giovedì 7 maggio 2015


1901




Traduzioni.


  O. de Balzac (sic), Fisiologia dell’ammogliato, Milano, Tipografia Editrice, 1901.
  Un volume di complessive 64 pagine. A p. 51, termina la Fisiologia dell’ammogliato; da p. 51 a p. 63, è presente il racconto di Adolfo Lovati: L’ultima conquista. Storia vera per Adolfo Lovati, a cui segue l’Indice del volume (p. 64).


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  La tendenza, alquanto consolidata in gran parte dell’editoria e della pubblicistica italiane del secondo Ottocento, ad identificare, in Honoré de Balzac, l’autore privilegiato, e quasi esclusivo, di opere di fisiologia letteraria sul matrimonio si rivela, anche agli albori del XX secolo, nella attribuzione all’autore della Physiologie du mariage della paternità di questa Fisiologia dell’ammogliato, la quale, in realtà, non è altro che la traduzione nel nostro idioma della Physiologie de l’homme marié di Ch. Paul de Kock (1841).
  La prima edizione di questa traduzione risale, per quanto ne sappiamo, al 1887[1]: in questo testo, non compare né in copertina né nel frontespizio il nome di Balzac; la paternità di queste osservazioni sul matrimonio è in realtà attribuita ad un enigmatico autore, A. Lavoit, il cui nome potrebbe non essere altro che l’anagramma di [Adolfo] Lovati, del quale è presente, in entrambe le edizioni (1887 e 1901) la novella: L’ultima conquista.
  Allo stesso Lovati si dovrebbe anche la breve introduzione (firmata: L’Autore) intitolata: Cenni preliminari, – testo che non costituisce la traduzione delle Réflexions préliminaires scritte dal Kock – in cui, a p. 4, è contenuta la citazione di un passo tratto dalla Physiologie du mariage di Balzac:


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  “«Il matrimonio non deriva punto dalla natura. La famiglia orientale differisce interamente dall’occidentale. L’uomo è il ministro della natura, e la società s’innesta sovr’essa. Le leggi sono fatte pei costumi, e i costumi variano.
  Il matrimonio può dunque subire il perfezionamento graduale, a cui tutte le umane cose paiono sottomesse».
  Queste parole furono pronunciate davanti al Consiglio di Stato da Napoleone I, allorchè trattossi della discussione del Codice civile, e non possono a meno di colpire profondamente per la vastità del concetto che esse compendiano, e che tenteremo di svolgere del nostro meglio in queste povere pagine.”
  Una successiva edizione di questa Fisiologia dell’ammogliato – dove il nome dell’autore è ancora una volta attribuito erroneamente a Balzac – sarà pubblicata a Trieste dalla Tipografia italiana, nel 1910.

  Onorato di Balzac, Fisiologia del matrimonio o meditazioni sulla felicità e la infelicità coniugale, Firenze, Adriano Salani, Editore (Tipografia Salani), 1901 («Biblioteca Salani Illustrata», 20), pp. 255.
  Cfr. 1885; 1894; 1896.
   O. De Balzac, Il Martirio. Traduzione di A.[nton] G.[iulio] Corrieri, Milano, Carlo Aliprandi – Editore (Tip. Lit. G. Abbiati), s. d. [1901], pp. XXIV-161.


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  L’anno di pubblicazione è stato desunto dalla dedica del volume da parte del Corrieri “Al chiaro scrittore Prof. Cav. Oreste Gallo, amico vero e non della ventura. Con grato affetto”, datata: Milano, 25 Luglio 1901.
  Alle pp. III-XIV, è presente un saggio introduttivo dedicato allo scrittore francese (Balzac) che trascriveremo integralmente nella sezione dedicata agli studî e ai riferimenti critici.
  Con il titolo di: Il Martirio, è pubblicata, crediamo per la prima volta in Italia, la traduzione di una tra le più inquietanti “scene de la vie privée” balzachiane. Si tratta del romanzo Honorine, di cui A. G. Corrieri fornisce una versione italiana alquanto approssimativa e lacunosa, non priva, cioè, di frequenti omissioni riguardanti intere sequenze testuali che si ritrovano lungo tutto lo svolgersi dell’opera, a cui si aggiunge la presenza di errori, talvolta grossolani, di traduzione del lessico e del costrutto francesi. A causa di questi, a volte imperdonabili, difetti metodologici e formali, il Corrieri può essere annoverato nella schiera di quei modesti traduttori di romanzi balzachiani che così maldestramente hanno fatto conoscere l’opera dello scrittore francese nel corso di tutto il XIX secolo.
  La suddivisione del testo balzachiano in sei capitoli mostra che il traduttore ha assunto come modello di riferimento per la sua traslazione il testo dell’edizione pre-originale pubblicato ne «La Presse» del marzo 1843, e non quello dell’edizione originale del romanzo (Furne, 1845). È altresì abbastanza probabile che il Corrieri abbia avuto tra le mani uno dei diversi esemplari di “prefaçons belges” di Honorine che riportano il testo edito dalla «Presse» nel 1843.
  Abbiamo già annunciato precedentemente le numerose e diffuse omissioni presenti in questa versione del Corrieri rispetto al testo originale di Honorine, a cominciare dall’incipit del romanzo. Oltre alla dedica “À Monsieur Achille Deveria”, viene completamente rimosso, dal testo italiano, l’interessante «petit préambule [qui] a pour but de rappeler à ceux des Français qui ont voyagé le plaisir excessif qu’ils ont éprouvé quand, parfois, ils ont retrouvé toute la patrie, une oasis dans le salon de quelque diplomate».[2]
  Altri esempî – ma se ne potrebbero citare da ogni pagina del testo – particolarmente significativi della scarsa aderenza del compilatore al testo francese e della disinvolta approssimazione con la quale il Corrieri interviene sul modello originale potrebbero essere considerati i passi seguenti che qui sotto riportiamo:
  p. 9 [p. 528, ediz. ‘Nouv. Pl.’]:
  Maintenant, une fois la réunion expliquée, il est facile de concevoir que l’étiquette en avait été bannie, ainsi que beaucoup de femmes et des plus élevées, curieuses de savoir si la virilité du talent de Camille Maupin naissait aux grâces de la jolie femme, et si, en un mot, le haut-de-chausses dépassait la jupe. Depuis le dîner jusqu’à neuf heures, moment où la collation fut servie, si la conversation avait été rieuse et grave tour à tour, sans cesse égayée par les traits de Léon de Lora, qui passe pour l’homme le plus malicieux de Paris actuel, un bon goût qui ne surprendra pas d’après le choix des convives, il avait été peu question de littérature ; […].
  Una volta formata la compagnia è facile capire che fu bandita affatto l’etichetta così che molte donne e delle più elevate furono curiose di vedere se la virilità del talento di Camillo Maupin nuocesse alle grazie femminili. Dopo pranzo se la conversazione era stata volta a volta gioconda e grave – distratta sempre dai motti di spirito di Leon de Lora – che passa per il più malizioso giovanotto della Parigi moderna, vi si era parlato di letteratura […].
  A p. 13 (pp. 529-530 ediz. della ‘Nouv Pl.’), il Corrieri sostituisce il termine fazzioli (scritto da Balzac in italiano) con quello di campieli.
  p. 17, all’inizio del II capitolo (p. 531 della ‘Nouv. Pl.’):
  À vingt-deux ans, une fois reçu docteur en droit, mon vieil oncle, l’abbé Loraux, alors âgé de soixante-douze ans, sentit la nécessité de me donner un protecteur et de me lancer dans une carrière quelconque. Cet excellent homme, si toutefois ce ne fut pas un saint, regardait chaque nouvelle année comme un nouveau don de Dieu.
  A 22 anni – appena laureatomi dottore in legge, il mio vecchio zio, l’abate Loraux vecchio di 62 anni (sic!!) sentì la necessità di darmi un protettore e di lanciarmi in una carriera qualunque. Quell’eccellente uomo per non dire un santo – considerava ogni uomo come un novello dono di Dio.
  A p. 161, a conclusione del romanzo (p. 597 della ‘Nouv. Pl.’), così è tradotta la toccante riflessione di Camille Maupin:
  – Il se trouve donc encore de grandes âmes dans ce siècle !» dit Camille Maupin qui demeura pensive, appuyée au quai, pendant quelques instants.
  – Si trovano dunque ancora delle grandi anime in questo secolo! concluse Camillo Maupin fermandosi pensieroso e riguardando il mare.
  Alle pp. 163-164, è presente un Elenco delle Pubblicazioni di A. G. Corrieri: si tratta di una lista di titoli comprendenti romanzi, opere teatrali, saggi critici e traduzioni dall’inglese, dal francese (tra cui due scritti stendhaliani) e dallo spagnolo. Tra queste ultime, segnaliamo quella intitolata: De Balzac. – Amori di due giovani spose – Milano, Fratelli Treves, 1901 (cfr. Memorie di due giovani spose, opera presentata nella scheda successiva) e altre due opere balzachiane, segnalate come “di prossima pubblicazione” delle quali non abbiamo trovato alcuna traccia: Caterina De Medici e Per l’Amore.

  Balzac, Memorie di due giovani spose, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1901 («Biblioteca Amena», N. 605), pp. XII-308.
  Come segnalato nella scheda precedente, alla fine del volume intitolato: Il Martirio, che presenta la traduzione italiana di Honorine, è inserito un elenco delle pubblicazioni di A. G. Corrieri, tra le quali è indicata la traduzione di Mémoires de deux jeunes mariées (registrata con il titolo di: Amori di due giovani spose), pubblicata dagli editori Treves di Milano.
  Al Corrieri, si deve altresì, con tutta probabilità, il saggio introduttivo (Balzac) presente alle pp. V-XII, la cui trascrizione integrale sarà fornita all’interno della sezione dedicata agli studî ed ai riferimenti critici.
  La versione italiana che, di questa “scene de la vie privée” balzachiana, fornisce il compilatore non può certo ritenersi esemplare. Il Corrieri interviene a più riprese sul testo dell’edizione originale del romanzo (Furne, 1842, o successive edizioni dell’opera) tralasciando di riportarne alcune parti o traducendone altre in modo alquanto discutibile e approssimativo. Dopo aver segnalato la completa omissione della traduzione della dedica a George Sand, riportiamo di seguito alcuni passaggi del romanzo di Balzac mettendo a confronto alcune sequenze testuali tratte dal testo originale (cfr. Mémoires de deux jeunes mariées. Introduction de Roger Pierrot, in La Comédie humaine … cit., I, 1976) con la corrispondente resa in lingua italiana fornita dal traduttore:
  pp. 195-197 (ediz. Nouv Pl.).

I.
À Mademoiselle Renée de Maucombe.
[…]
  Ma chère, quoi qu’il arrive aux Carmélites, le miracle de ma délivrance est la chose la plus naturelle.
  pp. 1-4.
Parte prima.
Luisa di Chaulieu a Renata di Maucombe.
  Cara mia, qualunque cosa avvenga alle Carmelitane il miracolo della mia liberazione è la cosa più naturale del mondo.
  E, subito dopo, “les cris d’une conscience épouvantée” è tradotto erroneamente in “le crisi d’una coscienza allarmata”.
  E più oltre:
  […] je crois nos âmes soudées l’une à l’autre, comme étaient ces deux filles hongroises dont la mort nous a été racontée par M. Beauvisage, qui n’était certes pas l’homme de son nom : jamais médecin de couvent ne fut mieux choisi.
  […] credo le nostre anime sieno unite, l’una all’altra, come quelle due fanciulle ungheresi la morte delle quali ci fu narrata dal dottor Beauvisage, la cui immagine, in verità, non rispondeva al suo cognome.
  Infine:
  Or donc, ma belle enfant, par une matinée qui demeurera marquée d’un signet rose dans le livre de ma vie, il est arrivé de Paris une demoiselle de compagnie et Philippe, le dernier valet de chambre de ma grand-mère, envoyés pour m’emmener.
  Sappi dunque che un bel mattino, che ricorderò sempre durante tutta la mia vita, giunsero qui, da Parigi, una donzella di compagnia e Filippo, l’ultimo cameriere di mio nonno, inviati per condurmi con loro.
  Onorato Balzac, La pace domestica. L’elisir di lunga vita - La borsa. Racconti scelti di Onorato Balzac, Milano, Società Editrice Sonzogno, 1901 («Biblioteca Universale», N° 218), pp. 96.
  Prefazione, pp. 3-4; La pace domestica, pp. 5-40; L’elisir di lunga vita, pp. 41-64; La borsa, pp. 65-96.
  Cfr. 1893.


  Appendice dell’”Avanti”. Onorato Balzac, Papà Goriot, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno V, Numeri 1, 3, 5 […] Gennaio 1901, p. 4.

  Cfr. 1900.

  Balzac, Piccole Miserie della Vita Coniugale, Milano, Fratelli Treves, Editori (Tip. Fratelli Treves), 1901 («Biblioteca Amena», N. 615), Secondo migliaio, pp. 306.
  Il testo di questa traduzione italiana di Petites misères de la vie conjugale ricalca molto da vicino la versione che, dello studio analitico balzachiano, ha fornito, nel 1883, Giuseppe De’ Rossi per l’editore Perino di Roma. Valgono pertanto, anche in riferimento a questa nuova edizione del 1901, le medesime osservazioni da noi formulate per quel che riguarda il testo del 1883.[3] Rispetto a quest’ultimo, la presente versione italiana presenta alcune (nella maggior parte dei casi, irrilevanti) varianti formali, di cui forniamo qui sotto alcuni esempî che metteremo a confronto con le corrispondenti sequenze testuali del testo originale.
  Si considerino, ad esempio, alcuni passi tratti dalla Préface où chacun retrouvera ses impressions e dal primo paragrafo intitolato: Le Coup de Jarnac[4] e le relative versioni nel nostro idioma presenti nei due testi considerati:
  Et vous parlez à cet objet devenu très timide.
  - E voi fate a parlare con questa personcina che è diventata tutta timida timida (1883).
  - E voi prendete a parlare con la ragazza indicatavi che è diventata tutta timida timida (1901).
  […] un mot avec lequel les femmes abusent leurs familles.
  - […] un epiteto, col quale le donne cercano di lusingare le loro famiglie (1883).
  - […] un epiteto, col quale le donne cercano di ingannare le loro famiglie (1901).
  […] qui ne peuvent s’envoler!
  - […] che nessuno potrà mai levare (1883).
  - […] che non potranno certo pigliare il volo (1901).
  Votre femme est grosse! la nouvelle éclate, et votre plus vieil ami de collège vous dit en riant : «Ah ! vous avez fait des nôtres ?»
  - Vostra moglie è gravida! la nuova si propaga, e incontrando uno dei più vecchi vostri amici di collegio, egli vi ferma e vi dice ridendo: – Ah! … voi andate ancora facendone dei nostri! (1883)
  - Vostra moglie è incinta! La novella si propaga, e incontrandovi a caso, uno dei più vecchi vostri amici di collegio, vi ferma e vi dice ridendo:
  – Ah … voi ne fate ancora dei figlioli! (1901).

  Appendice dell’“Avanti”. Onorato Balzac, Gli Sciuani, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno IV, Numeri 1626-28-29-30-32-33-34-35-37-39-40-41-42-44-45-46-47-48-51-53-55-58-59-62-65-67-69-70-72-73-74-75-79-81-86-87-88-89-92-93-94-95-97-99; 1700-04-06-11-12-14-16-17-18-19-20-21-22-24-25-26-27-29-30-32-33-34-35-37-38-41-42-43-44-49-51-54-55-57-58-62-64; 20, 21, 22, 23, 24, 26, 27, 28, 29 Giugno; 1, 3, 4, 5, 6, 8, 9, 10, 11, 12, 15, 17, 19, 22, 23, 26, 29, 31 Luglio; 2, 3 , 5, 6, 7, 8, 12, 14, 20, 21, 22, 23, 26, 27, 28, 29, 31 Agosto; 2, 3, 7, 9, 14, 15, 17, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 27, 28, 29, 30 Settembre; 2, 3, 5, 6, 7, 8, 10, 11, 14, 15, 16, 17, 22, 24, 27, 28, 30, 31 Ottobre; 4, 6 Novembre 1901, p. 4.


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  La traduzione si fonda sul modello dell’edizione Furne del 1845 e può ritenersi, nel complesso, corretta.


  Appendice dell’”Avanti”. Onorato Balzac, Un amore nel deserto, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno IV, Numeri 1621-23-24; 15, 17, 18 Giugno 1901, p. 4.


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  Condotta sul testo dell’edizione originale Furne (1845-1846), questa traduzione (anonima) di Une passion dans le désert ci sembra, nel complesso, fedele e corretta.


  Onorato Balzac, Un episodio del terrore di Onorato Balzac, «L’Italia Centrale. Gazzetta di Reggio-Emilia», Reggio-Emilia, Anno XXXIX, N. 323, 24 Novembre-N. 330, 1 Dicembre 1901, p. 2 di ogni numero.

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  Il testo di questa traduzione italiana del racconto politico balzachiano – pubblicato in sette “puntate”, come Appendice, nel periodico «L’Italia Centrale» di Reggio Emilia – non ci è nuovo: esso, infatti, riproduce, senza alcuna variante formale, la traduzione che, di Un épisode sous la Terreur, ha fornito (presumibilmente) il giornalista R.[omualdo?] Ghirlanda nel 1895.[5] Valgono pertanto le osservazioni circa la scarsa qualità di questa versione italiana da noi già espresse nella sezione: Traduzioni italiane per l’anno 1895.


Studî e riferimenti critici.


  Sensazioni parigine. Dall’alto di Notre-Dame, in Parigi e l’Esposizione, «Aspasia. Cronaca d’Arte», Anno II, Num. XXI-XXII, Gennaio 1901, pp. 411-412; Lungo i boulevards – Tipi e abitudini, pp. 412-416.

  p. 411. Parigi: il sogno la meta di tutti i conqui­statori della spada e della penna di Napo­leone e di Balzac, eccola innanzi ai miei occhi in una visione la prima — di energia e di lavoro quali fervono con lena crescente sin dove l’occhio può spingersi, lungo l’ampio Boule­vard Diderot sino alla piazza della Nazione o sino alla Senna, per tutta la lunghissima «Avenue Daumesnil». […].

  p. 414. Non importa se la Sirena esperta e corrotta farà scempio delle forze e degli entusiasmi che fan da companatico al pane asciutto mangiato — nei mesi di noviziato — passeggiando lungo la Senna o su quelle alte mansarde, da questi giovani ferventi e poveri giunti dall’arsa Pro­venza, dalla «cimmeria» Bretagna, dalle piane della Gironda, dai colli di Borgogna e di Sciam­pagna — non importa, qualcuno, fra i tanti si salva almeno quanto basti per affidare il suo nome ai posteri e si chiama Balzac, l’autore della «Commedia Umana» e si chiama Murger, l’autore della «Bohème» e si chiama Dandet (sic), l’autore di «Jack» e tutti essi — scrittori grandi e piccoli, da E. Sue a V. Hugo ai Goncourt al Maupassant, all’Hervieu, hanno visto e trovato in tal popolo e in tale vita, il materiale ideale pel loro studio, per l’erezione di un monumento di studio a quel capolavoro di varie arti che è l’uomo.



  Il governo moderno secondo Balzac (Da un articolo di Onorato di Balzac, pubblicato nel “North American Review, fascicolo del 15 dicembre), «La Lettura. Rivista mensile del Corriere della Sera», Milano, Anno I, Num. 2, Febbraio 1901, p. 172.
  L’articolo del Balzac è uno studio teorico, inedito sinora, sul sistema monarchico costituzionale. Il visconte Spoelberch de Lovenjoul, trovatolo fra certe carte del grande romanziere venutegli tra mano dopo la morte della vedova di lui, le pubblica sulla grande rivista americana, rilevando come certe opinioni che vi si trovano espresse possano sembrare oggi antiquate e puerili; «ma avanti di condannarle – aggiunge – dobbiamo risalire all’anno in cui venivano enunziate (1832) e ricondurci alla memoria le condizioni della Francia al tempo in cui quelle pagine erano scritte».
  Balzac non è amico del governo costituzionale.
  “A quale istinto fatale obbedisce mai il popolo agognando, come fa, di governarsi da sé? Si comprende che nel Medio Evo una comunità vassalla si raccogliesse insieme a riconquistare la libertà delle persone e dei beni, ed, eletti pochi magistrati, amministrasse il suo piccolo territorio di poche leghe quadrate: in tal caso, gl’interessi generali eran come gl’interessi d’una famiglia, e ogni cittadino se ne rendeva chiaramente ragione. Comprenderemmo ancor oggi che Marsiglia, o la Normandia, o il Delfinato, o il Lionese, si costituissero a repubbliche autonome e si amministrassero costituzionalmente per via d’un consiglio elettivo. Colà il despotismo sarebbe impossibile, chè i cittadini sono sempre presenti, come interviene in una piccola città, ove, compiendosi ogni cosa sotto gli occhi di tutti, v’ha una polizia perfetta ed una retta coscienza pubblica, alla quale è mestieri obbedire. Ma che un paese avente cinque o sei capitali, con altrettanti modi di pensare quanti sono i dipartimenti, possa aspirare a progredire sulla via della grandezza e a prosperare e a conquistare i suoi con fini naturali, mediante le discussioni d’un parlamento, mediante l’elezione di uomini aventi una reputazione puramente locale, mediante un ordine di delegazione essenzialmente instabile, mediante un sistema di procedura in cui gli atti sono giudicati dalla folla, prima ancora che possano aver prodotto effetto di sorta … questo è un assurdo, è una gran follia nazionale”.
  Comunque, ammesso il governo costituzionale, Balzac dichiara che il parlamento elettivo deve essere reso più innocuo che sia possibile, con ogni mezzo; ma a ciò si richiede che il Governo non dia motivo di lagnanze alle classi medie, e quindi rispetti la libertà personale, di coscienza, di pensiero e di commercio. Quanto all’aristocrazia, il Balzac le assegna una grande e preponderante funzione, e lo dichiara apertamente:
  – Essa – egli dice – è stata sinora considerata come garanzia d’uguaglianza per le altre due classi; e nondimeno è l’unica istituzione che abbia oggi facoltà di riconoscere e preservare senza ingiustizia e senza tirannia, le distinzioni che son necessarie all’esistenza della società, e che traggono la loro origine da una legge la cui azione costante e irresistibile sarebbe follia negare.
  La ricchezza e il regime ereditario de’ Pari risponderebbero a due grandi necessità del paese: la attività incessante, e le arti ed il lusso. Se il diritto dei Pari non fosse ereditario, il risultato sarebbe perduto; e quantunque poco profitto noi sappiamo trarre dalla storia, è bene tuttavia rammentare che Roma, Venezia e l’Inghilterra dovettero la loro prodigiosa attività ai senati ereditarî. La Francia è l’unico paese che vanti una base territoriale larga quanto si richiede a sostenere a lungo un’aristocrazia così costituita.
  Quanto alla autorità sovrana, essa dovrebbe essere sostenuta generosamente e messa fuori di discussione. Lasciar sola la monarchia contro le masse sarebbe esporla alla rovina. Il legittimismo, è un principio che, qualora non esistesse, dovrebbe essere inventato.


  Varietà. Le profezie di Balzac, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno V, Numero 1516, 1 Marzo 1901, p. 2.

  Onorato di Balzac, il gran romanziere che scrisse La commedia umana, e che fu un gran pensatore, appunto perché era uno scrittore e non già un politicante di mestiere, non riuscì mai a farsi eleggere deputato al Parlamento.

  Eppure, scrive il signor De Spoelberch de Lovenjoul negli studi consacrati al Balzac e alla grandiosa opera sua, fu secondo il detto di Filarete Chasles, un veggente, e fece delle profezie che si sono verificate.

  Fino dal 1831, Balzac chiedeva che la Francia facesse per il suo esercito, «ciò che la Prussia aveva fatto per il suo», e che adottasse il sistema della [?], emettendo, 35 anni prima, il grido di allarme che il generale Trochu emetteva nel 1865.

  Fino dal 1831 Balzac presagiva il giornale a un soldo, il Petit Journal fondato da Polidoro Millaut trent’anni dopo, scrivendo: «Fate strillare a Parigi tutti i giorni, l’opinione pubblica a un soldo».

  Nel 1836 poi, vale a dire più di 60 anni fa, Balzac propugnava, consigliava, domandava l’alleanza franco-russa affermando che «la Russia e la Francia unite possono tutto a vantaggio l’una dell’altra».

  Gerardo di Nerval ha scritto che «con il prodotto di uno dei suoi romanzi, Balzac comperò il terreno delle Jardies a Sèvres, presso la futura ferrovia, distante cento passi da una stazione. Egli aveva calcolato ciò e lo diceva a tutti, ingenuamente».

  Ingenuamente? Ma Balzac, molti e molti anni prima aveva prognosticato la ferrovia di Ville d’Avray, la cui stazione dista appunto cento passi dalle Jardies, ove morì poi Leone Gambetta.


  La decadenza dell’odio (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno XI, Vol. XXI, N. 12, 3 marzo 1901, pp. 277-278.
  (1) Da un articolo dello Scribner’s Magazine, febbraio.
  p. 277. Noi non sentiamo nessuna ripugnanza per la rappresentazione di un odio implacabile, assurgente alla lurida grandezza di una inestinguibile passione, se le persone rappresentate appartengono a quelle classi della società, nelle quali gli elementi della civiltà sono finora scarsamente penetrati. […].
  Quando Balzac rappresenta la sua terribile «Cousine Bette» che per anni ed anni perseguita un’intera famiglia con la sua invidiosa furia, e senza posa opera alla sua rovina, egli insiste ripetutamente sulla natura antisociale di costei, e si dà cura di rappresentarla chiaramente come una di quelle selvaggie unità che la nostra società moderna trascina seco nella sua corrente, ma che realmente appartengono ad uno stadio passato dell’evoluzione umana.


  Scienze, Lettere ed Arti. Le ultime pubblicazioni, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XV, Num. 64, 6 Marzo 1901, p. 3.

  [Su: F. de Roberto, Come si ama]. 

  Il più fine e forse il più intenso amatore che s’incontra in queste pagine è Onorato Balzac: l’amore del grande romanziere francese è d’una soavità tutta di poeta e di artista.


  Punti, appunti e puntini …, «Corriere Meridionale», Lecce, Anno XII, Numero 10, 14 Marzo 1901, p. 1.

  [Su: F. de Roberto, Come si ama].

  Il più fine e forse il più intenso amatore che s’incontra in queste pagine, è Onorato Balzac: l'amore del grande romanziere francese è d’una soavità tutta di poeta e di artista.


  Marginalia. «Balzac e l’antropologia criminale», «Il Marzocco», Firenze, Anno VI, N. 11, 17 Marzo 1901, pp. 3-4.
  «Balzac e l’antropologia criminale» è il titolo geniale che Vincenzo Morello ha pubblicato nell’ultimo fascicolo della Nuova Antologia. Il Morello che, come si sa, è un conoscitore profondo dell’opera balzacchiana, della quale si è sempre occupato con un amore pari alla penetrazione, esamina in questo suo scritto un lato inesplorato della Commedia Umana, mettendo in nuova luce la facoltà divinatrice del romanziere francese che, secondo l’espressione della Sand, trovò la soluzione d’un problema fino a lui irresoluto, la realtà semplice nella completa finzione. La particolare realtà che il Morello per il primo analizza nelle finzioni del Balzac è la criminale. A tal proposito l’articolista nota come i positivisti, i quali pur andarono rintracciando nelle intuizioni artistiche di letterati antichi e moderni le riprove delle loro deduzioni scientifiche, abbiano sempre trascurato, per una inesplicabile omissione, il campo prezioso di indagini fornito dall’opera di Balzac. Eppure nessun personaggio di commedia o di romanzo possiede quanto Vautrin la «logica del delitto». Vautrin incarna il tipo del delinquente-nato con le apparenze e gli atteggiamenti più appropriati al suo singolare temperamento. E qui l’articolista osserva come a studiare e a ritrarre il mondo criminale Balzac fosse indotto dall’indole dei tempi nei quali visse e scrisse: di quei tempi cioè che seguendo le agitazioni della rivoluzione e dell’Impero ebbero come caratteristica peculiare la lotta degli interessi e l’incremento straordinario della criminalità. Balzac «che vide e descrisse l’uomo e la società quali sono» potè così con la «sua fantasia scientifica» accoppiata ad un mirabile spirito d’osservazione anticipare nei suoi romanzi le più fondate scoperte della moderna antropologia criminale. Infatti dalla sottile e minuta indagine che il Morello conduce nell’opera di Balzac fermandosi ad esaminare l’aspetto fisico, il linguaggio, il contegno, l’indole morale che il romanziere francese attribuisce a Vautrin, la dimostrazione risulta chiarissima e convincente. Il colorito e la vivacità dello stile, la dialettica vigorosa, la rara facoltà di sintesi, insomma tutte le conosciute qualità del critico si affermano ancora una volta in questo studio che interessa egualmente l’arte e la scienza.

  Dalle Riviste. Riviste italiane, «La Lettura. Rivista mensile del Corriere della Sera», Milano, Anno I, Num. 4, Aprile 1901, pp. 337-345.
  p. 338. Vincenzo Morello, ragionando intorno a Balzac e l’antropologia criminale, dice che nel grande romanziere francese lo spirito d’osservazione era aiutato non solo dal senso storico sviluppatissimo, e dalla possente fantasia nutrito e corroborato, ma che era anche guidato da criterî scientifici e positivi, sicuri, profondi. La Sand credeva che l’amore governasse il mondo; Balzac credeva che lo governasse la fame, e in tutta l’opera sua l’essere umano appare più un animale di preda che un trovatore o un sognatore. Il romanziere diede a Vautrin l’incarico di esprimere il programma per tutti i suoi complici. La logica di Vautrin è la logica del delitto; ma, in fondo, è anche la logica del mondo nel quale il delitto si coltiva e si sviluppa. Il Morello afferma che la critica letteraria non vide la particolare importanza dei romanzi criminali di Balzac e non colse le relazioni fra i tipi creati dal romanziere e i tipi prodotti nella vita. Determinando il momento criminale durante il quale i romanzi criminali furono scritti, l’autore accerta che il Père Goriot è del 1835, le Illusioni perdute del 1835-43. Splendori e miserie delle cortigiane del 1847. Il ciclo va dunque dal 1835 al 1847. Ora le statistiche francesi dicono che il periodo 1825-1838 si apre con un minimo di 57,000 prevenuti e si chiude con un massimo di 90,000. E il furto, derivato dal precetto della sùbita fortuna dietro alla quale corrono i personaggi balzachiani, dà il più vasto contingente. In questo medesimo periodo di tempo, la percentuale dei processi in Corte d’Assise è quale mai più la videro le statistiche criminali: mentre la media si è mantenuta fra il 7 e l’11 per centomila, e solo nel 1876, che parve un caso eccezionale, salì al 14, nel periodo 1825-28 salì fino al 24. Nel 1826 il numero degli accusati fu di 7000, il doppio di tutti gli anni seguenti. In quegli anni, mentre vi delitti minori diminuirono da 12,000 a 6000, i maggiori, quelli di azione pubblica, salirono da 48,000 a 205,000. Nel 1836 si ghigliottinava Lacenaire, e l’Avril, suo emulo, e morivano nel bagno Collet, Poucet, Sandor, Coquard, Mitifian (sic), le cui gesta sono diventate leggendarie, i cui travestimenti e le evasioni e le tragiche imprese sbalordiscono. «Altro che racconti puerili!» esclama il Morello, «altro che storie alla Rocambole, come voleva qualche fa il Brunetière. Balzac fece la descrizione viva e possente di questo sfacelo criminale della società francese: e, com’era nelle sue abitudini e ne’ suoi principî, trasse dall’ardente realtà gli elementi della sua arte». Dove cominciano e dove finiscono queste, nei personaggi di Balzac? «La parte animale, la parte umana, la parte fantastica di questi personaggi è così fusa in una terribile unità vivente, che voi ve li vedete venire dinanzi questi Centauri, e non sapete più ben distinguere qual sia la radice della loro carne e quale sia lo stelo della fantasia dello scrittore. Così la personalità di Rastignac ha la stessa radice della persona di Adolfo Thiers; la giovinezza di Luciano di Rubempré scoppia dalla stesa giovinezza di Jules Janin; e d’Arthez e Luchet escono dalla stessa matrice donde uscirono Felix Pyat e Chrestien; e così infine la vita di Vautrin si confone con la vita di Collet, di Ponsard, di Coquard, di Poucet, di Mitifian, di tutti i grandi delinquenti del suo tempo». Ma Balzac non è soltanto il cronista del suo tempo; è anche il precursore dell’antropologia criminale. Tutto ciò che egli vide o intravide, che osservò o intuì nell’anatomia, nella fisiologia, nella psicologia del delinquente, è stato ratificato, provato, riprovato dall’antropologia criminale. Qui il Morello dimostra che Vautrin parla come parlano tutti i delinquenti, e che si comporta dopo il delitto nello stesso modo dei criminali veri e reali. Balzac esamina gli elementi costitutivi della psiche del delinquente, e passa anche ad osservazioni di ordine morale e sociale, che sono confermate dalle osservazioni scientifiche. Egli intuì i rapporti del delitto e della pazzia, quando domandò se l’una e l’altro non hanno qualche somiglianza. E nella descrizione dei tratti fisici e morali ha un tal rilievo scientifico, che noi vediamo riprodotti questi tratti negli atlanti della scienza e nelle cronache giudiziarie.


  Notizie di Scienza, Lettere ed Arte. Monumenti, «Rivista d’Italia», Roma, Anno IV, Volume I, Fascicolo 4, Aprile 1901, p. 812.


  — Il monumento a Balzac, eseguito dallo scultore Falguère (sic) che sorgerà a Parigi di fronte al Palais Royal, verrà inaugurato il 16 maggio, anniversario del grande romanziere.


  Il romanzo moderno in Inghilterra, «La Civiltà Cattolica», Roma, Anno Cinquantesimosecondo, Serie XVIII, Vol. II, Quad. 1220, 20 aprile 1901, pp. 150-158.
  pp. 150-151. Il romanzo, in quanto a morale, è certo meno che altrove corrotto nell’Inghilterra, e anche nell’America anglo-sassone, per le consuetudini domestiche, che quivi, in generale, non tollerano nell’interiore della famiglia libri apertamente osceni. […] In verità ve ne sono non pochi di autori inglesi e americani fatti sul consueto tema, per nulla morale, del Balzac e del Dumas, cioè della donna corrotta, che è creata eroina: ma pur questo genere malsano tende a sparire, per le continue ed aspre censure dei critici letterari e del pubblico.

  I Libri del giorno. “Il Marchese di Roccaverdina”, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXVIII, N. 17, 28 Aprile 1901, p. 307.
  Dobbiamo accennare a un libro curioso: Spiritismo? […] In quel lavoro egli [L. Capuana] s’impressiona a fenomeni che appartengono alla telepatia; a fenomeni di suggestione, e ad altri che la scienza adulta spiegherà. Poiché, è curioso: questo figlio dell’isola di Empedocle, questo naturalista balzachiano, spalanca gli occhi al sogno spiritico.
[…]
  “Come si ama”, di F. De Roberto (pag. 333, Torino, Roux e Viarengo), p. 311.
  Bello è il capitolo che tratta della signorina di Lespinasse, ma delle più grandi amatrici, e di Balzac il cui amore è tutto di poeta e di artista.

  Riviste straniere. Colloquî con Tolstoi (Da un articolo di A. D. White, nell’”Idler”, di luglio), «La Lettura. Rivista mensile del Corriere della Sera», Milano, Anno I, Num. 8, Agosto 1901, pp. 768-769.
  p. 768. «Il giorno dopo, passeggiando col Tolstoi sulla Moskwa gelata e attraverso il Kremlino, il White parlò con lui di letteratura e di storia. Il grande scrittore gli manifestò le sue simpatie vive per il Maupassant, benché fosse deviato, e per Balzac, e scarse assai per lo Zola e per il Daudet».

  Rassegna settimanale della stampa. Se l’amore sia un elemento necessario al romanzo, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno XI, Vol. XXI, N. 39, 8 settembre 1901, p. 935.
  In un mondo che è più complesso di quello di Balzac, in un mondo dove il reciproco comprendimento e la simpatia immaginativa sono le condizioni necessarie di qualsiasi vero progresso sociale, i nostri romanzieri, la cui suprema funzione sta nel promuovere con le loro immaginazioni la simpatia immaginativa, tirano innanzi, ricopiando senza fine un modello erotico. L’amore sopravviverà alla negligenza dei romanzieri: non abbiate paura.

  Arti e Scienze. “La Buona stella” di A. Capus (Teatro Alfieri, 23 settembre), «La Stampa. Gazzetta piemontese», Torino, Anno XXXV, N. 285, 24 Settembre 1901, pp. 2-3.
  p. 2. Noto poi qui, tra parentesi, che l’avvocato della commedia di Capus, ha degli antenati in letteratura. Non sarebbe senza qualche interesse fare il parallelo e avvicinare Giuliano Briard ad il Luciano Rubempré ed il Rastignac della Comédie Humaine di Onorato Balzac.

  Marginalia. «Balzac a Fougères», «Il Marzocco», Firenze, Anno VI, N. 40, 6 Ottobre 1901, p. 3.
  «Balzac a Fougères» è un articolo interessante di Léon Seché pubblicato nell’ultimo numero della Revue Bleue. Nel darci brevi notizie sul soggiorno di Balzac in quella piccola città, l’autore cerca anche di stabilire in modo preciso la genesi di uno fra i più noti lavori del romanziere francese, gli Chouans. Esclude, sulla scorta anche di documenti epistolari, che l’idea del romanzo sia venuta a Balzac durante la sua permanenza a Fougères, e neppure ritiene per provato che il fatto storico da lui narrato si sia svolto in questa città. La ragione unica, secondo il Seché, che indusse il Balzac ad inquadrare in Fougères l’azione del suo romanzo, si è che in questa regione soltanto, la quale fu del resto uno dei centri più importanti della chouannerie, egli poteva attingere tutto il materiale vivo della sua opera. La buona amicizia che lo legava al barone di Pommereul, suo ospite, gli fruttò una gran quantità di notizie diverse, e l’aiutò gradualmente nello studio di quegli usi e costumi che dovevano dare al suo romanzo il colorito locale. Lo svolgimento dei fatti è uscito tutto quanto dal cervello di Balzac; soltanto la vita che anima questi fatti e che dà loro una speciale parvenza di realtà storica, è frutto del suo soggiorno in Fougères.

  Bellini, «Il Piccolo», Trieste, Anno XX, N. 7238, 3 Novembre 1901, p. 1.

  Balzac diceva che di tratto in tratto Dio manda sulla terra un angelo a di­spensare nella famiglia umana la luce del genio. E allora l’umanità si onora di in­telletti superbi che provano la parentela dell’uomo con gli Dei: Socrate filosofo, Alessandro guerriero, Archimede matematico, Dante poeta, Michelangelo e Leo­nardo artisti. Shakespeare rivelatore d’a­nime, Beethoven suscitatore di pensiero ...

  Quando Balzac parlava così, l’orizzonte del suo tempo era solcato da una ple­iade di genii, che provavano forse che egli aveva detto cosa possibile: l’arte mu­sicale – per non parlar delle altre – splen­deva di luce inconsueta. Dopo quei primi bagliori di grandezza che avevano illuminato i nomi di Piccinni. di Cimarosa, di Paisiello, ecco la gran luce, i tre astri: Rossini, Bellini, Donizetti, per cui l'Italia, morta nella politica, viveva potente­mente nell’arte.


  Teatri e Concerti. Teatro Verdi. “La buona stella (La veine)”, commedia in quattro atti di Alfredo Capus, «Il Piccolo», Trieste, Anno XX, N. 7244, 9 Novembre 1901, p. 3.

  Il fondo di questa commedia è scettico, ma di uno scetticismo bonario. Vuol in­segnare che bisogna prendere la vita com’è, con molta fiolosofia (sic). E termina, anche, col dar ragione ad Onorato Balzac nella sua massima, che, dato il matrimo­nio, sposare la propria amante è, fra le tante sciocchezze, la minore che si possa commettere.


  Dalle Riviste. Modi di lavorare e manie di scrittori illustri, «La Lettura. Rivista mensile del Corriere della Sera», Milano, Anno I, Num. 12, Dicembre 1901, pp. 1158-1160.
  Sugli scrittori del secolo XIX siamo bene informati, quanto ai loro metodi di lavoro, alle loro fantasie, ai loro capricci, poiché alla maggior parte di essi è piaciuto di svelarsi al pubblico, di mettersi in mostra.
  Balzac s’impone, forse sovra ogni altro, all’attenzione per il suo metodo di lavoro. Gli bastarono alcuni anni per mettere assieme quella mirabile raccolta di osservazioni e di documenti che è la Comédie humaine, ma al lavoro sottopose, per così dire, tutta la sua vita, formandosi perfino un’igiene speciale. Ogni sera, alle sei, preso il suo pasto, va in letto e dorme fino a mezzanotte. A mezzanotte s’alza, infila la tonaca fratesca che gli serve da veste da camera, ingoia una grande tazza di caffè ed alla luce d’un candelabro con sette candele lavora incessantemente fino a mezzogiorno. Man mano che riempie i foglietti senza rileggerli e senza numerarli se li getta dietro le spalle. A mezzogiorno il cameriere gli porta la colazione, raccatta i foglietti e li porta al tipografo. Il lavoro, terribile per l’autore, non lo era meno pel tipografo; giacchè ciò che Balzac mandava manoscritto non era, si piò dire, che un abbozzo. Egli correggeva, aggiungeva, toglieva, rifaceva spesso tutto sulle bozze di stampa. Cosicchè queste bozze erano uno spauracchio, un incubo per tutte le tipografie che dovevano stampare lavori di Balzac. Théophile Gautier ha fatto una pittoresca descrizione di queste bozze, nelle quali linee, alla fine di qualche frase, partivano in tutte le direzioni verso il margine; poi richiami con lettere latine e greche, con numeri, con stelle, con piccoli soli tanto da parere un giuoco di fuochi artificiali buttato giù da qualche ragazzo; poi pezzetti di carta attaccati con bollini d’ostia, con spilli alla bozza, e questi pezzetti di carta scritti a carattere minuto per economia di spazio, ed anche in essi cancellature, aggiunte, modificazioni, richiami, perché appena scritta una frase, ecco, nell’autore, un pentimento, una nuova ispirazione. Ciò può dare un’idea della fatica durata da quel grande nel porre assieme i lavori che lasciò: si spiega che Balzac morisse a 50 anni, vittima dell’eccesso di lavoro.
***
  Gustavo Flaubert non ci ha dato la somma enorme di produzione lasciataci da Balzac: egli, anzi, inclinato alla ricerca della perfezione, alla incontentabilità degli ingegni eletti, ha prodotto poco. […]
  Questi diversi procedimenti nello scrivere, si riflettono nelle opere dei vari autori. L’asprezza del lavoro di Balzac si ritrova nella potenza di evocazione delle sue [di Th. Gautier] pagine, nel cumulo dei particolari che spesso rendono il suo stile folto, quasi penoso […].
  Vi sono mezzi artificiali e materiali per facilitare la produzione dell’ingegno, per rendere più attive le facoltà intellettuali? […].
  Se Dumas padre, mettendosi a scrivere si appagava di un gran bicchiere di limonata e Balzac sorbiva grande quantità di caffè, molti si eccitano, deplorevolmente, col tabacco e colle bevande spiritose.


  Le insegne delle botteghe, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVI, Num. 334, 5-6 Dicembre, 1901, p. 3.

  Nella storia dell'arto l’insegna dovrebbe avere il suo posto; ma ci vorrebbe un volume per descri­verne il progresso e la decadenza. Balzac mede­simo, sotto il pseudonimo di «Un batteur de pavé» si è divertito a scrivere un «Piccolo dizionario cri­tico e aneddotico delle insegno di Parigi», nel qua­le rilevò buon numero di réclames spiritose o di­vertenti.


  Adolfo Albertazzi, Precursori italiani nell’evoluzione del romanzo, «Flegrea», Napoli, Anno III, Vol. IV, fasc. III, 5 Novembre 1901, pp. 226-233.
  pp. 227-228. Però sanno i lettori di romanzi che lo Stendhal, lo scrittore che nel ’30 prendeva a modello di stilistica il Codice civile (francese) e stimava che egli non sarebbe conosciuto e compreso se non verso il 1680 (sic), fu un sottile pscicologo (sic); un raccoglitore di «piccoli fatti»; un notomizzatore del cervello umano; uno degli avi insomma dei naturalisti. Sanno che il Balzac fece dell’Umana Commedia (1834) una «storia naturale», e die’ grande importanza ai «documenti» della vita fisiologica e sociale e fu il principe dei realisti. Sanno che il Flaubert, autore della Madame Bovary nel 1857, fu anch’egli realista, e nuovo, cercando astrarre dalla realtà e dal «documento umano» quegli elementi durevoli che compongono non più individui, come cercò lo Stendhal, ma tipi; e sanno per di più che il Flaubert fu stilista meraviglioso e insieme narratore «impersonale». Ancora sanno che lo Zola, il gran maestro del naturalismo, concependo e svolgendo nei Rougon-Macquart (1871-1893) la «storia naturale e sociale» d’una famiglia nel Secondo Impero, diffuse la teoria del «romanzo sperimentale» o scientifico; studiò fenomeni e morbi e l’atavismo dei morbi, e dipinse e indagò, cinico e casto, tutta la verità; e la verità odiosa; e la verità ripugnante.

  Gustavo Balsamo-Crivelli, Cronache letterarie. Balzac intimo, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno V, Numero 1548, 2 Aprile 1901, pp. 1-2. 

  Cfr. 1899 (Gustavo Balsamo-Crivelli, Balzac amante. Le “Lettere alla Straniera”, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIII, N. 256, 15 Settembre 1899, pp. 1-2). 


  Raffaello Barbiera, Balzac nel salotto Maffei, in Il Salotto della Contessa Maffei e Camillo Cavour. Sesta edizione rinnovata con notizie inedite, lettere d’illustri e ritratti, Milano, Casa Editrice Baldini, Castoldi & C.°, 1901, pp. 51-76.

  Cfr. 1895.
  Trascriviamo l’indice tematico del capitolo presente a p. 51:
  La contessa Fanny Severino Porcìa. – Sue lettere, suo brio. – Una bugia del Balzac? – La contessa Bolognini. – Onorato Balzac alla Scala: un ameno “qui pro quo”. – La poetessa dai riccioli d’oro. – Un pranzo disastroso e la contessa Soranzo. – Opuscoli milanesi in offesa e in difesa del Balzac. – Vituperî del Balzac contro il valore italiano. – Gli risponde per le rime ex ufficiale di cavalleria. – Visita del Balzac ad Alessandro Manzoni. – Il Balzac e gli scultori Marchesi e Puttinati. – Lavori del Balzac scritti o meditati a Milano. – Lettera del Balzac alla Maffei. – Dediche del Balzac e un suo motto grazioso alla contessa Bolognini.

  R.[affaello] Barbiera, Corriere letterario. Nuovi romanzi e novelle, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXVIII, N. 9, 3 Marzo 1901, pp. 170-171.
  p. 171. Mentre il Fogazzaro descrive nella Nuova Antologia il Piccolo mondo moderno, che deve far riscontro al Piccolo mondo antico, – questo, mondo di grandi patrioti – quello, mondo di piccoli politicanti – e si rinserra ancora nell’àmbito provinciale, ritentando le scene della vita di provincia in cui rimane maestro il Balzac; – manda fuori, come valletto leggero e grazioso, un libro di racconti brevi, Idilli spezzati […].

  Sem Benelli, La IV Esposizione d’Arte a Venezia. La scultura. Rodin, Gl’Italiani. I Belgi. Ecc., «La Rassegna Internazionale della Letteratura e dell’Arte Contemporanea», Firenze, Libreria Fratelli Bocca di F. Lumachi, Anno II, Vol. V, Fasc. V, 1 Giugno 1901, pp. 326-335.
  pp. 327-328. Nel ritrattare un uomo egli [Rodin] ne fa l’analisi. Ingrandisce, esagera, altera; ma dice, fa una storia, presenta un carattere, dà forma all’idea che ha di uno.
  Così nel suo grande Balzac.
  Non si può fare a meno, pensando al Balzac di ricordare l’immensa opera, il mondo di questo colosso. Rodin ha voluto esprimere tutto questo insieme nel ritrattare quel genio; ha voluto farne l’apoteosi ed ha creato la grande statua all’autore della Commedia Umana della quale statua a Venezia è solamente la testa.
  «C’était la figure d’un élément», dice del Balzac il Lamartine e l’opera del Rodin è la figure d’un élément. Egli ha prima modellato il corpo dell’uomo, pazientemente, per intero e l’ha poi coperto di panni.
  Si avanza l’uomo involto in una veste che lo copre come un frate, la sua testa si eleva sul suo corpo grosso, pesante ed insieme leggero, tanta è la vita che emana da lui: sembra una forza che si avanza. Tutta l’umanità è in quella sua figura grottesca, tutta la commedia umana. La testa impaura come una cosa che scruta il fondo dell’anima nostra. Una bocca amara che disprezza e soffre, gli occhi misteriosi e profondi nel fondo dell’orbite larghe, un largo collo che regge l’ampia testa ricoperta dai capelli foggiati in guisa che per la loro spartitura e per un ciuffo che cade sulla fronte formano l’ali e il collo di un’aquila, il sopracciglio sinistro, n’è il becco adunco.
  Evidentemente di questo chiaro simbolo il Rodin ha voluto ricoprire il capo del genio.
  Pochi devono aver notato questa volontà velata dall’artista; ma chi riguarderà quella testa, sapendolo, non dubiterà più.
  Da L’uomo che si sveglia alla vita o l’Age d’airain al Balzac è tutta la storia della vita, dal primo canto lirico alla commedia. […].
  Una forza superiore fatalmente spinge quell’ingenuità che si veglia alla commedia della vita, alla lotta, alla sofferenza. Alla lotta e alla commedia che vediamo impressa nell’angosciato volto di Balzac, alla sofferenza umana per la quale Eva piange.

  Amy A. Bernardy, Una rifioritura di epistolari sentimentali in Inghilterra, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Novantaquattresimo della Raccolta, Volume CLXXVIII, Fascicolo 710, 16 luglio 1901, pp. 349-357.
  p. 349. Fin da quando nei versi d’Ovidio sospirarono Saffo ed Ermione, […] a quando la Rivoluzione battè alle porte dei salotti e dei boudoirs, […] gli epistolari sentimentali avevano sempre avuto una grande attrattiva, non solo per le parti interessate. […] e da Goethe a Victor Hugo, da Keats a Balzac, da Shelley a Mérimée i semplici mortali hanno veduto come la passione uguaglia gli uomini, come riduce i grandi al livello dei minori, come esalta i minori alle altezze dei grandi.

  P.[aolo] B.[ernasconi], La statua di Paul de Kock, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVI, Num. 265, 27-28 Settembre, 1901, pp. 1-2.

  p. 2. Nessuno più legge Paolo de Koch (sic) […]. E lo stesso gran Balzac ha egli veramente molti lettori?


  F.[elice] Cameroni, Cronache letterarie, «Il Tempo. Giornale della democrazia italiana», Milano, N. 828, 7 Maggio 1901, pp. 1-2.
  [Su: Cartons verts, romanzo di Georges Lecomte].
  p. 1. Macchiette e scene di impiegati già ne abbiamo gustate parecchie da Balzac e Monnier a Daudet e Maupassant, ma nessuno aveva ideato un romanzo competo, pari a quello del Lecomte.

  Achille de Carlo, IVa Esposizione Internazionale dell’Arte della Città di Venezia, «Cosmos Catholicus. Grande Rivista Cattolica Illustrata», Roma, Anno III, N. 15-16, 31 Agosto 1901, pp. 451-526.

La Scultura.

  p. 463-464. Il «Balzac» che dà tanto filo da torcere agli avversarii ed intorno al quale si svolse, specie a Parigi, dieci anni or sono, la parte più acuta e selvaggia della battaglia d’arte che si combattè attorno al nome del Rodin, è l’opera che, insieme ai «Borghesi di Calais», suscita le maggiori discordie, ed ambedue sono fra le più potenti per carattere e per espressione. […].

  Del resto, l’arte di codesto colosso è multiforme Brutale e michelangiolesco nei «Borghesi di Calais»; brutale nel monumento di Balzac, che realmente, nella testa, ha un'impronta leonina e selvaggia, egli finisce e modella con sottile squisitezza il piccolo gruppo del «la natura e la faunessa», e sa arrivare, nel «S. Giovanni» e nel «l’uomo che si sveglia alla vita, o alla perfezione greca, riconducendosi alle pure sorgenti della bellezza ellenica.


  A.[nton] Cechow (sic), Tre Sorelle. Dramma in quattro atti di A. Cechow. Traduz. di Olga Pages, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Novantatreesimo della Raccolta, Volume CLXXVII, Fascicolo 707, 16 giugno 1901, pp. 623-649.

Atto Secondo.
  p. 643.
  Mascia. – Gogol dice: Che noia vivere in questo mondo , o signori.
  Tusenbah. – E io dirò: è difficile discutere con lor signori!
  Cebutikin. – (leggendo il giornale). - Balzac sposò a Berdicew.
  (Irina canticchia).
  Cebutikin. – Ne prenderò nota subito. (Prende nota) Balzac sposò a Berdicew. (Legge il giornale).
  Irina (facendo il solitario, pensosa). – Balzac sposò a Berdicew.

  Giovanni Cena, Artisti moderni. Augusto Rodin, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Novantaduesimo della Raccolta, Volume CLXXVI, Fascicolo 702, 16 Marzo 1901, pp. 284-302, ill. [tra le quali: Testa di Balzac, p. 299].
  p. 300 e nota (1); pp. 300-301. Tali ricerche [attraverso le quali Rodin si proponeva di «esagerare la misura di certe parti esprimenti il movimento principale»] diedero luogo al Balzac. […].
  Il romanziere, avviluppato nel suo leggendario mantello di benedettino, le braccia nascoste sotto le ampie maniche vuote, erge la testa enorme e formidabile con espressione indescrivibile di sprezzo, di trionfo, di orgoglio titanico. Tutte le linee intorno alla persona corrono e portano al capo: pare un mehir sormontato da una maschera sprezzante e terribile. Monumento barbarico che non ha più alcuna immagine di bellezza. Ne allontanate lo sguardo con timore e ripugnanza; ma quella testa non si dimentica più (1).
  I lettori hanno avuto sentore del putiferio che sollevò il Balzac. Il monumento gli era stato affidato dalla Société des Gens de Lettres: il tempo passava e il monumento non veniva: la Società chiedeva, s’adirava: infine ecco il Balzac. Fu un tumulto: la Società rifiutò d’accettarlo. Ma parecchi critici e non dei minori lo proclamavano un capolavoro. Ed ecco che un mecenate offre ventimila franchi per acquistarlo. Rodin rifiuta e si riporta a casa la sua statua.
  Altri, fra cui Falguière, si provarono intorno a Balzac. Ma non ne vennero che cose mediocri. Gli è che il grande romanziere non era effigiabile se non col procedimento del Rodin, forse con minore oltranza.
  Ecco, secondo C. Mauclair come descrivevalo Lamartine:
  «C’était la figure d’un élément, grosse tête, cheveux épars sur son collet et le joues, comme une crinière que le ciseau n’émondait jamais : il était gras, épais, carré par la base et les épaules, beaucoup de l’ampleur de Mirabeau, mais nulle lourdeur : il y avait tant d’âme qu’elle portait cela légèrement; ce poids semblait lui donner de la force, non lui en réitirer (sic)».
  Ma più somigliante, più scultorio mi pare il ritratto che trovo nei Souvenirs di Th. de Banville. Questi lo vide una sola volta in un’adunanza:
  «… Je vis en face de moi, à l’autre bout de la salle, un homme à la tête lumineuse, puissante, chevelue, éclairé par toutes les flammes de la bravoure et du génie. Je ne l’avais jamais vu auparavant. Mais je le reconnus sans hésitation, d’après ses portraits et surtout d’après sa ressemblance avec son œuvre. Car à qui auraient pu convenir ce vaste front, ces mèches sculpturales, ces yeux de feu, ce long nez héroïque et bizarre, ces lèvres sensuelles, cette barbe à la Rabelais, ce col de Dieu athlétique ou de taureau, sinon à l’infatigable créateur de la Comédie humaine[6]

  Cicco e Cola [Emilio Treves], Corriere, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXVIII, N. 12, 24 Marzo 1901, pp. 210-211.
  p. 211. La ricerca dell’assoluto, è il titolo di un romanzo di Balzac; e chi lo ricercava era un pazzo. Adesso lo cercano … i critici. In questo giornale vi è stato già parlato del concorso drammatico, il cui risultato fu così stupefacente. Ora ho sott’occhi la relazione completa, dettata da un valentissimo pubblicista, V. Morello, noto urbi et orbi sotto il pseudonimo di Rastignac. Ne sono sbalordito. […] Essa è di stabilire un premio unico ogni tre anni, un premio solo di 9000 lire per la migliore commedia di merito assoluto. Che vuol dire con ciò il brillante Rastignac? dov’è mai l’assoluto? […].

  A.[nton] G.[iulio] Corrieri, Balzac, in O. De Balzac, Il Martirio … cit., pp. III-XIV.
  Nacque a Tours il 16 (sic) maggio 1799 nel giorno di Sant’Onorato: il nome di questo santo piacque a suo padre e per quanto fosse senza precedenti nella famiglia paterna e materna gli fu dato.
  Allevato da una nutrice florida e rigogliosa crebbe sano e robusto senza mostrare alcuna delle qualità dei così detti bambini-prodigio.
  Derivò dal padre, avvocato (sic), la memoria formidabile, l’acuto spirito d’osservazione e l’originalità delle vedute – dalla madre la rara vivacità dello spirito e della immaginazione, l’attività implacabile e la fermezza salda delle decisioni oltre ad un sentimento di bontà infrangibile e squisita.
  Il primo viaggio a Parigi fatto nel 1804 costituì il massimo avvenimento della sua infanzia. Entrò a sette anni nel Collegio di Vendôme dove venne classificato per pigro e negligente, tanto che si era costretti a metterlo spesso in cella – e dove egli procurava di andarci più spesso ancora per divorarsi, come fece, la maggior parte dei libri della ricchissima biblioteca del collegio, alimentando così enormemente lo spirito a detrimento del corpo. Ne ammalò – ma tornato alla libera vita dei campi – in famiglia, quasi ben presto risanò lasciando chiaramente vedere un carattere dolcissimo e tenace insieme avido di sapere e di rinomanza.
  Andato a Parigi col padre nel 1814: frequentò i corsi della Sorbona studiando poi in casa, con la madre che non voleva lasciarlo ozioso – quelle scienze che alla Sorbona non gl’insegnavano.
  S’appassionò vivamente allo studio e completava frequentando le biblioteche ciò che alle scuole le imparava di sfuggita.
  Poiché suo padre riteneva che l’educazione di un uomo non è completa se non comprende la conoscenza delle legislazioni antiche e moderne – studiò diritto e finalmente fu messo successivamente presso un avvocato ed un notaio a farvi pratica. Aveva 21 anno.
  Queste circostanze credo opportune di dirvi per spiegare la fedeltà delle sue descrizioni di studi legali onde i suoi libri abbondano e la profonda conoscenza delle leggi che si nota nella Commedia Umana.
  La signora Surville un giorno guardando la biblioteca legale del suo avvocato fu sorpresa di trovarvi tra i codici ed i libri di Giurisprudenza Cesar (sic) Birotteau, ed avendone chiesto, incuriosita, il perché, sentì dirsi dall’avvocato che quel romanzo gli era utilissimo a consultare in materia di fallimenti.
  Suo padre voleva a tutti i costi farne un notaio, alcuni amici gli suggerivano di farne un impiegato – tanto più che aveva una bella calligrafia – lui dichiarò di voler fare lo scrittore e di voler accrescere fama e lustro al nome paterno.
  Gli risero sul muso, lo irrisero.
  Avendo la famiglia subito alcuni rovesci di fortuna, egli partì per Parigi ed andò ad installarsi in una soffitta vicina alla Biblioteca dell’Arsenale, con un magro mensile che non gli bastava neanche per i bisogni più stretti.
  Cominciò a scrivere una tragedia: Cromwell dopo d’aver provate le prime amarezze delle disillusioni. Volle leggerla ai suoi: suo padre radunò alcuni autorevoli professori di belle lettere, uno dei quali dopo la lettura coscienziosa del lavoro dichiarò che l’autore doveva e poteva far di tutto tranne che della letteratura.
  Balzac ricevette questa sentenza in pieno petto e senza darsi per inteso, rispose: vuol dire che le tragedie non sono pane pei miei denti, farò dell’altro.
  E si mise a scrivere: ed in cinque anni pubblicò più di quaranta volumi sotto pseudonimi diversi perché li giudicava lavori molto imperfetti. Desiderava poter avere 1500 franchi all’anno fissi per poter lavorare senza preoccupazioni e invece … gli toccava scrivere per sbarcare il lunario. Insieme alla gloria sognava la ricchezza e tentò delle speculazioni.
  La prima fu di pubblicare le edizioni delle intere opere di Molière e di La Fontaine: gli editori gli mossero guerra: dopo un anno non si erano vendute 20 copie dei magnifici libri e lui dovette rivenderli a peso di carta rimanendo con un debito di parecchie diecine di migliaia di lire.
  Compra dopo una stamperia, vi annette una fonderia, la madre lo aiuta pecuniariamente – ma punto pratico del mestiere – per non fallire dovette rivendere tutto a un prezzo irrisorio.
  Si era nel 1827 ed egli non possedeva che dei debiti e la sua penna per pagarli, una penna alla quale ancora nessuno riconosceva del valore.
  Ed intanto avea pubblicato Luigi Lambert ed il Medico di campagna.
  Fingevano di non prenderlo sul serio e gli chiedevano quando avrebbe pubblicato un’opera veramente capitale.
  Scrisse Gli Sciuani imponendosi alle malevolenze ed alle diffidenze e dovette lasciare la soffitta dove aveva tanto sofferto e tanto pensato – per andare ad abitare in una casa elegante poiché gli editori speculavano sulla sua miseria. Scriveva a sua sorella: «Se continuassi a vivere in questo granaio non mi darebbero un soldo per i miei lavori».
  Agli Sciuani fece seguire Caterina de’ Medici (uno dei suoi splendidi libri che pochi anche in Francia conoscono) e si rivolse quindi alla pittura dei costumi della sua epoca, dividendo i varî lavori in serie: Scene della vita privatadella vita di campagnadella vita di provinciadella vita parigina.
  Fu nel 1833 che pensò di annodare le fila degli avvenimenti ed i diversi personaggi in modo certo il giorno più lieto della sua vita. Andando da sua sorella che abitava nel faubourg Poissonnière le disse: entrando: Inchinatevi – poiché così come mi vedete sono sulla via di diventare un genio. E lì con una foga, un impeto ed una chiarezza prodigiosa svolse intero tutto il piano che lo impauriva non poco.
  Giunto il momento della stampa dell’edizione compatta dei varî romanzi la intitolò: La Commedia Umana.
  Lui così risoluto ebbe delle esitanze prima di licenziare le stampe con quel titolo – temeva lo trattassero d’ambizioso e d’audace: fu disgraziatamente profeta perché non condusse a termine l’opera tanto vagheggiata.
  Dal 1827 al 1848 pubblicò novantasette lavori che formano diecimila ottocento sedici pagine di edizione in 8. a caratteri piccolissimi che diventano il triplo negli 8. ordinari.
  Il soggetto dell’Albergo Rosso, storia vera, gli fu suggerito da un vecchio medico della Grande Armata.
  Scrisse i Due Proscritti dopo d’aver compiuti studi profondi sulle opere di Dante – come omaggio reso al Genio immortale della nostra patria che anche lui amò caldamente.
  Fu una conversazione col celebre domatore Martin che gli fece scrivere: Una passione nel deserto.
  Separato da un’amica che divenne poi sua moglie, la baronessa de Hanska, scrisse Seraphita (sic), strano e geniale lavoro che sembra la traduzione d’un libro tedesco e ch’egli compose dopo d’aver divorato più di cento volumi di Saint-Martin, di Swedenborg, di M.lle Bourignon, di M.lle Guyon, di Jacob Bochim (sic).
  È impossibile immaginare la somma di lavoro compiuta dal Balzac: indipendentemente dai suoi lavori, doveva accudire alla numerosa corrispondenza d’affari, a placare i creditori, a trovare degli accomodamenti; trovava pur modo e tempo di viaggiare in Savoia, in Sardegna, in Corsica, in Germania, in Italia, a St. Petersbourg, nella Russia meridionale dove soggiornò per due volte, senza contare i viaggi che faceva nell’interno della Francia dove si svolgevano gli avvenimenti e dove vivevano i suoi personaggi per descriverne fedelmente le città e le campagne. E si congedava talvolta dagli amici dicendo: Vado per due giorni ad Alençon dove abita la signorina Cormont …, la signorina Cormont, un personaggio dei suoi romanzi.
  Non capiva l’impossibile – a volte per placare i creditori più esigenti faceva dei veri prodigi di lavoro che spaventavano librai e tipografi. E con quale gioia cancellava qualche cifra – già pagata – da quel terribile elenco del Dare che teneva sempre sotto gli occhi affinchè maggiormente lo stimolasse al lavoro?
  Diceva: «Dopo tanto lavoro quando potrò arrivare ad avere un soldo che sarà mio? Se arriverò a possederlo lo farò mettere in cornice perché sarà la storia della mia vita».
  Taccio dei continui tentativi che fece sempre per veder di acchiappare la fortuna pel ciuffo e che lo lasciarono sempre con qualche debito di più, financo due giornali: La Cronaca di Parigi e La Rivista Parigina – dovettero morire per mancanza di denaro e di abbonati.
  Malgrado la rapidità veramente prodigiosa con la quale scriveva e che farebbe credere ad una certa trasandataggine, mai autore combinò con maggior pacatezza i suoi piani né più a lungo li tenne nel cervello prima di svolgerli sulla carta.
  È morto portando seco nella tomba più d’un libro interiormente concepito e che si riservava di scrivere quando la sua mente fosse stata maggiormente matura, spaventato dai grandi orizzonti che intravedeva.
  «Io non sono ancora giunto alla perfezione necessaria per affrontare simili grandi soggetti» diceva.
  Studi sulle forze umaneLa patologia della vita socialeStoria del Corpo insegnanteMonografia delle (sic) virtù, tali sono i titoli dei libri pensati e le cui pagine restarono disgraziatamente bianche (sic).
  Era sua massima che bisognava incessantemente curare lo stile, il quale, può solo dar vita alle opere.
  L’amore che aveva per la perfezione ed il profondo rispetto pel suo talento e per il pubblico gli fece più che curare, quasi tormentare lo stile. Tranne qualche lavoro scritto di getto, quali: La messa dell’Ateo, Il Granatiere (sic), Il messaggio, donna abbandonata (sic), non era che dopo aver corretto undici o dodici volte le bozze d’una stessa pagina che si decideva a firmare il Buono per la stampa, tanto atteso dai poveri tipografi così stanchi di quelle correzioni da non poter far ciascuno più d’una pagina di lui.
  Coloro che gli furono intimi, assicurano che quest’uomo così chiaroveggente, così lucido, così spietato denudatore delle miserie umane, era fiducioso e semplice come un fanciullo, dell’umore più dolce nelle tristi giornate degli scoraggiamenti amarissimi.
  Uno dei suoi servi diceva: «Non so perché ma lo servirebbe anche per nulla, quando ha bisogno di noi non ci si sente mai né stanchezza né sonno – e sia che rimproveri o rimuneri si è contenti di lui».
  E sì che non c’era da stare in ozio né da scialare in casa sua!
  Non bello, era simpaticissimo, la sua forza fisica eguagliava la sua forza morale e gli occhi erano d’una vivacità straordinaria. Bruni, a pagliette d’oro come quelli della lince: interrogavano, rispondevano senza il soccorso della parola, vedevano le idee, i sentimenti e lanciavano dei lampi che pareva venissero fuori da una camera oscura, mandassero al sole la luce anziché riceverla.
  Questo Il Martirio, fu scritto nel 1843[7], nello stesso anno in cui furono scritti quei due capilavori che sono: Splendori e miserie delle cortigiane e Illusioni perdute.
  Balzac toccò le massime vette in tutte le vie che percorse ed ascese – ed allo stesso modo che raggiunse l’apice della realtà nella spietata analisi delle miserie umane con Vautrin e Madame Marneffe, raggiunse anche quello della sentimentalità, vera e reale non meno col Giglio nella valle, con Il Martirio, con Alberto Savaron (sic), col Colonnello Chambert (sic), con Papà Goriot, passando per tutte le sfumature e tutte le gradazioni che a quelle altezze conducono.
  – I più conoscono di lui e della Commedia Umana il lato dirò più fosco, brutale e criminoso, io mi sono proposto per quanto è da me di far conoscere l’altro della colossale opera sua; quello che dipinge gli affetti tenerissimi, le passioni nobili ed erotiche, le tenerezze lungamente alimentate, le squisitezze supreme dell’amore verace e possente e più particolarmente quei lavori nei quali si parla molto dell’Italia che Balzac comprese ed amò, studiò e ammirò, e di cui scrisse con sincero, inconsueto fervore.

  [A. G. Corrieri?], Balzac, in Balzac, Memorie di due giovani spose … cit., pp. V-XII.
  Del celebre romanziere, da cui è discesa tutta la scuola realista del nostro tempo, fu l’anno scorso celebrato il centenario. Le sue opere sono entrate nel dominio pubblico, per cui tutti si affrettano a pubblicarle in edizioni d’ogni genere, di lusso e economiche, semplici e illustrate. Gli s’innalzano monumenti; il suo nome ringiovanisce; le opere sue, già popolari, diventano popolarissime in tutto il mondo.
  In Italia, del Balzac non si tradussero che poche opere, ed anche queste in modo imperfetto – perché in tempi che la censura mutilava tutti i libri; – anche quelle poche furono presto dimenticate, e sono esaurite.
  Crediamo non sia inutile far conoscere anche in Italia il maestro del romanzo moderno. Il tentativo di pubblicare le migliori opere, non deve dispiacere al pubblico italiano. Cominciamo da queste Memorie di due giovani spose, e facciamole precedere da una breve biografia dell’autore.
  Onorato di Balzac nacque a Tours il 20 maggio 1799: indole vivace d’artista, di natura ed esuberante, fu prima giovanissimo scrivano di notai, ed in quegli ambienti curiosi e caratteristici ebbe l’idea e derivò il gusto per certe facezie, un po’ grossolane talvolta, onde ha sparse le prose dei suoi romanzi e che gli furono tanto rimproverate.
  Diventò poi socio d’un tipografo facendo pessimi affari; cominciò allora a scrivere i primi romanzi che pubblicò sotto gli pseudonimi di Lord R’hoone e Horace di Saint-Aubin. Nel 1829 pubblicò il primo dei lavori che doveva far parte della Commedia Umana, ma fu solo nel 1842 che dette alla grande opera sua questo titolo.
  Lavoratore instancabile, condusse una vita disordinata, tormentata sempre dai creditori. La sua fantasia gli faceva credere d’essere sempre alla vigilia di diventar milionario e lo spingeva a pazzie stranissime facendolo vivere all’infuori d’ogni realtà.
  Un giorno s’appassiona all’idea di trasportare 60000 querce dalla Polonia in Francia, ci vide un guadagno di un milione e duecentomila franchi, ma mancandogli il senso pratico, non riesce che a indebitarsi per molti anni della sua esistenza.
  Incontra una sera un principe russo suo amico, lo invita a pranzo per l’indomani, pensa poi che a casa non ha vasellami in argenteria sufficiente, e ne compra subito per quattromila franchi. Vuole andare a trovare la signora De Hauska (sic), di cui era innamorato; – le carrozze di scorta l’annoiano – che fa? compra una berlina da viaggio per 15000 lire che non ha e parte. Giunge a Vienna, è cordialmente ricevuto nei salotti più aristocratici, in uno fa la conoscenza del Principe Metternich e quando rimette piede a Parigi trova le guardie che l’attendono per condurlo in prigione per debiti.
  Morì l’8 (sic) agosto del 1850, a soli 50 (sic) anni, – e dal febbraio al settembre 1848 pativa la fame. – Era partito nel 1847 per l’Ukraina per visitare la signora De Hauska rimasta vedova. La rivoluzione scoppia in Francia nel 1848; il nuovo governo mette una tassa sulle appendici che scriveva giorno per giorno, al ritorno dalla Russia si trova sulla paglia. – Sulla paglia per modo di dire perché abitava il grazioso appartamento di via Fortuné (sic) che la signora De Hauska gli aveva ammobiliato e dove morì due anni dopo. – Ma non aveva un soldo.
  Faceva bollire da sé del manzo, una volta la settimana, la domenica, bastevole per gli altri sei giorni, nei quali lo mangiava freddo. Fu in queste condizioni che scrisse pel teatro la Matrigna che gli fu pagata 500 franchi.
  Andava a letto alle sei, s’alzava a mezzanotte, prendeva una tazza di caffè e lavorava sino a mezzogiorno producendo incessantemente per pagare i debiti e per vivere.
  Il suo lavoro colossale è stato pubblicato dall’editore Michel Lévy in 45 volumi, a cui se ne sono aggiunti molti altri dopo la morte.
  La Commedia Umana comprende: Scene della vita privata, Scene della vita di provincia, Scene della vita parigina, Scene della vita politica, Scene della vita militare, Scene della vita di campagna; vengono poi gli Studi filosofici, gli Studi analitici, le Lettere alla straniera (la signora Hauska che divenne signora Balzac), il Teatro.
  Quell’immaginazione degli affari così pericolosa nella realtà della sua vita diventò in lui una preziosa qualità letteraria per rappresentare nel romanzo una società in cui gli affari ed il denaro tengono il primo posto.
  In questo campo egli non ha rivali: nessuno può competere con lui nella pittura dei caratteri generali nelle classi borghesi e popolari. Egli possiede una potenza rara d’immaginazione sintetica. Crea un personaggio, vi mette una passione ardente ch’è la causa unica dei suoi atti, che forzerà tutte le resistenze dei doveri domestici o sociali, compreso gl’interessi. Si direbbe che i suoi modelli siano dei maniaci; ma nessuno ha saputo rappresentare più vigorosamente di lui la distruzione d’un’intera famiglia per colpa dell’incoercibile mano d’un individuo.
  Essa è l’avarizia in Grandet, la corruzione in Hulot, la gelosia nella Cugina Betta, l’amor paterno in Goriot, la tirannia d’una invenzione in Baldassare Elaès (sic): sempre un istinto irresistibile, nobile o basso, virtuoso o perverso: il meccanismo è lo stesso in ogni casa e la regolarità onnipossente dell’impulso interiore fa del personaggio un mostro di bontà o di vizii.
  L’uomo d’affari che c’era in Balzac ha davvero reso un immenso servizio al romanziere. La maggior parte degli scrittori non sanno fare a meno dell’amore e non possono che giovarsi delle letture amorose per caratterizzare i loro eroi. Balzac invece lancia i suoi a traverso il mondo, ognuno con la sua professione: riferisce senza stancarsi mai, tutte le operazioni professionali per le quali un individuo rivela il suo temperamento e fa la sua fortuna o la sua rovina.
  Balzac è inoltre incomparabile per caratterizzare i suoi personaggi per mezzo degli ambienti nei quali vivono. Si può dire che la sua più profonda psicologia si trova nella loro descrizione; così, quando ci descrive la tipografia di Sechard (sic), l’abitazione di Grandet, l’appartamento d’un curato o d’una zitellona, le tende sontuose o scolorite d’un salotto, è il suo metodo particolare che segue indagando le abitudini morali delle persone che hanno disposti ed adattati quei luoghi.
  Egli era poi esternamente scrupoloso per tutta la parte della verosimiglianza esteriore. Passeggiava nel cimitero al Père Lachaise per ricercare sulle tombe dei nomi significativi; scriveva ad un amico ad Angoulême per sapere “il nome della via per la quale si giunge alla piazza Meirier, poi il nome di quella che è tra la stessa piazza e il palazzo di giustizia, poi il nome della porta che sbocca sulla cattedrale, poi il nome della piccola posta che conduce a Menage”. Ed esigeva un piano. Era inoltre amatore di ninnoli e di curiosità e per quanto abbia concesso troppo talvolta al gusto un po’ volgare, seppe sempre adattare con molta finezza i mobili alla condizione ed al morale dei vari personaggi. Chiare e precise sono le sue distinzioni dei gruppi sociali: mondo elegante, borghesia ricca, piccolo commercio, popolo di Parigi, aristocrazia e borghesia provinciale e campagnola, contadini, funzionari, impiegati, giornalisti, tutti gli aspetti della vita, tutte le professioni, tutte le condizioni: in ogni gruppo, dei tipi che accusano uno degli istinti, una delle tendenze speciali del gruppo stesso. Il contadino avido di guadagno in cui la passione di possedere della terra e di possederne sempre più affina la rozzezza della natura bruta: l’impiegato vaudevilliste, l’abbrutito, l’intrigante che avanza, l’onesto imbecille e il lavoratore ingenuo che sbarcano il lunario, le protezioni, la collaborazione delle donne agli avanzamenti dei mariti e la corte obbligatoria alle mogli dei capi: i salotti di provincia maldicenti, calunniatori, pretenziosi, gelosi, intriganti per concludere un matrimonio, pel successo di una elezione, per la nomina d’un funzionario, pel guadagno d’una eredità: tutto vive, si anima, sotto la penna di Balzac: son tutti quadri d’una intensa realtà.
  Balzac è il pittor vigoroso e fedele di un momento e d’una parte della società francese; egli ha rappresentato la borghesia, che da buon legittimista detestava, quella borghesia parigina e provinciale laboriosa, intrigante, servile, egoista, che voleva il denaro ed il potere, che faceva fortuna coi commerci e con le industrie, che si arabattano per i titoli e per i posti.
  Tutti quei romanzi che si allacciano, quegli individui che si ritrovano nei vari libri in tutte le epoche della loro carriera, quelle famiglie che si ramificano e delle quali si segue l’ascensione o la decadenza, tutto ciò forma un mondo che dà la sensazione della vita. I difetti de’ quali anche il Balzac non è immune spariscono nella grandezza dell’insieme e quando si sfoglia la Commedia Umana bisogna fare degli sforzi per distinguere i personaggi fittizi dagl’individui storici che vi sono frammischiati. L’opera balzachiana per questa coesione e per la potenza d’illusione che ne deriva è indiscutibilmente unica.
  Da quanto ho detto si comprende facilmente in che modo Balzac è passato per il padre del realismo contemporaneo. Egli è stato sfrenatamente romantico, ma poiché gli mancava il senso artistico, il genio poetico che il romanticismo richiede, le parti d’ispirazione romantica sono appunto le più deficienti dell’opera sua. Avendo al contrario rappresentato alla perfezione le mezze coscienze, le anime piccole e volgari, i costumi borghesi o popolari, le cose materiali e sensibili, il suo temperamento s’è trovato mirabilmente adatto ai soggetti nei quali pare che l’arte realista debba confinarsi. Così per le sue impotenze e per la sua potenza operò nel romanzo la separazione del romanticismo e del realismo.
  Deriva da lui la scuola naturalista che ha per capo Flaubert e per campioni gagliardi Emilio Zola, i fratelli Goncourt.
  Le Memorie di due giovani spose che oggi pubblichiamo sono uno dei più celebrati romanzi suoi: nei personaggi c’è una profonda umanità, la verità, lo studio delle anime sono raffigurate con un’arte della quale pare sconosciuto oramai il segreto come ne è perduto il ricordo. Il racconto è schietto, logico, evidente dei fatti interiori ed esteriori, e il lettore se ha sentito e è avvezzo a pensare, spiega e illustra via via con l’analisi propria, lettore e commentatore insieme. Grande arte questa, in chi scrive, apportatrice di gran diletto a chi legge.

  Giuseppe Costetti, Il Teatro italiano nel 1800 (Indagini e ricordi) con elenco di autori e loro opere. Con prefazione del prof. Raffaello Giovagnoli, Rocca S. Casciano, Licinio Cappelli, Editore, 1901.
  pp. 390-391. L’Emanuel ha un repertorio tragico […]; e, nel comico, il capolavoro di Beaumarchais, Il matrimonio di Figaro, e il capolavoro di Balzac, Mercadet l’affarista.

  Lucio D’Ambra, Letterature straniere. «Le Fantôme» di Paul Bourget, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXIII, N. 25, 23 Giugno 1901, pp. 2-3.
  p. 2. E queste cose si possono stampare e v’è che le ammette e v’è chi vi presta fede, quasi che potesse mai morire il romanzo psicologico, quella forma letteraria che ha dato in tutti i tempi una serie di capolavori, da Manon Lescaut di Prévost a Marianne di Marivaux, dalle Liaisons dangereuses di Laclos alla Princesse de Clèves, dal Werther di Goethe all’Ortis di Foscolo, dall’Adolphe di Benjamin Constant al Rouge et noir di Stendhal e alla Chartreuse de Parme, dal Lys dans la vallée a Eugénie Grandet di Balzac, da Mensonges o dal Fantôme di Paul Bourget all’Innocente di D’Annunzio o al Peints par eux-mêmes di Paul Hervieu!

  Cecco D’Ascoli, Fra libri vecchi e nuovi. Paul Bourget: “Un homme d’affaires” – “Reveillon” – “L’outrage”, – Paris, Librairie Plon, 1900, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno XI, Vol. XXI, N. 36, 18 agosto 1901, pp. 860-861.
  Il Bourget è in questo volume – come negli altri suoi lavori del resto – un sentimentalista scettico, foderato di Balzac. E nell’Homme d’affaires questa derivazione balzachiana appare più specialmente manifesta. M. Firmin Nortier, questo satrapo dell’alta finanza, che può fare a suo talento la pioggia e il sereno nel mondo della Borsa, e mettere in movimento con una sua decisione tutti i mercati del globo, è senza alcun dubbio un parente molto stretto del barone Nucingen. Come il barone Nucingen, anch’egli ha moglie e non è un marito fortunato. Se la bella Malvina ha un amante in Rastignac, la bella signora Firmin Nortier ha un amante non meno appassionato nel barone di San Giobbe. Ora, la differenza che passa fra Nortier e Nucingen è tutta in questo: che mentre il secondo è così forte nella sua superiorità che egli crederebbe digradarsi occupandosi degli amori di sua moglie, Firmin Nortier è invece un Otello terribile. In sostanza il Bourget ha voluto trovare la vena nel blocco da cui Balzac ha tratto una delle sue più geniali e più forti figure. E questa vena egli l’ha trovata nella gelosia. […] In conclusione qui si esce dal Balzac per passare allo Shakespeare!

  Andrew Dickson Withe, Passeggiate e conversazioni col Tolstoi (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno XI, Vol. XXI, N. 21, 5 maggio 1901, pp. 481-486.
  (1) Da un articolo di Andrew Dickinson White, McClure’s Magazine, aprile.
  p. 482. Venuto a parlare della letteratura francese, il Tolstoi considera Maupassant come quello dei letterati francesi che aveva il più grande talento, ma disse che era depravato e concentrava tutte le sue immaginazioni nelle donne. Sente evidentemente dell’ammirazione per Balzac, ma si cura poco di Daudet, di Zola, e dei loro pari.

  Gaspare Di Martino, Il Palcoscenico. “Francesca da Rimini” di Gabriele D’Annunzio al “Costanzi” di Roma, «Rivista Teatrale Italiana», Italia, Anno I, Volume II, 1901, pp. 356-362.
  p. 358. Questa narrazione in dieci versi [«Noi leggiavamo un giorno, per diletto, […] la bocca mi baciò tutto tremante …»], sorpassò di gran lunga l’intensità della rappresentazione viva dei due personaggi, e i cuori ne furono tocchi, e gli spiriti si sollevarono, e l’applauso proruppe pieno, convinto, impetuoso, generale; e uno spettatore del lubbione[8], di quel lubbione, che Balzac definiva, ironicamente, forse, il cervello del teatro, mentre apparivano prima Eleonora Duse e Gustavo Salvini, poscia Gabriele D’Annunzio, gridò: fuori Dante!

  Mario di Norba, Sul Fogazzaro, «La Vita. Rivista quindicinale», Sansevero, Anno I, N.° 5-6, 1 Aprile 1901, pp. 36-37.

  p. 36. In Francia — dopo la felice restaura­zione letteraria dovuta al Flaubert ed al Balzac, ch’erano riusciti col loro grande ingegno a far dimenticare quasi tutta la produzione letteraria d’un ventennio, fatta di lambiccate preziosità bizantine — lo Zola dominava sovrano.


  Fortunato Du Boisgobey, Porta chiusa, «Il Piccolo», Trieste, Anno XX, N. 7607, 21 Dicembre 1901, p. 1.

  La moglie tremava, ma non dal freddo.

  – Leggevate? — ditegli raccogliendo il libro che era sdrucciolato ai piedi della poltrona. — Un romanzo, senza dubbio?

  – Sì, un romanzo di Balzac.

  – Naturalmente; voi non amate le let­ture serie?

  – Vorreste che leggessi il regolamento di servizio in campagna? — replicò la ba­ronessa, fingendo di sorridere.

  – Non vi late beffe di me, ve ne pre­go, non sono, come sembrate crederlo, un vecchio soldato stupido, e non ho mai pensato a imporvi l’obbligo di imparare a memoria la teoria militare. Ma pretendo che i romanzi perdano le donne.

  Egli aveva aperto il volume e guardava il titolo.

  – La Grande Breteche (sic), borbottò egli alzando le spalle. Perché non la grande ranocchia, ovvero il tric-trac? ... Che cosa è questa Grande Breteche? Senza dubbio una ridicola storia in cui un onesto marito è menato per il naso dalla moglie.

  – V’ingannate completamente, mio caro; è al contrario, la storia di un marito che si vendica, replicò vivamente la signora di Bourgal.

  Ella si pentì quasi subito di aver detto questo, poiché in quel romanzo, uno dei più drammatici e più brevi che abbia scritto Balzac, ha trattato una situazione affatto simile a quella in cui la fatalità l’aveva gettata. Ma ella si rassicurò pen­sando che il generale non lo aveva letto e non lo leggerebbe mai.

  E difatti egli già non vi pensava più.


  Vincenzo Fago, Leone Tolstoi, «La Voce del Popolo. Giornale democratico», Taranto, Anno XVIII, N. 32, 20 ottobre 1901, pp. 1-2.

  Ad un solo Uomo del secolo XVIII è compara­bile Leone Tolstoi: a Beniamino Franklin. La loro vita non solo, ma il pensiero e l'opera loro pre­sentano analogie profonde. Da increduli, nella prima giovinezza, cioè quando fervono le intime energie, ma l'istruzione è ancora incompleta, di­ventano credenti, dando così ragione al Balzac, il quale notò: «Chose étrange, presque tous les hommes d’action incliment (sic) à la Fatalité, de même que la plupart des penseurs inclinent à la Providence».


  Vincenzo Fago, Leone Tolstoi. L’opera e l’uomo. Note critiche. Agosto-Ottobre 1901, Taranto, Tipografia dei Fratelli Martucci, 1901.

  p. 31. Cfr. scheda precedente.


  Feder, Gli scenari del “Tristano e Isotta” alla Scala, «La Lettura. Rivista mensile del Corriere della Sera», Milano, Anno I, N. I, Gennaio 1901, pp. 33-36.

  p. 33. Onorato di Balzac, nei più tristi momenti della sua travagliata esistenza, quando ai sogni magnifici ed ai fastosi bisogni peno­samente contrastavano le più dure difficoltà della vita, scriveva col carbone sulle nude pareti della vuota sua stanza: «Stipo di Boule, tappezzeria dei Gobelins ...» e l’eccitata fantasia dell’artista vedeva realmente in quei posti le cose designate soltanto col nome.


  Vito Frano, La Commedia in Roma, Foggia, Tipografia Edit. Paolo Leone, 1901. 

  Aulularia. 

  pp. 115-116. Ma, per non lasciarvi l’amaro in bocca, leggete gli estremi momenti di un avaro, quali furono descritti da De Balzac; chè forse l’avaro morente di De Balzac varrà a farvi conoscere anche meglio la natura «malvagia e ria» della lupa

«che molte genti fé già viver grame».

  Enfin arrivèrent les jours d’agonie, pendant lesquels la forte charpente du bonhomme fut aux prises avec la destruction. Il voulut rester assis au coin de non feu devant la porte de son cabinet. Il attirait à lui et roulait toutes les couvertures que l’on mettait sur lui, et disait à sa domestique: «Serre, serre ça, pour qu’on ne me vole pas». Quand il pouvait ouvrir les yeux où toute sa vie s’était réfugiée, il les tournait vers la porte du cabinet où gisaient ses trésors, en disant à sa fille: «Y sont-ils ? y sont-ils?» d’un son de voix qui dénotait une sorte de peur panique. «Oui, mon père». — «Veille à l’or, mets de l’or, devant moi». Eugénie lui étendait de l’or sur une table, et il demeurait des heures entières les yeux attachés sur les louis, comme un enfant qui, au moment où il commence à voir, contemple stupidement le même objet, et, comme à un enfant, il lui échappait un sourire pénible. «Ça me réchauffe» disait-il quelquefois, en laissant paraître sur sa figure une expression de béatitude.

  Lorsque le curé de la paroisse vint l’administrer, ses yeux, morts en apparence depuis quelques heures, se ranimèrent à la vue de la croix, des chandeliers, du bénitier d’argent, qu’il regarda fixement, et sa loupe remua pour la derniére (sic) fois. Lorsque le prêtre lui approcha des lèvres le crucifix en vermeil, pour lui faire baiser le Christ, il fit un épouvantable geste pour le saisir. Ce dernier effort lui coûta la vie. Il appela Eugénie, qu’il ne voyait pus, quoi qu’elle fût agenouillée devant lui et qu’elle baignât de ses larmes une main déjà froide. «Mon pére (sic), bénissez-moi!».

  «Aie bien soin de tout, tu me rendras compte de ça là-bas» dit-il, et il expira (1).

  (1) Eugénie Grandet, H. De Balzac.


  Edoardo Fuchs, L’origine della caricatura politica moderna (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno XI, Vol. XXI, N. 24, 26 maggio 1901, pp. 561-562.
  (1) Da un articolo di Edoardo Fuchs, Die Zeit, 27 aprile.

Philipon – “La Caricature”.
  p. 562. In breve, La Caricature acquistò una diffusione straordinaria; vi collaborarono i maggiori letterati e artisti del tempo: accanto ai due grandi caricaturisti Decamps e Raffet, figuravano nella redazione il pittore e scrittore Enrico Monier (sic), Onorato Balzac e altri.


  Giuseppe Fumagalli, Abbòndio, in Piccolo dizionario dei Nomi Propri Italiani di Persone. Con le origini e i significati più probabili, le indicazioni degli onomastici, e accorciature più comuni nei classici e nell’uso volgare, con riscontri storici e letterari e altre notizie, di Giuseppe Fumagalli Bibliotecario a Milano, Genova, A. Donath, Editore, 1901, p. 1.

 

  Balzac fu studiosissimo dei nomi dei suoi personaggi e dicono che il Flaubert andò in gloria il giorno in cui trovò quelli di Bouvard e di Pécuchet.


  Annibale Gabrielli, Scritti letterari di Annibale Gabrielli, Città di Castello, Scipione Lapi Editore, 1901.

 

“Morosophia”, pp. 104-112.

 

  L’Elogio della pazzia è il trastullo d'un grande ingegno, è il benevolo sorriso dell’uomo che sa vivere e sa compatire, è, direi, la Commedia umana di Balzac anticipata di tre secoli.


  Giuseppe Giacosa, L’Elogio del secolo XIX (1), «La Lettura. Rivista mensile del Corriere della Sera», Milano, Anno I, Num. 2, Febbraio 1901, pp. 113-121.

  (1) Conferenza letta in Torino il giorno 30 dicembre 1900.
  pp. 120-121. La letteratura del secolo XIX è tutta e quasi inconsapevolmente novatrice. […] La sostanza letteraria fu innovata di sana pianta, furono penetrati e rivelati certi fondi oscuri e certi confusi moti dell’animo umano, che nessun poeta aveva mai per l’addietro avvertito. Manzoni, Balzac, Dickens, Tolstoi, Dostoiewski, Maupassant, Ibsen, Verga, Fogazzaro, scesero nei penetrali più riposti delle coscienze e ne estrassero viltà ed eroismi inconfessati, e vi scesero con sentimento d’amore, con una pietà fratellevole, gagliarda ed intenerita per la sofferenza e per la fralezza umana. […].
  Anche si gridò che Dio fu assente dalla nostra opera letteraria. Or bene cercatelo, non nelle perdenti esternazioni esteriori, ma nell’intima essenza della letteratura a datare da quello che fu chiamato evo moderno, e non ve lo ritroverete o con rare manifestazioni. Cercatelo nel corso degli ultimi cent’anni, domandatene al Manzoni, al Chateaubriand, a Victor Hugo, a Longfellow, a Dickens, a Giorgio Elliot, al Bret Hart, al Balzac, al Tourgueneff, al Tolstoi, al Dostojewski, al Sienkiewicz, al Fogazzaro e tutta l’opera loro ve ne ripeterà il nome e la misericordia.

  Gigi, Corriere, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXVIII, N. 24, 16 Giugno 1901, pp. 410-411.
  p. 410. Ma nell’Accademia massima, nell’Académie française, se ne sono viste adesso delle altre [di assurdità].
  Fu eletto il poeta dei cadetti di Guascogna [E. Rostand]. […]. Egli è che l’Accademia francese non vuol consacrare la gloria che il mondo ha dato agli scrittori; è lei che vuol conferirla. Così non accolse nel suo seno Balzac, e respinse sempre Emilio Zola […].

  Avv. Agostino Gurrieri, Il Libero Amore e la Setta di Oneyda (Saggio di Filosofia del Diritto), Ragusa, Tip. G. B. Odierna, 1901.
XXII.
  pp. 48-49. Coloro che sostengono l’amore dover essere libero, non hanno argomenti validi contro la teoria più comune.
  Balzac vorrebbe che si praticasse il libero amore dalle giovinette, ma una castità intransigente e forzata dalle maritate; e invoca a sostegno della sua teoria i libri di Rousseau l’Emilio e la Nuova Eloisa, che sono, egli scrive, due eloquenti orazioni in favore del suo sistema (1). Così le giovinette (questi sono a un dì presso gli argomenti del Balzac) avendo corso per intero la cavallina e provato diversi uomini, sceglierebbero poi a marito quello che avessero sperimentato più conforme al loro carattere e alle loro ispirazioni.
  (1) Balzac. Fisiologia del matrimonio.
[…]
  p. 51. Il Nordau si è in certa maniera ricreduto delle sue teorie sul libero accoppiamento, nell’opera «Degenerazione», laddove combatte le teorie di Ibsen, il quale analogamente a Rousseau e a Balzac sosterrebbe nei suoi «Drammi» esser lecito alla donna il libero amore prima del matrimonio.

  Il Garofano Bianco, Il Divorzio, «La Croce Pisana. Periodico Settimanale», Pisa, Anno XXIX, Num. 51, 22 Dicembre 1901, p. 1.
  Dunque secondo questi nostri grandi causidici, il matrimonio è semplicemente un contratto, e neanche come scriveva il Balzac un immenso contratto.

  Lion., A volo d’uccello. La Conferenza di A. Criscuolo, «La Voce del Popolo. Giornale democratico», Taranto, Anno XVIII, N. 6, 28 febbraio 1901, p. 2.

  Certamente un avvenimento brillantis­simo fu quello di domenica scorsa, a Ta­ranto, della conferenza che l’illustre comm. avv. Criscuolo tenne nell’aula magna della Corte d’Assise, a beneficio del Dormitorio Pubblico Regina Margherita, promosso dalla nostra Associazione della Stampa. […].

  Parla del­l’umorismo come funzione, che punisce e dimostra inesorabile questa pena del ridicolo. Cita esempi tratti da Balzac. […].

  Nell'ultima parte, l’oratore frequente­mente applauditissimo, pone il quesito: Chi è il più grande umorista? Esamina il pensiero di Carlyle, di E. Heine, di Balzac, di Lorenzo Sterne […].


  Alberto Lumbroso, Onorato di Balzac stampatore, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXIII, N. 30, 28 Luglio 1901, pp. 1-2.

Al Visconte Spoelberch di Lovenjoul.
  A tutta una fioritura di studi sull’autore «immortale» – per quanto non mai ammesso, come pure l’amica sua Giorgio Sand, nell’Accademia Francese sola dispensatrice d’immortalità – ha dato luogo l’anniversario della morte (sic) di Onorato di Balzac, – dal libro sul Balzac inconnu in cui un medico, il Cabanès[9], studia da alienista il colosso, dicendo cose nuove intorno alla sua megalomania, alla sua mania ambulatoria, alle sue idee strane e folli, ma dicendo anche molte cose grossolanamente sbagliate, – fino al recente libro del visconte Spoelberch di Lovenjoul intorno a’ manoscritti inediti del grande autore della «Commedia Umana» (1).
  Gabriel Hanotaux, membro dell’Accademia francese, già Ministro degli esteri di Felice Faure, storico insigne del Cardinale di Richelieu, narrò di recente nel Journal del «Balzac stampatore».[10] È un episodio poco noto della vita del grande psicologo.
***
  A vero dire, il Balzac ce ne fece il racconto egli stesso, nelle Illusions perdues, in César Birotteau ed in cento passi della «Commedia Umana».
  Tutta la storia della Stamperia dei Séchard, nelle Illusions perdues, è quella della tipografia di Balzac e di Barabier, in via dei Marais St. Germain. Il fallimento dell’illustre César è la débâcle del Balzac e de’ suoi associati. Sono le medesime figure, i fatti medesimi, gli eventi identici, gli uguali sentimenti, e spesso gli stessi nomi. Ed è in tal modo che l’opera del Balzac s’impadronisce di tutto l’esser nostro: chè questo grande immaginosissimo scrittore altro non fece che far rivivere e venir creando di bel nuovo la realtà.
  Uscito dal collegio di Vendôme, ei fu studente in legge, fu ricevuto «licenziato», entrò nello studio di un procuratore (M. de Merville) e dopo da un certo Passez. Poi, il padre, acconsentendo al tentativo della carriera letteraria, gli assegnò un mensile corrispondente a 1800 franchi annui, il che a quell’epoca era più che bastevole ad assicurare un’agiata esistenza ad un giovanotto.
  Ma due anni dopo, il tentativo non essendo stato coronato dal successo, i viveri gli furono negati: ed è a questo momento che prende posto l’episodio caratteristico della stamperia.
  Il Balzac, nato nel 1799, aveva solo ventisei anni.
***
  L’Hanotaux non potè precisare esattamente i motivi che lo indussero dapprima a farsi editore, e ben presto stampatore. V’ha, in tutto ciò, non poco mistero.
  I genitori di Onorato vivevano allora in campagna. La signora Surville, sua biografa, racconta che quand’ei venne a Parigi, egli prese alloggio nell’appartamento del padre e che là fece conoscenza «d’un voisin homme d’affaires qui lui conseilla de chercher, pour se faire libre, une bonne spéculation, et qui lui fournit les moyens de l’entreprendre».[11]
  Fu detto pure ch’egli fu primo ad avere l’idea delle edizioni compatte, e che iniziò la pubblicazione in un solo volume tanto delle opere di Molière che di quelle di La Fontaine.
  C’è forse qualcosa di vero in tutto ciò: ma è una verità un poco ad usum Delphini.
***
  Come stampatore, il Balzac non è davvero grande, sicchè di lui, sotto questo aspetto, si potrebbe fare il paragone con l’Ingres violoncellista, (questi preferiva esser musico anziché gran pittore, e si faceva in proposito strane illusioni! …).
  Il La Fontaine ed il Molière sono stampati a caratteri troppo fitti, e le incisioni sono esecrabili a detta dell’Hanotaux, che è un buon giudice (2). Inoltre, il prezzo di vendita di tali opere era troppo alto: venti lire a volume. Risultato: in un anno si vendettero al massimo venti esemplari del Molière!
  Il 4 giugno 1826 il Balzac si domiciliava nel locale della propria stamperia, 17 Rue du Marais, nel sobborgo S. Germano: una delle strade più caratteristiche, tuttora, di Parigi. E quella casa era vicina all’altra ove morì il Racine. Il Balzac passò lì i due anni più decisivi di tutta l’esistenza sua, e ne descrisse l’ambiente nelle Illusions perdues.
  Aiutato dal suo amico Latouche – l’editore di Andrea Chénier e l’amante della celebre Desbordes-Valmore della quale nel 1901 il Lovenjoul diè fuori lettere inedite nel suo Sainte-Beuve inconnu[12] – il Balzac aveva messo al muro una tenda di percalle celeste; aveva ammobiliata la camera propria con una certa eleganza, e vi aveva riunito alcuni libri ben rilegati dal Thouvenin.
  Lì fu che, per due anni, ei ricevette ogni giorno la visita di colei che, com’egli stesso ebbe a narrarci, aiutò con la propria presenza l’infelice a sopportare le inquietudini e ben presto le disillusioni che non tardarono ad assalirlo veemente.
  Colà si formò il genio suo, colà visse nel centro del cuore della vecchia Parigi, su quel putrido terreno ove la vita e la morte accumulano le loro energie da secoli e secoli. Colà il Balzac strappò il romanzo dal sogno e lo fece scendere di cielo in terra, colà nacque la Commedia Umana che ben può definirsi l’economia politica delle passioni umane. E colà Ei vide senza veli l’enigma immenso che è la donna, la donna ch’ei chiamò Dilecta, cui diè un ritratto con scrittovi sopra Et nunc et semper cui dedicò nel 1832 Louis Lambert, che impersonò M.me de Mortsauf, cui pensò scrivendo la fine della Duchesse de Langeais: «Il n’y a que le dernier amour d’une femme qui satisfasse le premier d’un homme».
  Verità profondissima, tantochè niuno può intenderla se non con lunga esperienza e con vera meditazione.
***
  Il Balzac, dal lato suo, dà un’altra spiegazione: assicura cioè di essersi lanciato in affari disgraziati per aver voluto interessarsi alla sorte di un operaio stampatore che gli parve non senza merito e che diventò allora socio suo.
  Ciò che risulta dai documenti fornitici dall’Hanotaux si è che, anteriormente alò mese di maggio 1825, il celebre editore di romantici, Urbano Canel, aveva intrapreso di pubblicare un Molière ed un La Fontaine «compatti», ognuno in un solo volume in ottavo. Il La Fontaine, specialmente, doveva essere impresso in due colonne, in caratteri mignonne, tirati su carta cavalier velina, con illustrazioni di Devéria incise dal Thompson: a tre mila esemplari che sarebbero stati posti in vendita a dispense (3).
  Com’ebbe a provare l’Hanotaux, prima del maggio 1826 e probabilmente a datare dal 15 maggio dell’anno prima, fu costituita con ispeciale riguardo per le opere del La Fontaine una società di cui fecero parte il libraio Canel, il medico Carron, il Balzac, allora dimorante in via di Berry n. 7, e l’ufficiale in riforma J. E. Benet de Montcarville.
  Questa società il 1° maggio 1826 fu disciolta, e Canel, Carron e Montcarville cedettero, il 5, al solo Onorato di Balzac, tutti i diritti di proprietà sul La Fontaine e sul lavoro già eseguito.
  La somma occorsa al futuro grand’uomo per far fronte a quel primo impegno (9250 franchi) fu dunque fornita al Balzac da quell’amica diletta che si era a lui legata di un affetto tenero e materno, e che in tal modo gli assicurava i mezzi di farsi libero e di essere un uomo, padrone della propria vita e che non dovea risponder di nulla se non a sé stesso.
  Notevole è il fatto che la prefazione del La Fontaine fu scritta dal Balzac, ed è una pagina di squisita finezza e di grandissimo acume critico: ex ungue leonem! …
  Si può supporre che lo scrittore insigne fu messo in relazioni con il Canel editore per cagione appunto dell’ordinazione di tale lavoro, e che in tal modo egli fu condotto ad occuparsi di tale affare co’ due suoi associati Carron e Montcarville.
  Scioltasi la società il Balzac assunse da solo il carico ed ogni pondo del contratto (4).
***
  Niuna dama ebbe, sul Balzac, il potere di costei: né l’Abrantès, né la Castries, né la Zulma Carraud, né la nera Polacca che divorò i quindici ultimi anni del disgraziato, che era un candidato alla demenza, come direbbe un alienista ch’io conosco.
  Il Balzac per primo (avanti a lui tutte le innamorate avean vent’anni!) mostrò le charme prolongé di una bellezza morente, di un portamento illanguidito, di un autunno calmato ed esperimentato, di ciò che il Prévost bellamente chiamò amour d’automne. «Venga il tempo, – ebbe egli a dire, – ed io non isposerò se non una vedova».
  E fece, quindici anni dopo, ciò che a sé stesso avea giurato fin dal 1833.
  Ecco il dono immortale fatto alle donne ed all’umanità dal largo e generoso Balzac. Egli riuscì a moltiplicare, se non la gioia umana, almeno la coscienza di questa gioia. Sublime, eccelsa missione, degna di lui e del genio suo!
  Questa misteriosa M.me D… che alcuni ignorano del tutto, era, da signorina, Laura Luisa Antonietta Hinner, e dall’amico De Nolhac, l’illustre studioso di Luigi XIV, sappiamo l’Hinner essere stato un suonatore tedesco d’arpa addetto alla Corte di Maria Antonietta.
  Di lui fa cenno Madame de Genlis ne’ suoi Mémoires ed il Fétis nel suo Dizionario biografico dei musicisti; visse dal 1754 al 13 aprile 1784, ed ebbe l’onore di accompagnare spesso con l’arpa il canto dell’infelice figliuola di Maria Teresa, che lo sposò con una sua cameriera, Luisa Margherita Emelia Queptée de Laborde (1775), donde nacque Luisa Antonietta Laura, l’amica del romanziere, il 23 maggio 1777. Padrino di lei fu Luigi XVI e Madrina la povera Maria Antonietta. Morto Hinner (1784) la vedova sposò nel 1787 Régnier de Jarjayes, uno dei tipi più noti della Rivoluzione (5): l’uomo che non lasciò nulla di intentato per liberare la Regina rinchiusa al Tempio, operando assai più nobilmente e fortemente di quel povero chevalier de Rougeville immortalato da un romanzo di Alessandro Dumas padre come chevalier de Maison-Rouge.
  Fu lui che ricevette gli ultimi ordini del Re, fu lui che, senza la pusillanimità di uno dei congiurati (Lepitre) avrebbe, con Toulan, con Turgy e con Cléry, fatto evadere Luigi XVI e le Principesse, o almeno la Regina sola: ma essa non volle separarsi da’ figliuoli. Esempio sublime e che basterebbe a santificarla, se pure a ciò non provvedesse il martirio di cui fu segno. Fu allora che Maria Antonietta scrisse al Jarjayes: Nous avons fait un beau rêve; voilà tout …
  Jarjayes recò a Monsieur ed al conte d’Artois le reliquie di Luigi XVI, raggiunse i Principi a Torino e morì, a 77 anni, a Fontenay-aux-Roses, nel 1822.
  La signora Jarjayes e la figlia furono (naturalmente) imprigionate durante il Terrore. Ed ivi Laura conobbe quel M. D… che poi sposò l’8 aprile 1793 quand’ella aveva quindici anni e dieci mesi. Il marito ne aveva ventiquattro.
  Ebbero nove figli. Poi, quand’ella, dopo trenta di matrimonio, ebbe quarantacinque anni, incontrò il Balzac di ventitrè: le due vite si unirono e «la femme de quarante ans» divenne per il filosofo romanziere l’amica, la compagna che dovea insegnargli la vita.
  Figlioccia di re e regina, bella ancora, memore di complotti anti-rivoluzionari, era, quella memoria viva, un libro aperto ove il giovane interrogante dovea leggere on avida passione!
  Donde Les Chouans, Madame de la Chanterie, Un épisode sous la Terreur, donde (ed è chiara oggi!) l’origine del realismo monarchicissimo del Balzac, le pretese nobiliari, le sue relazioni con un mondo nel quale non sembrava chiamato a vivere. Donde, la sua amicizia con il duca di Fitz-James, con la duchessa di Castries, donde l’ammirevol pagina sulla duchessa di Angoulême, donde tanti e tanti enigmi della vita sua studiati e sciolti con la massima facilità!
***
  L’associazione fra il Balzac ed il Barbier per l’industria della stamperia della via des Marais durò dal 1° giugno 1826 al 16 agosto 1828: il Barbier si era incaricato della parte tecnica, e l’altro firmava ed operava la parte commerciale, la cassa e la contabilità.
  Nei suoi romanzi, egli si giovava con maravigliosa destrezza delle cifre, ma nella realtà, egli era incapace di tenere i conti di casa.
  In meno di due anni, la società fu debitrice di 113 mila franchi, con un attivo di 67 mila.
  Andata male la casa editrice, poi la stamperia, che fa il Balzac? Tenta un gran colpo, e si fa … fonditor di caratteri!! Ma fu il crollo finale: il 16 aprile 1828 la nuova società fu dichiarata sciolta!
  La madre e gli altri parenti lo aiutarono: e l’onore fu salvo. Così il Balzac ebbe ad abbandonare la via des Marais a testa bassa, carico di debiti. Ma fu ventura: chè se le cose fossero andate meglio, l’umanità del secolo XIX avrebbe avuto un buon fonditore di caratteri in più, ed un eccelso romanziere in meno. Il Destino fu più savio di qualunque calcolo!
***
  Il Balzac, libero, fuggì, lasciando i parenti trarsi d’impaccio, e si diè a meditare la trama de’ Chouans. Lasciò Parigi, e n’andò lunge, in casa del generale di Pommereul, a redigere i Chouans, la base prima della «Commedia Umana», ove dipinse, a tutta prima, que’ soldati valorosi della causa realista di cui le confidenze dell’amica Laura gli avean rivelata l’immensa grandezza. Ma non riuscì mai a liberarsi dalle conseguenze fatali di quei due anni, che imposero un andamento immanente a tutta la sua esistenza: fu un peso, una catena che trascinò seco sempre, avvinta al collo. È un dramma che toglie il respiro, che stringe il cuore, e che contiene una terribile lezione.
  Egli scriveva, dieci anni dopo: «Du travail, toujours du travail … De quelque côté que je me tourne, je ne vois que difficultés, travaux, espérances vaines et inutiles ! …».[13]
  E fu una lotta continua, per quel debito, colossale per il colosso, che lo teneva avvinto, schiavo, atterrato! … E fino alla morte, fin nella bara, fu un tormento continuo, indicibile, angoscioso.
  Intanto, Laura si avviava alla morte. Ed egli incominciò a scrivere a quella Polacca giovane, bella, nobile, che divenne la Beatrice lontana di quel grande «immaginoso dell’amore». L’attese quindici anni, finchè il marito morì, libera che fu la signora Hanska (e si vegga l’inedito carteggio attraentissimo dato a luce nella sua prima annata dalla Revue de Paris del Ganderax e del Darmesteter, cui successe, alla morte di lui, il Lavisse), la sposò: ma non abbastanza durò quella felicità (6), come nelle opere musicali italiane che sono, a detta del Balzac, l’«affreuse image de la vie. On en sort au moment où l’on entend la felicità!». Ebbene, dopo tanto penare, credeva egli aver trovata la pace, e non trovò se non disgusto e morte. Partì e lasciò la sala dello spettacolo al momento in cui, innanzi a lui, il coro intonava il felicità di prammatica.
  [Note].
  (1) Intorno al quale si veggano pure gli studî venuti alla luce nel 1901 nella Nuova Antologia. Lo Spoelberch è un grande bibliofilo, di un’erudizione sconfinata; possiede tesori nel suo palazzo del Boulevard du Régent a Bruxelles, che furon descritti con brio vivace dall’Huret nel Figaro or fa un anno. Sue passioni dominanti: Balzac, Gautier e Giorgio Sand. Né trascura il Sainte-Beuve e gli astri minori.
  (2) Gran raccoglitore di edizioni curate dal Balzac è il conte Giuseppe Primoli, di Roma, nipote di Luciano e di Napoleone, che gli furono bisavolo e prozio.
  (3) Il prospetto del Molière era stato annunciato nel numero della «Bibliographie de France» del 23 aprile 1825, e quello del La Fontaine in quello del 7 maggio 1825.
  (4) R. de Bury, Les Journaux, Mercure de France, Janvier 1901, N. 133, t. XXXVII.
  (5) Leggansi Eckart, i fratelli Goncourt (Marie-Antoinette), Léon Lecestre, Paolo Gaulot (Un complot sous la Terreur e tutta la serie, edita dall’Ollendorff), l’archivista Campardon, e G. Lenôtre, autore della Guillottine e de’ Derniers moments de la Reine M.-Antoinette nonché i libri stupendi del De Nolhac.
  Il Balzac, veramente scrive felichittà, nel «Commentaire où l’on explique la felichittà des finales» (XXXVII delle Petites misères conjugales [sic], ed. Chlendowski, 1845, I vol. in 8° ill. da Bertal [sic]):
  «Qui n’a pas entendu dans sa vie un opéra italien quelconque ? … Vous avez dû, dès lors, remarquer l’abus du mot felichittà, prodigué par le poète et par les chœurs à l’heure où tout le monde s’élance hors de sa loge ou quitte sa stalle. Affreuse image de la vie. On en sort au moment où l’on entend la felichittà … Eh bien, dans tous les états de la vie, on arrive à un moment où la plaisanterie est finie, où le tour est fait où l’on peut prendre son parti, où chacun chante la felichittà de son côté ! …».

  Alberto Lumbroso, Onorato de Balzac stampatore. Estratto dal Fanfulla della Domenica N. 30 - 1901, Roma, Stabilimento Carlo Mariani e C., 1901, pp. 16.
  Cfr. scheda precedente.

  Dino Mantovani, Cronaca letteraria. Gennaio, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Novantunesimo della Raccolta, Volume CLXXV, Fascicolo 699, 1° febbraio 1901, pp. 523-532.
  p. 525. Nel 1900 poi i libri hanno avuto maggiore smercio tra noi sono stati di genere molto diversi. […] Vengono poi Cyrano de Bergerac e L’Aiglon del Rostand, la nuova edizione delle opere del Balzac a sessanta centesimi il volume, e le traduzioni francesi del Kipling […].

  Guido Menasci, Neera, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Novantacinquesimo della Raccolta, Volume CLXXIX, Fascicolo 714, 16 settembre 1901, pp. 263-278.
  p. 271. Maria Oldofredi è la protagonista dell’Indomani, del libro che sembra lo sviluppo di un sottil paragrafo della squisita Fisiologia del matrimonio di Onorato di Balzac e chiude con uno squarcio di quella sana ed alta lirica che strappava alle labbra del giovine Longfellow un inno alla vita, in cui si riassume come vedremo il concetto etico, semplice e sano della scrittrice. […] È la storia di tutti i matrimoni, è la intera vita sociale del nostro tempo; lo squilibrio che si verifica subito, l’indomani al quale, forse, non si potrà trovar rimedio e che porterà molto spesso a quelle tali conseguenze di cui Rabelais, Brantôme, Balzac, i nostri novellieri sanno parlare così piacevolmente.

  Mario Morasso, Il rinascimento della scultura. III. Rodin e gli artisti italiani, «La Rassegna della Letteratura e dell’Arte Contemporanea», Firenze, F. Lumachi Editore, Anno II, Vol. VI, Fasc. I, 1 Luglio 1901, pp. 18-29.
  pp. 19-20. Il Rodin ci mostra l’eroe del nostro tempo, come oggi noi lo torniamo ad ammirare, e ce ne dà una raffigurazione eroicamente moderna, non più rigidamente maestoso quasi fosse nella sua superiorità di un’altra natura e fuori della vita, ma l’eroe che porta in sé tutto l’umano, l’eroe come conquistatore e trionfatore della vita, che aduna una maggior somma di vita, che appare l’esaltazione più alta della vita. […]
  Così il Balzac, l’eroe scrutatore di anime, quello che ha in sé un mondo da creare e da animare. La linea generale della statua, di cui non possiamo ammirare alla mostra di Venezia che la sola testa, rievoca la duplice visione di qualchecosa che si gonfia e germina per una intera spinta e donde all’aprirsi balzerà fuori, come una intatta Minerva dal cervello di Dio, una creazione completa, e della rupe secolare puntello del mondo, monumento primo all’eroe. Tale linea di una genialità insuperabile, era tanto nuova, così profondamente significativa che non poteva essere intesa dai più, e meno ancora dalle celebrità ufficiali, irretite nei vecchi modelli accademici, essa mostrava una relazione assolutamente nuova fra il colosso del genio umano e il colosso granitico della natura, e tanto era il suo valore da accendere nel pubblico o l’ira o il fanatismo per l’autore.

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  Quell’ampia veste fluttuante che senza linea definita si ricongiunge con la terra e ne pare una emanazione diretta e dalla quale solo emerge la testa – è dal pensiero che verrà la creazione – noi la troviamo simultaneamente concepita per un’altra figura eroica, il Cristo, da Leonardo Bistolfi, anche qui genialmente appropriate a significare il mistero sopraggiungente del Messia, ed altrettanto incompresa e sdegnata.
  La testa del Balzac è veramente costruita per contenere il pensiero di una intera società e di un periodo storico; l’espressione generale caratterizzata dalla violenta piega dei capelli è quella dell’aquila, gli occhi smisuratamente aperti e fissi non si dovranno chiudere mai dinanzi ad alcun secreto delle anime e la bocca rilevante sovrapposta al viso sembra un organo appositamente formato perché la voce dell’annunziatore arrivi a tutti gli uomini.
  L’eroe scolpito dal Rodin esorbita dalla sua personalità, e la sua genialità speciale fu portata ad una grandezza universale.
  Il Rodin ci mostra poi l’essere individuale della propria passione, poiché in ogni passione egli intravede l’eccesso supremo a cui l’anima più incitata potrebbe giungere, la conseguenza ultima o il primo fulmineo slancio, e così lo raffigura con frenesia, quasi che egli avesse ingenita la scienza degli impeti originali, dell’attimo trionfale, delle opulente decadenze.

  Vincenzo Morello, Balzac e l’antropologia criminale, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Novantunesimo della Raccolta, Volume CLXXVI, Fascicolo 701, 1° Marzo 1901, pp. 37-57, ill. [Testa di Balzac dello scultore Rodin].[14]

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  Da molto tempo, io mi sforzo di richiamare l’attenzione, se non lo studio, dei positivisti italiani sull’opera di Balzac; ma, con mio grande rammarico, devo confessare che non vi riesco. Dieci anni addietro, a proposito della Bête humaine di Emilio Zola, cominciai a dare qualche saggio delle preziose scoperte che, nell’interesse della scienza, sarebbero ancora da fare nella inesauribile miniera della Comédie humaine; ma nessuno dei maestri si fece sedurre dalle magnifiche promesse. Il Lombroso mi scrisse, molto cortesemente, che le mie osservazioni erano di una importanza straordinaria e di una precisione disperante, e che, per esse, avrebbe voluto riguardare e studiare l’opera di Balzac; ma nemmeno lui, poi, ebbe il tempo, io credo, di continuare nel manifestato proposito. Avrebbe il Ferri potuto, anzi dovuto, studiare un po’ l’opera di Balzac nel suo libro sui Delinquenti nell’arte (1); ma, con non piccola mia sorpresa, in quel libro egli non consacra a Balzac che una linea e un errore; a pag. 102, dove accenna al ciclo romantico della Comédie humaine. Ciclo romantico, via, non mi pare esatto! O per lo meno mi par tanto esatto quanto sarebbe, per esempio, qualificare metafisico il ciclo delle opere filosofiche di Herbert Spencer. Anche l’Alimena, nel suo lavoro, Il delitto nell’arte (2), non si occupa di Balzac che di passaggio, e consacra appena una paginetta alla figura di Vautrin. Onde, resta valido, anche dopo il Ferri e l’Alimena, il giudizio espresso dal Patrizi, nel suo articolo sull’antropologia criminale e la psiche nel romanzo dei Goncourt (3), che, cioè, i positivisti fecero poco, oggetto dei loro studi e delle loro ricerche, Balzac. Vi è dunque qualcosa da tentare in questo campo; vi è qualche lato da mettere ancora in luce nella mole immensa del grande costruttore della Comedia umana: non paia audace ch’io curvi l’arco della mente in tal lavoro. Quelli che verranno dopo, faranno meglio. Quelli che potranno constatare senza fatica la ricchezza del materiale estratto in un primo tentativo, si indurranno certamente a continuare, e ad ottenere con più accorta fatica risultati più ampi e forse più profondi. Cominciare, intanto, è mostrare, a proprio rischio e pericolo, una via non battuta, e da battersi.
  Anatole France dice che Balzac fa comprendere meglio di qualsiasi altro scrittore il passaggio dall’antico regime al nuovo: il n’y a que lui pour bien montrer les deux grandes souches de notre nouvel arbre social: l’acquéreur des biens nationaux et le soldat de l’empire (4). Giorgio Sand diceva, a sua volta: «I libri di questo grande critico non sono romanzi del genere di quelli che si sono scritti prima di lui. Balzac è il critico per eccellenza della vita umana» (5). «Egli ha scritto, non per il solo piacere dell’immaginazione, ma per gli archivi della storia dei costumi, le memorie del mezzo secolo in cui visse. Il romanzo è stato per Balzac il quadro e il pretesto d’un esame quasi universale delle idee, dei sentimenti, delle abitudini, delle arti, dei mestieri, dei costumi, della legislazione, dei luoghi, infine di tutto ciò che ha costituito la vita dei suoi contemporanei» (6). Non a torto quindi il Bourget afferma che, se si cerca invano la traccia dell’influenza di Stendhal nelle opere contemporanee, è agevole invece constatare ad ogni passo l’onnipossente sovranità del genio di Balzac su tutti i saggi della scuola detta assai impropriamente realista o naturalista e che dovrebbe chiamarsi più esattamente scuola d’osservazione (7).
  Or questo spirito d’osservazione, che sembra da per tutto, e si trova dappertutto, presente e vigilante, era aiutato non solo dal senso storico, sviluppatissimo, e dalla possente fantasia nutrito e corroborato, ma era anche guidato da criteri scientifici positivi, sicuri, profondi, sì che le opere, che ne derivavano, erano nello stesso tempo opere d’arte, opere di storia, opere di scienza: meravigliosa complessività di elementi naturali e sociali e poetici, di cui nessun tempo vide l’eguale; a cui nessuna letteratura produsse mai esempi comparabili. Teofilo Gautier dice che «Balzac, come Visnù, il dio indiano, possedeva il dono dell’avatar, il dono, cioè, d’incarnarsi nei corpi più vari e di vivere nei tempi in cui voleva; con questa differenza, che il numero degli avatar di Balzac è indefinito e indefinibile: a sua volontà» (8). Ma questo paragone dell’artefice della forma impeccabile non mi pare sia esatto e rispondente alla realtà. Balzac non confondeva mai la sua persona coi suoi personaggi, e tanto meno le sue idee e i suoi sentimenti. A questo proposito, disse benissimo il Brunetière, nella sua conferenza di Tours, che Balzac n’a rien mis de lui-même, de sa personne, dans son oeuvre: son observation est toujours impersonnelle et son art toujours désintéressé. La valeur, en est extérieure à lui-même, objective, comme disent les philosophes, sociologique dirons-nous aujourd’hui (9). Ed è anche vera l’osservazione dello stesso Brunetière, che a Balzac la natura della sua opera apparve più chiara e precisa quando volle darle unità definitiva. Allora la sua opera si rivelò un vero e proprio documento scientifico. E, secondo racconta A. Houssay [sic] (10), aveva ragione quindi il Flaurens, uno dei più dotti discepoli di Cuvier, di consigliare Balzac, che si professava discepolo di Geoffroy Saint-Hilaire, di presentarsi candidato all’Accademia delle scienze, invece che a quella delle lettere, come un fisiologo, più che come un romanziere: un fisiologo che, movendo da Linneo, era riuscito a risalire dalla bestia all’uomo con lo stesso movimento della forza di natura.
  Balzac vide e descrisse l’uomo e la società, quali sono.
  Poche creazioni dell’umana fantasia sono così compenetrate di arte e scienza, come la Commedia umana. E poche fantasie possono vantare di essere le emule della natura nella creazione dell’uomo, come queste di Balzac. Dopo 50 anni, l’immensa costruzione letteraria, che si chiama Comedia umana, sembra, più che la nostra stessa nella quale siamo incastrati, una grande costruzione storica e sociale vivente; e l’autore un condottiero di tribù, più che un evocatore di fantasmi. Per definire e qualificare la Comedia umana, si son trovati (sic) in questi 50 anni, mille metafore; e chi la chiamò il tempio di Salomone, tutto oro e marmi preziosi; e chi la chiamò la Torre di Babele, nelle quale risuonano tutte le lingue e tutte le passioni combattono insieme, nello stesso tempo; ma non si trovò per l’autore la metafora che organicamente lo rappresentasse e definisse; dell’autore, anzi, nessun artista, nessuno scultore ha ancora saputo ritrarre le sembianze, fissare in un tipo umano nel marmo la forma e l’espressione; quasi che in questo mezzo secolo, i tratti di quella magica figura si siano dileguati dalla memoria e dalla conoscenza degli uomini, come i raggi del sole, che, in una magnifica primavera, nel dar vita a un popolo di fiori nella terra e a un popolo di sogni nel cuore umano, si dissolvano nei colori e nei profumi, nei desideri e negli amori che essi estessi generano e fecondano.
  Più che una primavera, in verità, Balzac produsse un mondo, o per lo meno portò nel suo cervello tutto un mondo e tutta una società. – «Quattro uomini», egli scriveva a Mme Hanska, in un momento di giusta superbia, «avranno avuto vera influenza in questo secolo: Napoleone, Cuvier, O’Connell, e il quarto vorrei essere io. Napoleone ha vissuto del sangue d’Europa; Cuvier ha dissecato il globo; O’Connell si è incarnato in un popolo; io avrei portato una società tutta intera nel mio cervello». – Questa società non ebbe infatti secreti e non ebbe misteri per lui. Ogni zona, ogni classe, ogni famiglia, ogni tipo fu da lui esplorato e conquistato all’arte. La vita di provincia e la vita della capitale, la vita pubblica e la vita privata, la vita coniugale e la vita galante, la vita militare e la vita sacerdotale, ebbero in lui, nello stesso tempo, il Colombo e l’Ariosto, e furono presentati al pubblico nella lotta o nel riposo, nella loro funzione particolare e nelle loro vicendevoli relazioni. Ben duemila personaggi, con genealogia precisa e più precisa biografia, sorgono, s’agitano, si muovono, vivono nell’opera di Balzac, e dall’opera nel mondo, in mezzo a noi, dentro di noi stessi (11). Tutto quel popolo ha il suo stato civile in regola, la sua etnologia ben determinata, il suo territorio ben delimitato. I nostri padri passarono, noi passiamo, i nostri nepoti passeranno per lungo tempo ancora nell’opera di Balzac: i nostri nomi si confonderanno per lungo tempo ancora coi nomi di quegli attori della Comedia umana, le nostre parole si ripercuoteranno in quelle pagine, come da quelle pagine sulle nostre labbra: meravigliosa compenetrazione dell’arte nella vita e della vita nell’arte. Rastignac, Lousteau, Grandet, Hulot, César Birotteau, Restaud, Maxime de Trailles, Nucingen, Steinback, Ferrabeches, Gobseck, Gaudissart, Ferragus, Corentin, Vautrin ; Mme Nourisson, Ester, Foedora, Paolina, Mme de Mortsauf, Mme de Beauséant, Mme Marneffe, Mme Camusot, Mme Cormon, Mme Claës : quale popolo! Uomini astuti, intriganti, generosi, avari; giornalisti, deputati, ministri, scienziati, poeti; usurai, spie, delinquenti; donne belle, donne brutte, donne depravate, donne mistiche; tutti i vizi, tutti i sogni, tutti gli interessi, ricercati, scoperti, descritti, discussi, impersonati, in quell’immenso mondo, in quella immensa selva di carne umana, che si agita in cento volumi di novelle e romanzi! Come gli antichi alchimisti cercavano l’oro nel sangue delle bestie, così tutta questa gente cerca nella rovina del simile la propria ricchezza e la propria fortuna, se non la felicità: guida, l’interesse, non il sentimento. I sentimenti veri sono eccezioni, e vengono spezzati nel giuoco degli interessi; la virtù è calunniata; l’innocenza venduta; tutto si compra e si vende; la società non ha che due forme sintetiche: l’inganno e l’ingannatore. Come le passioni si trasformano in vizi, così le idee generose non sono mai fine a se stesse, ma mezzi: la religione, una necessità di Stato; e la probità, un calcolo di probabilità! … Che resta? La vita umana è presa alle sorgenti, la vita sociale alle radici. Guardiamo di queste sorgenti: Vautrin! (12)
  La Sand credeva che l’amore governasse il mondo; Balzac credeva lo governasse la fame. E certo in tutta l’opera balzacchiana, nella quale è rappresentata tanta lotta di cupidige e di interessi, attraverso a tanto digiuno e a tanto baccanale, l’esser umano appare più un animale di preda, che un trovatore o un sognatore. Prima di arrivare alla mente di Frehofer, è necessario quindi esaminare l’enorme mascella e l’enorme artiglio di Vautrin e dei suoi complici, che di quando in quando par che stringano la società, per soffocarla o per sbranarla.
  Balzac diede a Vautrin l’incarico di esprimere il programma, per tutti. Quello, infatti, che gli altri tentano confusamente, o praticano inconsciamente, Vautrin determina filosoficamente, con formule esatte di pensiero, con esatta definizione di parola: attore ed autore, legislatore ed esecutore nel tempo stesso. La logica di Vautrin è la logica del delitto, ma, in fondo, è anche la logica del mondo nel quale il delitto si coltiva e si sviluppa; e i suoi teoremi sembrano frutti raccolti, più che caduti, dal grande albero della scienza della vita. Balzac ha fatto di Vautrin il Mosè del suo mondo: quasi che con tutto il male il vecchio galeotto contenga nella sua anima tutta la ragione della vita, e nel valido pugno uso a far saltare le serrature delle casse-forti abbia tutti i secreti delle viscere umane! Le massime di Vautrin sono diventate, infatti, massime di scienza popolare, come nella sfera politica le massime di Machiavelli: popolari, perché contengono il succo dell’esperienza, l’essenza del pensiero, l’alcool derivante da tutte le vendemmie dell’esperienza sociale. «Non vi sono principî, ma fatti, non vi sono leggi, ma occasioni: l’uomo superiore attira a sé i fatti e le occasioni per condurli e per dirigerli». – «Il successo è la ragione suprema di tutte le azioni, quali che esse sieno». – «Nella società bisogna sfondare come una palla di cannone, o insinuarsi come una peste». – «L’onestà non serve a nulla: la corruzione è una forza: la forza dei mediocri, quindi la forza comune». E così di seguito. E guardate, poi, il programma della lotta nel suo tempo, denunciato a Rastignac nel celebre dialogo nel giardino della Pension Vauquer, dove, come Satana a Gesù, par che Vautrin mostri al giovinetto incipiente tutti gli orizzonti del piacere e del male. – «Una rapida fortuna è il problema, che si propongono di risolvere, in questo momento, 50000 giovani, che si trovano nella vostra posizione. Voi siete un’unità, in quel numero: pensate dunque quanti sforzi dovete fare per riuscire. Bisogna che vi mangiate gli uni gli altri, come i ragni in un carattolo. Che volete fare in questa condizione? L’uomo onesto? I vostri bisogni e i vostri nervi non ve lo permettono. Ebbene, in queste condizioni, quando si vuole pervenire, mi si dà la mano. L’onestà non serve a nulla!» – Quante anime deboli, quanti spiriti incerti, quante intelligenze squilibrate non si sono perduti sotto la suggestione, occulta o palese, di un individuo o di un ambiente, di un Vautrin persona o maschera: di quel Vautrin diffuso, indeterminato, indefinito, di tutta quella peste vittoriosa che si chiama l’esperienza sociale? Il programma che Vautrin delineava a Rastignac era veramente il programma della società francese del tempo. E le leggi che esponeva, le leggi derivanti, o governanti lo stesso programma. Era finito da poco il periodo eroico. L’atmosfera, dopo la catastrofe napoleonica, era rimasta come impregnata di polvere e di sangue: del sangue delle guerre civili: della polvere che avevano suscitato nel loro passaggio gli eserciti vittoriosi e gli eserciti sconfitti. In mezzo a questa atmosfera, le risorgenti generazioni respiravano affannosamente e affannosamente agivano. Grandi ombre occupavano e quasi chiudevano l’orizzonte. Tutti quei plebei diventati a un tratto giudici di re e fondatori di repubbliche, tutti quei delatori diventati diplomatici e legislatori, tutti quei caporali diventati capi di popolo e capi di eserciti, in giro pel mondo a sconsacrar re e a debellare imperatori, dovevano produrre e avevano prodotto col loro peso un enorme squilibrio negli spiriti, un enorme squilibrio nella società. La Rivoluzione e l’Impero avevano, è vero, esaltato l’individuo, affermandone la forza e la indipendenza giuridica; avevano dato una coscienza al cittadino, avevano dato una bandiera a tutte le audacie e aperto un orizzonte a tutti i sogni, se non a tutti gli ideali: ma non è men vero che, quando sedate le tempeste politiche e militari, l’individuo non ebbe più gloria da cercare, cercò la fortuna; e le mani che non poterono più stringere una spada, strinsero il pugnale, e quelle che non poterono strappare un ramo all’alloro e alla quercia, tentarono di mietere almeno il grano nel campo altrui. La criminalità conquistò così tutti gli spaldi rimasti deserti, e si estese in tutti i gradi sociali che gli avvenimenti politici avevano sconvolti. «La moralità di un popolo», dice il Tarde, «è strettamente legata alla stabilità dei suoi usi e costumi, come in generale quella di un individuo alla regolarità delle sue abitudini». Il nuovo mondo, apertosi all’aurora del secolo XIX, era un mondo in ebollizione. Niente di stabile, tutto in formazione: quindi una strana combinazione di elementi eterogenei e vaganti, embrioni sparsi nell’atmosfera sociale, che non arrivavano ancora a determinarsi in un tipo, a definirsi in uno stato sicuro: quindi uno spostamento generale di abitudini, una trasformazione continua di passioni, una continua, profonda alterazione nei rapporti politici e sociali, una continua oscillazione fra le varie genti e i nuovi usi, sotto la tormenta ancora viva del sentimento rivoluzionario. La criminalità crebbe, come conseguenza immediata di questo spostamento generale, sotto tutte le forme. Balzac ne vide il movimento ascendente, ne comprese le origini; ancora più: sentì dentro di sé e attorno a sé la vibrazione e la irradiazione del fattore economico e morale che lo produceva, e lo fermò e lo rappresentò in eterno nei suoi volumi. Chi più di Balzac fu affaticato dal sogno della subita fortuna; chi più di lui fu attratto dal miraggio della ricchezza improvvisa? Il grande sogno di Balzac fu il milione: il milione, ottenuto in un attimo, in una operazione sola, come nei conti delle fate e nelle leggende: quindi tutte quelle imprese sballate e quegli inattuabili progetti nei quali sciupava la sua fantasia e la sua aritmetica: l’exploitation delle scorie nelle miniere di Sardegna – il taglio dei boschi di Wertzchovin (sic) – l’invenzione di una nuova pasta per la fabbricazione della carta – e perfino il secreto dell’anello del Profeta, che gli avrebbe dovuto apportare tutte le miniere del Gran Mogol! E poiché le imprese non riuscivano e non potevano riuscire, egli ritornava al lavoro, come uno schiavo, e giorno e notte curvava la schiena sotto le verghe. Così in un anno, nel 1839, fu costretto a scrivere 16 volumi e 20 atti di commedie. Si alzava alle sei della sera e lavorava fino alle sei del mattino; e con questo metodo, la Vieille fille fu scritta in tre notti, il Secreto di Ruggieri in una notte, César Birotteau in 25 notti, e in tre notti i 50 primi foglietti delle Illusions perdues. «Vi assicuro», scriveva alla madre, «che io vivo in un’atmosfera di pensieri e di idee, di piani, di concezioni, di disegni che cozzano, si incrociano, scintillano nella mia testa, in modo da farmi diventar matto». Matto non diventò; ma morì col sangue infiammato dal lavoro, col cuore bruciato, coi nervi accesi dall’eccitazione prodotta dal caffè che era il suo vital nutrimento nelle notti. Il buon gigante si spense, modestamente scrivendo, per raggiungere il suo sogno di ricchezza. Gli altri, che aveano il suo stesso sogno, ma cercarono di raggiungerlo diversamente, trafficando, speculando, rubando in un modo o nell’altro, ebbero naturalmente più fortuna!
  Era dunque naturale che Balzac riuscisse il grande descrittore della grande passione del suo tempo. Egli la sentiva quella passione, al più alto grado, e poteva misurarne l’estensione in se stesso; come poteva, col suo profondo sguardo osservatore, scrutarne gli effetti negli esseri inferiori a lui moralmente, e descriverne le deviazioni nelle torbide correnti del mondo criminale, dove gli appetiti sono più energici, le espressioni più selvagge, le azioni più malefiche, le lotte più cruente.
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  La critica letteraria, se vide i legami che univano la personalità e l’opera in genere di Balzac alle idee morali del suo tempo, non vide in particolare l’importanza dei romanzi criminali, non colse, e forse non poteva cogliere le relazioni correnti tra i tipi creati dal romanziere e i tipi prodotti nella vita, non seppe rintracciare il cordone ombelicale che legava il mondo criminale di Balzac col mondo criminale del tempo; e spropositò quindi pietosamente, fino al punto, da lamentare con Brunetière, come notai più sopra, che il Balzac disperdesse le sue forze in «melodrammi giudiziari, non meno ignobili che puerili, come l’Ultima incarnazione di Vautrin». Eppure, ci sarebbe voluto tanto poco ad essere più precisi e meno ingiusti! Uno scrittore come Balzac non si può studiare con gli antichi criteri retorici e gli antichi intendimenti accademici. L’opera di Balzac è un’opera di vita; sorge dall’humus sociale, tutta e intera, e vi resta con le radici profonde, in perpetua fioritura. Ora è ben questo humus che bisogna esaminare per comprenderne la costituzione chimica, per seguirne le correnti d’irrigazione. Io tentai poco fa di descrivere il momento storico, in generale, nel quale sorse la Comedia umana. Ma ora è necessario determinare più precisamente – specificamente – il momento criminale, in cui i romanzi criminali furono scritti. Prima di tutto le date. Il Père Goriot è del 1835; le Illusioni perdute, del 1835 fino al 1843; Splendori e miserie delle cortigiane, del 1847. Questo ciclo di romanzi va dunque dal 1835 al 1847. Ora, tenete conto di queste cifre statistiche, contemporanee a quei romanzi, che segnano l’acme nel movimento invincibile della criminalità. Il periodo che va dal 1825 al 1838, si apre con un minimo di 57000, e si chiude con un massimo di 90000 prevenuti. E il furto – il derivato del precetto della subita fortuna – dà il più vasto contingente alla statistica. In questo stesso periodo dal 1825 al 1838, la percentuale dei processi in Corte di assise è tale quale mai più videro le statistiche criminali: il 24 per 100000 (notate che da allora ad oggi la media si mantenne sempre tra il 7 e l’11 per 100000, e solo in periodo che parve eccezionale, nel 1876, è salita fino al 14 per 100000). Non solo; ma nell’anno 1826, il numero degli accusati fu di 7000: il doppio di tutti gli anni susseguenti. Ancora: mentre, in quel periodo, i delitti minori diminuiscono, i maggiori salgono da 48000 a 205000. Cifre enormi, come vedete! (13) E aggiungete, e ricordate intanto: nel 1836 veniva ghigliottinato Lacenaire, il celebre assassino, l’assassino classico, e nello stesso anno Avril, il suo emulo; e morivano nel bagno Collet, Poucet, Sandor, Coquard, Mitifiaud, questi arditi avventurieri, questi erranti cavalieri del delitto, le cui gesta sono diventate leggendarie, i cui travestimenti e le evasioni e le tragiche imprese sbalordiscono, quasi come un’odissea della preistoria … (14). Altro che racconti puerili! Altro che storie alla Rocambole! – come voleva qualche anno fa il Brunetière. – Balzac fece la descrizione viva e possente di questo sfacelo criminale della società francese; e, com’era nelle sue abitudini e nei suoi principî, trasse dall’ardente realtà gli elementi della sua arte, così per la formazione dei personaggi, che per l’ordine degli avvenimenti. Richiamo e completo a questo punto il giudizio della Sand sui romanzi del suo grande amico: «Non cercate nella storia dei fatti il nome dei modelli che passarono innanzi a quello specchio magico, che non ha conservato che dei tipi anonimi, ma sappiate che ognuno di questi tipi riassume in sé tutta una varietà della specie umana. Questo è il grande prodigio di Balzac: di aver trovato la soluzione d’un problema fino a lui irresoluto: la realtà completa nella completa finzione». Ora è appunto questa completa realtà criminale che vive nella completa finzione di Vautrin e dei suoi complici: è appunto questo assoluto storico che vive nell’assoluto artistico della Comedia umana. Dove comincia e dove finisce la realtà e la finzione nei personaggi di Balzac? La parte animale, la parte umana, la parte fantastica di questi personaggi è così fusa in una terribile unità vivente, che voi ve li vedete venire dinnanzi questi Centauri, e non sapete più ben distinguere qual sia la radice della loro carne e quale sia lo stelo della fantasia dello scrittore. Così la persona di Rastignac ha la stessa radice della persona di Adolfo Thiers; la giovinezza di Luciano di Rubemprè scoppia dalla stessa giovinezza di Jules Janin; e D’Arthez e Luchet escono dalla stessa matrice donde uscirono Felix Pyat e Chrestien; e così infine la vita di Vautrin si confonde con la vita di Collet, di Ponsard, di Cognard, di Poucet, di Mitifiau, di tutti i grandi delinquenti del suo tempo, dei quali piglia, volta a volta, i nomi, le gesta, il carattere, la figura, formando un gruppo di figure miste in una faccia, come quello che nel XXV dell’Inferno formano l’uomo e il serpente nella reciproca trasformazione del loro movimento e della loro natura!
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  Ma se per l’ambiente e pel costume, Balzac è il cronista del suo tempo; per il metodo scientifico è un precursore: il precursore dell’antropologia criminale. Tutto Quello ch’egli vide o intravide, tutto quello ch’egli osservò o intuì nell’anatomia, nella fisiologia, nella psicologia del delinquente è stato poi ratificato, provato, riprovato dall’antropologia criminale – che non sospetta neppure lontanamente di avere avuto la culla in quella grande opera letteraria.
  Vautrin – quale ci appare nella prima pagina del Père Goriot – è un uomo di oltre quarant’anni. Spalle larghe, il busto bene sviluppato, i muscoli bene rilevati, le mani spesse, quadrate, con falangi fatte di pelo, a ciuffetti, di un rosso ardente. Egli è tutto rosso – come gli uomini primitivi (15); – e l’ombra nella quale passa la sua figura è solcata di vampe sanguigne. Egli passa nella società, attraverso le leggi, le imboscate della polizia, i tradimenti dei suoi complici, come un selvaggio del Nuovo Mondo tra i rettili, le bestie feroci, le tribù nemiche. Egli sa o indovina gli affari di coloro che lo circondano; ma nessuno di coloro che lo circondano può arrivare a scoprire le sue occupazioni o penetrare i suoi pensieri. – Chi sono io? – egli dice a Rastignac, col quale ha bisogno di farsi valere. – Chi sono io? Vautrin. Che fo? Quel che mi piace … Ed è bene che sappiate che per me uccidere un uomo è lo stesso che … – E qui compie la frase lanciando una spruzza di saliva. «Non è del resto una bella partita a giuocare – essere solo contro tutti e avere della chance
  Esaminate, una a una, queste proposizioni. Esse sono l’espressione della psiche criminale: sono formole mentali che derivano, che fioriscono dalla sostanza stessa della coscienza criminale. Come parla Vautrin, parlano tutti i delinquenti. Balzac ha dato al suo personaggio gli attributi, le energie, le parole, gli accenti, che la natura dà ai suoi prodotti criminali. – Fo quello che mi piace: questa dichiarazione di Vautrin, che fa legge il suo libito, che scansa a tutta prima fra i motivi e le regole della sua condotta, i doveri, i freni, i rispetti, le convenienze umane, è la dichiarazione dell’uomo antisociale, dell’uomo che non conosce per sé limiti e misure esteriori e non riconosce neppure limiti e misure nell’azione contro gli altri. Il celebre ladro e poeta Villon nel suo gran testamento aveva detto lo stesso: Il n’est trésor que de vivre à son aise. A suo piacere – come Vautrin – come tutti i suoi simili.
  Ancora.
  Dice Vautrin: «Non è del resto una bella partita esser solo contro gli uomini e avere della chance»? – I delinquenti chiamano sempre il delitto una bella partita. Il Ferri riporta nell’Omicidio (pag. 455) la dichiarazione di quella ladra inglese che diceva a una donna della Società del patronato: «Oh, se sapesse come si vive bene! Far progetti di furti, eseguirli, diventa come una partita di campagna». E Maxime du Camp riporta, dell’assassino Gigax, che parlando delle sue imprese criminali le chiamava sempre bei colpi. Una serie di belle partite, di bei colpi è, secondo i criminali, la loro vita: belle partite e bei colpi che possono anche non riuscire fortunati, ma avere della chance. Vautrin, che dieci volte condannato, dieci volte è riuscito a evadere, poteva a giusta ragione dirsi fortunato, e vantarsi di avere avuto la chance. Altri meno fortunati, se ne lamentano. Lombroso e Lacassagne, nei loro studi sui tatuaggi e sui tatuati, hanno spesso trovato sul braccio dei delinquenti, che non sono riusciti, il motto: Pas de chance – o l’altro similare: Enfant de malheur. Ma affermativo o positivo, il linguaggio è lo stesso: in Vautrin, come negli altri.
  L’onestà non serve a niente – dice, come principio generale, Vautrin. – E il Ferri nota nelle Tavole psicologiche (Atlante antr. stat. dell’Omicidio) dichiarazioni di ladri come questa: «Io sono fatalista: non credo all’onestà». Quell’onestà, che non serve davvero a nulla, quando si tratta di combattere contro la persona o contro il bene altrui!
  Ma la dichiarazione caratteristica di Vautrin, è quella che si riferisce all’indifferenza assoluta, all’assoluta semplicità nel manifestare la nessuna repugnanza a commettere un omicidio. Il est bon de vous apprendre – dice a Rastignac – que je me soucie de tuer un homme comme de ça! – dit –il, en lançant un jet de salive. – Tutti i delinquenti di razza dicono così: «Gran che, ammazzare un uomo! – diceva Colard, uno degli assassini di Fualdes. – Se sapessi che uno avesse addosso venti luigi e nessuno mi vedesse, gli darei una fucilata come bere un bicchier di vino». – Dufrène anche lui era solito dire, «che ucciderebbe un uomo come niente». – E l’assassino Haas in tribunale: «Io volevo, sì, ammazzare: ciò m’era indifferente». (Vedi Ferri, Omicidio, pag. 436). Osservate la natura dei paragoni. Uccidere un uomo come nientecome bere un bicchiere di vinocome sputare – non è veramente più che il sentimento del delinquente, il sentimento della delinquenza? E notate, com’è organica la creazione del personaggio di Balzac. Prima di far dire a lui stesso, che ucciderebbe un uomo come lancerebbe un getto di saliva, Balzac con lo stesso paragone ne descrive il carattere morale. A la manière dont il lançait un jet de salive, annonçait un sang-froid imperturbable qui ne devait pas le faire reculer devant un crime pour sortir d’une position équivoque. La fantasia psicologica di Balzac aveva colto, insieme, il segno caratteristico della coscienza e dell’espressione di Vautrin: del delinquente nato, del delinquente molteplice, del delinquente di genio, che è insieme ladro e omicida, che organizza una truffa come un agguato, che inventa un travestimento personale come un piano di polizia, che sventra un uomo come una porta, e tratta una serratura come una coscienza umana. Si quelque serrure allait mal, il l’avait bientôt démontée, rafistolée, huilée, limée, remontée en disant: Ça me connaît. – Non ricordate, leggendo di queste abilità di Vautrin, la celebre dichiarazione, del celebre scassinatore Di Hessel, che si vantava di aprire con un soffio una serratura?
  Ma una meravigliosa prova della profondità di osservazione, e, quasi vorrei dire, divinazione del nostro autore, è nella descrizione della condotta di Vautrin dopo il delitto. Tutto quello che l’antropologia criminale ha osservato, sperimentato, provato e riprovato nelle sue lunghe inchieste e nei suoi studi più sicuri, Balzac aveva già osservato, divinato, descritto cinquant’anni prima. L’identità delle parole, delle frasi, delle espressioni, che ho sopra notato, di Vautrin con altri criminali veri e reali, si riscontra miracolosamente anche negli atti, nella condotta susseguente al reato.
  Se leggete nel Repertorio delle cause celebri, negli estratti della Gazette des Tribunaux, in Despine, in Ferri, in Lombroso, in Locatelli, il resoconto o le notizie della condotta dei più celebri delinquenti dopo il delitto, trovate che: Lacenaire, dopo il tentato assassinio della Javotte, si recò tranquillamente a far la sua partita a bigliardo; e Desrue, dopo di aver avvelenato il giovanetto Lamotte, se ne tornò da Versailles tutto ilare, canterellando l’aria d’un’opera nuova; e Ramy, dopo di avere ucciso la signora Huber, dal villaggio di Himberberg se ne andò placidamente a un altro villaggio vicino, dove fu arrestato mentre stava mangiando di buon appetito un quarto d’anitra con un litro di birra davanti; Lacenaire e Avril, dopo commesso il doppio assassinio Chardon, vanno a pranzo assieme e la sera vanno a teatro; e potrei ancora continuare, se i ricordi citati non bastassero alla dimostrazione che mi propongo di fare, del carattere di Vautrin. Ma non posso a meno d’aggiungere l’esempio di quel Cianchelli che pochi giorni addietro uccise qui in Roma la sorella della sua amante al vicolo Sora, e dopo commesso il delitto andò a comprare un abito nuovo da Bocconi e a divertirsi in una casa di malo affare, dove stette a riprese tutto il giorno, offrendo a se stesso e alle donne pasti e amore in abbondanza!
  Dopo, dunque, l’attentato combinato, cioè si può dire l’omicidio avvenuto, contro il figlio Taillefer, che cosa fa Vautrin?
  Egli ritorna allegramente alla pensione. Vautrin entra joyeusement. Ed esprime la sua gioia cantando: en chantant de sa grosse voix railleuse:

  Ma Fauchette est charmante
  Dans sa simplicité;
  e quando la signora Vauquer gli domada a pranzo perché mai è tanto gaio, egli risponde semplicemente: Je suis toujours gai quand j’ai fait de bonnes affaires – precisamente come il Desrue dopo l’avvelenamento del giovinetto Lamotte; – e ordina del vino più ricco del solito pranzo, e mette tutti a tavola di buon umore: ce fut un tapage à casser la tête, une conversation pleine de coq-à-l’âne, un véritable opéra que Vautrin conduisait comme un chef d’orchestre … – E, a pranzo finito, esce per andare a teatro. – Adieu, maman Vauquer, dit Vautrin. Je vais au Boulevard admirer M. Marty dans le Mont Sauvage, une grande pièce tirée du Solitaire … – Perché non dovrebbe essere contento? perché non dovrebbe ridere, bere, mangiare, cantare, allegramente e poi pigliarsi anche lo svago del teatro? Egli è riuscito ad architettare un reato: egli è sicuro del colpo: egli vede già morto, sotto la spada del suo complice, il piccolo Taillefer. L’affaire est faite – annunzia subito entrando, a Rastignac. – Ed egli è allegro.
  Egli chiama affare il delitto come tutti i delinquenti. Lesage spiegava la sua fuga dall’osteria, dicendo che aveva visto i gendarmi e sapeva che gli avrebbero rimproverato di aver fatto un affare – ch’era poi un omicidio. – (V. Ferri, pag. 416). E quando Rastignac, inorridito al racconto dell’agguato, ritira la mano che Vautrin vorrebbe stringergli, e come alla vista di un mare di sangue, si abbatte sulla sedia e impallidisce, il delinquente gli mormora a bassa voce le terribili parole, che credo non abbiano eguali nella storia della reversione della coscienza umana: – Ah, nous avons encore quelques petits langes tachés de vertu!Ah, noi abbiamo ancora qualche pannicello sporco di virtù! – Terribile frase, che non ha l’equivalente che in un’altra frase che lo stesso Balzac dà a Filippo Brideau, quando questi, dopo il suicidio del fratello, trova il nipote, cioè il figlio del morto a piangere: «Pouha», esclama Brideau, «questo giovanotto non farà mai nulla. Egli si occupa più dei morti, che del denaro!»
  Ma se l’insensibilità morale è grande, l’insensibilità fisica di Vautrin è grandissima.
  Il Lombroso raccoglie – a parte i casi di tatuaggio – un gran numero di casi di vera analgesia di delinquenti, e, quel che val meglio, dà conto delle esperienze dirette da lui fatte (pag. 330), e dei risultati ottenuti anche dal Marro. Nei Caratteri dei delinquenti, il Marro può concludere (pag. 190) che fra i normali non si osservano quelle anomalie di sensibilità che si presentano in vari delinquenti. I casi riportati sono noti: il ladro che si lasciò applicare un ferro rovente sul punto più sensibile della pelle, senza fiatare; l’assassino Descourbes, che, per evitare la partenza da Cajenna, si provocò delle piaghe artificiali alle gambe; l’assassino Mandrin che, prima della decollazione, si lasciò eseguire otto tagli nelle braccia e nelle gambe senza emettere un lamento; e dalla statistica del penitenziario di Chatam risulta che nel 1871 vi furono ben 483 contusioni o ferite volontarie, nel ’72, 358; oltre che, 62 galeotti tentarono di mutilarsi e 101 si apersero piaghe nelle carni con sostanze corrosive. (Riv. Delle Disc. Car. in Lombroso, pag. 323).
  Le stesse armi usava Vautrin contro se stesso, per mutare i suoi connotai.
  Nella descrizione della trasformazione di Vautrin in Carlos Herrera (Splendeurs et misères, pag. 106) è detto che il nostro eroe si fece delle ferite al dorso per cancellare il marchio delle fatali lettere del bagno, e mutò il suo viso per mezzo di reagenti chimici, sì che a Luciano, al primo vederlo, fece l’impressione di un uomo che si fosse bruciata la faccia col fuoco. Ebbene, queste ferite, sapete quante erano? Nel sospetto, dopo la denunzia di Corentin, che Carlos Herrera fosse lo stesso Vautrin, che la polizia aveva snidato nella pensione di M.me Vauquer, il giudice istruttore, questa volta senza il preventivo del narcotico somministrato dalla Michonneau, fece spogliare nel suo gabinetto il prevenuto, e ordinò all’usciere di battergli le carni con la spatola d’ebano, che doveva servire a scoprire i secreti dell’epidermide. L’usciere battè infatti nel posto in cui l’aguzzino aveva applicato le lettere fatali; e riapparvero allora, capricciosamente distribuiti, ben 17 buchi; ma malgrado la cura con la quale il dorso fu battuto, nessuna forma di lettera apparve. Carlos Herrera chiese allora che la stessa operazione fosse fatta sull’altra spalla e nel mezzo del dorso. E obbedito, furono ritrovati anche sull’altra spalla simili abbondanti buchi. Una quindicina d’altre cicatrici riapparvero, che il dottore osservò, su richiesta dello Spagnolo, dichiarando quindi che il dorso era stato così profondamente travagliato dalle ferite, che anche nel caso il marchio vi fosse in precedenza esistito, sarebbe stato annullato e non potrebbe più comparire con nessun mezzo. L’uomo andava in fondo, come vedete. E non era il dolore che gli impedisse di mortificare la sua carne!
  La fantasia scientifica di Balzac è tanto grande, e forse più grande, che quella poetica. Egli interpreta con mirabile esattezza, con quella fantasia, i segni caratteristici della figura; scopre le leggi naturali che risiedono nel fondo dei fenomeni morali; e identifica con miracolosa intuizione psicologica tutti i movimenti e gli atti e le parole dei personaggi imaginari coi movimenti gli atti e le parole dei personaggi reali della stessa specie e della stessa natura.
  Quando Vautrin è scoperto, in mezzo agli altri abitatori della pensione Vauquer, Balzac riassume in alcuni tratti sintetici magistrali tutta la fisionomia morale del gran delinquente: «Il bagno coi suoi costumi e il suo linguaggio, con le sue brusche transazioni dal gaio all’orribile, la sua spaventevole grandezza, la sua familiarità, la sua bassezza, fu tutto a un tratto rappresentato da quell’uomo, che non fu più un uomo, ma il tipo di tutta una nazione di degenerati, d’un popolo selvaggio e logico, brutale e svelto. In un momento Colin (sic) divenne un poeta infernale, su cui si dipinsero tutti i sentimenti umani – salvo un solo – il pentimento». Colpo da maestro quest’ultimo. Tutto il resto della descrizione poteva essere fatta da qualunque altro scrittore, ma la battuta finale, l’eccezione rapidamente accennata e semplicemente enunciata, non poteva essere che di Balzac. Senza quella eccezione, Colin sarebbe stato un delinquente di maniera, un eroe d’occasione. Con quella eccezione diventa un personaggio vivo e vero. È proprio l’essenza di quel sentimento che distingue e caratterizza il delinquente nato da tutti gli altri. «Durante parecchi anni», scrive il Marro nei Carcerati, «non ho mai – mai – osservato il minimo segno di pentimento, mai il più piccolo disagio morale. E in tanti anni avrei potuto ben coglierne qualche indizio».
  Tutte queste osservazioni, di ordine particolare, sono poi integrate da alcune idee generali, sintetiche, che meglio illuminano e rivelano la psiche del delinquente.
  A pag. 193 della Dernière incarnation de Vautrin, Balzac determina gli elementi, infatti, essenziali di questa psiche. Prima di tutto: l’amore eccessivo; quindi: l’ozio, che divora le giornate e deriva anche dalla fatica amorosa che richiede riposo; onde: odio al lavoro; e spinta al furto per procurare rapidamente i mezzi di sussistenza. Elementi, che l’osservazione scientifica e l’esperienza dimostrano sempre esatti e precisi. Il Locatelli infatti scrive che i delinquenti sono d’ordinario suscettibili di violente passioni erotiche. E il Mayhew, che essi hanno bisogno di non faticare. Vidocq definisce: Il ladro è inadatto al lavoro. Lacenaire soleva dire: «Meglio morire che lavorare. Io fui sempre ozioso … Amo meglio essere condannato a morte che lavorare». Il dottor A. Corre, nel volume Les Criminels, dice: «Il ladro è pigro, perché il lavoro lo affatica». E non solo sono oziosi, ma anche vili, i delinquenti – assicura Balzac. «Gli assassini, i ladri, tutti quelli che popolano i bagni», egli dice, «non sono così temibili come si crede. Salvo rare eccezioni, quasi tutti sono vili; senza dubbio a causa della paura perpetua, che comprime loro il cuore». – E il Despine, infatti, definisce, a sua volta, efimero il coraggio dei criminali: un coraggio, che è seguito spesso – come conferma Halock Ellis – dalla prova delle più grandi vigliaccherie, o nell’atto stesso del delitto, come il Lacenaire che perdeva la testa al minimo contrattempo e gridava: Si salvi chi può! – oppure dinanzi a un pericolo che si presenti a sangue freddo e inatteso (16).
  Ma Balzac non si acqueta all’esame degli elementi costitutivi della psiche del delinquente; e passa anche a osservazioni di ordine morale e sociale. «La prostituzione e il furto», egli dice, «sono le due viventi proteste, mâle et femelle, dello stato naturale contro lo stato sociale … Il ladro non mette in questione la proprietà: la sopprime. Rubare, per lui, è entrare nel proprio …». Ebbene, leggete tutte le dichiarazioni che riporta il Lombroso (17), dei ladri ch’egli ha studiato. Una ladra milanese gli diceva: «Io non rubo; tolgo ai ricchi quel che hanno di troppo». Un tal Rosati: «Rubai, ma sempre più di 10000 lire. Questa io la chiamo speculazione, non furto». – Un altro: «Cattiva azione il rubare? Lo dicano gli altri. Io no. Io rubo per istinto, e mi diverto. Noi siamo necessari al mondo». – Ed Hessel: «Noi siamo necessari. Dio ci inviò sulla terra per punire gli avari e i tristi. Noi siamo una specie di flagello divino». Il ladro – conclude Balzac – è pratico, chiaro – chiaro come un fatto – logico come un pugno. Chi oserebbe dire il contrario?
*
  Il Balzac non solo osservò e divinò in tutta la sua ampiezza la psiche del delinquente nato, ma ne studiò anche l’irradiazione. Gli uomini come Vautrin hanno troppa abbondanza di forze vitali perché non sentano il bisogno di scaricarsene in parte, per alimentare altri soggetti. Essi cercano quindi il debole per corromperlo, per formarlo, per ricrearlo a loro imagine, per farsene un amico, un complice, un aiuto e spesso un conforto. «Egli non s’era fatto l’amico del giovane Celestino che per inoculargli nelle vene il cattivo sangue che correva nelle sue», dice Claude, di Edouard Henry. E così si può dire di Vautrin verso Luciano di Rubempré. Quello che aveva tentato invano con Rastignac, tipo superiore e volontario, Vautrin tentò con successo con Luciano, tipo mediocre, di coscienza incerta, di carattere dubbio. E la conquista di Luciano fu il più grande trionfo di Vautrin nel commercio sociale. Meriterebbero uno studio a parte le due tentazioni di Vautrin, nel Père Goriot e nelle Illusioni perdute, su Rastignac e su Luciano di Rubempré. Quanta sapienza, quanta crudeltà, quanta ferocia, quanta audacia di pensiero e di parola nella tentazione di Rastignac – l’uomo forte, l’uomo col quale non si può giuocare di equivoci, l’uomo che si prepara ad essere egli stesso un lottatore e forse un corruttore nella vita! E invece, quanta unzione, quanta dolcezza, quanta amabilità, quanta metafora, con Luciano, l’uomo morbido, senza energia e senza avvenire: il corrotto incosciente! Con Rastignac, il patto di Mefistofele con Faust; con Luciano, l’amabilità di Pietro e Jaffier nella Venezia salvata di Otway. Egli ha bisogno di impadronirsi dell’anima e della vita di uomini come Rastignac o Luciano di Rubempré – per mezzo dei quali comunicare colla società, della quale è al bando. Come in un’atmosfera di tempesta i suoni si propagano più celermente e più fortemente, nell’atmosfera di quelle giovani anime in tumulto, Vautrin capiva si sarebbe dovuto più celermente e fortemente propagare l’energia del suo pensiero e del suo istinto criminoso. Egli sa il gesto, la parola, l’atteggiamento morale da pigliare di contro all’uno o all’altro: con Rastignac, da pari a pari, da gente che si guarda negli occhi e si comprende anche di là del proprio pensiero; lupo contro lupo; – con Luciano di Rubempré, da superiore a inferiore, da protettore a protetto, da confessore a penitente. Con Rastignac, quindi, Vautrin si dichiara; con Luciano si nasconde; – a Rastignac mostra il petto, mostra la profonda ferita avuta in duello, mostra i canini esercitati a tutti i morsi; con Luciano si chiude tutto nella veste e nel nome e nell’ombra del gesuita che aveva assunti al suo ritorno dalla Spagna. Con Rastignac, insomma, egli è, secondo la sua metafora, la palla di cannone che tenta di sfondare: con Luciano la peste che penetra vittoriosa nell’anima e nel corpo.
  «Io sarò tutto per voi, io penserò alla vostra fortuna, e mi contenterò di godere dei vostri piaceri, di esultare dei vostri trionfi. Io mi farò voi. – Ero solo, e saremo due», dice a Luciano. Spietata compenetrazione criminale! E quando Luciano gli chiede alfine perché mai tanta abnegazione, e tanta generosità, Vautrin risponde: «Io ho quarantasei anni, e sono solo. L’uomo ha orrore della solitudine; e di tutte le solitudini quella morale è la più spaventevole … L’avaro abita il mondo della fantasia. Egli ha tutto, jusqu’à son sexe, nel cervello. Il primo pensiero dell’uomo, chiunque egli sia, lebbroso o forzato, infame o ammalato, è di avere un complice nel suo destino. Per soddisfare questo sentimento, che è la stessa vita, egli impiega tutta la sua forza, tutta la sua potenza, tutta la energia del suo spirito … Ebbene io voglio una mia creatura: voglio amarla, formarla, plasmarla, a mio uso, affine di amarla come il padre ama il figlio». – Questa sarebbe l’Iliade della corruzione – risponde Luciano, ch’era poeta. E ne diventa subito il Patroclo!
  Ho voluto riportare questa pagina, che vale un volume, che è sfuggita a tutti coloro che si sono occupati della suggestione criminosa, ed è sfuggita anche al Sighele che ha studiato la Coppia criminale e intorno ad essa ha scritto uno dei migliori suoi libri.
  In questa pagina, e nelle altre che il Balzac consacra alle relazioni tra Carlos Herrera e Luciano è tutta la psicologia dell’incubo e del succube, ricercata alle sorgenti, disegnata nel suo corso, descritta fino agli sbocchi. E poiché Balzac pensa a tutto, pensò anche alla definizione, nell’ordine penale, del succube; e anticipando sulla sistemazione, egli definì Luciano di Rubempré un demi-criminel. Quando dopo la truffa al Nucingen, di cui egli era e doveva essere complice, perché il milione doveva servire al suo matrimonio con la Grandlieu, e la susseguente morte di Ester, fu tratto in prigione, e sottoposto a interrogatorio, Luciano non seppe resistere all’assalto delle avverse domande del giudice istruttore, s’imbrogliò, si irritò, si commosse, accusò, si accusò! E allora Balzac osserva: «Supponete ora un semicriminale, come Luciano, che salvato da un primo naufragio della virtù …». – E più giustamente di così non era possibile osservare e definire. La scuola criminale positivista dà, infatti, al succube il nome di criminaloide … Ma, per la storia, il gran «professore di scienze sociali», come Balzac stesso si chiamava, aveva bollato primo fra tutti nel segno, col suo sorprendente acume scientifico e morale!
*
  Ma dove «il professore di scienze sociali» più sicuramente più singolarmente rivela il suo genio e la miseria altrui, è laggiù, nel cerchio VIII, nella gola fera delle prigioni, dove sono caduti e raccolti tutti i delinquenti che la giustizia è potuta riuscire a fermare nella vita. L’aria si tinge di nero; la fronte umana si piega umiliata allo spettacolo. I carcerati passano, evitandosi, lanciandosi sguardi cupi e sorrisi lividi, secondo i pensieri del momento. La galera pare un manicomio. Il delitto e la folla – domanda Balzac, precorrendo la risposta e la definizione dell’antropologia criminale – il delitto e la folla non hanno qualche somiglianza tra loro? Tutta quella gente che preferì, come dice Dante, vita bestiale all’umana, ha veramente figura bestiale più che umana. Balzac disegna quelle figure con un rilievo scientifico che sbalordisce. Tutti i tratti fisici e morali dei delinquenti ch’egli descrive, noi li vediamo riprodotti negli atlanti della scienza e nelle cronache giudiziarie moderne. Ognuno di essi porta il suo marchio. Balzac osserva e stabilisce il carattere indelebile che dà a ciascuno l’esercizio del mestiere (18). Ecco La Pouraille, piccolo, secco, magro, volto di faina, stupido quanto agile, feroce contro il prossimo, quanto obbediente verso il suo capo. Ecco Teodoro Calvi, ladro e assassino, il compagno di affetto e di catena di Vautrin in galera, pallido, olivastro, femineo, occhi incavati, fronte depressa; ecco Biffon, celebre ladro, di piccola statura, grosso e grasso, su due gambe bene arcuate, con sul volto tutti i caratteri dell’animale carnivoro; ecco Fil-de-Soie, che a primo aspetto somiglia a un lupo per la larghezza delle sue mascelle vigorosamente pronunziate, e fa ribrezzo pel colore della pelle pallido e butterato; ecco Asie, la zia e la educatrice di Vautrin, l’antica amante di Marat, ladra, assassina, avvelenatrice, che par la madre di tutti i delitti, e le cui mani hanno fatto mille mietiture. Tutte queste fronti depresse, e sfuggenti; queste mandibole sporgenti, queste gambe arcuate, questi volti di faina e di lupo, queste mani adunche, si piegano innanzi a Vautrin, obbedienti ad ogni cenno di questo Cromwell del bagno, paurosi ad ogni minaccia, fiduciosi in ogni proposito, credenti in ogni resurrezione. Quando essi sono uniti, o quando comunicano lontani: come genti di diversa specie da quella nella quale sono nati, hanno un loro linguaggio particolare, il loro argot, modellato col conio della loro anima, così diversa e così lontana dalla nostra. Balzac è il primo a rilevare l’importanza e a dare importanza d’arte a questo linguaggio, a studiarlo, a interpretarlo, a illustrarlo. Non vi è infatti linguaggio più energico e colorito di quello formatosi attraverso mille paure, mille fughe, mille tragiche peripezie. Ogni parola è un’imagine brutale, ingegnosa o terribile; la (sic) sillabe, che cominciano o finiscono le parole, sono aspre, stridenti, roventi come ferri e come acidi … Qui, come vedete, noi siamo tanto lontani da Victor Hugo che da Dostojewski, tanto lontani dal principio della riabilitazione quanto dalla religione della sofferenza umana; qui siamo nella zona intermedia tra l’umanità e l’animalità, qui siamo alle ultime trincee, alle ultime frontiere della ragione umana e del sentimento civile, e alla porta della istintiva bestialità, e della preistorica barbarie. Ma, ahimè, da queste lontane province, dal fondo oscuro del bagno, qualcuno sorge ad imporsi nella società: Vautrin sorge a dominare e a comandare. Quando, caduto definitivamente nelle mani della giustizia, i giudici tentano di fare il processo a Vautrin, non possono: la loro iniziativa si frange; la loro buona volontà rimane paralizzata; la legge stessa rimane confusa. La giustizia, di fronte a Vautrin, dichiara la sua bancarotta e viene a patti. Perché? Perché Vautrin ha in mano i secreti della duchessa di Maufrigneuse, di Mme de Sérizy, di Clotilde Grandlieu: ha in mano l’avvenire del giudice istruttore, la fortuna del procuratore generale, la salute di più di un ministro: parecchie alte famiglie in pericolo! Qui l’azione precipita. – Noi siamo alla mercè di un forzato – dice il duca di Grandlieu, piegandosi all’orecchio della duchessa di Maufrigneuse. – C’est fait – risponde la duchessa. E Vautrin è liberato. – Ecco la morale di questa storia – aggiunge subito, serenamente, l’autore, che ha legato alla stessa catena, nella stessa galera, sotto il martello delle stesse necessità, la classe alta e bassa, l’uomo politico e l’uomo di affari, la donna galante e l’avventuriera, la moglie del giudice e la zia di Vautrin, il polso del condannato e il codice della legge. Ed ecco la morale della vita umana!
  Perché andare oltre nell’esame?
  Liberato, Vautrin diventa uno dei capi della polizia … L’onestà dei costumi, la sicurezza dei cittadini, la pubblica e la privata moralità, protetti, sorvegliati, difesi da un ex-galeotto – ecco l’ultima ironia della Comedia umana. Qui cala il sipario. E, se vi basta l’anima, dite che Balzac non ha descritto la verità e la realtà di tutti i luoghi, di tutti i tempi, di tutte le genti!
  [Note].
  (1) Ferri, I delinquenti nell’arte, Genova, 1896.
  (2) Alimena, Il delitto nell’arte, Fr. Bocca, 1899.
  (3) Patrizi, Nell’estetica e nella scienza, Palermo, 1898.
  (4) La Vie littéraire, vol. I, pag. 151 (Calmann Lévy).
  (5) Sand, Autour de la table, pag. 198.
  (6) Ibid., pag. 197.
  (7) Bourget, Etudes et portraits, vol. I, pag. 263.
  (8) Gautier, Honoré de Balzac, pag. 38, Paris, Poulet-Massassis (sic), 1859.
  (9) Conferenza, pubblicata nel Temps, 8 maggio 1899. – Il Brunetière era stato molto severo con Balzac, nel suo libro: Le Roman naturaliste. A pag. 153, nello studio sul Flaubert, egli aveva scritto queste precise parole: «Balzac n’est guère ce qu’on appelle de nos jours un tempérament, une nature, une force presque inconsciente, qui se déploie au hasard, sans règle ni mesure, également capable de produire Le Cousin Pons ou Eugénie Grandet et de se dépenser dans des mélodrames judiciaires, non moins hideux que puérils, tels que La Dernière Incarnation de Vautrin. Avec cela, l’un des pires écrivains qui jamais aient tourmenté cette pauvre langue française», etc., etc.
  Nella conferenza di Tours, invece, egli si ravvede e dice : «Lui reprocher d’avoir mal écrit comme on le fait encore, et comme je l’ai fait moi-même, il y a bien des années, quand j’étais encore jeune, c’est, Messieurs, se rapporter à une conception de style un peu étroite et un peu abstraite, qu’on pourrait définir par les mots fameux de Vinckelman (sic : La beauté parfaite est comme l’eau pure, qui n’a point de saveur particulière» – Meno male !
  (10) Histoire du 11me Fauteuil, Paris, Hachette.
  (11) V. Répertoire de la «Comédie humaine», par Anatole Cerfberr et Jules Christophe, Calmann Lévy, 1887.
  (12) «M. de Balzac est parti de cette observation, qu’il a souvent répétée à ses amis pour réaliser, hautement, pièce à pièce, ses Etudes des mœurs (sic) qui en sont rien de moins qu’une exacte représentation de la société dans tous ses effets. Son unité devait être le monde, l’homme n’était que le détail ; car il s’est proposé de le peindre dans toutes les situations de la vie, de le décrire sous tous ses angles, de le saisir dans toutes ses phases, conséquant et inconséquant (sic), en lutte avec les lois dans ses intérêts, en lutte avec les mœurs dans ses sentiments, logique ou grand par hasard ; de montrer la société incessamment dissoute, incessamment recomposée, menaçante parce qu’elle est menacée ; enfin d’arriver au dessin de son ensemble en reconstruisant un à un les éléments …».
  «… et Vautrin, l’homme qui se joue de la civilisation entière, la pétrit au cœur de Paris, et la domine au fond du bagne …» – Introduzione scritta pour les Etudes des mœurs au XIX siècle, 1834-37, sotto l’ispirazione di Balzac, da M. Félix Davin nel 1835. (V. Lovenjoul, pagina 45).
  (13) Tarde, Cr. Comp., pag. 72-96.
  (14) F. A. Corre, Les criminels, dal 1830 al 36, sopra 3000 forzati si contano 360 evasioni, pag. 203: E. Ferri, St. Cr.
  (15) Quatrefages, Espèce humaine, pag. 15.
  (16) V. Ferri, Omicidio, pag. 287.
  (17) L’uomo delinquente, pag. 426.
  (18) L’osservazione del carattere indelebile che dà l’esercizio del mestiere è stata ripresa, sulle tracce del Balzac, dal Tarde, in Criminalité, pagg. 51-55.

  Nemi [La Redazione], Tra libri e riviste. […] Don Benito Pérez Galdós […], «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Novantaduesimo della Raccolta, Volume CLXXVI, Fascicolo 701, 1° Marzo 1901, pp. 152-155.
  p. 153. La nuova Rivista spagnuola illustrata Nuestro Tiempo […] tratteggia la figura di Pérez Galdós, e parmi interessante il riassumere quel bello studio di P. Navarro y Ledesma. […]
  «Sarebbe inutile ed inesatto cercar di rappresentarsi Pérez Galdós come alcuni si sono rappresentati Dickens o Balzac, cioè come una meravigliosa macchina di trasformazione che converte in preziose manifatture le materie prime che le si offrono appena digrossate. No; Don Benito, inferiore sotto alcuni rapporti a Balzac e a Dickens, sotto altri superiore, non è una macchina da comporre romanzi e drammi, come possono figurarselo anche quegli stessi che lo hanno veduto lavorare molto da vicino. […]».

  Domenico Oliva, I Romanzi italiani nel 1900, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Novantunesimo della Raccolta, Volume CLXXV, Fascicolo 697, 1° gennaio 1901, pp. 60-72.
  pp. 60-61. Piace a me leggere e rileggere le rassegne letterarie dei tempi andati, e nostrane e forastiere, e studiare come, sul mondo, critici di primo, di secondo e di terz’ordine si affannavano intorno ad opere che diventarono famose o che caddero in dimenticanza. […] «Annata pessima», dicono, «non un’opera di vaglia, Giorgio Sand non è più quella, il Balzac si ripete, i racconti di De Musset sono quisquiglie: nulla di serio, di grande, non un verso, non una pagina di prosa: siamo in piena e miserevole decadenza». […]
  È chiaro, ad esempio, che la relativa impopolarità della nostra letteratura contemporanea non dipende dall’esser questa troppo raffinata ed aristocratica e preziosa […]. Non è tutto quest’arte: anzi un libro che avesse il solo merito d’essere bene costruito varrebbe appena nella letteratura dei romanzi quello che vale nella letteratura del teatro una qualunque delle dimenticate commedie di Eugenio Scribe: ma senza quest’arte i libri non hanno fortuna, o l’hanno solamente quelli dei genii … e ancora! Se i genii si fossero data la briga di essere o di parere un po’ più equilibrati e d’avere un po’ più pazienza, non sarebbe meglio? Credete che giovi davvero alla fama del Balzac la pessima architettura de’ suoi romanzi? […].
  p. 71. Si deve notare anche che il romanzo di costumi tende, un po’ timidamente è vero, ad occupare il posto del romanzo di carattere: si tornerebbe al precetto del Diderot che voleva si desse all’arte la palma alle condizioni, e questa fu la grande preoccupazione del Balzac; senonchè i suoi uomini d’affari, i suoi avvocati, i suoi medici, i suoi notai, i suoi procuratori, i suoi artisti, i suoi preti, i suoi ministri, i suoi ladri sono sopra tutto uomini e, benché un po’ più grandi del vero, tanto vivi che ci pare impossibile non siano esistiti realmente.

  José Leon Pagano, B. Pérez Galdós, «La Rassegna Internazionale della Letteratura e dell’Arte Contemporanea», Firenze, Libreria Fratelli Bocca di F. Lumachi, Anno II, Vol. V, Fasc. II, 15 Aprile 1901, pp. 94-109.
  p. 94. Lo vidi come desideravo vederlo, nell’ufficio della sua casa editrice in via Hortaleza, vale a dire circondato da «un monumento tale, che forse dopo la Commedia umana di Balzac, non avrà altro confronto, per volume e varietà, tra i tanti eretti dal genio del romanzo del nostro secolo nel quale esso impera su tutte le altre forme letterarie» […].


  A. Laìla Paternostro, Enrico Ibsen, «Rivista Teatrale Italiana», Italia, Anno I, Volume II, 1901, pp. 78-81.

  p. 80. Si è detto che l’Ibsen, artista, si sia servito, per creare i suoi tipi, di altre persone, esistenti nel teatro o nel romanzo […]. Così i Rosmersholm sono in Balzac, in Zola (Teresa Raquin), in Augier […].

  Vittorio Pica, L’Arte mondiale alla IV Esposizione di Venezia. Numero speciale dell’Emporium con 279 illustrazioni, Bergamo, Officina dell’Istituto Italiano d’Arti grafiche, 1901.

X.
Scultori stranieri, pp. 181-193.
  Alle pp. 186 e 187, nella sezione che V. Pica dedica ad Auguste Rodin, sono presenti due illustrazioni che riproducono la scultura «Testa di Balzac», di faccia e di profilo.
  A proposito di questa nota opera del Rodin, così si esprime il Pica alle pp. 187-188: nella tanto discussa statua di Balzac, «si può ben dire che egli abbia raggiunto il massimo delle calcolate semplificazioni, amplificazioni e deformazioni della forma, da considerarsi non isolatamente ma nel totale effetto d’insieme, che caratterizzano la definitiva sua maniera sintetica, che è poi quella che suscita le maggiori rampogne e proteste».

  Paolo Prunas, Niccolò Tommaseo Romanziere. Fede e Bellezza, in La critica, l’arte e l’idea sociale di Niccolò Tommaseo, Firenze, Bernardo Seeber, 1901, pp. 279-318.
  p. 279. La Francia poteva vantare l’opera di A. Dumas e dell’Hugo, di O. Balzac e di G. Sand; l’Italia invece, tutta assorbita dalle lotte per la propria indipendenza, non aveva nulla di così artisticamente vario da contrapporre, nulla, fuori che i Promessi sposi […]. […].
  p. 289. Oggi, dopo tanta onda di idee nuove, che tanti pregiudizi ha distrutti, queste parole potranno forse lasciarci indifferenti; ma se si consideri il tempo in che furono scritte, appariranno piene veramente di grande audacia; e ancor più grande apparirà l’audacia del Tommaseo nell’aver posto in atto quant’egli pensava intorno al romanzo. Ma dal giudicare l’opera sua un ardimento, sia esso pur grande, al giudicarla immorale, ci corre gran tratto. Giudicandola con criteri moderni, essa non avrebbe davvero bisogno di difesa: oggi ammiriamo il Manzoni, ma ammiriamo pure Balzac ed E. Zola; ma anche partendo da’ concetti da cui partirono i critici d’allora, mi pare che la conchiusione alla quale essi giunsero non sia conseguenza immediata della natura de’ fatti ivi esposti. […].
  p. 297. Nel tempo in che apparve Fede e Bellezza, la Francia, in un periodo fecondo di produzione, lanciava nel mondo l’opera piena di luce de’ suoi grandi romanzieri. Il romanzo storico saliva a grande altezza in quella geniale creazione che è Nostra Donna di Parigi; A. Dumas viveva circondato di gloria, ed il Sue aumentava co’ romanzi sociali il favor popolare che aveva prima conquistato con quelli del mare: lo Stendhal, ignoto è pur vero a gran parte del pubblico, godeva tuttavia l’ammirazione degli ingegni più eletti; più che dieci romanzi aveva pubblicati la Sand; e O. Balzac, osservatore profondo, con cura minuta anatomizzava la società ne’ suoi mutamenti dopo la rivoluzione del ’30. […]
  p. 300. Vissuto molti anni in Francia, egli [N. Tommaseo] non con dispregio com’altri molti, ma con occhio benevolo guardava i romanzi dell’Hugo e del Balzac, del Sainte-Beuve e della Sand; e pur ritrovando in essi difetti moltissimi, li ammirò, e sin li difese talvolta. Da questa ammirazione nacque Fede e Bellezza; quest’opera è l’assimilazione di quel genere di romanzo sociale e psicologico, rappresenta una evoluzione avvenuta nel pensiero del Tommaseo per opera della scuola francese.


  L. Recchia, Nella lotta, «I Diritti della Scuola. Supplemento Letterario», Milano, Anno II, N. 30, 18 Maggio 1901, pp. 97-98.

 

Fra tutte le attitudini

umane, io amo quella di

colui che tende l'arco.

G. D’Annunzio.

 

  Il titolo — crediamo — deve parer buono al più al più per una novella; il nostro scopo e tutt'altro.

  A Parigi s'inaugura di questi giorni, sur una delle piazze centrali, un monumento all’autore della Commedia umana, della cui grandezza era sembrato indegno il busto scolpitogli da tempo dal David e cacciato in un cantuccio del cimitero del Père-Lachaise. Con ciò non diciamo entusiasti di questa fioritura di statue e statuoni, che minaccia di trasformare in una immensa necropoli la faccia del mondo. Anzi, ci piacerebbe che, come nell’antica Grecia, i rari bronzi e marmi non ritraessero se non fattezze dalla linea impeccabile, sia dell'atleta da circo, sia di venuste figlie tersicoree, così da non rappresentare plasticamente se non ciò che plasticamente è bello. Agli atleti del pensiero, agli scrittori, agli scienziati, agli artisti, invece delle grottesche statue (definite già «scultura Bocconi» da Gandolin), basterebbe il monumento da se stessi inalzatosi sulle «sudate carte» nelle loro opere. L’Ercole che scaglia Lica, la Venere medicea, Amore e psiche, ricreandoci l’occhio, ci sollevano lo spirito in regioni non supposte nell’osservare la barbetta a corona del Cavour, gli enormi bottoni dell’abito del Pasteur, o del Manzoni o del Bonghi.

  Ma le usanze non si cancellano d’un tratto di penna!

  Del Balzac, mentre in mezzo secolo ch’egli non è più, si scrisse ben poco in confronto di ciò ch’egli scrisse e fece, si è venuto ora in questa circostanza – e più si verrà — a cercare ogni menomo particolare della travagliata esistenza, a guardare sotto tutti gli angoli l’ingegno vasto quanto il campo della vita. «Egli fu il più grande seminatore d’idee che il secolo abbia avuto»: così lo definisce Gabriele Hanotaux. Ed egli stesso aveva detto, scrivendo alla signora Di Honska (sic), che fu poi per qualche anno sua moglie: «Quattro uomini avranno esercitato un influsso potente nel secolo: Napoleone. Cuvier, O’Connell e … Il quarto vorrei esser io. Napoleone ha vissuto del sangue di Europa. Cuvier ha disseccato, anatomizzato il globo; O’Connell s’è incarnato in un popolo; io … avrei portato una società tutta intera nel mio cervello». Egli infatti concretò oggettivamente la concezione economica della società.

  Ora noi vorremmo dir di lui, ma come avere la pretesa di raccogliere l’irradiare di quel pensiero che non teme confini? E come condensare in poche colonne il molteplice, amplissimo manifestarsi della sua personalità? Di Onorato di Balzac si è scritto come precursore della moderna scuola criminalogica positiva, come capo della scuola letteraria d’osservazione, o realistica, come vittima degli uscieri, come stampatore — sicuro, anche come stampatore! — come stravagante ... (1) A noi sia concesso di cogliere questo titano nell’immane sforzo costante dello struglle for life, della lotta per vivere e per arrivare alla gloria.

  L’abbiamo presente così. Lo vediamo con un pacco di carte sotto il braccio, con la cravatta attorta al collo, col cappello unto, nell’atto di andate tutto frettoloso alla stamperia o dal libraio; lo vediamo curvo sullo scrittoio alla luce fioca della lampada che ne proietta l’ombra lunga sul pavimento e sulla parete; e poi alzarsi a rimovere la cenere della stufa dove la caffettiera non vuol saperne di staccare il bollore; e poi lampeggiargli l’occhio vivissimo nel versarsi finalmente il liquido fumante. E udiamo lo scricchiolio rapido della penna d’oca che scorre sulla carta ruvida, e il respiro possente di lui, mentre nella via profonda risuona il canto rauco dell’ubbriaco. Anche ce lo rappresentiamo mentre in un caffettuccio segna sur una strisciola di carta cifre su cifre: dei milioni ch’egli non sentirà mai risonare nei sacchetti ammonticchiatigli dinanzi dalla sua fantasia. Ne udiamo gli scoppii fragorosi d’ilarità, il conversare precipitoso, e anche qualche disegno: — Giusto, ora che ci penso, ho in vista un affarone. Tu naturalmente sarai a parte del profitto. Ah, nessun dubbio! Si tratta ...

***

  Ma procediamo con ordine.

  Onorato di Balzac (2), in cui la straordinaria energia dello spirito pareva un portato naturale della robusta costituzione fisica, si poteva dire nato alla lotta. Egli era di razza forte. Suo padre, una volta, quand'era giovinetto, invitato a scalcare alcune pernici, aveva con un sol colpo mandato in pezzi il piatto, tagliata la tovaglia e incisa la tavola. Ben altrimenti toccò a lui di mettere a prova il suo vigore.

  Di lui il D'Annunzio avrebbe potuto dire:

... L’umano alito mai

più grandemente magnificò la carne

misera; mai con émpito più grande

l'anima pura vinse il carcame ignavo.

  Perché fu così proprio:

L’onta dell’uomo. Il corpo che si lagna

e trema, che ha sonno, che ha sete, fame

paura

... per soffrire si giace

e per morire chiude gli occhi … (3)

  divenne sotto l’impero della sua volontà uno schiavo docile, pronto a ogni cenno.

  Chiuso a sette anni in un collegio di religiosi a Vendôme, cominciò ben presto a sentire le prime contrarietà, quasi una sintonia preludente al dramma della sua vita travagliata e insonne.

  I suoi istitutori non ne erano contenti. Egli non istudiava le lezioni assegnategli, non voleva stare coi compagni, rimaneva lunghe ore assorto con l’occhio fisso in un punto. — Voi non fate niente, — gli dicevano i professori. E i pensi fioccavano, e s’ammontavano perché egli non li eseguiva lo stesso; e allora veniva segregato in una cella. Era ciò che desiderava. Là egli si trovava a suo agio. I libri di scuola non li toccava, ma divorava febbrilmente i gravi volumi ottenuti di nascosto con l’acquiescenza del custode. Fu un sacrifizio di tutti i giorni, un «lavoro da filugello».

  Inclinato alla pigrizia, sensuale, amante dei suoi sogni, pur tuttavia lavorava sempre; ghiotto, si mantenne sobrio; allegro, egli rifiutava di prender parte ai giochi giovanili. Nella prigione in cui si faceva rinchiudere ogni giorno «alfine di esser libero», lesse, meditò, scrisse senza posa, assimilandosi la scienza di un’intera biblioteca di libri seri al di sopra della portata della sua età. La sua vita era un immane penso.

  In quel torno di tempo mise mano al suo Trattato della volontà: opera che lo condusse a studiare le lingue orientali, l’anatomia, la fisiologia. L’assorbimento delle idee per via della lettura era diventato in lui un fenomeno curioso. Il suo occhio abbracciava d’un trattato sette od otto linee, di cui lo spirito apprezzava il senso con una velocità pari a quella dello sguardo. Spesso, sia pure una sola parola in una frase, bastava a fargliene afferrare tutto il contenuto. E con la stessa facilità si rammentava dei pensieri suscitati in lui dalla lettura e di quelli che la riflessione o la conversazione gli avevan suggeriti. Possedeva la memoria di tutto — dei luoghi, dei nomi, delle parole, delle cose, dei sembianti —: non solo si richiamava a volontà gli oggetti, ma altresì li rivedeva in sè stesso con la chiarezza e la coloritura del momento in cui vi aveva fermata la sua attenzione.

  Ma da quelle meditazioni così intense, da quegli sforzi intellettuali veramente prodigiosi in un fanciullo da’ dodici a’ tredici anni, risultò una malattia bizzarra, una febbre nervosa, una specie di coma affatto inesplicabile pei professori, dai quali Onorato si giudicava ozioso e stupido, Bisognò toglierlo di là. Non ci sarebbe stato il verso di cavarne un notaro? Perché no? pensarono i suoi. E il fanciullo venne messo fra i codici e le pandette.

  Quando poi fu il momento di vedere all'opera il notaro Balzac, egli rispose picche, e i rogiti rimasero un pio desiderio della famiglia. Lasciarlo a stecchetto. — suggerì la madre; e perché l’altro aveva fatto sempre un gran parlare di vita a sè, d’una chiave di casa per se solo, fu allogato in una soffitta, molto al di sopra delle miserie umane. Gli parve di toccare il cielo con un dito ... al qual riguardo, conveniamone, s’apponeva al vero due volte.

  Cominciò ad abbozzare opere comiche, a ordir commedie. drammi, romanzi, mentre la neve cadeva in silenzio sui tegoli mal connessi e il vento sibilava attraverso le fessure dell’uscio e della finestra.

  Scriveva alla sorella: «Le nuove della mia casa son disastrose ... Questo vanerello di Me stesso si trascura ogni giorno più, tanto che non discende se non ogni tre o quattro giorni per le provviste, per andare da qualche bottegaio più vicino, il peggio fornito del quartiere, perché gli altri stanno troppo lontano e il garzone si risparmia almeno i passi. Per tal modo tuo fratello (destinato a tanta celebrità) è già nutrito assolutamente come un grand’uomo, vale a dire che muore di fame ...».

  E altra volta: «Ho mangiato due melloni, e questo mio epicureismo dovrò pagarlo a furia di noci e di pane asciutto».

  Ma se il dietetico poteva esser favorevole alla lucidità del cervello, non giovava certo al corpo; sicché egli, dopo qualche anno appena, era diventato un vero scheletro, allampanato e giallo.

  Il frutto più notevole d’una vita così eroica, che avrebbe dovuto dargli benessere e rinomanza, fu una tragedia — Cromwell — per la quale, rimessosi al giudizio d’un vecchio professore della scuola politecnica, s’ebbe il consiglio di fare checchessia meno che darsi alla carriera letteraria.

  Lo spirito demolitore di tale sentenza, che avrebbe potuto atterrare una colonna di bronzo, non fece neanche oscillare la mole dei sogni accarezzati dal giovine scrittore. Continuò a vivere con pochi soldi al giorno e a scrivere, così che. quasi ventenne, potè presentarsi a un editore e offrirgli i primi manoscritti. Ma che razza di contratti! ... Nel 1822 per quattro volumi della Clotilde di Lusignano, pattuì duemila lire, di cui 500 in biglietti a un anno di scadenza, altre 500dovutegli in biglietti a sei mesi — al momento in cui il libraio avesse venduto 1200 esemplari; il resto non sarebbe stato pagato — sempre in biglietti a sei mesi — se non quando il libraio, al tempo della richiesta dell’autore, non avesse più di cento esemplari di tale edizione.

  Il più bello poi era l’articolo in cui il disgraziato s’obbligava di far inserire a spese sue in vari giornali l’annunzio della pubblicazione!

  Nel 1821 scriveva alla sorella: «Bisogna scrivere, scrivere tutti i giorni, per conquistare l’indipendenza che mi vien rifiutata, tentare di divenir libero a furia di romanzi …».

  Ma inutile: la penna era una ben debole arma nelle battaglie che incalzavano. Un’altra volta, vediamo una nota di scetticismo in una sua lettera: «Laura, Laura» scriveva alla sorella «I miei due soli e immensi desideri — esser celebre ed essere amato—riusciranno mai a realizzarsi?» Difatti, poco di poi, un’altra sua portava la firma: Onorato, scrivano pubblico e poeta da due lire la pagina.

  Occorreva dunque darsi le mani attorno, far qualche cosa di meglio, se voleva uscire da quella dura condizione.

  Un tale gli suggerisce che il mettersi a fare l’editore procurerebbe di gran vantaggi; ed ecco, egli trova che tali vantaggi saranno non grandi, ma immensi, e fattosi prestare dallo stesso consigliere, a un interesse esorbitante, oltre diecimila lire, costituisce una società. Stampate così le prime opere — un La Fontaine e un Molière — le mette in vendita a venti lire l’una, tanto per poter sperare un modestissimo guadagno. Venti lire per un libro, chi non le avrebbe spese? Non ci sarebbe più dovuto essere amore per le cose veramente belle e grandi! Il nostro editore non sta più nella pelle dal contento.

  Ma i compratori non si vedono e bisogna ridurre il prezzo a dodici lire: niente ancora; a otto lire; identico risultato.

  Si scoraggia? Ma che! Mentre i soci dichiarano prudentemente di trovarsi nell’impossibilità di continuare, egli, che aveva anticipati per la maggior parte i capitali, assume tutte le responsabilità enormi dell’impresa; cioè — secondo lui usufruisce di tutti i benefici che lo renderebbero ricco sfondolato e «libero».

  D’allora, una volta sulla china, non potè arrestarsi più. Trovando troppo ristretto il campo dell’editore, mise su una stamperia, onde fu costretto di contrarre altri debiti, il cui totale giunse ben presto a una cifra enorme ... Ed egli, il disgraziato, non possedeva altro che la penna! Allora iniziò contro le cose, contro gli uomini, contro sè stesso perfino, una serie di lotte, donde sarebbe uscito glorioso ma esausto, così che la morte non gli avrebbe lasciato il tempo di assaporare le gioie del trionfo.

 

  Note. [La numerazione è nostra].

 (1) V. E. Zola, Les romanciers naturalistes, Paris, 1881. — G. Ferry, Balzac et ses amies, Paris, 1888. J. Lemer, Balzac, sa vie, ses oeuvres, Paris. Th. Gautier, Portraits contemporains, Parla, 1874. E. Faguet, Dix-neuvième siècle: Etudes littéraires, Paris. — J. Huret, Balzac et le domaine public (Figaro, 2 mars 1900) — G. Hanoteaux (sic), Balzac imprimeur Journal, 15 déc. 1900, etc.) — V. Morello, Balzac e la criminalità (sic) (1. marzo 1901, della Nuova Antologia).

(2) Nato a Tours il 16 maggio 1791 (sic) e morto a Parigi a cinquantun anno.

(3) G. D'Annunzio. La notte di Caprera, XVI, 473 e seg.


  Ferruccio Rizzatti, Il Libro dei baci, Roma, Società Editrice Nazionale, 1901.

  p. 18. Mirabeau dice che il pudore ha la sua falsità come il bacio la sua innocenza, Balzac dice che vi sono delle gradazioni nei baci, e persino in quelli d’una innocente fanciulla; Musset si afferma pronto a dar per un bacio il suo genio […].


  F.[ederico] de Roberto, La malattia del secolo morto. (Gustavo Flaubert: “Le memorie di un pazzo”), «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVI, Num. 77, 19-20 Marzo, 1901, pp. 1-2.

  p. 1. Gustavo Flaubert, padre spirituale dello Zola e legittimo erede del Balzac.


  F.[ederico] de Roberto, L’amore nel romanzo e nella vita. Paul Bourget: “Le Fantôme”, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVI, Num. 105, 17-18 Aprile, 1901, pp. 1-2.

  p. 1. Si poteva credere che qualche cosa di simile sa­rebbe accaduto nel pensiero di Paolo Bourget. L’amore, la passione cieca e folle, non teneva più il primo luogo nelle ultime sue composizioni. Nei Drammi di famiglia, nell’Uomo d’affari, […] egli non ci narrava più storie galanti, ma ci presentava i risultati di certe anatomie morali, metteva a nudo alcuni notevoli e non infrequenti caratteri dell’anima umana, vizi e virtù la rappresentazione dei quali riusciva umanamente e socialmente importante come le immor­tali fisiologie balzachiane. Onorato di Balzac, che il Bourget studia e venera come maestro, considerò nella grande opera sua le passioni, non la sola passione, la semplice e monotona passione d’amore. Il discepolo sembra invece ora pentito di averla un poco trascurata e torna con rinnovata lena al tema prediletto.


  Romanus, Il fenomeno Sergi, «Rivista di Roma. Politica, parlamentare, sociale, artistica», Roma, Anno V, Fascicolo XXXI, 26 Settembre 1901, pp. 553-555.


  p. 553. Il Sergi improvvisa. Leggendo due recenti suoi articoli: uno sulla crisi napoletana, nella Tribuna; un altro su Crispi, nella Vita internazionale. Bisogna leggerli, per poter giudicare l’uomo, per poter intendere la sua inconsistenza mentale. Sono due documenti umani, sui quali Balzac avrebbe potuto ricostituire intera la fisionomia psicologica del personaggio.


  Onorato Roux, La Prima Regina d’Italia nella vita privata –nella vita del paese – nelle lettere e nelle arti, Milano, Carlo Aliprandi – Editore, 1901.
  p. 438. Chi scriverà la fisiologia della musica, ammesso che si trovi un novello Onorato de Balzac che ne possa fare la storia umoristica, racconterà come un maestro di musica, che trovasi ora in America, abbia scritto in onore della prima Regina d’Italia una polonaise che divenne la marcia: «En revenant de la revue», con la quale era salutato il famoso generale Enrico Boulanger, quando la Francia s’aspettava da lui il nuovo imperatore.


  Gerolamo Rovetta, Il vero Tolstoi, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXVI, Num. 93, 4-5 Aprile, 1901, pp. 1-2.

  p. 1. Ma perché l’artista abbia nella sua anima, nella sua carne, nel suo sangue questo senso umano della bontà, questo fremito del bene, necessità vuole che egli senta fortemente, profondamente la dura poe­sia del dolore: egli deve aver provata, «gustata» la voluttà acre del soffrire, del patire.

  Su questa via era indirizzata l’opera di Balzac, ma in lui la «sensibilità al dolore» era troppo sa­pientemente soggettiva ed individuale, e per ciò Balzac non è giunto ad abbracciare tutta quella pluralità di dolori umani che il suo genio avrebbe potuto intuire ed analizzare. Dopo di lui il suo più legittimo erede, Gustavo Flaubert nella Bovary e più ancora nel suo libro giovanile Le memorie di un pazzo pure elevandosi all’altezza dei maggiori patimenti altrui, ha mostrato a sua volta di sen­tire troppo intensamente la vita interiore, e ha poi ceduto alle distrazioni della fantasia e della sen­sibilità. Così Flaubert, come Balzac, non ha potuto amare il dolore nella virilità, quanto lo aveva amato nella prima giovinezza e non ha potuto farne l’uni­co ispiratore della sua arte. Balzac e Flaubert rara­mente si lasciarono vincere dal senso dell’indulgenza e della pietà: per questo, l’opera loro è potente, incisiva, ma desolata ed amara.


  Gerolamo Rovetta, “Come si ama”, «La Stampa. Gazzetta piemontese», Torino, Anno XXXV, N. 187, 8 Luglio 1901, pp. 1-2.
  p. 1. […] ecco le amiche di Balzac, che sfilano sotto una luce nuova per chi le ha intravedete soltanto nell’opera dello scrittore […].


  Math. De Saint-Vidal, Lettera parigina, «Cosmos Catholicus», Roma, Anno III, N. 12, 30 Giugno 1901, pp. 380-384.

  p. 380. Il primo maggio egualmente, alla Scuola di Belle Arti, si è aperta un'Esposizione particolare delle opere di Onorato Daumier, il quale ha eternato col disegno, con qualche tendenza di spirito e di osservazione alquanto analoga a quelle di Balzac nella letteratura, il ridicolo ed i vizi stessi della società da lui studiata fra il 1834 ed il 1877.


  Math. De Saint-Vidal, Lettera parigina. Attraverso i Saloni, «Cosmos Catholicus. Grande Rivista Cattolica Illustrata», Roma, Anno III, N. 17, 15 Settembre 1901, pp. 553-555.

  p. 554. Osserviamo altresì un busto di Saint-Saens, di Paolo Dubois, ed un grande bassorilievo rappresentante i personaggi della Commedia umana, di Balzac.


  Michele Salomon, La psicologia dell’amore nel secolo decimonono (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno XI, Vol. XXI, N. 21, 5 maggio 1901, pp. 493-496.
  (1) Da un articolo di Michele Salomon, Revue Bleue, 13 e 20 aprile.
  p. 494. La letteratura non tardò a mettersi a livello del gusto generale dell’epoca, diventò, come dice il Sainte-Beuve, «industriale», e il pittore di quella epoca di affari fu il Balzac, uomo d’affari egli stesso, al quale la società appare come il campo di battaglia degl’interessi, che introdusse dappertutto, come dice il Taine, il codice civile e la lettera di cambio, che forma delle figure di donne nelle quali si sente la sua mano pesante inesperta di delicatezze, e che, tormentato dall’ossessione della scienza, della fisiologia, considera sempre il morale dell’uomo come determinato dal fisico, e in fondo all’amore mostra volentieri il substrato dell’istinto.

  D. Sandys, La resurrezione di un artista. Honoré Daumier, «L’Italia Centrale. Gazzetta di Reggio-Emilia», Reggio-Emilia, Anno XXXIX, N. 214, 5 Agosto 1901, p. 1.
  Alcuni acquarelli rarissimi, di colorito delicato e incantevole, di un tocco sottile e raffinato mostrano quale senso squisito aveva questo maestro dall’espressione intensa, che possedeva delle eleganze femminili, delle esteriorità di tutto ciò che faceva dire a Balzac che avrebbe dato la Venere di Milo per una Parigina ben vestita.

  Federico Savarese, L’anima del pubblico, «Rivista Teatrale Italiana», Italia, Anno I, Volume II, 1901, pp. 225-229.

  p. 229. Un carattere infine salientissimo della folla è la eccessiva moralità.
  Balzac aveva notato che “Au parterre un voleur applaudit au triomphe de l’innocence et lui prendra ses bijoux en sortant”.[15]

  Carlo Segrè, Due petrarchisti inglesi del secolo XVI, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Novantaseesimo della Raccolta, Volume CLXXX, Fascicolo 717, 1° novembre 1901, pp. 45-67.
  p. 46. L’Italia era nell’aria: le magnificenze dei nostri palazzi, la maestà dei nostri monumenti, le grazie arrendevoli delle nostre dame, le eleganze dei nostri salotti eran pensate con la memoria o sognate con la fantasia da quei robusti isolani con lo stesso anelante fervore con cui un provinciale del tempo di Balzac vagheggiava nella monotonia della sua città le delizie della esistenza parigina.

  L. Torchi, Arte contemporanea. L’opera di Giuseppe Verdi e i suoi caratteri principali, «Rivista Musicale Italiana», Torino, Fratelli Bocca Editori, Volume VIII, Anno 1901, pp. 279-325.
  [A proposito dell’Otello verdiano].
  p. 298. Il vizio, la malattia, le fogne brillanti di leggerezza e di turpitudine, sentieri sdrucciolevoli ed espressione pesante, vergini tramutate in coquettes, maggiordomi e castellani educati alle bettole, vecchie zingare e storie terribili, comicità e crudezze puerili attorno a fatti tragici, a tombe aperte, tutto il sacco del più crudo romanticismo fu vuotato addosso a’ più ripugnanti soggetti, e il Verdi spiegò nuove risorse della sua vena tragica e inventò nuove melodie. In complesso, da del Bernini si passò a del Balzac diluito. 


  E. V., Nelle letterature straniere, “Gli umoristi”, «Rassegna Pugliese di Scienze, Lettere ed Arti», Trani-Bari, Vol. XVIII, Num. 5, Giugno-Luglio 1901, pp. 154-156.

  p. 155. Folengo superiore a tutti i raccontatori di fanta­stiche ciance cavalleresche, avendo rappresentata la vita sua contemporanea qual’era, fu degno continua­tore dell’Alighieri e il precursore dell’arte che secoli dopo doveva giganteggiare nel romanzo di Balzac.


  G. V., Bollettino bibliografico. Rivista delle Riviste, «Rivista moderna politica e letteraria», Roma, Stabilimento tipografico della Tribuna, Anno V, Volume XIX, Fascicolo I, 15 Gennaio 1901, p. 168.
  L’A. conduce alcune riflessioni sull’articolo: Du gouvernement moderne di Balzac pubblicato, in traduzione inglese, nel numero di dicembre della rivista «North American» con il titolo di: Modern Government.
  Rifiutato dai direttori del «Rénovateur» nel settembre 1832, questo studio «sera utilisé dans Le Médecin de campagne, dans la partie intitulée: Propos de braves gens».[16]

  L’articolo – scrive il compilatore – veramente sappiamo che è stato pubblicato quasi nell’istesso tempo da una Rivista francese, nell’originale; ma noi non abbiamo sott’occhio che la traduzione inglese. Esso rimonta al 1832.
  Né deve fare meraviglia di vedere trattato, in quell’epoca, un siffatto argomento dal Balzac. Colaboratore (sic) del Rénovateur, rassegna legittimista apparsa appunto in quell’anno, e nella quale l’autore di La Peau de chagrin aveva pubblicati vari articoli politici, egli andava accarezzando da qualche tempo, fra i tanti altri suoi varî e diversi progetti, l’idea di acquistarsi un seggio nella Camera dei deputati. Un opuscolo dato alle stampe nel 1831 sotto il titolo «Enquête sur la politique de deux Ministres» (sic) portava la forma abbastanza significativa di «Monsieur de Balzac électeur éligible».
  Il lavoro ora pubblicato proviene dalle carte che, dopo la morte della vedova di Balzac, vennero in possesso del visconte di Spoelberch di Lovenjoul. Esso era stato destinato in origine al Rénovateur, il quale rifiutandolo, lo rinviò, con siffatta non disprezzabile raccomandazione, al secolo XX.
  A prescindere da alcune frasi e allusioni di circostanza, tutt’altro che necessarie allo svolgimento del pensiero dell’autore, noi vi troviamo, possiamo dire, ai primi albori del regime parlamentare vero e proprio nel continente, una critica non ostile né astiosa, ma acuta, evidente e previdente del sistema, quale potrebbe essere ricalcata oggi stesso, e quale, a settantotto anni di distanza e a prova fatta, può interessare ancora a noi, nella liquidazione oramai, per comune consenso, quasi aperta del parlamentarismo.
  Più di un’opinione di questo scritto – è stato detto con quell’aria di superiorità che possono conferire tre quarti di secolo, non di esperienza, ma di politiche astrazioni – è troppo vecchia o troppo ingenua; eppure in molte noi troviamo tutta l’originalità e la potenza di osservazione dell’autore de la Comédie Humaine. Ci era stato dipinto così spesso un Balzac profondamente reazionario; eppure nessun accenno in questo scritto ai principi teologici della legittimità; ma una dialettica tutta basata sulla esperienza della vita. Egli vuole in ultima analisi un governo rappresentativo, ma non oclocratico; una Camera che sia un istrumento di governo, ma non governo; un Senato ereditario intelligente e illuminato, come in Inghilterra; una legge eguale per tutti; uno Stato forte.
  La mancanza nell’argomentazione del Balzac dei luoghi comuni più tardi invalsi, l’abbondanza invece di quel vecchio buon senso, che pur si diceva comune, ma che sembra ora abbandonare i più, l’osservazione diretta, d’impronta affatto personale, la sicurezza e la serenità di vedute, tanto più notevole quando si pensi a qual pubblico era destinato l’articolo, ci porta col pensiero, si licet parvis componere magna, – anzi senza neppure attentarci a fare alcun paragone, ma constatando solo un’impressione – alla sapiente limpidezza e al buon senso sempre vivo, vorremmo dire quasi eterno, del gran padre Aristotile.


  Ugo Valcarenghi, Dedizione. Romanzo. Nuova edizione riveduta, Torino, Roux e Viarengo – Editori, 1901.

 

  pp. 201-202. Quella società frivola dev’essere un piattino gustoso per un romanziere. Occorrerebbe la tavolozza di Balzac.



  Nino Verso Mèndola, Il ritorno dall’Isola del Diavolo di Alfredo Dreyfus. Dramma in 3 atti, Bologna, Libreria Treves di Luigi Beltrami, 1901.

 

Atto II. Scena Ottava.

 

  p. 71. Zola. Io vi debbo, signor Jaurès, una confessione. Provengo da Balzac, e come lui, continuavo lo studio della nostra fragile e misera epoca bottegaia.



  Ettore Ximenes, Rodin, «La Rassegna Internazionale della letteratura e dell’arte contemporanea. Pubblicazione quindicinale», Firenze, Libreria Fratelli Bocca di F. Lumachi, Anno II, Vol. IV, Fasc. V, 1 Marzo 1901, pp. 283-286.

 

  p. 284. E il sig. Jules Case, perché prendersela con il pubblico e con le piazze? I monumenti son fatti appunto per il pubblico e per le piazze, e non avrebbero ragion d’essere se l’immagine dei grandi dovesse stare rinchiusa in un cantuccio, anziché ricordare largamente un sacrificio o una vittoria.

  Parlando del Balzac, il Case dice: Questa statua non sarà eretta in una piazza pubblica, perché esposta agli sguardi fuggitivi dei passanti, vista in mezzo al brulichio della folla […].


  P. Gaetano Zocchi S. I., Scadimento del Romanzo, Roma, Ufficio della Civiltà Cattolica, 1901.

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  Capitolo II.
  Cagione intrinseca dello scadimento del romanzo, pp. 28-51.
  9. L’amore, massime sensuale, fatto tema esclusivo del romanzo ha portato la distruzione dell’arte.
  p. 49. Cfr. 1899 (Decadenza e depravazione dell’Arte).

  Capitolo IV.
  Problemi storici della trasformazione moderna del romanzo, pp. 57-80.
  10. Trasformazione.
  p. 79; pp. 79-80, nota (1). Cfr. 1900 (Genesi storica del decadimento del romanzo).

  Capitolo V.
  I corifei della trasformazione del romanzo, pp. 81-97.
  Onorato de Balzac, pp. 81-89.
  Se si eccettuano alcune varianti formali, siamo di fronte alla riproduzione integrale della parte relativa a Balzac contenuta nel saggio che Padre Gaetano Zocchi dedicò allo studio della Genesi storica del decadimento del romanzo sulle pagine de «La Civiltà Cattolica» nel gennaio del 1900. Il testo in questione è, in questa sede, suddiviso in tre capitoli: 1. La «Commedia Umana» fonte corrotta dei romanzieri posteriori (pp. 81-83); 2. Un idolatra odierno del Balzac [si tratta di Vincenzo Morello] (pp. 83-85); 3. I suoi tipi maschili e femminili (pp. 85-97), e contiene alcune aggiunte rispetto alla prima versione del 1900. Riportiamo, qui, di seguito, le sequenze testuali che l’A. ha integrato con nuove considerazioni evidenziando, in carattere corsivo, quei passi che lo Zocchi ha al testo della versione originale del suo scritto.
  p. 85. Ad ogni modo i tipi trovati dal Balzac sono d’una immoralità inaudita.
  In Vautrin, avanzo di galera, che fa anche il falso abbate, la scelleraggine e l’assassinio mostronsi coronati del nimbo dell’eroismo domatore della società, sulla quale egli s’innalza, giudicandola, confondendola, lottando con essa e trionfandone. Fra tutti i personaggi della “Commedia umana”, questo furfante matricolato è il solo, può dirsi, a cui l’Autore presti un’anima schiva d’egoismo e un cuore riboccante d’affetto: è proprio l’apoteosi del delitto! Il barone Eugenio de Rastignac, l’altro tipo maschile più notevoli fra gli usciti dal cervello di Balzac, è il giovane che va in cerca dello scellerato genio, per consigliarsi con lui, e della donna spudorata, per farsene arricchire […].
  pp. 85-86. Il Balzac, non pertanto, lo [Rastignac] presenta in veste di eroe omerico, che dall’alto della collina del Père-Lachaise riguarda a’ suoi piedi Parigi, la grande Babilonia moderna, e la sfida a misurarsi seco lui, nella gara del lusso e dei piaceri, con quella famosa esclamazione, da alcuni giudicata sublime, per noi semplicemente ridicola: «A noi due ora!» “A nous deux maintenant”! Ozioso, eppur sempre pieno di quattrini, rotto ad ogni vizio, prodigo, dissipatore, adorator di se stesso, Rastignac sentenzia che soltanto gl’imbecilli chiamano “intrigo” il far destramente l’egoista, volgendo a proprio profitto quel che nel mondo c’è di bello e di buono. E lascia che i moralisti ciancino! Quel che importa è di ben riuscire (nella “Peau de Chagrin”). Quel che importa è di far fortuna, perché “l’onestà non serve a nulla”, ed i quattrini sono l’ultima “ratio mundi”. Onde il Balzac stesso conchiude: «La società vive d’oro e d’inganno. Morte ai deboli! Questa sentenza è scritta nel fondo di tutti i cuori opulenti» (Nella “Peau de Chagrin”).
  A p. 86, a proposito di Madame de Beauséant, l’A. inserisce in calce questa nota riferendosi a Le Père Goriot:
  (1) Questa dama illustre del sobborgo Saint-Germain, così consiglia a Rastignac: «Non v’impegnate come uomini o donne se non come cavalli di posta che voi lascerete scoppiare ogni qual volta si fermino: così voi arriverete … Se avete un sentimento sincero, nascondetelo come un tesoro, non lasciatelo trapelare. Sareste perduto! Non sareste più il carnefice, ma la vittima». […]
  p. 87. Ma queste donne del Balzac, sentimentali e depravate, a metà mistiche a metà sensuali, anche più che artisticamente, sono biasimevoli moralmente, perché più immorali delle stesse aperte cortigiane. Anzi il Balzac come è vezzo, per altro, non che sol di romanzieri, ma di poeti e drammatici scrittori moderni, per ogni studio ad innalzare queste ultime sopra le mogli legittime, tra le quali appena ne trovi qualcuna che non abbia un amante, cui sacrifichi, coll’onestà, la fortuna, il marito e persino i figli. Così la letteratura moderna pratica il programma formulato da Vittor Hugo, quando diceva, “esser mestieri provare al mondo con quali lacrime si lavino le macchie e come l’uomo è ingiusto, il fatto sociale assurdo, condannando la cortigiana”. Così nella lussureggiante gala de’ suoi tipi femminili, col far odiose le spose e le madri, ed amabili le figlie del vizio, il Balzac rendevasi benemerito dell’onestà domestica e pubblica!
  Su A. Dumas père, p. 89. (Cfr. 1900).
  Su G. Sand, pp. 95 e 97. (Cfr. 1900).
  Capitolo VI
  Il romanzo moderno in Francia, pp. 98-120.
  p. 98. Basti dunque, prendendo le mosse dalla Francia, il notare i principali nomi di ciascuna di quelle due categorie che noi, infine del precedente Capitolo, dicemmo differenziarsi alcun poco fra loro, secondochè si rannodano al realismo più materiale del Balzac o a quello più fantastico della Sand; onde traggono alcuni la divisione di materialisti e psicologi, alquanto arbitraria, invero, perché son tutti realisti o veristi. […]
  p. 105, nota (1). L’A. cita un passo dello studio di J. H. Rosny sui Goncourt pubblicato nella «Revue de Paris» il 1° aprile 1891: «Leur analyse [dei Goncourt] ne fut ni la puissante fouille de Balzac, ni le va-et-vient de Beyle, ni l’accumulation anglaise, ni la precision (sic) splendide de Flaubert».

  Capitolo X

  Quel che è oggi il romanzo in Italia, pp. 157-186.

  p. 158. I nostri scrittori […] imitarono specialmente i francesi, scrivendo in una lingua più gallica che italiana; ma soprattutto rimettendo in opera, con nomi italiani, eroi, eroine, avventure, finzioni belle e brutte, turpi e oneste del Balzac, del sue, del Dumas e di tutto quell’arsenale romanzesco da noi passato poco stante in rivista. Così avvenne, che il romanzo italiano, cioè con tipo e impronta e carattere veramente nazionale, quasi non esistesse […].



  [1] Cfr. La Fisiologia dell’ammogliato. Osservazioni dal francese per A. Lavoit […], Milano, Romeo Mangoni, Editore da noi segnalato nella sezione: Studî e riferimenti critici per l’anno 1887.
  [2] Cfr. H. de Balzac, Honorine. Introduction de Pierre Citron, in La Comédie humaine. II, Paris, Gallimard – Nouvelle Pléiade, 1976, pp. 525-526.
  [3] Cfr. la sezione dedicata alle Traduzioni italiane relative all’anno 1883.
  [4] Cfr. H. de Balzac, Petites misères de la vie conjugale. Introduction de Jean-Louis Tritter, in La Comédie humaine … cit., Paris, Nouvelle Pléiade, XI, 1981, pp. 21-26.
  [5] Cfr. Onorato Balzac, Un episodio all’epoca del Terrore, in L’Ultima delle fate … cit., pp. 201-229.
  [6] Thédore de Banville incontrò Balzac il 25 luglio 1848 in occasione di una assemblea della Société des Gens de lettres. Cfr. Th. de Banville, Honoré de Balzac, in Mes Souvenirs, Paris, Bibliothèque-Charpentier, 1882, pp. 277- 287. La citazione riportata dal Cena e a p. 278.
  [7] Come già segnalato, il Corrieri ha utilizzato, come modello per la sua traduzione, il testo dell’edizione pre-originale di Honorine pubblicato ne «La Presse» (marzo 1843) e non quello dell’edizione originale del romanzo edita da Furne nel 1845.
  [8] Italianizzazione del lombardo ‘lobión’, ovvero il loggione del teatro.
  [9] Crediamo che il Lumbroso si riferisca all’opera del Dottor Augustin Cabanès, Balzac ignoré, pubblicato dall’editore A. Charles, nel 1899.
  [10] Cfr. G. Hanotaux, Balzac imprimeur, Paris, Daragon, 1901; G. Hanotaux, G. Vicaire, La jeunesse de Balzac. Balzac imprimeur, 1825-1828, Paris, A. Ferroud, 1903.
  [11] Citazione tratta da Mme L. Surville, Balzac. Sa vie et ses oeuvres d’après sa correspondance, Paris, Librairie Nouvelle, 1858, p. 77.
  [12] Paris, Librairie Plon.
  [13] Cfr. H. de Balzac, Lettres à l’Étrangère, 11 août 1835.
  [14] Alcune parti di questo denso studio su Balzac e l’antropologia criminale riprendono gli assunti già formulati dall’autore negli articoli pubblicati nel 1900 in merito al mondo criminale balzachiano.
  Vincenzo Morello (Bagnara Calabra, 10 luglio 1860 – Roma, 30 marzo 1933) è stato giornalista, critico teatrale e senatore del Regno d’Italia. A Napoli, chiamato da Rocco De Zerbi, divenne dapprima redattore presso Il Piccolo, quindi passò al Corriere di Napoli. Trasferitosi nella capitale, collaborò al Don Chisciotte, al Capitan Fracassa e alla Tribuna, dove consolidò la sua fama col balzacchiano pseudonimo di Rastignac che prestò finì per superare in notorietà il suo stesso nome. Nel 1890 venne nominato direttore del nuovo settimanale La Tribuna illustrata, passato alla storia come il primo periodico illustrato italiano. Nel 1894 fu tra i fondatori de Il Giornale. e diresse otto uscite. Nell'aprile 1900 accettò la direzione del nuovo quotidiano palermitano L’Ora che diresse fino al 1902. Nel 1909, a Firenze, fu direttore delle prestigiose Cronache letterarie che poterono vantare firme di scrittori e critici fra i più celebrati dell’epoca. Nominato senatore il 19 aprile 1923, il giorno successivo fu incluso nella neonata commissione per le celebrazioni del Natale di Roma. Dal 1926 rivestì la carica di commissario della SIAE. Tra il 1926 e il 1927 fu direttore del quotidiano milanese Il Secolo. Fu anche membro della Commissione permanente per l'arte musicale e drammatica di Roma.
  [15] Citazione tratta da Une Fille d’Eve.
  [16] Cfr. Stéphane Vachon, Les travaux et le jours d’Honoré de Balzac. Chronologie de la création balzacienne, Paris, Presse du CNRS, 1992, p. 127, nota 2.


Marco Stupazzoni

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