sabato 15 agosto 2015



1903



Traduzioni.


  Onorato Balzac, Il Denaro, «L’Italia Centrale. Gazzetta di Reggio-Emilia», Reggio Emilia, Anno XLI, N. 93, 4 Aprile-N. 236, 29 Agosto 1903, p. 2.

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  La prima delle tre versioni italiane di Eugénie Grandet, che qui segnaliamo, pubblicate nel corso dell’anno 1903 non ci è ignota: essa, infatti, non è altro che la riproduzione, contraffatta con il titolo di: Il Denaro, della traduzione pubblicata, nel 1853, dalla Società Editrice Italiana di Torino.


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  Onorato di Balzac, Eugenia Grandet. Romanzo di Onorato di Balzac – Traduzione di Ferd.[inando] Russo, «Il Mattino Illustrato», Napoli, Anno I, N. 1, 25 Dicembre 1903-Anno II, N. 22, 29 Maggio 1904.[1]

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  Questa seconda traduzione italiana di Eugénie Grandet si fonda sul testo dell’edizione definitiva del romanzo (Furne, 1843): è presente la dedica “A Maria”.
Nonostante la resa a volte discutibile sotto il profilo linguistico-lessicale di alcuni passi del testo originale, questa versione italiana del romanzo di Balzac curata da Ferdinando Russo può ritenersi, nel complesso, fedele e corretta.

  H. de Balzac, (scene della vita di provincia) Eugenia Grandet. Traduzione di F.[rancesco] Mantella-Profumi, Napoli, Salvatore Romano, Editore (Stab. Tip. R. Pesole), 1903, pp. 216.

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  La traduzione di Eugénie Grandet è presente alle pp. 3-186; ad essa, seguono una breve nota di F. Mantella-Profumi: Nell’intermezzo (pp. 189-190), nella quale è inserita la traduzione della dedica “A Marie”, e la versione italiana del terzo capitolo del romanzo La Femme de trente ans (La donna di trent’anni) alle pp. 191-216, su cui ritorneremo in seguito.
  La presenza, pressoché costante, in questa traduzione, di omissioni, riduzioni, semplificazioni e, in alcuni casi, di errori e travisamenti linguistici rispetto al modello francese ci fanno giudicare questo testo del Mantella-Profumi mediocre e di scarsa qualità stilistica. Si consideri, come primo esempio, proprio l’incipit del romanzo:
  p. 1027 (ed. curata da Nicole Mozet, Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, 1976, t. III).
  Il se trouve dans certains villes de provinces des maisons dont la vue inspire une mélancolie égale à celle que provoquent les cloîtres les plus sombres, les landes les plus ternes ou les ruines les plus tristes. Peut-être y a-t-il à la fois dans ces maisons et le silence du cloître et l’aridité des landes et les ossements des ruines : la vie et le mouvement y sont si tranquilles qu’un étranger les croirait inhabitées, s’il ne rencontrait tout à coup le regard pâle et froid d’une personne immobile dont la figure à demi monastique dépasse l’appui de la croisée, au bruit d’un pas inconnu. Ces principes de mélancolie existent dans la physionomie d’un logis situé à Saumur, au bout de la rue montueuse qui mène au château, par le haut de la ville. Cette rue, maintenant peu fréquentée, chaude en été, froide en hiver, obscure en quelques endroits, est remarquable par la sonorité de son petit pavé caillouteux, toujours propre et sec, par l’étroitesse de sa voie tortueuse, par le prix de ses maisons qui appartiennent à la vieille ville, et que dominent les remparts. [Il corsivo è nostro].
  p. 3. Alcune città di provincia hanno case che, a vederle, ispirano la malinconia dei chiostri più in ombra, delle lande più aride, delle ruine più tristi.
  E il silenzio del chiostro, l’aridità delle lande, le malinconie delle ruine, regnano, a volte, in queste case: la vita corre così tranquilla che un passeggero le crederebbe disabitate, se non incontrasse – a un tratto – lo sguardo triste d’una qual persona – di figura monastica – la quale si accosta al davanzale della finestra, chiamata dal rumore del passo sconosciuto.
  Tale malinconia è in una casa di Saumur, fabbricata sul finire della strada montuosa che dalla città mena al castello.
  La strada, poco frequentata, calda d’estate, fredda d’inverno, oscura in qualche punto, è rimarchevole per il selciato secco, pulito, sonoro; per la linea eguale che si avvolge intorno al monte; per il silenzio delle case che la fiancheggiano.
  pp. 1030-1031 (Nouv. Pl.). M. Grandet, encore nommé par certaines gens le père Grandet, mais le nombre de ces vieillards diminuait sensiblement, était en 1789 un maître-tonnelier fort à son aise, sachant lire, écrire et compter. […] Grandet alla, muni de sa fortune liquide et de la dot, muni de deux mille louis d’or, au district, où, moyennant deux cents doubles louis offerts par son beau-père au farouche républicain qui surveillait la vente des domaines nationaux, il eut pour un morceau de pain, légalement, si non légitimement, les plus beaux vignobles de l’arrondissement, une vieille abbaye et quelques métairies. […] Politiquement, il protégea les ci-devant et empêcha de tout son pouvoir la vente des biens des émigrés ; […]. Sous le Consulat, le bonhomme Grandet devint maire, administra sagement, vendengea mieux encore ; […]. Sa maison et ses biens, très avantageusement cadastrés, payaient des impôts modérés. Depuis le classement de ses différents clos, ses vignes, grâce à des soins constants, étaient devenues la tête du pays, mot technique en usage pour indiquer les vignobles qui produisent la première qualité de vin. Il aurait pu demander la croix de la Légion d’honneur. Cet événement eut lieu en 1806. M. Grandet avait alors cinquante-sept ans, et sa femme environ trente-six.
  pp. 5-6. Una volta il signor Grandet era chiamato Papà Grandet e nel 1789 era un bottaio che sapeva leggere, scrivere e far conti. […]. Egli liquidò la sua merce e con la dote della moglie e con l’aiuto del suocero, che spese duecento doppi luigi, corruppe il fiero repubblicano che aveva in custodia la vendita dei domini nazionali. Così, per poco, legalmente, per quanto non legittimamente, aggranfiò il più bel vigneto del territorio, una vecchia badia e anche qualche altro podere. […].
  In politica: facilitava la vendita dei beni degli emigrati […]. Sotto il consolato, l’ottimo Grandet, prefetto, amministrò saviamente procurandosi molti vantaggi. […] [aveva già fatto costruire ottime strade che portavano alla proprietà di lui] e aveva provveduto a che pagasse lievi imposte. Quindi fece convincere tutti che le sue vigne erano le migliori. Nel 1806 chiese la croce della Legion d’onore – aveva cinquantasette anni sua moglie trentacinque […].

  H. de Balzac, La donna di trent’anni (scene della vita privata). Traduzione di F.[rancesco] Mantella-Profumi, in Eugenia Grandet … cit., pp. 193-216.

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  Si tratta della traduzione del terzo capitolo del romanzo: La Femme de trente ans, intitolato: À trente ans e apparso per la prima volta nella «Revue de Paris» (29 avril 1832) con il titolo di La Femme de trente ans. Soltanto nell’edizione Furne del romanzo (1842), Balzac raggrupperà, sotto quest’ultimo titolo, i sei capitoli che formano l’opera. Il testo di riferimento preso a modello dal Mantella-Profumi per la sua traduzione è anteriore non solo all’ultima versione del romanzo balzachiano, ma anche al testo dell’edizione Werdet del 1837.[2] Il capitolo: La Femme de trente ans è compreso nel tome IV della seconda edizione delle Scènes de la vie privée (Mame-Delaunay) e nel t. IV della terza edizione pubblicata da Mme Béchet nel 1834.[3]
  Nonostante questa traduzione si presenti, sotto il profilo stilistico, alquanto disinvolta e non priva di errori linguistici, essa ci pare maggiormente aderente al modello francese rispetto alla versione italiana che il Mantella-Profumi fornisce di Eugénie Grandet.

  Onorato Balzac, Il Giglio nella Valle. Romanzo di Onorato Balzac. Traduzione di Emilio Girardi. Volume Unico, Milano, Società Editrice Sonzogno (Tip. dello Stab. della Società Editrice Sonzogno), 1903 («Biblioteca Romantica Economica», Serie II, 302), pp. 302.

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  La traduzione di Le Lys dans la vallée fornita da Emilio Girardi, che riteniamo essere, nel complesso, fedele e corretta, si fonda sul testo dell’edizione definitiva del romanzo pubblicata da Furne, Dubochet e Hetzel nel 1844 (t. VII de La Comédie humaine; t. III delle Scènes de la vie de province).


  Onorato Balzac, Appendice dell’Unione liberale. Giovanna la pallida di Onorato Balzac (Traduzione dal francese), «L’Unione liberale. Corriere quotidiano dell’Umbria», Perugia, Anno XXII, Numero 1, 2-3 Gennaio 1903-Numero 67, 24-25 Marzo 1903, p. 2.


  Si tratta di una nuova versione in lingua italiana, ridotta e maldestra, del romanzo giovanile balzachiano, indipendente dalla traduzione apparsa ne «Il Progresso» di Perugia tra l’aprile 1878 e il marzo 1879.


  Onorato de Balzac, Papà Goriot (scene della vita parigina). Traduzione di Pasquale Marzano, Napoli, Salvatore Romano, Editore (Stab. Tip. R. Pesole), 1903, pp. 244.

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  Il modello testuale di riferimento è quello dell’edizione Furne del 1843. Non è riportata la dedica a Geoffroy Saint-Hilaire.
  Basterà riportare, qui, di seguito, alcuni esempî riguardanti la traduzione che Pasquale Marzano fornisce del romanzo balzachiano per rendersi conto che gli elogi profusi da Francesco Mantella-Profumi al compilatore nella sua nota introduttiva a questa edizione italiana de Le Père Goriot sono del tutto fuori luogo.
  Omissioni, travisamenti, approssimazioni nella resa linguistica e stilistica del modello francese smentiscono infatti, a nostro giudizio, l’affermazione del Mantella-Profumi secondo la quale il Marzano «lottò, piegò il suo ingegno a tutte le sfumature dell’originale» (p. 6; la trascrizione integrale della nota critica del Mantella-Profumi: O. de Balzac e i suoi traduttori sarà fornita nella sezione relativa agli studî ed ai riferimenti critici).
  p. 49 (cfr. ed. de Le Père Goriot curata da Rose Fortassier, Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, 1976, t. III).
  Néammoins, en 1819, époque à laquelle ce drame commence, il s’y trouvait une pauvre fille. [Il corsivo è nostro].
  p. 7. infatti nell’anno in cui questo dramma incomincia abitava colà un giovine di scarsa fortuna.
  Ibid.: non è tradotto: «dans ces temps de douloureuse littérature».
  p. 50 (ed. Nouv Pl.). […] en le taxant d’exagération, en l’accusant de poésie. Ah ! sachez-le : ce drame n’est une fiction, ni un roman. All is true, il est si véritable, que chacun peut en reconnaître les éléments chez soi, dans son cœur peut-être.
  p. 8. […] accusandolo di poetica esagerazione. Ah! sappiatelo: questo dramma è così poco un romanzo e una fantasia, che ciascuno può trovarne gli elementi in se stesso, nel suo cuore.
  Ibid. Là, les pavés secs, les ruisseaux n’ont ni boue ni eau, l’herbe croit le long des murs. L’homme le plus insouciant s’y attriste comme tous les passants, le bruit d’une voiture y devient un événement, les maisons y sont mornes, les murailles y sentent la prison.
  p. 8. Colà i selciati sono a secco, i ruscelli non hanno nè acqua nè fango, l’erba nasce lungo le muraglie che rammentano le prigioni, il rumore d’una carrozza fissa una data, le case sono malinconiche: come tutti, passando, l’uomo più allegro diventerebbe pensoso.
  p. 51. Pension bourgeoise des deux sexes et autres.
  p. 9. pensione borghese pei due sessi.
  p. 52 (ed. Nouv. Pl.). […] une étroite allée qui mène à un couvert de tilleuls, mot que Mme Vauquer, quoique née de Conflans, prononce obstinément tieuilles, malgré les observations grammaticales de ses hôtes.
  pp. 9-10. […] un altro viale fiancheggiato da tigli, parola che la signora Vauquer quantunque nata a Conflans pronunzia assai malamente non curando le osservazioni grammaticali dei suoi ospiti.
  p. 52 (ed. Nouv. Pl.). Entre les deux allées latérales est un carré d’artichauts flanquée d’arbres fruitiers en quenouille, et bordé d’oseille, de laitue et de persil.
  p. 10. Tra i due viali laterali vi è un viale di carciofi circondato da alberi fruttiferi.
  p. 53 (ed. Nouv. Pl.). La cheminée en pierre […]; elle [la salle] pue le service, l’office, l’hospice.
  p. 10. Il cammino di pietra […]. […] sente dell’anticamera, dell’officina, dell’ospedale.

  Balzac, Papà Goriot. Romanzo. Traduzione di Ketty Nagel, Milano, Fratelli Treves, Editori (Tip. Fratelli Treves), (15 Giugno) 1903 («Biblioteca Amena», N. 652), pp. 295.

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  L’esame delle varianti testuali[4], la suddivisione dell’opera in quattro capitoli (Una pensione borghese; L’ingresso nel mondo; Inganna-La-Morte; La morte del padre) e la presenza, in esergo, della citazione shakespeariana: All is true (Tutto è vero) sembrerebbero far presumere che questa nuova traduzione di Le Père Goriot sia stata condotta sul testo della seconda edizione Werdet pubblicata nel maggio 1835. Non è quindi riportata la dedica a Geoffroy Saint-Hilaire che sarà inserita soltanto nel 1843 (Furne).
  Diversi sono i luoghi, all’interno del testo, nei quali la traduzione del modello balzachiano appare alquanto approssimativa e frettolosa. Citiamo, a questo proposito, alcuni esempî tratti dalle prime pagine del romanzo:
  p. 52 (Nouv. Pl.): Le long de chaque muraille, règne une étroite allée [d’environ soixante-douze pieds] qui mène à un couvert de tilleuls, mot que Mme Vauquer, quoique née de Conflans, prononce obstinément tieuilles, malgré les observations grammaticales de ses hôtes. [Il corsivo è nostro].
  p. 4: Lungo ciascuno dei muri un piccolo viale di circa settantadue piedi che conduce ad un boschetto di tigli.
  Ibid. (Nouv. Pl.): La profondeur de cette maison comporte deux croisées qui, au rez-de-chaussée, ont pour ornement des barreaux en fer, grillagés.
  p. 5: Al pian terreno due finestre con sbarre e grate di ferro.
  p. 53 (Nouv. Pl.): Le surplus des parois est tendu d’un papier verni représentant les principales scènes de Télémaque, et dont les classiques personnages sont coloriés.
  p. 5: Il resto è ricoperto da una carta variopinta rappresentante le principali scene di Telemaco.
  Ibid. (Nouv. Pl.): Elle sent le renfermé, le moisi, le rance; elle donne froid, elle est humide au nez, elle pénètre les vêtements ; elle a le goût d’une salle où l’on a dîné ; elle pue le service, l’office, l’hospice.
  p. 6: Vi si sente un non so che di rinchiuso, di rancido e d’ammuffito che mette in dosso un freddo umido e penetrante; ha quell’aria pesante d’una sala dove si è pranzato, e rammenta nello stesso tempo la cucina, la dispensa e il refettorio.

  Onorato Balzac, Storia dei Tredici di Onorato Balzac. Scene della vita parigina. Ferragus – La duchessa di Langeais – La ragazza dagli occhi d’oro, Milano, Società Editrice Sonzogno (Tip. dello Stab. della Società Editrice Sonzogno), 1903 («Biblioteca Romantica Economica», Serie II, 310), pp. 359.

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  Struttura dell’opera:
  Prefazione di Balzac ad Histoire des Treize, pp. 5-11; I. Ferragus, capo dei Divoranti, pp. 13-134; II. La duchessa di Langeais, pp. 135-280; III. La ragazza dagli occhi d’oro, pp. 281-357.
  La traduzione, che giudichiamo aderente al modello francese ed accettabile sotto il profilo della correttezza formale, si basa sul testo dell’edizione definitiva dell’opera pubblicata da Furne nel 1843.



Studî e riferimenti critici.


  Cronachetta di Scienze Lettere Arti Sport (Luglio 1902-Settembre 1903), «Almanacco Italiano. Piccola Enciclopedia Popolare della Vita pratica». […] Con 810 figure nel testo, 24 tavole in nero e una cromolitografia fuori testo, Firenze, R. Bemporad & Figlio, Editori, Anno IX-1904, 1903, pp. 600-623.
  p. 604. 24 [Novembre]. Parigi – Monumento a Balzac (di Falguière).
  Nella stessa pagina, è presente l’immagine riprodotta della statua del Falguière.


  Quel che rese la vendita Zola, «Corriere della Sera», Milano, Anno 28°, Num. 72, 14 Marzo 1903, p. 2.

  A proposito della vendita Zola e dei commenti sfavorevoli da essa suscitati, Felice Cameroni — che fu amico del defunto e lo è ora della vedova — inviò al Tempo alcune informazioni, che vale la pena di riferire:

  «Per quanto le opere dello Zola abbiano avuto una enorme diffusione, pare che le sue imprevi­denze economiche siano state eccessive. Balzac, maraviglioso sognatore di ricchezze colla fantasia inesauribile della Comédie humaine, morì povero».


  Chiacchiere parigine. I denari dei Certosini. Un personaggio di Balzac predecessore di Elina, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXVII, N. 93, 3 Aprile 1903, p. 2.
  I giornalisti parigini si sono avvisti oggi con sorpresa che il primo a parlare di falsi artistici non è stato il mistificatore Elina, ma nientemeno che Onorato Di Balzac. Egli lo ha fatto nel suo romanzo: La Cousine Bette, in cui uno tra i principali personaggi è Venceslao Steinbock, amante della protagonista.
  Venceslao è un grande artista, ma povero, e dispera di riuscire mai ad emergere, a malgrado dei suoi meriti; quando la cugina Betta viene in suo aiuto. Ed ecco la proposta che ella fa ad un Tizio influente: «Il mio amante ha fatto un gruppo in bronzo dell’altezza di sei pollici. Esso rappresenta Sansone che dilania un leone. Lo ha poi sepolto ed è arrugginito in un modo da far credere ora che esso sia vecchio quanto Sansone.
  Questo capolavoro è esposto presso uno fra i mercanti, le cui botteghe sono sulla piazza del Carrousel. Se lei che conosce il signor Popinot, ed il conte Rastignac potesse parlare loro di questo gruppo, come d’un bel lavoro antico che egli avesse visto passando!
  Si afferma che si prederebbe quella sciocchezza per una cosa antica o che la si pagherebbe carissimo. Se uno dei ministri acquista il gruppo, Venceslao andrà quindi a presentarsi e proverà che egli ne è l’autore».
  Come si vede, Balzac nel narrare la storia della tiara ebbe la prudenza di servirsi di pseudonimi e di non definire troppo esattamente l’oggetto artistico di cui si trattava, ma non andò tanto oltre da non fare di Venceslao Stenbock (sic) un orefice russo e di Rastignac un intendente del Museo del Louvre.


  Romanzi della vita. Le solenni riflessioni d’una donna [miss Turtle] che ha divorziato quattro volte […], «Corriere della Sera», Milano, Anno 28°, Num. 103, 15 Aprile 1903, pp. 1-2.

  p. 1. Le «solenni riflessioni» scendono a delle pro­fondità filosofiche che ci rammentano le amare teorie di quel grande conoscitore d'anime che era Balzac.


  Il Re dei teatri, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXVII, N. 168, 19 Giugno 1903, pp. 1-2.
  p. 1. Fra le più note [sovranità industriali e finanziarie] figurano generalmente quelle dell’acciaio, del rame, del petrolio, dei trasporti transoceanici e delle carni in conserva. Altri ne esistono ancora, meno celebri, forse, ma non meno interessanti: la sovranità del giornalismo, ad esempio, che comprende uomini giovani, energici ed arditi sì che avrebbero stupefatto e sorpassato il genio amplificatore di un Balzac.

  Rassegna settimanale della stampa. Balzac e un suo creditore, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XIII, Vol. XXIII, N. 36, 16 agosto 1903, p. 863.
  – Troviamo nella Revue Hebdomadaire (n. 36) un grazioso aneddoto su Balzac.
  Una sera il Balzac era invitato a pranzo presso un notaio, il quale, vedendolo taciturno, gli domandò che cosa avesse.
  – Caro tabellione – rispose l’autore del Père Goriot – la mia taciturnità ha una causa, e io ve la dirò: credete che un uomo possa stare allegro alla vigilia di una scadenza, sopratutto quando gli mancano i fondi necessari?
  – Quanto vi occorre?
  – Mille franchi.
  – Eccoli qui. Me li restituirete sul guadagno della prima opera che pubblicherete.
  – No – riprese Balzac, – preferirei della migliore opera che pubblicherò.
  E firmò la seguente dichiarazione: «M’impegno, io sottoscritto, a restituire al notaio signor D. … la somma di mille franchi sul guadagno della mia migliore opera».
  La dichiarazione rimase dimenticata per tre anni nel portafoglio del notaio, il quale finalmente un bel giorno scrisse al romanziere: «Ho letto Eugénie Grandet. Permettetemi di dirvi, caro amico, che è un capolavoro, che è la migliore delle vostre opere».
  Balzac rispose: «Mi credete già esaurito? Aspettate, e vedrete!»
  Tredici anni dopo, il notaio tornava alla carica: «Mio caro amico, ho letto i Parents pauvres: è il coronamento dell’edificio: non arriverete mai a maggior altezza».
  E Balzac, di rimando: «Farò anche di meglio».
  E forse avrebbe mantenuto la promessa; ma l’anno dipoi morì, naturalmente, senza aver pagato il debito.

  Il profumiere di Balzac(1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XIII, Vol. XXIII, N. 38, 30 agosto 1903, pp. 899-901.
  (1) Da un articolo della Rivista The Nation, 6 agosto.
  È stato provato in questi ultimi tempi che Balzac, quantunque disponesse di una potentissima immaginazione, cercava sempre i propri eroi e le proprie eroine nella vita reale. Egli si serviva bensì dei suoi documenti umani con la massima libertà, tuttavia non vi rinunziava mai; perciò i numerosi incidenti della sua vita si trovano così intimamente connessi con le sue opere, perciò i suoi romanzi inspirano un senso così acuto della realtà; perciò non possiamo fare a meno di ricordare gli attori della «Comédie Humaine» come altrettante nostre conoscenze personali.
  Il Lenotre, che vive in mezzo agli archivi della polizia, ha fatto curiose scoperte intorno agli intrighi realisti del tempo del Consolato, periodo che fornì a Balzac elementi per alcune delle sue opere maggiori.
  «I suoi eroi – dice il Lenotre – sono veri, così veri che scorrendo i rapporti della polizia del tempo crediamo di vederli apparire innanzi a noi e li nominiamo di mano in mano che si succedono. Questo è Marche-à-terre (un Sciuano), quello è il consigliere di Stato Malin; ecco il mouchard (spia) Corentin, ecco l’eroico Michu, la nobile damigella D’Esgrignon, i fratelli Simeuse … Ah, come li conosceva e come li ha dipinti! Quale storia può competere con questi romanzi?».
Chi servì di modello per «César Birotteau».
  Fra i romanzi di Balzac ce n’è uno, «César Birotteau», il cui eroe è un parrucchiere implicato in intrighi e cospirazioni realiste. La sua arte aveva ricevuto un colpo terribile al tempo della Rivoluzione, quando, abolite le parrucche come facenti parte dell’ancien régime, la polvere à la Reine o à la Maréchale era ritenuta aristocratica, né era più permesso d’imbellettarsi.
  E per questa ragione, forse, Marc-Antoine Caron, che fon dal 1778 teneva negozio di profumiere nella Rue du Faubourg Saint-Germain, odiava con tutto il cuore la rivoluzione e s’era dato anima e corpo ai realisti.
  Al tempo del 18 Brumaio questo Caron, sul quale Balzac ha foggiato il suo Birotteau, aveva 55 anni, era vedovo, e conviveva con due donne sue parenti e con un servitore in una casa alla quale si poteva accedere per due ingressi.
Un ritrovo di cospiratori.
  Durante i sanguinosi giorni del Terrore egli non osò prendere una parte attiva in politica; ma dopo la famosa giornata del 13 Vendemmiaio, quando i realisti si mostrarono armati per le vie di Parigi, diventò più ardito.
  Il suo còmpito consisteva nel ricevere in casa sua e nel nascondervi gli agenti dei principi, che erano ricercati dalla polizia del Direttorio.
  «Al proscritto si dava una stanza nel piano superiore della casa, al quale metteva una porta segreta. Gli amici entravano nel negozio, contrattavano, in un linguaggio convenzionale, qualche profumo, e mentre Caron fingeva di pesare con molta attenzione pastiglie di benzoino ovvero olio di perle e il servo teneva d’occhio la strada, infilavano la scala del secondo piano».
Un’avventura di Hyde de Neuville.
  L’ospite più costante era Hyde de Neuville, il quale ad onta della taglia che pesava sulla sua testa, se ne andava tranquillamente sotto falso nome da Londra a Parigi e da Parigi in Normandia. In casa Caron, dove passò circa otto mesi, era diventato familiare.
  Allora vigeva ancora l’uso dei crieurs per le strade, e un giorno, durante la colazione, Caron e la famiglia udirono urlare: «Arresto del cospiratore Hyde de Neuville: sentenza della Commissione militare a essere fucilato entro le 24 ore».
  Hyde de Neuville sedeva a tavola accanto a un altro agente realista a lui sconosciuto, al quale era stato presentato come un prete refrattario. E quale non fu la sua meraviglia quando dallo sconosciuto si sentì dire: «Oh, è orribile! Che destino, signor abate! Poveruomo, era mio amico, mio intimo amico!» Hyde de Neuville dovette fare un bello sforzo per non scoppiare dalle risa.
Georges Cadouadal.
  Il profumiere Caron non possedeva il coraggio di Hyde de Neuville, e presto fu colto da tale paura, che chiuse agli émigrés la porta della «Regina dei Fiori».
  Ma un giorno Georges Cadoudal che, com’è noto, aveva impegnato una specie di duello col Primo Console, non sentendosi sicuro sulla Montagna Sainte-Geneviève, fece domandare a Caron se l’avrebbe ospitato. Dopo avere esitato un po’ e aver fatto dire una messa «per conoscere la volontà di Dio», il profumiere accondiscese, e con l’intervento dell’abate di Kéravenan, quegli che celebrò il matrimonio di Danton con la sua amante e accompagnò il famoso terrorista al patibolo, e che forse servì di modello per il santo prete che figura in «César Birotteau», fi stabilito che Cadoudal sarebbe arrivato una mattina in un cabriolet guidato da uno dei suoi; altri due fedeli sarebbero arrivati un’ora dopo.
  Grande fu nel giorno stabilito l’ansietà di Caron e delle sue donne; finalmente giunse l’ora tanto attesa, ma non si vide comparire nessuno. Cadoudal era stato arrestato.

Arresto ed esilio di Caron.
  Tre giorni dopo Caron subiva la stessa sorte. Egli dichiarò di non conoscere i nomi delle persone che erano state in casa sua, e seppe rappresentare la parte di scemo con tanta arte, che dopo dieci mesi di carcere fu liberato, ma coll’obbligo di lasciare Parigi e di andare a stabilirsi a Bourges, dove la polizia intendeva sorvegliarlo.
  Ma prima di partire ebbe tempo di sposarsi la serva, Françoise, e di affidarle la «Reine des Fleurs». Sino alla fine dell’Impero questa donna scrisse petizioni su petizioni per ottenere che si permettesse al marito di tornare a Parigi, protestando che l’Imperatore non avrebbe avuto un più caldo ammiratore di lui. Tutto fu inutile; e il povero Caron dovette rimanere in esilio fino al ritorno dei Borboni, dai quali peraltro fu splendidamente ricompensato.

La ricomparsa di Caron.
  Infatti Luigi XVIII lo ricevette alle Tuilieries e gli conferì una medaglia di benemerenza per la causa realista; inoltre la duchessa di Angoulême sollecitò e ottenne per lui il posto di araldo del re, carica che faceva figurare il suo nome nell’«Almanacco Reale» dopo quello dei grandi dignitari del Regno.
  Caron disimpegnò la funzione affidatagli fino al 1831, anno in cui morì all’età di ottantasette anni.

L’arte di Balzac.
  Ho finito or ora – conclude l’A. – di rileggere «César Birotteau», e non ho stentato a riconoscere Caron nel profumiere che costituisce la figura principale di quel romanzo, ammirando nello stesso tempo con quale verità Balzac scolpisce i suoi personaggi. Alla sua fervida immaginazione, alla sua facoltà di vedere, per così dire, con gli occhi della mente, spetta non poco di tutto ciò; ma è fuori di dubbio che Balzac prendeva molto dal vero e teneva costantemente innanzi a sé i modelli viventi, combinandone le caratteristiche come un pittore combina i colori.
  Egli visse in un tempo in cui sopravvivevano ancora molti testimoni del periodo più straordinario della storia di Francia – uomini e donne che avevano veduto gli splendori della vecchia monarchia, i torbidi della Rivoluzione, la ferocia del Terrore, la confusione del Direttorio, gli epici eventi dell’Impero, l’alba e il tramonto di Napoleone e il ritorno dei Borboni.
  Tale periodo ha fornito ampi documenti allo storico, e in un certo senso Balzac può essere ben chiamato uno storico, dacchè ci presenta lo spirito del tempo in cui i suoi eroi hanno vissuto.

  Un ambasciatore della stampa, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXVII, N. 288, 17 Ottobre 1903, p. 2.
  […] in questo suo accanito interessamento degli uomini, e specialmente degli uomini politici o pubblici, il Blowitz [giornalista del Times e autore di un recente libro di memorie] rassomiglia ad un grande romanziere e fa pensare al Balzac …
  Non vorrei dire troppo: il Blowitz conosceva e s’interessava degli uomini come individui; il Balzac, con la potenza dell’intelletto superiore, dall’individuo risaliva al tipo.

  Raffaello Barbiera, Passioni del Risorgimento. Nuove pagine sulla Principessa Belgiojoso e il suo tempo con documenti inediti e illustrazioni, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1903.
III.
Gli sposi Belgiojoso separati e fuggiaschi, pp. 44-64.
  pp. 46-47. Un bel giorno, la principessa Belgiojoso si separò dal marito, e fuggì da Milano.
  La separazione dei due Belgiojoso avvenne, al modo di tante: una separazione senza l’intervento della legge. Entrambi riprendevano la loro beata libertà, per ritrovarsi poi entrambi nella stessa terra d’esilio e convivere, più tardi, nella stessa casa, al n. 28 della rue du Montparnasse, a Parigi, egli al pianterreno, ella al primo piano: solite storie, o solite commedie, se volete, della vita conjugale che nessun Balzac potrà mai studiare abbastanza per le sorprese che fanno ridere … quando non fanno piangere. […].

XII.
  Il processo contro la principessa Belgiojoso. Altre signore cospiratrici, pp. 228-243.
  p. 238. “La beauté est le plus grand des pouvoirs humains[5] …”, diceva Balzac, alludendo alla bellezza delle donne; e quante bellezze femminili esercitarono il loro fascino nel risorgimento !
XV.
  Lamartine ravveduto verso di noi. Due profughi italiani sfidano Vittor Hugo. Vittor Hugo e l’Italia, pp. 306-337.
  p. 330. È questo, forse, l’unico motto di spirito del Grande [V. Hugo], che, come il Mazzini, mai rideva; del francese, al quale (come al Balzac e a Emilio Zola) mancava l’esprit.


  P.[aolo] B.[ernasconi], Corriere Parigino. […] La Rabouilleuse, «Corriere della Sera», Milano, Anno 28°, Num. 70, 12 Marzo 1903, p. 2.

  Il teatro dell'Odéon ha dato questa sera [11 marzo] la prima di Rabouilleuse, dramma in quattro atti di Emilio Fabre […].

  Egli conosce a fondo Balzac e Sakespeare (sic): ha letto molto e sa trovare in ciò che ha letto i mate­riali che gli servono a comporre i suoi lavori tea­trali, i quali si avvicinano al genere di Becque, ma hanno qualche cosa di meno amaro e di più compassionevole.

  Quando fu annunciata la Rabouilleuse, non po­chi parigini si domandarono che cosa significasse questa parola. Io pure dovetti informarmene e, do­po avere interrogato diverse persone, mi fu detto che Rabouilleuse, in certi paesi della Francia vuol dire una donna che pesca i gamberi nei ruscelli. Questo vocabolo venne adoperalo da Balzac in uno dei suoi romanzi della «Scena (sic) della vita pri­vata». Intitolato Un ménage de garçon, da cui il Fabre trasse il soggetto del suo dramma. Il quale nel suo complesso è un lavoro antimilitarista di cui giù trionfano i dreyfusiani. mentre i loro av­versari se ne arrabbiano, accusando il drammatur­go di aver tradito il pensiero del romanziere, ag­giungendogli del suo certe frasi e certi motti, che sembrano adattarsi ai fatti e ai personaggi odierni.

   Balzac e Fabre fanno agire una mezza dozzina di quegli ufficiali, avanzi dell’esercito napoleonico che i Borboni dopo Waterloo collocarono in aspet­tativa e a mezza paga. Due di essi, dopo avere brillato sui campi di battaglia, costretti all'ozio e scarsi di risorse, si danno a bassi intrighi intorno alla futura eredità che deve lasciare un milionario di provincia, vecchio celibe, comandato a bacchetta da una donna giovane e bella, la vera padrona di casa governante del vecchio rimbambito e amante effettiva del più giovane dei due ufficiali.

  Balzac nella prefazione del suo romanzo — scritta in forma di lettera a Carlo Nodier letterato e membro dell’Accademia — sembra scusarsi di ave­re dipinto dei caratteri così feroci, ma veri: e, ciò che è veramente curioso, l’autore della «Com­media umana» dice che certi capitoli del suo ro­manzo mostrano quanto il matrimonio indissolu­bile sia necessario alle società europee.

  «Possa una società basata unicamente sul potere del denaro accorgendosi dell'impotenza della giu­stizia sulle combinazioni di un sistema che adotta ogni mezzo pure di ottenere il successo, possa essa ricorrere prontamente al cattolicismo per purgare le masse mediante il sentimento religioso e con un’educazione diversa da quella dell’Università laica».

  Balzac si lamenta pure con Nodier degli effetti della diminuzione della patria potestà, potere che una volta esisteva fino alla morte del padre e co­stituisce il solo tribunale umano che potesse giudi­care i delitti domestici.

  L’autore del «Ménage» prevede già le critiche acerbe che anche oggi vengono mosse alla «Ra­bouilleuse», dramma che ha, però, il merito di es­sere interessante, pieno di moto e di vita.


  P.[aolo] B.[ernasconi], Corriere Parigino. Il signor Camillo Barrère, - L’ambasciatore in vacanza, «Corriere della Sera», Milano, Anno 28°, Num. 276, 8 Ottobre 1903, p. 2.

  Nelle ore d’ozio, fra il lavoro intellettuale e gli esercizi fisici, l’ambasciatore francese [presso il Re d’Italia] si dedica alla lettura ripassando volentieri Balzac. In questo momento in cui i progetti di Chamberlain agitano l’opinione in Inghilterra e interessano il mondo in­tero, il signor Barrère crede avere trovato in un romanzo di Balzac un buon sistema di libero scam­bio.


  Jean Carrère, I cattivi maestri. Gian Giacomo Rousseau (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XIII, Vol. XXIII, N. 52, 6 dicembre 1903, pp. 1235-1237.

L’influenza di Rousseau.
  p. 1237. E la malattia esasperata dell’io, di cui Gian Giacomo soffre, noi la troviamo con forme diverse in tutti i «cattivi maestri» del secolo decimo nono: essa inspira la malinconia di Chateaubriand, l’ambizione volgare degli eroi di Balzac, la misantropia di Stendhal, la passione ribelle di George Sand, la disperazione di Flaubert, la debolezza amorosa di Musset, le fantasticherie di Baudelaire, la bassezza morale di Verlaine, il pessimismo di Zola.

  G. Luigi Cerchiari, Chiromanzia e tatuaggio. Note di varietà, ricerche storiche e scientifiche coll’appendice di un’inchiesta con risposte di Ferrero, Lombro, Mantegazza, Morselli ed altri. XXIX Tavole e 82 incisioni, Milano, Ulrico Hoepli Libraio della Real Casa, 1903.

  pp. 25-26. Il capitano D’Arpentigny, il Desbarolles consacrarono la loro vita allo studio dei caratteri della mano. Si occupò di chiromanzia anche il Balzac che disse della mano:

  «L’oeil peut peindre l'état de notre âme; mais la main trahit tout à la fois les secrets du corps et ceux de la pensée. Nous acquérons la faculté d’imposer silence à nos yeux, à nos lèvres, à nos sourcils et au front; mais la main ne dissimule pas, et rien dans nos traits ne saurait se comparer par la richesse de l’expression. Le froid et le chaud dont elle est passible, ont de si imperceptibles nuances, qu’elles échappent aux sens des gens irréfléchis, mais un homme sait les distinguer pour peu qu’il se soit adonné à l’anatomie des sentiments et des choses de la vie humaine. Ainsi la main a mille manières d’être sèche, humide brulante, glacée, douée, sèche, onctueuse. Elle palpite elle se lubrifie, s’endurcit, s’amollit. Enfin, elle offre un phénomène inexplicable qu’on est tenté de nommer l’Incarnation de la pensée».

  p. 86. Le unghie. «Pensando che la linea dove finisce la nostra carne e l’unghia incomincia, scrive il Balzac nel Louis Lambert, contiene l’inesplicabile mistero della trasformazione costante dei nostri fluidi in cornea, bisogna riconoscere che nulla è impossibile nelle meravigliose modificazioni della sostanza umana».
  E aggiunge: «Le unghie non sono forse il fluido solidificato dall’aria, gl’intermediarii fra il fluido e la carne?»
  Uno dei caratteri di bellezza della mano è per Mantegazza, l’aver belle unghie «rosee trasparenti né piatte, né incurvate, né adunche e devono ricordare una pietra onice, che fosse vagamente incastonata in un anello».
  Simbolo di un fatto fisico per Balzac, nientemeno che rosa pietra d’onice per Mantegazza – Quale grande importanza hanno esse dunque!

  Enrico Corradini, «American» Nemesis, «Il Marzocco», Firenze, Anno VIII, N. 2, 11 Gennaio 1903, pp. 1-2.
  Nella parte iniziale del suo articolo, l’A. si riferisce al saggio che Paola Lombroso ha pubblicato, con il titolo di: Riconoscimento degli uomini grandi, ne «La Nuova Antologia» (cfr. più oltre), e ne trascrive questa sequenza che egli commenta in questi termini:
  p. 1. «Mentre il Balzac si dibatteva in mezzo ai debiti e alle cambiali, i Goncourt, Daudet e Zola son riusciti a far coi loro volumi delle vere e grosse fortune».
  Ora, la celebre frase dei diritti regali del genio mi pare che sia proprio di Balzac, ed è altrettanto celebre che il grande uomo di quei diritti regali non ne usò ed abusò. Si dibatteva fra i debiti e le cambiali non mica perché guadagnasse poco, ma perché spendeva troppo. Costatata la inesattezza, bisognerebbe risospingere indietro per lo meno diverse diecine d’anni la celebrazione, retribuita, del genio.

  Alberto Cougnet, Il Podismo, «Almanacco Italiano. Piccola Enciclopedia Popolare della Vita pratica». […] Con 810 figure nel testo, 24 tavole in nero e una cromolitografia fuori testo, Firenze, R. Bemporad & Figlio, Editori, Anno IX-1904, 1903, pp. 534-545.
  p. 537. Balzac scrisse una “Teoria sull’arte del camminare”, nella quale, come Lavater per la fisiogonia (sic), egli studiò “la fisionomia del corpo” e ne trasse delle conclusioni molto ingegnose per l’identificazione delle persone, riconoscibili alla loro maniera di camminare. Egli osservò (come modernamente si studia alla scuola antropometrica di Bertillon) che ogni individuo acquistava un modo esclusivamente individuale di camminare, tanto che, una volta noto, serviva a designare senza errore, il soggetto, anche se camuffato. Peccato che questa teoria antropometrica non fosse così precisa come quella dell’impronta del pollice della mano!


  Fortunato Du Boisgobey, Appendice del Corriere delle Puglie (4). “Porta chiusa”, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XVII, Num. 245, 4 Settembre 1903, p. 2. 


  La moglie tremava, ma non dal freddo.

  — Leggevate? — diss’egli raccogliendo il libro che era a sdrucciolato ai piedi della poltrona.

  Un romanzo, senza dubbio?

  — Sì, un romanzo di Balzac.

  – Naturalmente: voi non amate le letture serie!

  —  Vorreste che leggessi il regolamento servizi in campagna? — replicò la baronessa, fingendo di sorridere.

  — Non vi fate beffe di me, ve ne prego.

  Non sono, come sembrate crederlo, un vecchio soldato stupido, e non ho mai pensato a imporvi l’obbligo di imparare a memoria la teoria militare. Ma pretendo che i romanzi perdano le donne.

  — La Grande Bretèche, borbottò egli alzando le spalle. — Perché non la grande ranocchia, ovvero il tric trac? ... Che cos’è questa Grande Bretèche? Senza dubbio una ridicola storia, in cui un onesto marito è menato per il naso dalla moglie.

  — V’ingannate completamente, mio caro; è al contrario la storia di un marito che si vendica, replicò vivamente la signora di Bourgal.

  — Ella si pentì quasi subito d’aver detto questo poiché in quel romanzo, uno dei più drammatici e più brevi che abbia scritto Balzac, ha trattato una situazione affatto simile a quella in cui la fatalità l’aveva gettata. Ma ella si trascurò pensando che il generale non lo aveva letto e non lo leggerebbe mai.


  Costanzo Einaudi, La beltà femminile, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXVII, N. 232, 22 Agosto 1903, pp. 1-2.
  p. 1. Dice un proverbio spagnuolo che la donna ideale deve rispondere a trenta condizioni di bellezza; e Onorato de Balzac parla anche lui, non mi ricordo in quale dei suoi libri, di questi trenta canoni fondamentali della beltà femminile. Soltanto bisognerebbe tener sempre a mente che lo sviluppo, l’alimentazione, gli esercizi difettosi cospirano tutti, quale più, quale meno, ad allontanare rapidamente la donna dal tipo classico descrittoci da Balzac e dal Brantôme.


  Falco, La passione e l’intrigo, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXVII, N. 9027, 27 Agosto 1903, pp. 1-2.

  p. 1. Belle cose invidiano l’uno all’altro i po­poli: la Francia all’Italia le aggroviglia­te sceleraggini del processo Murri; gli altri paesi alla Francia la gaiezza frivola e pettegola del grande processo di scroc­cheria degli Humbert. Mai diede la vita antitesi più saliente del farabuttismo nel tragico e nel comico: […] la truffa parigina è calcata su lo spirito di Balzac, comechè nessuno abbia avuto al pari del gran ro­manziere una specie di concezione fanta­stica degli affari e del denaro che si svi­luppa come pianta viva dalla mente dell’uomo.


  Salvatore Farina, Cicero pro domo sua, in La più bella fanciulla dell’Universo. Romanzo (4a Edizione), Milano, Libreria Editrice Nazionale, 1903, pp. 5-8.
  p. 5. Se per comportarmi a modo mio avessi avuto bisogno d’esempi, appena me ne fossi uscito di casa, avrei trovato il consigliere. Oggi per esempio Onorato Balzac mi insegnerebbe che, per rispondere alla critica d’un libro, il suo autore ha solo un modo e un momento: l’occasione di una ristampa.
  Leggo infatti in molti romanzi della Commedia umana la difesa del libro del Balzac, che i critici gli avevano voluto stroncare. Per certi aspetti quelle prime pagine autocritiche sono per me più ghiotte delle rimanenti del libro ancor che siano saporitissime.

  L. Faure-Favier, I segni della razza nei personaggi del romanzo contemporaneo (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XIII, Vol. XXIII, N. 42, 27 settembre 1903, pp. 996-999.
  (1) Da un articolo di L. Faure-Favier, Revue Bleue, 5 settembre.

Dove si trova il tipo aristocratico.
  p. 997. Balzac non trovava alcuna difficoltà a riconoscere i segni evidenti della bellezza aristocratica in una contadina d’un villaggio della Lorena:
  “Adelina, la quale aveva allora sedici anni, poteva essere confrontata con la celebre madama du Barry. Era una di quelle bellezze complete, impressionanti, una di quelle donne simili a madame Tallieu, che la natura costruisce con cura particolare, dispensando loro i più preziosi dei suoi doni: la distinzione, la nobiltà, la grazia, la finezza, l’eleganza, la carnagione speciale, una ciera (sic) preparata nello studio in cui lavora il caso … Adelina Fischer possedeva i caratteri sublimi, le linee serpentine delle donne nate regine”. (La Cousine Bette).
  Di bellezze aristocratiche Balzac ne incontrava perfino nelle retrobotteghe, e appunto da un retrobottega esce uno dei suoi più celebri eroi, Luciano Chardon, il noto personaggio del romanzo Illusions perdues.
  Noi vediamo, dunque, che gli spiriti raffinati, come Anatole France, possono andar d’accordo coi romanzieri di genio come Balzac; […].


  F.[rancesco] Ferrari, Le operazioni magiche nella medicina, «Luce e Ombra. Rivista mensile illustrata di scienze spiritualiste», Milano, Anno III, N° 6, 1° Giugno 1903, pp. 249-262.

 

  p. 254. Balzac nel suo grazioso lavoro intitolato Louis Lambert fa dire al suo protagonista «noi abbiamo forse un utensile la cui portata varca ogni limite del possibile, e noi la ignoriamo».

  È la facoltà di modalizzare l’etere.

 

 

  Francesco Ferrari, Psicologia del bambino, «Luce e Ombra. Rivista mensile illustrata di scienze spiritualiste», Milano, Anno III, N° 8, 1° Agosto 1903, pp. 345-359.

 

  pp. 358-359. Quel mirabile ingegno che fu Balzac scriveva nella sua psicologia del matrimonio: se vostra moglie vi tradisce correggetevi! È profondamente vero.



  Anna Franchi, Maria Bashkirtseff, «La Rassegna Internazionale. Pubblicazione mensile», Roma, Anno IV, Vol. XII, Fasc. III, 15 marzo 1903, pp. 287-305.

  p. 297. Tutte le vibrazioni vitali hanno delle forti ripercussioni in lei; sente immensamente la musica italiana fatta di spontaneità creativa, di calde melodie, ama Balzac perché vero più di tutti i letterati veristi, ed a lui consacra alcune delle sue ore, rubate all’arte ed alla morte […].

  Alessandro Gianetti, Trentaquattro anni di cronistoria milanese (1825-1859). Volume primo. 1825-1838, Milano, Tipografia Editrice L. F. Cogliati, 1903.
  L’A. riporta alcune sequenze testuali estratte dal celebre articolo scritto da Antonio Piazza sul soggiorno e sull’accoglienza di Balzac a Milano nel 1837: Appendice. Il signor di Balzac, «Gazzetta privilegiata di Milano», Milano, n. 54, 23 febbraio 1837, pp. 213-214. La trascrizione integrale dell’articolo del Piazza è presente in R. de Cesare, La prima fortuna di Balzac … cit, vol. I, pp. 310-312.

1837

Capitolo XIII.

  pp. 369-370. Si trovava fra noi lo scrittore francese Balzac ed era une ressa per poterlo vedere. Se due amici s’incontravano a caso, era inevitabile la domanda, se l’aveva veduto. Ognuno poi pretendeva di averlo incontrato e si raccontavano i più gustosi aneddoti. Un giovinotto, trovandosi a teatro, ad un crocchio d’amici raccontava di essere stato in grande intimità con lui a Vienna, quando entrò un capitano de’ granatieri vestito in borghese. Ecco Balzac, disse il giovinotto; naturalmente non era lui, ma solo lo assomigliava. Del resto, ecco il ritratto che ci danno i periodici di allora. «Il signor di Balzac è piuttosto basso che alto della persona; i proventi della sua letteratura lo conservano florido ed allegro; la sua educazione e la sua nascita lo rendono amabile e disinvolto; i suoi talenti, spiritoso e vivace; la sua fervida immaginazione, parlatore fecondo, preciso inesauribile. Una felice inclinazione se non lo ha reso fashionable in tutto il significato della parola, gli ha fatto però rinunciare alla lunga capigliatura. Non è bello e non è brutto: ha sotto il naso una specie di chiaro-oscuro che dà qualche lontana idea di mustacchi. Chiome nere ed incolte, naso savoiardo (!) e due occhi nerissimi, nei quali si può leggere compendiato il fuoco ed il brio del grande scrittore. Parla con modestia di sé, e speriamo che parlerà un giorno con lode anche degli italiani, i quali lo ammirano, lo festeggiano, lo accarezzano e lo presentano di palchetto in palchetto.
  Se v’imbattete per via con lui, è impossibile che non fermiate in esso lo sguardo. Nulla di radiante, di etereo, di sovranaturale; ma un complesso di vita, d’insolito, di notevole, che non può facilmente sfuggire all’occhio dell’osservatore.
  Egli cerca con ansietà i quadri del Luini e aspetta un mattino sereno per salire sul nostro Duomo. Si direbbe che l’ingegno desti in lui una tendenza speciale per le regioni alte, poiché anche a Parigi abita in una specie di specola, dalla quale lo sguardo domina gran parte della città».
  La festosa accoglienza colla quale tutte le classi sociali ricevettero Balzac, è certo premio lusinghiero alle sue fatiche letterarie, incoraggiamento agli ingegni, sprone alla emulazione italiana. (1)
  (1) Qualche giornale però smentisce in parte l’accoglienza, anzi taluno giunge a dire che lo scrittore fu aggredito nottetempo da quattro individui che col pugnale alla gola lo depredarono dell’orologio. Gazette de France, citata dal nostro diario del 19 marzo.

  Domenico Giurati, Il Plagio. Furti letterari, artistici e musicali, Milano, Ulrico Hoepli, Editore della Real Casa, 1903.
  pp. 29-30. L’applicazione del principio fatta dal signor Pica[6] è poi curiosa anziché no. Dopo avere collocato Balzac, con Dickens e Tolstoi, fra gli artisti «essenzialmente e possentemente creatori, i quali portano una specie di parziale inscienza in ciò che creano, quasi che componessero sotto l’influenza di una misteriosa forza superiore» scopre che «Balzac nel Lys de la Vallée (intende dire lys dans la vallée) ha cercato di dare un certo fulgore pittoresco al suo stile grigio e pesante copiando alla lettera varie imagini e similitudini di Teofilo Gautier. (1).
  (1) A prescindere dalla contraddizione e dall’errore ne’ quali incappò il chiarissimo scrittore, non mancano motivi per credere che questi s’inganni nella nota di plagio data al Balzac. Ne adduco tre: 1.° perché Teofilo Gautier, essendo nato dodici anni dopo il Balzac, è grandemente probabile che fosse alle sue prime creazioni quando il capolavoro di Balzac aveva toccato l’apice della propria meritata celebrità; 2.° perché il primo avendo scritto sopra le opere del secondo un intero volume non avrebbe mancato di avvertire il mutuo di cui il suo illustre maestro lo avesse onorato; 3.° perché non meno ne avrebbe parlato Teodoro di Banville, il quale anzi muove tutt’altro addebito al Balzac sopra questo proposito: «en composant le Lys dans la vallée il a suivi pas à pas un conte de la reine de Navarre: c’est la même invention, les mêmes scènes, les mêmes péripéties, les mêmes personnages. Cependant en prenant tout à son modèle, à chaque ligne, à chaque mot, à chaque virgule le grand Tourangeau a fait œuvre de créateur, car le génie transfigure tout ce qu’il touche [»] (Lettres chimériques, p. 31). […].
  p. 33. Egli [Enrico Panzacchi] gitta a piene mani gli esempi della erudizione in tema di plagio, incappando però nel torto di accogliere e far proprio l’errore commesso da Giovanni Borelli che addebitò a Balzac di avere preso Papà Goriot da una novella della regina di Navarra[7]. Donde sia uscito per la prima volta il rombo è inutile indagare: probabilmente venne confuso codesto romanzo con le Lys dans la vallée, a cui Teodoro di Banville mosse la medesima accusa. Ma questi, competente più d’ogni altro perché del Balzac ebbe a scrivere di proposito, nel proclamare il Père Goriot un capo d’opera, nota che venne scritto sous l’obsession directe du Roi Lear de Shakespeare … hors de toute discussion e proclama qu’il durera aussi longtemps que la langue française, et je ne vois pas qu’il ait fait le moindre tort à la tragédie immortelle (op. cit. ib.). Decisamente gli scrittori nostrani hanno preso Balzac come un piastrone da sala di scherma! […].
  p. 123. Mentre Lamartine, relatore della legge alla Camera dei deputati, spende la sua magnifica eloquenza affinchè la proprietà degli autori non soggiaccia ai limiti di tempo e sia perpetua al pari di ogn’altra[8], Onorato Balzac, a braccetto con Carlo Dunoyer, disdegnano la protezione legislativa, temono che danneggi la produzione intellettuale, e svolgono gagliardamente il pensiero che, dando agli autori la sicurezza del possesso, venga alimentata fuori di modo la letteratura leggiera.[9]
  pp. 208-212. Non lasceremo la corrispondenza del Flaubert senza cercarvi ancora qualche insegnamento. […].
  [L’A. considera, a questo punto, il testo della lettera inviata da Flaubert a Louise Colet il 27 dicembre 1852].
  La lettera comincia dal confidare ch’egli è spaventato. Spaventato per due ragioni: la prima perché avendo letto il romanzo del Balzac Louis Lambert vi rinvenne un tipo suo proprio e di certe sue creazioni; la seconda perché «ma mère m’a montré (elle l’a découvert hier) dans le Médecin de campagne de Balzac une même scène de ma Bovary: une visite chez une nourrice. Je n’avais jamais lu ce livre pas plus que Louis Lambert. Ce sont mêmes détails, mêmes effets, même intention, à croire que j’ai copié, si ma page n’était infiniment mieux écrite, sans me vanter».
  Siccome il Flaubert ha pubblicato il suo famoso romanzo Madame Bovary cinque anni dopo la lettera, non è da credere che gli sia mancato il tempo di cangiare quel tanto che bastasse ad allontanare ogni idea di plagio. Ma non deve aver mutato cosa alcuna. Non ha mutato, perché lo scrittore il quale ha la coscienza di avere creato congiunta al convincimento che la propria forma è superiore all’altrui affronta le somiglianze, sfida le apparenze del plagio, ma non rinunzia all’opera sua. Non ha mutato poi per un altro e ben più forte e certo motivo, cioè a dire che fra la visita del Balzac e la visita del Flaubert non sussisteva, né potrai mai sussistere, materia di plagio. Eccone la ragione: la Madame Bovary è una giovane madre che va a vedere il poppante suo primogenito presso la nutrice, accompagnata dal ganzo dell’indomani. In Médecin de campagne è un uffiziale anziano che viaggiando a cavallo va a chiedere un bicchiere di latte ad una allevatrice di trovatelli, la quale li prende in appalto dall’Ospizio un tanto al mese. La nutrice non pensa ad altro che a lamentarsi e a speculare sulla visita, insistendo per avere del sapone, del caffè, dell’acquavite. L’allevatrice sta pettinando uno de’ suoi cinque marmocchi il quale è alquanto tignoso, e riproduce al vivo l’allegro capolavoro del Murillo, che si ammira nell’Alte Pinakothek di Monaco. Dov’è in tutto ciò, domando, qualche termine di confronto? E dove manca la possibilità del confronto, havvi analogia possibile, havvi possibile plagio?
  Chi si desse la cura che ci siamo dati noi di riscontrare contemporaneamente le due visite non troverebbe tampoco una simiglianza nella descrizione delle due case campestri, sebbene le case campestri si rassomigliano un po’ dappertutto, e non debba correre grande divario fra gli abituri del Delfinato raffigurati dal Flaubert e quelli della Normandia descritti dal Balzac. A farlo apposta, mentre in questo la descrizione dei luoghi e delle cose apparisce più particolareggiata, minutissima, nell’altro bastano poche frasi alla sfuggita, chè la descrizione dei luoghi e delle cose avrebbe tolto o scemato il contrasto nascente dalle persone. Soltanto i maiali figurano in ambedue, ma i maiali sono in campagna inevitabili dovunque, e mentre il Balzac li frammette ad ogni incidente, il Flaubert li designa alla larga e di volo: quelque pourceau sur un fumier. Né gl’immondi quadrupedi possono sospettarsi oggetto d’imitazione o di plagio. Né si può credere che per descrivere una casa di campagna un autore che scriveva a penna corrente sia imitato o plagiato da un autore che impiegò dieci anni a fare un romanzo, spendendo un mese talora per riempire quindici pagine, e più spesso una settimana per riempirne due.
  Ora tentiamo di spiegare il fenomeno. Come mai la madre del Flaubert ha trovato una coincidenza fra le due visite? E come mai il Flaubert riconobbe la coincidenza ne’ particolari, negli effetti e persino nella intenzione?
  La buona fede di entrambi, madre e figlio, non va messa in forse. […]. Ella parlò perché aveva soggiaciuto alla illusione, ed egli confermò perché aveva ricevuto la suggestione […]. Tutt’al più è lecito supporre – dopo riletta la lettera all’amica Luigia Collet (sic) – ch’egli, il Flaubert, siasi compiaciuto di terminarla con un anedottino curioso, che siasi voluto dare l’innocente piacere di una piccola superiorità sul Balzac. Tutto ciò, peraltro, se agevola la intelligenza del fatto materiale, non basta a spiegare il fenomeno della rivelata identità.
  La illusione della signora Flaubert si comprende e si spiega mediante le coincidenze fortuite, e le simiglianze solamente casuali congiunte alle inevitabili. Propendo a credere che la materia scoperta non abbia mai raccolto veri punti di contatto quanti bastano a creare le apparenze del plagio […].
  Novella prova è codesta che [Flaubert] non lo [il suo lavoro] mutò e non lo ritoccò, perché le analogie si ridussero ne’ soli, semplici termini di una visita ad un poppante in campagna.

  Laura Gropallo, Giovanni Verga, in Autori italiani d’oggi, Torino-Roma, Casa Editrice Roux e Viarengo, 1903, pp. 273-339.
  p. 275. E sentite, ora, ciò che dice lo Zola nel suo Naturalisme au Théâtre: «Una corrente irresistibile porta la nostra società allo studio del vero; così che bisogna porre, col Balzac, l’osservazione dello scienziato al posto dell’immaginazione del poeta, e bisogna fermarsi allo studio del documento, all’esperienza, comprendendo che per rifare di nuovo occorre riprendere le cose dall’inizio, conoscer l’uomo e la natura e constatare ciò che è».
  Soltanto, è d’uopo osservare che, se nei due scrittori il rispetto per il documento è uguale, ne è disforme, però, l’uso che di questo fanno o vorrebbero fare, sì spesso la materia è sorda all’intenzion dell’arte.


  V.[ictor] Hugo, La morte di Balzac, «La Folla», Milano, Anno III, N. 1, 4 Gennaio 1903, pp. 19-22. 

  Una volta Balzac faceva paura ai direttori di giornali perché lo si credeva immorale. Adesso che anche questa calunnia è del passato e tutti si contendono i suoi romanzi che non costano più nulla, bisogna far conoscere l’uomo. Noi incominciamo dalla fine. È una fine tragica, scritta da un genio, da Victor Hugo.

  Il 18 agosto 1850, mia moglie, che nella giornata era stata a trovare la signora Balzac, mi disse che Balzac moriva. Accorsi.

  Balzac era malato da diciotto mesi di ipertrofia al cuore. Dopo la rivoluzione di febbraio si era recato in Russia e colà aveva preso moglie. Pochi giorni prima della sua partenza, l’avevo incontrato sul boulevard; si lagnava e respirava rumorosamente. Nel maggio 1850, era ritornato in Francia, ammogliato, ricco e morente. All’arrivo aveva già le gambe gonfie. Quattro medici, consultati, ne fecero l’ascoltazione. Uno di essi, il dott. Louis, mi disse il 6 luglio: Non ha sei settimane di vita. Era la stessa malattia di Federico Soulié.

  Il 18 agosto avevo a pranzo mio zio, il generale Luigi Hugo. Appena alzatici da tavola, lo lasciai e, preso un fiacre, mi feci condurre nell’Avenue Fortunée al 5, nel quartiere Beaujon. Balzac dimorava là. Aveva comperato ciò che rimaneva del palazzo del signor de Beaujon, alcuni corpi di fabbricato bassi, sfuggiti per caso alla demolizione; aveva ammobigliato splendidamente quelle rovine e ne aveva fatto una graziosa palazzina con entrata per le vetture nell’Avenue Fortunée e che aveva per giardino un cortile lungo e stretto col lastrico interrotto da aiuole qua e là.

  Suonai il campanello. Era un chiaro di luna velato di nuvole. La via era deserta. Nessuno venne. Suonai una seconda volta. La porta si schiuse. Comparve una domestica con un lume in mano. — Che vuole il signore? mi disse. Piangeva!

  Dissi il mio nome. Mi fece entrare nella sala del pian terreno, nella quale spiccava, su di una mensola di fronte al caminetto, il busto colossale in marmo di Balzac, del David. Una candela ardeva su di un ricco tavolo ovale posto in mezzo al salotto e che aveva per piedi sei statuette dorate di ottimo gusto.

  Venne un’altra donna che piangeva anch’essa e mi disse: — Muore. I medici lo hanno abbandonato da ieri. Ha una piaga alla gamba destra che va in cangrena. I medici non sanno quel che si fanno. Dicevano che l’idropisia del signore era una idropisia cotennosa, un’infiltrazione — è questa la parola —; che la pelle e la carne erano diventate come lardo ed era impossibile fargli la puntura. Ebbene, il mese scorso, coricandosi, il signore ha urtato contro un mobile istoriato, la pelle si è lacerata e tutta l’acqua che aveva in corpo è venuta fuori. I medici hanno detto: Oh, guarda! La cosa li ha meravigliati e dopo quel giorno gli hanno fatto la puntura. Hanno detto: Imitiamo la natura. Ma è sopravvenuto un ascesso alla gamba. Lo ha operato il dottor Roux. Ieri è stato tolto l’apparecchio. La piaga invece di aver suppurato era rossa, secca e infiammata. Allora hanno detto: E’ perduto! e non sono più tornati. Si è andati a cercarne altri quattro o cinque, ma inutilmente. Tutti hanno risposto: Non c’è nulla da fare. La notte è stata pessima. Stamane, alle nove, il signore non parlava più. La signora ha mandato a chiamare un prete. Il prete è venuto e gli ha dato l’estrema unzione. Il signore ha fatto cenno di capire. Un’ora dopo ha stretto la mano alla sorella, signora di Surville. Dalle undici ha il rantolo e non ci vede più. Non passerà la notte. Se il signore vuole, vado a chiamare il signor di Surville, che non è ancora a letto.

  La donna mi lasciò. Attesi qualche minuto. La candela rischiarava appena lo splendido mobiglio del salotto e i magnifici dipinti di Porbus e di Holbein, appesi alle pareti. Il busto di marmo sorgeva vagamente nell'ombra come lo spettro del­l’uomo che stava per morire. L’odore di cadavere riempiva la casa.

  Il signor di Surville entrò e confermò quanto mi aveva detto la domestica.

  Traversammo un corridoio, salimmo uno scalone coperto da un tappeto rosso e ingombro d'oggetti d’arte, vasi, statue, quadri, credenze con smalti, poi un altro corridoio, e scorsi una porta aperta. Udii un rantolo forte e sinistro. Ero nella camera di Balzac.

  In mezzo alla camera era un letto. Un letto d’acajou che aveva alla testa e ai piedi un sistema di traverse e di correggie per sospendere e muovere l’infermo. Balzac era su quel letto, con la testa posata su di un mucchio di guanciali ai quali si erano aggiunti i cuscini di damasco rosso del divano che era nella camera. Aveva il viso violetto, quasi nero, reclinato a destra, la barba non fatta, i capelli grigi e tagliati corti, gli occhi aperti e fissi. Lo vedevo di profilo e rassomigliava all’imperatore.

  Una vecchia, l’infermiera, e un domestico stavano in piedi ai due lati del letto.

  Una candela ardeva dietro il capezzale sopra una tavola, un’altra sul cassettone presso la porta. Un vaso d’argento era posato sul tavolino da notte. L’uomo e la donna tacevano con una specie di terrore nell’udire il morente che rantolava.

  Il lume al capezzale rischiarava vivamente un ritratto di uomo, roseo e sorridente, appeso al caminetto.

  Dal letto esalava un odore insopportabile. Sollevai la coperta e presi la mano di Balzac. Era madida di sudore. La strinsi. Non rispose alla pressione.

  Era la stessa camera nella quale l’avevo visto un mese prima. Era gaio, pieno di speranza. Era sicuro della guarigione, e mostrava la sua enfiagione ridendo. Parlammo a lungo e discutemmo di politica. Egli mi rimproverava la mia demagogia. In quanto a lui era legittimista. Mi diceva: «Come avete potuto rinunziare con tanta serenità al titolo di pari di Francia, il titolo più bello dopo quello di re di Francia?» — Mi diceva inoltre: «Possiedo la casa Beaujon, meno il giardino, ma con la tribuna sulla chiesetta del canto della via. Dalla mia scala una porticina conduce alla chiesa. Un giro di chiave ed eccomi a sentir messa. Tengo più a quella tribuna che non al giardino».

  Quando lo lasciai mi aveva accompagnato sino alla scala, camminando con fatica, e mi aveva mostrato quella porticina, gridando alla moglie: «Sopratutto fa ben vedere a Hugo tutti i miei quadri».

  L’infermiera mi disse: — Morrà sul far del giorno.

  Ridiscesi, portando con me nel pensiero quella figura livida; attraversando il salotto, ritrovai il busto immobile, impassibile, altiero e vagamente raggiante, e paragonai la morte all’immortalità.

  Ritornato a casa, era una domenica, trovai parecchie persone che mi aspettavano, fra le quali Riza-Bey, incaricato d’affari dalla Turchia, Navarrete, il poeta spagnuolo e il conte Arrivabene, proscritto italiano. Dissi loro: Signori, l’Europa sta per perdere un grande ingegno.

  Morì nella notte. Aveva cinquantun anno.

  Lo seppellirono il mercoledì.

  Lo esposero prima nella cappella Beaujon, ed egli passò per quella porta la cui chiave era per lui più preziosa di tutti i giardini-paradiso dell’antico intendente generale.

  Giraud, il giorno stesso della morte, aveva fatto il suo ritratto. Si voleva prenderne la maschera ma non si potè, tanto fu rapida la decomposizione. L'indomani della morte, al mattino, gli operai modellatori trovarono il viso deformato e il naso caduto sulla guancia. Lo misero in una bara di quercia foderata di piombo.

  L’ufficio funebre si fece a Saint-Philippe-du-Roule. Pensai, presso quella bara, che la mia seconda figlia era stata battezzata là, e che non avevo più rivisto quella chiesa da quel giorno. Nei nostri ricordi la morte e la nascita si toccano.

  Il ministro dell’interno, Baroche, intervenne al funerale. Nella chiesa era seduto accanto a me davanti al catafalco e di quando in quando mi rivolgeva la parola. Egli mi disse: Era un’ingegno (sic) distinto. Risposi: Era un genio!

  Il corteo traversò Parigi e si diresse al cimitero del Père-Lachaise passando per i boulevards. Piovigginava quando uscimmo dalla chiesa e quando giungemmo al camposanto. Era uno di quei giorni nei quali pare che il cielo versi qualche lagrima.

  Facemmo il percorso a piedi. Camminavo davanti al feretro reggendo uno dei cordoni d’argento. Alessandro Dumas era dall’altro lato.

  Quando giungemmo alla fossa, che era in alto, sulla collina eravi una folla immensa. La strada era aspra e stretta; i cavalli duravano fatica, nella salita, a trascinare il carro che indietreggiò. Mi trovai preso tra una ruota e una tomba. Poco mancò non venissi schiacciato. Alcuni spettatori che erano su di una tomba mi tirarono per le spalle sino a loro.

  Il feretro venne disceso nella fossa, che era vicina alla sepoltura di Carlo Nodier e di Casimiro Delavigne. Il prete disse l’ultima preghiera ed io pronunciai poche parole. Mentre parlavo il sole declinava. Tutta Parigi mi appariva in lontananza nella splendida bruma del tramonto. Quasi ai miei piedi la terra franava nella fossa ed io ero interrotto dal rumore sordo di quella terra che cadeva sulla bara.

V. Hugo (Choses vues).


  Io per tutti, La vita che si vive, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXVII, N. 171, 22 Giugno 1903, p. 2.

  [Sulle signore nate in giugno].

  Voce d’oro, eloquenza, e, a completamento di seduzione, quegli incomparabili occhi seminati di pagliuzze fosforescenti e ammalianti quali da Balzac vengono attribuiti ad una delle sue eroine.

  Gustavo Karpeles, Storia universale della letteratura di Gustavo Karpeles. Traduzione con note ed aggiunte del Prof. Diego Valbusa. Volume primo, Milano, Società Editrice Libraria, 1903.

Libro Quarto.
I paesi neo-latini.
Il secolo decimo nono, pp. 664-739.
  pp. 704-709. Degno riscontro a Giorgio Sand forma il romanziere, che per le attitudini sue naturali e per l’indirizzo da lui seguìto sta in aperto contrasto con esso, valea (sic) dire Onorato de Balzac (1799-1850). Il Balzac ebbe molto a lottare nella vita, perché, privo di senso pratico, si rovinò in ogni sorta di speculazioni e fu costretto a lavorare come uno schiavo alla galera. In sulle prime egli scrisse drammi e romanzi, che passarono quasi inosservati. Nelle lotte del momento non s’immischiò affatto; ma intanto si veniva maturando in lui un concetto molto più vasto, quello di studiar l’uomo in se stesso e in tutti i rapporti della vita sociale, e frutto di questi studi fu una lunga serie di romanzi, che egli intitolò appunto La comédie humaine. Era la prima volta che un piano simile veniva concepito, ma bisogna pur convenire, che esso fu condotto a compimento in modo veramente maraviglioso. Non a torto il Balzac fu detto il Molière del romanzo: anche per lui la riproduzione dei costumi e dei caratteri sta in prima linea, e con logica inesorabile egli analizza questi caratteri sotto tutti gli aspetti e nei moventi delle loro azioni. Per tal modo egli ci dà tutta la vita dei contemporanei con tutti i loro vizi e le loro virtù, i loro pregi e i loro difetti. Mentre la Sand, dominata dall’idea romantica, insorge contro gli ordini sociali, che le sembrano imperfetti, il Balzac realista si trova a tutto suo agio in questa società e la descrive con olimpica serenità. Il primo lavoro, che gli aperse la via alla celebrità, fu appunto La Physiologie du mariage (1830), il primo della grande serie della «Commedia umana». Anche per lui il matrimonio è il campo di battaglia di due nature opposte; anche per lui esso è una istituzione, che in Francia fin dal tempo dei Trovatori fu sempre oggetto di derisione. Franco, schietto e vivace al pari di Molière, Balzac è l’uomo moderno nel vero senso della parola, ma pessimista. A questo pessimismo lo ha condotto lo spettacolo dell’ordinamento sociale: egli ha lottato a lungo col demone tentatore, ma ha finito col credere e col persuadersi, che non la filosofia e il romanticismo, ma la fame e l’amore reggono il mondo. Il danaro ne’ suoi romanzi ha sempre una parte importante, e sebbene egli e i suoi personaggi dilapidino con molta leggerezza somme immense, esso forma il polo, intorno al quale si svolge tutta la tela de’ suoi racconti. Il suo odio contro l’aristocrazia danarosa è violento, ed egli lo manifesta senza ritegno ogni volta che può. Dell’amore egli ha un concetto affatto diverso da quello, che sino a quel tempo soleva aversi in Francia. Egli non ci mette sott’occhio giovani fanciulle, ma donne già mature fra i trenta e i quarant’anni, quindi in condizione di aver già sperimentato le dolci illusioni del primo amore e le amarezze dei primi disinganni. «La donna in tale età è melanconica e inquieta: è un essere incompreso, che pur fra gli abbandoni si ostina a sperare, e che può ispirare forti passioni originate da un sentimento di compassione». Balzac non è punto idealista; un giorno egli disse alla Sand: «voi cercate l’uomo quale deve essere; io lo prendo quale è. Ma ambedue abbiamo ragione, poiché ambedue le vie conducono alla stessa meta. Io stesso non sono un individuo dello stampo comune ed amo i tipi eccezionali; ma i tipi comuni hanno per me maggior attrattiva, che per voi. Io pure li idealizzo, ma in senso inverso, vale a dire esagerando i loro vizi e i loro delitti». La Sand concentra tutto il suo studio nei caratteri maschili; Balzac fa una analisi minuta della donna, delle sue passioni, del suo cuore con tanta verità, che le donne stesse si compiacevano di vedersi da lui riprodotte così fedelmente ne’ suoi romanzi. Si racconta infatti che durante la sua vita non abbia ricevuto meno di dieci in dodicimila lettere da altrettante sue ammiratrici, che nelle sue eroine riconoscevano sé stesse. La fama di Balzac crebbe assai dopo la sua morte; allora soltanto si riconobbe in lui il banditore di un nuovo concetto della vita nella letteratura e si cominciò ad apprezzare il suo «metodo scientifico», che ai voli della fantasia sostituiva la fredda osservazione e l’analisi.
  Egli stesso definisce questo suo metodo nella prefazione al grande ciclo de’ suoi romanzi: «Se si leggono le aride e noiose compilazioni, alle quali si suol dare il nome di storia, si vede che gli scrittori di tutti i paesi e di tutti i tempi hanno dimenticato di darci la storia dei costumi. Io mi propongo, per quanto le mie forze lo consentano, di colmare questa lacuna. Io voglio redigere l’inventario delle passioni, delle virtù e dei vizi della società, e riunendo insieme un certo numero di caratteri omogenei offrire dei tipi e scrivere con pazienza e perseveranza sulla Francia del secolo 19.° un libro, che sfortunatamente, non ci tramandarono né Roma, né Atene, né Tiro, né Menfi, né la Persia, né l’India». E la maggior lode che si possa tributare a Balzac, è quella di asserire, che egli cercò di tradurre in atto il proprio disegno con la coscienziosità di un narratore bene informato e schiettamente imparziale. S’intende da sé, che la società da lui descritta è quella di Parigi, e nessuno la conosce meglio di lui. Volfango Goethe, dopo aver letto il primo fortunato romanzo di Balzac intitolato La peau de chagrin, con la profonda sua intenzione dichiarò che «quella produzione di un bell’ingegno accennava ad un guasto insanabile della nazione, che si sarebbe fatto più esteso e profondo, se a risanarla non concorrevano i dipartimenti, che finalmente sono in grado di leggere e scrivere». Nella sua vita di lavoro febbrile Balzac scrisse novanta romanzi, che comprendono centoventi volumi, ed oltre a ciò sei drammi, il più notevole dei quali è Mercadet, in cui flagella a sangue i giuocatori di Borsa e gli aggiotatori. – Come nel suo grande ciclo i romanzi, così nei Contes drolatiques egli raccolse le sue novelle, che stanno in un certo contrasto con l’analisi filosofica de’ suoi romanzi. Esse sono umoristiche, maliziose, sensuali, ardite e piccanti. I difetti di forma, che s’incontrano nei romanzi, qui offendono meno; ma in generale lo stile di Balzac è artificioso, incerto e talvolta perfino scorretto. Tuttavia queste mende spariscono di fronte ad altri pregi di gran lunga superiori, quali la profonda conoscenza del cuore umano e il colpo d’occhio sicuro nel tratteggiare le condizioni sociali. Ciò che a lui mancava è stato acutamente notato da un criterio (sic; lege: critico) tedesco, vale a dire «la calma che viene dalla cultura». Ma in compenso egli possedeva l’intuizione del genio, che scopre e che crea.
  Intorno a Balzac si aggrupparono i romanzieri, che si propongono di studiare la vita sociale in tutte le sue manifestazioni e per tal modo tentano di sciogliere il grande problema dell’esistenza. Primo fra tutti gli sta a fianco Enrico Beyle […].
  A p. 705, è presente la riproduzione di un ritratto giovanile di Balzac: Onorato de Balzac. (Da un disegno, 1815 (sic), di K. Cr. Vogel von Vogelstein).
A p. 707, è riprodotto il facsimile di una lettera di Balzac a F. Lemaître scritta il 1° febbraio 1842 (Collez. A. Bouvet, Parigi), la cui trascrizione è presente a p. 706:
Trascrizione del facsimile a pag. 707: Balzac scrive, che a lui importerebbe assai che L. nella commedia Mercadet sostenesse la parte da due anni a lui riserbata, ma non può aspettare più a lungo di due mesi, dopo i quali sarà costretto a disporre diversamente. Poi nel P. S.: Hugo m’a dit ce qui s’est passé à propos de Ruy-Blas, mais si vous êtes engagé pour longtemps à la Porte-Saint-Martin, je comprends que je ne dois pas faire un obstacle à cause du théâtre, et alors je prendrais pour base le traité fait avec Harel pour Vautrin.
  pp. 726-727. Accanto alla commedia fu principalmente il romanzo, che fiorì nella letteratura del secondo impero. Anche ora il compito principale fu la descrizione della vita quotidiana. Ma l’attuale romanzo francese s’appoggia esclusivamente su Balzac, indifferente che i suoi rappresentanti seguano la via del realismo tracciata da questo scrittore in opposizione al romanticismo, o si mettano per quella ancor più ardita del naturalismo.

  Daniela Klitsche de la Grange, La scuola verista e la scuola idealista nel romanzo, «Giornale Arcadico. Rivista quindicinale di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Serie IV, Vol. I, Anno IV, N. 1, Ia Quindicina di Maggio 1903, pp. 270-277.

  pp. 270-271. La Francia era in pieno romanticismo. Giganteggiava an­cora, mirabile conquistatrice, la figura di Hugo, e di fronte a una nazione rinnovata, nascente, il vecchio principio, l’antico mi­sticismo, la sentimentalità della corte dei Luigi, parea dovessero continuarsi nelle concezioni di uomini cui la folla inchinava. Oltre la tomba, Chateaubriand, Lamartine, e Madame de Staël, ripetevano, forse inconsci, la voce di cose distrutte; sorgevano appresso, come ombre fedeli rinate dalla loro gagliardia spenta, Georges (sic) Sand, Feulliet (sic), Dumas figlio, e fra l’una schiera e l'altra, fra due giudizi, il De Musset tentava, debolmente, sviarsi da un sistema universale, ma invano.

  Questo l’ambiente in mezzo a cui pareva soffocata, por così dire, la genesi della scuola verista, iniziatasi, nella gloria del Balzac. Ambiente a cui però i tempi, le aspirazioni, o meglio le tendenze di un secolo positivo per eccellenza, sembrava non potessero accordarsi. […].

  Si apriva così, e d’improvviso, un'ignota via ai giovani ingegni; ma fu cotesta, veramente, un’esplicazione spontanea e voluta da quello spirito analitico che costituisce il presente, e non accetta fatto senza raziocinio, verità senza scetticismo, oppure un artificioso indirizzo, nascostamente, con sottile accorgimento dato da chi volle crearsi apostolo di concetti e dottrine novelle? Fu l'epoca che addimandava nell'arte il Zola verista, positivista, o il Zola che formò d’impulso tutto suo, una nuova epoca nell’arte? ...

  Comunque, sviluppando dalla filosofia la più apparentemente razionale e dalla rivolta iniziata dal Balzac il proprio pensiero, egli fu certo, egli, secondo al Flaubert e ai Goncourt, ma primo capo della sua scuola, come il Daudet gli riconobbe, che riuscì ad affermare le tendenze di una contemporaneità avida di sè stessa, sempre alla ricerca di innovazioni più o meno durature, sempre avversa a tutto ciò che può elevarsi sopra i suoi confini nei regni dell'astratto e non del palpabile, nei domini degli impulsi e non degli istinti.


  Alessandro Lalìa-Paternostro, Giovanni Emanuel, in Studii drammatici (Autori ed attori), Napoli, Melfi & Joele, 1903, pp. 235-260.
  p. 240. […] Giovanni Emanuel, sotto le vesti del vecchio Lear, o negli impeti caldi, pieni di passione di Alcibiade, o attraverso l’affarismo fatto persona di Mercadet, restava sempre uomo, senza esagerazioni, in un equilibrio ed in una intonazione che davano alle platee le più grandi ed irresistibili commozioni.

  Lector, Marginalia. Cantonate celebri, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XIII, Vol. XXIII, N. 8, 1° febbraio 1903, pp. 189-190.
  p. 190. Balzac, poi, ha inventato l’azalea rampicante.

  Cesare Lombroso, Guglielmo Ferrero, La Donna delinquente. La prostituta e la donna normale. Con 8 tavole e 18 figure nel testo. Nuova Edizione economica, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1903.
  Cfr. 1893.

  F.[rancesco] Mantella-Profumi, Nell’intermezzo, in H. de Balzac, Eugenia Grandet … cit., pp. 189-191.
  Non soltanto per ragioni tipografiche – ad «Eugenia Grandet» facciamo seguira (sic) questa «Donna di trent’anni» che, per quanto non abbia l’ampia varietà de la prima – pure chiude in sé tanta profondità d’analisi, tale squisitezza d’osservazione, tanta maestria di forma e nobiltà di pensiero da avvincere, commuovere, imprimersi nella nostra mente – stavo per dire nel nostro cuore – come creatura veramente amata, forse sognata.
  Tanta grandiosità, tanta potenza, tanta drammaticità non è nuova – per chi ne ha la conoscenza – nelle opere di Onorato de Balzac: ma di lui forse si conosce assai poco dal pubblico d’Italia; tutti ne parlano, pochissimi leggono: questo che ho detto per il «Goriot», nella prefazione[10], valga anche per Grandet, per la signora Vieumesnil … [ossia, la marquise d’Aiglemont].
***
  Anche una ragione – credo valida – mi consigliò di unire alla soave figura di Eugenia Grandet, la passionale donna di trent’anni.
  La prima è un quadro meraviglioso della vita di provincia, in cui non si tratta del solito farmacista, dello stantio pievano – dell’inutile dottore col soprabito abbottonato e il bastone col pomo d’argento. Viceversa gli eroi – chiamiamoli pure eroi – hanno l’originalità fiera … delle cose vere e viste e conosciute. Se non che, dove le anime e i cervelli comuni vedono senza osservare, l’artista grande, glorioso, sublime, osserva, analizza, descrive con la forza di un gigante. E chi legge resta sorpreso della vera descrizione d’anime e di cose.
  Dopo letta Eugenia Grandet – la malinconica fanciulla cui la ironia del destino fu larga di oro, prodiga di beni materiali ma avara d’un raggio d’amore (a lei che amava e sapeva amare tanto – tanto!) – dopo letta Eugenia Grandet chi può dimenticare lo sguardo moribondo di Felice Grandet, attratto dai luigi che pietosamente la figlia gli faceva luccicare davanti? – Chi può dimenticare la santa, la nobile, la bella figura della madre di Eugenia cui la dolcezza dell’anima conferiva una luminosità al suo corpo fragile – come il sole conferisce il color del suo oro alle foglie d’autunno?
  E che dire d’Eugenia? Ah, sentite, Eugenia Grandet dice pur qualcosa nel mondo, con la sua malinconia, con quel velo purissimo e sentimentale che la cinge e la rende più nobile e più bella, con i suoi dolori e le sue speranze – queste naufragate nel turbinio della vita parigina, quelli sopportati con la rassegnazione, con la dolcezza di una martire che non sa far male – lei che ha ricevuto tanto male!
  Non parlo delle figure secondarie. Dico secondarie, per modo di dire, perché nessun artista mai ha dato vita a l’ambiente, come O. de Balzac – il grande animatore che fa camminare per le cinque parti della Terra, tutta una schiera di creatura (sic) dell’arte.
  Io non potrei – né credo si possa dire qui tutta la grandezza di lui – e la sublime poesia di Eugenia Grandet, in particolar modo.
  Voi, lettori – auguro che per il vostro bene siate numerosi – l’avete già letto, non è vero? Certo non avete letto questa dedica che premette l’A. ad Eugenia Grandet. Sentitela, vi rivelerà quello che è il libro:
A Maria
  Il vostro nome – che è il vostro ritratto ed è il più bello ornamento di questo libro – sia qui come il ramo di bosso benedetto, preso non si sa a quale albero, ma santificato dalla religione e rinnovellato, sempre verde da mani pietose, per proteggere la Casa.
***
  Eh ho scelto la donna di trent’anni per farla seguire ad Eugenia Grandet, perché come questa è un quadro maraviglioso della vita di provincia, l’altra è un episodio (mi si passi la parola) della vita intima: In maniera che Balzac, con questi due lavori, si presenta – a chi ha la grave sventura di non conoscerlo, o di conoscerlo poco, – sotto il duplice aspetto di pittore e poeta delle anime e delle cose.
  Ma leggete – è il meglio modo di darvi un’ora di godimento intellettuale. A lettura finita – vi sentirete migliori, sentirete che l’anima vostra ha ricevuto un beneficio.
  In quanto all’opera mia, nulla dico; i competenti conoscono le difficoltà che s’incontrano … E sarebbe vano spiegare tali difficoltà ai non competenti.
  Giudichi chi può.


  Ernesto Masi, Donne di storia e di romanzo, Bologna, Ditta Nicola Zanichelli, 1903.

 

Mariannina e Romanella, pp. 205-218.

 

  pp. 206-207. Lo studio dei caratteri umani, l’analisi psicologica sono bensì le parti, che contraddistinguono i veri scrittori comici, i grandi romanzieri, e, per non parlare che del romanzo, son desse appunto quelle a cui si debbono i migliori romanzi, cosidetti psicologici, degli Inglesi e, fra i Francesi, i romanzi, per esempio, del Balzac.

  Ma chi ha mai pensato a trattar di fisiologi e sperimentalisti (se non forse per traslato rettorico) il Dickens, lo Thackeray, la Eliott, il Balzac?


  F.[rancesco] Montella (sic?)-Profumi, O. de Balzac e i suoi traduttori, in Onorato de Balzac, Papà Goriot (scene della vita parigina)… cit., pp. 3-6.
  Di traduttori il Balzac non ne ha avuti molti; ma la scarsa falange che ha addentato la Commedia Umana, ha fatto il possibile per riaffermare il famoso traduttori-traditori. Ciò è avvenuto perché il pubblico d’Italia, almeno qualche tempo fa, prediligeva la letteratura di scarto, discesa dalle Alpi. E la colpa, in questo, era degli editori e traduttori che, d’accordo, se non d’amore, propinavano romanzi discretamente sanguinosi. D’altra parte il pubblico da quelle letture prendeva gusto e non voleva saperne d’altre. E qui la colpa era del pubblico.
  Ma da qualche tempo si sente il bisogno di conoscere altre vie, altri orizzonti, altro tepor di sole, altre opere e uomini.
  Si conosce Zola, Maupassant, Daudet, Flaubert … e forse si conosce assai meno di questi Onorato de Balzac. Mi correggo: – Tutti hanno sulle labbra il nome di quel gigante della letteratura moderna; pochi anni letto con cura e completamente le sue opere: la conoscenza della lingua francese, anche, non è patrimonio di tutti …
  Oggi ecco che un editore napoletano intraprende la traduzione di parecchi libri tolti dalla Commedia Umana e il pubblico ci si appassiona e legge e medita e pensa: – così fresco, potente, suggestivo e scritto tanti anni fa! …
***
  Questa traduzione di Papà Goriot fu compiuta da Pasquale Marzano, il quale …
  Un momento.
  Teofilo Gautier giura: – I lettori saltano scrupolosamente le prefazioni! – Ebbene, se queste mie poche pagine (come è facile) saranno saltate a piè pari, io resterò contentissimo: lecitamente; poi, perché faranno da se stessi … la prefazione a P. Marzano – quod est in votis –.
  Or io fabbricando su questo ipotetico ragionamento tutte le mie speranze, non mi perderò in confronti glottologici e lessicali – parole difficili, queste, che farebbero far dietro fronte ai lettori più pazienti.
  Solamente ho bisogno di dire pubblicamente che chi traduce ha spesso le cure più forti e affettuose per la buona riuscita dell’opera. Quante ore passate insieme, con un libro del Balzac! … E dalle pagine che si avvicendavano calorose, un po’ confuse, appassionate, noi vedevamo, nella solinga cameretta (vicino alle stelle nonché alla luna) sorgere la superba figura del Balzac. La sua testa leonina, immensa, la fronte luminosa, le pupille dilatate, ampie, come se chiudessero un mondo in un abisso … noi vedevamo o ci pareva vedere …
  E bene, l’avevamo vista davvero, poiché lo scultore Rodin di Parigi ha fermato nel marmo le vere sembianze dell’autore della Commedia Umana. – Ma noi solitari interpreti della grande opera, eravamo accesi del più puro entusiasmo e ci compiacevamo rievocare l’Artista sommo nelle sue notti di lavoro, nelle sue lotte di dolore.
  Un angolo qualunque di tavolo bastava a lui, e nella febbre del lavoro, fondeva tutte le sue maravigliose osservazioni, premeva i segni intorno alle sue figure, in modo da far venir su tipi immortali.
  … La contessa di Vandenesse (Une Fille d’Ève), Mademoiselle Rogron (Pierrette), l’indimenticabile Eugenia Grandet, l’agonia di Enrichetta di Mortsauf (Le Lys dans la vallée); ancora: Rastignac, Goriot … etc. etc.
  Poi Egli rileggendo le pagine più drammaticamente scritte nella notte, piangeva di commozione: – quanta parte dell’anima sua hanno i suoi eroi – e del suo sangue, anche! …
***
  Del suo sangue perché la sua vita fu dolore. Di questo dolore non se ne fece un’insegna letteraria, nè predicò … il dolore universale sol perché egli sofferiva. No. La sua anima di genio e di fanciullo, concentrava in un angolo tutte le avversità, mentre il cervello martellava forme e osservazioni allargate e penetrate in tutto l’abisso dell’anima umana, singolare e collettiva. Egli aveva attraversato il lastrico di Parigi con le scarpe sdrucite, aveva sofferto la fame, aveva sofferto il più grande dolore; – non esser compreso dai genitori anzi esserne sconfortato! …
  Ah, quante volte nella sua soffitta di via Tournon o ai Jardies, avrebbe dovuto chinar la testa vinto!
  Ma i suoi tendini si rinvigorivano, il suo cervello si riscaldava, si accendeva ancor di più, la sua anima mirava la meta luminosa più intensamente, mentre che i creditori con perfida insistenza picchiavano al suo uscio!
  Il debito fu il chiodo della vita di Balzac.
  Nel suo tempo Victor Hugo regnava e il pubblico giurava che oltre lui e la sua scuola non potesse esistere … grazia di Dio. Balzac gittò in faccia ai suoi non leali e cortesi nemici cento volumi, tra i quali una quarantina, forse, sono dei veri capolavori.
  Un sol cervello ha creato la Commedia Umana!
  È mai possibile? Una sola mano ha tirato tra il fango della via, nella verità delle case, ha analizzato, descritto concretizzato ciò che gli altri avevano confinato in un mondo di sogni e di spettacolose visioni: – l’Anima umana! – È mai possibile?
***
  Aveva dunque ragione Rodin!
  A noi tale apparve il Grande apostolo della verità nell’arte. E pensammo spesso che tradurlo, vuol dire comprenderlo. Quindi tradurre (o comprendere) Balzac non è la più spiccia cosa di questo mondo.
  Il N. traduttore P. Marzano si accinse, lottò, piegò il suo ingegno a tutte le sfumature dell’originale, tese l’ala a le altezza inarrivabili di drammatici avvenimenti umani fusi nell’opera, vestì di forma italiana quel che dal suo lavoro balzò.
  Ed ora ecco un primo volume: Papà Goriot. Non è la prima volta che viene avanti tradotto, questo capolavoro. Pure credo che i traduttori di Balzac, meno qualcuno, hanno sempre fatto un affare con l’editore.
  Questa volta … Ma non servono le parole, leggete …
***
  Verranno, dopo questo, altri volumi del Balzac, quindi arrivederci.

  Mario Morasso, L’Imperialismo artistico, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1903 («Piccola Biblioteca di Scienze moderne», 51).
  [p. 55]. Muta quindi ancora la concezione [propria del romanticismo] e l’arte, sensibile indicatore della idealità estetica, diventa realistica in quel senso superficiale esteriore più volte descritto. Da Balzac, che sta a cavallo della trasformazione, che con La recherche de l’absolu e Séraphîta porge un fulgido capolavoro dell’arte intermedia e con Les paysans e Les célibataires apre la via al realismo, si arriva alla Madame Bovary del Flaubert, a La fille Elisa del Goncourt, ai Rougon dello Zola, notando che in ognuno di questi artisti resta o si inizia un elemento romantico o simbolico non per intero soffocato dal realismo. […].
  [p. 177]. Insomma come filogeneticamente (se è lecito l’usar questa parola) da Balzac per esempio a Barrès, il romanzo, nella sua forma più elevata, viene da discussione filosofica assumendo un preciso carattere di trattazione politica, così ontogeneticamente in ciascun romanziere dalla prime opere svolgentisi su concetti filosofici generali si arriva a quelle odierne sopra un rigido schema politico. […].
  [pp. 259-261]. Il Rodin ci mostra l’eroe del nostro tempo […]. Così il Victor Hugo, nel quale il Rodin ha significato l’eroe poeta dell’umanità in cospetto dell’infinito […].
  Così il Balzac, l’eroe scrutatore di anime, quello che ha in sé un mondo da creare e da animare. La linea generale della statua, rievoca la duplice visione di qualche cosa che si gonfia e germina per una interna spinta e donde all’aprirsi balzerà fuori, come una intatta Minerva dal cervello del Dio, una creazione completa, e della rupe secolare puntello del mondo, monumento primo dell’eroe. Tale linea di una genialità insuperabile, era tanto nuova o tanto eterna, così profondamente significativa che non poteva essere intesa dai più, e meno ancora dalle celebrità ufficiali, irretite nei vecchi modelli accademici; essa mostrava una relazione assolutamente nuova o addirittura primeva fra il colosso del genio umano e il colosso granitico della natura, e tanto era il suo valore da accendere nel pubblico o l’ira o il fanatismo per l’autore.
  Quell’ampia veste fluttuante che senza linea definita si ricongiunge con la terra e ne pare una emanazione diretta e dalla quale solo emerge la testa – è dal pensiero che verrà la creazione – noi la troviamo simultaneamente concepita per un’altra figura eroica, il Cristo, da Leonardo Bistolfi, pure genialmente appropriata a significare il mistero sopraggiungente del Messia, ed altrettanto incompresa e sdegnata.
  La testa del Balzac è veramente costruita per contenere il pensiero di una intera società e di un periodo storico; l’espressione generale caratterizzata dalla violenta piega dei capelli è quella dell’aquila, gli occhi smisuratamente aperti e fissi non si dovranno chiudere mai dinanzi ad alcun secreto delle anime, e la bocca rilevante sovrapposta al viso sembra un organo appositamente formato perché la voce dell’annunziatore arrivi a tutti gli uomini.
  L’eroe scolpito dal Rodin esorbita dalla sua personalità, e la sua genialità speciale è portata ad una grandezza universale.
  Il Rodin ci mostra poi l’eroe individuale della propria passione, poiché in ogni passione egli intravede l’eccesso supremo a cui l’anima più incitata potrebbe giungere, la conseguenza ultima o il primo fulmineo slancio, e così lo raffigura con frenesia, quasi che egli avesse ingenita la scienza degli impeti originali, dell’attimo trionfale, delle opulente decadenze.

  Neera [Anna Radius Zuccari], Una passione: romanzo, Milano, Fratelli Treves Editori, 1903.
  Cfr. 1902.

  Nix., Fischi ed applausi. La bestia da lavoro, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno VII, Numero 2323, 27 Maggio 1903, p. 1.

  Le case dei poveri sono le case della morte. Certe stanze sono delle vere casse funebri, e Balzac aveva ragione quando chiamava le strade dei quartieri poveri, nelle grandi città, le strade assassine.


  Ugo Ojetti, Uomini d’arte. Ricordi di Maupassant, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXVII, N. 99, 9 Aprile 1903, pp. 1-2.
  p. 1. La sua prosa è un sottile cristallo sulla realtà; quella degli altri, da Balzac a Zola, dai Goncourt a Daudet, è una lente che deforma e trascolora, poco o molto.

  Gian Battista Prunaj, Un nuovo libro di Barbey d’Aurevilly, «Il Marzocco», Firenze, Anno VIII, N. 20, 17 Maggio 1903, p. 2.
  [Le roman contemporain] va così a far parte di quella grande e complessa opera Les Oeuvres et les Hommes, nella quale Barbey D’Aurevilly intendeva far per la critica quel che aveva fatto per la vita e per il movimento passionale Onorato di Balzac, con la Comédie humaine.

  Fanny Sanseverino Vimercati, Lettera a Clara ed a Andrea Maffei, da Parigi a Milano il 16 febbraio 1837, in Raffaello Barbiera, Il Salotto della Contessa Maffei, Milano, Baldini, Castoldi e C., 1903 (7a ed.), p. 35.[11]
Parigi, 16 febbraio
Rue St. Honoré, 333
  De Balzac, con Teofilo Gautier, suo amico, viene a Milano. Io lo raccomando alla mia gentilissima Chiarina e all’illustre Maffei. Il celebre letterato francese conosca così le grazie e ammiri l’ingegno italiano. Egli troverà, ne sono certa, nella vostra casa, le cortesi accoglienze a cui ha diritto, ed io soddisfo, facendovi conoscere a lui, un orgoglio d’amicizia e di patria …

  Scipio Sighele, Fisiologia del successo, in L’Intelligenza della folla, Torino, Fratelli Bocca, Editori, 1903, pp. 59-68.[12]
  pp. 63-64. Cfr. 1902.

  R. Steiner, Letteratura (trad. di G. Muoni), in Hans Kraemer, Il Secolo XIX descritto ed illustrato. Storia delle vicende politiche e della coltura compilata da Hans Kraemer col concorso di eminenti collaboratori. Prima traduzione italiana autorizzata con numerose illustrazioni ed aggiunte originali. Volume Secondo. 1841-1870, Milano, Società Editrice Libraria, 1903, pp. 377-430; ill.
  A p. 410, è riprodotto il “facsimile di una lettera di Honoré de Balzac al tragico Federico Lemaître, datata da Parigi, 1.° febbraio 1842 (Raccolta Bovet di Parigi)”.
  A p. 411, è presente un ritratto di Balzac, da un disegno di A. Chr. Bogel von Bogelstein (1815).
  pp. 416-417. Dei pochi contemporanei che avevan compresa ed approvata la mente di Enrico Beyle è Honoré de Balzac (1799-1850), scrittore di eccezionale fecondità, pittore meraviglioso e fedele della realtà nei suoi minimi dettagli. Profondo conoscitore della vita sociale, si era prefisso di descriverla da tutti i lati, colla precisione di un matematico, colla calma di un naturalista: le sue opere riunite dovevano formare la grande «Comédie humaine», rispecchiante i costumi e il pensiero del tempo. Non fu uno psicologo come lo Stendhal, ma ci rappresentò in quadri mirabili le forti passioni, l’avarizia, la lussuria, la gelosia: andò in traccia dell’umano egoismo scovandolo nei più reconditi nascondigli. Egli dovette lottare a lungo colle più tristi necessità e fu quindi costretto a porre l’ingegno al servizio del bisogno giornaliero. Alcuni dei suoi romanzi, come riconobbe egli stesso, tradiscono questo stato di cose. Ma il Balzac ci ha descritto alla perfezione le anime mediocri o volgari, i costumi borghesi o popolari, le cose materiali e sensibili: veri gioielli insuperati contengono le «Scénes (sic) de la vie de province» – (Le Lys dans la vallée – E. Grandet – Illusions perdues), le «Scénes de la vie parisienne» (César Birotteau). Delle «Scénes de la vie de campagne» merita particolare menzione «Le curé de village», mentre i tipi dei «Paysans» estranei alla società in cui egli viveva, sono spesso falsi e convenzionali.
  Affine al Balzac per ciò che riflette la concezione fredda, scientifica delle cose è Prospero Mérimée […].

  G. Stiavelli, Le stranezze degli uomini d’ingegno, «La Rassegna Internazionale. Pubblicazione mensile», Roma, Anno IV, Vol. XII, Fasc. I, 15 Gennaio 1903, pp. 49-65.
  p. 50. Invece, il Voltaire e il Balzac – tra i moderni – la chiedevano [l’ispirazione] al caffè, e il Goethe e il Mozart al punch. […]
  p. 56. Il Balzac pretendeva di discendere dalla grande famiglia dei Balzac d’Entraques (sic), i quali avevano sangue reale nelle vene. Questa sua pretensione venne combattuta con tale acerbità che, alla fine, il grand’uomo perse la pazienza ed esclamò: – Ah! voi sostenete che io non discendo dai Balzac d’Entraques? Ebbene, tanto peggio per loro! –


  Clarice Tartufari, Un’opinione di Balzac: scene comiche, Milano, Società editrice autori drammatici, 1903.
  Scene in un atto con rappresentazione al Teatro Ristori di Roma nel luglio 1903.
  Il testo è presente nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, ma, con nostro profondo rammarico, ci è rimasto inaccessibile.

  Octave Uzanne, L’evoluzione della letteratura francese contemporanea (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XIII, Vol. XXIII, N. 45, 18 ottobre 1903, pp. 1061-1063.
  (1) Da un articolo di Octave Uzanne, The Fortnightly Review, ottobre.
  p. 1061. Il pensiero espresso in bello stile ha tanta potenza in Francia che, per parlare soltanto del secolo decimo nono, le grandi figure di Beniamin (sic) Constant, Stendhal, Chateaubriand, Lamartine, Hugo, dei due Dumas, Balzac, Alfred de Musset, George Sand, Flaubert, Daudet, Zola, torreggiano perfino al disopra dei grandi guerrieri legislatori di quel secolo.

  Ugo Valcarenghi, Sulla Breccia dell’Arte. Note critiche e polemiche (1881-1900), Torino, S. Lattes & C., Librai-Editori, 1903.

Parte Prima (1881-1890).
II.
  p. 24. Invano lo Zola, con una assiduità portentosa e meravigliosa, cui faceva eco in Italia la critica ossequiente di Felice Cameroni e di Giuseppe Depanis, tentava di dare la nota tonica, degenerando spesso in escandescenze ultraveriste e architettando colossi sul naturalismo semplice e piano e filosofico di Gustavo Flaubert e di Onorato di Balzac; […]. […]

Parte Seconda (1891-1892).
IX.
  [Intervento alquanto polemico a proposito di un articolo sullo stile del Carducci pubblicato nel «Corriere della Sera», a firma d. o., del 24 novembre 1891].
  p. 175. Non sono passate davanti al critico, mentre scriveva quelle parole, non hanno tentato di acciuffarlo pei capelli, le ombre di Emilio Praga, di Iginio Tarchetti, di Cesare Tronconi, di Tranquillo Cremona, di Teobaldo Cicconi, di Gustavo Flaubert, di Onorato de Balzac? Non s’è visto passare dinnanzi tutta quella schiera di precursori, di veri riformatori, dei quali ancora ci giunge, non affievolita, l’eco del doloroso affannarsi in traccia di una forma rispondente al getto vigoroso dell’idea dominatrice? […]

Parte Terza (1893-1898)
VIII.
  p. 256. Orazio, Dante, Shakespare (sic), Goete (sic), Marlowe, Lenau, Foscolo, Heine, Balzac, Flaubert, Poe, Manzoni, Emilio Praga, Rovani, Tarchetti, hanno dato collane di opere sulle quali un affannoso ricercatore di documenti potrebbe ritessere la istoria di vicissitudini psicologiche, ripercosse e sintetizzate nell’opera d’Arte, e veder rispecchiate come in un caleidoscopio le diverse fasi della esistenza di quegli scrittori.


  Vice-Parsifal, Uomini e Cose. Piccola posta, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XVII, Num. 212, 2 Agosto 1903, p. 1.

 

  Un lettore — In Balzac troverete tutte le personificazioni tipiche, definitivo, immutabili delle tendenze umane. Rastignac è «l’arrivista», Rubemprè il traviato, Crevel il mercante rifatto, Vautrin la perfetta canaglia, Evaudet (sic) l’avaro, Gaudissart il commesso viaggiatore, Gobseck l’usurajo, Mercadet l’affarista ... Vi assicuro che questi personaggi non sono meno giganteschi degli omerici, pur essendo alquanto più interessanti per un uomo moderno!

 

  Vice-Parsifal, Uomini e Cose. Piccola posta, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XVII, Num. 251, 10 Settembre 1903, p. 1.

 

  T. R. Leggete quel capolavoro che è l’Histoire des Treize, di Balzac.

 

  Vice-Parsifal, Uomini e Cose. Piccola posta, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XVII, Num. 252, 11 Settembre 1903, p. 1.

 

  Giulio N. — Vautrin di Balzac è stato tradotto in italiano, ma — che io mi sappia – mai rappresentato.


  Luigi Antonio Villari, I tempi, la vita, i costumi, gli amici, le prose e poesie scelte di Francesco Saverio Arabia (Studio sulla Napoli letteraria dal 1820 al 1860), Firenze, Successori Le Monnier, 1903.
Ricordi di F. S. Arabia e dei suoi tempi, pp. 18-213.
  p. 165. Guai a pronunziare con taluni la parola verismo, e qui la coerenza è più facile a rinvenire, perché si ammanta di pudicizia; ma a conti fatti, se li trovi in un momento favorevole, ti concedono, com’è seguito a me, che, dopotutto, si può trovare del buono anche ne’ naturalisti e realisti, e che Zola, nato da Balzac, non è da prendere affatto a gabbo. […]
  pp. 173-174. Shakespeare e Racine, Rembrandt e Correggio, Inglers (sic) e Delacroix, Rossini e Wagner, Hugo e Lamartine, Balzac e la Sand, Manzoni e Leopardi […], Sterne e Zola, Flaubert e Tolstoi, Carducci e Mallarmé […] possono destare eguale entusiasmo pur essendo agli antipodi, poiché l’arte vera non incarna lo spirito di un dato periodo, […] ma […] emana dalla coscienza stessa del creato e dell’uomo ed è rivelatrice dell’anima e della vita universa. […].

Pensieri sparsi, pp. 734-778.
  [Sull’esagerazione panteistica dell’arte].
  p. 756, nota (1). […] il carissimo Alberto Cantoni, in un suo saporito scritto Le Cose, [cfr. 1902] ha fatto notare che […] Saint-Beuve (sic) udì parlare i mobili di casa e fremere le tappezzerie nei romanzi Balzac.
 



   [1] Traduzione segnalata da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 494.
   [2] A riprova di quanto affermato, basti osservare che, nella versione del Mantella-Profumi, figurano ancora i nomi della marchesa Vitagliano e della marchesa di Vieumesnil che, nell’edizione Werdet, Balzac muterà rispettivamente in Mme Firmiani e nella marquise d’Aiglemont.
   [3] Cfr. B. Gagnebin et R. Guise, Histoire du texte, in H. de Balzac, La Femme de trente ans, Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, 1976, t. II, pp. 1584 e segg. Il capitolo: À trente ans è presente alle pp. 1121-1142 della suddetta edizione.
   [4] Cfr. Rose Fortassier, “Le Père Goriot”. Histoire du texte. Notes et variantes, in H. de Balzac, Le Père Goriot. Introduction de R. Fortassier, Paris, Gallimard, Nouvelle Pléiade, 1976, t. III, pp. 1209-1216 ; pp. 1216 e sgg.
   [5] Citazione tratta da La Cousine Bette.
   [6] Cfr. Vittorio Pica, D’Annunziana, «Il Capitan cortese», N. 39, 2 Febbraio 1896.
   [7] Cfr. Enrico Panzacchi, D’Annunziana. La nostra inchiesta, «Il Capitan cortese», N. 44, 8 Marzo 1896.
   [8] Il Giurati si riferisce al discorso «sur la propriété littéraire et artistique» pronunciato da Lamartine alla Chambre des Députés il 13 marzo 1841.
  [9] Cfr. Balzac, Notes remises à MM. les députés composant la commission de la loi sur la propriété littéraire (1841) e il « Code de la Propriété littéraire » (1840).
   [10] Cfr. scheda precedente.
   [11] Ora anche in R. de Cesare, La prima fortuna di Balzac … cit., vol. I, pp. 308-309.
   [12] «Questo capitolo venne pubblicato nella Revue des Revues, vol. XI, Vme année, N. 19, 1er octobre 1894». (N.d.A.)


Marco Stupazzoni

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