venerdì 13 giugno 2014


1892



Traduzioni.


  O. di Balzac, Fisiologia del matrimonio o meditazioni di filosofia eclettica sulla felicità e la infelicità coniugale di O. di Balzac, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 18925 («Biblioteca Universale», NN° 64-65), pp. 268.[1]
  Un volume in 16°.
  Quarta ristampa della traduzione pubblicata, in prima edizione, nel 1883.

  O. de Balzac, Peccato veniale, Napoli, Editore Luigi Chiurazzi, Libraio (Tipi Ruggiano), s. d. [1892] («Biblioteca Elettrica diretta da Fra-Diavolo», N. 3), pp. 60.[2]
  Un volume in 16°.


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  Questa traduzione, anonima, del secondo racconto della prima decina dei Contes drolatiques di Balzac si fonda sul testo dell’edizione originale dell’opera pubblicata da Charles Gosselin nel dicembre del 1832 (di cui, però, non viene rispettata la suddivisione in capitoli), che costituirà il modello delle successive edizioni del testo pubblicate dalla Société Générale de Librairie, dalla Librairie Nouvelle, da D. Giraud, da Michel Lévy, da Houssiaux, da Calmann-Levy.
  La qualità di questa versione italiana del racconto balzachiano ci pare alquanto mediocre e deludente: scarsa è l’aderenza fedele al testo originale, frequenti le omissioni e le arbitrarie riduzioni operate dal compilatore sul modello francese a cui si aggiunge un certo dilettantismo nella resa, non sempre corretta ed originale, del costrutto linguistico e delle particolarità stilistiche dell’opera. A questo proposito, vorremmo fornire, come esempio, la trascrizione integrale della sequenza testuale iniziale di questo racconto – presente alle pp. 24-25 della nuova edizione critica dei Contes drolatiques curata da Roland Chollet e Nicole Mozet e pubblicata nel volume secondo delle Oeuvres diverses edite da Gallimard (“Bibliothèque de la Pléiade”) nel 1990– e della versione italiana che, di questo passaggio, fornisce il compilatore:

Comment le bonhomme Bruyn prind femme.

  Messire Bruyn, celui-là qui paracheva le chastel de la Roche-Corbon, les Vouvray sur la Loire, fust ung rude compaignon en sa jeunesse. Tout petist, il grugeoyt déjà les puccelles, gectoyt les maisons par les fenestres, et tournoyt congruement en farine de dyable, quand il vint à calfeutrer son père, le baron de la Roche-Corbon. Lors, fut maistre de faire tous les jours feste à sept chandelliers ; et de faict, il besongna des deux mains à son plaisir. Or, force de faire esternuer ses écus, tousser sa braguette, saigner les poinçons, resgaler les linottes coiffées et faire de la terre le foussé, se vid excommunié des gens de bien ; n’ayant pour amis que les saccageurs de pays et les lombards. Mais les uzuriers devinrent bien tost reches comme des bogues de chastaignier quand il n’eust plus à leur bailler d’aultres gaiges que sa dicte seigneurie de la Roche-Corbon, vu que la Rupes Carbonis reslevoyt du Roy notre sire. Alors Bruyn se trouva en belle humeur de desclicquer des coups à tort et à travers, casser les clavicules aux aultres, et chercher noise à tous pour des vétilles. Ce que voyant, l’abbé de Marmoustiers, son voisin, homme libéral en parolles, lui dist que ce estoyt signe évident de perfection seigneurialle, qu’il marchoyt dans la bomme voye, mais que, s’il alloyt desconfire, à la gloire de Dieu, les Mahumetisches qui conchioient la Terre-Saincte, ce seroyt mieulx encore ; et que il reviendroyt sans faulte plein de richesses et d’indulgences, en Touraine ; ou en Paradiz, d’où tous les barons estoyent sortis jadis.
  Ledict Bruyn, admirant le grant sens du preslat, se despartist du païs, harnaché par le monastère, et benni par l’abbé, à la joie de ses voisins et amis. Lors, il mist à sacq force villes d’Asie et d’Afrique, battist les mescréans sans crier gare, escorchia les Sarrazins, les Griecs, Angloys ou aultres, se soulciant peu s’ils estoyent amis et d’où ils sourdoyent, vu qu’entre ses mérittes, il avoyt celui de n’être poinct curieux, et ne les interrogeoyt qu’après les avoir occiz.
  Messer Bruyn, quegli che menò a termine il castello della Roche-Corbon-les-Vouvray, sulla Loira, fu assai triste arnese nella sua gioventù. Ragazzo ancora, correva dietro le gonnelle, facendo mille pazzie, e scialacquando allegramente, quando morì il barone della Roche-Corbon suo padre. Rotti i freni, si gittò a capofitto ne’ piaceri e ne’ bagordi.
  Ma col far starnutare gli scudi, col dare sfogo ai suoi capricci, con lo stare a contatto delle ragazze più disoneste del paese, per le continue sregolatezze insomma, si vide scomunicato dalla gente per bene, restandogli amici solo i buonianulla ed i tracconi.
  Bempresto gli usurai divennero per lui spinosi come il riccio delle castagne, non potendo dar loro in pegno che la sola signoria di Roche-Corbon, sulla quale aveva patronato il re in persona.
  Allora Bruyn fu costretto a tirare stoccate a dritta ed a manca, a rompere le altrui clavicole, e ad attaccar brighe per isbarcare la giornata alla men peggio.
  Vedendo ciò, l’abate di Marmoutiers, suo vicino, liberale a chiacchiere, gli disse che la sua vita addimostrava chiaramente che egli era uscito da lombi inquartati, e che era sulla buona via; ma che, se fosse andato a sconfiggere gli infedeli, che sporcavano la Terra Santa, avrebbe fatto meglio ancora, e sarebbe ritornato senza dubbio, pieno di tesori e di indulgenze, in Turenna o in Paradiso, d’onde i baroni erano direttamente venuti.
  Bruyn, ammirando il gran talento del prelato, partì dal paese, consacrato dal monastero e benedetto dall’abate, a gran soddisfazione de’ vicini e de’ conoscenti.
  Mise allora, l’umile crociato, a sacco e a fuoco le città dell’Asia e dell’Affrica, battendo gl’infedeli senza misericordia, sgozzando Saraceni, Greci ed Inglesi, poco curandosi se erano amici e donde venissero, non avendo il sistema d’interrogarli prima di ucciderli.


  Balzac, Racconti della domenica. Ufficiali di cavalleria, «L’Illustrazione Popolare. Giornale per le famiglie», Milano, Volume XXIX, N. 48, 27 Novembre 1892, pp. 783-785.



Studî e riferimenti critici.


  Balzac, in Piccola Enciclopedia Hoepli dei Professori G. Bardelli – F. Borghi – G. Colombo – L. Cossa – C. Fenini – E. Ferrari – C. Ferrini – L. Gabba – G. Garollo – C. Golgi – A. Melani – A. Pavesi – C. Polonini – G. V. Schiapparelli – F. Sordelli – A. Stoppani – E. Vidari – L. Vitali. Diretta dal Prof. Dott. G. Garofalo. Volume I. A-H, Milano, Ulrico Hoepli editore-libraio della Real Casa, 1892, p. 327.
  Balzac 1) Honoré de B. (20/5/1799 – 19/8/1850), di Tours, m. a Parigi, celebre romanziere; dei suoi rom., raccolti tutti sotto il titolo «La Comédie humaine», i migliori sono: La recherche de l’absolu, Le médicin (sic) de campagne, Eugénie Grandet, e Les parents pauvres. […].
  3) Laure de B. (Madame Surville), sorella di Honoré, n. 1800, scr. la biografia di suo fratello.


  La piaga del servidorame toccata da Balzac, «La Scena Illustrata. Rivista quindicinale di letteratura, arte e sport», Firenze, Anno XXVIII, Numero 6, 15 Marzo 1892, p. 84.

  — «Qual’è padrona di casa che non ha, dal 1838 in qua, provati i funesti risultati delle dottrine antisociali diffuse nella classe inferiore da scrittori incendiari?

  In tutte le famiglie la piaga dei domestici è oggidì più viva di tutte le piaghe finanziarie. Pochissime ec­cezioni rispettate, e che meriterebbero il premio Monthyon, un cuoco od una cuoca sono dei ladri dome­stici, dei ladri stipendiati, sfrontati, de’ quali il governo si è compiacentemente fatto il ricettatore, sviluppando così l’inclinazione al furto, quasi autorizzato presso le cuoche dall’antico scherzo su l’ause (sic; lege: anse) du panier. Là, dove queste donne cercavano altravolta quaranta soldi pel giuoco del lotto, esse prendono oggi cinquanta franchi per la cassa di risparmio. E i freddi puritani che si divertono a fare in Francia — (e in Italia?) — delle esperienze filantropiche, credono d’aver moralizzato il popolo?

  Fra la tavola dei padroni e il mercato, i servitori hanno stabilito il loro dazio segreto, e la città di Pa­rigi non è abile a percepire i suoi diritti d’entrata quanto essi lo sono a prelevare il proprio su tutte le mercanzie. Oltre il cinquanta per cento del quale gra­vano le provvigioni da bocca, essi esigono delle forti strenne dai fornitori. I mercanti più in voga tremano davanti a quella potenza occulta; essi la saldano senza far motto, tutti: carrozzieri, bigiottieri, sarti ecc. A chi tenta di sorvegliarli, i domestici rispondono con delle insolenze, o colle costose bestialità d’una simu­lata goffaggine. Essi prendono oggi informazioni sui padroni, come altravolta i padroni ne prendevano sui servi. Il male, arrivato inevitabilmente al colmo, e con­tro cui i tribunali cominciano a commuoversi, non può sparire che dietro ad una legge che costringa i domestici stipendiati ad un libretto come li operai. Il male cesse­rebbe allora come per incanto. Ogni domestico, essendo costretto a produrre il suo libro, ed i padroni essendo obbligati di iscrivervi su la causa del rinvio, la demo­ralizzazione incontrerebbe certamente un freno potente. Gl’individui occupati dall’alta politica del momento igno­rano fino a qual punto arrivi la depravazione delle classi inferiori a Parigi: (e in Italia?) essa è eguale alla gelo­sia che le divora. La statistica è muta sul numero spaventevole d’operai di vent’anni che sposano delle cuoche di quaranta e cinquant’anni, arricchite dal furto.

  Si freme pensando alle conseguenze di unioni simili, dal triplice punto di vista della criminalità, dell’im­bastardimento della razza e dalla mala riuscita della famiglia. Quanto al male puramente finanziario pro­dotto dai furti domestici, è enorme dal punto di vista politico.

  La vita, così, rincara del doppio, interdice il su­perfluo in molte famiglie. Il superfluo! ... è la metà del commercio degli stati, com’è l’eleganza della vita. I libri, i fiori, sono del pari necessari quanto il pane moltissime persone!». [Si tratta della traduzione di un passo de La Cousine Bette].

  Questa pagina di Balzac, scritta verso il 1846, sarà esatta? La questione dei domestici data essa a Pari­gi dal 1838? Il male era desso nel 1846 arrivato al suo colmo? L'ause du panier è forse un delitto che possa imputarsi al governo d’allora, tutto occupato a prevenire la rivoluzione? Ecco tutto ciò che io mi do­mando, e a cui positivamente non so rispondere. Ma è certo che la lettera di Balzac contiene verità sanguinose ma ineccezionabili. Ed è certissimo che la piaga del servidorame va incancrenendosi giorno per giorno, e che un grido di riscossa tra la classe dei padroni diventa inevitabile! Oh! Se Balzac vivesse oggi, che cosa non scriverebbe sull’argomento? ...


  Libri che non fanno dormire, «Cultura e Lavoro», Treviso, Anno XXXIII, N. 5, Maggio 1892, p. 100.

 

  È impossibile addormentarsi con un romanzo di Balzac: sono troppo tormentosamente belli. [...].

  La Physiologie du mariage di de Balzac (Guardarsi, però, dal prenderla molto sul serio: Balzac la scrisse scherzando un poco).


  Posta restante, «Il Mondo Umoristico. Riproduzione delle migliori caricature e disegni di tutti i giornali umoristici del mondo», Milano, Anno II, N. 43, 26 Giugno 1892, pp. 2-3. 

  Emilio Bressi continuava con un’amarezza capace di guastare tutte le soddisfazioni del mondo:

  E poi, c’è il matrimonio, quel bel sogno che Balzac denominò «il gran dramma» e che tanto divide dei buoni amici!

  Ah! Balzac denominò il matrimonio ...

  Il gran dramma, sì ... Ed ecco perché ... Ma tu non sei maritato?

  Bressi, col riso nella gola, pel tono strano che accompagnava quelle parole, non rispose, un po’ pel desiderio segreto di sapere le ragioni avute da Balzac per qualificare il matrimonio di «gran dramma» un po’ per quella vile compiacenza che hanno i timidi verso gli arditi e i parlatori. [...].

  Peccato che ci dobbiamo lasciare ... Ti avrei spiegato ... Ma potrai leggerlo: La fisiologia del matrimonio. Non dimenticare il capitolo della corrispondenza. Perché là troverai la invenzione fatale della «Posta restante ...».

  Alfredo non udì di più. Era sceso a terra, martorizzato da quanto aveva appreso. Un tormento intollerabile lo invadeva. Quelle parole «Posta restante» gli tintinnavano all’orecchio.

  Strana coincidenza! Il dì innanzi sua moglie gli aveva per l’appunto domandato se ne’ grandi uffici vi era la «Posta restante» e cercava ora un’analogia tra la questione di Anna e l’invenzione fatale della quale parla Balzac. Perbacco! sì, aveva in casa le opere del celebre romanziere, od almeno ne aveva alcuni volumi. Ma non li aveva letti. Perché? Era fiducioso.


  Zola fra i pellegrini di Lourdes. Le sue impressioni – Il suo futuro romanzo, «Corriere della Sera», Milano, Anno XVII, Num. 233, 25-26 Agosto 1892, p. 2.

  Zola, come è già stato narrato, ha preso testè parte al celebro pellegrinaggio di Lourdes, per farne l’argomento del suo futuro romanzo. Un re­dattore del giornale l’Univers l’ha intervistato sul posto, chiedendogli le sue prime impressioni.

  “Sono state bellissime, — ha risposto Zola. […] La mia idea è di fare uno studio di costumi. Non sono nè medico, nè pellegrino, nè credente, nè incredulo; io sono, come diceva Balzac, dottore in scienze umane, e vengo a fare uno studio affatto nuovo di cose affatto na­turali, a Lourdes. Andrò dappertutto, voglio veder tutto, e interrogare tutto”.


  Emilio Zola a Lourdes, «La Settimana religiosa», Genova, Anno XXII, N. 36, 4 Settembre 1892, p. 21.

 

  Emilio Zola è a Lourdes. Colà, egli non solo è stato testimone dei miracoli avvenuti sotto gli occhi suoi, ma fu pure all’ufficio delle verificazioni mediche e potè accertarsi dalla realtà delle guarigioni. Uno di questi giorni, sopra una delle scalinate della basilica del Rosario, si abbattè nel P. Antonmaria, uno dei missionari dell’Immacolata di Lourdes, al quale fu presentato da Luigi Colin, corrispondente dell’Univers. […].

  «Io non sono nè medico, nè pellegrino, nè credente, nè miscredente; sono, come diceva Balzac, dottore di scienze umane, e vengo a fare un corso tutto nuovo di cose tutte naturali a Lourdes. Andrò dappertutto, voglio veder tutto, interrogare tutto».


  Album, «La Tribuna illustrata», Roma, Anno III, Num. 41, 9 Ottobre 1892, p. 531.
  Non vi è persona più insopportabile dell’uomo che non ha mai torto. O se vi è, è l’uomo che crede sempre d’aver ragione. Balzac.


  Gli Amici a quattro gambe, «La Rivista Velocipedistica», Torino, Anno XI, N. 206, 21 Ottobre 1892, pp. 2021-2022.

 

  Ogni bestia ha il suo istinto speciale; quello del cane è l’istinto nobilissimo della famiglia. Balzac.

  Avete mai visitato un canile?

  È un luogo che, per descriverlo, bisognerebbe essere Balzac o Zola.


  Pensieri, «Vittoria Colonna. Periodico scientifico, artistico, letterario per le donne italiane», Padova, Anno II, N. 23-24, Dicembre 1892, p. 740.

  La vita è una serie di combinazioni, e si deve studiarle e seguirle per giungere a mantenersi sempre in buona posizione.

                                                                                                                                              Balzac.


  La Repubblica, «L’Indipendente», Trieste, Anno XVI, N. 5614, 16 Decembre 1892, p. 1.

  Alla vigilia della catastrofe della mo­narchia di luglio, un aiutante di campo del re è sorpreso in flagrante delitto di furto al gioco — un pari di Francia, Choisel-Praslin, assassina la moglie — un ministro, Teste, è condannato come concussionario — e un deputato-giornali­sta, il Girardin, accusa il Governo di aver venduto cariche, impieghi e onori, come un sol Wilson; e tutta la monarchia sci­vola non si sa più se nel sangue o nel fango — e Balzac ne diventa il suo crucifissore in letteratura.

  Non parliamo del secondo impero! Il suo crucifissore, Emilio Zola, il successore di Balzac, non ha ancora finito le sue ter­ribili requisitorie contro quella corruzione dilagante dalla Corte a tutte le classi sociali, infestante la politica e l’esercito, l’industria e la Borsa […].


  A. Allan, Mogli battute (Osservazioni dedotte dal Boccaccio e dal Sacchetti), «Il Minimo. Periodico letterario», Cerignola, Anno I, Numero 8, 5 Giugno 1892, pp. 5-7.

  p. 5. Uno degli argomenti più cari ai nostri ar­gutissimi novellatori del trecento son quelle fortunose e imprevedute avventure, per le quali molti begli umori — ascritti generalmente dal Balzac nella mesta categoria dei predestinati — si sentono indotti a fare delle osservazioni colla punta della loro mazza sull’anche, sulle coste, sulle spalle delle mogli.


  Raffaello Barbiera, Stendhal. A proposito d’un nuovo libro, «Natura ed Arte. Rivista illustrata quindicinale italiana e straniera», Milano, Anno I°, N. 14, 15 Giugno 1892, pp. 146-150.

 

  pp. 148-149. Nondimeno, egli guarda d’intorno, osserva lo spirito pubblico. Ed è allora che si rivela un nuovo Stendhal, uno Stendhal diplomatico, che il Balzac (il possente creatore della fama di lui) nella Revue Parisienne definiva addirittura diplomatico profondo! […].

  L’epiteto di «profondo» che il Balzac dà al diplomatico di Civitavecchia e gli elogi che gli elargisce il signor Louis Farges sembrano, veramente, un po’ arrischiati. Stendhal col suo ingegno duttile e penetrante riusciva in tutto; e, come nel 1802 avea voluto per capriccio mettersi in commercio entrando umile commesso in una casa di droghe a Marsiglia da cui però scappò via presto, così gli era saltato il ghiribizzo d’entrare in quell’anticamera della diplomazia che sono i consolati; ma non merita d’essere collocato, come diplomatico, in uno speciale soglio d’onore. […].

  Il Bourget, ne’ recenti Essais de psychologie contemporaine, non esita a chiamare capo d’opera Le Rouge et le Noir di Stendhal; ma la Chartreuse de Parme (che venne tradotta anche in italiano poco tempo dopo la sua comparsa) è la più nota e forse la più letta delle sue opere. Sopra uno dei principali personaggi della Chartreuse de Parme il libro Stendhal diplomate getta uno sprazzo di luce. Quel famoso conte Mosca, di cui vi si parla tanto, non sarebbe altri che il conte Sarau, che l’autore conobbe benissimo verso il 1816 a Milano e che, governatore a Milano, andò famoso per uno scapellotto tremendo consegnato da lui, una sera, nel teatro alla Scala, a uno spettatore che s’era scordato di levarsi il cappello, meritandosi una puntura di Carlo Porta, altro poeta amico e favorito di Stendhal. Il Balzac vedeva nel conte Mosca il più notevole ritratto che si poteva fare del Metternich. Ma Stendhal rispose al grande romanziere che non avea voluto affatto copiare il celebre uomo di stato austriaco in quel tipo.



  Raffaello Barbiera, Stendhal in Italia e il suo monumento a Parigi, «L’Illustrazione Italiana. Rivista settimanale degli avvenimenti e personaggi contemporanei», Milano, Fratelli Treves Editori, Anno XIX, N. 29, 17 Luglio 1892, pp. 35-38.
  p. 35. Quante contraddizioni in quest’uomo e quante ne suscita! Passa per arguto raccontatore e coraggioso soldato e nient’altro: e un bel giorno Balzac, nella Revue parisienne, lo proclama genio immenso e persino grande diplomatico! […].
  p. 38. Peggiorato nelle condizioni di salute, Stendhal ottenne di ritornare a Parigi; e là morì nel 1842, due anni dopo che il Balzac gli aveva con un tratto di penna creata la fama di grande scrittore; anzi di genio immenso: génie immense!

  Raffaello Barbiera, Balzac a Milano. Da carteggi inediti e da memorie del tempo, «L’Illustrazione Italiana. Rivista settimanale degli avvenimenti e personaggi contemporanei», Milano, Fratelli Treves Editori, Natale e Capo d’Anno 1892-1893, pp. 23-24.

Parigi, 10 febbrajo, rue S.-Honoré, 333.

  De Balzac, con Teofilo Gautier, suo amico, viene a Milano. Io lo raccomando alla mia gentilissima Charina e all’illustre Maffei. Il celebre letterato francese conosca così le grazie, e ammiri l’ingegno italiano. Egli troverà, ne sono certa, nella vostra casa le cortesi accoglienze a cui ha diritto; ed io soddisfo, facendovi conoscere a lui, un orgoglio d’amicizia e di patria.

La sua aff.ma amica
Fanny Sanseverino Porcia.
  Sulla soprascritta si leggeva: Contessa Carrara – Spinelli Maffei – Milano. Contrada dei tre Monasteri; casa Padovani.
  L’anno, in questo grazioso biglietto di presentazione, è ommesso. Era il 1837. La contessa Fanny Serafina Porcia, sorella del principe Alfonso Serafino ciambellano dell’imperatore d’Austria, era un’adorabile gentildonna di ventinove anni, coltissima; sposata da tre anni al conte Faustino Vimercati Sanseverino Tadini di Milano. Clara Maffei, sposa al poeta Andrea, alla quale quel fiore di cortesia presentava il Balzac, splendeva per l’incanto della grazia. Era una damina esile, vezzosissima, tutta mesto sorriso negli occhi, di pallide guancie ove lottavano invano, per trionfare, le rose delle sue ventitré primavere. Era figlia del conte Giambattista Carrara-Spinelli, di Bergamo, poeta, ed educatore in casa Litta a Milano, e della contessa Ottaviana Gambara discendente dalla famiglia bresciana famosa nella storia per aver dato alla Chiesa cardinali, - alla poesia Vittoria Gambara, - alla Repubblica di Venezia guerrieri contro i Turchi, - e alla delinquenza un terribile bandito, che parve anticipare il più audace e il più romanzesco tipo dei Masnadieri di Federigo Schiller.
  Donna Clara Maffei, secondo il suggerimento di suo padre, che le scrisse al proposito una fine, affettuosissima pagina, aveva cominciato subito a ricevere poeti, musicisti, romanzieri, dotti, una corona di illustri italiani e stranieri, gettando le splendide basi di quel suo celebre salotto, che fu lustro di Milano e che tanto contribuì alle sorti politiche della Lombardia e dell’Italia (come vedremo in un libro) e che, dopo periodi di fulgore, sparì, mesta rovina, colla morte di Clara, nel 1886.
  Il marito Andrea, e il padre Giambattista, entrambi poeti e amici di letterati di grido, aiutarono sulle prime la gentilissima Chiarina a ornare il suo salotto di ospiti famosi; le amiche e gli amici cooperarono anch’essi al cómpito eletto; così, a poco a poco, si videro sfilare, nel primo periodo, per quel salotto, il Balzac, il Liszt, il Thalberg, Giuseppe Verdi, il Grossi, Giuseppe Giusti …

***
  Il Balzac veniva in Italia con un incarico che contrastava nel modo più stridente colle sue attitudini. Il conte Emilio Guidoboni-Visconti l’aveva chiamato qui perché il romanziere regolasse i suoi intricati interessi, in seguito a certe eredità d’una contessa Patellani.
  È noto a ognuno quanto il grande scrittore (il “maresciallo della letteratura” – com’egli si definì un giorno a un banchetto), prima editore, poi stampatore, quindi fonditore di caratteri fosse sprofondato nei debiti, in causa delle sue infelici amministrazioni e più infelici speculazioni, finite tutte col fallimento. Dal 1827 al 1836, egli si era sorretto accumulando cambiali che gli usurai scontavano e rinnovavano … Nel 37, non sapeva più come sbarcar il suo gramo lunario; gemeva (è la parola) sotto il peso di dugento mila franchi di debiti e più. “J’ai trente-neuf ans, plus de deux cent mille francs de dettes … ” scriveva da Milano alla contessa Hanska, che più tardi divenne sua moglie.
  L’aiuto che gli veniva dal conte Guidoboni-Visconti, il quale riponeva nel Balzac tutta la sua fiducia e tutte le sue compiacenze, dovette sembrare al Balzac un sorriso fulgidissimo, benché momentaneo, della sua cattiva stella. E così colla commendatizia della contessa Fanny Sanseverino Porcia e colla compagnia allegra di Teofilo Gautier, il Balzac scendeva in Italia, con un cumulo d’incartamenti e di geniali accoglienze in prospettiva.
  Il conte Enrico Martini, di Crema, il bell’uomo alto, bianco-roseo, che nel 48 fu capitano di fregata nella marina Sarda e poi fu uno dei proscritti del Radetzky e deputato, si vantò sempre finchè visse d’aver fatto il viaggio da Parigi a Milano col Balzac. Fatto sta che il grande romanziere qui giungeva accolto festosamente, e veniva alloggiato in un delizioso quartierino a pianterreno, che dava sul giardino, a Porta Orientale, nel palazzo abitato dal principe Alfonso Serafino, il fratello appunto della contessa Fanny, che lo presentava, come abbiam visto, a Clara Maffei.

***

  Il ritratto del Balzac, che la Fanny fa alla Maffei in una lettera segreta (non più da Parigi dov’era andata col suo marito per godere le feste di quell’alta società, ma da Torino, dov’era passata), è parlante:
  Se lo immagina forse grande e snello, pallido e scarno, con una di quelle fisonomie che sono già un’ispirazione e una poesia? Si guardi veh, da così bella aspettazione! Egli è un uomo piccolo, grasso, paffuto, rotondo, rubicondo, con due occhi però negri, e scintillanti foco nel dialogo, il foco della sua penna. E sa ella chi l’accompagna? … Un paggio come nel “Lara” di Byron, un giovinetto dalla voce soave, dai movimenti dolci e molli … una donna infine!
  Non mi fu dato di sapere chi fosse questa donna. Nelle lettere della contessa Fanny (veri gioielli di descrizioni, di brio signorile e di affettuosità che mi sono affidati da mano cortese) il nome non è detto. Oh, il Balzac non aveva l’aspetto d’un gentilissimo francese puro sangue, come anche a Milano si faceva passare! … Che smania aveva mai quel sovrano della letteratura, di farsi credere nobile! … Il de, che immancabilmente metteva davanti al suo cognome, non apparisce nella sua fede di nascita o in quella di suo padre e de’ suoi avi. Si era fabbricata una genealogia fantastica, una corona nobiliare a cinque punte immaginarie, a cui teneva forse più che al suo immenso genio reale. Mentre il Goethe, l’adorato Goethe, si sollazzava volentieri persino colle lavandaie, il Balzac, di gusti aristocratici, non s’accostava volentieri che alle gentil donne. A Milano, oltre donna Clara Maffei, questa Récamier dell’Italia, il Balzac conobbe le famiglie Bossi e Sismondi, frequentava il salotto della contessa Eugenia Vimercati maritata a Gian Giacomo Attendolo Bolognini, alla quale dedicò poi un racconto, Une fille d’Eve, scrivendole:
  “Vous voyez que si les Français sont taxés de légèreté, d’oubli, je suis italien par la constance et par le souvenir. En écrivant le non d’Eugénie, ma pensée m’a souvent reporté dans ce frais salon en stuc et dans ce petit jardin, au Vicolo dei Cappuccini, témoin des rires de cette chère enfant, de nos querelles, de nos récits”.
  Questa chère enfant era una bambina della contessa Vimercati.

***

  Clara Maffei riceveva in quel tempo, in via del Monte di Pietà (al numero 870, ora 21) che da molti si chiamava ancora Contrada dei tre monasteri, perché, in antico, ve n’erano appunto tre.
  Donna Clara v’era andata ad abitare quando, appena uscita dal collegio di madama Garnier, andò sposa al Maffei. Occupava il primo piano verso la via, che le ricordava due martiri, due glorie: il Confalonieri e il Pellico arrestati nei moti del 21, l’uno nella propria casa, l’altro in quella del conte Porro, ove s’era fondato il Conciliatore. Il salottino di ricevimento della Maffei era angusto, ma grazioso. Non so come potesse moversi il Balzac, che allorquando si sedeva sul piccolo sofà accanto alla signora pareva che lo sfondasse. Donna Clara aveva fatto al Balzac un’accoglienza trionfale. La “piccola Maffei”, com’elle si definiva parlando al Balzac e come questi lo ripeteva in lettere tuttora inedite, nutriva infatti un culto religioso, un infinito entusiasmo per l’ingegno. Il Balzac non potè non rimaner rapito alle grazie della gentildonna italiana.
  Nessuno di coloro che prima parlarono dalla (sic) amiche del Balzac, pronunciarono il nome di Clara Maffei; ma dalle memorie inedite di lui e di lei, apparisce che un’amicizia pura, tenera e vicendevole legava quei due cuori. Sull’album d’autografi di donna Clara trovo una pagina del Balzac che comincia: “A vingt-trois ans, tout est avenir” e in una lunga lettera ch’egli le scrive, la sua devozione s’eleva, s’accentua. Su un foglio volante, trovo anche il ritratto morale, deliziosamente cesellato, che il Balzac fa della Maffei … Tutte belle, nobili memorie che mi riservo di pubblicare più tardi, mancandomi oggi lo spazio.
  Nel gennaio del 1842, il Balzac dedicava da Parigi alla Maffei La fausse maîtresse, che fa parte delle Scènes de la vie privée; e ricordo che, una sera del 79 – (di prima sera, quando s’era in pochissimi visitatori dell’affabile gentildonna); ella, curvandosi colla sua esile personcina, aperse una piccola vetrina vicino alla sua poltrona; ne trasse un quaderno di bozze di stampa, tutte tempestate di correzioni, e, con aria trionfante, esclamò:
  – Ecco, è questo il libro che il Balzac mi ha dedicato: queste correzioni sono sue, tutte di sua mano!
  È impossibile ripetere la vibrazione di giusto orgoglio che scuoteva l’elettissima signora a quel gran nome, a quel ricordo di trentacinque anni innanzi. Il Balzac era morto dal 50; ma era vivo sempre per la gloria, per lei.
  Non ostante l’abuso di caffè, il Balzac a Milano pativa di sonnolenza. Quante volte, in casa Maffei, nel più bello d’una conversazione, chiudeva gli occhi, e s’addormentava! Non ostante i corteggiamenti, si trovava male a Milano; se ne lamentava con tutti. Era invidioso del principe Alfonso Porcia, perché questi aveva pochi passi discosto da casa una bella amante; l’azzurro del cielo di Milano non faceva che acuire la nostalgia del cielo francese, ch’ei soffriva.
  “Chère comtesse, chère confidente de mes tristesses et de mes erreurs (scriveva il 23 maggio 1838 alla contessa Hanska) que vous dirai-je ? J’ai le mal du pays ; la France avec son ciel gris la plupart du temps, me serre le cœur, sous ce beau ciel de Milan; le Duomo, paré de ses dentelles, m’engourdit l’âme d’indifférence … ”
  In casa Maffei, brontolava, come altrove; soleva accennare di no, col capo, sempre di no: pareva lo Spirito che nega. Poteano soltanto dissipare la sua melanconia la più amabile delle donne, la Maffei, e una giovane poetessa, dai riccioli biondi che le scorrevano sulle spalle, Giulietta Pezzi, figlia del noto gaudente, direttore-proprietario della Gazzetta di Milano. Il Balzac la chiamava l’ange, e, nel salotto Maffei, voleva aversela davanti.
  Anche lo scultore Puttinati, cui Balzac dedicò poi La vengeance, cercava di tenerlo allegro, ma era inutile.
  Il Balzac andò a visitare Alessandro Manzoni, al quale venne presentato da un gentiluomo letterato: il cavaliere Felice Carrone marchese di San Tommaso, allievo del Giordani. Il Balzac disse al Manzoni che in lui gli pareva di vedere Chateaubriand, tale e quale.
  Chiesi a Cesare Cantù, che conobbe il Balzac da vicino, se fosse vero che la polizia austriaca vegliasse sui passi del Balzac a Milano, temendolo affiliato a una delle sette liberali. Il Cantù mi assicura che non è vero. La polizia s’occupò del Balzac soltanto una volta … ma per un orologio. Infatti, avendo un ladro rubato al Balzac un brutto orologio, il Governatore di Milano e la polizia si posero subito in moto, e non ebbero pace finchè non trovarono il ladro, e non videro l’orologio discender nel taschino del largo panciotto dell’insigne forestiero.
  Il 1° giugno 1838, Onorato Balzac lasciava per sempre Milano dove, non ostante la nostalgia, e gl’impicci ereditarii da sbrigare per conto del suo signore, aveva trovato il tempo per qualche inspirazione. I Mémoires de deux jeunes mariées furono cominciati a Milano.


  Parmenio Bettòli, Il teatro nel 1848, «Scena Illustrata. Letteratura – Arte – Sport», Firenze, Anno XXVIII, Numero 10, 15 Maggio 1892, pp. 134-135.

 

  p. 135. L’Ettore Fieramosca di Massimo d’Azeglio, L’assedio di Firenze di F. D. Guerrazzi erano i soli romanzi che corressero per le mani. Altro che Soulié, che Balzac, che Dumas! Manco più se ne voleva sentir parlare.


  A.[ugusto] G.[uido] Bianchi, Il concetto del prof. Lombroso, in AA.VV., La Patologia del genio e gli scienziati italiani. Inchiesta a proposito del caso di Guy de Maupassant promossa e ordinata da A. G. Bianchi colle risposte originali di Cesare Lombroso, Senatore Andrea Verga, Augusto Tebaldi, Eugenio Tanzi, Silvio Tonnini, Lorenzo Ellero, Angelo Zuccarelli, Enrico Morselli, Augusto Tamburini, Silvio Venturi, Giuseppe Amadei, Federico Venanzio, Luigi Frigerio, Alessandro Clerici, Milano, Max Kantorowicz – Editore, 1892, pp. 12-15.
  pp. 14-15, nota (1). Il Lombroso ha raccolto le confessioni di alcuni grandi epilettici, quali De Goncourt, Buffon, Maometto, Dostojewski. […].
  E Balzac, che pure non era epilettico, scrisse: «L’artiste opère sous l’empire de certaines circonstances, dont la reunion (sic) est un mystère. Il ne s’appartient pas, il est le jouet d’une force éminemment capricieuse: tel jour pour un empire il ne toucherait pas son pinceau, il ne pétrirait pas un fragment de cire à mouler, il n’écrirait pas une ligne; et s’il essaye, ce n’est pas lui qui tient le pinceau, la cire ou la plume, c’est un autre, c’est son double, son Sosie : celui qui monte à cheval, fait des calembours, a envie de boire, de dormir, et n’a d’esprit que pour inventer des extravagances».[3]

La risposta dell’epilettologo Silvio Tonnini, pp. 32-34.

  p. 33. Nel caso di Guy de Maupassant credo si abbia a fare più coll’eccentricità dell’ingegno superiore che colla asimmetria epilettica del genio. Io non so che egli abbia aperte vie nuove alla psicologia del romanzo, come fecero Balzac e Zola. Della parola genio si abusa troppo, specialmente se c’è in ballo la questione della pazzia.

  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. “La comédie parisienne” di Forain, «Il Sole. Giornale quotidiano amministrativo-agricolo-commerciale», Milano, Anno XXIX, N. 155, 30 Giugno 1892, p. 1.
  Non volendo risalire fino alla Rivoluzione, come dimenticare ad esempio, il Daumier colle pungenti allegorie contro Luigi Filippo, - il Gavarni che fu il Balzac della caricatura sociale […].

  Luigi Capuana, Enrico Beque (sic), in Libri e Teatro, Catania, Niccolò Giannotta, Editore, 1892, pp. 51-70.
  pp. 51-52. Enrico Becque è dello scarso numero di coloro che tentano di rinsanguare il disfatto organismo del teatro moderno. Non è un teorico, come il Dumas e lo Zola; né un esclusivista. «Figli di Vittorio Hugo o del Balzac, scolari del Labiche o del Dennery, - egli scrisse tempo fa in una prefazione alle Soirées parisiennes, - prendiamoci per la mano e difendiamo insieme il po’ di terreno conquistato a prezzo di tanti sforzi.

Emilio Augier, pp. 93-130.
  p. 98. Emilio Augier non aveva il lavoro facile. Un giorno che sentiva lodare da uno le grandi gioie del lavoro, alzò sorniosamente la testa, e rispose: Dite sul serio?
  Come pel Balzac e pel Flaubert l’opera d’arte diventava per lui un grande sforzo di volontà e di persistenza, una vera fatica che non gli permetteva di gustare i godimenti del risultato della sua alta creazione.

Armando de Pontmartin, pp. 171-186.
  p. 172. Cfr. 1890.

  Luigi Capuana, Pel monumento al Balzac(1), «La Tavola Rotonda. Giornale Letterario Illust. della Domenica», Napoli, F. Bideri & C., Anno II, Numero 3, 17 Gennaio 1892, pp. 1-2.[4]
  (1) Julien Lemer, Balzac, sa vie, son oeuvre, Paris, Sauvaitre, 1892.


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  Le sottoscrizioni pel monumento al Balzac in una piazza di Parigi si trascinano lentamente da parecchi anni. La Francia si mostra ingrata verso l’autore della Comédie humaine; pare che i cittadini della terza repubblica abbiano ben altro pel capo che pensare a un monumento semplicemente letterario. Forse i democratici del signor Clemanceau (sic) stimano poco uno scrittore che si dichiarava ad alta voce aristocratico e conservatore; e probabilmente, come i contemporanei del Balzac non poterono vedergli concesso un seggio tra i Quaranta immortali, così la generazione venuta immediatamente dopo non vedrà onorata una piazza di Parigi della statua del gran romanziere. Poco male. Egli si è elevato tal monumento da sé che vale assai meglio di cento statue di bronzo.
  L’Accademia ha creduto sdebitarsi, mettendo a concorso uno studio intorno alle opere di Onorato de Balzac.
  Io non so chi abbia vinto il premio. Son convinto però che il libro recentemente pubblicato dal signor Giuliano Lemer non avrebbe meritato neppure di esser preso in considerazione, anche se si fosse circoscritto nei limiti del programma. È un libro insignificante. Come biografia, non reca nulla di nuovo nei fatti della vita; come studio critico, è di una puerilità che muove a sdegno.
  La biografia e lo studio critico intorno al Balzac rimangono ancora da fare. Il Lovenjoul ne ha scritta la Storia delle opere con pazienza ed amore ammirabili: il Cerfbeer (sic) e il Christophe han composto un Repertorio della Comedia umana con altrettanta pazienza e con altrettanto amore; manca tuttavia il biografo che, condensando tutte le notizie biografiche sparse in tanti libri e giornali, possa dire di aver fatto per l’autore quel che il Lovenjoul per la bibliografia e il Cerfbeer e il Christophe pei personaggi dei romanzi di lui. In attesa del poderoso riassuntore di tanti lavori preparatori, i cenni della signora de Sourville (sic) sorella del Balzac, i fantasiosi volumi del Gozlan e i maligni del Werdet, ingrato editore, rimangono le più ricche fonti d’informazioni, come lo studio critico del Taine e quello del Bourget sorpassano di merito gli altri, numerosissimi, che sono stati scritti da trent’anni in qua. Lo Champfleury aveva cominciato a pubblicare una serie di opuscoli che dovevano poi formare uno studio completo intorno al gran romanziere. Si limitò ad alcuni cenni della vita di collegio e delle famose correzioni di stampa. Certamente il compito di un così largo lavoro gli parve soma troppo grave per le sue spalle, e si arrestò ai primi passi. Pare incredibile che nessuno dei giovani critici di cui formicola la Francia si sia sentito allettare da un soggetto tanto importante. Il non vedere in qualche piazza di Parigi una statua del Balzac fa meno dispetto del non vedergli consacrato un lavoro biografico e critico degno di lui e del suo gigantesco disegno della Commedia umana rimasto incompiuto.
  La vita di Onorato de Balzac è un romanzo altrettanto meraviglioso quanto i migliori da lui scritti. Per farlo rivivere nelle pagine di una biografia tal quale egli fu, ci vuole forse una forza d’immaginazione e una potenza creativa uguale a quella impiegata a dipingere i personaggi più grandiosi della sua epopea in quaranta volumi. L’epistolario balzacchiano è uno dei più aridi che si conoscano. Vi domina, nota quasi unica, l’idea del denaro. Eppure pochi libri possono produrre un effetto più sano e più ricostituente della lettura di esso. “La Correspondence (sic) de Balzac me remonte – scrive il de Goncourt nel suo giornale – et me rende (sic) la volonté de lutter. Davant (sic) tous les embêtements qui n’ont pas tué son énergie, qui n’ont point arrêté la fabrication spirituelle de l’entêté écrivain, je me dis : Allons, il faut être aussi vaillant que lui”.
  Il processo artistico del Balzac è un processo d’ingrandimento.
  Bisogna fare per lui quel ch’egli faceva pei suoi personaggi.
  Infatti il Balzac un po’ di fantasia che noi incontriamo nelle pagine del Gozlan (Balzac en panteufles [sic] e Balzac chez lui) ci sembra più vivo e più rassomigliante dello sbiadito personaggio che il Lemer ci mostra nel suo recente volume. Il meglio che vi si trova viene dall’epistolario.
  Quantunque egli sia dei pochi sopravviventi che abbiano conosciuto da vicino l’autore della Commedia umana, ci dà appena un ricordo personale che abbia qualche importanza.
  Andato a trovarlo insieme col danese Cartensen, per pregarlo di collaborare a un “Album de tous les pays” egli lo guardava con attenzione indiscreta.
  Studiate la mia fisonomia? – gli domandò bruscamente il Balzac.
  – Fate bene; nel nostro mestiere conviene sempre osservare. Vi meravigliate forse che possano essere uscite da questo grossolano organismo concezioni delicate e pensieri fini? Avvicinatevi. Osservate le pagliuzze d’oro che ho negli occhi: dovete averne inteso parlare. Il momento è propizio con questo bel sole.
  Gli diè appena il tempo di guardare e soggiunse ridendo:
  – Giacchè siete qui, restate a pranzo con me. Ho una stupenda coscia di montone. Oh! oh! Non v’immaginate di aver da fare con un volgare anfitrione che v’inviti gratis a pranzo, come un contadino. Vi farò lavorare in cambio. Ho ricevuto or ora l’avviso che domani i miei mobili saranno sequestrati, e m’interessa che quell’imbecille dell’usciere faccia un verbale di carenza. I mobili saranno trasportati questa notte in casa del mio giardiniere: egli s’incaricherà degli oggetti più pesanti; per quelli d’arte, pei ninnoli, i libri e i miei manoscritti, son contento che possono darmi una mano due artisti scrittori che ne conoscano il valore. Restiamo dunque intesi: passerete la notte qui.


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  Il Lemer e il Carstensen ricusarono, mettendo avanti la scusa delle loro famiglie che sarebbero state in pensiero non vedendoli tornare a casa.
  – Ah! – esclamò amaramente il Balzac – La famiglia, la famiglia! Essa impaccia la nostra libertà, ci toglie l’indipendenza, ci priva del piacere di rendere un servigio a un amico. Però … bella cosa la famiglia! È la più rispettabile delle nostre istituzioni, il solo legame che omai rimanga nel mondo, forse l’ultima delle sue religioni!
  Un altro aneddoto riferisce il Lemer; ma questo gli è stato raccontato dal Texier.
  Edmondo Texier presentò un giorno al Balzac un giovane giornalista che voleva impiegare un capitaluccio nella fondazione di una rassegna letteraria.
  – Un solo giornale, rispose il Balzac – può sperar di ottenere un gran successo al dì d’oggi: il Monitore dei farmacisti. Nei vostri panni, non esiterei in istante; comincerei a pubblicarlo domani, se avessi i vostri quattrini.
  Il Texier gli disse:
  – Via, Balzac, non è il caso di scherzare! Noi vi parliamo seriamente.
  – Ed io vi replico che ho risposto, seriissimamente. Il mo-ni-to-re dei far-ma-ci-sti! Non c’è altro da tentare. Quattrini a palate. Fate comporre il primo numero e non ne fiatate con nessuno. Vi ruberebbero la mia idea!
  Il Texier assicurava che il suo amico messo in pratica il consiglio del Balzac, aveva già guadagnato nel primo anno venti mila lire.
  Eccettuati questi due fuggevoli sprazzi di luce, e le citazioni dell’epistolario, il libro del Lemer è proprio incolore.
  Vi ho cercato invano un accenno e uno schiarimento intorno al fatto che il vecchio pittore Giraud raccontò al de Goncourt nel febbraio del 1874.
  Giraud era andato a fare la sua solita visita al direttore dell’ospizio Beaujou. Una sera il direttore gli disse: Ho una moribonda che afferma di essere sorella del Balzac. Repugnandomi di farla tumulare fra le quattro tavole dei poveri, sono andato da lui e gli ho chiesto 16 franchi per una cassa da morto. Il Balzac mi ha risposto: Costei mente; non ho sorelle all’ospedale!
  Passati parecchi anni, una mattina il Giraud vide arrivare in casa sua il direttore tutto sconvolto. – Vi ricordate, gli disse, di quella sorella del Balzac, eh? Sapete che è accaduto? Oggi il Balzac mi ha mandato a chiamare. L’ho trovato moribondo, come avevo letto nei giornali. – Signore, ha esclamato vedendomi, una volta vi dissi che quella donna per la quale venivate a chiedermi una cassa da morto non era mia sorella. Mentivo. Ho voluto confessarvelo prima di morire.
  Nessun biografo del Balzac ha mai parlato di questa sorella.
  Era una sorella naturale? Era una cognata (belle-soeur)? L’autenticità del racconto del Giraud è stato confermato (sic) da Arsène Houssaye sul Figaro e sull’Echo de Paris.
  Se la deficienza della parte biografica è grande, quella della parte critica in questo libro del Lemer è grandissima.
  L’autore si contenta di darci in brevi note le proprie impressioni dopo una rilettura di tutte le opere del Balzac.
  Eccone un esempio scelto a caso; il numero segna il posto del lavoro nella Commedia umana:
  “32. Altro studio di donna. È una semplice conversazione alla quale prendono parte il de Marsay, diventato ministro, Emilio Blondet e le signorine des Touches, Montrivan (sic), Bianchon etc. È superfluo dire che questo dialogo, pieno riboccante di aneddoti piccanti, drammatici e sentimentali, sia sfolgorante di spirito. Il De Marsay vi racconta il suo primo amore, il suo primo disinganno che lo rese scettico, la sua prima vendetta che consistette nel fare della sua amante una delle duchesse più in voga di Parigi”.
  Niente altro!
  Il metodo è spicciativo e non richiede grandi sforzi di critica.
  Con questo libro, meschino e insufficiente in sommo grado, il signor Lemer ha avuto l’intenzione di venire in aiuto alla soscrizione nazionale pel monumento al Balzac. Perdoniamogli il cattivo libro in grazia della buona intenzione.


  Giovanni De Castro, Visitatori illustri, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno XVI, N. 19, 7 Maggio 1892, pp. 148-150.

 

  Un altro sentimentale anatomizzatore d’anime e creatore di tipi visse in Milano alcun tempo: Onorato Balzac.

  Vi capitò nel febbraio 1837 (1). Aveva un incarico al tutto alieno dal suo ingegno, cioè il conte Emilio Guidoboni Visconti lo aveva nominato proprio negoziatore (con regolare procura, s’intende) per regolare certe sue quistioni di affari col fratello per parte materna, Lorenzo Costantini. Si trattava di una cospicua eredità, quella di una contessa Patellani. Ritengo che Balzac avesse poca attitudine a trattare gli affari degli altri, come ne ebbe pochissima a trattare i proprii.

  In questo primo soggiorno rimase tra noi quattro mesi, tranne il tempo dedicato ad una corserella a Venezia.

  Nel ricondursi in Francia passò per Genova, ove per sua disgrazia un cotale gli parlò di miniere di argento e di scorie argentive e piombifere ammonticchiate in Sardegna, che aspettavano solo delle mani industriose e dei capitalisti intelligenti. Un Eldorado!

  Balzac prende fuoco e ripiglia a inseguire il fantasma della ricchezza. È stato osservato che il grande romanziere aveva sempre bisogno di una chimera.

  Un anno dopo raggranellati pochi quattrini va in Sardegna e trova che la speculazione era già stata afferrata da altri, anzi se la contrastavano l’amico genovese e una Società di Marsiglia. Non c’era più posto per lui.

  Si rimette al servizio del conte Guidoboni Visconti, e ritorna a Milano: dove, per minor male, gli affari del mandatario non gli pigliano che poco tempo. Gliene rimane d’avanzo per fantasticare, per soffrire, e per riprendere la penna.

  Fu ospite del principe Alfonso Serafino Porcia, che mise a sua disposizione una stanza deliziosa, a pian terreno, che dava sul giardino. È difficile figurarsi una stanza da studio più riposata, più atta a calmare lo spirito: egli ne è incantato, ma non si calma. Motivi di tristezza ne aveva in buon dato: indebitato fino a’ capegli, e gli affari andavano maluccio. E poi il suo cuore era altrove, era in Russia; era preso da un forte amore, e la persona che valse a ispirarglielo, seppe anche comprenderlo: diverrà poi sua moglie, e, ciò che c’è di meglio in questo santo amore, sarà la sua divina consolatrice. Per il momento egli invidiava, si direbbe furiosamente, l’ospite suo, principe Porcia, perché la sua amata ed amante, la contessa Bolognini — c’era perfetto ricambio —non si trovava in Russia, ma a pochi passi da lui, e il principe poteva vederla a tutto suo agio, mentre lui! ... Davvero il confronto era opprimente. Ne scrive alla Hanzka (sic): «Ah! se sapeste che melanconiche meditazioni m’ispira l’aspetto della vita felice del Porcia che abita sul Corso Orientale, dieci case più in là dalla contessa».

  Se la gentile e buona signora russa fosse stata accanto a lui, Milano gli sarebbe sembrata il paradiso; ma senza di lei, soffre la nostalgia.

  Forse questa nostalgia non è altro che una forma acuta e morbosa di un immenso desiderio affettivo insoddisfatto. Ritengo che anche Parigi avrebbe sofferta la nostalgia della Russia.

 

***

 

  Però lo spirito artistico trionfa a quando a quando delle inquietezze e preoccupazioni morali.

  Valga il vero, nel Duomo egli osserva delle minuzie, che di solito passano inosservate: si ferma ad ammirare le chimere del grande candeliere che è davanti l’altare della Vergine. Trova tempo di fare una gita a Saronno, e i freschi del Luini, in ispecie lo sposalizio, lo mettono in uno stato d’estasi (2). Non si vietò la Scala, e vi sentì la Boccabadati nella Zelmira.

  Se non m’inganno, il lavoro a cui s’accinse in quel tempo era in accordo colle speciali condizioni del suo animo. Egli voleva descrivere l’amore felice. Non gli stava sott’occhio? E non agitava le sue più intime fibre la sola aspettazione, ancora così lontana, di raggiungerlo? Voleva descrivere -— come sempre — dal vero, osservando gli atti, e studiando se stesso. Voleva dare al pubblico un libro nutrito di sentimento, e non imbottito dì sentimentalismo. Le (sic) Mémoires de deux jeunes mariées furono incominciate da lui appunto in casa Porcia, nella pace signorile e conventuale insieme di un vasto palazzo, favorito dai più discreti silenzi, potendo riposare l’occhio stanco sulle praterie di un verde di smeraldo, ove tutto invitava a raccogliersi e a dimenticarsi del lavoro; ma egli non può neppure temporaneamente dimenticare.

  Il 20 maggio scrive alla sua degna confidente: «Domani, dopo aver fatto scrivere due lettere alle mie amanti, sarò più allegro, e sarò da voi calmo e savio da far invidia a un santo». Due giorni dopo: «Il mio libro è abbandonato, ho lasciato lì le mie due amanti per riprenderle un giorno o l’altro».

  Forse anche quelle amanti di sua invenzione movevano la sua invidia e gli facevano dispetto!

  A quel romanzo ci si rimise quattro anni dopo.

  Comunque sia, Milano fece del suo meglio per onorarlo, per lasciare traccia di sè, nei suoi ricordi. E le dame milanesi, di cui egli in un momento atrabiliare parlò piuttosto ingiustamente, dicendo che gli eran parse senza attrattive, senza spirito, senza istruzione, sono pure riuscite a durare un pezzo nel suo pensiero memore e grato. E di ciò abbiamo prova nelle dediche di alcuni suoi lavori. La fausse maîtresse fu da lui dedicata alla contessa Clara Maffei, che già teneva circolo frequentato dal meglio della città, Une fille d’Eve alla contessa Bolognini-Vimercati, Les Employés alla contessa Sanseverino, sorella del principe Porcia. Nè egli lasciò in dimenticanza i due milanesi, che più gli si erano mostrati cortesi, il conte Porcia e lo scultore Pattinati (sic): al primo dedicò il romanzo Splendeurs et misères des courtisanes, e allo scultore Pattinati La Vengeance.

  Il Balzac lasciò Milano il 1° giugno del 1838, e non vi tornò più. Se egli si fosse fermato ancora un po’ gli sarebbe toccato di assistere a quel goffo spettacolo che fu la incoronazione di Ferdinando I.

 

  Note. [la numerazione è nostra].

 

(1) Mi giovo del libro di Carlo de Lovenjol (sic), Histoire des oeuvres de H. de Balzac, — Parigi, Lévy, 1879 — dal quale libro col solito garbo il Capuana, Studi di letteratura contemporanea, seconda serie, 1882, pag. 74 e segg., trasse materia di unto studio intorno al caposcuola del romanzo realista.

(2) Correspondance de H. De Balzac. — Paris, 1877, pag, 408 è segg.


  S. Cognetti De Martiis, Banche, banchieri e usurai nella commedia di Plauto, «Giornale degli Economisti. Rivista mensile degli interessi italiani», Roma, Serie Seconda, Anno III, Vol. V, 1892, pp. 539-574.
  p. 568. Aggiungasi che è caratteristica della commedia antica il dar rilievo ai difetti nella raffigurazione de’ caratteri messi sulla scena, e che anche nella commedia e nel romanzo moderno le persone occupate nel traffico del danaro non sono ritratte con tinte simpatiche. Informino il Turcaret di Le Sage, il Mercadet di Balzac, la Bourse di Ponsard, l’Argent di Zola.


  Arturo Colautti, L’Amore. Fantasia a quattro mani, «Scena Illustrata. Letteratura, Arte, Sport», Firenze, Anno XXVIII, Numero 12, 15 Giugno 1892, p. 3.

  Diceva bene Balzac che l’amore è un gran­dissimo affare: chi voglia occuparsene non deve averne altri. Roba da sfaccendati dunque. Ma i veri sfaccendati non sono forse gl’imbecilli?


  C.[arlo] Collodi (Carlo Lorenzini), La Madre della debuttante, in Divagazioni critico-umoristiche raccolte e ordinate da Giuseppe Rigutini, Firenze, R. Bemporad & Figlio Cessionari della Libreria editrice Felice Paggi, 1892 (“Biblioteca Ricreativa”), pp. 277-283.

  p. 280. Cfr. 1855; 1864.

  Contessa Lara [Eva Cattermole], Cronaca femminile, «La Tribuna Illustrata», Roma, Anno III, Num. 6, 7 Febbraio 1892, pp. 73-74.
  p. 74. A proposito, sapete che Onorato de Balzac ha detto: «L’acconciatura elegante è per le donne la prima tra le arti?».

  Decio Cortesi, A proposito di un recente libro su Wagner, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XIV, N. 7, 14 Febbraio 1892, p. 3.
  Tra gli scrittori del suo tempo prediligeva il Balzac, e chi sa quanto egli debba al titanico dipintore della Commedia Umana che, pari al Wagner nella musica, nell’arte della parola ha tolto la speranza e l’ardire agli scrittori futuri di trattare ogni argomento passato per crogiuolo del suo Genio potente!


  Cosetta, Note a lapis. Balzac scolaro, «Flora letteraria. Foglio settimanale di letture istruttive ed educative», Torino, N. 29, 14 Aprile 1892, p. 231.

 

  In un vecchio registro, firmato M. Duplessis, direttore del collegio di Vendôme, trovasi scritto:

  «Balzac è un allievo detestabile. Nulla si può trarre da lui. Ripugnanza invincibile a occuparsi d’un lavoro qualsiasi. Passa il suo tempo in castigo, ora nella sua cella, ora nel granaio dove fu imprigionato per una settimana intera. Lo si considera come l’inventore, almeno pel nostro collegio, della penna a tre punte, colla quale aveva l’abitudine di fare i suoi pensum.

  «Sua fisonomia e suo carattere:

  «Grosso giovinastro, paffuto e rubicondo. L’inverno coperto di geloni alle mani ed ai piedi ... Grande noncuranza, taciturnità, nessuna cattiveria, originalità completa».


  A. Criscuolo, Come è nata la conferenza?, «Rassegna Pugliese di Scienze, Lettere ed Arti», Trani, Vol. IX, Num. 15-16, 10 Agosto 1892, pp. 233-240.
  p. 235. Fra le forme trovate più elette, Parigi, prima, inventa il salotto. Ivi dame colte riuniscono i letterati e gli scienziati migliori. […].
  Per quei salotti passa Eugenio Sue, Balzac, con punte di stile, osservando, indagando. Vi passa Dumas che studia il suo mondo, e lo rende nel romanzo e sul teatro.

  Andrea Danesi, Il Giglio della valle, «La Tribuna illustrata», Roma, Anno III, Num. 42, 16 Ottobre 1892, pp. 543-546.
  p. 543. Ricordi tu il Giglio della valle? Non dico, s’intende, del romanzo di Balzac: per quanto da quelle pagine la grande ombra sdegnosa del maestro si levi a rinnovarvi tutti, discepoli scostumati. La domanda non si potrebbe senza ingiuria rivolgere a un naturalista della tua forza. La necessità di nobilitar l’origine mi costringe a inventare una genealogia spirituale fantastica da quanto i vostri documenti, e costringe la vostra logica a dedurre Jack o l’Assommoir dalla Eugénie Grandet o dalla Chartreuse de Parme. Dio v’aiuti! non parlo dunque del romanzo di Balzac: ma ogni valle ha il suo giglio, e tu non puoi aver dimenticato la nostra né il suo splendido fiore.


  Giuseppe Depanis, La Guerra Franco-Prussiana e Emilio Zola, «Gazzetta Letteraria», Torino, L. Roux e C., Anno XVI, N. 28, 9 Luglio 1892, pp. 217-219.

 

  p. 217. [...] il romanzo francese della seconda metà del secolo si intitolerà dallo Zola come il romanzo della prima metà si intitola dal Balzac.


 

 

  Giuseppe Depanis, Il Diario dei Goncourt, «Gazzetta Letteraria», Torino, L. Roux e C., Anno XVI, N. 35, 27 Agosto 1892, pp. 273-275.

 

  p. 274. La medesima scarsità di notizie si osserva per il Balzac. È evidente lo sforzo dei De Goncourt per ammirarlo, certo l’arte del grande romanziere non è loro simpatica. Per ciò essi si astengono dal discuterla; l’unico apprezzamento da loro formulato è che il Balzac fu il solo statista che si sia reso conto dello squilibrio della Francia dal 1789 in poi. Come si vede, è un apprezzamento politico, non letterario. Il Balzac era piccolo di statura, grassoccio, ritondetto, cogli occhi neri, col naso arricciato, un tipo da commesso di libreria, conchiude il Gavarni a cui i De Goncourt si rimettono. Poco sollecito della propria persona, egli avrebbe avuto bisogno di un amico che gli lavasse le mani, che gli ravviasse i capelli, insomma che si pigliasse cura di lui. Sensuale più a parole che nei fatti, si compiaceva nei preliminari dell’amore, di guisa che, quando contravveniva all’abitudine ed approfondiva le cose, soleva esclamare con accento di rimpianto: «Ho perduto un libro!». Avrebbe voluto diventare così celebre e così popolare da poter spander acqua in pubblico senza che nessuno ci trovasse a ridire! Non dimentichi il lettore che siamo nei beati e mirabolanti tempi del romanticismo: il paradosso nelle parole e nelle immagini era all’ordine del giorno. Molto strepito, molto fumo e poco danno.


  Dottor Sangrado, Le ciarle del dottore. Il caffè, «La Tribuna Illustrata», Roma, Anno III, Num. 52, 25 Dicembre 1892, p. 703.
  Non credo riuscirà discaro ai lettori, in quei giorni di banchetti natalizi, conoscere sul caffè, che chiude tutti i pranzi, l’opinione di un uomo che studiò minuziosamente quell’energico stimolante, che ne usò, ne abusò e ne morì: parlo di Onorato di Balzac.
  Nel suo trattato degli eccitanti moderni, dopo aver notato che il caffè agisce sul diaframma e i plessi dello stomaco, donde guadagna il cervello con irradiazioni inapprezzabili e che sfuggono a qualunque analisi, dopo aver osservato che l’azione benefica del caffè non dura al di là di quindici o venti giorni, e che è pericoloso prolungare questa durata, Balzac stabilisce che il caffè fatto alla turca ha più sapore del caffè macinato in un mulinello, e che il caffè, preparato a questa maniera, può essere assorbito senza pericolo in grandissima quantità. L’assorbimento del caffè fatto alla turca, conduce al primo grado della sovreccitazione cercata.
  Secondo Balzac, il caffè ha due elementi: l’uno, la materia estrattiva che l’acqua, calda o fredda, dissolve, e dissolve subito, ed è il conduttore dell’aroma; l’altra, il tannino, che resiste di più all’acqua.
  Macinando il caffè, voi lo polverizzate in molecole che trattengono il tannino e sviluppano soltanto l’aroma. Donde segue che lasciare l’acqua bollente, sopra tutto molto tempo, in contatto col caffè è una eresia; e che preparare il caffè coi fondi, è sottoporre lo stomaco e i suoi organi alla concia.
  Il secondo grado di sovreccitazione si ottiene macinando il caffè. Voi sprigionate in una volta l’aroma e il tannino, voi lusingate il gusto e stimolate i plessi che reagiscono sulle mille capsule del cervello.
  Balzac indica, per incidenza, che il caffè preparato con l’infusione fredda ha più virtù del caffè preparato con l’infusione di acqua bollente.
  La terza maniera di trattare il caffè consiste nell’impiego di maggiore o minor quantità di acqua, nella maggiore o minore macinazione. Così, durante un tempo più o meno lungo, una o due settimane al massimo, voi potete sostentarvi con una, poi con due tazze di caffè sminuzzato in abbondanza graduale e infuso nell’acqua bollente.
  Durante una settimana, con l’infusione a freddo, con la macinatura del chicco, con la follatura della polvere e con la diminuzione dell’acqua, acquisterete la medesima dose di forza cerebrale.
  Quando avete aggiunto la più grande triturazione e la minore quantità d’acqua possibile, raddoppiate la dose prendendo due tazze. Certi temperamenti vigorosi arrivano a tre tazze e guadagnano a questo modo qualche giorno ancora.
  Ma Balzac aveva scoperto un altro metodo, ch’egli qualifica crudele e orribile e non consiglia se non agli uomini di un eccessivo vigore.
  Si tratta dell’uso del caffè a digiuno. Il caffè cade nello stomaco; non trovandosi nulla, si attacca alle pareti, diventa una specie di alimento che reclama i suoi succhi; i plessi s’infiammano, e le loro scintille arrivano fino al cervello. «Allora – conclude Balzac – tutto s’agita; le idee si disperdono come i battaglioni della Grande Armata sul terreno di una battaglia e la battaglia ha luogo.
  I ricordi arrivano a passo di carica, colle bandiere al vento; la cavalleria leggeri dei paragoni si dispiega con un magnifico galoppo; l’artiglieria della logica accorre col suo treno; le frasi di spirito giungono in cacciatori; le figure delineano rette, e la carta si copre d’inchiostro».
  Lo scrittore che pensasse di continuare ad assorbire un liquido simile in simili condizioni, sarebbe ben tosto preso da sudori densi, da debolezze nervose, da sonnolenza, e dovrebbe subito ricorrere alle bevande lattiginose, al pollo, e vivere di una vita oziosa o di distrazioni.
  Risulta da queste osservazioni che il miglior modo di usare del caffè è quello che cagiona minori disturbi. Il caffè dà l’ingegno, dicono. Ma, eccitare non significa aumentare; perché, Balzac ha anche detto: «Sebbene i negozi di droghe restino aperti fino a mezzanotte, certi autori non diventano per questo più intelligenti».

  Antonio Fiacchi, Bologna d’una volta. Ricordi di giovinezza narrati dal Sgnèr Pirèin alla so Ergìa, Roma, Tipografia Nazionale di G. Bertero 1892.
  p. 100. Però a j’era anch’allòura di artèsta che seguendo l’esempio del Modena, non lasciavano di mostrarsi liberali, e am’arcord che Aliprandi, il quale recitava colla Antonietta Robotti, una sìra al saltò fora a dir a un personagg’ipocrita:
  – Tu sei un vero Loyola!
  Un applauso entusiastico accolse la felice trovata, ma poi l’attore ebbe delle noie non lievi colle autorità.
  Il repertorio in voga l’era a tinte forti, nazionale ed estero: I Due SergentiMaria la SchiavaLe Due SusanneIl SegretoEra io! La Macchia di SangueUn duello sotto RichelieuPapà Goriot, il vermicellaio di ParigiLa Madre SicilianaLa pazza di ToloneLa figlia dell’avaro, ecc. ecc. […].
  p. 133. La ricerca dei biglietti era sempre grandissima e ben a ragione, perché l’era mei che assistere ad una recita di comici di mestiere.
  A j’era Gibèll, chiamato Giblòn tant’era pingue con el so cavall d’battaglia: La figlia dell’avaro […].


  A.[lessandro] Fiaschi, Meteore teatrali, «L’Unione. Organo del Partito liberale bergamasco», Bergamo, Anno II, N. 36, 13-14 Febbraio 1892, p. 3.

 

  E così è accaduto al signor Giovanni Verga, ottimo romanziere e appunto per questo come Balzac e come Zola, mediocre autor comico. Forsechè la fama Balzac la deve al Mercadet ed alle Ressources de Quinola, e Zola al Bouton de rose e alla Thérèse Raquin?


  Alessandro Fiaschi, Ai cavalieri … del plagio, «La Scena Illustrata», Firenze, Anno XVIII, Numero 7, I° Aprile 1892, [pp. 96-107].
  [p. 106]. È antichissima la storia dei plagi, perché da antichissimo tempo l’infingardaggine, l’empirismo e la poesia entrarono nel bel mondo colle sembianze della operosità e della virtù; essa rimonta fatalmente alle prime società degli uomini.
  Che i geni s’incontrano è una specie di proverbio che si è udito ripetere qualunque volta due spiriti pronti escono contemporanei in un medesimo concetto, o si combinano a significare una sola idea colle medesime espressioni. Ma non sempre queste accidentali combinazioni sono interamente figlie del Caso. […].
  A conferma del nostro asserto ci piace citare le seguenti sentenze di alcuni scrittori antichi e moderni, italiani e stranieri:
  […]
  «Les écrivains n’inventent jamais rien»
                                                                   Balzac.
  […]
  Dateci un intreccio tolto di sana pianta da un romanzo che ben inteso non sia di natura del tutto psicologica, e il dramma è fatto per metà. […].
  Infatti, aveva dello stile, in Italia, il grande Goldoni? Ne aveva lo Scribe, il più grande autor comico del nostro secolo? Sardou c’insegna che fare del teatro non è come fare del romanzo. Nel romanzo, su di una favola semplicissima, si possono scrivere I promessi sposi, Père Goriot, l’Assommoir. Egli, naturalmente, ci potrebbe rispondere che su di un nonnulla Molière ha scritto il Tartuffo, Goldoni il Ventaglio, Scribe, Un bicchier d’acqua. Ne conveniamo, ma sono queste commedie di caratteri e di costumi, non drammi del genere di Odette e di Fedora, ad esempio, in cui il soggetto, l’intreccio e le situazioni drammatiche sono la parte sostanziale del lavoro. […].
  «Plagiario per me – scrive Jarro – al teatro, è chi accenna soltanto una vecchia, sfruttata situazione, e non sa trovare una forma originale, drammatica o poetica, o semplicemente letteraria, che serva ad esplicarla».
  Certamente. E qui ha ragione Sardou di dire: «Voi dite che è facile fare del teatro come io ne fo, è possibile: Fatene!»
  Lo ripetiamo; per saper fare una bella commedia bisogna essere Sardou, vale a dire avere il bernoccolo del teatro. Balzac che era un possente scrittore non ha mai potuto diventare un autore drammatico. E così si dica di Zola. […].
  Quelli che si possono benissimo scusare sono, fatti i debiti confronti, quei fenomenali lavoratori e produttori come Euripide, Lope de Vega, Victor Ugo (sic), Dumas padre, Sue, Soulié, Balzac, Zola, Labiche, Sardou, le cui opere per leggerle tutte occorrerebbe la vita d’un uomo. In così lussureggiante fecondità, come non trovare delle imitazioni servili, delle identità di soggetti, delle somiglianze d’idee, di situazioni, di tipi?


  Guglielmo Gori, Alle gentili lettrici del “Veneto Letterario” (Da una mia conferenza: Storia della donna), «Il Veneto Letterario. Periodico settimanale illustrato di lettere ed arti», Padova, Anno II, N. 16, 24 Aprile 1892, pp. 121-124.

  p. 123. Infine stringendo ora i nodi al pettine, da questa rapida corsa della storia femminina, che conclusioni se ne possono trarre? Applaudire con Balzac e con Michelet all'«enfantement» cioè alla missione unica della donna di far figliuoli fisicamente e moralmente — o aderire all’associazione delle donne di New-Jork che propugna l’emancipazione del sesso debole e vuole intanto il diritto politico? — Lettrici bellissime e buone, credete nell’uno e nell' altro caso abbiamo l’esagerazione. Non combatto certo a prò dell’ignoranza, nè è mio tipo «l’Agnese» di Mo­lière — ma non spingete nemmeno la donna a forzare la pro­pria natura.


  Il Grillo, Salti di Grillo, «L’Unione Liberale. Corriere dell’Umbria», Perugia, Anno XI, N° 161, 19-20 Luglio 1892, p. 2.

 

  Una sentenza di Balzac.


  Una donna che ha riso del proprio marito non può più amarlo, perché un marito deve essere per la propria moglie un essere pieno di forza, di grandezza e di autorità.

  .

  A.[rsène] Houssaye, Una colazione da Balzac, «Il Secolo illustrato della domenica», Milano, Edoardo Sonzogno Editore, Anno IV, N. 126, 21 Febbaio 1892, p. 59.
  Il gran romanziere comparve, appena svegliato, avvolto nella sua famosa veste da camera, coi capelli arruffati, e in pantofole chinesi strinate dal fuoco.
  – Ah! sono contento di vedervi! Faremo colazione. Ma vi avviso che non mi tratto come un frate.
  – Farò come voi. La colazione per me, non è un affare di Stato. Mi è successo più di una volta di non farla nemmeno.
  – Avete ragione di non rimaner troppo a tavola. A Parigi, chiunque mangia seriamente, non arriva a nulla. L’uomo di genio non fa colazione; Napoleone non istava più di dieci minuti a tavola, quando non faceva colazione in piedi.
  Ohimè. Avevo una fame da lupo, quel giorno. Tutto ciò che mi diceva Balzac mi aguzzava maggiormente i denti. Il suo pallido servitore entrò, portando sopra un gran piatto di China sei grappoli d’uva e quattro panetti da un soldo.
  – Benissimo! – disse Balzac. – Voi amate le belle porcellane. Avete buon gusto.
  – Non è vero? Per disgrazia, i miei servitori mi rompono tutto. Guardate, anche adesso ci hanno serviti in piatti sbocconcellati.
  Intanto io dicevo fra me: Ecco la frutta, ma la colazione?
  Balzac mi fece segno di mettermi a tavola. Si collocò quindi pomposamente in faccia a me, dicendomi con l’aria più amabile del mondo:
  – Se siete ghiotto, parlate. Vi manderò a prendere del dindo o una pernice.
  Stavo per dir di sì e accettare la pernice, ma Balzac mi tagliò l’appetito:
  – Un poeta come voi, non deve vivere che dell’aria del tempo … Vedete questi bei bicchieri di Venezia che mi sono stati regalati dalla duchessa di Duras? Vi berrete il miglior vino di Cipro.
  Dicendo queste parole, Balzac mi versò un po’ d’acqua in uno di quei magnifici bicchieri, e dopo ciò mi porse le uve.
  – Un solo grappolo? Avete diritto a tre grappoli, ospite mio.
  Egli rovesciò il contenuto del vassojo di majolica sul mio piatto e non conservò per sé che i tre grappoli minori.
  Ed eccoci allegramente a questa fastosa colazione.
  – Non è vero che il mio vino di Cipro è buono? Mi è stato regalato da un pronipote di un doge Contarini. – Vedrete! Quando sarete celebre, i vostri lettori vi manderanno i migliori vini. Io ho del Johannisberg, del vino di Champagne, del vino di Malaga, ho tutti i vini tranne quello ordinario. Si comprende! Mi danno vini famosi, e non ho di che comprare i vini comuni …
  – Signor di Balzac, non dubito che il vostro vino di Cipro non sia delizioso, ma noi non ne abbiamo ancora bevuto?
  – Maledetta la mia distrazione! – sclamò Balzac alzandosi e andando da sé alla credenza – da dieci minuti ero convinto che bevevamo del vino di Cipro.
  Le illusioni di Balzac erano tali che egli aveva veramente creduto che noi bevessimo del vino di Cipro, mentre nei nostri bicchieri non si trovava che acqua della Senna.
  Non trovò il vino di Cipro, ma trovò una bottiglia dal lungo collo, contenente quattro bicchieri di vino del Reno, che bevemmo con gran raccoglimento.
  Balzac, vedendomi rompere il mio secondo panetto:
  – Aspettate – mi disse – non abbiamo finito. Abbiamo ancora il thè ed il caffè.
  Gli dissi che non avevo l’abitudine di mangiare il pane col thè, e molto meno col caffè.
  – Sì – mi rispose – va bene. Ma io innaffio il mio thè e il mio caffè con un deliziosissimo latte che gusterete e di cui mi darete notizie. Una gran dama che ha un castello in Normandia, fa arrivare in casa mia tutte le mattine una bottiglia suggellata con le sue cifre, che racchiude tutto l’aroma delle sue praterie. La vacca Io, non ha mai dato latte più saporito …
  – È naturalissimo! Non siete forse un semidio dell’Olimpo?
  – Sì, un dio della favola, ma ho rinunziato da un pezzo alle gloriole della penna. Vedete, mio giovane amico, quaggiù non c’è che il denaro. Con tutto il mio genio, non fo ancora gran figura nel mondo; ma quando sarò ricchissimo potrò finalmente trionfare degli imbecilli.
  – E perché no, se trionfate anche degli uomini di spirito?
  – Non vi pare irritante il non avere neppure un soldo? Figuratevi! Ho pranzato ieri dalla signora De Girardin, e ho speso il mio pezzo da venti franchi, per prendere una vettura e per comperare dei guanti. Ho incontrato poi un amico, e un povero, dimodochè a mezzanotte, tornando a casa, non avevo un centesimo in tasca.
  Portarono allora il thè ed il caffè. Balzac mi versò del caffè e mi porse il vasetto del famoso latte suggellato con le armi della gran dama. Trovai dunque l’occasione di mangiare il mio secondo panetto. Il gran romanziere non si contentò di metter del latte nel suo caffè: vi mise anche del thè.
  Ed io finii per imitarlo, perché tutto era buono per saziare la mia fame.
  Ma Balzac volle nutrire il mio spirito; e m’insegnò l’arte di essere un gran romanziere, dicendomi:
  – Vedete, mio caro amico bisogna cominciare coll’avere ventiquattromila lire di rendita – era una cifra seria a quel tempo! – correre il mondo ove ci si diverte, comprarsi un cavallo da sella, prender passione al giuoco dell’amore, fra due donne: farsi cercatore d’oro con la tenacità di un avaro e gettar gli scudi e i luigi dalla finestra con la prodigalità di un figlio di famiglia; frugar Parigi la notte con la gente di mala fama; avere il miglior posto e il miglior binocolo a teatro; non dimenticare le quinte fra un atto e l’altro; veder la morte davvicino, sia alla guerra, sia al duello; non parlar mai invano, e porre dappertutto dei punti d’interrogazione. Parlare equivale a perdere il tempo inutilmente; ascoltare, è studiare.
  Non c’è al mondo un ignorante dal quale non impariate qualche cosa. Ogni uomo, vi mostra l’uomo se sapete guardare entro di lui.
  Così mi parlò Balzac. Io lo guardavo e lo ascoltavo con un po’ di scetticismo, ammirando però la lezione.
  – Va bene – gli dissi – ma se fo tutto quello che mi dite, non mi resterà il tempo di scrivere.
  Eppoi la vostra teoria non è alla portata di tutti. Non dubito che un uomo di spirito non diventi un gran romanziere se vi ascolta alla lettera; ma se ha ventiquattromila lire di rendita, non scriverà; si contenterà dei suoi romanzi in azione: ed avrà forse ragione perché quelli sono tuttora i migliori.
  Balzac sorrideva con amarezza.
  – Credo, ripresi, che non ci sia scuola, nemmen la vostra, per far dei romanzi; voi non avete, m’imagino ventiquattromila lire di rendita; voi non avete corso tutte le avventure che raccomandate. Vedete, mio caro gran romanziere, non vi sono che i mestieri che s’imparano; l’arte non si apprende. Avete ragione di studiare gli uomini: è il dovere di chiunque tiene in mano la penna. Ed anche quando ci si chiama Balzac, si studia l’universo e l’infinito nel proprio cuore: ogni uomo di genio è un esemplare del libro di Dio: vi è tutto in lui!
  – Ebbene, sclamò Balzac – facciamo un brindisi a Dio, il primo romanziere del mondo!
  E ci lasciammo col cuore leggiero, e con lo stomaco più leggero del cuore.


  Giulio Huret, Un’ora in casa di Emilio Zola, «Scena Illustrata. Letteratura, Arte, Sport», Firenze, Anno XXVIII, Numero 16, 15 Agosto 1892, pp. 5-7.

  p. 5. Balzac ha avuto una frase molto felice che si adat­ta perfettamente al caso mio: «Quando un uo­mo arriva, rea­lizza sempre il lusso che sogna­va nella sua gio­ventù». Or bene, quando io aveva quindici anni, il medio evo di Hu­go mi entusia­smava, mi riem­piva completamente.


  R. L., Da Parigi. Tout Paris – Honoré de Balzac, «Spes. Giornale Letterario Settimanale», Altamura, Anno I, Num. 7, 14 Febbraio 1892, p. 4.

  […] Parlando col signor Herbert mi disse: Sa­pete, signore, si daranno dei concerti ed il danaro anderà alla cassa per il monumento a Balzac ed io ora di questo romanziere voglio parlarvi ed eccovi la mia corrispondenza let­teraria.

  In Parigi, come in tutta la Francia, da mol­to tempo si riuniscono sottoscrizioni per il det­to monumento, ma la grande nazione ha altri pensieri, si preoccupa dell’armeggio dei parti­ti, si esalta del connubio franco-russo, ricor­da dolorosamente il 1870 e pensa amorevol­mente a Strasburgo, e desidera ad ogni costo rivendicarla. Ed ecco come non può pensare ad un monumento del tutto letterario. Non sa essere grata con un suo artista, non sa ren­dere onore ad un suo filosofo, ma sa invece trascendere ad atti di cavalleria rusticana nel palais Bourbon.

  Non tratteggerò la biografia critica di Bal­zac compito molto difficile per me; abbisognan­do immaginazione viva, forza creativa, più stu­dio profondo di psicologia, perché la sua vita fu un contrasto di accese passioni, di febbrili lotte per l’esistenza. Bourget, il poeta sentimentale, l’amico vero degli italiani, ha scritto su Balzac, ma nel più bello ha lasciato i suoi scritti. Per altro io dirò quel poco che so.

  Balzac, borghese di nascita scrisse il roman­zo democratico e fu meraviglioso quando ritrattò dei tipi del quartier latin, che va dall’Ecole de Medicine (sic) a Bully, quartiere dei giovani studenti, delle ragazze facili, dei rigat­tieri, delle maestrine e di tutta la canaglia vigliacca che accomoda il suo capo alla Lousette de Monsieur de Paris.

  Scrisse pure il romanzo aristocratico ed ebbe il genio di fonderli insieme e si adattò benissimo alla vita elegante degli alti boulevards; gustò tutte le sensibili finezze; scoprì tutte le ofane galanterie; capì tutto (sic) i frivoli pregiudizi e ne pubblicò gli stravaganti errori.

  Col suo ingegno sagace. col suo spirito le­pido fece la notomia dell’uomo nelle sue più intime passioni e fu così il capo stipite della scuola del naturalismo.

  Egli nella vita parigina, viva, animata, feb­brile. ardente, indiavolata, ebbe l’agio di stare da vicino con tutte le classi sociali e di studiare i suoi pregi, i suoi difetti, le sue ricchezze, le sue miserie.

  Nella Phisiologie (sic) du Mariage descrive le passioni, i costumi, i sentimenti. i pregiudizii.

  Nella sua Comédie humaine unisce scene della vita privata a scene della vita campestre, militare ed è sublime per le gradazioni delle passioni e riesce sentimentale quando descrive i sentimenti dell’animo. Partecipò, ripeto, a tutto l’accanimento briaco della vita di Parigi ed il tedio, alcune volte, e la vertigine disperata, spesso vincendo la forte libra, rendevano per poco assiderato il suo cervello. A ciò aggiungasi tutto lo sfogo da­to alle passioni più sensuali, alle emozioni vi­ve delle bische, ai velenosi aperitifs (sic) e questi risvegliavano il suo cervello assiderato, lo esaltavano anzi, ma struggevano quella fibra piena di vita, di salute. Lavorò e studiò assai e la penna per lui fu una croce.

  ……. È morto da moltissimi anni ed i fran­cesi non hanno ancora onorato il loro gran romanziere.

  È strano!! Il popolo di Parigi si entusiasmò, delirò per il brave général Boulanger ed ora sta zitto e trascina con lentezza le sot­toscrizioni per il momento a Balzac. Gitta parecchie, ma parecchie centinaia di migliaia a le primtemps (sic) con lo sfoggio dei landau or­nati [di] mimose, di viole e ne spende altre per la battaglia dei vivaci mazzi di fiori ed ora non ha quattrini da dare alla commissione per il monumento.

  È strano!! I parigini che sciupano immancabilmente danaro sull’ippodromo di Longchamps — dove si corre il grand prix — scommettendo ingenti somme contro i bookmakers ed ora sperano che con i concerti si possa riparare al torto. Per riparare a questo torto, i cittadini della terza repubblica dovrebbero con sollecitudine riunire le sottoscrizioni ed onorare il loro naturalista-poeta.

  Del resto come tutti i grandi uomini, Honoré de Balzac da sé col suo studio, col suo ingegno, col suo spirito si è elevato un mo­numento, superiore in pregio, alla statua di bronzo che si erigerà nella Place de Palais Royal.


  Salvadore Landi, Tipografia. I. Guida per chi stampa e fa stampare. Compositori e correttori revisori, autori ed editori, Milano, Ulrico Hoepli Editore Libraio della Real Casa, 1892 («Manuali Hoepli»).

 

Delle correzioni in generale, pp. 16-20.

 

  p. 17. Potremmo nominare parecchi egregi scrittori italiani viventi, che, quanto alle eccessive correzioni e alle ripetute emende e aggiunte, sono il tormento e lo spauracchio dei compositori tipografici e la disperazione dei proprietarii. Ad esempio, il celebre romanziere Balzac, a furia di correggere le bozze di stampa e di obbligare lo stampatore a ricomporre più e più volte il suo originale, finì col far fallire l’editore.



  Augusto Lenzoni, Povero amore! [Continuazione e fine], «Gazzetta Letteraria», Torino, L. Roux e C., Anno XVI, N. 36, 3 Settembre 1892, pp. 282-284.

 

  p. 282. Aveva [Giorgio Corradi] una ripugnanza istintiva pel matrimonio, e uno dei pochi libri che aveva letto sul serio e con attenzione era la Phisiologie (sic) du mariage del Balzac.



  Augusto Lenzoni, Enrico Panzacchi, in I Poeti bolognesi. Carducci – Panzacchi – Stecchetti. Profili e note di Augusto Lenzoni (Hespertus), Bologna, Libreria Fratelli Treves di Pietro Virano, 1892, pp. 11-47.

  p. 45. La poesia del Panzacchi ha la virtù di incatenare la mente del lettore e di trasportarla molto in alto. Gli è, insomma, un sognare ad occhi aperti: «c’est – direbbe Balzac – fumer des cigarettes enchantées».[5]

  Cesare Lombroso, Rodolfo Laschi, Le Crime politique et les révolutions par rapport au droit, à l’anthropologie criminelle et à la science du gouvernement. Traduit par A. Bouchard, Paris, Alcan, 1892.
  Si tratta della traduzione francese dello studio pubblicato, in lingua italiana, nel 1890.

  Paolo Mantegazza, Le armonie del pensiero, in L’Arte di prender Moglie di Paolo Mantegazza, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1892, pp. 125-137.
  pp. 125-127. Dobbiamo sposare una donna sciocca, una donna intelligente o una letterata?
  Se a questa domanda si dovesse rispondere per plebiscito, si avrebbe probabilmente su cento risposte il seguente verdetto:
  Per la donna sciocca: voti 10.
  Per la donna letterata: voti 0.
  Per la donna intelligente (cioè di intelligenza normale): voti 90. […].
  I novanta, che non hanno dato il voto alla donna letterata, vogliono che si sappia, che amano la coltura anche nella donna, ma che detestano la pedanteria e per nulla al mondo vorrebbero per moglie un bas-bleu; tanto meno poi una chaussette bleue, varietà della prima battezzata dal Balzac.

  Prof. Dr. Giuseppe Marina, Il libro sulla Germania di Tacito. Introduzione, in Romania e Germania ovvero Il Mondo germanico secondo le relazioni di Tacito e nei suoi vari caratteri, rapporti e influenza sul Mondo romano. Studio del Prof. Dr. Giuseppe Marina, Trieste, Libreria F. H. Schimpff, Editrice, 1892, pp. 3-20. 1896.
  pp. 6-7. Il Balzac chiamò Tacito in qualche luogo «l’antico originale delle astuzie moderne»: infatti sarebbe difficile il trovar qualche cosa di nuovo in materia di astuzia e perfidia dopo quei grandi maestri, ch’egli espose alla maledizione dei secoli. Ma quegli odiosi modelli non furono di sua creazione; quando egli ci porge davanti agli occhi qua l’accusatore svergognato e crudele, che stende pubblicamente la mano sulla vittima, là il delatore clandestino, che fa capo alla crudeltà del principe, e altrove il vile agente, che provoca le cospirazioni per denunciarle – noi sentiamo che quei personaggi sono reali, che quelle figure sono d’uomini vissuti, e che l’artista seppe sorprendere la natura sul fatto.

  Ernesto Masi, Vita italiana in un novelliere del Cinquecento, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Quarantunesimo della Raccolta, Volume CXXV, Fascicolo XIX, 1 Ottobre 1892, pp. 432-461.
  p. 456. Ma non si può, a mio credere, esigere analisi psicologiche molto profonde da chi dipinge in un novelliere un popolo e un’età intiera; non si può esigerle dalla novella, componimento breve, che per lo più si suppone raccontato a viva voce e ascoltato, massime nel novelliere del Bandello, da gente, che per uno spasso di corta durata interrompe l’azione ordinaria della sua vita. Quello che il Bandello perde in intensità riguadagna, parmi, nell’ampiezza della rappresentazione, e d’altra parte un Richardson, un Dickens, un Balzac, un Zola, un Dostojevski in pieno Cinquecento italiano sarebbero davvero un fenomeno inesplicabile.


  Miss e Brandon, Appendice del Corriere delle Puglie (23). “Gli Avvoltoi” (dall’inglese), «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno VI, N. 318, 18 Novembre 1892, p. 2. 

  Una volta sola avea letto un romanzo che lo aveva colpito e fatto pensare ed era d’un francese, d’un certo Balzac, la franchezza, dire, l’ardire dell’autore, lo aveva sedotto, era rimasto meravigliato dalla triste schiettezza e da quello spirito d’osservazione che scendeva proprio negli intimi ipogei del vizio umano.

  Questo è uomo che conosce gli altri uomini, diceva Filippo, dice ciò che sa, ciò che vede, brutalmente, senza ipocrisie, sema mezzi termini. Il convenzionale gli ripugna, non riveste i propri personaggi di bugiardi orpelli, li mostra quali sono e non c’è caso, considerandoli di sentirsi sdilinquire sulla loro lealtà, delicatezza e generosità. Maco male, questo francese è uno che la sa lunga.

  Ora peraltro Sheldon non leggeva più neppure Balzac, ma solo dei giornali, ed anche dei giornali solamente gli articoli che potevamo avere influenza sui fondi pubblici. Non c’è nulla al mondo di più assorbente della passiono d’arricchirsi.

 

  Miss e Brandon, Appendice del Corriere delle Puglie (35). “Gli Avvoltoi” (dall’inglese), «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno VI, N. 353, 23 Dicembre 1892, p. 2.

 

Capitolo VIII.

Carlotta predice che pioverà.

 

  Valentino non aveva ragione d’andare alla Pelouse prima di partire, ma siccome i grandiosi viali de’ giardini di Kensington appartengono a tutti era padronissimo d’andarvi a passeggiare. Perciò prese un volume di Balzac e passò l’ultima mattina che egli restava in città sotto l’ombra de’ begli olmi; mentre leggeva, le foglie secche d’autunno cadevano intorno a lui sull’erba in cadenza ritmica e i bambini correvano sulla ghiaia de’ viali con i loro cerchi, e con le palle, facendo un allegro baccano, Haukehurst non era molto assorbito dalla lettura, aveva aperto a caso un libro nascosto, con degli altri d’edizione economiche; infondo ad un poeta mantelli in mezzo a scarpe, spazzole, pettini e rasoi fuori d’uso.

  — Sono maledettamente stufo di questi personaggi diceva fra sè, dei Beauséant, di Rastignac, degli ebri tedeschi, delle bellezze patrizie, come pure delle Circi isdraelite di via Taitbout e de’ languidi angeli inviati, espressamente dalla provvidenza con lo scopo di sacrificarsi. Io domando e dico se questo autore ha mai conosciuto una donna uguale a Carlotta, una creatura splendida fatta di sorriso e di luce, con un carattere espansivo e tenero, angelica senza essere malata di petto, l’amabilità della quale non degenera in tisi. In tutti i romanzi di Balzac si sente un odor di spedale. Non lo credo capace descrivere un temperamento, fresco e sano. Chi sa quanti malanni avrebbe egli appioppato a Lucia Ahston, o ad Amv Robsart. No, amico Balzac, voi siete il pittore più grande e terribile, ma c’è un momento in cui l’uomo aspira a qualche cosa di superiore alle miserie umane.

  Così dicendo mise il libro in tasca e s’abbandonò tutto alle proprie meditazioni.


  Pompeo Molmenti, Venezia nell’arte e nella letteratura francese, in Studi e ricerche di storia e d’arte, Torino-Roma, L. Roux e C. – Editori, 1892, pp. 137-230.
  p. 175. Cfr. 1888.

  Giulio Monti, Il dolore nelle opere dei grandi poeti della fede: Klopstock, Schiller, Lamartine, Tennyson, Elisabetta Browning e Cora Fabbri, in La Poesia del dolore, Modena, E. Sarasino Libraio-Editore, 1892, pp. 285-341.
  p. 329. La descrizione che Elisabetta Browning fa, in alcune pagine di questo poema [Aurora Leigh], della vita moderna non cede alle più belle pagine di Onorato Balzac. Se non che il Balzac è un anatomista dalla prima all’ultima pagina; ascolta la vita per contarne con esattezza le pulsazioni; lavora sul corpo umano, osserva Emilio Zola, senza pietà per queste carni palpitanti, per queste scosse nervose dei muscoli, per questo scricchiolamento di tutta la macchina; constata ed espone come un professore di clinica che descrive una malattia rara. Più tardi, forse, grazie a queste osservazioni precise, si troverà la guarigione; ma egli resta nell’analisi pura. La Browning non sa resistere a lungo allo spettacolo dei mali umani; e, dopo avere ascoltato il malato, passa a parlare dei rimedî, lieta della salute che spera di poter rendere a quel corpo moribondo.


  Angelo Mosso, La Fatica. Quinta edizione riveduta dall’autore, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1892.

 

CAPITOLO UNDECIMO.

I metodi del lavoro intellettuale.

 

  p. 329. Balzac Onorato, il celebre romanziere, che ebbe una tale fecondità, da non essere paragonabile che alla maravigliosa vivacità della sua fantasia, produsse tanti libri, che non si crederebbe essergli potuto avanzare il tempo per correggerli tutti.

  Pure c’è qualche cosa in lui che fa stupire più della sua facilità ed è appunto la faticosa ed improba difficoltà del suo modo di lavorare. Ecco come egli componeva i suoi libri: meditava a lungo il suo argomento, poi ne buttava giù un abbozzo informe in poche pagine. Quest’abbozzo mandava alla stamperia; di là gli rimandavano in larghi fogli le prime bozze di stampa. Egli riempiva queste bozze di aggiunte e di correzioni per tutti i versi, cosicchè tali correzioni parevano un fuoco d’artificio venuto fuori da quel primo suo getto. Si rifacevano le bozze, e già nelle seconde era scomparso tutto il testo delle prime: egli lo rimaneggiava ancora, lo modificava, lo mutava instancabilmente e profondamente. Alcuni romanzi furono tirati sulla dodicesima prova di stampa, altri toccarono la ventesima. I compositori si disperavano quando avevano che fare con un suo manoscritto; gli editori si rifiutavano di sopportare le spese delle sue giunte e correzioni.


  Enrico Nencioni, La letteratura mistica. Conferenza di Enrico Nencioni, in AA.VV., La Vita italiana del Trecento. Conferenze tenute a Firenze da R. Bonfadini, F. Bertolini, A. Franchetti, M. Tabarrini, E. Masi, P. Rajna, I. Del Lungo. E. Nencioni, A. Bartoli, A. Graf, D. Martelli, P. G. Molmenti, C. Boito. Con 13 profili di V. Corcos, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1892, pp. 321-367. 1895.
  p. 361. Il misticismo nell’amore non fu ucciso neppure dal realismo pagano del Rinascimento – neppure dalla scienza moderna. Anche nel secolo nostro, ha avuto insigni rappresentanti in insigni poeti e romanzieri: mi basti ricordare Novalis e Gian-Paolo il Liebesfrühling di Rückert, lo Shelley e il Rossetti, e la scena finale di Aurora Leigh. Lo ritroviamo anche, con una certa maraviglia, dove meno si supponeva trovarlo – in Balzac, in Tolstoi, in Roberto Browning. La Séraphîta di Balzac è una creazione mistica, e altamente poetica nel suo candore di neve immacolata.

  Enrico Nencioni, Nel primo centenario di Percy Bisshe Shelley (4 agosto 1792-1892), «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Quarantunesimo della Raccolta, Volume CXXIV, Fascicolo XV, 1 Agosto 1892, pp. 412-425.
  p. 417. Sarebbe uno studio interessante e curioso quello dei diversi caratteri, dei diversi tipi di donne, ammiratrici e devote dei grandi scrittori, o amate da loro. Potrebbe per prima cosa affermarsi, come regola generale e che soffre poche eccezioni, che le donne amate da poeti e uomini di mondo, come Byron, Foscolo, Musset, Enrico Heine, eran belle – quelle cantate da poeti idealisti e letterati di professione, eran brutte: le Rousseauiane, rêveuses ed eroiche ad un tempo – le devote di Chateaubriand, incerte tra l’alcova e la sagrestia – le Foscoliane, sentimentalmente sensuali – le Heiniane, tenere e birichine – le Balzacchiane, tutte di una certa età, dai languidi e dolorosi tormenti – le Zoliane, sboccate e ciniche, ma sincere … […].
  p. 423. Francesco Cenci è una terribile figura alla Webster, ritratta con pochi e grandi tocchi. È l’ideale del genio satanico, il trascendentalismo nell’empietà e nella mostruosità: è un ammirabile studio sintetico del male in un’anima umana; come quello di Guido Franceschini, nel gran poema di Browning, è uno stupendo studio analitico. I Cenci dello Shelley è una creazione idealistica; quello di Browning è un ritratto realistico – ma del grande e spirituale realismo dei Balzac, dei Browning, dei George Eliot, e dei Tolstoi; che è cosa ben differente dal crudo e facile realismo di certi poeti e romanzieri contemporanei …

  Enrico Nencioni, Lord Tennyson, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Quarantunesimo della Raccolta, Volume CXXV, Fascicolo XIX, 1 Ottobre 1892, pp. 613-631.
  p. 617. Questo poema [La Principessa] tutto visioni sfolgoranti di orientale bellezza fu scritto da Tennyson tra le nebbie di Londra, tra il sudicio fumo di Lincoln’s Hill. […] Tennyson evocò visioni di celeste bellezza dalle tenebre di Lincoln’s Hill – Gian Paolo scrisse i suoi primi romanzi in una povera stanza dove le donne stiravano e i bambini piangevano – Hoffmann scrisse il Vaso d’oro, capolavoro ammirato da Balzac e tradotto da Carlyle, in una soffitta di Dresda, alla vigilia della battaglia di Lipsia, tra il rombo dei cannoni degli Alleati – Burns cantò i suoi ultimi tre canti immortali, con la morte e i creditori alla porta …

  Enrico Nencioni, Nuovi romanzi, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Quarantaduesimo della Raccolta, Volume CXXVI, Fascicolo XXIV, 16 Dicembre 1892, pp. 613-630.
  p. 615. Nei romanzi del secolo scorso, l’amore non è che galanteria. […].
  Con Volupté di Sainte-Beuve e col Lys dans la vallée di Balzac, si cominciò a decorare e raffinare il sensualismo, consacrandolo, in certo modo, col linguaggio dell’ascetismo – qualche cosa fra l’alcova e la sagrestia … In questo genere equivoco, scrisse più assai che non si crede, anche il grande Balzac. Ma la donna del Balzac e del Sainte-Beuve ha un’anima, e ne ha coscienza e lotta e agisce liberamente. Il romanzo modernissimo ne ha fatta invece un bell’animale dipendente dall’atavismo e dall’ambiente, che si agita in un cerchio fatale ed insuperabile: ha tagliato col suo coltello anatomico tutte le fibre che non dipendono, o non hanno qualche legame indiretto con l’apparecchio generatore, e ha fatto delle relazioni sessuali la ragione ultima della vita. […].
  p. 625. Il De Roberto è un romanziere analitico che ha qualche affinità col Capuana. […].
  L’Illusione (edizione Galli, Milano) è un lungo (sic) étude de femme, come chiamava Balzac queste analisi del cuore di donna.

  Nex, La “curée” scolastica di Napoli. I risultati di una inchiesta ufficiale, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXVI, N. 77, 17-18 Marzo 1892, p. 1.
  Accadono nell’Italia meridionale, non di rado, cose che se non fossero vere, sembrerebbero assurde. […].
  Da parecchi anni si lamentava da tutti il pessimo andamento delle scuole. […].
  Vorrei avere la penna di Balzac per fare un profilo del direttore sezionale, che non insegna, non controlla e che ha una forte posizione solo perché fa credere di essere un grande dottore.


  D.[omenico] O.[liva?], Note letterarie. […] Carlo Del Balzo – Dottori in medicina […], «Corriere della Sera», Milano, Anno XVII, Num. 149, 31 Maggio-1 Giugno 1892, pp. 1-2.

  Chi non sognava qualche anno fa di scrivere i suoi Rougon Macquart? I sogni epici del Balzac e di Emilio Zola facevano fremere d’a­more glorioso tutte le fibre dei giovani scrit­tori. Ma l’epopea non ha più fortuna, oggi, nemmeno in prosa: l’osservazione artistica s’è fatta più minuta e più particolareggiata: donde l’abbondanza dei lavori frammentari ed episo­dici, i quali, del resto, rispondono a quella di­sposizione analitica che pare ed è la vera ca­ratteristica dell'attuale psicologia letteraria.

  Ho parlato del Balzac. Costui certamente il Del Balzo ha scelto a maestro: la selva di crea­ture vive che mormora e talvolta urla nelle dense pagine della Commedia Umana, carezzata o scossa dal genio colossale che ha costruito la più grande architettura letteraria di questo secolo, ha attirato l’ingegno positivo e lucido del nostro giovane scrittore.


  Enrico Panzacchi, Le Accademie e l’Arte in Italia, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Quarantunesimo della Raccolta, Volume CXXIV, Fascicolo XIV, 16 Luglio 1892, pp. 227-240.
  p. 239. Voglio però notare un fatto. La Francia poderosamente accademica in arte, non lo è stata e certo non lo è in letteratura. Lo seppero, in tempi vicini, Balzac e Floubert (sic), lo sa ora Emilio Zola quello che avvicini e quello che allontani uno scrittore da uno scanno dell’Istituto, a ogni modo sempre desideratissimo. Ma intanto la Francia ha un’arte e una letteratura di cui tutti sentiamo potente la genialità e che ogni nazione le invidia anche quando non si ha il coraggio di dirlo apertamente. Anche qui dunque la storia potrebbe far scaturire una curiosa e inaspettata moralità.

  Enrico Panzacchi, Ernesto Renan (Ricordi personali), «La Scena Illustrata», Firenze, Anno XVIII, Numero 23, I° Dicembre 1892, [p. 318].
  Allora quella figura tozza e corpulenta mi fece solo pensare a Onorato Balzac, a Giulio Janin e a parecchi altri dei più spirituali scrittori, che per questo avevano dato materia a un brioso articolo di Teofilo Gautier.

  Angelo Pesce, O amore! amore!, «Fortunio. Cronaca illustrata della settimana», Napoli, Anno V, N. 23, 4 giugno 1892, p. 2.
  No, Mercedes, non siete giusta quando dite che io non sono capace di amare, solo perché dico che non voglio sposarmi. Né crediate già che il mio aborrimento abbia una ragione nella paura. Sviscerato ammiratore della Phisiologie (sic) du mariage, non ho mai sentito le suggestioni del Balzac. Avete dunque torto marcio, quando attribuite il mio sentimento alla sapienza della vita.

  Caterina Pigorini-Beri, In Calabria, Torino, Arnoldo Forni, 1892; Seconda Edizione, Torino, Francesco Casanova, Editore, 1892.
  p. 182, nota (*). Cfr. 1883.

  Saverio Procida, Il dilemma imperioso(*), «Fortunio. Cronaca illustrata della settimana», Napoli, Anno V, N. 9, 25 febbraio 1892, p. 1.
  (*) A proposito del Giovanni Episcopo [G. D’Annunzio]. Napoli, Luigi Pierro Edit., 1892.
  Chi oggi volesse delineare a larghi tratti i fasti e i nefasti del romanzo d’osservazione e nel grande albero volesse scernere e additare i rami imperiosi e fieri che da essi si svilupparono, si troverebbe in una perplessità non scevra di giustificazioni notevoli. Una notizia seria, chiara, precisa della produzione romanzesca di questo secolo non sarebbe sufficiente per una determinazione assoluta e rigorosa.
  La critica, nel nostro secolo, ha tenuto un metodo, a questo proposito, or fluttuante ed or risoluto, sì che certe distinzioni necessarie per istabilire le vie diverse tenute dal romanzo d’osservazione debbono spesso considerarsi come il prodotto d’un criterio tutto personale.
  Nondimeno, si può, senza la pretenziosa smania di volere chiudere nel cerchio di teoriche rigide la mobile e rigogliosa produzione romantica moderna, notare come dal ceppo nobilissimo del romanzo analitico sian venuti su il romanzo di carattere, quello di costumi, quello d’analisi psicologica propriamente detto. Con lo Stendhal il romanzo d’osservazione ha uno sviluppo potente e singolare; in lui soverchia la passione per il carattere, che si elevi netto, forte, nell’intensità del tipo prediletto e riprodotto magistralmente. La sua analisi è tutta rivolta allo studio della figura, del personaggio, che campeggia in tutta l’opera e s’impone alla vostra fantasia con la superba tirannia d’un uomo superiore. Ricordate Julien Sorel? E ora, dopo Stendhal, pensate, se vi riesce, a Gustavo Flaubert. Il passaggio è troppo brusco, lo so; quel microcosmo vario, triste, borghese, che era il martirio e l’acre voluttà di quell’originalissimo ingegno, quella implacabile e acuta investigazione d’una classe, d’una collettività, d’un ambiente son, dunque, l’effetto d’un medesimo scopo, la mèta d’un istesso punto di partenza? Dunque, Rouge et Noir, l’Éducation sentimentale, Madame Bovary son sgorgati dalla stessa polla, per poi divergere in due rivi opposti, da cui tanti imitatori hanno attinto l’acqua lustrale per il loro battesimo romantico? Proprio così. Gli è che l’ensemble des phénomènes, come osserva acutamente Paolo Bourget, physiques et moraux qui constituent l’homme est à ce point touffu et confus, mouvant et changeant, que l’observateur doit, qu’il le veuille ou non, choisir parmi eux, et c’est de ce choix que dépend la direction finale de son œuvre.

***
  In tal modo, tra il romanzo di carattere e quello di costumi, è sorto il romanzo di psicologia pura, che ha studiato ogni più lieve fenomeno della passione, che ha messo il cuore d’un uomo o di una donna su d’una tavola anatomica, e con una crudeltà mesta e pacata, nel medesimo tempo, ne ha disvelato le contradizioni, le lotte, i disgusti, le mutevoli vicende, infine, di bontà e di tristizia, di ferocia e di amore. Io non so se, in un tal genere si sia scritto qualcosa di più bello, di più tetro, di più tenero dell’Adolphe di Benjamin Constant.
  Queste mi sembrano le tre grandi ramificazioni del romanzo d’osservazione. Il Balzac, con la sua possanza geniale, con la sua grandiosa facoltà di tentare l’uno e l’altro metodo e di creare masse e uomini, tipi e ambienti, fissando nell’opera sua caleidoscopica i vari aspetti della Società e della personificazione umana, il Balzac istesso, dunque, non è uscito da quelle determinazioni, ma ha scorazzato in tutt’i campi insieme, con la balda e bella sicurtà del genio invasore.

  G.[erolamo] Rovetta, Decadenza, «don Chisciotte della Mancia», Roma, Anno VI, N. 83, 24 Marzo 1892, pp. 1-2.
  p. 2. … Decadenza s’intitola il nuovo romanzo di Luigi Gualdo. Egli stesso me lo ha raccontato, colla sua parola lenta, insinuante, morbida che nel narrare non perde nessuna delle flessuosità dello stile. Me lo ha raccontato in una mezz’ora e tutto il romanzo mi si riaffaccia alla mente vivo, interessante, palpitante di verità, con un fascino irresistibile di malinconia, di fatalità, di scontento. Vorrei dire che meglio di un romanzo, il libro del Gualdo è un documento umano se non si fosse troppo abusato di questa efficace definizione. È una pagina di vita vissuta, strappata al libro triste e vario della vita moderna. È il libro che scriverebbe Balzac, se Balzac fosse vivo oggi.

  Gerolamo Rovetta, Il primo amore. Romanzo (Fine), «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Trentottesimo della Raccolta, Volume CXXII, Fascicolo VIII, 16 Aprile 1892, pp. 672-686.
  p. 684. In quei giorni, una spiritosaggine era stata messa in giro: una delle solite spiritosaggini che si inventano in fine di stagione, quando la gente, dopo aver passato mattina e sera sempre insieme, sempre gli stessi, tutto il giorno, non ha più altro da dirsi!
  Siccome nessuno aveva mai scoperto né un amore, né una amante a Guido Palfi, così avevano inventata una certa … avventura che gli era capitata fra i selvaggi dell’Aymaras, e che il Balzac con tutto il suo spirito e il suo talento, avrebbe appena resa possibile per i Contes drolatiques.

  Gerolamo Rovetta, Il Primo Amante. Romanzo di Gerolamo Rovetta. Seconda edizione, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1892.

  Parte quarta. Guido Palfi.
  Cfr. scheda precedente.

  Francesco de Sanctis, Studio sopra Emilio Zola, in Nuovi saggi critici, Napoli, Morano, 18925 .
  Cfr. edizioni precedenti.

  Sar., I promessi sposi, «L’Indipendente», Trieste, Anno XVI, N. 5315, 18 Febbraio 1892, p. 3.
  Oggi sulla vecchia trama dei promessi sposi si mette a lavorare quel romanziere dall’insuperabile immaginazione che è il destino. Riuscirà; non riuscirà il romanzo? Non lo sappiamo per ora: la prima parte che si è svolta diggià in appendice di quel giornale straordinario che chiamasi la storia contemporanea, ha saputo interessarci, ci è parsa dramatica, abilmente intrecciata di sorrisi e di lagrime, finchè queste non soverchiarono quelli in un seguito di pagine dolorose. […].
  Ma il destino non volle lasciare a lungo i suoi ammiratori sotto un’impressione così dolorosa. Imaginò un giornalista dei più scettici, blaguer quanto blasé, che in un momento d’ozio annunciasse al mondo stupito che la gentile poetessa aveva trovato anch’essa un consolatore e che già era corsa promessa di matrimonio con un principe di Cantacuzeno.
  Un doppio matrimonio! Decisamente era troppo borghese! Il romanzo precipitava da Feuillet a Balzac. A farne una comedia sarebbe finita tra i fischi. Ma il destino non volle così e fece smentire da un altro giornalista il matrimonio della derelitta di Roma. Le anime sensibili diedero un sospiro di sollievo.


  Sar., Drama e comedia, «L’Indipendente», Trieste, Anno XVI, N. 5451, 5 Luglio 1892, p. 1.

  Due madri [di Carmen Sylva]: titolo da commedia sentimentale, applicato a un ca­pitolo di borghesia, firmabile da Balzac.


  G. M. Scalinger, Divagando, «Fortunio. Cronaca illustrata della settimana», Napoli, Anno V, N. 46, 11 Novembre 1892, pp. 1-2.
  p. 1. Avete letto in Terre promise quanta è profonda e viva la pietà dell’analista? Una pietà che Stendhal non ha sentito mai e che Balzac non ha peranco intuita.

  Orazio Sechi, Separazione o divorzio? Studi storico-giuridici, Torino-Roma, L. Roux e C. – Editori, 1892.

Capitolo Quinto, pp. 310-365.
  p. 334. D’altronde quand’è che non si può realmente restare nel matrimonio? In nessun caso esiste questo assoluto non potere, poiché si può sempre, dal coniuge offeso, pretendere l’esercizio della sublime virtù del perdono, della assistenza, della carità. Una donna ha tradito il marito? Ebbene, è forse questa una buona ragione perché il marito possa chiedere il divorzio? Mai più; dicono molti, credo sull’affermazione di Honoré de Balzac, che la moglie è ciò che il marito la fa; è dunque il marito che l’ha fatta diventare adultera; a lui incombe, pertanto, l‘obbligo di aprirle caritatevolmente le braccia, di farle capire i suoi doveri, d’indurla a pentimento, di perdonarla, e di ricondurla sul retto sentiero della virtù.

  Matilde Serao, Fantasia. Romanzo. Terza edizione, Torino, F. Casanova, Libraio-Editore, 1892.

Parte quarta.
  pp. 270-271. Andrea aprì un volume di Balzac che era sopra una mensola e vi pose il biglietto, riponendo il libro. Dopo un poco:
  – Datemi quel libro, Andrea.
  – Ma che! – esclamò Alberto – vuoi leggere adesso? Si va a pranzo, sai.
  – Veggo solo una pagina.
  – Che pagina? Io odio il tuo Balzac, lungo e triste. Il libro lo sequestro io.
  E fece per prenderlo. Andrea lo tirò a sé, naturalmente, pensando che tutto era perduto. Lucia chiuse gli occhi, come se morisse. Nulla accadde. Alberto non insistette per avere il libro. Dopo tutto, che gliene importava di Eugénie Grandet? Purchè sua moglie non leggesse e chiacchierasse così allegramente come prima!


  M.[atilde] Serao, Arti e lettere. Articolo di curiosità, «L’Indipendente», Trieste, Anno XVI, N. 5284, 18 Gennaio 1892, pp. 2-3.

  p. 3. Maupassant era meno forte di Balzac, come salute, voglio dire: ed è impazzito a quarantadue anni. Ma Balzac è morto a cinquantasei anni, di congestione cere­brale, aggravata da una atroce malattia di stomaco: e ogni notte, scrivendo la sua immortale Commedia umana, ineb­riandosi di caffè, affannandosi, sbuffando, egli correva il pericolo di quella conge­stione cerebrale che lo uccise.


  Matilde Serao, Paul Bourget, «L’Indipendente», Trieste, Anno XVI, N. 5493, 16 Agosto 1892, pp. 2-3.
  p. 3. Ma il gran romanzo che è dietro a scrivere, a Ceresole reale, Paul Bourget è Cosmopolis. Ne ha scritto due terzi. […] Questo romanzo Cosmopolis è il suo cruccio letterario, da anni: egli ha raccolto fasci di documenti, poiché, in quell’apparente facilità di narrazione, egli è di una precisione, diciamo così, interiore, da cesellatore […]. Non si può immaginare come egli lavori, per ottenere una pagina vera ed efficace, quante volte egli ritorni sul già fatto, con quella sua calligrafia minutissima e illeggibile che fa disperare i tipografi. Sulle bozze, come Balzac, egli modifica, trasforma, aggiunge, taglia, con un nuovo lavoro paziente ed entusiasta insieme.


  Enrico A. Speroni, I poeti della rivolta. Jules Vallès, «Scena Illustrata. Letteratura – Arte – Sport», Firenze, Anno XXVIII, Numero 20, 15 Ottobre 1892, pp. 274-275.

 

  p. 274. La sera del 29 ottobre 184.9, un giovanetto in sui sedici anni, aitante di persona e di modi franchi, dallo sguardo ardito, dalla fronte pensosa ed intelligente, giungeva soletto ed in un assai cattivo arnese a Parigi, dalla parte di Nantes. Era polveroso, aveva in mano una piccola e smilza valigia ed una borsa ancor più smilza in saccoccia, e, vera incarnazione del Jeune homme de province miniato dal Balzac, veniva alla capitale ricco solo dei suoi tesori naturali d’intelligenza e d’energia, alla conquista della fama e della fortuna.


  Silvio Venturi, Mostruosità dello spirito (Alienazioni mentali a varia natura degenerativa). Immorali, in Le Degenerazioni psico-sessuali nella vita degli individui e nella storia delle società, Torino, Fratelli Bocca Librai di S. M. il Re d’Italia, 1892 («Biblioteca antropologico-giuridica» - Serie I, Vol. XIII), pp. 213-224.
  p. 223. Le più sublimi apostrofi di Balzac e di Schopenauer e di tutti i pessimisti in dispregio delle donne, furono certo ispirate dal tipo impossibile della donna immorale isteriforme, ch’è la negazione più assoluta e più cinica della donna, e che si serve della sessualità come di arma velenosa di conquiste, di dominio, di malvagità. Molto meglio è l’assassino il quale prima o poi finisce i suoi giorni nel carcere o sulla forca e libera di sé la società.

Le degenerazioni dei mezzi nella lotta sessuale. Umore, pp. 420-426.
  p. 425. L’uomo di genio non è sempre fortunato nelle lotte amorose, per ciò che è esagerato e subbiettivo. Appartiene alla categoria dei nervosi e però cangia di umore e di carattere spesso. Spesso è pessimista, appunto perché è penetrante. Nelle lotte sessuali spesso riesce antipatico o noioso. Leopardi può aver amato, ma non fu amato. Quale donna darebbe l’animo suo e farebbe confidente delle proprie debolezze con Balzac?

  Giuseppe Zaccagnini, Romanzi e romanzieri, «La Scena Illustrata», Firenze, Anno XVIII, Numero 23, I° Dicembre 1892, [p. 321].
  Penetrando l’alito della vita tormentata e complessa moderna nelle semplici antiche forme della commedia e della tragedia, sorse il dramma e allargando la breve e tenue trama della novella, germogliò il romanzo.
  Walter Scott dall’Inghilterra schiuse il volo a una nuvola sentimentale di storie commoventi e dalla Francia il grande Alessandro Dumas legava l’Europa nella rete d’oro dei suoi romanzi maravigliosi, e Onorato Balzac penetrava, analizzava, scopriva tutte le pieghe della vita e chiamava il mondo ad ascoltare la grande commedia umana.



   [1] L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara; Biblioteca Provinciale ‘La Magna Capitana’ di Foggia; Biblioteca del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Padova; Biblioteca Civica ‘A. Hortis’ di Trieste.
   [2] L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (benché segnalato nei cataloghi, il volume risulta essere disperso); Biblioteca Provinciale ‘La Magna Capitana’ di Foggia; Biblioteca Nazionale ‘Vittorio Emanuele III’ di Napoli.
   [3] Citazione tratta da Des Artistes.
   [4] Articolo segnalato in R. de Cesare, Capuana e Balzac … cit., p. 96, nota 55.
   [5] Citazione attribuita a Balzac da Sainte-Beuve nelle Causeries du Lundi.

Marco Stupazzoni

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