domenica 6 ottobre 2019



1939

 

 


Studî e riferimenti critici.

 

 

  Milano ottocentesca. Come Manzoni e Balzac s’incontrarono senza comprendersi, «Corriere della Sera», Milano, Anno 64, N. 175, 25 luglio 1939, p. 6.

 

  Quante chiacchiere, quanti commenti e quanti pettegolezzi, quel lontano giorno del febbraio 1837 in cui Onorato di Balzac capitò a Milano! La Gazzetta Privilegiata dava l’annuncio ufficiale dell’arrivo nella rubrica degli «ospiti illustri», e pochi giorni dopo Defendente Sacchi in una Notizia letteraria scriveva testualmente: «La nostra città accoglie da due giorni fra le sue mura il signor Balzac, lo scrittore francese che in pochi anni fece il maggior numero di opere che descrivono in ogni maniera la vita dell’uomo e la società, quello che è anche più popolare fra noi, perché i suoi scritti corrono nelle mani di tutti, in originale e tradotti. Esso viaggia l’Italia per raccogliere materiali onde descrivere le campagne dei Francesi nella Penisola. Questa notizia tanto più riesce gradevole perché siamo certi che il genio di Balzac avrà dal nostro cielo le più belle ispirazioni».

  Se è vero che una certa notorietà Balzac godesse già anche da noi, se è vero che egli fu ricevuto nei più eleganti e colti salotti, festeggiato ed esaltato, se è vero che s’arrivò sui giornali di mode a proporre «una moda alla Balzac», è forse più vero ancora che la parte intellettualmente più sana e più seria della società del tempo finì per averlo in uggia. Anzi, vi fu chi lo giudicò un «vanesio fanfarone», chi biasimò l’eccessiva sua parzialità per i suoi compatrioti, la continua esaltazione apologetica di se stesso, le sue manie, il bastone dalla vistosa impugnatura, i panciotti sgargianti, la veste da camera bianca a foggia di tonaca da frate ...

 

Un figurino problematico.

 

  E quanto all’eleganza poi, bisogna rifarsi ai vapori di certe damine del tempo, vere preziose ridicole, perché è noto il giudizio che dello scrittore francese, o meglio del suo aspetto fisico, diede una sua ammiratrice quando finalmente lo vide la prima volta: «aspetto da panettiere, modi da ciabattino, corpo da bottaio, camminata da venditore ambulante, abiti da bettoliere ...». Ce n’è per tutti i gusti, tranne quello di farne un figurino d’eleganza! Ma, a parte le eccentricità dello scrittore, quello che maggiormente finì per disgustare gli intelligenti e, si può dire, tutta l’aristocrazia milanese, fu la sua boria di pretta marca parigina. La quale rifulse in modo fieramente disgustoso allorché Balzac volle, non richiesto, esprimere un parere sui Promessi Sposi, romanzo del quale egli aveva letto soltanto quattro o cinque pagine. Il giudizio provocò tanti commenti e così violenti satire, persino in versi, che la popolarità e la simpatia verso lo scrittore francese declinarono ancor più rapidamente di quanto fossero nate per la deplorevole piaggeria di una parte del mondo cosiddetto intellettuale del tempo.

  Balzac andò sì a far visita al Manzoni e i particolari dell’incontro fra i due romanzieri fecero per molto tempo le spese delle conversazioni nei salotti milanesi, suscitando i più disparati commenti. Chi per poco conosca l’indole tanto opposta dei due, può ben figurarsi

cosa poteva uscire da un tal colloquio. Viveva allora a Milano, venuto dalla natia Valdagno, un giovane provinciale, Bartolomeo Soster, divenuto poi pittore e incisore di qualche fama, studente allAccademia di Brera col Longhi, brillante conversatore e incline, per finezza danimo e per elevatezza di cultura, a frequentare i migliori salotti, la cui ospitalità il Soster sapeva ben apprezzare e soprattutto ben meritare. Il Soster lasciò, alla maniera del tempo, alcuni volumi manoscritti che formano un curioso copialettere, e che danno un verace riflesso della Milano d’un secolo fa, specialmente per quanto riguarda l’arte e la letteratura.

  Un erudito padovano, molto noto per analoghe ricerche e pregevoli pubblicazioni storiche e artistiche, Bruno Brunelli, ha letto quelle vecchie carte e ha fatto di esse oggetto di uno studio particolare. pubblicato sull’«Ateneo Veneto».

  Informato da persona intima di casa Manzoni della visita di Balzac al grande romanziere lombardo, il Soster ritenne suo dovere «secondar la corrente, informandone i conoscenti». La conversazione fra Onorato di Balzac e Manzoni si era specialmente aggirata intorno ad argomenti che a quel tempo si chiamavano volontieri filosofici, e che per, primo lo stesso Balzac aveva toccato, e cioè sul «sistema empirico», che allora dominava in Francia, a cui si contrapponeva la scuola spiritualistica tedesca, e naturalmente lo scrittore francese aveva esposte le ragioni della propria preferenza per la prima. Alessandro Manzoni non era stato un contradittore eloquente: era evidente che egli si sentiva troppo lontano da uno scrittore tanto diverso da lui, lasciò che l’altro parlasse, così che quando Balzac ebbe dato pieno sfogo ai suoi sentimenti, il discorso andò morendo.

 

Un «gran farfallone».

 

  Il Soster osserva giustamente che il Manzoni aveva avuto le sue buone ragioni per comportarsi in tal modo, perché egli non aveva taciuto per timidezza o per dare partita vinta all’altro, «non essendo egli quell’uomo da lasciarsi imporre da un Balzac». Egli aveva dimostrato in troppe occasioni, a voce e per iscritto, che in fatto di contese culturali, letterarie e filosofiche, era buon polemista, e se avesse voluto contraddire Balzac, lo avrebbe «eclissato, perché si sa che il Manzoni è un torrente quando si mette a discutere argomenti simili». E infatti che fosse ben armato a tal genere di discussioni lo aveva dimostrato un suo articolo apparso in un periodico milanese: Il raccoglitore italiano e straniero. Ma probabilmente il Manzoni ritenne che una discussione in argomento lo avrebbe condotto molto lontano e non avrebbe scosso l’altro da opinioni troppo aprioristicamente radicate per poter essere rimosse. Egli fu preso da uno di quei momenti di egoistica pigrizia mentale, in cui lasciamo discorrere gli altri, sempre più convinti nell’intimo delle nostre buone ragioni: lasciò che l’impetuoso torrente dell’altro precipitasse, senza scatenare il suo.

  Balzac deve aver tratto dalla conversazione un’idea del tutto errata: nella sua leggerezza e nella sua fatuità non comprese il severo e alto ingegno del suo competitore, la presunzione smodata di sè gli vietò quella serenità coscienziosa che pure in un uomo del suo ingegno doveva essere un obbligo. E fu così che arrivando più tardi a Venezia invitato a pranzo dalla contessa Mocenigo Soranzo. parlerà del gran de romanziere italiano con tanta supponenza, da provocare il noto e giusto risentimento dei veneziani le pungenti satire del poeta Nalin che gli darà l’appellativo di «lasagna»), le rampogne del Fusinato e le proteste dei giornalisti, espresse in una acerba critica di Tullio Dandolo sulla Gazzetta di Venezia.

  Per contraccolpo le ire si scatenarono ancor più furibonde a Milano tanto che il Balzac, accortosi tardi dell’errore e della propria grossolanità, scriverà alla contessa Maffei pregandola di trasmettere al «collega lombardo» le sue scuse. Ma poco giovarono, non presso il Manzoni, che aveva ragione di infischiarsi del gradasso francese, ma presso la società in cui aveva sperato di lasciar di sè simpatico ricordo. Il Soster, infatti, avendo chiesto a un amico «di molto spirito ed erudito» un giudizio riassuntivo di Balzac uomo e artista, si senti rispondere: «Come scrittore incanta, in politica è biasimevole, in società è un gran farfallone».

  Ce n’era abbastanza per non farsi più vedere a Milano, come infatti avvenne.

 

 

  Quali furono le ore dei capolavori. L’elmo di Michelangelo e le candele di Balzac, «Stampa Sera», Torino, Anno 73, Num. 210, 5 Settembre 1939, p. 4.

 

«Il Trillo del Diavolo».

 

  Ad un lavoro esclusivamente notturno si deve anche la colossale opera letteraria di Onorato di Balzac: quella in molti volumi che viene comunemente indicata col titolo complessivo di «Commedia umana» (in contrapposizione alla «Divina Commedia» dell’Alighieri). Il sistema di lavoro del Balzac era però assai diverso da quello di Napoleone. Balzac scriveva sempre stando a letto e poggiandosi su uno speciale tavolino, su cui ardevano quattro candele. E’ noto che egli era un lavoratore fenomenale, capace di scrivere per diciotto ore senza interruzione; per di più poteva succedere che egli per intere settimane non uscisse nemmeno di casa. Durante il giorno mangiava pochissimo; verso sera però faceva un pasto copiosissimo, dopo il quale s’addormentava; svegliatosi verso la mezzanotte, si metteva al lavoro per molte ore. Furono appunto la sua eccessiva attività e l’ininterrotta serie di sforzi compiuti, che portarono prematuramente alla rovina il genio del grande scrittore.

 

 

  Spigolando. Curiosità. L’aneddoto storico, «L’Ordine. Settimanale Cattolico Salentino», Lecce, Anno XXXIV, N. 42, 2 dicembre 1939, p. 2.

 

  Mentre il romanziere Balzac giaceva insonne nel letto, rimuginando qualcuno dei suoi racconti, un ladro entrò nella sua camera e tirò pian piano il cassetto della sua scrivania, per ghermire il denaro che credeva di trovarvi. Balzac, che lo aveva sentito, si mise a ridere smascellatamente; e allora il ladro, meravigliato più che atterrito, gli domandò perché ridesse. «Rido, disse tranquillamente il romanziere, nel vedere un minchione quale tu sei esporsi allegramente alla galera, per andar cercando di notte denaro in un luogo dove io non ne posso mai trovare di giorno».

  Il ladro se la svignò, ridendo anch’egli.

 

 

  Corrado Alvaro, Dodici libri di cento pagine. I poemetti in prosa, «Stampa Sera», Torino, Anno 73, Num. 213, 8 Settembre 1939, p. 3.

 

  Il paesaggio urbano, in questo tempo, è divenuto misterioso di quella nuova densità che aveva saputo significare Balzac, folto come una di quelle foreste paurose dei romanzi cavallereschi in cui l’eroe perviene a un giardino incantato, a una limpida fontana, e aspetta di vedere apparire la più bella fra le belle, con «lo stupore che è una delle forme più delicate del piacere», come dice Baudelaire. Il Romanticismo francese aveva lavorato fino a Hugo in torno a questo scenario avventuroso. Balzac aveva avvicinato questa visione, collocandola nel suo mondo e in paesi reali. Vautrin, Rastignac, il barone di Nucingen, sono i nuovi uomini di ventura, e le donne vi appaiono come Angelica e Bradamante. Onesti personaggi indossano anche un costume moderno degno del più vecchio pittoresco; già dai loro strani costumi e abbigliamenti comincia la loro favola e il loro destino romanzesco.

 

 

  F. B., Fantasia e realtà, «Stampa Sera», Torino, Anno 73, Num. 21, 25 Gennaio 1939, p. 3.

 

  Davvero la vita è più strana di tutti i romanzi: che casi! che avventure! Lo si dice, e si aggiunge che i romanzieri dovrebbero guardarsi attorno. Ed è esattissimo che l’arte grande e vera è sempre attuale, nata da ciò che è vivo; ma a far dell’arte non basta dare un’occhiata alla vita. L’arte è struttura di spazi e tempi, che, per essere espressivi non dei frammenti della vita, ma di un’altra, segreta verità, sono tutti fantastici. E’ stato osservato che è un errore dire che Balzac faceva concorrenza allo stato civile. Le generazioni balzachiane, se mai, proprio a questo si rifiutavano, a concorrere con la realtà, a imitarla — Il realismo di Balzac è un modo della fantasia.

 

 

  Tito Bargigli, Rossini sposa Olimpia Pellissier la fata benefica del suo tramonto, «Stampa Sera», Torino, Anno 73, Num. 147, 22 Giugno 1939, p. 3.

 

  Balzac disse un giorno a Rossini ch’egli tante volte non aveva il tempo di mangiare oppresso com’era dal lavoro.

  E se non mangiate, perché scrivete?gli rispose Rossini.

  La gloria è una bella cosa, ma ...

  «La gloria viene una sola volta nella vita, invece a tavola ci si siede tre volte al giorno», diceva scherzando il Maestro.



  Ferruccio Cardelli, Oriani. La vita e le opere, Bologna, Licinio Cappelli Editore, 1939. 

 

L’ambiente letterario intorno al 1870.

 

  p. 13. Presceglie invece il genere romantico? Ed ecco là Cartagine con la sua baia, con i suoi dintorni arsi e squallidi, con i selvaggi guerrieri che da ogni parte l’assalgono e la devastano. Ma Balzac tagliò arditamente il ponte.

  Aveva cinquemila personaggi da evocare alla luce e lo fece sovranamente ingrossando in tal modo, come ei disse, le liste di stato civile del suo paese.

 

 

La seconda maniera.

 

  pp. 169-170. Con qual morbidezza, invece, di sentimento e novità di raffronti non vi si offre uno schizzo de L’idillio, da Teocrito a Tennyson! […].

  Un’altra [signora] si fa illustrare la città di Balzac. Per chi lo ignorasse, la città di Balzac consiste in quel mezzo centinaio e più di volumi del grande romanziere, i quali si possono, appunto, considerare tanti quartieri in cui muovesi una popolazione identica e diversa come in tutte le città. Dentro e fuori di essa molti, oh molti, han costruito e se ne vedono spiccar bene da lontano i vari tipi più o men bizzarri, solenni e grandiosi, d’architettura. Con la guida del suo inesauribile cicerone, la bella duchessa non si stanca di passeggiarvi innanzi. Sorride e ammira. 

 

Il naturalismo d’un romantico.

 

  pp. 171-172. Oriani, bizzarramente romantico, scendea, deviando, dall’aureo filone francese dei Chateaubriand, dei De Musset, degli Hugo; di quest’ultimo anzi vantavasi discepolo: in un secondo tempo, subì l’influsso del Balzac, di questo semidio della nuova scuola naturalistica o verista che dir si voglia, la quale, come già s’è notato innanzi, veniva prosperando anche in Italia. […]. Ora, […] non è meraviglia il vedere, adesso, Oriani dietro Balzac e Zola. Volete sapere come una volta sommariamente li giudicò? Ecco: se taluno troppo zelante lettore o suscettibile entusiasta di quei due mi legge, getti via alla svelta il libro. Forse mi risparmierà un po’ d’ira. Perché sto per trascrivere una comparazione la quale dà luogo a due qualifiche animalesche arditissime fin che si vuole, ma pur tanto espressive. «Che cosa è Zola – disse – davanti a Balzac?». «Un verro davanti a un leone».

 

  p. 177. Se Balzac, se Anatole France, si fossero, alla maniera del casolano, sepolti vivi in un angolo della Provenza o del Delfinato, credete voi che ci avrebbero lasciato la produzione prodigiosa la quale oggi noi ammiriamo?

 

 

  Avv. Vincenzo Chindamo, Delitti e Delinquenti nella Commedia umana di Balzac (Studio Psicologico Giuridico) con prefazione di Salvatore Barzilai. In appendice: Giudizio di Genuzio Bentini, Pompei, Scuola Tipografica Pontificia per i figli dei carcerati fondata da Bartolo Longo, 1939, pp. 173.

 

  Struttura dell’opera:

 

  Prefazione di Salvatore Barzilai, p. 5;

  Balzac e la sua amante, pp. 7-9;

  Balzac e Roma, pp. 9-10;

  Balzac e Dante, pp. 10-11;

  Balzac e lo studio della criminalità, pp. 11-14;

  Balzac e la criminalità dei delinquenti minori e il fattore economico, pp. 14-27;

  I grandi delinquenti. Vautrin, p. 28;

  Realtà completa nella finzione completa, pp. 29-30;

  Balzac precursore del metodo scientifico. Scuola criminale classica e scuola criminale positiva, pp. 30-32;

  Vautrin in «Père Goriot», in «Illusioni perdute», in «Splendori e miserie delle cortigiane» e nell’«Ultima incarnazione di Vautrin» - Suggestione di Vautrin su Luciano – Riluttanze di Rastignac, pp. 32-58;

  Vautrin e Luciano di Rubempré, pp. 58-88;

  Il delinquente nato, pp. 88-100;

  Balzac, Shakespeare, Victor Hugo, Dostoiewski, Zola, Tolstoi, D’Annunzio, pp. 100-137;

  Diversi tipi di delinquenti nati e di femmine criminali nel mito, nella storia e nella cronaca della delinquenza, pp. 137-154;

  Voto della scienza ed aspirazioni suggerite dall’esperienza della vita e dall’irresistibile progresso delle scienze sociologiche mediche e giuridiche, pp. 154-168;

  Appendice. Giudizio di Genuzio Bentini, pp. 171-172.

 

  Nell’impossibilità di riprodurre integralmente il testo, forniamo, qui di seguito, la trascrizione completa di alcuni capitoli.

 

Balzac e la sua amante.

 

Di quattro uomini si potrà dire che a-

vranno esercitata vera influenza nel loro se-

colo; Napoleone, Cuvier, O’Connel (sic) ed il

quarto … vorrei essere io. Napoleone ha vis-

suto del sangue di Europa; Cuvier ha dis-

seccato il globo; O’Connel si è incarnato

in un popolo; io avrei portato una società

tutta intera nel mio cervello.

Onorato Balzac

 

  Con grande vero orgoglio e con giusta superbia il grande uomo francese scriveva alla sua bellissima amante Madama Hauska (sic) le parole su riferite nel 1833. Prima di conoscerla ed amarla una lettera pervenne a Balzac per mano di Gosselin, suo editore, lettera in cui un’ammiratrice polacca, che abitava in un castello di Volinia e che firmava la «straniera» gli esprimeva il suo entusiasmo per le Scene della vita privata. Altre lettere seguirono alle quali Balzac non rispose che in una specie di piccola posta inserita nel Quotidienne[1]. Finalmente l’incognita si rivela è la signora Hauska nata contessa Evelina Rzowuska (sic). E poi egli le indirizza la prima delle sue lettere ad una «straniera» ove vi è tenerezza e passione, ed Eva, come egli la chiama, diviene l’affettuosa e cara confidente dei suoi pensieri e dei suoi lavori. E scrive uno dei suoi lavori Eugenia Grandet ispirato dalla passione per la sua Eva.

  Non intraprenderò qui uno studio letterario, psicologico e morale sull’Eugenia Grandet; Lamartine in uno dei suoi Entretiens familiers de letterature (sic), poi Taine in uno dei suoi Nouveau (sic) Essais, hanno scritto pagine ammirevoli e definitive. Ci basta solo rilevare che il grande francese dal 4 ottobre al primo dicembre del 1833, completa quello che egli chiama «uno dei miei quadri più movimentati», e il dodici novembre di quell’anno scrive alla sua dolce amata:

  «Eugenia Grandet forma già un grosso volume; Io conservo il manoscritto. Vi sono pagine scritte tra atroci dolori. Esse ti appartengono ... Oggi 20, ho ancora 100 pagine da scrivere. Ancora dieci giorni. Arriverò morto a Genova ma vi potrò restare tutto il tempo che vi sarai tu». Scrive il 23 novembre: «Ancora 25 fogli a scrivere per finire ... Al momento in cui ti scrivo sono arrivato all’11° foglio del 5° capitolo intitolato «Dispiaceri Famigliari» e cioè a pag. 176 secondo le bozze di stampa che vado correggendo. Quando avrai il manoscritto tu ne conoscerai la storia meglio di chiunque altro». E finalmente il primo dicembre Balzac annunzia il termine dell’opera. Egli anela, brucia dal desiderio di partire subito; ma è misero ed alfine il 25 dicembre è a Genova, rivede Evelina e scrive sotto i suoi occhi appassionati un meraviglioso poema di amore mistico ispirato da lei «Seraphita» (sic). Lavorò giorno e notte per andare a vedere la sua diletta a Genova, vive per la sua Evelina; Eugenia Grandet finisce per Balzac di essere un personaggio da romanzo, è per lui una persona vivente. Egli vive in terribile strettezza, banchieri ed usurai rifiutano le sue cambiali, e mentre si dibatte nella miseria una lettera di Evelina Hauska gli arriva da Genova. Egli risponde: «Angelo carissimo, sii mille volte benedetto per la tua goccia di acqua per la tua offerta; essa è tutto per me ed è niente. Che cosa è un migliaio di franchi quando me ne servono dieci per mese? Se ne trovo nove posso anche trovarne dodici. Ma avrei voluto, leggendo il delizioso passaggio della tua lettera, immergere la mia mano nel mare ritirarne tutte le perle e cospargerne tutti i tuoi bei capelli neri. Angelo di devozione e di amore: in ciò vi è tutta la tua anima adorata».

  Non accetto il gesto della sua amica; egli si esaurisce in un lavoro frenetico mentre il suo medico teme di una infiammazione dei suoi nervi cerebrali. È questa la storia del romanzo di Eugenia Grandet, dramma di amore e di denaro. E Balzac dovette essere naturalmente trasportato a scriverlo nell’anno 1833 che fu per lui un anno di passione profonda e di grave miseria.

  Le parole riferite del grande Balzac e lo studio profondo di tutta la Commedia Umana, specie dei tipi criminali può dimostrare la potenza impressionante del suo spirito di osservazione e l’onnipossente sovranità del suo genio. E prima di fare lo studio della sua opera immensa nella parte che ci riguarda, con gratitudine e con vivo compiacimento gli Italiani debbono sapere e ricordare quant’egli amò l’Italia e come predilesse Roma.

 

Balzac e Roma.

 

  Nei pochissimi giorni che dimorò a Roma rimase ammirato della grande città ed entusiasta scriveva alla sorella Laura Surville: «Pensa Laura, ricevendo questa lettera, che tuo fratello ha messo mano alla penna nella città dei Cesari e dei Papi. Questo mio viaggio a Roma vale per dieci viaggi. Ci vuole tutto l’amore mio verso mia madre per ritornare a Parigi a finirvi un romanzo nuovo e a concludere degli affari. Se così non fosse chi si staccherebbe più da Roma? Bisogna mettere denaro da parte e venire a Roma almeno una volta, a meno di rassegnarsi a non saper nulla per tutta la vita dell’antichità, dell’architettura; dello splendore e dell’impossibile qui fatto realtà». E se fosse vissuto di questi tempi egli cosciente e sincero avrebbe espresso con viva convinzione senza sottintesi e malumori tutta la sua grande devota ammirazione della Nazione Francese all’Italia nuova.

  E con il Duca Gaetani (sic) visita Roma, ammira tutte le sue grandezze e le sue bellezze e resta avvinto e conquiso davanti alla perfezione artistica dei grandi capolavori e delle antiche età. Ed al Duca Gaetani; Principe di Teano, che l’onorò della sua amicizia, dedica il romanzo «Cousine Bette» non solo per l’ospitalità romana ma particolarmente perché con le sue dotte conferenze a palazzo Farnese gli aveva rivelato Dante. Ed è tanto conquiso ed estasiato delle bellezze dell’Eterna Città che nelle «Memorie di due giovani spose» scrive: «Roma è la città ove si ama. Quando si ha una passione è qui che bisogna venire per goderne: si hanno complici le arti e Dio».

 

Balzac e Dante.

 

  L’autore della Commedia Umana non ha che a Roma intera formidabile la rivelazione della Divina Commedia. E dedicandogli il romanzo scrive al dotto Gaetani: «Non lo dedico nè al Principe romano nè al discendente di quell’illustre famiglia dei Gaetani che ha dato tanti Papi alla cristianità», dedica invece il libro all’uomo che gli ha sciolto «l’immenso enigma che egli prima vedeva nel Poema di Dante». Balzac dopo averlo sentito leggere e commentare a Roma dal Duca Michelangelo Gaetani scopre tutta la grandiosità del Poema Dantesco e vede nell’opera del sommo poeta italiano «la sola visione gigantesca che i moderni possono contrapporre ad Omero».

 

Balzac e lo studio della criminalità.

 

  Delle preziose scoperte nell’interesse della scienza si traggono dall’indagine e noi fermandoci fugacemente su diversi personaggi che egli descrisse, ci indugeremo in special modo nello studio del suo mondo criminale, fatica assai gravosa, perché è un’indagine nuova.

  Il Lombroso pur riconoscendo che le osservazioni sulla Commedia Umana potevano essere di una importanza straordinaria e di una precisione disperante e pur ripromettendosi di riguardare l’opera del Balzac non si occupò mai di proposito. Il Ferri, il temperamento più adatto a compiere tale studio, vi accenna solo fugacemente nella sua geniale conferenza sui delinquenti nell’arte.

  E così L’Alimena, nel suo lavoro il «Delitto nell’arte» si sofferma appena e pochissime ricerche fecero i positivisti. Ogni classe, ogni famiglia, ogni tipo, fu da Onorato Balzac conquistato nell’arte: la vita di provincia e la vita della capitale, la vita pubblica e la vita privata, la vita coniugale e la vita galante, la vita militare e la vita sacerdotale furono presentate al pubblico nella lotta e nel normale ordinario svolgersi. Ben duemila personaggi sorgono, si agitano, si muovono, vivono nell’opera del Balzac. (Repertoire de la Commedie humaine per Anatole Cerfberr ab Iules Christphe Cahristphe Cahsam Lèvy 1887 (sic!). Uomini astuti, intriganti, generosi, avari, giornalisti, deputati, ministri, scienziati, poeti, usurai, spie, banchieri, donne belle, donne brutte, donne depravate, donne mistiche, tutti i vizii, tutti i sogni, tutti gli interessi ricercati, scoperti, descritti, discussi, impersonati in quell’immensa selva di carne umana che si agita in cento volumi di novelle e di romanzi. Si cerca nella rovina del simile la propria ricchezza e la propria fortuna. I sentimenti veri sono eccezionali in questo mondo di sfruttatori e di conquistatori.

  La virtù calunniata, l’innocenza venduta, la coscienza offesa. Tutto si compra e si vende in questo grande mercato e la società è costituita da due estremi: l’ingannato e l’ingannatore. Come le passioni si trasformano in vizii, così le idee generose non sono mai fine a se stesse ma mezzi, la religione una necessità di stato e la probità un calcolo di probabilità. Le pagine della Commedia Umana sono frementi di vita, sono meravigliosa compenetrazione nell’arte della vita, e della vita nell’arte.

  E le figure di Vautrin, di Rastignac, di Lonstean, di Cesare Biuttean, di Grandet, di Uulit, Restand, Mascime de Tuilles, Nucingen, Shiuback; Ferrabeches Gobasck Paolina, M. de Mortsanff, M. Beausseant, M. Cormon, M. Cloès (sic!), son tutte interessanti e la criminalità crebbe come conseguenza immediata di questo spostamento generale sotto tutte le forme.

  Era dunque naturale che Balzac riuscisse il grande descrittore della grande passione del suo tempo; egli la sentiva questa grande passione al più alto grado e poteva misurarne l’estensione in se stesso come poteva col suo profondo sguardo osservatore scrutare gli effetti negli esseri inferiori e descriverne le deviazioni nelle torbide correnti criminali dove l’espressioni (sic) sono più selvagge, le azioni più malefiche e le lotte più cruente. Non si fece da alcuno uno studio preciso sugli scritti del Balzac, non si vide l’importanza dei romanzi criminali, non si colse e forse non poteva cogliersi la relazione corrente tra i tipi creati dal romanziere e i tipi prodotti della vita, tra il Mondo Criminale di Balzac col mondo criminale del tempo e Brunetiere (sic) spropositò come notammo. L’opera di Balzac è un’opera di vita, sorge tutta intera dall’ambiente sociale; necessario quindi determinare più precisamente e specificatamente il momento criminale in cui i romanzi criminali furono scritti.

  Prima di tutto le date. Il Père Goriot è del 1835, le Illusioni Perdute del 1835 fino al 1847, L’ultima incarnazione di Vautrin del 1846; questo ciclo di romanzi va dunque dal 1835 al 1847. Ora bisogna tener conto delle cifre statistiche contemporanee a quei romanzi che segnano l’acme del movimento invincibile della criminalità.

  Il periodo che va dal 1825 al 1838 si apre con un minimo di 57000 prevenuti. Ed il furto dà il più vasto contingente a questa statistica. La percentuale dei processi in Corte di Assise è tale quale mai più videro le statistiche criminali. Nel 1826 il numero degli accusati fu di 7000, il doppio di tutti gli anni susseguenti. Ancora mentre in quel periodo i delinquenti minori diminuiscono da 12000 a 6000, i maggiori salgono da 48000 a 205000, cifre enormi.

C’è da aggiungere e ricordare intanto che nel 1836 venivano ghigliottinati Lacenaire, il celebre assassino classico e nello stesso anno Avril il suo emulo e morivano nel bagno Colet, Paucet, Sandor, Cognard, Mitisiau tutti arditi avventurieri, erranti cavalieri del delitto le cui gesta erano diventate leggendarie, i cui travestimenti e le evasioni e le tragiche imprese sbalordiscono […]. Balzac fece la descrizione viva e possente di questo sfacelo criminale della società francese e com’era nelle sue abitudini e nei suoi principii trasse dall’ardente realtà gli elementi della sua arte così per la formazione dei personaggi come per l’ordine degli avvenimenti.

 

I grandi delinquenti. Vautrin.

 

  Balzac descrive la figura importantissima di Vautrin: (Vautrin l’homme qui se joue de la civilisation entiere, la petrit (sic) au coeur de Paris et la domine au fond du bain). Introduzione scritta (pour les études des moeurs au XIX siècle 1834-37) sotto l’ispirazione di Balzac da M. Feliches (sic) Davin nel 1835. È certo che in tutta l’opera di Balzac l’essere umano che commette il male per il male è rappresentato e descritto in modo completo. La logica di Vautrin è la logica del delitto e l’ambiente nel quale il delitto si sviluppa e si afferma. La figura di Vautrin balza fuori tratteggiata con tocchi insuperabili e le massime di Vautrin sono presentate in modo impressionante e sono: «Non vi sono principii, ma fatti; non vi sono leggi, ma occasioni; l’uomo superiore attira a sè i fatti e le occasioni per condurli e dirigerli. Il successo è la ragione suprema di tutte le azioni quali che esse siano; nella società bisogna penetrare o sfondando come una palla di cannone od insinuandosi come la peste; l’onestà non serve a nulla».

  Quante anime deboli, quanti spiriti dubbiosi, quante intelligenze squilibrate non si sono perdute sotto la suggestione di un individuo o di un ambiente e torneremo diffusamente sulla figura di Vautrin, fermandoci adesso a stabilire che il programma che Vautrin delineava a Rastignac era il programma della società francese del tempo.

 

  Balzac precursore del metodo scientifico. Scuola criminale classica e scuola criminale positiva.

 

  Balzac è un precursore. Tutto quello che egli vide e intravide, tutto quello che egli intuì ed osservò nella fisiologia e nella psicologia del delinquente fu poi ratificato e provato da ulteriori studii. Infatti la scienza e la vita vogliono che si studii il delitto prima come fenomeno naturale e poi come fenomeno giuridico, prima di ogni altro quindi lo studio concreto del delitto non come astrazione giuridica ma come azione umana. […].

  Dunque studiando i tipi più importanti della Commedia Umana di Balzac, specie quelli che caratterizzano il Mondo Criminale, avremo agio di prospettare le diverse figure ed il nostro studio prima di tutto dev’essere rivolto sul delinquente. La teoria pura del libero arbitrio fu sostenuta dalla scuola classica e dalla scuola positiva, fu sostenuta quella del determinismo, secondo cui, cioè, ogni fenomeno che l’uomo può conoscere è effetto di qualche causa determinata che non può ricercarsi nella libera volontà dell’individuo che agisce. […].

 

 

  Carlo Cordiè (a cura di), Filologia francese, «La Nuova Italia. Rassegna critica mensile della cultura italiana e straniera», Firenze, La Nuova Italia Editrice, Anno X, N. 6, Giugno 1939-XVII, p. 180.

 

  Vivace e spigliato è un saggio di Lea Gaviglio, Da Vigny a Balzac (Torino, R. Accademia delle Scienze, 1938, in 8°, pp. 25, s. i. p., estr. dagli Atti di detta Accad., vol. 73) che analizza come i romantici francesi intesero a realizzare in opere d’arte la concezione della Storia «nella ricerca di una bellezza, confinata e sopita in una zona lontana e fascinatrice».

  Dalla fortuna dei romanzi dello Scott, al Vigny del Cinq-Mars, di Stello e di Grandeur et servitude militaire, all’opera di Augustin Thierry, alla Chronique del Mérimée, all’immancabile Hugo di Notre Dame de Paris viene seguita l'evoluzione del romanzo storico, nei suoi motivi più complessi, nella sua, per dir così, necessità nell’ambiente della cultura contemporanea: senza perdere troppo di vista i motivi spirituali dei singoli scrittori, la creazione poetica, la formazione del pensiero. Sta al vertice della disamina la considerazione che tale concezione della storia, precisando gli stessi lineamenti nelle opere degli autori or ricordati, raggiunse l’espressione compiuta nell’Histoire du moyen-âge del Michelet e nel romanzo di Balzac, Une ténébreuse affaire: nè si tace, nella conclusione, che specialmente in quest’ultimo libro si vede qualcosa come un inveramento vero e proprio degli atteggiamenti romantici riguardanti il romanzo storico. […].

 

 

  Benedetto Croce, Aggiunte alla “Letteratura della Nuova Italia”. Scrittrici. III. Clarice Tartufari, «La Critica. Rivista di letteratura, storia e filosofia», Napoli, Volume XXXVIII (I della Quarta Serie), 1939, pp. 12-23.

 

  p. 12. Ciò che prima ferma l'attenzione e piace nei romanzi della Tartufari, a segno che ha fatto pronunziare da qualche critico il nome del Balzac, è la capacità dell’autrice di osservare e determinare nei loro tratti caratteristici gli ambienti sociali e familiari […].

 

 

  Benedetto Croce, Aggiunte alla “Letteratura della Nuova Italia”. XL. E. Castelnuovo – F. de Roberto – «Memini», «La Critica. Rivista di letteratura, storia e filosofia», Napoli, Volume XXXVIII (I della Quarta Serie), 1939, pp. 269-278.

 

  p. 270. Al qual proposito è da osservare che i romanzi «ben fatti» si sogliono classificare in romanzi di «passione» e romanzi di ambiente» o di «costume»: dualità di classi che comporta un incrocio, perché, d’ordinario, il romanzo di costume si appoggia a un romanzo di passione o prende da esso il suo pretesto. Si tratta, nella sostanza, in degradazione classificatoria e per opere che della poesia hanno l’apparenza e non la realtà, del duplice principio, che già c’è noto, della poesia e della didascalica; il secondo dei quali sta nel fondo della lunga sequela di romanzi e di commedie e di drammi, di caratterologia morale, psicologica e sociologica, che va dalla commedia menandrea alla «commedia umana» del Balzac, come in altra occasione ebbi a dire [cfr. Poesia e non poesia (a proposito del Balzac)].

 

 

  Lucio D’Ambra, D’Annunzio uomo, in AA.VV., Gabriele d’Annunzio. A cura di Jolanda de Blasi. Letture tenute per il Lyceum di Firenze da A. Solmi – D. Valeri – M. Salvini – P. Orano – A. Pavolini – A. Bruers – G. Pasquali – A. Marpicati – B. Migliorini – E. Coselschi – L. D’Ambra – F. Flora – J. De Blasi, Firenze, G. C. Sansoni Editore, 1939, pp. 241-271.

 

  pp. 243-245. Era il 1894. Avevo quattordici anni. D’Annunzio ne aveva trentuno. Ma a me ragazzo non era bastato d’essermelo fabbricato, d’Annunzio, di sana pianta; m’era soprattutto indispensabile farlo vedere a mia madre affinchè ella potesse dividere la mia estatica ammirazione ed io e lei potessimo di lui parlare lungamente come di cosa e persona conosciuta dando una fisionomia ad un uomo, ad un’opera, ad una gloria. […]. Nelle ore di studio del Collegio Provinciale a Piazza Nicosia, nelle luminose aule aperte sul Tevere e su quei Prati di Castello dove ancóra le costruzioni, accedendovisi per le tavole sconnesse del ponte di legno a Ripetta, non erano che macchie bianche nel verde d’orti e giardini, se mi avessero aperto atlanti e dizionarii avrebbero dappertutto trovato quartini, ottavi, sedicesimi di romanzi di Balzac nel testo francese: Modesta Mignon, Le (sic) Illusioni perdute ... Il poeta Canalis, il romanziere Daniele d’Arthez, Luciano di Rubempré, Rastignac, erano già gl’ idoli della mia fantasia adolescente. Volevo conquistare Roma come Rubempré dall’alto di Montmartre voleva sfidare e conquistare Parigi. Volevo lavorare giorno e notte ed ammassare opere su opere come Daniele d’Arthez e come Balzac. Volevo diventar celebre, e trionfare coi miei libri, e aver carrozze e cavalli, ed essere segnato a dito per via, come il sublime Canalis di Modesta Mignon. Non leggevo che Balzac. Mi nutrivo esclusivamente di lui. Solo altri quattro libri di romanzo avevo letti a quella età: I Promessi sposi, a scuola; Le Confessioni di un ottuagenario di Ippolito Nievo, Robinson Crosuè e Don Chisciotte nelle ore di ricreazione. Ma avevo letto, togliendoli ad uno ad uno dalla biblioteca di mia madre, balzacchiana fervidissima, tutt’e cinquanta i volumi della Commedia umana. Un compagno m’aveva anche posto tra le mani Zola: L’Assommoir. L’avevo restituito sùbito dopo le prime pagine. E mia madre, mentre leggevo il recente Menzogne, mi aveva offerto la lettura d’un altro libro di Bourget, André Cornelis. Tre pagine ed avevo chiuso. Balzac invece, sempre più m’innamorava. Quei suoi caldi e appassionati eroi mi s’imponevano, m’accompagnavano, m’ossessionavano giorno e notte. Più che i compagni che mi circondavano nelle aule di studio, al refettorio o nella palestra del Collegio Provinciale, era con me, assiduo, onnipresente, Luciano di Rubempré. L’eroe delle Illusioni perdute era l’incarnazione di tutte le mie nascenti illusioni.

  Una malattia mi tolse a tredici anni dal Collegio per non ritornarvi mai più. E la vita a casa volle dire libera lettura dei giornali, conoscenza dei grandi nomi della letteratura del momento, misteriosa scoperta dei libri, poesie e romanzi, di Gabriele d’Annunzio. S’era pubblicato di lui, l’anno prima, L’Innocente. E se ne faceva ancóra, attorno, un gran discorrere. Udivo parole della più alta ammirazione, di quelle che io dicevo a mia madre per Balzac. Ma s’udivano anche parole di fiera condanna. ….

  Io, invece, consideravo d’Annunzio un genio: un genio come Balzac. E non potevo, allora, dire di più. […]. Vendita di fotografie di uomini celebri allora non c’era, nè clichés pubblicavano i giornali quotidiani ancóra tutti imbottiti di massicce colonne di prosa senza grandi titoli, «finestre», o «tagli» del gergo giornalistico attuale, o illustrazioni destinate a dare aria alle pagine e a ravvivarle. Tuttavia, com’ero riuscito ad avere su la mia scrivania di romanziere fanciullo una stampa col ritratto di Balzac — che più tardi scoprii essere quello di Stendhal, — così ebbi bisogno di dare al mio idolo letterario un’immagine ed alla mia religione dannunziana il Dio figura da adorare con gli occhi. Da adorare e da far adorare.

 

  pp. 253-256. Tutto è quindi — nella vita di d’Annunzio uomo, — necessariamente scenario, rappresentazione, ribalta accesa, atteggiamento, gesto, parola alta che echeggia lontano. Dal suo Olimpo il genio letterario che vuol creare la sua favola dà spettacolo agli uomini. Ed è spettacolo — e il più alto, il più grande, — anche il suo gigantesco lavoro. Così fu, anche per un altro formidabile visionario che volle di sè riempire un secolo e prolungarsi mito nel tempo: Balzac che nelle insònni notti genera un mondo e prepara la Commedia umana dividendola e suddividendola in famiglie o specie di racconti, — storici, filosofici, cittadini, provinciali, militari, religiosi, finanziarii e via dicendo, — sul gigantesco piano di duecento romanzi. Balzac crea, come d’Annunzio farà più tardi, lo spettacolo del genio in perpetua eruzione. […].

  Si è che le grandi opere che contano non solo nella qualità ma anche nel numero, esigono dai creatori abbondevoli il sacrificio totale ed eroico d’una vita intera. Dal suo primo al suo ultimo giorno l’uomo, in loro, non ha vita e respiro che nella sua stessa assidua creazione. Santi, martiri, eroi del lavoro! Tale fu Balzac. Tale fu Victor Hugo. Tali furono Dickens, Zola e Bourget. […].

  […] se contro i teorici dell’impersonalità si oppongono quelli che si confessano, dal Goethe di Poesia è liberazione allo Chateaubriand di René, allo Stendhal di Julien Sorel e al Balzac che direttamente mette in scena sè stesso in venti personaggi, è necessario riconoscere che pochi scrittori in Italia continuamente si confessarono, uomini, nei loro libri, quanto Gabriele d’Annunzio il quale — si badi, — dalla prima all’ultima sua pagina non narrò che di sè stesso.



  Lucio D’Ambra, Puccini. Conversazione di Lucio D’Ambra, «Radiocorriere», Torino, Anno XV, N. 47, 19-25 Novembre 1939, p. 4.

 

  La critica, espressione di giudizio minoritario, non ammette mai plebisciti. Dove sente tutti batter le mani, volta sùbito le spalle e storce il muso. Ha fatto così per tutti, Goldoni, con duecento commedie applaudite da tutta Venezia e scritte per i secoli, sta, finché è vivo, sotto il dileggio del conte Carlo Gozzi e compagni. Balzac, dio del romanzo, divorato in ogni pagina da innumerevoli lettori e che non riesce a trovar le ore per dormire tanto lo assediano, per aver da lui sempre nuovi manoscritti, editori e giornali, il giorno che muore ha dal gran critico Sainte-Beuve e relativi satelliti un funerale di seconda classe: «Monsieur Balzac a été un romancier de sécond ordre ...».

 

 

  Lucio D’Ambra, Malattia e morte di Onorato Balzac, «L’Illustrazione del Medico», Milano, N. 63, Dicembre 1939, pp. 17-19.

 

  Mi domandavo in questi giorni in cui il caffè ci è negato, come avrebbe potuto Balzac, in tempi sì immiti, vivere e lavorare. Ché di caffè il grande romanziere – il padre passato, presente e futuro di tutt’i romanzieri del mondo che sono romanzieri sul serio e cioè quelli che il romanzo non lo mettono solamente, falso invito o vana lusinga, su le copertine dei loro libri, ma nel cuore e nello scheletro dei loro racconti, episodio per episodio, pagina per pagina, personaggio per personaggio, per parola, — di caffè, dicevo, il grande romanziere visse e morì. Penso che tutti sappiano in quale modo spinto soprattutto dall’immenso spirito creativo, ma costrettovi anche da un incessante incalzo di cambiali e dalle inesauribili persecuzioni dei creditori, il gran Balzac, morendo a cinquant’anni, potè lasciare ai secoli, nella Commedia Umana, coi suoi cinquanta romanzi e i suoi duemila personaggi, un monumento dello spirito creativo nella letteratura paragonabile solo alla Divina Commedia di Dante e al teatro di Shakespeare. Costretto ad adoperare i suoi pomeriggi per risolvere con giri e visite a editori, a giornali, a banchieri, a strozzini il suo continuo, e quasi quotidiano, problema finanziario, Balzac, di solito rinunziava a pranzi, feste o teatro e si metteva a letto, per dormire sei ore, alle sei di sera. Si ridestava a mezzanotte. Vestito d’una sua famosa tonaca da frate in cachemire bianco, acceso il lume, sedeva al suo tavolino e vi lavorava d’impeto, sempre scrivendo con la sua indecifrabile e volante scrittura di improvvisatore, sino al mezzogiorno. Dodici ore di composizione non interrotta, a metà strada, che dai venti minuti di pausa strettamente necessari a prendere un bagno che riposava lo scrittore dalla stanchezza del primo periodo e lo ristorava per la fatica del secondo.

  Gli era assidua compagna, in queste orgie di notturno lavoro, una grande caffettiera che cameriere e domestici gli preparavano — forte il caffè e senza zucchero. — su la piccola scrivania dov’essa torreggiava imponente. Conteneva una doppia dozzina di tazze di caffè che il romanziere – prese calde le prime due o tre, — mandava giù fredde durante la notte e in mattinata assicurando che ogni tazzina era un’energica frustata per la sua fantasia la quale era quanto mai elastica; e difatti le bastava un minimo stimolo per rimettersi sùbito in corsa. I medici rimproveravano quegli eccessi, così di lavoro come dell’aromatica bevanda. Ma Balzac rispondeva alzando le spalle e ostentando la buona salute. Per di più si vantava: «Ho scritto di questo passo un romanzo in ventitré notti, ho messo giù, questa notte, ben ventisette pagine di volume; la quindicesima parte, cioè, di tutt’il mio nuovo racconto. Due settimane di questo passo e sono a posto. Comincio, senza prendere fiato, il nuovo romanzo». Ancóra i medici rimproveravano: «Attento, maestro. Non sarà sempre così. Moderatevi». Ma sì ... Balzac non prendeva i medici sul serio. Ne raccontava volentieri le degne e nobili vicende. per esempio nel Medico di campagna, e creava, facendola passeggiare di romanzo in romanzo, la figura d’un caro e luminoso medico, il dott. Orazio Bianchon, che è una delle più vive e non dimenticabili creazioni della Commedia Umana. Nella vita, tra i medici che il caso gli accostava, ne aveva uno che, nelle molestie fisiche, mandava a chiamare: il dottor Naquart (sic), ben più anziano del romanziere, ma che seppellì il giovane cliente. Il Naquart rimproverava a Balzac eccessi, disordini, pericoli. Ma, dall’altra parte, indulgeva. «Il caro grand’uomo non può vivere che così, — diceva. — La sua opera è a prezzo di questo suo modo di vivere frenetico e disordinato». E, in sé concludendo che genio e follia stanno spesso di casa insieme, lasciava che il Balzac vivesse a modo suo. Tre o quattro volte fu chiamato, in tanti anni di pazzo lavoro e di caffè ad altissima dose, a soccorrere in fretta e furia il Balzac che. in preda a grossi capogiri che lo mandavano a terra lungo disteso o per subitanee congestioni dovute ad incidenti varii della sua disordinata circolazione, ricorreva al medico perché aveva in quei momenti brutti, lui assetato affamato di vivere e discrivere una paura matta di morire. E il dottor Naquart, cavato al romanziere un po' di sangue poiché troppo — corpulento e sedentario, – ne ammassava in arterie e vene, lo metteva in letto per tre giorni, caldi i piedi, fresca la testa con qualche borsa di ghiaccio. Ma al secondo giorno Balzac era già in piedi. E, se non proprio a comporre pagine nuove, il dottor Naquart lo trovava a rivedere bozze dei romanzi già scritti che dovevano uscire in volume. Naquart avvertiva: «Badate. Vi ammazzerete ...». Ma Balzac sorrideva: «Non dite sciocchezze, caro dottore. Io sto benissimo». Ché credeva di essere in regola con l’igiene quando poteva dichiarare ai medici: «Lavoro e caffè sono il mio solo eccesso. Ma ristabiliscono per me l’equilibrio perfetto la mia esemplare sobrietà a tavola e la mia quasi assoluta castità ...». Ché, passati i fumi della prima gioventù, Balzac aveva dato il cuore a una donna lontana la quale, letti i suoi primi romanzi, gli aveva scritta una lettera di vivacissima ammirazione. La gentildonna polacca, maritata, viveva nelle sue terre in Russia. Si chiamava la Contessa Hanska. Ma il Balzac volle per sé ribattezzarla e la chiamò la «Straniera». Ben presto la Straniera fu territorio sentimentale dispoticamente annesso ai paesi romantici del gran romanziere. Non bastava nottetempo, al caro grand’uomo, avere tanto da scrivere per i suoi romanzi che le appendici dei giornali parigini divoravano e che gli editori di continuo stampavano e ristampavano tanto si era, a dispetto della critica negligente od avversa, sviluppino il successo di Balzac nel gran pubblico. Tra un capitolo e l’altro del romanzo in corso, Balzac trovava tempo per scrivere a madame Hanska meravigliose e formidabili lettere in cui l’adorava con le più deliziose invenzioni della tenerezza, mentre tutto le raccontava di sé, delle sue opere, dei suoi incontri, della sua solitudine, dei suoi debiti, delle sue troppe fatiche per sistemarli e, in fondo, del suo gran sogno, che era quello di potersi un giorno unire alla contessa, preparandole a Parigi un sontuoso appartamento degno di lei e dicendole: «Venite qui, mia adorata, a vedermi lavorare stando io sempre in ginocchio davanti a voi ...».

  Quasi il Cielo favorisse questi coniugali disegni, la contessa Hanska rimase vedova. Tuttavia ella non corse da Balzac a dirgli di sposarla, né Balzac se ne andò subito in Russia per caricarsi su le robuste braccia la sognata sposa e portarsela via. S’erano giù incontrati in varie città d’Europa per felici ma brevi soggiorni: a Dresda, a Vienna, anche a Roma dove, di primavera, romanziere e musa coabitarono in una locanda del vicolo Alibert, dietro via del Babbuino, nei pressi della piazza di Spagna e di quel Caffè Greco in via Condotti, ancóra esistente, dove Balzac incontrava scrittori e artisti italiani e stranieri e beveva, tazze su tazze, il miglior caffè dell’urbe cattolica. Di matrimonio, sì, si parlava. Ma era sempre dilazionato. Ché madame Hanska aveva in Russia interessi grossi che non poteva lasciare senza averli ben bene sistemati e a Parigi il Balzac, per quanto lavorasse come un martire tutte le notti, non era uscito ancóra dai guai e non poteva, perpetua vittima delle scadenze, metter su casa. Per di più ambiva un seggio all’Accademia e, per quanto trafficasse intorno alla candidatura, vi fu — incredibile a dirsi! — ben due volte bocciato.

  Era già malato di cuore, dopo i quarant’anni: ma non lo sapeva. Imperterrito ottimista, dava ai suoi disturbi le spiegazioni più rassicuranti: indigestioni, gastralgie, reumatismi, necessità d’alleggerire un po' il sangue, forse bisogno di dormir di più e di lavorare meno. Singolare è vedere come, a mano a mano che la malattia già entrata in lui più si faceva sentire, Balzac sempre più sfuggisse ai medici. Ché ne aveva gran paura: temeva che gli dicessero, con prove alla mano, ch’era oramai necessario, per vivere, lavorare meno, riposare di più, mettere ordine nelle sue tempestose giornate, non correre mezz’Europa per scambiare con una donna due sospiri in una città straniera e lontana, bere meno caffè o addirittura sopprimerlo. Così si giunge, senza mai serii controlli sopra il suo stato, al 1847. Balzac si avvicina a grandi passi alla cinquantina. Ha messo su casa per madame Hanska in via Fortunée. La sposa ha promesso di venire presto. Ma Balzac, lavorando ancòra di più, si crea una sosta possibile nel suo lavoro e va a prender lui la sposa a casa del diavolo: cioè in Ucraina o, più precisamente, nel bel castello di Vierzchownia. Sta in Russia, il romanziere, tutt’un inverno. Laggiù i più lo conoscono, tutti lo onorano: e ci si trova benissimo. Ma la sposa non può muoversi ancóra. E Balzac deve ripartire solo per Parigi che trova tutta sossopra per gli avvenimenti politici del 1848. Anche gli abbellimenti della futura casa coniugale in via Fortunée aggravano la situazione: ché ci sono altri centomila franchi di spese supplementari e Balzac deve pagarli. Il che vuol dire ancóra lavorare, sempre lavorare, più che mai lavorare, senza riposo, gigante della facile e spontanea creazione, vulcano della genialità in perpetua eruzione. Messe a posto le cose, in autunno riparte per la Russia, ché oramai – tanto è l'amore e soprattutto il bisogno d’avere caldo d’affetti nella sua solitudine, — fa quel gran viaggio con disinvoltura, come se fosse la stessa cosa che andare da Parigi a Versailles. Ma nel nuovo viaggio prende freddo. Arriva presso madame Hanska con una fiera bronchite e una gran febbre. Amorosamente lo cura il dottor Knothe che è il primo a diagnosticare apertis verbis una malattia di cuore già grave sotto l’affanno dei bronchi presi. Il romanziere capisce e non capisce. Poi, per quanto voglia illudersi, deve aprire gli occhi. Tuttavia l’ottimismo fondamentale del suo magnifico e generoso carattere lo riporta a relativa serenità. Malato di cuore? C’era da aspettarselo. Ha troppo lottato. Ha troppo lavorato. Come madre formidabilmente feconda egli ha generato un mondo intero. E può mai tanto sforzo non costare caro? Tuttavia vivrà e lavorerà anche col cuore malato. Ci sono farmaci sicuri per ridare a un cuore stanco le energie che gli sono venute a mancare. E Balzac si leva dal letto. Si rimette a lavorare a quelli che saranno i suoi ultimi romanzi, uno che riuscirà a finire, l’altro che lascerà interrotto. Sta meglio. Si rinfranca. Spera ancòra. E ricade malato: daccapo i bronchi, daccapo il cuore. Si va avanti così per tutto l’anno 1849. E c’è di peggio. Perché la contessa Hanska possa rimaritarsi con uno straniero ci vuole uno speciale permesso dello Zar. E questi rifiuta il consenso. Balzac si dispera. Ma la signora Hanska escogita con gli avvocati il rimedio. Basta che la ricca signora rinunzi ai suoi beni in favore dei figli e il matrimonio sarà possibile. Tanto smania il gran Balzac che Evelina, pensando che il suo povero grand’uomo l’aspetta oramai già da vent’anni, non ha più il coraggio di dirgli no. Cede la fortuna ai figli facendosi assicurar da loro, con tanto di carte in perfetta regola, una cospicua rendita annua. E sposano il 14 marzo 1850. Ma non possono, come vorrebbero, partire sùbito per la Francia e la bella casa che aspetta, preparata da Balzac con tanto amore. Di nuovo il cuore malato cede nella troppa commozione del matrimonio così a lungo sognato e della felicità finalmente raggiunta. Ci vuole un mese prima che Balzac si rimetta della nuova scossa. Partono così solo il 25 aprile e, dopo un viaggio quanto mai faticoso, arrivano a Parigi, di sera, alla fine del mese di maggio. Balzac, che non ne può più, entra nella casa dell’amore per mettervisi a letto. Tuttavia si rialza. Riprende il lavoro, avendo Evelina filialmente accanto al tavolino. Dichiara di sentirsi bene, pronto ancóra a metter giù opere su opere, anche senza caffè dato che moglie e medici gli tolgono la tanto amata bevanda. Gli amici, spauriti, s’interrogano con gli occhi. Non avendolo veduto quasi per due anni, non riconoscono più Balzac. Il male l’ha sfigurato. Intanto l’estate sta per venire. Balzac si propone di partire verso i Pirenei. Vuole respirare aria salina a Biarritz e lavorare in santa pace davanti al mare. Ma il male precipita. Le gambe cedono: non può più camminare. I medici lo rificcano in letto. Desolato, scrive a Teofilo Gautier: «Non posso più né leggere né scrivere …». E aggiunge: «Devo vivere così, immobile come una mummia, almeno per due mesi— Figurarsi il mio supplizio!». Gli amici vengono a visitarlo e vanno via spaventati dal suo estremo pallore. A Parigi comincia a spargersi la notizia: «Balzac è finito, irreparabilmente condannato ...». Anche il gran romanziere sospetta, rimuginando al buio e nella solitudine nel suo letto, che sia giunta l’ora della fine. Ha chiesto al medico a bruciapelo: «Per quanto tempo io posso, secondo voi, vivere ancóra?» E poiché il medico non gli risponde, Balzac lo rimprovera: «Coraggio! Mi credete forse un ragazzino? Vi ripeto che io non posso morire come un uomo qualunque. Un uomo come me deve un testamento al suo pubblico ...». Il medico non comprende: crede che Balzac parli di vere volontà testamentarie. E, quando il romanziere insiste chiedendo se potrà durare ancóra sei mesi, il medico, per scrupolo di coscienza. scuote il capo negativamente. «Non mi accordate — gridò Balzac, — neppure sei mesi? Ma mi darete almeno sei settimane di vita! Sei settimane, con la malattia, sono ancóra l’eternità. Un’ora è un giorno intero e, nell’insonnia continua, non si perdono le notti ...». Senonché il medico, muto, con gli occhi aveva l’aria di non creder neppure nelle sei settimane. E Balzac supplica: «Almeno qualche giorno ... Qualche giorno sì, ve ne scongiuro» ... A questo punto il medico consente ad aprire bocca: «Caro Balzac, non rimettete a domani ciò che oggi potete fare ...». Balzac ha compreso. Un terribile sguardo, e ricade sul suo cuscino Da quel momento comincia l’agonia. Lo si sente, ad occhi chiusi, chiamare i medici, ma non già quelli della realtà; bensì quelli creati dalla sua fantasia d’artista, i suoi personaggi, i medici immaginarii messi al mondo da lui e più vivi dei vivi: «Chiamate Bianchon … Fate venire subito il mio caro Bianchon … Certo Bianchon mi salverà …». Verso sera, messo in allarme dalle voci che correvano dappertutto a Parigi, Victor Hugo viene a trovare Balzac. Ed ecco come Hugo racconta la visita suprema nelle sue Cose viste: «Attesi qualche istante. La candela illuminava pallidamente lo splendido mobilio del salotto e le magnifiche pitture di Porbus e di Holbein sospese alle pareti. Il busto di marmo si alzava vagamente nella penombra quasi fosse lo spettro dell’uomo che stava per morire. Già un odore di cadavere empiva la casa. Poi, su per una scala coperta da una guida rossa e piena di oggetti d’arte, quadri, statue, vasi, entrammo in un corridoio. C’era aperta, in fondo, una porta. Sentii un rantolo alto e sinistro. Era la camera di Balzac ... Una vecchia donna, l’infermiera e un domestico stavano ai piedi del letto, ai due lati …». La vecchia donna era la madre del gran romanziere il quale, chiusi giù gli occhi sopra la vita, non vide il grande poeta che lo contemplava in silenzio, le pupille velate di lacrime, tremanti le mani, dicendogli addio. Victor Hugo dà al moribondo un ultimo sguardo di profonda pietà. Il volto di Balzac è livido. La fine è dunque imminente. E Hugo traversa di nuovo il salotto in cui — egli dice, – «ritrovai il busto immobile, impassibile, altero e quasi raggiante vagamente: e paragonai la morte all’immortalità».

  Era il 18 agosto del 1850. Balzac aveva cinquantun anno. La partecipazione del decesso era n nome della «signora Eva de Balzac, nata contessa Rzewuska, sua vedova ...». Il matrimonio è durato quattro giorni più di cinque mesi, sufficienti, dicono, per aver fatto sentire a entrambi i coniugi che avevano completamente sbagliato e che il gran sogno consumato in diciassette anni di meravigliose lettere non era, a stringerlo, che una miserevole realtà. E forse l’autore delle Illusioni perdute morendo vide d’avere perduto, in Eva vista da vicino, anche la sua ultima e immensa illusione per l’«Etrangère». Intanto Victor Hugo, al cimitero, con la sua gran voce e la gloria enorme, pronunziava l’addio supremo con altissime parole: «Dite se non è vero, tutti voi che mi ascoltate. Simili bare dimostrano l’immortalità. Alla presenza di così illustri morti più che mai chiaramente noi sentiamo i destini più che umani di quell’intelligenza che attraversa la terra per soffrire e per purificarsi e che è chiamata: l’Uomo. E ci diciamo come sia impossibile che quanti furono genii durante la loro vita non siano, dopo la morte, anime!».

  C’erano quel giorno ad ascoltare Victor Hugo parlare così del gran Balzac a metà misconosciuto, illustri uomini della vita caduca, oggi tutti ombre: ministri e ambasciatori che nessuno più ricorda, accademici vivi ancóra solamente negli annuarii polverosi dell’Accademia, letterati, musicisti, giornalisti effimeri e dimenticati. Vite cancellate, fame scomparse, cimitero umano dei poveri. Ma Balzac e Hugo sono vivi di là dal secolo e dai secoli e, genii dell’umanità, illuminano il mondo. Il funerale di Balzac, di piena estate, quasi col solleone, non era stato imponente e qualche critico, seguendo il feretro, continuava ad essere sordo e cieco com’era giù stato vivendo il gran romanziere. Ché lo avevano, i più, considerato un romanziere di second’ordine e gli preferivano gente mediocre. E Balzac soffriva e sperava: soffriva dei contemporanei e sperava nei posteri, ché ben sapeva quel particolare carattere del genio per cui un uomo nasce, soffre, lavora e muore in un secolo per vivere immortalmente in tutti gli altri.

 

 

  Arturo Farinelli, Strindberg, «Nuova Antologia», Roma, Società Anonima «La Nuova Antologia», Anno 74, Fascicolo 1607, 1° Marzo 1939, pp. 49-66.

 

  pp. 51-52. Unica palestra allo sviluppo di tante vicende: il cuore del poeta, sensibilissimo. Dalle sue ferite sembra sgorgare il sangue che prorompe dal cuore dei milioni. E di sì tenero tessuto è fatta quest’anima che trema ad ogni soffio di dolore, al primo annuncio di un pericolo! Al minimo tocco vibra come arpa eolica. Gli accordi più dolci e i più aspri sono su toni che annunciano l’avvicinarsi e l’imperversare dell’uragano. Evidentemente anche l’enfant prodige di Balzac, Louis Lambert, che affascinava lo Strindberg, non era capace d’una vibrazione sì forte di tutti i nervi dell’anima scossa e come franta al minimo eccitamento! Il suo stesso meditare sui segreti della vita lo afferrava con inaudita violenza; le sue commozioni erano così profonde e struggenti da rimanerne immobile, arreso al pensiero folle che il suo spirito agisse interamente separato dal corpo.

 

  p. 62. Limpida come cristallo è la sua [di Eleonora del Giuoco di Pasqua] parola e pura come mitezza d’angelo il suo sentimento. Obliosa della terra migra alle sfere celesti come la Seraphita (sic) di Balzac. Può immaginarsi qualcosa di più tenero che il dolore della piccina per la perdita del caro orologio a pendolo? «Eccolo il mio pendolo! C’era quando io nacqui, ed esso ha misurato i miei giorni e le mie ore. Odi? batte come un cuore, proprio come un cuore, e si è fermato all’ora in cui il nonno morì. Addio, caro pendolo, possa tu di nuovo fermarti tra poco!». A questi tenui tratti si riconosce il maestro.

 

 

  T. Fiore, Sainte-Beuve, «Rassegna di Studi Francesi. Periodico bimestrale», Bari, Anno XVII, N. 2, Marzo-Aprile 1939, pp. 56-71.

 

  p. 64. Ma che cos’ha contro Balzac da vituperarlo in quel modo? (6). Se questi lo aveva mal imitato nel noto romanzo «Le Lys dans la Vallée», con ciò stesso si era punito da sè. Che cosa dunque può spingerlo a serbar rancore? A non metter fuori sempre tutti i pensieri di «derrière la tête»? Che gusto è mai questo di graffiare a volta anche quando accarezza?(7).

 

  Note.

 

  (6) «Le choix de Balzac» all’Accademia, «serait immonde»(!); in Poisons, p. 45 e n. E nel suo primo studio del ‘34: «Balzac est une marchande de mode, ou mieux, c’est une marchande à la toilette. Et, en effet, que de belles étoffes chez lui! Mais elles ont été portées, il y a des tâches d’huile et de graisse presque toujours que j’ai besoin de me laver mes mains et des (sic) brosser mon habit». Vedi A.-J. PONS, op. cit, p. 249 sgg. Vero è poi che la riparazione venne, dopo la morte del romanziere.

 

  (7) Ha ragione il Brunetière a dire che sono stati i suoi insuccessi come poeta e come romanziere a turbarlo: «Rien n’a pu contribuer, jusque dans ses derniers écrits, à troubler son impartialité de juge et sa sérénité de critique. Poète et romancier, parce qu’il avait un art, un style, une manière à lui, il n’a pu prendre sur lui d’être équitable aux poètes ou aux romanciers ses contemporains. Il n’a été généralement juste ni pour Hugo, ni pour Lamartine, ni pour Vigny, ni pour Musset, ni pour Balzac; et même, quand il en a fait, comme souvent, de justes critiques, la justesse en est corrompue par une espèce d’aigreur qui s’y mêle. […]».

 

 

  Piero Gadda-Conti, Moti del cuore. XIX, «Nuova Antologia», Roma, Società Anonima «La Nuova Antologia», Anno 74, Fascicolo 1620, 16 Settembre 1939, pp. 166-189.

 

  p. 179. In questi giorni Davide guarda Clara, mi sembra, con più intensità e voracità dell’usato: si rifornisce, come un cammello prima di una traversata desertica. Poi ruminerà. I grandi amorosi sono dei grandi ruminanti. Pensa allo straordinario amore di un Balzac per Madama Hanska: quanti anni, è stato, senza vederla! Un Sahara. Ma che cammello!

  – Hanska? Mai sentita nominare, — confessò Catulla, candidamente. Però stava più attenta. Quando Lorenzo dava nel letterario la interessava: erano pillole di cultura gratuita. Perché la giovane donna non desiderava restare incolta; purché non le costasse fatica, era anche disposta ad istruirsi

 

 

  Angelo Gatti, Gabriele d’Annunzio, «Nuova Antologia», Roma, Società Anonima «La Nuova Antologia», Anno 74, Fascicolo 1615 1° Luglio 1939, pp. 14-27.

 

  pp. 16-17. Chi legge Cervantes, Goethe, Dickens, Thackeray, Stendhal, Flaubert, Tolstoi, Dostojewsky, Turgheniev, anche i nostri Nievo, Fogazzaro, Verga, passa fra una turba di giovani e di vecchi, di ricchi e di poveri, di felici e d’infelici; l’uno corregge, spiega, giustifica l’altro; parole e atti di simpatia, di bontà, di compatimento vanno insieme con le ingiurie, con le provocazioni, con le violenze: il mondo è commisto di bene e di male. E se Balzac può riempire un libro intero delle avventure terribili e pietose del Père Goriot o di Eugénie Grandet, la Commedia umana è vastissima rappresentazione di mille uomini, in mille stati, con mille passioni e mille interessi diversi. Non così il d’Annunzio.

 

 

  Lo Duca, Paul Cézanne (1839-1939), «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte e di cultura», Bergamo, Anno XLV, N. 1, Gennaio 1939, pp. 3-18.

 

  pp. 8 e 10. La serenità dell’opera maggiore non deve farci dimenticare l’ansia, l’angoscia che ha dominato il lavoro del Maestro d’Aix. Egli stesso aveva sorpreso un ritratto di sé stesso in un personaggio di Balzac: il pittore Frenhofer, della breve novella Le Chef-d’oeuvre inconnu. Il genio balzacchiano aveva dunque risolto in anticipo il problema teorico e nello stesso tempo psicologico di Cézanne. Ma nella sua ricerca dell’assoluto Frenhofer era scivolato nella paranoia; Cézanné conservò il suo equilibrio, sostenendosi con la solitudine e con un lavoro accanito, senza tregua. A 64 anni, Cézanne ha un’affermazione incondizionata, decisa: «...je dois travailler». Frenhofer, nonostante il lusinghiero rapporto col pittore d’Aix, è dunque lontano.

  È strano osservare che il personaggio fantastico dell’autore della Comédie humaine ha indovinato Cézanne; mentre un altro personaggio, fatto interamente su di lui, l’abbia completamente falsato. Parliamo del pittore Claude Lantier, fabbricato da Zola.

 

 

  Lo Duca, La fotografia ha cent’anni, «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte e di cultura», Bergamo, Anno XLV, N. 4, Aprile 1939, pp. 205-216.

 

  p. 216. Col tempo, la fotografia istituisce una sorta di Stato Civile illustrato. Balzac, che cercava sulle tombe e sulle insegne nomi singolari ed eloquenti per le sue innumerevoli creature, se fosse vissuto più in là non si sarebbe privato di sfogliare gli album — raccolte di fisionomie conservate — per eccitare il suo genio.

 

 

  Furio Lopez-Celly, Il romanzo storico in Italia. Dai prescottiasni alle odierne vite romanzate, Bologna, Licinio Cappelli editore, 1939.

 

  p.85. Sansone Uzielli, nel ’23-’24, nell’Antologia, parlò con senno dei grandi pregi e dei difetti del romanzo storico in genere, di W Scott in particolare, notando che la storia non deve soltanto ricordare gli avvenimenti politici, e lo stato morale, civile, economico della società, ma anche far vedere «l’interno delle famiglie e il loro vivere domestico, i costumi, l’educazione, le consuetudini, le opinioni, i pregiudizi». E definiva il romanzo vero supplemento della Storia. E il Balzac consigliava che, nello scrivere un romanzo storico, si tralasciassero i grandi personaggi e i grandi avvenimenti e si considerassero esclusivamente i costumi e il colore dell’epoca trattata.

 

  pp. 136-137. E allora, mi si potrebbe obiettare, perché insistere tanto su di un semplice abbozzo? Anzittutto per la genesi e formazione dei Promessi Sposi. E poi perché ancora s’insiste nell’ammirazione di certi episodi, per quel che sono, non per quel che saranno in seguito, come gli amori di Geltrude e la fuga pazzesca e scenografica del mentecatto don Rodrigo; e perché, da certi critici, si continua a definire questa romantica, fosca e goffa falsariga, vera e definitiva opera d’arte, con la quale il Manzoni avrebbe potuto avere «una fortuna popolare e mondiale accanto a Scott, Balzac, Hugo». Eh via! Queste sono idolatrie belle e buone. […].

  […] ma paragonare un goffo prodotto della Morale Cattolica, una semplice congerie di materiale, alla salda e ardita opera del Balzac, in cui, al posto dello stile incerto degli Sposi Promessi troviamo uno spregiudicato lordo stile senza pentimenti; al posto di incertezze, acute analisi e rapide sintesi; paragonare un prodotto amorfo, discontinuo, incerto, pieno zeppo di pregiudizi, di impedimenti storicistici, di scrupoli religiosi, con l’azione rapida, la sicura violenza e intemperanza e abbondanza e gagliardia del grande Autore della Comédie humaine, mi sembra non solo ridicolo, ma esteticamente indecente. E ridicolo e indecente è anche paragonare questo informe copione degli Sposi Promessi all’opera di Hugo, farraginosa, turbinosa, limacciosa, lotosa, greve, lorda quanto volete, ma potente e, nella sua turgidezza, definitiva, e sicura anche nei suoi difetti. Giudicare così del Balzac e dell’Hugo è un menomarli, un abbassarli. I quali, caso mai, potrebbero essere paragonati, per potenza e nobiltà d’ingegno, al Manzoni dell’opera definitiva, non certa dell’opera definitiva, non certamente agli abbozzi d’uno scrittore, anche quando questo scrittore si chiami Alessandro Manzoni.

 

  pp. 192-193. Il Tommaseo voleva che il romanzo «dipingesse le cose del tempo proprio, perché così diventava autorevole monumento di quel tempo, e le testimonianze del romanzo erano documenti agli eruditi avvenire». Proprio come voleva il Balzac. Giacché, per romanzo storico, non s’intende soltanto l’armamentario solito e fragoroso, il misterioso e il nostalgico per le lontane età; esso non è soltanto «una forma di didascalismo storiografico, indirizzata a divulgare in modo gradevole e propedeutico la notizia di certi avvenimenti storici, e principalmente ad istruire attorno al costume e al modo di sentire di una particolare età o momento storico» […]. Si potrebbe obiettare, inoltre, che anche i romanzi del Balzac, sotto questo punto di vista, sono documenti storici, avendo questo Grande riprodotto il suo tempo nelle sue passioni e nei suoi costumi, ritraendoci la storia naturale della vita, e subordinando la psicologia alla fisiologia. Ma quello di Balzac non è il romanzo voluto coscientemente dal romanziere storico, il quale non studia la società in generale, ma delimita il suo tempo, restringe il suo intento, valorizza certi ideali di patria.

  p. 201. Ma per romanzo ciclico si potrebbe intendere anche la serie dei romanzi del Dumas che illustrano la storia di Francia, l’opera possente del Balzac che «s’immaginò spettatore e pittore dei costumi, dei fatti, dei caratteri sociali che si possono osservare e ritrarre in un’esistenza sola»; […].

 

  p. 209. Anche il Rovani, evidentemente, ricevè il motivo, per la sua concezione, dalla Comédie humaine. Ma, oltre che del Balzac, si odono, nella sua opera, le voci del Le Sage, del De Koch (sic) e del Sue.

  p. 217. In Francia, Stendhal e Balzac, con i loro intendimenti di realismo e di psicologia, tentano quanto più possono di obbiettivarsi; e questo obiettivismo sarà raggiunto con la prosa del Flaubert che realizza una precisione salda, vibrante, al cui paragone le prose di Hugo, Balzac e Maupassant manifestano tutta la loro incompiutezza. […] Hugo, Balzac, Maupassant hanno «concepito l’importanza del problema formale in una maniera astratta, dietro preoccupazioni riguardanti la personalità umana, il materiale psicologico, lo svolgimento avventuroso. Essi non hanno una costante e forte capacità intuitiva, né forza di penetrazione illuminata come il Flaubert.

 

  p. 220. Fu il Rovetta paragonato da un critico francese, Paul Hazard, nella Revue des deux mondes, nientemeno che a Balzac! A Balzac che, anche nelle sue più macchinose azioni, dove par che s’accumuli tutto il ricordo delle amate letture di libracci d’avventure e polizieschi, sfolgora sempre di una pagina in cui l’anima umana è frugata, voltata, studiata, rivelata, nelle sue più nascoste latebre; al Balzac, dove la macchina fantastica spesso inverosimile si alza con tutta la serietà e l’implacabilità della verosimiglianza, non per rimanere statica, ma per agitarsi forsennatamente sotto il vento di tutte le passioni. Il movimento stesso dell’azione apporta, nel Balzac, la forza della rivelazione. Quei suoi personaggi, nel muoversi avventurosamente, manifestano la loro energia intima, denudano i loro segreti spirituali. Il macchinario inverosimile, così comune nella vastità ciclica balzachiana, è, per il narratore francese, un’ascensione negli spazi. Il movimento lo inebria. La profondità egli la trova nell’azione stessa. Tutto il contrario di Rovetta: statico, fotografico, superficiale, inanimato anche nei personaggi dei romanzi umoristici, i migliori, che son veduti sempre dall’esterno, dall’aspetto esteriore, dalla fascia corporea.

 

  p. 227. Fate entrare entro questo ben composto mondo di serra un diavolone d’ingegno come, p. es., il Balzac, col suo chiasso, con la sua agguerrita indisciplinata prosa piena zeppa di saggezza aforistica, con la sua strafottente feracità di immagini, con quell’impeto di chi s’avventa alla conquista, tutto dedito, com’è, a tipeggiare efficacemente alla brava; stimolato, com’è, e sperimentano sempre nei contatti del mondo esterno, di cui respira l’atmosfera, ode le ansie, ricerca le passioni; e vedrete, al confronto, la miseriola di questi nostri minuscoli contemporanei narratori sempre intenti a potarsi, a scartarsi nelle loro troppe sensazioni, piegati a chiarire se stessi e il loro piccolo orto ben difeso da fitte siepi; sentirete tutto il fetore delle chiesuole in cui si sono formati e maturati, e da cui appena si sollevano permettersi in rilievo.

 

 

  Ivo Luzzatti, Caterina de’ Medici (1519-1589). Con 16 tavole, Milano, Aldo Garzanti Editore, 1939.

 

  p. 86 e nota 1 p. 103. Vi era però chi sosteneva a corte che la vera colpa di quella situazione dovesse esser attribuita al marito, e Brantôme, sempre geloso di pettegolezzi, ci riferisce la voce allora molto diffusa che Enrico avesse un difetto di conformazione che, senza un atto operatorio a cui ostinatamente si rifiutava, gli avrebbe impedito d’esser padre1.

 

  1 Ne parla anche Balzac nel suo libro Catherine de Médicis. (sic).

 

  pp. 125-126. Non si è mai potuto accertare chi fosse stato il paraninfo di quella relazione. I dubbi caddero su Caterina e sul connestabile entrambi interessati alla detronizzazione della duchessa di Valentinois. «… madame Diane, étant malade (nel suo castello di Anet), scrive Balzac, pria le roi d’aller a S. Germain pendant qu’elle se remettrait. Cette haute coquette ne voulait pas être vue au milieu de l’appareil nécessaire à la Faulté, ni sans l’éclat de la toilette. Catherine fit composer, pour recevoir le Roi à son retour, un magnifique ballet où six jeunes filles devaient lui réciter une pièce de vers. Parmi ces jeunes filles, elle avait choisi miss Flaming, parente de son oncle le duc d’Albany, la plus belle personne qu’il fût possible de voir, blonde et blanche; puis une de ses parentes, Clarisse Strozzi, magnifique Italienne dont la chevelure noire était superbe et les mains d’une rare beauté, mademoiselle Lewistone, demoiselle d’honneur de Marie Stuart, Marie Stuart elle même; mademoiselle Elisabeth de France (figlia di Caterina) qui fut cette si malheureuse reine d’Espagne et madame Claude (altra figlia della regina). Elisabeth avait neuf ans, Claude huit ans. Marie Stuart douze. Evidement (sic), la reine avait voulu faire ressortir Clarisse Strozzi, miss Flaming et les présenter sans rivales au choix du roi». [Tutte le citazioni balzachiane sono tratte da Sur Catherine de Médicis, come segnalato dall’A. nelle note al testo].

  Abbiamo però ragione di nutrire forti dubbi sulla veridicità del racconto dell’illustre romanziere il quale, d’altronde, in quel suo studio su Caterina de’ Medici, incorre in numerosi e gravi errori storici. Siamo invece più propensi credere alla versione data dall’ambasciatore Contarini, anche perché egli viveva a quell’epoca alla corte di Francia e sopratutto perché i rapporti degli inviati della Serenissima sono sempre i più precisi.

  p. 151. Racconta un cronista dell’epoca che «non era mai tante allegra come quando qualcuno lanciava una buona satira centro lei stessa e più questa era amara, rude e grossolana. più contenta era».

  Quelle calunnie però, furono raccolte e tramandate ed anche lo stesso Balzac, uno degli scrittori a lei più favorevoli, ammise che «à la mort du roi, la reine Catherine se trouva donc en commerce de galanterie avec la vidâme de Chartres». La moderna critica ha fatto ormai piena giustizia ed almeno, per quanto riguarda la sua condotta privata, l’ha assolta da ogni accusa.

 

  pp. 158-159. « A cette époque, les Sciences occultes se cultivaient avec ardeur qui peut surprende (sic) les esprits incrédules de notre siècle si souverainement analyste; peut-être verront ils poindre dans ce croquis historique le germe des Sciences positives, épanouies au XIX siècle, mais sans la poétique grandeur qu’y portaient les audaciaux (sic) chercheurs du XVI siècle; lesquels, au lieu de faire de l'industrie, agrandissaient l’art et fertilisaient la pensée. L’universelle protection accordée à ces Sciences par les souverains de ce temps était, d’ailleurs, justifiée par les admirables créations des inventeurs qui partaient de la recherche du grand œuvre pour arriver à des résultats étonnants. Aussi jamais les souverains ne furent-ils plus avides de ces mystères. Les Fugger en qui les Lucullus modernes reconnaitront leurs maîtres, étaient certes des calculateurs difficiles à surprendre; eh bien, ces hommes si positifs qui prêtaient les capitaux de l’Europe aux souverains de XVI siècle endettés aussi bien que ceux d’aujourd’hui, ces illustres hôtes de Charles-Quint, commanditèrent les fourneaux de Paracelse. Au commencement du XVI siècle, Ruggeri le Vieux fut le chef de cette université secrète d’où sortirent les Cardan, les Nostradamus et les Agrippa, qui tour à tour furent les médecins des Valois, enfin tous les astronomes, les astrologues, les alchimistes qui entourèrent à cette époque les princes de la chrétienté, et qui furent plus particulièrement accueillis et protégé (sic) en France par Catherine de Médicis».

 

  p. 184. Intanto il re si era improvvisamente ammalato. Secondo alcuni [Balzac, Sur Catherine de Médicis, cfr. nota 35, p. 187] sembra che un giorno, mentre faceva una gita in barca sulla Loira, avvertisse un forte dolore ad un orecchio, forse causato da un colpo d’aria fredda, tanto che dovè subito rientrare e mettersi a letto.

  pp. 195-196. Non potendo nè volendo quindi impiegare la forza, evidentemente non le restava che l’arma favorita, l’astuzia. Se: legarsi a nessuno dei due partiti, ma ricercarne l'equilibrio gettando di volta in volta il peso della Corona dalla parte del più debole per impedirne la distruzione per opera del più forte. Con simile politica, che non è quella del divide et impera, come qualche storico ha erroneamente sostenuto, ella «a sauvé la couronne de France: elle a maintenu l’autorité royale dans des circonstances au milieu des quelles plus d’un grand prince aurait succombé. Ayant en tête des factieux et des ambitions comme celles des Guises et de la maison de Bourbon, des hommes comme les deux cardinaux de Lorraine et comme le deux Balafré, les deux princes de Condé, la reine Jeanne d'Albret, Henry IV, le connétable de Montmorency, Calvin, les Coligny, Théodore de Bèze, il lui a fallu déployer les plus rares qualités, les plus précieux dons de l’homme d'Etat, sous le feu des railleries de la presse calviniste. Voilà des faits qui, certes, sont incontestables. Aussi, pour qui creuse l’histoire du XVIe siècle en France, la figure de Catherine de Médicis apparait-elle comme celle d’un grand roi. Les calomnies une fois dissipées par les faits péniblement retrouvés à travers les contradictions des pamphlets et les fausses anecdotes, tout s’explique à la gloire de cette femme extraordinaire, qui n’eut aucune des faiblesses de son sexe, qui vécut chaste au milieu des amours de la cour la plus galante de l’Europe, et qui sut, malgré sa pénurie d’argent, bâtir d’admirables monuments, comme pour réparer les pertes qui causaient les démolitions des calvinistes, qui firent à l’art autant de blessures qu’au corps poli- tiques. Serrée entre des princes qui se disaient les héritiers de Charlemagne et une factieuse branche cadette qui voulait enterrer la trahison du connétable de Bourbon sous le trône, Catherine, obligée de combattre une hérésie près de dévorer la monarchie, sans amis, a employé la plus dangereuse, mais la plus certaine de la politique, l’adresse! Elle résolut de jouer successivement le parti qui voulait la ruine de la maison des Valois, les Bourbons qui voulaient la couronne et les réformés, qui rêvaient une république impossible. Aussi, tant qu’elle a vécu, les Valois ont-ils gardé le trône».

  Catherine avait en effet, au plus haut degré le senti- ment de la royauté; aussi la défendit-elle avec un courage et une persistance admirables. Les reproches que les écrivains calvinistes lui ont faits sont évidemment sa gloire, elle ne les a encourus qu’à cause de ses triomphes. Pouvait-on triompher autrement que par la ruse? Toute la question est là».

 

  pp. 196-197. Molti critici puritani e severi Catoni di tutte le confessioni, ma specialmente protestanti, hanno elevato aspre critiche accusando Caterina di duplicità e finzione e d’aver fatto assurgere l’inganno all’altezza d’arma politica. Ad essi opponiamo lo stesso interrogativo di Balzac: era possibile, operando diversamente, salvare la Corona?

 

  pp. 367-368. Quello statuto ebbe l’entusiastica approvazione del Papa e di Filippo II, i quali, sperando poter sfruttare la Ligue come strumento della loro azione in Francia, cercarono in tutti i modi di aumentarne la potenza.

  «Fanatisme, discipline, service d’ambitions particulières, germes de tyrannie démagogique, soumission du spirituel au temporel, voilà une organisation qui a tout pour réussir brillament (sic) et dangereseument (sic) pendant dix ou quinze ans, et pour se décomposer après, sous le travail du vieu (sic) levain critique».

 

 

  Giovanni Macchia, Baudelaire critico, Firenze, G. C. Sansoni – Editore, 1939 («Pubblicazioni della Scuola di Filologia Moderna della R. Università di Roma», V).

 

Baudelaire critico d’arte.

 

  p. 78. Baudelaire sa benissimo che si rimane realisti anche descrivendo un mondo puramente fantastico, e che si può essere poeti e immaginativi chiudendosi in un mondo del tutto reale e contemporaneo (vedi Balzac), ma egli non riuscì a superare la dichiarazione teorica di Courbet, di affrontare il reale tendendo al dettaglio e a sottintesi anche sociali, con il rispetto di qualità più solide e continue che in verità annegavano quelle premesse.

 

  p. 98. Perciò Meryon, «le sombre Meryon au grotesque visage», entrava anche nei gusti di Hugo (« le soufflé de l’immensità traverse l’oeuvre de Meryon et fait de ses eaux-fortes, plus que des tableaux, des visions»), e, a voler ora condensare la sostanza del suo temperamento poetico in una formula dello stesso Baudelaire, non si potrebbe pensare che al «visionnaire passionné» enunciato per Balzac, il cui metodo richiamava appunto quello di certi acquafortisti «qui ne sont jamais contents de la morsure et qui transforment en ravines les écorchures principales de la planche».

 

  p. 107. Doveva naturalmente preferire questo «génie franc et direct» al «littérateur» Gavarni, il poeta della Lorettes, delle Grisettes, il pittore di passeggiate, partenze, scene di caccia, di modelle e di popolane. Gavarni gli ricordava Marivaux per «toute la puissance de la réticence», e, per il mondo che ritraeva, Balzac («la véritable gloire et la vraie mission de Gavarni et de Daumier ont été de compléter Balzac, qui d’ailleurs le savait bien, et les estimait comme des auxiliaires et des commentateurs»).

 

  p. 116. In un certo senso, quei pittori furono gli esaltatori perfetti del loro presente, della loro vita giornaliera, per estrarne il contenuto epico e fermare un tipo di bellezza particolare. Perciò, se la vita moderna è anche di fronte all’arte un aspetto della vita sempre eterna, si poteva parlare di un eroismo della società moderna, dell’abito nero, della redingote, come un tempo del mantello greco e della corazza. « Car les héros de l’Iliade – concludeva enfaticamente, come in una nuova querelle, questo partigiano dei moderni – ne vont qu’à votre cheville, ô Vautrin, ô Rastignac, ô Birotteau, - et vous, ô Fontanarès, qui n’avez pas osé raconter au public vos douleurs sous le frac funèbre et convulsionné que nous endossons tous; - et vous, ô Honoré de Balzac, vous le plus héroïque, le plus singulier, le plus romantique et le plus poétique parmi tous les personnages que vous avez tirés de votre sein!».

 

  p. 142, nota 110. Alcuni hanno visto anche nel Balzac di Gambara la «divinazione» del nuovo impressionismo.

 

  pp. 150-151, nota 146. A Monnier egli ha dedicato forse lo studio più importante (Henri Monnier, Parigi, Dentu, 1870) che continua l’interesse di Balzac per quest’artista: «Henri Monnier — scriveva Balzac nella Caricature del 31 maggio 1882 (sic), in un art. firmato Comte Alex, de B., - s’adresse à tons les hommes assez forte et assez pénétrants pour voir plus loin que ne voient les autres, pour mépriser les autres, pour n’être jamais bourgeois, - (che è tutto l’opposto di quanto pensava Baudelaire), - enfin à tous ceux qui trouvent en eux quelque chose après le désenchantement, car il désenchante».

 

 

Baudelaire critico letterario.

 

  p. 167. Nel 1852, lo stesso Baudelaire diceva di essere «plus décidé que jamais à poursuivre le rêve supérieur de l’application de la métaphysique au roman» (in cui si era provato Balzac), ed è sempre interessante per questo la nota del 1848, nella Liberté de penser, alla Révélation magnétique.

 

  p. 194. Nel campo del romanzo si può avere un significato di questo atteggiamento nella sua interpretazione di Balzac verso cui furono orientate le sue preferenze. Ma quel rapporto arte-morale si chiarificava già di fronte a due capolavori della letteratura immorale: le Liaisons dangereuses e Madame Bovary.

 

  pp. 198-199. Per lo sviluppo della natura di questi personaggi, per la gradazione e l’intensità degli stati d’animo in cui vengono a liberarsi, per il loro valore insomma di fronte all’arte e alla psicologia, Baudelaire ha lasciato poche brevissime osservazioni, ma di una grande importanza. Così «la puissance de l’analyse racinienne» (resa certamente ancora più sensibile dalla tecnica impiegata che parta alla scoperta del doppio fronte di questo gioco serrato) sarà ripresa variamente dagli altri critici del romanzo, e non certo solo per un felice caso di accostamento sorgono i nomi di Stendhal e Balzac, chela posizione storica nella continuità di una tradizione in cui le Liaisons dangereuses potranno essere studiate e sistemate. «Gradation. Transition. Progression. Talent rare aujourd’hui, excepté chez Stendhal, Sainte-Beuve et Balzac».

 

  pp. 202-209. L'ammirazione di Baudelaire per Flaubert, che aveva per base, oltre la qualità dello scrittore, molta affinità di tendenze e di ideali estetici e morali, e anche di antipatie, di ossessioni in due personalità più che prossime, non va al di là, tuttavia, di un riconoscimento quanto mai intelligente di una forza creativa e per un aspetto particolare -l’opera d’arte riguardo alla morale, - di una sostenutissima difesa di un principio e di una posizione comuni ad entrambi. Ma il dominio del romanzo, il dominio senza limiti di questo, in sede di pura estetica, «genre bâtard» che aveva il suo posto tra il poema e la storia, doveva per Baudelaire essere meglio tenuto, nell’unità del ciclo compiuto e perfetto, nella varietà di espressioni che erano anche fondamentali pel suo gusto, nel quadro della realtà descritta, e infine e soprattutto per l’arte usata a descriverla, da Balzac.

  Baudelaire non ha dedicato a Balzac il numero delle pagine dedicate a Gautier, né un saggio né un solo articolo di proporzioni sia pure modeste. Ma numerosi riferimenti sparsi in tutta la sua opera, dalle lettere ai primi lavori di giovinezza, gli accostamenti, che diventarono quasi obbligatori, con gli autori che più ha amato (Edgar Poe), e soprattutto l’importanza di un passo famoso, bastano a far riconoscere in Balzac uno dei punti fermi di cui Baudelaire ebbe bisogno per sistemare su di un terreno solido e ben battuto le proprie impressioni. Non si è visto infatti qualcuno azzardarsi a sostenere che, nella scala delle preferenze, il posto dove Baudelaire colloca Balzac è di molto superiore a quello occupato da Poe, o che almeno Balzac è per Baudelaire un altro Poe?

  Come altre volte, si possono schematizzare per maggiore chiarezza le ragioni, non sempre di eguale valore, che giustificano l’attaccamento, tra le quali è da porne una non propriamente artistica, ma per Baudelaire di grande importanza, che interessava la figura morale, e che era anche poetica, dello scrittore. Garantita insieme con la straordinaria mole l’altezza della sua produzione, Balzac cominciò ad apparirgli come uno degli esempi più imponenti di un creatore che dovesse il suo genio anche all’ostinata decisione del suo metodo, alla obbedienza più fedele e pura alla regola: volontario sacrificio dell’artista al perfetto quadro delle proprie concezioni, sempre meno indeterminate e più sicure nel controllo aperto e deciso della sua logica. Quanto questo lo interessasse personalmente è in una lettera alla madre del 30 agosto 1851 dove, raccontando di aver letto dei «papiers de jeunesse» di Balzac, nota con piacere che nessuno avrebbe immaginato quanto il grand’uomo era «maladroit, niais, et bête dans sa jeunesse»: «Et cependant il est parvenu à avoir, à se procurer, pour ainsi dire, non seulement des conceptions grandioses, mais encore immensement d’esprit. Mais il a toujours travaillé. Il est sans doute bien consolant de penser que par le travail on acquiert non seulement de l’argent, mais aussi un talent incontestable». L’estrema fiducia, tante volte dichiarata e illustrata, sulle doti acquisite del temperamento assumeva un significato ancora più vasto perché Balzac era appunto come Poe una di quelle «volontés aux prises avec l’adversité», a cui si oppongono, come a dei campioni umani troppo perfetti, le reazioni dell’ambiente: e il destino di Balzac si confondequasi con quello di Poe, al cui nome viene con più piacere accostato: «Que n’entreprit pas Balzac pour conjurer la fortune?». «On dirait que la Nature fait à ceux dont elle veut tirer de grandes choses la vie très-dure». E, come Poe, Balzac ritrovava tranquillamente le sue forze in sorgenti nascoste e misteriose.

  Entrando nel tessuto complicato delle preferenze dell’artista, nella varietà di atteggiamenti dell’umanità descritta, Balzac presentava l’esaltazione più poetica e ampia e fedele della vita moderna. Si è già visto che guardare le opere di Gavarni, di Daumier era per Baudelaire come avere di fronte delle illustrazioni delle opere di Balzac, dei complementi della Comédie humaine (frase veramente ripresa da altri), in cui l’osservazione minuta e improvvisa era occupata a valorizzare di fronte all’arte la cronaca e la circostanza: e Balzac ha anticipato il gusto di Baudelaire per quegli affascinanti cronisti, e soprattutto per Charlet, Monnier e Gavarni. Su di un piano superiore si giungeva alla bellezza moderna e parigina, contro il tipo comédie française del bello (e se Baudelaire sente nelle donne di Guérin e Girodet «quelques légers grains corrupteurs» ecco che questo sembra annunciargli «certaines parisiennes de Balzac»), al piacere della moda, fino ad alcune note di dandismo, in una specie di Physiologie de la toilette (a cui Balzac, l’anti-democratico Balzac, aveva pensato), ciò che si estendeva a qualcosa di più generale e costante: l’amore per Parigi, goduta da perfetto «flâneur» e da poeta, interessato a paesaggi e mondi morali. Si pensi, per fare un caso, alle prime pagine di Ferragus, dove le vie e le piazze di Parigi sono catalogate in ragione del loro aspetto umano, o quelle della Fille aux yeux d’or, sulla fisionomia cadaverica della popolazione di Parigi, sulle maschere («masques de faiblesse, masques de force, masques de misère, masques de joie, masques d’hypocrisie»), e certi studi di visi, astratti o parenti, dove è impossibile non pensare a quelli sommari ed egualmente intensi di Baudelaire. Quando quei visi diventavano personaggi finivano con l’equivalere a tante espressioni eroiche di bellezza della civiltà contemporanea e Balzac stesso finiva per Baudelaire coll’identificarsi coi propri personaggi come è di tutte le passioni letterarie troppo ferventi: e vedi la memorabile chiusa del Salon de 1846, a cui si è accennato altrove: «Car les héros de l’Iliade ne vont pas à votre cheville, ô Vautrin ...», ecc.

  Balzac lo attraeva ancora, in un sistema più vasto d’influenze, come autore di Louis Lambert, di Séraphita. Sebbene sia stato difficile, anche per gli specialisti, stabilire quanto Baudelaire dovesse, per quelle idee assimilate, a Balzac o alle fonti dirette, è da ammettere almeno che Balzac lo abbia introdotto, forse con Gérard de Nerval, alla conoscenza di Swedenborg e delle dottrine mistiche, come più tardi Poe (nella nota del 1848 alla traduzione della Mesmeric Revelation accenna ad alcune derivazioni) e Hoffmann. Grazie a Balzac dovè per prima isolarsi nella sua mente la figura del «romancier-philosophe», che dispone di un «système de constitution naturelle», ed allarga i dati del suo soggettivismo, del suo antirealismo, della sua immaginazione per spingerli oltre il visibile nei misteri della unità («l’unité — com’è scritto in Louis Lambert - a été le point de départ de tout ce qui fui produit») e dell’analogia universale, nel mondo spirituale delle allegorie («l’allégorie, ce genre si spirituel », Paradis artificiels, p. 51) e delle metafore. E forse anche attraverso Balzac gli si fecero familiari i nomi di Maturin e di Anna Radcliffe, che si leggono del resto in altri scrittori del tempo.

  Ma era necessario oramai esaltare il «grand romancier» con ragioni più profonde, cioè intime all’arte sua, e che Baudelaire si spingesse ad un esame critico del metodo e della tecnica della sua visione. Ed in questo egli ha visto e, in una sola pagina, riassunto le proprie impressioni, meglio che altri in centinaia di pagine di scrittura faticosa e complicata, o liscia e verbosa, con eterne divagazioni sul romanzo realista e sociale o sul metodo scientifico applicato al romanzo o sugli ambienti del regno di Luigi Filippo.

  Il romanzo di Balzac è - dice Baudelaire - «le roman de moeurs», ma egli ha fatto di questo «genre roturier» qualcosa di ammirevole, perché vi ha gettato tutto se stesso. Anche se Balzac ha lavorato sul «roman de moeurs», la sua grande gloria non fu, come si ripete spesso, quella di essere un osservatore: «il m’avait toujours semblé que son principal mérite était d’être visionnaire et visionnaire passionné». Tutto il mondo di Balzac partecipa di questo ardore vitale che è il suo: tutti i personaggi sono dotati di qualcosa di eccezionale, d’innaturale che li trasporta fuori della vita. L’artista riconduce in ognuno di essi, la volontà propria e li libera da ogni forma di passività, che è la passività «du vrai monde». Anche nel gusto «prodigioso» dei dettagli, nel procedimento e nel modo di illuminare i personaggi, di costruirli, si intravvede non l’innamorato fedele della realtà, ma il creatore, l’uomo dotato delle grandi e superiori virtù dell’immaginazione. E il suo metodo ricorda quello di certi acquafortisti «qui ne sont jamais contents de la morsure et qui transforment en ravines les écorchures principales de la planche». Ma questi, che ad altri sembrano difetti, sono invece le qualità di Balzac, quel che gli permette di dare anche alla pura trivialità un aspetto luminoso. «Qui peut faire cela ? Or, qui ne fait pas cela, pour dire la vérité, ne fait pas grande chose». (E Balzac vi giungeva superando alcune deficienze del suo stile astrattamente considerato; perché infatti Baudelaire non riusciva ad accorgersi che lo stile di Balzac era una cosa stessa con la sua arte?).

  Il Hughes ha notato che Baudelaire richiamava qui, anche nella fraseologia lo studio di Taine su Balzac che era apparso l’anno precedente. Non è improbabile. Ma anche Sainte-Beuve aveva notato che Balzac vedeva le cose «en observateur artiste» (pur se, «non content d’observer et de deviner, il inventait et rêvait bien souvent»), e aveva finito col rimproverargli appunto quel vigore e quella foga nell’assalire l’immagine, quell’aggredire la realtà e precipitarsi nell’opera a testa bassa «comme Curtius dans le gouffre», in cui erano appunto, secondo Baudelaire, le sue qualità, e come gusto, tatto, senso esatto e rigoroso e discreto, come opposizione di tono e maniera gli preferiva Mérimée, e al suo stile preferiva quello di George Sand («Quant au style, c’est chez elle un don di première qualité et de première trempe»), ciò che, insieme ad altre «comparaisons» con Dumas e Sue, Baudelaire avrà considerato avvilente. Ma Balzac era per Sainte-Beuve il «gibier favori» poiché ogni critico ne ha uno «sur lequel il tombe et qu’il dépèce de préférence». E anche il Lemaître, riconoscendo nei personaggi di Balzac gli eroi prosaici e complicati della borghesia, i contemporanei di Luigi Filippo, li vedeva, per ragion della forza che è nel loro autore, tutti inverosimili e mostruosi («une sorte d’hallucination presque continuelle vient amplifier les données de l’observation», e saltiamo pure le ragioni pratiche, cioè il suo lavorare di notte) ma non andava oltre e non riusciva a vedere proprio in questo il pregio di Balzac. Il migliore commento e, al tempo stesso, la più forte rivendicazione, contro un falso metodo critico, della esattezza delle osservazioni di Baudelaire, bisogna venire a cercarli in alcune pagine del Croce, dove al Brunetière che aveva visto i romanzi di Balzac ancora composti con «l’entière soumission de l’observateur à l’objet de son observation», in un metodo che ha «renouvelé la science», il Croce risponde che «la disposizione di Balzac è proprio opposta a quella dello scienziato osservatore», e che, «anche in quei romanzi e in quella serie di romanzi che il Brunetière giudica 'obiettivi’ e naturalistici il Balzac non fa altro dare a ciò che è ordinario, borghese e popolano l’aspetto dello straordinario; e non v’ha pittura di caratteri o d’ambienti che egli non iperbolizzi a tal segno che ne riesce tutta meravigliosa e fantastica».

 

  p. 244, nota 25. Pare che Baudelaire accenni a Sainte-Beuve, Balzac, in Causeries du lundi, II, p. 443: «Je ne demande pas qu’on soit précisément comme Goethe et qu’on ait toujours son front de marbré au-dessus de l’ardent nuage, mais lui ...», ecc.

 

  p. 244, nota 41. Per Poe e Balzac, v. Régis Messac, Influences françaises dans l’oeuvre d’Edgar Poe, Parigi, Picart, 1929. Alcuni passi del Colloquy of Monos and Una, richiamano altri di Séraphita (sic) di sei anni prima. Ma Poe li ha letti in Balzac o in Swedenborg o in Hoffmann? Poe aveva detto qualcosa di simile prima che Séraphita fosse apparsa. L’erudizione di Louis Lambert fa pensare, per il Messac, all’erudizione di Morella, di Ligeia. Ma anche Balzac, si sa, ricavava molto da Swedenborg.

 

  p. 252, nota 136. V. lett. alla madre 11 gennaio 1858: «Je n’ai pas le courage, je n’ai pas le génie de Balzac, et j’ai tous les embarras qui l’ont rendu si malheureux».

 

  p. 252, nota 137. E. A. Poe, sa vie et ses ouvrages, in Oeuvr. posth., p. 190.

 

  p. 252, nota 138. E. A. Poe, ecc. in Oeuvr. posth., p. 214; e continua: «Avec des apparences quelquefois chétives, ils sont taillés en athlètes, ils sont bons pour le plaisir comme pour la souffrance. Balzac, en assistant aux répétitions des Ressources de Quinola, les dirigeant et jouant lui- même tous les rôles, corrigeait des épreuves de ses livres; il soupait avec les acteurs, et quand tout le monde fatigué allait au sommeil, il retournait légèrement au travail». Nei Paradis artificiels, p. 65: «Balzac pensait sans doute qu’il n’est pas pour l’homme de plus grand honte ni de plus vive souffrance que l’abdication de sa volonté … En effet il est difficile de se figurer le théoricien de la volonté, le jumeau spirituel de Louis Lambert, consentant à perdre une parcelle de cette précieuse substance».

 

  p. 252, nota 139. L’articoletto scritto da Balzac su Gavarni è del 1830 (ristampato in Oeuvres diverses, II, Parigi, Ollendorff, 1902).

 

  p. 252, nota 140. C. E., p. 233.

 

  pp. 252-253, nota 141. «Il existe – dice Balzac in quell’art. su Gavarni - dans la mode des vêtements, dans la manière dont une femme, célèbre par son goût, se tient et marche, un style indescriptible que vingt pages n’expliqueraient pas et qu’il est fort difficile au crayon de saisir. Ce style est le cachet des classes. Ce style a immortalisé Charlet et Monnier».

 

  p. 253, nota 142. V. anche la nota di C. Cordié, Balzac e la «Fisiologia della cravatta», in Letteratura, gennaio 1938. Balzac ha pensato anche, nel 1838, ad un breve Traité des excitants modernes (si può leggerlo nelle Oeuvres diverses, cit.), e che aveva per oggetto l’alcool, lo zucchero, il tè, il caffè, il tabacco.

 

  p. 253, nota 143. V. nel saggio di Gautier su Balzac le notazioni per un «portrait» sulla «modernité» («et comme il aimait et connaissait ce Paris moderne ...»), e le aspirazioni del «dandy» ecc.

 

  p. 253, nota 144. Nell’aprile 1866, nel Nain Jaune, il signor Henry de la Madelène, parlando della Fanfarlo («C’est un morceau brillant, plus raffiné que puissant, écrit dans une langue déjà très savante et très cisélée et qui ne trahit en rien la main hésitante du débutant»), pensava al Balzac della Fille aux yeux d’or.

 

  p. 253, nota 146. «On connait Séraphitus, Louis Lambert, et une foule de passages d’autres livres où Balzac, ce grand esprit dévoré du légitime orgueil encyclopédique, a essayé de fondre en un système unitaire et définitif différentes idées tirées de Swedenborg, Mesmer, Marat, Goethe et Geoffroy Saint-Hilaire. L’idée de l’unité a aussi poursuivi Edgar Poe, et il n’a point dépensé moins d’efforts que Balzac dans ce rêve caressé».

 

  p. 253, nota 148. V. G. T. Clapton, Balzac, Baudelaire and Mathurin, cit.

 

  pp. 253-254, nota 149. Egli non ha mantenuto il proposito espresso, alla fine dell’art. sui Drames et romans honnêtes, di parlare dei tentativi fatti da Balzac (e da Diderot) per «rajeunir le théâtre». È noto il pezzo della lettera alla madre già cit. (30 agosto 1851) su Mercadet. («À propos de Balzac, j’étais à la première représentation de Mercadet le faiseur. Les hommes qu’ont (sic) tant tourmenté ce pauvre homme, l’insultent après sa mort. Si tu lis les journaux français, tu auras cru que c’était une chose abominable. C’est simplement une œuvre admirable»). Anche nei «projets» degli articoli «à faire» per Le Hibou philosophe, v’è un Balzac, auteur dramatique.

 

  p. 254, nota 152. Per es. nel V dei Conseils aux jeunes littérateurs, a cui non bisogna dare un’importanza superiore a quella che meritano, parlando nelle Méthodes de composition del metodo di Balzac i cui romanzi passavano attraverso «une série de genèses» : «C’est sans doute cette mauvaise méthode qui donne souvent au style ce je ne sais quoi de diffus, de bouscule et de brouillon, le seul défaut de ce grand historien ». Ma nello stesso saggio su Théophile Gautier: «Avoir non-seulement un style, mais encore un style particulier, était l’une des plus grandes ambitions, sinon la plus grande, de l’auteur de la Peau de chagrin et de la Recherche de l'Absolu. Malgré les lourdeurs et les enchêvetrements de sa phrase, il a toujours été un connaisseur des plus fins et des plus difficiles». (A. R., p. 155).

 

  p. 254, nota 153. Sainte-Beuve, Honoré de Balzac (art. cit.), pubblicato poco dopo la sua morte, il 2 sett. 1850 (Causeries du lundi, II, p. 443).

 

  p. 254, nota 154. Sainte-Beuve, Mes poisons, Parigi, Plon, 1926, p. III.

 

  p. 254, nota 155. J. Lemaître, Impressions de théâtre, VI, Parigi, Lecène-Oudin, 1823.

 

  p. 254, nota 156. B. Croce, Balzac, in Poesia e non poesia, cit., p. 244.

 

 

  Giuseppe Marotta, Riccardo Benson mezzo miliardo. Romanzo di Giuseppe Marotta, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno LXVI, N. 6, 5 Febbraio 1939, pp. 37-38.

 

XIV.

 

  p. 37. Dolci occhi azzurri abbandonatemi un istante; vi giuro che io non sto pensando che la rapidità con cui Riccardo Benson decide di acquistare una barca, o una montagna, è la stessa con cui un tempo egli soleva stabilire che nelle sue aziende americane vi erano cento impiegati superflui; no, Giovanna, devi credermi, come qualsiasi persona di buon gusto io detesto i paragoni. […].

  Appena si accorse di me, io mi gettai fra le sue braccia e scoppiai a piangere. Come piangerci adesso, se tu trovassi divertente questo episodio.

  – Mia cara — dissi, abbracciandola.

  – Nessuno ride delle imprese commerciali di Balzac essa continuò e nessuno deve ridere se mio padre, quando si parla di strumenti musicali, afferma che non è possibile che da Stradivario a oggi la fabbricazione dei violini non abbia fortemente progredito. Nessuno deve voltarsi dall’altra parta quando mio padre domanda in quale epoca D’Annunzio scrisse «La cena delle beffe», e se dopo Velasquez stati baritoni dello stesso valore. No, fidanzato ... capisci? No! A condizione di esprimersi così su Stradivario, su D’Annunzio e su Velasquez. Riccardo Benson ha potuto edificare la sua colossale fortuna ... come a condizione di impiegare il suo denaro nelle più folli imprese commerciali Balzac potè scrivere i suoi romanzi. Io …

  – Tu sei Giovanna, e questa è la nostra piccola fattoria, e tu mi vuoi bene. Hai portato quassù galline imbavagliate, fieno, e un secchio di latte ... ma Onorato Balzac scrisse romanzi per gli altri, mentre Riccardo Benson ha costruito una fortuna per sè solo.

 

 

  Carlo Pellegrini, Storia della letteratura francese, Milano-Messina, Casa editrice Giuseppe Principato, 1939.

 

I narratori da Stendhal a Maupassant.

 

  pp. 392-397. Si suol contrapporre alla Sand Honoré de Balzac — a parte l’enorme differenza di statura fra i due scrittori — nel senso che con la prima saremmo ancora in pieno romanticismo, mentre nel secondo l’arte scaturirebbe solo e unicamente dall’osservazione della realtà; ma forse siamo agli antipodi di quello che può sembrare.

  Nato nel 1799, Balzac cominciò, ventenne, a darsi alla letteratura: scrisse un dramma, un romanzo storico, fece vari tentativi senza riuscire a richiamare su di sé l’attenzione dei lettori. Allora si dedicò a imprese industriali di vario genere, e specialmente con una fonderia di caratteri ed una tipografia s’indebitò in tal modo da risentirne le conseguenze per tutta la vita, tanto da trovarsi sempre in lotta coi creditori e gli usurai. Ma questa sua esperienza, le molte letture alle quali si era dato con passione sino dalla prima giovinezza, i primi volumi che aveva scritto lo erano venuto preparando a trovar la sua via. Il primo successo lo ebbe ne 1829 col romanzo storico Les Chouans, in cui rappresenta la Vandea; pochi mesi dopo seguiva la Physiologie du mariage. Ormai Balzac aveva conquistato il suo pubblico, che lo avrebbe seguito, con crescente interesse nella sua instancabile attività. Con una grande forza di volontà («Il faut écrire, écrire tous les jours, pour conquérir l’indépendance qu’on me refuse! Essayer de devenir libre à coups de romans, et quels romans!»), ed una grande resistenza al lavoro, per ed anni lo scrittore sta ore ed ore al suo tavolo, scrivendo romanzi su romanzi, correggendo, rifacendo. Di tanto in tanto abbandona la sua stanza, si mischia agli altri uomini, frequenta la società, spesso vestito in modo singolare, poiché ama il lusso e lo sfarzo, ma poi il lavoro lo riprende più che mai, dato che ha un metodo tutto suo di composizione: prima fa un abbozzo di romanzo e lo manda in tipografia, poi intorno a questo nucleo iniziale si svolge un lungo lavoro di aggiunte, soppressioni, correzioni, modificazioni d’ogni genere; e questo si ripete più volte sinché il romanzo ha la sua forma compiuta, salvo a riprendere questo travaglio ad ogni nuova edizione, tenendo conto delle osservazioni della critica.

  Lettore infaticabile di ogni genere di libri, osservatore minuzioso della vita che lo circonda non solo a Parigi, dove di solito vive, ma in provincia e durante i viaggi all’estero, s’informa scrupolosamente presso le persone più diverse per meglio ritrarre un ambiente; poi si abbandona alla sua fantasia, dalla quale i personaggi e le loro vicende balzano fuori con incredibile fecondità, tanto che in sedici anni scrive novantasei romanzi! La gloria sognata dalla prima giovinezza gli ha arriso in pieno, e colla gloria anche il guadagno necessario perché lo scrittore possa riparare ai danni delle sfortunate imprese, ed appagargli suo amore di una vita lussuosa. Ma colla gloria Balzac aveva sognato anche l’amore: nella prima parte della sua vita egli amò Mme de Berny, che lo sostenne col suo affetto nell’immane fatica, consigliandolo e rendendogli più lieve l’esistenza, poi — nel 1832 — intrecciò una singolare avventura con una sua lettrice ignota, una polacca, che aveva per lui un’appassionata ammirazione. A lei sono dirette le Lettres à l’Étrangère: per diciassette anni Balzac interruppe di tanto in tanto il suo lavoro per raggiungere la donna amata nelle varie città d’Europa. Finalmente, nel marzo del 1850, lo scrittore poteva sposare Mme Hanska che era rimasta vedova, ma non potè godere che per poco tempo la serenità conquistata, ché nell’agosto dello stesso anno moriva.

  Dal 1842 Balzac aveva raccolto la sua opera sotto il titolo complessivo di Comédie humaine, distinguendola in tre gruppi, dei quali il più importante è il primo, Les Études de Moeurs, che si suddivide in sei parti : Scènes de la vie privée (Le Colonel Chabert, Le Père Goriot, ecc.), de la vie de province (Eugénie Grandet, Les (sic) Lys dans la Vallée, ecc.), de la vie parisienne (Grandeur et décadence de César Birotteau, Le Cousin Pons, ecc.), de la vie politique ( Une ténébreuse affaire, ecc.) de la vie militaire (Les Chouans), de la vie de campagne (Le Médecin de campagne, Le Curé de village, ecc.) E poi le Études philosophiques (La Peau de chagrin, ecc.) e le Études analytiques (La Physiologie du mariage, Petites misères de la vie conjugale). La Comédie humaine era preceduta da una prefazione nella quale lo scrittore esponeva le sue idee sul romanzo. Dopo aver reso omaggio al naturalista Geoffroy de Saint-Hilaire e alle sue idee sull’influenza che l’ambiente esercita sugli uomini, Balzac insiste sulla rassomiglianza fra le società umane e la natura, domandandosi: «La Société ne fait-elle pas de l’homme, suivant les milieux où son action se déploie, autant d’hommes différents qu’il y a de variétés en zoologie? Les différences entre un soldat, un ouvrier, un administrateur, un avocat, un oisif, un savant, un homme d’État, un commerçant, un marin, un poète, un pauvre, un prêtre, sont, quoique plus difficiles à saisir, aussi considérables que celles qui distinguent le loup, le lion, l’âne, le corbeau, le requin, le veau marin, la brebis, etc. II a donc existé, il existera donc de tout temps des Espèces sociales comme il y a des Espèces zoologiques ... On reconnaîtra que j’accorde aux faits constants, quotidiens, secrets ou patents, aux actes de la vie individuelle, à leurs causes et à leurs principes, autant d’importance que jusqu’alors les historiens en ont attaché aux événements de la vie pubblique (sic) des nations».

  Balzac ha voluto così mettere in evidenza la sua preoccupazione di offrirci fedelmente una rappresentazione di tutta la realtà del suo tempo, quale si offriva al suo sguardo; e in un certo senso essa è lo specchio della società francese nella prima metà del secolo scorso ritratta in tutte le classi sociali, in tutti i suoi aspetti: «les hommes, les femmes et les choses, c’est-à-dire les personnes et la représentation matérielle qu’ils donnent de leur pensée; enfin l’homme et la vie, car la vie est notre vêtement». Solo però nel senso che i personaggi sono presi da quella vita e da quella società, non che siamo di fronte ad un obiettivo osservatore della realtà: qualunque elemento osservato dalla fantasia di Balzac, si trasformava completamente, diventava qualche cosa di straordinario, non essendoci in lui alcun distacco fra ciò che aveva effettivamente veduto coi suoi occhi e ciò che era un prodotto della immaginazione. Egli era, come notava Baudelaire un «visionnaire et visionnaire passionné», sì che i suoi personaggi sono «doués de l’ardeur vitale dont il était animé lui-même. Toutes ses fictions sont aussi profondément colorées que les rêves ... Toutes les âmes sont des armes chargées de volonté jusqu’à la gueule». Egli si compiaceva di ritrarre passioni scatenate e abbandonate a se stesse, lotte violente intorno a grandi imprese, la sete della ricchezza che spinge l’uomo a metter in giuoco tutta la sua astuzia, grandi contrasti e grandi colpi di scena, con preferenza per ciò che è enorme o mostruoso: un atteggiamento che è l’opposto della fredda e scientifica osservazione della realtà e che non ha nulla che fare col Buffon da Balzac ammirato e ricordato. Egli vive intensamente l’opera sua, sente agitarsi intorno a sé la folla dei suoi personaggi, si inebria di questa vita creata dalla sua fantasia, e tutto risente di questo ardore, di questa temperatura eccezionale nella quale scompaiono le differenze tra realtà e fantasia, tra osservazione e immaginazione.

  Quale folla di personaggi! Sono circa duemila, di tutte le classi sociali, dille più umili alle più elevare, colle passioni più diverse: l’amore, la ricchezza, la potenza; ma soprattutto essi sono presi dal desiderio di vivere la loro vita colla maggior intensità possibile, con tutti i mezzi che la civiltà hi messo a disposizione dell’uomo per la sua gioia ed il suo tormento. Per appagare questa sete di vita occorre prima di tutto il denaro, e molti degli eroi di Balzac sono ossessionati da questa sete di ricchezza, per conquistar la quale compiono la maggior patte delle azioni descritte nei romanzi che si svolgono soprattutto nella capitale, dove l’interesse domina sovrano soffocando la sincerità del sentimento: « tout se subtilise s’analyse, se vend et s’achète; c’est un bazar où tout est côté; les calculs s’y font au grand jour et sans pudeur, l’humanité n’a plus que deux formes, le trompeur et le trompé ...». La maggior parte delle delusioni vengono dal contrasto fra i sentimenti e i sogni, ai quali specialmente le donne sono attaccate, e la dura realtà dell’esistenza; la vita diviene poi più seria quando l’interesse dei singoli s’incontra con quello generale. Più calma la lotta nella campagna, dove, invece che gli interni delle case, le vicende umane hanno come sfondo i paesaggi campestri, e invece del rumore assordante della città regna la calma sovrana della natura, ma in fondo il contrasto sociale è sempre quello anche se gli attori sono più calmi perché le passioni sono attenuate dalla serenità della natura e le loro manifestazioni più composte c contenute.

  Le Père Goriot è la tragedia dell’amore paterno e dell’ingratitudine dei figli: il protagonista un giorno è stato molto ricco, poi, a poco per volta, si spoglia di ogni suo avere per le due figlie che vivono lussuosamente, senza accorgersi sino all’ultimo della loro ingratitudine: quando egli muore nessuna delle due figlie lo accompagna alla tomba. Il romanzo si svolge nella cornice di una modesta pensione, minutamente descritta col suo piccolo mondo di abitanti; accanto al vecchio Goriot, tutto preso dalla sua idea fissa di dedizione paterna, due figure di giovani ne rendono per contrasto più rilevata la figura: un giovane venuto dalla provincia, Rastignac, assetato dal desiderio di conoscere e godere intensamente la vita della capitale; e un forzato evaso, Vautrin, figura torbida e sinistra. Mentre il vecchio Goriot miseramente muore per eccesso d’amore alla propria famiglia, con uno spirito di rinuncia spinto all’estremo, nei giovani più violento si afferma il desiderio di conquistare la città e di conoscerne la vita più segreta.

  In Le Lys dans la vallée rifioriscono ricordi personali dello scrittore, la sua infanzia, le immagini delle donne più amate: è la storia di una lotta fra Mme de Mortsauf e la sua passione per Félix de Vandenesse, lotta che finisce col trionfo della fedeltà della protagonista verso il suo marito. Eugénie Grandet è il romanzo dell’avarizia in contrasto colla gentilezza degli affetti più puri: Eugénie è una soave figura di donna che soffre in una casa di provincia, trovandosi fra un padre che è dominato dalla passione per il denaro accumulato, e una madre atterrita dalla fredda volontà del marito. La figura dell’avaro è rappresentata con una potenza che ricorda alcuni dei più celebri esemplari di questo tipo tradizionale. L’amore per gli umili abitanti della campagna è ritratto in Le Médecin de campagne, il dottor Bénassis, dopo una giovinezza romantica e malinconica, si ritira in campagna e si dà tutto alla sua opera filantropica, confortando moralmente ed aiutando materialmente i contadini, sinché trova una soddisfazione nel vedere a poco per volta migliorate le condizioni della zona dove esercita il suo apostolato. La figura dei parenti poveri, oppressi sotto il peso delle umiliazioni, ma ricchi di cuore e generosi d’animo, che trovano la miglior vendetta nel far del bene, è ritratta in Le Cousin Pons e ne La Cousine Bette.

  Questo mondo così vario, preso dal desiderio di vivere più intensamente che è possibile, ha un grande movimento, ed il narratore ce lo rappresenta inquadrandolo nei vari ambienti col suo stile vario e ricco, colorito ed incandescente, del quale non è mai contento e che cerca sempre più di adeguare all’argomento trattato man mano che modifica i suoi romanzi, aggiunge nuovi particolari, alleggerisce certe parti, facendo muovere i suoi personaggi in quell’immenso quadro che è la sua epopea narrativa. In questa abbondano contraddizioni, ineguaglianze, deformazioni, dovute soprattutto al fatto che egli non lascia svolgersi i caratteri dei suoi personaggi secondo la loro naturale logica, ma a volte li piega capricciosamente con evidenti incoerenze, preso com’è dal bisogno di mettersi a fare effusioni liriche o ragionamenti filosofici, dall’amore dell’eccessivo e del fantastico, dal gusto di ravvicinare stranamente il sublime ed il grottesco: così le azioni o i caratteri d’un tratto sembrano precipitare, e lo stile di solito così robusto diviene fiacco.

  Tale era spesso il genio di Balzac: dal pathos romantico, a cui qualche volta si abbandonava volentieri, passava d’un tratto al tono riflessivo e si metteva a ragionare sugli avvenimenti che stava narrando, e allora il romanzo perdeva la sua naturalezza e l’interesse veniva meno: altre volte, invece, spingeva e incalzava gli eventi e le azioni dei suoi personaggi, compiacendosi di esasperare certe situazioni sino all’inverosimile, e allora si andava a finire nel grottesco. Con tutte queste ineguaglianze, l’opera di Balzac rimane grande, ricca di vita, di umanità, di calore e di colore; certi caratteri sono creati con una straordinaria potenza, certi ambienti descritti alla perfezione, le osservazioni che fa sulla natura umana aprono spesso improvvisi spiragli di luce, e le sue pagine traboccano qua e là di vera e sincera poesia; tutta l’opera dà l’impressione della forza del costruttore, della genialità creativa, dell’impeto travolgente che non conosce ostacoli. Nonostante certo suo persistente romanticismo, e la vena di pessimismo che traversa un po’ tutta l’opera dello scrittore, questa ha una sua forte attrattiva: le pagine di Balzac afferrano il lettore col senso di vira gagliarda che da esse emana e colla poesia che spesso le illumina e le innalza leggendole vien tatto di rivedere l’autore quale ce lo rappresentò nel suo stile colorito Théophile Gautier: «... ce gros homme aux yeux de flamme, aux narines mobiles, aux joues martelées de tons violents, tout illuminé de génie, qui passait emporté par son rêve comme par un tourbillon».

 

 

  E. R., Teatro in volume. Silvio D’Amico, “Storia del teatro drammatico”, Rizzoli e C. Editori, Milano, «Il Dramma. Quindicinale di commedie di grande successo», Torino, Anno XV, N. 301, 1° Marzo 1939, pp. 24-25.

 

  p. 25. D’altra parte quali vantaggi grandi dà la riposata lettura e come si riconosce nell’avaraccio Euclione, ossessionato dalla propria pentola piena d’oro e fatto dal possesso di essa un ossesso ridevole, l’aria di famiglia che lo legherà, traverso ai secoli, all’Arpagone molieriano! E non vogliamo dire che in questa ossessione dominante e crescente vi sia un poco di Balzac, vi sia lo spunto, nel francese diventato tragico, dell’avarizia sovrana ed atroce del vecchio Grandet?

 

 

  Marco Ramperti, Osservatorio. Un romanziere, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno LXVI, N. 5, 29 Gennaio 1939, p. 225.

 

  Secondo gli ungarettiani, credo che lo stesso Balzac sarebbe da rifiutarsi; quel Balzac, giusto cielo!, che osava «abbracciare con lo sguardo», e chiamare Ferdinando, nell’ultimo capitolo, un personaggio che nel primo s’era chiamato Federico!

 

 

  Marco Ramperti, Qualche poeta assassino …, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno LXVI, N. 17, 23 Aprile 1939, p. 774.

 

  Come altra eccezione, i criminalisti sogliono citare Latour. Il quale, appunto del tempo di Balzac, fu un delinquente alla Vautrin: arguto, ingegnoso, facondo, prontissimo alla replica ed al motto, versato in ogni materia d’arte e di coltura, autore di pagine non tutte sprecate su mille ed uno argomenti, dal problema del voto alle ideazioni aviatorie, dal sesso degli angeli alla sorte dell’anima.

 

 

  Gino Raya, Zola, Capuana e Verga teorici del verismo, in Ottocento letterario. Studi e ricerche, Palermo, F. Ciuni Libraio Editore, 1939, pp. 121-137.

 

  pp. 123-124. Il pontefice del naturalismo fu appunto lo Zola; il profeta, Onorato De Balzac. Nel 1842, il Balzac premetteva alla Comédie humaine le pagine più risolutamente naturalistiche, che si possano ricordare prima dello Zola. La sua ambizione era d’essere «un peintre ... des types humains, le conteur des drames de la vie intime, l’archéologue du mobilier social, le nomenclateur des professions, l’enregistreur du bien et du mal»; e si chiedeva: «mais, pour mériter les éloges que doit ambitionner tout artiste, ne devais-je pas étudier les raisons ou la raison de ces effets sociaux, surprendre le sens caché dan (sic) cet immense assemblage de figures, de passions et d’événements?». Vero è che, dopo siffatti ardimenti, spuntava con le regole eterne del vero e del bello, scioglieva inni al cristianesimo, al cattolicesimo, alla monarchia, e si difendeva dall’accusa d’immoralità e di panteismo: ma Zola avrà ben ragione di non tenere in gran conto questi residui del vecchio uomo e a ricordarlo spesso e volentieri insieme con Stendhal. «Ils faisaient — dirà in un saggio sul Naturalisme au théâtre — par le roman l’enquête que les savants faisaient par la science ... Stendhal restait surtout un psychologue. Balzac étudiait plus particulièrement les tempéraments, reconstituait les milieux, amassait les documents humains, en prenant lui-même le titre de docteur ès Sciences sociales».

  Nell’esporre i caposaldi del naturalismo, Zola ha il simpatico accorgimento di mettere in seconda linea il proprio nome: perciò accentua le tendenze scientifiche del Balzac […].

 

  p. 127. Luigi Capuana (1839-1915) legge Balzac a ventisei anni, verso il 1865, a Firenze, ed è solo allora che rovescia i suoi «altari storico-drammatici, per assorbire — com’egli confessa scherzosamente a Neera — «il mortifero veleno della novella e del romanzo».

 

 

  Dott. Franco Ricevuto, Quelques aperçus sur Honoré de Balzac, Trapani, Casa Editrice «Radio», 1939, pp. 91.

 

  Struttura dell’opera:

 

  [Préface], pp. 7-9;

  L’homme, pp. 9-14;

  La Méthode, pp. 14-20;

  Le Théâtre romancé, pp. 20-30;

  L’entourage de Balzac dans son œuvre, pp. 31-33;

  L’amour dans l’œuvre de Balzac, pp. 34-47;

  Balzac et l’Italie, pp. 47-51;

  L’influence de Balzac, pp. 51-61;

  La Morale de Balzac, pp. 61-82;

  La Philosophie de Balzac, pp. 82-84;

  Le Style de Balzac, pp. 85-89;

  Conclusion, p. 90.

 

  Trascriviamo, qui di seguito, il testo integrale di alcuni capitoli dell’opera:

 

La Méthode.

 

  Mais quels sont donc les procédés de Balzac romancier? Dans «Une Fille d’Ève», il juge Nathan du point de vue littéraire et outre le manque d’observation il fait les reproches suivants à son personnage «sa fécondité n’est pas à lui mais à l’époque: il vit sur la circonstance et, pour la dominer, il en outre la portée … il n’est pas vrai, sa phrase est menteuse … Il représente la jeunesse littéraire de son époque avec ses fausses grandeurs et ses misères réelles, ses beautés incorrectes et ses chutes profondes … C’est bien l’enfant de ce siècle dévoré de jalousie, qui veut la fortune sans le travail, la gloire sans le talent, et le succès sans peine».

  Balzac visait justement à être l’inverse de ce Nathan, et se sentait de l’être. Il voulait se rendre objectif et bien que dans son «Gobseck» il ait écrit «Les affaires se font comme des affaires et non comme les romans, avec de la sensiblerie» on ne peut pas dire que ses œuvres soient larmoyantes.

  Mais là où on retrouve le mieux son procédé, sa méthode de travail, c’est dans le discours qu’il prête dans «Le (sic) grand homme de Province à Paris» à d’Arthez endoctrinant Lucien de Rubempré: longues conversations à la Scott pour poser les personnages, puis la déscription (sic) et l’action. D’Arthez, conseille justement l’inverse à son ami. «Renversez-moi les termes du problème. Remplacez ces diffuses causeries, magnifiques chez Scott … par des déscriptions auxquelles se prête si bien notre langue … Prenez-moi votre su jet tantôt en travers, tantôt par la queue; enfin variez vos plans, pour n’être jamais le même».

  À plusieurs reprises dans son œuvre et il le fait dire aussi à d’Arthez, Balzac écrit que «Walter Scott est sans passion, il l’ignore, ou peut-être lui était-elle interdite par les mœurs hypocrites de son pays … À de rares exceptions près ses héroïnes sont absolument les mêmes, il n’a eu pour elles qu’un seul poncif, selon l’expression des peintres ...», or au contraire «… La femme porte le désordre dans la société par la passion. La passion a des accidents infinis. Peignez donc les passions ...» Sauf sur ce point, Walter Scott fut pour Balzac un modèle qu’il tenta de perfectionner. C’est sans doute pour cela qu’on l’a comparé à l’auteur anglais, mais celui-ci a surtout écrit des romans historiques à l'usage de la «prude Angleterre» et non pas une étude de mœurs. Il faut reconnaître toutefois que c’est avec Walter Scott que toute dissertation disparaît dans le roman et que c’est lui qui a innové le genre par la description. Mais chez le romancier britannique l’attention, surtout celle qu’on accorde aux accessoires d’un tableau a ses limites: elle languit, elle s’émousse. Cela arrive rarement chez Balzac, dont on a comparé les vives peintures aux toiles célèbres, en prononçant les noms de Gerard Dow, de Téniers, de Miéris, de Rembrandt. Mais le français est moins discret que les Flamands, à vives couleurs il en ajoute de criantes: là où un dessin ferme et simple eût été d’un grand effet il met des enluminures qui chez lui sont d’un grand attrait. Quand la peinture concise et nette d’un lieu ou d’un personnage eût mis le comble à l’émotion du lecteur, il l’accable et le déroute par des développements déscriptifs (sic) délayés qui bien qu’étant sans proportions et sans mesure restent attachants parce que, malgré tout, ils font corps avec le récit.

  Mais il en résulte quand-même une impression de désordre chez le lecteur, que Balzac n’avait certainement pas voulue.

  Il n’a pas la gradation dans la narration d’un Flaubert. Sa manière, c’est enrichir et compliquer les accessoires d’un tableau pour en dégager quand même, par un tour de force invraisemblable un tableau vrai et proportionné. Ainsi dans «Le contrat de mariage», après avoir bien situé la scène entre les deux notaires; l’incorruptible et bon Maître Mathias, et Maître Solonet le spéculateur, car Balzac a une prédilection pour les notaires véreux, qu’on se souvienne de Maître Roguin dans «César Birotteau»; après avoir porté l’interêt (sic) du lecteur à son comble, Balzac se perd dans une démonstration sur les droits des parties contractantes, sur les comptes de succession et de tutelle, sur la constitution d’un majorat, et la scène vive et bien menée finit par devenir obscure et fatigante pour ceux qui ne sont pas très attirés par de telles questions.

  De même au moment de l’infortune de César Birotteau, il nous impose une longue dissertation sur la faillite «ce beau drame commercial qui a trois actes distincts: l’acte de l’argent, l’acte des syndics, l’acte du concordat». Et sous ces trois chefs il nous donne ses commentaires. Mais bien que nous égarant tantôt dans les détours de la procédure, tantôt dans les secrets de la police, tantôt dans le labyrinthe des lois, il a une façon bien plaisante et simple de nous éclairer sur le Droit».

  D’ailleurs la banque aussi l’intéressait énormément; dans son «David Séchard» des «Illusions Perdues», il nous explique longuement ce que c’est qu’un compte de retour en Banque. Quand il parle de Nucingen, de Du Tillet, il n’oublie jamais de nous analyser leurs opérations bancaires.

  On connait le goût de Balzac pour les spéculations, et sans doute suppose-t-il chez ses lecteurs le même intérêt et le même attachement.

  Il faut dire aussi que la déscription (sic) est poussée à l’invraisemblable chez Honoré de Balzac. Dans «Eugénie Grandet», il nous décrit pavé par pavé, la ruelle qui monte au Château de Saumur, et madrier par madrier, ardoise par ardoise, la maison de l’avare. Mais de telles déscriptions ont leur but et jouent leur rôle. Elles lui permettent de mieux nous peindre la société de son siècle, peinture que, dit-il en oubliant Hérodote et Tacite, «nous regrettons de ne pas avoir pour Rome, Athènes, Tyr, Menphis, l’Inde». Mais par son étude réussie de l’âme humaine dans ses multiples aspects, il a représenté l’homme de tous les siècles. Car si on dit de Fénelon qu’il aimait plus les hommes qu’il ne les connaissait, c’est bien l'inverse qu’on peut dire de Balzac.

  Il a connu le roman comme une épopée, et il conçoit l’épopée à la façon de Walter Scott qui fut son maître comme il fut celui de Barbey d’Aurevilly. «Le merveilleux et le vrai sont les éléments de l’épopée», a-t-il dit, mais alors que Walter Scott entrevoit derrière les évènements qu’il nous conte l’ombre de l’histoire légendaire de son pays et s’en émerveille, Balzac aperçoit derrière les faits qu’il nous décrit les mœurs d’une époque qu’il prend goût à analyser et à disséquer consciencieusement.

  Il avait à n’en pas douter le «Lust zum fabulieren» comme Fénimore Cooper, A. Dumas. Il était servi en cela par une imagination excessivement vive, si puissante qu’il mourut en réclamant Horace Bianchon, le grand médecin de la Comédie Humaine. Mais malgré cette énorme force d’invention il a ce don de vérité profonde qui fut celui de Shakespeare et de Molière.

 

Balzac et l’Italie.

 

En 1837 quand Balzac, alors à l’apogée de sa gloire, vint visiter la Comtesse Clara Maffei, qui tenait le salon le plus en vogue de Milan, lieu de rencontre des patriotes italiens et des artistes célèbres de toute l’Europe, la Comtesse le reçut à genoux à l’entrée de son salon en s’écriant: «j’adore le génie». Plus tard celle-ci lui suggéra le titre d’une nouvelle qui n’était que le nom de la mère vénérée de la Comtesse: Gambara. La nouvelle parut cette même année.

  Mais habitué à Paris, Balzac n’aimait pas Milan où il s’était réfugié pour échapper à ses créditeurs. Il s’y montrait ombrageux, querelleur. Il s’endormait en pleine conversation, avait le tic de faire toujours non de la tête, et riait à casser les vitres. Très superstitieux il parlait continuellement de sa confiance dans les somnambules[2] et adorait les cachets.

  C’est à Milan qu’il commença à écrire les «Mémoires de deux jeunes mariées». Travaillant dans sa tenue habituelle, vêtu d’une tunique de moine, il amusa par cette originalité qui, à Paris faisait la joie des caricaturistes.

  De Milan il alla à Venise où son arrivée fut triomphale, son départ le fut beaucoup moins, car entre les deux, ayant déjeuné chez la Comtesse Soranzo, il eut la maladroite et peu correcte idée de s’y- livrer à un éreintement en règle de Manzoni, Grossi et d’Azeglio. Ce qui ne l’empêcha pas, de retour à Milan d’aller rendre visite à Alessandro Manzoni et de lui dire qu’il lui semblait de voir en lui Chateaubriand ressuscité; et en effet ces deux physionomies et ces deux âmes religieuses se ressemblaient.

  Balzac au fond aimait l’Italie et estimait, ses grands hommes, seulement il l’aimait moins avec l’âme qu’avec la fantaisie. Il eut de nombreux amis italiens auxquels il dédia plusieurs de ses romans. Au sculpteur Puttinati il dédia «La vengeance». Au Prince Porcia, qui l’hébergea à Milan «Splendeurs et misères des courtisanes». A la Comtesse Bolognini-Vimercati: «Une fille d’Eve». «Les Employés, ou la femme supérieure» fut dediée à la Comtesse Sanseverino-Porcia, à propos de laquelle il devra dire: «La Comtesse Sanseverino m’a accusé de ne pas aimer l’Italie, au moment où je travaille à une œuvre intitulée Massimilla Doni et qui fera tressaillir plus d’un cœur italien».

  Car Balzac a une admiration toute particulière pour la femme italienne, plus que pour les paysages italiens, peut-être aussi parce que, comme on l’a dit, il est incapable de décrire les grands spectacles de la nature. En tout cas dans «Albert Savarus» on trouve de l’enthousiasme pour la beauté, l’esprit, la perfection en un mot, d’une italienne, mais à peine quelques allusions sur les merveilles enchanteresses de ces lacs italiens qu’il devait pourtant connaître.

  D’ailleurs Balzac fit de fréquents voyages en Italie. Son pèlerinage en Sardaigne à la poursuite des mines d’argent fut notamment désastreux et humoristique. D’autant plus pénible qu’il fut roulé par un génois. Mais de cela il n’en gardera pas rancune aux italiens, et surtout aux italiennes qui à Paris lui faisaient fête. La Viganò, la Grisi, l’écoutaient comme un oracle. Un soir par exemple, chez Gérard, la Viganò refusait de se mettre au piano «j’arrive, dit Balzac, je lui demande un air, elle se met à chanter». Evidemment de telles flatteries ne pouvaient que charmer le grand homme, car comme a si bien écrit Molière: «Les plus fins sont toujours de grands dupes du côté de la flatterie».

  Mais enfin en Italie on aimait bien Balzac. Il y a eu un moment où, à Venise, la société qui s’y trouvait réunie, imagina de prendre les noms des principaux personnages de Balzac et de jouer leur jeu. On ne vit pendant toute une saison que Rastignacs, Duchesses de Langeais, Duchesses de Maufrigneuse, et on assure que plus d’un acteur et d’une actrice de cette comédie de société tint à pousser son rôle jusqu’au bout.

  Il faut reconnaître aussi que l'influente a été étonnante en Europe. On s’est meublé à la Balzac.

  La Comédie humaine a transformé les mœurs avant de renouveler le théâtre, le roman et l’histoire, parce que, une telle transformation préalable a seule rendu possible le renouvellement du théâtre, du roman et de l’histoire sous l’influence de Balzac.

 

La Philosophie de Balzac.

 

  «La Philosophie est un Océan et les philosophes ne sont souvent que des pilotes dont les naufrages nous font connaître les écueils que nous devons éviter» a dit Condillac.

  Comme philosophe Balzac est un de ces pilotes. Il nous avertit avec solennité qu’il faut chercher dans Séraphita sa véritable pensée sur l’homme. Or, dans Séraphita, que nous offre-t-il? Une biographie de Swedenborg et une sorte de résumé de plusieurs des traités du Voyant d’Upsal. D’après ce visionnaire, le monde spirituel nous enveloppe, et les êtres qui le peuplent, anges ou démons, agissent sur nous. Balzac nous fait retrouver ces théories de Swedenborg. Théories sur les trois amours: l’amour de soi, l’amour du monde, l’amour du ciel; les trois degrés par lesquels l’homme parvient à ce ciel qui est sa patrie: le naturel, le spirituel et le divin; enfin la différence fondamentale entre l’exister et la vie.

  Balzac se drape ainsi dans des lambeaux de l’illuminisme de Swedenborg. La pensée est un fluide et il n’y a qu’un animal; telles sont les opinions de celui-ci sur la nature des choses, opinions reprises par Balzac et qui ne sont pas sans ressemblance avec le matérialisme qu’avec le panthéisme. Cependant Balzac se prétend chrétien.

  Mais quel est son jugement philosophique sur la nature de l’homme? Lui-même l’a rédigé en ces termes: «l’homme n’est ni bon, ni méchant, il naît avec des instincts et des aptitudes; la société, loin de le dépraver, comme l’a prétendu Rousseau, le perfectionne, le rend meilleur, mais l’intérêt développe aussi ses penchants mauvais. Le Christianisme, et surtout le Catholicisme étant un système complet de répression des tendances dépravées de l’homme, est le plus grand élément d’ordre social». Mais si l’homme n’est ni bon ni mauvais, le Christianisme n’est plus qu’un système arbitraire. Ce n’est que si l’on accepte que l’humanité apporte sur cette terre une corruption naturelle, triste effet de la chute du premier homme, que l’on est en droit de penser et de soutenir que la religion chrétienne est de nécessité divine.

  Il n’est pas difficile de voir dès lors que Balzac n’a pas su s’élever à l’abstraction philosophique N’en donnons comme autre exemple que ses quelques idées maîtresses sur la Vie. La vie est un enchevêtrement de causes et d’effets liés entre eux par des «dépendances mutuelles». Les existences sont régies par d’autres existences. La solidarité sociale a son fondement dans la nature.

  On peut dire cependant que, du moment qu’il exprime une conception de la vie, il a une philosophie. Cette conception se résumé dans la vision dantesque qu’il a de l’humanité luttant continuellement pour satisfaire ses besoins. Dans «La fille aux yeux d’or» il nous parle de ces «masques de force, masques de misère, masques de joie, masques d’hypocrisie, tous exténués, tous empreints des signes ineffaçables d’une haletante avidité, qui veulent du plasir (sic) et de l’or».

  Certes on ne peut pas exiger d’un romancier une recherche philosophique poussée, détachée de son œuvre, mais on peut prétendre de lui la beauté du style. Or c’est justement à ce sujet qu’on a fait les plus grands reproches à Balzac.

 

Le style de Balzac.

 

  On lui fait grief de mal écrire, comme Théophile Gautier le reprochait à Molière. En pensant bien il dit souvent mal, a-t-on dit de celui-ci. Balzac, lui, non seulement il écrit vite, mais il se corrige; aussi à propos de son style a-t-on parlé de: galimatias, de phrases boursouflées, déclamatoires et bruyantes, foulant la grammaire, la syntaxe, phrases à la construction vicieuse, aux tours obscurs, aux locutions impropres. Et on a fait le mot de «bricabraquologie».

  Sans doute, le style qui est une fin pour Flaubert, n’est qu’un moyen pour Balzac. Mais Buffon n’a-t-il pas défini le style «l’ordre et le mouvement que l’on met dans ses pensées?» Est-ce que Balzac fait autre chose? Taine n’a-t-il pas montré qu’il y a autant de styles que d’auditoires, et que le style est l’art de se faire écouter et de se faire entendre?

  Or il est évident que Balzac connaissait sa langue, et on trouve chez lui aussi des pages belles, vigoureuses, des développements éloquents, des aperçus de la plus heureuse finesse, des cris, des mouvements de l’âme, pathétiques et vrais. L’alliage est parfois impur mais expressif. Quels sont les chefs-d’œuvre de Balzac? «Eugénie Grandet», la tragédie de la cruauté lente et muette de l’avarice. «César Birotteau»: le poème héroï-comique de l’ambition petite bourgeoise. «Le père Goriot» : la peinture Shakspearienne de la faiblesse coupable d’un père et de l’ingratitude invraisemblable de deux filles. «Le Lys dans la vallée»: l’hymne à l’amour pur, à l’amour platonique qui se déforme en une espèce d’hermaphroditisme moral. Eh bien, dans ces romans on trouve des pages splendides, des constructions harmonieuses. Tout au plus peut-on reconnaître que Balzac, comme Shakspeare a un style frénétique. N’importe quoi est transformé et défiguré sous l’ouragan des passions des autres, qui ne sont que leurs passions traduites et ressenties. Tous deux n’aperçoivent jamais les objets tranquillement. Toutes les forces de leur esprit se concentrent sur l’image ou sur l’idée présente.

  On a dit que Balzac était parfois outré. Mais Shakspeare n’a-t-il pas parsemé ses œuvres de folies sanguinaires, (Le Roi Lear), et de préciosités écoeurantes (Hamlet). Pourtant «Le Roi Lear», et «Hamlet» restent des chefs-d’œuvre. Or pour Balzac, l’art n’est que la nature concentrée. Aussi le reproche qu’on lui a fait d’avoir créé des personnages exceptionnels, porte à faux. Voulant peindre des espèces sociales, il a choisi des échantillons très représentatifs. De même que critiquer ses digressions et ses longueurs, c’est méconnaître l’intention de tonte son œuvre. Car Balzac est logique, Les hommes ternes, les figures moyennes, ne donnent pas de caractéristiques qui permettent de dégager les traits les plus marquants de chaque groupe humain qu’il veut reproduire. Pour Balzac l’aspect de l’homme change selon qu’il est soldat, ouvrier, administrateur, savant, avocat, homme d’état, commerçant, marin, poète, prêtre, de même qu’il y a de variétés en zoologie. Par conséquence, pour nous donner l’image exacte de chacune de ces espèces, il surcharge un exemplaire de la catégorie, l’enrichit de mille détails et son style foisonne de métaphores, grandit, se ramifie, s’égare, revient, roule en torrent emportant l’imagination du lecteur, s’arrête à quelque curiosité, s’amplifie et atteint le but. Les idées, d’abord confuses, s’ordonnent. Ses personnages, d’abord estompés, effacés, s’éclairent progressivement et prennent des contours précis, grâce à l’ambiance dont il les enveloppe, et au moyen de laquelle son imagination nous les rend colorés des jeux de lumière les plus savants. Il leur donne ainsi un relief impressionnant. Le plus souvent ce sont des monomanes et ses monstres: Philippe Bridau, Grandet, Baron Hulot, rappelent (sic) les personnages de. Shakspeare (sic), aussi saisissants de vérité éternelle, à travers la loupe qui les amplifie. (L’abbé Troubert dans «Le curé de Tours», figure effacée au début, devient gigantesque sur la fin).

  On ne peut mieux saisir l’art de Balzac qu’en le comparant à celui de Scribe. Celui-ci a l’allure vive et dégagée; chez Balzac la pensée et l’action ne se déduisent que laborieusement. Celui-ci appuye, enfonce, l’autre glisse et court. Si Balzac n’avait pas été contemporain de l’auteur de «Jocelyn» et de «La chute d’un ange», il aurait été un nouveau Rabelais. Mais son œuvre, détachée de ses origines, des circonstances de sa production, des chicanes de la critique, est majestueuse. Certes, elle est inégale, disproportionnée, on n’y trouve que peu de paysans, pas d’artisans, d’ouvriers, peu d’avocats, de professeurs, tandis que Balzac voulait représenter toute la société; cependant la mort est venue interrompre trop tôt la réalisation du but qu’il s’était fixé.

  «Je me consume» écrivait-il, dès 1845, à M.me Hanska. Néammoins il a réussi à faire entrer un monde dans son alambic, pour le recomposer; le récréer en raccourci, et l’animer avec son propre souffle vivifiant, n’extrayant de la variété des événements et des individus que les éléments essentiels et primordiaux. Il a ainsi atteint le but que, dès son enfance, il s’imposait, quand il écrivait sous un portrait de Napoléon: «Ce qu’il n’a pu achever par l’épée, je l’accomplirai par la plume». Et, tout jeune, dans une lettre fameuse, il comparait le monde des écrivains au monde militaire, et s’assignait à lui-même la dignité de Maréchal.

  Plus tard il écrira à l’Etrangère: «Tu n’es la femme de Mahomet que du côté littéraire».

  En définitive Balzac a réalisé dans le roman ce que Sainte-Beuve a tenté de faire, à sa manière, dans la critique et dans l’histoire littéraire. Aussi peut-on dire avec Brunetière: «Il n’y a pas de gloire plus haute, ni, je le dirai, plus durable pour un grand écrivain que de s’être ainsi rendu comme inséparable à jamais de l’histoire d’un genre. Mais de plus, comme un Balzac et un Molière, quand il a fixé les modèles de ce genre, il peut sans doute être assuré de vivre dans la mémoire des hommes, et qu’aucun changement de la mode ou du goût ne prévaudra contre son œuvre».

 

 

  Salvatore Rosati, Sul romanzo italiano, «L’Italia che scrive. Rassegna per il mondo che legge. Supplemento mensile a tutti i periodici», Roma, Anno XXII, N. 3, Marzo 1939, pp. 67-69.

 

  pp. 67-68. Per rimanere nell’esempio, si ripete un luogo comune affermando che, quanto a stile, Balzac scrive come un giornalista di second’ordine. Ciò che forma la sua grandezza, è la capacità di creare e narrare personaggi e fatti, ossia la sua inventiva.

 

 

  Gustavo Traglia, Gli angoli ignorati della vita dei grandi uomini. I conti di Onorato Balzac - Il debito come spinta al lavoro del genio - Un romanziere fortunato, infelice uomo d'affari, «La Gazzetta di Puglia. Corriere delle Puglie», Bari, Anno LIII, N. 31, 31 gennaio 1939, p. 5.

 

  Quella di Onorato di Balzac fu una delle più prodigiose carriere che la storia letteraria di tutto il mondo ricordi. Se il romanziere fu uno fu più poderosi colossi letterarii del secolo scorso, l’uomo era ancora poco conosciuto, per le leggende che si erano sovrapposte alla di lui vera personalità. Ora esso viene illuminato di piena luce, per la pubblicazione dei libri di conti, delle fatture, dei protesti cambiarii di una lunga vita così interamente riempita di lavoro e di avventure. Balzac uomo d’affari? E perché no!

  Alcuni suoi biografi ci hanno scritto il grande romanziere come una vittima della fatalità, condannato ad un lavoro continuo. assiduo, snervante, per riparare una triste dissaventura (sic), il fallimento della tipografia che aveva stampato i suoi primi volumi, e della quale era, in un certo senso, responsabile, avendo firmato delle cambiali in gesto solidale con il suo stampatore. Leggenda magnifica, ma, ahimè, come tutte le leggende, completamente falsa, anche se su di essa hanno assiduamente ricamato tutti i biografi. La verità è un’altra. Se è vero che, durante tutta la sua vita, Balzac ebbe a lavorare duramente assillato da continui debiti, questi debiti non avevano alla base un gesto di solidarietà per un tipografo, ma una continua, inveterata, inguaribile mania di sperperare il denaro.

  Nello studio che. oggi, viene pubblicato, si trovano riportati tutti i documenti contabili della vita del Balzac dal 1820 al 1850. Il bilancio quotidiano è ricostruito con le pezze d’appoggio necessarie, le spese divise in rubriche, così che le cifre parlano, semplicemente e rudemente, se volete, ma con assoluta chiarezza e fanno comprendere la realtà di un’edescritto (sic) il grande romanziere come dei romanzi di Balzac. Quest‘uomo, dalla cui fantasia balsistenza (sic), che fu più avventura romantica, aveva un concetto tutto particolare del denaro; forse non ne aveva nessuno se volete, poiché spese inutili e fastose, debiti, giuochi di borsa costituiscono qualche cosa di intimamente legato al suo spirito, un appagamento quasi del bisogno di eccitamento, del «paradiso artificiale» di cui ogni grande ingegno ha bisogno.

 

***

 

  Il carattere particolare del grande scrittore viene fuori netto e preciso da questi episodi e da queste avventure contabili. Balzac, non ostante tutto, era nel 1830, il più borghese dei parigini, quando un tale aggettivo aveva ancora un significato preciso. L’uomo ha, contemporaneamente, vissuta la sua vita, in un'atmosfera irreale come se fosse un romanzo e scritto i suoi romanzi sotto il dominio di una ineluttabile spinta. In lui la verità delle cose perde il contorno effettivo, sogno e fatti si confondono in una fantasmagoria che ha decisamente marcata tutta la sua opera. In fondo, a guardare bene quest’anima poderosa, si resta spaventati. Balzac fu uno scrittore, che considerava il suo «mestiere letterario» come una necessità. Lavorava per guadagnare, sempre assillato dal bisogno di denaro, rincorso da debitori esigenti e voraci. Ma la sua vocazione reale era un’altra.

  — Io sono — diceva ai suoi amici — un grande uomo d’affari.

  E gli affari lo ossessionavano. Ne ha intrapresi di tutti 1 generi, alcuni logici e possibili, altri strampalati, assurdi, che finivano ognuno con una perdita vistosa, per pagare la quale doveva mettersi nuovamente al lavoro, scrivere un nuovo romanico. Se non avesse avuto il continuo bisogno assillante di far fronte ai suoi impegni, molti dei capolavori della letteratura romantica, non sarebbero stati scritti.

  Il debito, — e ci si convince di questo, leggendo i suoi libri di conti — gli ripugna. L’unica sua preoccupatone è quella di pagarlo nelle sue lettere ai suoi amici descrive, con molto lusso di particolari, con una specie di soddisfazione interiore, gli sforzi che si propone di fare per pagare; nel debito si avvolge come in un manto regale che deve procacciargli la simpatia, il perdono, l’ammirazione dei contemporanei. Innumerevoli sono nelle carte personali, ancora oggi conservate nel musco di Chantilly, le lettere piene di propositi, di considerazioni. Egli stesso afferma la necessità di mettere fine al disordine finanziario che lo ha accompagnato in tutta la vita. Alla sorella parla a lungo di un bilancio scrupoloso da lui stabilito per poter restare tranquillo in tutta la sua maturità. Ma questa attitudine è più una finzione letteraria che qualcosa di cui sia veramente convinto. Quando un’idea di speculazione ardita, assurda magari, lo colpisce, tutto il piano della realtà è abbandonato. Ed eccolo, per un certo tempo, vivere nell’esaltazione della sua idea mirabolante. Null’altro conta per lui, sino al risveglio, che gli lascia un sogno sfumato ed un conto da pagare.

  Allora, impreca al destino, e scrive un altro romanzo ...

 

***

 

  Ecco perché, la lettura di tutti i documenti contabili del romanziere, delle note brevi e nervose che li accompagnano, forma il più avvincente, il più divertente dei romanzi. Quelle cifre non sono fredde come quelle che potrebbero essere allineate da un contabile, ma fantasiose, illusorie, di un nomo d’affari che non ha saputo portare a compimento nessuna delle sue idee, quelle idee che tutte ha condotto al successo nella sua opera letteraria. E questi conti svelano il lato più particolare, umano, dell’uomo, danno un concetto preciso e definitivo di questa grande immaginazione sempre in movimento.

 

 

  Emilio Zanzi, Autori di tutto il mondo al bando della cattolicità. La nuova edizione dell’«Indice dei libri proibiti», «L’Italiano. Gazzetta del Popolo della Sera», Anno 92, 13-14 Settembre 1939, p. 3.

 

  Altri romanzieri colpiti dai fulmini dell’Indice sono Onorato di Balzac, Emilio Zola, Anatole France […].



[1] Il corsivo, come per tutti i titoli delle opere citate dall’A., è nostro.

[2] «C’est un moyen, disait-il, de n’être abusé par personne». Et toujours à propos de somnambules il écrivait à M.me Hanska «Si vous êtes curieuse de consulter, il faudrait m’envoyer un petit morceau de linge de coton que vous mettriez pendant la nuit sur l’estomac de votre fille, et qu’elle mettrait, elle même, sans que personne y touche dans ce papier, qu’elle mettrait dans une de vos lettres». [N. d. A.].


Marco Stupazzoni

 

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