domenica 18 maggio 2014


1889




Traduzioni.


  Onorato di Balzac, Massimilla Doni. Romanzo di Onorato di Balzac (Versione dal francese di Aldo Conti), «Rivista Minima. Periodico d’arte, lettere, scienze, sport, agricoltura, industria», Giulianova, Stab. Tip. del Commercio, Anno II, Num. 17, 3 Gennaio 1889; Num. 19, 4 Maggio 1889; Num. 20, 5 Giugno 1889; Num. 21, 25 Giugno 1889; Num. 23, 10 Settembre 1889.
  Cfr. 1888.

  O. de Balzac, Le Piccole miserie della vita coniugale. Versione italiana di Giuseppe De’ Rossi. Volume unico, Roma, Edoardo Perino, Editore, 18892 («Biblioteca Perino»), pp. 274.[1]
  Un volume in 16°.
  Si tratta della seconda edizione della traduzione di Petites misères de la vie conjugale pubblicata dall’editore Perino di Roma nel 1883.

  O. di Balzac, Trattato degli eccitanti moderni. Per O. di Balzac. Traduzione di Luigi Suner, dedicata a Minuccio e Albertino Minucci, in Tito Berti, Alcoolismo con il Trattato degli eccitanti moderni di O. di Balzac, Roma, coi tipi di Mario Armanni, nell’Orfanotrofio Comunale, 1889, pp. 165-200.[2]
  Un volume in 16°.


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  Dal confronto con le varianti riportate in appendice all’edizione critica del testo balzachiano edito nella collezione della “Nouvelle Pléiade” (vol. XII, pp. 980-991), pare che questa traduzione del Traité des excitants modernes sia stata condotta sui testi di entrambe le edizioni dell’opera: quello dell’edizione pre-originale, pubblicato nella «Revue de Paris» (1832) per quel che riguarda il solo primo capitolo (La Question posée/ Ecco il quesito, pp. 165-173), e quello dell’edizione originale, edito da Charpentier nel 1839, per le restanti parti.

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  La versione che, di questo studio analitici balzachiano, fornisce il celebre commediografo Luigi Suñer[3] ci sembra alquanto approssimativa e, in più punti, ai limiti della correttezza formale e della pertinenza esegetica se confrontata con il modello francese. Si evidenzia, inoltre, la presenza di gravi omissioni di intere sequenze testuali, soprattutto negli ultimi due capitoli cap. IV, paragrafo VI e cap. V). La singolare libertà adottata dal compilatore nella sua traduzione del testo di Balzac può essere esemplificata attraverso il confronto di alcuni passi tratti dal primo capitolo:
  Appelez la vie au cerveau par des travaux intellectuels constants, la force s’y déploie, elle en élargit les délicates membranes, elle en enrichit la pulpe ; mais elle aura si bien déserté l’entresol, que l’homme de génie y rencontrera la maladie décemment nommée frigidité par la médecine. […] Quand on mène de front la vie intellectuelle et la vie amoureuse l’homme de génie meurt, comme sont morts Raphaël et Lord Byron. Chaste, on meurt par excès du café, l’excès de l’opium et de l’eau-de-vie, produisent des désordres graves, et conduisent à une mort précoce.
  Se sollecitate col lavoro intellettuale costante la vita nel cervello, ivi la forza si spiegherà maggiormente, le membrane delicate si dilateranno, se ne avvalorerà la polpa contenuta nell’ultimo piano della fabbrica umana, ma il mezzanino, per così dire, né (sic) rimarrà senza, e l’uomo di genio incoglierà in quella malattia chiamata pulitamente dalla medicina chimica «Frigidità». […] Quando si difetta del pari nella vita del pensiero, ed in quella dell’amore, l’uomo di genio finisce come Raffaello e Lord Byron. Se casti, ci sfiniamo per l’eccesso di lavoro, se libertini, per eccesso di piacere: però cotesto genere di morte è estremamente raro. (pp. 168-169).



Studî e riferimenti critici.


  Notizie di scienza, letteratura ed arte, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Diciannovesimo della Raccolta, Volume CIII, Fascicolo III, 1 Febbraio 1889, pp. 640-649.
  p. 645. Una statua di E. Delacroix sarà quanto prima eretta a Parigi nel giardino del Lussemburgo. Una statua di Balzac, opera dello scultore Fournier, deve essere messa su a Tours, ma il comitato incaricato della erezione del monumento avendo trovato che l’aspetto del romanziere nella statua è trop grave, trop sérieux, ha imposto allo scultore di farne un’altra! Il signor Fournier si è ricusato, e la questione è stata mandata dinanzi ad un giurì.

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  Da una settimana all’altra, «Il Piccolo della sera», Trieste, Anno VIII, N. 2590, 10 Febbraio 1889, p. 1.

  Lo spirito degli altri.

  Si domandava a un briacone, al quale piace anco di leggere in francese e va pazzo per la letteratura di oltre Alpi:

  – Dimmi un po’, se dipendesse da te, quale autore francese vorresti essere?

  – Prima di tutto, niente Boileau!

  – Ma chi? Vittor Hugo risuscitato, Balzac buon’anima, Zola accademico, Dumas o Malot, l’autore del romanzo Gran Mondo?

  No, no: Casimiro De la vigne, vorrei essere ...


  Notizie del giorno. Rothschild e Balzac, «Il Piccolo della Sera», Trieste, Anno VIII, N. 2600, 20 Febbraio 1889, p. 2.

  Il defunto barone James Rothschild era grande amico di Balzac.

  Una volta il celebre romanziere si recò dal barone Rothschild perché voleva fare un viaggio a Vienna ed era, come al so­lito, senza denari.

  Rothschild gli prestò tre mila lire e gli diede una lettera di raccomandazione per suo nipote, il capo della casa Rothschild di Vienna.

  Durante il viaggio Balzac aprì la lettera suggellata e la lesse, ma trovandola un po’ fredda non la consegnò. Ritornato a Parigi il barone James Rothschild gli domando se aveva consegnata la lettera.

  – No – rispose con orgoglio Balzac – l'ho ancora qui, eccola!

  – Mi dispiace – soggiunse sorridendo Rothschild – per lei, perché vede questo piccolo geroglifico sotto la mia firma? E’ un seguo convenzionala che gli apriva un credito presso mio nipote di 25.000 lire.

  Balzac ci rimase molto male.


  Fatti diversi. Rothschild e Balzac, «L’Euganeo. Politico Quotidiano», Padova, Anno VIII, N. 53, 22 Febbraio 1889, p. 3.

  Cfr. scheda precedente.


  Notizie di lettere ed arti, «Lettere e Arti», Bologna, Anno I, N. 4, 16 Febbraio 1889, p. 16.
  A Parigi verranno erette quanto prima una statua a E. Delacroix e una a Balzac.
  A Balzac se ne doveva pure inaugurare una a Tours dello scultore Fournier: ma la Commissione ha trovato che la somiglianza non è perfetta ed ha ordinato allo scultore di farne un’altra. Questi però s’è rifiutato ed ora la questione è stata sottoposta a un giurì.

  Una nuova commedia di Sardou, «Rivista illustrata settimanale. Letteratura, Belle arti, Scienze e Varietà», Milano, Anno XIV, N. 8, 24 Febbraio 1889, pp. 3-5.

 

  p. 3. Fra i molti e variati lavori di Sardou non ne conosco alcuno che abbia qualche lontana analogia con quella strana ed inquietante Marchesa che Balzac avrebbe chiamato «Studio di una donna» e che la verità ci obbliga a chiamare crudamente «Studio d’una ragazza» [...].


  Note volanti, «L’Illustrazione Popolare», Milano, Volume XXVI, N. 12, 24 Marzo 1889, p. 178.

 

  La vita è un’opera, un mestiere, e bisogna darci la pena d’impararla. Quando l’uomo conosce la vita mediante la prova dei dolori, allora la sua libra acquista una certa elasticità, ed egli si rende capace di governare le emozioni. Balzac.



  I letterati e il tabacco, «Rivista illustrata settimanale. Letteratura, Belle arti, Scienze e Varietà», Milano, Anno XIV, N. 24, 16 Giugno 1889, pp. 4-5.

 

  pp. 4-5. Tutta la prima parte del lavoro del signor De Fleury è dedicata nel riassumere le opinioni dei migliori letterati francesi sull’influenza del tabacco. In essa troviamo citato lo studio di Teofilo Gautier su Onorato di Balzac. A proposito dell’orrore pel tabacco, sovente manifestato da Balzac, ecco come si esprime l’autore del Capitan Fracassa, fumatore per eccellenza e quindi parziale:

  «Balzac aveva torto o ragione? Il tabacco, come egli pretendeva, è un veleno mortale, che intossica tutti coloro che non abbrutisce? È l’opio dell’Occidente, il sonnorifero della volontà e dell'intelligenza? È un problema che poi non possiamo risolvere [...]».

  Quanto a Balzac, l’autore di quel monumento imperituro e colossale che si chiama La Commedia Umana, professava riguardo al tabacco un’avversione che sapeva di mania; faceva propaganda attiva contro la regia e non parlava che con disprezzo degli uomini che fumavano; tutto un capitolo del suo Trattato degli eccitanti moderni è consacrato a fulminare il tabacco.

  E sua la frase che serve di epigrafe al Bollettino della Società contro l’abuso del tabacco: «Il tabacco distrugge il corpo, ferisce l’intelligenza ed inebetisce le nazioni».



  Le nozze al bagno, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIII, N. 4396, 3 Agosto 1889, p. 1.

  Nel Père-Gujot, Vautrain (sic), un forzato evaso — la cui fisonomia audace sorrise alla serena fantasia di Balzac — enun­cia la teoria prudhoniana che la proprietà è un furto e si industria a convincere Rastignac, un nobile decaduto, che i con­temporanei più ricchi e più rispettati hanno nella storia della loro famiglia, se non nella propria individuale, qualche maccarella o magari qualche delitto abilmente nascosto. Io non voglio credere che l’amministrazione francese sia giunta a convincersi della moralità e della oppor­tunità delle unioni matrimoniali fra con­dannati, partendo dal principio vautriniano, la cui moralità e giustizia non hanno bisogno di essere illustrate, tanto sono evidenti.


  Note di un misantropo, «L’Euganeo Politico-Quotidiano», Padova, Anno VIII, N. 216, 6 Agosto 1889, p. 3.

  L’amore.

  Questa è di un certo Onorato di Balzac, che se ne in­tendeva:

  «L’amore è un grandissimo affare, e chi voglia occu­parsene non deve averne altri».


  Il Teatro e l’arte, «Il Piccolo della sera», Trieste, Anno VIII, N. 2829, 7 Ottobre 1889, p. 2.

  Un romanzo di Balzac sulla Vandea ha ispirato due maestri di musica, i signori Rabuteau e Worniser, già vinci­tori del gran premio di Roma, i quali hanno scritto ciascuno un'opera su libretto tratto da quel romanzo. La prima è in quattro atti ed è intitolata Le Vendéen, la seconda s’intitola Les Chouans. Corrono trattative per mettere in scena queste due opere nella prossima stagione.


  Appendice. Un caso di pazzia. Romanzo, «L’Euganeo Politico-Quotidiano», Padova, Anno VIII, N. 300, 30 Ottobre; N. 306, 5 Novembre 1889, p. 1.

  30 Ottobre:

  — Oh! ve ne prego, non vi allarmate, lady Foster, disse gravemente. Voi non avete da temere da parte mia qualche sciocchezza sentimentale od assurda follia, tolte in pre­stito a Balzac od a Dumas.

  5 Novembre:

  I romanzi colla copertina gialla, che stavano nello scaffale sopra la sua testa, gli parevano vecchi e senza interesse.

  Aprì un volume di Balzac; ma i ricci dorati della moglie di suo zio, volteggiavano e fremevano, in una bruma luminosa, sulla dia­voleria metafisica della Peau de Chagrin e sugli schifosi orrori sociali della Cousine Bette.

  Il volume gli cadde dalle mani, ed egli ri­stette ad osservare impazientemente mistress Lightness, che toglieva la cenerò dal focolare, riforniva il fuoco, tirava le coltrine di dama­sco scuro, dava da mangiare ai canarini e fi­nalmente augurava la buona notte al suo pa­drone.


  Storielle e ciarle, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIII, N. 4489, 5 Novembre 1889, pp. 1-2.

  p. 2. Un aneddoto che potrebbe essere storico.

  Balzac che aveva tutte le piccole vanità degli uomini grandi, pretendeva di discen­dere dalla grande famiglia dei Balzac d’Entraques (sic), imparentati con sangue reale di Francia.

  Questa sua pretensione fu combattuta con tale acerbità che alla fine il grand’uo­mo perdette la pazienza.

  — Ah! — esclamò egli — voi soste­nete che io non discendo dai Balzac d' Entraques! ...

  — Ebbene, tanto peggio per loro!


  Storielle e ciarle, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIII, N. 4494, 10 Novembre 1889, pp. 1-2.
  p. 1. La generazione è figlia della nutrizione.
  Dalle pescherie ci nascono le femmine: i maschi dalle macellerie, diceva Balzac.
  I destini di un popolo dipendono dalla nutrizione e dalla dieta che usa.


  Dispacci dei giornali esteri, «L’Euganeo Politico-Quotidiano», Padova, Anno VIII, N. 327, 27 Novembre 1889, p. 3.

Parigi, 25.

   Ieri fu inaugurata a Tours la statua di Balzac, opera dello scultore Paolo Fournier.



  Il Teatro e l’arte, «Il Piccolo della sera», Trieste, Anno VIII, N. 2881, 28 Novembre 1889, p. 2.

  Ieri a Tours — dipartimento di Indre et Loire — è stata inaugurata una statua a Onorato di Balzac — l’autore della Comédie humaine — opera dello scultore Fournier.


  Notizie di lettere ed arti, «Lettere e Arti», Bologna, Anno I, N. 45, 30 Novembre 1889, pp. 12-15.
  p. 15. Il 26 n. s. è stata inaugurata a Tours una statua a Onorato di Balzac, opera dello scultore Fournier.


  Il Teatro e l’arte, «Il Piccolo della sera», Trieste, Anno VIII, N. 2885, 2 Decembre 1889, p. 2.

  Lo scultore Chapu, membro del­l’Istituto di Francia, ha presentato al Co­mitato il bozzetto della statua di Balzac, che deve essere eretta nel Palays (sic) Royal. Sopra un (sic) zoccolo poco elevato, Balzac sta seduto, colle braccia incrociate e la penna in mano e pare che mediti. Una figura di donna, la Comedia Umana, si leva la maschera dinanzi a lui, mentre si vela per sottrarsi agli sguardi dei profani. Sullo zoccolo si vedono: un piccolo teatro, dove delle marionette rappresentano Mercadet, e delle maschere, rappresentanti le prin­cipali creazioni del romanziere.


  Notizie di lettere ed arti, «Lettere e Arti», Bologna, Anno I, N. 46, 7 Dicembre 1889, pp. 13-15.
  p. 15. Lo scultore Chapu di Parigi ha presentato al Comitato il bozzetto pel monumento che dovrà sorgere a Balzac nel Palais Royal. Sopra uno zoccolo poco elevato Balzac sta seduto, con le braccia incrociate e con la penna in mano, o pare che mediti. Una figura di donna, la Commedia umana, si scopre il viso davanti a lui mentre tenta di sottrarsi agli sguardi dei profani. Sullo zoccolo poi sono scolpiti a basso rilievo un piccolo teatro in cui delle marionette rappresentano il Mercadet, e delle maschere raffiguranti i principali personaggi creati dal grande romanziere. Il bozzetto è sembrato eccellente e degno in tutto dell’altissimo ingegno che è destinato ad onorare.

  Bollettino bibliografico. Igiene. “Alcoolismo” di Tito Berti. – Tipografia Armanni, Roma – 1889, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Ventiquattresimo della Raccolta, Volume CVIII, Fascicolo XXIV, 16 Dicembre 1889, pp. 778-779.
  p. 779. La pubblicazione del Berti porta in fine il trattato di Balzac sugli eccitanti moderni, tradotto dal Suner; quest’aggiunta completa la precedente questione, perché in essa il profondo osservatore francese vuol porre in vista gl’inconvenienti dell’abuso di tutti gli eccitanti oggi in uso.

  La Luna nelle credenze popolari e nella poesia (Estratto dai giornali letterarî “Pro Patria” e “Pro Patria Nostra”), Trieste, Tipografia Morterra & C., ed., 1889.

 

  p. 30. Chi poi voglia conoscere a fondo la fisiologia della luna di miele non solo, ma anche della fatale luna rossa, legga la VII meditazione nella Physiologie du mariage di Honoré de Balzac.




  I Libri di lettura negli istituti italiani e di educazione, «Il Santo di Padova e il suo tempo. Rivista religiosa e scientifica», Padova, Tipografia Antoniana, Anno V, Fascicolo I, Luglio 1889-90, pp. 70-73.

 

  p. 71. Lo spirito antireligioso richiede Biblioteche popolari, nelle quali abbondino le produzioni di grandioso effetto. Eccellente Emilio Zola, meglio ancora Onorato Balzac e Paolo de Kock. Non importa che le traduzioni siano fatte coi piedi e la lingua italiana sottoposta alla più barbara tortura. Dal lato del soffio nazionale c’è il suo compenso, perché da quelle pene riceve l’apologia chi muore disperato, l’apoteosi chi assalta sulle pubbliche vie, il serto dell’immortalità il ladro fortunato.


  Leon d’Anton, Zola, «Il Piccolo della sera», Trieste, Anno VIII, N. 2907, 23 Decembre 1889, p. 1.

  Il nuovo romanzo.

  Zola è ancora dietro a dare l’ultima mano alla Bête humaine.

  Quando l’avrà finito, comincerà a preparare l’altro romanzo, che sarà uno studio del denaro. Zola si propone di fare degli studi sulla Borsa, sui giornali finanziari, sugli agenti di cambio, sui courtiers.

  L’intitolerà il Denaro.

  Tale argomento non è stato più trattato dopo di Balzac — ma ai tempi di Balzac la Borsa non esisteva ancora — e il mondo finanziario odierno è assolutamente diverso da quello di allora.


  Ida Baccini, Il Libro d’una fanciulla, «Cordelia. Giornale per le giovinette», Firenze, Anno VIII. N. 52, 27 Ottobre 1889, pp. 417-418.

  p. 417. Il Balzac e il Flaubert studiavano dal vero il bene e il male, il brutto e il bello dell’umanità, tutto quanto infine era suscettibile di un’artistica rappresentazione; e ciò pareva a loro sufficiente.


   Raffaello Barbiera, Il nuovo romanzo di S. Farina (“I due desiderii”, Milano, Brigola), «Corriere della Sera», Milano, Anno XIV, Num. 89, 31 Marzo-1 Aprile 1889, pp. 1-2.

  p. 2. La petite vérole, (dice Balzac) est la bataille de Waterloo des femmes; le lendemain, elles connaissent ceux qui les aiment véritablement […]. [citazione tratta da La Duchesse de Langeais].


  Giacomo Barzellotti, Il pessimismo filosofico in Germania e il problema morale dei nostri tempi, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Ventunesimo della Raccolta, Volume CV, Fascicolo IX, 1 Maggio 1889, pp. 47-65.
  pp. 54-55. La vera Francia realistica era stata in vece quella del secondo Impero. […].
  Mai, come allora, dopo il crollare di tutto un mondo di aspirazioni sociali, di disegni e di entusiasmi troppo promettenti, qual era quello che, a Parigi, tutti, dalle classi più alte e dalla borghesia agli operai delle giornate di luglio, s’eran visto dileguare davanti in pochi mesi, con la caduta di Luigi Filippo e con quella della seconda repubblica, mai una società, come la francese, stanca di commuoversi, s’era volentieri lasciata adagiare, anche in catene, all’ombra d’un governo personale, stesa sul pascolo di una comoda prosperità aperta a tutti. Un freddo alito di positivismo, sempre crescente, avea cominciato a spirar da ogni parte, e, come sempre, prima a risentirsene era stata l’arte. Verso il 1850, dice Paolo Bourget, in quelli anni che vedono la bancarotta delle magnifiche speranze della prima metà del secolo, tutti i poeti idealisti, salvo l’Hugo, hanno, anche in Francia, chiusa l’opera loro; e non vivono che o nella politica come il Lamartine, o nel giornalismo come il Gautier e Teodoro di Banville, o, come il Sainte-Beuve, hanno lasciato morire in sé stessi il poeta che era una volta in loro per non sopravvivere che critici. Intanto una nuova letteratura vien su, tutta d’osservazione e d’analisi intima e sociale, e se ne distilla, com’è quasi sempre effetto della riflessione troppo sottile che l’uomo porta nel fondo di sé stesso, un’essenza triste, mortifera di pessimismo e di nichilismo. Di questa letteratura, che già il Balzac aveva trattata con larga mano di narratore sano e oggettivo, è maestro e vittima (lo mostra ormai chiaro la tristezza delle sue lettere alla Sand) Gustavo Flaubert, idealista nato e rimasto sempre in cuor suo romantico, e pur costretto, com’egli s’era imposto da sé e come diceva con dolore, a peindre des bourgeois modernes et français.

  Giuseppe Benetti, Rassegna letteraria. V. [...] «La décadence latine» de Joséphin Péladan, (G. Edinger, editeur), «Conversazioni della Domenica», Milano, Anno IV, N, 24, 16 Giugno 1889, pp. 189-190.

 

  p. 190. Ammiratore del grande Balzac, egli ha intraveduto nell'autore di Vice Suprême un continuatore geniale e audace e [Barbey d’Aurevilly] ne discorre così:

  «Tête sintétique comme Balzac, M. J. Péladan n'a pas été terrorisé par cet effrayant chef d’oeuvre, la sublime diptyque à pans coupés que Balzac appela «la Commedie (sic) humaine» et il a écrit le Vice Suprême, qui n’est d’ailleurs qu’une (sic) coin de l’immense fresque qu’il va continuer de nous peindre».

  Balzac, nella sua grandiosa opera, pella quale è morto, ohimè, senza condurla a termine, ci dava una meravigliosa sintesi della società del suo tempo parimenti meraviglioso. – Ma dopo di lui, parecchi anni di rapida e spaventosa decadenza, allargarono la sua colossale sintesi, ed è questa colossale sintesi allargata che il Péladan si è accinto alla sua volta a darci. – Infatti si tratta, nella sua etopea, non della sintesi di una società, ma bensì di una razza, della più bella che sia mai esistita al mondo; della razza latina che muore.



  Vittorio Benini, L’Avvenire dell’estetica (Continuazione e fine), «Rivista Italiana di Filosofia», Roma, Tipografia alle Terme Diocleziane di Giovanni Balbi, Anno IV, Vol. I, Dispensa II, 1° Semestre 1889, pp. 177-201.

  p. 181. I romanzi del Balzac, del Gautier. Del Dickens, di Vittor Hugo, del Flaubert, del Manzoni, dello Zola, del Daudet, del Fogazzaro, di altri molti, del pari che le poesie del Baudelaire, del Praga, dell’Heine, del De Musset, sono modelli di sottile indagine psicologica.

  Vittorio Benini, Estetica. Dell’integrazione artistica, «Rivista Italiana di Filosofia», Roma, Tipografia alle Terme Diocleziane di Giovanni Balbi, Anno IV, Vol. II, Dispensa I, 2° Semestre 1889, pp. 24-44.
  p. 36. Però non devesi credere che il metodo e le opere dei veristi non abbiano recato all’arte alcun bene. Essi hanno richiamato l’artista allo studio diretto della natura, togliendolo dalle imitazioni accademiche, gli hanno fatto capire che per rappresentare l’uomo artisticamente bisogna conoscerlo, e per conoscerlo bisogna studiarlo non sui libri, ma nella realtà, che la società moderna non meritava poi tutto il disprezzo dei classici e dei romantici, e che occorreva un pochino badare anche a lei. Il Balzac fra gli scrittori veristi, giovò moltissimo a questo, del resto il Balzac non è un verista nel senso zoliano e di taluni fra i seguaci del grande romanziere vivente. Egli è poeta vero, senza pregiudizzi (sic) di scuola o di metodo, grandissimo nella osservazione della realtà e non meno grande nell’avere saputo in essa scegliere con fine criterio ciò che può essere artistico, e degnamente manifestarlo.

  Giovanni Berri, Corriere parigino, «Conversazioni della Domenica», Milano, Anno IV, N, 4, 27 Gennaio 1889, pp. 29-30.

 

  p. 29. Esagerando da una parte e dall’altra, gli ammiratori domandano per l’autore del Conte di Monte Cristo un nuovo monumento, dichiarando che non basta la statua, opera del Dorè, che già gli fu eretta sullo Square Malesherbes, impazientiti gli altri gridano: Basta, basta! – ricordando, che in fatto di monumenti Balzac non ha ancora il suo, e finiscono per concludere che la miglior opera di Dumas padre è ancora ... il di lui figliuolo.


  Vittorio Bersezio, Le prime armi, in Giuseppe Finzi, Antologia di prose e poesie classiche compilate secondo i più recenti programmi ad uso delle Scuole secondarie e specialmente della 4a e 5a ginnasiale, Torino, Ermanno Loescher, 1889, pp. 243-249.

XXXIV.
  pp. 247-248. Cfr. 1882; 1883.


  Giovanni Berri, Corriere parigino, «Conversazioni della domenica», Milano, Anno IV, N. 4, 27 Gennaio 1889, pp. 29-30.

 

  p. 29. Basta, basta! ricordando, che in fatto di monumenti Balzac non ha ancora il suo, e finiscono per concludere che la miglior opera di Dumas padre è ancora ... il di lui figliuolo.


  Salvatore Bongi, Armando Baschet, in Cenni sopra accademici defunti dal dicembre 1885 a tutto l’anno 1887, letti dal Vicepresidente comm. Salvatore Bongi, «Atti della Reale Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti», Lucca, dalla Tipografia Giusti, Tomo XXV, 1889, pp. 187-188.
  p. 187. Nato in Blois nel 1829, avea cominciato a dar saggio di sé con uno studio sopra Onorato di Balzac.[4]


  Bonhomo, Echi mondani, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIII, N. 4519, 5 Decembre 1889, p. 1.

  Per Emilio Augier.

  Dopo Balzac, Voltaire, dopo Voltaire, Emilio Augier. Il salto, permettete lo dica, è alquanto arrischiato, ma io seguo l’ordine delle cose.

* *

  Non pretendo già mettere questi tre il­lustri al medesimo livello o togliere ad al­cuno di loro meriti e qualità. Mi importa far sapere alla dolce signora che legge i miei echi che dopo il monumento innalzato a Balzac, e dopo quello che si innal­zerà al re della satira, all’eremita di Fer­ney, se ne eleverà un terzo al morto di ieri, all’illustre commediografo Emilio Augier.


  Luigi Busu, Onorato Balzac in Sardegna, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XI, N. 50, 15 Dicembre 1889, p. 3.

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  Il Balzac, dedicatosi alla letteratura dalla prima giovinezza, non aveva riportato l’approvazione dei suoi genitori.
  Il padre, che occupava un impiego lucroso, venendo a conoscere la risoluzione del giovinotto ventenne, aveva esclamato:
  – Ecco un ragazzo che sente il bisogno di morire all’ospedale! – e dopo mille tentativi infruttuosi per ridurre il figlio a miglior consiglio, quando si allontanò da Parigi per stabilire la sua dimora in campagna, lo lasciò solo nella grande città per esercitarvi la professione che aveva scelta.
  La borsa di Balzac, come possiamo immaginarci, era molto scarsa, perché i genitori speravano ancora di farlo cambiare di parere tenendolo a stecchetto.
  Si aggiunse poi che si guastò col Poitevin, suo collaboratore, il quale però quasi sempre erasi limitato a firmare i manoscritti, e ad intascare metà dei diritti d’autore.
  Quindi Onorato cadde addirittura in balia di gentaglia, solita a lasciar morire di fame chi l’arricchisce col proprio ingegno, ed in breve si trovò ridotto in istato di miseria.
  Ebbe quindi principio una lunga serie di debiti, che aumentò successivamente quando egli, volendo provvedere ai casi suoi, si diede a speculazioni librarie, mettendo su una stamperia ed una fonderia di caratteri.
  E dopo tante contrarietà, dopo tanti disinganni, il nostro scrittore non si era spogliato di certe ingenuità veramente infantili, che vi farebbero sorridere se mi soffermassi a darvene qualche cenno.
  Il Balzac, quantunque stretto dalla miseria, lavorava con troppa coscienza, pubblicava i suoi libri dopo infinite titubanze, non contentandosi mai della sua opera, non stancandosi di limare, correggere, aggiungere, perfezionare.
  Per esempio il romanzo «Pierina» dedicato a colei che in seguito fu sua moglie, era già stato messo in macchina quattordici volte, benché si trattasse di libro nient’affatto voluminoso, quando lo stampatore gli rivolse questa osservazione: – Badate … voi avete già milleottocento o duemila lire di correzioni.
  – Che importa? – replicò Balzac – Andate innanzi.
  E si andò innanzi fino alla ventisettesima prova.
  Ma le spese di correzioni, dipendenti da aggiunte fatte dall’autore, alla fine sorpassarono di trecento o quattrocento lire il prezzo ricavato dalla vendita. Eppure i libri del Balzac andavano a ruba!
  A questo modo era assolutamente impossibile che pagasse i debiti, tanto più se si considera che voleva vedere i luoghi nei quali si svolgeva l’azione dei suoi romanzi.
  Intanto siccome la letteratura non gli dava mezzo di soddisfare ai suoi impegni, così lambicca vasi il cervello per giungere a trovare il modo d’arricchire, e liberarsi da quella camicia di Nesso.
  Dopo aver tentate molte vie a tale scopo, un bel giorno si ricordò quel che aveva letto in Tacito, a proposito delle miniere d’argento scoperte in Sardegna dagli antichi romani.
  Egli sapeva pure che Archite di Taranto, Solino il geografo ed il poeta Rutilio Numanziano avevano parlato della ricchezza dell’isola in metalli, specialmente in argento.
  E che un tempo l’industria mineraria fosse stata molto prospera colà il Balzac aveva altra prova nei nomi di città e regioni della Sardegna. Infatti anticamente nell’isola esistettero due città chiamate Plumbea e Metalla, ed al presente certe regioni e certi monti denominati Argentiere, Argentera, Gennargentu, Monteferro, Monteoro rammentano abbondanza di metalli.
  Quando il ricordo di tutte queste circostanze gli si affacciò alla mente, il Balzac si battè la fronte esclamando: Son milionario!
  Era cosa fuor d’ogni dubbio che i romani antichi, poco innanzi nella chimica, non avevano potuto estrarre il metallo dalle scorie delle miniere.
  Dunque il ragionamento per cui il nostro romanziere era giunto a quell’esclamazione, non si basava su un’ipotesi, perché appunto nell’analisi di depositi di scorie dell’età romana il piombo delle miniere sarde, rimesso in fusione, diede da 60 a 110 grammi d’argento per ogni 100 chilogrammi.
  Anzi in una località di Monteponi il minerale presentò trecento grammi d’argento per chilogramma, e nella miniera di San Giorgio, nel luogo chiamato Seddos de is fossas, ogni chilogramma di minerale offrì persino ottocento grammi d’argento.
  Quindi il Balzac in realtà avrebbe potuto diventare milionario per poco che la fortuna l’avesse assistito.
  Ma egli, nello stabilire i suoi calcoli, naturalmente non aveva pensato alle combinazioni che sorgono ad ogni piè sospinto e paiono fatte apposta per mandare a monte i disegni più grandiosi.
  Appena sorta, l’idea di arricchire sfruttando le scorie delle quali i Romani lasciarono immensi depositi, che in parte tuttora esistono, s’impadronisce di lui.
  Detto e fatto. Il Balzac cerca subito cinquecento lire ad imprestito e le trova, corre a Marsiglia, s’imbarca sopra un bastimento genovese, e lungo il viaggio entra in confidenza col capitano, il quale approva il progetto.
  Giunto in Sardegna, s’accerta della cosa e, ritornato a Parigi dopo alcuni giorni, riconosce, per mezzo dell’analisi chimica, che le scorie contengono ancora molto metallo.
  Domanda senza indugio al governo sardo l’autorizzazione di por mano ai lavori, ma gli si risponde che è troppo tardi.
  Che cosa era successo?
  Il capitano del bastimento genovese era rimasto tanto persuaso dalla buona idea del romanziere, che l’aveva prevenuto!
  Il Balzac fin dal 1825, a ventisei anni, aveva scritto il Codice della gente onesta od Arte per non essere canzonati dai bricconi, ma il tiro giocatogli dal capitano genovese ci dimostra che, quantunque s’impancasse a maestro, egli, anche dopo tanti disinganni, era rimasto, come rimase in seguito per molto tempo, relativamente a quella materia, nel campo della teoria, ben lontano dalla pratica.
  Non occorrerebbe il dire che il francese ricevette un brutto colpo per quell’abuso di confidenza, ma non si sconcertò gran fatto, anzi, sempre in cerca di un mezzo per poter acciuffare la fortuna per i capelli, si consolò con due lunghi mesi di straordinaria fatica mentale in una solitaria casa di campagna.
  Si era proposto di risolvere un problema, che già aveva invogliato tanti e tanti illustri ed oscuri, pazzi e saggi: nientemeno il problema del moto perpetuo!
  Quella volta non gli capitò tra’ piedi un capitano genovese, ma … il mondo aspetta ancora la soluzione del problema del moto perpetuo.

  Avv. G. Calderoni, Appendice2. Tendenze del romanzo moderno, «Piccolo Corriere», Gallarate, Anno II, Numero 13, 16 marzo 1889, pp. 2-3.
  È dunque naturalissimo che i romanzieri moderni ci affatichino colle loro interminabili descrizioni tecniche e coi loro dettagli impetuosamente speciali, dal momento che essi lodano Balzac di avere in un Tenebroso affare o nel Cesare Birotteau imbrogliato talmente l’intreccio che per capirlo bisogna essere magistrato o giudice di commercio. Similmente né Zola, né Malot, né Goncourt affetterebbero di collegare tra loro i propri romanzi e di scrivere le loro commedie umane, se la critica importuna cessasse una buona volta dal dire che il dramma od il romanzo isolato, non comprendendo che una storia isolata, esprime male la natura e mutila e spezza l’azione. […].
  È vero però che vi sono delle diverse maniere di intendere il verismo.
  Risaliamo fino a Balzac. – Balzac, per parlare propriamente, non è un verista. Senza dubbio, il fine generale delle sue opere, e la vasta ambizione di adattare il romanzo di costumi alle diversità della vita moderna; senza dubbio il processo della composizione, la affaticante accumulazione di dettagli, la descrizione senza tregua, la pretensione tecnica, fanno bene di lui il precursore dei nostri veristi moderni; ma egli non si ispira al verismo che per trasformarlo. Egli sa che l’arte non consiste tutta nell’imitazione servile; che, per il romanziere come per il pittore, lo studio necessario del modello vivente non è che un mezzo, non già un fine; e, siccome lo sa, egli mette nei suoi caratteri una logica, e nello sviluppo delle passioni un seguito, che né i caratteri, né la passione sanno avere nella vita reale, essendo attraversati dalla debolezza naturale degli uomini o dalle necessità quotidiane della ipocrisia sociale.
  I suoi imitatori hanno mutato ogni cosa. […].
  Del rimanente è chiaro che il romanzo verista non ha dato sempre prova di eleganza e di originalità. Dopo i Crevel ed i Birotteau di Balzac, dopo il notaio Guillaumin ed il farmacista Homais di Flaubert, dopo l’abate Mouret ed il Conte Muffat di Zola, dopo l’Eliseo Merault ed il padre Alphée di Daudet, dopo qualche personaggio meravigliosamente e stupendamente scolpito di Andrea Theuriet, di Gustavo Droz, di Edmondo De Goncourt e di Guido di Maupassant, venendo alle ultime caricature grottesche e meschine di Malot, Huysmans, Richepin, Aléxis, Céard ecc., lunga, sterminata, monotona sarebbe la galleria che si potrebbe far passare dinanzi agli occhi dei lettori; ma, domando io, se l’uomo deve ridere e scherzar sempre! Eppure una via di mezzo starebbe tanto bene!

  Cesare Cantù, Storia Universale, Volume IX, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1889.
  Cfr. 1853; 1858, 1861.

  Luigi Capuana, Giacinta. Terza edizione riveduta con prefazione dell’autore, Catania, Cav. Niccolò Giannotta Editore, 1889.

A Neera [Roma, 24 Giugno 1889], pp. V-XVI.

  pp. V-VII. In quanto al romanzo, non avevo ancora un’idea precisa di quello che potevamo tentare, addentellandolo alla forma più sviluppata e quasi compiuta di esso, la francese. Uscivo allora dalla farraginosa lettura del Balzac; e i romanzi di questo, e Madame Bovary e i primi volumi dei Rougon-Macquart letti immediatamente dopo, non erano arrivati a fondersi così bene nella mia mente, da darmi il chiaro concetto della misura con cui si sarebbe potuto ottenere anche in Italia il resultato d’una narrazione originale. […].
  Vissuto molto in Francia, immune dei pregiudizi de’ suoi contemporanei contro le letterature straniere, il Tommaseo non guardava con occhio di commiserazione i romanzi del Balzac e della Sand, come gli altri nostri letterati facevano. E la vasta e varia cultura, e l’esperienza della vita, e l’indole riflessiva, e la mente penetrante, permettendogli di apprezzare un’arte di cui non avevamo nessun piccolo saggio tra noi, lo mettevano meglio di qualunque altro nel caso di trapiantarne il germe nel nostro suolo e bene acclimarvelo. […].
  p. XI. La forma stessa del racconto [Giacinta] procedeva incerta, tra quella del Balzac, dove l’autore interviene e giudica e riflette e l’altra, che più mi seduceva, dove l’autore si sforza di nascondersi, lasciando piena libertà all’azione e ai caratteri dei personaggi.

  Luigi Capuana, La lotta per la vita. Dramma in 5 atti e 6 quadri di Alfonso Daudet, «Il Carro di Tespi», Roma, Anno I, n° 4, 7-8 dicembre 1889.
  L’arte è innanzitutto un divertimento per lui [Daudet]. Pel Balzac, pel Flaubert, per lo Zola era ed è qualcosa di più assai: una funzione elevata, una specie di sacerdozio e, per lo Zola specialmente, proprio una carica di giustiziere sociale.

  Felice Cavallotti, Lettere d’amore. Bozzetto in un atto, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Ventitreesimo della Raccolta, Volume CVII, Fascicolo XX, 16 Ottobre 1889, pp. 686-700.

Scena VIII.
  p. 699. Quarto: non vi sposo perché Alfonso d’Aragona lasciò scritto che a rendere felice il matrimonio ci vuol marito sordo e moglie cieca, e noi due grazie al cielo non abbiamo nessuna di queste infermità (deponendo la penna per riflettere e poi torna a scrivere). Quinto: non vi sposo perché Balzac insegna che il matrimonio è una scienza e che un uomo non dee maritarsi se non ha prima studiato anatomia e sezionata una donna almeno; ora io non ho fatto nessuno di questi studi preparatorii.

  E.[ugenio] Checchi, Emilio Auger, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XI, N. 44, 3 Novembre 1889, p. 1.
  Il teatro di Emilio Augier è documento storico, che rispecchia fedelmente il mondo morale della seconda metà del secolo. Non ha gli splendori geniali del romanzo di Balzac, ma ha del Balzac la profondità filosofica, la felice invenzione dei tipi e dei caratteri, la riproduzione fedele dell’ambiente.

  Eugenio Checchi, «Mastro don Gesualdo» di G. Verga, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XI, N. 51, 22 Dicembre 1889, pp. 1-2.
  p. 2. Certo, il paese abitato dai personaggi del Don Gesualdo, noi lo vediamo stupendamente riprodotto con la sua piazza maggiore, con le viuzze in salita, col panorama dei colli e dei campi che si prolungano a perdita d’occhio; né è meno evidente la nota umana in quel continuo guazzabuglio d’interessi a contrasto, nelle corruttele dei più, nella solitaria pazzia orgogliosa dei due fratelli Trao, sui quali diresti sia passato il potente soffio d’un Balzac, nelle avidità e nelle piccole perfidie di quasi tutti, uomini e donne.

  Giuseppe Cimbali, Le amiche di Balzac(1), «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno XIII, N. 25, 22 giugno 1889, pp. 193-194.
  (1) Gabriel Ferry: Les amies de Balzac – Paris, Calmann Lévy, 1889.

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  Il successo strepitoso de’ suoi primi libri avea già messo in moda non solo il nome, ma anche la persona di Balzac. Le signore, che egli incontrava nelle sue rare escursioni pe’ più splendidi salotti di Parigi, soggiogate dal fascino del genio, amavano conversare ed anche un po’ posare davanti al grande romanziere in voga.
  Una sera, in casa della principessa De Bogration, mentre Balzac parlava con profonda cognizione di causa delle sottigliezze femminili, una bellissima donna non potè fare a meno dall’interromperlo dicendogli:
  – Ah, signore, come voi conoscete bene le donne!
  – Le conosco così bene – rispose il romanziere sorridendo – che, dopo averle guardate un poco, io potrei raccontare la loro vita e i loro miracoli sin dal giorno della loro nascita. Volete ch’io racconti la vostra storia, o signora?
  – Oh, non troppo forte – esclamò essa allontanandosi piena di spavento.
  E tutti a ridere allora intorno ed alle spalle della malcapitata damina!
  Ecco: Balzac conosceva bene le donne appunto perché era grande artista; e questa sua insuperabile perizia della muliebrità la transfuse intera in quel miracolo letterario che è la Commedia Umana.
  È notevole, però, che egli, ne’ suoi romanzi, dipinse con cura maggiore e con più specialità le donne che aveva amate e che avevano lasciato tracce dolci ed incancellabili nel suo gran cuore. Ed è notevole pure un’altra cosa molto sorprendente. Balzac, malgrado il suo temperamento sanguigno e il suo apparente scetticismo rabelaisiano, fu sempre nelle sue amicizie femminili quello che si chiama un sentimentale, un platonico. In lui, il sentimento dominava il senso: egli aveva in orrore la galanteria banale e considerava come avvilente ogni piacere che non derivasse dall’anima e che all’anima non ritornasse. Così, egli idolatrava le donne elevate, superiori, e di esse si serviva come modello delle sue creazioni immortali. Madama De Berny, per esempio, fu il modello di quella attraentissima figura di madama De Mortsauf del Lys dans la vallée. Per dipingere la donna superiore incompresa – un tipo che ricorre spesso nelle sue opere – egli non tenne davanti se non l’immagine di madama Carrand (sic), sua amica, anima grande e pura destinata a perire in un piccolo paese di provincia. Da dove, poi, gli venne l’ispirazione del tipo bizzarro, fantastico ma così femminino della Duchessa de Langeais se non dalle sue relazioni con madama De Castries, una grande e nobile civettina, che si trastullava di lui amando i suoi romanzi e non volendone fare uno con il loro autore? Giorgio Sand, financo la terribile Giorgio Sand, divenne uno dei suoi modelli di romanziere. Ella, infatti, s’è trasformata, nella Beatrice, in madama Maupin, interessante figura di donna artista, che unisce la sottigliezza dell’intelligenza alla bellezza della persona.
  Questo lato così bello e così caratteristico della femminilità di Balzac era stato finora lasciato nell’ombra da’ biografi. Dobbiamo, dunque, essere molto grati a Gabriele Ferry di averci dato, or non è molto, uno splendido saggio di queste ricerche affatto nuove sul sommo scrittore. Con la scorta di lui, ci sia lecito, per quanto fugacemente, di fare la conoscenza delle sue principali amiche, talune delle quali gli furono di ineffabile conforto nelle traversie della sua vita tempestosa.

I.

  Prima ci si presenta l’adorabile madama de Berny, una conoscenza di famiglia. «Tutta la sua persona – scrive il Ferry – era eminentemente simpatica; ella possedeva una figura interessante, illuminata da un bel paio d’occhi annuncianti la sensibilità; un cuore caldo, affettuoso; un’immaginazione viva, esaltata». Il marito, più anziano di lei, aveva una cattiva vista, l’umor nero e il carattere impaziente, irascibile. Però la concordia regnava nella casa per la sommissione e la dolcezza di madama De Berny, per la quale era di sommo sollievo l’amicizia passionata di Balzac; il quale, alla sua volta, era sollevato dall’amicizia di lei, perché ella s’interessava vivamente degli esordi letterari del romanziere e gli dava de’ consigli molto pratici e utili, di cui teneva molto conto. Senza suscitare la gelosia del marito, egli frequentava la casa di lei.
  Fu proprio madama De Berny che, nel 1827, salvò Balzac dal disastro d’un fallimento nella sua industria di stampatore e di fonditore di caratteri. Per evitare il disastro occorreva che la famiglia pagasse. Balzac, però, non osava pretendere tanto; ma ciò riuscì all’amica, la quale disarmò la ferocia e l’avarizia del padre.
  In una lettera del 1836, Balzac parlando di questa sua amica, la chiama un angelo. E, in un’altra lettera, così parla di lei: «Durante dodici anni, un angelo ha rubato al mondo, a’ doveri, a gli svaghi della vita parigina, due ore sole per passarle presso di me, senza che alcuno ne sapesse nulla: dodici anni: capite?». Quando essa, nel 1836, stava per morire, Balzac così scrive alla madre: «Ah, mia povera madre; io sono profondamente addolorato. Madama De Berny muore. È impossibile dubitarne. Non ci siamo che Dio ed io che sappiamo quale sia la mia disperazione! E bisogna lavorare, lavorare piangendo!».
  Ma, anche morta, la visione di madama De Berny resterà sempre nel cuore, nella mente, negli occhi di Balzac. Molti anni più tardi, egli si compiaceva d’invocare la memoria santa di questa donna generosa, devota, che rallegrò i suoi primi anni e inspirò le sue prime opere. In una lettera del 1837 egli così scrive di lei: «Io sono solo a combattere contro tutte le mie noie; quando, altra volta, avevo, per combatterle, con me, la più dolce, la più coraggiosa persona del mondo; una donna, che, ogni giorno, rinasceva nel mio cuore e le di cui divine qualità mi fanno trovare pallide le altre amicizie a quella di lei paragonate. Io non ho più consigli da nessuno per le difficoltà letterarie. Io non ho più aiuti nelle difficoltà della vita; e, quando dubito di qualche cosa, io non ho altra guida che questo pensiero fatale: – che direbbe ella, se vivesse?».
  A questo punto il Ferry si domanda: tra Balzac e madama De Berny l’amicizia restò sempre platonica? Egli propende piuttosto per la negativa, e afferma, non a torto, che l’affetto tra un giovane ardente ed una donna vaghissima non poteva non divenire amore e che le parole piene di commozione e di riconoscenza che Balzac aveva sempre per lei, anche dopo morta, provano che essa fu più che una semplice amica per lui.

II.

  Ed ecco il rovescio della medaglia.
  Nel settembre del 1831 Balzac si trovava a Saché, ospite d’uno dei suoi amici. Là ricevette da Parigi una lettera d’una scrittura aristocratica e firmata: Una donna che non si vuol far conoscere. Pel romanziere non fu questa una sorpresa: a simili capricci di donne sentimentali, che s’innamorano degli uomini d’ingegno, c’era omai avvezzo. Siccome questa donna nel dichiararsi profonda ammiratrice degli scritti di lui faceva delle acute riserve intorno alla Physiologie du mariage ed a Peau du Chagrin (sic), egli volle risponderle e così tra il romanziere e l’incognita capricciosa, si stabilì una vera corrispondenza.
  Ogni bel giuoco, però, dura poco; e, a un certo punto, Balzac, seccato, le scrive che egli avrebbe troncato ogni corrispondenza se ella non si fosse fatta riconoscere. Messa così alle strette, essa declina il suo nome.
  Era la duchessa di Castries, allora – dice il Ferry – una delle più aristocratiche del sobborgo San Germano. Balzac aveva conosciuta la duchessa di Castries nel salone (sic) della principessa Bogration, ma non le aveva parlato mai. Onde fu molto lusingato dalla corrispondenza della gran dama e dal di lei invito a divenire uno de’ frequentatori del salone dal (sic) palazzo De Castries. Non è meraviglia, dunque, se egli se ne fosse parecchio innamorato.
  Il ritratto morale, che di questa donna ci fa il Ferry, non è certo de’ più lusinghieri:
  «Une femme coquette, vaniteuse, fine spirituelle, frottée d’un peu de sensibilité, de dévotion, de chaleur de salon ; une vraie parisienne avec toutes les qualités brillantes de dehors ; qualités raffinées par l’éducation, le luxe, l’aristocratie des milieux, mais aussi avec toutes ses sécheresses, ses défauts ; en un mot, une de ces femmes auxquelles il ne faut demander de l’amitié, de l’amour, du dévouement au-delà d’une légère couche, par la raison que la nature a créé des femmes moralement pauvres».
  Balzac si accorse più tardi della povertà morale della duchessa, e allora la descrisse nella Duchessa di Langeais. Prima di pubblicare questo romanzo, Balzac volle mettersi la coscienza al sicuro, e lo lesse una sera alla duchessa, nel suo salone. Ella ne ascoltava tranquillamente la lettura, non si riconosceva punto nelle pagine del romanziere o fingeva di non riconoscersi e non mancava di prodigargli le sue lodi.
  Era questa la vendetta dell’artista, perché la duchessa lo fece soffrire molto con la sua civetteria ritrosa. Egli la amava, ma ella non lo amava o non era capace di amarlo. Così scriveva questa sua avventura a una sua ammiratrice il romanziere:
  «Occorsero cinque anni di ferite perché la mia natura tenera si distaccasse da una natura di ferro. Una donna graziosa questa duchessa, di cui vi ho parlato e che era venuta presso di me in un incognito che ella – io le rendo questa giustizia – abbandonò il giorno stesso in cui io glielo chiesi. Questo legame che – contrariamente a quanto si dice, sappiatelo – è rimasto, per volontà di questa donna, allo stato il più irriprovevole, è stato uno dei grandi affanni della mia vita. I mali segreti della mia situazione attuale provengono da ciò che io le sacrificai tutto, su un solo de’ suoi desiderii. Ella non ha mai nulla compreso! … Voi mi parlate di tesori, ahimè! Sapete voi tutti quelli che ho io dissipato su delle speranze folli? Io solo so ciò che v’ha di orribile nella Duchessa di Langeais».

III.
  Ma senza parlare di tante e tante altre amiche di Balzac, delle quali s’intrattiene il Ferry nel suo bel libro, limitiamoci a parlare di Madama Hanska; di quella Madama Hanska che principiò per essere sua amica e finì per essere sua moglie.
  La conobbe nel 1833 in Isvizzera, a Neuchâtel, in un albergo. Ella era colà col marito, il conte Hanska (sic), gran proprietario fondiario in Russia. Di nascita polacca, ella allora aveva circa trent’anni: «Elle avait une taille moyenne, un visage agréable avec des traits gracieux, un grand air de distinction – cette distinction vaporeuse des jolies femmes du Nord. La mansuétude de sa physionomie allait jusqu’au charme ; le front avait de la fierté et les yeux une vivacité intelligente. De toute la personne de la comtesse se dégageait la dignité de la race, la grâce de la vraie aristocratie. Au moral, c’était une nature tranquille, tendre, plus susceptible d’amitié que de passion. Elle avait l’esprit ingénieux, cultivé, initié à toutes les manifestations littéraires et artistiques de son temps. Son caractère était aimable, égal, mais très-imbu d’idées aristocratiques. Elle parlait facilement plusieurs langues et notamment le français».
  Balzac riconobbe in madama Hanska quel tipo di donna che aveva vagheggiato, e se ne innamorò perdutamente. Ma ciò gli partorì, tra tante pene, gran bene; perché, sotto l’influenza di quella donna dolce, serena, intelligente, lo scrittore sentì rinascere tutta la sua immaginazione, tutta la sua verve. Già lì per lì, sotto la di lei inspirazione, concepì un romanzo mistico, perché madama Hanska, per la sua origine e per la natura del suo spirito, era portata al misticismo, alle idealità del Nord. Esso si sarebbe intitolato Séraphita. È inutile dire quanto madama Hanska, ammiratrice profonda delle opere del romanziere, fosse lusingata da questa inspirazione e della quale egli le parlava spesso nella loro corrispondenza, che cominciò con l’essere attivissima. Ed egli le scriveva, per sfogarsi e per consolarsi insieme, de’ suoi progetti letterarii, delle sue speranze, delle sue delusioni, di tutte le peripezie della sua vita.
  L’amore di Balzac per madama Hanska, sotto la lustra dell’amicizia, durò parecchi anni. Ma quando, morto il marito, conte Hanska, egli capì la speranza al matrimonio con lei, si trovò davanti a un numero infinito di difficoltà. In primo luogo i figli di lei erano ancora in tenera età ed ella non poteva abbandonarli; in secondo luogo, anche senza volerlo e con tutto il rispetto dovuto al grande scrittore, ella provava una certa ritrosia a sposare un non aristocratico e, per soprassello, pieno di debiti. Da qui le di lei lusinghe, persistenti, tormentose esitanze, che erano tanti colpi mortali pel povero romanziere, che ci perdette la salute. Balzac, in Russia, stava sempre alle costole della sua adorata donna, che non si decideva mai a sposarlo. Egli, profondamente ammalato, in mezzo alle sofferenze fisiche soffriva di più pensando alla possibilità di tornare solo a Parigi, dove aveva formato già il suo nido da tanto tempo.
  «Ecco che sono tre anni – così scrive a madama Carrand (sic) – che io ho acconciato un nido che costì è costato una fortuna; e, ahimè, vi mancano ancora gli uccelli! Quando verranno essi? Gli anni passano, noi invecchiamo e tutto appassisce, anche le stoffe e i mobili del nido».
  Arrivò a tal punto di scoraggiamento e di disperazione che egli non parlò più di matrimonio a madama Hanska, e allora scriveva alla sorella quasi giustificando la ritrosia di quella:
  «Si può offrire ad una donna una vita così andata a male come la mia?»
  Una sera del febbraio del 1850, Balzac era nella sua camera, dove stava in riguardo per la sua salute, giusta la prescrizione del medico. Madama Hanska, che gli faceva compagnia, a un certo punto gli chiese come si sentisse. Questa domanda incoraggiò il romanziere alla confidenza, e allora le rivelò lo stato del suo spirito, la sua desolazione per doverla lasciare dopo tanti mesi di vita intima, e il suo dolore di partire solo, senza essere tuttavia di lei sposo. Ella ascoltava silenziosa, colpita dalle parole del suo amico, e pensava che la di lui amicizia costante, fedele, calorosa, durava omai da sette anni, e che intanto, insoddisfatto, il suo povero amico era là, davanti a lei, smagrito, rovinato in salute, che le metteva a nudo tutta la tristezza della sua anima. Con tutto ciò, per quella sera non gli diede una risposta decisiva, la risposta cotanto attesa e il cui ritardo lo aveva tanto abbattuto. Ancora pochi giorni di lotta in lei e poi finisce per dirgli:
  – Amico mio; voi non partirete solo; voi condurrete insieme vostra moglie.
  Il 14 marzo 1850, nella chiesa di Santa Barbara di Berdichef, l’abate Czaronski – un’illustrazione del clero cattolico polonese – benediceva il matrimonio di Balzac e della contessa Hanska.
  Ma, come quella di Consalvo, la gioia ineffabile del sommo scrittore durò poco. Giunto a Parigi con la donna adorata alla fine del maggio, ricadde tosto nella sua terribile infermità e il 20 agosto morì.

  L.[uigia] Codemo, Rassegna bibliografica. Alessandro Manzoni – Sulla Rivoluzione francese, «L’Ateneo Veneto. Rivista mensile di Scienze, Lettere ed Arti», Venezia, Prem. Stabil. Tipo-Lit. Success. M. Fontana, Serie XIII – Vol. II, Anno 1889, pp. 201-209.
  p. 205. […] Thiers narra come all’entusiasmo delle benedizioni, delle concioni, dei teatri, dove compariva la Regina e la nobiltà, succedesse alcunché di ben diverso negli appartamenti, nelle veglie regali e principesche … come fra i vecchi signori e nuovi arrivati (parvenus) si guardassero in cagnesco, gli uni nascondendo l’odio sotto quella canzonatura propria alla gente fina, gli altri frenando a stento la rabbia in loro prodotta da quel sottile motteggio, da quella moquerie (buffonello) insultante più di qualunque aperta insolenza.
  I francesi vi son sensibilissimi. Scattano al più lieve frizzo. Balzac, profondo notomista dell’alta parigina, descrive un democratico ad una veglia signorile; ei gesticola fiero. Una dama gli dice melliflua: – Vous êtes amusant! – voi ci divertite. – L’oratore soffia nell’orecchio di un amico: – intendo che Robespierre tirasse il collo a quelle carogne!
  Parola triviale, ma d’impeto. Certo anche fargli quel brutto servizio non era un bel modo di persuaderli. Ma che le ferite dell’amor proprio non inducano in furore i più forti è evidente.

  Alessandro Cortella, Triboulet e Rigoletto. Victorien Mauriel, «Conversazioni della Domenica», Milano, Anno IV, N, 24, 16 Giugno 1889, pp. 187-189.

 

  p. 188. Ed ogni tipo creato dall'arte, procedendo dalla verità psicologica, a questa stregua va giudicato con criteri speciali. Triboulet è padre, e padri sono Orazio come Riego, il Goriot di Balzac come il Priamo di Omero; ma in loro l’affetto paterno, ha dal carattere dell’individuo un accordo, uno stile, un significato ben distinto.




  Alberto Costa, Un errore di Balzac, in Rettili umani, Livorno, a spese dell’Autore; Milano, Rampoldi & De Magistris, 1889.


  Mauro Del Giudice, Bibliografia. F. Girace – “Brani di Giovinezza” – Castellammare, Stabilimento Lito-Tipografico Elzeviriano, 1888, «Apulia. Giornale della domenica», Sansevero, Anno III, N. 55, 13 Gennaio 1889, p. 3.

  E mi ha eziandio invaso un senso di profonda mestizia; dap­poiché insieme a quello del Girace si sono ripresentati alla mia memoria i nomi […] di tanti e tanti altri nostri compagni, che un dì furono l’onore dell’Ateneo napolitano, e che in sè incarnavano il tipo im­mortale del jeune homme de province descritto da Ono­rato de Balzac, e dei quali malaguratamente appena qualcuno potette scampare dal naufragio dell’oblio, su­perando l'avversità della fortuna.


  Dottor Pangloss, Fantasmagorie, «Conversazioni della Domenica», Milano, Anno IV, N, 13, 31 Marzo 1889, pp. 97-98.

 

  p. 98. Certo – nessuno si penserebbe mai di giudicare le Memorie del Casanova dal lato esclusivamente pornografico e di trattarle a questa stregua, come sarebbe assurdo, ad esempio, il giudicare con criteri così meschini e limitati le Memorie del duca di Richelieu e tante altre che troppo lungo sarebbe citare, fino – per concludere – ai Contes drolatiques del Balzac.




  Dottor Pangloss, Decadenza?, «Conversazioni della Domenica», Milano, Anno IV, N, 41, 13 Ottobre 1889, pp. 321-322.

 

  p. 322. E il povero romanzo è morto.

  Ahimè! ... Chi scrive più oggi i bei romanzi avventurosi, così altamente e schiettamente interessanti di Alessandro Dumas, di Maquet, di Sue, di Soulié ... e quelli così irresistibilmente e sanamente comici, e così profondamente veri di Paul de Kock?

  E chi scrive più i romanzi di Balzac e della Sand – che pure si afferma sieno i progenitori di questa nuova scuola?


  Giustino L.[uigi] Ferri, L’ipnotismo e la letteratura, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XI, N. 34, 25 Agosto 1889, pp. 1-2.

  p. 2. La risposta, che troviamo quindi dopo questa rapida rassegna di fatti, alla domanda che ci siamo rivolta in principio, non può essere dubbia. L’ipnotismo è un’eccezione nella vita e nell’arte, nelle lettere non può essere se non che un’eccezione, un fenomeno degno di studio per il ricercatore psicologico; nient’altro.
  Il Balzac, il grande precursore di tutta la modernità, ha scritto nella prefazione della Comédie Humaine, intorno ai fenomeni magnetici un tratto, che mi pare abbastanza curioso, e pieno di ammaestramenti per chi voglia ricordarsi che quella prefazione porta la data di luglio 1842. Ecco l’opinione del possente romanziere sui fenomeni ipnotici quando ancora l’ipnotismo si chiamava da tutti magnetismo:
  «Dans certains fragments de ce long ouvrage, j’ai tenté de populariser les faits étonnants, je ouis dire les prodiges de l’électricité qui se métamorphose chez l’homme en une puissance incalculée ; mais en quoi les phénomènes cérébraux et nerveux qui démontrent l’existence d’un nouveau monde moral dérangent-ils les rapports certains et nécessaires entre les mondes et Dieu ? … il en serait de ceci comme de la sphéricité de la terre observée par Christophe Colomb, comme de la rotation démontrée par Galileo. Notre avenir restera le même».
  Notre avenir restera le même. Il grande svisceratore della società contemporanea non aveva trovato dopo lunghi anni di osservazioni pazienti e di studii del cuore umano e delle leggi della vita materiale e spirituale altra conclusione. La novità delle ultime esperienze ipnotiche passerà dunque lasciando in piedi la letteratura, come la locomotiva avrebbe lasciato vivo il cane nemico delle ferrovie, se la povera bestia si fosse tratta da un canto. […] il mondo nel suo complesso è sempre quello che è stato sempre, quello che sarà sempre, anche quando si sarà trovato il modo di viaggiare in pallone: un complesso di cose buone e cattive, forse più cattive che buone come l’ipnotismo stesso e come la stessa letteratura.

  Filippo Ferri Mancini, Il Rinascimento e noi, in Saggi letterari, Roma-Torino-Napoli, L. Roux e C., Editori, 1889, pp. 1-22.
  p. 17. Emilio Zola passa per caposcuola degli scrittori naturalisti di Francia. Formatosi su Balzac, scrive Les Rougon-Macquart, una serie di romanzi che egli chiama storia naturale e sociale di una famiglia sotto il secondo impero.


  Figaro, Un giornale in aria, «L’Euganeo Politico-Quotidiano», Padova, Anno VIII, N. 141, 22 Maggio 1889, p. 2.

  Il giovane non concepirà dunque niente di più eccitante di questo piacere di mettere del nero sul bianco. Corrotto e ingenuo a un tempo, possiederà l’esperienza amara e super­ficiale che deriva dai libri: avrà letto cioè un po’ di Balzac, molto di Gouncurt (sic), moltissimo di Zola; avrà ricordi, sensazioni vive e vera destrezza da scimmia nel riprodurre lo stile, la frase acuta, il molto scandaloso e torrido dei «maestri».


  T. Fornioni, Letteratura femminile, «Lettere e Arti», Bologna, Anno I, N. 38, 12 Ottobre 1889, pp. 6-8.
  p. 8. Ma, dopo tutto, anche codesta aristocrazia femminile, anche le sommità che ho nominate, sono realmente tali da doversi considerare come integranti e indispensabili nel patrimonio letterario europeo e sarebbe proprio molto grande il vuoto prodotto dalla loro mancanza? Mi sono proposto di essere sincero fino all’ultimo e, per parte mia, tutto bene considerato, devo rispondere di no. Riguardo a Giorgio Sand, per esempio, per quante ammirazioni ed entusiasmi abbia suscitati, io penso che, nonostante la sua magnifica prosa, la letteratura francese del secolo potrebbe, senza grave danno, farne a meno, perché essa non vi ha portato alcuna nota assolutamente personale e caratteristica e, quantunque eccezionale per l’ingegno e per la fecondità, che tanto faceva dispetto al povero Musset, essa non ha dato veruna fisonomia nuova, non ha fatto fare un passo al romanzo. Si paragoni l’opera della Sand a quella di Balzac e si vedrà. Il romanzo della Sand, principiando con quella falsità assoluta che si chiama Lelia, rafforzandosi poi man mano fra una semi idealità e una semi verità, si è mantenuto sempre in un tipo eclettico di assimilazione tra Balzac, Victor Hugo e Chateaubriand, per raggiungere solamente nel gruppo idilliaco un grado di perfezione relativa.


  Fortunio, In San Pietro, «La Commedia Umana. Giornale-opuscolo bisettimanale», Roma, Anno V, Puntata N. 225, 3 Gennaio 1889, pp. 1-6.

  p. 5. Poi un signore che irritato, trascina la sua compagna semi-svenuta, una biondina bella come un amore, fuori dalla folla, gridando: «Accidenti a er papa ed alla santa sede!».

  Oh Balzac, oh Drooz (sic), oh Daudet! Perché non eravate là con me ... Quanti graziosi particolari per un capitolo di romanzo intitolato «Una première a San Pietro!».


  Fortunio, 6 Febbraio!, «La Commedia Umana. Giornale-opuscolo bisettimanale», Roma, Anno V, Puntata N. 236, 10 Febbraio 1889, pp. 2-7.
  [Sulle Lettere d’amore di Felice Cavallotti].
  p. 6. Continuerò come Balzac a parlar male del matrimonio, per finire come lui … a sposarmi sulla sessantina … meglio tardi che mai. Fu dello stesso parere anche l’on. Miceli.


  E. W. Foulques, La moglie di A. Dumas padre, «La Scena Illustrata. Arte e letteratura», Firenze, Anno XXV, Num. 21, 1° Novembre 1889, p. 11.


  Come si vede, l’amore del gran romanziere per la bionda attrice [Ida Ferrier] era ancora, per così dire, nella sua luna di miele, giacché poteva ispirargli simili versi, i quali però, tre anni dopo, cambiarono destinazione, giacché li ritroviamo nella strenna della Chronique del 1842, dedicati, sotto il titolo di Obéissance e con una leggera variante, (l’ultimo verso dice: «Faites vite pour moi ces vers; - les voila (sic)»), alla signora contessa Rzewuska, nata Evelina Hanska, la quale, rimasta vedova, doveva nel 1850 sposare un romanziere più grande ancora di Dumas, l’immortale autore della Comédie humaine.



  E. W. Foulques, Risposte. Los, «Giornale di Erudizione. Corrispondenza letteraria, artistica e scientifica», Firenze, Fratelli Bocca Editori, Volume II, N. 7 e 8, Novembre 1889, p. 114. 

  La parola Los è stata pure usata più volte da Balzac nei suoi insuperabili Contes drôlatiques.


  Ausonio Franchi (pseud.), Lettera proemiale al Prof. G. B. Marsano, in Ultima critica di Ausonio Franchi. La filosofia delle scuole italiane, Milano, Libreria religiosa di Giuseppe Palma, 1889, pp. 7-54.
  p. 42. Tale fu per l’appunto la sorte che toccò anche a me ed a’ miei scritti. Non mi diedi mai cura (eccetto il caso di qualche richiamo che direttamente e personalmente mi venisse fatto) di raddrizzare quei torti giudizj; e lasciai che ognuno s’accomodasse del fatto mio a suo piacimento. Che interesse avrebbe mai potuto avere il publico in simili miserie? Per me poi, passato quel primo turbamento con la spiegazione del fenomeno che me l’avea cagionato, anziché dolermi, avevo motivo di ridere della curiosa parte che dovea sostenere anch’io in questa piccola scena della comedia umana, come ben l’appellava Balzac.

  C. Galeazzi, Cronaca artistica contemporanea, «Archivio storico dell’arte», Roma, Anno II, 1889, pp. 492-493.
  p. 493. Balzac pure ha il suo monumento a Tours. L’autore della Commedia umana è rappresentato in veste monacale, seduto su di una poltrona con una penna nella destra. La statua è di bronzo e di proporzione doppia del vero. E non solo Tours, ma anche Parigi avrà la sua statua di Balzac. La esecuzione di questa, che dovrà erigersi al Palazzo Reale nella galleria d’Orleans è stata affidata al signor Chapu dell’Istituto di Francia. Il suo bozzetto è stato esaminato dalla Commissione del monumento, ed è stato trovato soddisfacentissimo. Anch’egli ha rappresentato Balzac, seduto, con la penna in mano in atto di meditare. Una graziosa figura femminile, che personifica la Commedia umana, si manifesta ai suoi sguardi; ma si vela per sfuggire all’occhio indiscreto degli altri. Sullo zoccolo è riprodotto un teatrino di marionette che rappresentano il Mercadet, una delle produzioni drammatiche dell’autore meglio riuscite.
  Quel teatro di marionette, introdotto così in un monumento pubblico, per dire il vero mi fa un certo effetto! È vero che caratterizza bene l’epoca nostra … Basta, io non son giudice competente in materia.

  Edoardo Giraud, Ona lezion de Balzac. Commedia in un atto, in Agenzia parapetti con Ufficio d’inizi Via del Gambero, Commedia in due atti di Edoardo Giraud. Ona lezion de Balzac. Commedia in un atto, Milano, Presso Carlo Barbini Lib. Edit., 1889 (Tip. A. Guerra), («Repertorio del teatro milanese», Fascicolo 162), pp. 35-51.

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Scena IV.
  p. 44. Gig.[io] La me saltada! forsi gh’hoo avuu tort! el mè maester Balzac l’avaria minga faa inscit. Gran omm che l’è Balzac – senza i so consili me andaria minga insà ben i me robb in famiglia. – Eccol: «Les petites misères de la vie conjugale». Chi denta gh’è tutto – dalla scena del vestii a quella della campagna! … Ecco chi vedemm cossa ei me consiglia – Benone, l’è on gran maester. Lee la gh’a semper in bocca el Panighetti, e mi la sura Panighetti; (fa per andare) andemm de là, on moment.

  Arturo Graf, Il Diavolo, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1889.

Capitolo Settimo.
  p. 200. Non lascerò i succubi senza dire che la bellissima Elena, ricordata nella leggenda quale concubina di Simon Mago, era, secondo la più fondata opinione, un diavolo, e che da amori con succubi tolsero argomento, il Cazotte a quel suo strano romanzetto intitolato Le diable amoureux, e il Balzac ad uno dei suoi Contes drôlatiques.

  Arturo Graf, Letture. Questioni di critica, «Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino pubblicati dagli Accademici Segretari delle due Classi», Torino, Ermanno Loescher Libraio della R. Accademia delle Scienze, Volume Vigesimoquarto. 1888-89, Adunanza del 3 Marzo 1889, pp. 412-434.
  pp. 422-424. Col volgere dei secoli, crescendo la civiltà e la vita disimpacciandosi da quegli antichi ritegni e uscendo da quelle stretture, l’uomo acquista gradatamente la libertà, e si emancipa sempre più da ogni influsso esteriore. L’ambiente storico non esercita influsso alcuno sopra i genii più poderosi, come Eschilo, Michelangelo, il Rembrandt, il Balzac, il Beethoven, e quell’influsso cessa pressoché interamente nelle società più incivilite, nell’Atene dei sofisti, nella Roma degli imperatori, nell’Italia del rinascimento, nella Francia moderna e nell’Inghilterra moderna. […].
  Supponiamo che in un dato ambiente una corrente siasi formata, debole in sul principio ed incerta, ma tale tuttavia che, per un’insieme (sic) di cause storiche, sia destinata a diventar col tempo forte e determinata. Uno scrittore, preso dal suo moto, scrive un certo numero di libri, i quali si risentono profondamente dell’influsso. I libri non piacciono; e perché non piacciono? perché la più parte del pubblico si trova fuori di quell’influsso, e non sente e non pensa come l’autore. Ma passano gli anni, pochi o molti secondo i casi, e quell’influsso si allarga, si rinforza, e si esercita sopra un numero sempre crescente di persone; ed ecco che i libri, i quali avran forse contribuito a produr tale effetto, cominciano a piacere, e ad acquistar voga. L’autore, ch’era quasi ignorato, diventa celebre. Tale, a un di presso, fu il caso del Balzac, il quale, tenuto in poco conto da vivo, diventò, dopo morto, capo di una scuola, e di una scuola molto numerosa e molto applaudita. Se si cercano le ragioni di così fatta vicenda, si vede che il moderno naturalismo in arte è dovuto a un complesso di cause, tra le quali la principale forse è il prevalere della coltura scientifica e dello spirito scientifico; che queste cause, nel tempo in cui il Balzac prese a scrivere, già lavoravano, ma debolmente ancora, e in modo poco palese; che, passando gli anni, l’opera loro si andò facendo sempre più vigorosa e manifesta.

  Luigi Gualdo, L’ultimo romanzo di Zola, “Le Rêve”, «L’Illustrazione Italiana», Milano-Roma, Anno XVI, N. 4, 27 gennaio 1889, pp. 63-66; N. 5, 3 febbraio 1889, pp. 79-82.
  p. 63. Nell’opera dei Rougon Macquart che rimarrà come il più grande monumento di prosa di questo secolo, dopo la Comédie Humaine di Balzac, il sedicesimo volume Le Rêve starà da sé – sebbene legato da un tenue filo agli altri – e per di più, necessario nella serie, ad onta dell’opinione contraria di critici autorevoli. […].
  p. 82. Fin dal principio della sua straordinaria carriera, egli se ne va possentemente e direttamente, con incrollabile proposito, verso la meta prefissa, senza mai deviare di una linea né perdere un giorno. Non ha mai esitato, né vacillato, né mutato. E fra poco giungerà al termine; e vi giungerà sereno, in piena maturanza del suo forte ingegno, con la maestà di un gigantesco operaio della penna, che ha compiuto un edificio colossale – e ciò con un lavoro assiduo, lento, ma ch’è sembrato rapido tanto è stato costante, – senza aver menomato né la sua salute, né il suo talento, senza aver conosciuto le ansietà febbrili, gl’innominabili dolori d’artista che travagliarono Balzac – vivendo gagliardamente dell’eccesso del suo lavoro, anziché morirne.

  Luigi Gualdo, Barbey d’Aurevilly, «Corriere della Sera», Milano, 6-7 Maggio 1889. In mortem.
  Contemporaneo ed entusiasta del sommo Balzac, vedeva come lui ogni cosa più grande del vero, quasi avesse fissa nell’occhio una lente da microscopio; quanto lui era visionario. Sincerissimo mentre scriveva, egli certo nella solitudine della sua stanza, a mille miglia dal mondo reale, non pensava né al pubblico né al destino delle pagine che accumulava, intento solo nel mettere sulla carta la sua visione sempre enorme, nel vivere imaginariamente le varie vite tumultuose, cui l’avara sorte non gli aveva concesso di vivere per davvero. […].
  Conobbe tutti gli uomini illustri e in qualunque modo celebri di due generazioni e più; visse con Balzac e coi grandi romantici, nella vita elegante e pazza degli anni spensierati, si trovò a fianco del conte d’Orsay e degli inimitabili viveurs di quel tempo. Fu detestato e adorato.


  R. de Krafft-Ebing, Le Psicopatie sessuali con speciale considerazione alla inversione sessuale. Traduzione sulla seconda edizione dei Dottori Enrico Sterz e Luigi Waldhart. Introduzione del Prof. Cesare Lombroso, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1889.

 

  p. 76, nota (1). Chevalier cita nella letteratura francese, insieme ai romanzi di Balzac, La passion aux désert (sic), e bestialità, Sarrazine (sic), amore di una donna per un eunuco, anche Diderot, La religieuse, romanzo di una devota all’amore lesbico; Balzac, La fille aux yeux d’or, amore lesbico; Th. Gautier, Mademoiselle de Maupin; Feydeau, La comtesse de Chalis; Flaubert, Salammbô, ecc. e si potrebbe anche citare Belot, Mademoiselle Giraud ma femme.

  L’interessante è che le eroine di questi romanzi lesbici dimostrano carattere e personalità maschile innanzi alla donna amata, e che il loro amore è anzichenò ardente; del resto l’origine neuropatica di questo pervertimento sessuale non sfugge al romanziere.


  Amilcare Laurìa, Cronache di letteratura e d’arte. Un libro di Alfonso Daudet, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIII, N. 4494, 10 Novembre 1889, p. 2.
  [Su: Souvenirs d’un Homme de Lettres].
  Quando incominciai a leggere Les souvenirs d’un homme de lettres – vedete caso ! – avevo terminato la lettura della Béatrix, uno dei più forti romanzi di quel Rossini della scuola romanzesca moderna: Honoré De Balzac.
  Alla fine del libro di Daudet c’è uno schizzo, Les courses à Guérande, quel caro paesetto brettone, indimenticabile per la descrizione in moltissime pagine, che ne fa il Balzac.
  A dire il vero, solo leggendo quel nome, Guérande, provai una spiacevole impressione, che crebbe, quando, prima di leggere lo schizzo, cercai inutilmente il nome di Balzac o almeno un’allusione, un ricordo di lui, fatto da Daudet: non c’era nulla che rammentasse Béatrix.
  Ma tutto finì presto, e mi convinsi che quelle descrizioni dell’istesso paese, son due bellezze di due colossi, con fisonomie assai differenti.
  L’uno è il gran descrittore, analitico per eccellenza, la cui austera prolissità è pregio incomparabile; l’altro è sempre il gran Mago, che, con pochi tratti della sua penna multicolore e la potenza della sintesi fa sorgere sulle pagine quel che la sua fantasia ha visto e la mente ha complesso. Il primo desta ammirazione profonda; l’altro, Daudet, appassiona sempre!

  Cesare Lombroso, L’Uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza ed alle discipline carcerarie, Torino, Fratelli Bocca, 1889.
  Cfr. 1876.

  C.[esare] Lombroso, I genii e la scuola, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XI, N. 26, 30 Giugno 1889, p. 1.

 

  Chi può descrivere il martirio di uno spirito geniale, costretto a scervellarsi intorno ad una fitta di cose in cui tanto meno riesce, quanto più è attratto in altre direzioni.

  Egli vi si ribella ed allora incomincia la lotta sorda, feroce, tra l’allievo geniale ed il professore, uomo medio, che non capisce la sua foga ed i suoi istinti e li comprime e punisce.

  Balzac, che li ha provati e fu cacciato da scuola in scuola, analizza minutamente in quel suo meraviglioso studio del «Louis Lambert» queste amarezze del collegio.


  Achille Loria, Analisi della proprietà capitalistica di Achille Loria. Volume Primo. Le leggi organiche della costituzione economica, Torino, Fratelli Bocca Editori Librai di S. M. il Re d’Italia, 1889.
  p. 560, nota 2. Ogni sorta di mezzi, come contratti fittizi alla borsa, relazioni menzognere sul valore dei titoli, articoli ingannatori sui giornali, di cui ottiensi la inserzione mediante corruzione, frode o negligenza, viene adoprata per raggiungere lo scopo. – E lo scopo, che è di conseguenza il massimo lucro a spese dei «capitali gonzi»(2) è senza pena raggiunto.
  (2) La frase è di Balzac, il cui romanzo La maison Nucingen è una precisa analisi delle piraterie della borsa.

  G. Macaggi, Renan e la Rivoluzione Francese, «La Commedia Umana- Giornale-opuscolo bisettimanale», Roma, Anno V, Puntata N. 243, 7 Marzo 1889, pp. 19-20.
  All’Accademia di Francia il Rénan (sic), rispondendo al discorso del neofita Claretie, ha depresso gli uomini della Rivoluzione, chiamandoli piccoli autori di un gran fatto. […]
  Così egli parla dal suo seggio di quell’Olimpo di quaranta immortali, che apre oggi a Giulio Claretie le porte chiuse a Onorato Balzac, e che il Voltaire e lo Zola s’argomentarono coprire di ridicolo. […].
  Il Balzac e i fratelli Goncourt, che tanta onda di modernità versarono nell’arte, serbaronsi puramente monarchici e cattolici.
  Il Rénan stesso, al domani della sconfitta della sua patria, voleva restringere il patrimonio del razionalismo all’aristocrazia dell’ingegno e della fortuna.


  Madama Hegel, Conferenze alla Filotecnica. Arte vecchia e arte nuova, «L’Ateneo religioso scientifico letterario artistico», Torino, Anno XXI, N. 6, Fascicolo 1046, 10 Febbraio 1889, pp. 79-80.

 

  p. 79. «Fu un’invasione barbarica nel campo dell’arte quella; chi nol vede? Ma dove passarono quei barbari, che si chiamarono Victor Ugo (sic), Michelet, George Sand, Balzac, Dumas, Gauthier (sic), Flaubert, non restò nè una pietra, nè un arbusto del parco artificiale della letteratura accademica.


  Marforio, Una statua a Balzac, «capitan Fracassa», Roma, Anno X, N. 324, 27 Novembre 1889, p. 2.

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  Quando si trattò d’elevare in una piazza di Parigi un monumento ad Alessandro Dumas, Emilio Zola scrisse nel Figaro uno de’ suoi vivaci articoli, scintillanti di spirito e pieni di verità, lamentando che la città di Parigi, la città-luce, quale l’aveva salutata il poeta, fosse troppo facile a onorare morti gli scrittori ch’ebber vita gioconda di soddisfazioni e di plausi ma non lasciarono l’opera eterna del genio, troppo immemore, invece, degli scrittori che assursero faticosamente, penosamente, duramente a gran fama confidando il proprio nome a libri non perituri.
  In poche parole, il romanziere, che si onorava di procedere dal Balzac, che sentiva la influenza avuta dal grandissimo artista nella letteratura del secolo, meravigliava, non senza ragione, che prima che all’autore della Commedia Umana, colossale opera del genio, si pensasse a onorare d’un marmo l’autore dei Tre Moschettieri.
  «Tutti sono d’accordo, scriveva allora lo Zola, Balzac è il maestro indiscusso del romanzo contemporaneo. Il Taine, nel bel saggio scritto su di lui, ha dovuto, per trovare un uomo della sua statura, rimontare fino allo Shakspeare (sic). Sì, il nostro Shakspeare francese, non è Vittor Hugo, le cui figure sono pure fantasie, tutte colate nella medesima forma; è Balzac, che ha creato un mondo, come il gran tragico inglese».
  E si sdegnava pensando alla mancanza d’equità letteraria, che facea preferire il Dumas al Balzac, e notava con arguzia non reverente ma non del tutto irragionevole, come in Alessandro Dumas padre si volesse onorare Alessandro Dumas figlio, proponendo in tal caso un gruppo in luogo d’una statua: il grande Dumas conducente a mano il piccolo Dumas di sette anni, tutt’e due in bronzo.
  «E mettiamo da parte, scriveva ancora lo Zola, il Balzac. Perché non prendere lo Stendhal? È meno popolare del Dumas, avendo avuto più genio.
  Perché non prendere Gustavo Flaubert?
  Dire che noi, a gran pena, otterremo per lui un busto a Rouen sopra una fontana, quando tu, Parigi, eleverai una statua monumentale ad Alessandro Dumas, nel centro d’uno de’ tuoi quartieri più ricchi? E se disdegni i romanzieri, se non ne trovi di abbastanza alti, perché non prendi tu uno storiografo, Michelet ad esempio?
  Poi, ecco i tuoi poeti, o ingrata Parigi! Se ti abbisognano glorie letterarie, dov’è la statua di Musset, questo gran poeta del secolo, il più umano e il più vivo? dove quella di Teofilo Gautier, quest’artista che valeva nel suo dito piccolo, come scrittore, tutto Alessandro Dumas? dove quella di Baudelaire, questo spirito raro e originale il cui unico volume di versi peserà, nella bilancia de’ posteri, più che i cinquecento volumi dell’autore di Montecristo
  Il romanziere naturalista esagerava scrivendo coteste parole, uscitegli sdegnose dall’animo per l’oblio in cui vedeva lasciato il grande padre e maestro Balzac; chè, certamente, è ingiusto trattare con tanta superiore irriverenza il vecchio glorioso Hugo, e lo stesso Dumas, dalla fantasia inesauribile, e posporre l’Hugo al Musset, e dire che un dito del Gautier valga tutto il Dumas; ma il veder messo nel dimenticatoio dalla Parigi ufficiale, pronta a popolare di statue le piazze, non foss’altro per decorazione, un tanto uomo come il Balzac, doveva infastidire il discepolo.
  In vano ei fece appello agl’intelligenti, ai giornalisti, alla equità di tutti; in vano tentò aprire una lista di sottoscrizione offrendo mille lire da parte sua; il povero grande Balzac non ebbe in Parigi nessun monumento, nessun ricordo, né meno il busto sopra una fontana, come il Flaubert a Rouen.

***
  La città di Tours, dopo dieci anni da che Emilio Zola ebbe mossa l’aspra querela per la statua del Balzac, volle riparare all’oblio della ingrata Parigi, elevandone una con solennità grande di onoranze e di feste.
  Non è la piazza della città-luce, vagheggiata dallo Zola, è una più modesta piazza di assai più modesta città, ma, pe’ tempi che corrono, e per la poca fortuna del sommo Balzac, c’è da contentarsi.
  Verrà tempo che Parigi, rendendo all’immortale scrittore quel merito, che nella loro vanità fastidiosa, non gli resero i membri dell’academia, tal che egli avrebbe potuto inscrivere sulla sua tomba il pironiano: pas même académicien; onorerà il Balzac di una statua nel centro più frequentato e luminoso, dove l’autore della Commedia Umana riveda passargli sotto gli occhi fra il rumor cittadino i tipi ch’egli per arte maestra eternò ne’ suoi libri.
  Tours sciolse il voto prima di Parigi; ma spesso i grandi imparan da’ piccoli, e la capitale terrà conto presto o tardi del buon esempio che le viene dalla modesta città.
  Ieri ha avuto luogo l’inaugurazione. A’ piedi della statua, madamigella Dudlay del Teatro francese declamò un’ode scritta dallo stesso scultore del monumento, signor Fournier, ode che, forse, sarebbe stato più reverente omaggio al Balzac, lasciare da parte, poiché alcuni poeti, pregati a scriverla, risposero tutti di no, costringendo lo scultore a divenire poeta.
  Fu cosa a bastanza curiosa, e vale la pena d’essere riferita.
  Il signor Fournier, incaricato dalla municipalità di Tours, si rivolse per l’ode al Richepin, che occupato a scrivere altri versi, non accolse la domanda, indicando in vece sua, al Fournier i nomi di Paolo Bourget e di Maurizio Bouchor. Ma l’autore di Mensonges e quello del poema Tobia, poema da marionette, che infatti lo rappresentano ora in rue Vivienne, non ebbero né l’uno né l’altro tempo e premura di pensare al Balzac, e imitarono il Richepin.

***
  Il povero Fournier, senza cercare più altri, non gli facendo il caso il Coppée o il de l’Isle, ambi troppo discosti dall’arte balzachiana e forse non interamente ammiratori del glorioso romanziere, si decise a scriverla lui.
  Ahimè! da quanto si dice, poco riuscita è la statua, che a pena consegnata fu rifiutata e poi accettata dopo non so quali modificazioni; vogliam credere che il poeta abbia superato lo scultore?
  Povero grande Balzac! Venir ricordato in una mediocre piazza di Tours da una statua ancor più mediocre, … pazienza; ma dover ascoltare dall’alto del suo piedistallo i versi dello scultore Fournier! … Fortuna che i morti non parlano, e che il bronzo non si muove!

  Mariano Mariani, Rassegna letteraria, «Cuore e Critica. Rivista Mensile di studii e discussioni di vario argomento pubblicata da alcuni scrittori eccentrici e solitari», Savona, Anno III, N. 16, 31 Agosto 1889, pp. 189-190.

  p. 189. Noiosissimo e falso come tutti gli altri precedenti Passionément del Delpit […]. Il Delpit insomma intende di fare un’opera che possa stare alla pari con la Comédie Humaine del Balzac, e coi Rougon-Macquart; ma si può sin d’ora predire che egli non arriverà tanto in alto e non già per sistema, per ragione di scuole, perché egli è contrario alle teorie dello Zola, ma solamente perché a me pare gli manchi quel quid indefinibile che è proprio dei grandi artisti, quantunque possa essere e sia mediocre scrittore e interessante narratore.

  Guido Menasci, I Libri. “L’Indomani” di Neera – Milano, Galli, 1889, «Lettere e Arti», Bologna, Anno I, N. 28, 3 Agosto 1889, pp. 11-12.
  Neera ha dunque abbandonato la psicologia pessimista e torna a la sua prima maniera? Certo intorno a la Lydia, forse a la Teresa, si sarebbe volentieri provato qualunque dei nostri più novi scrittori, tentando di cesellare, con l’abilità d’un orafo mastro di Fiorenza, il romanzo della fanciulla «col capzioso artificio dello stile». Questo libro, invece, che sembra lo sviluppo di un qualche sottil paragrafo della squisita Fisiologia di Onorato di Balzac, chiude con uno squarcio di quella sana ed alta lirica che strappava a le labbra del giovine Longfellow Un inno alla vita. […].
  È la storia di tutti i matrimonii, è la intera vita sociale del nostro tempo, lo squilibrio che si verifica subito, l’indomani al quale, forse, non si potrà trovare rimedio e che porterà molto spesso a quelle tali conseguenze di cui Rabelais e Balzac sanno parlare così piacevolmente. […].
  Il romanzo si impianta subito bene: ecco, tutti i ricordi del tempo in cui avvenne la promessa di matrimonio, i pretendenti rifiutati, i regali, le nozze, l’impaccio dei primi momenti, i mille pensieri su l’avvenire occupano la mente di Marta. Eccola subito gelosa del passato di Alberto, attenta a ricercarne ogni traccia, volendo esser sicura che tutto è svanito, insoddisfatta della poca premura che il marito sembra mostrarle. Marta è là, pronta a vibrare tutta per una carezza di Alberto, per un atto che mostri passione, ed egli è freddo, corretto. Come si conteneva con le altre e quante furono queste altre che essa ha tanto a cuore? E quella Elvira di cui legge la lettera piena di fuoco è veramente dimenticata se Alberto non sa trovare qualche parola ardente per rassicurare lei, la moglie?
  Guardate, dice Balzac, questa ingenua ragazzina che ha dato libero il volo a la sua giovane imaginazione aspettando con impazienza il piacere e la felicità fino a un domani che non giungerà mai: ecco in qual modo le leggi naturali e quelle dettate dall’uomo sono in lotta, in contraddizione; la ragazza, la moglie obbedisce, si abbandona, ma soffre e tace. Dunque il matrimonio deve condurre a l’infelicità? Dunque una sposina dovrà esser vittima dei capricci del marito, fino a che non li avrà intesi: e soffrirà per l’indole di lui finchè non avrà saputo spiegarsela?


  C. Merouvel, L’eredità De-Sorbes. Romanzo di C. Merouvel, «Il Piccolo della sera», Trieste, Anno VIII, N. 2746, 16 Luglio 1889, p. 1.

  Fra le tante prefetture di provincia non ce n’e una che possa rivaleggiare con Alençon per la tranquillità delle strade e la vita patriarcale degli abitanti, turbata appena dai rumori e dalle effervescenze della politica.

  Tal quale Balzac l’ha descritta ai tempi del Cabinet des Antiques, ha sussistito fino ai nostri giorni, soltanto, la profezia del romanziere s’è avverata.

  N. 2758, 28 Luglio 1889, p. 1.

  Un mattino, ai primi di novembre, verso le nove, due uomini con dei so­prabiti neri, giunsero alla casa che il riccone si era comperata al Val-Noble; un quartiere che Balzac ha reso ce­lebre, collocandovi il palazzo della si­gnorina Cormon, la zitellona.


  Federico Musso, L’amore nel romanzo, «Lettere e Arti», Bologna, Anno I, N. 42, 9 Novembre 1889, pp. 7-8.
  Romanzo e storia d’amore sono sinonimi. In tutti i tempi il romanzo fu coniato a spese dell’amore. Però alcuni scrittori hanno osato rinunziare alla convenzione, e se non hanno interamente bandito dai loro libri la spesso insipida e volgare comunanza delle anime, si fermarono di preferenza su argomenti più seri e ne fecero il nocciolo dei loro lavori.
  L’onore di questa rivoluzione letteraria spetta senza dubbio ai realisti ed ai naturalisti.
  Fra i realisti, Balzac, prima di scrivere il Père Goriot, Eugénie Grandet, la Cousine Bette, si è sbarazzato d’ogni convenzionalismo amoroso, e lo stesso fecero Flaubert e Zola pei loro romanzi. Si è potuto rimproverare a costoro la loro franchezza e, qualche volta, la loro brutalità, ma si è dovuto ammirare la loro sincerità artistica e la coscienza letteraria. La verità, cioè la vita, erompe, vibra nei loro volumi.
  Il loro grido di libertà, per quanto forte, non fu inteso da tutti. […].
  Senza rigorosamente appartenere alla scuola naturalista, che forse è destinata a scomparire col suo capo, Emilio Zola, abbiamo fortunatamente alcuni romanzieri, che, seguendo il metodo di Balzac e dei suoi successori, si sono accaparrata l’attenzione dei lettori. […].
  Allontanandosi dall’abbiezione, in verità troppo perfezionata, dai naturalisti, essi hanno descritto l’amore come esso si mostra nella vita, colle sue carezze e colle sue asprezze. Ma non hanno, con esso, riempito le trecento pagine d’un libro; non hanno tralasciato per esso tutto il resto; come nei romanzi del Balzac esso non è che l’accessorio, e si fonde, sfuma nella generalità del soggetto, come sulla tela, l’ombra del ritratto.

  Enrico Nencioni, I nuovi saggi di Paolo Bourget, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Diciannovesimo della Raccolta, Volume CIII, Fascicolo III, 1 Febbraio 1889, pp. 506-520.
  p. 516. La Sand è innanzi tutto un grande poeta: un organismo in cui la immaginazione, la contemplazione ed il sentimento, prevalgono sulla osservazione, la riflessione, la deduzione scientifica. È precisamente l’opposto di Balzac – ma, nella sua sfera, è grande quanto lui. Ripeto, essa è innanzi tutto poeta. […].
  Giorgio Sand ha scritto più di cento romanzi. La lista occupa più di una pagina nel catalogo di Lévy. Ne ha scritti più di Walter Scott, più di Dickens, più di Balzac, più di Dumas … Fra questi, molti, i più, son morti, e irreparabilmente condannati all’oblio – né vale a redimerli la incomparabile magìa dello stile, sempre puro e sempre bello. Ma ve n’è una ventina almeno – facendo la scelta più scrupolosa e spietata – che bastano a far la gloria di un nome immortale; e che vivranno finchè viva la lingua francese, finchè l’uomo provi le estasi e le torture dell’amore, e finchè duri la bellezza e la pace della campagna.

  Enrico Nencioni, Da Meillerie a Fontainebleau. Passione e poesia, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XI, N. 14, 7 Aprile 1889, pp. 1-2.
  p. 1. Nel libro sesto delle Confessioni è in germe il romanzo moderno fino al cinquanta, fino al trionfo non so se definitivo o provvisorio, se stabile o effimero, della scuola naturalista; il romanzo moderno di osservazione da Rousseau a Giorgio Sand, traversando per Bernardin de Saint-Pierre, Goethe (Werther), Chateaubriand, Sénancour (sic), Constant, la Staël, Lamartine e fino a un certo punto anche Balzac (Lys dans la vallée, Femme abandonnée, Séraphita).

  Domenico Oliva, Mastro don Gesualdo, «Corriere della Sera», Milano, 11-12 Dicembre 1889, pp. 1-2.
  Il romanzo, come la grande epopea di Tolstoï, ha un’importanza sociale e storica […].
  Ma accanto all’interesse sociale abbiamo l’interesse umano: nei gruppi, vivono, s’agitano, soffrono, muoiono gl’individui. E qui il Verga ha raggiunto la perfezione: come il Balzac ha fatto concorrenza allo stato civile.

  Ottone di Banzole [Alfredo Oriani], Fino a Dogali, Milano, Libreria editrice Galli di C. Chiesa & F. Guindani, 1889.
  p. 81. L’arte invece è una seconda vista: può fallare un individuo, ma coglie il tipo e ricostruendolo nella idealità di un ritratto sorpassa coloro che meglio avevano conosciuto e trattato l’uomo reale. Balzac, il più grande psicologo dei tempi moderni, il più fino pittore di tutte le furfanterie sociali, fu sempre vittima di tutti i furfanti.


  G. P., Corriere teatrale. Manzoni, «Corriere della Sera», Milano, Anno XIV, Num. 39, 8-9 Febbraio 1889, p. 3.

  [Su: F. Cavallotti, Lettere d’amore].

  Lui parla di ideale, lei di matri­monio.

  Ciascuno dei duo si sente spinto verso l’altro dalla forza occulta dell’antico amore. Lottano entrambi, ma la lotta è breve.

  Lui ha un bel ricordare quanto hanno lasciato scritto San Paolo od altri santi, Balzac ed altri fi­losofi contro il matrimonio — lei gli stende le braccia e lui vi si precipita.


  Enrico Panzacchi, I Decadenti, «Lettere e Arti», Bologna, Anno I, N. 3, 9 Febbraio 1889, pp. 1-3.
  p. 2. Ed eccoci alla faccenda dei nomi proprii. Se ogni lettera e parla ha un suo proprio significato, diremo così grafico-letterario, perché anche il nome proprio d’ogni persona non dovrà avere la sua fisionomia e il suo colore? […] Sappiamo inoltre che Balzac molto fantasticava sui nomi dei suoi personaggi; e si assicura che Gustavo Flaubert vegliò e sudò per trovare il doppio nome proprio che compone il titolo del suo ultimo romanzo.

  Enrico Panzacchi, Edmondo De Amicis dopo letto il libro «Sull’Oceano», «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Ventesimo della Raccolta, Volume CIV, Fascicolo VIII, 16 Aprile 1889, pp. 625-637.
  p. 635. Il De Amicis osserva e nota, non come uno dei soliti collettori di documenti umani, ma con l’animo sempre caldo e vibrante (notò giustamente il Nencioni) d’umana simpatia. Alla vita un po’ impacciata e torpida dei primi giorni, come aveva predetto il bravo Commissario, succede la vivacità, il rimescolio, il fermento, la convulsione, l’urto. Gli umori e i caratteri si manifestano, i tipi balzano fuori di qua e di là, gli episodi allegri, bizzarri e dolorosi si succedono e s’intrecciano sino al momento dell’arrivo e dello sbarco finale. È il compendio di tutto un mondo che vive e si agita là dentro. – Onorato Balzac vi avrebbe trovata materia per dieci de’ suoi romanzi; il De Amicis, condensando, eliminando, disegnando a scorci e cogliendo tutto di volo, ne ha cavato un volume di quattrocento pagine, che si vorrebbero leggere d’un fiato.

  Enrico Panzacchi, Romanzo psicologico, «Lettere e Arti», Bologna, Anno I, N. 24, 6 Giugno 1889, pp. 1-3.
  p. 1. Senza andare oltre il secolo e senza uscire dalla Francia, che è la grande officina del romanzo contemporaneo, racconti che principalmente si travagliano intorno alle continue peripezie della vita spirituale dei personaggi, attentamente investigandole per modo che quelle peripezie costituissero il vero «spettacolo» ossia l’interesse inteso e quasi continuo della narrazione, ne abbiamo in buon dato. A questa maniera, chi negherà il titolo di romanzi psicologici a parecchi dei migliori di Onorato Balzac e di Enrico di Stendhal? Chi non giudicherà uno squisito saggio del genere la Doménique (sic) di Fromentin? E l’Oeuvre e il Rêve dello stesso Zola non entrano forse, per quattro quinti almeno, nella medesima categoria?

  Enrico Panzacchi, “Litterarum Intemperantia”. “Il Piacere”. – Romanzo di Gabriele D’Annunzio, «Lettere e Arti», Bologna, Anno I, N. 20, 8 Giugno 1889, pp. 1-3.
  p. 2. L’uomo moderno pare sempre più invaso dal bisogno di convertirsi in un sensorio universale e puntuale, per modo che tutta la vita del tempo e dello spazio si ripercuota nella sua individualità caduca e si epiloghi nell’attimo fuggente. Grande potenza o grande miseria nostra!

***
  Tutto questo ha costituito un nuovo ordine di fatti umani degni di studio e capaci di rappresentazione. I nuovi uomini, i nuovi tipi, nati dall’arte, dovevano alla loro volta rientrare nell’arte: e fu la novissima opera letteraria, specialmente per mezzo del romanzo. Già in alcuni personaggi balzachiani (il visconte di Rastignac, per esempio) senti e vedi dagli (sic) atteggiamenti e dei propositi mutuati ai tipi di Byron.

  Augusto Pierantoni, Per la libertà di rappresentazione delle opere: “Barbiere di Siviglia”, “Guglielmo Tell”, “Roberto il diavolo”, “Ugonotti”, Favorita”, “Puritani”, Maria di Rohan”, Linda di Chamounix”, “Sonnambula”, “Lucia di Lamermoor”, “Elisir d’amore”, “Norma”, “Lucreazia Borgia”. Sonzogno contro Ricordi, Roma, Stabilimento tipografico dell’Opinione, 1889.

Parte storica. Capo I. I teatri ed i maestri di musica, pp. 1-12.
  p. 1. Chi legge la storia dell’arte musicale in Italia o si trova alquanto innanzi negli anni rimpiange il tempo glorioso per la musica del nostro paese. […]. Questa gloria, al dire dello Stendhal e del Balzac, «era la grande epopea dell’Italia vinta per le armi e pei trattati; ma vittoriosa per il genio de’ suoi maestri di musica».


  Quevedo, Da una settimana all’altra. Alfonso Daudet, «Conversazioni della Domenica», Milano, Anno IV, N, 49, 8 Dicembre 1889, p. 390.

  Prima di tutto è un poeta: ha la sensazione prolungata e vibrante; vede i popoli e le foreste che gli appaiono nella semi-allucinazione delle immagini vive. Tutto s'ingrandisce, si colora, si anima, prende forma e consistenza. Non è l’aridità di Stendhal, nè la pornografia epica di Balzac, sarà piuttosto la sovreccitazione nervosa di Dickens, un continuo galoppo in mezzo al vero con degli strappi bruschi nei campi della fantasia.


  F. de Renzis, La questione della donna, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Ventiduesimo della Raccolta, Volume CV, Fascicolo XI, 1 Giugno 1889, pp. 470-488.

  pp. 476-477. Prima di affermare un’opinione qualsivoglia su la missione della donna ci conviene, mi pare, mettere bene in chiaro quali sono le cagioni della disuguaglianza. Questi due esseri gettati su la terra sotto l’impulso di una grande legge d’amore, sono essi così dissimili come alcuno dice?
  La donna ha veramente qualità fisiologiche inferiori all’uomo perché, riconosciuti i suoi diritti, ella non possa esercitarli? V’è chi parla della minor forza muscolare, chi del minor volume del cervello, chi perfino della mancanza di una costola; altri della inattitudine ma alle scienze esatte. Il Balzac la crede incapace di intendere la giustizia; il Proudhon, nelle lettere a Mme d’Héricourt, dice la inferiorità mentale della donna naturale e fatale, essendo al tempo stesso quantitativa e qualitativa! Laonde, se veramente ella è così povera di forza, di energia, di coraggio e di giudizio, non è da stupire se le condizioni sue naturali devono darle la inferiorità sociale.
  Ma è poi vero?

  Carlo Reynaudi, Pro Patria, «Lettere e Arti», Bologna, Anno I, N. 29, 10 Agosto 1889, pp. 7-9.
  pp. 7-8. Stabilito l’assioma della tisichezza del nostro commercio librario e ristretta l’istruttoria della causa agli scrittori, parrebbe al Fleres di aver scoperto il marcio nella fungaia d’imitazioni e di falsificazioni del francese, colle quali essi invano cercherebbero di entrare nelle buone grazie del pubblico. Che in codesta affermazione si contenga una parte di vero è indiscutibile, tanto più coll’allargamento molto opportuno della vecchia questione dei francesismi dal modo di esprimersi allo atteggiamento stesso del pensiero; e, in realtà, passando sopra ogni pregiudizio di vanità paesana, non saprei vedere che una nuova forma di quella supremazia con cui la Francia ci tiene tuttora tributari in tanti prodotti della vita economica. Di qui però al monopolio di un dato processo artistico nella riproduzione della vita ci corre quanto dal ritratto alla caricatura, e i nostri scrittori non possono acquietarsi all’ingiustizia di veder gabellati i prodotti del loro ingegno, unicamente perché ispirati anch’essi al culto della verità, per volgari imitazioni di romanzieri francesi alla moda. A questa stregua, Manzoni pel primo e con lui tutti i nostri insigni cultori del romanzo storico, si vedrebbero negato il battesimo dell’arte per aver accettata la forma ed il processo di Walter Scott; ai nostri giorni Verga e Capuana, capiscuola appunto dell’indirizzo incriminato, dovranno rassegnarsi alla taccia di plagiari, non per altro che per avuto a predecessori nella narrazione analitica ed obbiettiva Balzac, i De Goncourt ed Emilio Zola.

  Alessandro Sacheri, Un romanzo di là da venire, «Conversazioni della Domenica», Milano, Anno IV, N, 22, 2 Giugno 1889, pp. 172-173.

 

  p. 173. Il Panzacchi, parlando del Galileo, scrive: È il compendio di tutto un mondo che vive e s’agita là dentro. E subito dopo: «Onorato Balzac vi avrebbe trovato materia per dieci di suoi romanzi ...». Ma l'illustre critico bolognese non si è domandato il perché della differenza tra l’immortale autore della Comédie Humaine, e il De-Amicis che, condensa un così vasto soggetto d’arte in un compendio. Ed il perché è questo: egli non ha temperamento di romanziere.


  Luigi Settembrini, Epistolario, Napoli, Cav. Antonio Morano, Editor, 1889.
  p. 139. Cfr. 1857.

  Silex, Le curiosità della posta, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XI, N. 16, 21 Aprile 1889, pp. 3-4.
  p. 4. Di Joseph Péladan si è parlato qualche volta nel Fanfulla domenicale, e dei suoi libri si è venduto in Italia qualche copia di più che non certi romanzi indigeni, ai quali gli editori prodigano ostinatamente i loro favori librarii. È certo che il bizzarro romanziere ha fatto vibrare stranamente una corda, che in Francia non vibrava più, dopo che i romanzieri si sono divisa l’eredità di F. Stendhal e una parte, solo una parte, di quella del Balzac.

  Silex, Il romanzo di contadini. L’Eredità, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XI, N. 27, 7 Luglio 1889, p. 3.
  Siamo oramai lontani dal tempo in cui fu possibile rimproverare ai Promessi Sposi il tanfo d’aglio e di cipolla. A poco alla volta i contadini sono entrati senza saperlo, senza neanche sospettarlo, a far parte della letteratura; ora sono anzi essi l’argomento prediletto, la loro vita è il motivo più accarezzato, a cui si volge il romanziere moderno. […] La Terre, nonostante gli eccessi romorosi a cui si abbandona Jésus-Christ, il contadino pervertito, è una strana, grottesca, possente epopea campestre, in cui l’autore al solito ha esagerato le proporzioni, e, servendosi, come ha fatto quasi sempre in tutta la sua opera, degli elementi d’arte lasciatigli dal grande maestro di tutti O. de Balzac, per oltrepassarlo, è rimasto in fatti molto indietro al suo modello, e abbastanza lontano dalla verità.

  Sor Formica, “Rosedda” di Giulio Ricci, «Apulia. Giornale della domenica», Sansevero, Anno III, Num. 104, 22 dicembre 1889, pp. 4-5.

  p. 5. Per un giovane, il quale fa ancora le prime armi nel campo del romanzo, il descrivere le passioni di una sfera elevata vigente in ambienti fittizii e di mezze tinte, è sommamente pericoloso, pericoloso quando come il Flau­bert e lo Zola non s’è fatto uno studio psicologico e fi­siologico della natura umana, pericoloso quando come Balzac non si possiede la profonda conoscenza degli istinti, delle ambizioni e dei vizii organici che s’agitano nelle membra malate di una data classe.


  Eugenio Tanzi, I neologismi degli alienati in rapporto col delirio cronico. Note e ricerche del Dott. Eugenio Tanzi, «Rivista sperimentale di freniatria e di medicina legale in relazione con l’antropologia e le scienze giuridiche e sociali», Reggio-Emilia, Tipografia di Stefano Calderini e Figlio, Volume XV, 1889, pp. 352-393.

 

  p. 357. Ognuno conosce il numero grandissimo e l’inesauribile mutabilità dei sopranomi che si scambian fra loro gli innamorati. Nei romanzi, nelle corrispondenze amorose di quarta pagina, negli epistolari galanti ve n’è un ricchissimo repertorio. Plauto – è Cesare Lombroso che me lo ricorda — canta l’elogio della sua bella, regalandole una serie di titoli animaleschi che comprende parecchi versi. In ciò è sorprendente che s’incontri con Balzac i cui romanzi pullulano di chattes, di biches blanches, di lionnes e persino di chiens, di singes e di ours.



  V. Valle, Le Accademie finali al Conservatorio milanese, «Il Teatro illustrato e la musica popolare», Milano, Edoardo Sonzogno Editore, Anno IX, N. 104, Agosto 1889, pp. 117-119.

 

  p. 118. Riferendosi ad un articolo di C. Lombroso (I genii e la scuola) pubblicato nel «Fanfulla della Domenica» (Roma, Anno XI, N. 26, 30 Giugno 1889, p. 1; cfr. supra), l’A. trascrive la seguente citazione:

 

  «Balzac, che li ha provati e fu cacciato da scuola in scuola, analizza minutamente in quel suo meraviglioso studio del Louis Lambert queste amarezze di collegio».



  Tito Vignoli, Estetica. – Del vero nell’arte – Nota del Prof. Tito Vignoli (Continuazione e fine). III, «Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. Rendiconti», Milano, Napoli, Pisa, Ulrico Hoepli, Serie II, Vol. XXII, 1889, pp. 464-483.
  pp. 466-467. Era necessaria questa assoluta libertà nell’artista, perché gli fosse concesso riprodurre a sua posta il bene, ed il male, ove apparisce: e nella guisa stessa che il principio fondamentale estetico l’Arte per l’arte, venne per la stessa cagione da tutti riconosciuto; così l’artista potè a sua volontà, e secondo la sua indole, temperamento, sentimenti, concetti intorno alle cose ed agli uomini, scegliere soggetti, e con potente virtù personale rappresentarli. […].
  E si badi che se la scienza e lo studio e la secolare esperienza emanciparono l’uomo da mitici e artificiali legami, si conobbero, viceversa, quelli che realmente signoreggiano l’uomo per leggi fisiche, biologiche e sociali: onde alle non vere ed ipotetiche si sostituirono le cause determinanti le nostre azioni, i temperamenti, la vita, insomma, moralmente, e fisiologicamente sana, o morbosa. Che se al pittore non è concesso di esprimere che il resultato ultimo di queste cause nel fatto che ritrae, e può solo con fini accorgimenti farle pensare e indovinare, nel romanzo queste possono con ampiezza dichiararsi, e descriversi. E basta solo paragonare in questo genere di lavori rispettivamente quelli del Walter-Scott, e della sua scuola con quelli poi di Balzac, della Sand, e per ultimo con i romanzi che s’intitolarono M. (sic) Bovary, Germinie Lacerteux, Assomoir (sic), Nabab, e via dicendo – perché si veda a qual forma sia giunta, e per quali fasi, la riproduzione artistica umana, in virtù della legge da noi superiormente dichiarata.

  Z. Y. X – Giorgio Ville, Conferenze agrarie […], «Venafro. Periodico politico – amministrativo – letterario», Venafro, Anno II, Numero 12, 16 Giugno 1889, p. 1.

  I metodi che bisognava applicare sono così semplici, e tanto bene con­fermati dall’esperienza, che io non ne prevedeva alcun ostacolo.

  Io aveva contato senza l’ostilità delle classi rurali, di cui Balzac à di­pinto con tanta verità la rozza ed in­saziabile cupidigia.




   [1] L’opera è presente nella Biblioteca Centrale della Regione Siciliana di Palermo.
   [2] Questo studio di Tito Berti, con la relativa traduzione del Traité des excitants modernes di Balzac, è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara; Biblioteca Nazionale Centrale e Biblioteca Marucelliana di Firenze; Biblioteca Nazionale ‘Vittorio Emanuele II’ di Roma; Biblioteca del Senato della Repubblica di Roma.
   [3] Commediografo italiano d'origine cubana (L’Avana, 1832-Firenze, 1909). Della sua abbondante produzione si ricordano Gentiluomini speculatori (1859), Spinte o sponte (1860), I legittimisti in Italia (1861) e Una piaga sociale (1865).
   [4] Lo studio del Baschet a cui si riferisce il Bongi è: Honoré de Balzac. Essai sur l’homme et sur l’oeuvre. Avec notes historiques par Champfleury, Paris, D. Giraud et Dagneau, Libraires-Éditeurs, 1852.


Marco Stupazzoni

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