mercoledì 1 aprile 2015

 


1900

 

Traduzioni.


  Onorato Balzac, Papà Goriot, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno IV, Numeri 1353-1461; 18 Settembre-21 Dicembre 1900, p. 4. [segue nel Gennaio 1901].


  La traduzione si fonda sul testo dell’edizione originale del romanzo pubblicato da Furne nel 1843. Questa versione italiana (anonima) del Père Goriot sarà pubblicata, in volume, dall’editore Sonzogno di Milano nel 1902 a cui rimandiamo il lettore per una analisi più dettagliata del testo.






Studî e riferimenti critici.



  Marginalia, «Il Marzocco», Firenze, Anno V, N. 5, 4 Febbraio 1900, p. 4.
  Vincenzo Morello (Rastignac) ha parlato al Filologico di Napoli del «Mondo criminale di Balzac». La conferenza magnifica ha destato il più schietto entusiasmo nell’uditorio. Non è esclusa la possibilità che sia ripetuta a Firenze.


  Notizie Artistiche. Una conferenza sul “Romanzo nel Secolo XIX”, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXV, Num. 40, 9-10 Febbraio 1900, p. 3.

  Un affollatissimo e scelto uditorio accorse oggi nel salone del Collegio Romano per ascoltare la conferenza dell’on. Oliva sul «Romanzo nel secolo XIX». […].

  Dimostrò come il romanzo sia la perfetta, pre­cisa descrizione dello stato sociale, della condi­zione psicologica del secolo. Affermando come si trasformano o si degradano i tipi eterni del­l'arte nel romanzo moderno, l’oratore chiarì la differenza fondamentale fra l’antica e la nuova letteratura. Sintetizzando il romanzo di Balzac, prima, quello di Zola poi, disse che, nel primo, si dimostra l’avvento della borghesia, nel secondo quello della plebe.


  Cronaca. Conferenze, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXII, N. 8, 25 Febbraio 1900, p. 4.

  Domenica scorsa fu giornata memorabile per il numero di conferenze tenute in Italia. A Napoli Rastignac; a Milano Sabatier, a Venezia Mascagni, senza contare i minori.
  Vincenzo Morello parlò del Mondo criminale di Balzac, davanti ad uno scelto uditorio di signore, letterati, artisti, scienziati, ed è a sperare che potremo veder presto stampata la lettura del nostro collega, poichè è un lavoro profondo, forse il migliore che sul Balzac sia finora stato scritto. Il Morello fu efficace, caldo, incisivo nella descrizione degli ambienti, nella pittura dei caratteri e dei tipi balzacchiani, nei raffronti, nella penetrazione del mondo infinito concentrato nella mente vastissima che concepì la Commedia umana. Le approvazioni e gli applausi che interruppero più volte la lettura, e la calorosa ovazione che ne coronò la fine, dimostrarono il grande diletto ch’essa produsse nello spirito pubblico radunato nell’ampia sala del Circolo filologico di Napoli.
  È probabile che la conferenza di Vincenzo Morello sia ripetuta prossimamente a Firenze dove sarebbe attesa con molta brama.

  Rassegna settimanale della stampa. Un bibliofilo straordinario, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno X, Vol. XIX, N. 14, 18 marzo 1900, p. 335.
  Nel reparto libri, il Lovenjoul ha raccolto, oltre a trentamila volumi di opere letterarie, una quantità di prime edizioni rare, di edizioni di lusso de’ suoi autori favoriti, tutte le edizioni possibili di Balzac, di Gautier, di George Sand, di Sainte-Beuve, di Victor Hugo, di Alfredo de Musset, ecc.

  I Libri del mese. Romanzi. “Profumo” di L. Capuana (pag. 292). (Torino, Roux), «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXVII, N. 17, 29 Aprile 1900, p. 311.
  È la quarta edizione del romanzo più fortunato del coscienzioso scrittore siciliano, uno de’ primi che, in Italia, seguissero il naturalismo di Zola, o, meglio, di Flaubert e di Balzac.

  Cronaca e fatti vari. Teatro Fenice. “Come le foglie”, commedia in 4 atti di Giuseppe Giacosa, «Il Piccolo», Trieste, Anno XIX, N. 6689, 3 Maggio 1900, p. 2.

  E via, nel corso della commedia, come l’azione procede, come Tommy parla, ragiona, si agita, noi ammiriamo la verità non che è ripro­dotto sulla scena, tanto che ci sembra di averlo incontrato nella vita, di averlo ve­duto il dì innanzi sulla via, di aver scam­biato con lui un saluto, poiché com’egli stesso si esprime – i Tommy possono perfino godere la stima della gente onesta. Su questa figura il Giacosa ha concentrato, a noi sembra, la massima sua attenzione d’arti­sta, e ne fece un tipo degno di Balzac.


  Append. del Corriere delle Puglie (5). “La Fata delle Murge” (dal manoscritto inedito di un ufficiale napoletano), «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XIV, Num. 124, 6 Maggio 1900, p. 2. 

  Niuno meglio di Balzac poteva fotografare in poche righe quel periodo di follie e di grandezze, di pervertimenti e di gloria, che rinnovava accanto alle imprese di Cesare le turpitudini di Taide, e in mezzo al quale la figura di Napoleone giganteggiava come una deità sopra un trono d’oro.

  Giammai l’aristocrazia francese fu ricca e brillanto come allora — scrisse Balzac. — I diamanti sparsi a profusione nelle acconciature, i ricami d’oro e d’argento delle uniformi, fecero tale contrasto coll’indigenza repubblicana che sembrava vedere le ricchezze del globo affluire nei saloni di Parigi.


  I Libri del mese. Letteratura e storia. “I proverbi del Bandello”, di M. Mandalari (pag. 224). (Catania, Giannotta), «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXVII, N. 21, 27 Maggio 1900, p. 379.
  Il prof. Mandalari spigola dalle novelle del Bandello una quantità di proverbi, che erano stati raccolti da quel novelliere tortonese cinquecentista, frate domenicano mondano e licenzioso più del bisogno. Il maestro di Lucrezia Gonzaga di Mantova era una spugna eccellente di aneddoti, di motti; ed altresì un acuto osservatore, specialmente nelle cose d’amore e di matrimonio, tanto che, leggendolo, pensiamo a Balzac.

  A Piè del ponte. La conferenza di Morello, «Il Ponte di Pisa. Giornale politico amministrativo della Città e Provincia», Pisa, Anno VIII, Num. 21, 27 Maggio 1900, p. 3.
  Dinanzi ad un pubblico veramente hors ligne l’avv. Morello tenne domenica scorsa la sua conferenza su “I criminali di Balzac”.
  Avremmo voluto dare della splendida lettura un largo sunto, ma lo spazio non ce lo consente; ci limiteremo a constatare che la lettura fu profonda ed acuta come concezione, eletta e smagliante come forma; e fruttò al simpatico conferenziere applausi calorosi e reiterati.

  Marginalia, «Il Marzocco», Firenze, Anno V, N. 26, 1 Luglio 1900, pp. 3-4.
  p. 4. Delle influenze in letteratura parla in un suo recente opuscolo André Gide, il giovane e valoroso scrittore francese, del quale Il Marzocco ebbe ad occuparsi più d’una volta. […] I veri grandi uomini – egli dice – hanno questa sola aspirazione: diventare più umani che sia possibile, diventare comuni. Diventare comuni come Shakespeare, Goethe, Molière, Balzac, Tolstoi … E questo è in fondo il miglior modo per diventare anche personali davvero […].


  Il cinquantenario di Balzac, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno IV, Numero 1323, 19 Agosto 1900, p. 2.

   Oggi ricorre il cinquantenario della morte di Onorato Balzac, ed oggi le opere del grande romanziere cadono nel dominio pubblico e potranno esser vendute a prezzo minimo.

  In questa occasione, i «balzachiani» vanno oggi a celebrarne la memoria al padiglione di Augusto Rodin, in faccia alla statua che di lui fece l’illustre scultore e che fu rifiutata dalla leggendaria stupidità dei membri della Società dei letterati.

  Domani poi vi sarà un pellegrinaggio a Ville d’Avray dove abitò l’autore del Père Goriot.

  Cogliamo l'occasione per avvisare i nostri lettori che ai primi del venturo settembre l’Avanti comincerà la pubblicazione del capolavoro dell’arte di Balzac: Padre Goriot.


  Corrispondenza aperta, «Il Piccolo», Trieste, Anno XIX, N. 6801, 23 Agosto 1900, p. 3.

  Ego. Le opere di Balzac ad un franco il vo­lume? In qualunque buona libreria. — Assiduo. Quel Medecin (sic) de campagne ine­dito, di Balzac, non è che un frammento. Curioso. Vuole la chiave del crittogramma della Fisiologia del matrimonio? Forse non l’aveva nemmeno Balzac. — Altri richiedenti. Non possiamo servirli.


  Corrispondenza aperta, «Il Piccolo», Trieste, Anno XIX, N. 6804, 26 Agosto 1900, p. 4.

  — G. F. Quel ro­manzo di cui fa cenno il Piccolo della sera di giovedì, è uno dei primi di Balzac, anzi il terzo, in ordine cronologico di pub­blicazione. Clotilde di Lussignan (sic), ovvero il bel giudeo, comparve nel 1822 in quattro volumi. Balzac lo ristampò nel 1836 sotto il titolo l'Israelita. Però, allorché l’autore curò la ristampa delle sue opere complete, ne proscrisse la Clotilde assieme ad altri undici romanzi giovanili.


  Notizie e libri. In Francia, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Ottantanovesimo della Raccolta, Volume CLXXIII, Fascicolo 689, 1° settembre 1900, p. 174.
  – Il 18 agosto è scaduto il termine per i diritti d’autore delle opere di Balzac.


  Balzac non sarebbe Balzac, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XIV, Num. 246, 6 Settembre 1900, p. 2. 

  Onorato da (sic) Balzac, del quale si è commemorato giorni fa il cinquantenario, non ha potuto aver pronta, per le note contestazioni, la statua che i memori posteri gli avevano decretata. Ora, disgrazia nuova, l’illustre scrittore, dalle superne regioni ove si trova, va a rischio di vedersi contestato in questo basso mondo, quel nome che egli ha saputo rendere così glorioso. Si è infatti esumato l’atto di battesimo del padre dell’illustre romanziere, atto conservato in un vecchio registro parrocchiale del paese albigese. Poiché il padre di Balzac, che morì nel 1820 a Parigi nell’età di 84 anni, era nato nella località detta la Nougayrie, che fa parte del comune di Montirat vicino a Carmaux.

  Ecco l’esatta riproduzione dell’atto battesimale:

  «Bernardo Francesco Balssa, figlio di Bernardo Balssa, lavoratore, e di Giovanna Granier, è nato il 22 luglio 1746 a circa 6 ore di sera e battezzato lo stesso giorno nella chiesa di Canezac, padrino Francesco Granier avola del battezzato, illetterati».

  Risulterebbe dunque da questo documento, in primo luogo che Onorato de Balzac era nipote di Giovanna Granier; poi che egli non si chiamava in realtà nè de Balzac nè Balzac, poiché il vero nome di suo padre era Balssa. L’autore della «Commedia Umana» resterà sempre per tutti Onorato De Balzac. Questo nome egli lo ha fatto suo, col suo genio.


  I debiti di Balzac, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Anno X, Vol. XX, N. 13, 9 settembre 1900, p. 312.

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  In una corrispondenza da Parigi al Corriere della Sera (n. 240) [cfr., successivamente, P. Bernasconi] in occasione del cinquantenario della morte di Balzac, si ricorda come il grande scrittore non riuscisse mai a liberarsi dai creditori; e della stessa malattia soffrirono la contessa polacca Rzewuska, ch’egli sposò due o tre anni prima di morire, e la figlia di costei, vedova del conte Mniszech.
  Il povero grand’uomo fu sempre pieno di debiti. Il giorno in cui la baronessa Salomone di Rothschild comperò per mezzo milione la casa di Balzac, ricevette tante opposizioni da tutti i fornitori per una somma sei volte superiore al prezzo d’acquisto.
  La Contessa Rzewuska e sua figlia erano ancora più spensierate e prodighe di Balzac, e morirono nella più profonda miseria, dopo essere state ricchissime. Si sono conservate le note e le fatture di acquisti fatti dalla madre e dalla figlia; tra esse, quella di una celebre casa parigina di quadri e stampe ammonta alla formidabile cifra di un milione e 92 mila franchi. Cinque gioiellieri di via della Pace figurano con note di 375,000, di 250,000, di 200,000, di 131,000 e di 80,000 franchi. Certa vedova Jacobi vendette alla contessa Mniszech per un milione e 361 mila franchi di mobili e oggetti d’arte, che poi furono rivenduti all’asta pubblica per poche migliaia di lire. Un mercante di commestibili reclamava circa 8000 franchi di minuta cibaria. Le note dei fornitori di carrozze e cavalli raggiungono cifre favolose; due modiste avanzano 99,000 e 120,000 franchi. Un volante di pizzo di Venezia antico fu, o almeno doveva essere pagato 18,000 franchi, un «point d’Alençon» 16,000; dei fazzoletti a 150 franchi cadauno, e così via.
  Balzac era morto e non poteva scrivere il romanzo delle due povere donne prodighe, la madre vecchia e sofferente, la figlia leggera, incostante e frivola, entrambe ignoranti del prezzo delle cose, del valore del denaro, ingannate dai fornitori disonesti e da esosi strozzini … Quanta carta bollata nella Commedia Umana! …

  Papà Goriot, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno IV, Numero 1350, 15 Settembre 1900, p. 1.

  Onorato Balzac fu, noi crediamo, il più grande romanziere che mai sia stato al mondo; e fu dei men fortunati. La sua vita passò misera e triste; i suoi libri, i volumi della meravigliosa Commedia umana non avean compratori. Eppure il Balzac fu il padre del romanzo moderno. La scuola naturalista, che ebbe periodi di splendore e ingegni potenti, discende da lui. Ma il Balzac è un realista senza esagerazioni, senza pregiudizi di scuola, temperato, sincero, osservatore acutissimo, umano sempre. La storia e la critica gli hanno reso giustizia; la Francia, onora oggi il suo grande figlio.

  L’Avanti! comincerà a giorni la pubblicazione di uno dei suoi migliori romanzi, Papà Goriot [cfr. supra]. E’ dei migliori e dei meno conosciuti dalla generazione nostra, la quale insegue la moda nei suoi capricciosi volteggiamenti e ha il torto spesse volte di trascurare o addirittura di dimenticare i grandi scrittori e gl’insuperati capolavori che fecero la gloria della nazione francese e della letteratura civile.


  Notizie e libri. In Francia, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Ottantanovesimo della Raccolta, Volume CLXXIII, Fascicolo 691, 1° ottobre 1900, p. 560.
  – Scaduto il termine per i diritti d’autore delle opere di Balzac, oltre all’edizione di Calmann Lévy, vediamo ora iniziarsi quella di Ollendorff di cui sono già comparsi i primi due volumi, Grandeur et décadence de César Birotteau con illustrazioni fuori testo di Pierre Vidal, e Le Père Goriot con illustrazioni fuori testo di Albert Lynch. Sono in corso di stampa La cousine Bette e Le Cousin Pons.


  Un salotto ed un libro, «Corriere Meridionale», Lecce, Anno XI, Numero 40, 25 Ottobre 1900, pp. 1-2.

  [Su R. Barbiera, Il Salotto della Contessa Maffei].

  p. 1. Ed ora il salotto dove aveva flirtato Balzac, già meditante sulla gentile teo­ria del dualismo del cuore, incantato della piccola Maffei e desideroso sempre del femminile sorriso consolatore […].


  Notiziario. Se imparassero un po’di lingua italiana! …, «Le Cronache musicali illustrate», Roma, Anno I, N. 28, 1° Novembre 1900, pp. 7-8.

  p. 8. Benedetti francesi! ... anche parlando di musica e citando parole nostre, hanno da assassinarci la lingua!... […].

  Ah, se rinascesse Balzac, che scriveva l’italiano come un nostro professore di liceo! ... Non un solo errore, citando parole nostre, nei suoi romanzi! ...


  Le nostre incisioni. Ruggero Leoncavallo e Rosina Storchio, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXVII, N. 48, 2 Dicembre 1900, p. 373.
  Di lui [R. Leoncavallo] conosciamo pure una bella composizione sinfonica, Seraphita, eseguita con successo al teatro Pompejano delle Esposizioni Riunite di Milano.


  Quel che si leggerà nella “Lettura”, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXV, Num. 352, 23-24 Dicembre 1900, pp. 1-2.

  p. 1. Un breve articolo, accompagnato da tre boz­zetti, è dedicato da Feder agli scenari del «Tri­stano e Isotta» alla Scala [cfr. Feder, Gli scenari del “Tristano e Isotta” alla Scala, «La Lettura. Rivista mensile del Corriere della Sera», Milano, Anno I, N. I, Gennaio 1901, pp. 33-36]. Egli comincia così:

  Onorato di Balzac, nei più tristi momenti della sua travagliata esistenza, quando ai sogni magni­fici ed ai fastosi bisogni penosamente contrasta­vano le più dure difficolta della vita, scriveva col carbone sulle nude pareti della vuota sua stanza:

  «Stipo di Boule ... tappezzeria dei Gobelins ...» e l'eccitata fantasia dell’artista vedeva realmente in quei posti le cose designate soltanto col nome.


  Augusto Arthaber, Dizionario comparato di proverbi e modi proverbiali italiani, latini, francesi, spagnoli, tedeschi, inglesi e greci antichi con relativi indici sistematico-alfabetici. Supplemento ai dizionari delle principali lingue moderne ed antiche, Milano, Ulrico Hoepli – Editore, 1900.

 

Duro.

 

  p. 234.

 

  Il faut endurer, qui veut vaincre et durer.

  Il faut endurer pour mieux avoir.

  Persister c’est le fond de la vertu.

(H. de Balzac, Pensées et maximes).



  P.[aolo] B.[ernasconi], Onorato Balzac (Nostra corrispondenza), «Corriere della Sera», Milano, Anno XXV, Num. 240, 2-3 Settembre 1900, pp. 1-2.[1]

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Parigi, 31 agosto.
  L’uomo, lo scrittore di genio che venne chiamato «colosso del romanzo moderno», morì il 20 (sic) agosto 1850. Un certo numero dei suoi ammiratori e di coloro che traggono un po’ di réclame dal celebre nome del morto, si riunirono per commemorare quell’anniversario. In primo luogo si recarono in via Raynouard, a Passy, ove Balzac dimorò; poi in via Berryer, all’angolo di via Balzac, presso l’arco di Trionfo, ove sorgeva il palazzetto fatto preparare da Balzac, all’epoca del suo matrimonio con Anna (sic)[2] di Hanska, e ove morì. Il parco della baronessa Salomone di Rothschild estendesi attualmente sull’area di quella dimora famosa.
  Il pellegrinaggio era guidato dallo scultore Rodin, il cui modello in gesso della statua di Balzac, esposto al Salone del 1898, sollevò tante appassionate discussioni, finchè venne respinto dalla «Société des Gens de lettres», che avevalo ordinato. L’incarico del monumento venne poi dato a Falguières, che morì senza averlo terminato.
  I «balzaciens», sempre condotti da Rodin, presero poi il treno per Ville d’Avray e recaronsi alle Jardies, ove l’autore di Eugenia Grandet passò alcuni anni della sua vita, assorbito dal suo compito enorme. Colà poco rimane, del parco, delle cose che appartennero a Balzac; nella villa trovasi ancora una vecchia credenza. Nel palazzo della baronessa Salomone Rothschild vedesi una piccola rotonda a colonne e dei bassorilievi, avanzi della dimora del romanziere. Queste vestigia furono contemplate dai pellegrini con una commemorazione che pareva sincera; a Ville d’Avray un poeta[3] recitò dei versi salutando le Jardies, le quali, disse, «indovinavano l’universo»,
           Chaque fois qu’en l’étroit domaine
Passait Balzac au renouveau,
Portant la Comédie humaine
   Dans son formidable cerveau!
  La commemorazione semi-secolare della morte di Balzac ha sollevato qualche polemichetta sulle idee politiche e sociali dell’illustre romanziere. I due partiti che vorrebbero accaparrarsi l’opinione francese cercano di tirare il lenzuolo del gran morto ciascuno dalla sua. In verità Balzac fu uno scrittore cattolico e monarchico. Nel 1842, nella prefazione della Commedia Umana, lo dichiarò esplicitamente: «Scrivo – disse – alla luce di due verità eterne: la religione e la monarchia, due necessità che gli avvenimenti contemporanei proclamano; e verso i quali ogni scrittore di buon senso deve tentare di ricondurre il paese».
***
  L’intera vita di Balzac e le tendenze filosofiche dell’opera sua sono conformi a questa dichiarazione. Era monarchico fin dalla giovinezza. La sua prima tragedia «il Regicida», che non fu pubblicata, era improntata ai sentimenti di puro legittimismo. Nel 1824 pubblicò una «Storia veridica dei Gesuiti» e un opuscolo sul diritto di primogenitura; il primo romanzo firmato col suo nome «Les Chouans» glorifica quei partigiani della monarchia francese. I personaggi aristocratici che abbondano nei suoi altri romanzi, godono evidentemente delle simpatie dell’autore. La sua collaborazione politica ai giornali dell’epoca, è un’apologia costante e risoluta delle dottrine della monarchia ereditaria e assoluta.
  Gli eroi di Balzac, i più nobili, i più generosi, i più cavallereschi; le sue eroine più attraenti, appartengono alla vecchia aristocrazia, indissolubilmente legata alla monarchia borbonica. E la simpatia dello scrittore estendesi anche ai gloriosi «parvenus» dell’epoca imperiale, perché attribuisce al mestiere delle armi, alle virtù militari, un dono di nobiltà.
  I suoi intriganti al contrario, i bricconi, gli avidi borghesi, gli arditi avventurieri, i mostruosi canaglia dei romanzi di Balzac, appartengono quasi tutti alle «nouvelles couches», con cui la Rivoluzione ha fatto le classi dirigenti. In ciò è spesse volte ingiusto e incosciente; ma quella sorta di partito preso per la monarchia assoluta contro la Rivoluzione francese e il progresso, a cui ispirasi tutta l’opera di Balzac, è corroborata da una esposizione di dottrine nelle quali lo scrittore formula le sue opinioni, e certi suoi libri sono una dimostrazione della necessità politica della monarchia non disgiunta dalla religione. Così egli è «assolutista» come tutti coloro che hanno cattiva opinione dell’uomo; e Taine ha detto: «Balzac disprezza e detesta la democrazia».
  Lamartine ci ha lasciato un ritratto preciso e vivace di Balzac:
  «Il suo aspetto esterno era incolto come il suo genio; era l’immagine di un elemento: testa grossa, capelli sparsi sul collo e sulle guancie come una criniera non mai raccorciata dalle cesoie; lineamenti ottusi, labbra grosse, occhio dolce, ma di fiamma; abbigliamento che contrastava con ogni eleganza, abito stretto sopra un corpo colossale, gilet slacciato, biancheria di canape grossolana, calze turchine, scarpe che stracciavano i tappeti, apparenza d’uno scolare in vacanza, cresciuto nell’annata, per cui il corpo non sta più nei vestiti.
  Come carattere era la bontà in persona; il non essere buono gli sarebbe stato cosa impossibile. Ma il suo orgoglio era immenso. Nella sua camera, Balzac aveva una statuetta di Napoleone, e sulla guaina della spada che aveva cambiato la carta d’Europa, egli aveva scritto queste parole: «Ciò ch’ei non potè compiere colla spada, io lo compierò colla penna!»
***
  L’autore della Commedia umana ha molto amato la donna, ma egli voleva la donna superiore soltanto per la sua tenerezza, ed erasi formato un ideale di donna da cui voleva dipartirsi. Così egli odiava la «super foemina», e la Sand, da lui dipinta sotto il nome di signorina des Touches, egli la trovava «un essere a parte, una mostruosità». Malgrado la sincera amicizia che a lei l’univa, malgrado la sua reale ammirazione per la scrittrice, Balzac confessa nella sua corrispondenza che la crede incapace d’ispirare amore. In ciò si sbagliava: Alfredo di Musset e il dottor Pagello ne seppero qualche cosa.
  Aveva la pretesa di essere un agricoltore e pretendeva trar profitto dalle sue cognizioni nell’arte di Cerere e di Pomona. Un giorno, facendo visitare il suo modesto e magro giardino di Villa d’Avray ad un amico, gli diceva mostrandogli una stretta striscia di terreno lungo la strada comunale:
  «Qui voglio costruire una stalla modello, per mettervi delle vacche normanne, che mi daranno un latte squisito. Venderò il latte ai ricchi villeggianti del paese e ne trarrò facilmente 1000 franchi di rendita».
  Poscia, additando un altro angolo del sedicente parco:
  «Là edificherò delle serre per coltivarvi l’ananasso, frutto delizioso e raro, che venderò ai grandi ristoratori parigini».
  Infine, mostrando un pendio sassoso e sterile, cosparso di rottami:
  «Questo terreno – disse – è favorevole alla cultura della vite. Ci metterò dei ceppi di Malaga, che, mediante un concime miracoloso, di cui posseggo la formola esatta, mi daranno cinque o sei botti di vino eccellente, le quali, un anno coll’altro, mi renderanno un tremila scudi».
  La sua esistenza trascorreva tra lo scrivere romanzi per pagare i creditori e il fare progetti grandiosi e strani, che dovevano emanciparlo dagli editori e procurargli la ricchezza. Il suo cervello era una perpetua fioritura d’invenzioni; egli pareva divertirsi a questo giuoco, ma ne era realmente lo zimbello: a un certo punto il gran romanziere non sapeva più distinguere la finzione dalla realtà.
***
  La villetta delle Jardies, ora distrutta, era non meno meschina di quella sottostante, ove vidi Gambetta sul suo letto funebre. Ma Balzac la rendeva sontuosa coll’immaginazione. Sulle nude pareti della sala egli aveva scritto col carbone: «Qui metterò un quadro di Raffaello; qui, un tappeto di Gobelins; qui, uno stilobate in legno di Cedro; qui, delle mondanature genere Triànon». E nella sala da pranzo: «Qui farò mettere un rivestimento in marmo di Carrara; qui, una tela di Eugenio Delacroix». Tutte cose che furono sempre di là da venire.
  Ma se la sala da pranzo era più che modesta, la tavola era eccellente. Balzac era un fanatico del thè e soprattutto dal (sic) caffè, di cui faceva un gran consumo, per sostenersi nelle sue 18 ore di lavoro quotidiane. In fatto di caffè non ammetteva che una miscela di borbone, moka e martinica. Comperava il primo in via Monte Bianco, il secondo in via Vieilles Handriettes, il terzo in via dell’Università.
  Il thè lo conservava religiosamente in un pacco dentro un armadio: «Questo thè – diceva – è sacro, quasi divino; proviene dal palazzo dell’Imperatore della Cina: alcune vergini lo raccolgono e glielo portano prosternate; ogni inverno quel sovrano ne manda alcune casse allo Zar: una di dette casse venne regalata al celebre Humboldt, che volle farmene omaggio».
  Il povero grand’uomo fu sempre pieno di debiti. Il giorno in cui la baronessa Salomone di Rothschild comperò per mezzo milione la casa di Balzac, ricevette tante opposizioni da tutti i fornitori per una somma sei volte superiore al prezzo d’acquisto.
***
  Balzac, due o tre anni prima di morire, aveva sposata una signora polacca, contessa Rzewuska, vedova Hanska, la quale aveva già una figlia che sposò e rimase vedova del conte Mniszech. Le due donne erano ancora più spensierate e prodighe di Balzac, e morirono nella più profonda miseria, dopo essere state ricchissime.
  Si sono conservate le note e le fatture di acquisti fatti dalla madre e dalla figlia; tra esse quella di una celebre casa parigina di quadri e stampe, ammonta alla formidabile cifra di un milione e 92 mila franchi. Cinque gioiellieri di via della Pace figurano con note di 375,000, di 250,000, di 200,000, di 131,000 e di 80,000 franchi. Certa vedova Jacobi vendette alla contessa Mniszech per un milione e 361 mila franchi di mobili e oggetti d’arte, che poi furono rivenduti all’asta pubblica per poche migliaia di lire. Un mercante di commestibili reclamava circa 8000 franchi di minuta cibaria. Le note dei fornitori di carrozze e cavalli raggiungono cifre favolose; due modiste avanzano 99,000 e 120,000 franchi. Un volante di pizzo di Venezia antico fu, o almeno doveva essere pagato 18,000 franchi, un «point d’Alençon» 16,000; dei mocicchini a 150 franchi cadauno, e così via.
  Balzac era morto e non poteva scrivere il romanzo delle due povere donne prodighe, la madre vecchia e sofferente, la figlia leggera, incostante e frivola, entrambe ignoranti del prezzo delle cose, del valore del denaro, ingannate da fornitori disonesti e da esosi strozzini … Quanta carta bollata nella Commedia Umana! …

  Aleramo Bormioli, Il Tenore Tamagno, «Scienza e Diletto. Periodico settimanale», Cerignola, Anno VIII, Num. 39, 23 Settembre 1900, p. 3.

  Francesco Tamagno trovasi ora a Va­rese nella sua splendida villa, attorniato dai nipotini, coi quali, come Onorato di Balzac, ama divagarsi scherzando.


 Emilio Budan, L’Amatore d’Autografi del Conte Emilio Budan. Con 361 fac-simili, Milano, Ulrico Hoepli Editore della Real Casa, 1900 («Manuali Hoepli»). 

 pp. 39-40. Al numero infinito di falsari di firme su debitoriali vanno aggiunte quelle persone altrettanto scaltre quanto intelligenti e abili che, mettendo nell'ingannare un'arte raffinata, in tutti i tempi seppero, e sanno tuttora, sfruttare l'amore — spesso confinante colla manìa— di possedere manoscritti antichi e autografi rari. Così circolarono a suo tempo molte lettere falsificate della Pompadour, un giovanotto era arrivato ad imitare molto abilmente la scrittura di Onorato di Balzac, di Eugenio Sue e di Alessandro Dumas padre, trattandosi di autografi dei nostri maggiori poeti […].

 p. 104. Riproduzione in fac-simile della firma di Balzac.

 p. 405. Nemmeno i grandi scrittori della generazione che ci ha preceduto pigliarono la cosa sul serio, prova ne siano i seguenti esempi tratti da un album — bellissimo nel suo genere — posseduto da un patrizio napoletano di cui un'avola abitò lungamente a Parigi:

 «Depongo adesso il bastone bianco del viaggiatore.

  Chateaubriand.»

 «Quanti giovani, ahimè! ho veduto morire.

 V. Hugo.»

 «Se fossi un uccello!

 H. De Balzac».


  M. A. Cantone, Dalle rive della Senna. Parigi. – La sua civiltà, «Aspasia. Cronaca d’arte quindicinale», Bari, Anno II, Num. VI, 1 Aprile 1900, pp. 118-120.

  p. 119. Parigi non è la terribile piovra di Balzac, non il violento e strillante, ansante, multiforme milieu di Zola; ma una Parigi al chiaro latteo di luna, una Parigi poetizzata.


  Michel A. Cantone, Dalle Riviste della Senna. III. L’Esposizione Universale del 1900 a Parigi. II. L’Arte all’Esposizione I. Arte Francese: – La Retrospettiva – La Centennale – La Decennale, «Aspasia. Cronaca d’Arte quindicinale», Bari, Anno II, N. 9, 1 Giugno 1900, pp. 173-177.

  p. 174. Siamo in pieno romanticismo, il romanticismo, del 1830. In questa officina di evoluzione mentre in letteratura Stendhal e Balzac si oppongono con le loro opere vissute ai gesti di energumeno di Hugo e ai pianti e singhiozzi di Lamartine, Vigny, Musset, i fratelli Deschamps, Petrus Borel, e tutta la pleiade, l’alito nuovo si faceva sentire anche in pittura. […].

  p. 175. Questi pittori (tan­to è vero che l’Arte è il prodotto dell’am­biente) vanno di pari passo con la grande rivoluzione del ro­manzo moderno che parte da Balzac ed arriva a Zola, passan­do per Flaubert, i Goncourt, etc., […].


  Luigi Capuana, “Il Fuoco” di Gabriele D’Annunzio[4], «Rivista d’Italia», Roma, Anno III, N. 3, 15 marzo 1900, pp. 475-488.
  p. 488. Chiedergli [a D’Annunzio] che sparisca ogni vestigio dalla sua persona, dall’opera sua non è un assurdo. Tutti i grandi creatori sono riusciti tali a questo patto. L’arte, la vera, la grande, l’assoluta, impone questo sacrifizio all’artista. Lo Shakespeare l’ha compito; il Balzac l’ha compiuto. È fatale che il pensiero si nasconda e sparisca sotto la densità della forma come il pensiero divino si è nascosto nella Natura e così profondamente che noi stentiamo a rintracciarvelo, e spesso ci smarriamo nella ricerca.

  Luigi Capuana, Primavera d’Arte. Lettera all’Assente[5], «Il Marzocco», Firenze, Anno V, N. 22, 3 Giugno 1900, p. 1.
  [A proposito del romanzo di Giuseppe Lipparini: Ombrosa].
  Bandello rifritto? Niente affatto. Un Bandello, se mai, che ha letto il Balzac, il Flaubert, che ha appreso a vivificare col soffio dell’arte i suoi, in gran parte, magri fatti diversi, che noi oggi apprezziamo più per gli accessorii – le lettere d’invio – che non per loro stessi.

  Jules Cases, Lo Scultore Rodin, «La Rassegna Internazionale della letteratura e dell’arte contemporanea», Firenze, Libreria Fratelli Bocca di F. Lumachi, Anno I, Vol. I, Fasc. VI, 1 Agosto 1900, pp. 303.-308.
  pp. 303-306. Parigi ha messo a disposizione dello Scultore Rodin un locale apposito presso l’Esposizione Universale, in cui sono esposti i lavori finiti e gli abbozzi di questo fecondo artista. […].
  Rodin acquistò popolarità solo nell’occasione del suo famoso «Balzac» a cagione delle discussioni cui dette luogo la stampa e per le relazioni curiose che ne furon fatte. Quando la Società dei letterati deliberò di aprire una sottoscrizione per inalzare una statua al nostro grande romanziere Balzac, naturalmente si cercò fra gli artisti quale sarebbe stato il più atto a misurarsi con tale modello. È certo che gli scultori d’ingegno sono molti e che la loro scuola costituisce una delle meno discutibili illustrazioni della nostra arte moderna; ma non bastavano del tutto l’ingegno e la capacità. Fra lo scultore ed il romanziere doveva esservi una specie di parallelismo, uguaglianza di forza, e la stessa facoltà di fantasia senza limiti. La «Porte de l’Enfer» di Rodin era conosciuta a quell’epoca e non era, come non è ancora, finita; ma aveva tal forza d’impressione che restava fissa nella memoria. L’immaginazione colpita porta seco quella visione di gesso, bianca e turbolenta, quei corpi consunti, quei busti curvi per il dolore e la libidine o piegati, annichiliti dall’eterna disperazione, quelle braccia tese orribilmente verso le invisibili potenze del male e del rimorso, quelle faccie sfigurate dai tormenti o immobili nelle anestesie della suprema rassegnazione. Questa era veramente la «Porte de l’Enfer», ma non era pure come una trasposizione, un frontespizio dell’opera di Balzac «La Comédie humaine», figurazione dell’inferno della vita moderna? L’analogia era evidente e coloro che conoscevano la «Porte de l’Enfer» giudicarono il Rodin degno di far rivivere in qualche marmo il pensiero del gigantesco novellatore Balzac.
  Non s’ingannarono; ma dobbiamo immaginare come restò perplesso lo scultore cui veniva imposto di esporre al pubblico, in forma corrispondente alla quantità d’idee che il soggetto suscitava, un uomo di ingegno prodigioso, ma così poco comune e che per giunta sfugge alla figurazione plastica. […].
  Balzac, tarchiato e basso, di aspetto volgare senza attitudini né bellezza esteriore è meno atto a rappresentarsi [rispetto ad altri scrittori francesi, quali Chateaubriand, Musset, Sand e Dumas]. Egli si cella nella sua opera, e là bisogna cercarlo per metterlo in luce, perciò la difficoltà aumenta. Quest’opera è immensa, non ordinata secondo uno scopo prestabilito, è un caos, popolato all’infinito, brulicante di forme: vi si agita pazzamente quasi l’intera umanità, rappresentata almeno da tipi generali, senza che però ne emerga l’eroe, superiore agli altri, che potrebbe caratterizzare l’insieme. È la società moderna che si agita sotto il nuovo lievito rivoluzionario della democrazia. Questa società è indivisibile, incapace di concretarsi, sia nella forma popolare di un eroe, sia nella precisione di un simbolo elementare.
  Dal cervello del romanziere, simile ad uno specchio scaturì, immagine molto ingrandita della realtà dell’ambiente, la numerosa coorte che conosciamo: I Rubempré, ambiziosi e deboli, di ardente immaginazione, di cuore poco stabile, che di pensiero in pensiero, di caduta in caduta, d’espediente in espediente, vanno finalmente a impiccarsi in una cella, dopo aver giocata la vita con una mossa di dado; i Rastignac che senza scrupoli applicano teorie feroci; i Nucingen, i de Trailles, i Blondet, i Finot ecc. ecc., tutto questo gruppo gerarchico di filibustieri lanciati contro la società moderna che noi chiamiamo ora gli «arrivistes» dominati dalla statura gigantesca, dalla mente ingegnosa , dal carattere di bronzo, dalla tetra figura del forzato Vautrin, moralista dei resultati, educatore nell’arte del «parvenir». Da quest’opera risulta, in fatti, un’idea generale: la forza, la forza moderna, senza segni visibili e distinti, che ha posto la sua occulta sede nel cervello umano, sotto il freddo controllo della volontà. La «Comédie humaine» enciclopedia di tutti i sentimenti umani è un grande omaggio a questa divinità. Balzac la sentiva libera intorno a se (sic), e, svincolata dagli antichi pregiudizi; la vedeva presiedere alla formazione di una nuova società ed avanzare a conquistare il nascente mondo parlamentare e industriale. Balzac, uomo di energia tanto quanto letterato e forse anche più, cercò di dar al suo lavoro tutta l’azione dell’epoca, e probabilmente fu spinto da quest’ambizione a confessare in una lettera il suo desiderio di diventare «le Napoléon de la littérature».
  È necessario aver presenti queste considerazioni preliminari davanti alla statua del Rodin, davanti a questa forma strana e convulsa, massiccia e fremente, davanti a questa maschera che spicca da un corpo mostruoso, figura congestionata, rovinata, con gli occhi fieri, pazzi, scintillanti di febbre e di genio, con la fronte segnata dal doppio segno della vittoria orgogliosa e della disfatta; poiché quest’uomo così rappresentato, è pure un dannato. È il Prometeo moderno che ha rubato il fuoco divino per animare le centinaia di creature che vivono nella sua opera: ha compiuto il miracolo, ma egli stesso è colpito a sua volta e soccombe sotto il peso del mondo che ha creato.
  L’immaginazione, la vitalità istintiva, la smania di fare, la curiosità filosofica, l’ambizione di emergere sugli altri e dominare un’epoca, l’hanno spinto a tutte le azioni intellettuali che possono concepirsi da una mente in cui domina l’ambizione dell’universalità, in cui si unirono, per dir così, allo stesso scopo della vita, il realismo esatto, il romanzesco eccessivo, l’acuta osservazione e la fantasia poetica, il lampo della scienza e la metafisica, l’antico mondo rovinato dagli avanzi suggestionanti, ed il mondo nuovo che sorge accanto.
  Quest’uomo che ha compiuto tale lavoro gigantesco, che ha sorpassato tanti ostacoli, che si è appropriato tante concezioni differenti, che ha affrontato ogni contradizione, doveva ridursi a una ipertrofia che contrasta molto col ritmo armonico e unitario della nostra tradizione classica. Ma tale è l’impressione che si prova davanti allo scritto del più grande scrittore dei nostri costumi.
  Sotto le pieghe piene di movimento del mantello, il corpo s’agita convulsamente e dall’insieme, dalla testa sofferente, angosciata, raggiante, scaturisce la vita, frutto di sforzo e sofferenze.
  Questa statua non sarà eretta in una piazza pubblica, perché esposta agli sguardi fuggitivi e distratti dei passanti, vista in mezzo al brulichio della folla e delle vetture, nel volgare rumore ella perderebbe certamente il suo carattere misterioso. Il pubblico non ha tempo di fermarsi e, se si ferma, gli occorre evitare le distrazioni per raccogliere le idee. Ad una statua in un trivio o quadrivio occorrono semplici lineamenti perché essi ci diano subito, al primo sguardo, l’idea di chi rappresentano. Per il Balzac di Rodin sarà più adatto un museo, in cui la solitudine, il silenzio e una lunga contemplazione permetteranno all’osservatore di veder quell’opera rivelarsi e divenir realtà il più strano sogno che sia mai scaturito dal cervello e dalle mani di uno scultore moderno.

  Augusto Cesari, Umorismo, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXVII, N. 23, 10 Giugno 1900, p. 416.
  Letteratura narrativa allegra o, nel senso più comune della parola, umoristica, manca all’arte italiana di questo secolo. […] In Francia, da Balzac e da Flaubert a Daudet e a Maupassant, i romanzieri che ottengon gloria nel romanzo passionale, sono anche umoristi insigni, e alcuni proprio nell’umorismo più eccellono.

  Eugenio Checchi, Gerolamo Rovetta e i suoi ultimi romanzi(1), «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXII, N. 21, 27 Maggio 1900, pp. 1-2.
  (1) I Barbarò (Lagrime del Prossimo) nuova edizione. La Signorina, Milano, Casa Editrice Baldini, Castoldi e C., 1900.
  p. 1. Il romanzo psicologico, quale s’intende dai più, non è che un portato della furberia letteraria. […].
  Chi dica loro: ma badate, il romanzo psicologico c’è stato sempre, dall’Odissea al Don Chisciotte, da Walter Scott al Manzoni, dal Balzac al Flaubert e al Fogazzaro; se non che la psicologia di tanti capolavori, più che esser fine a sé stessa, è la conseguenza immediata e necessaria di artistiche premesse […].
  Ben diversa è la sana psicologia di Gerolamo Rovetta. […].
  La più fastidiosa delle perversità è l’anima diabolica che si aggira e riempie di sé tutta la complessa trama delle Lacrime del prossimo. In quel protagonista Barbarò figlio di portinai, che fattosi spia dell’Austria accaparra con un mostruoso delitto una bella somma rubata alla sua vittima, e poi con sottili industrie, con mestieri infami, speculando sulla sventura, sulla povertà, sul patriottismo, sulla famiglia, diventa più volte milionario, e commendatore, e deputato, e signore temuto e riverito dall’alta e dalla bassa finanza […]; o io sbaglio, o in quello spregevole e ingegnosissimo tipo c’è qualche cosa che ricorda l’ampiezza delle concezioni, onde si è reso immortale l’autore incomparabile della Commedia umana. […] Terribile satira di un tempo faccendiere e speculatore, il romanzo del Rovetta si riallaccia, anche per lo scopo morale, a quella letteratura dei primi quarant’anni del secolo, che ebbe il suo Giovenale in Onorato di Balzac.

  Eugenio Checchi, Roberto Bracco novelliere, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXII, N. 34, 26 Agosto 1900, p. 1.
  Nessuna indagine potrebbe essere, più di questa, inutile e fallace, perché vi manca un elemento essenzialissimo di ricerca: la conoscenza cioè delle attitudini speciali negli ingegni e nelle fantasie di là da venire. Che cosa sappiamo noi, se tra i fanciulli nati ieri, o nascituri fra cinque, dieci, vent’anni, si nasconda un Walter Scott o un Dumas padre, un Balzac o un Sue, un Dickens, uno Zola, una Sand, un Fogazzaro?

  Alessandro Chiappelli, Leggendo e meditando. Pagine critiche di arte, letteratura e scienza sociale, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 1900.
  p. 43. A chi guarda le condizioni che le nuove correnti intellettuali hanno creato all’arte, non può far meraviglia che il naturalismo non significhi punto un avanzare del sentimento della natura. Descrivere la natura, come fece con tanta policromia il romanzo sperimentale dopo il Balzac collo Zola e col D’Annunzio della prima maniera, non significa sempre sentirla, poiché bisogna che la colori dei suoi magici riflessi l’anima nostra.

  Giuseppe Chiarini, Roberto Burns (1886), in Studi e ritratti letterari, Livorno, Raffaello Giusti, Editore, 1900, pp. 3-61.
  pp. 13-14. Il Cowper ed il Burns sono i due primi rappresentanti delle nuove idee nella letteratura inglese […].
  La malattia dell’uomo moderno non è davvero l’idealismo del Cowper; e nemmeno quello dello Shelley.
  L’uomo moderno, dice il Taine, “è l’uomo in abito nero, che lavora solo nella sua stanza, o corre in fiacre per procacciarsi amici e protettori; spesso invidioso, spostato per natura, qualche volta rassegnato, sempre scontento, fecondo di invenzioni, prodigo de’ suoi dolori, e che trova l’immagine delle sue colpe e della sua forza nel teatro di Victor Hugo e nei romanzi del Balzac”.

  Mara Colonna, Psicologismo Letterario, «Aspasia. Cronaca d’Arte quindicinale», Bari, Anno II, N. 9, 1 Giugno 1900, pp. 178-180.

  p. 178. Il processo è quasi insensibile: esso va dal grande Balzac che in piena fioritura sperimentale del romanzo naturalista chiede al cuore e al cervello umano dei moti più intimi, il recondito delle pieghe più riposte, al Flaubert, al Daudet di Sapho, al Goncourt, al Bourget, al Maupassant […].


  A.[nton] G.[iulio] Corrieri, Gli editori di Balzac, «L’Italia Centrale. Gazzetta di Reggio-Emilia», Reggio-Emilia, Anno XXXVIII, N. 142, 14 Maggio 1900, p. 2.


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  Stendhal nella sua Vita di Rossini ha detto che in musica il gusto del pubblico muta ogni trent’anni. Max Nordau ha ripetuto su per giù, la stessa cosa per l’arte in genere, quando nella Rivista moderna di coltura ha enunciato la teorica dell’alternanza del gusto che ha cercato di spiegare e di giustificare; ed io pensavo all’uno ed all’altro leggendo che l’editore Calman Levy (sic) sta preparando una nuova edizione delle opere di Onorato de Balzac essendo esaurita l’ultima che nel 1876 fu fatta di centinaia di migliaia di esemplari.
  Sì, Orsola Mirouet, La cugina Betta, La fanciulla dagli occhi d’oro, Papà Goriot e gli altri cinquanta volumi, pei quali Michele Levy (sic) pagava ancora nel 1865, cioè quindici anni dopo la morte dello scrittore e dopo trent’anni di sfruttamento accanito, 80,000 franchi alla vedova di Balzac, quest’opera colossale, questo lavoro immenso – dopo quasi ottant’anni dalla sua comparsa nel mondo, continua ad essere avidamente letta e ricercata da rendere necessario il moltiplicarsi delle edizioni a dispetto di tutti i prestabiliti mutamenti e le sentenziate alternanze del gusto.
  Il morto giace e il vivo … s’arricchisce!
  Chi sa quante volte quel povero Balzac, il quale ha passato la vita tra le cambiali e le citazioni, tra le sentenze e gli arresti per debiti – deve aver pensato questo o qualcosa di similmente … profondo! perché anche nel regno delle ombre io immagino che egli seguiterà ad essere filosofo!
  Vive a Bruxelles, nel quartiere più aristocratico della capitale del Belgio a due passi dal palazzo del re, un erudito bibliofilo, un ardente, il più ardente apostolo balzachiano il quale, da quarant’anni a questa parte, ha prodigato l’intelligenza, la vita e la fortuna nel radunare sull’opera e sulla personalità del suo grand’uomo tutto ciò che potesse sussistere di frammentario, di inedito sparso pel mondo. Egli è il Visconte di Spoelberch de Lovenjoul.
  Possiede tutti i manoscritti originali dell’autore della Commedia Umana, completi ed incompleti, pubblicati ed inediti, tutte le lettere scritte alla signora Hanska, che fu poi sua moglie; più di tremila pagine, delle quali restano a pubblicarsi ancora tre volumi; pacchi enormi di cambiali pagate e protestate, di citazioni, di sentenze, di ordinanze e moltissimi dei suoi contratti con gli editori.
  Vale la pena farne conoscere qualcuno per mostrare sotto quali forche caudine dovesse passare il creatore immortale di Luciano Robempré (sic), di Rastignac, di Lousteau, di Vautrin, ed anche perché la razza di quei mercanti non è spenta ancor oggi.
  Ecco per esempio il contratto stipulato nel gennaio 1822 tra il signor Onorato Balzac – senza la particella De – ed un certo Gregorio Hubert, libraio a Palazzo Reale, per la pubblicazione, sotto lo pseudonimo di Lord R’honne (sic), del romanzo Clotilde di Lusignano.
  «Per questi quattro volumi Balzac avrà 2000 franchi pagabili a 500 in cambiali a un anno di scadenza, 500 da versare in cambiali a sei mesi quando il libraio avrà venduto due mila copie. In quanto alle mille restanti esse non saranno pagate – in cambiali a sei mesi sempre – che quando il signor Hubert non potrà presentare a richiesta dell’autore più di cento copie di questa prima edizione»!!
  Balzac aveva allora 23 anni.
  Ma l’articolo finale è il clou di queste mercimonie.
  «In questa somma (2000 lire) si trova compreso il prezzo degli annunzi del detto lavoro che il signor Balzac si obbliga di far inserire nei giornali qui appresso indicati: Il Costituzionale, Il Corriere, Lo specchio, Il quotidiano, e nei giornali degli spettacoli. Gli annunzi saranno almeno mezza colonna del corpo del giornale e saranno pubblicati nelle notizie di Parigi o immediatamente dopo».
  In compenso l’autore avrà diritto a sei copie gratis del suo libro!
  Su per giù lo stesso avvenne pel Vicario delle Ardenne ed I due Beringhekl (sic) venduti al libraio Pollet.
  Il contratto per la celebre Fisiologia del matrimonio è del 15 dicembre 1829, Editori Lavasseur (sic) e Urbano Canel. L’opera è in due volumi in 8° e Balzac avrà 1700 lire in due cambiali, scadenza a un anno!
  Quello per la Pelle di Tigrino (sic) con Gosselin e Canel frutterà a Balzac 1125 lire pagabili a un quarto alla consegna del decimo foglio di stampa, cioè dopo aver scritto 150 pagine; un quarto 8 giorni dopo la messa in vendita del libro. La metà tre mesi dopo».
  E ciò sempre in cambiali a sei mesi!
  Leggete questo stralcio di conto fatto dalla libreria Lavasseur al novembre 1830.
  «Pel signor Balzac:
  Acquistati la Filosofia (sic) del gusto di Brillat Savanni (sic), le opere di Gresset, delle Memorie del Consolato, delle Passeggiate per Roma.
  Forniti: 7 bottiglie di Champagne per lire 21; due Uffici Sacri, lire 6; le opere di Casanova, lire 24; Vidocq, lire 22, prestati 250 franchi».
  Interessi al 6% per sei mesi: lire 13,75.
  E sempre così: conti, cambiali, mangiando gli altri giorni della settimana il manzo freddo che aveva fatto cuocere la domenica (in uno di questi periodi scrisse La Matrigna) per morire a 50 anni senza aver mai avuto un momento di riposo, di sicurezza.
  Il signor Huret che ha avuto la fortuna di essere ospite del visconte di Lovenjoul e potè sfogliare le sacre carte immortali, giunse a ricostruire il seguente pensiero che Balzac avea scritto sulla copertina d’un suo libro e poi cancellato con ghirigori e svolazzi.
  «I creditori ci sanno trovar meglio e più sollecitamente che gli amici: essi vengon spesso per una piccola somma là dove gli altri non vengono che per una grande affezione».
  O m’inganno, o in queste poche righe c’è tutto l’uomo ed il filosofo insieme.
  L’apostolo di Balzac si è lamentato con l’Huret che non esiste in Francia una bella edizione delle opere di lui, che per trovarne una degna di tanto uomo bisogna andare in America. Però l’edizione americana costa 600 lire ed è in inglese!
  E in Italia?
  Lasciando stare la bellezza, dove sono le edizioni delle opere di Balzac? Se togliete alcuni volumettini della Biblioteca Popolare Universale, gli altri quindici o venti scritti che furono tradotti e pubblicati fra noi, rimontano al 1840 circa ed a cercarli non li trovereste neanche tutti nelle biblioteche.
  Eppure quali incanti di bellezza nell’Assoluto, nella Morte d’una madre, nella Casa Claes (sic), quanta vita in Eva, in d’Espard, in Darthes (sic), in Luisa de Chaulieu!
  E poi non tutto Balzac è noto.
  Esistono presso il visconte di Lovenjoul frammenti d’opere, delle quali l’Huret dà la lista ch’è questa:
  Del governo attuale (sola opera completa). Studio politico del principio del regno di Luigi Filippo.
  Le avventure amministrative di un’idea felice. Fantasia ironica sull’amministrazione dei ponti e delle strade.
  La Frelora, avventure d’un commediante (rinvenuta appena l’anno avanti).
  Trattato sulla preghiera, dissertazione mistica.
  La modista, episodio scritto prima del ’50.
  Gli Eredi Boirouge, frammento di storia generale.
  Il Teatro com’è, curioso studio sui comici.
  Un carattere di donna, l’ultima cosa scritta da lui in Ukraina in casa dell’Hauscha (sic).
  I due amici, racconto satirico scritto dopo la Fisiologia del Matrimonio.
  Il Prete Cattolico, romanzo mistico.
  La signorina di Venard (sic) o la «Francia sotto il Consolato», scene di vita politica.
  Il medico di campagna, pagine inedite contenenti una confessione diversa di quella che nel noto volume, al cap. 28, «La genesi dei contadini», che contiene: Il gran proprietario.
  Per dieci anni ancora, il tempo consentito dalla legge, il visconte di Levojoul (sic) custodirà gelosamente il tesoro prezioso di questi documenti – poi, certamente la Francia conoscerà le opere postume del suo grande maestro nelle quali, afferma l’Huret, sono pagine meravigliose – ed i nostri editori continueranno come adesso ad affollare le collezioni delle loro Biblioteche romantiche ed economiche con tutte le possibili traduzioni dei macchinosi, sanguinanti e tenebrosi romanzi dei discendenti di Montépin!

  A.[nton] G.[iulio] Corrieri, Balzac e il dominio pubblico, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXII, N. 20, 20 Maggio 1900, pp. 1-2.
  In questo articolo, l’A. pubblica pressoché integralmente, ma apportando le dovute correzioni formali, l’intervento sui rapporti tra Balzac e i suoi editori apparso nel periodico «L’Italia Centrale» di Reggio Emilia e segnalato precedentemente.
  Una notizia ufficialmente inedita e ufficiosamente ancora poco nota in Italia: il 18 del prossimo agosto l’opera immensa di Balzac diventerà di dominio pubblico.
  Sì, Ursule Mirouet, La Cousine Bette, Père Goriot, La fille aux yeux d’or e i cinquanta volumi per i quali Michel Lévy pagava ancora nel 1865, cioè quindici anni dopo la morte dello scrittore e dopo trent’anni di sfruttamento forsennato, lire 80,000 alla vedova di Balzac, quest’opera colossale sfugge infine alla proprietà privata per diventare proprietà di tutti.
  E mentre Calmann Lévy ha intrapreso la pubblicazione di una nuova edizione economica – a 60 centesimi il volume – per sfruttare ancora per conto proprio il lavoro che al suo autore fu così irrisoriamente pagato, il signor Huret ha voluto intervistare a Bruxelles, dove vive, il più ardente apostolo balzachiano, colui che da quarant’anni a questa parte ha speso la sua vita, la sua intelligenza e la sua forza per adunare intorno all’opera ed alla personalità del sommo scrittore tutto ciò che di sparso e di frammentario potesse esistere nel mondo; il visconte Spoelberch de Lovenjoul.
  L’erudito bibliografo ammise nel tempio, il cui ingresso è rigorosamente interdetto ai profani, il brillante pubblicista parigino, mostrandogli i tesori preziosi del suo archivio, alcuni dei quali di una curiosità veramente caratteristica, commentandoli ed illustrandoli con sacro profondo fervore.
  Potè così il pubblicista vedere tutte le lettere originali di Balzac alla signora De Hanska – tremila pagine d’una calligrafia piccola, serrata – delle quali sono stati pubblicati alcuni volumi e ne restano da pubblicare altri tre; la mole veramente enorme di tutti gli atti giudiziari intentati contro il grande romanziere che passò la vita tra le cambiali e gli atti di protesto, i manoscritti di quasi tutti i suoi romanzi e parecchi dei contratti – mercimoni più che contratti – stipulati coi suoi editori.
  Vale la pena di farne conoscere ai lettori del Fanfulla qualcuno. Ecco, per esempio, quello del gennaio 1822, fatto dal signor Onorato Balzac (senza la particella de) ed un certo Gregorio Hubert libraio al Palazzo Reale, per la pubblicazione sotto pseudonimo di Lord R’hoone, di quattro volumi dal titolo: Clotilde di Lusignano.
  «Per questi quattro volumi Balzac avrà 2000 franchi; pagabili: 500 in cambiali scadenza ad un anno; 500, da versarsi – in cambiali a sei mesi – il giorno in cui l’editore avrà venduto 1200 esemplari. E le rimanenti lire 1000, non saranno pagate – sempre in cambiali a sei mesi, s’intende – se non quando il signor Hubert non potrà esibire – a richiesta dell’autore – più di cento copie di questa prima edizione».
  E questo, dirò così pagamento, per quattro volumi! Balzac aveva allora 23 anni.
  Ma l’ultimo articolo di questo contratto da negriero farà certamente ridere gli scrittori, gli editori e gli agenti di pubblicità d’oggi.
  «In questa somma (di 2000 franchi) si trova compreso il prezzo degli annunzi del suddetto lavoro che il signor Balzac si obbliga a pubblicare sui giornali qui appresso indicati (o in quelli che li sostituiranno se essi venissero soppressi): le Constitutionnel, le Journal des Débats, le Courrier, le Miroir, la Quotidienne e in tutti i giornali di spettacoli. Gli annunzi saranno di mezza colonna ciascuno e saranno inseriti nella rubrica: Parigi o immediatamente dopo».
  In cambio, l’autore avrà diritto a sei copie gratuite del suo lavoro!
  Ecco un contratto con la libreria Pollet – 11 agosto 1822. – Balzac le cede in cinque volumi: I due Beringheld e il Vicario delle Ardenne, sotto lo pseudonimo di Horace de Saint-Aubin. Se ne stamperanno 1,100 copie e l’autore riceverà 300 franchi in scudi e 1700 in cambiali: scadenza ad un anno!
  Ecco quello per la famosa Fisiologia del matrimonio. È del 25 dicembre 1829, con Lavavasseur e Urbano Canel:
  «L’opera sarà stampata in due volumi in-8° e Balzac avrà 1500 franchi in due cambiali, pagabili ad un anno dalla data».
  Quello con Gosselin e Canel per la Peau de chagrin, ch’è del 17 febbraio 1831, frutterà all’autore 1,125 franchi, pagabili:
  «Un quarto, in contanti alla consegna del 10° foglio di stampa, cioè circa 160 pagine. – Un quarto, otto giorni dopo la messa in vendita del libro. – E la metà tre mesi dopo».
  E, naturalmente, sempre in cambiali a 6 mesi, a 9 mesi, ad un anno!
  E così, sempre, per quasi tutti i lavori suoi. Quale meraviglia se quest’uomo che lavorava incessantemente, per venir compensato in cambiali a lunghe scadenze, ne facesse poi delle altre per conto proprio e continuasse l’implacabile lavoro per pagarle?
  È morto il 18 agosto 1850 in una discreta agiatezza: ma non molto tempo prima, dal febbraio al settembre del 1848, pativa la fame.
  Era partito nel 1847 per la Russia, per visitarvi la signora De Hanska, rimasta vedova. Nel frattempo in Francia scoppiò la rivoluzione. Il nuovo governo mise una tassa sulle appendici dei giornali, i quali le soppressero immediatamente; e poiché Balzac viveva di quelle, scritte giorno per giorno, al ritorno dalla Russia si trovò sulla paglia.
  Sulla paglia, per modo di dire, perché abitava allora una graziosa palazzina in via Fortuné (sic) (dove morì) che la signora De Hanska gli aveva mobiliata; ma non aveva un centesimo; la domenica faceva cuocere da sé del manzo bastevole per una settimana e lo mangiava poi freddo gli altri giorni. In tali condizioni scrisse pel Teatro Storico: La Matrigna.
  Fra queste alternanze fantastiche di digiuni forzati e di prodigalità strane, lavorava quattordici ore di seguito, credendosi sempre alla vigilia di diventar milionario.
  Incontra una sera un principe russo e l’invita a pranzo a casa sua per l’indomani: poi si ricorda che non ha vasellami né posateria e ne compra subito per 4000 lire dal primo orefice che vede.
  Vuole andare a Vienna a trovare la De Hanska e le carrozze da posta l’annoiano. Che fa? compra una berlina da viaggio per 15,000 lire, che non ha. Parte, giunge a Vienna, vi è splendidamente ricevuto nei saloni più aristocratici, in uno fa la conoscenza del principe di Metternich, ma appena mette piede a Parigi, trova i gendarmi che l’attendono per condurlo alla prigione di Clichy per debiti. Uno o due anni prima di morire s’entusiasma all’idea di trasportare 60,000 quercie dalla Polonia in Francia e sogna un guadagno d’un milione e duecentomila lire. Ma, non avendo il senso pratico degli affari, non riesce che a indebitarsi di più. Tale l’uomo!
  Ed a proposito di debiti il visconte di Lovenjoul ha potuto ricostruire un pensiero che l’eterno indebitato aveva scritto e poi ricoperto di ghirigori, sulla copertina d’un manoscritto; questo: «I creditori sanno trovarci spesso meglio e più sollecitamente dei nostri amici: Essi vengono sovente per una piccola somma là dove gli altri non vengono per un grande affetto!»
***
  L’ardente apostolo balzachiano si è mostrato dolente che così presto l’opera del suo idolo cada in dominio pubblico – non per eccessivo sentimento protezionista, ma perché se finora non è stata fatta una bella edizione della Comédie humaine, molto meno è da sperare possa venire fatta da oggi in poi.
  «Quando si pensa, egli ha detto, che non esiste in Francia una bella edizione di Balzac, e bisogna andare in America per trovarne una conveniente! Gli americani hanno pubblicato difatti una edizione che costa 600 lire, con 240 incisioni dovute ai migliori artisti francesi … Ma però essa è in inglese! Quale onta!»
  «E poi, vi par niente il fatto che l’indomani della data fatale tutti, tutti, voi, io, non importa chi, potrà impossessarsi dell’opera del grande scrittore, pubblicarla completamente, o farne degli estratti, mutilarla o stroncarla, senza che nessuno possa trovar nulla a ridire? …»
  E quasi a riconfortarsi per tanto rammarico, con una espressione di gioia orgogliosa, esclamò: « – Ma io ho dell’inedito!, dei capolavori, non finiti è vero, ma preziosi lo stesso, e la legge fa per essi un’eccezione: proroga di dieci anni il diritto di proprietà. E per dieci anni io sarò solo proprietario esclusivo dei frammenti delle opere postume di Balzac».
  Ecco intanto una prima lista di essi.
  Del governo moderno (sola opera terminata) studio del principio del regno di Luigi Filippo.
  Le avventure amministrative d’una idea felice.
  La Frelore, avventure d’una comediante – novella in cui Asceleneau, Nadar ed altri sapevano l’esistenza, ma che avevano ricercato invano finora.
  Trattato della Preghiera, dissertazione mistica.
  La modista, episodio scritto prima del 1830 – frammento eccezionalmente curioso perché l’azione si svolge al XVIII secolo mentre tutte le altre opere hanno per quadro la vita moderna.
  Gli eredi di Boirouge, frammenti di storia generale, una delle opere continuamente preannunciate e mai finite.
  Il Teatro com’è, curioso studio di comici.
  Un carattere di donna, (forse l’ultimo suo scritto).
  I due amici, racconto satirico scritto dopo la Fisiologia del matrimonio.
  Fra dotti, un lavoro per cui si è appassionato moltissimo.
  Il prete cattolico, pagine inedite contenenti un’altra confessione del medico al Capitolo XXVIII.
  La Genesi dei «Contadini» che contiene: Il gran proprietario.
  E poi ancora una enorme quantità di lettere, di frammenti di novelle, di romanzi, pagine volanti, nelle quali, ha asserito lo Spoelberch de Lovenjoul sono meraviglie disgraziatamente abbozzate.
  Per dieci anni dunque egli custodirà con la gelosia d’un avaro e con la passione d’un innamorato le inedite carte balzachiane, poiché – pare – non ha intenzione alcuna di pubblicarle.
  E da noi? Che cosa conosce il nostro pubblico del Balzac?
  Dalle ricerche che ho fatte mi risulta che all’infuori degli Impiegati, della Fisiologia del matrimonio e di qualche commedia, pubblicati nella Biblioteca popolare Sonzogno, nessun editore, da cinquant’anni a questa parte, ha avuto cura di stampare una buona traduzione dei popolarissimi Eugenia Grandet, Papà Goriot, Orsola Merouet (sic), Ferragù (sic) o degli altri capolavori del vero padre del realismo, se si eccettui quel Giglio nella valle che non è poi di vera essenza balzachiana.
  Quando non ci saranno più diritti di traduzione da pagare non potrebbe qualcuno dei nostri editori aver il buon senso di mandar fuori, in edizioni anche economiche, se volete, qualche dozzina di volumi della meravigliosa Comédie humaine preferendoli agli innumerevoli, tenebrosi e macchinosi romanzi di tutti i più o meno discendenti legittimi di Montépin?

  Benedetto Croce, La statua di Vico e la filosofia a Napoli, in AA.VV., Napoli d’oggi. Scritti di: Nicola D’Arienzo, Roberto Bracco, Riccardo Carafa, P. Castellino, Giuseppe Ceci, Francesco Cimmino, Luigi Conforti, Benedetto Croce, Ludovico de la Ville, Giulio de Petra, S. di Giacomo, N. F. Faraglia, Onorato Fava, M. Masullo, G. Mercalli, Giuseppe Mezzanotte, Alfonso Miola, Mario Morelli, G. Patroni, Vittorio Pica, F. Polidoro, S. Procida, Teresa Ravaschieri, Ferd. Russo, G. M. Scalinger, G. Schneer, Matilde Serao, A. Sogliano, F. Terranova, G. Tesorone, Federigo Verdinois, Napoli, Luigi Pierro, Editore, MDCCCC, pp. 138-142.
  p. 141. Ma, se non del Vera [Augusto Vera], io vorrei vedere tra gli altri busti dell’università di Napoli quello di Antonio Tari: del vecchio professore di estetica, «originalissimo e genialissimo uomo, – è stato scritto, – che deduceva i romanzi di Balzac, costruiva la cupola di S. Pietro e disponeva in serie genetica gl’istrumenti musicali».


 Lucio D’Ambra [Renato Manganella], Il Miraggio. Romanzo, Seconda edizione, Roma-Torino, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, 1900. 

 pp. 28-29. E Farnese, senza riposo, si mise di nuovo al lavoro nel suo continuo inseguimento del meglio e del bello ed in un anno, uscirono due altri romanzi suoi: L'infamia umana, dove dieci tipi balzacchiani di vili e d’infami torturavano e macchiavano per sempre una serena anima di giovinetta; […].

 pp. 50-51. Farnese aveva ripreso a parlare con molta gaiezza, lieto per quell’ambiente intimo e raccolto; e si compiaceva per le argenterie e le biancherie che splendevano e biancheggiavano ancora più sotto la bruna ombra di quel tappeto di violette e di rose. Beatrice prendeva dal vaso alcune di quelle violette e le sfogliava lentamente, fogliolina a fogliolina, mentre il marito aveva ripreso a sviluppare le sue idee sul teatro.

  — Una commedia, egli diceva, è, come affermava Balzac, l'opera più facile e la più difficile per lo spirito umano: è un giocattolo di Norimberga od una statua immortale, è un pulcinella o una Venere ... Dimmi piuttosto che è necessario pel teatro un ingegno speciale, se non un grande ingegno. Prova ne sia lo stesso Balzac, il quale chiamando melodrammi miserabili le creazioni di Hugo, non è mai riuscito a finire quella sua commedia in cinque atti, Joseph Proudhomme, tante volte e così minutamente annunziata alla sua contessa Hanska! E non si può negare che nei suoi romanzi Balzac mostrasse pel teatro tutte le attitudini desiderabili!

 p. 66. Un'altra piccola biblioteca era in un angolo, presso la tavola, a portata di mano dello scrittore; e vi si affollavano i suoi libri prediletti, la Manon Lescaut dell'abate Prévost, l’Adolphe di Benjamin Constant, Les liaisons dangereuses di Laclos, il teatro di Marivaux ed alcune commedie di Musset, tutte le opere di Stendhal, molti volumi di Balzac, le opere di Taine, i libri di Bourget e qualche altro.

 pp. 68-69. E Molière ha scritto fra una rappresentazione e l'altra di quelle buffonate che erano l'Impromptu de Versailles e il Medecin malgrè lui, (sic) ha scritto in poche ore, per la sua compagnia di commedianti quei capolavori che si chiamano Tartuffe e Misantrope (sic), Gli sono costati più sforzo di lavoro che non quelle buffonate? No. Solamente queste volte il genio ha squillato. E Balzac non ha scarabocchiato in poche notti, per pagare i suoi creditori, César Birotteau?


  Evelyn, I nuovi libri francesi. […]. Le memorie del celebre fotografo Nadar. […], «La Vita Internazionale», Milano, Anno III, N. 23, 5 Dicembre 1900, pp. 725-727.

 

  p. 726. In queste sue reminiscenze, egli racconta, tra altre cose, che al suo esordio, circa cinquanta anni or sono, uno dei suoi primi clienti fu Balzac, il quale si presentò a farsi ritrarre, titubante e pauroso, quasi si trattasse di alcuna operazione occulta e diabolica ...

  Difatti, il grande romanziere aveva, a quanto pare, stranissime idee a proposito della fotografia, arte allora nascente, ch’egli riteneva quasi cosa soprannaturale.

  Secondo lui, il corpo umano è composto «de séries de spectres, en couches surposées à l’infini, foliacées en pellicules infinitésimales, dans tous les sens où l’optique perçoit ce corps»; e così ogni operazione fotografica “venait donc détacher et retenir un de ces spectres en l’appliquant sur le verre, en en faisant une chose palpable”.

  Ma ogni operazione che creava dall’impalpabile il palpabile, costituiva, secondo lui, una diminuzione di vitalità, di essence constitutrice, nella persona fotografata.

  Ecco forse perché il Balzac temeva tanto questo nuovo modo di trasmettere le sue fattezze ai posteri, ed alla sua curiosa teoria aveva convertito due illustri discepoli, Gerard de Nerval e Teofilo Gautier, i quali montarono insieme una Cabale contro la fotografia che ritenevano, come si vede, una specie di sortilegio; pressa-poco come i superstiziosi Musulmani, i quali credono, al pari di alcuni popoli selvaggi, che afferrando l’ombra d’un uomo, col mezzo del ritratto, gli si prende la vita.


  Feder, Esumazioni […], «Corriere della Sera», Milano, Anno XXV, Num. 78, 20-21 Marzo 1900, pp. 1-2.

  p. 1. La relazione epi­stolare [tra Maupassant e Maria Bashkirtseff] comincia così per la vanità della giovinetta che spera di ottenere le lodi dell’artista glorioso; ma se ella sa che il Maupassant «non è un Balzac da adorare interamente, sa pure che è un giovane d’infinito spirito e ingegno».


  Feder, L’undicesimo comandamento, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXV, Num. 101, 12-13 Aprile 1900, pp. 1-2.

  p. 1. Narra il Balzac che «la noia nacque di sera, in un colloquio fra marito e moglie».


  Feder, Ugo Foscolo ed Isabella Albrizzi, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXV, Num. 282, 14-15 Ottobre 1900, pp. 1-2.

  p. 2. Scrisse il Balzac che le Milanesi «non capiscono ciò che loro si dice» […].


  Gemma Ferruggia, Matilde Serao. Studio e ricordi, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Ottantanovesimo della Raccolta, Volume CLXXIII, Fascicolo 692, 16 ottobre 1900, pp. 621-648.
  pp. 636-637. L’arte di Matilde Serao ricorda le parole di Balzac: le hasard est le premier romancier du monde, e quelle di Madame Necker: le roman doit être le monde meilleur. Il confronto che più meraviglia la Serao è quello che si fa comunemente tra lei e George Sand: tra le due illustri donne passa la differenza che sta tra il 1845 e questo 1900. […] Se la Serao è inferiore a George Eliot nell’armonica fusione dei personaggi: se ella non affronta, come la Sand, problemi di sociologia: se, come la Staël, non si lascia sedurre da mania cattedratica: e non ricorda in alcun modo la brillante scurrilità delle lettere di Madame de Sévigné, […] è altrettanto vero che il romanzo di Matilde Serao bisogna considerarlo derivazione di Balzac e di Flaubert. […].
  «Come Balzac, per la perversa Marneffe, ad esempio», osserva il Nencioni, «si diverte a vestire certe sue eroine, così forse la Serao si compiace un po’ troppo nella descrizione delle minuzie dell’abbigliamento femminile».


 Ferdinando Fontana, Antologia Meneghina, Bellinzona, Stabilimento Tip. Lit. El. Em. Colombi & C., 1900.

 

Carlo Maria Maggi. “Il Barone di Birbanza”. Commedia in tre atti, pp. 91-97.

 p. 91. Il Barone di Birbanza ha dei punti di contatto col Mercadet di Balzac. — Si tratta, appunto di un imbroglione, il quale, per poter maritar la figliuola ad un ricco, vuol gabellarsi;per un negoziante di prim’ordine.


  Giulio de Frenzi, Cesare Pascarella, «La Rassegna Internazionale della letteratura e dell’arte contemporanea. Pubblicazione quindicinale», Firenze, Libreria Fratelli Bocca di F. Lumachi, Anno I, Vol. III, Fasc. XV, 15 Dicembre 1900, pp. 178-186.

 

  p. 178. Ed io ricordo quanto acuto e giusto mi parve il pensiero espressomi da un poeta romano, innamorato delle cose romane, Diego Angeli, nel tempo d’un nostro vagabondaggio per le viuzze antiche di Trastevere, allorché egli mi disse che l’opera del Belli gli pareva potersi paragonare, come rappresentazione d’un ambiente sociale, soltanto con la Commedia Umana d’Onorato di Balzac.


  G. S. Gargàno, Esteti d’Oltre Manica, «La Rassegna Internazionale della letteratura e dell’arte contemporanea. Pubblicazione quindicinale», Firenze, Libreria Fratelli Bocca di F. Lumachi, Anno I, Vol. III, Fasc. XV, 15 Dicembre 1900, pp. 147-154.

 

  p. 149. Noi non possiamo infatti chiamar basso l’artista che cerca nella realità la sua ispirazione e che infonde nei suoi personaggi, come ha fatto Balzac, quella vita che essi vivono nella sua anima; ma sentiamo che esse colpiscono dirittamente quando si rivolgono contro chi rinunziando a qualsivoglia sua creazione, cerca nel documento umano e non nel suo spirito i motivi di ogni azione.

  E la differenza tra Balzac e Zola è precisamente quella che passa fra un realismo senza immaginazione ad una realtà immaginativa, ed in essa sola è da ricercarsi la ragione per cui i personaggi creati da Balzac sono sempre vivi, e quelli rappresentati da Zola non sono già più che deboli ombre.


  Remy de Gourmont, Il Romanzo dell’Energia Nazionale. II – “L’Appel au Soldat” di Maurice Barrès, «La Rassegna Internazionale della letteratura contemporanea», Firenze, Libreria Fratelli Bocca di F. Lumachi, Anno I, Fasc. I, 15 Maggio 1900, pp. 1-5.
  p. 4. L’Appel au Soldat è lungi dall’essere così importante, considerato letterariamente, come la prima parte della trilogia, i «Déracinés». […] Che libro attraente sarebbe questo romanzo se Madame de Nelles ne fosse l’eroina e se Boulanger fosse stato messo in secondo ordine. Balzac in simile occasione, ci avrebbe raccontato tutta la storia del boulangismo senza far comparire sulla scena anche per una volta il triste generale; ma Balzac aveva un concetto della prospettiva letteraria che manca assolutamente al Barrès.

  R.[emy] d.[e] G.[ourmont], Rassegna Francese. Bibliografia. Romanzi, «La Rassegna Internazionale della letteratura e dell’arte contemporanea», Firenze, Libreria Fratelli Bocca di F. Lumachi, Anno I, Vol. I, Fasc. V, 15 Luglio 1900, p. 277.
  La Carrière d’André Tourette di Luciano Mutalfeld (Ed. Ollendorff). […] Se l’autore avesse soltanto la metà del genio che gli hanno prestato i giornali a ciò pagati, avremmo in uno stesso individuo un secondo Balzac ed un secondo Flaubert.

  Angelo de Gubernatis, Un grave dolore, in Fibra. Pagine di ricordi. VII aprile M DCCCC, Roma, Forzani e C. Tipografi del Senato, 1900, pp. 105-111.
  p. 110. A Torrazza-Coste poi andavo volentieri, attratto dal desiderio di ritrovarmi di nuovo in piena campagna, e quasi sul campo della prima battaglia dell’indipendenza italiana.
  Avevo tolti con me pochi libri, una raccolta di canti popolari tedeschi e la Storia del popolo tedesco del Düller per istudio, e l’Eugenia Grandet del Balzac, coi Mystères de Paris del Sue per mio solo passatempo.

  Oliviero di Jalin, Intermezzi mondani, «L’Uovo di Colombo», Bari, Anno III, Num. 4, 21 gennaio 1900, p. 2.

  Un pensiero.

  E' di Balzac.

  En ménage, le moment ou (sic) deux cœurs peuvent s’entendre est aussi rapide qu’un éclair, et ne revient plus quand il a fui. [Citazione tratta dalla Physiologie du mariage].


  Oliviero di Jalin, Intermezzi mondani, «L’Uovo di Colombo», Bari, Anno III, Num. 6, 4 febbraio 1900, pp. 2-3.

  p. 3. Un pensiero.

  È di Balzac.

  En amour la femme est comme une lyre qui ne livre ses secrets qu’à celui qui en sait bien jouer. [Citazione tratta dalla Physiologie du mariage].


  Oliviero di Jalin, Intermezzi mondani, «L’Uovo di Colombo», Bari, Anno III, Num. 9, 25 Febbraio 1900, p. 3.

  Un pensiero.

  E’ di Balzac.

  Nous ne nous attachons d’une manière durable aux choses que d’après les soins les travaux ou les désirs qu’elles nous ont coûtés. [Citazione tratta dalla Physiologie du mariage].


  Cesare Levi, Il Teatro in Francia dopo la Rivoluzione, in Letteratura drammatica, Milano, Ulrico Hoepli Editore-Libraio della Real Casa, 1900, pp. 270-291.
  p. 290. Prima però di venir a discorrere della commedia moderna, debbo accennare al più grande romanziere del secolo, che per il carattere della sua opera letteraria, più che per le produzioni drammatiche, ebbe grandissima influenza sul Teatro francese contemporaneo, voglio dire: il Balzac. Fondatore della scuola naturalista, diede, con la sua colossale opera: «La Commedia umana», un carattere nuovo alla letteratura francese: ed il realismo nella Drammatica da lui ha origine.
  Onorato di Balzac (n. a Tours nel 1799; m. nel 1850) non ebbe nel Teatro fortuna. Debuttò col Vautrin (’40) che non piacque; e la commedia: Le risorse di Quinola (’42) non ebbe neppure buon successo. Il suo miglior dramma è: La matrigna, quanto a fattura scenica ed effetti teatrali; ma assolutamente superiore è L’Affarista (’51)[6], ove è scolpita con fredda verità la figura di Mercadet, immortale tipo di uomo di borsa, avido al danaro e senza scrupoli. In questa commedia il Balzac portò sulla scena quel finissimo spirito d’osservazione e quella filosofica profondità, che lo guidarono nello scrivere i suoi romanzi meravigliosi. La morte gli tolse di continuar l’opera drammatica incominciata gloriosamente, e di cui è solo esempio il suo «Mercadet».

  G.[ian] P.[ietro] Lucini, Artisti contemporanei. Luigi Rossi, «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte-letteratura-scienze e varietà», Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Vol. XI, N. 64, Aprile 1900, pp. 247-265.
  p. 257. Con lui [P. Loti] passò qualche mese nella sua villa di Rochefort; vi rammenta dei pranzi medioevali, in cui si tentava la lingua dei Drolatiques di Balzac, nelle sale ampie ad armadi massicci, bruni e scolpiti sotto la luce iridata delle finestre ed ogive dipinte a blasoni ed a santi.  
 
 
  Gian Pietro Lucini, La pittura lombarda del sec. XIX alla Permanente di Milano, «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte-letteratura-scienze e varietà», Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Vol. XII, N. 68, Agosto 1900, pp. 83-105.
  p. 91. Le necessità patrie per l’unificazione e per le rivendicazioni portarono nel campo dell’arte e della letteratura un tumultuare. Walter Scott tramonta […]. Balzac sforza la porta. Crisi politica, crisi d’arte.

  Alberto Lumbroso, L’ultima opera di un nuovo “Immortale”(*), «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXII, N. 12, 25 Marzo 1900, p. 2.
  (*) Émile Faguet, Histoire de la littérature française (Paris, Plon, Nourrit et C. éditeurs, 1900), 2 vol. in-18 di 481-475 pagine.
  Stupende le pagine intorno a Giorgio Sand, a Teofilo Gautier ed al Balzac, insomma intorno ai maestri della terza epoca del romanticismo, come la partisce il Faguet, che riassume assai bene tutto ciò che si può dire e pensare dei tre grandi scrittori di cui l’erudito visconte de Spoelberch de Lovenjoul ha fatto l’unico scopo delle sue innumerevoli e studiose ricerche di paziente benedettino!

  Cesarina Lupati, Da allora ad oggi, «Natura ed Arte. Rassegna quindicinale illustrata italiana e straniera di Scienze, Lettere ed Arti», Milano, Casa editrice Dottor Francesca Vallardi, Anno IX, Fascicolo XVII, 1° Agosto 1900, pp. 388-392.
  pp. 390 e 391. In Francia [il ventaglio] non fu introdotto che al tempo di Enrico II. […].
  Scrive Balzac che Maria Antonietta, favolosa negli ornamenti, possedeva il ventaglio più bello fra tutti i ventagli celebri.
  Forse riposa ora dentro una vetrina del Louvre: chi va a Parigi lo saprà dire.

  Paolo Mantegazza, I caratteri umani, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Ottantottesimo della Raccolta, Volume CLXXII, Fascicolo 688, 16 agosto 1900, pp. 632-647.
  p. 642. I veri, i grandi romanzieri, quelli che sono profondi psicologi, ci descrivono sempre la casa, il giardino, l’abito dei loro personaggi, e così facendo, ce ne fanno presentire il carattere, che è già in gran parte delineato da tutto ciò che li circonda. In quest’arte nessuno ha ancora superato il Balzac.

  Dino Mantovani, Il Poeta Soldato. Ippolito Nievo. 1831-1861. Da documenti inediti, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1900.

VIII.
Il capolavoro, pp. 254-299.
  Riflettendo sui Promessi Sposi di A. Manzoni, l’A. osserva:
  pp. 262-263. Il campo dell’attenzione è naturalmente limitato come quello della vista: se l’opera vuole passarne i termini, le conviene suddividersi in più opere distinte, ciascuna delle quali abbia vita e interesse per sé, pur rimanendo collegata con le altre. Invece di un quadro smisurato, innanzi al quale lo spettatore debba passeggiare per osservarne le singole parti, si fa un gruppo o una serie di quadri; invece di un dramma che debba avere quindici o venti atti, si fa una trilogia; invece di un racconto che comprenda molte lunghissime azioni, si fa una collana di racconti. […] Occorre citare esempî di ciò? Dai tragici greci al Dumas padre, al Balzac, allo Zola, gli autori che vollero rappresentare un’azione molto lunga e complessa la suddivisero in tante azioni speciali, dando a ciascuna tutto lo svolgimento di cui era capace.

  Dino Mantovani, Cronache letterarie. Memorie. Leone Tolstoi, “Memorie”, Milano, Treves, «La Stampa. Gazzetta piemontese», Torino, Anno XXIV, N. 335, 3 Dicembre 1900, pp. 1-2.
  p. 2. Come il capitolo su Le tre specie dell’amore rammenta il Balzac, quelli su la dimora del giovine Nicola in campagna ricordano le più felici pagine del Fogazzaro (p. 360) e le più penetranti liriche notturne del Leopardi (p. 323 seg.).

  Dino Mantovani, Cronache letterarie. Il retaggio del secolo, «La Stampa. Gazzetta piemontese», Torino, Anno XXIV, N. 362, 31 Dicembre 1900, pp. 1-2.
  p. 2. È ben vero che il Balzac nella sua Commedia umana diede al danaro e all’interesse potenza pari se non superiore a quella dell’amore; è ben vero che negli autori scandinavi e non il problema della coscienza e della legge morale ha importanza assai maggiore della passione […].

  Emilio dei Marconi, Cronaca mondana. Al Filodrammatico, «La Provincia di Lecce», Lecce, Anno V, N. 3, 21 Gennaio 1900, p. 2.

  Balzac non ha forse ragione esprimendosi così? Quel est le père de bonsens qui vendrait marier son fils a vingt ans? Ne connait-on pas le danger de ces micous precoces? (sic) [Citazione, trascritta erroneamente, tratta da La Physiologie du mariage; lege: Mais quel est le père de bon sens qui voudrait marier son fils à vingt ans? Ne connaît-on pas le danger de ces unions précoces?]. E queste frasi Cavallotti, ha voluto che precedessero il suo dramma Lea. […].

  Al terzo atto cè la catastrofe. Cavallotti dimostra efficacemente quanto sia vero l’asserto del Balzac e cede la vittoria a Ida, prendendo a unico sostegno la presenza del figlio Pep­pino. Lea si rimette al destino, ma prima vuole, e ne ha di­ritto, la soddisfazione di sapere ancora sua l’anima di Riccardo.


  Emilia Mariani, Parigi, «La Vita Internazionale», Milano, Anno III, N. 19, 5 Ottobre 1900, pp. 598-602.

 

  p. 602. Balzac ritornando dalla provincia la riconoscerebbe ancora sempre, e vi ritroverebbe le sue grisettes e i suoi giovani artisti dai capelli lunghi e dalla cravatta a fiocco svolazzante, mentre il nuovo tipo della donna moderna passa sul ponte Alessandro fissi gli occhi nel nuovo sole.


  Ugo Mazzola, Il momento economico dell’arte, «Giornale degli Economisti», Roma, Serie Seconda, Anno XI, Vol. XXI, 1900, pp. 117-138.
  p. 131. Noi moderni non abbiamo alcuno da contrapporre a Dante, a Michelangelo, a Rembrandt o a Shakespeare; ma i secoli precedenti non hanno alcuno da contrapporre a Beethoven, non hanno alcuno da contrapporre a Balzac. […].
  pp. 136-137. Difatti, se ben riflettete, il godimento delle arti plastiche è fugace o costoso […]. Invece la musica e il romanzo permettono di far partecipare allo stesso godimento una serie infinita di persone che hanno la capacità economica ed il tempo disponibile per procurarselo […].
  Invece queste forme d’arte hanno conseguito, nei loro prodotti migliori, una perfezione ed un’armonia innegabili: esse hanno raggiunto l’ideale di assimilarsi altre forme diverse d’arte nel contenuto proprio. Si pensi alla forza di colorito della prosa di Gautier o di Flaubert, o alla efficacia descrittiva della Pastorale o dell’idillio del Siegfried wagneriano. Esse hanno saputo creare, nella struttura variopinta della nostra società, dei tipi artistici immortali che posson formare perfetto accordo coi passati. Golsek (sic) e il padre Grandet sono concezioni artistiche che possono star a confronto di Shylock o di Arpagone; il pathos altissimo del dolore paterno è raggiunto nel Père Goriot altrettanto intensamente come nell’Edipo o nel Re Lear. E queste sono le forme alte e durature.

  George Mc Lean Harper, Il posto privilegiato della letteratura francese(1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno X, Vol. XIX, N. 15, 25 marzo 1900, pp. 344-346.
  pp. 344-345. Nel mondo non inglese la preeminenza della letteratura francese è stata così indiscutibile, che molta parte della letteratura inglese, benché almeno altrettanto eccellente, è rimasta oscurata e relegata a un posto secondario. […] mentre per il pubblico più colto del continente Milton è solo un nome, e Wordsworth, Shelley, Keats, Burke, Thackeray, Hawthorne e Ruskin non sono che ombre, Montaigne, all’incontro, Molière, Montesquieu, Voltaire, Rousseau, Hugo, Balzac hanno esercitato un’azione potente sulla vita sociale e politica, e il loro pensiero entra notte e giorno nell’orditura del complicato tessuto della civiltà europea.
  (1) Da un articolo di George Mc Lean Harper, The Atlantic Monthly, marzo.

  Mario Morasso, Le forme più recenti del Romanzo. II. Il romanzo per il conseguimento del dominio, «La Rassegna Internazionale della letteratura e dell’arte contemporanea», Firenze, Libreria Fratelli Bocca di F. Lumachi, Anno I, Vol. II, Fasc. VIII, 1 Settembre 1900, pp. 75-88.
  p. 87. Insomma come filogeneticamente (se è lecito l’usar questa parola) da Balzac per esempio a Barrés (sic), il romanzo, nella sua forma più elevata, viene da discussione filosofica assumendo un preciso carattere di trattazione politica, così ontogeneticamente in ciascun romanziere dalle prime opere svolgentisi su concetti filosofici generali si arriva a quelle odierne edificate sopra un rigido schema politico.

  Vincenzo Morello, Il mondo criminale di Balzac, «L’Italia Centrale. Gazzetta di Reggio-Emilia», Reggio-Emilia, Anno XXXVIII, N. 56, 26 febbraio 1900, p. 1.

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  Dal Mattino di Napoli riportiamo l’ultima parte della splendida conferenza recata da Vincenzo Morello (Rastignac) al Filologico, sul tema Il mondo Criminale di Balzac.
  Il Balzac non solo osservò e divinò in tutta la sua ampiezza la psiche del delinquente-nato, ma ne studiò anche l’irradiazione. Gli uomini come Vautrin hanno troppa abbondanza di forze vitali perché non abbiano il bisogno di scaricarsene in parte, per alimentare altri soggetti. Essi cercano quindi il debole per corromperlo, per formarlo, per ricrearlo a loro immagine, per farsene un amico, un complice, un aiuto e spesso un conforto.
  «Egli non s’era fatto l’amico del giovane Celestino che per incanalargli nelle vene il cattivo sangue che correva nelle sue,» – dice Claud di Edouard Henry. E così si può dire di Vautrin verso Luciano di Rubempré.
  Quello che aveva tentato invano con Rastignac, tipo superiore e volontario, Vautrin tentò con successo con Lucien, tipo mediocre, di coscienza incerta, di carattere dubbio. E la conquista di Luciano fu il più grande trionfo di Vautrin nel commercio sociale. Meriterebbero uno studio a parte le due tentazioni di Vautrin nel Père Goriot, e nelle Illusioni perdute, su Rastignac e su Luciano Rubempré. Quanta sapienza, quanta crudeltà, quanta ferocia, quanta audacia di pensiero e di parola nella tentazione di Rastignac – l’uomo forte, l’uomo col quale non si può giuocare, l’uomo che si prepara ad essere egli stesso un lottatore e forse un corruttore nella vita. E invece quanta unzione, quanta dolcezza, quanta amabilità, quante metafore, con Luciano, l’uomo morbido, senza energie e senza avvenire: il corrotto incosciente! Con Rastignac, il patto di Mefistofele Faust; con Luciano l’amabilità di Pietro e Jeffer nella Venezia salvata di Otway. Egli ha bisogno di impadronirsi dell’anima e della vita di uomini come Rastignac o Luciano di Rubempré – per mezzo dei quali comunicare con la società da cui è al bando.
  Come in una atmosfera di tempesta i tuoni si propagano celermente e più fortemente, nell’atmosfera di quelle giovani anime in tumulto. Vautrin capiva si sarebbe dovuta più celermente e fortemente propagare l’energia del suo pensiero e del suo istinto criminoso.
  Egli sa il gesto, la parola, l’atteggiamento morale da prendere con l’uno o l’altro: con Rastignac da pari a pari, da gente che si guarda negli occhi e si comprende anche di là dal proprio pensiero: lupo contro lupo; – con Luciano Rubempré, da superiore a inferiore, da protettore a protetto, da confessore a penitente. Con Rastignac, quindi, Vautrin si dichiara; con Luciano si nasconde; – e Rastignac mostra il petto, mostra la profonda ferita avuta in duello, mostra i canini esercitati a tutti i morsi; con Luciano si chiude tutto nella veste e nel nome e nell’ombra del gesuita che aveva assunto al suo ritorno dalla Spagna. Con Rastignac, insomma, egli è, secondo la sua metafora, la palla di cannone che sfonda; con Luciano la peste che penetra vittoriosa nell’anima e nel corpo.
  – «Io farò tutto per voi, io penserò alla vostra fortuna, e mi contenterò di godere dei vostri piaceri, di esultare dei vostri trionfi. Io mi farò voiEro solo e saremo due» – compenetrazione criminale! E quando Luciano gli chiede alfine perché mai tanta abnegazione, e tanta generosità, Vautrin risponde: «– Io ho quarantasei anni, e sono solo. L’uomo ha orrore della solitudine; e di tutte le solitudini quella morale è la più spaventevole. L’avaro abita il mondo della fantasia. Egli ha tutto, jusqu’à son sexe, nel cervello. Il primo pensiero dell’uomo, chiunque egli sia, lebbroso o forzato, infame o ammalato, è di avere un complice nel suo destino. Per soddisfare questo sentimento, che è la stessa vita, egli impiega tutte le sue forze, tutta la sua potenza, tutta la energia del suo spirito. Ebbene io voglio la mia creatura, voglio amarla, formarla, plasmarla, a mio uso, affine di amarla come il padre ama il figlio». – Questa sarebbe l’Iliade della corruzione, – risponde Luciano. E ne diventa subito Patroclo.
  Ho voluto riportare questa pagina, che vale un volume, che è sfuggita a tutti coloro che si sono occupati della suggestione criminosa. In questa pagina, e nelle altre che il Balzac consacra alle relazioni tra Carlos Herrera e Luciano è tutta la psicologia dell’incube e del succube, ricercata alle sorgenti, disegnata nel suo corso, descritta fino agli sbocchi. E poiché Balzac pensa a tutto, pensò anche alla definizione, nell’ordine penale, del succube; e anticipando sulla sistemazione della scuola positivista, egli definì Luciano de Rubempré un demi-criminel!
  Quando, dopo la truffa al Nucingen, di cui egli era e doveva essere complice, perché il milione doveva servire al suo matrimonio con la Granlieu (sic), e la susseguente morte di Ester, fu tratto in prigione, e sottoposto a interrogatorio, egli non seppe resistere all’assalto delle avverse domande del giudice istruttore, s’imbrogliò, si irritò, si commosse, accusò e si accusò. E quindi Balzac osserva: – Supposez maintenant un demi-criminel come Luciano, che salvato da un primo naufragio della virtù … - ». E più giustamente di così non era possibile osservare e definire. La scuola criminale positivista dà, infatti, al succube il nome di criminaloide. Ma per la storia, il «gran professor di scienze speciali» come Balzac stesso si chiamava, aveva bollato primo fra tutti nel segno, col suo sorprendente acume scientifico e morale!
  Ma dove il «professore di scienze sociali»più sicuramente e più singolarmente rivela il suo genio e la miseria altrui, e laggiù nel cerchio VIII, nella gola fera delle prigioni dove sono caduti e raccolti tutti i delinquenti che la giustizia è potuta riescire a fermare nella via. L’aria si tinge di nero; la fronte umana si piega umiliata allo spettacolo. I carcerati passano, evitandosi, lanciandosi sguardi cupi e sorrisi lividi, secondo i pensieri del momento. La galera pare un manicomio – Il delitto e la follia – domanda Balzac, precorrendo la risposta e la definizione dell’Antropologia Criminale – il delitto e la follia non hanno qualche somiglianza tra loro? Tutta quella gente che preferì, come dice Dante, vita bestiale all’umana, ha veramente figura bestiale più che umana. Balzac disegna quelle figure con un rilievo scientifico che sbalordisce; tutti i tratti fisici e morali di quei delinquenti poi li vediamo riprodotti negli atlanti della scienza e nelle cronache giudiziarie moderne. Ognuno di essi porta la sua caratteristica. Ecco la Pouraille, piccolo, secco, magro, volto di faina, stupido quanto agile, feroce contro il prossimo, quanto obbediente verso il suo capo. Ecco Teodoro Calvi, il compagno d’affetto e di catena di Vautrin in galera, pallido, olivastro, occhi incavati, fronte depressa; ecco Biffon, celebre ladro, piccola statura, grosso e grasso, su due gambe bene arcuate con nel volto tutti i caratteri dell’animale carnivoro, ecco Fil-de-soie, che a primo aspetto somiglia a un lupo per la larghezza della sua mascella vigorosamente pronunziata, e fa ribrezzo pel colore del volto pallido e butterato; ecco Asie, la zia educatrice di Vautrin, l’antica amante di Marat, ladra, assassina, avvelenatrice, che par la madre di tutti i delinquenti, e le cui mani hanno fatto mille mietiture … Queste fronti depresse e sfuggenti, queste mandibole sporgenti, queste gambe arcuate, questi volti di faina e di lupo, queste mani adunche si piegano innanzi a Vautrin, obbedienti ad ogni cenno di questo Cromwell del bagno, paurosi ad ogni minaccia, fiduciosi in ogni proposta, credenti in ogni resurrezione. Quando essi sono unito o quando comunicano lontani, come genti di diverse specie da quella nella quale sono nati, hanno un loro linguaggio particolare, il loro argot, modellato sul conio della loro anima così diversa e così lontana dalla nostra. Balzac è il primo a rilevare l’importanza e a dare importanza d’arte a questo linguaggio, a studiarlo, a interpretarlo, a illustrarlo. Non vi è infatti linguaggio più energico e colorito di quello formatosi attraverso mille paure, mille fughe, mille tragiche peripezie. Ogni parola è un’imagine brutale, ingegnosa o terribile; le sillabe che cominciano e finiscono le parole sono aspre, stridenti, rodenti come ferri e come acidi … Qui, come vedete, noi siamo tanto lontani da Victor Hugo che da Dostojewski, tanto lontani dal principio della riabilitazione quanto della religione della sofferenza umana: qui siamo nella zona intermediaria tra l’umanità e l’animalità, qui siamo alle ultime trincee, alle ultime frontiere della ragione umana e del sentimento civile, e alle porte della istintiva bestialità e della preistorica barbarie … Ma, ahimè, da queste lontane provincie, dal fondo oscuro del bagno, qualcuno sorge ad imporsi nella società. Vautrin sorge a dominare e a comandare. Quando, caduto definitivamente nelle mani della giustizia, i giudici tentano di fare il processo a Vautrin, non possono, la loro iniziativa si frange, la loro buona volontà rimane paralizzata, la legge stessa rimane confusa. La giustizia, di fronte a Vautrin, dichiara la sua bancarotta, e viene a patti. Perché? Perché Vautrin ha in mano i secreti della duchessa di Maufrigneise, di Mona di Serizy, di Clotilde Grandlieu: ha in mano l’avvenire del giudice istruttore, la fortuna del procuratore Generale, la salute di più di un ministro: parecchie alte famiglie in pericolo. – Noi siamo alla mercè di un forzato – dice il duca di Grandlieu, piegandosi all’orecchio della duchessa di Maufrigneuse.
  C’est fait – risponde la duchessa.
  E Vautrin è liberato. – Ecco la morale di questa storia – aggiunge subito, serenamente l’autore – che ha legate alla stessa catena, nella stessa galera, sotto il martello della stessa necessità, la classe alta e la bassa, l’uomo politico e l’uomo di affari, la donna galante e l’avventuriera, la moglie del giudice e la zia di Vautrin, il passo del condannato e il codice della legge. Liberato, Vautrin diventa uno dei capi della polizia … L’onestà dei costumi, la sicurezza dei cittadini, la pubblica e la privata moralità sorvegliati da un ex galeotto – ecco l’ultima ironia del filosofo – ed ecco anche la grande catastrofe della Commedia Umana. Qui cala il sipario. E, se vi basta l’anima, dite, o signori, che Balzac non ha descritto la verità e la realtà di tutti i luoghi, di tutti i tempi, di tutte le genti!
  Io ho finito, o signori.
  Quando voi uscite da una visita a un ospedale o a un manicomio, a una Corte di Assise o una prigione dopo aver visto il vostro simile dissolversi fisicamente e moralmente, dopo d’aver visto questa divina forma di tutte le bellezze ch’è la forma umana sfiorire al soffio gelato della morte o della follia o del delitto, il vostro occhio e il vostro spirito cercano ansiosamente spettacoli di diversa natura che li confortino e li pacifichino; spettacoli di dolcezza e di gentilezze, spettacoli di grazia e di salute; i puri occhi e le candide fronti del fanciullo, le fide parole delle madri, i sapienti simboli dei filosofi, le azzurre ale dell’orizzonte – e se le mani potessero fare tutto il bene che ispira il male, esse spargerebbero nelle case del dolore tutti i fiori della terra per consolarle, e nelle oscure anime in pena tutte le stelle del cielo per rischiararle. Così quando si esce dal teatro della Commedia Umana.
  Io vorrei, o signori, che le vostre fronti si piegassero spesso su quelle scene – ma vorrei, anche, che dopo le vostre mani fossero piene di fiori – fossero piene di stelle!

  Vincenzo Morello, Dalla conferenzaIl mondo criminale di Balzac”, «Psiche. Rivista quindicinale illustrata d’arte e di letteratura», Palermo, Anno XVII, N. 11-12, 1-16 Giugno 1900, pp. 123-124.
  Per definire e qualificare la Comedia Umana, si son trovati in questi 50 anni, mille metafore; e chi la chiamò il tempio di Salomone, tutto oro e marmi preziosi; e chi la chiamò la Torre di Babele, nella quale risuonano tutte le lingue e tutte le passioni combattono insieme, nello stesso tempo; – ma non si trovò per l’autore la metafora che organicamente lo rappresentasse e lo definisse; dell’autore, anzi, nessun artista, nessuno scrittore ha ancora saputo ritrarre le sembianze, fissare in un tipo umano nel marmo la forma e l’espressione, quasi che in questo mezzo secolo, i tratti di quella magica figura si siano dileguati dalla memoria e dalla coscienza degli uomini, come i raggi del sole che, in una magnifica primavera, nel dar vita a un popolo di fiori nella terra e a un popolo di sogni nel cuore umano, si dissolvano nei colori e nei profumi, nei desideri e negli amori, che essi stessi generano e fecondano.
  Più che una primavera – Balzac produsse un mondo, o per lo meno portò nel suo cervello tutto un mondo e tutta una società. – «Quattro uomini – egli scriveva a Mme Hanska, in un momento di giusta superbia, – avranno avuto vera influenza in questo secolo: Napoleone, Cuvier, O’Connell, e il quarto vorrei essere io. Napoleone ha vissuto del sangue d’Europa; Cuvier ha disseccato il globo; O’Connel (sic) si è incarnato in un popolo; io avrei portato una società tutta intera nel mio cervello». – Questa società non ebbe infatti, secreti e non ebbe misteri per lui. Ogni zona, ogni classe, ogni famiglia, ogni tipo fu da lui esplorato e conquistato all’arte. La vita di provincia e la vita della capitale, la vita pubblica e la vita privata, la vita coniugale e la vita galante, la vita militare e la vita sacerdotale, ebbero in lui, nello stesso tempo, il Colombo e l’Ariosto, e furono presentate al pubblico nella lotta o nel riposo, nella loro funzione particolare e nelle loro vicendevoli relazioni. Ben tremila personaggi, con genealogia precisa e più precisa biografia, sorgono, s’agitano, si muovono, vivono nell’opera di Balzac, e dall’opera nel mondo, in mezzo a noi, dentro di noi stessi. Tutto quel popolo ha il suo stato civile in regola, la sua etnologia ben determinata, il suo territorio ben delineato. I nostri padri passarono, noi passiamo, i nostri nepoti passeranno per lungo tempo ancora nell’opera di Balzac: i nostri nomi si confonderanno per lungo tempo ancora coi nomi di quegli attori della Comedia Umana, le nostre parole si ripercuoteranno in quelle pagine, come da quelle pagine sulle nostre labbra: meravigliosa compenetrazione dell’arte nella vita e della vita nell’arte: Rastignac, Lousteau, Grandet, Hulot, Cesar Biratteau (sic), Restand (sic), Maxime de Trailly (sic), Nucingen, Steinback (sic), Ferrabeches (sic), Galegeck (sic), Gandissart (sic), Ferragus, Corentin, Vantrin (sic); Mme Nourisson, Ester, Faccora (sic), Paolina, Mme de Mortsanff (sic), Mme de Beauseant (sic), Mme Marneff (sic), Mme Camusot, Mme Cormon, Mme Claes (sic), quale popolo! Uomini astuti, intriganti, generosi, avari, giornalisti, deputati, ministri, scienziati, poeti, usurai, spie, delinquenti; donne belle, donne brutte, donne depravate, donne mistiche; tutti i sogni, tutti gl’interessi, ricercati, scoperti, descritti, discussi, impersonati, in quell’immenso mondo, in quella immensa selva di carne umana, che si agita nei cento volumi di novelle e di romanzi! Come gli antichi alchimisti cercavano l’oro nel sangue delle bestie, così tutta questa gente cerca nella rovina del simile la propria ricchezza e la propria fortuna, se non la felicità! Guida l’interesse, non il sentimento. I sentimenti veri sono eccezioni, e vengono spezzati nel giuoco degli interessi; la virtù è calunniata, l’innocenza venduta; tutto si compra e si vende; la società non ha che due forme sintetiche: l’ingannato e l’ingannatore. Come le passioni si trasformano in visi (sic?; lege: vizi?), così le idee generose non sono mai fine a se stesse, ma mezzi; la religione una necessità di Stato; e la probità, un calcolo di probabilità! … Che resta? La vita umana è presa alle sorgenti, la vita sociale alle radici. Guardiamo di queste sorgenti: Vantrin (sic; lege, naturalmente: Vautrin)!
  Balzac diede a Vantrin l’incarico di esprimere il programma per tutti.
  Quello, infatti, che gli altri tentano confusamente, o praticano inconsciamente, Vantrin determina filosoficamente, con formule esatte di pensiero, con esatta espressione di parola: attore ed autore, legislatore ed esecutore nel tempo stesso. La logica di Vantrin è la logica del delitto, ma, in fondo, è anche la logica del mondo nel quale il delitto si coltiva e si sviluppa; e i suoi teoremi sembrano frutti raccolti, più che caduti, dal grande albero della scienza della vita. – Balzac ha fatto di Vantrin il Mosè del suo mondo; quasi che con tutto il male il vecchio galeotto contenga nella sua anima tutta la ragione della vita, e nel valido pugno, uso a fare saltare le serrature delle casse forti, abbia tutti i secreti delle viscere umane! – Le massime di Vantrin sono diventate, infatti, massime di scienza popolare, come nella sfera politica le massime di Machiavelli: popolari perché contengono il succo della scienza, l’essenza del pensiero, l’alcool derivante da tutte le vendemmie dell’esperienza sociale.
  – «Non vi sono principî ma fatti; non vi sono leggi, ma occasioni: l’uomo superiore attira a sé i fatti e le occasioni per condurli e per dirigerli». – «Il successo è la ragione suprema di tutte le azioni, quali che esse siano». – «Nella società bisogna sfondare come una palla di cannone, o insinuarsi come una peste». – «L’onestà non serve a nulla: la corruzione è una forza: la forza dei mediocri, quindi la forza comune». E così di seguito.
  E guardate, poi, il programma della lotta nel suo tempo, denunciato a Rastignac nel celebre dialogo nel giardino della Pension Vanquer (sic), dove, come Satana a Gesù, par che Vantrin mostri al giovinetto incipiente tutti gli orizzonti del piacere e del male:
  «Una rapida fortuna è il problema, che si propongono di risolvere in questo momento, 50,000 giovani, che si trovano nella vostra posizione. Voi siete un’unità in quel numero: pensate dunque quanti sforzi dovete fare per riuscire. Bisogna che vi mangiate gli uni gli altri, come i ragni in un barattolo. Che volete fare in questa condizione? L’uomo onesto? I vostri bisogni e i vostri nervi non ve lo permettono! Ebbene, in queste condizioni, quando si vuole pervenire, mi si dà la mano. L’onestà non serve a nulla!»
  Quante anime deboli, quanti spiriti incerti, quante intelligenze squilibrate non si sono perdute sotto la suggestione, occulta o palese, di un individuo o di un ambiente, di un Vantrin persona o maschera, o di quel Vantrin diffuso, indeterminato, indefinito, di tutta quella peste vittoriosa che si chiama l’esperienza sociale?
  – Il programma che Vantrin delineava a Rastignac era veramente il programma della società francese del tempo. E le leggi che esponeva, le leggi derivanti, o governanti lo stesso programma. – Era finito da poco il periodo eroico. L’atmosfera dopo la catastrofe napoleonica, era rimasta come impregnata di polvere e di sangue: del sangue delle guerre civili, della polvere che avevano suscitato nel loro passaggio gli eserciti vittoriosi e gli eserciti sconfitti. In mezzo a questa atmosfera, le risorgenti generazioni respiravano affannosamente e affannosamente agivano.
  Grandi ombre occupavano e quasi chiudevano l’orizzonte. Tutti quei plebei diventati a un tratto giudici di re e fondatori di repubbliche; tutti quei delatori diventati diplomatici e legislatori, tutti quei caporali diventati capi di popolo e capi di eserciti, in giro pel mondo a sconsacrare papi e a debellare imperatori, dovevano produrre e avevano prodotto col loro peso un enorme squilibrio negli spiriti, un enorme squilibrio nella società.
  La rivoluzione e l’impero avevano, è vero, esaltato l’individuo, affermandone la forza e l’indipendenza giuridica; avevano dato una coscienza al cittadino, avevano dato una bandiera a tutte le audacie e aperto un orizzonte a tutti i sogni, se non a tutti gl’ideali; ma non è men vero che, quando sedate le tempeste politiche e militari, l’individuo non ebbe più gloria da cercare, cercò la fortuna; e le mani che non poterono più stringere una spada, strinsero il pugnale, e quelle che non poterono strappare un ramo all’albero e alla quercia, tentarono di mietere almeno il grano nel campo altrui! – La criminalità conquistò così tutti gli spaldi rimasti deserti, e si estese in tutti i gradi sociali che gli avvenimenti politici avevano sconvolti. – «La moralità di un popolo – dice il Tarde – è strettamente legata alla stabilità dei suoi usi e costumi, come in generale quella di un individuo alla regolarità delle sue abitudini». – Il nuovo mondo, apertosi all’aurora del secolo XIX, era un mondo in ebollizione. Niente di stabile, tutto in formazione: quindi una strana combinazione di elementi eterogenei e vaganti, embrioni sparsi nell’atmosfera sociale, che non arrivavano ancora a determinarsi in un tipo, a definirsi in uno stato sicuro: quindi uno spostamento generale di abitudini, una trasformazione continua di passioni, una continua, profonda alterazione nei rapporti politici e sociali, una continua oscillazione fra le varie genti e i nuovi usi sotto la tormenta ancora viva del sentimento rivoluzionario. La criminalità crebbe, come conseguenza immediata di questo spostamento generale, sotto tutte le forme. Balzac ne vide il movimento ascendente, ne comprese le origini; ancor più: sentì dentro di sé e attorno a sé la vibrazione e l’irradiazione del fattore economico e morale, che lo produceva, e la fermò e la rappresentò in eterno nei suoi volumi. Chi più di Balzac fu affascinato dal sogno della sùbita fortuna; chi più di lui fu attratto dal miraggio della ricchezza improvvisa. Il grande sogno di Balzac fu il milione: il milione, ottenuto in un attimo, in una operazione sola, come nei canti delle fate e nelle leggende: quindi tutte quelle imprese sballate e quegli inattuabili progetti nei quali sciupava la sua fantasia e la sua aritmetica: l’exploitation delle scorie della miniera di Sardegna – il taglio dei boschi di Wertzchovin  (sic) – l’invenzione di una nuova pasta per la fabbricazione della carta, e perfino il secreto dell’anello del profeta, che gli avrebbe dovuto apportare tutte le miniere del gran Mogol!
  E poiché le imprese non riuscivano e non potevano riuscire, egli ritornava al lavoro, come uno schiavo, e giorno e notte curvava la schiena sotto le verghe. Così in un anno, nel 1839, fu costretto a scrivere 16 volumi e 20 atti di commedia. Si alzava alle sei della sera e lavorava sino alle sei del mattino; e con questo metodo la Vieillefille (sic) fu scritta in tre notti, il Secreto di Ruggieri in una notte; Cesare Birotteau in 25 notti; e in tre notti i 50 primi foglietti delle Illusions perdues.
  «Vi assicuro – scriveva alla madre – che io vivo in un’atmosfera di pensieri e di idee, di piani, di concezioni, di disegni che cozzano, si incrociano, scintillano nella mia testa, in modo da farmi diventare matto». Matto non diventò; ma bruciato, coi nervi accesi dall’eccitazione prodotta dal caffè che era il suo vital nutrimento nelle notti. Il buon gigante si spense, modestamente scrivendo, per raggiungere il suo sogno di ricchezza. Gli altri che avevano il suo stesso sogno ma cercarono di raggiungerlo diversamente, trafficando, speculando, rubando, in un modo o nell’altro, ebbero naturalmente più fortuna!
  Era dunque naturale che Balzac riuscisse il grande descrittore della grande passione del suo tempo. Egli la sentiva quella passione, al più alto grado, e poteva misurarne l’estensione in se stesso, come poteva, col suo profondo sguardo osservatore, scrutarne gli effetti negli esseri inferiori a lui moralmente, e descriverne le deviazioni nelle torbide correnti del mondo criminale, dove gli appetiti sono più energici, le espressioni più selvagge, le azioni più malefiche, le lotte più cruente.

  Vincenzo Morello (Rastignac), Catullo e De Musset poeti d’amore, in Nell’arte e nella vita, Milano-Palermo, Remo Sandron – Editore, 1900, pp. 63-88.
  p. 75. Io non ho bisogno di ricordare qui il genio di George Sand: basta ricordare le sue attrattive di donna. In Beatrice, Balzac la dipinge, sotto il nome di Camille Maupin, come un essere misterioso, incantatore: occhi impenetrabili, bellezza d’Iside, i capelli neri discendenti a bande lungo il collo come nelle statue di Menfi, la fronte piena e larga, solcata come quella di Diana incantatrice, il colore del volto olivâstre (sic) au jour, blanc aux lumières.


Il romanzo italiano, pp. 89-120.

  p. 91. Il romanzo italiano non è più una malinconica aspirazione nazionale […]. Romanzo che noi non leggiamo più, come L’Olmo e l’edera, sono risuscitati in onore e tradotti in Francia; romanzi che, come Mastro don Gesualdo, noi abbiamo avuto il cattivo gusto di trovare poco divertenti, sono stimati, nel paese di Balzac, e collocati fra i capolavori del metodo naturalista. […].
  p. 95. Cfr. 1899.

  Nemi [La Redazione], Tra libri e riviste. – “Madame Bovary (Emile Faguet)” […], «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume Ottantacinquesimo della Raccolta, Volume CLXIX, Fascicolo 675, 1° febbraio 1900, pp. 551-556.
  p. 551. «Madame Bovary», egli [E. Faguet] dice, «è il più completo ritratto di donna che io abbia incontrato nella letteratura, compresi anche Shakespeare e Balzac».


 Francesco De Nora, La missione della donna, «Rivista di Roma. Politica, parlamentare, sociale, artistica», Roma, Anno IV, Fascicolo XXVIII-XXIX, 15-22 Luglio 1900, pp. 610-615.

 p. 613. Honoré de Balzac, tessendone la fisiologia, sfronda a una a una tutte le piccole e le grandi ipocrisie, i sotterfugi sapienti e le false aureole; ne mostra le miserie, il fango e la sozzura.


  Parsifal, Uomini e Cose. Un anniversario: ricordando, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XIV, Num. 232, 23 Agosto 1900, p. 1. 

  Dell’autore della Commedia Umana si occupano in questi giorni — ricorrendo il cinquantenario della sua morte — tutti i giornali di Francia e molti anche dei nostri.

  Nato nel 1799 — e, naturalmente, come tutti i grandi uomini, in maggio — Onorato Balzac morì il 20 di agosto nel 1850. Ma non è la biografia di quello spirito acuto e bizzarro ch’io voglio scrivere qui. D’altra parte chi non ha letto la metà almeno degli innumerevoli splendidi libri scritti da questo ribelle superbo che volle essere un fondatore, di questo Rabelais, dirò così, raffinato, il quale trovò una donna là ove Rabelais non seppe trovare che una bottiglia?

  Dunque io non intendo qui parlare dell’uomo — sulla cui bara Victor Hugo pronunziò uno de’ suoi più splendidi discorsi — se non per narrare una delle bizzarrie sue meno nota.

  Gli ammiratori suoi a Parigi si saranno certamente dato convegno, ieri, al padiglione Rodin ov’è il busto suo; ma domani, ancor più sicuramente, si recheranno alle Jardies, ove è vivo ancora il ricordo del grande romanziere.

  La casa, ch’egli ivi abitò da molto tempo più non esiste: è stata demolita ed era già ricostruita quando Gambetta ebbe l’idea di prenderla in affitto così che oggi è doppiamente storica.

  Della sua villa, Balzac fu l’unico architetto.

  Si narra, anzi, che nel piano ch’egli ne aveva disegnato dimenticasse la scala; così che la si dovette costruire poi all’esterno.

  A chi gli chiedeva perché non avesse fatto costruire la scala nell’interno della villa egli rispondeva imperturbato:

— Che volete, quella benedetta scala aveva delle pretese eccessive: mi voleva occupare troppo spazio; ed io, per punirla, l’ho messa alla porta.

  La casa non aveva molti mobili: ma in compenso si potevano leggere, su pei muri delle varie sale, delle iscrizioni di questo genere:

  Qui uno stibolato.

  Qui un soffitto dipinto da Eugenio Delacroix.

  Qui una tappezzeria d’Aubusson.

  Qui delle porte uso Trianon.

  Qui un pavimento a mosaico formato di tutti i legni rari delle isole.

  Qui un camino di marmo parlo.

  Un giorno Leone Gozlan. Ch’era andato a pranzare alle Jardies, prima di lasciare l’amico appiccicò proprio nella di lui camera da letto, questo cartello:

  «Qui un Raffaello senza prezzo».

  Entusiasmato. Balzac vi aggiunse:

  «E introvabile!».


  Vittorio Pica, “Le Vice Suprême” di J. Péladan, «La Rassegna Internazionale della letteratura contemporanea», Firenze, Libreria Fratelli Bocca di F. Lumachi, Anno I, Vol I, Fasc. III, 15 Giugno 1900, pp. 105-111.
  p. 106. Le Vice Suprême è il primo di una serie di romanzi, con la quale il Péladan, seguendo gli esempi gloriosi di Balzac e di Zola, ha voluto ritrarre, a grandi tratti, la vita odierna del suo paese, studiata nelle varie classi sociali e negli ambienti così diversi della tumultuosa metropoli francese e delle monotone piccole città di provincia. […].
  p. 110. Il nostro autore, difatti, che non crede al diavolo e lo stima un simbolo, crede invece fermamente alla magia e si sforza di conciliarla con la religione cattolica. Però quest’intervento della magia nel suo romanzo gli è stato acerbamente rimproverato dal Barbey d’Aurevilly, che pure per «Le Vice Suprême» ha scritto una lunghissima prefazione, in cui non si perita di assomigliare Péladan nientemeno che a Balzac.


  Vittorio Pica, Daumier, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXV, Num. 236, 29-30 Agosto 1900, pp. 1-2.

  p. 2. Guardandole [alcune stampe del Daumier] l’una dopo l’altra, si comprende l’enfatica lode, tributatagli dal Balzac, che un giorno, in un impeto di giusta ammirazione, diceva ai redattori della Caricature: «Ce gaillard-là, mes enfants, a du Michel Ange sous la peau!».


  Quidam, Fra libri vecchi e nuovi. D. Melegari: “Le Tre Capitali: La Città Forte”; – Firenze, G. Barbèra editore, 1900, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno XI, Vol. XXI, N. 3, 30 dicembre 1900, pp. 66-68.
  p. 66. L’argomento tenterebbe ad una digressione sul romanzo storico contemporaneo che ci porterebbe lontano. Lasciamola dunque da parte. Questo basti stabilire per ogni buon fine: che il romanzo contemporaneo, sia che riproduca personaggi o avvenimenti storici, sia che degli avvenimenti storici si serva a render conto degli avvenimenti immaginati, sia che riproduca personaggi e costumi che dalla condizione storica odierna traggono la loro ragione di essere, una base storica l’ha sempre, e del tempo in cui è stato scritto. Non altrimenti può aspirare alla vitalità. Fuori di questo campo, si ripiomba nelle letture arcadiche, buone per alleggerire la noia dei lunghi viaggi ferroviari. Infatti, come documento storico, i romanzi d’Onorato Balzac hanno ben altro valore, che non i romanzi storici di Alessandro Dumas!
 

  Ernesto Ragazzoni, Letterati contemporanei: Jerome Klapka Jerome, «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte-letteratura-scienze e varietà», Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Vol. XII, N. 71, pp. 353-363.
  p. 356. Le manie, si sa, e il Don Chisciotte ne è l’esempio più luminoso, sono l’ingrediente principale delle opere degli umoristi. Esse tengono qui lo stesso posto che le passioni tengono nel romanzo psicologico di Balzac, di Bourget, di D’Annunzio.

  F.[ederico] de Roberto, Le amiche di Balzac, in Come si ama, Torino, Roux e Viarengo-Editori, 1900, pp. 251-307.
  Cfr. 1899.

  Nicola Rubino, La letteratura drammatica di oggi, «Aspasia. Cronaca d’arte quindicinale», Bari, Anno II, Num. II, 16 Gennaio 1900, pp. 38-40.

  p. 39. Vari sono stati i tentativi di rinnovellamento del teatro di prosa ed innumerevoli le forme escogitate per dare al dramma un aspetto con­sentaneo alle idee moderne. Tentativi per me sbagliati ab origine, perché il teatro ideale, così come è vagheggiato dalle menti elette, non deve rappresentare lo sforzo dell’intelletto creativo per cercare un tipo che inevitabilmente, dopo tanto arrovellarsi, riesce quasi sempre fuori dell’ambiente; nè l’inutile opera, rivestita con pietose spoglie, di disumare gli onorati avanzi di vetuste grandezze che cozzerebbero con lo spirito nuovo attraverso gli ostacoli di anni pa­recchi. Shakespeare e Balzac, sia Otello o Père Goriot, Riccardo III o César Birotteau, scuotono ancora e fanno fremere; eppure nelle loro im­mortali opere non v’è la sfibrante ricerca di cui vuolsi infiorare la scena contemporanea.


  Carlo Segré, Un romanzo socialista. R. Whiteing. “N. 5 John Street”. (Via Giovanni, n. 5). – London, Grant Richards, 1899, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XXII, N. 16, 22 Aprile 1900, pp. 1-2.
  p. 1. Non era la prima volta che la penna di un romanziere [E. Sue] rilevava il lamento della miseria, toccava le piaghe molteplici dell’indigenza: c’eran già allora Le père Goriot e Les illusions perdues (sic): ma era la prima volta che una tal penna chiamava un personaggio dal mondo dei ricchi e dei gaudenti [Rodolfo] ad osservare, compiangere e consolare nel suo cammino di angoscia chi mendica a frusto, a frusto il pane della giornata.

  Nicola Taccone-Gallucci, La Letteratura Moderna, in L’Evoluzione dell’Arte italiana nel secolo XIX. Pel Barone Nicola Taccone-Gallucci, Messina, Vincenzo Muglia, Editore, MCM, pp. 119-194.
  pp. 122-123. Il verismo nel romanzo non apparve ad un tratto completamente organato, ma ebbe i suoi stadî di sviluppo graduale. Fin dai tempi di Balzac, per un sentimento quasi di reazione al dilagare del romanticismo, si cominciò a vagheggiare l’introduzione del reale e del materiale della vita, come fondo e contenuto del romanzo sociologico. E anche prima di Balzac, Stendhal adottò tale minuta analisi nel dettaglio psicologico dei suoi personaggi, da farsi ritenere quale lontano antenato del realismo moderno.


  Michele Uda, Giovanni Emanuel. “Mercadet e l’attore Emanuel”, in Arte e Artisti. Vol. I. (Teatro di prosa – “Gli Spostati”), Napoli, Stab. Tip. Pierro e Veraldi nell’Istituto Casanova, 1900, pp. 146-149.

 

  Erano associati ieri sera nelle mie impressioni, e lo sono oggi nella mia memoria. Per fare che io faccia non mi riesce di scompagnarli. Io non so più comprendere un Emanuel senza la gobba di Mercadet, senza il sogghigno degli occhi sotto la calvizie incipiente, e il sarcasmo incisivo che faceva guizzare i muscoli del suo viso, scolpendo sulla fronte rugosa e sulle labbra secche e sottili un’espressione di malignità indescrivibile. Io non so più pensare a un Emanuel che dà all’Alcibiade di Cavallotti gl’impeti appassionati e la prestanza giovanile della sua persona. Mi dicono che domani sarà l’Armando di Margherita Gauthier, come giorni sono fu Kean, e ieri ancora era Bito, il gladiatore amato da Messalina. È ciò possibile? No, un Emanuel che non porti sulle spalle curve i suoi cinquant’anni suonati, che non abbia la voce stridula della sua ironia, l’incedere tortuoso delle sue speculazioni di Borsa, e negli occhi il lampo sinistro della sua perfidia, mi sembra oggi, più che un’assurdo (sic), un non-senso.

  Bisogna essere stati ieri sera al Rossini per avere un’idea di questa maravigliosa trasformazione. La individualità di Emanuel si fonde in quella di Mercadet, l’attore scompare nel personaggio della commedia, e di entrambi non rimane che una concezione aristofanesca, la quale riassumendo un epoca (sic), condensando le mille particolarità dell’intrigo, della doppiezza, della speculazione losca, della sete di guadagno e dell’avidità di benessere materiale in una spaventosa unità, plasma co’ lineamenti sparsi di carattere moralmente e socialmente incompleti la fisonomia tipica dell’affarismo fatto uomo.

  Davanti all’altissima creazione comica, scaturita dalla profonda osservazione di Balzac, viva della vita della società corrotta, equivoca, egoista ch’essa compendia, vera di tutta la verità crudele sarcastica, sfrontata della abiettezza che incarna, voi non badate allo svolgimento pigro, alle scene scucite, ai personaggi accessori appena abbozzati, alla ripetizione di situazioni identiche e all’inverosimiglianza dello scioglimento. Voi non vedete che Mercadet, lui solo che con l’attività febbrile riempie da un capo all’altro la scena, e concentra l’azione, e crea l’ambiente in cui essa si svolge, e le peripezie nelle quali si compie. Voi non assistete ad una commedia, ma ad un monologo in tre atti, riboccante di osservazione vera e di raffronti ingegnosi, scintillante di arguzie, pungente di epigrammi; ad un monologo in cui la satira brucia come una scudisciata, o sgomenta ed atterra come una requisitoria spietata, implacabile e giusta.

  Oh se gli affaristi erano là ieri sera, davanti al loro prototipo del palco scenico che gli stimmatizzava in sè e nelle opere sue fraudolente, e udirono l’argomentazione stringente di quelle accuse, e l’unanimità indignata del verdetto di quegli applausi! ...

  Ubbie anche queste! gli affaristi ci saranno stati, ed avranno gridato «bravo!» e battuto le mani con entusiasmo. Chi di loro poteva riconoscersi in Mercadet, una schietta canaglia, ma una canaglia di genio, che in una frase, lui solo, sa racchiudere l’egoismo, l’impudenza, l’astuzia, la mente sottile, e la coscienza bieca e sorda di tutti loro che sono milioni? ...

  L’esecuzione complessiva degli attori lasciò in tutti noi le impressioni stesse della commedia. Non si vedeva che Mercadet, non si applaudiva che Emanuel. I personaggi non hanno altro incarico che quello di preparare l’azione nella quale si svolge la grande, e sinistra individualità di Mercadet; gli attori compiono intorno ad Emanuel l’ufficio modesto ma necessario del pertichino dell’opera in musica, quando il tenore sospira la sua romanza o il baritono sbraita la sua cavatina, Ma chi pensava alla fisonomia inespressiva degli uni e degli altri? C’era un viso d’uomo e un talento eccezionale di artista in mezzo a quelle maschere, un carattere pieno di originalità e di forza comica fra le caricature che esageravano il grottesco della mediocrità compatita. C’era Mercadet, la personificazione della Francia affarista al tempo di re Luigi Filippo e di Guizot suo ministro; la Francia della Comédie Humaine, del Pere (sic) Goriot, di Vautrin; la Francia di quarant’anni sono, la quale — Dio mi perdoni se bestemmio — è parsa a tutti noi il mondo di oggi, tanto viva e compresa e sentita frizzava l’allusione, e così spiccata appariva la contemporaneità della satira. Forse fu prestigio d’arte: speriamolo.

 

Gli Spostati. Commedia in cinque atti di Michele Uda.

 

Atto Primo. Scena III.

 

  [Valentino e Paolo].

 

  p. 204.

  Val. Ho capito: nella donna tu distingui quello che si vede da quello che non si vede ... fisico e morale non è così?

  Pao. Certamente.

  Val. Capo primo: la signora Eugenia Marliani la è una donnina sur le retour ... genere Balzac.

 

Atto Secondo. Scena Prima.

 

  p. 224.

  Lor.[enzo]. Sentite. (legge) «Lettera prima. — A Giulia. — Gelosa «come un’amante, esigente come una moglie, brontolona come una vecchia zia ... una donna che, tutt’al più, potreste rispettare come una madre — ecco colei che ha idealizzato Balzac!



  T. de Wyzewa, L’Epistolario di R. L. Steveson(1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rassegna settimanale», Roma, Anno X, Vol. XIX, N. 4, 7 gennaio 1900, pp. 82-84.

  p. 83. Un principio che domina nell’estetica dello Stevenson è questo: che il romanziere ha il dovere di vedere, di udire, di sentire egli stesso l’azione del suo racconto. Questo principio non è, nello Stevenson, frutto di letture né di riflessioni, bensì risponde all’essenza stessa del suo temperamento di scrittore: di lui si può dire quello che è stato detto di Balzac, che, cioè, i personaggi de’ suoi romanzi hanno a’ suoi occhi maggior vita che gli esseri reali; anch’egli era un «immaginativo» la cui fantasia vagava sempre in un mondo di avventure e di passioni fittizie; la finzione era per lui un bisogno naturale: anche nel pensare ai soggetti più astratti, vedeva subito rizzarsi innanzi delle immagini viventi […].
  (1) Da un articolo di T. de Wyzena, Revue des Deux Mondes, 15 dicembre.

  [Gaetano Zocchi], Genesi storica del decadimento del romanzo, «La Civiltà Cattolica», Roma, Anno Cinquantesimo primo, Serie XVII, vol. IX, Fasc. 1190, 10 gennaio 1900, pp. 170-187.[7]

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  pp. 175-181. A questo punto tre uomini, Onorato di Balzac, Alessandro Dumas, padre, Eugenio Sue, ed una donna mascherata da uomo, Giorgio Sand, ma principalmente il primo, si recano audacemente in pugno il romanzo, e coll’opera loro gli danno un movimento formidabile, che è ripercosso quasi uniformemente in tutto il mondo letterario.(1)

IV.
  Il Balzac nacque a Tours, nel 1799; per ciò nell’andato anno 1899 fu solennizzato il primo centenario della sua nascita: è notevole che non gli abbia per anco consentito il terreno per un monumento la sua città natale(2).

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  Egli aveva scritto romanzi anche prima dell’avvenimento al trono di Luigi Filippo, ma non avea ottenuto alcuna celebrità, anche perché, forse vergognandosi di quelle meschinità, non vi avea dichiarato il suo nome. Il primo libro da lui firmato, è i Chouans, uscito nel 1829, una povera imitazione di Walter Scott. Nel 1830 comparve col suo nome la Fisiologia del matrimonio, opera di cinico, ove lo stato del matrimonio, che Dio consacra con un Sacramento, è messo in burletta, del pari che nell’altro libro omologo, ma posteriore, dello stesso Balzac, intitolato: Petites Misères de la vie conjugale (Piccole miserie della vita coniugale). Eppure la Fisiologia del matrimonio cominciò ed assicurò la sua fama, la quale crebbe a dismisura, infino a fare del Balzac una specie di idolo e di feticcio, adorato dalle moltitudini, non solo della plebe, ma anche dell’aristocrazia del sangue e delle lettere. Egli intuì la leggerezza del suo tempo, e, capì che, a secondarla, nulla v’era di meglio dello scrivere romanzi, massime a Parigi. Credendo al detto di Voltaire: faites des romans; c’est une ressource à Paris, non sperò soltanto di divenire il più famoso, ma anche il più ricco degli uomini; benché non riuscisse, in fatto, che a diventare il bersaglio dei creditori ed un vero forzato della letteratura, ridotto a scrivere dì e notte per mangiare. E pensò descrivere in tutti i suoi aspetti la vita della società contemporanea, in una serie di romanzi, o di scene della vita privata, della vita politica, della vita di provincia, della vita parigina, della vita di campagna, della vita intima sotto il nome di Studii filosofici ed analitici, i quali romanzi doveano costituire una raccolta compiuta, col titolo generale di Commedia Umana. Non diciamo che fissasse così grandioso e comprensivo concetto sin dal principio; ma lo andò formando ed integrando nell’atto stesso che scriveva. E scrisse con una rapidità vertiginosa, in guisa che prima di morire (morì nel 1850 a 51 anno), non avea composto meno di novanta opere.

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  Avendo in esse messo la mano dappertutto, saggiate tutte le maniere e dato per così dire fondo all’universo, non è da stupire che i romanzieri venuti dappoi, idealisti, realisti, psicologi, moralisti e descrittivi, dal Flaubert al Zola ed al Bourget, abbiano più o meno davvicino attinto alla sua fonte. Ma questa fonte era corrotta, quindi la corruzione del romanzo divenne universale: perocchè noi sottoscriviamo pienamente al fiero, ma giusto Armando de Pontmartin, il quale sentenziò: «Non v’è lato cattivo del romanzo che il Balzac non abbia peggiorato, non v’è influenza cattiva del romanzo che il Balzac non abbia resa più funesta e corroditrice(3)».
  Notisi bene però: noi non neghiamo il merito del Balzac: non siamo né vogliamo apparire iconoclasti delle lettere. Ma ci meravigliamo, che a cinquant’anni dalla morte del Balzac, vi siano ancora in Italia uomini che si prostrino d’innanzi a lui, quasi in atto di adorazione, come abbiam visto fare al Rastignac della Tribuna, scrivendo in un vero furore lirico o ditirambico: «I nostri padri passarono, noi passiamo, i nostri nepoti passeranno ancora per lungo tempo nell’opera di Balzac: i nostri nomi si confonderanno, per lungo tempo ancora, coi nomi di quelli abitatori: e le nostre parole si ripercuoteranno in quelle pagine, come da quelle pagine, sulle nostre labbra; meravigliosa compenetrazione della vita nell’arte, e dell’arte nella vita(4)». Ma queste le sono pazzie! Per arrendevole che uno voglia mostrarsi coll’immensa superbia del signor de Balzac, il quale degnavasi di porre sé stesso in riga con Napoleone I, Cuvier, O’Connell, come uno dei quattro uomini veramente influenti del nostro secolo, per aver egli ambito di portare una società tutta intera nel suo cervello(5); per quanto uno inclini alla rettorica del Béranger, noverante il Balzac tra gli uomini che hanno più copiosamente seminato i campi dell’avvenire, no, né le ragione letteraria, né il buon senso, né sopratutto la verità storica permettono quelle tirate della Tribuna altrimenti che per caricatura.
  Il Balzac è un descrittore potente; ma descrive soltanto l’esteriore delle cose, non ne penetra l’anima, non ne rende la vita interiore. – Il Balzac non ebbe quella vastità d’invenzione che gli viene attribuita, com’è provato anche soltanto dal fatto, che si chiuse in un mondo tutto suo, dove i personaggi che si muovono sono sempre quei medesimi, che egli ha visti forse nella realtà, ma colla lente della sua sbrigliata, stemperata e grossolana imaginazione ha stravolti e sfigurati, proprio come fece, sulle sue orme, lo Zola, ma abbrutendo ogni cosa, nel circolo romantico dei Rougon-Macquart, una famiglia che gli fornì venti romanzi. Coi tremila personaggi, contati dalla Tribuna nella Commedia Umana (noi ci guardiam bene dal riscontrare questo computo), il Balzac non diè alcuno di quei tipi, i quali, per la loro verità, sono d’ogni tempo e durano immortali come tutti i tipi creati dai genii genuini. Una selva di carne, chiamò la Tribuna i tremila personaggi su riferiti; e disse bene, dandoci ragione, senza volerlo; perché in quella selva un uomo vero e perfetto, una donna perfetta e vera, ideale o reale, non si trova, molto meno poi un Don Chisciotte, un Yorik, una Lucia; anzi neppure una Ivanhoe ed un Werther. E ad ogni modo i tipi trovati dal Balzac sono d’una immoralità inaudita.
  In Vautrin la scelleraggine e l’assassinio mostransi coronati nel nimbo dell’eroismo domatore della società: il barone Eugenio de Rastignac è il giovane che va in cerca dello scellerato di genio, per consigliarsi con lui, e della donna spudorata, per farsene arricchire: è dunque ciò che vi ha di più volgare e comune nella gioventù scapata; il Balzac, non pertanto, lo presenta in veste di eroe omerico, che dall’alto della collina del Père-Lachaise riguarda a’ suoi piedi Parigi, la grande Babilonia moderna, e la sfida a misurarsi seco lui, con quella famosa esclamazione, da alcuni giudicata sublime, per noi semplicemente ridicola: «A noi due ora!» A nous deux maintenant!
  Per quel che è poi dei caratteri femminili, ci staremo paghi ad osservare quello della Duchessa di Langeais, nell’Amour à S. Thomas d’Aquin, una delle tre storielle che compongono l’Histoire des Treize, pel quale qualcuno volle paragonare il Balzac a Molière. Il tipo della gran dama, che vuol acconciare le tradizioni passate alle condizioni sociali nuove e, pur traviando per passione o disordinata fantasia, vuol mantenere, in costumi leggieri, il decoro della sua nascita, è rappresentato nella Duchessa di Langeais e si va ripetendo poi in altri ritratti della galleria del Balzac, coi nomi di Marchesa d’Espard, di Viscontessa di Beauseant (sic), di Duchessa di Chaulieu o di Maufrigeuse (sic), ma l’intemperanza tutta propria dell’ingegno suo, la sua mancanza abituale di buon gusto lo fa dare in sconvenienze evidenti ed in stridenti dissonanze. Ne esce quindi un ritratto sbagliato; laddove (riflette il Pontmartin) Molière, che non era nato gentiluomo come il Balzac né avea le pretese di costui, in un secolo nel quale l’aristocrazia e la borghesia parevano separate da un abisso, colla sua Célimène, rappresentò il medesimo tipo, senza dar mai in un errore od in una nota falsa.
  Ma queste donne del Balzac, sentimentali e depravate, a metà mistiche a metà sensuali, anche più che artisticamente sono biasimevoli moralmente, perché più immorali delle stesse aperte cortigiane(6). Né crediamo men cattivo degli altri il tipo della signora di Mortsauf, che nel Lys dans la vallée è dipinta dal Balzac con tutti i colori più attraenti, e proclamata santa, sol perché non vuole, nelle licenze che si concede contro i doveri del matrimonio, passare oltre i termini da lei fissati, dentro cui si contiene, sol perché l’Autore ve la fa stare a forza, ma oltre i quali correrebbe certamente, precipitando, chiunque la volesse imitare nella realtà della vita.
  Salire, arricchire, godere: ecco le virtù nei romanzi del Balzac, che egli ammanta del misticismo della forza, del misticismo del sentimento e perfino del misticismo della religione, tirata bensì sovente in ballo, ma a ludibrio, col sogghigno del cinico, o sotto una luce così falsa che la fa misconoscere ovvero disprezzare. Altro che il clericalismo rinfacciato da taluno al Balzac! – Questa è la morale nei due suoi tanto lodati romanzi, intitolati: Le Lys dans la Vallée e Le Père Goriot. Il primo pesca nel torbo delle nuvole, il secondo striscia nel fango della terra; quello è idealistico, questo realistico, l’uno raggirasi sul pernio dell’amor platonico, da cui discende il Daniele Cortis del Fogazzaro, e quelli, se ve ne sono, che gli assomigliano; l’altro va impregnato dell’amore più sensuale e più materiale, d’onde provengono tutti i romanzi degli odierni naturalisti.
  Nei Parents pauvres, che sono l’ultima sua opera compiuta, e dove, per conseguenza, si può ravvisare la maturità del suo ingegno, tutto sembra combinato in guisa da sciorinare al sole il maximum della turpitudine possibile a contenersi nella società e nella natura umana. E tacciamo delle Novelle amene (Les Contes drolatique [sic]), dove tutte le sporcizie del Decamerone, non che le turpissime celie a carico degli uomini di Chiesa, sono ripetute quasi alla lettera e qualche volta peggiorate, nel gergo dialettale della Turenna. – Tale è il maestro da cui tanti romanzieri hanno imparato o copiato, e imparano e copiano ancora! Detto ciò, è anche subito spiegato come il romanzo moderno sia tanto decaduto. […].
Su A. Dumas, père.
  pp. 181-182. Quantunque egli sia ammirabile per la speditezza e felicità con che ordisce le trame sempre interessanti de’ suoi racconti, e per la vivacità del dialogizzare […], è però in lui trascuratezza grandissima di stile e di lingua (rimproverata, e pensiamo giustamente, dal Pontmartin, dal Nettement e da altri anche al Balzac); è soprattutto deficienza assoluta di qualunque scopo morale ed educativo. […].
Su G. Sand.
  pp. 185-187. Non era dunque un convincimento solido e fermo e di tempra virile quello che la guidava ne’ suoi scritti; ma nonostante i travestimenti rimaneva sempre donna, facilissima agli assorbimenti, nevrotica in sommo grado, sentimentale, che scriveva a scatti, più fantasticando che pensando, onde troppo spesso trapassa la giusta misura, secondochè osservolle anche il Balzac, non avvisando d’essere a quel peccato altrettanto inchinevole egli stesso; perocchè ed egli ed ella abbandona vasi ai capricci della fantasia, quantunque la Sand fantasticasse più sui sentimenti, egli di preferenza sui fatti. […].
  E sotto questo rispetto, veramente può dirsi, col Nettement, che così alla Sand come al Balzac fanno capo i romanzieri naturalisti, sorti dappoi quali sciami di cavallette devastatrici d’ogni moralità, decenza e dignità persino letteraria del romanzo, il quale divenne, in Francia e dappertutto, pozzanghera d’ogni nefandezza, impossibile a trattarsi, senza lordare le mani, velare gli occhi e turare le narici. Né v’è da distinguere troppo tra i più idealisti, che si avvicinano alla Sand, ed i più realisti, che si appressano al Balzac; perché, in verità, non trattasi, caso mai, che del più o del meno, ma luridi e cinici e pornografici sono in sostanza tutti. […].
  (1) Omettiamo, a ragion veduta, i nomi del Mérimée e di Enrico Beyle (conosciuta nella letteratura romantica sotto lo pseudonimo di Stendahl [sic]), perché, se prevennero il nuovo avviamento del romanzo, non gli diedero però né l’universalità né la vigoria che indubitamente esso ebbe dai quattro qui nominati, massime dal primo. E Mérimé e Stendahl furono empi ed immorali nei loro romanzi; il secondo fu altresì scelleratissimamente bestemmiatore di Dio, con molto minor talento letterario dell’altro. Del Mérimée è particolarmente ricordata la Colomba, dello Stendahl la Certosa di Parma ed il racconto Rosso e Nero; ma non è difficile ravvisare, così nell’uno, come nell’altro autore, una più stretta parentela col Diderot e col Voltaire, che non coi realisti che vennero dappoi, i quali, scrive il Visconte di Vogüé nella sua celebrata opera sul Romanzo russo, «avrebbero le medesime ragioni per rivendicare e per rifiutare l’uno e l’altro» (Le Roman Russe, Paris, Plon, 1886, nella Prefazione a pag. XXIX). Secondo il Nettement, Mérimée non odia, perché anche l’odio affatica, mentre Stendahl professa un odio sistematico alla Religione, e quindi a lui si assomiglia più particolarmente il Sue (Nell’Opera cit. vol. II pag. 262). Ad ogni modo il Balzac rimane sempre, come noi diciamo nel testo, capostipite di tutti i romanzi moderni, per la sua universalità, pur non negandosi ciò che il De Vogüé afferma, essersi i realisti o naturalisti formati più da vicino sul Flaubert; giacchè egli stesso concede che la parte del Balzac nella paternità del realismo è considerevole, se si riguarda alla mano d’opera, cioè: costruzione di grandi fabbriche nelle quali tutti i materiali si tengano fra loro, preparazione ereditaria di temperamenti, inventario di ambienti e dimostrazione della loro influenza sopra un carattere (Nell’Opera cit. sul Romanzo russo, Prefaz. Pag. XXX).
  (2) Il Municipio di Tours esitò, sino a poc’anzi, a concedere lo spazio richiesto, e pare perché, a Tours, giudicano Balzac per un clericale! A Parigi gli erige una statua su una piazza pubblica la Société des gens de lettres, e un Comitato chiede il trasporto delle sue ceneri, dal cimitero del Père-Lachaise, dove ora stanno sotto un modesto monumento, al Pantheon.
  (3) A. de Pontmartin, Causerie du Samedi, Deuxiéme Serie (sic) des Causeries littéraires, Paris, Lévy, 1859, pag. 46.
  (4) La Tribuna N. 133, pel 14 maggio 1899.
  (5) Lettere alla Signora Hanska, la vedova polacca, innamoratasi di lui, al leggerne i romanzi, la quale poi in ultimo lo sposò, avendo egli cinquant’anni, dopo una corrispondenza epistolare che prende tutto un volume di 600 fitte pagine. Ma il Balzac ebbe relazioni anche colla Duchessa di Castries, che dipinse nella Duchessa di Langeais, e colla signora di Berny, che ritrasse nella signora di Mortsauf, e colla signora Zulma Carrand (sic), donne maritate.
  (6) L’Eugenia Grandet è, nella faragginosa produzione del Balzac, una onorevole eccezione; ma forse per ciò i suoi ammiratori la cacciano all’ultimo posto. Nonpertanto, anche qui vi è parecchio da saltare a piè pari.



  [1] Paolo Bernasconi (1848-1920). Di umili origini (era figlio di un fornaio e, in gioventù, fu garzone di panetteria egli stesso), nel 1881 cominciò la carriera giornalistica come corrispondente da Parigi per il «Corriere della Sera», carriera che concluse nel 1906 anno del suo ritorno in Italia. Egli fu il primo corrispondente parigino del giornale. Nel 1910 scrisse la sua autobiografia Come divenni giornalista, dedicata a Luigi Albertini. 
  [2] Anna Hanska, contessa Mniszech, e figlia di Éveline Hanska, «accompagna sa mère dans les voyages que celle-ci fit en Allemagne et en Italie en compagnie du grand écrivain, et fut également présente à Saint-Pétersbourg et à Wierszchownia, lors des séjours qu’y fit Balzac» (cfr. H. Corbes, Les dernières années d’Anna Hanska comtesse Mniszech et ses séjours en Bretagne, «Annales de Bretagne», Volume 67, 1960, p. 67).
  [3] Si tratta di Édouard Beaufils autore del componimento poetico: Balzac aux Jardies, pubblicato ne «L’Art méridional», N° 55, Ier Septembre 1900, pp. 141-142:

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  [4] Segnalato da R. de Cesare, Capuana e Balzac … cit., pp. 98-99.
  [5] Segnalato da R. de Cesare, Capuana e Balzac … cit., pp. 99-100.
  [6] L’autore si riferisce all’anno della prima rappresentazione della commedia balzachiana avvenuta il 24 agosto 1851 al Théâtre du Gymnase. L’opera fu composta nel 1840 e pubblicata nel settembre 1848 con il titolo di Mercadet.
  [7] Sulla figura e sul pensiero antimodernista del Padre gesuita Gaetano Zocchi (Cardano al Campo, 1846-Roma, 1912), rimandiamo alla interessante monografia curata da Livio Ghiringhelli: Un campione dell’intransigenza. Padre Gaetano Zocchi S. J. (1846-1912), Varese, Macchione Editore, 2005.

  Marco Stupazzoni

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