sabato 13 febbraio 2016


1873




Studî e riferimenti critici.

  Atto verbale dell’adunanza ordinaria 16 Gennaio 1873, «Atti dell’Ateneo Veneto», Venezia, Reale Tipografia di Giovanni Cecchini, Serie Seconda, Vol. X, 1873, pp. 59-61.


  pp. 59-60. Indi il Presidente [G. M. Malvezzi] invitò il dott. Carlo Salvadori a tenere la promessa lettura: L’Adulterio e la sua pena. […]
  Dà poi lettura d’un’appendice dove descrive le varie impressioni prodotte in lui dalla lettura fatta, dopo avere scritta la sua memoria, degli scritti di Dumas, Girardin, e D’Ideville. Egli colloca il primo tra i positivisti, il secondo tra i poeti idealisti, e il terzo tra gli arcadi; dimostra l’influenza che tutti ebbero a sentire della mefistofelica penna di Balzac nel suo libro sulla Fisiologia del matrimonio e conclude celebrando Dumas figlio, quale scelto scrittore, profondo filosofo e poeta fervidissimo nella sua professione di fede, che dal lettore stesso, tolta la parte mistica, viene encomiata e professata.


  Varietà, «La Donna. Periodico d’educazione» compilato da donne italiane diretto da Gualberta Alaide Beccari, Venezia, Tipografia del commercio di Marco Visentini, Anno VI, Serie II, N. 210, 25 Giugno 1873, pp. 1458-1460.

 

  pp. 1458-1459. Gli uni colpiti dal gran successo dei romanzieri del nostro secolo, i Balzac, i Giorgio Sand, i Dickens, i Thackeray, applicarono la forma romanzesca alla geografia.



  Appendice. Bibliografia. “L’Anticristo”, di Renan – Gerusalemme e la Comune. – “Louis XVI, Marie Antoinette et Madame Elisabeth”, di Feuillet de Conches. – “I Rougon-Macquart”, “La Curée”, “Le ventre de Paris”, del Zola. – Un romanziere realista. – “Les enchantements de Mlle Prudence”, ossia le confessioni di una donna molto debole, «La Perseveranza», Milano, Anno XV, 5 Luglio 1873, pp. 1-2.


  p. 2. La descrizione della piccola città di Plassans, e delle rivoluzioni microscopiche che vi han luogo e che fondano la fortuna politica di quel Pietro Rougon mercante di olio, il quale «salva la società» e diviene una delle colonne dell’Impero, è degna di Balzac, che è tutto dire. Aggiungerei quasi che è del Balzac, con una vena di sentimenti e di entusiasmi del mare, che l’autore della Commedia umana non ha mai avuto. […]
  Tutto è studiato [ne Le Ventre de Paris] così bene che n’esce un vero studio filologico, che dev’essere interessantissimo ai non Francesi. Zola non dimentica il nome né di un pesce, né di una qualità di formaggio. Vi fa sfilar dinanzi una nomenclatura infinita di cose bizzarre, di cui non avete neppure l’idea, e che sfida qualsiasi traduzione. Ma spesso cade nel ricercato; vi si scorge lo studio del dizionario, e quello speciale fatto sui luoghi. Vuol esser Balzac, e diviene un compilatore di inventarii.


  Appendice. Rivista bibliografica. “Chi rompe paga”, romanzo di Ludovico De Rosa, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno VII, Num. 193, 14 Luglio 1873, pp. 1-2.


  p. 2. Un carattere interessantissimo è quello dello scellerato, che, ipocrita d’un nuovo genere, sa nascondere sotto forme d’un pretto galantomismo ed anzi di zelo pel bene altrui le sue più infami intenzioni. Esso è delineato benissimo, condotto con rara abilità: ma anche questo carattere, in cui c’è pure maggior profondità che negli altri, avrebbe guadagnato ancora se noi potessimo penetrare nelle tenebre di quell’anima con uno di quei psicologici esami che tanto ci rivelano della varietà del cuore umano nello stile abbondoso, e forse troppo pieno, di Balzac.


  Gazzettino bibliografico straniero. “Prismen”, Novellen von Ida von Düringsfeld; Berlin, Paetel (due vol.), «La Rivista Europea», Firenze, Tipografia Editrice dell’Associazione, Anno IV, Volume III, Fascicolo III, 1° Agosto 1873, p. 619.


  Come ne’ racconti di Balzac si riproduce quasi fotograficamente la vita cittadina e provinciale francese, così in queste novelle della baronessa Düringsfeld abbiamo trovata riprodotta al vivo in piccole e diligenti miniature sotto varii aspetti la società tedesca.


  Varietà, «La Donna. Periodico d’educazione» compilato da donne italiane diretto da Gualberta Alaide Beccari, Venezia, Tipografia del commercio di Marco Visentini, Anno VI, Serie II, N. 219, 10 Novembre 1873, pp. 1604-1605.

 

  p. 1604. Quelli che si ricordano la «femme comme il faut» delle epoche anteriori alla repubblica del 1848, dolgonsi della scomparsa di quest’ammirabile tipo. Balzac l’ha ritratto con felice esattezza, ed è a lui che la giovine generazione deve ricorrere per sapere ciò che era la parigina, trenta o quarant’anni addietro allorchè ella metteva la grazia al disopra dell’eleganza, l’incanto al disopra dell’effetto, e la sua delicatezza femminina ignorava il genere strepitoso e leggiero. Quello era il tempo in cui ella sapeva portare un casimir e raccorre le sue gonnelle, in un giorno di fango, con un sol colpo di mano, e con un movimento inimitabile e di cui ella sola aveva il secreto.



  Atta-Troll, Appendice del Gazzettino Rosa. Album di Atta-Troll, «Gazzettino Rosa. Monitor quotidiano», Milano, Anno VII, N. 136, 18 Marzo 1873, p. 1.


  Che importa allo Stato la maniera con cui si ottiene il movimento rotatorio del denaro, purchè esso si trovi in un’attività perpetua? D’altronde, che importa alcuno sia povero, altri ricco, se avvi sempre l’istessa quantità di enti imponibili? [citazione tratta da La Maison Nucingen].

*
  L’argento degli imbecilli è, per diritto divino, il patrimonio degli uomini abili. [citazione tratta da La Maison Nucingen].

*
  Il debitore è più forte del creditore. Questa è la parafrasi del motto di Montesquieu: Le leggi sono tele di ragno, attraverso le quali passano le grosse mosche. [citazione tratta da La Maison Nucingen].
*
  La cortigiana è essenzialmente monarchica. [citazione tratta da Splendeurs et Misères des Courtisanes].

*
  Il giovane rassomiglia troppo alla donna, perché una giovinetta gli piaccia. Per l’istessa ragione, che il cuore delle giovani donne non può esser compreso se non da uomini assai abili, sotto l’apparenza della passione, la donna d’una certa età più facilmente riesce gradita ad un fanciullo. [citazione tratta da Béatrix]. […] Balzac.

  Segue un’altra citazione attribuita a Balzac, ma, in realtà, estratta dal Dom Juan di Byron.

 

  Atta-Troll, Appendice del Gazzettino Rosa. Album di Atta-Troll, «Gazzettino Rosa. Monitor quotidiano», Milano, Anno VII, N. 137, 19 Marzo 1873, p. 1.


  Il giovane sente ammirabilmente ch’egli può farsi amate e le vanità della donna sono ammirabilmente soddisfatte della sua conquista. Eppoi l’autunno della donna ha provocanti attrattive. Non sono dunque nulla quegli sguardi ad un tempo arditi e pieni di riserva, languidi a proposito ed ispirati dagli ultimi raggi dell’amore? E la sapiente eleganza delle parole? La capigliatura sì curata e studiata? Persino le brune assumono allora le tinte bionde, i colori d’ambra della maturità.
  Elle rivelano nei loro sorrisi e spiegano nelle loro parole la scienza del mondo; sanno discorrere, vi abbandonano il mondo intiero per farvi sorridere, hanno delle dignità e fierezze sublimi, hanno dei gridi di sconforto da spezzarvi l’anima, degli addii all’amore che conoscono inutili e che ravvivano la passione; elle si fanno giovani, hanno delle devozioni assolute, vi ascoltano, vi amano infine; sono avvocati che tutto fanno servire alla loro causa, senza la noia del tribunale; non si conosce l’amore che per loro mezzo ed io non credo che si possa mai obliarle, come non si dimentica ciò che è grande, sublime. Una giovane donna ha mille distrazioni e quelle donne là non ne hanno alcuna: elle non hanno né amor proprio, né vanità, né debolezze. Il loro amore è immenso, ingrossato da tutte le delusioni, da tutti gli affluenti della vita. [citazione tratta da Béatrix]. […]. Balzac.

  Segue anche qui una lunga citazione ‘a firma Balzac’, ma tratta invece sempre dal Dom Juan di Byron.

 

  Atta-Troll, Appendice del Gazzettino Rosa. Album di Atta-Troll, «Gazzettino Rosa. Monitor quotidiano», Milano, Anno VII, N. 138, 20 Marzo 1873, p. 1.


  Nonostante l’attribuzione a Balzac delle citazioni riportate, esse sono interamente tratte, ancora una volta, dall’opera byroniana già citata in precedenza.


  Atta Troll, I Martiri della Comune. I. Jules Vallés (sic), «La Plebe. Giornale repubblicano-razionalista-socialista», Milano, Anno VI, N. 47, 24 Novembre 1873, p. 1.


  Al pari di Rousseau e di Diderot, anche Vallés fu preso da uno di quegli amori, cui saprebbero spiegare soltanto gli studiosi di Balzac, di Stendhal, di Chamfort, i fisiologi delle umane contraddizioni.

  Giacomo Barzellotti, Notizia letteraria. “Jacopo e Marianna” per Mario Pratesi. – Roma, stabilimento Civelli. Fòro Traiano, 37, anno 1872, un volume di pagine 267, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Firenze, Direzione della Nuova Antologia, Volume Ventesimosecondo, Fascicolo Primo, Gennaio 1873, pp. 246-253.


  p. 246. Il suo libro, è bene però accennarlo sin d’ora, ha una maniera di pensare e di dire tutta sua che non garberà, forse, a ogni genere di lettori. E prima di tutto parla italiano schiettissimo, anzi toscano, anzi qualche volta senese; non infila periodetti alla Victor Hugo, né periodoni alla Guerrazzi; non vuol solleticare l’attenzione de’ fiacchi di spirito col ricantare, sotto il falso titolo di analisi intime e di patologie morali, le nenie degli scimmiottatori del Byron e del Balzac; non disserta, né filosofeggia; non mette sossopra la guardaroba romanzesca per ripescarvi i costumi smessi di qualche vecchia comparsa di cavalieri, di maghe o di fate; non celebra gli amori e le bizze di damigelle e di damerini del bel mondo: ma ci mette innanzi agli occhi creature vive e palpabili, figure di popolani, di popolane e di artisti che amano e odiano alla viva luce del sole, in povere case, pei campi e pei prati in faccia alla natura infinita.


  Vittorio Bersezio, Alessandro Manzoni. Studio biografico e critico di Vittorio Bersezio, Torino, Libreria L. Beuf, 1873 e in «Rivista minima», Milano, Anno III, N. 15, 3 Agosto 1873, p. 239.


  p. 54. Un arguto critico di Francia(*) chiamò il romanzo di Manzoni, paragonandolo tacitamente al poema di Dante, commedia milanese. L’idea è felice, ma non è completa. Era commedia umana che doveva dire, perché tutti gli affetti e quasi direi i pensieri della famiglia umana son contenuti in una sintesi mirabilissima entro questo capolavoro di così semplici e modeste sembianze; onde quel titolo ambizioso, ne’ suoi ristretti limiti, il romanzo di Manzoni lo merita quasi del pari che l’opera immensa del Balzac, sommo egli pure.
  (*) Amedeo Roux, già citato, nella sua Histoire de la littérature italienne contemporaine.


  Vittorio Bersezio, Appendice. Bibliografia. “Il tesoro di Donnino”, romanzo di Salvatore Farina (Milano, Tip. Editrice Lombarda, già D. Salvi, 1873), «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno VII, Num. 297, 27 Ottobre 1873, pp. 1-2.


  p. 1. Due sono le maniere di trar partito e di far concreta l’espressione di codesta capacità filosofica, che introduce il lettore nel più intimo della coscienza dei personaggi posti in scena dall’autore; una che si può chiamare analitica, consiste nell’espressione minuta e particolareggiata d’ogni menomo sentimento, d’ogni ombra d’idea, d’ogni modificazione dell’anima, a cui di necessità si deve accompagnare una pari descrizione di tutti gli oggetti e circostanze e fatti che agiscono direttamente e indirettamente a cagionare di quelle modificazioni interne; è il metodo di Balzac, che sorretto dall’ingegno potente di quel sommo osservatore, benché talvolta pesantino, ma che applicato dai così detti realisti che si credono seguaci dell’autore della Commedia Umana, non riesce il più spesso che al diletto d’un inventario ed alla poesia del processo verbale; l’altra maniera è sintetica, e il risaltamento della riflessione come dell’indovinamento psicologico dell’autore, raccoglie, esprime tutto in un atto, in una parola del personaggio, ed in una semplice osservazione di passata, da cui l’arguto lettore avverte subito l’interno dell’animo di chi opera, ed anche il non arguto, senza pur rendersene conto, sente di colpo la grande impressione del vero; maniera questa che è propria, per citare un altro grande modello, del nostro Manzoni.


  Camillo Boito, La Pittura all’Esposizione Universale di Vienna, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Firenze, Direzione della Nuova Antologia, Volume Ventiquattresimo, Fascicolo Nono, Settembre 1873, pp. 28-49.


  I due più celebri pittori italiani ne’ soggetti di genere sono certo i due fratelli Induno, i quali, uomini freschi ancora, hanno serbato con molta tenacità la loro giovanile maniera di pensare e di dipingere. Posseggono forse, come diceva il Delécluze, certe qualità dell’Hogart; hanno l’intierezza delle tinte del Bischop de’ Paesi Bassi, con meno luce e sostanza; hanno la tavolozza di alcuni pittori della Scuola di Monaco, i quali, tardi a muoversi come in generale i Tedeschi, si sono appigliati, benché giovani, ad un modo che a molti sembra invecchiato. La esecuzione de’ due valenti artisti milanesi ha insomma più del forestiere che dell’italiano, e il concetto ora si ferma a viete composizioni, ora si compiace di scene comiche o drammatiche, informate ad uno spirito di verità piuttosto rancioso. Chi non riconosce anche al dì d’oggi in Balzac, per esempio, l’osservatore minutissimo e potentissimo della natura umana, ch’è eterna, il raccontatore prontissimo e piacentissimo? Eppure l’ordine de’ suoi romanzi, certe intenzioni e certe forme sentono un pochino di stantio. Il Balzac, se fosse vissuto, avrebbe fatto ciò che i fratelli Induno non hanno voluto fare, avrebbe rinfrescato la sua maniera senza alterarne la singolarità ed il carattere.


  Michele Bongini, La Piccarda Donati. Racconto storico fiorentino dell’abate Michele Bongini, Firenze, Luigi Manuelli Editore, 1873.


  pp. 163-164. Ognuno che per poco sia amante di passare un’ora a leggere qualche buon racconto nostrale – lasciando stare di buon animo ai Francesi il loro Balzac, Dumas, Berthet, Fridolin, Sand, de Bernard, Saintine, Sue, ec.; agl’Inglesi lord Byron, agli Spagnoli il d’Izco, con tutte le loro stranezze, nullità, empietà e lordure – si rammenterà agevolmente di quel Don Abbondio del Manzoni, e ricorderà come egli rimanesse sconcertato e ingrullito affatto quando nel cerchio dei preti, ch’eransi portati a visitare l’arcivescovo Federigo Borromeo, fu richiesto di presentarsi dinanzi a lui, che conferiva col terribile Innominato.


  C., Letteratura. Balzac in collegio, «L’Emporio Pittoresco. Illustrazione universale. Giornale settimanale», Milano, Edoardo Sonzogno Editore, Anno X, N. 468, dal 17 al 23 agosto 1873, pp. 69-73.


I.

  Nello spazio di venti anni, quante intelligenze abbiam vedute ripiegarsi, fiaccarsi o cadere, non già sotto il peso degli anni, ma per il successivo smantellamento di basi che attesta come la realtà, principio dell’arte, mancava ad opere che quasi subito perdevano la voga. Balzac è sempre stato grande, e se alcune parti della sua opera si sono offuscate, si è perché si risentivano delle correnti romantiche alle quali era difficile sfuggire; ma il brioso, il chiaro, lo splendido sono rimasti in tutto il loro splendore. E oggi l’influenza del pensatore appare continuamente nei siti più diversi, al teatro, al tribunale. È raro che una buona commedia non tuffi le sue radici nella Commedia umana; ultimamente, in tribunale, udendo un celebre avvocato parlare con ammirazione del romanziere in un processo di separazione di corpo, riconoscevo la verità dell’affermazione di colui che aveva trovato un Cesare Birotteau sulla tavola di un procuratore, romanzo che il legale riputava ottimo a consultarsi in materia di fallimenti.
  La miglior prova della vitalità di Balzac è nelle recriminazioni che ispira. Vi sono persone cui questa riputazione è d’impaccio per la sua lunga durata. Certi revisori che hanno sempre le tasche impinzate di romanzieri inglesi od americani, che devono, dicon essi, cambiare la faccia del romanzo, e che, in realtà forniscono materia ad articoli bastantemente noiosi, questi revisori tentano di opporre al gran maestro il primo scrittore estero che casca loro sottomano, senza temere di vederlo schiacciato da quella riputazione colossale.
  Uno di costoro, tentando di naturalizzare in Francia l’opera di un romanziere anonimo, Ginx’s baby, il Trovatello, opera dura, sarcastica, inflessibile, puramente britannica, e senza nessun legame con le preoccupazioni sociali della Francia, diceva: «Questo spirito di giustizia, di carità, di cuore e di pietà, di vero cristianesimo, quanto rende i romanzieri inglesi superiori alla maggior parte dei nostri, ed io vi parlo dei più grandi! Quando gli (sic) ho letti, confesso che in un senso ammiro molto meno Balzac, e soprattutto non lo amo; mi irrito anzi di quella cieca adorazione che gli hanno consacrata certi critici scevri di ogn’altra superstizione. Forse la vince per l’arte e per il genio; ma si può egli giudicare l’arte da sola e il genio indipendentemente dalle sue conseguenze? Per le tendenze e l’impressione prodotta, quando i trasformatori dello spirito inglese la vincono sul pittore precoce della corruzione imperiale! …».
  Ed ecco Balzac giudicato: Pittore precoce della corruzione imperiale! Laonde, all’autore del Medico di campagna, del Curato di Villaggio, i due più bei romanzi del secolo, al grande artista invaghito della sua arte, dobbiamo la fatale dichiarazione di guerra del 1870 e i disastri che ne conseguirono!
  A queste ingiuste accuse, quanto io preferisco il giudizio francese riguardo al romanziere francese. Una sera, verso il 1846, narra Gregorowitz che assisteva alla scena, Balzac entra nel teatro di Pietroburgo. Il suo nome ha circolato di bocca in bocca; il suo palchetto è assediato dai giovinotti: tutte le mani vogliono stringere quelle del romanziere, tutti gli occhi vogliono vederlo. Balzac è chiamato nel palchetto del principe Menzizikoff, e lì, al cospetto del pubblico, il principe prende la mano del suo ospite e la bacia.
  Questo è un tratto proprio russo; questa idolatria per un uomo di genio è sempre meravigliosa. Non ha egli la sua sorgente legittima nella pittura dei costumi di un secolo bollente e gravido di problemi, che è stato studiato alla lente da un gran lavoratore sempre attento al suo lavoro, che muore giovine, senza aver sprecato il suo talento, che fa andare di pari passo la ricerca dell’arte e quella della realtà, resta dignitoso indipendente e sincero senza lisciare il dio della sua epoca, la borghesia, senza lusingare le passioni del dio dell’avvenire, il popolo, e con ciò, si è mostrato lo scrittore moderno il più degno della pubblica stima?
  A rischio di esser trattato «di cieco adoratore» e di artista «corrotto» mi è sembrato che Balzac doveva essere studiato a nuovo nella sua essenza nativa, nei principii di eredità che dovette alla sua famiglia, nei suoi studi da giovine, nel centro provinciale dove fu educato. Qual giovine fu quest’uomo, è quello che dimostrerà lo studio della sua vita di gioventù.


II.

  Vendôme è una di quelle città tranquille della Turrena, ove la vita scorre facile per le indoli che temono gli urti e gli sbalzi della vita parigina; i monumenti non vi sono numerosi, ma Vendôme offre una specialità ignota alla provincia; il suo liceo è celebre come quei collegi inglesi, Oxford, per esempio, dove l’educazione moderna si è sviluppata. Forse la memoria dei Padri dell’Oratorio che fondarono quello stabilimento nel secolo diciassettesimo, ha contribuito per qualche parte alla sua celebrità. Reputo che la lunga descrizione che ne fece uno dei suoi vecchi allievi in Luigi Lambert, un’opera, non già la più considerevole, ma una delle più importanti dell’autore della Commedia umana, gettò un irradiamento speciale sopra quelle vecchie mura, e le colorì di una luce poetica incancellabile.
  Pubblicata nel 1833, vent’anni dopo l’uscita dal collegio di Balzac, questa autobiografia fu concepita sotto la impressione delle influenze di Renato, d’Obermann, di Giuseppe Delorme, e di tutti quei tipi malaticci e fittizi che abbandonò vivamente per la sua gloria il grande osservatore. Luigi Lambert forniva al romanziere la occasione di descrivere le sue emozioni d’infanzia e di giovinezza senza mettersi direttamente in iscena, senza abusare dell’io e del me, cui odiava l’artista sì personale e sì impersonale al tempo stesso.
  Abbiamo ivi un doppio Balzac, il confidente di un fanciullo pensatore a cui, temendo di svelare alla moltitudine la conoscenza troppo esatta delle sue mistiche tendenze, egli dà il nome di Luigi Lambert. «Luigi Lambert e lui non sono che una sola persona, è Balzac in due persone», scrive sua sorella. E bisogna credere in tutto a quella donna distinta che ha lasciato un libro così sincero sulla sua famiglia e sul suo fratello maggiore.
  La congestione d’idee da cui fu colpito Balzac per aver divorato ghiottamente la biblioteca dei Padri dell’Oratorio, prova quando concorda con lo studio analitico che consacrò più tardi il romanziere allo pseudo Luigi Lambert il racconto della signora Surville:
  «Balzac aveva quattordici anni, quando Mareschal, il direttore del collegio, scrisse a nostra madre, verso la Pasqua, di venire in fretta a prendere suo figlio. Egli era colpito da una specie di coma, che dava tanto più da pensare ai suoi maestri inquantochè eglino non ne vedevano la causa. Mio fratello era per essi uno scolaro neghittoso; essi non potevano dunque attribuire a nessuna fatica intellettuale quella specie di malattia cerebrale. Diventato magro e meschino, Onorato rassomigliava a quei sonnamboli che dormono con gli occhi aperti; non udiva la maggior parte delle domande che gli erano rivolte, e non sapeva che rispondere quando gli veniva chiesto all’improvviso: A che pensate? Dove siete?
  Di questa malattia strana, Balzac ne dice dal canto suo alcune parole in Luigi Lambert: «Sei mesi dopo la confisca del Trattato sulla Volontà, abbandonai il collegio. La nostra separazione fu improvvisa. Mia madre, impensierita da una febbre che, da qualche tempo, non mi abbandonava, e alla quale la mia inazione corporale dava i sintomi del coma, mi levò di collegio in quattro o cinque ore».
  A qual causa era dovuto uno stato sì speciale di salute, Balzac lo spiega mettendolo in conto del suo eroe fittizio:
  «Sottoposto, sino dalla infanzia ad una precoce attività, dovuta senza dubbio a qualche malattia od a qualche imperfezione dei suoi organi, sino dall’infanzia le sue forze si logorarono per l’azione dei suoi sensi interni e per una sovrabbondante produzione di fluido nervoso. Uomo d’idee, gli fu d’uopo saziare la sete del suo cervello che voleva assimilarsi tutte le idee. D’onde le sue letture; e dalle sue letture le sue riflessioni che gli diedero il potere di ridurre le cose alla loro più semplice espressione, di assorbirle in sé stesso, per ivi studiarle nella loro essenza. I benefizi di quel magnifico periodo, compiuto negli altri uomini soltanto dopo lunghi studi, Lambert li raggiunse nella sua infanzia corporale; infanzia fortunata, infanzia colorita dalla studiosa felicità del poema. Il termine cui giungono la maggior parte dei cervelli fu il punto da dove il suo doveva partire un giorno alla ricerca di alcuni nuovi mondi d’intelligenza».
  A chi percorra i grandi cortili del collegio, dirimpetto a vecchi edifizi di mattone e di pietra che non subirono modificazioni sino dalla loro creazione, sembra di essere seguito dall’ombra dello scolaro meditabondo che stupì i suoi camerati più di quello che non ispirasse loro simpatia. Balzac non sapeva né giuocare alla palla, né correre, né montare sui trampoli. Estraneo ai divertimenti dei suoi condiscepoli, restava solo, malinconico, seduto sotto qualche albero del cortile.
  «L’istinto sì penetrante, l’amor proprio sì delicato degli scolari fece loro presentire in noi (leggete in me, Balzac) anime collocate più in alto o più in basso delle loro. D’onde, negli uni, odio della nostra muta aristocrazia; negli altri, disprezzo della nostra nullità. Questi sentimenti erano fra noi a nostra insaputa, forse non li ho indovinati che oggi. Vivevamo dunque precisamente come due topi rannicchiati nell’angolo della sala dov’erano i nostri leggii, ivi trattenuti ugualmente nelle ore di studio e in quelle di ricreazione. Questa posizione eccentrica dovette metterci e ci mise infatti in istato di guerra con i ragazzi della nostra classe».
  Nel romanzo, Balzac fa condividere questo peso di antipatie a due esseri: Luigi lambert e lui. La realtà fu anche più dura. Egli era nel collegio il solo pensatore. I suoi camerati abusavano della loro forza di fronte a lui; egli rispondeva col disprezzo. Egli è per ciò che non ho voluto consultare niuno dei condiscepoli di Balzac: essi non potevano aver presentito quell’ideologo, spiacenti ad essi del pari che i pensatori dell’Impero lo erano al Primo Napoleone. Al collegio la forza e la destrezza primeggiavan su tutto. Balzac, agli occhi dei suoi camerati, non era nemmeno riabilitato dalla sua superiorità nella scuola; carico di penitenze, obbligato a sporger la mano allo staffile, il più delle volte in prigione, tale era allora il cattivo scolaro che i maestri non potevano offrire da esempio ai collegiali.
  In mancanza dei contemporanei di Balzac nel liceo di Vendôme, ho voluto vedere un’anima più schietta, il portinaio incaricato del servizio della carcere. Questo dabben uomo, in età al presente di ottantaquattro anni, e che ha nome padre Verdun, si ricorda gli occhioni neri del signor Balzac». Infatti, tutta la beltà e la potenza intellettuale, del romanziere erano riposte in occhi meravigliosi che penetravano ad un tempo nell’interno e nell’esterno, sguardi che osservavano sì profondamente, che indovinavano ancor più.
  Padre Verdun aveva l’incarico di chiudere gli allievi pigri nelle gabbie di legno, di cui parla Balzac ad uno dei suoi rari amici di collegio: «Quando David inaugurerà la sua statua di Giovanni Bart, egli scrive, nel 1844 al signor Fontémoing, avvocato a Dunkerque, forse verrò a godere quello spettacolo, e allora avremo un giorno o due per ricordarci delle gabbie di legno ed altre corbellerie di collegio.
  Il sistema delle gabbie di legno è, disgraziatamente per i biografi, fortunatamente per l’igiene, scomparso dai dormitorii dove gli allievi negligenti erano chiusi sino a che tornassero a migliori sentimenti. Erano una specie di confessionale particolare ad ogni collegiale, e che Balzac ha descritto ragguagliatamente:
  «Ivi, più liberi che altrove, potevamo parlare per giornate intiere, nel silenzio dei dormitorii, dove ogni allievo possedeva una nicchia di sei piedi quadrati, le cui pareti erano in cima guarnite di sbarre, il cui uscio a cancello era chiuso tutte le sere e aprivasi ogni mattina sotto gli occhi del Padre incaricato di assistere al nostro levarci e al nostro andare a letto. Il cric-crac di quegli usci, maneggiati con una strana prontezza da alcuni garzoni di dormitorio era pure esso una delle specialità di quel collegio. Quelle alcove in tal guisa costrutte ci servivano di prigione, e ci restavano talora chiusi a mesi intieri».
  Strano modo d’istruzione! Una prigionia cellulare di varii mesi! È vero che una tal detenzione sembrava meno lunga ad allievi che non uscivano mai dalle mura del loro collegio, nemmeno alle vacanze, sinchè duravano i loro studii.
  Sarebbe bene esaminare se questa dura educazione, unita alla austera severità dei vecchi Padri dell’Oratorio, non abbia dato uomini meglio temprati di quelli della giornata; bisognerebbe sapere che fine hanno fatto i vecchi camerati di Balzac, se le carriere liberali, il commercio, l’agricoltura, le armi non siano state dotate, mercè l’insegnamento del collegio di Vendôme, d’indoli ferme ed agguerrite. Non posso citare ad esempio che un militare, il quale, attraverso le campagne, proseguì i suoi studi filosofici, e tradusse Fichte facendo la campagna d’Algeri, certo Barchon di Penthoen, ed un legale, il signor Dufaure, il quale, dal foro, si slanciò nella vita politica, ove doveva occupare sì alte funzioni.
  Frattanto che cosa facevano, chiusi per alcuni mesi in quelle gabbie di legno? Balzac lo ha detto provando che in ogni prigioniero si racchiude un Silvio Pellico. «Gli scolari messi in gabbia stavano sotto il severo sguardo del prefetto, specie di censore, il quale veniva, alle sue ore od all’improvviso, con passo leggiero, per sapere se discorrevamo invece di fare le nostre penitenze. Ma i gusci di noci sparsi su per le scale, e la finezza del nostro udito ci permettevano quasi sempre di prevedere il suo arrivo, e potevamo darci senza timore ai nostri prediletti studii. Tuttavia, la lettura ci era interdetta, le ore della prigione appartenevano per il consueto a discussioni metafisiche, od al racconto di alcuni strani casi relativi ai fenomeni della intelligenza».
  Fu lì che Padre Verdun imprigionò, sprigionò spesso il fanciullo, e talora lo condusse in una prigione più rigorosa, che era distaccata dal vecchio collegio, e forma sulla Loira un colpo d’occhio pittoresco, ma poco dilettevole per quelli che vi erano chiusi.
  Che importava a Balzac? Egli non aveva amici intorno a sé, non cuori simpatici per comprenderlo e le mura del collegio gli sembravano più tetre di quelle della sua prigione. «Quest’aquila che voleva il mondo per suo pascolo, si trovava chiusa fra quattro mura anguste e sporche; laonde la sua vita diventò, nella più ampia estensione del termine, una vita ideale».
  Il biografo di Luigi Lambert ha trascurato nel suo studio analitico il parlatorio. È il luogo che più colpisce chi visita il collegio. Alle mura sono appesi solenni ritratti di grandi personaggi della provincia: i due Vendôme, il cardinale e il duca. Di prospetto, l’immagine dei vecchi Padri dell’Oratorio, e fra gli altri del Reverendo Padre Bourgoing, che fu superiore dell’Ordine. Pitture da sagrestia come la intendevano gli antichi Spagnuoli: testa di cera, sangue verdastro, una specie di san Bonaventura che risuscitava per scrivere le sue memorie. L’ascetismo dei fondatori dell’Oratorio è trasfuso in quel sinistro ritratto che Balzac ragazzo doveva aver guardato più di una volta, inquieto di non potersi espandere nel cuore di un affettuoso professore quanto bolliva nel suo cervello.
  «Col capo sempre appoggiato sulla mano sinistra, col braccio appoggiato al suo leggio, egli passava le ore di studio a guardare nel cortile le foglie degli alberi o le nuvole del cielo: sembrava che studiasse le sue lezioni; ma, vedendo la penna immobile o la pagina rimasta bianca, il rettore gli gridava: «voi non fate nulla, Lambert!» Quel: Voi non fate nulla, era una puntura che feriva Luigi in cuore … Quando egli era violentemente strapazzato da una meditazione col voi non fate nulla del rettore, gli accadde spesso, dapprima a sua insaputa, di lanciar contro costui uno sguardo impregnato di non so quale dispregio, carico d’ode come una bottiglia di Leida è carica d’elettricismo. Quell’occhiata produceva senza dubbio una commozione nel maestro, il quale ferito da quel tacito epigramma, volle disavvezzare lo scolaro da quello sguardo fulminante. La prima volta che il padre si formalizzò di quello sprezzante irradiamento che lo colpì come un lampo, disse questa frase che io mi sono ricordata: - «Se mi guardate ancora in tal modo, Lambert, riceverete una nerbata!» A quei detti tutte le teste si alzarono, e tutti gli occhi spiarono alternativamente e il maestro e Luigi. L’apostrofe era sì stupida che il ragazzo fulminò il Padre con un’occhiata che fu un lampo. D’onde fra il Rettore e lo scolaro nacque un diverbio che finì a nerbate. In tal guisa gli fu svelato il potere oppressivo del suo occhio».
  Un professore poteva egli comprendere «quel povero poeta, di una costituzione sì nervosa, vaporoso come una donna, dominato da melanconia cronica, ammalato del suo genio come una fanciulla lo è di quell’amore che ella invoca e che ella ignora».
  Quello che comprendeva il rettore del collegio è scritto sul registro di uscita degli allievi, vecchio volume rilegato in cartapecora, che trovasi in casa del sindaco di Vendôme. Alla pagina 7, è scritto: «N. 400 – Onorato Balzac, nell’età di otto anni e cinque mesi; ebbe il vaiuolo e va soggetto a febbri di riscaldamento. – Entrato nel collegio il 22 giugno 1807. – Uscito il 22 agosto 1813. – Rivolgasi al signor Balzac, suo padre a Tours».
  Temperamento sanguigno, che facilmente si scalda e va soggetto a febbri di riscaldamento, tale è quella giovin mente che non giunse ancora all’età di quattordici anni, e che, dieci anni dopo, diventerà un vulcano che sprigionerà dapprima dense fumate, seguite dalle fiamme le più rilucenti che si sieno vedute nel secolo. Ma nessuno dei Padri dell’Oratorio aveva presentito il vulcano.

III.

  Sono belli i cortili del vecchio Collegium caesareo vindocinense. L’aria almeno, non mancava agli allievi chiusi nell’interno. Si succedono tre grandi cortili, i quali, al tempo di Balzac, erano spartiti fra i Piccoli, i Mezzani, e i Grandi.
  Nel primo, piantato d’acaci e di olmi che nascondono per metà i tre piani di pietra e mattoni frammisti, è una bella piazza, una piazza naturale per la statua di Balzac, la cui memoria illustrerà in eterno il collegio. Ivi vorrei vedere il compatriota di Cartesio, il romanziere che certamente pensò al pari del filosofo, il giovine «veggente, a cui la sua città natia avrebbe da venti anni dovuto innalzare un monumento, il Tourangeau che amò tanto il suo paese, che mercè i suoi libri ricomporrebbe la più amena delle Turene pittoresche; ivi dovrebbe vedersi per la istruzione della nuova generazione lo scolaro meditabondo e pensieroso, con un libro in mano, che cerca nello spazio altri libri, sempre libri. Sino dalla sua più tenera giovinezza «la lettura era diventata per Luigi Lambert una specie di fame cui nulla valeva a saziare; egli divorava libri d’ogni genere, e si pasceva indistintamente di opere religiose, di storia, di filosofia e di fisica».
  Può darsi che dicasi da taluno che dal punto di vista del collegio, Balzac non realizzava il tipo del completo allievo. Quel neghittoso era il più gran lavoratore del collegio di Vendôme; senonchè i professori non se ne accorsero. «Luigi mi ha detto di aver provato incredibili delizie nel leggere dizionari in mancanza di meglio, ed io di buon grado l’ho creduto. Quale scolaro non ha molte volte provato gusto nel cercare il probabile significato di un ignoto sostantivo? L’analisi di un nome, la sua fisonomia, la sua storia, erano per Lambert l’occasione di una lunga meditazione … La maggior parte delle parole non sono elleno intinte della idea che rappresentano esteriormente?».
  Ecco a che pensava Balzac disconosciuto.
  Qual lezione per gli allievi quella grave faccia, quel genio robusto come il vecchio platano che si è fatto un buco nel muro per bagnare le sue radici nella Loira, e che fa pensare al genio dell’uomo che spazia oltre le mura del collegio per pensare.
  Qual vita di austero lavoro quella di quest’uomo lanciato nei primordi della vita in inestricabili difficoltà di fortuna, che si guadagna palmo a palmo il terreno che l’arte gelosa gli contrastava, e più grande ai suoi propri occhi mano mano che gli altri lo disconoscevano!
  Non è tanto del romanziere quanto del pensatore che sarebbe utile esporre il volto agli occhi degli allievi del liceo. Dove conduce il lavoro cui si attende senza tregua? Balzac lo ha dimostrato. Si è rimpianta la distruzione del suo manoscritto del Trattato della Volontà, per opera di un professore che non comprese la portata delle vedute di quel giovine nel dominio dell’astrazione filosofica. Balzac mise in pratica quella volontà di ferro per tutta la sua vita. E una tale volontà applicabile alle scienze esatte come alle carriere liberali, alle lettere ed all’industria, una tal lotta senza tregua né posa di un fanciullo della Turrena che dovette lottare contro sì malvagie fate, non sono eglino importanti a mostrarsi alle nuove generazioni col mezzo di una statua?


  A.[chille] G.[iovanni] Cagna, Un’avventura Galante, in Racconti Umoristici. Un soldo. Un’avventura Galante. Una croce meritata. Lei Voi e Tu (Saggio di Dialogo). Vol. I, Milano, presso Carlo Barbini Editore, 1873, pp. 89-110.

  p. 95. Fanny aveva trent’anni, e si sa che le donne giunte a questo periodo fanno uno sfoggio di sensibilità massima. – A trent’anni la donna è come il frutto nella sua completa maturazione; coglierlo prima sa di agro, dopo riesce amaro. È Balzac che lo dice, e basta.


  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna teatrale. Teatro della Commedia – “La Fanciulla”. Commedia in cinque atti di A. Torelli, «Il Sole. Giornale quotidiano, commerciale-agricolo-industriale», Milano, Anno VI, 2 Febbraio 1873, pp. 1-2.


  p. 1. Egli [A. Torelli] si compiace (al pari di Castelnuovo, Martini, De Renzis, ma con maggior sentimento artistico) della società aristocratica per sangue, oro ed ingegno, della commedia elegante, delle miniature da salon, delle debolezze e transazioni sociali, astenendosi dalle passioni violente, dagli effetti à sensation, da tutto quanto costituisce il dramma romantico ed a tinte forti. Scommettterei che preferisce Balzac e Cherbuliez a gran parte dei romanzieri francesi, il Demi-monde alla Dame aux camélias.


  Felice Cameroni, Sul “Bouton de rose” di Zola, «L’Arte drammatica», Milano, Anno VII, N. 27, 18 Maggio 1873, p. 4.


  Il molto reverendo Padre Domenicano Yorick […] pone nel più cattivo aspetto l’argomento della nuova farsa, convertendo un racconto drôlatique di Balzac, in robaccia di pessimo genere, finalmente accenna con mal dissimulata, evangelica compiacenza all’unanimità di violenze della stampa parigina, senza dir una sola parola della splendida e convincente difesa dello stesso autore, più ingiuriato che accusato.


  Felice Cameroni, Rassegna bibliografica, «Il Sole. Giornale quotidiano, commerciale-agricolo-industriale», Milano, Anno X, N. 240, 12 Ottobre 1873, p. 1.[1]


  [La Fisiologia dell’Amore del Mantegazza] associa l’acutezza di Balzac e Stendhal all’arditezza delle osservazioni scientifiche.


  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica e teatrale. Salvatore Farina, “Il tesoro di Donnina” – Milano 1873, Tip. Salvi […], «Il Sole. Giornale quotidiano, commerciale-agricolo-industriale», Milano, Anno VI, 10-11 Novembre 1873, p. 1.


  Descrive con finezza e diligenza somma, ma si occupa troppo dei particolari minutissimi; narra con garbo e semplicità, ma di tratto in tratto lascia languire l’interesse; si dimostra provetto nel dialogo, ma ne abusa diluendolo. Per sé stesso il genere seguito dal giovane romanziere non può certo gareggiare in vivacità di colorito, situazioni drammatiche e potenza di passioni colla maniera predominante da Balzac in poi; il Farina, anziché farci passare insensibilmente da quell’atmosfera carica d’elettricità al suo ambiente, tutto calma e dolcezza, ci rese più brusco lo sbalzo, sacrificando la sintesi ai particolari, trascurando di scuotere le nostre fibre, avvezze ai sussulti del romanzo realista e trattando in 400 pagine un soggetto che non ne richiedeva sì tante.


  Cesare Cantù, Della indipendenza italiana. Cronistoria. Volume II, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1873, p. 1075.


  Cfr. V. Mortillaro, La Pace, 1862.


  Temistocle Carminati, Del rigorismo considerato per se stesso e come sistema disciplinare nelle Scuole e nei Collegi. Dissertazione del Dottore Carminati Prof. Temistocle Membro corrispondente della Società Pedagogica, dell’Accademia Fisio-Medica-Statistica, della Società Italiana di Storia e Archeologia, ecc. (Estratto dal Giornale il «Monitore dei Collegi» e riveduto dell’ (sic) Autore), Milano, Tipografia Ditta Wilmant, 1873.

  p. 39. La costanza ci dà sicuro il buon esito perché rattempra di nuova vigoria le nostre forze che vanno indebolendosi nel lavoro.
  Scrisse Balzac «Il n’existe pas des (sic) grands talents sans une grande volonté. Les deux forces jumelles sont nécessaires à la construction de l’immense édifice d’une gloire». [Citazione tratta da La Muse du Département].


  Riccardo Castelvecchio (Gulio Pullè), La Donna romantica. Commedia in cinque atti in versi di Riccardo Castelvecchio. Seconda edizione, Milano, F. Sanvito editore, 1873.


  pp. 5-6; 28-29. Cfr. 1869.


  Francesco Cusani, Storia di Milano dall’origine a’ nostri giorni di Francesco Cusani. Volume Settimo tratto da documenti ufficiali e da cronache inedite, Milano, Tipografia Fratelli Borroni, 1873.


  p. 233. Dopo alcuni anni di riposo [Rajberti] diede fuori nel 1852 El Pover Pill e nel 1853 I Fest de Natal, che fu l’ultimo suo lavoro in vernacolo, né più altro scrisse(*).
  (*) Il Rajberti provatosi nel dialetto, scrisse anche varie operette in prosa italiana ove seppe maneggiare le più riposte finezze con sapore e con brio […]. Si attribuiscono altresì al Rajberti altre poesie inedite che al suo tempo circolavano manoscritte […]. Un sonetto sull’arrivo in Milano di Balzac (1837), delle Sestine milanesi su un articolo publicato da G. B. Carta nel Glissons della Gazzetta Officiale (1837) in morte del Dott. Rassori. […].


  [C. D’Ormeville], Bibliografia. “Il romanzo di Donnina”, «Il Pungolo», Milano, Anno XVI, 29 Novembre 1873, p. 2.


  Lo si chiamerebbe nojoso – come nojosi furono detti, in caso analogo, taluni dei romanzi del grande Balzac. […].
  […] il merito dello scrittore: egli ha un po’ del Michelet, e un po’ del Balzac; senza esser grande come loro, sa valersi di quel che essi ed altri hanno fatto, e dà alla sua narrazione una forma nella quale – oltre l’ingegno e l’acume del novelliere – si riscontra la scuola dei migliori.


  Francesco Della Scala, Discorso di filosofia, Firenze, Andrea Bettini Libraio-Editore, 1873.

 

  p. 253. In Balzac Louvet Sand Musset Goncourt Colet Flaubert Dumas Sue Ugo (sic) ed in moltissimi altri, i cui libri son facilmente una pestilenza civile contagiosissima, o manco imputabile, cred’io, il danno che arrecarono al privato costume e alla pubblica moralità, di quello sia da compiangere il traviamento dell’ingegno e il disordine della immaginativa, che non fu colpa loro. Taluni dei quali manifestamente ebbero intendimenti non ispregevoli scrivendo, e sarebber riusciti a buon fine, se a dar rettitudine allo scopo non occorressero sempre mezzi rettissimi, ed eglino avesser potuto pescare in altre acque che non in quelle della loro socetà (sic), o le avessero schiarite attraverso il filtro delle idee di una fantasia non turbolenta, né divorziata dalla intelligenza.



  Domenico Di Bernardo, Il Divorzio considerato nella teoria e nella pratica, Palermo, Tipografia Antonino Natale, 1873.


Appendice IV.

  p. 802. Quanto a Balzac, il Kreyszig freddamente dice ch’egli deve il suo successo al favore dei parigini, ma che non iscrive da artista (Er schreibt micht als Künstler, l.c., p. 334).


  Giovanni Faldella, Appendice. Il male dell’arte. Racconto (Quasi dal tedesco), «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno VII, Num. 271, 1° Ottobre 1873, pp. 1-2.


  p. 1. Nel sessanta per l’affare di Garibaldi fummo scasati dal Napoletano e ci rifugiammo a Roma. Mi aspettavo di dovermi meravigliare della città sacra, classica, romantica del passato, del presente e dell’avvenire. Invece il mio cervello nei suoi viaggi bizzarri l’aveva già percorsa. Per cui non feci nemmanco un misero oh né davanti S. Pietro, né davanti il Coliseo.
  La mia pelle era diventata come la pelle incoercibile di zigrino immaginata da Balzac, chè non l’avrebbero fatta arricciare, nemmanco se m’avessero ficcata dentro la bacchetta di ferro rovente, con cui si accasciano e si dominano le pantere.


  Giovanni Faldella, Varietà. A Vienna. Gita con il lapis [Continuazione], «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno VII, Num. 355, 24 Dicembre 1873, p. 2.


LXXXII.


  Bisognerà scavare un fatto o un tipo, quando si è dinnanzi ad una tela o ad un marmo.
  E dall’esercito di quadri e di statue che l’Europa intitolò a Vienna si potrebbe ricavare una Commedia Umana più larga di quella di Balzac, e una Commedia Divina più grande di quella Dantesca …


  Salvatore Farina, Ciarle letterarie. La morale in teatro e nei libri, «Rivista minima», Milano, Anno III, N. 5, 2 Marzo 1873, pp. 65-67.

 

  p. 67. E Balzac, dai cui stupendi libri esala un continuo e spietato scetticismo, un’amarezza che non dà conforto, una scienza del cuore umano, profonda ma crudele, Balzac che ha un occhio sempre aperto per vedere il tristo e scavargli il petto, e un altro sempre chiuso per non vedere il buono – forse non è immorale per costoro.




  S. Farina, Il “Lohengrin” alla Scala, «Gazzetta Musicale di Milano», Milano, Anno XXVIII, N. 12, 23 Marzo 1873, pp. 91-94.

 

  p. 94. Balzac ha scritto un piccolo racconto che è un giojello, intorno ad una specie di Wagner della pittura. Cotesto riformatore aveva abolito una bagattella – il contorno e le ombre – ed aveva fatto una tela dinanzi a cui si estasiava per anni, senza farla vedere a nissuno; il dì che la mostrò agli amici, e questi non seppero scorgervi che sgorbii, il povero pittore impazzì e se ne morì. Se avesse trovato una dozzina di adepti avrebbe fatto scuola ed ora avremmo la pittura dell’avvenire da mandare a braccetto colla musica.



  Folchetto, Note parigine, «Fanfulla», Roma, Anno IV, Num. 51, 22 Febbraio 1873, pp. 1-2.


  p. 1. Tre «affari». L’affare di Lilla.

  Otto o dieci operai, impiegati di dogana, e piccoli fabbricatori, immaginarono una di quelle leghe misteriose che si credeva fossero trovabili soltanto nei romanzi di Balzac e di Sue. Quando scorgevano una di quelle coppie [le coppie amanti, unite o no legalmente], le saltavano addosso «a nome della legge». Se resistevano, minacciavano l’arrivo del «brigadiere» che era in realtà un impiegato al dazio consumo in uniforme. […].


  Giuseppe Giacosa, La gente di spirito. Commedia in cinque atti, in Scene e commedie, Torino, Tipografia C. Favale, 1873.


Atto III. Scena settima.


  Federico (a Ernesto). Raccontaci dunque gli amori di Matteo.
  Ernesto. Subito … E prima di tutto … c’è nessuno qui, che creda agli angioli?
  Eulalia. Io.
  Ernesto. Io pure. Vent’anni or sono, era novità metterli in canzone … ora è vecchiume la canzonatura. Or bene, Matteo ne ha scoverto uno, di questi aliferi. Nientemeno che un angiolo tedesco … al quale non difetta nessuno dei serafici ideali richiesti. Biondo, alto, incompreso come la Seraphita di Balzac. La metafisica fatta donna, morale come un racconto di Thouar … con l’anima e gli occhi azzurri … un angiolo diàfano … salvo a diventare matronale cogli anni …

  Paolo Mantegazza, Fisiologia dell’Amore di Paolo Mantegazza, Milano, presso G. Bernardoni Tipografo e Libreria Brigola, 1873.

  Capitolo Tredicesimo.
  Frontiere dell’amore, suoi rapporti col pensiero, pp. 209-221.

  p. 212, nota 1. Un’antica esperienza dimostra che in ogni paese del mondo la donna vince l’uomo nello stile epistolare e specialmente nell’epistolario amoroso; […] Fra le molte ecatombe, fra i roghi quotidiani di molte lettere profumate, vanno dispersi veri tesori d’arte, che dovrebbero essere salvati dall’incendio che consuma tanto volume di parole e di frasi, dacchè il volgo domina sempre ogni campo del bene e del male, e volgari son pur sempre, come tutte le cose umane, anche la maggior parte degli amori (1).
  (1) Balzac scrisse: “Il est reconnu qu’en amour toutes les femmes ont de l’esprit”. [Citazione tratta dalla Physiologie du mariage].

Capitolo Ventunesimo.
  I diritti e i doveri d’amore, pp. 323-334.

  p. 326. Fra due amanti non temo la collera improvvisa, nè i queruli e teneri lamenti; ma ho profondo raccapriccio di ogni quistione sul diritto e sul dovere. Quando questi discorsi compaiono sull’orizzonte, vedo sempre nello stesso tempo i neri cavalloni che si addensano, vedo lampi sanguigni, vedo spuntar le corna della fulva luna di Balzac.

Capitolo Ventiduesimo.
I patti d’amore. Aforismi sul matrimonio, pp. 335-360.

  p. 353. 

  XIII.

  Prima di prender moglie o marito, convien leggere due volte almeno le opere di Malthus.

[…].

XV.

  Item leggere e rileggere Kempis, Geremia e il libro De Virginitate di Sant’Ambrogio, e la Physiologie du mariage di Balzac.

 

  Leopoldo Marenco, Un malo esempio in famiglia. Commedia in quattro atti di Leopoldo Marenco, Milano, preso l’Editore Carlo Barbini, 1873.


  Cfr. 1868.


  Ferdinando Martini, I nuovi ricchi. Commedia in quattro atti di Ferdinando Martini, Milano, presso l’Editore Carlo Barbini, 1873.


Atto secondo.

  pp. 40-41.

  Gio. Prendete moglie, e la solitudine cesserà.
  Ett. (alla mar.) (Attenta Marchesa.) Moglie? Ah! mio caro signor Giorgio, io ho per maestro un gran poeta comico, e un gran romanziere … Molière, che personificò i martiri in Sganarello, e Balzac, che scrisse la fisiologia del matrimonio. (Marchesa attenta).
  Gio. Vi faccio riflettere che Molière prese in moglie la Béjart, e che Balzac aspettò per vent’anni che la sua bella si risolvesse a sposarlo.
  Ett. Sì … sì … ma (Santi protettori dei paradossi, aiutatemi!) Sì … ma tutti e due si ammogliarono in età ultra-matura. Chi sa che anche io a sessant’anni non sposi qualche coriféa in riposo, qualche vedova di un cavadenti, o che so io? i matrimonii fatti a quell’età sono (attenta marchesa) sono la parodia dello stato conjugale … chi vuol prender moglie deve prenderla da giovane … se non altro per avere il tempo di pentirsene. (Attenta Marchesa).


  Angelo Mazzoleni, Movimento letterario negli ultimi tempi e suo carattere nazionale, in Il Popolo italiano. Studi politici per l’Avvocato Angelo Mazzoleni Deputato al Parlamento nazionale, Milano, Dottor Francesco Vallardi, Tip.-Editore, 1873, pp. 420-448.

  p. 446. Come allora si classano e si giudicano imparzialmente e distintamente, cioè bene, i capolavori di tutti i generi! Allora senza più essere esclusivi si ammirano al tempo stesso (perché si intendono) le Madonne dell’Angelico e le Kermesses di Rubens, il Pantheon e il Duomo di Milano, Antigone, e Re Lear, l’Iliade e il Faust, i Promessi Sposi e le Père Goriot, la Pentecoste e il Bruto Minore, Don Giovanni e la Sonnambula, il Freischütz e il Barbiere. Chiunque interpreta bene e traduce in versi, o in note, o in colori, un sentimento umano, un aspetto della natura, e sa ritrarre il carattere o la fisonomia di un individuo o di un paese, di una passione o di un’epoca, costui è grande artista. Studiare dal Vero, è consiglio mai abbastanza raccomandato in Italia, paese delle eterne accademie e delle eterne declamazioni.


  Arcipr. G. A. Miotti, Del Romanzo e delle diverse scuole de’ romanzieri che si dimostrano pressoché tutte esiziali alla sana morale, «La Scuola Cattolica. Periodico religioso-scientifico-letterario», Milano, Anno I, Volume I, Quaderno II, 1873, pp. 163-172.

  p. 166. Qui voti bugiardi, giuramenti infranti, sacramenti vituperati; colà veleni e trabocchetti, e suicidi e furti, e arsioni e tradimenti. Le notti oscene, i giorni spaventevoli, i boschi ricettacoli d’assassini, le case di rapine ricolme, i templi di Dio d’ogni profanazione contaminati, ecco le luride e vere abominazioni, onde insanguinarono la massima parte de’ loro scritti i Dumas, i Victor Hugo, i Balzac, i Sue, i Kock e le Georges (sic) Sand. Ecco i doni che quasi da immonda officina ci discendono ogni giorno specialmente dalla Senna; ecco a che scuola di morale si viene erudendo la nostra gioventù, in cui voglion esser poste le più care speranze della patria e della religione. E che apprenderà essa mai da questo romanzo voltolantesi nella melma sociale, e in cui ogni pagina va corrotta di odio e veleno, e tinta di sangue? […].
  p. 169. I nostri posteri lacereranno indignati i titoli di gloria, che un’età tradita avrà decretato a questi prodigiosi creatori di fole. Sebbene l’istessa nostra età, che li vide sorgere, già li punisce collo sprezzo e coll’obblio. Poc’anzi splendea sull’orizzonte la stella di Balzac: più tardi sorse quella dell’autore dei Tre Moschettieri, e già invano cercherete in cielo l’astro del signor Onorato. Jeri si amavano le grossolane sensualità del 400 ridestate da Paolo di Kock, oggi si corre dietro alle seducenti teorie del Sue, che facendo guerra all’ideale rimette in onore tutte le utopie sociali, tutte le deformità fisiche e morali. […]. Quegli scrittori stessi, che poc’anzi avean levato di sé rumoroso grido, delizia di questa società oziosa e sfibrata, appena è vengan ricordati da qualche negletta zitellona, da qualche parrucchiere scioperato. Ogni anno, a non dir ogni mese, tu vedi cader estinta alcuna di queste meteore fosforescenti.


  Pompeo Molmenti, Ippolito Nievo, in Impressioni letterarie, Venezia, Stab. Tip. Del Rinnovamento, 1873 pp. 15-28.


  pp. 24-25. Dopo pochi anni di matrimonio, essa pianta lo sposo, abbandona la madre e si getta fra le braccia del suo Carlino. E lo segue nelle sue vicissitudini, e si trova accanto a lui nei pericoli, e lo salva dal carcere e dal supplizio. Però quando la Pisana unisce Carlino ad altra donna, il Nievo mi dà negli sdruccioli. È il solo punto che stuona i questo carattere. Che si possano trovar donne, che sacrificano i loro affetti per la felicità di coloro che amano, sta bene; ma che si trovi un uomo, il quale solamente per far piacere alla donna che ama, s’adatti a sposarne un’altra, che egli confessa che gli sarebbe abbominevole, ei parmi un tantino difficile. C’è qualche cosa che arieggia questa situazione nella Béatrix di Balzac. Ma in Balzac l’amore eroicamente disinteressato, è dipinto con quella finezza di sentimento, in cui egli solo riesce maestro insuperabile. Non per questo il carattere della Pisana perde il suo merito.

Emilio Praga, pp. 177-185.


  p. 178. Mancandoci la sodezza dei sentimenti, ci mancò di necessità lo sviluppo delle lettere, che sono sempre il riflesso della vita morale di un popolo. Se noi avessimo avute convinzioni severe, se si avessero l’audacia del pensiero senza cadere nelle orgie dell’intelletto, a noi non sarebbe mancata una letteratura come l’ebbero ai dì nostri la Francia, l’Inghilterra e la Germania. Ai nomi di Balzac e di molti altri ancora, noi potremmo contrapporre una povera folla d’intelletti meschini; e fra questi solo due o tre che s’innalzano al di sopra della turba, e che non sono da confondersi con quei poetucoli che trascinano la musa negli abbigliatoi signorili, con quegli scrittorelli che s’inspirano al fruscio dei ventagli e allo strascico delle vesti di seta.


  E.[manuele] Navarro della Miraglia, Ritratti di Francia, «Rivista minima», Milano, Anno III, N. 18, 21 Settembre 1873, pp. 273-278.

 

  p. 273. Camminavo così alla ventura, senza saper bene ancora in che luogo andassi. A Parigi, chi vuole una cosa, la trova facilmente sui boulevards, anche senza cercarla. Balzac ha raccolto di qua e di là, sui marciapiedi, i più meravigliosi tipi della Commedia Umana.




  D. E. P., Corrispondenze. Genova, «Gazzetta Musicale di Milano», Milano, Anno XXVIII, N. 3, 19 Gennaio 1873, p. 21.

 

  La Tavoni non è per vero dire una Casilda di tutta la possibil freschezza di una pazza damigella di corte, ma di quella ideale gioventù trovata da Balzac, che si può condonare di leggeri pella buona voce e pel metodo di canto.



  Pessimista [Felice Cameroni], Divagazioni sulla letteratura drammatica, «L’Arte Drammatica», Milano, Anno II, N. 42, 16 Agosto 1873, pp. 1-2.


  p. 1. A mio avviso, Torelli è il commediografo che meglio rappresenta in Italia la commedia, quale la intendono Balzac, Feuillet, Musset, Alessandro Dumas figlio, ecc. Dipinge con evidenza e verità le nostre debolezze, le nostre piccole virtù, i flaccidi vizi e le vergognose transazioni della società contemporanea; ma gli fa ancora difetto quel quid, che contraddistingue la scuola Francese.


  Pessimista [Felice Cameroni], Bibliografia drammatica. […]. “La gratitudine” – “Un Momento d’oblio” di L. Suner (Firenze, tipografia Bencini) […], «L’Arte Drammatica», Milano, Anno II, N. 50, 11 Ottobre 1873, pp. 1-2.


  p. 1. Se mi fosse permessa la frase, direi che, fatte le debite proporzioni, Suner è il Balzac del teatro italiano contemporaneo.



  Pessimista [Felice Cameroni], Bibliografia. Ancora sul “Momento d’oblio” di L. Suner, edito a Firenze, tipografia Bencini. “Sulla stampa milanese”. “Il tesoro di Donnina”. Romanzo di Salvatore Farina, edito a Milano dalla tipografia Salvi. Cesare Tronconi: “Evelina!” – Carlo Romussi: “Gina e Bianca”, Milano, tip. Sonzogno, «L’Arte Drammatica», Milano, Anno II, N. 51, 18 Ottobre 1873, pp. 1-2.


  p. 1. Avendo intenzione d’occuparmi, di tratto in tratto, dei romanzi e delle produzioni drammatiche che verranno alla luce, mi permetto di riprodurre dal Sole quanto ebbi a scrivere sulla deplorevole diligenza della stampa milanese in fatto di bibliografia. […].
  In coscienza, i nostri critici potrebbero dichiarare d’essersi occupati della Giovinezza di Giulio Cesare, quanto essa lo merita? E la Fisiologia dell’amore di P. Mantegazza, che associa l’acutezza di Balzac e Stendhal all’arditezza delle osservazioni scientifiche, trovò un appendicista che l’abbia fatta apprezzare al pubblico?


  Amedeo Roux, Cronaca letteraria di Francia, «La Rivista Europea», Firenze, Tipografia Editrice dell’Associazione, Anno V, Volume I, Fascicolo I, 1° Dicembre 1973, pp. 191-198.


  p. 195. Discepolo intelligente del Balzac, il primo di questi novellieri [Hector Malot] che nei Souvenirs d’un blessé, romanzo bipartito, trascinava nel fango gli infami seguaci del Gambetta, inveisce ora contro Napoleone III in un racconto in due volumi: Un mariage sous le second empire e La belle Madame Donis.


  Carlo Salvadori, L’Adulterio e la sua pena. Cenni critici letti all’Ateneo di Venezia il 16 gennajo 1873 dal D. Carlo Salvadori, Venezia, Prem. Stabilimento di P. Naratovich, 1873.

 

  pp. 58-59. Girardin non accentua il poema della maternità che Dumas non dimentica, sebbene talfiata lo abbia negletto per seguire quel tessuto di favole e di verità, di profonda cognizione del cuore umano e di aberrazioni, ch’è la Fisiologia del Matrimonio. Certo, a mo’ d’esempio, Dumas, quando sconsiglia il marito d’uscire colla donna incinta, è mefistofelico quanto Balzac, che considera la fecondazione come un’arme contro il minotaurismo ed è impressionato dalla donna di Balzac quando la chiama figlia di Caino.

  p. 60. Io supponeva che Dumas con esso intendesse motteggiare l’uomo coniglio, e concludendo il suo libro col tue-la, volesse ricusare il nome d’uomo a coloro che non sanno, ai falsi maschi, che temono la Corte d'Assise e tollerano in pace il loro disonore, cioè la confessione della loro ignoranza e non virilità, ossia i Predestinées (sic) e i Minautaurisés di Balzac.



  Giuseppe Torelli, Massimo d’Azeglio, in Ricordi politici di Giuseppe Torelli pubblicati per cura di Cesare Paoli, Milano, Libreria d’istruzione e d’educazione di Paolo Carrara, 1873, pp. 221-270.


  p. 229. Imperocchè se io penso al Mirabeau, al Byron, al Balzac ed a parecchie delle straniere celebrità, io veggo che bene spesso alla sublimità dell’ingegno vanno congiunte talune irregolarità od asperità eccessive nell’ordine morale, che parrebbero far credere che più l’umana creatura ha qualità intelligenti, più crescano i difetti corrispondenti a quelle qualità.


  Felice Tribolati, Diporti letterari sul “Decamerone” del Boccaccio di Felice Tribolati, Pisa, Tipografia Nistri, 1873.


Al lettore, pp. III-X.


  pp. VIII-IX. Alle critiche vorrei, se fosse possibile con il controversista della Civiltà Cattolica, discutere in buona fede anche argomenti letterari. Né io mi dorrò che il reverendo Padre mi faccia l’onore di assomigliarmi al Sue, al Balzac, e alla Sand, perversi scrittori; né che egli veda compendiata, nei miei Diporti, tutta la scuola detta realista, e ci trovi l’adorazione della fisiologia della passione: che tali dottrine vi si trattino, con la stessa boria, con la stessa pompa di paradossi, colla stessa sicumera di oracolista, che noi vediamo, nei moralisti della Revue des deux mondes, e somiglianti, quando cavillano sulle arti del disegno e sulle belle lettere, affine di legittimare le lascivie degli artisti. Alla critica dissennata, e di partito, che rispondere? meglio è tacersi, e così feci e faccio.

  VI. Diporto sulla “Novella VII della decima giornata del Decamerone”, pp. 185-212.


  Cfr. maggio 1865. p. 209.

  X. Diporto sulla “Novella VII della quarta giornata del Decamerone”, pp. 275-290.


  p. 280. Entrate in una camera, in un salotto moderno, addobbati alla francese, forniti dei conforti inglesi, e troverete da divagare il pensiero intorno a mille oggetti, occasioni di mille piccoli pensieri. Quanto corre da una camera descritta da un Balzac a quella di una signora fiorentina del trecento!




[1] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 545.

Marco Stupazzoni


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