scuse d’assenza altro che un certificato medico, o l’estratto mortuario.
  – Scriverete una novella in prigione (disse la Contessa); ci avremo guadagnato tutti; voi, danaro; noi diletto.
  – Quanto a danaro, quel maledetto Belgio è il nostro incubo; ci ruba tre quarti de’ guadagni.
  Come mai?
  – Ven chiarisco in poche parole. Ogni romanzo d’autore noto è tariffato (due volumi in ottavo) quindici franchi, che costano al librajo quattro per l’autore, due pegli annunzii, quattro per ribasso ai venditori, tre per carta e stampa; ne restan due per l’editore; e le copie che non si vendono, o guastano? Nel Belgio si ristampano i due in ottavo, in un solo grosso in dodici; non annunzii, non premio d’autore; il volume si vende cinque franchi, e frutta il doppio della edizione parigina.
  – Cionostante gl’illustri scrittori arricchiscono rapidamente nel vostro paese.
  – Contiamo in Francia cinque soli nomi pei quai la popolarità è una miniera, Cuvier, Chateaubriand, Beranger, Lamartine, e Scribe: quest’ultimo è il più ricco, pei diritti d’autore che gli piovon a casa d’ogni città della Francia in cui si rappresentano le sue commedie, l’introito delle quali gli è dovuto, per una quota parte determinata, propina d’autore.
  – Che uomo è Scribe?
  – Ha quarantatre anni; sei più di me: attende alle prove delle sue comedie, specialmente impegnato di farne comprendere lo spirito alle attrici; questo lo invecchia …
  Balzac sogghigna: il panciuto scoppia dalle risa; la Contessa si affretta di soggiungere – credo che il nome di Balzac si accompagnerebbe bene ai cinque soprindicati …
  - Magari! ciò che avea di più netto nel mio patrimonio un anno fa erano cento mila franchi di debiti. I miei affari si son or’accomodati: ho pattuito con una società editrice di somministrarle due volumi ogni quadrimestre; essa mi assegnò cinquanta mila lire all’anno.
  Fu domandato perché Vittor Hugo non si trovasse tra’ ricchi: rispose – per lui la fama è maggiore dell’entrata; vola troppo nelle nubi, e perde tempo.
  Parmi, osservò la Contessa, che la letteratura sia in Francia non meno speculazione che arte.
  – Dite pure speculazione non arte; replicò Balzac: chi guadagna più ha più merito.
  Da queste parole scaturì per me una luce improvvisa, mercè cui mi resi conto delle tendenze, dei balzi, del pessimismo della letteratura alla moda. Io che credo la letteratura una missione sociale, un sacerdozio destinato ad illuminare, a moralizzare gli uomini, ad alleviare coi trastulli della immaginazione i loro guai; io che nei miei scritti pongo la buona fede, l’entusiasmo d’un neofito, in udire pronunziate (sic) la bestemmia che adima la mia Musa a non essere che una prostituta, ne provai un fremito, che si converse in un senso d’orgoglio per me, e pe’ miei confratelli d’Italia. Il Letterato italiano che si è proposto, senza profitti, quasi senza speranza di fama, uno scopo elevato, e parla a’ compatrioti come ad amici di cui ambisce la stima, mi si affacciò in tutta l’altezza della sua dignità morale a fronte del colosso dai piè di argilla, che aveva scambiata la mia Arte in una speculazione, e la Venere Urania nella pandemia … Senza scopo morale la letteratura è tradita; non risiede forza che nel vero, nel retto: l’immoralità è una voragine che assorbe anime e rinomanze; il destino di Crebillon attende Balzac …
  Il silenzio generale mi tolse alle riflessioni in cui er’assorto: Balzac cominciava in quel punto un racconto.
  – Il mio arringo letterario, disse, cominciò nello studio d’un notajo, dove avea compagno Mérimée: noi due, ed altri giovinotti (un de’ quali figlio del celebre fisico Ampère) eravamo soliti pranzar insieme la domenica: per rimediare al vuoto frequente delle nostre borse, ci cadde in pensiero di scrivere romanzi in comune: io tesseva l’ordito, e ne distribuiva le parti; ciascuno attendeva al proprio còmpito: in capo al mese il lavoro sociale ci fruttava 500 franchi; e il trattore ne assorbiva molta parte: abbiamo in tal modo plasmati una decina di romanzi. Quando cominciai a scrivere solo, un librajo di Brusselles ristampò, attribuendomelo, quello zibaldone: protestai; mi riusciva indigesto essere promulgato padre di tanti bastardi. Il nostro notajo, che, presto abbandonammo, non ci ama meno per questo; ogni primo d’anno ci vuol a pranzo con lui, e suole far un brindisi alla influenza del suo studio sullo sviluppo delle Lettere Contemporanee; brindisi che si affà ad Ampère, a Mérimée, la cui rinomanza è in fiore; mentre la mia è tuttora in bottone …
  – In bottone! gridò il panciuto: il vostro nome è in bocca a tutti: i romanzi di Walter Scott cedono il posto ai vostri.
  – Vi chiedo scusa, rispose Balzac; la fama dello Scozzese non è venuta meno in Francia; evvi tenuto come maestro.
  Il lodatore comprese d’essersi spinto un po’ troppo oltre; e volendo battere la ritirata – non parlo, disse, della Francia, sibbene dell’Italia, ove Walter Scott ha fatto il suo tempo. –
  – Avrei creduto il contrario, diss’io, vedendo l’edizioni che si moltiplicano tra noi del gran romanziero scozzese. Ciò di cui ho l’onore di assicurarvi (m’era volto a Balzac) si è che i moderni romanzi francesi, noti fra noi alla classe superiore, non discesero per anco alla media: sono pe’ nostri oziosi un passatempo, pe’ nostri pseudo-letterari un testo di divagazioni, per le nostre sentimentali documenti giustificativi di cui sentono d’avere, od essere per avere bisogno; pegli assennati poco o nulla, anzi peggio che nulla, sendochè non esiste qui via di mezzo; la letteratura è buona, o cattiva, è una vergine, od una prostituta. –
  Balzac s’era fatto rosso in viso; la Contessa, probabilmente per evitarmi una risposta fulminante, si affrettò di dare il segnale d’alzarsi (già avevam dato fondo ai frutti, e ai dolci): mi accomiatai frettoloso; se tardava pochi minuti perdeva il posto alla diligenza; lo che mi sarebbe incresciuto più della dichiarazione di guerra da cui mi trovava minacciato da parte dell’illustre romanziero oltramontano … [3]
  Fava mi rispose; ed anche la sua lettera venne pubblicata nell’appendice della gazzetta veneta (un de’ primi giorni dell’Aprile 1837).

  Angelo Fava, Angelo Fava a Tullio Dandolo, in Tullio Dandolo, Ricordi… cit., pp. 134-137.

  Destinatario della lettera pubblicata da Tullio Dandolo il 1° aprile 1837 (cfr. supra), Angelo Fava redige, anch’egli sotto forma di lettera aperta, la relativa risposta (qui riprodotta sempre in ‘versione ridotta’), il cui tono si rivela altrettanto incisivo, polemico e severo nei giudizî contro Balzac e la sua sfacciata immoralità letteraria, come dimostrano le pungenti osservazioni del critico in merito ad Illusions perdues (cfr. A. Fava, Fuor d’opera. Le Illusions perdues del sig. di Balzac. Angelo Fava a Tullio Dandolo, «Il Vaglio», Venezia, anno II, n. 15, 15 aprile 1837, pp. 119-120 e successivamente in T. Dandolo, Reminiscenze e fantasie… cit., pp. 86-90; Napoli, Stamperia e carteria del Fibreno, 1843, pp. 74-77). Anche questo articolo del Fava è riprodotto integralmente in R. de Cesare, La prima fortuna … cit., pp. 388-393.


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  Intanto che tu, in una delle capitali del regno, in mezzo al fiore de’ nostri concittadini, davi libero sfogo alle tue idee generose, io, romito di provincia, scorreva l’ultimo scritto del tuo commensale, les illusions perdues, e ne traeva novella conferma ai comuni principii. Per quanta ammirazione professi allo ingegno di Balzac, per quanta seduzione abbia altravolta esercitato il suo stile sulla mia immaginazione e sul mio cuore, son oggidì convinto che un uomo il quale in cotal guisa abusa della sua potenza intellettuale a smovere i cardini della morale, non merita per verun conto gli applausi che gli sono prodigati.
  Il libro che mi sta aperto davanti ha desto in me un palpito d’indegnazione. La donna di provincia, dolce e semplice creatura, travestita in fogge ridicole, giace abbandonata in balìa dei bellimbusti e delle civette della capitale … Non basta più a cotesto pittore di costumi raggranellare, così ne’ fastosi gabinetti dell’aristocrazia, come ne’ bugigattoli della prostituzione, scene di una vita mostruosa di follie e di colpe … Conviene confessarlo: i colori delle sue descrizioni cominciano ad appannarsi: allorchè il fondo è dappertutto lo stesso, non bastano gli accessorii a sostenere il volo della immaginazione. La Donna Parigina è una miniera esaurita: Balzac è in cerca di tipi fuor delle nebbie della capitale: state in guardia, fanciulle e spose di provincia! Le favorite del Sultano delle Mille una Notti pagavano colla vita il funesto onore del talamo: tremate voi pure se non vi sentite aver la bravura di Scheherezade (sic): ma voi l’avrete, non ne dubito: vi riuscirà facile addormentarlo, descrivendogli la dolce vita di famiglia …
  Ma io esco dal seminato, e tu mi dirai, come Panurgo, tirandomi pel giustacuore – amico, da che banda voltiamo? … - Son qua: torniamo alla donna di provincia. Misera creatura! com’è malmenata! epperò la provincia forniva al romanziere Eugenia Grandet così cara e amabil giovinetta, e madama Claes (sic), che, non ostante la sua fistola lacrimale, è infin del conto una simpatica matrona, e la virtuosa madre della Grenadière … Ingrato! Eccolo adesso beffarsi della donna di provincia, e porla a’ piedi della parigina … Ti giuro, amico, che se teco fossi stato ad ascoltare Balzac, la sua aureola d’autore alla moda non mi avrebbe rattenuto dall’unirmi a te per reclamare in nome della verità e della giustizia contro del suo ultimo romanzo; e, attraverso il nuvolo d’incenso ond’è offuscata l’aria che respira, gli avrei mostrato donne di provincia che, soffrenti e rassegnate, si avvolgono nel velo della loro mestizia, come angeli nelle lor ale, sorridono nel loro pallore, ed alzano sovente gli occhi là onde ogni forza e ogni consolazione deriva: gli avrei raccontata la storia di una di tai donne di provincia, storia, mio povero amico, che la morte potrà sola cancellarti dal cuore; e forse ascoltandola il sorriso sprezzatore di Balzac sarebbesi convertito in religioso raccoglimento; perciocché gli avrei parlato di una giovine sposa, rapita sull’aprile degli anni, condannata a sentirsi morire lentamente alle affezioni più dolci, più vive, alla tenerezza di madre di amante … La mia mano tremante sentì il battito delle sue arterie arrestarsi, e in quell’istante solenne il suo viso pallido respirava la serenità della sua preghiera suprema … Avrei detto a Balzac che quella donna di provincia, nel volo rapido di ventisette anni che Dio le accordò, fu la benedizione della casa paterna, l’onore del tetto coniugale, ammirabile per la vivacità dello spirito, per la elevatezza dei sentimenti, per la inesauribile generosità dell’animo, vero tipo di quella femminilità che consiste in un gusto squisito del bello associato ad un’operosa bontà.
  La società, chiederà conto a costui dell’abuso che ha fatto del proprio ingegno. Strane, invereconde eppur maravigliose illusioni! Balzac scrive nella prefazione ai suoi studi di costumi – le madri ne permetteranno la lettura alle loro figlie, – inverecondia o illusioni, condoniamole anche ad un Francese che parla ai Parigini: ma in Italia, dove il buon senso abbonda più che il buon gusto a Parigi, le madri avvedute respingono tali scritti siccome veleno: guai alla donzella che beve a cotesta fonte di corruzione! appassisce qual fiore avvizzito dannato a non portare bel frutto; il suo cuore si chiude ai semplici e soavi godimenti; a vent’anni sarà conscia di non potere amare, o che il suo amore sarà come procella; e si cercherà intorno avidamente l’oggetto di un tale amore … E quando sorge per lei il giorno delle nozze, ella si accosta all’altare coll’anima inaridita; la sua verginale corona è menzognera, perché ha perduta la verginità del cuore; lo sposo crede stringersi al petto il pegno della sua felicità, ed abbraccia invece il sepolcro imbiancato che inghiottirà il suo avvenire: comprenderà lo sventurato cosa è la donna, quale la moderna Francia l’ha fatta: diventato una cifra aggiunta al numero dei predestinati, vedendo la sua compagna bevere, nel fior dell’età, alla coppa dei patimenti e del disonore, sarà inconsolabile di trovarsi così ben vendicato …
  Ma io tocco una corda dolorosa … Tu hai consultato, o Tullio, rispondendo al Francese, la tua dignità d’uomo e di scrittore; io avrei sentito rimescolarsi dentro al mio petto qualche cosa di men nobile, di più cocente …
  Ho veduto co’ miei occhi, io povero provinciale, il lusso dei palazzi, ho posto piede entro le soglie dei gabinetti delle capitali; fui travolto qual moscerino nel turbine della vita elegante, ed ho pagato il mio tributo a tutte le illusioni … Ma la benda è caduta: scoversi il tarlo che rode le dorature … Vidi immobili sorrisi velare impotenti rimorsi, tenebrose amarezze; vidi occhi accerchiati di lividore domandare il lor ultimo fascino al lume dei doppieri … Misere creature abbandonate in mezzo agli uomini, senza appoggio né in Dio, né nella lor coscienza! Zimbello delle passioni, dei calcoli, più non serbano nell’anima forza che basti a salvarle dai rimorsi; triste mogli che sconoscono le dolcezze d’un affetto virtuoso; triste madri che scorgono nelle proprie creature testimoni e rivali; tristi femmine intorno a cui si succedono gli amanti, dirò meglio, gli speculatori, sintantochè le rughe e le domestiche calamità esercitando il lor potere repulsivo non segnino quel cerchio fatale che le segrega dal mondo …
  Vieni, Tullio, ti attendo: ho bisogno di alleviare nelle simpatie dell’amicizia il peso che mi grava la mente … Noi riparleremo di quella donna di provincia, la cui ricordanza ti è sacra, e la cui ultima ora stampò nella mia memoria un ammaestramento sublime …

  Paolo Ferrari, Artista e cospiratore. Scene della vita italiana dopo il 1831, Milano, C. Redaelli, 1868.
  p. 260. Cfr. 1866.

  Augusto Franchetti, Rassegna drammatica. “Gli uomini seri”, commedia in 5 atti di Paolo Ferrari. “Maria Antonietta”, dramma in 5 atti, con prologo ed epilogo, del cavalier Giacometti, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Firenze, Direzione della Nuova Antologia, Volume Nono, Fascicolo Duodecimo, Dicembre 1868, pp. 818-826.
  p. 818. La troppa serietà delle idee, dei propositi, degli studi non è peccato che il tempo presente debba essere un giorno rimproverato nella valle di Giosafatte, ovvero al cospetto della storia futura. Né di quella il signor Ferrari fece il bersaglio della sua nuova commedia.
  Bensì avviene che dove più manca la sostanza insediisi e domini l’apparenza, e la maschera tenga volentieri il luogo della persona.
  Ed è appunto perché la serietà vera è virtù che si addice a popoli liberi, più spesso viene a galla la falsa, là dove governano stati e parlamenti. Onde quest’ultima fu varie volte studiata in Inghilterra ed in Francia da coloro che più sottilmente notomizzarono la tempra del moderno viver civile, Dickens, Thakeray (sic), Balzac, De Bernard.

  Cesare Fumagalli, Cenni biografici di alcuni illustri chirurghi del corrente secolo. Armando Velpeau, «Annali universali di medicina», Milano, Anno 54°, Volume CCIV, Serie quarta, vol. LXVIII, Aprile, Maggio e Giugno 1868, pp. 181-186.
  p. 181. Armando Luigi Maria Alfredo Velpeau trasse i natali il 18 maggio 1795 a Brêche, poco lungi dalla città di Tours, nell’antica Turena, e dove ebbe pure la culla Onorato Balzac.

  Arnaldo Fusinato, La Donna romantica, in Poesie di Arnaldo Fusinato illustrate. Prima edizione milanese riveduta dall’Autore. Volume Primo, Milano, Paolo Carrara Librajo Editore, 1868, pp. 31-40.
  Cfr. 1859.

  Giuseppe Gallotti, Monte Coppola pel Barone Giuseppe Gallotti, Napoli, Nella Tipografia di Gaetano Rusconi, 1868.


Lettera 19.
La Duchessa Giulia … ad Eduardo …, pp. 110-116.

  p. 110.
Marsiglia 20 aprile 1855
  Mio ottimo Amico.
[…]
  Se io non mi comportai con voi in modo riprovevole, spero almeno di persuadervi che in me sarà terno il sentimento della mia gratitudine per quello che faceste in favor mio; e che se ho molti difetti, almeno posso vantarmi di essere una eccezione a quello che asserisce il Balzac, quando dice che più che dei Principi sono ingrati i popoli, più dei popoli, le donne.


  Francesco Guidi, I Misteri del moderno spiritismo e l’antidoto contro le superstizioni del secolo XIX per Francesco Guidi, Milano, Libreria di A. Bettoni, 1868.

 

CAPITOLO X.

Alienazioni mentali, ed altri pericoli dello spiritismo.


  pp. 91-92. Il signor A. S. Morin nel suo libro sul magnetismo e sulle scienze occulte, pubblicato in Parigi nel 1860, narra che madamigella Ottavio P. ..., dell’età di diciannove anni, si occupò come medium; fece muovere un piccolo tavolino, ma le bastava che il piede di quel mobile battendo le desse il principio di una frase, perché il resto, come essa diceva, le era dettato all’orecchio dallo spirito di Balzac.


  G. E. Lazzarini, I Romantici. Commedia in tre atti di G. E. Lazzarini, Milano, presso l’Editore C. Barbini, 1868.


Atto Secondo.
Scena II.
Salvatore e detti, pp. 40-42.


  pp. 40-41.

  Sal. [Salvatore Malatesta Positivo] (entrando inosservato a parte, accostandosi) Scena I, Atto II. È permesso?
  Alb. [Alberto Richieri Romantico] Oh! sei tu! …
  Ade. [Adele Bruni Romantica] (asciugandosi gli occhi) Buon giorno, signor Salvatore … Come state?
  Sal. Benone, grazie al cielo! Ma … a voi … non è, spero, accaduta disgrazia?
  Ade. Non mi sento affatto bene.
  Sal. Davvero? (con incredulità)
  Alb. Ebbimo, a dirtela schietta, una discussione piuttosto animata. (imbarazzato) I suoi principii in letteratura non sono del tutto conformi ai miei …
  Sal. Lo so! …
  Alb. Ella pensa per esempio che Balzac sia un ingegno volgare.
  Sal. Avete torto, torto marcio. Egli è il più grande pittore dell’umana natura.
  Ade. È noioso, si perde in dettagli futili …
  Sal. Ma ci rivela con tratti sicuri i segreti intimi del cuore.
  Ade. Avete ragione. – Non mi ricordava del suo Giglio nella valle, che mi ha fatto tanto piangere … Oh! in quello sì è sublime.
  Alb. Il solo, credo, dove siasi dipartito dalla sua scuola per assecondare ai gusti depravati dell’epoca …
  Ade. (con ironia) Che in fatto di buon gusto tu vorresti esser giudice?!
  Sal. (ridendo) Ah! ah! vi fate torto, Adele.
  Ade. Nol credo.

  Paolo Lioy, Escursione sotterra di Paolo Lioy. Con 48 incisioni intercalate nel testo e una tavola colorata, Milano, E. Treves & C. Editori della Biblioteca Utile, 1868.

Epilogo, pp. 453-466.

  pp. 457-459. L’Abate, col gomito appoggiato sulla spalliera della seggiola ove mi stò assiso scrivendo le impressioni di quel giorno sì triste, percorre coll’occhio armato di lenti i miei scarabocchi e mi appunta che asserendo io di giungere troppo tardi al convito, e di cercare la dolce, la cara, la serena verzura resta dubbio nel lettore se mi abbia colto un eccesso di ghiottornia, tanto più che poche linee prima avea scritto di starmi seduto al desco; […].
  Scagliata allora la penna nell’angolo più remoto della stanza, e rivoltomi al mio dotto amico:
  – No, esclamai, io non cercava nulla di tutto questo, cercava un’amica che non vi è più. Io non dubito che voi conosciate a quale donna sia diretta la terza elegia del terzo libro dei Tristi di Ovidio, e in ogni modo senza perderci in lunghe discussioni per fissare se veramente costei fosse o non fosse la legittima metà del cantore De Arte Amandi, vi prego di immaginare in che paturnia dovesse cadere quell’afflitta scorgendo l’ignoto carattere e leggendo:

Haec mea, si casu miraris, epistola quare
Alterius digiti scripta sit, aeger eram.
[…]
  Dunque l’esule infelice sospettava che i suoi Libri Tristi destassero nella amata compunzione minore che negli amici di Balzac i Contes mélancoliques?
  E se qui mi interrompeste per dirmi che di Balzac vi sono noti i Contes philosophiques e i drolatiques, ma giammai udiste citare i mélancoliques, rendendo omaggio alla vostra erudizione vi narrerò che identica osservazione usciva di bocca a Pier Angelo Fiorentino quando, recatosi a visitare Balzac nella villa di Jardie (sic), fissò lo sguardo sovra un volume rilegato in marocchino che recava appunto inciso sul frontespizio il titolo: Contes mélancoliques; fu poi sfogliando il manoscritto che si avvide protagonisti esserne il sarto, il fornaio, il pizzicagnolo, l’erbaiuola ed il cuoco, e trattarsi di liste di debiti.

  Prof. Livi, La vite, l’acquavite e la vita dell’operaio pel Prof. Livi. Lettura fatta nella Gran Sala dell’Università di Siena la sera del 14 gennaio 1868, Milano, E. Treves & C., Editori della Biblioteca Utile, 1868 (“Serie 6a. La Scienza del Popolo Vol. 34. Raccolta di letture scientifiche popolari fatte in Italia”).

  p. 23. Fatto sta che la famosa acquavite è divenuta oggi acqua-di-morte. Balzac, un altro francese, ma d’altra tempra che Arnaldo da Villanova, uno scrittore che dipinge con la penna, ha detto benissimo: – Voi vi spaventate del cholera: ma l’acquavite è ben altro flagello

  Leopoldo Marenco, Un malo esempio in famiglia. Commedia in quattro atti di Leopoldo Marenco, Milano, presso l’Editore Carlo Barbini, 1868 («Galleria Teatrale. Teatro di Leopoldo Marenco», vol. V).

Atto quarto.

Scena ultima.

  pp. 87-88.
  Giusep. [Giuseppina, figlia del Marchese Alberto Lodovici e della Marchesa Emma, 20 anni] Illuso! lo credi? T’inganni. Noi andiamo incontro a quell’abisso che inghiotte senza speranza amore e felicità […]. Dopo un anno appena, dopo tre mesi, io comincerei ad esserti un oggetto di fastidio … o tu a me forse. – Tra sbadiglio e sbadiglio consumerebbero le nostre lunghe giornate, fino a quel punto in cui uno di noi due più coraggioso romperebbe la fatale catena, ma sarà sempre destino che uno di noi soccomba vittima dell’altro. O Giulio, con solo vent’anni io già sono invecchiata. Felicità nel matrimonio? Non è possibile ... Tu credi molti felici – così appajono al mondo. Potessi tu sollevare un lembo di quella cortina che nasconde il vero delle cose, allora, allora vedresti …
  Il Marc. [Il Marchese Alberto Lodovici] (dal fondo). O mio Dio! che ascolto!
  La Marc. [La Marchesa Emma] (dal fondo). Povera figlia!
  Giulio [Il Cavaliere Giulio di Castellana, 26 anni]. Ma dove le siete andate ammucchiando simili fantasticherie? Scommetto che è Balzac che vi ha guastato la testa. Avete fatto letture alla vostra età perniciose. Se credete a tutte le corbellerie che ci vendono quei signori d’oltr’Alpe vi monterete il cervello in ben più strana maniera.
  Giusep. Non è Balzac che operò tale mutamento … Ho letto in un libro, fatale bensì, ma dinanzi al quale ogni più salda credulità si dissolve – nella realtà. E la realtà si è ripercossa nella mia mente come in uno specchio, e mille mille immagini popolarono di un tratto il mio intelletto … e tutte erano funeste, e tutte malgrado mio le scrutai … e le conobbi … ah! troppo le ho conosciute! … La realtà! Oggi mi dibatto invano sotto ai suoi malefici influssi.

  Francesco Mastriani, Eufemia ovvero Il segreto di due amanti. Fatto contemporaneo per Francesco Mastriani, Napoli, presso Luigi Gargiulo, 1868.

  pp. 318-319. Or non abbiamo che aggiungere poche parole a quelli tra i nostri lettori che troveranno alquanto spinto il soggetto di questo racconto. E vogliamo primamente ricordar loro queste parole del Balzac:
  «Tutto è dubbio e tenebre in una situazione che la scienza ha sdegnato di esaminare trovandone il soggetto immorale e troppo compromessivo; come se il medico e lo scrittore, il sacerdote e l’uomo politico non istessero al di sopra di ogni sospetto».
  Noi abbiam narrato un fatto strano, singolare, un fatto dell’umana vita. Dovevamo noi rendere di pubblica ragione un tal fatto? A quelli che ci appongono a colpa di aver trattato un sì dilicato subbietto da lasciar piuttosto alle considerazioni della scienza medica, risponderemo che i tempi di positivismo in cui siamo non consentono che il vero si asconda per malintesa adulazione ad una delle più turpi e vecchie piaghe sociali, l’ipocrisia.

  Vincenzo Mortillaro, Scoppio d’una polveriera, in I miei ultimi ricordi continuazione delle “Reminiscenze dei miei tempi” per Vincenzo Mortillaro Marchese di Villarena, Palermo, Tipografia di Pietro Pensante, 1868, pp. 129-136.

  pp. 135-136. Veramente ad onta di tutta la sua tristizie, io scriveva, Victor Ugo (sic) non è Onorato Balzac, le cui opere sono una raccolta d’ingegnose oscenità artisticamente raccontate, ed una continuata dilegione ridicola del matrimonio, aspreggiato a contare dal sofistico e matto dilemma di Biante sino alle strane impudenze di Antonio Cocchi detto il filosofo Mugellano contro cui sgherrescamente scrisse Baretti. – Né manco è Giorgio Sand ossia madama Dudevant, l’avvelenatrice dello spirito pubblico, nei cui libri essa pare Alcibiade narrante le sue imprese d’amore e che dà scuola di vizii e di voluttà insultando alla rettitudine della vita … Victor Ugo, a parlar corto, è il Rembrandt della scuola romanzesca; egli ha esercitato ed esercita la più potente influenza sulle scuole tutte d’Europa che furono dischiuse colle prime ballate dello Scott, colla prima poesia di Byron, coi primi canti di Moore.

  Francesco Netti, La pittura all’Esposizione. – La pittura italiana. – Un bagno pompeiano. – Quadro di Domenico Morelli, in AA.VV., L’Italia all’Esposizione Universale di Parigi nel 1867. Rassegna critica descrittiva illustrata, Firenze, Ufficio della Direzione, 1868, pp. 23-25.

  p. 24. Ma più si progredisce, più il pubblico diviene esigente. Stanco dell’ingegno chiede il nuovo: stanco del nuovo chiama ad alta voce il genio, come diceva Balzac. È allora ch’è avvenuto quel fermento febbrile nella testa degli artisti, pel quale tutto è stato investigato, indagato ed eseguito. E l’arte, che una volta era una, si è fatta in mille pezzi, come un globo di cristallo scagliato sul marmo.

  Maria Rattazzi, L’Avventuriera delle Colonie. Dramma in un prologo e cinque atti di Maria Rattazzi nata Bonaparte Wyse. Traduzione di Federico Mastriani, in AA.VV., Bazar Drammatico edito per cura di Federico Mastriani, Gaetano Capaccio e Salvatore de Angelis. Volume II, Napoli, Grande stabilimento tipografico dei fratelli de Angelis, 1868.


Atto III.

Il salotto di conversazione.

Scena I.

  p. 264
  Laverpillière, Chiara [Chiara Doni], Tayeur [banchiere].
  Lav. (sfogliando de’ giornali) Ohi, oh … È il signor Tayeur!
  Tay. Perfettamente! Sareste per caso sorpresi di vedermi a Baden?
  Lav. Prima di tutto noi altri cronisti non ci meravigliamo più di niente: e poi Balzac non ha detto che passeggiando dall’una alle quattro dalla strada Poissonnière alla Chaussé (sic) d’Antin s’incontrava tutto Parigi? Nell’està Baden fa le vaci del Baulevard (sic) … Vi si vedono uomini di stato, banchieri …
  Chi. Giornalisti …
  Lav. Belle donne …
  Tay. In una parola, tutto il Parigi di Balzac.
  Cfr. 1867.

  Niccolò Tommaseo, Georges (sic) Sand. Leone Leoni, in Il Serio nel faceto. Scritti varii di Niccolò Tommaseo, Firenze, Successori Le Monnier, 1868, pp. 10-14.
  p. 10. Cfr. Dizionario estetico, 1853.

  Niccolò Tommaseo, Della pena di morte. Discorsi due, Firenze, Felice Le Monnier, 1868.
  Cfr. 1865.

  Pasquale Villari, Il Signor Taine e La Critica dell’Arte(1) [“La Perseveranza”, Milano, febbraio 1867], in Saggi di storia, di critica e di politica per Pasquale Villari. Nuovamente raccolti e riveduti dall’Autore, Firenze, Tipografia Cavour, 1868, pp. 193-216.

  M. Taine, – Philosophie de l’art, Paris, 1865. – Voyage en Italie, vol. 2, Paris, 1866. – Philosophie de l’art en Italie, Paris, 1867.
 
  p. 200. E questa è la storia, secondo il signor Taine, questo il milieu in cui è nata la pittura del cinquecento. […].
  «Noi oggi cerchiamo di descrivere l’ombra fugace di un affetto, una delle mille varietà del carattere; ma allora un nuovo movimento di grazia, un gioco difficile, disinvolto ed agile dei muscoli, ridestava un’attenzione generale, era come una nuova idea. Un piccolo amore nudo, visto dalle piante dei piedi, slanciato in aria col suo caduceo; un giovane robusto e ben formato, che si ripiega mollemente sulle sue anche, ridestavano allora idee famigliari, come oggi il tale intrigante, la tal donna di mondo, il tal finanziere di Balzac. […]».


 Antigono Zappoli, Lorenzo Bellini, in Brevi illustrazioni ai busti dei medici celebri posti nell’attico dell’Arcispedale di S. Spirito in Sassia per Antigono Zappoli Medico Direttore del Brefotrofio romano e del Conservatorio delle Zitelle. Seconda edizione corretta e completa. Pubblicato il 16 Aprile pello spontaneo festeggiamento di sua Santità Papa Pio IX felicemente regnante, Roma, Tipografia Menicanti, 1868, pp. 107-109.

  p. 109. Ed avesse almeno il Bellini gustate le dolcezze matrimoniali, chè invece Imene smorzò per lui la face al primiero scontro. Menata moglie, dovè da essa dividersi per sempre dopo dimestici misteri, avverando così l’opinare del Sig. di Balzac, la felicità di un marito dipendere spesso da segrete contingenze.



[1] Pubblicato in prima edizione in: «Non ti scordar di me. Strenna-Capodanno per il 1838», Milano, Vallardi, 1837, pp. 29-43 (cfr. R. de Cesare, La prima fortuna di Balzac … cit., vol. I, pp. 462-463).
[2] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 541.
[3] Queste pagine non contengono mica un racconto immaginato; recano l’autentica della scrupolosa verità delle relazioni che contengono nella pubblicazione che ne fece Tommaso Loccatelli (sic) in appendice alla sua Gazzetta Ufficiale di Venezia uno degli ultimi giorni del Marzo 1837 mentre Balzac trovavasi ancora in quella città, e i commensali di casa Soranzo potevano attestare la veracità scrupolosa de’ miei riferimenti. [Nota dello Scrittore].

Marco Stupazzoni

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