martedì 23 giugno 2015



1902


Estratti.

 

  Balzac, Il magazzino di curiosità. Traduzione di Leonilda Anna Salvidio, «Illustrazione Popolare. Giornale per le Famiglie», Milano, Vol. XXXIX, N. 21, 25 maggio 1902, pp. 325-326.

 

  Da: La Peau de chagrin.





Traduzioni.



  Onorato di Balzac, L’Albergo rosso, «La Propaganda. Organo regionale socialista», Napoli, Anno IV, N. 309-N. 326, 6 Ottobre-23 Ottobre 1902, pp. 3 e 4.

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  Questa traduzione de L’Auberge rouge è ripartita in 17 Appendici: L’Albergo rosso è il primo di una trilogia di racconti tratti dalla Comédie humaine che il periodico socialista «La Propaganda» pubblicherà tra l’ottobre del 1902 e il gennaio del 1903. Ad esso, infatti, seguiranno: Mastro Cornelio e L’Interdizione, di cui ci occuperemo in seguito.
  Questa versione italiana (anonima) del racconto filosofico balzachiano sembra essere, dal punto di vista formale, indipendente dalle precedenti traduzioni del récit (1837, 1846, 1884), ma, in essa, è presente il medesimo difetto metodologico: quello, cioè, di riferirsi non al testo dell’ultima stesura dell’opera (Furne, 1846), ma a quello dell’edizione Gosselin del 1832. In questa traduzione, non priva, peraltro, di errori di trascrizione piuttosto evidenti, ritroviamo la medesima strutturazione del racconto in quattro parti suddivise, a loro volta, da “Introduzioni”, “Continuazioni” e, alla fine, nell’Appendice 17, da una “Decisione”.
  Non è presente la traduzione della dedica a “Monsieur le Marquis de Custine”.


  Appendice dell’”Avanti”. Onorato Balzac, Argow il pirata, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno V, Numeri 2130 [?]-31-32-34-37-38-39-41-42-43-46-51-52-53-54-55-56-57-58-59-60-64-66-67-68-70-72-74-75-77-78-79-81-83-84-86-87-89-91-92-93-95-99; 2200-07-15-17-19-20-22-24-25-26-27-29-30; 10 [?], 11, 12, 14, 17, 18, 19, 21, 22, 23, 26 Novembre; 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 14, 16, 17, 18, 20, 22, 24, 25, 28, 29, 30 Dicembre 1902; 1, 3, 4, 6, 7, 9, 11, 12, 13, 15, 19, 20, 27 Gennaio; 4, 6, 8, 9, 11, 13, 14, 15, 16, 18, 19 Febbraio 1903, p. 4.


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  Traduzione nel complesso accettabile del celebre romanzo giovanile balzachiano.



  O. di Balzac, I Celibi con prefazione di E. Zola. Prima versione italiana per Alfredo de Prospero, Napoli, Salvatore Romano, Editore, Piazza Cavour, 15 (Stab. Tip. R. Pesole - Piazza Bellini, 6), 1902, pp. 293.


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  Con il titolo de: I Celibi, sono raccolti, in questo volume, due romanzi balzachiani tradotti da Alfredo de Prospero per l’editore Salvatore Romano di Napoli. Si tratta di: Pierrette e di La Rabouilleuse, qui presentati rispettivamente con i titoli di Pierina, pp. 1-98, e di: La Famiglia di un celibe, pp. 99-293.
  Per quel che riguarda il primo dei due romanzi, non è tradotta l’affettuosa dedica di Pierrette ad Anna de Hanska, la figlia, allora (novembre 1840) undicenne, di Madame Hanska.
  La traduzione si fonda sul testo dell’edizione originale del romanzo pubblicata da Furne nel 1843, presente alle pp. 21-163 della edizione della “Nouvelle Pléiade” di Gallimard curata da Jean-Louis Tritter (t. IV, 1976).
  Nel complesso, la versione italiana che, di questa toccante “scene de la vie de province” balzachiana, fornisce Alfredo de Prospero può considerarsi sufficientemente accettabile. Non mancano, tuttavia, sparsi nelle pagine del testo, rifusi tipografici o sviste nella trascrizione di nomi e di date, nonché interpretazioni a volte alquanto discutibili, omissioni (peraltro abbastanza infrequenti) ed errori, talvolta piuttosto grossolani, nella resta italiana del costrutto e del lessico francesi. Ne forniamo, qui di seguito, alcuni esempî:
  p. 3. Brigaut è trascritto Brigant (corretto successivamente).
  p. 33 (Nouv. Pl.). Les tempes, les oreilles et la nuque, assez peu cachées, laissaient voir leur caractère aride et sec. [il corsivo del testo francese è nostro].
  p. 4. Le tempie, le orecchie, la nuca, abbastanza poco nascosta, lasciavano vedere il loro carattere arido e secco.
  p. 36 (N. Pl.). L’oreille était un petit chef-d’œuvre de sculpture: vous eussiez dit du marbre. Pierrette souffrait de bien de manières. Aussi peut-être voulez-vous son histoire?
  p. 6. L’orecchio era un piccolo capolavoro di scultura: e l’avreste detto di marmo. Così, volete la storia di Pierina?
  p. 36 (N. Pl.). «Quand ils seront en âge de comprendre, je leur donnerai un coup de pied […]».
  p. 10. – Quando saranno in età di comprendere, li darò un calcio […].
  Sempre a p. 10 : 1821 trascritto erroneamente in 1831.
  p. 16. Mme Néraud trasformato in signora Nérand.
  p. 50 (N. Pl.). Aucun détaillant ne passe impunément de son bavardage continuel au silence, et de son activité parisienne à l’immobilité provinciale.
  p. 17. Nessun commerciante al minuto passa impunemente dal chiacchierio continuo al silenzio.
  Sempre a p. 17 : Garceland è trascritto in Gaveland (corretto subito dopo).
  p. 54 (N. Pl.). Chacun voulut étudier les Rogron avant de les admettre.
  pp. 19-20. Ognuno volle studiare i Rogron prima di ammetterlo.
  p. 30. Guillaume du Chat-qui-pelote tradotto in Guglielmo del Gatto che palleggia.
  p. 92 (N. Pl.). […] elle fut instruite à voir en toute chose le doigt de Dieu.
  p. 47. […] fu istruita a vedere in tutte le case il dito di Dio.
  p. 108 (N. Pl.). La vieille fille, dévorée de jalousie et de curiosité, procédait par intimidation. Pierrette fit comme les gens qui souffrent au-delà de leurs forces, elle garda le silence. Ce silence est, pour tous les êtres attaqués, le seul moyen de triompher : il lasse les charges cosaques des envieux, les sauvages escarmouches des ennemis ; il donne une victoire écrasante et complète. Quoi de plus complet que le silence ? Il est absolu, n’est-ce pas une des manières d’être de l’infini ?
  pp. 58-59. La zitellona divorata dalla gelosia e dalla curiosità, prendeva con l’intimidazione, mentre la povera Pierina come la gente che soffre al di là delle proprie forze, conservava il silenzio. Il silenzio è per tutti coloro che sono investiti, il solo mezzo di trionfare, esso lascia le cariche cosacche, le selvagge scaramuccie dei nemici; dà una vittoria schiacciante e completa. Che cosa di più completa del silenzio? Esso è assoluto: non è forse questa una delle maniere di essere dell’investito?
  Anche la versione italiana che A. de Prospero fornisce de La Rabouilleuse non può certo definirsi esemplare. Essa è condotta sul testo dell’edizione originale del romanzo pubblicata da Furne nel 1843 (cfr. H. de Balzac, La Rabouilleuse. Introduction de René Guise, in La Comédie humaine … cit., t. IV, 1976, pp. 271-541), ma non presenta la traduzione dell’interessante dedica dell’opera a “Monsieur Charles Nodier”.
  Rispetto alla traduzione di Pierrette, il testo de La Famiglia di un celibe ci pare meno fedele e meno aderente al modello francese mostrando, in maniera più diffusa, una certa disinvoltura ed una immotivata libertà, talvolta eccessive, da parte del traduttore nella resa, in lingua italiana, del testo originale balzachiano. Alcuni esempî tratti dalle prime pagine del romanzo costituiscono, da questo punto di vista, una testimonianza significativa:
  p. 272 (N. Pl.). Cette femme, une demoiselle Descoings, […], eut d’abord un fils, puis une fille qui, par hasard, vint vingt ans après le frère, et à laquelle, disait-on toujours, le docteur ne s’attendait point, quoique médecin. [Il corsivo è nostro].
  p. 99. La moglie, nata Descoings, […], ebbe dapprima un bimbo e dieci anni dopo una bimba, alla quale il dottore non pensava, quantunque fosse medico.
  p. 276 (N. Pl.). Puis Rouget finit par avoir raison de sa femme, qui mourut au commencement de l’année 1799.
  p. 102. In sul principio del 1799 morì anche la moglie e così il dottore potè realizzare i suoi sogni.
  p. 278 (N. Pl.). Jamais le chef de division ne disait: Assez. Projets, mémoires, rapports, études, il accepta les plus lourds fardeaux, tant il était heureux de seconder l’Empereur ; il l’aimait comme homme, il l’adorait comme souverain et ne souffrait pas la moindre critique sur ses actes ni sur ses projets.
  p. 104. In nessun momento della sua vita d’impiegato il capo divisione diceva : «Basta». Per secondare l’imperatore che egli amava come uomo ed adorava come sovrano, si caricò dei più pesanti fardelli, come progetti, memorie, studi; tutto fece, e non soffriva la più piccola critica sopra gli atti ed i progetti che la mente di questo semidio elaborava.
  p. 279 (N. Pl.). Forcée souvent d’accepter de ces grands dîners privés qu’on offrait au chef de division qui menait une portion du ministère de l’Intérieur, et que Bridau rendait honorable, […].
  p. 104. Costretta spesso di accettare alcuni di quei grandi pranzi offerti al capo divisione, […].


  O. di Balzac, Fisiologia del matrimonio o meditazioni di filosofia eclettica sulla felicità e la infelicità coniugale di O. di Balzac, Milano, Società Editrice Sonzogno (Tip. dello Stab. della Società Editrice Sonzogno), 1902 («Biblioteca Universale», N° 64-65), pp. 268.
  Cfr. 1883; 1885; 1890; 1892; 1897.


  Onorato di Balzac, Fisiologia del matrimonio o meditazioni sulla felicità e la infelicità coniugale, Firenze, Adriano Salani, Editore, 1902 («Biblioteca Salani Illustrata», N. 20), pp. 255.
  Cfr. 1885; 1894; 1896; 1901.

  Onorato di Balzac, L’Interdizione, «La Propaganda. Organo regionale socialista», Napoli, Anno IV, N. 362 – Anno V, N. 395, 28 Novembre 1902 – 1° Gennaio 1903, pp. 2 e 3.

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  Il testo del racconto di Balzac – che si struttura in ventiquattro puntate (erroneamente numerate a partire dall’Appendice n. 18) – è suddiviso in sei parti (da I due amici a L’interrogatorio), corrispondenti alla ripartizione dell’opera presente nell’edizione Werdet del settembre 1836. Tale suddivisione in capitoli sarà definitivamente soppressa nell’edizione Furne del 1844, nella quale Balzac correggerà il nome proprio di Rastignac da Ernest in Eugène.
  I medesimi difetti formali e metodologici riscontrati nella traduzione de L’Auberge rouge si ritrovano in questa versione italiana de L’Interdiction dovuta probabilmente allo stesso compilatore. Si considerino, ad esempio, alcune sequenze testuali tratte dalle prime pagine del racconto, a cominciare dall’incipit:
  p. 421 (ediz. della “Nouvelle Pléiade” di Gallimard curata da Guy Sagnes, t. III, 1976).
  En 1828, vers une heure du matin, deux personnes sortaient d’un hôtel situé dans la rue du Faubourg-Saint-Honoré, près de l’Elysée Bourbon: l’une était un médecin célèbre, Horace Bianchon ; l’autre l’un des hommes les plus élégants de Paris, le baron Rastignac, tous deux amis depuis longtemps. Chacun d’eux avait renvoyé sa voiture, il ne s’en trouva point dans le faubourg ; mais la nuit était belle et le pavé sec.
  «Allons à pied jusqu’au boulevard […]». [Il corsivo è nostro].
  App. 1. Nel 1828, verso un ora (sic) del mattino, due uomini uscivano da un palazzo situato nella strada del sobborgo Saint-Honoré, nei dintorni dell’Elysée-Bourbon. Questi due uomini erano vecchi amici: uno di essi, Orazio Bianchon, era un medico celebre, l’altro il barone di Rastignac, era considerato come uno dei signori più eleganti di Parigi. Entrambi avevano rimandata la propria carrozza, sicchè come furono in istrada, Ernesto di Rastignac, vedendo il lastricato asciutto e le stelle brillare sul firmamento, disse a Bianchon: – Andiamo a piedi sino al boulevard […].
  Più oltre, vingt mille livres de rente è tradotto con “novemila lire di rendita”; verso la fine dell’App. 1, il traduttore rende in modo alquanto arbitrario la seguente sequenza testuale, in cui Bianchon e Rastignac discorrono di Mme d’Espard:
  p. 423 (ediz. Nouv Pl.). Malgré ce joli boudoir où nous avons passé la soirée, malgré le luxe de cet hôtel, il serait possible que Mme la marquise fût endettée.
  App. 1. Le magnificenze accumulate nel grazioso gabinetto dove noi abbiamo passata la serata, e il lusso del palazzo, non escludono affatto che la marchesa non abbia debiti.


  Onorato di Balzac, Mastro Cornelio, «La Propaganda. Organo regionale socialista», Napoli, Anno IV, N. 327-N. 359, 27 Ottobre-25 Novembre 1902, pp. 3 e 4.
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  Il racconto filosofico balzachiano è pubblicato in ventotto ‘puntate’ come Appendice de «La Propaganda» e, a quanto ci è dato di sapere, questa traduzione italiana (anonima) di Maître Cornélius è la prima che ha visto la luce nel nostro Paese. Essa si fonda sul testo dell’edizione Werdet (1836) di cui conserva la suddivisione del testo in quattro capitoli (Scene chiesastiche del Secolo XV; L’usuraio; Il furto di gioielli del Duca di Baviera; Il tesoro sconosciuto), già presente nel manoscritto e nell’edizione originale pubblicata da Gosselin nell’ottobre del 1832.
  Il compilatore fornisce una traduzione alquanto piatta del racconto e non si risparmia, in molti casi, di intervenire sul modello originale attraverso riduzioni e manipolazioni testuali arbitrarie ed inopportune, come nell’esempio seguente:
  p. 17 (ediz. della “Nouvelle Pléiade” di Gallimard curata da René Guise, t. XI, 1980):
  Après avoir assez attentivement regardé ce garçon, ses voisins parurent le reconnaître, et se remirent à prier en laissant échapper certain geste par lequel ils exprimèrent une même pensée, pensée caustique, railleuse, une médisance muette. Deux vieilles femmes hochèrent la tête en jetant un mutuel coup d’œil qui fouillait l’avenir. La chaise dont s’était emparé le jeune homme se trouvait près d’une chapelle pratiquée entre deux piliers, et fermée par une grille de fer. [Il corsivo è nostro].
  App. 2 – N. 328: I suoi vicini lo guardavano attentamente e poscia dopo averlo, almeno come parve, riconosciuto si rimisero a pregare lasciandosi scappare certi gesti che esprimevano un comune pensiero; pensiero caustico, schermitore che si manifestava attraverso quella maldicenza muta. Due vecchie crollarono la testa scambiandosi un’occhiata divinatrice. La sedia che il giovane era venuto ad occupare si trovava presso il cancello di una cappella.


  Onorato Balzac, Papà Goriot. Romanzo di Onorato Balzac. Volume unico, Milano, Società Editrice Sonzogno (Tip. dello Stab. della Società Editrice Sonzogno), 1902 («Biblioteca Romantica Economica», 298), pp. 269.

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  La traduzione si fonda sul testo dell’edizione originale del romanzo pubblicato da Furne nel 1843 (e ripreso nelle edizioni successive, tra cui quello pubblicato, a cura di Rose Fortassier, nella collana della “Nouvelle Pléiade” di Gallimard, t. III, 1976, pp. 37-290). Non è presente la traduzione della dedica “Au grand et illustre Geoffroy-Saint-Hilaire […]”.
  Se, nel complesso, questa nuova versione italiana de Le Père Goriot può ritenersi accettabile, non mancano, tuttavia, all’interno dell’opera, errori di traduzione piuttosto gravi nonché discutibili e, in taluni casi, approssimative scelte interpretative relative ad alcuni passi del modello originale. Eccone alcuni esempî tratti dalle prime pagine del romanzo:
  p. 50 (Nouv. Pl.). […] en l’accusant de poésie è tradotto con «lo credereste una testa fantastica» (p. 6). [il corsivo è nostro].
  p. 55 (Nouv.Pl.). L’embonpoint blafard de cette petite femme est le produit de cette vie, comme le typhus est la conséquence des exhalaisons d’un hôpital.
  p. 11. La pinguetudine slavata di questa donna è la conseguenza delle esalazioni di un ospedale.
  A p. 12, clamoroso è l’errore nella traduzione di dix-huit cents francs in “800 franchi”.
  p. 57 (Nouv. Pl.). […] avait-elle trop aimée, avait-elle été marchande à la toilette, ou seulement courtisane ?
  p. 14. […] era stata troppo amata? fu una vincitrice o una vinta?
  p. 58 (Nouv. Pl.). Quoique le jeu des passions eût ravagé sa figure, […] comme une ombre grise le long d’une allée au Jardin des Plantes […].
  p. 14. Nel vederlo girare come un fantasma lungo il viale del giardino […].


  O. Balzac, Papà Goriot. Romanzo, Milano, Società Editrice “La Milano” di G. Corsi e C. (Tip. Pietro Confalonieri), 1902, pp. 139; ill.

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  Questa seconda traduzione italiana del Père Goriot pubblicata nel 1902 è indipendente da quella edita da Sonzogno. Il testo del romanzo balzachiano è suddiviso, in maniera arbitraria, in due parti (Capo I e Capo II) ed è corredato da 18 illustrazioni che rimandano, a loro volta, ad altrettante ripartizioni dell’opera in dispense.
  Il modello testuale di riferimento per questa traduzione è quello dell’edizione originale (o successive ristampe) pubblicato da Furne nel 1843. Le frequenti omissioni e manipolazioni testuali operate sul modello francese da questo anonimo compilatore rendono alquanto scadente la qualità di questa pubblicazione. Nemmeno in questa edizione è tradotta la dedica a Geoffroy Saint-Hilaire.
  A p. 5, per spiegare ai lettori l’errata pronuncia del termine tilleuls in “tieuilles” da parte di Mme Vauquer, il traduttore interviene personalmente nel testo e scrive che Mme Vauquer «(come a dire nella toscana [sic] francese) pronunzia ostinatamente pregolato, malgrado le osservazioni grammaticali de’ suoi ospiti».
  A p. 7 (p. 54 ediz. Nouv. Pl.), il compilatore semplifica, in modo alquanto sbrigativo, snaturandone l’intensità espressiva, questa lunga sequenza testuale in cui Balzac conclude la sua descrizione degli interni della Pension:
  Pour expliquer combien ce mobilier est vieux, crevassé, pourri, tremblant, roncé, manchot, borgne, invalide, expirant, il faudrait en faire une description qui retarderait trop l’intérêt de cette histoire, et que les gens pressés ne pardonneraient pas. Le carreau rouge est plein de vallées produites par le frottement ou par les mises en couleur. Enfin, là règne la misère sans poésie ; une misère économe, concentrée, râpée. Si elle n’a pas de fange encore, elle a des tâches ; si elle n’a ni trous, ni haillons, elle va tomber en pourriture. [Il corsivo è nostro].
  Per spiegare quanto tutta questa roba, è vecchia, fradicia, puzzolente, rugosa, polverosa, invalida, spirante, occorrerebbe una descrizione che ritarderebbe di troppo l’interesse della storia e che i frettolosi non ci perdonerebbero. Basti dire che qui dentro regna la miseria senza la pulizia, una misura economa, concentrata, pitocca.
  A p. 13 (p. 58, ediz. Nouv. Pl.), a proposito della descrizione di Poiret:
  Enfin, cet homme semblait avoir été l’un des âmes de notre grand moulin social, l’un de ces Ratons parisiens qui ne connaissent même pas leurs Bertrands, quelque pivot sur lequel avaient tourné les infortunes ou les saletés publiques, enfin l’un de ces hommes dont nous disons, en les voyant: Il en faut pourtant comme ça.
  Quest’uomo, insomma, sembrava essere stato uno degli asini del nostro mulino sociale, sul quale s’eran rovesciati tutti i tafani della città, sui poveri guidaleschi che gli apparivan tra costa e costa. Uno di quegli uomini che fanno dire:
  – Eppure, bisogna che ce ne siano al mondo, anche di così brutti?
  Tuttavia, l’aspetto più bizzarro, sorprendente e sconcertante di questa pubblicazione è la trascrizione operata dal traduttore in riferimento ai nomi dei personaggi e dei luoghi presenti nel romanzo di Balzac. Salvo qualche rara eccezione (tra cui, i nomi di Goriot e di Rastignac), si tratta di una vera e propria storpiatura onomastica e toponomastica dei modelli originali francesi. Ne riportiamo, qui sotto, un campione significativo di esempî limitatamente ai nomi dei personaggi:

Modello originaleTrascrizione
Mme VauquerMadame Voqué
Victorine TailleferVittorina Tagliaferro
PoiretPoaré
VautrinVotrén
MichonneauMiscionnò
CoutureCuture
PicquoiseauPiquasò
BeauséantBoséan
RestaudRéstod
MaulincourMolencor
Maxime de TraillesMasim de Traglie; Massimo di Traglia
De MarsayDe Marsei
Ajuda-PintoAgiada-Pinto
VandenesseVandenes
AiglemontEglemon
MaufrigneuseMofignese
BianchonBianscion
RochefideRoccafida
MontriveauMontrivò


 
   
  O. de Balzac, Le Piccole miserie della vita coniugale, Firenze, Adriano Salani, Editore (Tipografia Salani), 1902 («Biblioteca Salani Illustrata», 226), pp. 256.
  Cfr. 1893.


Studî e riferimenti critici.

  Verità mortale, «Almanacco illustrato del giornale … “La Voce del Popolo”». Per l’anno 1902. Dono agli abbonati, San Francisco, Carlo Pedretti e Figli, Editori, 1902, p. 65.[1]
  Dottore – domandò il celebre romanziere Balzac al suo medico – io voglio sapere da voi tutta la verità … Quanto tempo credete che mi rimanga ancora di vivere?
  Il dottore non rispondeva.
  – Via dottore, mi prendete per un bambino? Vi ripeto che non posso morire come il primo venuto: un uomo come me è obbligato a fare il suo testamento al pubblico.
  La parola testamento fece aprir la bocca al medico.
  – Caro malato, quanto tempo vi abbisogna per quel che vi rimane a fare?
  – Sei mesi – rispose il Balzac, con l’aria di un uomo che ha calcolato bene; e guardava fisso il medico.
  – Sei mesi! Sei mesi! – rispose il dottore scuotendo la testa.
  – Ah! esclamò con dolore il romanziere – voi non mi concederete sei mesi; mi darete almeno sei settimane?
  Il dottore scosse la testa come la prima volta. Il Balzac si alzò a sedere nel letto, indignato.
Il dottore aveva preso proprio sul serio la intimazione del malato, era risoluto di dirgli la   verità. Balzac, ansioso, centuplicava la sua forza morale per essere degno della verità.
  – E che, dottore, sono dunque un uomo morto? Grazie a Dio, mi sento ancora in grado di combattere; ma sento pure il coraggio di sottomettermi. Son pronto al sacrifizio. Se la vostra scienza non v’inganna, non m’ingannate: che cosa posso ancora sperare? … Sei giorni? – ripetè il grande scrittore – ebbene indicherò a grandi tratti quel che mi resta da fare per compiere la mia opera … La volontà umana fa miracoli … posso dare una vita immortale a quanto ho creato: mi riposerò al settimo giorno … – e il suo sguardo divenne mesto, pieno di dolore il suo sospiro …
  Dacchè il Balzac faceva queste domande era invecchiato di dieci anni: non trovava più la sua voce per interrogare ancora il medico, che non trovava voce per rispondere.
  – Caro malato – disse finalmente il dottore, tentando di sorridere – chi può decidere di un’ora qui in terra? Può morire prima di voi chi sta ora benissimo; ma voi avete parlato di testamento al pubblico …
  – Ebbene?
  – Ebbene, questo testamento bisogna farlo oggi stesso.
  Il Balzac alzò la testa:
  – Non ho dunque che sei ore da vivere? – esclamò spaventato, e ricadde morto sul guanciale. La verità l’aveva ucciso.

  Notiziario generale. Paolo Bourget di oggi e di ieri, «La Rassegna Internazionale. Pubblicazione quindicinale», Roma, Anno III, Vol. VIII, Fasc. I, 1° Gennaio 1902, pp. 277-278.
  Le opere di Paul Bourget non sono di quelle che un giorno spariranno nell’oblio dei nepoti; esse, come quelle di Balzac, saranno sempre lette, anche quando non rappresenteranno più la vita vissuta, come documenti preziosi della psicologia mondana di un periodo storico.

  Rassegna settimanale della stampa. Le idee politiche di Balzac, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XII, Vol. XXII, N. 4, 5 gennaio 1902, pp. 95-96.
  Le idee politiche dell’autore della Comédie Humaine erano finora conosciute poco, giacchè invano si era tentato di scoprirle nell’opera di Balzac, mentre sarebbe stato più semplice il ricercarle nei programmi elettorali di Balzac candidato alla deputazione, come ha fatto recentemente Gabriel Ferry in uno studio di cui rende conto il Journal des Débats settimanale (n. 413).[2]
  Balzac fu tormentato per tutta la vita dall’ambizione di diventare un uomo di Stato; dopo la rivoluzione del 1830, si presentò candidato contemporaneamente ad Angoulême e a Cambrai, e fece distribuire in questi due circondari un opuscolo intitolato Enquête sur les deux ministères e firmato «M. de Balzac, électeur éligible», in cui domandava: abolizione della nobiltà, separazione del clero francese da Roma, confini naturali della Francia (rive del Reno), eguaglianza perfetta della classe media, riconoscimento delle superiorità reali, economia nelle spese, aumento degli introiti ottenuto con una migliore distribuzione delle imposte, istruzione per tutti: – programma abbastanza banale, il quale, però, completato dalle Lettres sur Paris pubblicate circa la stessa epoca, basta a darci un’idea del colore politico di Balzac. Egli apparteneva all’opposizione costituzionale: considerava come impossibile il ritorno di Enrico IV, e perciò si staccava nettamente da Châteaubriand e dagli altri legittimisti ch’egli considerava come i più pericolosi nemici della pace interna, e accettava la monarchia di Luigi Filippo, associandosi però a tutte le rivendicazioni propugnate dal partito liberale.
  Battuto nelle elezioni in tutti e due i collegi da candidati i cui nomi la storia non registra, Balzac si consolò della sconfitta dandosi con maggior fervore alla letteratura; ma non abbandonò del tutto la politica, e quando, volendo avere una rivista tutta per sé, acquistò la Chronique de Paris, espose a’ suoi lettori un programma «liberale e progressista» che aveva per capisaldi l’eguaglianza civile, la libertà di stampa e il libero scambio.
  La rivoluzione del 1848 fu per lui una catastrofe; la caduta di Luigi Filippo, la proclamazione della repubblica e del suffragio universale lo fecero spaventare; a queste preoccupazioni morali si aggiunsero gravi imbarazzi finanziari, e così, mentre Victor Hugo, Alessandro Dumas, Lamennais, Lacordaire e altri si presentavano candidati alle elezioni, Balzac scoraggiato si dichiarava troppo vecchio per gettarsi di nuovo nelle lotte politiche. Si lasciò tuttavia portare fra i candidati di un club politico, Fraternité Universelle; ma per la seconda volta lo scrutinio gl’insegnò che il suffragio popolare misconosce volentieri le «superiorità», e sul suo nome non si raccolsero che settantadue voti. Certo, i settantadue lettori che votarono per lui vanno lodati; ma più ancora vanno ringraziati gli altri: infatti, se Balzac fosse stato strappato alla letteratura e lanciato nel mare infido della politica, non avremmo oggi la maggior parte dei capolavori della Comédie Humaine.

  Statue vagabonde, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVII, Num. 5, 5-6 Gennaio 1902, p. 4.

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Parigi, dicembre.
  Si potrebbe scrivere un capitolo divertente e melanconico in pari tempo, sulle peregrinazioni di certe glorie. Vedete un po’ che cosa capita a quel povero Balzac; non ebbe molta fortuna da vivo, e la cattiva sorte si ostina a perseguitarlo anche dopo la morte.
  Da parecchi anni un apposito Comitato aveva deciso d’innalzargli una statua, ma il progetto fallì più volte. Ora lo scopo pareva essere raggiunto: la statua è terminata, pronta … Ma al momento di mettere la statua al suo posto ci si accorge che il posto non c’è!
  Si era sempre creduto che il monumento a Balzac dovesse essere eretto sulla piazza del Palazzo Reale. Una deliberazione in questo senso era stata presa dal Consiglio municipale, previo accordo col Comitato, ma quella decisione risale a dieci anni; il monumento non lo si potè erigere subito; nel frattempo venne costruita la ferrovia sotterranea elettrica metropolitana che passa precisamente, in tunnel, sotto la piazza del Palazzo Reale, e vi ha una stazione. L’amministrazione municipale dice ora che un monumento pesante sopra un tunnel di poco spessore avrebbe i suoi pericoli, quindi non si può concedere il posto che aveva prima accordato.
  – Si faccia una nuova piazza, per mettervi questo nuovo monumento! direbbe quel tal sindaco illustrato da Ferravilla.
  Veramente di piazze ancor prive di statue a Parigi non ne mancano, e infatti, a guisa di compenso, l’autorità municipale offre al Comitato, a sua scelta: la piazza delle Ternes, lo square Montholon, il quai della Conferenza, il crocicchio di via Balzac e dell’avenue Friedland.
  Ma il posto ideale per un monumento a Balzac era la piazza del Palazzo Reale in un quartiere del vecchio Parigi, ove l’autore della «Commedia umana» fece agire gran parte de’ suoi personaggi. Tanto più che Falguières (sic), incaricato del monumento, dopo l’avventura di Rodin, aveva proporzionato l’opera sua al quadro dove doveva sorgere, cosa che tutti non fanno, per cui vedonsi spesso, in vastissime, piazze, dei magri bronzi e dei marmi esili.
  L’altro monumento in sofferenza è quello del poeta Verlaine […].


  Scienze lettere ed arti. La statua di Balzac, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XVI, Num. 53, 23 Febbraio 1902, p. 3. 

  Dopo molte peripezie, finalmente, il prefetto della Senna ha firmato il decreto di concessione del terreno per l’erezione a Parigi del monumento di Balzac. I terrazzieri ed i muratori si son subito messi all’opera per accelerare i lavori.


  Corrispondenza aperta, «Il Piccolo», Trieste, Anno XXI, N. 7353, 28 Febbraio 1902, p. 3.

  Croustillac. I volumi della “Commedia umana” di Balzac sono una cinquantina; i romanzi e studi filosofici contenutivi quasi cento. S’ella acquista, “Le père Goriot”, uno dei capolavori di Bal­zac, troverà l'elenco di tutte le opere balzachiane. La prefazione alla “Comme­dia umana” si trova nel volume della “Maison du Chat-qui-pelote”.


  Bollettino bibliografico. Rivista delle Riviste, «Rivista moderna politica e letteraria», Roma, Stabilimento tipografico della «Tribuna», Anno VI, N. 5, Serie II, 1° Marzo 1902, p. 140.
  Il dottor Lacassagne ha tenuto la sua prolusione al corso di medicina legale nella Università di Lione, parlando della medicina del passato e del medico nel ventesimo secolo. L’ultimo fascicolo degli Archives d’anthropologie criminelle pubblica questa prolusione. […] A meglio conoscere le origini e le prime fasi di quel gran movimento di idee e di fatti che condusse alla creazione della società moderna, l’autore rivendica il grande valore delle testimonianze del Balzac e raccomanda la lettura attenta della Comedia Umana ai suoi giovani ascoltatori. […] E nella conclusione del suo discorso il Lacassagne scioglie un inno al proletariato, al géant aux mains noires, come lo chiamava Balzac (che sarebbe, del resto, assai sorpreso di vedersi chiamato ad avvalorare una affermazione socialista). Sarà lui, che conserva intatte le più preziose forze sociali, il prossimo augurato rigeneratore del mondo.


  Corriere teatrale. Manzoni. “Brignol e sua figlia”. Commedia in tre atti di A. Capus, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVII, Num. 96, 8-9 Aprile 1902, p. 3.

  Dal primo atto di quel meraviglioso «Mercadet» del Balzac, che il Novelli dovrebbe farci ammirare ed applaudire una volta almeno durante il corso delle sue rappresentazioni, il Castelnuovo trasse l’idea generatrice della sua «Polvere negli occhi». Ora il Capus ha tratto dal «Mercadet» con maggior audacia, tutta una commedia, il «Brignol e sua figlia».

  Il giovine commediografo parigino, autore alla moda, che ha in questo momento il suo quarto d’ora di proscenio, ha rifatto con minor scrupolo o a proprio vantaggio il lavoro del Dennery, che, morto Balzac, adattò, come si di­ce in gergo teatrale, il «Mercadet» alle esigenze del teatro. Il «Mercadet» oggidì, non ostante la sua imperitura essenza vitale, appare alquan­to invecchiato all’aspetto. Il Capus immaginò di ringiovanirlo e lo trascrisse colla aggiunta di pochi ammenicoli riducendolo alle proporzioni di una buona commedietta gaia, arguta e di facile digestione.

  Non volle — certo per il rispetto dovuto al maestro — mutare il tipo del protagonista. «Brignol» è «Mercadet»; la stessa morale, la stessa impudenza, le stesso idee, gli stessi discorsi, gli stessi debiti, gli stessi espedienti. Mutò invece in alcune parti le peripezie e i personaggi secondari. Alla figlia di Mercadet, per esem­pio, che deve salvare il padre con un ricco ma­trimonio, diede una figura più disegnata, una parte più importante; congegnò in modo diffe­rente e più semplice lo scioglimento. Mercadet è tratto d’impiccio miracolosamente dal ritorno del cassiere fuggitivo: Brignol dall’amore del ricco Vernot, che sposa per davvero la sua Ce­cilia. Ma per quanto ingegnose queste modifi­cazioni non sono alla fine dei conti che semplici modificazioni. Il Capus non ha messo molto del suo nella sua commedia, nè certamente ciò che vi ha di migliore.

  Vi ha messo dello spirito. Il dialogo è ricco di motti felici. Brignol ne dice di assai gustosi ed arguti. Per la qual cosa la com­media procede leggiera e divertente benché ap­paia fatta più di parole che di azione, e si ripeta di scena in scena con qualche stanchezza.


  Tra ninnoli e gingilli, «Il Risorgimento. Organo degl’interessi pugliesi», Lecce-Bari-Foggia, Anno XXVII, Num. 11, 26 aprile 1902, p. 3.

  Perline.

  L’amore e l'acconciatura — profumo e bel­letto della donna.

Balzac.


  Chiacchiere parigine. Molte spiritosità alla Camera sulla spiritica scomparsa degli Humbert, «La Stampa. Gazzetta piemontese», Torno, Anno XXXVI, N. 178, 29 Giugno 1902, p. 1.
  Quella rottura di negative scompagina una fra le più belle trovate della signora Humbert, la quale s’era promesso di compromettere così un gran numero di personaggi politici e del gran mondo, mostrando che essi frequentavano la sua casa. Per parte mia non mi stupisco proprio che costoro si siano lasciati fotografare a lato di furfanti.
  E poi bene diceva la signora Mercadet nella commedia del Balzac: «Se dovessimo recarci soltanto nelle case delle persone che stimiamo, non faremmo mai visite».
  La signora Mercadet dimenticava di aggiungere che soprattutto ella non avrebbe più ricevuto visite.

  Notizie, libri e recenti pubblicazioni, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Centesimo della Raccolta, Volume CLXXXIV, Fascicolo 735, 1° agosto 1902, pp. 573-574.
p. 573. – La libreria Ollendorff ha completato l’edizione illustrata delle opere di Balzac. I due ultimi volumi, 49° e 50°, usciti il 22 luglio, contengono i Contes Drolatiques. 
 
  Bollettino bibliografico. Riviste tedesche, «Rivista moderna politica e letteraria», Roma, Anno VI, Num. 15, Serie II, 1° Agosto 1902, pp. 123-124.
  Nuovi documenti sul Comitato di salute pubblica darante (sic) la rivoluzione francese e particolarmente sulla vita e sull’opera di Roberto Lindet, che del terribile tribunale fu membro autorevole e attivo pubblica la Deutsche Rundschau (luglio), che ci dà anche una completa bibliografia sull’argomento.
  Notevole lo studio del Ratzel sulla rappresentazione delle nuvole nei quadri di paesaggio. […] Nessuna rappresentazione pittorica richiede maggiore sapienza e delicatezza di sfumature. Si tratta veramente di fissare sull’immobile tela ciò che vi è in natura di più mutevole per la forma, per il colore, per la luce. L’immobilità deve dunque apparire men che sia possibile evidente. In quella meravigliosa novella che ha per titolo la (sic) Chef-d’oeuvre inconnu, il Balzac narra di un grande e infelice pittore la cui ragione si smarrì dietro un impossibile sogno: dipingere lo spazio; col magistero supremo dell’arte creare l’illusione dell’aria circolante tra le figure dipinte e la tela … Ebbene, quel che sembra nella fantastica novella, sogno di una mente folle e sublime, non è impresa più difficile o disperata di quella a cui s’accinge chi voglia rappresentare le nuvole, le nuvole bianche e grigie e fugaci, care ad Aristofane e al Baudelaire.

  Giovanni Emanuel, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXIX, N. 33, 17 Agosto 1902, pp. 132 e 134.
  p. 134. Il repertorio di Giovanni Emanuel, se comprendeva alcune delle più note produzioni del periodo, diremo così, naturalistico, distinguevasi tuttavia per la larga parte in esso fatta al teatro classico e romantico, e le interpretazioni nelle quali non ebbe rivali, furono il Mercadet, il Matrimonio di Figaro […].

  Marginalia. Les mauvais maîtres, «Il Marzocco», Firenze, Anno VII, N. 36, 7 Settembre 1902, p. 3.
  Sotto questo titolo Jean Carrère scrive sulla Revue Hebdomadaire alcune considerazioni sul valore morale dell’opera di Balzac.[3] Secondo lui nessuno scrittore esercitò sui contemporanei e sui posteri un’influenza più malefica, e ciò in virtù anche del suo ingegno poderosamente sintetico. In tutta la sua opera, la quale in fondo non è altro che la riproduzione meravigliosa di un mondo profondamente corrotto, noi troviamo il delinquente innalzato alla dignità di eroe; egli amò questo suo personaggio favorito, e lo amò non già come un poeta di gran cuore e pieno di pietà può amare tutti gli esseri viventi, anche caduti nella più servile decadenza morale, ma lo amò tal quale si mostra e in virtù di ciò che è. Egli insomma anche non volendo subì l’atmosfera del mondo da lui creato, fu egli stesso vittima delle seduzioni da lui stesso immaginate. Di qui si capisce allora l’azione deleteria, che egli esercitò sulla coscienza morale dei contemporanei, e si intende anche il motivo per cui qualunque arrivista ingegnoso e fortunato è generalmente ammirato e paragonato a un eroe di Balzac.


  Bollettino bibliografico. Lettere. Edoardo Calandra. “La Falce”. Romanzo. – Roux Viarengo, Roma, 1902, «Rivista moderna politica e letteraria», Roma, Stabilimento tipografico della «Tribuna», Anno VI, Num. 18, Serie II, 15 Settembre 1902, pp. 124-125.
  p. 124. Per ammazzare il tempo nelle già lunghe sere di autunno il signor Duc non disdegnava la compagnia, del resto assai divertenti dei personaggi più autorevoli del paese. […]. Tra gli altri habitués primeggiavano Tomatis e Galosso, il maestro e il segretario del villaggio, due tipi indimenticabili degni di figurare nelle immortali Scénes (sic) de la vie de province, del Balzac.


  Bollettino bibliografico. Rivista delle Riviste, Ibid., p. 128.
  Togliamo dall’ultimo numero del Progrès Artistique le seguenti notizie. […].
  L’inaugurazione della statua di Balzac, che sorgerà all’avenue de Friedland, è fissata per il 25 ottobre.


  Estero. Il monumento a Honoré de Balzac, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XVI, Num. 270, 30 Settembre 1902, p. 3. 

  La statua di Balzac è stata posta sul piedistallo. L’inaugurazione solenne avrà luogo alla metà di novembre. La «Société des gens de lettres» aveva votato l’erezione di questo monumento 22 anni or sono!


  Come è morto Zola. La sua vita e le sue opere, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno VI, Numero 2090, 1 Ottobre 1902, p. 1.

  Dicono che un giorno all’improvviso gli balenasse l’idea di una serie di volumi legati da un nesso indissolubile, opera ciclopica come la Commedia umana di Balzac. Dicono anche che egli provasse la stessa gioia fanciullesca con cui Balzac salutò la potente rivoluzione del suo grande spirito creatore.

  Noi non lo crediamo.


  Cronaca internazionale. Inaugurazione della statua di Balzac, «La Rassegna Internazionale. Rivista quindicinale illustrata», Roma, Anno III, Vol. XI, Fasc. I, 1 Ottobre 1902, p. 345; 2 ill.
  Finalmente la statua di Balzac, eseguita dallo scultore Falguière, è stata collocata al suo definitivo posto nel viale di Friedland a Parigi. Ne diamo qui la riproduzione [l’immagine del “Monumento a Balzac” dello scultore Falguière è presente a p. 346]. Inoltre riproduciamo [p. 345] un bassorilievo tondo del David (1844) in cui è notevole la somiglianza con Napoleone I. Victor Hugo che descrisse la morte di Balzac ne fu colpito vedendo il suo profilo già irrigidito nell’agonia. In questa narrazione della sua morte (pubblicata nel numero del 22 novembre del Gaulois du Dimanche) l’Hugo, poco prodigo di elogi ai suoi contemporanei, definisce il Balzac un genio cui mancò la fortuna. Risulta però, che tutti i suoi progetti finanziari, ritenuti allora chimerici, erano da tentarsi: sposatosi colla contessa Hanska, e recatosi in Russia, fu colpito dalle immense ricchezze vergini delle tenute di sua moglie. Ora, fatte le ferrovie in quelle regioni, allora inesplorate, i nipoti della Contessa ricavano milioni di rubli dalla terra di Brody che conteneva 80,000 quercie sulle quali calcolava sessanta anni fa l’autore della Comédie Humaine.


  La morte di Emilio Zola, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXVI, N. 8753, 1 Ottobre 1902, p. 2.
  Tutto ciò che non l’interessava fortemente, non riesciva a penetrargli nel cervello. Egli non era capace di riconoscere dal loro stile autori celeberrimi.
  Così, messo alla prova, non potè riconoscere lo stile di Balzac […].
  Emilio Zola non ha scritto tanti volumi quanti Balzac, ma ha saputo ricavarne guadagni molto maggiori, tanto più che viveva con la maggior regola.

  Cronaca locale e fatti varii. Antonio Fradeletto per Emilio Zola, «Il Piccolo», Trieste, Anno XXI, N. 7582, 16 Ottobre 1902, p. 2.

  [Su una conferenza di Antonio Fradeletto al Politeama Rossetti di Trieste].

  Ricerca lo spirito che anima, questa mole: il senso costante delle contemporaneità, - non rievocazioni del passato di cui s’erano compiaciuti anche troppo i romantici, - non anche solo l’interesse umano del Balzac, limitato a individui o a gruppi, ma la comprensione della Società quale la democrazia va allargando verso la collettività, sì che nelle pagine del Maestro si trovano le opere grandi, comuni, collettive, lo spettacolo della vita ch'egli descrisse primo, con artistica compiacenza, perché fu il primo a compren­dere che quanto noi perdemmo dell’antica bellezza plastica e pittorica per la povertà del colore, par l’uniformità delle fogge, per la geometria delle linee, altrettanto acquistammo di nuova bellezza dinamica per l’intensità dei movimenti e per la moltiplicazione delle antiche energie individuali. (Applausi).


  La pavimentazione parigina, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXVI, N. 8766, 16 Ottobre 1902, pp. 1-2.

  p. 2. E’ Balzac, l’immortale autore della «Comedia umana», proprio lui, che ha pensato ai pavimenti di legno e per convincersene basta rileggere il suo «Mercadet». Al primo atto Giustino, il dome­stico, parlando del proprio padrone, dice «E quali invenzioni! Una nuova tutti i giorni ... i pavimenti di legno! ...» In un al­tro punto, Mercadet mostra i vantaggi del «pavimento conservatore, sul quale e col quale è impossibile qualsiasi barri­cata».


  Teatri e Concerti. Filodrammatico. “La scuola del marito” commedia in 4 atti di Giannino Antoni-Traversi, «Il Piccolo», Trieste, Anno XXI, N. 7584, 18 Ottobre 1902, p. 3.

  In questa Scuola del marito, Giannino Antona-Traversi affronta argomenti di in­tima fisiologia coniugale con tanta auda­cia come nessuno aveva fatto prima di lui sul teatro italiano. In alcune delle sue scene si parla di cose che sembrano fio­rite nei giardini della commedia cinquecentista, ed alle quali lo spirito d'osser­vazione di Balzac abbia infuso il profumo della contemporaneità.


  Tipi e figure nella grande truffa parigina. Rosemberg, Malleval e C., «La Stampa. Gazzetta piemontese», Torino, Anno XXXVI, N. 294, 23 Ottobre 1902, pp. 1-2.
  p. 2. Ci vorrebbe veramente la penna del Balzac, l’immortale scrittore della «Commedia Umana» per ritrarre tutta la commedia vissuta dal Rosemberg!


  Zola commemorato da Barbato, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XVI, Num. 304, 3 Novembre 1902, p. 2. 

  Ieri, nella Camera del Lavoro, l’on. Nicola Barbato, per invito del Circolo socialista di Bari, ha commemorato Emilio Zola. […].

  L’oratore analizza l’opera dallo scrittore traverso la narrazione della storia di questa famiglia sotto il secondo impero, e trova qui modo di paragonale lo Zola a Balzac, la cui opera ha in se (sic) meno pensiero nuovo e accoglie meno simpatie umane, perché Balzac diede la sua simpatia al vecchio mondo, alla vecchia Francia che usciva grondante sangue dalla grande rivoluzione e ancor più dalla insanguinata epopea napoleonica, non comprendendo che tutti i grandi rinnovamenti sociali hanno gli episodii di effervescenza in cui il terreno è favorevole per il ritorno atavico e per il ringagliardire degli istinti bestiali.


  [Notizie], «Il Marzocco», Firenze, Anno VII, N. 45, 9 Novembre 1902, p. 3.
  Il monumento a Balzac verrà inaugurato con grande solennità a Parigi il 22 corrente mese. Pronunzierà un discorso il Ministro della Pubblica Istruzione.

  Il monumento a Balzac, «Il Piccolo», Trieste, Anno XXI, N. 7607, 10 Novembre 1902, p. 1.

  E’ stata fissata per il 22 corr. l'inaugurazione del monumento a Balzac di Falguières. Alla cerimonia interverrà anche il ministro dell’istruzio­ne, che pronuncerà un discorso. Parlerà pure Abel Hermant, per la “Societé des Gens des (sic) lettres”. Paul Bourget pubblicherà per l’occasione un libro sulla vita e sull’opera di Onorato de Balzac.


  Notizie. Libri recenti. Pubblicazioni. Francia, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Centoduesimo della Raccolta, Volume CLXXXVI, Fascicolo 742, 16 novembre 1902, pp. 353-354.
  p. 353. – Il 22 novembre sarà inaugurato il monumento a Balzac, di cui si parla da lungo tempo.

  Gazzettino di città. Vincenzo Morello alla Minerva, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXVI, N. 8796, 20 Novembre 1902, p. 2.

  Il suo grande amore letterario: Balzac. Forse nessuno in Italia ne conosce la mente e l’opera meglio di lui. E questo nome dice un po’ anche l’orientamento del suo intelletto, la linea maestra d’uno spirito dalle apparenze versatili: e chi giudica di Balzac con forte serenità di spirito non può a meno d’essere anche un equo e illuminato intenditore della figura d’ar­tista d’Emilio Zola, nella quale tante del­le attitudini balzachiane potentemente ri­vissero.

  Talché la lettera annunziata per saba­to alla Minerva promette corto una cosa elevata e geniale.


  Il monumento a Balzac, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XVI, Num. 322, 21 Novembre 1902, p. 2. 

  Il monumento a Balzac sarà inaugurato domenica prossima; il ministro dell’istruzione pronuncerà il discorso.


  Vincenzo Morello alla Minerva, «Il Piccolo», Trieste, Anno XXI, N. 7620, 23 Novembre 1902, p. 2.

  [Su una conferenza di V. Morello a proposito dell’opera di Zola].

  Balzac è più complesso, ma Zola è più consapevole; e in vita e in morte egli ebbe la sorte di Eu­ripide al quale assomiglia nell’impulso rivoluzionario; come Euripide egli si sentì chiamare “infame sulla pubblica via e condannare nei tribunali come nemico de­gli Dei e corruttore della città. Zola trovò per istinto la sua via diritta: siano scritti a 25 anni come a 62, i suoi libri sem­brano maturati in un’ora: tanto è saldo in tutti l’organismo delle idee e indipen­dente il giudizio. […].

  Dopo aver lumeggiato con elevata pa­rola il concetto che qui abbiamo cercato di riassumere, Vincenzo Morello accennò alla fede incrollabile che Emilio Zola ri­poneva nella scienza; mentre Balzac si arrestava ad un certo punto nelle conse­guenze morali e politiche della scienza e chiamava in aiuto la tradizione, rappre­sentata dalla religione e dalla monarchia, Zola andava diritto fino alle ultime dedu­zioni non tenendo conto che delle sole forze naturali.


  Il monumento a Balzac, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXIX, N. 48, 30 Novembre 1902, p. 433; ill. (Foto della “Actualité”).
  Il monumento a Balzac, di cui sono famose le peripezie, fu inaugurato finalmente il 24 a Parigi. Abel Hermant, parlando a nome della Società degli uomini di lettere che Balzac fu letterato più di tutti, ma nessuno lo fu meno di lui. Come Shakespeare ebbe la potenza di creare tipi che vivevano in carne ed ossa e si vantava egli stesso di avere fatto concorrenza allo Stato civile. Hermant aggiunse che Balzac creò una letteratura lasciando dietro di sé uno stuolo di imitatori fra cui i Goncourt, Flaubert e Zola, gruppo nel quale sarebbe ancora un grande onore essere l’ultimo venuto. Balzac quindi continua a propagarsi e la sua razza è un vero monumento della sua gloria. Dopo Hermant parlò il ministro della pubblica istruzione Chaumié, celebrando l’opera di Balzac, che dipinse la rinnovazione compiutasi dalla Società francese nel principio del secolo XIX, durante il frastuono militare di quell’epoca ed esprimendo ammirazione e rimpianto per lo scultore Falguière. Il monumento, che è opera molto discussa di Falguière, consiste nella statua dello scrittore seduto su di una panca colle gambe incrociate, coperto da un’ampia veste da camera. Egli ha la testa alta e lo sguardo fisso in avanti. Il romanziere sembra intento ad assistere alla sfilata dei tipi creati da lui.

  Bollettino bibliografico. Riviste francesi, «Rivista moderna politica e letteraria», Roma, Stabilimento tipografico della «Tribuna», Anno VI, Num. 23, Serie II, 1° Dicembre 1902, p. 130.
  Felicien (sic) Pascal ci parla di Balzac intime senza rilevare, in verità, nulla di originale a chi ha imparato a conoscere il grande maestro leggendo il suo mirabile epistolario. (Nouvelle Revue, 16 dicembre). Il Balzac ebbe l’anima di un eroe. Il suo eroismo si è esercitato dinanzi a uno scrittoio e con la penna in mano, invece di manifestarsi tra il fragore di un campo di battaglia. Tuttavia egli per tener fronte all’assalto de’ suoi debiti, e per conquistare l’oggetto del suo amore, ha spiegato una somma di energie e tanto coraggio e sangue freddo quanto sono necessari ad un comandante d’esercito per ottenere la vittoria. Egli fu un magnifico professore d’energia. Anche per questo titolo il Balzac merita il rispetto e l’ammirazione dei posteri.

  I titoli nobiliari in Francia. Zola al Pantheon, «Il Piccolo», Trieste, Anno XXI, N. 7632, 5 Dicembre 1902, p. 1.

  p. 1. Nell’epoca nostra tutto nasce dallo spi­rito critico. Esso il terreno pingue di concimi, nel quale la fantasia si riduce a cultura metodica. Le opere dei grandissi­mi ingegni sono oggetto costante d’ m­mirazione e d’analisi per gli ingegni che effervono dalla vita d’oggigiorno; ne na­sce un impulso irrefrenabile demulazio­ne: e a noi si offre a spettacolo una schiera di musicisti d’ogni nazione e di ogni terra che sindustria a sorprendere i mezzi d’onde Wagner trae gli effetti onnipotenti: e a noi si offre a spettacolo la folta schiera dei romanzieri francesi, sui quali incombe il genio di Balzac co­me il termine supremo dei desideri e il sommo punto da emulare da chi pretende a esporre in sè medesimo la vigoria d’a­nalisi e di sintesi d'un narratore della stessa razza.

  Ha egli ideato quell’immenso e popo­loso quadro della Comedia umana, dove furono chiamate a rassegna, come in una Iliade, tutte le passioni umane nei ca­ratteri d’un circoscritto periodo di vita: ed ecco, impulsiva, l’ambizione di susci­tare nuove Comedie umane dilaga nello spirito degli epigoni. Chi sente grandez­za nella sua arte di romanziere, sente invidia di Balzac.


  Rivista delle riviste, «La Vita Internazionale», Milano, Anno V, N. 23, 5 Dicembre 1902, p. 735.

 

  Anche Balzac!

 

  Leone Daudet — da non confondere con Alfonso scriveva di Onorato Balzac: «Egli è mondo di ogni retorica, di ogni impronta demagogica o fangosa. In lui, nessun appello agli Stati Uniti di Europa».

  Ce ne dispiace per i signori nazionalisti e per il loro Balzac, ma di Balzac si può leggere — ne’ Secrets de la princesse de Cadignan, — come detto dal realista D’Arthez a proposito del suo amico Michele Chrestien, ucciso sulle barricate di Saint-Merri:

  «Michele sognava la federazione svizzera applicata a tutta l’Europa. Confessiamolo fra di noi, dopo il magnifico governo di un solo, che più particolarmente conviene, secondo me, al nostro paese, il sistema di Michele è la soppressione della guerra nel vecchio mondo e la sua ricostruzione su basi diverse da quelle della conquista che l’avevano un tempo feudalizzato».

  Ahimè, anche il Balzac va messo all’Indice?


  Il monumento a Balzac, «La Domenica del Corriere», Milano, Anno IV, N. 49, 7 Dicembre 1902, p. 9; ill.

  Fra i monumenti avventurosi uno dei primi posti spetta ormai a quello destinato ad eternare i rudi e pensosi lineamenti d’uno dei più vasti ingegni che abbiano onorato il secolo scorso la letteratura romantica: vogliamo dire Onorato Balzac. Occorse infatti oltre mezzo secolo perché l’autore della Comédie Humaine, nato nel 1799, ottenesse quel tributo di marmi che tanti Carneadi ebbero all’indomani della loro morte! Vero è che il più duraturo dei monumenti il Balzac se lo innalzò da solo con l’enorme pila di volumi che da Le dernier Chouan (1827) arriva a Le cousin Pons (1847).

  La “Société des gens de lettres” si fece dunque iniziatrice, parecchi anni fa, del monumento in questione dandone l’incarico allo scultore Chapu. Una malattia uccise l’artista avanti che l’opera sua fosse pronta, e allora l’incarico toccò a Rodin, il celebre Rodin, il quale modellò un Balzac che fece ridere a Parigi anche i polli. Sembrava un maiale … e anche peggio. Lo scandalo accaduto allora costrinse i promotori a rifiutare il «capolavoro» rodiniano, sì che la commissione passò al valente Falguière. Fu una fatalità: Falguière morì nell’aprile del 1900 lasciando la sua statua incompiuta. La ultimò un suo allievo, ed essa finalmente venne inaugurata due settimane addietro nell’Avenue de Friedland, vicino alla casa dove Balzac morì il 20 agosto 1850. Il grande scrittore è ritratto nella sua posa abituale, seduto all’aperto, mentre guarda a sé davanti e insegue con gli occhi della mente i personaggi che più tardi egli muoverà insuperabilmente nella Comédie Humaine

  È riprodotta, al centro dell’articolo, la fotografia del monumento a Balzac (Fot. E. Fiorillo, Parigi).


  Bollettino bibliografico. Lettere. Gustave Abel. “Le Labeur de la Prose”. – P. V. Stock, Paris, 1902, «Rivista moderna politica e letteraria», Roma, Stabilimento tipografico della «Tribuna», Anno VI, Num. 24, Serie II, 15 Dicembre 1902, pp. 129-130.
  Si citano volentieri quegli scrittori dotati di una sorprendente facilità, che componevano senza sforzo apparente le pagine più belle. Ma si tratta di poche eccezioni, spesso più leggendarie che reali.
  I manoscritti di Balzac presentano rare cancellature, ma in compenso come erano modificate, torturate le sue bozze di stampa! Per un fenomeno curioso, soltanto la parola stampata ispirava al maestro la necessità della correzione. Théophile Gauthier (sic) ci descrive appunto il singolare aspetto che presentava la paginetta dopo essere passata sotto quel laminatoio implacabile. Il Balzac tentò di realizzare il sogno più sublime del genio, una forma perfetta, una purezza ideale, la recisa rispondenza del pensiero e della parola. Ed evocando quella gigantesca figura, l’Abel chiude degnamente il suo libro, scritto per magnificare la coscienza e la probità letteraria.

  Adolfo Albertazzi, Storia dei Generi Letterari Italiani. Il Romanzo di Adolfo Albertazzi, Milano, Casa Editrice Dottor Francesco Vallardi, s. d. [1902].

Seconda Parte.
Il Romanzo moderno (da circa il 1800 alla fine del sec. XIX).
Capitolo secondo.
Walter Scott; i precursori del Manzoni e i concorrenti (1814-1827), pp. 154-168.
  p. 158. Per i pregi che i contemporanei ci videro, e forse anche per non pochi difetti, l’opera dello Scott passò d’Inghilterra in Francia ammirata sino al fanatismo, sino alla frenesia. […] Ed ecco il Balzac, di cui Les Chouans (1827-1829), ou la Bretagne en 1799, fu un romanzo d’imitazione scottiana; ecco Giorgio Sand che, come il Balzac riceveva dallo Scott l’idea del romanzo storico nazionale, dallo Scott riceveva l’idea del romanzo provinciale.

Capitolo terzo.
I Promessi Sposi (1821-1827), pp. 169-206.
IV. – Pregi del romanzo. – L’indole del poeta. – L’umorismo, pp. 190-194.
  p. 190. Ponendosi in «contatto immediato, sincero e genuino con la natura», il Manzoni, all’opinione del Comte, parve iniziare una nuova età dell’arte e, ad opinione del Panzacchi [cfr. Vita italiana nel Risorgimento, 1899] e del Negri, sembrò prevenire il Balzac e lo Zola nel porre le grandi basi della letteratura e dell’arte moderna.

Capitolo quarto.
Evoluzione e degenerazione del romanzo storico (1827-70 circa), pp. 207-244.
I. – Scottiani, manzoniani e indipendenti, pp. 208-224.
  p. 211. Così fin dal ’28 era inevitabile un avviamento al romanzo di costumi. Ma si not[i] che il Balzac non fece il gran passo dal romanzo storico (Les Chouans) ai primi saggi delle (sic) Comédie humaine che verso il ’30. Anche si noti che nella singolare Fidanzata Ligure del Varese c’era già qualche cosa dell’Ernani pubblicato nel ’30, due anni dopo. […]
  p. 220. Come riuscire nel romanzo storico alla perfezione di verità. Che nel romanzo contemporaneo già conseguiva il Balzac, senza venir meno, rappresentando la vita d’altri tempi, allo stile moderno? […].
II. – Guerrazzi, pp. 224-230.
  p. 228. Il Camerini [cfr. Nuovi Profili II, 1875] scopriva nel Guerrazzi l’anatomia del Balzac, la fantasticheria dell’Hoffman (sic) e i morsi dell’Heine.

Capitolo quinto.
Il romanzo sociale, psicologico e di costumi avanti il ’70, pp. 245-287.
I. – Ranieri; Carcano; Tommaseo, pp. 246-260.
  pp. 247-248. Da tempo la letteratura inglese tendeva all’utile sociale; fin dal 1762 La Nouvelle Héloïse aveva comunicato un’impronta filosofica al romanzo inglese e aveva tramandato un’impronta filosofica al romanzo francese della Staël prima, della Sand dopo. Però si noti: Giorgio Sand, che proseguiva l’opera della Staël e che dal ’35 al ’59 ebbe in Italia influenza maggiore d’ogni altro romanziere, limitò i romanzi del suo primo periodo a rivendicare la donna, a proclamare i diritti della passione contro le leggi civili; né cominciò i romanzi propriamente «sociali» o «umanitari» che nel 1840. Quanto al Balzac, dopo il disordine de’ primi lavori, egli concepì l’idea della Comédie humaine nel 1833; ma se nella Commedia Umana l’elemento sociale ha l’importanza che tutti sanno, non vi è diretto, immediato, assoluto il fine di utilità sociale. […].
  L’Orfana [di Antonio Ranieri] rammentava al Camerini il buio d’inferno dantesco; ma nell’opera «tenebrosa» non c’è solo l’inferno di Napoli; non ci son solo una vittima e carnefici; c’è un realismo di scene per cui il Balzac, che il Ranieri potè essere dei primi a comprendere, non basta ad esempi conformi. Si pensa alla sensualità di alcuni romantici; si pensa a un disquilibrio morboso. […].
  pp. 254-256. Desumendole dalla critica e dai precetti che egli venne dettando tra il ’35 e il ’40, furono queste le idee fondamentali del Tommaseo nella concezione del romanzo e nel compito del romanziere, da lui chiamato sempre «poeta».
  Per la disciplina:
  Quando ancora fervevano i vapori di Giorgio Sand e le tinte orientali di Chateaubriand e Stendhal era sconosciuto in Francia e Onorato Balzac bestemmiato in Italia, egli chiamava misera e corrompitrice del bello la guerra che «certa specie mezzana di letterati divideva in Classici e Romantici» […].
  Nei rapporti del vero con la morale egli [Tommaseo] congiungeva dunque il Goethe allo Zola; non giustificava solo la Sand: giustificava la Madame Bovary diciassette anni prima che nascesse e trent’un anni prima i Rougon-Macquart! Il primo difensore della Zola fu il Tommaseo. Ma il Tommaseo non poteva essere soltanto realista come il Balzac, il quale compiendo nella Commedia Umana «la storia naturale» della vita umana subordinava la psicologia alla fisiologia; e non voleva essere soltanto psicologo come Stendhal, cioè materialista e inteso a studiare nell’uomo solo il meccanismo cerebrale, ed analizzare l’animo umano con lo sguardo di un ateo.
  Per il metodo:
  Lo Stendhal, che pensava di non piacere ad alcuno prima del 1880, era stato conosciuto a dentro dal Tommaseo intorno il 1840! Come per lo Stendhal e come per il Balzac, l’uomo per il Tommaseo non era più nel romanzo un’astrazione; e come essi, e come più tardi il Flaubert, egli proponeva al romanzo personaggi della vita comune, non idealizzati, non eccezionali. Il Balzac faceva de’ suoi romanzi documenti storici: il Tommaseo voleva che il romanzo «dipingesse le cose del tempo proprio» perché così «diventava autorevole monumento di quel tempo, e le testimonianze del romanzo erano documenti agli eruditi avvenire». […].
  Non solo lo Stendhal, ma il suo tardo discepolo Bourget avrebbe potuto imparare qualche cosa dal Tommaseo. […].
  Ancora: con i loro intendimenti di realismo e di psicologia tanto lo Stendhal quanto il Balzac si sforzarono a «obiettivarsi»; ma solo con il Flaubert e dopo il Flaubert l’«obiettivismo» divenne canone al metodo romanzesco. […].

II. – Ruffini e Nievo, pp. 250-272.
  pp. 265-267. Degli scrittori che addusse in confronto al Nievo il Mantovani [cfr. Il poeta soldato, 1900] tralasciò il Balzac e non pensò al Chateaubriand, il cui nome trova occasione nel primo capitolo delle Confessioni. […].
  Ma tra le (sic) Mémoires e le Confessioni v’ha una gran differenza ad attestare la potenza artistica del Nievo […]; nelle Confessioni, […] c’è il dramma oggettivo rappresentativo; c’è il vero romanzo; e il narratore della sua lunga vita rappresenta insieme con sé e i suoi coetanei la vita di coloro ch’eran vecchi quand’egli era fanciullo; di coloro che furon giovani quand’egli fu vecchio: c’è tutta una commedia umana.
  Infatti che fu nella concezione unica La Comédie humaine del Balzac? Quale l’unità organica di essa?
  Il Balzac s’imaginò spettatore e pittore dei costumi, dei fatti, dei caratteri sociali che si possono osservare e ritrarre in un’esistenza sola; e rappresentò la società contemporanea con altrettanti episodi delle tre generazioni che poteron trascorrere dinanzi ai suoi occhi, dall’infanzia alla vecchiaia, e li distribuì in «scene» della vita privata, «scene» della vita di provincia, «scene» della vita campagnola, «scene» della vita militare, «scene» della vita politica. All’osservatore, al pittore sostituite l’attore; accumulate episodi in un’azione sola e avrete le Confessioni. […].
  p. 269. Questo fu il prodigio del Nievo! Per creare la Pisana bisognava la potenza psicologica che non ubbidisce a un freddo metodo scientifico di osservazione, ma che deriva dall’osservazione spontanea e dall’osservazione che, dai minimi atti come dalle più grandi contradizioni, si riflette nella mente a interpretare la logica della realtà. Ecco perché la Pisana rassomiglia più a Carmen del Mérimée e a qualcuna delle donne della Sand e del Balzac, alla Natalia del Tolstoi, nella Guerra e la Pace. […].
  p. 271. [F. Viganò] ebbe una certa rinomanza non perché in Masaccio il dissipatore […], in Emilio e Giulietta e nella Valassina (’54), nel Brigante di Marengo o nel Contrabbandiere di Olginate, apparisse discepolo di Balzac e del Sue, […] ma perché vi «fotografava» – male – più d’un personaggio maschile e femminile «noti a Milano».

III. – La «Scapigliatura», pp. 272-287.
  pp. 274-275. Dalla Commedia Umana evidentemente il Rovani riceve il motivo della concezione, che gli pareva così originale e che invece rassomigliava già tanto alle Confessioni scritte dal Nievo due anni prima, sebbene pubblicate sette anni dopo i Cento Anni. […].
  Ora, chi aveva assunto il denaro a soggetto romanzesco? Il Balzac. Chi suggerì al Rovani di rappresentare intorno a una questione di denaro i costumi d’un secolo nel permutare di varie rivoluzioni? Il Balzac.
  Se non che l’efficacia del gran romanziere francese fu molto diversa nel Nievo e nel Rovani. A questo soccorrono abili invenzioni ma anche espedienti scarsi; molte scene che si aspettano tragiche svesciano nel più bello; l’aspettazione di frequente è delusa dall’autore che interviene per disporre il lettore a quel che avverrà. […].
  p. 277. E Milano ambiente non gli basta: trasporta sé e i personaggi a Venezia, Parma, Roma, Parigi.
  Ci è del Le Sage oltre che del Balzac. […].
  p. 280. E come i sette giovani che nel romanzo dell’Arrighi [Scapigliatura, 1862] cenano con sei donne e s’indebitano allegramente, gli scapigliati della vita milanese avevano qualche cosa di più, di meglio e diverso dai bohémiens parigini, in cui l’amore dell’arte tendeva a trasformarsi nella sollecitudine delle dignità e delle ricchezze. Nel resto, s’assomigliavano; fratelli. Dei parigini diceva il Balzac:
  “Individui indipendenti, come l’aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al male, con la testa sempre in contraddizione alla tasca, ed eccentrici”.
  I nostri bestemiavano la virtù femminile, si battevano per vendicare l’oltraggio che vedessero fatto a una donna sconosciuta; straviziavano e ostentavano brio; seducevan signore e crestaine, e avevano l’arte nel sangue. […].
  p. 282. [Alcuni scapigliati minori] caddero senza comprendere la difficoltà del romanzo storico, senza paventare la grandezza del Balzac, senza vedere in che fuorviava dall’arte vera l’abilità del Sue e del De Koch (sic). […].
  p. 284. Che lasciava al suo [di I. U. Tarchetti] nome? Il pathos dei romantici, il realismo del Balzac, il naturalismo del Rovani e la Bohème, fermentandogli nell’avida fantasia, […] l’avevano commosso alle pene di Paolina (’65) […].

Capitolo sesto.
Il romanzo recente (1870-1901), pp. 288- 363.
  p. 288. A mezzo il secolo XIX il pensiero moderno volgeva al «sensualismo»; sensualismo filosofico, scientifico, artistico. E col Balzac, con i realisti inglesi, quali il Dickens e l’Eliot, col Flaubert, il romanzo compieva la reazione all’individualismo soggettivo romantico.

  R.[affaele?] Alt.[avilla?], Emilio Zola, «La Settimana. Rassegna di Lettere, Arti e Scienze», Napoli, Anno I, N. 25, 12 ottobre 1902, pp. 411-419.

  pp. 414-415. Creato il genere, gli imitatori di Zola, che non avevano né l’ingegno, né l’onestà, non ebbero più freno; ed oggi noi vediamo la letteratura romantica francese dibattersi nell’oscenità e nella perversione, volgare o raffinata secondo l’abilità degli scrittori, e allontanarsi sempre più da quella formula sana e vigorosa, che le avevano dato Balzac, Giorgio Sand e Flaubert, che fu la sua gloria e il suo successo.

  R.[affaele?] Alt.[avilla?], Cronaca della settimana, «La Settimana. Rassegna di Lettere, Arti e Scienze», Napoli, Anno I, N. 32, 30 novembre 1902, pp. 389-396.

  pp. 394-396. Dopo cinquant’anni di attesa, dopo numerosi contrasti e molteplici contrattempi, Parigi ha, finalmente, dedicato a Balzac il monumento che prima di lui ottennero tanti carneadi meno degni, molto meno degni d’un marmo dell’immortale autore della Commedia umana. Dalla vetta cui è salito con la forza del suo genio, egli deve oramai contemplare questo omaggio in ritardo, con il supremo disprezzo di cui, vivo, fu prodigo verso ogni volgarità.
  Vivo, il suo orgoglio smisurato avrebbe trasalito di gioia alla promessa d’una statua. Morto, quell’orgoglio ebbe già le più pure soddisfazioni, le più alte ricompense, cui nulla può aggiungere la fusione in bronzo della sua inestetica figura.
  La sorte toccata a Balzac, vivo, fa ricordare alla nostra memoria un’epoca molto diversa dalla nostra. Chi osa dire che le cose del mondo son sempre uguali, che nulla di nuovo avviene quaggiù, che la storia dell’oggi è identica a quella dei tempi trascorsi? Balzac, e con lui tanti altri uomini d’ingegno potente, vissuti nella miseria, nell’indifferenza, quasi nel disprezzo dei loro contemporanei, sono le prove evidenti di un’evoluzione che si è compiuta sotto i nostri occhi e che noi possiamo, adesso, toccare con mano.
  Leopardi, Alfieri, Monti, Foscolo, in Italia, Alfredo de Musset, Pascal, Rousseau, Balzac, de Vigny, in Francia, e quanti altri ne trascuro, vissero in mezzo all’indifferenza, morirono quasi oscuri, conobbero la gloria quando il freddo della morte li aveva piombati nel nulla, in quell’al di là, di cui abbiamo il presentimento oscuro e vago … La miseria, la lotta quotidiana per la vita, logorarono lentamente quelle povere anime d’artisti, ponendole al cimento delle più crude realtà del bisogno, dello abbandono. Tale era l’epoca in cui vissero, un’epoca nella quale la fiamma divina dell’arte vacillava al soffio delle passioni politiche, delle aspirazioni patriottiche, dei tumulti rivoluzionarî, che vietavano ai popoli d’indugiarsi nelle carezze dell’intellettualità.
  Come siamo mutati! De Musset, Foscolo, Balzac e Leopardi vissero stentatamente nel dolore, spesso nella miseria. Quelli che oggi han raccolto la loro eredità, eredi indegni e impotenti, […] conquistano, senz’altro sforzo che una sfacciataggine cosciente e incosciente insieme, l’ammirazione e la fortuna. […] Quale dei nostri romanzieri più in voga ha scritto una pagina degna di Balzac? Zola, forse, ed è uno, uno solo, che all’autore della Commedia umana deve la tecnica e l’ispirazione. […]
  Quegli uomini che ai loro tempi erano quasi ignorati dalla folla, avevano attirato intorno al fluido tepido dei loro cuori, dei cuori di dama che ne avevano intuito la squisita sensibilità. […].
  Balzac è amato da una donna che non lo ha mai veduto e che più tardi gli dedica semplicemente la vita. Tutta la Commedia Umana, tutti i cento volumi usciti dal cervello mostruoso del fantastico lavoratore, lasciano il mondo indifferente. Ma egli se ne consola sentendo il suo cuore riscaldato ai battiti d’un cuore femminile, che lo ha sentito e compreso. Maupassant muore disperato, senza avere gustato un’ora, un’ora sola di piacere amoroso, puro d’ogni calcolo ambizioso. Quando una donna gli piace, è costretto a nascondersi, a mentire il suo nome per gustare sule sue labbra delle labbra che bacino, l’uomo, non i libri. Balzac vive in un’aura tiepida di carezze, e si sente chiudere gli occhi dalla dolce mano che lo ha sorretto negli ultimi spasimi d’un’esistenza atroce. Chi dei due più felice? …

  Camillo Antona-Traversi, Emilio Zola autore e critico drammatico, «Rivista Teatrale Italiana (d’arte lirica e drammatica)», Napoli, Anno II, Vol. 4, Fasc. 5-6, 1 Novembre 1902, pp. 195-198.

  p. 196. Volle anche lo Zola — è vero — far, di per sé solo, opera d’autore drammatico.

  Ma nemmeno in questi suoi tentativi potè dirsi felice. Il “padre del naturalismo” scrivendo per la scena, cadde — come, del resto, il suo grande predecessore Balzac — nell'eccesso opposto: fu, senza volerlo, convenzionale, romantico.

  Balzac, se non altro, intuì, e rese, un grande “carattere” scenico: —Mercadet. Lo Zola, in vece, vide solo Il bottone di rose, che rinnovar doveva la commedia classica, e non rinnovò proprio nulla.


  Vittorio Amedeo Arullani, Una dedica del Balzac, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXIV, N. 11, 16 Marzo 1902, p. 2.

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  Un poeta – meglio che della Francia – mondiale, di cui s’è testè celebrato nella patria sua ed in Italia e altrove il centenario (e non n’è peranco spenta la eco), un generoso e possente precursore dei tempi che forse verranno, auspicò gli Stati Uniti di Europa. È certo questo, ai dì nostri più evoluti – se bene a tanto rivolgimento politico poco più maturi che non fossero quelli di Victor Hugo, il desiderio di tutte le miti e nobili anime. […].
***
  Il mio pensiero corre oggi a un altro grande precursore, a un romanziere d’oltr’Alpe che illustra insieme la sua patria e il mondo, a Honoré De Balzac. Della produzione gigantesca di questo lavoratore infaticabile, di questo mirabile operajo del pensiero, fanno parte (oltre le opere della giovinezza, ed il Teatro, ed i «Contes drôlatiques») i numerosi volumi della Comédie humaine.
  L’autore stesso classificò questa sua capitale ed immortal produzione di romanzi e di studi, dividendola in varie categorie, che s’intitolano «Scènes de la vie privée», «Scènes de la vie de province», «Scènes de la vie parisienne», «Scènes de la vie politique», «Scènes de la vie militaire», «Scènes de la vie de campagne», «Etudes philosophiques» e «Etudes analitiques (sic)».
  Risparmio al colto lettore le non poche suddivisioni e i titoli dei moltissimi romanzi, alcuni dei quali sono capilavori insuperati.
  Solo dirò, perché si riferisce al mio intento, che alle «Scènes de la vie parisienne» appartiene una suddivisione dal titolo «Les parents pauvres»: la quale si compone, alla sua volta, di due romanzi non brevi, «La Cousine Bette» e «Le cousin Pons». Ora appunto sembrami notevole, per i rapporti tra Francia e Italia, la dedica che il De Balzac fa dei due libri «a Don Michelangelo Caetani, principe di Teano». La lettera-prefazione o dedicatoria porta la data dell’agosto-settembre 1846 e le due geniali creazioni son chiamate modestamente schizzi ed episodi.
  Dice dunque il Balzac che egli gli dedica la sua coppia di romanzi, «frammento d’una lunga storia», non già «al principe romano, né all’erede dell’illustre casa dei Caetani che ha dato papi alla cristianità», ma bensì «al sapiente commentatore di Dante»: a chi – primo ed unico – gli ha fatto conoscere alfine la Divina Commedia, che era per lui o gli sembrava «une immense énigme». E del poema dell’Alighieri ora il Balzac si dimostra entusiasta, e lo chiama con franchezza senza esagerazione «le seul que les modernes puissent opposer à celui d’Homère».
  A lui il Caetani ha fatto vedere «la merveilleuse charpente d’idées» sulla quale il maggior poeta d’Italia ha costruito la sua epopea, di cui i commentatori – più che ogni altra specie di lettori (l’accusa è del Balzac) – arruffavano la matassa. Dante bisogna saperlo comprendere: ma comprenderlo come il Caetani, a cui tutte le grandezze son famigliari (e qui c’è innegabilmente un tantino di esagerazione adulatrice), «c’est être grand comme lui».
  Non manca alla lettera dedicatoria del Balzac né il sale dell’ironia, né il piccante dell’umorismo e della satira. Oh se egli pubblicasse in Francia, magari come suo, tutto ciò ch’egli ha udito intorno alla Divina Commedia dalla bocca del dotto commentatore italiano! Egli ci guadagnerebbe una cattedra e delle croci, e si farebbe tosto una riputazione simile a quelle che si fecero e fanno tanti eruditi e professori francesi, viventi sulla Germania, sull’Oriente o sul Nord, «comme des insectes sur un arbre», parassiti che diventano parte integrante e tolgono ad imprestito dal soggetto tutto il loro valore. Orbene, l’Italia da quei dotti suoi compatrioti non è stata ancora sfruttata, è un campo fecondo aperto all’audacia e alla pazienza; e gli si dovrà certo, per questo, tener conto della discrezione letteraria.
  Tutto ciò punge, senza dubbio: ma è vero e ben detto, e sempre di attualità. Quanti spogliatori e saccheggiatori e plagiarii, sprovvisti d’ogni genialità ma duttili di dossi, quanti piccoli studiosi dei grandi si acquistano facile nomea di eruditi!
  Comunque, il Balzac cerca assai diversi allori e sdegna vestirsi delle altrui penne: egli, che sarebbe potuto in Francia «devenir un homme docte de la force de trois Schlegel» spogliando il Caetani, egli definisce se medesimo con umiltà di artista vero e conscio «simple docteur en médicine sociale, le vétérinaire des maux incurables».
  Solo in riconoscenza e ricambio della dotta improvvisazione che lo affascinò una sera, in cui egli si riposava (come stupendamente dice) «d’avoir vu Rome», egli vuole adesso in simpatico modo unire l’illustre nome del Duca di Sermoneta suo Cicerone a quelli dei Porcia, dei San Severino, dei Pareto, dei Di Negro, dei Belgiojoso.
  E di tutti costoro afferma che «représenteront dans la Comédie humaine cette alliance intime et continue de l’Italie et de la France, que déjà Bandello, cet évêque, auteur de contes très drôlatiques, consacrait de la même manière, au seizième siècle, dans ce magnifique recueil de nouvelles d’où sont issues plusieurs pièces de Shakespeare, quelquefois mêmes des rôles entiers, et textuellement».
  Il Balzac credeva dunque alla alleanza intima e continua dell’Italia e della Francia: e ben ricordava, egli romanziere, a proposito delle benemerenze e delle influenze italiane, un nostro novellatore cinquecentista, Matteo Bandello.
  La restante parte della lettera dedicatoria ci interessa meno.
  L’articolo, intanto, mi è riuscito quasi – di materia – dantesco: ed io, sul finirlo, mi permetto di esporre un dubbio.
  Non so che pensino i biografi e studiosi del Balzac di questo titolo «Comédie humaine», da lui dato alla sua più poderosa e magistrale fatica. A me pare, poiché il Balzac era innegabilmente ammiratore di Dante, che esso riveli nel romanziere francese quasi l’idea e il progetto di contrapporre alla Divina Commedia dell’Alighieri nostro qualcosa di moderno non indegno, frutto prosastico di osservazione acuta, dalle proporzioni epiche.
  E ci riuscì. Fu già osservato che il Decamerone di Giovanni Boccaccio è una specie di Commedia umana del Trecento: ma questa del Balzac è pur essa una immortale epopea in prosa del secolo XIX, una analisi e una sintesi per poco unica, che la nota serie zoliana dei Rougon-Macquart non è riuscita – nonché a superare – ad uguagliare.
***
  Concludo. – L’arte è per sua natura altruistica e cosmopolita, e – grande e inavvertita operatrice di miracoli – ha la virtù di superare i monti e gli oceani, di parlare alle anime, e di rinsaldare gli allentati vincoli tradizionali.
  Fra tante voci di rancore e di odio, che male alimentano l’inconscia ostilità delle razze o la rivalità politica ed economica delle nazioni, è bello e degno udire e segnalar quelle voci che predicano amore e fratellanza e concordia, è santo ufficio impedire che il mugghio della tempesta le copra o che si predano inascoltate e infeconde nella solitudine.


  Ateo e Trinacrio, Lo Spiritismo e la scienza. Pensiero e studio, Trecastagne, Pubblicato per cura e con tipi del signor S. Consoli, 1902.

 

  p. 159. Balzac racconta questo sogno interessante: «Né io, né Luigi Lambert conoscevamo la bella valle della Loira ed eravamo fanciulli ambedue, la sua immaginazione e la mia erano occupatissime la vigilia di questa passeggiata, che apportava nel collegio una gioia tradizionale.

  L. Lambert descrisse il boschetto, le particolarità, le case in lontananza, tanto da esclamare:

  «Se il passaggio non è venuto da me, ciò che mi sembra assurdo, io sono dunque andato in esso.

  Io non sono stato mai a Roschambrau; ora se il mio spirito ed il mio corpo hanno potuto così separarsi durante il sonno, perché non li farei ugualmente divorziare durante la veglia?

  Camminai, vidi, intesi. Il movimento non si concupisce senza lo spazio; il suono non agisce che sopra la superficie, e la colorazione può effettuarsi solo per mezzo della luce; dunque se di notte, con gli occhi chiusi io vidi tutto questo, se, nella più profonda immobilità, traversai spazi, noi avremmo facoltà interna, indipendenti dalle leggi fisiche esteriori; la materia sarebbe penetrabile dallo spirito. Come mai, dunque, gli uomini hanno, fin’ora, così poco riflettuto agli accidenti del sonno, che accusano in noi doppia la vita?».

 

Uomini illustri che accertano lo spiritismo.

 

  p. 179. Balzac, celebre romanziere francese, che tratteggiò i caratteri della società moderna, morì nel 1850.


  A. d’Aurora, Le donne di Balzac. Massimilla Doni, «Scena illustrata. Rivista quindicinale di letteratura, arte e sport», Firenze, Anno XXXVIII, Num. 3, 1° Febbraio 1902, pp. 5-6.

‘Quand on aime tout arrive à l’amour’

H. de Balzac.

  Quante ne amò, e come le amò, questo singolarissimo pittore di ambienti e di anime? Nella sua esistenza eccessiva, avvolta in un mistero che neppure il tempo ha rivelato, queste donne non lasciarono l’eco del loro nome; soltanto M.me Hanska fu l’eletta, la Benamata. Pure, a torno a lei, nell’ombra, ognuna delle altre impresse un solco nella vita, di Balzac. Esse furono tante, senza dubbio; e furono all’occhio avido di lui la rivelazione dell’anima femminile in ogni suo aspetto. Patrizie austere e facili donnine, parigine squisite e rozze provinciali; donne che amarono e odiarono, che caddero e furono altere del loro peccato; donne che espiarono, o morirono rassegnate all’inutile sacrificio — tutte egli comprese e mirabilmente dipinse. Nel rapido volgere d’ogni amore egli colse una gemma: le più alte rifulsero, ma tutte rivissero nell’opera gigantesca ed umana. Solitario e misterioso, combattuto dalla miseria e dall’invidia — dal suo nido regale e segreto — egli guardò con occhi di veggente la folla e la vita. Con quale potenza denudò l’abbiezione, e di quale aureola abbellì la virtù! la lunga schiera è innumerevole; sono figure alte e complesse, sono fragili creature lucenti, sono immagini fuggevoli: ma vivono tutte! ed hanno sangue e muscoli, spirito e intelletto. Come tre stelle risplendono — belle del loro così diverso amore — Blanche Henriette de Mortsauf, Eugénie Grandet e Joséphine Claës: e pure nella fusione di tutti i vizi, nella evoluzione delle forze della corruttela la­tente — con pennello inarrivabile, Balzac trascina, esalta, conquista.

  Quanti quadri graziosi, in Véronique! Un paesaggio umile e comune: non volgare. Sul fondo delle ferramenta e dei serrami, la figura gentile della protagonista si distacca con verità commovente; come un’ombra pallida che l’amore non colora se non per an­nientarla; che esce dall’oscurità eguale e felice per provare tutte le angoscie cui induce l’acquisto della scienza della vita; la luce dell’intelletto per perdersi, là dove è racchiusa la pietosa salvezza. Come un fiore sbocciato nella solitudine, sotto i rami protettori degli antichi alberi vigorosi, che il sole brucia e l’aria aperta uccide.

  Giù, nel fango della via, ridono gli occhi splendidi della Torpille. Carlo Herrera vuole risvegliare in lei, coll’amore, i più nobili sentimenti: la fede, la virtù, l’onestà. Non si può seguirne senza rabbrividire i primi passi misteriosi e frivoli, né senza intenerirsi lo svolgersi dall'anima, abbellita dalla rinunzia nella stessa violenza della passione. Ella sem­bra risorta, finalmente! «la fille de joie» è veramente morta, e di lei non rimane che l’involucro grazioso ov’è chiusa l’anima più semplice e più nuova della terra. Ma è così davvero? o volle, Balzac, mostrarci che l’educazione, l’istruzione, il cambiamento assoluto di vita non possono nulla sopra una giovinezza che già s’è affermata in abitudini del tutto diverse? A diciott’anni, quando l’istinto ha prevalso, alla prima occasione prevarrà anco­ra. Certe consuetudini s’infiltrano nel sangue, nel cervello, nella più intima essenza della natura umana: l’amore o il dolore, o qualsiasi circostanza possono dominare l’inclinazione per qualche tempo, ma, ad un tratto, una voce del passato, un profumo, uno sguardo, ripiombano nel nulla l’opera preziosa e difficile: una specie di ebbrezza assale e riprende per sempre la creatura: il sacrifizio è perduto. Cioè, no: qualche cosa rimane, ma qual­che cosa che rischiara in guisa strana le potenze confuse e approfondisce la conoscenza della psiche umana. La redenta soffrirà di più, se è buona e se è tra i vinti; se depra­vata e cattiva se ne gioverà per fare il male con arte sottile, senza pietà, se vittoriosa.

  Dilegua, dai saloni dorati del Faubourg S.t Germain, la contessa di Beauséant, no­bilmente, senza rumore, colla dignità d’una regina, col segreto di un’innamorata. Sorride Delphine, monella, affascinante, buona e semplice in fondo, ma spesso crudele come Ana­stasia De Restand (sic) pel vecchio padre eroico e devoto; stella della società mondana che vive di sotterfugi, d’intrighi, di menzogne. Louise de Bargeton, la volubile; Agathe Bridau, debole e mirabile di abnegazione nella lotta quotidiana fra la rovina e l’avvenire dei figliuoli; M.lle de Verneuil, del Dernier Chouan, l’amante profondamente umana di Montéran. Montéran e la Verneuil si amano: tra le lotte fratricide che dividono la Francia, in mezzo alle grida di morte e di odio — avversari giganti — di cui l’uno ha sull’altro il prezzo della testa — si curvano l’uno verso l’altro, a ricercarsi, lividi di terrore e di dub­bio, pallidi d’amore, a qualunque costo, sino alla morte — decretata da Maria all’ado­rato in un momento di gelosia pazza — rivendicata — troppo tardi — vestendosi delle sue vesti e cadendo esangue al suo fianco. Fantastiche e rapide si seguono le scene dram­matiche e varie, si alternano le gioie e gli schianti della passione fatale, onde due anime ardenti, vincolate a partiti avversi da uno strano destino contrario, si lasciano scivolare sino in fondo all’abisso, disperatamente, fra eroismi e tra infamie senza eguale.

  Ed ecco Pierrette. La sua storia può leggersi dalla più pura fanciulla: già Balzac vi scriveva sulla prima pagina un pegno di candore, dedicandola alla nipotina della Hanska – la donna sopra tutte e per sempre legata al suo cuore, alla sua opera, alla sua vita. La cattiveria, l’avidità, l’avarizia dei due celibi protagonisti servono a far risplendere la dolce loro martire silenziosa — Pierrette Lovrain — la piccola Brettone dagli occhi soavi d’azzurro, ridenti sotto le ciocche d’oro dei capelli abbondanti. Cari occhi offuscati più tardi dalle lacrime e dalla clorosi, fino a spengersi per sempre; tristi occhi aperti a con­templare la calunnia, la persecuzione e l’odio della vecchia zitella, che le disputa alla sor­dina l’amoroso, la sorprende nella sua tenerezza per Regault, e arriva quasi ad ucciderla, percuotendola nell’eccesso dell’inesplicabile gelosia. Oh, l’ingiustizia della fine innocente e prematura, che la giustizia umana non si degna di punire ne’ suoi assassini; e i pettego­lezzi, le meschinità, della vita di provincia, tutta spionaggi, insinuazioni e ciarle reciproche!

  Per una singolare simpatia Onorato di Balzac si compiace di aggruppare i cattivi in­torno a creature ingenue e buone, e di avvicinarvi altri tipi integri e onesti. Al tempo stesso che con arte raffinata descrive donne leggere e malevole, sembra provare l’incanto di un quieto riposo cesellando immagini femminili, di cui il candore e la generosità giun­gono presto o tardi a prevalere sui perversi. Ursule Mirouèt (sic) svolge in modo magistrale una pagina del Mesmerismo e del magnetismo, nuove scienze che agitavano allora i più begli ingegni; inoltre, Balzac vi studia con percezione di psicologo e di fisiologo lo svi­luppo rapido e occulto del sentimento religioso nel vecchio dottor Mouret — l’ateo. Ma un ateo che, assai prima della sua trasformazione da incredulo a credente, ha già impresso in ogni suo atto un cristianesimo ideale. Uomo austero e superiore, inteso alla culla della nipotina; uomo di cui la vita scorre accanto al cuore infantile e si fortifica della propria esperienza per farne scudo contro il fragile essere caro. E i Mouret, i Cremière, i Levraut – generazioni di avidi eredi espianti l’ultima ora del ricco, uniti in apparenza, e pronti a lacerarsi all’occasione, se ve ne sarà bisogno, per strapparsi uno coll’altro la preda. E Orsola — finalmente — così affezionata e così eroica nell’amore e nel perdono.

  Ecco la mansueta Pauline, la vigile e muta innamorata di Lucien de Rubempré: come un sorriso risplende sulla quieta adolescenza del poeta e la conforta della sua bontà. Di­menticata, dopo molto tempo, dopo innominabili orgie, dopo disgusti amarissimi e trionfi fallaci — una sera, al teatro Rubempré la ritrova. D’improvviso, i ricordi del passato così calmo e luminoso trascorso vicino alla diletta fanciulla, lo avviluppano e lo inebriano: rifiutò ogni gioia; non può rifiutare all’antica protettrice un appuntamento nella casa d’una volta. Là, in mezzo alle memorie e ai rimorsi, accanto al cuore che l’ha tanto amato e che l’ama più ancora collo slancio d’un sentimento di dedizione indicibile — Lucien de Rubempré si riscuote dal torpore che l’ha invaso; i timori illanguidiscono davanti la bellezza incantevole e amorosa di Paolina — Paolina dimentica che fu dimenticata — Pao­lina è sua. Ella sente ch’egli vuole amare così, vuol godere di questo incomparabile amo­re, a qualunque costo. Paolina diventa davvero la fidanzata, la sposa, l’amante di Lucien; si addormenta nelle sue braccia, lo avvolge nello sguardo pensoso e ardente de’ suoi oc­chi; e tutta la vecchia casa si illumina allo splendore della nuova fiamma. Ma, a poco a poco, il deserto si fa per Pauline: non sa perché; ma coll' intuito della donna altamente innamorata, indovina: ella è forse la causa delle segrete angustie del diletto — poiché no­nostante la forza della sua passione, nonostante la devozione ideale di lei, egli soccombe allo smarrimento d’un tempo. I desideri muoiono in quell’anima debole d’uomo vissuto troppo e troppo presto; muoiono i baci sulle sue labbra, la sua follia lo riprende. Fugge. Pauline è abbandonata, la casa riprende il suo silenzio grave. Ora lontano, senza tregua, ella lo segue in ispirito nella corsa insensata. Invano, invano! le acque dei laghi, le sor­genti delle montagne, la rivelatrice solitudine dei boschi, non gli rendono la pace. Dovun­que, come l’Ebreo errante, l’infelice negletta lo sa spiato avanti ancora, avanti sempre, dalla febbre divoratrice. La sua salute è rovinata, è crollata la sua fede. Scettico, sarca­stico, incredulo, sotto l’influenza della pelle di serpente, egli aspetta la morte con terrore di pazzo: così la malattia polmonare lo attacca e se lo porta via. Però, un giorno, ad un tratto, Rubempré torna in casa sua, nella sua stanza: si sente morire, i medici lo con­dannano: Pauline, la sua, buona Pauline, di cui le lettere non gli suscitarono un brivido, di cui l’inesauribile costanza parve non aver più nessun potere su lui — arriva all’ im­provviso. La vista dell’orgia preparata da Jonathas per distrarlo lo agghiaccia di spavento — egli respinge Pauline; ne teme l’amore, ha paura ch’ella possa rapirgli gli ultimi mo­menti di vita. Il talismano è diventato piccolo come una foglia di pervinca; Pauline, rag­giante di oblio e di bellezza, si dibatte invano su quel cuore intimidito. La scena dell’ad­dio è straziante. Lucien de Rubempré grida che morrà se lei non si allontana: rantola, livido di spavento, e in fondo agli occhi ingranditi, perduti, Pauline vede accendersi con­fusi i cupidi e violenti desiderî del suo amore. Con un grido di colomba spaurita fugge, battendosi la porta alle spalle, gettandosi in terra. Allora, potentemente, Lucien la richia­ma: nessuno risponde. Con l’ultima scintilla di vita, balzando alla porta, la rovescia. Fremente di amore e folle di angoscia ella tenta negarsi: seminuda, si divincola, cercando strangolarsi, presa d’orrore al pensiero che un suo bacio può ucciderlo. «Se io muoio — egli vivrà». Ma il moribondo la trascina, l’afferra: senza più forze, senza voce, senza baci ormai, la chiude nella stretta dell’agonia. Quando il cadavere di Rubempré è strappato alle belle braccia amorose di Pauline, ella pure è morta: morta nella vita. Pazza.

  Chi non vide mai un fiore nuovo e brillante di bellezza e di freschezza, aprirsi in tutto lo splendore in fondo a un cortile buio, senza un raggio di sole, all’umidità d’un muro viscido e nauseabondo? Così, nell’angolo più oscuro d’una lurida via Froidmanteau, Andrea Marcosini, il nobile milanese fuggiasco, aveva visto dileguarsi davanti la giovane donna che l’aveva attratto con un solo sguardo. Quella donna non era né una mondana, né una delle gran dame facili sì facilmente conquistate sinora per la gioventù e per l’au­reola dell’esilio e della fortuna. Quella donna era legata da un matrimonio d’amore — o forse meglio, di devozione — ad uomo assai più avanti negli anni; e dopo le delizie della luna di miele, era stata abbandonala a se stessa, poiché Gambara, ritornando tutto all’ar­te, dimenticava facilmente ed egoisticamente la miseria spaventevole che li stringeva, e Marianna, sola, di fronte alle necessità di ogni ora e alle infinite seduzioni del mondo verso le belle creature neglette. Marcosini la incontra appunto nel più difficile momento della sua esistenza di lavoro esauriente e di pericolosa solitudine. Nuda la camera dei Gambara e sparite le ultime risorse: il musicista spensierato, inebriandosi della sua musica non pensa che fra poco Marianna non potrà più guadagnargli col suo ago il pane. Quante sor­genti di soddisfazione si offrirebbero al profugo, se volesse approfittare d’uno scatto così tremendo in cui l’anima e il corpo di Marianna mancano d’ogni alimento! Andrea Marcosini non è ancora corrotto; una pietà intensa e pura lo prende della onesta donna fedele, che circonda di materna sollecitudine la nobile follia del vecchio. Egli le dice lealmente che l’ama, le dice di non voler turbare la serenità della sua anima, e le promette di amarla soltanto per proteggere la sua vita, per aiutare Gambara nelle sue ricerche, per portare l’agiatezza nella famiglia desolata — e renderle alla fine – se può – la tenerezza di suo marito. Soltanto dopo queste prove e dopo tutti i tentativi, rinuncierà a renderle la felicità perduta per offrirgliene un’altra sconosciuta e più grande — la sua propria felicità, che sentirà di aver meritata co’ suoi nobili sforzi. Ecco dunque i Gambara in un alloggio grazioso, al riparo dalla necessità e dalle angustie; ecco il musicista creatore per lunghi giorni intento a fabbricarsi nuovi strumenti, a scrivere opere nuove con la febbrile e fe­stosa energia di un uomo di vent’anni. Egli sente sprizzare nelle più riposte fibre dell’anima una sorgente inaspettata e feconda di facilità musicale, durante le brutali ubriachezze ha l’intuizione esatta e perfetta d’una scienza superiore che gli si rivela con ignota pos­sanza. Le dita tremule fanno risuonare alle orecchie sorprese dei due soli ascoltatori ac­cordi che nessuno umano strumento ha mai cantato ancora. Gambara intuisce il suo genio, la sua grandezza, la sua gloria; tornano a sorridergli le antiche chimere, i sogni persecutori lo esaltano ancora. Dopo la confusione orrenda onde s’era afflitto e disgustato Marcosini in via Froidmanteau, subitanea e inattesa perfezione ammaliava i due innamorati divisi. Il loro amore si cullava nelle melodie più soavi, in un rapimento estetico e ineffabile; gli occhi sbarrati del suonatore lanciano lampi o si velano di suprema dolcezza; egli vede, egli sente i ritmi cd i canti delle sue ore piene di pensieri e di concenti mistici. E nella certezza del suo valore, nel fascino ond’è ormai soggiogato, Gambara si astrae sempre più dalla realtà, e si abbandona alla sua vita di fantasticheria. Più grande si fa il vuoto at­torno a Marianna: se l’innamorato seppe resuscitare il genio del marito, non potè riac­cendere il suo affetto per lei. Prima di Marianna non aveva amata la Musa? e Marianna non l’aveva forse tolto alla prima e incantevole amante? Era giusto ch’essa glielo riprendesse alla sua volta — per sempre. Invano una creatura umana tenta frapporsi quando l’arte o la scienza hanno avvinto a sè un intelletto e l’hanno guidato sulle lucide loro traccie: quel cuore agghiacciato non esita ad agghiacciare e a spezzare a suo talento il cuore che gli si è dato; quel pensiero non esita a dominare e a infrangere il suo.

  Per questo — secondo la promessa — Marianna segue in Italia l’amante generoso nella nuova via fastosa, lasciando alla sua sorte l’incorreggibile artista. Sei anni dopo, in via Froidmanteau, Gambara vive ancora: tutti i mirabili strumenti furono inghiottiti dall’invadente miseria, e gli spartiti servirono ad avvolgere alla Halle, le erbe ed i pesci: egli guadagna il pane raccomodando gli istrumenti degli italiani a Parigi.

  In una fredda notte d’inverno un’ombra scarna e precocemente incurvata s’inoltra nell’orribile strada, ricercando la casa infame dove Gambara abita ancora, dopo la rapida rovina dell’effimera agiatezza; quell’ombra è Marianna. Abbandonata da Andrea Marcosini, oggi sposo d’una ballerina, essa torna a Gambara: nè egli la respinge; anzi, accoglie il ritorno di Marianna per riprendere le consuetudini interrotte. I due sposi vivono per le vie, del loro canto e della loro musica, alla carità dei passeggeri, sino a che Marianna ha abbastanza denaro per dare a suo marito l’ubriachezza che gli eccita l’estro e la fantasia al suono; sino a che egli cade nell’abbrutimento più ripugnante con queste ultime parole: «la mia sventura venne dall’avere ascoltato i concerti degli angeli e dall’aver creduto che gli uomini li avrebbero intesi. Così accade alle donne quando l’amore assume in loro le forme divine: gli uomini non le intendono più».

  Balzac vuol provare come, anche in certe nature nobilissime e superiori, l'amore spi­rituale non possa scindersi dall’amore sensuale.

  Siamo a Venezia, la regina dei mari: in uno sfondo d’azzurro e di marmi traforati dalle fini cesellature lucenti, in uno squisito castello del Rinascimento, dominano superba­mente due Italiani, belli d'amore e grandi di bellezza — Massimilla Doni ed Emilio Mem­mi. Massimilla, la fiorentina, ha pregato all’ombra bianca della cupola di Brunellesco, s’è esaltata di verde ne’ boschi vetusti delle Cascine, è fiorita sotto il cielo di turchese della Toscana, ha folleggiato tra le antiche grandezze dell’arte – ed ha serbato nel più profondo dello spirito l’inesprimibile riflesso di tanta alta purezza, così che il suo amore si racchiude nella più nobile parola — amore da anima a anima, che avviluppa il pensiero e incatena i cuori per sempre — anche nella distanza — senza una traccia di materialità. Trascurata dal duca cui l’hanno sposata all’uscir di convento — ritirata nel Veneto, sensibile e sola, s’innamora di Emilio Memmi. Il patrizio le corrisponde coll’anima, col cuore, e con tutte le forze dell’adolescente virile e appassionato. Brutale ne’ desideri, e violento nel possesso delle altre donne, a fianco di lei egli è soave e timido come un fanciullo: il suo amore non si tradisce, e si rivela coi segni dell’amicizia più ardente e più umile.

  Questo basta a Massimilla: essa può amare coll’anima soltanto, e le è così dolce af­fidarsi al giovane adorato, senza mancare a’ suoi doveri di sposa, sempre presenti! Per molto tempo Emilio si delizia di guidare l’amica sull’orlo della voragine inconsapevole d'esservi addotta, nella felicità di sentirsi amata: ma, infelice nella felicità, non potendo contentarsi di sì poveri fiori pel fuoco del suo desiderio, col cuore stretto dalla disperazione, Memmi diventa ognora più strano; collere sorde e veementi gli balenano nelle pupille dilatate; nelle parole soavissime gli si spezza la voce. Pure, tace ancora, tace sempre: fremente di impotenza, di miseria, di orgoglio; incapace di mendicare un bacio, ardendone di sete, languente ed esausto nell’eccesso della vita e della passione. Intanto, Memmi eredita da un parente il principato, e per assistere a una prima alla Fenice, Massimilla lascia con lui la terra di Rivalta per Venezia. Di sera, silenziosa, la gondola scende al palazzo se­colare: per qual miracolo le mura, le vetrate, e persino il breve scalo avanzato nel canale rivivono adesso il secolare splendore della morta Repubblica? Luccicano i marmi sotto le lumiere sfavillanti; al di là dei cristalli, di lontano, nel buio, si vedono accendersi stelle tremule su per le dorature: la solitudine s’è popolata, il vuoto s’è riempito.

  Inosservato, Emilio penetra fino alla sua camera; nè la riconosce così trasformata. Chi vi abita adesso? chi respira, adesso, l’aria de’ suoi tempi spensierati e giocondi? Oh, da quanto, assorto e inabissato nella lotta violenta della nova passione, tutto ciò che fu suo e gli fu caro è sparito per lui! Un torpore vago e delizioso lo spinge al soffice letto ove sognò i lieti sogni ingannevoli; vi si stende, si addormenta. Molto tardi — al risveglio — una bella e giovane donna, seduta accanto a lui, curiosamente vigila il sonno e lo guar­da. È la Tinti, la famosa cantante, la protetta del marito di Massimilla, inquilina del pa­lazzo Memmi per il periodo della sua scrittura, ed Emilio — da così gran tempo oblioso d’ogni suo affare — non lo sa nemmeno. Subito, per un singolare capriccio del caso, l’at­trice s’invaghisce del bellissimo veneto venuto così stranamente a riposare nel suo letto. Sorge l’alba sull’amore nuovo, sulla notte d’ebbrezza e di rimorso; ma invano Memmi fugge l’inattesa amante; lo spirito non trova la pace accanto alla diletta ingannata; i due amori gli si combattono con aspra veemenza nel petto, gli bruciano il cervello. Invecchiato e turbato come un colpevole trema sotto lo sguardo sereno e luminoso di Massimilla: l’in­solito smarrimento non sfugge allo sguardo innamorato e scrutatore: e un po’ tardi, sol­tanto dopo aver veduto rapire Emilio dalla Tinti, soltanto alla certezza del cambiamento profondo, subitaneo e fatale, Massimilla intuisce la verità. Troppo lo ama: tutto un pas­sato di rinunzia le dà il diritto di consacrarsi senza limiti a ciò che ormai racchiude e compendia tutta la sua vita. Poiché il cuore di Emilio è diviso nelle due grandi e diverse passioni essa le riunirà in sé per lui — sarà l'anima dell’anima sua — e anche l’amante e la sposa dell’avvenire. La Tinti rinuncia a lui per il celebre Genovese; Emilio e Mas­similla sono felici. L’amico sincero e devoto, soltanto — Vendramin — non trova nè me­dicina nè gioia per guarire; se ne muore d’amore per una patria che non esiste più — e questa è una passione senza rimedio umano.


  A. d’Aurora, Le donne di Balzac. Joséphine, «Scena Illustrata. Rivista quindicinale di letteratura, arte e sport», Firenze, Anno XXXVIII, Numero 4, 15 Febbraio 1902, p. 10.

  Arte, denaro, gloria, amore — moventi segreti e potenti d’ogni esi­stenza. In ognuno di noi si nasconde il misterioso ospite tiranno: da un giorno all’altro, il germe latente fecondato e cresciuto dalle cir­costanze, sboccia alla prima occasione propizia; e da allora nessun ostacolo può trattenere l’invadente dominatore.

  Tutte le facoltà intellettuali, tutti i doni morali, tutte le forze fisiche sono intese alla meta desiderata: nulla può respingere il tor­rente furioso di questa vitalità — tarda o precoce — vittoriosa di altro sentimento. I fatti quotidiani, i pesi materiali, le sventure, battono alla porta; la casa è desolata dalle preoccupazioni e dalle incertezze: tutto sparisce, tutto si dimentica. Amore o vizio, gloria o vanità, arte o scienza, la vita non ha altro scopo, non altro mezzo: la passione è padrona e l’uomo la subisce: abbellita di forme invisibili al profano, e sensibili al suo tatto, essa è, volta a volta, sorgente d’inesauribili dolcezze, di squisiti abbandoni, di felicità sconosciute, di ribellioni insensate. Il pensiero assume natura umana: l’umanità sparisce: cupe angoscie, gelosie folli, terrori convulsi racchiude l’amore di questa irrealità. L’amore reale diventa un giuoco in balìa di questi sognatori distaccati da qualunque contatto sociale, nella singolarità d’una esistenza isolata e concentrata, tutti i crucci mondani dileguano agli sguardi già così lungi dalla terra. Eroi insieme e tiranni, tali uomini di genio si dibattono in una confusione di caos, che ha tutti i segni della pazzia; nè le grida del dolore vero valgono a soffocare l’occulta voce della fascinatrice. Perciò gli uomini assorbiti in così intensa vita dell’intelletto, non dovrebbero crearsi una famiglia, nè doveri che non sono più in istato di compiere. Tale è la tesi con alta sapienza risolta da Balzac nella Recherche de l'Absolu.

  Balthazar de Claës ha vissuto una vita patriarcale e semplice, con una fortuna immensa, tra bimbi da mangiarsi dai baci, accanto a una sposa adorabile, di soavità e di virtù nella casa magnifica dove gli antenati si compiacquero di ammonticchiare i tesori artistici di molte generazioni. La felice famiglia lo circonda di felicità, i concittadini sono orgogliosi di lui, enormi sono le sue rendite per la piccola nativa città Fiamminga. Ma una passione improvvisa lo seduce: sfogliando i vecchi quaderni di scolaro, se ne sprigiona un fascino inconsueto nel rileggere gli esperimenti di chimica dettati da Lavoisier. In silenzio, in segreto, il granaio diventa il lavoratorio; il vecchio fedele servo Lemulquinier seconda gli sforzi del padrone: un orizzonte inesplorato si rivela al pacifico marito di Josephine (sic), a sua insaputa.

  Sotto la vincitrice, Balthazar si allontana dalle consuetudini famigliari: inusitati pensieri gli corrugano la fronte, e gli velano lo sguardo: egli fugge i bimbi sorpresi, diventa cupo, assorto, come perduto in mezzo alla famiglia tanto amata. Solo il trepido cuore della donna amorosa indovina e comprende la lenta trasformazione delle care abitudini e spia il nuovo affetto. Lo spia, lo sorprende, ne è ferita di mille freccie. Ormai negletta, il suo amore affermato e ingrandito dal tempo, le dà la lucida visione del suo stato e delle gravi responsabilità pel futuro così trascurato incuratamente da Claës: pure se non fosse per timore de’ figliuoli, non oserebbe contrastarlo alla scienza cui Balthazar si è dato con sì nobile e disinteressata dedizione. Troppe parole di scusa trova il cuore innamorato, per non cercare l’accento che valga a distorglierlo al pericolo cui egli volge senza pensarvi: la miseria non la spaventerebbe, lei, se fosse sola col dilettissimo. Ma Josephine è madre: e al suo amore per Claës il dovere ha risvegliato più saldo l’amore verso le creature che deve preparare e proteggere nella vita. Con fede trepida richiama Claës dal romitorio, gli dimostra con angosciosa esattezza la posizione difficile creata dagli eccessi dispendiosissimi a’ figli, a sè, a lei; e per un attimo riesce a fargli intravedere il vortice divoratore d’ogni risorsa dell’antica florida azienda: ragione e amor proprio ancora per un istante lo ricon­ducono in seno alla dolce famiglia, alla pace della casa protettrice, alla festevole espansione de’ suoi bambini. L’effimera vittoria non inganna però Josephine; ella sente che la rivale invisibile e invincibile le ha tolto per sempre suo marito e che è davvero proprio sola a lottare contro difficoltà che neppur sacrificî senza numero e senza fine potranno appianare.

  Tutta a Balthazar, non aveva provato un desiderio pel mondo: tutto il suo mondo era stato lui. Perduto lui, il mondo finiva per l’amore; ma i figli restavano per il dovere. E gli anni passano egualmente rovinosi sulla casa dei tesori, assorbiti dal granaio. Lassù, gli inebrianti richiami hanno cancellate le tenere invocazioni della povera madre: la mise­ria è là, nella casa splendida, donde partono uno dopo l’altro i ricordi preziosi e gli ar­tistici gioielli, per nascondere fin che sia possibile una povertà che non può più nascondersi.

  In mezzo a tali atroci sofferenze, dimenticata persino nella malattia progressiva e distruggitrice, dopo tanti anni di abnegazione angelica, Josephine si spegne una mattina, quasi un piccolo lume cui manchi l’olio, e che non può più splendere poiché da molto gli venne meno l’essenziale alimento.

  Margherita è l’erede delle soavi virtù materne; ella ha condivise le ultime angoscie; con occhio giovane e chiaro indovinò mille cose a lei taciute sinora con gelosa cura. A che il misurare la voragine, per cadervi? Contro la propria volontà, anche Margherita è trascinata da Claës alla quasi assoluta rovina: pure un nobile amico le è accanto e la protegge: Emmanuel de Solis, il fidanzato, lo sposo dell’avvenire. Fra loro due assicurano la sorte dei fratellini minori, li istruiscono, provvedono al piccolo patrimonio salvato dal naufragio per la previdenza di Josephine. Nè Balthazar sembra accorgersi delle fatiche, delle privazioni inaudite, dell’eroismo della figliuola: anch’egli pianse la dipartita dell’unica donna amata sulla terra, e tornò padre nel dolore delle sue creature, pei primi giorni: poi, la Chimica l’ha ripreso e rovinato di nuovo. Invano Margherita va a Parigi per ot­tenergli un posto di Ricevitore, per assicurargli i mezzi di continuare le ricerche senza le quali sembra non poter più vivere un giorno: lontano, egli si logora dall’afflizione, dal lavoro, dall’ansia. E Margherita corre a riprenderlo appena ha miracolosamente compiuta l’opera di ricostituzione per la fortuna dei fratelli: la casa ha ripreso l’aspetto tranquillo, l’agiatezza, la bellezza d’un tempo. Ma il cuore del padre è infranto: egli ha dei debiti, debiti ancora, debiti sempre; debiti per la grande scoperta chimica che ha inghiottito i suoi quattro milioni, che ha ucciso sua moglie, che ha assorbito le fatiche de’ suoi figliuoli e che deve farlo ricco a milioni di milioni quando riescirà. Quando — Claës non riesce mai. I bambini si maritano, i figli lo lasciano, rimane solo — nella casa immensa e vuota. Fino all’ultimo respiro egli cerca l’assoluto tentatore dal sorriso sarcastico che gli sguiscia in distanza quando appare più accosto all’avida mano: e muore gridando: «Eureka!» senza nemmeno avere il tempo di affidare alla scienza la chiave dell’enigma di cui troppo lardi lacerava il velo sotto le scarne adunche dita della Morte.


  A. d’Aurora, Le donne di Balzac. Eugenia Grandet, «Scena Illustrata. Rivista quindicinale di letteratura, arte e sport», Firenze, Anno XXXVIII, Num. 5, 1° Marzo 1902, p. 9.

  Ancora in provincia. Eugenie Grandet, fra due genitori gretti, in una casa in rovina, dalle mura stillanti l’umidità e l’avarizia: un’adolescenza semplice, reclusa, meschina, tra gelosie sorde e chiacchiericci maliziosi — fiorita come una povera pianta intristita e scolorata, senz’altra tenerezza che quella d’una timida madre annichilita dalla ti­rannia maritale. I suoi pensieri si compendiano nel cerchio ristretto per una consuetudine più forte di qualunque aspirazione accolta nel più profondo dell’essere. Una gioventù trascorsa all’ombra della inal­terabile pietà materna, tra il telaio e la chiesuola fredda del paese: senza idea di nessun’altra esistenza all’infuori della sua senza svaghi, senza speranze, Eugénie non sia neppure di essere un’ereditiera e di condurre una strana vita di sacrifizî tra incalcolabili ricchezze.

  Ad un tratto, il pallido cielo s’illumina d’un raggio di sole; i sentimenti chiusi nel cuore non ancora ridestato si avvivano al giungere di Charles, dopo il fallimento del pa­dre. Rapidamente, nei brevi giorni di vita comune, Eugénie intravede con nitida verità, la sua posizione singolare: le piccole imperfezioni, le grandi durezze, la mancanza di tatto, di generosità, di giustizia, di affetto — inosservate prima — la feriscono adesso e le dànno uno spasimo acuto. A poco a poco anche la sua anima freme all’incanto del giovane, get­tato dalla sventura alla porta inospitale; la povera anima intorpidita e dolente, agghiac­ciata ma non uccisa dal gelido ambiente egoista. E quest’anima ignorata appare ardente e audace nei primi moti istintivi: Charles non ama la cugina; nella profonda ingenuità dell’adolescenza inconsapevole e in germoglio, Eugénie trova l’amore nelle mille cortesie raf­finate a lei sconosciute sinora nell’intimità famigliare. La bellezza, lo spirito, la ricercata eleganza del parigino sono fascini ignorati e potenti a conquistare la semplice piccola ami­ca: oh, come si vede brutta e meschina, come la tortura la sua apparente inferiorità!

  Ignara d’ogni ambizione, senza nessuna conoscenza delle bizzarrie e del frivolo lusso mondano, col senso acuito dell’innamorata, ella ha il dono d’indovinare, di prevedere, di riparare con tutte le forze adesiderî grandiosi dell’eletto. Ed Eugénie nasconde bene in fondo al cuore il fuoco segreto che vi si è acceso a sua insaputa; che già le riempie la vita e il pensiero; che le fa concepire l’estasi dell’amore condiviso, e un altro mondo e altri usi e un’altra esistenza finora non immaginata neppure. Perciò, non sapendo la fal­sità del padre, prova uno slancio di forte tenerezza per lui, quando crede di trovare in lui il salvatore dell’onore del fratello suicida, e come in un felice incantesimo si priva per Charles delle economie accumulate a stento, cogli anni e colle privazioni.

  Nell’ardore di questa devozione, dimentica di sè, dimentica di tutto il passato, Eu­génie s’inebria delle ore fuggevoli che non torneranno mai. Charles parte: la fanciulla ri­prende la monotona via, in un vuoto anche più desolato; e la coscienza di quanto per­dette di gioia in tanta miseria di sentimento accresce angustie ancora non sentite con tanta intensità di soffrire. Adesso ella sente il peso della gioventù grigia, della sordida avarizia paterna; adesso penetra e misura tutte le lotte e le torture che sua madre dovette subire per lei: e le due creature già così unite dai vincoli del sangue, dalla comunanza delle abi­tudini, vivono ormai una sola e medesima vita. I contrasti e le angoscie strazianti dell’a­nima ferita non si rivelano ai cupidi occhi di Grandet; ma nelle braccia della madre Eu­génie può piangere senza ritegno: poi che la realtà dileguò, e Charles varcò i mari per rifare nell’India e con sacrificî d’ogni specie i beni perduti — ogni suo conforto è com­preso nella memoria del breve passato, nel sognare allora, là dove egli respirò, dove le disse di amarla, dove pur anco le mura sono penetrate di lui.

  Nella vana e dolorosa attesa — prigioniera nella sua camera, da quando Gran­det scoprì il dono di denaro al cugino esiliato — una sventura più grave le si prepara: esaurita dal lungo martirio, affranta dall’angoscia della recente scissura e dell’infelice amore della figliuola, la signora Grandet si ammala e muore, lasciando in un vero deserto la creatura desolata.

  Orfana, Eugénie, con abnegazione sublime riversa sul vecchissimo padre il tesoro della sua tenerezza; dalla inesauribile bontà, dalla cristiana rettitudine, dalla stessa veemenza del sentimento segreto, le viene la forza di compiere il suo dovere verso quegli che fu causa d’ogni sua sventura e di tutte le pene di sua madre. Il sacrificio spontaneo de’ più aspri risentimenti le appare come l’unico mezzo per purificare la sua anima e per meritare un giorno a venire la felicità riposta della realtà del sogno unico. Anche Grandet muo­re, e come una vertigine assale la fanciulla alla vista dei milioni accumulati con avida cura, con sì rara costanza, a prezzo delle torture di quanti ella amò. Mai sino a Eugénie co­nobbe il valore dell’oro, mai la punse desiderio di dovizia; se non rifiuta adesso è perché pensa che questa è la sola fortuna adatta all’amor suo e degna di lui; il solo mezzo di assicurargli uno splendore cui fa abituato fino dal nascere.

  In tutto e sempre, dal primo giorno, Charles fu lo scopo unico d’ogni pensiero, la potenza della fede, il movente più forte della virtù, la sorgente unica del rinnovamento morale: Eugénie si alimentò di questa passione gli anni eterni della carità filiale. Ora tra­fitta dall’oscura origine delle sue ricchezze, sente ricader sulla sua fronte innocente le la­crime innumerevoli degli innumerevoli ignoti cui quel danaro fu estorto – nè altro chiede se non di spargere attorno a sé il sorriso, nella miseria.

  Dopo sette anni di aspettativa, sin laggiù, nel remoto angolo di provincia, giunge la notizia degli sponsali di Charles con la damigella d’Aubrion – e la certezza ch’egli ha rinunciato a riparare onorevolmente il fallimento, mentre torna dall’India milionario come un Nabab.

  In un attimo Eugénie vede lo spaventevole e completo naufragio delle care illusioni. Pure, la stessa mano provvidenziale dei tempi lontani, vuol salvarlo ancora; e dispensando a’ creditori la maggior parte dell’eredità, ripara la folle incuranza egoista del cugino per la memoria insultata del padre suicida: e — perché l’ultima difficolta sia rimossa dall’obliosa e ambiziosa ascesa dell’uomo amato – Eugénie promette a Bonfons metà delle ricchezze e la sua mano. Egli l’ha aspettata sin quasi dall’infanzia, ed essa gli porta fortuna come le portò a quanti l’avvicinarono.

  Sepolto nell’anima l’affetto vero e fiero che vive del suo dolore e sa morirne, rimasta vedova, colla vecchia Ninon, la fedele custode dell’adolescenza triste e della vana gioventù, Eugénie abita sempre la vecchia casa di Saumur, così buia, così fredda, quasi una immagine della sua vita. Nei tardi giorni, la pura esistenza ha abbellito quel corpo che sarebbe stata sì altera di offrire in fiore al benamato; e nonostante il malinconico riflesso della grande fiamma, senza gioia e senza compenso, il viso calmo traluce la sovrumana bellezza della bontà.

  Quando l’amore passa ad accendere una vita senza sole, esso l’accende per sempre.


  A. d’Aurora, Le donne di Balzac. Blanche Henriette, «Scena Illustrata. Rivista quindicinale di letteratura, arte e sport», Firenze, Anno XXXVIII, Numero 6, 15 Marzo 1902, p. 10.

  Se lasciamo a fatica la vecchia bicocca bruna cui fummo avvinti ila angustie e da ricordi ineffabili, e procediamo nel declive ghiaioso, arduo a’ nostri passi stanchi, verso una valle tutta verde alla luce fulgida, subito gli occhi e tutti i sensi sono invasi da un soffio tepido e incantevole. Così, passando dalla monotona reclusione di Eu­génie Grandet all’aria libera e fresca della campagna Turenese ove scorre in nodi d’argento la poetica Indre, si prova un abbagliamento delizioso.

  E forse un poco lo stesso amore, eloquente e segreto, tenero ed eroico, violento e domato: è forse meglio l’amore di Massimilla Doni per il principe di Varese; ma Eugénie era semplice e ignorante, tutto il suo sapere era compreso nella sua passione; ma Massimilla non intendeva di qual fuoco si consumava il principe, e a lei bastava l’amore divinamente trasfuso da anima a anima. Mentre Blan­che Henriette de Mortsauf, sposa per convenienza, costretta a una continua rinuncia ac­canto a un nevrastenico crudele, non ha contro l’invadente amore altra difesa e altra forza che l’amore materno, e il sublime dovere di cristiana. Quando il conte de Vaudenesse (sic) la incontra a vent’anni ad un ballo, e subito si turba e s’invaghisce — Blanche ha già su­bito molte pene e affrontato molte lotte nella infelice famiglia.

  Per un seguito di circostanze favorevoli essa è avviluppata, trascinata, conquisa dall’affetto che le dà palpitazioni insolite. Lentamente e sicuramente il cuore sensibile è ri­volto al giovane, condotto dal caso al suo castello e diventato l’amico di suo marito, il protettore superiore e devoto de’ suoi figliuoli. Ella rimarrà integra e santa fino all’estremo de’ suoi giorni; rinuncierà volontariamente alle felicità riserbate a lei da un amore condi­viso con tanta forza; e tenerezza di madre, e purezza di donna, e virtù di credente ba­steranno a ciò ch’esso rimanga ad ognuno celato. Però — se Henriette riesce a far tacere i gridi della voce appassionata, se ha l’energia di respingere le braccia desiose e di schiu­dere a Félix una nobile via di guadagno e di gloria pel suo vero bene — essa non può impedire a tanto contrasto di devastare la sua anima, di distruggere la sua pace, di rovi­nare senza rimedio la sua salute. Il tempo che scorre non può nulla sul povero fiore rôso da ansie misteriose; l’anima è legata in eterno all’altra anima, spinta da lei ad affrontare il mondo — lasciando lei, solo coraggio e solo bene — dopo un’adolescenza triste e ge­lida, in un continuo silenzio del cuore.

  I due amori si nobilitano, si aiutano, si confortano reciprocamente: ma quante ore di debolezza in Felix, e come violenti gli urli della carne insoddisfatta si frangono all’angelica freddezza di Henriette! Egli non pensa, allora, alle mortali ferite inflitte alla creatura devota cui sarebbe sì grato dar la vita per lui, senza esitare, mille volte.

  Anni interi volgono così tra squisite delizie e tormenti indicibili; Felix diventa qual­cuno, e la gioventù disconosciuta e difficile prende la rivincita — sebbene il martirio di Henriette al fianco dell’insopportabile Mortsauf punga d’amarezza profonda ogni pensiero di lui. L’amore materno di questa donna gli fa presentire quale sarebbe il suo amore di amante — sprona la casta giovinezza, incurante d’effimeri capricci, dilaniandola di desiderî brutali; come Emilio Memmi, Félix vorrebbe per sé, coll’anima, il corpo del suo idolo; e la febbre dei sensi sale al delirio, e si eccita dei rifiuti invincibili ch’egli indovina negli occhi e nell’aspetto di Henriette. In un momento così critico nella vita dell’uomo, in cui i piaceri dell’amore gli si offrono in tutti gli aspetti, tanto più s’egli è indotto nel vortice della frivola società mondana — un’inglese appassionata e dominatrice — Lady Dudley — s’impadronisce di lui.

  Cedendo alla voluttà di ebbrezze rivelate per la prima volta, Félix è un trastullo in balìa della singolare avventuriera: quando vuole andarsene in Turena per assistere il figlio infermo di Henriette, Arabella lo segue. Se Henriette lo riconquista un attimo col potere della sua grandezza morale, e coll’idealità del suo affetto, Arabella Dudley lo inebria con arte sottile, lo domina coll’audacia, e se lo trascina ancora a Parigi, con meravigliosa tat­tica femminile.

  Lunga e sorda è la guerra tra le due donne così diverse e lontane, signore dell’anima e del corpo del giovane. Ma se il fascino del godimento sensuale ha abbagliato il Fé­lix uomo, l’incanto arcano della purità incatena per sempre il fanciullo di prima, nascosto nella scorza nuova e leggera. E la creatura prediletta ricerca con avido desiderio il cuore consolatore di quegli indimenticabili schianti; la mano che palpò con soave premura le sanguinose ferite, l’intelletto che rivelò i cieli dell’ideale e della fede.

  Alla notizia dell’agonia di Henriette, senza aver nulla saputo ch’ella fosse ammalata, Vaudenesse vola da Parigi per muovere incontro all’anima dell’anima sua, presso a la­sciare questa terra di dolore. La strana e terribile malattia palesa, nel delirio, e contro la volontà di Henriette, la forza e la violenza della passione occulta in cui s’è distrutta senza rimedio — sofferenza anche più fatale di tutte le altre inenarrabili senza posa su­bite; pure, nei fuggevoli istanti di lucidità e di calma, la moribonda parla al benamato colla grandezza e colla soavità de’ bei giorni. E Henriette passa come ha vissuto, in un addio sfavillante di tutte le sue virtù — e nel solco delle sue orme riluce una traccia im­mortale e sublime.

  Alla rivelazione di quest’amore appassionato come il suo e più tremendo, attonito e affranto, Félix vuol farsi un conforto di esaudire l’ultimo voto dell’adorata e vuol compiere la missione ch’essa gli ha confidato affidandogli l’avvenire de’ figli: ma Jacques e Madeleine lo respingono con isdegno, rifiutando qualunque cura da quegli che nel cuore accu­sano d’aver ucciso Henriette. In uno schianto disperato, egli parte, preso per sempre dalla memoria del grande amore.

  Però, possono vivere gli uomini senza un amore vivo? — Ed ecco Felix (sic) de Vau­denesse curvo sui fogli a trascrivere la pietosa storia dei due grandi amori per la terza donna che ama, perché in sé riunisce i doni preziosi dello spirito e il fascino fisico per cui furono indimenticabili le due vivide fiamme d’un tempo. Natalie (sic) de Manerville è una creatura altera; ella accetta l’amicizia del suo innamorato — non altro: non vuole incon­trarsi nel cuore di lui col fantasma d’una morte, coll’ombra d’una esiliate; vuole essere amata per se stessa, non per quello ch’egli in lei ritrova degli antichi ricordi.

  La sventura avvizzì per sempre i fiori raccolti in fascio allora; e tante cose ch’egli fece allora non rifarebbe più; e godimenti e pensieri lontani non rivivrebbero ormai mai più, così, per lui. L’amore vive di abbandono e non di confronti; e se infiniti sacrifizî si possono compiere per carità, tutti si potrebbero, eccettuato quello d’amore.


  B., Le Conferenze alla Minerva. Vincenzo Morello su «Emilio Zola», «L’Indipendente», Trieste, Anno XXVI, N. 8799, 24 Novembre 1902, p. 3.

  Vincenzo Morello, uomo studioso e col­tissimo, procede sicuro nei suoi paragoni per mettere in piena luce il valore di Zola. Sente in lui, come creatore di fi­gure vive, qualche cosa d’Euripide, il quale pure si sentì chiamare infame e spregiatore di dei per il fermento di rivoluzione che la verità portava nell’arte sua. Distingue nettamente fra Balzac e Zola, queste due immensità: l’uno più complesso, l’altro più semplice e più ru­de; ma quello meno, cosciente di questo; quello soffermato ad un certo punto della sua critica morale dalla tradizione, rap­presentata dalla monarchia e dalla chiesa, o rapito da terra dalla sua fantasia swedenborgiana; questo rigido, inflessibile, risoluto a non arretrare dalle ultime deduzioni d’ogni suo studio.


  O. B., Fotografia Artistica, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVII, Num. 130, 13-14 Maggio 1902, p. 2.

  Sulla Mostra fotografica presente all’interno dell’Esposizione d’arte decorativa moderna di Torino.

  Fra le illustrazioni di libri (vastissimo campo aperto ai cultori della fotografia artistica) è da ricordare anche quella d’un romanzo di Balzac, presentata da una signorina tanto valente quan­to anonima.


  Francesco Bernardini, Giovanni Emanuel, «Rivista moderna politica e letteraria», Roma, Stabilimento tipografico della «Tribuna», Anno VI, Num. 16, Serie II, 15 Agosto 1902, pp. 101-104.
  p. 104. Il Duello ed il Suicidio del nostro Ferrari offrirono all’Emanuel, nelle vesti dei rispettivi protagonisti, caratteri degni del suo studio; ma, per non parlare del vasto repertorio in cui egli portò, specie negli anni più giovanili, il contributo del suo ingegno, basterà accennare alla insuperabile interpretazione del Matrimonio di Figaro di Beaumarchais, al Mercadet di Balzac, al Nerone del Cossa […].


  Francesco Bernardini, Teatro popolare, «Gazzetta delle Puglie», Lecce, Anno XXII, N. 44, 20 Dicembre 1902, p. 2.

  Santa ignoranza! ... io scommetto che quei personaggi, che Balzac e Victor Ugo (sic) hanno tolto alla loro umile condizione sociale per innalzarli, col soffio ed il prestigio dell'Arte ad altezze epiche, non sono per essi (faccio le de­bite eccezioni per pochissimi) che dei ferri vecchi, detestabili; e, risalendo alle cause di code­sto strano argomentare, son convinto che, se i letterati più illustri non avessero proclamato il genio teatrale di Shakespeare, i capolavori del drammaturgo inglese starebbero a impolverare in biblioteca.



  P.[aolo] B.[ernasconi], Corriere Parigino. Vittoriano Sardou e i plagi letterari, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVII, Num. 161, 14-15 Giugno 1902, p. 2.

  In risposta alle accuse di plagio mosse dallo scrittore Mario Uchard, il Sardou replica in questi termini:

  «Noi altri artisti o scrittori non facciamo che riprendere co­stantemente l’opera dei nostri predecessori colle modificazioni richieste dalle diversità delle condi­zioni sociali della lingua, dei costumi, ecc. In real­tà, sotto la varietà della forma, il fondo è sempre lo stesso. Amleto è Oreste, Orsomane ò Otello e Papà Grandet di Balzac è l'Arpagone di Molière».


  P.[aolo] B.[ernasconi], Corriere Parigino [Per telefono al “Corriere della Sera”]. Quanto guadagnano gli autori francesi […], «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVII, Num. 162, 15-16 Giugno 1902, p. 3.
Parigi, 14 giugno, notte.
  Hanno compilato la statistica di ciò che rendono i libri ai rispettivi autori e hanno trovato che Emilio Zola è quello che guadagna di più: egli percepisce dall’editore 75 centesimi per ogni copia stampata dei suoi romanzi. […]
  La morte prematura di Guy de Maupassant non influì sulla vendita dei suoi romanzi che si mantiene molto regolare. I libri del Maupassant tendono a diventare come quelli del Balzac, libri di fondo. I più accreditati sono Notre coeur e Bel ami. Onorato Balzac poco fortunato in vita sua è ora in gran rialzo: le sue opere essendo cadute nel dominio pubblico perché passarono già 50 anni dalla sua morte, parecchi editori vanno a gara nel ristamparli in ogni formato e prezzo.


  P.[aolo] B.[ernasconi], Corriere Parigino. A proposito di Dumas padre […], «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVII, Num. 184, 7-8 Luglio 1902, p. 1. (riprodotto anche a p. 2).

  La letteratura traversa una crisi di entusiasmo retrospettivo: due anni fa si era ri­suscitato Balzac, anche per dare un poco di réclame agli editori che pubblicarono le sue opere cadute nel dominio pubblico. Poi venne la volta di Victor Hugo, a cui Parigi rifece l'apoteosi dei funerali che erano sembrati insuperabili.


  P.[aolo] B.[ernasconi], I funerali di Emilio Zola, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVII, Num. 274, 6-7 Ottobre 1902, pp. 1-2.

  p. 1. Dopo il ministro, salì sulla tribuna Hermant, uomo ancor giovane, distinto ed elegante. Her­mant, dopo aver deplorato la morte prematura del grande scrittore, viene a parlare dei Rougon-Macquart, e continua:

  «Solo l’idea di una tale opera mostrerebbe un’immaginazione di costruttore unico, perché an­che la Commedia Umana di Balzac è meno logica e porta più lacune dell’opera di Zola».


  Leonardo Bianchi, Emilio Zola, «La Settimana. Rassegna di Lettere, Arti e Scienze», Napoli, Anno I, N. 31, 23 Novembre 1902, pp. 241-262.

  p. 260. Nel metodo era stato preceduto da Stendhal, da Balzac, da Floubert (sic) con la differenza che la sua mente è assai meglio nudrita di scienze biologiche.


  Gastone Bonet-Maury, Roberto Luigi Steveson viaggiatore e romanziere (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XII, Vol. XXII, N. 43, 5 ottobre 1902, pp. 1018-1020.
  (1) Da un articolo di Gastone Bonet-Maury, Revue des Deux Mondes, 1° settembre.
  p. 1018. Lo Stevenson è uno scrittore molto spontaneo e indipendente; tuttavia si vedono nelle sue opere le tracce degli autori ch’egli ebbe a modelli, ed è evidente l’influenza di Walter Scott, di Edgar Poe, del Dickens, del Meredith; fra gli autori francesi vanno citati, per questo rispetto, il Villon, il Montaigne, e fra quelli della metà del secolo XIX il Balzac, il Baudelaire, Victor Hugo; non aveva nessuna simpatia per lo Zola, e, dopo la morte del Dumas, considerava come primo romanziere francese Alfonso Daudet; e finalmente, nelle sue lettere, egli riconosce di dover molto al Bourget e a Pierre Loti.


  G. C., Teatri. “Una tempesta” di E. A. Butti, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno VI, Numero 1953, 16 Maggio 1902, p. 3.

  Non c’è bisogno d’aver vissuto nei vari contadi della Francia per comprendere che i contadini di Onorato Balzac e di Emilio Zola sono veri e vivi. I contadini del Butti o bestemmiano o pregano.


  Alberto Cantoni, Sulle Cose, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Centunesimo della Raccolta, Volume CLXXXV, Fascicolo 738, 16 settembre 1902, pp. 336-339.

  p. 338. […] il giochetto panteista, travestito alla moderna, rimonta a Diderot, ma conviene, per brevità, di rifarci da Sainte-Beuve, che aveva tanti punti di … religioso contatto col gerente responsabile dell’Enciclopedia.
  Nello scrivere su Balzac diceva:
  «Gli stessi mobili di casa che egli descrive hanno qualche cosa di animato: le tappezzerie fremono e la medesima pagina ha dei brividi».
  Anche i mobili! Anche la pagina!!

  Luigi Capuana, Il romanzo e la novella nel secolo XIX, in L. Capuana – E. Checchi – D. Lanza – G. Guidoni e G. M. Scalinger, Il Secolo XIX nella vita e nella cultura dei popoli. La Letteratura (Poesia, Romanzo, Novelle e Teatro di prosa). Con 210 figure nel testo, [Volume XVI], Milano, Casa Editrice Dottor Francesco Vallardi, s. d. [1902], pp. 127-182.

  Introduzione, pp. 127-128.
  Nessuna forma letteraria si è svolta ultimamente con tanta ricchezza e varietà quanto quella del romanzo; esso sarà il vanto e la gloria del secolo XIX. […]
  Pel romanzo, questa mirabile fioritura, che gli dà l’assoluto predominio sopra ogni altra forma letteraria contemporanea, avviene appunto verso la fine della prima metà del secolo XIX e si compie magnificamente nella seconda metà.
  Un giorno, nel ’33, Onorato de Balzac si presentò a casa della signora Surville, sua sorella, col cappello un po’ inclinato su l’orecchio, con la pancia in avanti e la mazza levata in alto come un capo tamburo, movendo i passi cadenzatamente al suono di una marcia imitata con le labbra, quasi egli fosse davvero alla testa di un reggimento. Giunto davanti al canapè dove sua sorella era seduta, fermàtosi a un tratto, con accento grave e comico nello stesso punto, le disse:
  – Signora, salutate un Genio!
  E rise col solito riso grasso, rablesiano che gli scoteva tutto il corpo.
  Quel giorno, il Balzac aveva concepito l’idea di riunire sotto il titolo di Comédie humaine i romanzi fin allora da lui pubblicati, correggendoli, ripensandoli per dare ad essi la maggiore unità possibile; e pubblicando poi, nel 1842, l’edizione che attuava questo grandioso progetto, stendeva, inconsapevolmente, nello stato civile dell’Arte, l’atto di nascita del romanzo moderno. Tutto il romanzo del secolo XIX procede da lui.
  Questo non vuol dire che egli lo abbia creato di sana pianta. I suoi lavori di giovinezza, pubblicati sotto parecchi pseudonimi, e non compresi nel vasto edificio della Comédie humaine, lo dimostrano chiaramente. E riuscirebbe cosa facile trovare gli addentellati a cui la sua opera di romanziere si è attaccata per procedere innanzi. […]
  Fino al Balzac, il romanzo non ha coscienza della sua forza, della sua nobiltà, del suo valore. La prefazione ormai famosa con cui egli spiega il concetto scientifico che lo ha guidato nel riunire in un vasto organismo i suoi lavori già pubblicati e nello stendere il disegno di quelli che dovevano seguirli per completarlo (parecchi dei quali rimasero sventuratamente semplice progetto) la prefazione della Comédie humaine esagera un po’ l’importanza scientifica e storica del romanzo, ma mette giustamente in rilievo il merito di esso come documento di costumi e di sentimenti.
  Quel che il romanzo, prima, faceva inconsapevolmente e per ciò manchevolmente, da ora in poi esso lo eseguirà con piena consapevolezza e con cura minuziosa. Non sarà più una pura opera di fantasia che torrà in prestito dalla storia quel tanto che basti a dargli apparenza di realtà, ma vorrà essere una lunga e nuova inchiesta intorno all’umanità del proprio secolo, e per ciò non sdegnerà di adoprare i metodi di cui si servono gli scienziati per le loro ricerche. Tra le idee del Balzac e il programma naturalista dello Zola c’è gran distanza; lo vedremo a suo tempo in questa rapida corsa a traverso il romanzo del secolo XIX.
I.
Il romanzo storico, pp. 129-140.
  p. 130. Sir Gualtiero Scott è l’archeologo del romanzo. […].
  Ma al momento in cui quei romanzi venivano pubblicati l’impressione era diversa. E basta mettere in riscontro due giudizi, uno del Balzac e l’altro del Taine, per notare il cammino che hanno fatto le idee del (sic) ’42 al ’60.
  Pel Balzac «Walter Scott eleva al valore filosofico della storia il romanzo … vi mette lo spirito dei tempi antichi, vi riunisce insieme il dramma, il dialogo, il ritratto, il paesaggio, la descrizione; vi introduce il maraviglioso e il vero, elementi dell’epoca, e allato della poesia mette la familiarità del più umile linguaggio» (Prefazione citata).
  Ben diverso è il giudizio su W. Scott da parte di Taine, secondo il quale lo Scott «produce lavori che hanno soltanto un merito di moda, e, tutt’al più, potranno durare un centinaio di anni» (p. 131).
  […]
  p. 132. Alessandro Dumas è l’Ariosto del romanzo storico, il perfezionatore del genere, colui che anche lo ha esaurito, rendendo vani i tentativi di vivificazione che si van facendo in questi giorni e in quella stessa Francia dopo che vi è nato e fiorito il romanzo moderno creato dal Balzac e continuato dal Flaubert, dallo Zola, dal Daudete (sic), da altri minori.
II.
Il romanzo di costumi, pp. 141-145; 2 ill.
  Onorato de Balzac è nato a Tours nel 1799 ed è morto a Parigi nel 1850. Egli pubblicava un anno dopo dei Promessi Sposi, il primo romanzo segnalato col suo vero nome. Fino allora ne aveva pubblicato una diecina sotto diversi pseudonimi (Horace de Saint Aubin, A. de Viellergi (sic), Lord Rhonne [sic]) che non si erano attirati l’attenzione del pubblico. Con Le dernier Chouan, ou la Bretagne en 1800 – dopo esso ha preso il titolo definitivo: Les Chouans ou la Bretagne en 1799 – comincia la serie delle novelle, dei racconti, dei romanzi che poi dovevano fondersi insieme nelle (sic) Comédie humaine.
  La prefazione messa dal Balzac, nel 1842, in testa alla prima edizione, è documento importantissimo e non può esser trascurata.
  Walter Scott, secondo il Balzac, aveva elevato il romanzo a dignità di storia; egli intende elevarlo a dignità di scienza; vuol essere, per la specie umana, quel che è stato Buffon per gli animali.
  «Nella società trovansi differenze tra uomo e uomo quanta ce n’è nelle varie specie zoologiche. La natura però ha messo tra gli animali limiti che non esistono nella specie umana. Lo stato sociale modifica la natura; la lionessa è poco diversa dal leone; mentre la moglie di un mercante è qualche volta degna di essere principessa, come una principessa non vale spesso la moglie di un operaio. La leonessa è la femmina del leone; la donna, nella famiglia umana, non è sempre la femmina del maschio. I zoografi hanno dimostrato la costanza dei caratteri e delle abitudini degli animali; invece le abitudini, le vesti, le parole, le case di un principe, di un banchiere, di un artista, di un borghese, di un prete, di un povero sono affatto dissimili e variano secondo il grado di civiltà del loro tempo.
  «La storia, come ordinariamente vien scritta, si riduce ad un’arida enumerazione di fatti. Il romanzo deve supplire la mancanza della storia, provvedere all’avvenire, ammassando un’immensa quantità di documenti del suo tempo; stendere l’inventario dei vizii e delle virtù, delle passioni, dei caratteri, scegliendo gli avvenimenti principali della società, componendo dei tipi con l’insieme dei particolari di parecchi caratteri omogenei, a fine di dare ai posteri, intorno alla società attuale quel libro, quella serie di libri che non abbiamo, o che abbiamo in frammenti insufficientissimi, intorno alla vita dell’India, della Persia, di Tiro, di Menfi, di Atene e di Roma [»].
  Con la parzialità esagerata di chi si occupa unicamente di una cosa, egli non osserva che ogni sincera opera d’arte è appunto la storia intima e sicura dello stato d’animo, dei caratteri, delle passioni di una razza e di una epoca. Ma proprio quella parzialità lo spinge a tentar d’essere, per la società francese sua contemporanea, lo storico che non hanno avuto le nazioni antiche.
  Per riuscire a questo non gli basta mettere insieme i romanzi già pubblicati e continuare a scriverne altri con le stesse intenzioni e con lo stesso metodo; ha bisogno, di dare un’apparenza scientifica, di storia naturale dei francesi, alla sua vasta concezione, di far opera da professore ex (sic) sciences, quale egli voleva esser tenuto.
  La Comédie humaine, nella sua redazione definitiva, come si presenta nell’edizione in ottavo del Lévy, è divisa in cinque parti: I°. Scene della vita privata; II°. Scene della vita di provincia; III°. Scene della vita parigina; IV°. Scene della vita militare; Scene della vita politica; Scene della vita campagnola; V°. Studi filosofici e Studi analitici.
  Bisogna dare un’occhiata alla Histoire des oeuvres di H. de Balzac compilata con amorosa pazienza dal De Lovenjoul e all’altra che le fa seguito, specie di repertorio della Comédie humaine, per farsi un’idea dell’incredibile lavoro a cui si è sobbarcato il Balzac a fine di ridurre a unità le sparte produzioni del suo infaticabile ingegno.
  Egli non trovava subito e facilmente la sua via. Il suo lavoro era un continuo mirabile rifacimento. Il Balzac invidiava al Gautier la grande fortuna di poter scrivere quantità di pagine senza una sola cancellatura. Il suo manoscritto invece era la disperazione dei compositori. Essendosi addossato, nel contratto con un giornale, le spese delle correzioni, vi perdette quasi tutto il compenso.
  I compositori tipografi avevano inventato una storiella: dicevano che per comporre le prime prove di un romanzo del Balzac bastava prenderne a casaccio i caratteri dalle cassette e comporne delle pagine senza coda né coda. Da ogni lettera il Balzac avrebbe saputo cavare prima una dozzina di righe; poi da queste una dozzina di pagine, e, in sèguito, da queste altre una dozzina di capitoli; e il romanzo era bello e fatto. La buffa storiella aveva un fondo di vero.
  L’aspetto di quelle prove di stampa, dice l’Ourliac, era mostruoso[4]. Da ciascun segno, da ciascuna parola stampata, parte un tratto di penna che splende e serpeggia come un razzo alla congrève e scoppia all’estremità in una pioggia luminosa di frasi, di aggettivi e di sostantivi sottolineati, incrociati, confusi insieme, scancellati, sovrapposti; cosa da abbagliare la vista! … Alla tredicesima prova, soggiunge con sottile finezza l’Ourliac, si comincia a riconoscere qualche sintomo di eccellente francese e si nota con meraviglia qualche legame nelle frasi.
  La cortesia della contessa Maffei mi permise di osservare, anni fa, un prezioso regalo fàttole dal Balzac nel 1837, dopo che egli era stato a Milano in casa del principe Porcia, in una stanza pianterreno che dava sul giardino.[5]
  Il volume in 8°. grande rilegato in rosso, col dorso di cuoio filettato in nero e in oro, col titolo: Études philosophiques (Les Martires [sic] ignorés), portava nella prima pagina: Offert par l’auteur – comme un souvenir – du gracieux accuil (sic) qu’il – a recu (sic) – H. de Balzac, Paris le 15 juin 1837. C’est comme je vous dit (sic) le – premier ouvrage que j’ai fait – à mon retour.
  Al suo solito, il Balzac aveva ripreso un frammento da lui pubblicato nella Cronique (sic) de Paris e vi aveva aggiunto undici pagine su foglietti azzurrognoli Bath. In fatti al manoscritto seguivano le prove di stampa di quel frammento con l’indicazione: Continuer avec la copie de la chronique. E a ogni prova, un’avvertenza pel proto: Charles, laissez-moi deux pages blanches – Charles, encore un éprouve (sic)! – Charles, vous deviez corriger vous-même !
  Alla quinta prova di stampa: Donnez une revision (sic) E sarebbe stato capace di ricominciare da capo.
  Quest’improbo lavoro egli l’ha fatto ostinatamente per tutti i suoi romanzi, per tutte le sue novelle, cambiandone i titoli, fondendo due, tre novelle in una, sopprimendo intere pagine, interi capitoli, trasportando larghi brani da un lavoro all’altro, mutuando i nomi dei personaggi, le date, e non sempre riuscendo a far sparire le bavosità delle saldature.
  Ha però ottenuto, in massima parte, l’effetto che si era proposto. Con la guida del repertorio del Lovenjoul, si può seguire la vita dei suoi personaggi dall’infanzia alla vecchiezza, lungo le svariate peripezie della loro vita.
  Si rimane sbalorditi. Tutte le classi sociali, tutte le professioni vi sono minutamente studiate in maniera così sorprendente, che c’è da domandarsi se il Balzac non abbia realmente vissuto, in una lunga serie di precedenti esistenze, quelle vite di banchieri, di usurai, di militari, di maniaci per le collezioni, di negozianti, di preti, di contadini, di avvocati, di medici, di donne sentimentali, eroiche, amanti fino al sacrificio, di mistiche, di gran dame, di operaie, di donne galanti, di donne perverse, ecc. tanto intensa, tanto profonda, tanto evidente e drammatica è la visione ch’egli comunica ai suoi lettori. Ed egli non ha soltanto acutamente osservato attorno a sé; ha pure, e non meno acutamente, divinato quel che lo stato sociale di allora nascondeva agli occhi dei contemporanei e che era un germe impercettibile, di cui nessun altro sapeva sospettare lo svolgimento. Così è accaduto che i suoi contemporanei giudicassero falsi o grandemente esagerati caratteri, passioni, fatti, che oggi a noi sembrano il contrario, perché il germe si è schiuso, è cresciuto, ha fiorito, ha fruttificato, e la divinazione del romanziere è divenuta realtà visibile anche all’occhio meno esperto e all’osservatore più superficiale.
  Quanta energia intellettuale e fisica c’è voluta perché questo gran monumento della Comédie humaine venisse condotto allo stato in cui l’autore, colto dalla morte a cinquant’anni, ha dovuto interromperlo! La vita del Balzac è stata una lunga e incessante lotta con le difficoltà finanziarie. Quante mirifiche illusioni non han dovuto incoraggiarlo e sostenerlo in mancanza di solidi aiuti! Egli chiedeva al caffè, al thè, a un isolamento quasi monastico – è celebre la tonaca di flanella bianca che soleva indossare lavorando – la forza di produzione che doveva poi dargli la malattia di cuore che l’ha ucciso quando le difficoltà della vita erano quasi interamente superate.
  Per anni ed anni, un affetto purissimo, elevato, degno di qualcuno dei suoi personaggi, gli aveva dato consolazioni e lusinghe.
  Il lungo sogno di unirsi a quella donna, si era realizzato; ma il Balzac doveva goder poco la raggiunta felicità.
  – Che morte bella e sincera! – scriveva la signora Hamelin alla contessa Kisselef.
  Vittor Hugo accorse, chiamato.
  – Vi ho mantenuto la parola – gli disse il Balzac – Ho voluto vivere per rivedervi prima di morire.
  – Ma voi vivrete – rispose l’Hugo. – Lo spirito è il grande elisir.
  – Ne ho esaurito la boccetta. Mia moglie la rinnova ogni giorno.
  – Sì, sì, la donna è il capolavoro di Dio.
  E parlarono a lungo delle sue opere inedite. Il Balzac soggiunse:
  – Quantunque mia moglie abbia più coraggio di me, chi sorreggerà nella solitudine lei che è abituata a tanto affetto?
  La signora de Balzac (già contessa Hansca [sic]) piangeva.
  Egli volle alzarsi da letto, e fu trasportato su un divano di broccato rosso con disegni in oro. La sua faccia violacea appoggiata ai cuscini del divano faceva terrore; soltanto i suoi occhi vivevano. Tutto a un tratto spirò.
  Balzac, a cui la Francia, con ritardo, ha elevato l’anno scorso un monumento, non era stato creduto degno di far parte dei 40 immortali. Nel 1877 (sic) aveva posato, come si dice colà, la sua candidatura.
  – Avrete appena il mio voto – gli disse Vittorio Hugo, a cui egli si raccomandava all’ultima ora.
  Ne ebbe due invece per un piccolo strattagemma dell’Hugo. Sedeva accanto a lui l’accademico Pongerville[6].
  – Per chi votate? Gli domandò.
  – Per Vatout[7].
  – Votate per Balzac.
  – Impossibile; sono impegnato.
  – Non vuol dire.
  E l’Hugo scrisse in due schede il nome del Balzac.
  – Ma …?
  – Vedrete.
  E mentre il Pourgeville (sic) sta per consegnare la sua scheda all’usciere, l’Hugo, con un colpettino sulla mano gliela fa cascare per terra, e gli offre, in iscambio l’altra dov’era scritto il nome di Balzac. Il Pougerville, esitò, sorrise e fece contento Vittor Hugo.
  Per questo il Balzac ebbe due voti e non uno, come l’Hugo gli aveva detto.
  Chi ricorda oggi quel Vatout che gli fu preferito? Bisogna ricorrere, come ho fatto io, al Dizionario del Vaperau (sic; lege: Vapereau[8]) per conoscere chi fosse cotesto signore e sapere che è stato sottoprefetto, bibliotecario del Duca d’Orleans, e che ha scritto due romanzi: L’idea (sic) fixe e La conspiration de Cellemare. Per sua fortuna, non ha scritto Le Père GoriotEugénie Grandet, né César Birotteau … Senza questo misero accidente, non sarebbe stato appunto fra gli Immortali!

IV.
Gli intermedi, pp. 146-161.
  pp. 151-153. Bisogna ricorrere ai più bei tempi dei trionfi di Alessandro Dumas, per farsi un’idea dello strepitoso successo del Mystères de Paris e del Juif errant.
  Fin il Balzac ne fu così impressionato da voler mettersi anche lui a far concorrenza al romanzo di appendice con La dernière incarnation de Vautrin: ma egli non aveva mano svelta né fantasia da spaziare al di là del reale e riuscire in tale impresa. […].
  Col Sue però il romanzo storico, che aveva invaso le appendici dei giornali per opera del Dumas e due suoi collaboratori, cede il passo al romanzo di avventure con intendimenti sociali, s’insinua nella vita contemporanea, prelude alla miriade di romanzi che dovranno soddisfare il bisogno di lettura di una classe incapace di interessarsi (e anche di intenderla) dell’opera di Balzac e dei suoi seguaci. […].
  La chartreuse de Parme è rimasto il suo [di Stendhal] capolavoro. I primi capitoli, dove egli descrive la battaglia di Waterloo sono una meraviglia di evidenza e di verità. Il Balzac ne fu entusiasmato e ne scrisse una lunga recensione. Stelo ringraziò con queste parole:
  «Quest’articolo, stupefacente, come forse nessun scrittore ne ha mai avuto, l’ho letto (ora posso confessarlo) scoppiando dalle risa. Ogni volta che arrivavo a una lode troppo forte, e avveniva a ogni rigo, io m’immaginavo le smorfie che dovevano fare i miei amici nel leggerlo». […].
  p. 161. Ora bisogna rifarsi un po’ indietro a parlare di Balzac. Quel che è stato detto in principio è insufficiente per spiegare l’influenza di lui nel romanzo moderno.

V.
Ancora il romanzo di costumi, pp. 162-182.
  pp. 162-166. Era un bell’uomo il Balzac?
  – No, mi disse la contessa Maffei a cui il Balzac ha dedicato La fausse maitresse (sic): grasso, corto, inelegante non ostante la sua pretesa di mostrarsi tale, aveva però occhi splendidi, sguardo vivissimo che facevano dimenticar tutto. E di questi occhi, la sorella del romanziere ha scritto: «I suoi occhi interrogavano e rispondevano senza il soccorso della parola, vedevano le idee, i sentimenti e lanciavano sprazzi che sembravano venir fuori da un intimo focolare e propagar luce in luogo di riceverne.
  Questo che vien detto dei suoi sguardi, si può ripetere e non sarà esagerazione, della sua intelligenza.
  Leggendo i suoi romanzi non bisogna dimenticare che egli li ha scritti dal 1827 (Les Chouans) al 1848, e che i suoi capolavori, Eugénie Grandet, Le père Goriot, sono del ’33 la prima, del ’34 il secondo e Les parents pauvres soltanto appartengono agli ultimi anni della sua vita. Senza di ciò non si può apprezzare esattamente quel che egli ha apportato di nuovo nella sostanza e nella forma del romanzo, come senza ricordare la famosa prefazione alla Comédie humaine non si possono intendere e scusare alcuni difetti di eccessi di descrizioni che oggi potranno sembrare inutili e noiose.
  Raramente egli fa una descrizione pel solo scopo di mostrare la sua virtuosità. Per lui i luoghi e le persone hanno rapporti segreti. Certi posti sono idee; certe mura caratteri. Non s’intendono quelle e questi se non si vede l’ambiente dove le une e gli altri si sviluppano e si muovono.
  Sembra ch’egli fabbrichi pezzo per pezzo, solidamente, case, vie, cittaduzze di provincia, paesaggi; e che da essi, con la stessa lentezza, con la stessa solidità, poi passi a creare i personaggi. Da prima la descrizione può apparire troppo minuziosa; ma appena l’azione si è ingaggiata, appena passioni e caratteri entrano in lotta, si scorge la grandiosità dell’opera sua, dove ogni minuto particolare prende significato e apparisce importante, necessario.
  Lèggasi il principio dell’Eugenia Grandet:
  «Sono in certe città di provincia case che ispirano una malinconia uguale a quella dei chiostri più cupi, delle lande più tetre, delle rovine più tristi. Forse c’è in tali case e il silenzio del chiostro e l’aridità delle lande e l’ingombro delle rovine. La vita e il movimento vi sono così tranquilli che uno straniero le crederebbe inabitate, se egli non scorgesse tutta a un tratto lo sguardo scialbo e freddo di una persona immobile il cui viso mezzo monastico si è affacciato alla finestra al rumore di un passo sconosciuto. Queste caratteristiche di malinconia si scorgono in una casa a Samour (sic), all’estremità della rapida via che mena al castello dall’alto della città. Questa via poco frequentata, calda in estate, fredda in inverno, oscura in qualche punto, è notevole per la sonorità dell’acciottolato, sempre pulito e secco, per la strettezza e la tortuosità, per la pace delle cose che appartengono alla città vecchia e dominano i bastioni …».
  E la descrizione continua, passando dalle case alla vita dei cittadini, dei negozianti, regolata come un orologio e piena di piccoli innocenti pettegolezzi. «Le coscienze là sono scoperte a tutti, e quelle case impenetrabili, scure e silenziose non hanno misteri per nessuno. Quando si sono attraversati quei giri di salita pittoresca, le cui minime particolarità risvegliano tanti ricordi e fanno cascare in una fantasticheria macchinale, voi scorgete una cupa insenatura nel centro della quale è nascosta la casa del signor Grandet».
  Strano personaggio costui; non dice mai né sì, né no, non scrive mai.
  «Gli parlate? Sta ad ascoltarvi freddamente, col mento nella mano destra, col gomito appoggiato al rovescio della mano sinistra …». Vestito alla stessa foggia dal 1791 in poi, porta scarponi che si legano con cordoncini di cuoio, abito color marrone, cravatta nera, cappello da quacquero, guanti da gendarme che gli durano venti mesi e che, per conservarli puliti egli depone su le falde del cappello, sempre allo stesso posto, sempre con l’identico gesto» …
  E il dramma di cui saranno protagonisti lui, sua moglie, sua figlia Eugenia, il cugino di lei, figlio del fratello del padre che si ammazza dopo un fallimento, comincia ad annodarsi nella casa dell’avaro Grandet. Dramma di una semplicità affatto classica, e d’una tragicità straordinaria. Quando, dopo aver percorso tante vie traverse, il Balzac arriva al dramma, raggiunge un’intensità shakespeariana; e allora si capisce che tutti i preparativi, parsi un poi (sic) lunghi, erano necessarii per produrlo e giustificarlo; allora si capisce che Grandet, sua moglie, sua figlia e fin la vecchia serva Nanon non potevano esser staccati da quella cittaduzza, da quella via, da quella casa.
  La stessa cosa può dirsi della pensione Vauquier (sic) dove papà Goriot si è ridotto ad abitare dopo aver maritato splendidamente le sue figlie. Papà Goriot è una specie di re Lear borghese; è il sentimento, e dovrei meglio dire, l’istinto della paternità cieca e quasi bestiale. Purchè le sue figlie sieno felici, egli non bada ai mezzi con cui esse raggiungono questa felicità. E al contrario di re Lear che negli ultimi suoi momenti ha il conforto di sentirsi amato da Cordelia, papà Goriot muore abbandonato da esse nella equivoca pensione dove si è ridotto ad abitare, brancicando nell’estremo delirio le teste di due studenti e scambiandole per quelle delle sue figlie:
  – Angiolette mie!
  E la sua anima s’invola mormorando queste due affettuose parole.
  Alla minuziosa costruzione dell’ambiente corrisponde la egualmente minuziosa organizzazione dei caratteri. Il Balzac ha creato proprio un mondo; tutte le classi, tutte le professioni, tutte le arti, tutti i mestieri modificano secondo le loro varie influenze l’animo dei suoi personaggi, foggiano i loro gesti, la loro parlata, le loro passioni. E perciò non c’è crudezza che non vi si trovi spietatamente analizzata, non ci è idealità che non vi si trovi inclusa; tutte le miserie del cuore e dello spirito, tutti i nobili slanci dall’(sic) eroismo, tutte le più alte aspirazioni dell’intelligenza vi hanno avuto il loro posto. Dalle bassezze umane del barone Hulot, di madame Marmeffe (sic), di Vautrin, di Rastignac, egli è salito alle vertiginose vette del misticismo swedenborghiano con Seraphita (sic), passando pei misteri dell’intelligenza e della volontà con Louis Lambert. Non c’è angolo della vita esteriore e interiore dov’egli non abbia frugato; ogni suo colpo di piccone ha rivelato un filone nuovo. Coloro che sono venuti dopo di lui hanno dovuto solamente scavare più addentro per estrarne le ricchezze da lui additate.
  Non è da meravigliarsi che sussistano nell’opera sua resti di forme ora compiutamente sparite dall’organismo del romanzo moderno. La Comédie humaine non è un edificio elevato con piano prestabilito prima di gettarne le fondamenta. Si scorgono qua e là evidentissimi i segni delle saldature di novelle e racconti, che la intenzione dall’(sic) autore avrebbe voluto far apparire fuse e senza sbavature di sorta alcuna. Ciò non ostante, l’opera è riuscita colossale. Si rimane, balorditi quando si riflette che quest’uomo ha rivissuto i suoi mille personaggi, e si è immedesimato con essi fino a confondere i fatti fantastici con la realtà.
  Leone Gozlan racconta di averlo incontrato una mattina in discussione con un carrettiere che doveva trasportare il materiale di fabbrica della famosa villa delle Jardie (sic) di cui lo stesso Balzac aveva voluto fare il disegno.
  Il gran romanziere era arrabbiato contro il suo imprenditore che mancava ai patti convenuti. E quando, poco dopo, il Gozlan cercava di consigliarlo di non essere di troppa buona fede con certa gente, il Balzac lo interrompeva:
  – Non ne parliamo più, caro amico. Ho guai più seri pel capo. Figuratevi! Ho un matrimonio da combinare, e sono grandemente impensierito.
  – Ah! Un matrimonio? Voi?
  – Vi stupisce? Quella povera …
  E lì il nome di uno dei personaggi del romanzo che egli stava scrivendo, e la narrazione minuta di tutte le difficoltà che si opponevano alla felicità di quella creatura della sua immaginazione. Bisognava vincerle, quelle difficoltà, bisognava trovar modo di girarle per lo meno … Il Gozlan, rimasto come intontito capì soltanto all’ultimo di che cosa si trattava.
  Honorato (sic) de Balzac moriva nel 1850, senza che qualche suo contemporaneo potesse far supporre ch’egli era o sarebbe stato tra poco il suo successore. L’influenza del romanticismo durava grandissima tuttavia; i colossi, che lo rappresentavano nella lirica e nel dramma, tenevano in mano anche il romanzo, o almeno credevano così, giacchè l’opera del Balzac rimaneva da parte, solitaria, non apprezzata nel suo giusto valore dalla critica e dal pubblico che si entusiasmava pei romanzi della scuola in voga. Sembrava che la Comédie humaine dovesse rimanere senza nessuna influenza nel genere letterario a cui essa apparteneva; monumento grandioso per disegno e per mole, sì, ma strano ed eccentrico per la forza, la violenza dell’ingegno, e tale perciò da rimanere infecondo.
  Ed ecco, sei anni dopo la morte del gran romanziere, tutt’a un tratto, senza che altri tentativi lo precedessero, lo annunziassero o lo facessero attendere, ecco un libro che mette in rivoluzione il mondo letterario, che suscita discussioni, ammirazione, critiche acerbe e fin i fulmini della giustizia tutelatrice della pubblica morale; insomma quel che si dice un successo di scandalo.
  Il libro s’intitolava borghesemente: Madame Bovary. L’autore, sconosciuto fin allora, Gustavo Flaubert.
***
  Oggi che noi possiamo osservare e studiare l’opera intera di lui, scarsa, cioè cinque romanzi e un volume di novelle – non sentiamo più nessuna impressione di sorpresa. Ne vediamo benissimo la filiazione, scorgiamo com’essa non abbia sfuggito alle influenze del suo tempo, come vi siano fioriti germi, provenienti da altri scrittori, che è quanto dire come si sia continuato in essa, all’insaputa dello stesso artista, il segreto lavorìo della forma che cerca, a traverso i temperamenti individuali, il suo organico svolgimento.
  Il Balzac, specialmente prima che nella narrazione scoppi intensissimo il dramma, interviene con le sue osservazioni, spiega, comenta l’azione, quasi dubiti della perspicuità del lettore. Quest’intervento è già diminuito nei lavori dei suoi ultimi anni; e se egli ha, per dir così, l’istinto inconsapevole del genio che lo spinge a indovinare la nuova evoluzione della forma del romanzo, non ne ha però la piena coscienza, non ne formola la teorica.
  Questo svolgimento lo apporta il Flaubert. […].
  p. 172. Nel Balzac e nel Flaubert la narrazione è ben coordinata, serrata, organica; nei fratelli De Goncourt è, per effetto del loro nervosismo, scucita, saltellante, episodica. […].
  pp. 176-177. Emilio Zola riprendendo, parecchi anni dopo, il metodo del Balzac, lo applicava con maggior vigore, lo portava alle sue ultime conseguenze. […].
  Trasportare il metodo positivo nell’osservazione, nello studio del soggetto, stava benissimo, trasportare nella forma la severità scientifica, la maniera obbiettiva, in modo da dare, fino a un certo punto, l’illusione che l’opera d’arte si fosse fatta da sé, che i personaggi vivessero in piena libertà, come nella vita ordinaria, stava pure benissimo. Gustavo Flaubert ne aveva già dato l’esempio, e anche il Balzac. […].
  p. 179. Emilio Zola, col suo mot bête col suo mot drapeaux, ha ottenuto un più rapido svolgimento dei germi seminati dal Balzac e coltivati dal Flaubert e dai De Goncourt.


  Luigi Capuana, Non predestinato?, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXIV, 2 Febbraio 1902 e in Delitto ideale, Milano-Palermo-Napoli, Remo Sandron – Editore Libraio della Real Casa, 1902, pp. 175-189.[9]
  Alle pp. 179-180, è presente un breve scambio di battute tra due personaggi della novella – Remossi e Gramoglio – riguardante le varie categorie dei mariti traditi:
  – Non usciamo però dalla specie di fatti dei mariti fatalmente predestinati … Ce n’è parecchie categorie. Quella di coloro che non hanno occhi per vedere, né orecchie per sentire; quella di coloro che vedono e sentono e si rassegnano al loro destino; quella di coloro che si ribellano inutilmente, giacchè un fatto è un fatto e niente può annullarlo dopo che esso è avvenuto. Un marito che ammazza la moglie infedele e l’amante …
  – È superfluo che tu balzaccheggi; la Fisiologia del matrimonio l’ho letta anch’io. Che cosa voglio provarvi? Che noi ci siamo appunto resi schiavi di un pregiudizio o di un sentimento ridotto tale. Non ci sono predestinati nel matrimonio, ma, invece, mariti nervosi, irragionevoli, delinquenti …


  Achille de Carlo, Psicopatie sociali, «Rivista moderna politica e letteraria», Roma, Stabilimento tipografico della «Tribuna», Anno VI, Num. 17, Serie II, 1° Settembre 1902, pp. 78-84.

L’Haschisch, pp. 81-84.
  p. 82. Molti anni fa, a Parigi s’era costituito un Circolo degli «hachischins», che aveva lo scopo di studiare gli effetti e le conseguenze del potente narcotico.
  Il Circolo era formato delle più alte intelligenze di Francia: tutti gli artisti più in voga s’eran riuniti in un palazzo fastoso, fumando come veri turchi.
  Teofilo Gauthier (sic), i Goncourt, Carlo Baudelaire, Balzac provavano le ebbrezze del fumo medicato, e tutti, meno Balzac, s’erano ingolfati nell’ebbrezza del sogno.


  Eugenio Checchi, Il romanzo e la novella nel secolo XIX … cit., pp. 183-192.
  p. 190. Il romanzo moderno, come acutamente osserva ‘egregio iniziatore di questo studio, Luigi Capuana [cfr. supra], muove dal Balzac e dai suoi immediati discepoli […].
  Certo è che il Balzac entrò con passi più lenti nelle conquiste della celebrità.

VII.
Il romanzo russo – Il romanzo inglese – Il romanzo tedesco, pp. 216-225.
  p. 218. [Dostoievsky] Volle da giovine essere ingegnere militare: ma inebriato dalla lettura dei romanzi di Gogol, suo vero maestro, e di Balzac, di Eugenio Sue, di Giorgio Sand, si ritirò ben presto dalle brighe dell’amministrazione tecnica, e volle essere scrittore.

La novella nel secolo XIX, pp. 225-226.
  p. 226. […] da Balzac, a Giorgio Sand, da Emilio Zola a Alfonso Daudet, dal Coppée al Théurier (per non citar che i maggiori) tutti hanno arricchito la letteratura contemporanea di racconti, per alcuni dei quali non è esagerazione affermare che sopravviveranno lungamente, anche a dispetto dei gusti mutati e dei capricci volubili della moda.


  S. Consoli, Lo Spiritismo e la scienza di Ateo e Trinacrio. Pensiero e studio, Trecastagne, pubblicato per cura e con i tipi di S. Consoli, 1902.

 

Profezie e sogni.

 

  p. 159. Balzac racconta questo sogno interessante: «Né io, né Luigi Lambert conoscevamo la bella valle della Loira ed eravamo fanciulli ambedue, la sua immaginazione e la mia erano occupatissime la vigilia di questa passeggiata, che apportava nel collegio una gioia tradizionale. L. Lambert descrisse il boschetto, le particolarità, le case in lontananza, tanto da esclamare:

  «Se il paesaggio non è venuto da me, ciò che mi sembra assurdo, io sono dunque andato in esso.

  Io non sono stato mai a Roschambeau; ora se il mio spirito ed il mio corpo hanno potuto così separarsi durante il sonno, perché non li farei ugualmente divorziare duratile la veglia?

  Camminai, vidi, intesi. Il movimento non si concepisce senza lo spazio il suono non agisce che sopra la superficie, e la colorazione può effettuarsi solo per mezzo della luce; dunque se di notte, con gli occhi chiusi io vidi tutto questo, se, nella più profonda immobilità, traversai spazi noi avremmo facoltà interne, indipendenti dalle leggi fisiche esteriori; la materia sarebbe penetrabile dallo spirito. Come mai, dunque, gli uomini hanno, fin’ora, così poco riflettuto agli accidenti del sonno, che accusano in noi doppia la vita?».

 

Uomini illustri che accertano lo spiritismo.

 

  p. 179. Balzac, celebre romanziere francese, che tratteggiò i caratteri della società moderna, morì nel 1850.



  Di., Arti e Scienze. “Brignol e sua figlia”. (Teatro Alfieri – 13 giugno), «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXVI, N. 163, 14 Giugno 1902, p. 2.
  Questo signor Brignol discende in linea diretta da Mercadet. La cosa non ci deve meravigliare, dacchè i tipi immortali sono anche i tipi universali. E Mercadet, balzato dal masso delle umane passioni sotto lo scalpello michelangiolesco di Onorato Balzac, è ancora pur sempre vivo carattere nella nostra società, e continuerà ad esserlo nelle future.
  Ma questo parigino Alfred Capus, che mostra nelle sue qualità di scrittore quelle non dubbie di autore comico e drammatico, ha avuto anche del coraggio nel riprendere il classico tipo dell’affarista e nel misurarsi col gran Padre della psicologia moderna.
  Evidentemente è saltata fuori dal lavoro delle sue mani una figura ben piccina ed esile e poco personale di fronte al colosso balzachiano; ma conveniamo anche che le sue intenzioni erano assai più modeste, e il genere di commedia scelto assai più leggero.


  La Direzione, I nostri concorsi, «La Settimana. Rassegna di Lettere, Arti e Scienze», Napoli, Anno I, N. 31, 23 novembre 1902, pp. 264-291.

  p. 273. Non forse il corpo è, molte volte, lo specchio dell’anima? Lasciate che lo descriva un po’ anche nel fisico, il mio futuro signore e padrone, così come lo sogno e l’invoco nelle mie fantasticherie di fanciulla!
  Alto, biondo, non bello (nulla di più odioso d’un uomo bello!) ma di quella bruttezza che Balzac chiamò «laideur spirituelle» avrà non meno di 35 anni e non più di 40 (parecchi più di me!) quindi molta esperienza e molta … indulgenza. […].
Una fanciulla moderna, Napoli.



  Don Abbondio, Tra un salmo e l’altro …, «Don Ferrante. Periodico politico-letterario», Bari, N. 34, 20 Novembre 1902, p. 1.

  [Su un articolo di V. Morello dal titolo: Ecco un uomo pubblicato nella «Tribuna»].

  Ah, Rastignac, se il tuo Balzac ti leggesse!


  Eccetera, Pel Liceo Ginnasio-Cirillo, «Il Rinnovamento. Giornale della domenica», Bari, Anno I, Num. 22-23, 25 Agosto 1902, p. 7.

  Ora io non intendo che il giornale diventi quella bottega nella quale si vendono al pub­blico delle parole del colore che il pubblico vuole. No. Honorato di Balzac metteva in un pessimismo ad oltranza tutti i giornalisti allo stesso livello. Ed è bene distinguere.

 

  Falco, La rinuncia all’assoluto, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXVI, N. 8534, 13 Gennaio 1902, pp. 1-2.
  p. 1. Nell’epoca nostra tutto nasce dallo spirito critico. […] Le opere dei grandissimi ingegni sono oggetto costante d’ammirazione e d’analisi per gli ingegni che effervono dalla vita d’oggigiorno; ne nasce un impulso irrefrenabile d’emulazione: […] e a noi si offre a spettacolo la folta schiera dei romanzieri francesi, sui quali incombe il genio di Balzac come il termine supremo dei desideri e il sommo punto da emulare da chi pretende a esporre in sé medesimo la vigoria d’analisi e di sintesi d’un narratore della stessa razza.
  Ha egli ideato quell’immenso e popoloso quadro della Comedia umana, dove furono chiamate a rassegna, come in una Iliade, tutte le passioni umane nei caratteri d’un circoscritto periodo di vita: ed ecco, impulsiva, l’ambizione di suscitare nuove Comedie umane dilaga nello spirito degli epigoni. Chi sente grandezza nella sua arte di romanziere, sente invidia di Balzac. Emilio Zola proietta le sue architetture di cinquanta piani di vita vissuta su l’orizzonte che abbraccia con implacabile indifferenza l’opera di tanti ingegni minuscoli e il vano assalto di tanti Pigmei; Paul Adam, che è, dopo lo Zola, il più gagliardo integratore della vita nella forma del romanzo d’osservazione, va a poco a poco svelando a che tenda la laboriosa impazienza della sua anima: ed è ancora un’epica contesa ai fastigi della Comedia umana.


  Falco, Emilio Zola, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXVI, N. 8752, 30 Settembre 1902, p. 2.
  Da Balzac in poi la letteratura francese e la letteratura del mondo non avevano conosciuto un sì formidabile assorbitore della vita umana, un sì stupendo pittore nel graduar le sfumature degli ambienti, un sì profondo poeta nel convertire in ardore lirico il fluido della vitalità scintillante negli esseri, trapassante, anima delle co­se, nelle stesse apparenze inerti della natura.


  Falco, L’arte del materialismo, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXVI, N. 8827, 29 Dicembre 1902, pp. 1-2.

  p. 1. Il Cantoni (cfr. supra) si beffa della nostra neces­sità di essere interpretati mediante le cose, come incapaci di palesare direttamente noi stessi; si beffa di Sainte-Beuve che sentiva nelle pagine di Balzac il fremito delle tappezzerie e il brivido della stessa pagina; […].

  — Altra cosa non vede, che noi dobbiamo vedere, come uomini più indulgenti ai tempi nostri: tut­ti i maggiori dell’ultimo secolo aver com­messo cioè lo stesso peccato d’identificazione della loro anima alle cose: Victor Hugo e Balzac, Flaubert e Zola […].


  Luigia Faure-Favier, La Toilette della donna nel romanzo contemporaneo (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XII, Vol. XXII, N. 14, 16 marzo 1902, pp. 317-319.
  (1) Da un articolo di Luigia Faure-Favier, Revue Bleue, 1° marzo.
  p. 318. È inutile: la moda è la cosa più fragile, più variabile del mondo, e il volerla fissare è una pazzia. Nessuno scrittore ha potuto vincere questa legge inesorabile, nemmeno Balzac, il quale acconcia le sue eroine in modo per noi così bizzarro che ci vien fatto di domandarci come mai quelle donne così vestite abbiano potuto inspirare passioni così ardenti.


  Roberto Ferrigno, Il divorzio, «La Scintilla. Giornale della domenica», Matera, Anno III, N. 8, 23 Febbraio 1902, p. 30.

  Di questo immenso contratto, come giu­stamente lo chiama Balzac, le cui ultime ragioni stanno addentro riposte nell'umana psicologia sociologia, in queste scienze so­vrane della speculazione contemporanea, non è lecito ragionare e diagnosticare astraendo da quei riguardi che formano i metodi di tutte quante le scienze morali.


  Il follaiuolo parigino, La rivolta contro la “Terre”, «La Folla. Periodico settimanale illustrato», Milano, Anno II, N. 40, 5 Ottobre 1902, p. 25.

  Zola, il fisiologo del romanzo, subiva la violenza o la coalizione degli ammutinati o degli scrittori contemporanei come l’aveva subita Balzac, quando lo chiusero nel girone dei romanzieri immorali.


  Il follaiuolo zoliano, I violatori delle sepolture, «La Folla. Periodico settimanale illustrato», Milano, Anno II, N. 40, 5 Ottobre 1902, pp. 12-14.

  p. 12. Emilio Zola è stato, senza dubbio, l’uomo più discusso dalle generazioni che sono morte e cresciute intorno a lui. Egli è entrato nell’ambiente parigino carico di forza intellettuale. Uscito dalla testa documentaria di Balzac, con la memoria affollata dei tipi ch’egli aveva raccolto durante i suoi anni di miseria negra negli spaventevoli hôtels garnis delle vie Soufflot della metropoli, pieno della letteratura ch’egli si era immagazzinata lungo i suoi sei anni d’impiegato della grande libreria Hachette, egli si è gettato sui pitocchi del giornale, del romanzo, della critica, del teatro, della pittura, della scultura dei suoi tempi, con la clava che atterra e frantuma.


  Vittorio Fontana, La Scuola Verista di Emilio Zola «e il suo tramonto», «L’Italia Centrale. Gazzetta di Reggio-Emilia», Reggio Emilia, Anno XL, N. 212, 4 Agosto 1902, p. 1.
  Ho qui dinanzi un opuscolo ormai raro «La République et la Littérature» (Paris, Charpentier, 1879) e ne tolgo una pagina vivacissima e audace. […].
  Cette question fut de savoir quel ménage, bon ou mauvais, vont faire, ensemble, la République et la littérature […], cette large évolution naturaliste ou positiviste, comme in voudra, dont Balzac a donné le branle. […].
  [Il Naturalismo] è un metodo d’osservazione analitica che ha tenuto E. Zola: e prima di lui – quantunque un po’ diversamente, – l’hanno tenuto i suoi due maggiori maestri Onorato di Balzac e il Flaubert; un metodo oggettivo che han tenuto tutti i grandi osservatori psicologici, compreso A. Manzoni […].


  Fra Galdino, Zola, «Don Ferrante. Periodico politico-letterario», Bari, N. 27, 2 Ottobre 1902, p. 2.

  Tutta la comedia umana di Balzac, tutto un popolo che si agitava, urlava, soffriva, rideva, si divertiva; un villaggio chiassoso di cinquemila anime che un bel giorno invade la capitale, e l’assorda a suon di nacchere e tamburelle.

  Jean Valjean, ho detto, s’era ammazzato, ma lasciava un triste erede: Vautrin prese l'eredità del miserabile.

***

  Ahimè! Jean Valjean era un miserabile che faceva piangere; Vautrin fu un mise­rabile che faceva ridere, il che è peggio. Valjean, nelle sue vesti di evaso da dramma, riuscì appena a rubare due candelieri d’ar­gento a don Bonaventura Myriel. Vautrin fece meglio: in frak e cravatta bianca sva­ligiò più d’una banca e assassinò finanzia­riamente più d’un individuo.

  La società, come si vede, si perfezionava secondo le teorie di un qualsiasi Darwin moralisticamente sociale.

***

  Ed ecco Zola sulla scena.

  Vide a braccetto Valjean e Vautrin: il primo enorme, paradossale; il secondo di giusta statura, umano. Vide a braccetto quelle due figure e avvertì subito che il primo vinceva il secondo nel paragone: allora li disgiunse; prese quello stesso personaggio balzacchiano, lo camuffò con gli abiti del galeotto e gli disse: — Va per il mondo; iperbolico nella forma, sei vero nella sostanza. Ti riconosceranno.

  Perché, spesso spesso, l’arte di Emilio Zola — un’arte fatta di equilibrio mentale — raggiunse l’iperbole: come nel Paradou, a furia d’internarvisi e di girare, il giardino prende ed assume di pagina in pagina sempre più le proporzioni di una selvaggia foresta tropicale, senza uscite, senza limiti, senza fine, in cui s’intrecciano le rame di una pode­rosa e sconosciuta flora, così tutta la sua arte, spesso spesso, quando l’artista fantasioso prende la mano all’osservatore fedele, non ha più misura di tempo, non ha limiti di spazio: nell’aria accesa, ai soffii possenti del maestrale, sventola un abito cencioso, im­menso, che occupa, quasi, tutta l’azzurra vastità del cielo: è l’abito di Valjean. Ma di sotto quell’abito, a un tratto, sbuca un uomo, sorridendo: non è Valjean, è Vautrin.

  L’equilibrio è ristabilito.

***

  Io non so, nè alcuno sa oggi come me, quello che nel tempo resterà dell’opera let­teraria di Emilio Zola; io non so se la società futura accoglierà le ombre dei personaggi zoliani come accogliamo noi quelle dei perso­naggi di Balzac e di Hugo. Io so, invece, che, quale che possa essere il giudizio dei posteri su tutta questa opera, da essa salterà fuori una magnifica figura di lottatore e di apostolo; una figura di uomo che ebbe un ingegno grande, ma più grande ebbe la bontà, un uomo che ebbe tutta una vita di onesto lavoro e di fiere battaglie; vittorie gloriose e sconfitte più gloriose ancora d’una vittoria, poi che il più grande e vero personaggio, immortalato nei diversi cicli zoliani, è lui stesso, lui stesso che fu un uomo e un gi­gante, lui stesso che, nel piccolo mondo di basse turpitudini e di vigliacche menzogne, fra i personaggi lillipuziani scappati dalle caserme e dalle chiese, dai campi e dalle officine, fu o parve una iperbole, una magni­fica iperbole, poi che i nostri piccoli occhi, i nostri miopi sguardi non giunsero a vedere, come lui, dove fosse e quanto grande la Verità.


  Frantz Funck-Brentano, Un romanzo dell’epoca napoleonica (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XII, Vol. XXII, N. 27, 15 giugno 1902, pp. 637-639.
  (1) Da un articolo del prof. Frantz-Funck-Brentano, Deutsche Revue, giugno.
  pp. 638-639. Genoveffa Geryn de Brunelles, vedova del marchese di Combray, era una donna di carattere imperioso, energica e coraggiosa a tutta prova, di una ambizione sconfinata; il Balzac, nel suo bel romanzo, Madame de la Chanterie, ne fa una signora divota e pia sopportante con mirabile rassegnazione i dolori della vita; ma i documenti conservati nell’Archivio Nazionale e in quello del tribunale di Rouen la fanno apparire in una luce del tutto diversa. […]
  Il nome della marchesa di Combray ebbe finalmente anche gli onori dell’immortalità grazie al romanzo, citato più sopra di Balzac; di lei si occuparono inoltre con buoni lavori storici Ernesto Daudet, Gustavo Bord, il De la Sicotière; ultimo di tutti il Lenôtre, il cui libro si legge come il più interessante dei romanzi.


  Giuseppe Giacosa, Emilio Zola. Commemorazione tenuta al salone della Borsa, in Milano, il 5 novembre 1902, «La Lettura. Rivista mensile del Corriere della Sera», Milano, Anno II, Num. 12, Dicembre 1902, pp. 1074-1082; ill.        

  p. 1074. Anche egli fu rimproverato che mancasse di grazia, ma lo stesso appunto mosse al Vittor Hugo Enrico Heine che se ne intendeva, e concorde al Balzac tutta la critica sua contemporanea.

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  p. 1077. «Non ho inventato nulla, scriveva lo Zola […] riconosco molti illustri maestri. Lo Stendhal, il Balzac, il Flaubert, i due Goncourt».


  Goron ed Emilio Gautier, Appendice della “Stampa – Gazzetta piemontese” (14). Fior di galera. Gran romanzo inedito di Goron ed Emilio Gautier, «La Stampa. Gazzetta piemontese», Torino, Anno XXXVI, N. 40, 9 febbraio 1902, p. 2.
  Era un vero lungo romanzo che spiegavasi davanti a lui [il barone Saint-Magloire], una serie di avventure prodigiose degne della penna d’un Balzac, d’un Giulio Verne, d’un Gaboriau.


  Remy de Gourmont, Cronaca francese, «La Rassegna Internazionale. Pubblicazione quindicinale», Roma, Anno III, Vol. VIII, Fasc. I, 1° Gennaio 1902, pp. 54-55.
  Da qualche anno in qua si sono inalzati diversi monumenti a poeti. […].
  Victor Hugo stesso ha dovuto aspettare non poco, non ostante l’ammirazione universale.
  E ve ne furono in vent’anni, di progetti di monumento a Victor Hugo, ridicoli gli uni ed ammirevoli gli altri, fra cui quello del grande Rodin. Da prima si era pensato a collocare la statua di Victor Hugo nel quartiere Latino, in mezzo agli studenti nella piazza Medici […] verso i quartieri ricchi e nuovi, verso il bosco di Boulogne. Ed è fra gli opulenti borghesi, adombrati da questa vicinanza sospettosa che sorgerà l’opera superba e saggia dello scultore Barrias. E presso a poco nello stesso tempo si inaugurerà il Balzac del Falguière, un’altra opera superba e saggia. Parigi potrà ammirare nelle sue vie due masse di bronzo di più e sarà così divenuta un po’ più brutta.


  Victor Hugo, Morte di Balzac, in Lotte sociali. Prima traduzione italiana di Augusto Novelli illustrata con 30 incisioni, Firenze, L’Elzeviriana Ditta Tipografica Editrice, s d. [1902], pp. 178-182.

XIX.
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  Il 18 Agosto 1850, mia moglie, che nel corso della giornata era stata fuori per visitare la moglie di Balzac, mi disse che egli era morente. Corro da lui.
  Balzac era affetto da diciotto mesi da una ipertrofia al cuore. Dopo la rivoluzione del Febbraio, era andato in Russia e vi si era ammogliato. Qualche giorno prima ch’egli partisse, l’avevo incontrato sul boulevard; e si lamentava già e respirava affannosamente. Nel maggio 1850, era tornato in Francia, ammogliato, ricco e morente. Arrivando aveva già le gambe enfiate. Quattro medici, a consulto, l’esaminarono. Uno di essi; Louis, mi disse il 1 luglio: Egli non ha nemmeno sei settimane di vita. Era la stessa forma di malattia di Federico Soulié.
  Il 18 Agosto avevo a pranzo il generale Luigi Hugo, mio zio. Appena alzato da tavola, lo lasciai e presi una carrozza che mi condusse nel viale Fortunée, n. 14 nel quartiere Beaujon.
  Là dimorava Balzac. Egli aveva comprato ciò che restava del palazzo del sig. Beaujon, qualche fabbricato sfuggito per caso alla demolizione; aveva magnificamente mobiliato quelle stanzuccie, e ne aveva fatto un grazioso appartamento che aveva la porta principale sul viale Fortunée, e per giardino, semplicemente, una corte lunga e stretta, le cui lastre interrotte qua e là da delle aiuole.
  Suonai. Era un chiaro di luna velata di nubi. La strada era deserta. Nessuno venne. Suonai ancora. La porta si aprì. Una donna di servizio comparve, con un candeliere in mano. Che cosa desidera il signore? mi domandò – piangeva. Le dissi il mio nome. Mi fece entrare nel salone che era al pianterreno, e nel quale si vedeva, sopra una «console» rimpetto al camino, il busto colossale di Balzac, modellato da David.
  Una candela era accesa, posta sopra una ricca tavola ovale in mezzo alla sala, sostenuta da sei statuette dorate, di finissimo gusto.
  Un’altra donna venne; essa pure piangeva e mi disse:
  – Muore. – La signora è ritornata al suo appartamento. I medici lo hanno lasciato fin da ieri. Ha una piaga alla gamba sinistra. Vi è cancrena. I medici non sanno ciò che fanno. Dicevano che l’idropisia del signore era una idropisia cotennosa, un’infiltrazione come dicono, tale da ridurre la pelle e la carne spesse come il lardo, e render perciò impossibile la puntura. Ebbene, il mese scorso, il signore, andando a letto, ha urtato un mobile lavorato ad intagli, la pelle si è rotta, e tutta l’acqua che aveva in corpo è uscita. I medici hanno detto: «Guarda! …» Ciò li ha meravigliati, e dopo quel giorno gli hanno fatto delle punture – I medici hanno detto: «Imitiamo la natura». Ma è venuto fuori un ascesso alla gamba. È il signor Roux che l’ha operato.
  Ieri hanno tolto la fasciatura. La piaga, invece d’esser venuta a suppurazione, era asciutta e bruciava. Allora essi hanno esclamato: È perduto! e non sono più tornati. Se ne sono cercati quattro o cinque ma inutilmente. Tutti hanno risposto: «Non c’è da fargli niente» – Ha passato una brutta nottata. Stamattina alle nove non parlava più. La signora ha fatto chiamare un prete. Un’ora dopo ha stretto la mano a sua sorella, la signora De Luiville (sic). – Dalle undici in qua rantola e non vede più nulla. Non arriverà a domattina. Se voi volete, signore, anderò a cercare il sig. De Luiville che non è ancora andato a letto.
  La donna mi lasciò. Aspettai per qualche istante. La candela rischiarava appena gli splendidi mobili del salone ed i magnifici quadri di Porbus e di Holbein, attaccati alle pareti. Il busto di marmo si drizzava incertamente in quell’ombra come lo spettro dell’uomo che stava per morire. Un odor di morte aleggiava nella casa.
  Il sig. De Luville (sic) entrò e confermò quanto mi aveva detto la donna di servizio. Chiesi di vedere Balzac.
  Traversammo un corridoio, salimmo una sala coperta d’un tappeto rosso, ed ornata a profusione d’oggetti d’arte, vasi, statue, quadri, mensole sopportanti degli smalti, poi un altro corridoio, e vidi una porta aperta. Sentii un rantolo alto e lugubre. Ero nella camera di Balzac.
  Un letto era in mezzo a questa camera. Un letto d’«acajou» avente ai piedi ed a capo delle traverse e delle cinghie che indicavano un apparecchio di sospensione destinato a muovere il malato.
  Balzac era in quel letto, colla testa appoggiata ad un mucchio di guanciali ai quali erano stati aggiunti dei cuscini di damasco rosso tolti al divano della camera. Aveva il volto violaceo, quasi nero, voltato a destra, la barba non fatta, i capelli grigi e tagliati corti, gli occhi spalancati e fissi. Lo vedevo di profilo, e somigliava così all’Imperatore.
  Una donna, vecchia, l’infermiera, ed un servitore stavano in piedi di qua e di là dal letto. – Una candela era accesa dietro il capo del letto, sopra una tavola; un’altra sul cassettone, vicino alla porta. – Un vaso d’argento stava sul comodino. Quell’uomo e quella donna tacevano, come sotto un’impressione paurosa, ed ascoltavano il rantolo profondo del morente.
  La candela, a capo del letto, illuminava un ritratto d’uomo giovane, roseo e sorridente, che era sospeso vicino al caminetto.
  Dal letto esalavano emanazioni insopportabili. Sollevai la coperta e presi la mano di Balzac. Era madida di sudore. La strinsi. Non rispose alla pressione.
  Era in questa medesima camera che io ero venuto a trovarlo un mese prima. Egli era allegro, fiducioso, senza dubbio sulla sua guarigione; mostrava la sua enfiagione ridendo. Avevamo molto parlato e discusso di politica; egli mi rimproverava la «mia demagogia». – Egli era legittimista. Mi diceva: «Come mai avete potuto rinunziare così serenamente a quel titolo di pari di Francia, che è il più bello dopo quello di re di Francia!» – E mi diceva anche: «Io ho la casa del sig. De Beaujon, meno il giardino, ma colla tribuna nella piccola chiesa del canto della via. Ho là, sulla mia scala, una porta che dà sulla chiesa. Un giro di chiave, e posso andare alla messa. Tengo più a quella tribuna che al giardino».
  Quando l’avevo lasciato, mi aveva accompagnato faticosamente fino a quella scala, mi aveva mostrato quella porta, ed aveva detto forte a sua moglie: – E soprattutto, mostra a Hugo tutti i miei quadri.
  L’infermiera mi disse: – Morirà allo spuntar del giorno.
  Scesi, colla mente piena di quella visione livida; traversando il salone, rividi il busto immobile, impassibile, altero e radioso nell’ombra, e feci il paragone fra la morte e l’immortalità.
  Tornato a casa, era una domenica, trovai molte persone che mi aspettavano, fra le quali Riza-Bey, incaricato d’affari del governo Turco, Navarrete, il poeta spagnolo, il conte Arrivabene, profugo italiano. Dissi loro: – Signori, l’Europa sta per perdere un’anima grande.
  Morì nella notte. Aveva cinquantun anno.
***
  Lo si seppellì il mercoledì.
  Fu prima esposto nella cappella Beaujon e passò da quella porta la cui chiave gli era più preziosa di tutti i giardini paradisiaci dell’antico «fermier» generale.
  Giraud, il giorno stesso della sua morte aveva fatto il suo ritratto. Si voleva fare anche l’impronta del volto, ma non fu possibile, tanto rapida era stata la decomposizione.
  Il giorno dopo la morte, al mattino, gli operai che dovevan rifare la maschera trovarono il volto deformato, il naso caduto sulla guancia. Egli fu posto in una bara di quercia foderata di piombo.
  Il servizio funebre fu fatto a San Filippo. – du Roule. Io pensavo, accanto a quel feretro, che in quella chiesa la mia seconda figlia era stata battezzata, e che non avevo rivisto quel tempio dopo quel giorno. Nei nostri ricordi la morte si unisce alla nascita.
  Il ministro dell’interno, Baroche, venne al funerale. Egli sedeva, in chiesa, vicino a me, davanti al catafalco, e di tanto in tanto mi rivolgeva la parola. Mi disse: – era un uomo distinto. – Gli risposi: – era un genio.
  Il corteo attraversò Parigi e andò, lungo i «boulevards» al «Père Lachaise». Cadevano goccie di pioggia quando lasciammo la chiesa e quando giungemmo al cimitero. Era uno di quei giorni in cui sembra che dal cielo piovano stille di pianto.
  Andammo sempre a piedi. – ero a destra, in testa al feretro; Alessandro Dumas era dall’altra parte.
  Quando giungemmo alla fossa che era scavata lassù, sulla collina, trovammo una folla immensa, la strada era ripida e stretta, i cavalli stentavano a trascinare il carro che ad un tratto indietreggiò. Mi trovai stretto fra le ruote ed una tomba. Poco mancò che non fossi schiacciato. Alcune persone ritte sulla tomba mi alzarono di peso fino a loro.
  Fu calato il feretro nella fossa che era vicina a quelle di Carlo Nodier e di Casimiro Delavigne. Il prete disse l’ultima preghiera, io pronunziai poche parole. Mentre parlavo, il sole tramontava e Parigi intiera mi appariva lontano, nello splendore nebuloso del tramonto. Quasi ai miei piedi, cadeva, smottando, la terra nella fossa, ed io ero interrotto dal rumore sordo di quelle zolle che cadevano su quel feretro.


  Id., I funerali di Balzac, Ibid., pp. 183-186.
20 Agosto 1850.
  Signori,
  L’uomo che è disceso in questa tomba era uno di quelli ai quali il dolore pubblico fa corteo. Ai giorni nostri tutte le finzioni sono sparite. Gli sguardi si fissano ormai non sulle teste che regnano, ma sulle teste che pensano, ed il paese intiero trasalisce quando una di queste teste sparisce. Oggi, è lutto popolare la morte dell’uomo d’ingegno: è lutto nazionale la morte dell’uomo di genio.
  Signori, il nome di Balzac resterà unito alla striscia luminosa che l’epoca nostra lascierà nell’avvenire.
  Balzac faceva parte di quella vigorosa generazione di scrittori del decimonono secolo che è venuta dopo Napoleone, come venne dopo Richelieu, l’illustre pleiade di scrittori del secolo una legge che fa succedere ai dominatori della spada i dominatori della mente.
  Balzac era uno dei primi fra i grandi, uno dei più alti fra i migliori. Non è questo il luogo per dire tutto ciò che era quella splendida e sovrana intelligenza. Tutti i suoi libri non formano che un libro, libro vitale, luminoso, profondo, nel quale si vede andare e venire, e camminare, e muoversi come qualche cosa di spaventoso e di terribile, pieno poi di verità, tutta la nostra civiltà contemporanea; libro meraviglioso che il poeta ha chiamato commedia e che avrebbe potuto intitolare storia, che prende tutte le forme ed ogni stile, che oltrepassa Tacito e va fino a Svetonio, che lascia indietro Beaumarchais e raggiunge Rabelais; libro che è l’osservazione e che è l’immaginazione; che ci dice il vero, l’intimo, il borghese, la trivialità, la materialità, e che, di tratto in tratto, attraverso le realtà bruscamente e largamente rivelate, lascia intravedere il più profondo e tragico ideale.
  Senza saperlo, ch’egli lo voglia o no, consenziente o no, l’autore di questa opera immensa e strana appartiene alla forte razza degli scrittori rivoluzionarii. Balzac va dritto alla meta.
  Egli attacca di fronte la società moderna. Egli strappa a tutti qualche cosa, agli uni l’illusione, agli altri la speranza, a questo un grido a quello una maschera. Scruta il vizio, notomizza la passione. Approfondisce, scandaglia l’uomo, l’anima, il cuore, le viscere, il cervello, quell’abisso che ognuno ha in sé. E, per un dono della sua libera e vigorosa natura, per un privilegio delle intelligenze del nostro tempo, le quali, avendo visto da vicino le rivoluzioni, intravedono meglio il fine dell’umanità e meglio comprendono la provvidenza, Balzac si toglie sorridente e sereno da questi studi gravosi che generano la malinconia in Molière e la misantropia in Rousseau.
  Ecco ciò che egli ha fatto fra noi. Ecco l’opera che egli ci lascia, opera alta e solida, robusto ammasso di blocchi di granito, monumento! opera dell’arte della quale risplenderà ormai il suo nome. I grandi uomini fanno il proprio piedistallo: l’avvenire pensa alla statua.
  La sua morte ha colpito di stupefazione Parigi. Era tornato in Francia da qualche mese.
  Sentendo di morire, aveva voluto rivedere la patria, come alla vigilia d’un gran viaggio si dà un bacio alla madre.
  La sua vita fu corta, ma feconda, più piena di opere che di giorni.
  Ahimè! Questo lavoratore possente e mai stanco, questo filosofo, questo pensatore, questo poeta, questo genio, ha vissuto fra noi quella vita di burrasche, di lotte, di affanni, di battaglie, che fu la vita comune in tutti i tempi di tutti gli uomini grandi. Oggi, eccolo in pace. Egli esce dalle controversie e dagli odii. Egli entra, nel giorno istesso, nella gloria e nella tomba. Egli brillerà ormai, al disopra di tutte le fosche nubi che sono sulle nostre teste, fra le stelle luminose della patria!
  Voi tutti, che qui siete, non vi sentite d’invidiarlo?
  Signori, qualunque sia il nostro dolore di fronte ad una tal perdita rassegnamoci a questi dolori. Accettiamoli in ciò che hanno di penoso e di severo. È bene, è necessario forse, che in un’epoca come la nostra, di tanto in tanto la morte di un grande dia agli spiriti rosi dal dubbio e dallo scetticismo una specie di sentimento religioso. La provvidenza sa ciò che essa fa quando mette il popolo in faccia al supremo mistero, e lo fa meditare sulla morte, che è la grande eguaglianza ed anche la grande libertà.
  La provvidenza sa ciò che essa fa, perché è quello il più grande degli ammaestramenti. Non vi possono essere che dei pensieri alti e profondi in tutti i cuori, quando un sublime spirito passa, maestoso, all’altra vita, quando uno di quegli esseri che si sono librati lungo tempo al disopra della folla colle ali visibili del genio, spiega ad un tratto quelle altre ali che non si vedono e sparisce nell’ignoto.
  No! non è l’ignoto! No, l’ho già detto in un’altra occasione dolorosa, e non mi stancherò di ripeterlo; no, non è la notte, è la luce! Non è la fine, è il principio! Non è il nulla è l’eternità! … E non è forse vero, dite, voi che mi ascoltate? Questi feretri dimostrano l’immortalità; in presenza di certi morti illustri s’intravede più distintamente il destino di questa intelligenza che passa sulla terra per soffrire e parificarsi (sic) e che si chiama l’uomo; e si pensa che è impossibile che coloro i quali furono dei genii in vita, non sieno delle anime dopo la morte!
    
  Giovanni Ioppolo, Emilio Zola. Studio critico. Estratto dall’Helios. Rivista letteraria di Castelvetrano anno VI, n. 2-3-4-5-6, Castelvetrano, Tip. Edit. L. S. Lentini, 1902.
  p. 10. Balzac e Flaubert erano diventati i suoi autori prediletti e frutto della loro influenza fu la Teresa Raquin, un romanzo psicologico a tinte forti, un po’ gonfio, un po’ esagerato nella dipintura dei caratteri, nelle descrizioni, nelle osservazioni.
  Balzac dovette essere il suo cattivo genio e Flaubert dovette poco valere a tirarlo sulla via diritta. […]
  Il Flaubert con Madame Bovary, L’Education sentimentale e Tentation de St. Antoine gli parve modello più adatto al suo intento che non il De Balzac che, suggestivo com’è, non è bene proporsi d’imitare.     
 
  Leroux-Cesbron, Echi parigini, «Cosmos Catholicus. Il Mondo Cattolico. Rivista Universale Illustrata», Roma, Anno IV, N. 7, 15 Aprile 1902, pp. 242-244.
  [Su: Paul Franche, Le Prêtre dans le roman français, Paris, Perrin, 1902].
  p. 244. Balzac sembra all’autore di quest’opera essere stato «dans la grande mêlée qui se prépare un eclaireur (sic) fantaisiste et volontaire il est vrai mais dont les services et les avertissements ne sont point à dedaigner (sic)» […].


  D. Levi-Morenos, La digeribilità e il valore nutritivo del pesce, «Il Piccolo», Trieste, Anno XXI, N. 7367, 14 Marzo 1902, p. 2.

  Dicesi che le popolazioni costiere ed i pescatori, ittiofagi per eccellenza, sono pure produttori di figli per eccellenza. Ma, disgraziatamente, si sa che anche i contadini mangiatori di polenta sono i grandi produttori della “carne da pellagra”. Balzac, lo spirito bizzarro, preten­deva che il regime alimentare a base di pesce, avesse virtù di far procrear fem­mine, quello a carne di macello fosse fa­vorevole alla procreazione dei maschi.

  Non vi è bisogno di confutare queste strane opinioni, che sono riflesso di quelle che corrono nel volgo, e non hanno alcun fondamento scientifico.


  Federico Loliée, L’uomo politico sulla scena e nel romanzo (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XII, Vol. XXII, N. 15, 23 marzo 1902, pp. 346-347.
  (1) Da un articolo di Federico Loliée, Revue Bleue, 8 marzo.
  p. 346. L’ultimo romanzo di Maurizio Barrès, Leurs Figures, […] che solleverà discussioni non meno appassionate dei due precedenti, Les Déracinés e L’appel au soldat, reca un importante contributo a quella specie di inchiesta sperimentale che i romanzieri e i commediografi dei nostri giorni vanno compiendo intorno ai costumi politici e sociale di oggidì. Questa letteratura veramente moderna, che va crescendo di giorno in giorno, ha avuto dei precursori nello Stendhal, nel Balzac, nel Feuillet e nelle belle e troppo dimenticate commedie politiche dello Scribe; ma mai come oggi la letteratura si è volta con tanta intensità a mettere in scena i protagonisti della lotta sociale.


  C.[esare] Lombroso, Nuovi studii sul genio. Volume II. Origine e natura dei genii di C. Lombroso (con 3 tavole e 6 figure nel testo), Milano-Palermo-Napoli, Remo Sandron Editore brevettato di S. M. il Re d’Italia, 1902.

Capitolo XIV.
I fenomeni contraddittori del genio, pp. 133-146.

  1. Statura e peso.
  pp. 134-135. Così egli [Havelock-Ellis, Nineteenth Century, 1898] annovera, fra gli eccessivamente adiposi, Victor Hugo, Rénan (sic), Sue, Maupassant, Flaubert, Gauthier (sic), Sarcey, Janin, A. Dumas, Saint Beuve (sic), Rossini, che non poteva vedere i propri piedi, tanto era grasso, Balzac, cui tre persone con le mani unite potevano appena contornare la cintura (1).
 
  (1) Talbott, The Humanitarian, 1898. [N.d.A.].


  Paola Lombroso, Terre vergini, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno VI, Numero 2046, 18 Agosto 1902, pp. 1-2.

  Dostoyewsky (sic) e Balzac che han creato opere magnifiche sono ineguali.

  L’opera di Balzac pare un giardino in cui c’è di tutto: piante, cespi, fiori, ma tutto pêle mêle; bisogna essere botanici per ritrovarvisi; è il cosmos ma il cosmos arruffatto senz’ordine.

  Questo carattere di tutta la sua opera – che comprende cose bellissime e cose impossibili – si riflette un po' anche in ciascuno dei suoi migliori romanzi in cui le diverse parti sono ineguali.


  Paola Lombroso, Il «riconoscimento» dei grandi uomini, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Centoduesimo della Raccolta, Volume CLXXXVI, Fascicolo 743, 1° dicembre 1902, pp. 492-498.
  p. 494. Così per la letteratura in Italia nella prima metà del secolo scorso non ci fu che il Manzoni a ricavare una gran fama ed un immediato successo dal suo libro; […].
  La stessa cosa si ripete in Francia: mentre il Balzac si dibatteva in mezzo ai debiti ed alle cambiali e Flaubert non riceveva dalle sue opere magistrali tanto da riparare alla meglio le breccie fatte alla sua fortuna, e Lamartine trascinava la vecchiaia nel bisogno – i Goncourt, Daudet e Zola son riusciti a far coi loro volumi delle vere e grosse fortune e sono arrivati alla celebrità relativamente giovani, e sempre in un tempo più vicino a noi raggiunsero la celebrità il Maupassant, il Rod, il Loti, il Rostand.

  Gian Pietro Lucini, La Licenza. Dialogo tra il Padre e la sua Creatura, in La Prima Ora della Academia, Milano-Napoli-Palermo, Remo Sandron, 1902, pp. 18-87.
  pp. 54-55.

Il Padre. 
 
  Quindi sconosciuto, ebbi amicizia con altri cari, che ignoravano la mia esistenza. […] Come me tutti costoro volevano vivere, vivere nella rinuncia o nel sogno, nell’azione o nella realtà; ma qualche cosa di migliore, di squisitamente umano e di moderno vibrava nella loro voce. Ascoltai Verlaine, trovatore di ritmi obliati, usciti dalle cose morte e dalle foglie ingiallite; Mallarmé che si intrattiene coi Fauni dei classici boschi, i quali rianimavano per lui il prodigio di esplicarsi e di fremere; Paul Adam, che scruta i misteri della Folla e non vi si sommerge, che intuisce la risoluzione del gran problema e che indulge all’azione selvaggia, dopo l’abnegazione del pensiero, il quale passeggia per lui sulle cime verginali dell’immacolata fraternità. […] Gautier mi trascinò pei labirinti passionali e la Maupin mi illuse colle brache gallonate del maschio […]. Le civiltà passate e tenebrose risorgevano con Flaubert, se pure la miseria del tempo positivo avesse colpito lo scrittore. Sant’Antonio rifletteva le credenze di tutta la terra e spiegava la Natura vivente, mentre il monumento, di aver così e sotto i simboli di una squisitissima letteratura proteso all’Europa i rapporti dell’Epoche, si coronava delle speculazioni tra l’antichità e la vita presente, facendo scaturire i contrasti e le simiglianze nell’idee e nell’esistenza, nelle cause e nelli effetti. Balzac, lo storiografo dell’anima e l’analista della società, mi si parava inanzi, gigante nell’epopea della «Comédie Humaine» […].

  Alberto Lumbroso, Scaramucce e Avvisaglie – Saggi storici e letterarî di un bibliofilo […]. Con una lettera di Alessandro D’Ancona, Frascati, Tipografia Tuscolana, 1902.
A chi legge.
  p. VII. «Les écrivains n’inventent jamais rien»[10]. Balzac. […].
  p. XI. Infatti, aveva dello stile, in Italia, il grande Goldoni? Ne aveva lo Scribe, il più grande autor comico del nostro secolo? Il Sardou c’insegna che fare del teatro, non è come fare del romanzo. Nel romanzo, su di una favola semplicissima, si possono scrivere I Promessi Sposi, il Père Goriot, l’Assommoir. […].
  pp. XIV-XVI. Lo ripetiamo; per saper fare una bella commedia, bisogna essere il Sardou, vale a dire avere il bernoccolo del teatro. Il Balzac che era un possente scrittore non ha mai potuto diventare un autore drammatico. E così si dica dello Zola. […].
  I plagiarî ed i loro troppo zelanti patrocinatori rispondono alteramente: I più ricchi hanno vissuto d’imprestiti. […].
  Ma coloro che per fare un lavoro che durerà quanto un articolo da giornale, ci vengono a dire per iscusare il loro plagio, che la Divina Commedia di Dante è il viaggio d’Ulisse nell’inferno, rifatto dal punto di vista cattolico […], è sfacciataggine stragrande, è orgoglio malinteso di pigmeo che calunnia, sfida il Genio e lo fischia.
  Quelli che si possono benissimo scusare sono, fatti i debiti confronti, quei fenomenali lavoratori e produttori come Euripide, Lope de Vega, Vittore Hugo, Dumas padre, Sue, Soulié, Balzac, Zola, Labiche, Sardou, le cui opere, per leggerle tutte, occorrerebbero anni. In così lussureggiante fecondità, come non trovare delle imitazioni servili, delle identità di soggetti, delle somiglianze di idee, di situazioni, di tipi?

Plagi, Imitazioni, Traduzioni, pp. 7-206.
  p. 18. Prima di venire al Garson, citiamo un altro delinquente della forbice: il dottor A. Cabanès, direttore della Chronique médicale. Questo signore ha pubblicato un volume sul Marat, un saggio sulla mania ambulatoria e sulla megalomania del Balzac (pieno di spropositi, come tutti gli scritti degli alienisti che si occupano di storia o di letteratura […]).
  p. 29. Non ha mai esistito un autore drammatico più accusato di plagio che Vittoriano Sardou. […] Théophile Gautier però ha accusato invece il Sardou di avere scritto la Maison neuve col César Birotteau del Balzac, salvo la scena del quarto atto, quella del cadavere, che sarebbe stata presa dai Mémoires, di Canler. Ma questo è un intreccio da romanzo d’appendice! […].
  p. 130. Nella poesia LVI, a pag. 247 (e non 243 com’è stampato nell’edizione del 1894), verso 6° (Davanti una Cattedrale) chiama il poeta [G. Carducci] Domi azzurri le volte del cielo, con metafora che in francese non è rara. Il Balzac parla del «beau ciel d’Espagne» che «étendait un dôme d’azur au-dessus de sa tête»[11]. Vero è, osserva il Carducci, che per i francesi dôme è la cupola, ma e per noi la cupola è parte del dòmo.

Contro le teorie antimilitariste della scuola lombrosiana. I., pp. 512-514.
  Hugues Rebell, autore de La France qui a connu l’Empereur e di molti scritti storici, critici, letterarî, mi ha cortesemente concesso, con una sua lettera del 1901, di riprodurre un brano della Préface da lui anteposta all’edizione illustrata Borel di quel capolavoro del Balzac che è La Rabouilleuse.
  Questo brano studia in modo veramente serio e ponderato alcuni lati del problema del militarismo. Si trova a pag. V-VI della citata edizione (Collection Chrysanthème, Paris, 1900, imprimerie Gasché):
  «Victime et bourreau , martyr humble et sanguinaire, ainsi Alfred de Vigny caractérise le soldat. L’auteur de Servitude et Grandeur militaires le connaissait bien ; il avait eu, dans ses loisirs forcés de garnison, le temps de s’étudier lui-même et d’observer ses camarades.
  Le soldat vit entre le dévouement et la cruauté. Il est tenu de développer en lui les instincts barbares, à mesure qu’il redevient un homme primitif, brutal, capable de tuer, il abdique sa personnalité, il livre cette force qu’il vient d’acquérir, il se fait volontairement esclave en vue d’une gloire collective et d’un honneur individuel. Culture et sacrifice splendides, mais qui n’ont de valeur qu’autant que le soldat ne sort pas de l’armée. Balzac a lancé les siens dans la vie civile. Que vont-ils devenir? D’abord le type égoïste, Philippe Bridau, l’homme qui a surtout développé en lui la force. Une fois délivrée de la discipline militaire, son existence court désordonnée ; son ardeur, qui ne sait plus où se dépenser, s’épuise dans la débouche; son sang-froid et sa bravoure de combattant se tournent en indifférence, en audace criminelles; même sa fidélité à l’Empire n’est plus bientôt qu’un cabotinage. Une existence humaine n’a pas de valeur pour lui. Il tue son rival, il se débarrasse de sa femme sans éprouver le moindre remords. Il se croit toujours en guerre au milieu d’ennemis. Un autre soldat de l’Empire, le baron Hulot, se contente de voler l’administration, par souvenir, sans doute, des rapines et des exactions en pays conquis. Balzac ici, n’a rien inventé. La Rabouilleuse et la Cousine Bette parurent entre deux procès militaires de corruption et d’escroquerie, le procès du général de Brossard et le procès du général Cubières.
  A côté des criminels, voici les soldats loyaux et bons, les hommes du dévouement, de l’obéissance passive, de l’honneur, le général de Monriveau (sic), le colonel Chabert. Énergiques, habiles, intelligents, ils n’en sont pas moins dupés. Monriveau devient la proie d’une coquette. Chabert, par fausse délicatesse, par un culte exagéré de l’honneur, se laisse voler par sa misérable femme et finit dans un hospice où elle l’a fait enfermer. Ils acceptent les maux et les injustices du monde, comme, au service, ils ont accepté les reproches parfois immérités de leurs supérieurs. Ils ne luttent point contre la destinée; ils s’y soumettent, et, sans murmure, se laissent briser par elle. «Que voulez-vous! s’écrie le colonel Chabert en faisant allusion à la mort de l’Empereur, notre soleil s’est couché, nous avons tous froid maintenant». Cette inaptitude des bons et des mauvais soldats à se rendre utiles dans la vie civile peut paraître, à première vue, un argument contre la guerre et contre l’armée. Il ne faut pourtant pas s’y tromper; Balzac connaissait trop l’humanité pour croire à une pacification que rève (sic) volontiers notre esprit, mais que repoussent nos instincts. Et ses livres ne le contredisent point. Montrer que les hommes sont destinés à une fonction unique, qu’en s’y dérobant ils compromettent leur existence et la société, n’est-ce pas, en effet, légitimer cette fonction et laisser voir l’importance que lui a donné la nature?
  En lisant Le colonel Chabert, la Duchesse de Langeais, le Médecin de campagne, la Rabouilleuese, tous ces récits épiques où revivent les héros du premier Empire, nous comprendrons que les guerres de Napoléon, loin d’être funestes à la France, la sauvèrent. Elles l’ont guérie de la mollesse et de la fièvre, arrachée à cette inaction bavarde, affairée, vaniteuse où elle s’abimait. Elles lui ont rendu les vieilles énergies des premiers peuples et inspiré de nouvelles vertus.

«Hugues Rebell».

  Dino Mantovani, Emilio Zola, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXVI, N. 271, 30 Settembre 1902, p. 2.
  Più ardimentoso ancora del Balzac, il quale nella sua Comédie humaine pensava di raffigurare tutte le possibili condizioni della vita civile, lo Zola avrebbe voluto raffigurare tutto l’universo, tutta la vita, tutta la realtà del mondo in un’opera sola, che fosse «come un’arca immensa». Gli mancò la potenza di concentrazione del Flaubert, gli mancò la varietà d’immaginazione del Balzac; diffuse la sua pittura in quadri troppo minuti, in descrizioni meccanicamente analitiche, tali che un bottone e un occhio vi hanno la stessa importanza; rimase confitto in un’idea di romanzo immutabile, per cui tutti i suoi romanzi parvero tagliati sopra un unico stampo […].


  Giulio Marchetti Ferrante, Sagasta intimo […], «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVII, Num. 252, 25-26 Agosto 1902, p. 1.

  Quando giunge un membro del gabinetto o un personaggio di quelli che si suppone «tengano am­bo le chiavi», un mormorio rispettoso, un succedersi d’inchini e di saluti agita i gruppi dei po­stulanti, i cui numerosi e disparati desideri dipingono sui differenti volti una varietà di sentimenti, di ansietà, di speranze, di cupidigie, degna di uno scrutatore di passioni umane quale Balzac.


  Tullo Massarani, Storia e fisiologia dell’arte di ridere. Favola – Fiaba – Commedia – Satira – Novella – Prosa e Poesia umoristica. Volume Terzo. Nel mondo moderno, Milano, Ulrico Hoepli Editore – Libraio della Real Casa, 1902.
  pp. 287-291. Ma dov’era a que’ giorni, mi chiederete, il romanzo composto non tanto per l’imaginazione, quanto per il cuore, quella pittura dei caratteri e dei costumi del tempo, che forma il tema più consueto e più legittimo del novellare? Vedete labile la reputazione degli scrittori! Un nome, il quale di sé riempiva, sessant’anni or sono, i due mondi, come adesso quello di Emilio Zola, bisogna, al dì d’oggi, essere un tantino della geldra letteraria a citarlo: Onorato de Balzac.
  Chi di voi non ha letto Il Salotto della Contessa Maffei? Ivi è un capitolo, d’onde si vede chiaro quanto nel ’37 quel nome fosse noto e familiare in Italia, nonostante le barriere da cui eravamo cinti; ivi sono anche pensieri e lettere, che dell’uomo fanno indovinare un profilo; egli è un vagheggione, un tendre, come direbbe il Maupassant, un corteggiatore di dame; e, con tutto il suo atteggiarsi a filosofo stoico od a monaco, uno assai vago di comparire. Ma lì non c’è l’uomo intiero: quello spirito inquieto ch’egli era, non pago altrimenti di addirsi a un cómpito letterario, anzi vago di mescolarsi di tutto quanto fin d’allora agitasse il mondo, e massime il suo paese: movimento delle scienze materiali, sociologia, politica, affari, anche e soprattutto affari.
  Non è uomo il Balzac da contentarsi di briciole del poema della vita; egli per il primo ha l’ardimento di affermare che i suoi lavori formano riuniti un ciclo, ed è superbo abbastanza da intitolare questo ciclo La Commedia umana, come se commedia umana non fosse tutta quanta la letteratura romanzesca insieme presa. Ma passi: egli di certo molte e potenti scene ne ha date. Si fosse fermato lì: se non che, egli vuol ascendere fino a un concetto generale della vita cosmica; forse s’incontra con le più recenti congetture della scienza, imaginando unica la materia, e produttrice di tutti i fenomeni, luce, calore, moto, suono, elettricità, magnetismo, e considerando come un fenomeno della stessa natura anche il pensiero. Però non gli basta: una maggiore tensione delle medesime forze naturali gli sembra poter generare fenomeni che eccedano le percezioni ordinarie dei sensi, e produrre quegli intuiti anormali, quelle chiaroveggenze, delle quali lo Swedenborg non si è peritato di erigere e quasi di codificare la dottrina. Or lui, il romanziere, con Seraphita (sic) e con Louis Lambert, due creazioni sue, si sforza di dar rincalzo alle teorie del visionario svedese; ma che ciò possa essere con molta soddisfazione di quei lettori che non siano neofiti, non oserei affermare.
  Meglio quando egli scende a terra, e si applica a descrivere, più patologo che fisiologo com’egli è, quella triplice febbre, della cupidità, dell’ambizione e del piacere, che strugge fino all’ossa la società moderna.
  Egli ha principiato col togliere a esaminare quella che si può dir esserne la colonna vertebrale, il matrimonio, nella sua famosa Phisiologie (sic) alla quale ha avuto forse impulso ed esempio dalla Phisiologie de l’amour dello Stendhal. Ma, dove questi si contenta di ricordare con tenerezza ogni sperimento di affetti soavi, che gli sia occorso di fare ne’ bei sette anni giovanili passati a Milano, e di descrivere ogni fase di ciò ch’egli chiama la cristallizzazione dell’amore (intendi quel fenomeno per cui si agglomerano sul nome della persona amata, e lo fanno ineffabilmente risplendere, tutte le impressioni, le reminiscenze, le concomitanze che esso suscita in cuore), il Balzac s’è dato invece a investigare e a raccogliere tutte le traccie delle menzogne convenzionali, per cui il matrimonio, ai nostri padri romani così sacro, l’istituto che era per loro consortium totius vita, divini atque humani juris communicatio, s’accosta troppo spesso invece alla cinica definizione datane da un altro gran pessimista, Federico Moja; dal quale io lo ho udito letteralmente chiamare: «lo stupro violento, temperato dall’adulterio».
  Né gli altri istituti della società moderna trovano presso il Balzac maggiore indulgenza: non la monarchia costituzionale, inceppata da pastoje, che, secondo a lui sembra, le tolgono di poter fare il bene e non le impediscono di fare il male; non un’amministrazione meticulosa e fiscalissima, semenzajo d’ufficj superflui, dove migliaja d’uomini incretiniscono nel mestiere di seccare il prossimo; non la Borsa e la Banca, che gli pajono create per suscitar tentazioni alle coscienze dubbie, e per tender tranelli alla gente onesta.
  Degli innumerevoli suoi personaggi uno solo si può dire un tipo di abnegazione e di bontà perfetta, ed è una fanciulla, Eugenia Grandet; ma non la colloca egli altrimenti a Parigi, anzi nella più romita delle provincie, in una casa d’avaro, che pare addirittura quella del tedio e della miseria. Ella valorosamente combatte contro il padre e contro tutti, per soccorrere un cugino povero che parte, in cerca di fortuna, per le Indie. Se non che, quando costui ritorna, ambizioso e cupido, si dimentica affatto di lei, per contrarre un matrimonio d’interesse. Ella intanto, sopravvissuta al padre e ricchissima, profonde tesori per salvare l’onore dell’immemore, e muore senz’altro conforto che d’aver fatto del bene.
  Percorrere l’immensa gamma della Comédie humaine senza poterne discutere a fondo, sarebbe incespicare in una vuota enumerazione, della quale non mi voglio render colpevole. Ricorderò di tante invenzioni, una sola eminente, Vautrin, l’incarnazione del delitto; e un’altra, da molti obbliata, per ciò che mi pare di scoprirvi una delle radici di quel superuomo che infesta il romanzo contemporaneo. È l’Histoire des Treize: una sorta di Sacra Wehme fra giovanotti elegantissimi dell’alta società, che hanno giurato di non perdonare alcuna offesa, neppur di donna, che fosse per essere recata al loro orgoglio. E costoro, a una marchesa ricchissima e bellissima, che con uno di cotesti intangibili ha un poco giocato alla Celimene, tendono un agguato, la trascinano all’inesorabile tribunale, e la condannano ad avere la fronte candidissima solcata da un ferro rovente. Io, da che lessi, giovanetto ancora, cotesta Novella, persuaso, secondo il proverbio indiano, che la donna non sia da battere neppure con un fiore, pigliai ad avere potentemente in uggia i superuomini: e confesso di averceli ancora.
  Le lucubrazioni però del Balzac dovevano piacere e piacquero agli ingegni vaghi del meditare, anche leggendo romanzi; ma, per quanto non vi mancasse lo spolvero dell’arguzia, troppo erano infarcite di politica, di statistica e persino d’economia pubblica, da piacere a tutti. I buongustai, amici della Novella d’antico stampo, che diverte per la singolarità della favola, per la curiosità di costumi antichi o stranieri, e massime per le grazie dello stile, si dilettarono dei racconti di Carlo Nodier, uno di quei geniali poligrafi alla maniera del nostro Camerini, così ben descritti dal Sainte-Beuve […].
  pp. 292-294. Ma erano scrittori questi [Nodier e Mérimée], più che non fosse il Balzac, fatti per la comune dei lettori; meno che mai per una moltitudine di gente, laboriosa in tutti i giorni feriali, e scapata soltanto alla domenica, moltitudine di bottegaj, di commessi viaggiatori, di piccoli reddituarii, di piccoli professionisti, che, quando legge, vuol fare le grasse risa e niente di più. A costoro pensò Paolo de Kock […]. […].
  Chi volle andare più a fondo nella notomia degli animi umani, e insieme compiacersi di squisitezze letterarie e di visioni d’innovazione sociale, diede per continuatore al Balzac Giorgio Sand; stilista assai più perfetto, fantasia più giovane e più ardente, e donna in tutte le manifestazioni del suo genio; ma donna in balìa degli istinti, e profondamente persuasa che questi siano unica legge a sé stessi. […].
  Ella, del resto, conosce ritrosie di una singolare delicatezza; ella rimprovera al Balzac, come una sconcia invenzione, quella sua di una moglie, che, disamando il marito, gli fa copia di sé pei proprii fini. Le sue eroine poi, sono ben lungi dallo impersonare eccessi di sensualità; Indiana, Lelia, Valentina, Consuelo, ondeggiano in un mare di visioni, cui non trovano mai un riscontro compiuto ne’ loro amanti: esse sono assai più fatte per metterli alla disperazione, che non per appagarne le brame. […].
  p. 299. Fra gli altri romanza tori emerge Gustavo Flaubert […]: con Madame Bovary egli continua quell’analisi pessimista della società di provincia, che aveva iniziata il Balzac […].
  p. 376. Lo Scribe, non bisogna dimenticarlo, aveva dinanzi quella società piccina dei tempi di Luigi Filippo, il re del parapioggia, alla quale, primeggiandovi il volgare danaro, senza però che fosse ancora arrivato alle audacie epiche degli eroi borsisti del Balzac, era inutile chiedere grandi virtù, e neppure grandi passioni […]. […].
  pp. 378-380. Fu verso il Quarantotto – chi lo crederebbe? – che comparvero sulla scena il Balzac col Mercadet, e, con quelle sue cosine squisite, i Proverbi in un atto, Alfredo De Musset: due fior d’aristocrati, l’uno per l’amor dell’arte, l’altro per libidine di potere, venuti a galla in pieno rigoglio di spiriti democratici. Ma il doppio fenomeno si spiega. Negli ultimi anni del regno di Luigi Filippo la cupidigia febbrile dell’oro aveva invaso fino gli strati più alti, e provocàtivi scandali che non contribuirono poco a mandare in isfacelo la monarchia. Turcaret era rivissuto nel mondo, doveva dunque rivivere sul teatro; e vi s’incarnò in Mercadet, ma vantando in paragone del predecessore una disinvoltura, un cinismo, una sfrontatezza nello speculare anche sugli affetti domestici, quali non poteva instillargli che l’autore del barone di Nucingen e del vecchio Grandet.
  D’altra parte, il disgusto, lo schifo inspirato da un ambiente di venalità, di corruttela, di simonia così smaccate, anche se rivestite di una cert’aria di giovialità, era fatale che finisse con nauseare la gente per bene, con metterle addosso una grande impazienza d’uscire dal brago, di salire, per amor dei contrarii, a un’atmosfera tutta fragrante di buoni olezzi. Or dove mai avrebbe trovato codesto manipolo di che soddisfarsi, meglio che in quei piccoli capolavori del De Musset, in quel dialogo musicale a mezze voci, in quei sorrisi soffocati nell’ermellino delle duchesse, in quelle galanterie inzuccherate e profumate di rosa e di vainiglia, come confetti in una bomboniera del Settecento? […].
  Se non che, queste distrazioni potevano bene durare un tanto, ed anche ricomparire tratto tratto per concedere alla fine fleur, nojata dell’andazzo quotidiano, un po’ di respiro: non potevano altrimenti adempiere quella funzione principale del Teatro, che è di specchiare, non senza i proprii commenti, il mondo contemporaneo. Quanto all’imagine offertane dal Balzac, esso lo infoscava tanto, da renderlo non solamente odioso, ma da farlo altresì giudicare poco meglio che immedicabile. Era mestieri dunque di taluno, che, pur senza ripudiare la triste verità, sapesse aprire agli animi un qualche spiraglio verso un’atmosfera meno impura. E la Francia s’imbattè per fortuna in un forte ingegno [E. Augier], in un uomo onesto, che si tolse l’ufficio non lieve di storiografo insieme e di commentatore. […].
  pp. 437-438. Breton de los Herréros, noto in un piccolo villaggio della Navarra, è per converso tutto acceso di vivacità francese; e’ si lancia allegramente nella commedia: festivo e pieno di Sali, poco si cura dell’intreccio, ama dipingere le donne alla Balzac, civettuole anzi che no capricciose, esempio quella sua Marcela, che tiene a guinzaglio tre spasimanti, e finisce con piantarli in asso tutti e tre […].


  Guido Mazzoni, Emilio Zola, «Rivista d’Italia», Roma, Anno V, Fascicolo X, Ottobre 1902, pp. 596-603.

 

  p. 597. Togliete via lo Zola dalla storia del romanzo moderno francese, e vi resterà difficilmente spiegabile il passaggio dal nonno Balzac a questi suoi ultimi più o meno degeneri nipotini; togliete via lo Zola dalla letteratura del secolo XIX, e fate il conto di quanto verrete con ciò a togliere ai posteri di curiose testimonianze sul vivere francese negli ultimi anni dell’Impero restaurato e nei primi della Repubblica.

  p. 599. Il Balzac, dal quale credè di procedere quasi intieramente, ha troppo minore somiglianza con lui che egli non si avvedesse. Eppure lo Zola si confessava poeta, di tal nome si compiaceva, e poeta era per l’anima delle sue figurazioni: ciò sarebbe bastato a metterlo in guardia. Nell’Assommoir non è davvero il Balzac che può dare tutti i riscontri necessari a spiegarne l’origine, e converrà risalire a quella parte degli odiati Romantici che analizzò la vita popolare con un senso di pietà che parve crudele, perché era profonda, come la piaga del chirurgo che scarnifica fino alla carie. Nella Débâcle tanto meno è il Balzac, nè il padre del Balzac, lo Stendhal, col suo Waterloo; ma proprio l’Hugo dei Misérables col Waterloo suo, e il Tolstoi, che tanto ha sentito l’Hugo, furono maestri allo Zola descrittore di Sédan.


  Giorgio McLean Harper, La fama di Victor Hugo (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XII, Vol. XXII, N. 11, 23 febbraio 1902, pp. 247-249.
  (1) Da un articolo di Giorgio McLean Harper, The Atlantic Monthly, febbraio.
  p. 248. Molti hanno insinuato che l’atteggiamento di freddezza e quasi di ostilità del Sainte-Beuve dipendesse da invidia e gelosia. Ma chi conosce la vita del Sainte-Beuve e sa come egli fosse tutto imbevuto di cultura classica e il suo gusto si fosse modellato sempre sui classici, potrà comprendere facilmente che egli era sincero, non animato da motivi ignobili, quando affermava di non poter ammirare l’arte di Victor Hugo. Se per questo motivo egli si mostrò contrario perfino all’arte di Balzac, tanto più doveva sentirsi avverso a quella di Victor Hugo, che rappresentava più specialmente l’insurrezione romantica contro l’arte classica.

  Guido Menasci, La Pescara e il suo novelliere, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXIX, N. 28, 13 Luglio 1902, pp. 37-38.
  [Su: G. D’Annunzio, Novelle della Pescara].
  p. 37. Questa letteratura paesana l’ha creata un genio: Balzac, plasmando la materia della vita, insieme col pugno possente e con la delicata carezza delle dita. Flaubert e Maupassant hanno seguito il maestro di poi, staccandosi per vie proprie dalla via ampia segnata dal suo gesto.


  Neera [Anna Zuccari Radius], Una passione. Romanzo, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Novantasettesimo della Raccolta, Volume CLXXXI, Fascicolo 722, 16 gennaio 1902, pp. 193-212; Volume CLXXXII, Fascicolo 726, 16 marzo 1902, pp. 233-257.
  p. 195.
  I.
  Una nebbiolina leggiera venendo su dal Naviglio e unendosi alla umidità dei giardini gli dava quella sensazione profonda, di una dolcezza voluttuosa, che difficilmente intendono coloro che a Milano non sono nati. […].
  – Su queste pietre camminarono Ugo Foscolo e Parini. Come noi essi vissero in una notte d’inverno pari a questa, fra queste case velate. Qui venivano a passeggiare due stranieri grandi ammiratori di Milano: Stendhal e Balzac. Balzac, lontano, invidiava ancora l’amico che poteva aggirarsi lungo il marciapiedi di questo bel Corso dove abitava la donna amata … […]
XVI.
Il tempo si guasta.
  pp. 238-239. [Lilia a Ippolito]. È venuto il tempo di rovistare nella biblioteca. Sapessi quanto libri ho trovato di Balzac, di Chateaubriand, di Musset, tutti autori che conoscevo di nome, ma dei quali non avevo mai letta una sola parola.


  Nemi [La Redazione], Tra libri e riviste, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Centesimo della Raccolta, Volume CLXXXIV, Fascicolo 735, 1° agosto 1902, pp. 556-570.
  p. 570. Il Times di New York ci racconta di una condanna di immoralità inflitta a Balzac dai giurati di Chicago. Il fatto sarebbe andato nel modo seguente:
  Una signora di Chicago, certa Mrs. Mary A. Jerome, aveva sottoscritto un abbonamento ad una costosa edizione rilegata, in molti volumi, della Comédie Humaine, avendole il venditore assicurato che quei libri erano pienamente adatti per l’educazione dei figli adolescenti. Quando i libri furono arrivati, Mrs. Jerome, da prudente madre di famiglia, ne cominciò essa stessa la lettura, prima di metterli fra le mani del marito e dei figli. Il primo volume le destò sospetto, il secondo allarme, il terzo orrore e il quarto la indusse a scrivere una lettera furibonda al venditore, concludendo recisamente: «Portateveli via! Portateveli via!» Per tutta risposta Mrs. Jerome si vide arrivare il conto presto seguito da un secondo e quindi da un terzo, e quando la irritata signora dichiarò che non avrebbe mai pagato ciò che non aveva ordinato, e che non intendeva di accettare, il caso fu portato in tribunale, innanzi al giudice Jonas Hutchinson e ai giurati. I quali, dopo avere ascoltate le parti, e letti certi passi che avevano urtato la suscettibilità di Mrs. Jerome, decisero che la risoluzione del contratto da parte di lei era pienamente giustificata e che l’editore avrebbe dovuto riprendersi i suoi scandalosi libri.


  Nemi [La Redazione], Tra libri e riviste. Un benefattore, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Centoduesimo della Raccolta, Volume CLXXXVI, Fascicolo 735, 16 dicembre 1902, pp. 742-743.
  p. 743. [A proposito del lascito testamentario del collezionista Auguste Dutuit; Georges Cain ne dà conto nella rivista Les Arts].

  «Lo spettacolo che ci era riservato doveva sorpassare tutte le nostre previsioni. Immaginate l’interno di Cousin Pons. Ancora una volta Balzac era stato il grande indovino e che quadro ci avrebbe lasciato di questa indimenticabile visione!».

  

  Nemi [La Redazione], Tra libri e riviste. Zola, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Centunesimo della Raccolta, Volume CLXXXV, Fascicolo 739, 1° ottobre 1902, pp. 552-553.

  p. 552. Zola era una tempra di maestro, di creatore; Hugo e Balzac non potevano più accontentarlo pienamente, quantunque egli si riferisse a quest’ultimo, il quale amava chiamarsi «docteur ès sciences humaines».


  Alfredo Niceforo, Una forma moderna di brigantaggio. “Il giornalismo”, «Il Socialismo. Rivista quindicinale diretta da Enrico Ferri», Roma, Anno I, n. 8, 10 giugno 1902, pp. 116-118.
  p. 116. La civiltà borghese odierna – a tipo di frode – ha trasformato l’omicida e il brigante […] nel truffatore, nel falsario, nel fabbricante di chantages; e la penna del giornalista d’oggi è sovente la traduzione moderna del pugnale di ieri. […]. Balzac, nelle sue profonde Illusions perdues, fa passare come su un cinematografo del vizio, una banda di giornalisti che ruba, ricatta, uccide, corrompe per mezzo dei suoi articoli di giornale. Sarebbe bene che la sociologia criminale di oggi, dopo avere raccolto i fatti vivi e palpitanti della vita intera, portasse la sua analisi serena là dove il genio dell’artista aveva gettato il primo e scintillante raggio di luce investigatrice.


  [Nix.], Varietà della cronaca internazionale. […] Militarismo americano alle Filippine […], «Il Socialismo. Rivista quindicinale diretta da Enrico Ferri», Roma, Anno I, n. 3, 25 marzo 1902, pp. 47-48.  p. 48.

  E che la vita militare porti la degenerazione dell’uomo (anche Balzac che era un codino in politica, diceva che i militari di professione sono insopportabili nella vita civile perché si credono sempre sul campo di battaglia) ce lo mostrano i regali che gli Americani, liberatori, dispensano ai Filippini dopo averli liberati dal doppio giogo del militarismo e del clericalismo spagnuoli.


  Nix., Varietà della cronaca internazionale. […] Erede al trono, imperatore e accademie contro Tolstoi e Gorki […], «Il Socialismo. Rivista quindicinale diretta da Enrico Ferri», Roma, Anno I, n. 10, 10 luglio 1902, pp. 159-160.  p. 160.

  Queste Accademie – siano esse a Praga [come nel caso di Tolstoi, il cui nome fu cancellato dalla lista dei membri onorari] o sotto i tropici, sono tutte della stessa razza. Vi si rifugia l’ignoranza, la testardaggine e la viltà. È una selezione a rovescio. L’Accademia degl’Immortali a Parigi, che rifiutò Flaubert, Balzac, Zola, e che fece aspettare Victor Hugo, è racimolata nelle alcove della aristocrazia clericale e monarchica […].


  Nix., Varietà di arte e scienza. L’arte pudica: Balzac, Zola e la Sacra Bibbia […], «Il Socialismo. Rivista quindicinale diretta da Enrico Ferri», Roma, Anno I, n. 18, 10 novembre 1902, pp. 297-298.  
  p. 297. Chi avrebbe mai pensato che Onorato di Balzac, il grande Balzac, così timorato di Dio, di Luigi XVIII, dei Cosacchi russi e della Santa Alleanza, fosse uno sporcaccione? Cari miei, non sembra vero, ma è proprio così. Balzac è uno sporcaccione della peggior risma, e a ragione di ciò, eccoti il tribunale di Chicago che ne dichiara immorali e «oscene» le opere: eccoti il signor Cuir, di Parigi – che per lo meno deve essere un decorato delle palme accademiche – il quale prepara una edizione castrata di Balzac per le anime candide: ed eccoti ancora la pudibonda Albione, che dopo essersi mangiata cannibalescamente i bambini boeri nei campi di concentrazione, proibisce, per oscenità, non solo la traduzione inglese di Germinal e della Terra di Zola, ma anche di una mezza dozzina di romanzi di Balzac. Io pagherei davvero una somma per vedere il muso che fanno questi pii Americani e Inglesi quando leggono, con animo contrito, qualche capitolo poco pulito della Sacra Bibbia […]. Non parlo poi di quei Francesi pudibondi che appartengono alla categoria del signor Cuir, presunto ufficiale dell’Accademia. Dove diavolo, infatti, trovare porcherie più belle e più artistiche di quelle che ci condisce, a getto continuo, la più grande parte dell’arte borghese e aristocratica di Parigi e provincia? L’adulterio, la mezza vergine, lo stupro, la poligamia, sono i soggetti più naturali del suo romanzo e delle sue novelle non escluse le pie e ipocrite composizioni di quel grande sagrestano del romanzo francese che si chiama Paul Bourget.

  Paolo Orano, Psicologia sociale, Bari, Giuseppe Laterza e Figli, Tipografi Editori, 1902.
  pp. 36-41. Sicchè sarebbe inutile andare a cercare una dottrina psicologica della società in epoche nelle quali non può essere, mentre è non disutile – sono io il primo a convenirne – cercare nell’arte somma, quella degli storici senza pretenzione di filosofia, come Erodoto e Tucidide e Livio, nei poeti e negli analitici sovrani, come lo Shakespeare, Victor Hugo, il Manzoni, il Balzac, il Goethe, rappresentazioni verissime della vita della folla, senza stimarli e dirli per questo, ripeto, psicologi sociali, il che non significando nulla oggi è quella bestialità cui accennavo, detto per le epoche anteriori a questa nostra in cui esiste una dottrina scientifica positiva della società. Negli scrittori nei quali l’energia rappresentativa è grande lo studioso saprà incontrare verità indiscutibili.
  Non è il caso di ripetere quanto sia perfetto nei Promessi Sposi Alessandro Manzoni laddove descrive la sommossa popolare. […] Al Manzoni va pari Victor Hugo, analizzatore ultrapotente della folla, lo scienziato del gergo plebeo e criminale, il padrone del segreto storico, onde si fanno le rivoluzioni, l’intuitore sovrano della fenomenia sociale […].
  Ma né il Manzoni né Victor Hugo sono nella storia di questa rappresentata anima della folla quello che vi è Honoré de Balzac. A parte la folla di attori che, positivamente interpretati, si muovono con realtà di esistenza nell’opera balzachiana, credo tremila, se non li passano; si può oggi dire con tutta severità che il creatore del romanzo moderno sia il primo ad interpretare su larga scala la vita sociale ed a farne l’analisi per classi. Nel Balzac è principalmente la spontanea sapienza di capire i moventi sociali degli atti individuali. Il Balzac sebbene scriva, di quando in quando, le sue pagine magistrali di filosofia sui più svariati argomenti – in maniera che, a metterle insieme ci sarebbe da comporre un volume prezioso per le menti superiori – non è un dottrinario, essendo un vero artista. Tuttavia alcuni concetti dominano entro i suoi libri, primo fra i quali il concetto che l’uomo riceve gli impulsi alle azioni in cui si rende caratteristica la sua personalità dalla classe sociale donde esce e tale sua personalità vien completata dalle diverse coefficienze di ambiente in cui s’incontrerà via via.
  Questo sovrano descrittore della società francese della prima metà del secolo decimo nono non mentisce mai alla formula del suo sapere e dipinge e fa vivere gli individui come parti non solo, ma riproduzioni e riduzioni della sezione di umanità da cui escono. Sarebbe, dunque, un bello sproposito dire che Honoré de Balzac è un sociologo. Accettiamo per un istante la definizione, aggiungendo che lo è senza saperlo. I suoi personaggi sono sempre nella società, membra di un organismo che l’autore vede vivere tutto insieme. La società varia e mutata nelle epoche e nei paesi è il contenente, la determinante delle forme individue. Alla fine di un romanzo balzachiano non potrete non accorgervi che ci resta meglio la percezione di una zolla sociale che di una creazione artistica individuale. Solo, autoctono, libero, metafisico il personaggio balzachiano non è mai. Questi ha, con variazioni individuali, spiegato dall’ambiente anche se straordinario, i vizi, le energie, le malattie, le idiosincrasie, gli ideali, le sciagure della sua parte di società. Per questo il Balzac non vi dice soltanto il numero della porta di casa e la rendita e la statura e la smorfia dei suoi personaggi, ma vi informa infallibilmente sulla loro origine e vi racconta la storia documentata, medica e poliziesca, come un cronista o un fisiopatologo degli (sic) Annales médico-psychologiques, dei genitori e le loro intime qualità e tendenze. Un personaggio del Balzac si muove accompagnato, seguito, quasi spinto dalle generazioni che lo hanno preceduto e da quella di cui è partecipe. Intorno a lui lo stile delle case, il numero delle vie, la febbre del lavoro, la folla che va, i vestiti, la moda della barba, dei capelli, dei gioielli, delle vetture, il senso della vita, il colore delle cose, i gesti, il ritmo di ogni movimento vivono, si agitano come legati da tanti fili con il personaggio che pensa, che agisce e che parla sul quadro del romanzo. E la voce di lui è la voce degli avi, indebolita, ingagliardita, invigliacchita dal vizio o resa audace dalla fortuna, voce che è indice della energia e del turbamento latente, esponente significativo della funzione che nella propria famiglia e poi nella stirpe e nella razza e nel popolo e nell’epoca il singolo individuo compie.
  Il grande discepolo, maestro oramai con cui non ha coraggio di gareggiare alcuno, a quel che sembra, è lo Zola, psicologo della folla per deciso intendimento analitico di metodo, artista tecnico nella descrizione e scienziato senza pecca nella più stupenda diagnosi che dei mali sociali delle classi operaie si sia fatto nel secolo decimo nono. […] Del Balzac egli è più monotono, perché ha tempra più tenace di minuto osservatore e riproduttore; è meno filosofo e più tecnico. Continuandolo, ne esagera insieme una attitudine e ne dimostra trionfalmente la efficacia meravigliosa del metodo. Il Balzac vi fa sentire la folla, ve la fa vivere a poco a poco, gruppo a gruppo, quasi individuo a individuo. Lo Zola ve ne spalanca dinanzi le piazze gremite e i tumultuanti. Il primo è più artista, nel senso che ha la qualità sovrana di esprimere il pensiero più complicato con una frase, frasi che acquistano l’eternità della fortuna. Il secondo è più scienziato, più sistematico, e si rivela dominato dal bisogno di descrivere tutto sempre da capo a fondo, miniando con tocchi forti, netti, ma minuti e dal convincimento che soltanto facendo così l’arduo compito dell’arte sia esaurito. Honoré de Balzac esprime esuberatamente tutte le qualità del grandissimo scrittore. Vi sono scrittori nella collezione balzachiana che si potrebbero dar sulle scene così come sono. Il Balzac è tragico quanto lo Shakespeare, lirico come lo Shelley senza ostentazioni, versando spedito, disinvolto dalla inesauribile cornucopia del suo genio insieme i tesori più rari di tutte le arti e le più vivide rivelazioni della scienza.
  Vario, agile, multiforme, vibrante di sapere originale, le sue pagine non hanno ozii di forma; in esse l’autore non sta a contemplare sé medesimo e gli uomini, le pene, le folle, il dramma, la commedia, il delitto, il sublime, l’universale, lo sguaiato, il martirio, le prosa e la poesia della vita, passano con l’inquietudine spesso torbida, di una società complessa. Di quella materia di annali d’un quarantennio di esistenza francese che sono i volumi del Balzac lo Zola tratta una parte sola. Ma è degno discepolo, continuatore stupendo … Al Balzac ed allo Zola si deve in realtà se il criterio sociologico consistente nell’enunciato che, per capire l’individuo, sia necessario studiare la società donde esso esce e in cui vive, ha trionfato. È forse il solo grande servizio che la letteratura ha reso alla scienza ed è una vera benefica cooperazione, possibile solo con la forza prepotente di quelle due penne. Dopo di loro nel romanzo il lettore vuol sentire attorno al protagonista palpitare la vita collettiva e di questa è nel desiderio universale conoscere le profondità inesplorate, i misteriosi segreti del delitto e della rivoluzione, del misticismo, dell’idealismo socialista ad illuminare i quali la scienza di cento anni oramai si affanna con attenzione continua e passione sublime.
  L’arte, dunque, è pervasa dal gusto di fare ora una psicologia collettiva, di cui si piò e si deve dire – a malgrado di eccezioni recenti e notevoli, soprattutto nell’arte russa – che è inferiore a quella che si produceva spontanea quando minori erano le preoccupazioni scientifiche nelle pagine di scrittori del romanzo. E l’arte ci ha dato, prima della sociologia e della maturazione di essa, una così vivace rappresentazione della fenomenia collettiva da essere il Manzoni, il Balzac e lo Zola documento quasi di trattazioni puramente scientifiche.

  Enrico Panzacchi, Simbolisti (frammento), in Morti e viventi. Seconda edizione, Catania, Cav. Niccolò Giannotta, Editore, 1902 (“Sempreverdi. Biblioteca popolare contemporanea”), 1902, pp. 88-99.
  p. 95. Cfr. 1898.


  Parsifal, Uomini e Cose. Filosofia spicciola, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XVI, Num. 17, 17 Gennaio 1902, p. 1. 

  Di O. Balzac.

  Talvolta, nella vita, le contraddizioni si impongono e riesce difficile sottrarvisi.

 

  Parsifal, Uomini e Cose, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XVI, Num. 102, 14 Aprile 1902, p. 1. 

  Voi credete ch’io scherzi: che dopo esser stato un apostolo della grafologia, voglia ora diffondere la camminologia ... Niente, niente: io vi sciorino adesso delle teorie molto vecchie, che risalgono nientemeno che a Lavater. L’illustre scienziato sostenne che tutte le nostre caratteristiche sono omogenee, cioè che tutte portano la impronta nel nostro io. Lo sguardo, la voce, il respiro, la scrittura, l’ambulazione hanno il nostro sigillo speciale, che ci individua, ossia ci distingue gli uni dagli altri. Se ne è occupato anche Eduardo (sic) De Amicis. Ma sentite un po’ che cosa scriveva tanto tempo prima di lui, il principe degli osservatori, Onorato de Balzac.

  «E’ strano che da quando Lavater proclamò il principio dell’omogeneità di tutte le nostre caratteristiche, nessuno si sia chiesto perché l'uomo cammini, come cammini, se possa camminar meglio, e ciò che fa camminar meglio, e che fa camminando e se non vi sia mezzo di mutare, di analizzare la sua maniera di camminare».

  E per dare il buon esempio, l’autore della Commedia umana, un bel giorno, piantatosi sul boulevard si mise a osservare successivamente l’incedere di duecento cinquanta quattro parigini, e re dedusse ...

***

  No: non vi riporterò le conclusioni di Balzac, perché ognuno può andare a leggersele, e poi perché potrebbe credersi che le sue osservazioni si adattassero in special modo ai parigini ed alle parigine. Ma io sarò molto lieto se, dopo aver letto queste chiacchiere, fermerete qualche volta la vostra attenzione sull’andatura delle persone che conoscete: e vedrete che c’è il passo franco, sicuro, simpatico: c’è quello dubbioso, incerto, dividente: c’è il passo silenzioso, scivolante, ingannatore: c’è quello lento, pigro, e quello svelto e instancabile: il passo grave e quello leggero: c’è il passo sincero e quello ... falso. Oh, di passi falsi è piena l’umanità!

 

  Parsifal, Uomini e Cose. Conversazioni inutili: la citazione, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XVI, Num. 232, 23 Agosto 1902, p. 1. 

  Però, bisogna andare con mano leggera, e scegliere per le citazioni gli autori o che abbiano una produzione enorme, cioè non facilmente presente alla memoria, o che siano molto citati ma ... pochissimo letti.

  I due migliori sono Balzac e Stendhal.

  Un mio amico attribuì una volta all’autore della Comédie humaine un aforisma delizioso ... inventato da lui, e che ebbe un enorme successo.

  Si parlava d’un giovanotto che prendeva moglie:

  — Quale sciocchezza! — interruppe.

  — Come, credete che il matrimonio sia una cosa tanto stupida?

  — Tutt’altro.

  E allora?

  — Sono soltanto, dell’opinione di Balzac.

  — Cioè?

  — Che vi sono tre cose delle quali un uomo non ha mai bisogno: una moglie, un cuoco ed una carrozza ...

  — E perché mai?

  — Perché v’è sempre un amico che si incarica di averne per voi.

  Lo scherzo ebbe un vivace successo, ma l’autore di Père Goriot non ne ha mai scritto nè meno la prima parola.


  R. Paulucci de’ Calboli, La tratta delle ragazze italiane, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Novantottesimosimo della Raccolta, Volume CLXXXII, Fascicolo 726, 16 marzo 1902, pp. 418-438.
  p. 426, nota (4). È indubitato che gli agenti di corruzione sono generalmente donne. Balzac ha scritto con ragione: «Les femmes ont corrompu plus de femmes que les hommes n’en ont aimé».


  G. L. P.[iccardi], Fra libri vecchi e nuovi. H. de Balzac: “Les contes drolatiques”, édition illustrée de 425 dessins par Gustave Doré. Paris, Garnier frères éditeurs, 1902, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XII, Vol. XXII, N. 31, 13 luglio 1902, pp. 739-740.
  Les contes drôlatiques comparvero al pubblico per la prima volta, in tre diecine distinte, fra il 1832 e il 1839. Il grande romanziere era allora agli inizi faticosi della sua carriera e questa epoca segna appunto il periodo più febbrile e tumultuario della sua produzione. Lo lusingava l’idea di fare insieme una opera d’arte e di archeologia letteraria, colla quale imitando Rabelais come altri avevano imitato Ronsard, intendeva risuscitare la lingua e le aspirazioni del sedicesimo secolo, e ad esempio del Boccaccio si era proposto di scrivere cento racconti. Una fatica certo non indifferente; e intanto lavorava contemporaneamente ai Contes philosophiques, pubblicava la Bataille e les Conversations entre onze heures et minuit, con L’Illustre Gaudissard (sic) iniziava le scene della vita di provincia, con Le médecin de campagne quelle della vita rurale, e contava già di metter mano a un gran lavoro storico, Les trois Cardinaux, che poi non scrisse più, e nel quale voleva ritrarre Richelieu, il padre Giuseppe e Mazarino. Ma il successo ognor crescente dei suoi romanzi, come lo distolse dall’opera storica, lo distolse pure dai Contes drôlatiques che non andarono oltre la terza diecina. E fu fortuna; perché nessuno vorrà davvero rimpiangere che Balzac abbia lasciato a mezzo il futile lavoro imitativo, per volgere tutto il suo poderoso ingegno all’arduo edificio della Comédie humaine.
  Chi, nella voluminosa corrispondenza di Balzac, cercasse di sorprendere un giudizio qualunque dell’autore su questo suo lavoro giovanile si ingannerebbe a partito. In quattrocento e più lettere i Contes drôlatiques sono da lui ricordati appena tre o quattro volte; e sol di passata, tanto per farci sapere il denaro che gli fruttarono. Così egli ci dirà che la prima diecina gli fu pagata 2000 franchi, la seconda 2200. Null’altro! Evidentemente essi furono per lui una delusione. Sta in fatti che, durante la sua vita, soltanto i primi dieci ebbero l’onore della ristampa; egli era già morto quando, nel 1853, i Contes drôlatiques furono ripubblicati in un solo volume. La prima edizione illustrata, che fu la quinta della serie, porta la data del 1855; né gli editori si ingannarono affidando al Doré, che era allora alle sue prime armi, il non facile còmpito di ridurre in forma plastica le ardite concezioni inspirate al Balzac dalla lettura del Rabelais e del Boccaccio. E invero il Doré ha fatto in questo lavoro qualche cosa di più che penetrare nello spirito dell’autore, perché egli ha saputo mettere nelle illustrazioni quella castigatezza di costume che non è certamente nel testo. Artista pieno di fantasia, egli ci sorprende, in questi suoi minuscoli quadretti, non tanto per la ricchezza dell’invenzione e per la grottesca varietà dei tipi, quanto per la facile genialità di certi motivi che, qui appena accennati, ricompariranno più tardi, ampliati e svolti, nei magistrali disegni del Chisciotte e del Furioso. Né l’esito del volume potea mancare alle concepite speranze, e le edizioni si susseguirono fino a questa; la quale tanto si raccomanda per freschezza di incisioni e per nitore di tipi, che ci è parsa meritevole di essere segnalata.

  Edmondo Pilon, Le dediche delle opere di Balzac (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XIII, Vol. XXIII, N. 2, 21 dicembre 1902, pp. 39-40.
  (1) Da un articolo di Edmondo Pilon, Revue Bleue, 22 novembre.
  Studiando da vicino le dediche delle opere di Balzac, si può rifare, passo per passo, la storia degli amori e delle amicizie del fecondissimo romanziere: in queste dediche noi troviamo nomi di donne, di grandi scrittori e scienziati e artisti; e accanto a questi nomi ne vediamo passare degli altri più modesti, in parte sconosciuti, come certi nomi non accompagnati dal rispettivo cognome, che sono circondati da una specie di mistero e di intimità; e gli amici d’infanzia, i compagni di scuola, incontrati per caso dopo molti e molti anni, prendono posto anch’essi accanto a uomini e a donne illustri, e le dediche che Balzac scrive per essi sono non meno affettuose, e talvolta più commoventi, di molte altre.
Donne.
  Le dediche più belle, più finemente cesellate, sono quelle rivolte alle donne, da noi conosciute e non conosciute, che consolarono col loro sorriso il grande lavoratore: sembra che, in queste dediche, la sua voce sonora si addolcisca, e il tono si abbassi fin quasi al mormorio della preghiera, al sospiro della confessione; e attraverso a quelle parole commosse e carezzevoli traspare, come il sole oltre il velo delicato della nebbia mattutina, la sincerità di quel suo cuore leale che mai conobbe la menzogna.
  Due dediche concise quanto mai sono quelle della Femme abandonnée alla duchessa d’Abrantès e quella dell’Illustre Gaudissart alla duchessa di Castries. La prima suona: «À M.me la duchesse d’Abrantès, son affectueux serviteur, de Balzac»; l’altra : «À M.me la duchesse de Castries, Paris, novembre 1832». Tuttavia esse fanno pensare all’influenza capitale che queste due donne ebbero nella vita agitata di Balzac: la signora d’Abrantès, la protetta dell’imperatore Napoleone, occupa un posto importante nella Correspondance dello scrittore; la Castries, che Balzac incarnò nella bella, altera ed egoistica duchessa di Langeais (nel romanzo omonimo), lo fece soffrire tremendamente, lasciandogli nel cuore «vive e sanguinanti ferite».
  Nei momenti più dolorosi della sua vita, Balzac ebbe una confidente dolce e piena d’indulgenza e di materna tenerezza nella signora Zulma Carraud. Nella sua propria madre, alla quale dedicò, con le semplici parole: «À ma mère», il Médecin de campagne, egli non trovò sempre un angelo consolatore; quest’angelo fu veramente la signora Carraud, alla quale, nella bella dedica della Maison Nucingen, egli scriveva:
  «N’est-ce pas vous, Madame, dont la haute et probe intelligence est comme un trésor pour vos amis ; vous qui êtes à la fois, pour moi, tout un public et la plus indulgente des sœurs, à qui je dois dédier cette œuvre ?»
  Alla signora de Berny (l’adorabile signora de Mortsauf del Lys dans la vallée), che gl’inspirò l’amore più profondo e più duraturo da lui provato, Balzac non dedicò nessuna opera, ma al marito di lei dedicò la Madame Firmiani. Alla contessa Merlin, amica di Laura Balzac (la sorella del romanziere), è dedicata la Maison du Chat qui pelote.
  La Grenadière porta questa dedica, datata da Angoulême, agosto 1832: «À Caroline, à la poésie du voyage, le voyageur reconnaissant». Questa Carolina è la principessa Carolina Galitzin de Genthod, nata contessa Walewska; e con quelle parole, alludenti a un episodio che non conosciamo, si apre una serie di altre dediche nelle quali l’autore, parlando in un tono più familiare e nello stesso tempo più misterioso, si limita a indicare col nome di battesimo la persona alla quale si rivolge: egli dedica Facino Cane «comme un témoignage d’affectueuse reconnaissance» a Luisa, una sconosciuta che, firmandosi con questo nome, gli scrisse molte lettere e molte ne ricevette da lui negli anni 1836 e 1837. Le Curé de village è dedicato «à Hélène», Eugénie Grandet «à Maria».
  Celebre è la dedica di Modeste Mignon «À une Étrangère»; questa straniera era la signora Evelina Hanska, che poi diventò sua moglie; ma allora Balzac non l’aveva ancora veduta, non sapeva chi fosse, e di lei non conosceva che le lettere, firmate appunto «une étrangère» che essa gli scriveva da Odessa; e queste lettere erano così affascinanti, che Balzac concepì una vera adorazione per colei che le vergava, e nel dedicarle l’opera suddetta così parlava di lei:
  «Fille d’une terre esclave, ange par l’amour, démon par la fantaisie, enfant par la foi, vieillard par l’expérience, homme par le cerveau, femme par le cœur, géant par l’espérance, mère par la douleur et poète par les rêves ; à toi cet ouvrage, où ton amour et ta fantaisie, ta foi, ton expérience, ta douleur, ton espoir et tes rêves sont comme les chaînes qui soutiennent une trame moins brillante que la poésie gardée dans ton âme et dont l’expression, quand elle anime ta physionomie, est, pour qui t’admire, ce que sont, pour les savants, les caractères d’un langage perdu».
Fanciulle.
  Le dediche alle fanciulle sono piene di dolcezza e di soave castità: «La première oeuvre un peu jeune fille que je ferai, je la dédierai à votre chère Anna»: così scriveva Balzac alla signora Hanska il 2 giugno 1839; e mantenne la promessa, e alla nipote (sic) della adorabile signora dedicò il capitolo più patetico dei «Célibataires», Pierrette, accompagnando la dedica con parole di una delicatezza infinita.
  «Comment vais-je vous dédier une histoire pleine de mélancolie? … Il est si difficile, Anna, de vous trouver, dans l’histoire de nos mœurs, une aventure digne de passer sous vos yeux, que l’auteur n’avait pas à choisir».
  A Sofka (la signorina Sofia Koslovski), una delle fanciulle polacche che Balzac conobbe in casa della signora Hanska, egli dedicò La Bourse, come facevano una volta i pittori consacrando i loro quadri «à une belle sainte». Per le sue nipoti Sofia e Valentina Surville, figlie della sua adorata Laura soror, scrisse La paix du ménage e quel capolavoro che è l’Ursule Mirouet; e in una di queste dediche egli dice:
  «Vous autres, jeune (sic) filles, vous êtes un public redoutable, car on ne doit vous laisser lire que des livres purs comme votre âme est pure …».
Amici italiani.
  Una delle serie più interessanti di dediche sono quelle ai molti amici di Milano e di Firenze [?], a tutte quelle nobili persone, i Porcia, i Di Negro, i Maffei, i Bolognini, i Blegioioso, che fecero le più lusinghiere accoglienze all’illustre scrittore quando questi, nel 1838[12] (a 39 anni), potè finalmente appagare il suo intenso desiderio di visitare l’Italia, riportando poi da quel viaggio un’impressione profonda, indimenticabile.
  Nella dedica di Une fille d’Ève alla contessa Bolognini, nata Vimercati, Balzac evoca alcuni ricordi di quel viaggio, e descrive «le frais salon en stuc et le petit jardin au Vicolo dei Cappuccini», e si dichiara «italien par la constance et par le souvenir». Nel dedicare i due volumi degli (sic) Splendeurs et misères des courtisanes al principe Alfonso Serafino Porcia, egli rivede «les boschetti dont les ormes me rappellent les Champs-Élysées», e guardando le vie fangose di Parigi rimpiange «les dalles si propres, si élégantes de Porta-Renza».
  L’ammirabile dedica degli Employés alla contessa Serafina San Severino, nata Porcia, contiene un vero studio letterario intorno al Bandello; e in quella della Cousine Bette al principe Teano il romanziere esprime in bellissime pagine la sua profonda ammirazione per la Divina Commedia, «le seul poème que les modernes puissent opposer à celui d’Homère».
Letterati, artisti, scienziati, amici.
  Nessuno seppe apprezzare più di Balzac la grandezza degli altri: lo attestano le lettere premesse a una quantità di opere dedicate a scrittori, poeti, scienziati, artisti: il Père Goriot al grande naturalista Geoffroy Saint-Hilaire, i Deux poètes a Victor Hugo, la Fille aux yeux d’or al pittore Delacroix, il Curé de Tours allo scultore David d’Angers, il Ferragus chef des dévorants a un illustre musicista, Ettore Berlioz; e Rossini, e Liszt, e Heine, e George Sand e tanti altri illustri nomi vediamo sfilare in questa categoria.
  Né sono dimenticati gli amici più umili, come un modesto chincagliere della via Saint-Martin, uno dei più vecchi amici della famiglia Balzac; e finalmente vi è un ultimo amico, un corrispondente anonimo al quale talvolta il romanziere si rivolge: il lettore. La più celebre e la più lunga fra le dediche indirizzate a questo essere multiplo e così difficile ad accontentare è quella dell’Elixir de longue vie, piena di umorismo e di filosofia, che finisce con queste parole: «La lecture nous donne des amis inconnus, et quel ami qu’un lecteur!»
  Così vediamo passare davanti a noi tutti gli esseri che Balzac amò o circondò di ammirazione, tutti coloro che, nella sua vita così agitata e tumultuosa, gli dimostrarono affetto in un’ora di affanno o in un momento di gioia. E, come dice egli stesso a George Sand, in questa schiera non si trovano «que de grands noms, de nobles cœurs, de saintes et pures amitiés et les gloires de ce siècle».


  Ramnes [Camillo Solimena], Le Riviste. « Psicopatie sociali » - (Achille de Carlo – « Rivista Moderna », 1 settembre), «La Settimana. Rassegna di Lettere, Arti e Scienze», Napoli, Anno I, N. 22, 21 settembre 1902, pp. 203-204.

  p. 204. Gli artisti più in voga della Francia erano quelli che avevano costituito la prima fumerie [di oppio]: Teofilo Gautier, i Goncourt, Carlo Baudelaire, Balzac, ne erano assidui. Quest’ultimo, però, abbandonò in tempo, per fortuna, l’uso del veleno, di cui i riflessi permangono visibilmente nell’opera di Carlo Baudelaire.


  Felice Regnault, Le debolezze dei grandi uomini (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XII, Vol. XXII, N. 32, 20 luglio 1902, pp. 745-747.
  (1) Da un articolo del dott. Felice Regnault, La Revue (ancienne Revue des Revues), 1° luglio.
L’uomo di genio e l’ambiente.
  p. 746. Balzac sembrava talvolta un estatico, un sonnambulo che dormisse a occhi aperti: perduto nelle sue fantasticherie, non ascoltava ciò che gli si diceva.

  Renato, Corriere, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXIX, N. 40, 5 Ottobre 1902, pp. 266; 268; 272-273.
  [Sulla morte di Émile Zola].
  p. 266. A lui mancava del tutto l’esprit francese […]. Ma nessuno, intanto, neppure il gigantesco Balzac, dal quale egli letterariamente discendeva; neppure il grandioso Victor Hugo, contro la cui arte di idealismo e di immagini, ei contrappose la propria arte di realismo e di fatti, potè superarlo nella facoltà d’agitare e di appassionare mille e mille anime anche fuori della Francia. […].
  pp. 268-272. I suoi romanzi (tranne gli ultimi, troppo lunghi, troppo sproporzionati e persino nojosi) – sono architettati con una mano di ferro. Certi tipi, certi caratteri, vere creazioni d’un poeta possente, sono tagliati nel porfido. Egli, nel complesso, supera lo stesso Balzac nella vigorosa impronta che infonde ne’ suoi tipi: non ha, invece, le finezze psicologiche del Balzac, non il tocco profondo, che colloca questo grande in cima a tutti ... […]. La ragione principale che nell’Accademia francese non hanno mai voluto l’autore dell’Assommoir (il suo capolavoro più caratteristico e più serrato) fu appunto la brutalità della quale tanti romanzi del grande scrittore sono impregnati. […]. Lo stesso Balzac fu escluso dall’Accademia francese; e Victor Hugo […] vi entrò solo a stento e dopo più votazioni laboriose. […].
  In questi giorni, se ne sono udite delle profezie sulle opere di Emilio Zola! … Ma non facciamo profezie! È impossibile, infatti, veder oggi quello che rimarrà domani della vasta opera monumentale del gigante scomparso. […].. E gli stessi romanzi del Balzac non sono forse più lodati, più citati che letti? … Infatti, alcuni, nonostante la loro “passione dell’analisi” e con tutto il rispetto dovuto al creatore della Comédie humaine gravano le palpebre superiori di un dolce peso; e bisogna aver petto di bronzo per leggerli tutti quanti. Certo, quando si son letti, se ne conoscono davvero i tesori, e il loro occulto fulgore romane impresso nella memoria, “nell’archivio della memoria” come diceva un amico mio balzachiano; così impresso e vivo che non si cancella più.

  Vincenzo Ricca, Emilio Zola e il romanzo sperimentale, Catania, Cav. Niccolò Giannotta, Editore, 1902.

Parte prima.
Emilio Zola e il romanzo contemporaneo, pp. 11-249.
  pp. 17-20. Balzac fu un altro precursore del naturalismo insieme allo Stendhal. Il valoroso scrittore della Commedia umana [il corsivo è nostro] studiava, in particolar modo, i temperamenti, ricostruiva l’ambiente; raccoglieva i documenti, tanto che ambiva chiamarsi dottore in scienze naturali e sociali. Egli ritraeva gli uomini con la stessa esattezza e con gli stessi particolari con cui descriveva le cose: i personaggi dei suoi romanzi conservano una fisonomia caratteristica; ciascuno porta l’impronta della sua origine, del suo temperamento, della sua educazione, di tutte le svariate circostanze, sotto l’influsso delle quali sviluppa la sua azione. Il Balzac – educato alla scuola filosofica sensista di Cabanis e Geoffroy de Saint Hilaire – concepisce l’uomo, non più come una forza morale, che agisce nella pienezza della sua libertà; ma come lo schiavo delle condizioni fisiologiche, cui l’assoggetta la natura sua stessa.
  Quindi i personaggi, che il celebre autore della Commedia umana pone in iscena, non sono dei simboli convenzionali, ma degli uomini veri, che appartengono al mondo reale, e che ci scovrono tutte le fibre e le parti più recondite, onde si compone la loro natura e la loro esistenza.
  La Commedia umana riassume la società moderna tutta intera; e questa pittura così svariata, così complessa di tutta la vita, considerata nei suoi molteplici aspetti, lascia all’età ventura, quasi un’animata illustrazione dei costumi sociali, riprodotti in situazioni e quadri diversi. H. Taine, dice a tal proposito, che il Balzac è il più grande magazzino di documenti sulla natura umana (1).
  Stendhal e Balzac adunque si sono ambedue sottratti al colpo di follia del romanticismo. […].
  Nelle opere di Stendhal e di Balzac […] si trovano i germi del romanzo contemporaneo naturalista; poiché, se si vogliono paragonare – il Père Goriot – la Cousine Bette, Eugénie Grandet di Balzac, le Rouge et le Noir di Stendhal, con i romanzi del secolo decimottavo, e con quelli scritti sui primordi del secolo decimo nono, si scorge, a prima vista, il grande progresso che la scuola naturalista ha compiuto.
  Scrive lo Zola a questo riguardo: “Pendant qu’on acclamait le triomphe des lyriques, pendant que Victor Hugo était sacré roi, tous deux – Stendhal et Balzac mouraint (sic) à la peine, presque obscurèment (sic), au milieu da (sic) dédain et de la nègation (sic) du pubblic (sic). Mais ils laissaient dans leurs oevres (sic) la formule naturaliste du siècle, et il devait arriver que toute descendence (sic) allait pousser sur leurs tombes tandis que l’école romantique se mourrait d’anémie ». (2)
  Da Balzac e Stendhal discende direttamente Gustavo Flaubert, il quale completa la formula naturalista, passata nelle mani d’un artista perfetto […]. […].
  Egli non ha certamente il genio di Balzac, ma d’altro lato possiede la propria originalità, che consiste nel sapere astrarre la sua persona dall’opera che rappresenta […]. […].
  Come Balzac, egli subordina la psicologia alla fisiologia […]. […].
II.
  p. 61. Un altro rimprovero, che non mi pare giustificato, è stato mosso allo Zola: cioè ch’egli s’abbandoni ad un soverchio eccesso di modernità, restringendo l’azione dei suoi romanzi entro l’ambito del tempo presente, con riprodurre esclusivamente i costumi, i caratteri, l’ambiente dell’epoca contemporanea. Si afferma anzi, da una critica autorevole, ch’egli voglia procedere all’inverso dei maestri incontestati del realismo, Stendhal, si dice, infatti comincia con la famosa descrizione della battaglia di Waterloo, un romanzo che comparve nel 1839; Balzac, nella prefazione alla Commedia umana, si riconosce debitore di Walter Scott; e fa risalire ai romanzi storici di lui l’onore dover arrecato un progresso immenso in un genere di composizione, ritenuto fino allora secondario.
  Brunetière sostiene, che il Balzac si dimostra storico della guerra della Vandea nel suo romanzo intitolato les Chouans; in quell’altro, Une ténébreuse affaire lo storico della guerra del primo impero; e nel romanzo – Un ménage de garçon descrive i costumi della Ristorazione. (3)
  pp. 66-69. L’eccesso dunque della modernità, di cui il Doumic [cfr. R. Doumic, Études sur la littérature française. Troisième sèrie, 1889] accusa quale responsabile Emilio Zola, piuttosto che un demerito, a me sembra un pregio inestimabile del romanzo naturalista […].
  Né mi pare esatta l’affermazione del Doumic, che il Balzac, insigne creatore del romanzo francese moderno, debba soltanto la sua gloria alla predilezione di lui per soggetti storici. (4)
  È vero che il Balzac confessa nella prefazione alla sua Commedia umana l’incontestabile valore dei romanzi storici di Walter Scott; infatti in di lui onore scrive così: “Walter Scott a l’honneur d’avoir imprimé une allure a (sic) un genre de composition injustement appelèe (sic) secondaire”. (5)
  Ma chi per poco abbia una conoscenza non superficiale dello immenso materiale, con cui il Balzac ha arricchito la letteratura francese, si persuaderà di leggieri quanta differenza interceda – per il modo d’ideare, di concepire e scolpire i caratteri – tra lui e il celebre romanziere scozzese. Ma che, forse vivono di vita immortale quelle figure, tanto presto dimenticate, che il Balzac della prima maniera, rappresentava negli romanzi gli Chouans, Tenebreuse (sic) affaire, Menage (sic) de garçon; figure cavate dagli ipogei fossili della storia, o quei tipi indimenticabili di Eugènie (sic) Grandet, Cousine Bette, Rastignac, Madame Marneffe, Barone Heulot (sic), Pére (sic) Goriot, Cousin Pens (sic) e tanti altri ch’egli studiava nella vita reale, sicchè sembrano creature vive, inscritte con impronta indelebile nello stato civile dell’arte? Nessuno, infatti, dei romanzieri moderni ha superato il Balzac nel ritrarre gli uomini con la scrupolosa esattezza con cui egli riproduceva le cose; studiandole nei minimi dettagli, multipli e complessi, che esprimono di ogni personaggio, la fisionomia caratteristica.
  Ciascuno di questi personaggi porta il segno indelebile della sua origine, del suo temperamento: vivono d’una vita completa, essendo non simboli di convenzione, ma uomini veri, che appartengono al mondo reale, e non sono altro, nel disegno dell’autore, se non gli eroi, i rappresentanti dell’epoca contemporanea, di cui la Commedia umana – immenso caleidoscopio della società francese non solo, ma del mondo moderno, pandemonio d’intrighi, di passioni, di costumi, di caratteri – è la più genuina e fedele espressione. Chi meglio del Balzac ha descritto con precisione e rilievo straordinari, i tipi dei delinquenti, da lui studiati nella società, dal cui seno traeva una ricca miniera d’osservazioni e d’indagini, con la potenza d’immaginazione d’un uomo di genio?
  Chi più di lui osservatore acuto e profondo, sagace e penetrante di criminali in guanti gialli, – di que’ delinquenti scaltri e fortunati, come li chiamerebbe l’illustre scienziato Lino Ferriani – di quegli emeriti furfanti, i quali, non hanno solo rasentato il codice penale, ma vi sono cascati giù a capofitto? (6)
  Né mi si opponga quindi l’esempio del Balzac, dai critici, fautori del passato e della restaurazione di vecchie forme letterarie; perché il grande edificio della Commedia umana, innalzato con tanta sapienza dal padre del romanzo francese moderno, di quella commedia che rappresenta l’intera società contemporanea in tutte le sue manifestazioni e nelle infinite sue complicazioni, è una solenne smentita alle loro affermazioni; essendo essa, non una ricostruzione storica de’ tempi lontani, ma un’illustrazione animata e viva dei costumi sociali dell’epoca presente. […].
V.
  p. 146. La stessa arte realistica, infatti, che è in aperta contraddizione con il simbolismo, si è servita spesso del simbolo; e il Balzac, il Flaubert, lo Zola nei loro romanzi l’hanno introdotto. […].
IX.
  [Su: Degenerazione di Max Nordau].
  p. 240. Il Nordau ricorre all’autorità del Lombroso, che caratterizza la inclinazione al gergo come stigma di degenerazione dei delinquenti nati, per provare – senza punto un accenno a fatti determinati e concreti – che lo Zola è un degenerato superiore.
  Per dimostrare che l’asserzione del Nordau sia destituita di qualsiasi fondamento basterebbe riferirsi alla autorità del Balzac. Il celebre romanziere francese infatti, onde meglio esprimere l’indole e il carattere di alcuni personaggi dei suoi romanzi, e per descrivere, con maggiore efficacia e vivezza di colorito l’ambiente in cui essi vivono, non si è egli servito di un gergo, che è una filiazione d’un linguaggio variato e ricco, senza che ad alcun scienziato sia venuto in mente di classificare tra i degenerati superiori il grande scrittore della Commedia umana? […].
  p. 243. Io potrei citare parecchi esempi di simbolismo e d’antropomorfismo, ricavati da molti scrittori: infatti nella Sand, nel Gauthier (sic) e financo nei naturalisti, a cominciare dallo Stendhal e giù giù per scendere sino a Balzac ed ai De Gongourt (sic), noi troviamo delle frequenti personificazioni, in maggior copia di quelle adoperate dallo Zola.

Parte seconda.
Il romanzo sperimentale di Emilio Zola, pp. 251-286.
  p. 267. Quando Balzac nel suo romanzo la Cousine Bette, volendo studiare il danno che un temperamento amoroso d’un uomo produce a sé stesso ed alla famiglia, ha preso un personaggio quale il barone Hulot, e l’ha fatto passare attraverso una serie d’ambienti diversi, io non credo, come afferma lo Zola, che il creatore della Commedia umana abbia voluto con ciò fare un’esperienza. E che lo Zola poi s’inganni, parmi dedurlo da ciò, che il Balzac in questo caso ha fatto l’esposizione di un fatto che ha osservato nella società, poichè la soluzione della quistione potrebbe anche esser falsa, dipendendo dal modo di osservazione.
  [Note].
  (1) H. Taine, Derniers essais de critique e (sic) d’histoire. – Paris, Hachette, 1894, p. 122.
  (2) E. Zola, Le roman expérimental. Le naturalisme au thèatre (sic). – Paris, Charpentier, 1880, pag. 120-21.
  (3) Brunetière. Manual (sic) de l’histoire de la littérature française – Paris, Delagrave, 1898, pag. 112.
  (4) “Balzac – dice il Taine – a la profondeur de l’analyse, la puissance, la combination (sic) et la pénétration philosophique, qui font de lui comme de Rembrandt, l’un des grands peintres de l’humanité” – H. Taine, Derniers essais de critique et d’histoire. Paris – Hachette, 1894, pag. 121.
  (5) Balzac, Comedie (sic) humaine, Paris, Calman Levy (sic), tom. 1, 1875, Préface pag. 10.
   (6) Vincenzo Morello, (Rastignac) il brillante e colto pubblicista, in un suo magnifico articolo su Balzac e l’antropologia criminale, dimostra, che il fecondo romanziere era guidato da criteri scientifici positivi, sicuri, profondi, sicchè le opere che ne derivarono erano nello stesso tempo opere di arte, di scienza e di storia. Il Morello sostiene che il Balzac, per il metodo scientifico, è un precursore dell’antropologia criminale. Vedi Vincenzo Morello, Balzac e l’antropologia criminale. “Nuova Antologia”, 1. Marzo 1901, pp. 38 e 57.


  F.[ederico] de Roberto, Un critico originale. Balzac, Shakespeare, France, Goncourt, Maupassant, de Nion, Donnay, de Curel, Barrès, Rostand, Brunetière giudicati da Max Nordau, «Corriere della Sera», Milano, Anno 27°, Num. 352,  23 Dicembre 1902, pp. 1-2.
  [Su: Max Nordau, Visti di fuori (Alcan, edit.)].

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  p. 1. Il Nordau comincia col Balzac, il quale è morto da tanto tempo che veramente per lui la posterità dovrebbe esser cominciata anche in patria. Pare invece che i critici giudicanti mezzo secolo dopo la morte d’uno scrittore non gli siano tanto posteri quanto quelli nati a qualche centinaio di miglia dal suo paese; perché, infatti, il critico tedesco raddrizza la sentenza finora pronunziata intorno all’autore della Commedia umana. Si è detto e creduto che questi fosse un osservatore, un realista, il padre spirituale di Gustavo Flaubert e il nonno intellettuale di Emilio Zola. Secondo il Nordau, invece, la realtà per il Balzac «non esisteva», il romanziere «non attinse mai alla realtà circostante». O dove, allora? Domanderete voi. Nelle profondità dell’anima sua, risponde il nostro autore, e soggiunge che il caso del Balzac «è una prova monumentale che l’osservazione esteriore non ha nessuna importanza per la creazione poetica». Voi forse osserverete che qui dev’esserci un equivoco; che l’opera del romanziere, se in un senso molto largo, come ogni opera artistica, si può chiamare poetica, viceversa poi, mirando a riprodurre la più concreta realtà, è tutto il contrario della poesia. Sosterrete quindi che il grande Onorato si attenne all’osservazione di questa realtà; e se il Nordau lo chiama ora «sonnambulo ed incosciente» perché fu incapace di regolarsi nella vita pratica, rispondendo che questa sua innegabile incapacità non implicò in lui, come non implica pegli scrittori simili a lui, difetto d’intuito psicologico; che anzi, d’ordinario, cotesti studiosi del cuore e della vita umana sono appunto quelli che meno sanno governare la propria vita e infrenare il cuor loro. E finalmente concludente che la critica «scientifica» del Nordau, negando anche in un solo caso l’importanza dell’osservazione e la necessità dell’esperienza, e presumendo che dalla profondità dell’anima si possano esprimere cose delle quali non c’è stata l’impressione, potrebbe darsi che non fosse tanto scientifica quanto pare.
  Ma lasciamo stare il Balzac, scrittore d’un’altra età, e per la stessa ragione, accresciuta e complicata, lasciamo stare l’inglese Shakespeare ed il suo Otello […].


  Sancio Testa, Appunti, punti e … virgole, «Rinnovamento. Giornale della domenica», Bari, Anno I, Num. 15, 22 Giugno 1902, p. 2.

  Segue: Per conoscere ... gli altri.

  Cap. II.

  «Dimmi come cammini e ti dirò chi sei!». A questa profonda conclusione è giunto nientemeno che Balzac.

  Un bel giorno, l’autore della Fisiologia del Matrimo­nio, piantatosi sul boulevard, si mise a osservare suc­cessivamente l'incedere di duecentocinquantaquattro pa­rigini.

  Dall’esame ricavò una sequela di aforismi, tra i quali scelgo questi:

  – Il modo di camminare è la fisionomia del corpo.

  – Lo sguardo, la voce, il respiro, il modo di cam­minare sono identici; ma poiché non è dato all’uomo poter vigilare contemporaneamente su queste quattro espressioni diverse e simultanee del suo pensiero cer­cate quello che dice la verità; e conoscerete tutto l’uo­mo. Un semplice gesto.

  – Il riposo è il silenzio del corpo.

  – Il movimento lento è essenzialmente maestoso.

  – Ogni movimento sgraziato tradisce un vizio o una cattiva educazione.

  – La grazia vuol delle forme rotonde.

  – Vi sono dei movimenti di gonna che valgono un premio Monthyon ... e anche una corona. [cfr. Théorie de la démarche].


  G.[iulio] M.[assimo] Scalinger, Il Teatro straniero, in AA.VV., Il Secolo XIX nella vita e nella cultura dei popoli … cit., pp. 293-364.
  p. 314. Invece, di lui [Ponsard] più felici e tanto più alti d’intelletto, di fantasia, di cuore, segnavano nel teatro, oltre che nella mirabile produzione di romanzatori e poeti, la data di nascita al dramma naturalista, al dramma psicologico, al dramma fantastico e lirico, Onorato di Balzac, Giorgio Sand, Alfredo de Musset. Questi non furono drammaturghi nel vero senso del vocabolo. Se il gigantesco osservatore della Comédie humaine si fosse sentito tale, non si sarebbe appagato del suo Vautrin o delle Risorse di Quinola o della Matrigna e né pure del tutto di quell’Affarista, da cui però la figura di Mercadet salta fuori viva nella sua scaltrezza, nella sua impudenza di faccendiere, nella sua loquacità, nella fiducia di sé stesso e della propria fortuna. Intorno a lui il quadro era monco, monotono, affrettato; ma che monta? Il gran creatore di tipi ne aveva anche qui plasmato uno ben definito, evidente, destinato a vivere più nell’arte che nel teatro.
  In questa fiducia nella propria stella Mercadet rassomiglia al suo autore, vissuto in un’opprimente ristrettezza e nella illusione costante della futura fortuna. I suoi personaggi sono come lui, muovono dalla realtà, s’ingrandiscono nella sua imaginazione.
  Ora il suo dramma, per essere l’inizio del naturalismo nel Teatro, avrebbe dovuto rispettare i confini iniziali: essere cioè tutto di osservazione, come quello di Dumas sapeva, per rimaner romantico, essere tutto d’imaginazione; portare alla ribalta il lavorio del documento, come il suo romanzo meravigliosamente faceva; sintetizzare nella breve e intensa vita della scena ciò che la fertile e abbondante e infaticabile analisi sapeva altrove scovrire con invidiata possanza e straordinaria larghezza.
  Balzac, che fu il più grande artefice di anime, e sapeva prodigiosamente inventare e osservare, spesso inventando ciò che osservava, più spesso osservando ciò che inventava, avrebbe potuto imprimere al Teatro un carattere decisivo di verità e d’imaginazione. Ma la sua Comedia era tanto colossale, tanto affollata di persone, di avvenimenti, di passioni, d’istinti, di costumi, che da vero quell’altra chiusa tra la ribalta e le vecchie quinte doveva apparirgli una ben povera cosa, anche quando Vautrin tentava di portarvi l’avventura romanzesca di galeotto, cara al suo tempo, e Mercadet il profilo di un carattere che doveva risorgere più tardi nel teatro stesso e nel romanzo. Né Père Goriot, né Cousine Bette, ed Eugenie (sic) Grandet, e Rastignac, e Bridau, e Claës hanno avuto agio d’invidiare ai loro fratelli della scena, una fortuna pari alla loro.
  Giorgio Sand, diceva a Balzac: «Vous faites la Comédie humaine; et moi, c’est l’Eglogue humaine que j’ai voulu faire». Se era troppo per l’uno, per l’altra forse era poco. […].
  p. 316. Centro del suo [di A. de Musset] mondo è l’Amore; poco, per un osservatore come Balzac, molto per una idealista come la Sand, tutto per un poeta come lui […]. […].
  p. 323. In possesso delle nozioni più esatte, attinte meno indirettamente alle narrazioni e in seguito anche ai documenti – e il nome di Balzac è qui inevitabilmente sottinteso – gli scrittori, e i drammaturghi con essi, inclinano verso un tipo speciale d’imaginazione, di cui gli elementi della vita costituiscono il fondamento […].
  E si vide così istallarsi nel Teatro quella questione del danaro, che aveva tanto affaticato e illuso l’autore della Comedia umana, e che ha tanto modificato nei tempi nostri la vita della famiglia, i rapporti tra gli uomini, la loro buona fede, il loro sentimento di disinteresse, la loro felicità. […].
  p. 328. Una figura però, a mio avviso, emerge in tutto il Teatro di Sardou […], ed è Rabagas. Balzac non avrebbe disdegnato di riprenderla e di completarla, di sottrarla al pericolo della caricatura che nella commedia di Sardou corre frequentemente. […].
  p. 333. La dimostrazione della formula teatrale di Emilio Zola è più nelle sue critiche che nel suo Teatro. La visione e il genio del Romanzo erano in lui prepotenti perché egli avesse potuto possedere anche le qualità superiori del drammaturgo. Anche in ciò egli somiglia a Balzac: con la differenza che l’epoca romantica, a cui Balzac appartenne, permise a lui di concepire le creazioni artistiche come una vasta comedia, e l’epoca positivista, di cui Zola era figlio, costrinse a chiudere le sue nelle ferree leggi della evoluzione scientifica.

  Americo Scarlatti, Et ab hic et ab hoc. I bisticci (Continuazione e fine), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XII, Vol. XXII, N. 11, 23 febbraio 1902, pp. 261-263.
  p. 263. Balzac scrisse della donna bisticciando così: elle babille e s’habille, s’habille pour sortir et sort pour babiller;[13] e Alfonso Karr completando malignamente il bisticcio, ne diede nelle sue Guêpes la nota definizione: La femme est une créature qui s’habille, babille et se déshabille.


  Carlo Segrè, E. Zanoni. “Vita pubblica di Francesco Guicciardini, con nuovi documenti” (Bologna, Zanichelli, 1896), in Nuovi profili storici e letterari, Firenze, Successori Le Monnier, 1902, pp. 9-88.

 

  p. 38. Però s’egli apprezza anche il più piccolo profitto, non è per la sete d’accumular tesori, pel piacere di accarezzarli con gli occhi, come quel Grandet meraviglioso creato dal Balzac, ma sol perché sa la forza dell’oro, perché sa «che il danajo serve a ogni cosa, e che al vivere d’oggi è stimato più uno ricco che uno buono».


  Matilde Serao, Un innamorato dell’Italia, «La Settimana. Rassegna di Lettere, Arti e Scienze», Napoli, Anno I, N. 23, 28 settembre 1902, pp. 241-258.
 
  Cfr. 1898: L’Italia di Stendhal.

  Scipio Sighele, I Delitti della Folla studiati secondo la psicologia, il diritto e la giurisprudenza e coll’aggiunta di tutte le Sentenze pronunciate dai Tribunali e dalla Corti d’appello in tema di diritto collettivo, Torino, Fratelli Bocca, Editori, Librai di S. M. Il Re d’Italia, 1902.

Parte prima.
Capitolo II.
Le folle delinquenti, pp. 85-125.
  p. 90. Non solo le idee, come diceva Bacone, ma i sentimenti, come dice Spencer, che menano il mondo. Prima del delitto, per il miserabile che è veramente onesto, v’è la rassegnazione – questo suicidio quotidiano, come lo chiamava Balzac –, v’è, in seguito, l’emigrazione – questo suicidio territoriale –, e v’è, finalmente, il vero suicidio.

Capitolo III.
La responsabilità della folla delinquente, pp. 127-175.
  p. 151. Se esistono, come diceva Balzac, degli uomini-quercia e degli uomini-arbusti, sono certamente i secondi che costituiscono la maggioranza.

  Scipio Sighele, Emilio Zola (“Ricordi”), «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXIX, N. 41, 12 Ottobre 1902, pp. 286-287.
  p. 286. Balzac sarà più grande di lui e resterà più a lungo nell’avvenire. Ma il suo discepolo lo supera per la cosciente visione della funzione della letteratura.

  Scipio Sighele, Fisiologia del successo, «La Settimana. Rassegna di Lettere, Arti e Scienze», Napoli, Anno I, N. 34, 14 dicembre 1902, pp. 481-487.
  p. 484. Voi conoscete la lettera che l’Esther di Balzac – questa fanciulla insensibile e depravata che l’amore purifica e innalza – scrive al suo amante prima di morire. Ella si uccide perché si è venduta a Nucingen per Rubempré. Lascia al suo poeta settecento e cinquanta mila lire, prezzo di questo mercato, e scherzando sull’orlo del sepolcro affinchè egli rimanga men triste, gli scrive: «– Qu’est-ce qui te fera comme moi ta raie dans le (sic) cheveux?» [citazione tratta da Splendeurs et misères des courtisanes].
  Si dice che Balzac, leggendo questa lettera ad alta voce, s’interrompesse, esclamando, colle lagrime agli occhi: – Comme c’est beau!
  Quante volte non è accaduto ad ognuno di noi di commoverci – pur troppo non come autori – alla lettura di certe pagine sublimi? Ma quel fiotto di ammirazione che ci saliva dal cuore e che, se fossimo stati in un teatro o in una sala affollata, avrebbe condotto istantaneamente per sola virtù di contagio al delirio dell’applauso, – si spegneva solitario nell’anima nostra e fra le pareti del nostro studio.
  L’autore di un libro non vede e non sa queste isolate manifestazioni d’entusiasmo: egli non conosce quel pubblico sparso che lo ammira, e, se ne ode le singole voci, non ne ode però la voce collettiva e grandiosa. Egli non può mai essere, come un oratore o come un autore di un dramma o d’un melodramma, il fuoco ove convergono in un unico istante tutte le impressioni risentite da centinaia di uditori, centuplicate – ognuna di esse – sul suo valore effettivo dal solo fatto della presenza di altri uditori: – ed è perciò che Balzac, il quale è pure una delle più grandi figure di un secolo, non ha mai goduto la voluttà acuta e suprema di veder tutto un pubblico commosso e delirante ai suoi piedi, come lo videro autori che valevano assai meno di lui.

  Un Francese, Il peccato internazionale, «Rinnovamento. Giornale della domenica», Bari, Anno I, Num. 18, 13 Luglio 1902, p. 3.

  Un marito può essere uno sciocco, un infedele o un galuppo, ma esso sarà sempre più sicuro del suo onore, se resterà attaccato alla sua donna, di un galantuomo molto compito, che se ne stia sistematicamente lontano: questa è la verità che hanno proclamato tutti i moralisti della vita coniugale, da Montaigne sino a Balzac.


  Uno dei follaiuoli, Il significato del naturalismo, «La Folla. Periodico settimanale illustrato», Milano, Anno II, N. 40, 5 Ottobre 1902, pp. 1-2.

  p. 1. L’accusa è che lo zolismo è sconcio. È quello che siamo noi. La riproduzione dei nostri vizii non è immorale. È la. parte più intima della nostra esistenza. Che colpa hanno Balzac e Zola se siamo degli appetiti, se la natura umana è feroce e lubrica, se nel nostro sangue è il fondo ereditario del gorilla?


  Uno di Palazzo Madama, Attorno a Victor Hugo, «Rivista di Roma. Politica, parlamentare, sociale, artistica», Roma, Anno VI, Fascicolo IX, 27 Febbraio 1902, pp. 129-134. 

  p. 131. M. Funck-Brentano, en me raccompagnant,

  — Taine avait raison; Hanotaux avait tort. Hugo ne restera pas; son oeuvre ne sera plus lue dans cinquante ans. Ce ne sont pas les livres bien écrits qui restent, se sont les livres représentatifs d'une époque. Or, les siens ne le sont pas. On ne pourra écrire l’histoire du dix-neuvième siècle sans lire Balzac — tandis qu’il ne sera pas nécessaire d’ouvrir les livres de Hugo. Et Béranger (qui lui est supérieur) vivra plus que lui, pour cette même raison.


  C. V., Terza apoteosi, «La Stampa. Gazzetta piemontese», Torino, Anno XXXVI, N. 58, 27 Febbraio 1902, pp. 1-2.
  p. 2. La sua [di V. Hugo] ammirazione per Napoleone I, traboccante sopratutto ne’ Miserabili, s’adatta poco colla sua avversione al terzo Napoleone. E’ noto come, condividendo la debolezza in ciò mostrata dal Balzac, non s’accontentasse del titolo di conte concesso da Napoleone il Grande a suo padre e cercasse di farsi credere discendente da vecchia nobiltà, e precisamente da Giorgio Hugo, capitano delle guardie del duca Renato di Lorena […].


  Vice-Parsifal, Uomini e Cose, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XVI, Num. 353, 22 Dicembre 1902, p. 1. 

  Fra i graziosi aneddoti in luce in questi giorni sul Balzac c’è quello dello scrittore Louis Lurine, che circa cinquant’anni fa volle pubblicare una bellissima opera illustrata sulle vie di Parigi.

  Aveva pensato di affidare al Balzac l’illustrazione della via Richelieu, andò a domandare il prezzo che esigeva per quella illustrazione.

  —  Cinquemila franchi — disse Balzac.

  —  Ma come! per sei piccole pagine ... — reclamò l’altro.

  — Ve lo spiego subito — replicò Balzac. — Per scriver questo studio con coscienza ed esattezza devo entrare in tutte le botteghe della strada e comperarci qualche cosa; è il solo mezzo che abbia di rendermi conto del loro commercio, dei modi di trattare, ecc. Dovrò quindi fare un pasto al caffè Cardinal, ordinare un vestito dal sarto X, comprare un fucile dall’armaiuolo. uno spillo da cravatta dal gioielliere accanto.

  — Basta, basta — gridò Lurine — farete fallimento. — E ordinò l’articolo a un altro scrittore.


  Giuseppe Vorluni, La Verità, «La Settimana. Rassegna di Lettere, Arti e Scienze», Napoli, Anno I, N. 25, 12 ottobre 1902, pp. 428-433.
  p. 428. In pochissimi, come in Emilio Zola, l’opera dello scrittore è così intimamente congiunta all’opera dell’uomo; anzi, è impossibile giudicare la produzione letteraria di colui che con Balzac e Flaubert ha dato alla Francia la gloria del romanzo, senza tener conto dell’influsso fecondo ed assiduo, che su l’opera esercitarono le condizioni dell’uomo e l’attività dell’intera vita.

  Giuseppe Vorluni, Rassegna letteraria. «Vus du dehors», «La Settimana. Rassegna di Lettere, Arti e Scienze», Napoli, Anno I, N. 30, 16 novembre 1902, pp. 177-182.

  [Su: Vus du dehors – Essai de critique par Max Nordau, Paris, Félix Alcan, éd.].

  p. 178. Honoré de Balzac è stato, per noi, uno dei più grandi maestri del romanzo, e ha elevato nella sua più salda compagine il miglior monumento del naturalismo.
  Per Max Nordau egli è invece un visionario: l’osservazione non avrebbe dovuto fargli trasformare elementi di vita in elementi di arte, e nella sua opera i tipi forniti dalla realtà non dovevano passare modificati secondo la sua visione personale. Osservazione e creazione sono due termini incompatibili e l’una non può soccorrere all’altra, identificandosi in un soggetto letterario che nasca da esse. Riconosciute a Balzac tutte le doti, anche quella di precursore di molte delle tendenze che hanno avuto il loro completo svolgimento da artisti posteriori, Max Nordau gli nega appunto quella che, giustamente, abbiamo creduta legata al nome suo.

  Edoardo Wright, Lo sviluppo della critica letteraria in Francia (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XII, Vol. XXII, N. 5, 12 gennaio 1902, pp. 107-109.
  (1) Da un articolo di Edoardo Wright, Contemporary Review, gennaio.
Il Sainte-Beuve.
  p. 108. In un campo solo il Sainte-Beuve fu inferiore a sé stesso: nel giudicare i suoi contemporanei. Là dove il suo giudizio non era convinto dal verdetto dei secoli, egli, uomo di gusto finissimo e raffinato, temeva sempre che si mischiasse il ciarlatanismo nelle opere la cui grandezza e sublimità le allontanava dalla regola media. In questo modo egli non seppe apprezzare in giusto grado l’opera di Lamartine, Michelet, Victor Hugo, Balzac. Con questa grave restrizione, egli contribuì però a mantenere quella limpida prosa francese di cui si servirono i suoi successori.

  [Enea?] Zamorani, Bibliografia. Antropologia criminale – Generalità. Vincenzo Morello. – “Balzac e l’Antropologia criminale” (“Nuova Antologia”, fasc. 701), «Archivio di psichiatria, scienze penali e antropologia criminale», Torino, Fratelli Bocca – Editori, Vol. XXIII (Vol. VII della Serie II) con 5 tavole e 29 figure nel testo, 1902, pp. 605-606.
  Onorato Balzac ha presentito e percorso le ragioni della nuova Scuola antropologico-giuridica, di cui ha spiegato i concetti principali in abbozzo nell’opera sua geniale, personificandoli qua e là nelle sue creazioni umane. È questo che Vincenzo Morello (Rastignac) ci dimostra in un saggio critico acuto e brillante, ch’egli si è indotto a pubblicare dopo aver lamentato che prima di lui gli apostoli della nuova dottrina non siano stati invitati a una disamina di tanto interesse.
  L’opera di Balzac, vagliata ora col conforto della critica storica, ci appare qual’è, la vera sintesi di un periodo di vita avventurosa (1835-47) che sopra tutti gli altri resta consegnato alla storia tinto di sanguigno per la copia dei delitti più violenti.
  A torto si ritiene ch’egli abbia descritto nei romanzi questo o quell’uomo: non riproduzione di uomini vivi, ma in ogni persona esiste una varietà della specie umana, osserva argutamente la Sand, egli risolse il problema di riprodurre la realtà completa nella completa finzione.
  Morello esamina partitamente Vautrin del Papà Goriot, il tipo vivo del criminale, e vi nota tutti i caratteri che potrebbero farlo classificare in un atlante della scienza antropologica criminale; V’è rigoglio fisico: «le spalle larghe, busto bene sviluppato, muscoloso, mano spessa quadrata, con falangi pelose, tutto rosso …». V’è il carattere, la mancanza di freno, l’uomo antisociale: «faccio quello che mi piace», l’indifferenza morale: «l’esser solo contro tutti è una bella partita» (frase comune ai delinquenti); «l’onestà non serve a niente»; «ucciderebbe un uomo come …» e lancia uno sputo; la tranquillità, la gaiezza dopo il delitto (Vautrin va a teatro dopo l’affare). Al giovane Rastignac cui narra il delitto, vedendolo inorridire, esclama: «Ah, abbiamo ancora qualche pannicello sporco di virtù!», scultoria frase che non ha l’eguale nella storia della reversione della coscienza umana. V’è l’insensibilità fisica: per mutare i connotati Vautrin si ferisce profondamente nel dorso fino a fare scomparire le vestigia del marchio del bagno; dopo il suo arresto gli agenti della polizia gli riscontravano oltre 17 buchi da un lato, 15 dall’altro …, si alterava il viso con reagenti chimici.
  Vautrin preso non fu più un uomo, ma il tipo di tutta una nazione di degenerati: in un momento divenne un poeta infernale su cui si dipinsero tutti i sentimenti umani, salvo uno solo: il pentimento!
  Ancora: vi sono in lui l’amore eccessivo, ozio, odio al lavoro, donde spinta al furto, il bisogno dell’irradiazione: egli vuole spingere al reato due amici: Rubempré, il debole e Rastignac, che possiede una volontà; con l’uno l’insinuante persuasione, con l’altro la sapienza, la ferocia, l’audacia di pensiero: la palla di cannone che sfonda o la peste che penetra. Dove migliore rappresentazione della coppia criminale? La suggestione criminosa è tutta espressa nella parlata di Vautrin a Luciano di Rubempré: «Io voglio una mia creatura, voglio amarlo, formarlo, plasmarlo a mio uso, affine di amarlo come il padre ama il figlio». «Questa sarebbe l’Iliade della corruzione!» risponde Luciano. Questa è la psicologia dell’incubo e del succubo; il secondo non è un criminale, ma un semi-criminale (criminaloide).
  Balzac vede i delinquenti nelle prigioni, ne descrive i tipi, ne ritrae i caratteri: questo piccolo, secco, agile, volto di faina, stupido, feroce contro il prossimo, passivo verso il suo capo, quello ladro e assassino, pallido olivastro, fronte depressa, occhi incavati, femmineo, l’uno ladro, grosso sulle gambe arcuate, ha sul volto i tratti dell’animale carnivoro; l’altro, dal viso pallido butterato, assomiglia al lupo per la larghezza della mascella; e tra loro comunicano mediante l’argot incomprensibile.
  E ancora: Balzac trae più ampie considerazioni: «Il delitto e la follia non hanno alcuna somiglianza fra loro?».
  «La prostituzione e il furto sono le due viventi proteste dello stato naturale contro lo stato sociale … Il ladro non mette in questione la proprietà, la sopprime: rubare per lui è entrare nel proprio …».
  In quanti esami di ladri nati non si è ottenuta questa scoperta logica e chiara?
  Vautrin non è condannato, non può esserlo: egli tiene segreti terribili contro i suoi giudici: la morale ne sgorga spontanea, serenamente dalla penna di Balzac che ha legato alla stessa catena, nella stessa galera, sotto il martello della stessa necessità, la classe alta e bassa, l’uomo politico e l’uomo d’affari, la donna galante e l’avventuriera, la moglie del giudice e la zia di Vautrin, il polso del condannato e il codice della legge: ecco la morale della vita umana: Vautrin finisce capo della polizia.
  La concezione è superba, degna del genio di colui che voleva essere il quarto grande del suo secolo con Napoleone, Cuvier, O’Connell, di quegli i cui lavori più preziosi, indice pure del disagio economico del suo tempo, furono scritti quasi sdegnosamente, quasi a ripiego della misera lotta quotidiana; a ben altro si sentiva chiamato, ben altra gloria, ben altra potenza, ben altra felicità sognava egli; ahimè il suo sogno di grandezza era l’assurdo, il fantastico; la parola viene da sé: la megalomania! Fu un normale quel Balzac che lavorava dalle sei di sera alle sei della mattina, che avvelenò sé stesso, con gli eccitanti di cui aveva fatto il suo vitale nutrimento?
  È un soggetto di ricerca ben degno di chi vorrà affrontarlo, che non sarà certo avaro di risultato istruttivo. La via l’avrebbe indicata Vincenzo Morello.

  E. Zola, Prefazione, in O. di Balzac, I Celibi … cit., pp. 3-8.[14]
  Balzac è nato a Tours, il 16 (sic) maggio 1799. Passò sette anni al collegio di Vendôme, che allora era in gran fama. Egli non fu, come Vittore Hugo, un fanciullo prodigioso; i suoi professori, al contrario, lo consideravano come una intelligenza mediocre, tarda e pigra. In verità in quella testa dagli occhi socchiusi e dall’espressione distratta avveniva un gran lavorio. Quando la sua indolenza lo faceva mettere in prigione, egli vi divorava in segreto tutti i libri che gli capitavano sotto le mani. La passione della lettura lo torturava, e nel suo cervello si agitava un mondo d’idee così complesso per la sua età, che ne cadde ammalato. Nessuno indovinò la causa della sua malattia; fu rimandato a casa, e lì frequentò le classi del collegio di Tours. D’altronde i suoi lo tenevano egualmente in pochissima stima. Ridevano delle prime ambizioni che germogliavano in lui. Verso la fine del 1814 andò coi suoi parenti [parents nel testo originale] a Parigi, dove compì i suoi studii, sempre senza alcuna gloria. Frequentò successivamente lo studio di un notaio e quello di un avvocato. Ma al suo temperamento ripugnava quella vita curialesca, fatta di cavilli e di raggiri, e riuscì ad ottenere da suo padre l’autorizzazione di tentar la carriera delle lettere. La sua famiglia cedeva molto a malincuore e gli accordava solo un anno per tentar la pruova. La pensione che gli assegnava, era calcolata in modo da impedirgli appena di morir di fame e da disgustarlo della vita delle soffitte. Finalmente, volendo i suoi genitori risparmiargli la vergogna di uno scacco, certo secondo essi, avevano preteso da lui che il tentativo fosse fatto in segreto, e che, anche agli occhi degli amici intimi, sembrasse che Onorato fosse andato a Montaubau (sic), presso un cugino.
  Eccolo dunque a Parigi, in una stamberga della via di Lesdiguières, libero di sognare e di scrivere come gli piaceva meglio. Dapprima volle tentare il teatro, mise su col massimo stento una tragedia in cinque atti, Cromwell, che, letta in famiglia e innanzi agli amici riuniti a bella posta, fu giudicata dell’infima mediocrità. Dovette tornare a casa, giacchè i genitori ritennero quella pruova sufficiente e decisiva. Però egli continuò a scrivere; e in quel tempo produsse una quantità di romanzetti, di cui non volle riconoscere mai la paternità. In cinque anni pubblicò con dei pseudonimi una quarantina di volumi. Egli fremeva sotto questo peso odioso; il suo genio si agitava sordamente e gli faceva trovare orribile un simile impiego del suo tempo. Se allora avesse avuto un assegno di un migliaio e mezzo di lire all’anno, sarebbe sfuggito forse agl’imbarazzi che schiacciarono l’intera sua vita. Per sottrarsi alla dipendenza in cui viveva in casa dei suoi genitori, risolse di tentare il commercio; comperò una tipografia, e mise fuori delle edizioni a buon mercato di La Fontaine e di Moliére (sic). Aveva allora venticinque anni. Avendogli rifiutato la sua famiglia di aiutarlo in questa iniziativa, dovette ritirarsi con un passivo abbastanza considerevole. Questo fu il principio del debito, che pesò sulla sua intera esistenza in una maniera così terribile. Nel 1827 si trovava di nuovo sul lastrico di Parigi, senza un soldo, abbandonato da tutti, non avendo altro che la sua penna per pagare i debiti e procurarsi da vivere. Allora incominciò la battaglia senza riposo che combattè sino alla morte. Non v’è eroe al mondo che possa vantarsi di aver fatto altrettanti prodigi di volontà e di coraggio.
  Balzac aveva ventinove anni. Era andato ad abitare in via Tournon. Tutti i vicini ne avevano compassione e criticavano amaramente ogni sua azione. Bisogna figurarselo nella sua cameretta, senza nessuno che avesse fede in lui, giudicato anche da suo padre e da sua madre come un arruffone, incapace di procacciarsi una buona posizione. Proprio in quel tempo scrisse gli Chouans, il primo romanzo che portò la sua firma. La stampa, come succede spesso, si mostrò benevola per questo ignoto; egli non dava ancora molestia ad alcuno, e aveva la modestia d’uno che faccia le prime armi. Ma le cose si mutarono presto; non appena comparvero gli altri romanzi, tutta la critica si scatenò contro di lui, s’impegnò una battaglia, ed egli fi trascinato nel fango ad ogni libro nuovo che pubblicava. Più tardi, la dipintura che fece dei giornalisti in Illusioni perdute finì di farlo rompere coi giornali; e, malgrado i capolavori che egli gettava loro in faccia per risposta a tutti gli attacchi, si può dire che sia morto prima di avere trionfato. La sua apoteosi si è fatta sulla sua tomba.
  Io non voglio entrare nelle minuzie di una vita semplicissima e nota a tutti. Si sa che egli abitò successivamente in via Tournon, via Cassini, via delle Battaglia, ai Jardies, in via Bassa, a Passy, e finalmente a Beaujou, nella casa dov’è morto. Si sa che la sua intera esistenza fu assorbita dal debito, che egli si dibatteva tra cambiali e rinnovazioni di cambiali, a profitto di usurari, facendo miracoli di lavoro, senza arrivare a liberarsene mai. La sua vita fu compendiata in un lavoro da gigante. Però avea anch’essa dei lati nascosti. Egli sfuggiva, da un momento all’altro, ai suoi più intimi amici, ed era di una discrezione feroce riguardo alle donne. Spesso scompariva, si metteva in viaggio, senza avvertire nessuno.
  Se sceglieva, per lo svolgimento di uno dei suoi romanzi, una città che non conosceva, teneva a visitarla; e percorre così quasi tutta la Francia. Poi, preso l’aire, si slanciava in avventure più lunghe, andava in Savoia, in Sardegna, in Corsica, in Germania, in Italia, in Russia. D’altronde la sua produzione incessante non si fermava punto ai viaggi. Egli lavorava dovunque; gli bastava solo un angolo di tavola. Nessun avvenimento grandioso spezza l’esistenza di questo lavoratore potente. Si ha Balzac tutto intero, allorchè si aggiunge che l’uomo di affari non era morto completamente in lui, e che la sua fantasia di romanziere si esercitava spesso nel campo delle invenzioni e delle intraprese: così sognò la fabbricazione di una carta nuova per stamparvi le sue opere; così fantasticò di trar profitto dalle scorie lasciate dai Romani in Sardegna, fondandosi sul ragionamento che i processi in metallurgia erano dilettosissimi nell’antichità. Nel suo cervello sempre in ebollizione germogliavano dei processi sorprendenti. Volle anche essere un uomo politico e fece fiasco. Fortunatamente per la gloria della letteratura francese, egli dovette rimanere un semplice romanziere e spendere il suo genio nelle opere che la necessità gli faceva produrre così dolorosamente.
  Il romanzo della sua vita fu il suo matrimonio con la contessa Hanska. Egli aveva conosciuta questa signora maritata, e l’amava da sedici anni, allorchè la sposò finalmente, un po’ prima della sua morte. Quando si celebrò in Russia il matrimonio, Balzac era già attaccato dal mal di cuore, di cui doveva morire, e non ritornò in Francia che per spirare. La sua corrispondenza, pubblicata ora, dà dei particolari interessantissimi su questa unione che Balzac aveva progettata e contratta nel più stretto mistero.
***
  La Commedia Umana è simile ad una torre di Babele che la mano dell’architetto non ha avuto e non avrebbe mai tempo di terminare. Sembra che delle ali di muro sieno lì lì per crollare di vecchiezza e coprire il suolo delle loro rovine. L’operaio che l’ha fabbricata vi ha impiegato tutti i materiali che gli son capitati sotto le mani, del gesso, del cemento, della pietra, del marmo, perfino della sabbia e della mota dei rigagnoli. E, colle sue braccia robuste, coi materiali raccolti spesso a caso, ha innalzato il suo edifizio, la sua torre gigantesca, senza preoccuparsi punto dell’armonia delle linee, delle giuste proporzioni dell’opera. Pare di sentirlo ansare nel suo cantiere, tagliando dei blocchi con grandi colpi di martello, infischiandosene della grazia e della finezza della lima. Pare di vederlo salire pesantemente sulla impalcatura, costruendo qui una gran muraglia nuda e rugosa, allineando più in là un colonnato di una maestà serena, incavando dei porticati e dei seni a modo suo, dimenticando talvolta delle intere branche di scalinata, mescolando, colla noncuranza e la potenza del genio, il grazioso al volgare, il raffinato al barbaro, l’eccellente all’infimo.
  A quest’ora l’edifizio è là, disegnando sul cielo limpido la sua massa mostruosa. È un mucchio di palazzi e di stamberghe, uno di quei monumenti ciclopici, come se ne vedono in sogno, pieno di splendidi saloni, e di ridotti vergognosi, tagliati da larghi viali e da corridoi stretti come budelli, per i quali si può passare solo arrampicandosi. I piani si succedono a volta a volta elevati, schiacciati, di stili differenti. Ci troviamo bruscamente in una stanza, ed ignoriamo da che parte vi siamo saliti, e non sappiamo come discendere. Si va sempre innanzi, ci smarriamo venti volte, e incessantemente si presentano sempre nuove miserie e nuovi splendori. È un luogo cattivo? E (sic) un tempio? Si esita a definirlo. È un mondo, un mondo di creazione umana, fabbricato da un artefice e da un artista prodigioso.
  Dal difuori, l’ho detto, è Babele, la torre dalle mille architetture, la torre fatta di gesso e di marmo, che l’orgoglio di un uomo voleva innalzare sino al cielo, e di cui dei pezzi di muto coprono già il suolo. In quella serie di piani sovrapposti vi si son fatti dei buchi neri; qua e là si è smussato un angolo; le piogge di alcuni inverni sono bastate a sbriciolare il gesso, che la mano frettolosa dell’artefice ha adoperato troppo spesso. Ma tutto il marmo è rimasto in piedi, tutti i colonnati, tutti i fregi sono intatti, resi più larghi e più bianchi dal tempo. L’operaio ha innalzato la sua torre con un istinto tale del grande e dell’eterno, che lo scheletro dell’edifizio sembra che debba rimanere per sempre com’è. Avranno un bel crollare delle ali di muro, sprofondare dei pavimenti, cadere delle scale, le pietre principali dell’edifizio rimarranno sempre l’una sull’altra, la gran torre si innalzerà sempre così dritta, così alta, poggiata sulla larga base delle sue colonne gigantesche. A poco a poco se ne andrà via tutto ciò che è fango e sabbia, ed allora lo scheletro di marmo del monumento comparirà ancora sull’orizzonte, come il profilo immenso e sminuzzato di una città. Anche, se in un avvenire lontano, un vento terribile, portando via la nostra civiltà e la nostra lingua, gittasse per terra la carcassa dell’edifizio, le rovine formerebbero sul suolo una montagna così grande, che nessun popolo potrebbe passar dinanzi a questo ammasso, senza dire: «Lì dormono le rovine di un mondo».
***
  Nel chiudere il libro son caduto in una gran fantasticheria. Quali vie singolari prende delle volte il desino per formare un grand’uomo! Oggi Balzac è morto, e noi non abbiamo più sotto gli occhi che il suo monumento, il quale ci sbalordisce per la sua altezza, e restiamo pieni di rispetto innanzi ad un lavoro così prodigioso. Come mai un artefice ha potuto creare da sé solo un mondo simile? E se sfogliamo la storia della vita di questo artefice sapremo che egli lavorava solamente per pagare i suoi debiti. Sì, questo gigante instancabile, non era altro che un debitore perseguitato dai suoi creditori, che terminava un romanzo per pagare una cambiale, cercando di ammassare le pagine l’una dietro l’altra per non essere arrestato, facendo questo miracolo di superba produzione, unicamente in vista delle sue scadenze di ogni mese. Sembra che sotto necessità sempre impellenti, negli spaventevoli imbarazzi cagionati dalla mancanza di danaro, il suo cervello si sia slargato ed abbia messo fuori dei capolavori.
  Chi sa quale avrebbe potuto essere l’opera di Balzac, se egli fosse venuto al mondo con una solida fortuna e avesse vissuto una vita tranquilla ed ordinata! Non è possibile immaginarselo felice. Avrebbe sicuramente prodotto meno. Non sentendosi più spinto innanzi dal bisogno, forse si sarebbe dato alla ricerca della perfezione, avrebbe avuto maggior cura dei suoi libri, scrivendo in ore determinate. Noi vi avremmo guadagnato delle opere più maturate, equilibrate meglio: ma queste opere avrebbero contenuto per forza minore fiamma interiore. Preso l’aire in questo campo delle ipotesi, si può anche giungere sino a supporre che Balzac avrebbe preferito l’azione e che ora conteremmo un grande scrittore di meno. In lui v’era un uomo di affari ardentissimo che avrebbe ceduto alla tentazione delle intraprese, dei viaggi, della politica, dell’industria. D’altronde io mi contento di accennare a queste possibili eventualità.
  La verità è che l’opera di Balzac è stata realmente prodotta dalla vita abominevole che ha dovuto menare. Dei critici delicati possono, in nome del buon gusto, commettere la colpa di desiderare un Balzac espurgato e corretto. Ma sarebbe impossibile di moderarlo, di dargli una invenzione più netta ed uno stile più castigato, senza rimpicciolirlo subito ed abbassarlo al livello dei romanzieri di second’ordine. Bisogna prenderlo così, com’è, ammirarlo prima di tutto per la sua forza. Quando egli passava le notti a scrivere per fare onore alla sua firma apposta alle cambiali, la sua febbre si comunicava alla sua penna e le sue frasi avevano qualche cosa della sua volontà. Quanto più sentiva la frusta del debito che gli schioccava dietro le spalle, altrettanto il suo sforzo diveniva maraviglioso. Da questo deriva quella potenza che si sprigiona da tutto ciò che ha scritto. Bisogna pensare ad un naufrago che stia per annegare, e che si trasforma in eroe, nuotando per delle leghe, accusando del decuplo il suo sforzo, compiendo il miracolo di camminare sul mare e di comandare ai flutti adirati. Se avesse avuto l’ozio necessario per poter essere perfetto, avremmo perduto quel che di magistrale che trasporta per tutta la Commedia Umana. Sono i suoi stessi tormenti, la sua stessa esistenza di lottatore, che si agitano in fondo all’opera sua con un frastuono così rimbombante e profondo.
  Ma voglio essere ancora più affermativo. Solo un uomo come lui poteva scrivere l’epopea moderna. Era necessario che egli passasse pel fallimento per comporre il suo miserabile Cesare Birotteau; il quale è così grande nella sua bottega da profumiere, come sono grandi gli eroi di Omero innanzi alla loro Troia. Bisognava che avesse camminato per le vie di Parigi con delle scarpe sdrucite per conoscere la classe infima della vita e mettere in piedi i tipi eterni di Goriot, di Filippo Bridau, di Marneffe, del barone Hulot, di Rastignac. Un uomo felice, che fa comodamente il chilo, e i cui giorni si succedono senza scosse, non sarebbe disceso mai in questa febbre dell’esistenza attuale. Balzac, autore de dramma del danaro, ha ricavato dal danaro tutto il patetico terribile che esso contiene nella nostra epoca; ed egli ha analizzato così le passioni che fanno muovere i personaggi della commedia contemporanea, ha dipinto così mirabilmente il suo tempo, perché soffriva. È il soldato, messo al centro della battaglia della vita, che vede tutto, che si batte per conto proprio e che racconta l’azione nell’istesso momento della lotta.
  Egli è giunto a tempo, ecco un’altra ragione del suo genio. Non è possibile immaginarselo al diciassettesimo secolo, che avrebbe fatto di lui un tragico assai mediocre. Egli doveva prodursi precisamente nel tempo, in cui la letteratura classica moriva di [a]nemia, la forma del romanzo si slargava, acquistava nuovi orizzonti e prendeva il posto della vecchia retorica, per servir di strumento alla ricerca universale, che lo spirito moderno incominciava a fare sulle cose e sugli esseri. S’imponevano i metodi scientifici, gli eroi scomparivano impalliditi dinanzi alle creazioni reali, l’analisi subentrava alla immaginazione. Allora egli, per il primo, era chiamato ad adoperare potentemente i suoi nuovi strumenti. Creò il romanzo naturalista, lo studio esatto della vita, e, tutto ad un tratto, per un’audacia del suo genio, osò far vivere nel suo quadro grandioso una società intera, copiata da quella che aveva dinanzi a sé. Era la più splendida affermazione della evoluzione moderna. Egli distruggeva le menzogne dei vecchi generi, ed era l’iniziatore dell’avvenire. Quel che v’è di più meraviglioso nel caso suo, è che compì questa rivoluzione nel fervore del movimento romantico. In quel tempo tutta l’attenzione era rivolta al gruppo fiammeggiante, alla cui testa troneggiava Vittore Hugo. Le opere di Balzac non avevano che un mediocrissimo successo. Nessuno sospettava che il vero innovatore fosse quel romanziere, che non destava ancora nessun chiasso, e le cui opere sembravano così confuse e così noiose. Vittor Hugo, rimane, certamente, un uomo di genio; il primo poeta lirico del mondo. Però la scuola di Vittore Hugo agonizza, il poeta non ha più che una influenza retorica sugli scrittori che vengon su ora, mentre Balzac s’ingrandisce ogni giorno dippiù, e in questo momento determina un movimento letterario, che sarà sicuramente del ventesimo secolo. Si va innanzi nella via che egli ha tracciata, ed ogni nuovo venuto spingerà l’analisi sempre più lontano e allargherà il metodo.
  Balzac è alla testa della letteratura francese del domani.

  Luigi Zùccoli, Uomini e fatti della vita italiana. Lo Scià in Italia […], «La Rassegna Internazionale. Pubblicazione quindicinale», Roma, Anno III, Vol. IX, Fasc. I-II, 1° e 15 Aprile 1902, pp. 245-248.
  p. 245. Di tutto quanto si narra intorno allo Scià, questo particolare delle mille donne mi ha colpito […].
  Noi, disgraziatamente monogami, siamo rimasti ancora alla Phisiologie (sic) du mariage del Balzac, che andiamo scartabellando, nocturna versando manu, versando diurna, per apprendere come si debba governare una donna sola. Lo Scià potrebbe scrivere e insegnarci la Fisiologia di mille matrimoni […].




Iconografia.


 

  Statua del Balzac, inaugurata a Parigi il 24 novembre: Scultore: Falguière, «Illustrazione Popolare. Giornale per le Famiglie», Milano, Fratelli Treves, Editori, Vol. XXXIX, N. 50, 14 dicembre 1902, p. 785.

 

  Balzac non è veramente, uno scrittore le famiglie. Ne’ suoi romanzi, ne’ suoi scritti tutti quanti, non trovate l’esaltazione della famiglia, di questa base sacra e solenne della società: trovate l’opposto. Egli fu il primo dei romanzieri francesi, che derisero il matrimonio, che dipinsero con certa compiacenza, la colpa. Con lui, sulla stessa via, andò Giorgio Sand; e quale schiera lunghissima di romanzieri francesi ... Il Balzac non fu neanche un amico dell’Italia. Denigrò gl’Italiani , disprezzò i Promessi Sposi del Manzoni senza averli letti e ne fu aspramente rimbeccato a Venezia, nelle appendici di quella antica Gazzetta e, a Milano, in un opuscolo scritto da un ex militare dell’esercito di Napoleone I quando i più pazzi oltraggi ci venivano lanciati dal Balzac. A ogni modo, egli fu il più grande scrittore di prosa che abbia avuto la Francia. Il Balzac nel romanzo, Victor Hugo nella poesia, sono i due colossi della letteratura dei nostri fratelli latini. I due fratelli de Goncourt, il Flaubert, lo stesso Emilio Zola sono scolari del Balzac; al quale era ben doveroso che la sua Parigi innalzasse un monumento. Ed è una bella statua, scolpita con fare largo dallo scultore francese Falguière, al quale la morte tolse il piacere di assistere al proprio trionfo. Perché bella opera d’arte, la riproduciamo. Onorato Balzac, l’autore della Commedia umana, nacque a Tours il 20 maggio 1799; morì a Parigi il 20 agosto 1850.




  [1] Si tratta della traduzione parziale del capitolo che Arsène Houssaye dedica alla morte di Balzac (La mort de Balzac, pp. 255-261) ne: Les Souvenirs d’un demi-siècle. 1830-1880. Tome quatrième, Paris, Librairie de la Société des Gens de lettres, 1885.
  [2] È probabile che l’A. si riferisca alla nota di Maurice Demaison, Au jour le jour. Les idées politiques de Balzac, «Journal des débats politiques et littéraires», 113e année, n. 350, 18 décembre 1901, p. 1.
  [3] Cfr. Jean Carrère, Les mauvais maîtres. Honoré de Balzac, «Revue hebdomadaire», t. XI, 11e année, 30 août 1902, pp. 585-597.
  [4] Cfr. É. Ourliac, Malheurs et aventures de César Birotteau avant sa naissance, «Le Figaro», 15 décembre 1837 ; ora in S. Vachon, Balzac. Mémoire de la critique, Paris, Presses de l’Université Paris-Sorbonne, 1999, pp. 81-84.
  [5] Cfr. L. Capuana, Un autografo del Balzac, «Fanfulla della Domenica», 2 gennaio 1881.
  [6] Si tratta di Jean-Baptiste Sanson de Pongerville (1782-1870) eletto all’Académie française nel 1830.
  [7] Si tratta di Jean Vatout (1791-1848) eletto all’Académie française nel 1848.
  [8] Gustave Vapereau, autore del Dictionnaire Universel des Contemporains.
  [9] Segnalato da R. de Cesare, Capuana e Balzac … cit., pp. 108-109.
  [10] Citazione tratta dalla Préface a Illusions perdues.
  [11] Citazione tratta da El Verdugo.
  [12] L’A. allude qui al terzo soggiorno di Balzac in Italia senza far cenno alcuno, o non essendone a conoscenza, alle prime due esperienze di viaggio nel nostro Paese compiute dallo scrittore nel 1836, a Torino, e nel 1837, a Milano e a Venezia.
  [13] Citazione tratta, con qualche leggera modifica, da Les Marana.
  [14] Si tratta della traduzione, alquanto ridotta, del denso studio (oltre settanta pagine) che Émile Zola dedicò a Balzac come primo capitolo de Les Romanciers naturalistes, Paris, G. Charpentier, Éditeur, 1881.

Marco Stupazzoni

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