giovedì 10 luglio 2014


1893





Estratti in lingua francese.


  H. de Balzac, Mort de Grandet, in C. Ghiotti et J. Dogliani, La Littérature Contemporaine. Lectures françaises tirées de la plupart des meilleurs Écrivains de la dernière moitié du XIXe siècle graduées et accompagnées de nombreuses notes explicatives, biographiques, historiques à l’usage des Écoles secondaires d’Italie, Torino, G. B. Paravia & C., [1893], pp. 107-109.



Traduzioni.


  Onorato di Balzac, Gl’Impiegati Romanzo di Onorato di Balzac. Prima traduzione italiana di L. Agnes, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 18932 («Biblioteca Universale», NN° 199-200), pp. 196.[1]
  Un volume in 16°. Si tratta della prima ristampa del volume edito nel 1890.

  Onorato Balzac, La Pace domestica. L’Elisir di lunga vita. La Borsa. Racconti scelti di Onorato Balzac, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 1893 («Biblioteca Universale», N° 218), pp. 96.[2]
  Un volume in 16°.
  Preceduta da una breve nota editoriale (Prefazione, pp. 3-4) che riporta alcuni giudizî su Balzac attribuiti a Victor Hugo[3] e a Lamartine[4], questa trilogia di racconti è così strutturata: alle pp. 7- 40, è presente La Pace domestica, seguita da L’Elisir di lunga vita (pp. 43-64) e da La Borsa (pp. 67-96).

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  Tutte e tre le traduzioni risultano, nel loro complesso, accettabili, ma talmente piatte e banali che, come nel caso della resa italiana del sostantivo ‘salons’ con ‘saloni’ ne La Pace domestica (p. 9), non riescono ad evitare anche clamorosi abbagli. Esse si fondano sui testi dell’edizione Furne (1842-1846), da cui procedono le già citate edizioni successive edite da Marescq, Houssiaux, Lévy e Calmann-Lévy. Il racconto filosofico balzachiano è preceduto dalla nota ‘Al Lettore’, mentre, per quel che riguarda La Pace domestica e La Borsa, sono state omesse le dediche indirizzate rispettivamente alla nipote Valentine Surville e a Sofka, ossia Sophie Koslowska, conosciuta dallo scrittore nel salotto della contessa Guidoboni-Visconti.

  O. de Balzac, Le Piccole miserie della vita coniugale, Firenze, Tipografia Adriano Salani, 1893 («Biblioteca Salani Illustrata», 226), pp. 256.[5]
  Un volume in 16°.

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  Il testo di questa edizione fiorentina dello studio analitico balzachiano non ci è nuovo: esso, infatti, riproduce integralmente la versione fornita da Giuseppe De’ Rossi, nel 1883, per l’editore Perino di Roma.



Studî e riferimenti critici.


  Prefazione, in Onorato Balzac, La Pace domestica … cit., pp. 3-4.

  Abbiamo già dato la biografia di Balzac, allorquando si pubblicarono i volumi contenenti Mercadet l’affarista, Il lutto, Fisiologia del matrimonio, Gl’impiegati[6]. Quale prefazione a questo volume che si sta pubblicando, il quale contiene La pace domestica, L’elisir di lunga vita, La borsa, reputiamo opportuno citare il giudizio che dello stesso Balzac hanno pronunziato quei due grandi luminari della letteratura francese, che furono Vittor Hugo e Lamartine.
  Victor Hugo ha scritto: «Il nome di Balzac lascierà una traccia luminosa alla nostra epoca ed a quella che vi seguirà. Egli era dei primi fra i grandi, dei più alti fra i migliori. Tutti i suoi libri ne formano uno solo, un libro vivo, luminoso, profondo, ove si vede il viavai, il camminare, il moversi, con un non so che di sgomento e di terribile, misto alla realtà dell’intero nostro incivilimento contemporaneo; un libro maraviglioso che il poeta intitolò commedia e che avrebbe potuto intitolare storia; che prende tutte le forme e tutti gli stili; che supera Tacito e tocca Svetonio; che attraversa Beaumarchais e giunge fino a Rabelais; un libro che è tutto osservazione ed imaginazione; che prodiga il vero, l’intimo, il borghese, il triviale, il materiale e che, in certi momenti, attraverso tutte le realtà della vita repentinamente e largamente strappate, lascia tutto ad un tratto scorgere l’ideale più tetro e tragico. A sua insaputa, il voglia o no, consenziente o no, l’autore di quest’opera immensa è strana è della forte stirpe degli scrittori rivoluzionarii. Egli va dritto alla meta. Afferra pel corpo la società moderna; strappa a tutti un brandello, agli uni l’illusione, agli altri la speranza, a questo un grido, a quello una maschera; fruga il vizio, disseca la passione, scruta, scandaglia l’uomo, l’anima, il cuore, le viscere, il cervello, l’abisso che ciascuno ha in sé».
  E Lamartine scrisse di lui:
  «I tre caratteri predominanti del talento di Balzac sono: la verità, il patetico e la moralità. Bisogna aggiungervi l’invenzione drammatica, che lo rende in prosa eguale e spesso superiore a Molière. So che a questa parola si leverà un grido di scandalo e di sacrilegio da tutta la Francia; ma, senza punto detrarre all’autore del Misantropo di ciò che la perfezione del suo verso aggiunge all’originalità del suo talento e proclamandolo, come tutti, incomparabile e inimitabile, il mio entusiasmo per il gran commediografo del secolo di Luigi XIV non mi renderà mai ingiusto ed ingrato verso un altro, inferiore in locuzione; eguale, se non superiore, in convinzione; pure incomparabile in fecondità: Balzac! Quante volte leggendolo e svolgendo con lui i prodigiosi ed inesauribili meandri della sua inventiva, ho esclamato fra me e me: «La Francia ha due Molière; il Molière in versi e il Molière in prosa!» Balzac è anzitutto il gran geografo delle passioni. Non so che istinto rivelatore ed osservatore gli ha insegnato che i luoghi e gli uomini sono vincolati da legami segreti; che il tal sito è un’idea, la tal muraglia è un carattere, e che per ben riuscire in un ritratto fa d’uopo dipingere una camera. Quest’analogia e fedeltà stanno ai suoi romanzi come il paesaggio alle grandi scene del dramma. Gl’imbecilli si lagnano della minuziosità apparente di descrizione; gl’intelligenti l’ammirano. In lui tutto incomincia con un simile ambiente de’ suoi personaggi, prefazione dell’uomo. Anzi è appunto in ciò ch’egli spiegò il maggior estro. Ecco, per esempio, il principio di Eugenia Grandet, ecco l’avaro, assai diversamente concepito da quello di Plauto, di Terenzio e di Molière. La commedia di carattere va fino al riso nelle caricature di questi grandi commediografi. In Balzac va fino al pianto. Gli uni si burlavano ridevolmente dell’avaro nel motto famoso: Che fare in quella galera? L’altro fa detestare il vizio e odiare il vizioso».


  Cronaca locale e fatti vari. Sull’igiene del tabacco, «Il Piccolo», Trieste, Anno XII, N. 4071, 2 Marzo 1893, p. 1.

  La società francese publicò l'anno scorso un opuscolo del dott. Defleury (sic) dal titolo: Degli effetti del tabacco sulla salute dei letterati e sull’avvenire della letteratura francese [cfr. Maurice de Fleury, Des effets du tabac sur la santé des gens de lettres et de son influence sur l’avenir de la littérature française, 1888], in cui si parla di decadenza in seguito all'uso del tabacco, dimenticando ad arte che se Balzac, Hugo, Michelet e Dumas non fumavano, all'incontro Sue, la Sand a la maggior parte degli altri scrittori erano fumatori convinti e non per questo im­becilli.


  Ippolito Taine (Dalla “Revue Encyclopédique” del 1° aprile), «Minerva. Rivista delle Riviste», Roma, La Società Laziale Tip. Editrice, Anno III, Num. 4, Vol. V, Aprile 1893, pp. 312-321.
  p. 316. Questa teoria per essere applicata richiede che si faccia uso del metodo induttivo delle scienze naturali. Si devono catalogare i documenti storici, come il botanico classifica le piante; conviene poi suddividerli in famiglie secondo i caratteri dominanti che presentano. […].
  Con questo metodo furono composte le Origini della Francia contemporanea. «È il più gran magazzino di documenti che abbiamo sulla natura umana» disse il Taine dell’opera letteraria di Balzac. Si può ripetere altrettanto dell’opera storica del Taine. È anch’essa una larga inchiesta, un minuzioso inventario d’un dotto, non però d’un politico.

  Attualità. Mondo scientifico, «L’Illustrazione Popolare. Giornale per le famiglie», Milano, Fratelli Treves, Editori, Volume XXX, N. 14, 2 Aprile 1893, pp. 210-211.
  p. 211. L’Accademia francese, questa celebre società fatta segno a tanti strali, a tanti motti di spirito […] e a cui tutti gli scrittori francesi sospirano, data dal 1634. […] Un gran numero di alti ingegni non furono ammessi nell’illustre compagnia: Descartes, Pascal, Molière, La Rochefoucauld, Vauvenargues, Le Sage, L’Abbé Prévost, Piron suddetto, J. J. Rousseau, Diderot, André Chenier, Beaumarchais, Lamennais, Balzac … e questi nomi dovrebbero consolar Emilio Zola se anche stavolta resterà escluso.

  Attualità. Mondo scientifico, «L’Illustrazione Popolare. Giornale per le famiglie», Milano, Fratelli Treves, Editori, Volume XXX, N. 15, 9 Aprile 1893, p. 227.
  Il professore Lombroso ha pubblicato nella Nouvelle Revue un articolo, nel quale egli conferma che gli uomini di genio sono dei degenerati.
  Il Lombroso basa la sua teoria su varii punti; uno di questi è che gli uomini di genio sono rachitici.
  È questo difetto, - egli dice, - che oltre il loro genio ha reso celebri tanti grandi uomini, fra gli antichi Orazio, Alessandro, Aristotile, Platone, Epicuro, Archimede, Diogene, Epitteto, e fra i moderni, Erasmo, Linneo, Gibbon, Spinoza, Montaigne, Lalande, Beccaria, Lulli, Balzac, Thiers, Louis Blanc.

  Non abbiamo mai sentito a dire che il Balzac fosse rachitico. Cesare Cantù, che lo conobbe di persona, ci diceva un giorno che Balzac era un uomo grosso e vigoroso, con ampio petto e spalle analoghe, con un collo da toro. E tutti lo descrivono così.


  Note volanti, «L’Illustrazione Popolare. Giornale per le famiglie», Milano, Fratelli Treves, Editori, Volume XXX, N. 19, 7 Maggio 1893, p. 299.
  Un marito non deve mai permettersi una sola parola ostile contro la propria moglie alla presenza di un terzo.
Balzac.

  Sunto delle Riviste. Riviste spagnuole, portoghesi e ibero-americane. “La España moderna”, rivista ibero americana. Luglio 1893. Madrid. “Aplicaciones judiciales y medicos de la antropologia criminal” (Applicazioni giudiziarie e mediche dell’antropologia criminale). C. Lombroso, «Rivista Internazionale di Scienze sociali e discipline ausiliarie. Pubblicazione periodica dell’Unione cattolica per gli studi sociali in Italia», Roma, Direzione ed Amministrazione, Anno I, Vol. III, Fascicolo IX, Settembre 1893, p. 105.
  Nel presente il Lombroso esamina principalmente quali siano i tipi di delinquenza e di degenerazione studiati e ritratti dai più celebri romanzieri. Passa egli brevemente in rassegna i lavori più noti del Balzac, del Daudet, dello Zola, del Bourget, dell’Ibsen, del Dostojevski e del Tolstoi; e siccome la odierna scuola naturalistica in letteratura vuol sorprendere quasi i suoi modelli nella realtà della vita, così lo scienziato può concluderne che gli uomini di quei romanzi son presso a poco quelli della società.


  Tre famosi deputati. Melchiorre di Vogüé, «Corriere della Sera», Milano, Anno XVII«Corriere della Sera», Milano, Anno XVIII, 29-30, Num. 240, 2-3 Settembre 1893, p. 1.

  Il dipartimento di Indre-et-Loire, di cui Tours è capoluogo, è una delle più fertili e felici pla­ghe di Francia. Onorato Balzac, che vi era nato, ne vantava la sua configurazione pittoresca, ben­ché Stendhal lo avesse qualificato di monotono e insignificante, dopo avere ammirato i laghi lom­bardi.


  Contro il lavoro notturno, «L’Indipendente», Trieste, Anno XVII, N. 5879, 10 Settembre 1893, p. 2.

  Non è un lavoro piacevoli quello della notte; non è il febbrile, quasi ubriaco la­vorio che ci dipinge con sì titanica potenza il Balzac: è bene spesso la lotta corpo a corpo con la mancanza d’argomenti per il giornalista, con la scarsezza di manoscritti per il tipografo, la lotta con la stanchezza e col sonno per entrambi.


  Cronaca varia. Un giudizio su Maupassant, «L’Indipendente», Trieste, Anno XVII, N. 5981, 22 Dicembre 1893, p. 2.

  La sua tra­gica fine contribuì a farlo collocare più in alto del vero, ma fra cinquant’anni il giudizio sarà più freddo e al Maupassant verrà assegnato il posto accanto al Balzac.


  AC., L’Età ingrata, «Corriere del Veneto. Giornale politico quotidiano», Padova, Anno I, N. 6, 19 Giugno 1893, pp. 1-2.

  p. 1. Ma erano altri tempi ed erano altri vecchi. Al giorno d’oggi i Nestori non abbondano e i Catoni sono rari. Perché dunque essere più esigenti della legge? perché non estendere pure all’uomo politico i vantaggi che Balzac ricono­sce nella donna di trent’anni?


  Lorenzo Bartolucci, Sommario storico della letteratura francese. VIII. [Periodo hughiano], in Sommario storico della letteratura francese e spagnuola, Milano, Casa Editrice Dott. Francesco Vallardi, 1893 («Biblioteca Vallardi»), pp. 84-90.
  p. 89. Assai maggiore merito si deve ad onorato Balzac, il quale, se gittò sotto i torchi al pari degli altri un grande numero di volumi, ebbe però l’intento di rappresentare in una serie di romanzi ch’egli in appresso raccolse sotto il nome di Commedia umana, la borghesia invadente, con tutti i suoi difetti, i suoi pregi, gli abiti, le pretese, le ambizioni, le speculazioni, le vanità ridicole; lasciando di volta in volta travedere nel fondo del quadro l’aristocrazia detronizzata, ma pur sempre altera nei suoi superbi dispregi. Certo i libri del Balzac non sono troppo costumati, anzi egli mostra una certa smania di colorire le corruzioni sociali; difetto gravissimo, che discende in linea retta dalla primitiva dottrina hughiana contraffatta dagli imitatori: ma è certo altresì ch’egli è il padre legittimo del romanzo di costumi che pigliò voga in Francia ed ebbe felici interpreti nell’età contemporanea.


  P.[aolo] B.[ernasconi], La morte del duca d’Uzès. La fine del caffè Tortoni, «Corriere della Sera», Milano, Anno XVIII, Num. 80, 3-4 Luglio 1893, pp. 1-2.

  p. 2. Il principe di Talleyrand aveva messo alla moda Tortoni. Esso divenne subito il luogo di convegno degli eleganti, degli oziosi e dei letterari, i quali, come Balzac, si collocavano sulle seggiole del caffè, come fossero oggetti curiosi in una esposizione.


  Pasquale Augusto Bigazzi, Firenze e contorni. Manuale bibliografico e bibliobiografico delle principali opere e scritture sulla storia, i monumenti, le arti, le istituzioni, le famiglie, gli uomini illustri, ec., della città e contorni, Firenze, Tipografia Ciardelli, 1893.
  Tra le opere citate dall’A. a p. 271 (n. 7403) a proposito di Medici Caterina regina di Francia, è riportato il testo: Balzac (De) Honoré: Sur Cathérine de Médicis. – Sta fra gli (sic) Etudes philosophiques, dello stesso. Paris, 1845, in-8, pag. 468-652.

  Annetta Boneschi-Ceccoli, Del moderno romanzo italiano, «La Scena Illustrata», Firenze, Anno XXIX, Numero 20, 15 Ottobre 1893, pp. 286-287.
  p. 287. Né a fantasie poco esperte si conviene adottare senza restrizioni la formula di Flaubert, divenuta canone d’arte pei continuatori del romanzo psicologico in Francia. Dico continuatori perché Balzac e Stendhal furono grandi in questa maniera di studi molti anni avanti che la fama rivelasse al mondo delle lettere Paolo Bourget, Pierre Loti e quel titano del pensiero e dello stile che fu il Barbey d’Aureuilly (sic).


  P.[aul] Bourget, Cosmopoli, «Corriere della Sera», Milano, Anno XVIII, 29-30 Marzo 1893, p. 2.

  — Non mi negherete [rispose Montfanon a Dorsenne] che Balzac fa il più ardito dei vostri scrittori moderni, e debbo esser io, un ignorante, che vi cito a voi, il mandarino del bottone supremo, la frase che do­mina l’opera sua:

  “Il pensiero, principio dei mali e dei beni, non può essere preparato, domato, diretto se non dalla religione”.


  Guglielmo Brenna, Il tramonto d’un pensatore(1), «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XV, N. 13, 26 Marzo 1893, pp. 2-3.
  (1) Max Nordau, Degenerazione, Torino, Dumolard.
  p. 2. Ma finalmente eccoci alla lotta coi colossi, coi giganti, i ciclopi. Siamo intesi, il Flaubert, lo spirito preciso, il creatore del romanzo positivo è per il Nordau un degenerato; decadente e degenerato il Balzac, decadenti i romantici tutti, e perciò come logica conseguenza i loro grandi capi, il Lamartine e Victor Hugo.

  Guglielmo Brenna, Il dottor Pascal, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XV, N. 27, 2 Luglio 1893, pp. 1-2.
  p. 1. E dopo avere spaziato lungamente in questo orizzonte senza confini, guidati dai miraggi delle prime impressioni, come un bisogno vivo di riflessione ci fa ripiegar la fantasia su sé stessa, ci costringe a rivolgere lo sguardo attento sul libro ultimo, sull’epilogo della grande opera, che nell’intenzione dell’autore [Zola] dovrebbe prendere il suo posto d’onore, vicino all’edifizio maraviglioso della Comédie humaine!

  Antonio ing. Brusoni, Reminiscenze Padovane degli anni precursori il 1848. Memoria per i miei figli, Padova, Angelo Draghi Libraio-Editore, 1893.
  p. 12. Lo spirito Universitario di Padova in quel tempo [1840] era infervorato dalla lettura di quei libri nazionali [di Cesare Cantù, Paride Zajotti e, prima ancora, di Silvio Pellico, Mazzini, Guerrazzi, Berchet]. Forse i colti giovani avevano subodorate le idee più larghe della stampa francese. Pochi leggevano gli squallidi giornali nostri, pochissimi conoscevano il Débats, ma molti conoscevano le teorie di Owen, di Simon, di Cabet. E Giorgio Sand già spiccava nel mondo letterario con i pregevolissimi suoi primi romani Indiana, Jaques (sic), Lélia, Spiridion, e si leggevano le Odi e Romanzi di Victor Hugo e quelli del Balzac, e les paroles d’un croyant del Lamennais.


  Edoardo Cadol, La Strada della galera, «Il Piccolo», Trieste, Anno XII, N. 4084, 15 Marzo 1893, p. 1.

  Le più brutte azioni non si commettono mai senza appoggiarsi su argomenti i più confessabili! L’uomo ha bisogno di pro­vare a se stesso che ha ragione anche di aver avuto torto, anche di essere caduto nel delitto. Il pretesto può essere una passione, una vendetta, un amore, qual­siasi cosa che sembri legittimare ciò che si sta per compiere.

  Qui vendetta e amore erano riuniti. Im­maginandosi l’antagonista di tutta una società, Massimo si decideva a prenderla corpo a corpo e, come Rastignac ritornan­do da seppellire papà Goriot, mostrava i pugni all’umanità, gridando:

  — A noi due, adesso! ...


  Carlo Cagnacci [a cura di], Giuseppe Mazzini e i Fratelli Ruffini. Lettere raccolte e annotate dal Prof. Carlo Cagnacci, Porto Maurizio, Tipografia Berio, 1893.

 

  p. 103, nota (12). Giovanni, che vedeva in nero uomini e cose, così ne scriveva alla madre, 4 maggio 1835: «Tutta questa famiglia, composta di tre fratelli, tre sorelle e dei vecchi genitori, spande un profumo di semplicità patriarcale che consola; ma io osservatore alla Balzac non mi lascio allucinare [...]».

 

  p. 264. Mia ottima Madre,

Parigi 10 Novembre 1841,


  Mi fu indicato l’altro giorno, sui boulevards, Balzac; oh amica mia! che figura ignobile, come ci disincanta de’ suoi libri. Possibile che tante creazioni dilicate, e dica il contrario chi vuole, siano uscite da quel barilotto panciuto senza espressione altre che quella del maiale per eccellenza epicureo! Saprai che Balzac, il quale guadagna quel che vuole, è sempre in pericolo di essere arrestato per debiti, e fa la vita della volpe cacciata, che ogni notte cambia di covo; lo si vede di tanto in tanto a passeggiar coi piedi fuor dello stivale, tanto è prodigo e improvvidente del futuro.


  Giuseppe Candeo, Un viaggio nella penisola dei Somali. Conferenza di Giuseppe Candeo, in AA.VV., Atti del primo Congresso Geografico italiano tenuto in Genova dal 18 al 25 settembre 1892. Volume primo. Notizie, rendiconti e conferenze, Genova, Tipografia del R. Istituto Sordo-Muti, 1893, pp. 349-367.

  p. 357. La moglie è nient’altro che la serva legale dell’uomo, una bestia da soma e da lavoro, una macchina per la riproduzione.
  Per quelle donne meschine, le deliziose tempeste del cuore sono un paradiso inaccessibile, sconosciuto, ed è forse per questo che raramente trovi fra i Somali dei predestinati come chiama Balzac certi infelici, nella sua Fisiologia del Matrimonio.

  Giovanni de Castro, Balzac in Milano (1837 e 1838), «La Perseveranza», Milano, Anno XXV, 28 febbraio 1893, p. 2. Cfr. il medesimo articolo in «La Nuova Rassegna», 1894.
  È sempre piaciuto conoscere il giudizio che viaggiatori di grido e visitatori illustri pronunciano delle cose nostre, cioè di quello che, pur appartenendo all’intera città, ispira orgoglio intimo, e per poco non aggiungo famigliare. L’ospitalità milanese fu ricercata e pregiata in ogni tempo, ed ebbe questo premio, che di Milano è parola frequente e affettuosa in epistolari e diari di insigni letterati e artisti. Tra i quali è da annoverare il Balzac, il fecondo e meraviglioso romanziere, così infastidito e angosciato quando fu tra noi, e tutta volta guadagnato, conquistato dalle accoglienze geniali che gli vennero fatte e di cui dalla mente non gli uscì più l’affettuoso ricordo. Capitò nel febbraio del 1837 insieme con un compagno dall’arguzia finissima e dal gusto perfetto, vo’ dire Teofilo Gautier (sic); due osservatori e anatomisti come ce ne furono pochi. Alcun tempo fa quell’accurato indagatore delle intimità storiche e letterarie che è Raffaello Barbiera ha pubblicato1 la garbata lettera, in data 10 febbraio 1837, con cui la contessa Fanny Serafina (sic) Porcia presenta da Parigi i due letterati francesi alla contessa Chiarina e al suo consorte, il poeta Maffei. Così erano introdotti, di balzo, nel meglio della società milanese, chè il salotto Maffei, allora in contrada dei tre monasteri, casa Padovani (via Monte di Pietà, ora numero 21) riuniva le più belle intelligenze, agitava idee liberali, e, verso gli stranieri, faceva con tutto garbo gli onori di casa:2 contrada, adesso via, che, sia detto incidentalmente, ha tutta una storia, conventuale dapprima, indi libera, mondana, e tutta soleggiata, dove Porro e Confalonieri cospirarono, ove si radunava la redazione del Conciliatore, ove si dischiuse la prima scuola lancasteriana e si fece il primo esperimento di luce a gas, ove molto si amò, si lottò e si sofferse per la patria.

***

  Il fecondo romanziere aveva allora trentanove (sic) anni, e quella sua giovinezza sul declino e già stracca per l’eccesso del lavoro, era terribilmente adugiata dalle molestie dei creditori, le quali gettavano davvero una rigida ombra sovra i suoi pensieri. Mentre aveva d’uopo di un po’ di riposo, era del continuo stimolato allo scrivere frettoloso ed esauriente dalla smania di saldare al più presto le vecchie partite, affine di iniziare una vita nuova3. Non per altro venendo a Milano aveva accettato un incarico al tutto alieno dalle sue prepotenti, e però esclusive inclinazioni; cioè (se pur la cosa ha interesse a esser detta) il conte Guidoboni Visconti lo aveva nominato proprio negoziatore (con regolare procura, s’intende) per assestare certe sue quistioni col fratello per parte materna, Lorenzo Costantini. Si trattava di rivendicare, non so bene se in tutto o in parte, una cospicua eredità, quella di una contessa Patellani.
  Convien dire che il conte Guidoboni Visconti avesse per il Balzac una stima illimitata, se non era stato trattenuto dall’affidargli una sì delicata missione dall’idea che egli negli affari aveva la mano tutt’altro che felice, aveva sbagliato tutte le precedenti speculazioni ed era precipitato da sé stesso al fondo della rovina.
  Ignoriamo se Balzac nel trattare le cose dell’amico, sia riuscito, o meno, a conseguire lo scopo. Fatto è che questo suo primo soggiorno fra le nostre mura è durato quattro mesi, tranne il tempo dedicato ad una corserella a Venezia. Annodò subito alquante conoscenze, e fra tutte tenne in pregio l’amicizia di Chiarina Maffei, alla quale fe’ colpo per la gloria sua e le sue precedenze, impressione anche superiore al ritratto da lui mandato innanzi per lettera dalla contessa Sanseverino Porcia. Ben fa il Barbiera a trascrivere questo parlante ritratto tratteggiato con mano ferma da una culta gentildonna:
  «Se lo immagina forse grande e snello? pallido e scarno, con una di quelle fisonomie che sono già un’ispirazione e una poesia? Si guardi veh da così bella aspettazione! Egli è un uomo piccolo, grasso, paffuto rotondo, rubicondo, con due occhi però negri e scintillanti, foco nel dialogo, il foco della sua penna. E sa ella chi lo accompagna? … Un paggio come nel Lara di Byron, un giovanetto dalla voce soave, dai movimenti dolci e molli, una donna infine».
  Chi era costei? Il Barbiera non ha potuto scoprire nulla in argomento. E come conciliare questa circostanza col fatto che Balzac era da alcun tempo tutto acceso per un’amante vera, nobilissima, che anelava di sposare, la gentile russa di nome Hanzka (sic) sulla quale le lettere del romanziere diffondono una luce schietta di reciproca fedeltà e devozione (alcune si pubblicano appunto in questi giorni). Avanzo timidamente un dubbio. Che il paggio non sia altri che il delicato e patetico Gautier? Ma l’aspetto del Gautier era tale da giustificare le parole della lettera citata?

***
  Non è detto che egli lasciasse, quella prima volta Milano con rammarico; era sì inquieto, sì infelice: «in casa Maffei, scrive il Barbiera, come altrove, soleva accennare di no col capo, sempre di no; pareva lo spirito che nega». Però ritornando in Francia passò per Genova, ove per maggiore sua disgrazia un cotale gli parlò di miniere d’argento e di scorie argentine e piombifere a fior di terra in Sardegna, che aspettavano solo delle mani industriose e dei capitalisti intelligenti.
  Un Eldorado!
  Balzac è ad un tratto sedotto: era un colpo di fortuna, era un raggio di sole nell’oscura sua vita, era la possibilità, da tanto tempo sospirata, di pagare i debiti e forse di arricchire!
  Un anno dopo, raggranellati pochi quattrini, va in Sardegna ma giunge troppo tardi: il grosso affare era in mano d’altri, cioè se lo contrastavano l’amico genovese e una Società di Marsiglia. Non c’era più posto per lui.
  Si rimette al servizio del conte Guidoboni Visconti, e ritorna a Milano, dove, per dire il vero, gli affari del mandatario non gli pigliano che poco tempo. Gliene rimane d’avanzo per fantasticare, per soffrire, e per riprendere la penna: s’era probabilmente convinto che la letteratura era lo sola miniera che potesse coltivare.
  Fu ospite del principe Alfonso Serafino Porcia, il fratello di quella cortesissima che gli aveva agevolato l’ingresso nella società milanese. Il principe abitava sul corso di Porta Orientale, e mise a disposizione del romanziere un appartamento quieto e ridente, a pian terreno, che dava sul giardino. Segretamente delizioso, atto a calmare lo spirito, a suscitare gli estri; ma Balzac non era in istato di goderne appieno. Per non dire degli imbrogli finanziari, il suo cuore era assente, o piuttosto era tormentato dall’assenza di colei che sola aveva per lui ammirazioni non scevre di indulgenze, e tenerezze piene di rispetto, e che, quando potrà portare il suo nome, manterrà tutte le più belle promesse, sarà la sua divina amica e consolatrice. Per il momento, egli invidiava, si direbbe pazzamente, l’ospite suo, il principe Porcia, perché la sua amata ed amante – evitiamo di dirne il nome: c’era perfetto ricambio – non si trovava in Russia, e il principe poteva vederla a tutto suo agio, mentre lui … . Davvero il confronto faceva male. Ne scrive alla Hanzka: «Oh! Se sapeste che malinconiche idee m’inspira l’aspetto della vita felice del Porcia che abita sul Corso Orientale, dieci case più in là della contessa». Non più che dieci case!
  Se la signora Hanzka fosse stata accanto a lui, Milano gli sarebbe sembrata il paradiso: ma senza di lei, qual città può piacergli? Egli dice di soffrire di nostalgia, ma sappiamo benissimo di qual natura era la sua nostalgia: non era altro che una forma acuta e morbosa di un immenso desiderio affettivo insoddisfatto.
  Dovunque egli si recasse, portava le proprie pene. Nel salotto Maffei compariva quasi sempre annuvolato; pur lì si trovava a suo agio, e si svagava alquanto. Il Barbiera informa che egli era amabilmente rallegrato dalle grazie della «piccola Maffei» come ella si definiva parlando al celebre romanziere e invitandolo a quelle confidenze che sollevano lo spirito; e che gradiva pure assai la parola vibrata di una giovane poetessa, dai riccioli biondi che le scorrevano sulle spalle, Giulietta Pezzi. Frequentò altresì le famiglie Bossi e Sismondi, e la contessa Eugenia Vimercati maritata a Gian Giacomo Attendolo Bolognini. Vide il Manzoni; al quale trovò un tal quale somiglianza con Chateaubriand: analogia che non è solo di sembianze. Lo scultore Puttinati, di vivace temperamento e di festosa parola, tentò attrarlo nell’allegra compagnia, in mezzo alla quale soleva vivere, ma pare non vi riuscisse gran fatto.

***

  Meglio dei contatti mondani, il fervore inventivo ed artistico valeva a sottrarlo alle pertinaci preoccupazioni, nè l’unico amore gli impediva di cogliere, talora, le particolarità gustose delle cose. Valga il vero, nel nostro Duomo egli osserva delle minuzie che sfuggono al maggior numero, si ferma ad ammirare le chimere del grande candelabro che è davanti all’altare della Vergine. Gli rimane tempo e lena di fare una gita a Saronno, e gli affreschi di Luini, particolarmente lo Sposalizio, eccitano i suoi entusiasmi. Neppure si vietò la Scala, e vi sentì la Boccabadati nella Zelmira.
  Se male non m’appongo, il lavoro a cui si accinse in quel tempo era in accordo colle speciali condizioni del suo animo. Egli vuol descrivere l’amore felice. Non gli stava sott’occhio? E non agitava le sue più intime fibre la sola aspettazione, ancora lontana, di raggiungerlo? Voleva descrivere – come sempre – dal vero, osservando gli altri, e studiando pure sé stesso. Voleva dare al pubblico un libro nutrito di sentimento, e non infarcito di sentimentalismo. Le (sic) Mémoires de deux jeunes mariées vennero incominciate da lui appunto in casa Porcia, nella pace signorile e conventuale insieme di un vasto palazzo, col favore dei più discreti silenzi, potendo riposare l’occhio stanco su aiuole fiorite e zolle verdeggianti, ove tutto invitava a raccogliersi e a dimenticarsi nel lavoro: assorbimento che gli era stato molte volte consentito fra travagli di ogni specie; ma adesso non può nemmeno temporaneamente distrarsi. Il 20 maggio 1838 dalla stanza imbalsamata di soavi olezzi primaverili scrive alla sua prediletta: «Domani, dopo aver fatto scrivere due lettere alle mie amanti, sarò più allegro, e sarò da voi calmo e savio da far invidia a un santo». Tre giorni dopo: «Il mio libro è abbandonato: ho lasciato lì le mie due amanti, per ritornare ad esse un giorno o l’altro».
  Forse anche quelle amanti di sua invenzione destavano la sua invidia e gli facevano dispetto!
  A quel romanzo ci si rimise quattro anni dopo.

***

  Comunque sia, il poeta, il romanziere, in genere l’artista, è un giudice poco equo dell’oggi, e però suole accogliere il più delle volte affetti e rimpianti retrospettivi. Balzac rimpiange Milano dopo che l’ha lasciata; e le sue dame, di cui in un accesso atrabiliare aveva perfino parlato con una tal quale durezza, rivivono un pezzo nel suo pensiero memore e grato. E di ciò abbiamo prova nella dedica di alcuni suoi romanzi posteriori. Alla contessa Maffei offerse La fausse maîtresse, che fa parte delle Scene della vita privata: di che quella giusta estimatrice del merito superbiva assai, e soleva mostrare agli intimi le bozze di stampa di quel lavoro, tutto tempestato di correzioni. Alla contessa Bolognini offerse Une fille d’ Ève, rammentandole nella dedica il suo giardinetto del vicolo dei Cappuccini, così vivo per colloqui e dispute e per le franche risate della cara bambina: e si compiace di provare alla gentildonna milanese che, «se i Francesi hanno taccia di leggerezza e di facile oblio, io sono italiano per la costanza e la fedeltà delle memorie». Fedele e memore si mostrò pure verso la contessa Sanseverino, a cui dedicò Les Employés. Né volle limitato il cortese concambio alle dame; al conte Porcia offerse il romanzo Splendeurs et misères des courtisanes, e allo scultore Puttinati La Vengeance.
  Il Balzac lasciò Milano il 1° giugno 1838, e non vi tornò più. Se egli si fosse fermato ancora un po’, gli sarebbe toccato di assistere all’incoronazione di Ferdinando I.
  1 Nel numero unico di Natale della Casa Treves.
  2 Il citato Barbiera sta apparecchiando, con copioso sussidio di lettere e documenti inediti, un libro intorno al salotto della contessa Maffei.
  3 Ho sott’occhio il libro di Carlo de Lovenjoul, Histoire des oeuvres de H. de Balzac, Parigi, Lévy, 1879; dal quale libro, col solito garbo, il Capuana, Studi di letteratura contemporanea, seconda serie, 1882, p. 74 e segg., trasse materia di uno studio intorno al capo-scuola del romanzo realista, studio di cui pure, qua e là, mi giovo.

  Giorgio Cattelani, Un apologista italiano di Balzac nel 1839, «Vita Moderna. Giornale d’arte, scienza e letteratura», Milano, Anno II, N. 35, 27 Agosto 1893, pp. 282-284.

I.
  La Biblioteca nazionale di Brera non possiede un’edizione di Balzac in francese, e né pure uno tra i tanti lavori scritti – su la vita o su l’opera de l’illustre iniziatore del movimento naturalistico – da Champfleury, da Werdet, da Lovenjoul, da Cerfbeer (sic) e Christophe, ecc. sino a l’ultimo – assai mediocre in vero – di Julien Lemer.
  Già da tempo, io avevo, senza frutto, consultati e catalogo e supplemento; e la cosa mi era sembrata incredibile tanto che l’altra mattina mi presentai richiedendo i due volumi di Teatro del maestro. Mi si rispose invitandomi ad aggiungere a la scheda le indicazioni del catalogo; però, avendo io affermato non essere in questo traccia di quei libri, ma parermi impossibile essi non fossero in biblioteca, il distributore si decise a fare ricerche, le quali, manco a dirlo, riuscirono vane.
  Ostinato, io tornai al catalogo e, percorrendo un elenco di antiche ed orribili versioni – in alcuna de le quali(1) l’ignoranza del traduttore cambia Onorato de Balzac in suo fratello Enrico – feci la curiosa scoperta di cui mi occupo in questo articolo.
  Erano i tempi in cui Balzac veniva più attaccato, tormentato, demolito da la critica; erano i tempi in cui Sainte-Beuve – del quale è nota la invincibile antipatia pel docteur és sciences sociales – lo metteva al livello di Soulié e lo diceva enfoncé da Sue(2); in cui Jules Janin, il principe de la critica, dileggiandolo, trattandolo da scolare sgrammaticato, dichiarava Illusions perdues un libro al di sotto del mediocre ed indegno di seria discussione(3); in cui un certo Chaudes Aigues(4) – del quale si è perduto ora persino il nome, ma che allora, a quanto pare, era un Aristarco assai inteso – lo proclamava a dirittura cretino ed asino, e, deplorando la depravazione di gusto del pubblico, parlava del sublime artista come un critico d’oggi potrebbe parlare de l’infinito bacleur di appendici; erano i tempi in cui li invidiosi, piccati di constatare la impotenza de i loro stupidi e crudeli attacchi a lo scrittore – già che il pubblico intelligente non abandonava i libri meravigliosi di lui per i loro raffazzonamenti – esasperati a dirittura da la olimpica serenità di colui ch’essi volevano distrutto, giungevano a le insinuazioni velenose e ridicole su l’uomo, a le calunnie ingiuriose su la vita privata.
  Fu, dicevo, in quei tempi – nel 1839 – che comparvero le 35 pagine in 8° contenenti i Pensieri su Balzac, scritti in giugno del trentotto dal signor Gaspare Aureggio e stampati a Milano presso Luigi di Giacomo Pirola.
  Il signor Aureggio è semplicemente un amatore di letteratura, il quale, per estrinsecare la sua ammirazione verso Balzac e confutare le accuse lanciate contro di lui, diviene – pur confessando il suo illimitato rispetto pei rimanenti critici, anche di opinione differente da la sua – diviene, dicevo, dilettante di critica. Tuttavia questo oscuro dilettante, questo italiano assai ignorato ed un po’ ignorante – e che, anche lui, si scandalizza di talune immoralità di Balzac – ha, pare impossibile, ha capito il grande romanziere assai più de li illustri Sainte-Beuve e Janin e del notabile Chandes (sic) Aigues.
  E ciò, più che altro, dimostra il suo opuscolo, che riassumo, riportandone alcune citazioni – così come mi sono venute sotto il lapis mentre leggevo – e limitandomi al minor numero di comenti possibile.

II.
  Voltaire, richiesto del perché avesse tanto scritto su Corneille e mai si fosse occupato di Racine, rispose: «Per costui non v’è altro a fare che scrivere, a piede di ogni sua pagina: bello, poetico, armonioso, sublime». La medesima cosa, comincia il signor Aureggio, può ripetersi per Balzac.
  Però il nostro critico prende, anzi tutto, a scagionare il romanziere da l’accusa d’immoralità, adducendo che «se egli ha descritto ciò che pur troppo si realizza, non ha tuttavia mai fatto trionfare il vizio» ma, senza ricavare dal racconto i soliti fervorini morali de li altri scrittori, ha dato, ne le sue conclusioni, larga parte al pentimento o al castigo.
  Questa osservazione del signor Aureggio è vera, e si trova in perfetto accordo con quelle de la scuola naturalistica odierna la quale – non più curandosi del fine, morale o meno, de i propri libri, ma limitandosi a raccogliere ed analizzare il documento – è pur costretta a constatare sempre come la colpa porti seco fatalmente l’espiazione, vale a dire come ogni violazione de le leggi naturali o sociali porti in sé medesima, anche quando resti impunita e trionfante, il germe di qualche effetto materialmente o moralmente dannoso per l’individuo che l’ha commessa; danno che è di per se stesso un castigo. In altri termini l’Aureggio trova eminentemente morale l’opera di Balzac – come sono morali le opere di tutti i naturalisti posteriori, da Flaubert a Zola, ecc. – malgrado l’assenza del deus ex machina punitore, e del fervorino finale.
  A prova di ciò prende ad esaminare uno per uno i racconti ed i personaggi di Balzac; e, ad un certo punto, entusiasmato a i ricordi, fa notare, la invincibile attrazione che esercita il sommo autore su chi lo legge; cui fa tutto dimenticare, tanto lo interessa a le peripezie così vere, così vive de i suoi personaggi; fatto innegabile, largamente e splendidamente considerato, poi, anche da Bourget(5).
  La critica francese ed estera, in generale, anche quando era favorevole a Balzac, si limitava a non negargli il talento, a riconoscere in lui uno scrittore dilettevole ed interessante, ecco tutto; egli era, in somma, pei suoi tempi, un buon romanziere, superiore a molti altri, e che si faceva leggere con piacere, ma nessuno pensava fosse un genio unico; il signor Aureggio, in vece, precorrendo, indovinando mirabilmente l’opinione de i posteri, scrive:
  «Ma come mai il meraviglioso scrittore così estesamente conosce il cuore umano nella estesa varietà delle classi? Questo baldanzoso scrittore o è uno di quelli che, a guisa di rara cometa, non si mostrano che una volta ne lo spazio di tanti secoli; oppure, se fossimo in tempi di minore istruzione, bisognerebbe accettare sul serio l’ingegnosa e scherzevole favola della canna di Balzac, di cui scrisse madama di Girardin».
  Ignoro quale sia quella favola, non avendola incontrata in alcuna biografia, né avendo potuto trovare lo scritto de la signora di Girardin – la decima musa, come la chiama l’allegro Gozlan(6) – nel cui gelido tempio (un salotto costruito ed addobbato a mo’ di tempio greco) Balzac rischiò una volta di prendere un famoso raffreddore.
  «Si è voluto rimproverare al nostro autore – continua il critico esaminando le opere – il troppo dettaglio de le descrizioni locali. Forse tale rimprovero partirà dai lettori unicamente avidi di avvenimenti, e forse da chi non arriva a comprendere la necessità di questo dettaglio. Tanto più noi c’interessiamo alla felicità o alle pene di un individuo, quanto più noi conosciamo minutamente la di lui situazione, la quale, nuda di tutte le circostanze secondarie e materiali, non potrebbe agire con egual forza».
  Osservazione veramente meravigliosa questa, fatta da un lettore del 1838, da un lettore di quell’epoca, in cui i Dumas, i Féval, i Ponson du Terrail conquidavano per la rapidità, lo impreveduto e l’incredibile da le loro fanfaluche, ed i romanzieri per così dire letterarî non si curavano di descrivere, se non per dare alle loro mirabolanti creazioni i décors più strani, più fantastici, più infronzoliti di cinquanta – Vittor H[u]go informi –. Considerazione splendida, che mostra come il signor Aureggio comprendesse, sino da allora, la necessità de la descrizione de l’ambiente e de le circostanze materiali, agenti determinanti de l’individuo.
  E ciò che appunto lo sorprende e dà la stura al suo entusiasmo è la verità indiscutibile, l’esattezza scrupolosa di questi dettagli, che lo persuadono de la versatilità enciclopedica di Balzac, profondo conoscitore di tutte le scienze e di tutti i costumi, eccellente sì ne la descrizione di un consulto di professori, come ne la pittura di un ricevimento regale.
  «Ed ora saremmo tentati a pensare – esclama l’ammiratore, non sospettando certo le sue parole sarebbero più tardi state ripetute da l’illustre Taine(7) – che questo insigne sia altre volte vissuto militare, per rinascere chimico, e quindi meccanico e matematico, ed uom del volgo ed elegante dandy, e medico e chirurgo, e liberale e realista, e nobile, soldato gregario, sottufficiale ed uffiziale superiore, brigante, usurajo, tipografo, legale … E coll’egual buon successo passa in rivista tutti li affetti». Ed, a provarlo, l’apologista enumera una quantità di personaggi, le cui condizioni psichiche disparatissime sono, con non minore potenza di verità analizzate e rese da Balzac.
  Ma quello che mi sorprende, a mia volta, è un’altra osservazione de lo Aureggio, semplice e pure acuta assai, la quale basterebbe, essa sola, a provarci che egli ha veramente compreso il naturalismo ed il suo iniziatore come li comprendiamo noi oggi: osservazione da uomo del mestiere, che maraviglia in un amatore; parlando del Birotteau egli nota: «In questa opera pare (Balzac) abbia seguito il metodo ed, indirettamente, l’intenzione manifestata nel Goriot».
  Proprio così: il Père Goriot, il César Birotteau ed i posteriori (al 38) Cousin Pons, Cousine Bette e qualche altro, sono, tra i lavori di Balzac, proprio quelli in cui l’intenzione ed il metodo naturalistico si affermano di più.
  A questo punto il signor Aureggio si ferma e, volgendosi a riguardare l’insieme de l’opera del grandissimo romanziere, ha una frase felice, che ricorda quello squarcio di splendidissima prosa, preposto da Zola al suo studio su Balzac(8) – ecco come si esprime il nostro critico:
  «Ove, per una strana vertigine delle cose di quaggiù, scomparissero tutte le opere moderne di questo genere, e quelle soltanto di Balzac rimanessero, queste basterebbero a dare ai posteri l’idea perfetta del secolo XIX in Francia».
  E qui l’esame de le opere si chiude con questa giusta apostrofe a i detrattori: «Quanti tra i critici di Balzac si crederebbero immortali, se avessero dato vita ad un solo dei suoi moltissimi volumi!»

III.
  Passando la rivista cui ho accennato il signor Aureggio, giunto a La fille aux yeux d’or, nota: «Si ponga, con poche eccezioni tra le opere da riprovarsi».
  Però di queste – a pena terminato l’esame critico de le altre – egli prende a parlare, chiamandole «i grandi traviamenti di questo ingegno, scogli della inesperta gioventù e che la posterità severa avrà a giudicare solennemente, dimenticando forse, in grazia di queste lordure, i diamanti di Balzac … Forse il nostro autore si pentirà, si vergognerà un giorno di questi scritti. Ma se esso ripudierà col tempo i spurj figli del grande di lui ingegno, sarà in suo potere porger riparo al male che potessero aver fatto? … S’egli crede, con questi scritti, aver accresciuto l’alloro a la sua fonte s’inganna. Ogni meno onesto pensiero irreligioso, calunniatore, ogni equivoco racconto strapparono altrettante foglie al suo serto!»
  E qui, accennando ai Conts (sic) drolatiques, dice che ammira l’esumazione linguistica; ma l’autore «poteva toccar l’istessa nota trattando diversi argomenti, e quindi – continua l’Aureggio – su questo, io entro ne le file dei suoi oppositori».
  Ed in seguito, alludendo a la Physiologie du mariage: «Non sono dunque mai sufficientemente lodati quei regimi, che procurano di allontanare il popolo dalle letture equivoche di un autore, il quale spinge la malignità del suo inchiostro sino a dare il nome di meditazioni a certi capitoli capaci di portare la diffidenza nel cuore dei mariti, delle spose, dei figli».
  E la filippica continua ancora per un poco, deplorando che Balzac «talvolta, per così dire, si uccida».
  Ora questo fervorino – che, a prima vista, sembra contradire a le osservazioni antecedenti, e pare distruggere la vasta interpretazione che io ho data loro – non fa invece, attentamente considerato, che avvalorarle, e rafforzare la mia opinione su esse.
  Infatti il signor Aureggio non stigmatizza punto i brani de le altre opere (quelle ove la forma naturalistica appare appena o si afferma) di Balzac, in cui pur si trovano non poche così dette immoralità, già ch’egli comprende come in esse, certe crudezze veritiere siano necessarie al compimento del quadro, siano indispensabili per determinare lo svolgersi dei fatti e dei caratteri; e le ammette e se le spiega – ma non le sopporta in quelle opere che non hanno nulla a vedere col naturalismo, quali La fille aux yeux d’or, i Drolatiques e la Physiologie, già che gli pare si possano fare opere di fantasia o di verve, senza bisogno di toccare la pornografia.
  Quantunque, per me, tutto ciò che è fatto bene sia, in arte, bello ed apprezzabile, pornografico o no – rispetto tuttavia l’opinione del signor Aureggio, la quale, come ho spiegato, non tange per nulla la formula naturalistica.
  Terminata la filippica, il buon signor Aureggio ridà però la sua stima al suo scrittore preferito; ne ammira la sincerità in arte – «perché dipinge l’uomo come lo trova» – e vede in lui quest’inclinazione così forte, che pensa finirà un giorno per analizzare e mettere a nudo sé stesso. A questo proposito confessa che, quando vide Balzac, rimase assai sorpreso di trovarlo «di statura piccola, piuttosto corpulento, rubicondo e corto di collo» già che spesso nei suoi libri, descrivendo simili tipi, egli stesso afferma che sono antipatici a le donne.
  Passa poi a scagionarlo da l’accusa di aver coverta del suo nome la produzione altrui, e si stupisce che simile calunnia possa trovar che la creda, stante la spiccatissima ed inimitabile personalità de lo stile e del metodo di Balzac.
  Continua così a difenderlo, dolendosi che le malvagità verso lo scrittore si siano volte in ingiurie diffamanti l’uomo; ma non se ne meraviglia:
  «Era da aspettarsi che un uomo, il quale fa di lui parlare la universalità letteraria dovesse suscitare maldicenza e calunnia. De Balzac, producendosi con tanto clamore, e tanti trionfi riportando, doveva trovare queste amarezze, seppure il ronzìo delle mosche può disturbare la maestà del leone; seppure un’anima grande come quella di Onorato può per ciò soggiacere a dispiacevole scossa …».
  «Non potendo batterlo con la penna, lo lacerarono coi denti» accusandolo di debiti disonorevoli, dando le più maligne interpretazioni a i suoi viaggi, affermando che le Marana, in cui la parte più odiosa è sostenuta da un italiano, aveva voluto offendere l’Italia – mentre egli ha preso un cattivo soggetto qui, come ne ha presi tanti in Francia – ed attribuendogli persino l’intenzione di scrivere un libello contro questa medesima Italia ove era stato sì bene accolto. Ma il libello non venne mai a luce e «Balzac tornò qui con la sicurezza di un innocente»; allora i suoi detrattori, esasperati lo dissero reduce da le galere!
  Pertanto dopo la confutazione di queste grottesche, più che infami calunnie, il signor Aureggio conclude saggiamente così: «L’alludere, nelle dispute letterarie, allo stato domestico delle persone non è cosa permessa e non saprei con quale nome chiamarla».
  Egli ha ragione; ed io – concludendo a mia volta – mi congratulo con lui, il quale, oltre che un onest’uomo, è stato anche, senza dubio, un uomo assai perspicace; già che, estraneo a la letteratura, straniero a la lingua, ha saputo, egli solo, giustamente apprezzare e comprendere il sommo artista, in una epoca in cui i compagni e connazionali di lui, con a capo li illustri Sainte-Beuve e Janin, rimanevano, innanzi a le due (lege: sue?) splendide opere, canzonatori e sarcastici, pronti a ridere o a distruggere, come profani imbecilli innanzi a li indecifrabili monumenti di una grande nazione finita, o a documenti misteriosi, preconizzanti una splendida civiltà futura.
  (1) Dom Gigadas, di Enrico (!) di Balzac. – Vol. 2 in -12 del Florilegio Romantico. Milano, Borroni e Scotti.
  (2) Sainte-Beuve: Chroniques Parisiennes.
  (3) J. Janin: Revue parisienne, Juillet 1839.
  (4) Chaudes Aigues : Les écrivains modernes de la France. (Articolo pubblicati prima su più giornali) – Paris, Gosselin, 1814 (sic).
  (5) Cerfbeer et Christophe: Répertoire de la Comédie Humaine de Balzac. – Préface par Paul Bourget. – Paris, C. Lévy, 1887.
  (6) Léon Gozlan : Balzac en pantoufles – Paris, Lévy Ed.
  (7) H. Taine : Nouveaux essais de Critique et d’Histoire – (v. Balzac, § 2-I) – Paris, Hachette, éd. – 1865.
  (8) E. Zola – Les romanciers naturalistes – Paris, Charpentier, 1880.

  E.[ugenio] Checchi, Plagi inconsapevoli, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XV, N. 12, 19 Marzo 1893, pp. 2-3.
  p. 3. Ora è tanto falso l’esaurimento della fantasia umana, quanto è erronea la credenza che non si possono dare plagi inconsapevoli. L’artista, veramente meritevole di questo nome, dovrebbe, come era solito fare il Balzac, non ignorare quel che gli altri inventano nella sua medesima arte, per non correre il rischio di creare quel che fu già creato: ma neppure così egli potrà sfuggire alla inconsapevolezza del plagio.

  Contessa Lara [Eva Cattermole], Il Salotto Della Signora , «La Tribuna Illustrata», Roma, Anno IV, Num. 28, 7 Luglio 1893, pp. 222-225.
  p. 225. «Noi sentiamo più dolore di un fastidio in mezzo alla felicità, di quanto piacere proviamo d’un godimento in mezzo alla sventura». Proprio così. Ha ragione il gran Balzac.

  Benedetto Croce, La Storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte. Memoria letta nella tornata del 5 marzo 1893 dal socio Benedetto Croce, «Atti dell’Accademia Pontaniana», Napoli, in vendita presso la Libreria F. Furchheim, 1893, pp. 1-29; Nota, pp. 30-32.
  p. 32. Solo per una susseguente distinzione critica, l’artista può dividere da capo i suoi personaggi in storici e ideali, come fa il Manzoni, per esempio, innanzi alle sue tragedie. Ed il Goethe ne lo rimproverava, scrivendo: «Pel poeta non esiste personaggio storico. Egli vuol rappresentare il suo mondo morale, e a questo scopo fa l’onore di prendere in prestito ad alcuni personaggi della storia i loro nomi, per darli alle sue creazioni».
  Ma, anche su questo giudizio del Goethe, bisogna intendersi. Se il poeta non toglie dalla storia altro che i nomi dei suoi personaggi, non si può addirittura parlare di poesia storica. I nomi ciascuno li prende donde crede, e il Balzac, com’è noto, per scegliere quelli dei suoi personaggi, leggeva accuratamente le mostre delle botteghe di Parigi!

  Gabriele D’Annunzio, La morale di Emilio Zola. III, «La Tribuna», Roma, 9 Agosto 1893; ora in Pagine disperse. Cronache mondane – Letteratura – Arte coordinate e annotate da Alighiero Castelli, Roma, Bernardo Lux Libraio Editore, 1913, pp. 555-571.
  p. 571. Emilio Zola, non soltanto in questo ultimo romanzo [Le Docteur Pascal] ma in tutta quanta la sua opera immane, non ha tenuto conto se non d’un piccolo numero di «fattori» della società contemporanea, avendo preso alla scienza una vaga apparenza di metodo e avendo ristretto il cerchio di quella vita alla cui diversità innumerevole egli leva l’inno fatale. Per ciò, contro l’apparenza, l’edificio ch’egli ha costruito è vasto di dimensioni ma non è moltilatero come quello del Balzac; s’impone più per la mole che per la materia e per il disegno.

  Ferdinando D’Atri, Nel mondo dei criminali. Un amore!, «Fortunio. Cronaca illustrata della settimana», Napoli, Anno VI, N. 45, 9 Novembre 1893, p. 3.
  Rilessi le sue lettere, baciai mille volte il suo ritratto! … Che ebbrezza! … – fu sventura, la mia? – Mentre il pensiero di lei mi dominava, lo sguardo corse ad un libro che era gettato lì, a caso, sul mio tavolo da studio.
  Ho letto molto: quanta parte di colpa, per il delitto che ho consumato, è da attribuirsi ai libri che ho letto? – Chi sa? se io fossi un ignorante …
  Il libro che mi decise al delitto (ricordo! è ancora, forse, lì, sul mio tavolo da studio) è la Phisiologie (sic) du Mariage del Balzac.
  Come?? Anche ciò vi stupisce? – Ma, non anche le cose più innocenti possono, a volte, su gli animi perturbati, produrre strane sensazioni e indurre alle più efferate nefandezze?
  Ricordai, di quel libro, tutta la struttura; ed ecco la domanda:
  – Se non fosse vero ch’ella mi ama?

  R. Forster, Henrik Ibsen [Cont.], «La Nuova Rassegna. Periodico settimanale», Roma, Anno I, Num. 46, 3 dicembre 1893, pp. 729-733.
  pp. 730-731. A proposito d’Ibsen mi viene in mente a memoria un giudizio di I. Taine sullo stile di Balzac: «il déplaît à celui-ci qu’il plaît à celui-là; ce qui est obscurité et ennui pour l’un, devient clarté et attrait pour l’autre». [7]

  Antonio Fradeletto, Il momento sociale e i nuovi tipi letterari, in AA.VV., Conferenze tenute a Roma nell’Aula Magna del Collegio Romano per iniziativa della Società per l’Istruzione della Donna, Firenze, Stabilimento Tipog. G. Civelli, Editore, 1893, pp. 315-340.
  p. 321. Danaro, si sa, fu sempre un formidabile iddio; ma da Pluto noi lo vedemmo trasfigurarsi addirittura in Giove. Voglio dire che la sua potenza, circoscritta un giorno e come sotterranea, è ormai così ostentata a luce meridiana, così piena di seduzioni e superba di clientele, da far parere il ricco più ricco e il povero più povero che non siano stati mai. E poi fino all’ottantanove l’insolenza della borsa era tenuta a freno dall’orgoglio del blasone, tanto da far dire a qualche maligno, che la rivoluzione borghese non ha fatto che insediare nel posto del duca e del conte l’affarista e il banchiere. Questo vide Onorato Balzac e fu il primo a cantare in prosa la torbida poesia degli affari, a colorire epicamente la lotta per lo scudo; - e già lui stesso, il romanziere che le improvvide speculazioni avevano tratto alla rovina, lui che non riusciva a pagare i suoi debiti d’industriale fallito coi capolavori della Commedia umana, non era forse una figura senza precedenti nella storia delle lettere? […].
  pp. 325-327. Orbene, Bell’amico non è un’eccezione; Bell’amico rappresenta una varietà di quella specie sociale che combatte senza scrupoli la lotta per l’esistenza, varietà felina che ha il suo capostipite nel Rastignac della Commedia umana. Perché il Balzac non solo osservò e ritrasse, come niun altro, la società borghese in mezzo alla quale viveva, ma ne intuì con tanta penetrazione lo svolgimento ulteriore, che certi tipi de’ suoi romanzi pare si siano moltiplicati sopra tutto dopo la sua morte. […].
  Più triste assai dello sbandato è il fallito, il raté, come dicono con efficace metafora i francesi. […] Un’inesplicabile ritrosìa, un legame imprudente, una paralisi della volontà, uno squilibrio del cervello pronto a immaginare inetto ad eseguire, fanno del grande uomo da voi sognato il Séchard del Balzac, il Deslaurier del Flaubert, il Demetrio Rudin del Turgheneff, il Giovanni Matica del Pereda. […].
  p. 332. Vi sono degli artisti i cui l’analisi preventiva dell’opera propria va acquistando tanto d’acume e d’incontentabilità, da troncare ogni loro energia. […] il critico finisce sempre per uccidere il poeta e l’aroma nativo dell’idea nell’atto dell’esecuzione svapora. – Tortura dell’arte che Balzac incarnò nel suo Frenhofer, lo Zola in Claudio Lantier e in Bourand, il Margueritte in Leone Tercinet.

  Emma Fresia, Précis historique de la littérature française selon les nouveaux programmes du gouvernement pour les écoles supérieures, Coni, Imprimerie des Frères Isoardi, 1893.
  p. 106. De Balzac (Honoré), né en 1799 et mort en 1850, fut un romancier très fécond et très renommé. Il sut analyser et peindre les passions et les sentiments du cœur avec un rare talent d’observation ; mais il aime trop le sensualisme, et bien des romans qu’il nous laissa repoussent vraiment la pudeur. Un de ses premiers ouvrages est la Comédie humaine, sorte d’épopée divisée en séries sous les titres de Scènes de la vie privée, de la vie parisienne et de la vie de province. Parmi les meilleurs ouvrages de ce romancier, on remarque : le Père Goriot, le Médecin de campagne, Ursule Mirouet, la Peau de chagrin, le Lys dans la vallée et Eugénie Grandet, qui est le plus agréable de tous les récits de Balzac.

  Scipione Gemma, La diplomazia e i trattati, in La guerra e il diritto internazionale, Bologna, Tipi Fava e Garagnani, 1893, pp. 147-159.
  pp. 147-148. L’influenza della diplomazia rispetto alla guerra è buona od è cattiva? Ecco un problema al quale è stato risposto in maniere diverse ed opposte. Riassumere tutto il male che della diplomazia è stato detto e tutto il ridicolo di cui è stata coperta sarebbe difficile. «Diplomazia» esclama Balzac «scienza di coloro che non ne hanno alcuna e che sono profondi come il vuoto!».

  Felice Genta, Contro gli eunuchi dell’arte, «La Scena Illustrata. Rivista quindicinale di letteratura, arte e sport», Firenze, Anno XXIX, Numeri 13-14, I°-15 Luglio 1893, [p. 182].
  Boutet, un critico che conosce, come il Manno, la fortuna delle parole, ha colpito nelle sue brillanti requisitorie – vere mitragliatrici letterarie – la volgare turba degli eunuchi in arte. […] Cotesta è razza di gente senza ingegno, volontà, fibra. […].
  Balzac concedeva loro una feroce persecuzione. La Sand li battezzò la gramigna dell’arte.

  C. Ghiotti, J. Dogliani, H. de Balzac, in La Littérature contemporaine … cit., p. 107.
  Honoré de Balzac (1799-1850) est un des romanciers les plus renommés et les plus féconds. Ses romans très nombreux forment une sorte d’ensemble auquel l’auteur donne le nom de Comédie humaine. Celui qui a pour titre : Eugénie Grandet, histoire intime d’un avare plus minutieusement étudié que celui de Molière, et placé dans la société contemporaine, est sans contredit le meilleur de tous. C’est de lui que nous avons tiré le morceau que nous donnons.

  Giuseppe Guicciardi, Francesco de Sarlo, Fra i libri. Risultato di un’inchiesta biblio-psicologica compiuta da G. Guicciardi e F. De Sarlo. Con prefazione del Prof. Augusto Tamburini, Bologna, Libreria Fratelli Treves di Pietro Virano Editore (Tip. Mareggiani), 1893.

Sul valore generale dei libri, pp. 3-44.
  pp. 30-31. Carlo Marx, il Mosè del socialismo moderno, studiava Hegel e prendeva da quel pensiero puro la forza per la sua critica universale. […].
  Grande amatore di romanzi, egli prediligeva su tutti gli altri il Don Chisciotte e la Comédie humaine di Balzac.
  p. 101. Il nostro intento, come apparirà chiaro dal seguito, fu quello di fare uno studio psicologico e sociologico insieme, proponendoci le seguenti questioni: 1.° Prescindendo possibilmente da tutte le condizioni perturbatrici, esiste un certo numero di libri capaci di rispondere alle esigenze della mente? Lo spirito umano, quando ha raggiunto un certo grado di cultura, sente il bisogno della compagnia di alcuni libri, a prescindere da qualunque veduta utilitaria? 2.° Nel caso affermativo, vi è una categoria di libri che ha la preferenza, e quale essa è? 3.° È possibile rintracciare le cause delle risposte ottenute su tali quesiti?
  p. 131.
  XLIX.
  N° 118.
  Shakespeare. Opere
  Goethe. Opere
  Spencer. Sistema di filosofia
  Balzac. Opere
  Montaigne. Essais
  Colica Giacomo, filosofo; anni 30 Reggio Calabria.
  p. 144.
  LXXXVII.
  N° 71
  Dante Alighieri, Divina Commedia
  G. Shakespeare, Teatro
  Balzac, La commedia umana
  B. Spinoza, L’etica
  Spencer, I primi principii
  Fradeletto A., letterato; anni 33. Venezia.
  p. 147.
  XCVI.
  N° 45
  Dante. La divina Commedia
  Balzac. La Comédie humaine
  Shakespeare. Teatro
  V. Hugo. Opere
  G. Flaubert. Opere
  Gualdo Luigi, Letterato. Milano.
  p. 172.
  CLXXI
  N° 149
  I canti di Giacomo Leopardi
  I promessi Sposi
  Eugénie Grandet del Balzac
  Il Teatro di Enrico Ibsen
  Le Commedie di Carlo Goldoni
  Riccardo Selvatico, commediografo, anni 42. Venezia.
  p. 173.
  CLXXVI
  N° 51
  Dante, Divina Commedia
  Ariosto, Orlando Furioso
  Montaigne, Essais
  Taine, Philosophie de l’Art
  Balzac, Comédie humaine
  Spagni Emilio, letterato; anni 39. Reggio-Emilia.

  Elenco I. delle «Opere» scelte in ordine di voti, pp. 187-196.
  Con più di 100 voti:
  La Divina Commedia
  Con più di 50 voti:
  La Bibbia
  Il Teatro di Shakespeare
  p. 188. Con più di 5 voti
  24. La Commedia umana del Balzac voti 8
  [si tratta dell’opera più votata di romanziere o letterato francese di ogni tempo. Seguono: Le Opere di V. Hugo (specialmente I Miserabili, voti 6; Le Opere di Rousseau (Le confessioni, L’Emilio) e I Rougon-Macquart di Zola (soprattutto L’Assommoir), voti 5; Le Opere di G. Sand (Alcuni romanzi, Memorie, Corrispondenza), voti 4; Romanzi di Flaubert, voti 2]
  Elenco 5. delle «Opere», con tre voti o più, scelte:
  Serie: dalle persone (in N° di 95) dell’età di 40 anno in giù:
  […]
  p. 201.
  23. La Commedia umana di O. Balzac, voti 4.

  Jolanda (Maria Majocchi Plattis), La donna dei poemi di Wagner, Milano, Max Kantorowicz, 1893.
  p. XIV. Il nostro secolo, verso la sua metà, colse l’idea dell' ambiente, del clima, dell'atmosfera, e ciò che era quasi apparenza nei lavori del Balzac, diventò sistema nei romanzi del Flaubert e dei fratelli de Goncourt.


  Vincenzo Julia, Scritti scelti di Cesare Correnti in parte inediti o rari. Edizione postuma per cura di T. Massarani, Trani, V. Vecchi Tipografo Editore, 1893.

 

  (Dalla Rassegna Pugliese di Trani, Anno IX-X).

 

  p. 39. Lo disgusta un po’ la cinica finezza di Balzac, la disinvolta pedanteria del Nisard, non finisce di contentarlo Lamennais, Giorgio Sand, Lamartine.



  Cesare Lombroso, Applicazioni giuridiche, in Le più recenti scoperte ed applicazioni della psichiatria ed antropologia criminale. Con 3 tavole e 52 figure nel testo, Torino, Fratelli Bocca Librai di S. M. il Re d’Italia, 1893, pp. 232-267.

  p. 236. Per gli onesti, prima del delitto c’è la rassegnazione – questo suicidio quotidiano, come lo chiamava Balzac con una frase scultoria nella sua verità psicologica; - c’è l’emigrazione, e c’è finalmente la morte fisica.

Il tipo criminale nella letteratura, pp. 339-363.
  p. 339. Mi sono più volte domandato perché l’antropologia criminale sia più avanzata nella letteratura che non nella scienza.
  I grandi maestri russi, svedesi e francesi del romanzo e del dramma moderno vi hanno tutti attinto le loro più grandi ispirazioni, cominciando da Balzac, nella sua Dernière incarnation de Vautrin, Les paysans, Les parents pauvres, a Daudet, Zola, Dostojewski e Ibsen.

  C.[esare] Lombroso e G.[uglielmo] Ferrero, La Donna delinquente. La prostituta e la donna normale. Con 8 tavole e 25 figure, Torino-Roma, Editori L. Roux & C., 1893.


Parte I.
La donna normale.
  Cap. III – I sensi e la psiche nella donna.


  p. 61. Tutti sanno che il veder soffrire ci fa soffrire, è un dolore simpatico […].
  «La donna – secondo Balzac – ha più apprensione delle disgrazie; ma, accadute che sieno, le sopporta meglio dell’uomo» (César Birotteau). […].
 
Cap. IV – Senso morale.

  p. 135. E della menzogna delle donne non hanno vergogna; la dicono senza arrossire […].
  «Il y a toujours (scrive Balzac, Autre étude de femme) un fameux singe dans la plus angélique des femmes». […].
  p. 138. La donna, come il fanciullo, essendo debole, ha un bisogno istintivo di essere protetta e della protezione dell’uomo fa suo orgoglio e felicità. […].
  Anche il loro amore in fondo è un bisogno, una ricerca di protezione; altra ragione per cui molte volte le donne si fingono più deboli che veramente non siano. «La seduzione più grande della donna – scrive Balzac (Recherche de l’absolu) – consiste in una continua invocazione alla generosità dell’uomo, in una graziosa dichiarazione di debolezza, con cui essa lo inorgoglisce e risveglia in lui i più generosi sentimenti».

Cap. VII – L’intelligenza.
  p. 160. La principale inferiorità della intelligenza femminile rispetto alla maschile è la deficienza della potenza creatrice. […].
  Sebbene non manchino nomi di donne illustri [nel campo delle lettere, vengono citati i nomi della Elliot, della Sand, della Stern, di Mme de Staël] […]; è evidente che siamo lontani dalla grandezza dei geni maschili, di Shakspeare (sic), di Balzac, di Aristotile, di Newton, di Michelangelo.

Parte II.
Criminologia femminile.
Cap. II – Forme automatiche dell’intelligenza.

  p. 167. Anche Balzac osserva egualmente: «Il sentimento che unisce le donne all’uomo amato ne fa loro mirabilmente passare le forze, valutare le facoltà, conoscere i gusti, le passioni, i vizi, le virtù» (Recherche de l’absolu).

Parte IV.
Biologia e psicologia delle criminali e delle prostitute.
Cap. V – Ree d’occasione.

  p. 484. Ecco come il Balzac descriveva questa piaga [i furti domestici], quale essa era ai suoi tempi:
  «Salvo poche eccezioni, un cuoco e una cuoca sono dei ladri domestici, dei ladri pagati e sfrontati … Dove una volta queste donne cercavano un tempo quaranta soldi per il lotto, esse prendono oggi L. 50 per la Cassa di risparmio … Tra la tavola da pranzo e il mercato esse hanno piantato la loro gabella, nè il Municipio di Parigi è così bravo a far valere i suoi diritti d’entrata, come lo sono costoro, che oltre al 50% su tutte le vivande, esigono delle forti strenne dai fornitori. Anche i negozianti più grossi tremano innanzi a questa nuova potenza; e cercano di cattivarsela, senza fiatare, tutti, nessuno eccettuato. A chi tenta di sorvegliarle, le domestiche rispondono con delle insolenze, o con delle bestemmie, o colla maldicenza più atroce; siamo anzi al punto che oggi le domestiche domandano informazioni sui loro padroni, come questi le domandavano una volta sui domestici». [Citazione tratta da La Cousine Bette].

Cap. VIII – Prostitute-nate.


  pp. 570-571. Il tipo più splendido descritto dall’arte di questa meretrice larvata, è la Mad. Marneffe di Balzac. «Mad. Marneffe – egli scrive – è il tipo di queste ambiziose prostitute maritate, che di primo acchito, accettano la depravazione con tutte le conseguenze e che sono decise a far fortuna divertendosi, senza grandi scrupoli sui mezzi. Questi Machiavelli in sottana sono le donne più pericolose, e di tutte le specie cattive di Parigine, la peggiore». [Citazione tratta da La Cousine Bette].

  Eugenio Marchese, Quintino Sella in Sardegna. Ricordi dell’ingegnere Eugenio Marchese, Torino-Roma, L. Roux & C., 1893.
  L’edizione di riferimento da noi utilizzata è quella pubblicata dalle Edizioni Della Corte di Cagliari nel 1994: questa ristampa anastatica dello studio di E. Marchese è stata realizzata sulla base dell’edizione pubblicata a Milano, dai Fratelli Treves, nel 1927.
IV.
Domus Novas, pp. 31-40.
  pp. 33-34. Sulle rive del corso d’acqua perenne, che ho già detto, gli antichissimi avevano costruito i loro opifici per estrarre dai minerali il piombo, ma soprattutto l’argento. […] Ma nei tempi moderni il piombo avendo acquistato valore per il diffondersi dei suoi usi, anche le scorie antiche di Domus Novas divennero un materiale dal quale si poteva estrarre utilmente il piombo ancora contenuto.
  – Scommetto che non t’immagini chi fu quegli che, primo, fin da verso il 1835 (sic) si recò in Sardegna, viaggio in allora di non poco momento, per fare indagini sulle scorie di Domus Novas, e cercare di farne una fortuna per sé.
  – Non certo l’ispettore Despine, sentenziò il Sella.
  – Che Despine! no! un uomo impossibile … in fatto di scorie.
  – Je vous le donne en cent, je vous le donne en mille … e chi dunque?
  – Ti sei avvicinato … Balzac! Honoré de Balzac, il più grande romanziere dei nostri padri …
  – E di noi! … e non ha approdato a nulla?
  – No … fortunatamente, concluse il Serpieri.
  L’amico Serpieri, cui l’impresa fallita al Balzac, aveva fatto in Sardegna una brillante posizione, era stato ricordato dai patriotti riminesi e mandato un bel giorno a Palazzo Vecchio, come loro rappresentante.

  Giulio Monti, Rassegna bibliografica. F. Martini. – “Le poesie scelte di Giovanni Prati”, con prefazione. – A. Straccali – Commento su i “Canti di Giacomo Leopardi” – G. A. Cesareo, “Studi intorno al Leopardi” – Nuovi romanzi – Annunzio di pubblicazioni recenti, italiane e straniere, «L’Ateneo Veneto. Rivista mensile di Scienze, Lettere ed Arti», Venezia, Stab. Tip-Lit. Successori M. Fontana, 1893, pp. 136-146.
  p. 137. Se non che il Martini stesso riconosce che il Prati [cfr. Prefazione] vagava fuor del mondo reale, poiché a lui l’estasi impediva l’osservazione. «Estasi, anzi dirò meglio, allucinazione; e coloro che lo conobbero non giudicheranno impropria la parola. Il Balzac morente, ma conscio di sé e della sua condizione, diceva alla sorella M. de Surville (sic) aver perduta ogni speranza di guarigione, se il dottor Bourdon (sic) non lo curasse; e il dottore Bourdon era un personaggio de’ suoi romanzi. Allucinazione anche quella. Se non che il Balzac, per credere alla esistenza di quel medico, non avea bisogno d’uscire dal mondo terreno, ma soltanto di porvi una creatura umana di più. Il Prati invece viveva di continuo nel ciclo della fantasia, e abbandonava gli uomini per i fantasmi del mondo estranaturale». Un poeta siffatto non ha, mi pare, durevoli diritti alla fama.
  La poesia del Prati è una musica, una frase melodica. Piacque ai contemporanei; ma oggi siamo entrati in un’epoca d’azione, né c’è da maravigliarsi che non si gusti la vaporosità ondeggiante de’ suoi versi. Egli è troppo lontano da noi, troppo perduto nelle nuvole; in una parola, non corrisponde più allo stato del nostro spirito. Indi, il silenzio che si fa intorno al nome e intorno alle opere di lui. Anche il Moore, anche il Lamartine, ai quali Ferdinando Martini paragona Giovanni Prati, se ne vanno; e Onorato Balzac diventa ogni giorno più grande! […].
  pp. 145-146. Il Nencioni poteva biasimare i romanzieri naturalisti perché troppo s’indugiano a descrivere il lato terribile della vita; ma non doveva condannarli a priori. È grave errore credere che i vizi nascano o vengano propagati dalla pittura dei vizi e delle passioni: sono i vizi e le passioni esistenti che producono i pittori che li dipingono. Prender atto di una cosa, scriveva ieri Alessandro Dumas figlio, non è glorificarla. Il medico che visita un malato e constata la tisi, non fa per questo l’elogio della tisi. Guardate Onorato Balzac: egli dipinse ciò che vide, ciò che provò. La cosa era così; egli disse: È così; - e fece dei capolavori. Questo del resto, direbbe il Dumas, è il miglior mezzo per fare un capolavoro: vero è che è il mezzo più difficile.
  Ma ciò che Onorato Balzac vide era mostruoso, voi dite, avrebbe fatto meglio a tacerlo. Ebbene, signori, avrebbe allora impedito che la cosa fosse? Insomma, Enrico Nencioni ha torto a chiamare immorali questi libri. Un capolavoro è sempre utile: solamente i libri fatti male sono immorali […].
  A me, che ammiro il Balzac e lo Zola, dispiace, ripeto, che certi seguaci di loro non vedano che il male nella vita. […].
  Con Arabella, il signor Emilio De Marchi non pure ha mantenuto le promesse che ci fece col Demetrio Pianelli […]. Tolga le pagine inutili, ritocchi le buone, non si stanchi mai di ritornare su l’opera propria; né, esaminando i mali della società, si proponga di guarirli. […]. E séguiti a studiare il gran libro che Onorato Balzac, Gustavo Flaubert, Edmondo e Giulio De Goncourt studiarono, il gran libro della natura. E farà un romanzo immortale.


  Neera [Anna Maria Zuccari Radius], Voci della Notte, Napoli, Luigi Pierro, Editore, 1893.

 

Zia Severina, pp. 49-58.

 

  p. 57. Ella non si sentiva vecchia. Se sapessero i giovani come è difficile uccidere i desideri … Balzac diceva trent’anni – evidentemente per non scoraggiare troppo quelle di venti.


  Enrico Nencioni, Poeti e Poetesse. – Nuovi volumi di versi italiani, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Quarantacinquesimo della Raccolta, Volume CXXIX, Fascicolo XI, 1 Giugno 1893, pp. 381-412.
  p. 399. Il suo odio per i vili borghesi è troppo sistematico, quasi di maniera. Ci aspettiamo sempre alla parola borghese l’aggiuntivo ingiurioso – alla parola popolo, l’epiteto laudativo. Borghese! Ce mot va loin, diceva Balzac. Ha mai pensato la Negri quali e quanti ordini sociali comprende questa parola?

  Max Nordau, Degenerazione. Versione autorizzata sulla prima edizione tedesca, per G. Oberosler. Volume Primo. Fin de siècle – Il Misticismo, Milano, Fratelli Dumolard Editori, Librai della Real Casa, 1893.

Libro Primo.
Fin de siècle.
II.
Sintomi, pp. 16-31.

  pp. 20-23. Seguiamo ora nelle loro abitazioni questi uomini vestiti da maschere e con teste caratteristiche. […].
  Chi entra qui dentro non deve provare assopimento, bensì deve sentirsi scuotere i nervi. Quando il padrone di casa attraversa questi locali vestito, come Balzac, colla tonaca di un domenicano, oppure, come Richepin, avvolto in un mantello rosso da capo-brigante d’operetta, esso conferma l’opinione che per tali scene da commedia occorre proprio la presenza di Arlecchino. […].


Libro Secondo.
Il misticismo.
II.
I preraffaellisti, pp. 130-192.

  pp. 168-169. Prima fra essi [i preraffaellisti] fu Dante Gabriele Rossetti […]. Suo padre gli impose il nome del grande poeta e tale nome battesimale divenne una specie di suggestione permanente, provata e fors’anco semi-cosciente riconosciuta dallo stesso Rossetti. È l’esempio più luminoso a sostegno dell’asserzione di Balzac, citata di sovente, riguardo all’influenza che un nome esercita decisivamente sullo sviluppo e sulle sorti di chi lo porta.


  Giulio Noriaci, Morti buoni. Ricordi di viaggio, «Scena Illustrata Letteratura, Musica e Drammatica. Rivista quindicinale di Letteratura, Arte e Sport», Anno XXIX, Numero 9, I.° Maggio 1893, Firenze, pp. 132-133.

  p. 132. Torturavo il mio povero cervello per indovi­nare e ... non indovinavo. Per un momento pen­sai a quel singolare aforisma di Balzac:

  — «La moglie dun artista è sempre una donna onesta».

  Ma abbandonai tosto l’idea, la mia vicina non avendo nessuno di que’ modi maschili — così sgradevoli nelle donne pittrici e così insi­pidi nelle donne poetesse.


  Enrico Panzacchi, Cosmopolis, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Quarantatreesimo della Raccolta, Volume CXXVII, Fascicolo I, 1° Gennaio 1893, pp. 39-50.
  p. 47. I principali personaggi del romanzo hanno tanta forza di rilievo e s’imprimono con sì viva suggestione nella nostra fantasia che già li pensiamo come creature viventi nella nostra società contemporanea; e non è da dubitare che due o tre rimarranno come «tipi» nella nostra esemplificazione e nei nostri confronti. Il principe d’Ardea, Gorka, Lidia Maitland, Giusto Hafner, le Steno madre e figlia. La madre soprattutto. Che terribile madre (ha ragione d’esclamare il Coppée) questa contessa Caterina Steno! – Il signor di Camors appena sarebbe degno d’esserle cugino, tanto apparirebbe sentimentale e debole vicino a lei. In linea femminile essa presenta una variazione vera e interessantissima della «donna di quarant’anni» di Onorato Balzac.

  Enrico Panzacchi, Per l’arte in Italia, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Quarantaseesimo della Raccolta, Volume CXXX, Fascicolo XIV, 15 Luglio 1893, pp. 201-211.
  pp. 207-208. Purchè l’arte assuma una forma geniale in Francia, questa forma è subito come attratta in una delle due grandi correnti ed ha fautori ed oppugnatori vigorosi; e i nomi di Gerard, Isabey, Gros, Géricault, Ingres, Flandrin, Robert, Delacroix sono tanti segnacoli in vessillo che aggruppano e dividono gli entusiasmi del pubblico e le predilezioni dei critici. Par di sentire una vasta polifonia artistica che muova dagli ateliers e dai salons e si spanda per l’ambiente parigino. La lirica e la drammatica se ne risentono, se ne risente la prosa francese; e con Balzac e Sainte-Beuve, Victor Hugo e Teofilo Gautier ognuno s’accorge che vanno trapassando nelle pagine degli scrittori le più vive e delicate impressioni dell’occhio pittorico e la smagliante ricchezza dei colori delle tavolozze. Per tutto questo moto e per tutti questi contrasti, in Francia si formò fin d’allora quella larga coscienza artistica che dura tuttavia, generando una magnifica varietà che fa un così eloquente contrasto con la monotonia prevalente di altri paesi.

  P.[olicarpo] Petrocchi, Casa, in In Casa e Fuori. Libro d’istruzione e d’educazione. Racconto dialogico illustrato in cui sono spiegati e commentati circa 2000 vocaboli per la lingua e le idee di P. Petrocchi, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1893, pp. 29-44.
  pp. 33-34. [Dialogo tra Guido, un ragazzetto che ora fa la seconda ginnasiale, e lo zio Terenzio].
  “Che significa propriamente stile? è una parola che l’ò sentita tante volte; ma, a dìrtela sincera, non l’ò capita ancora.
  Èccomi a servirti. In primis saprai che stile vien dal latino stilus o stylus; che lo stibus era uno strumento di ferro o d’osso, così, guarda, come io te lo disegno sul tuo taccuino: dammi qua”.
  Guido gli porse il taccuino. Il sor Tèrenzio, come nulla fosse, ci disegnò uno stile antico:
  “Come vedi, era una lama piatta da una parte e uno spunzone dall’altra.
  Di che màteria?
  Di ferro, d’osso, d’argento. E se ne servivano a scrivere su tavolette incerate.
  Non capisco mica molto. Come incerate?
  Spalmate leggermente di cera. Su quelle ci tracciavano i caràtteri: ci scrivévano insomma, e quando volevan corrèggere o cancellare quel che avévano scritto, colla parte piatta dello stesso strumento rispianàvano comodamente la cera; e servo!
  Era còmodo, mi pare. Si risparmiavano un monte di carta.
  È naturale. Se i padroni di tipografia l’avesséro potuto fare col Balzac che correggeva anche diciotto volte le bozze, che gioia!
  Scusa, chi era Balzac, e che cosa sono le bozze che correggeva?
  Balzac era un illustre romanziere francese nato il 1799 e morto il 1850; le bozze che correggeva son le prove di stampa.
  Diciotto volte!
  Diciotto volte, L’arte, mio caro, è una incontentabile, una perfida nemica.
  E così avrà scritto poco.
  Scrisse invece una moltitudine di opere: lavorava dódici ore il giorno!
  Dódici ore! e diciotto volte le bozze! … Era un màrtire.

  Policarpo Petrocchi, Carlo Goldoni e la commedia. Discorso storico-critico di Policarpo Petrocchi, Milano, Antonio Vallardi, Editore, 1893.
  p. 43. Plauto così, à il merito d’averci conservato almeno una parte dello splendore greco; e l’opera sua si mostra, tra commedie più o meno belle, più o meno elevate, veramente degne di studio.
  Gli avvenimenti della vita privata di Maccio, si sarebbe detto che avrebbero auspicato bene della commedia in Italia. Libero, era venuto a Roma, impiegato al teatro; fatti dei risparmi si dètte a mercanteggiare; ma, come Balzac, ci rimesse ogni cosa; così che, per campare, dovette mettersi a girar le macine d’un mulino. […].
  p. 167. Anche al Goldoni, come a un altro grande lavoratore, il Balzac, non mancava l’universalità delle cose; mancava il tempo per dare a ciascuna il gran rilievo; ma il francese ci riesce a creare i tipi: viveva in altr’ambiente; istruito a ben altra scuola; oltre a questo, l’opera del commediografo è più intensa che quella del romanziere, e il solco dev’essere più profondo, e i difetti ci si scorgono meglio.

  Igino Petrone, La terra nella odierna economia capitalistica, «La Rivista Internazionale di Scienze sociali e discipline ausiliarie. Pubblicazione periodica dell’Unione cattolica per gli studi sociali in Italia», Roma, Direzione ed Amministrazione, Anno I, Vol. III, Fascicolo IX, Settembre 1893, pp. 23-51; Fascicolo X, Ottobre 1893, pp. 177-208.
  pp. 36-37, nota 1. Una delle generalizzazioni, o leggi empiriche, più fondate della sociologia contemporanea, è la legge dell’evoluzione dell’umanità, dalle strutture sociali, nelle quali domina lo spirito dell’individualità e della contrattualità. […]. Come il lettore vede, questa transizione dalla famiglia all’individuo non è una legge fatale del progresso umano, ma è la semplice espressione della vicenda storica per cui la società industriale succede alla società politica rurale. È poi tutt’altro che una condizione di vero e proprio progresso morale dell’umanità, come presumono i sociologi […]. Più saggi e maturi consigli inspirano in proposito uno scrittore che non pretese di essere sociologo, e che, forse appunto per questo, lo fu il Balzac. «Aujourd’hui … tous les sentiments s’en vont, et l’argent les pousse. Il n’y a plus que des intérêts, parce qu’il n’y a plus de famille, mais des individus». Le Faiseur. – Act. 1°, sc. 6.a.
  p. 185, nota 1. La terra è troppo autentica, sarei per dire, troppo ingenua; ond’essa sta lì a subire passivamente le esperienze della finanza capitalistica.1
  1 «Les capitaux sont sous la main. S’il éclate une revolution (sic) … les capitaux nous suivent partout : la terre, au contraire, la terre paye alors pour tout le monde ; elle reste une sotte à recevoir les impôts, tandis que le capital s’esquive». Balzac, Le Faiseur, act. 3°, sc. 8.


  Giulio Pisa, Stendhal, «Il Pensiero Italiano. Repertorio mensile di studi applicati alla prosperità e coltura sociale», Milano, Stabilimento Tipografico Insubria dell’editore Carlo Aliprandi, Volume Nono, Fascicolo XXXV, Novembre 1893, pp. 309-320.

 

  pp. 319-320. [...] il Balzac, un giorno, proclamò il Beyle un génie immense e i di lui scritti extrêmement spirituels. La lode è certo eccessiva, ma si spiega coll’affinità dei loro ingegni. Difatti lo Stendhal si confessava non artista, il che appare evidente dalla composizione farragginosa delle sue opere e fa dire giustamente allo Zola che quel logicien des idées era un brouillon du style et de la composition littéraire; ora, quel difetto di talento artistico si riscontra, benchè in grado assai minore, anche nel Balzac, il quale, come tutti sanno, - si dava una gran pena per farsi uno stile. Sì l’uno che l’altro scrivono senza smancerie e senza affettazioni; sono ricchissimi d’idee, non tutte giuste, ma spesso nuove e originali; sono empori di osservazioni sulla natura umana, spesso acute e profonde; sono, insomma, due alti-forni intellettuali, da cui scola continuo, quantunque impuro, il nobile metallo della scienza del cuore umano. Ambedue poi, in tutta lo loro vita, diedero prova di una grande energia di carattere [...]. È dessa una delle sue caratteristiche, da porsi insieme a quella dell’irritabilità. Per essa egli non si perdé mai di animo nè contro il bisogno nè contro il poco successo dei suoi libri nè contro le avversità d’ogni sorta, dalla paterna alle politiche; per essa lottò sino alla morte, come il Balzac lottò eroicamente sino all’ultimo a colmare la voragine dei suoi debiti.


  Pothey, Privat incretinisce. Dalle “Memorie” di Pothey, «Corriere Illustrato delle famiglie», Milano, Anno II, N. 43, 10 Settembre 1893, p. 2.

 

  Col cappello sugli occhi, le mani nelle tasche della lunga redingote, colla cravatta attorcigliata intorno al collo, dei calzoni fino ai piedi che si perdevano in enormi scarpe, Balzac attraversava la via Dauphine.

  Onorato! chiamò Mery.

  Buon giorno, amici. Vo’ dalla duchessa ... - No! tu vai all’Odéon per la ripetizione del tuo lavoro; ma invece rimarrai con noi.

  E perché, maestro? chiese il profondo analitico.

  Perché Privat si è dato all’ipocondria, ed è impossibile lasciarlo in tale stato.

  Privat si è dato all'ipocondria? Ma allora vi accompagno e abbandono la mia ripetizione.

  In quell'istante un bel viso largo, allegro, si affacciò al finestrino di un fiacre, e una voce esclamò:

  Vi colgo ingrati! Scorazzate per le strade, e mi dimenticate. Vi siete dunque giurati di non varcare più la soglia della mia casa? Vi aspetto tutti domani sera a pranzo da me. Dunque arrivederci, non è vero? A domani!


  Raggio, Corriere delle Provincie, «L’Indipendente», Trieste, Anno XVII, N. 5722, 26 Maggio 1893, p. 1.

  A proposito di questa gita narrerò anco­ra un fatterello, che avrebbe potuto benis­simo servir di toma a Balzac, per uno studio sull’influenza che la donna esercita sull’uomo.


  J. Ricard, Appendice della «Gazzetta Piemontese» (9). Triste Sorella! Romanzo di J. Ricard, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXVII, N. 290, 20-21 Ottobre 1893, p. 2.
  Quella vecchia casa, dove nulla era stato mutato da due secoli, richiamava alla mente il famoso palazzo Claës, dove Balzac ha alloggiato uno dei suoi sogni, forse il più bello.

  Ferruccio Rizzatti, Mizòun e mizòuna, «La Scena Illustrata. Letteratura, Musica e Drammatica. Rivista quindicinale di Letteratura, Arte e Sport», Firenze, Anno XXIX, N. 17, I.° Settembre 1893, pp. 270-271.

  p. 271. […] eleggendo nelle Pene di cuore di una gatta inglese di Onorato Balzac, la splendida caricatura di certe usanze inglesi e il racconto delle abitudini del gatto […].


  Egisto Roggero, Aboliamo la musica?, «Scena Illustrata», Firenze, Anno XXIX, N. 7, I° Aprile 1893, p. 200.

  Davvero che la definizione di Balzac esser la musica «una vita nella vita» cessa di essere un’idea astratta per entrare nella verità letterale.


  Giovanni Ruffini, [Lettera alla madre, 4 maggio 1835], in Giuseppe Mazzini e i Fratelli Ruffini. Lettere raccolte e annotate dal Prof. Carlo Cagnacci, Porto Maurizio, Tipografia Berio, 1893, p. 103, nota 12.[8]
  Tutta questa famiglia [Girard], composta di tre fratelli, tre sorelle e dei vecchi genitori, spande un profumo di semplicità patriarcale che consola; ma io osservatore alla Balzac non mi lascio allucinare, sospetto che sotto questa maschera di bonarietà covino delle piccole gelosie, delle piccole antipatie (haines), del dispotismo ecc.
  A p. 218, nota 8, Carlo Cagnacci scrive, a questo proposito: «Ricorderà il lettore ch’egli [Giovanni, appunto] si qualificò per osservatore alla Balzac, ma era tale, più che nei romanzi, nelle lettere e nella vita pratica».

  Agostino Ruffini, Lettera alla Madre. Parigi, 10 Novembre 1841, Ibid., p. 264.[9]
  Mia ottima Madre,
  Parigi 10 Novembre 1841.
  Mi fu indicato l’altro giorno, sui boulevards, Balzac; oh amica amia! che figura ignobile, come ci disincanta de’ suoi libri. Possibile che tante creazioni dilicate, e dica il contrario chi vuole, siano uscite da quel barilotto panciuto senza espressione altre che quella del maiale per eccellenza epicureo! Saprai che Balzac, il quale guadagna quel che vuole, è sempre in pericolo di essere arrestato per debiti, e fa la vita della volpe cacciata, che ogni notte cambia di covo; lo si vede di tanto in tanto a passeggiar coi piedi fuori dello stivale, tanto è prodigo e improvvidente del futuro. […].

  [Scipio Sighele?], Brigantaggio moribondo, in Guido Bianchi, Guglielmo Ferrero, Scipio Sighele, Il Mondo Criminale Italiano con una prefazione del Prof. Cesare Lombroso. 1889-1892, 3° Migliaio, Milano, L. Omodei Zorini, Editore, 1893, pp. 205-274.
  p. 205. Fino a non molti anni fa in tutte le letterature – generate dalla nostra – l’Italia – e specialmente l’Italia meridionale, che è la più tipica – non era conosciuta che come il paese di Fra Diavolo. L’Italie est nécessaire à l’existence du roman contemporain, scriveva Giorgio Sand a Prospero Mérimée. Dans tout italien il y a un moine, un mendiant, un brigand et un rouffian, stampava Onorato Balzac, sbagliando – forse per la prima e l’ultima volta – una diagnosi psicologica.

  Scipio Sighele, Le coppie degenerate, in La Coppia criminale. Studio di psicologia morbosa, Torino, Fratelli Bocca Libraio di S. M. il Re d’Italia, 1893 («Biblioteca antropologico-giuridica», Serie II, Vol. XVIII), pp. 93-116.
  p. 94. Agli assolutisti della psicologia – e ve ne sono ancora – a coloro che vorrebbero vedere nell’uomo un animale logico, un tipo sempre eguale a se stesso, o tutto buono o tutto malvagio, e che non sanno che il sentimento è la quintessenza dell’illogicità, a costoro deve sembrare assai strana la figura della prostituta, di questa donna che, pur essendo scesa al fondo dell’ignominia, conserva tuttavia nell’animo suo dei tesori nascosti di tenerezza, e sale talvolta alle cime più alte dell’altruismo.
  «L’humanité de la courtisane – diceva Balzac – comporte des magnificences qui en remontent aux anges». […].
  p. 108, nota 2. Prova della grande diffusione del saffismo è che esso, non solo viene accennato in molti romanzi, ma forma di alcuni il soggetto principale. Il Chevalier nell’opera De l’inversion de l’instinct sexuel, Paris, 1885, cita Diderot, La religieuse, romanzo di una devota all’amore lesbico; Balzac, La fille aux yeux d’or, amore lesbico […].

  Cesare Sobrero, La vecchiaia di Gustavo Flaubert, «La Scena Illustrata. Rivista quindicinale di letteratura, arte e sport», Firenze, Anno XXIX, Numeri 13-14, I°-15 Luglio 1893, [pp. 181-182].
  [p. 182]. Balzac, era per Flaubert, ignorant comme une cruche, provinciale fino al midollo: Un immense bonhomme, mais de second ordre.


  Sprightly, Uomini e Cose, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno VII, N. 4, 4 Gennaio 1893, p. 1. 

  A cinquant’anni passati, [Andreux] rimane del giovinotto pallido dai capelli neri e dagli occhi celesti, un parigino leggermente ingrassato, coi capelli e i famosi sopraccigli di quindici anni fa di un grigio-argento. Ma lo sguardo è sempre giovane e l’andatura risoluta ha vinto un principio di ataxia.

  Il Rastignac del ventesimo anno ha foto un bel matrimonio; ha sposato una donna incantevole, distinta, che crede fermamente in lui e nella sua stella. Egli ha un magnifico appartamento, una famiglia adorabile, dei servitori e degli amici devoti, quasi dei partigiani. Ma egli continua ad appartenere alla famiglia degli eroi di Balzac per l’accentuazione della personalità e le fantasie dell’immaginazione.

  Balzac, questo gigante, ha tutto creato: i suoi personaggi non erano nati, quando egli li faceva vivere. Essi sono usciti dalla Commedia umana per rappresentare questa fine di secolo, di un interesse così straordinario.


  A.[ntonio] Stella, Pittura e Scultura in Piemonte. 1842-1891. Catalogo Cronografico Illustrato della Esposizione retrospettiva 1892, Torino, Ditta G. B. Paravia e Comp. 1893.
  p. 414. Da vero generista Turletti [Celestino Turletti] creò dei tipi, che in ordine estetico corrispondono ad altrettante creazioni: a ciò che rende resistente e organico un romanzo, una commedia, un quadro.
  Il Burattinajo, il maestro dei suoi Martiri della grammatica, i suoi Frati, quasi tutte le figure che vivono nelle tele da lui dipinte, sono altrettante individualità fisiche e morali, vedute, vissute, riprodotte con la vitalità che Balzac e Goldoni sapevano trasfondere nei personaggi delle loro opere.


  Vincenzo Tangorra, La Teoria economica del costo di produzione, Roma, Tipografia Agostiniana, 1893.

 

  p. 152, nota (2). Il Balzac, che studio profondamente tutte le gradazioni dell’avarizia, ci presenta il vecchio usuraio Gobseck già impazzito, quando comincia ad ammassare delle merci con intendimento di tesaureggiare.


  Viator, Ricordi di Russia. Alla tomba di Dostoiewskij, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XV. N. 8, 19 Febbraio 1893, pp. 1-2.
  p. 2. Dostoievskij aveva accumulate molte letture, Balzac, Sue, Sand, Pyshkin; ma s’era fermato a Gogol, che aveva desta l’attenzione e la curiosità degli scrittori russi, sugli umili, i sofferenti, i derelitti […].



   [1] L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Comunale ‘Francesco Leopoldo Bertoldi’ di Argenta (FE); Biblioteca Nazionale ‘Sagarriga Visconti-Volpe’ di Bari; Biblioteca Comunale ‘Sabino Loffredo’ di Barletta; Biblioteca Pio XI del Seminario arcivescovile di Benevento; Biblioteca dell’Istituto storico ‘F. Parri’ Emilia-Romagna di Bologna; Biblioteca del Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università degli Studi di Bologna; Biblioteca Universitaria di Cagliari; Biblioteca regionale Universitaria di Catania; Biblioteca Malatestiana di Cesena; Biblioteca Provinciale ‘ A. C. De Meis’ di Chieti; Biblioteca Civica Popolare ‘L. Ricca’ di Codogno; Biblioteca Comunale di Como; Biblioteca Statale di Cremona; Biblioteca Comunale ‘R. Fucini’ di Empoli; Biblioteca Comunale Federiciana di Fano; Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; Biblioteca Comunale ‘Aurelio Saffi’ di Forlì; Biblioteca Civica ‘L. Lagorio’ di Imperia; Biblioteca Provinciale ‘S. Tommasi’ dell’Aquila; Biblioteca Comunale ‘Isidoro Chirulli’ di Martina Franca; Biblioteca Ambrosiana di Milano; Biblioteca Comunale Statale di Milano; Biblioteca Nazionale ‘Vittorio Emanuele III’ di Napoli; Biblioteca Comunale di Palermo; Biblioteca della Facoltà di Lettere e filosofia del Polo San Tommaso dell'Università di Pavia; Biblioteca Nazionale di Potenza; Biblioteca Civica ‘Giovani Verga’ di Ragusa; Biblioteca Pancaldo dell’Istituto di Istruzione Secondaria Superiore ‘Ferraris Pancaldo’ di Savona; Biblioteca statale del Monumento nazionale di S. Scolastica di Subiaco; Biblioteca Civica ‘Attilio Hortis’ di Trieste; Biblioteca Comunale ‘Francesco Selmi’ di Vignola (MO); Biblioteca Comunale ‘Degli Ardenti’ di Viterbo.
   [2] Biblioteca Provinciale di Benevento; Biblioteca Provinciale ‘A. C. De Meis’ di Chieti; Biblioteca Arcivescovile del Seminario Casentino di Cosenza; Biblioteca Statale di Cremona; Biblioteca Comunale ‘Renato Fucini’ di Empoli; Biblioteca Comunale di Fabriano; Biblioteca Comunale Federiciana di Fano; Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; Biblioteca Palagio di Parte Guelfa. Fondo dell’ex Università Popolare di Firenze; Biblioteca Provinciale La Magna Capitana di Foggia; Biblioteca Comunale ‘Aurelio Saffi’ di Forlì; Biblioteca Comunale di Imola; Biblioteca Comunale ‘Mozzi-Borgetti’ di Macerata; Biblioteca Nazionale Braidense di Milano; Biblioteca Civica di Mondovì; Biblioteca Comunale ‘L. Fumi’ di Orvieto; Biblioteca Comunale ‘Domenico Topa’ di Palmi; Biblioteca Civica ‘Carlo Bonetta’ di Pavia; Biblioteca Universitaria di Pavia; Biblioteca Civica ‘Camillo Alliaudi’ di Pinerolo; Biblioteca Nazionale ‘Vittorio Emanuele II’ di Roma; Biblioteca Vallicelliana di Roma; Biblioteca Civica ‘Girolamo Tartarotti’ di Rovereto; Biblioteca Comunale di San Pietro in Guarano (CS); Biblioteca dell'Istituto di Istruzione Secondaria Superiore ‘Ferraris Pancaldo’ di Savona; Biblioteca Statale del Monumento Nazionale S. Scolastica di Subiaco; Biblioteca Comunale ‘Monsignor Vincenzo Morra’ di Trinitapoli (BT); Biblioteca Comunale ‘Vittorio Joppi’ di Udine; Biblioteca Comunale di Urbania; Biblioteca della Fondazione Scientifica Querini Stampalia di Venezia; Biblioteca Civica di Verona; Biblioteca Comunale Degli Ardenti di Viterbo; Biblioteca Comunale ‘Selmi’ di Vignola (MO).
   [3] Cfr. V. Hugo, Discours prononcé aux funérailles de M. Honoré de Balzac (29 août 1850), in Littérature et philosophie mêlées. Tome second, Paris, Librairie L. Hachette et Cie, 1868.
   [4] Cfr. A. de Lamartine, Balzac et ses œuvres, Paris, Michel Lévy Frères, 1866.
   [5] L’opera è stata reperita nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; Biblioteca Comunale ‘Antonio De Ferrariis’ di Galatone (LE); Biblioteca Nazionale ‘Vittorio Emanuele II’ di Roma.
   [6] Cfr. gli anni 1882, 1883 e 1890.
   [7] Dallo studio del Taine su Balzac pubblicato nel 1858.
   [8] Segnalato in R. de Cesare, La prima fortuna di Balzac … cit., Vol. I, p. 170.
   [9] Segnalato in R. de Cesare, La prima fortuna di Balzac … cit., Vol. II, p. 739.


Marco Stupazzoni

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