mercoledì 21 maggio 2014


1890




Traduzioni.


  O. di Balzac, Fisiologia del matrimonio o meditazioni di filosofia eclettica sulla felicità e la infelicità coniugale di O. di Balzac, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 18904 («Biblioteca Universale», NN° 64-65), pp. 268.[1]
  Un volume in 16°.
  Terza ristampa dell’ormai nota edizione milanese de La Physiologie du mariage balzachiana.

  Onorato di Balzac, Gl’Impiegati. Romanzo di Onorato di Balzac. Prima traduzione italiana di L. Agnes, Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 1890 («Biblioteca Universale» NN° 199-200), pp. 196.[2]
  Un volume in 16°.


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  Il testo balzachiano è preceduto da una breve introduzione (Onorato di Balzac, pp. 3-4 che trascriveremo integralmente nella sezione dedicata agli studî ed ai riferimenti critici), nella quale, riportando alcune sequenze testuali tratte dallo studio su Balzac di Lamartine[3], viene sommariamente tracciato un profilo somatico e caratteriale dello scrittore.
  La traduzione si fonda sul testo dell’edizione Furne (1846), di cui non viene riportata la dedica alla “Comtesse Serafina San-Severino née Porcia, da cui procedono le successive edizioni del romanzo pubblicate dalla Librairie Nouvelle, da Marescq, da Houssiaux, da M. Lévy e da Calmann-Lévy.
  Pur potendo considerarsi, nel suo complesso, accettabile, la versione che, de Le Cousin Pons, fornisce Luigi Agnes non può ritenersi, a nostro giudizio, impeccabile dal punto di vista stilistico. Il compilatore interviene infatti frequentemente sul modello balzachiano apportando integrazioni o fornendo interpretazioni e soluzioni lessicali alquanto discutibili.
  Si consideri, ad esempio, la sequenza testuale riguardante l’incipit del romanzo:
  A Paris, où les hommes d’études et de pensée ont quelques analogies en vivant dans le même milieu, vous avez dû rencontrer plusieurs figures semblables à celle de M. Rabourdin que ce récit prend au moment où il est chef de bureau à l’un des plus importants ministères : quarante ans, des cheveux gris d’une jolie nuance que les femmes peuvent à la rigueur les aimer ainsi, et qui adoucissent une physionomie mélancolique.
  A Parigi, dove i pensatori e gli uomini di studio, vivendo nello stesso ambiente, hanno qualche rassomiglianza tra loro, voi certo incontrereste molte fisonomie come quella del signor Rabourdin, che in questo racconto vi presento quale già era al momento in cui giunse al posto di caposezione, in uno dei più importanti ministeri.
  Egli aveva quarant’anni, capelli grigi di una sfumatura così bella che le donne potevano, a rigore, preferirli a quelli di un giovanotto e rendevano dolce il suo aspetto malinconico. (p. 5).



Studî e riferimenti critici.


  Onorato di Balzac, in Onorato di Balzac, Gl’Impiegati … cit., pp. 3-4.
  In altre prefazioni ai volumetti della Biblioteca Universale[4] abbiamo avuto occasione di parlare di Balzac come scrittore e come pensatore. Vediamo ora brevemente quale fosse l’uomo.
  «Il suo aspetto – scrive Lamartine – era incolto così come il suo genio. Testa grossa, capegli ricadenti sulle spalle e sulle guancie come una criniera, lineamenti forti, labbra spesse, occhio dolce, ma a volte vivacissimo, abiti in contraddizione con ogni consiglio dell’eleganza, giubba stringata sur un corpo colossale, panciotto slacciato, biancheria grossolana, grosse calze, scarpe formidabili … ecco l’uomo che scrisse egli solo tutta una biblioteca del suo secolo, il Walter Scott della Francia, ma non il Walter Scott dei paesaggi e delle avventure, ma quello della vita umana, il Dante dei caratteri, il Molière della commedia scritta meno perfetto ma altrettanto fecondo e creatore, quanto quello della commedia recitata.
  Non era alto di statura, ma lo splendore dello sguardo e la mobilità di tutto il suo essere non permetteva di accorgersene. La sua figura ondeggiava come le sue idee: ora sembrava chinarsi a terra come per raccogliere un fascio di idee, ora si raddrizzava in punta de’ piedi come per raggiungere ne’ suoi voli verso l’infinito, il pensiero, Nerboruto, ma senza pesantezza: possente come Mirabeau, ciarlava coll’istessa disinvoltura di un oratore provetto che arringhi il popolo. La sua voce risuonava: tradiva la energia selvaggia dei polmoni, ma non aveva né ruvidezze, né ironie, né collere: le mani grosse e larghe esprimevano agitandosi, tutto il suo pensiero. Il viso pure era parlante: lo sguardo non poteva staccarsene, completava il fascino della parola.
  I capegli ondeggianti sulla fronte, gli occhi neri che vi guardavano come due amici, le gote rosee, la testa inclinata, tutto in lui era rivelazione di una bontà comunicativa. Quando parlava rapiva lo spirito: tacendo vi rapiva il cuore. L’odio o l’invidia non avrebbero potuto esprimersi su quel volto: a Balzac sarebbe riuscito impossibile non essere buono. Ma la sua non era la bontà dell’indifferenza e della noncuranza: quella bensì che ispira la riconoscenza, l’espansione e sfidava a non amarlo. Un’infantilità gaia era il carattere di Balzac, anche all’aspetto: la sua, quando egli deponeva la penna per ciarlare cogli amici, un’anima in vacanza. È insieme un fondo di serietà e di gravità, un’ammirabile, istintiva repulsione contro il male. Quante virtù aspre e difficili non si celavano sotto quell’apparenza di giovialità!».

  Note volanti, «L’Illustrazione Popolare. Giornale per le famiglie», Milano, Fratelli Treves, Editori, Volume XXVII, N. 6, 9 Febbraio 1890, p. 91.
  La musica è un’altra vita nella vita.[5]
                                                                           Balzac.
  (Dal nuovo libro “Cento pensieri sulla musica” di L. Mastrigli – Torino, Paravia).

  In margine, «Corriere Dauno», Lucera, Anno I, N. 6, 16 febbraio 1890, p. 1.

  La pietà, il buon cuore, la compassione, i mezzi termini – per chi vi fa il male – non servono assolutamente. Occorre il ferro e anche il fuoco per evitarvi un danno maggiore. L’energia del carattere consiste specialmente nel punire chi lo merita, nel rimettere a posto la verità offuscata, e nel non concedere giammai quartiere al vo­stro offensore. Solo così il serpe non ri­prenderà più il calore necessario per mor­dervi.

  (Commedia umana.)

Balzac


  Chiacchiere e Letture, «Corriere dell’Arno. Giornale politico amministrativo», Pisa, Anno XVIII, Num. 11, 16 Marzo 1890, p. 2.
  Edoardo Drumont, ha pubblicato a Parigi un nuovo libro intitolato, La dernière Cataille in cui fa una carica a fondo contro i milionari a qualunque religione appartengano. […]
  Giulio Simon non fu mai compromesso in nessun traffico vergognoso, ma è povero, e padre di famiglia; uno dei suoi figli fu poco fortunato nel giornalismo. Non potendo mettere la propria argenteria al Monte di Pietà, come il padre Goriot di Balzac, Giulio Simon ha fatto degli articoli contro Boulanger nel Matin.

  Maurel nel “Rigoletto”, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIV, N. 4636, 2 Aprile 1890, pp. 2-3.

  p. 2. Ed ogni tipo creato dal l’arte, proce­dendo dalla verità psicologica, a questa stregua va giudicato con criteri speciali. Triboulet è padre, e padri sono Orazio come […] il Goriot di Balzac come il Priamo di Omero; ma in loro l’affetto pa­terno, ha dal carattere dell’individuo un accordo, uno stile, un significato ben di­stinto.


  Corriere Milanese. La conferenza del Prof. Fradeletto. Il momento sociale e i nuovi tipi letterari, «Corriere della Sera», Milano, Anno XV, Num. 112, 24-25 Aprile 1890, p. 3.

  La rivoluziono dell’89, se ha abbattuto il privi­legio del blasone, ha però creato quello della Banca, ponendo al posto del marchese e del conte l’affarista e il banchiere, i quali sono splendidamente descritti da quel Balzac, che dopo esser fallito nelle sue im­prese editoriali, tentava l’escavazione delle vecchie miniere di Sardegna, o pagava i suoi debiti coi capilavori della Comédie Humaine; esempio unico nella storia della letteratura.


  Corriere Milanese. Le serate letterarie del prof. Fradeletto. Il momento scientifico, «Corriere della Sera», Milano, Anno XV, Num. 114, 26-27 Aprile 1890, p. 3.

  Giustamente osservò come il vero padre del ro­manzo naturalista, il Balzac, intuisse il concetto che della vita e degli esseri umani venne elevato a formula scientifica dal Geoffroy St. Hilaire, quello cioè che come uno era l'animale nella natura, mo­dificato però all’infinito dagli influssi delle innume­revoli leggi di questa stessa natura, così l’uomo mo­rale fosse all’infinito variato dalla società in cui vive. Da questo momento il romanzo si è imposto i doveri della scienza e se n’è assunti i diritti, do­mandando una uguale libertà di parola.


  Corriere Milanese. La conferenza del Prof. Fradeletto. La psicologia e l’estetica del romanticismo francese e la reazione, «Corriere della Sera», Milano, Anno XV, Num. 117, 29-30 Aprile 1890, p. 3.

  Iersera, intanto, chiuse la sua conferenza notando come lo Zola abbia riassunto i caratteri dei suoi predecessori; del Balzac possiede l’acume spregiu­dicato e il concetto che questi aveva del romanzo.


  Notizie di Lettere e d’Arti, «Lettere e Arti», Bologna, Anno II, N. 17, 10 Maggio 1890, pp. 269-271.
  p. 270. L’Oeuvre de Balzac di Marcel Barrière (Lévy) è un riassunto di tutto ciò che contiene la Comédie humaine, commentato con entusiasmo sincero, ardente, eccessivo. L’A. cerca altresì dimostrare che il Balzac non fu naturalista, sì bene romantico.


  In Città. Sangue!, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIV, N. 4766, 12 Agosto 1890, p. 2. 

  In questo stato di cose il pensiero del publico ricorre per una naturale associa­zione d’idee a quel ciclo di libri, cui la polizia ha fornito gli elementi, la materia prima.

  Ricorda Balzac, con i due tipi Peyrade e Corentin; ricorda Victor Hugo, con il suo Javert, l’inflessibile Javert; ricorda Poë ...


  Notizie di Lettere e d’Arti, «Lettere e Arti», Bologna, Anno II, N. 31, 16 Agosto 1890, p. 519.
  A Parigi, oltre le commedie accennate nel nostro precedente numero, andranno presto in iscena: Petits papiers, un atto di Aurélien Scholl; Jeunesse, di Emilio Augier; Recherche de l’absolu, di Paul Alexis (da un romanzo di Balzac); Le colonel Chabert, di René Maizeray.


  Il Teatro e l’Arte, «Il Piccolo della sera», Trieste, Anno IX, N. 3141, 16 Agosto 1890, p. 2.

  Si annunzia che il signor Paolo Alexis sta per trarre un drama in cin­que atti dalla Recherche de l'Absolu di Balzac.



  Il divorzio in Italia, «Il Piccolo della sera», Trieste, Anno X, N. 3161, 4 Settembre 1890, p. 1.

  Parecchi mariti contenti non pensano al divorzio.

  Ricordiamo ciò che diceva un per­sonaggio di Balzac dell'amante di sua moglie:

  — Il tale! Mi è caro ed ha tutte le mie simpatie. Egli calma i nervi della mia si­gnora; la occupa e la umanizza, difende il mio credito, spinge i miei affari, è il pa­ladino dell'onore della mia famiglia, è il padre de’ miei figli. Che cosa volete di più?


  Alfonso Karr e le sue bizzarrie, «L’Illustrazione Popolare. Giornale per le famiglie», Milano, Fratelli Treves, Editori, Volume XXVII, N. 41, 12 Ottobre 1890, pp. 642-643.
  p. 642. Ma più che sulle novelle e sui romanzi, la fama di lui fondasi sulle famose Vespe (Les Guêpes), raccolta mensile di articoli satirici sopra argomenti politici e sociali, piena di senso comune, di aneddoti, di causerie, e d’humour, di malizia, di fiele aristofanesco, di brio impareggiabile […]. Ecco un esempio delle Guêpes:
  “Trovo nel Moniteur un argomento di congratulazione per coloro che amano la gloria del loro paese; – il Re ha nominato cavaliere della Legion d’Onore il signor Basin de Rocou uomo di lettere. Questa onorificenza ci rivela uno scrittore superiore, non c’è dubbio, al mio ex-amico Balzac, perché questi non è ancora decorato: in caso diverso bisognerebbe porre in forse la saviezza del Re in fatto di letteratura e di decorazioni.


  Fotografie istantanee – Ancora una, «Il Piccolo della sera», Trieste, Anno IX, N. 3216, 29 Ottobre 1890, p. 2.

  L’uomo che conosce bene le donne non è molto indulgente e benevolo per la let­teratura moderna; fa eccezione solo per Bourget, che però non conosce sempre del tutto la donna; ma via! qualche os­servazione giusta però l’ha fatta. Disprez­za profondamente Zola e tutti i naturali­sti. La sua adorazione vera però la riser­va tutta per Balzac! Ma anche lui non è sempre completo, ed è naturalmente ri­masto un poco indietro! Ah se egli voles­se, egli sì, che potrebbe scrivere un vero trattato fisiologico e psicologico della don­na moderna!


  Città di Satanasso. La «Capitale», ed il passato di Adriano Lemmi, «Il Divin Salvatore. Settimana religiosa di Roma», Roma, Anno XXVII, N. 19, 3 Dicembre 1890, pp. 299-300.

 

  p. 300. Nel lontano, lontano orizzonte, c’è una sentenza anche per un signor Adriano Lemmi; una sentenza straniera, per furto, di oro straniero, accompagnato il furto, non l’oro da altre imputazioni che col patriottismo non ci hanno proprio da fare. Quella sentenza, impugnata come apocrifa, l’abbiamo veduta. È un cencio lacero di carta, munito dei debiti bolli della Cancelleria di Marsiglia. Come quel cencio sia venuto in Italia è tutta una storia, lunga a narrarsi, che forse un giorno faremo soggetto di un bozzettino alla Balzac: tranne il talento dell’immortale scrittore francese, tranne la forma smagliante del narratore delle gesta del galeotto Voutrin (sic), ci sarà tutto l'interesse che Balzac sa ispirare.


   Cronaca locale e fatti vari. La morte d’un romanziere [Adolphe Belot], «Il Piccolo della sera», Trieste, Anno IX, N. 3269, 21 Decembre 1890, p. 2.

  Romanziere, egli non fu come Zola, un possente descrittore d’ambiente, non come Balzac un creatore di situazioni storiche e un maestro nella creazione dei caratteri. Non si propose, a somi­glianza del primo, di risolvere un pro­blema scientifico, nè, a somiglianza del secondo, si preoccupò di studiare l’uomo nelle varie vicende della vita. E tanto meno ebbe come Flaubert il culto della forma, miracolo di perfezione nell'autore di Madame Bovary.

  Contemporaneo di Giorgio Sand, di Lamartine, di Hugo, di Balzac, di De Musset, di Dumas padre, egli non arrivò all’omero di nessun di quei grandi. Nè dalla generazione successiva, quella dei Zola, dei Daudet, dei Bourget, egli seppe farsi adorare come un dio dell’arte.


  Giuseppe Albini, Un’osservazione epigrafica di Bartolomeo Borghesi, «Lettere e Arti», Bologna, Anno II, N. 48, 20 Dicembre 1890, pp. 774-776.
  p. 776. Ai funerali di Balzac il ministro Baroche diceva a Victor Hugo: - C’était un homme distingué –, e il poeta al ministro: – c’était un génie. – E generalmente tutti gli onesti lavoratori in arte sanno quanto sia vero, che una lode franca e piena si può sperarla dai grandi maestri che fanno, non dai mediocri eruditi che giudicano: quelli, se non turbati da singolarità d’indole o di circostanze, sono magnanimi nell’estimare come nell’intendere; questi temono di detrarre alla riputazione del proprio acume quanto contribuiscono alla lode del merito altrui.

  Edmondo de Amicis, Il vino. Illustrato da A. Ferraguti, Ett. Ximenes, E. Nardi, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1890.
  p. 49. Bevono, come disse dei fumatori il Balzac, perché hanno delle energie da domare. Ed è questa la cagione principale della intemperanza famosa di tanti poeti: non è vero che bevessero, come suol credersi, per prodursi un’eccitamento (sic) artificiale, a fine di scrivere: bevevano per acquetare il loro eccitamento naturale, dopo che avevano scritto.

  Aristo, Giornali e giornalisti veneziani. Mezzo secolo addietro, in Guida della Stampa periodica italiana compilata dall’Avv. Nicola Bernardini con prefazione di Ruggero Bonghi, Lecce, Tipografia editrice Salentina dei Fratelli Spacciante, 1890, pp. 716-717.
  p. 717. E la letteratura? Già vi ho detto che il Lamartine era alla moda: lo Chateaubriand aveva già perduto, Victor Hugo non aveva ancora conquistato lo scettro: il Dumas apparteneva all’avvenire, le audacie dello Zola nessuno sognava. In Francia pareva ancora troppo ardito il Balzac … in Italia il critico della Gazzetta [Gazzetta privilegiata di Venezia] tuonava contro La giovinezza, odi di Pippo de’ Boni, allora giovanetto; […].


  Athos, Echi mondani, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIV, N. 4553, 9 Gennaio 1890, pp. 1-2.

  p. 2. Leopoldo Mastringhi ha pubblicato un volumetto: Cento pensieri sulla musica. […].

  Dice Onorato di Balzac: “La musica è un'altra vita nella vita”; e, poeticamente, Alfredo De Musset: “La musica è una lingua, che per l'amore inventò il genio”.


  Vittorio Banzatti, A proposito della nuova commedia di Marco Praga, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno XIV, N. 47, 22 novembre 1890, pp. 369-371.
  [Su: Moglie ideale].
  p. 370. L’adulterio della donna è il tema più antico e più usato dell’arte. […].
Mettere in scena questo dramma più comune, questa commedia di tutti i giorni è stato il proponimento di Marco Praga. […] Oramai, egli pensa non senza una punta di ironia, siamo a questo punto che è ideale quella moglie che, pur avendo un amante, non trascura il marito, ma fa procedere il dovere coniugale di pari passo col piacere amoroso. Che tutte le donne siano così sarebbe una tristizia il dire; né Praga lo dice; ma che lo siano … (lasciamo le proposizioni matematiche) in discreto numero è pure innegabile. Balzac nella sua Physiologie du mariage è andato anche più in là.

  Giuseppe Benetti, Per un Teatro italiano. “I Barbarò”. Dramma in un prologo e 4 atti, di G. Rovetta, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno XIV, N. 6, 8 febbraio 1890, pp. 45-46.
  p. 46. Campeggia, nella scena, una sola figura, magistralmente scolpita: quella di Barbarò.
  Questo tipo, la cui avidità di salire, per opprimere, è il solo scopo della vita, ricorda, per l’efficacia e la sobrietà con la quale è tratteggiato, il Mercadet di Balzac, ed i più noti protagonisti di Molière.

  Nicola Bernardini, Il colore del giornale, in Guida della Stampa periodica italiana… cit., p. 592.
  Il colore politico di un giornale è una livrea che si depone uscendo dall’ufficio.
                                                                                                                                                    Raspail.
  Qualunque giornale è una bottega, nella quale si vendono al pubblico delle parole del colore che il pubblico vuole.
                                                                                                                                                                    Balzac.

L’insegnamento del giornalismo, pp. 287-291.

  pp. 289-290. Balzac ha detto in un suo curioso aforisma:
  «Ci fu un giornalista, che confessava aver fatto ogni giorno lo stesso articolo durante dodici anni: questa confessione, divenuta celebre, fa sorridere e dovrebbe far tremare; per rovesciare il più bell’edifizio, un muratore non darebbe ogni giorno lo stesso colpo di piccone?»
  Sì! ma quanti giornali cosiffatti potrebbero vivere a lungo?


Yorick, p. 419.

  È veramente livornese, di famiglia venuta a Livorno da Napoli, ed il suo nome sullo stato civile, è Piero Francesco Coccoluto Ferrigni. Da lunghissimi anni vive a Firenze. È piccolo, grasso, con un volto gioviale illuminato da due occhietti maliziosi, e chi ha conosciuto Balzac dice che gli rassomiglia.

  Ruggiero Bonghi, In viaggio, in In Autunno su e giù, Milano, A. Paganini, 1890, pp. 219-246.
  pp. 240-241. Ebbene, sì, pensavo: cotesta è un (sic) acerba beffa dell’Accademia di Francia, dei suoi membri, dei loro usi. Adunque, distruggiamola, l’Accademia. Io non so, perché il Daudet non ne sia, o se non ne voglia essere. A ogni modo, che egli non ne sia, o che non ne voglia essere, è un accidente di poco momento. Mi pare che la istituzione stessa, se non è priva di magagne – e nessuna istituzione ne è – è pur grande, e tutta quanta la letteratura, la scienza, l’arte francese ne ha sentito vantaggio. Certo, alcuni illustri Francesi non vi sono stati ammessi: citano sempre il Balzac; ma quanti? La molta maggior parte di Francesi, che hanno resa gloriosa, nel campo del pensiero o persin dell’azione, la patria non ne hanno fatto parte, forse?


  Bonhomo, In Città. Nella lotta, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIV, N. 4882, 7 Dicembre 1890, p. 2.

  Vi sono certi avvenimenti nella gran battaglia della vita che ci di­mostrano come sia vera la arguta defini­zione data ad essa da Honoré de Balzac: “la vita è una gran commedia”.


  Luigi Capuana, Armando de Pontmartin, «Lettere e Arti», Bologna, Anno II, N. 13, 12 Aprile 1890, pp. 196-198.
  p. 196. Non era né artista, né critico nel vero senso di queste parole; ma mostrava nei suoi scritti una finezza e una facilità da gentiluomo bel parlatore … Le sue rassegne sono spigliate conversazioni; niente altro. Non ha teoriche propriamente dette. Spesso il contenuto d’un lavoro, un contenuto secondo le sue idee, gli fa vello alla intelligenza nel giudizio letterario; perciò non potè mai mostrarsi equanime nemmeno verso il Balzac, che pure si dava l’aria di conservatore.

  Giosuè Carducci, Critica e arte, in Confessioni e battaglie di Giosuè Carducci, Bologna, Ditta Nicola Zanichelli (Cesare e Giacomo Zanichelli), 1890, pp. 175-287.
  pp. 280-282. La poesia dunque non muore; l’arte della poesia muore, l’arte della poesia nel suo antico e puro significato di elaborazione estetica, metrica, disinteressata. Di che io non faccio, né potrei senza ridicolo, accusa o rimprovero (tanto più che a suo tempo so di certo che rinascerà): ma dico che la borghesia dominante, educata com’è, con i suoi intendimenti e instituti di vita, non ha più, o perde ogni giorno più, le abitudini, le preparazioni e gli ozi che si richiedono a capire e amare la poesia vera. La borghesia moderna venne a dominare, che non aveva eredità artistica, che non aveva ideale altro che quello del Rousseau: con la rivoluzione francese di fatti incominciarono il sentimentalismo fantastico e declamatorio e la prosa poetica. Prima, la Staël e lo Chateaubriand senza né il dono né l’amore del verso ammaliarono la generazione del Consolato e dell’Impero col romanzo lirico ed epico. Poi, il celebre recitatore tragico, il Talma, andava raccomandando ai poeti: – Non più versi belli. – Nella restaurazione, contro il rinascente fervore della poesia metrica, il Beyle conchiudeva – Non versi del tutto –; ed egli, prima di porsi a scrivere, costumava, o almeno lo diceva e consigliavalo agli altri, di leggere a modello di stile parecchi articoli del Codice civile; il che non lo salvò dallo scrivere falso e affettato. Costui era impotente alla creazione d’arte; e i suoi romanzi lo mostrano, nominatamente Le rouge et le noir, titolo che è la definizione più esatta del modo suo di rappresentare. Ma potente ingegno d’inventore e di osservatore ebbe il Balzac, e non sapea farsi ragione che si trovasse del piacere a fare de’ versi e che Teofilo Gautier ne componesse. – Ma cotesto non è della copia per la stampa – diceva, facendo spallucce, l’epicureo e industriale e ingegnosissimo descrittore e rappresentatore della borghesia, quando vedeva il suo amico empire di piccole e ineguali righe la breve pagina. Egli fu l’autore e il padre di quel realismo in prosa del secondo impero, che oggi trionfa e ha finito di sotterrare la poesia come arte. Questi fecondi e copiosi scrittori, che sanno con lunghi romanzi e con drammi non brevi tener sempre eccitata e tormentata la lussuria estetica di milioni di lettori e reggitrici, potrebbero ragionevolmente dire al Goethe, se egli escisse oggi fuori coll’Ermanno e Dorotea – Ma cotesto non è un libro – . Noi poi, meschini rimatori lirici, tra questa letteratura e in questa società, dobbiamo far la figura di persone, che in un passeggio del giorno di festa affollato di carrozze e cavalcate trascorrenti con tutte le eleganze e li agi del lusso, se ne vadano serie serie per la loro via camminando a galletto zoppo.

  Felice Cavallotti, Lea. Dramma in tre atti in prosa con un prologo in versi di Felice Cavallotti, Milano, Presso Carlo Barbini Editore, 1890 («Galleria Teatrale. Fascicolo doppio», N. 549-550. Teatro di Felice Cavallotti, vol. IX).
  p. 39. Lea
  […]
  Quel est le père de bon sens qui vou-
  drait marier son fils à vingt ans ?
  Ne connait-on pas le danger de ces
  unions précoces ?
                                       Balzac[6]


  O.[reste] Cenacchi, Il “Teatro completo” di Enrico Becque, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno XIV, N. 14, 5 aprile 1890, pp. 105-106.
  p. 106. Un solo filo forse, ma tenue, di derivazione c’è per una sola delle commedie, pei Corbeaux, che hanno qualche aria di famiglia con alcuni personaggi di Balzac.

  O.[reste] Cenacchi, Armand de Pontmartin, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno XIV, N. 16, 19 aprile 1890, p. 122.
  Fatte le prime armi in piena fioritura e, diciamolo pure, in piena gonfiatura romantica, i discendenti del romanticismo dovevano disorientarlo: i realisti ed i naturalisti dovevano spaventarlo addirittura. Sainte-Beuve stesso non aveva compreso Balzac; Pontmartin doveva proclamare la superiorità di Carlo de Bernard sull’autore della Commedia umana; doveva arrivare a rimproverare Jules Janin di aver fatto di Vittor Hugo il pernio della evoluzione del dramma; doveva finire col rinnegare Alfredo di Musset.

  G. A. Cesareo, Il Romanzo d’un Parnassiano (F. Coppée, “Toute une jeunesse”), «Lettere e Arti», Bologna, Anno II, N. 11, 29 Marzo 1890, pp. 162-163.
  Questo genere di romanzo non ha niente che vedere né col naturalismo del Balzac e dello Zola, né con l’impressionismo del Daudet, né col psicologismo d’origine russa di Paolo Bourget; ma procede direttamente dal realismo inglese di Giorgio Eliot.

  G. A. Cesareo, Medusa(*), «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno XII, N. 16, 20 Aprile 1890, pp. 1-2.
  (*) Arturo Graf, Medusa, Torino, Loescher, 1890.
  p. 1. L’amore è spesso dal nostro poeta schernito; più spesso disperatamente rimpianto. Qua e là egli si lagna del fato che gli ha tolto l’unico amore, la creatura desiderata e sognata, la beata Beatrice assorgente per l’ideale azzurro della fantasia d’ogni vero poeta. […]. Nulla d’impuro offusca mai la spirituale bellezza, la grazia morta di codesta figura ideale; che forse appartiene alla schiera siderea della Miranda dello Shakspeare (sic), della Ligeia del Poe, della Séraphita-Séraphitus del Balzac, della Donna del Leopardi; se bene un giorno arrise veracemente anche agli occhi dell’uomo.

  G. A. Cesareo, Vittorhughiana, «Lettere e Arti», Bologna, Anno II, N. 42, 8 Novembre 1890, pp. 665-667.
  p. 665. Un bel giorno il fattore porta a Paolo Meurice una lettera voluminosa, con plico raccomandato, timbrata da Bruxelles. Era del signor Spoelberch, collezionista belga e paziente ricercatore, che ritrovò tante pagine smarrite del Balzac, e preparava su Teofilo Gautier un lavoro di restituzione anche più curioso e completo.


  Cimone, Per la conferenza di Berlino, «Il Piccolo della sera», Trieste, Anno IX, N. 2989, 16 Marzo 1890, p. 2.

  — Il lavoro! - esclama. - Ma che è il lavoro pei governi? tutt’al più si occuperanno dell’operaio. E che cos’ è poi l’operaio? niente! la forza bruta, il muscolo ... Il muscolo! ma dei nervi chi si occupa? ...

  Tabelli, pittore decoratore, alquanto democratico - Come c’entrano i nervi?

  De Paucis - (scuotendo la testa, e pi­gliando un po’ di tabacco per la sua pipa nella borsa di Sardelli) noi non c’inten­deremo mai. Tu sei un uomo che non può capire le mie idee. L’arte è aristo­cratica. E io sono aristocratico come Balzac. Ecco qui: io sono il cervello, tu sei il ventre, perché sei socialista!


  Cola e Gigi, Corriere, «L’Illustrazione Italiana. Rivista settimanale degli avvenimenti e personaggi contemporanei», Milano, Fratelli Treves, Editori, Anno XVII, N. 15, 13 Aprile 1890, p. 250.

 

  A Venezia, nell’aula più leggiadra e più dorata del liceo Benedetto Marcello, brillò pure la creazione rossiniana, sorella della del Mosè, nell’udir la quale, Balzac diceva che gli parea d’assistere alla risurrezione d'un popolo.


  Arturo Colautti, Nos intimes, «L’Unione Liberale. Corriere dell’Umbria», Perugia, Anno IX, Numero 156, 11-12 Luglio 1890, p. 1.

 

  Dans tout italien il y a un moine mendiant, un brigand et un rouffian, faceva stampare Onorato de Balzac, dopo le truffe famose del genovese.


  Contessa Lara, La pagina delle signore, «Il Piccolo della sera», Trieste, Anno IX, N. 3266, 18 Decembre 1890, p. 1.

  «Il y a des femmes qui, parées, ressemblent à ces beaux fruits coquettement arrangé (sic) dans une belle assiette et qui donnent des dèmangeaisons (sic) à l’acier du couteau». [Citazione tratta da La Cousine Bette].

  Così dice Onorato de Balzac con una di quelle sue osservazioni sottili, da vero, come la lama del più affilato coltello. E questa frase si ripensa istintivamente, spontaneamente, guardando le mode di oggi, tanto leggiadre, provocanti e ... (cosa curiosa!) semplici, semplici, semplici.


  Emilio Del Cerro, Il malcostume nei Palazzi, in Misteri di Polizia. Storia italiana degli ultimi tempi ricavata dalle carte d’un Archivio segreto di Stato per cura di Emilio Del Cerro, Firenze, Adriano Salani, Editore, 1890, pp. 148-154.
  p. 148. Ma gli uomini della Polizia, quasi sempre, sono per le forti tinte, e chiamano le cose pel loro nome. Nei loro rapporti il verismo già trionfava quando né il Balzac, né la sua più legittima derivazione, lo Zola, nemmeno erano a balia.

  Emilio Del Cerro, La soppressione dell’”Antologia”, in Nicola Bernardini, Guida della Stampa periodica… cit., pp. 406-410.
  p. 406. La storia della soppressione dell’Antologia di Firenze (la vecchia Antologia fondata e diretta da G. P. Vieusseux) non è più da scriversi. Ma se la storia di quell’importante episodio della vita letteraria toscana è stato già narrato, non ne è stata peranco narrata la cronaca. Questa, come si sa, non vive che di particolari – di quei particolari che tanto raccomandava il Balzac – ed è un naturale, per non dire addirittura necessario complemento di quella.

  Giuseppe Depanis, Fra romanzieri e novellieri. LXX. De Marchi – Rod – Coppée – Loti – Maupassant – La Marchesa Colombi, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno XIV, N. 14, 5 aprile 1890, pp. 108-109.
  [In particolare, su: Les trois coeurs, par Édouard Rod. – Paris, Librairie Académique Didier, Perrin et Cie, libraires-éditeurs].
  p. 108. Io credo che di queste battaglie intorno a vocaboli che finiscono in ismo si sia oramai abusato; il Rod ha ragione, le scuole letterarie non sono più necessarie, non sono più possibili oggidì. Quelli che a noi sembrano scuolari sono semplicemente satelliti, che seguono la parabola dell’astro maggiore. In realtà, col genio che sembrò darle nome, scompare la scuola o ciò che si credette una scuola: restano soltanto le opere geniali. Così fu del Balzac, così fu dell’Hugo, così fu del Flaubert, così sarà dello Zola.

  Giuseppe Depanis, Pietro Loti e l’opera sua. III-IV, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno XIV, N. 29, 19 luglio 1890, pp. 225-227.
  p. 226. Sì, il Loti scrittore sfugge a qualunque classificazione. Egli non è né naturalista, né romantico, né realista, né bizantino, nè decadente; non segue né l’Hugo, né lo Zola, né il Balzac, né il Feuillet, né il Flaubert; non risente l’influenza della letteratura inglese o della letteratura russa. Egli è lui, nient’altro e nient’altri che lui.

  Giuseppe Depanis, Nel mondo ecclesiastico, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno XIV, N. 50, 13 dicembre 1890, pp. 396-398.
  [Su: F. Fabre, Un illuminé, Paris, Bibliothèque Charpentier].
  p. 397. Altrettanto il Fabre è sicuro nel duplice elemento clericale e campagnolo, altrettanto è impacciato quando si accinge a ritrarre costumi e sentimenti che escono dalla cerchia abituale de’ suoi studi; allora le stesse qualità si mutano in ostacoli, l’osservazione diventa faticosa e lo stile pesante. Più egli aspira alla grazia ed alla leggerezza e più riesce massiccio ed arruffato. Non ultimo questo dei punti di contatto del Fabre col Balzac, giacchè il Fabre per me è la più schietta derivazione balzachiana che conti la letteratura francese. Ho detto “la più schietta”; aggiungo “la più geniale”. Il Fabre deriva dal Balzac perché il suo temperamento di artista rassomiglia in più punti a quello del Balzac – com’è noto, il grande romanziere aveva una certa predilezione letteraria per l’aristocrazia legittimista, per il clero e per gli usurai – ; ma non lo imita mai. Egli si conserva originale: più che originale, personale. […].
  Un altro grave difetto di Un illuminé sta nell’abuso dei racconti intercalati nell’azione. […] La vendetta che Rosa Keller compiè su Grippon, per citare un caso, vorrebbe parere atroce ed in realtà rasenta il comico; simili scenate fanno sorridere nei romanzi del Balzac, ma non sono più tollerabili ai giorni nostri, massime in un artista scrupoloso della verità come il Fabre e ripugnante per natura e per convinzione del vecchio armamentario degli arnesi del mestiere. […].
  Le figure mascoline sono assai più numerose, e mi dilungherei troppo se le rilevassi tutte. […]. Quanto all’usuraio Wasmuss ed all’intendente Grippon, ripeto ciò che ho già detto riguardo ad alcuni episodi del romanzo: essi derivano dal Balzac, ed il Grippon specialmente ricorda in varii punti l’usuraio Gobseck.

  Giuseppe Depanis, La fisiologia dell’amore moderno(1), «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno XIV, N. 51, 20 dicembre 1890, pp. 404-406.
  (1)Physiologie de l’amour moderne, fragments posthumes d’un ouvrage de Claude Larcher, recueillis et publiés par Paul Bourget, son exécuteur testamentaire. – Paris, Alphonse Lemerre, éditeur.
  p. 404. L’argomento attrae, il titolo stesso è una seduzione. Forse non mai l’amore fu su tutte le bocche come è adesso, e forse anche non mai fu meno nei cuori. L’uomo è così fatto che si appaga delle apparenze, vittima di se stesso: anatomizzando l’amore egli si crede capace di amare. Perciò la Fisiologia dell’amore moderno del Bourget viene a tempo. Di nuovo il Balzac, lo Stendhal, lo Schopenhauer, il Michelet son tratti in campo per gli opportuni raffronti, e di nuovo una parte del pubblico strepita altamente perché si osa profanare uno dei più nobili sentimenti dell’umanità.

  Ottone di Banzole [Alfredo Oriani], Al di là. Romanzo. Terza edizione, Milano, Giuseppe Galli, Editore, 1890.
  p. 86. Mimy interruppe la lettura e rimase meditando.
  «Bice, che m’interroga sempre sulla mia tristezza, me ne ha mandato come spiegazione: Petites misères de la vie conjugale. Ho divorato il libro e non mi è piaciuto. Balzac ammette il matrimonio e ne fa la caricatura degli inconvenienti. Le sono davvero piccole miserie – e le grandi? Se il matrimonio fosse contro natura? Quando m’intendessi a scrivere e potessi dopo decidermi a gettare la mia anima al pubblico, io sì che farei un bel romanzo, per esempio. – Il Romanzo di una moglie – quattordici capitoli come sono quattordici le stazioni della Via crucis. […].
  p. 254. I grandi uomini di provincia, che hanno tanto divertito Balzac, egli veramente un grande nato in provincia, se del partito così detto progressista si riconoscono alla insipida audacia dei discorsi, se del partito conservatore alla melensa serietà dei sentimenti; superbi di sé medesimi che stimano e del paese che disprezzano, si combattono con maggiore accanimento degli Orazii e Curiazii della antica leggenda e s’incensano col rispetto dei preti cantando la messa. […].
  p. 523. Da tempi immemorabili e prima assai che Sterne, poi Balzac e mille altri dessero analisi e consigli, il prendersi per la mano a certi punti o il lasciarsela prendere fu considerato una gran cosa […].

  Doctor Mysticus [Angelo Conti], Il romanzo moderno. I. La donna e l’amore, «capitan Fracassa», Roma, Anno XI, N. 241, 2 Settembre 1890, p. 1.
  Il Bourget rappresenta la maggiore incertezza. Partito dalla vera sorgente, da Balzac, ha incontrato per via Baudelaire e Stendhal, ed è rimasto lungamente in loro compagnia.

  Enriquez, Nostalgia parigina, «capitan Fracassa», Roma, Anno XI, N. 69, 10 Marzo 1890, p. 1.
  Basta fermarsi un momento sopra tre grandi scrittori: Onorato Balzac, Victor Hugo, Emilio Zola, ognuno dei quali sprigiona dalle proprie pagine delle correnti poderose d’impressioni e di suggestioni simpatiche, tratte dalla vita parigina.


  Error, Un po’ di tutto. Una splendida definizione del Balzac, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno IV, N. 303, 4 Novembre 1890, p. 2.

  Viaggiando in Russia, Balzac fu, un giorno, sorpreso da un uragano e costretto a ricoverarsi in un castello. Prima che egli avesse declinato il proprio nome, la padrona di casa lo ricevette nel suo salone, ove erano alcune persone importanti dei dintorni, e mandò la propria dama di compagnia a cercare qualche rinfresco.

  Frattanto Balzac si fece conoscere, ed è facile immaginare con quali riguardi egli fu ascoltato. Si parlò un po’ di tutto ... quando, ad un tratto, l’accorta castellana per accarezzare senza dubbio la di lui vanità, gli fece, tra l’aspettativa generale, questa domanda:

  — Sareste voi tanto buono, signor di Balzac, da darci una definizione della gloria?

  Proprio in quel momento, la dama di compagnia entrava, portando un vassoio pieno di rinfreschi. All’udire il nome di Balzac, stupefatta, essa fece un movimento indietro; le sue braccia, non più obbedienti alla volontà, rilassarono, ed i cristalli caddero a terra, spandendosi, in bricciole, sul pavimento.

  Onorato di Balzac si volse, e, dopo un istante di silenzio, col sorriso fine e profondo che lo distingueva, disse:

  — La gloria, signora, eccola!


  P.[ietro] Fanfani, C. Arlía, (v.) Affarista, in Lessico dell’infima e corrotta italianità compilato da P. Fanfani e C. Arlía, Milano, Paolo Carrara Editore, 1890, p. 15.
  Volete sapere l’origine di questa voce? Eccola qua. Il Balzac, un 30 anni fa o così, scrisse una commedia, e la intitolò Le Faiseur, voce nuova in Francia, e neppure da prima ben accolta; la quale in italiano, vôlta alla lettera, sarebbe Il Facitore, e, secondo il significato e la proprietà, Il Faccendiere. Ma in Italia le traduzioni, in generale, pur troppo si sa da chi e come son fatte; e poiché la voce Affare era ed è comunissima; il traduttore, senza guardarla tanto per il sottile, voltò Faiseur in Affarista, e festa.

  Gemma Ferruggia, Le novellatrici e le romanziere, in AA.VV., La Donna italiana descritta da scrittrici italiane in una serie di conferenze tenute all’Esposizione Beatrice in Firenze, Firenze, Stabilimento G. Civelli – Editore, 1890, pp. 289-303.
  p. 300. Nel romanzo, Neera ama lo studio di costumi che prese via da Balzac e da Flaubert, e uccise la divagazione e l’amplificazione lirica di un tempo […].

  T. Fornioni, Il cuore nell’arte. “Notre Coeur” di Guy de Maupassant. “Un Coeur de femme” di Paul Bourget, «Lettere e Arti», Bologna, Anno II, N. 34, 6 Settembre 1890, pp. 537-541.
  p. 538. La via maestra del romanzo moderno, per concludere la digressione, l’aveva tracciata il gran capitano, Onorato di Balzac: ma i successori di Alessandro, se ne togli lo Zola, che intende a imitare, con altri metodi, l’opera colossale del maestro, hanno finito per sbriciolare l’impero. Alessandro Dumas figlio, particolarmente, si è impelagato fino alla gola nella femminilità letteraria più iperbolica e capziosa.


  E. W. Foulques, Domande. Balzac in italiano, «Giornale di Erudizione. Corrispondenza letteraria, artistica e scientifica», Firenze, Fratelli Bocca Editori, Volume II, N. 21 e 22, Giugno 1890, p. 325.

  Il sottoscritto ammiratore del grande romanziere francese, vorrebbe sapere quali suoi romanzi sono stati tradotti in italiano, da chi, quando, e presso quali editori. Saranno anche assai graditi alcuni cenni biografici sui traduttori, e critici sulle diverse traduzioni.


  C. Galeazzi, Cronaca artistica contemporanea, «Archivio storico dell’Arte», Roma, Ermanno Loescher & C.°, Anno II, Fascicolo XI-XII, 1890, pp. 492-493.

 

  p. 493. Balzac pure ha il suo monumento a Tours. L’autore della Commedia umana è rappresentato in veste monacale, seduto su di una poltrona con una penna nella destra. La statua è di bronzo e di proporzione doppia del vero. E non solo Tours, ma anche Parigi avrà la sua statua di Balzac. La esecuzione di questa, che dovrà erigersi al Palazzo Reale nella galleria d’Orléans è stata affidata al signor Chapu dell’Istituto di Francia. Il suo bozzetto è stato esaminato dalla Commissione del monumento, ed è stato trovato soddisfacentissimo. Anch’egli ha rappresentato Balzac, seduto, con la penna in mano, in atto di meditare. Una graziosa figura femminile, che personifica la Commedia umana, si manifesta ai suoi sguardi; ma si vela per sfuggire all’occhio indiscreto degli altri. Sullo zoccolo è riprodotto un teatrino di marionette che rappresentano il Mercadet, una delle produzioni drammatiche dell’autore meglio riuscite.

  Quel teatro di marionette, introdotto così in un monumento pubblico, per dire il vero mi fa un certo effetto! È vero che caratterizza bene l'epoca nostra ... Basta, io non son giudice competente in materia.


  Jules de Gastyne, In flagranza, «Corriere della Sera», Milano, Anno XV, Num. 213, 3-4 Agosto 1890, p. 2.

  La camera dove quella donna si trovava, doveva servire da stanza da pranzo. Aveva il pavimento di mattoni rossi. In mezzo, un tavolino rotondo sotto il quale era stato messo un tappeto di corde, largo come la pelle di zigrino di Balzac, e che si restringeva ogni giorno, logorato dallo stropiccio dei piedi.


  Gil-Bleu, Nel mondo … e altrove, «capitan Fracassa», Roma, Anno XI, N. 209, 31 Luglio 1890, p. 2.


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  In Francia, ove tutto può accadere, anche – secondo nota [di?] un giornale francese – il compimento della giustizia – hanno finito per consacrare un po’ di bronzo alla statua del grande Balzac.
  Profitto di quest’occasione per schizzare uno dei lati meno rilevanti ma curioso abbastanza dell’opera possente del celebre romanziere: il lato musicale.
  L’autore della Commedia Umana, aveva in sostanza, per la musica, la invincibile avversione che gli danno i suoi biografi?
  A sentire il racconto di un vecchio violinista parigino, già amico di Giacomo Strunz (è proprio così) amico a sua volta di Balzac, il grande scrittore avrebbe avuto dei momenti, direi così, musicali.
  Il vecchio violinista, con un lirismo insolito nei vecchi parla così della sua relazione col romanziere:
  Ho visto più volte l’autore della Commedia Umana; ho anche passeggiato, mezzo una notte, al suo braccio, per le vie, sotto i riverberi notturni.
  Mi par di vederlo ancora, magnifico, trasmodante, selvaggio, enorme, tutto infiammato … A grandi passi, egli mi trascinava.
  Ed io andavo, andavo, innanzi, senza sapere dove, affascinato, commosso, non riconoscendo più nulla, spinto da non so qual sogno di magia.
  Balzac aveva, nella serata, ragionato di musica con Strunz, e continuava la conversazione da sé.
  Con parole incisive, egli evocava tutte le idee, tutte le sensazioni che dormono nel fondo delle sinfonie, dipingeva al vivo tutti i personaggi di tutte le opere.
  Aveva delle metafore magiche per caratterizzare i suoni all’infinito.
  Il canto era per lui, la colomba che s’invola dalle labbra di talune sante nelle leggende pie: l’orchestra veniva paragonata a un fascio di luce che si fa irradiare quando si vuole, ora per fascinare gli sguardi, ora per incendiarli nei lampi … Non era più nella lingua umana che egli sembrava esprimersi: parlava la lingua degli elementi …
  E poi, non contando questo, chi non [ha] anche letto il bellissimo episodio della sua infanzia, raccontato dalla sorella, che fu la signora Surville?
  Un giorno regalarono a Balzac un minuscolo violino in legno rosso. Egli per lunghe ore, il volto illuminato, passava e ripassava l’archetto sulle corde che si attorcevano. «Finiscila una volta con questo fracasso, gli gridò la sorella». E lui: «Non senti com’è bello, non lo capisci?»
  I miagoli del violino si trasformavano, nella sua immaginazione, in un concerto ideale …
  E chi meglio di Balzac ha conosciuto il potere della musica? Quel che noi non sapremmo esprimere, nelle ore dolci e nelle ore crudeli, la musica l’esprime facilmente.
  «Modesta Mignon è innamorata: ella fa al piano le sue confidenze e il piano tradisce i suoi pensieri. Silvano Pons è presso a morire: il suo amico Schmücke, piangente, davanti al cembalo, e i tocchi assumono voci di disperazione e di conforto.
  Vedete! è sempre il minuscolo violino rosso di cui solo il fanciullo, nel suo candore, può comprendere la dolcezza!
  Balzac non ha nulla dimenticato nella sua opera prodigiosa. S’incontrano tipi diversi a profusione.
  Ora è Gambara, il musicista innovatore, che persegue il sogno d’un’opera che dimostri la vita delle nazioni al suo punto più alto; ora è Pons, il capo d’orchestra compositore, troppo distratto nella sua arte dalla passione dei quadri, e poi Schmücke e Bricheteau, la cui vita d’organista è tutto un sacrificio e Garangeot violinista senza talento, protetto da un’attrice e Collinet, Gennaro Conti, il tenore belloccio dalla buona fortuna, Genovese il gran tenore drammatico, e il maestro di cappella italiano diventato sordo e Fourchon ed altri tipi inferiori …
  Chi dunque, con questi esempi, può ancora asserire che Balzac non amasse la musica?

  Il Nano Misterioso [Ettore Moschino], Vita moderna, «capitan Fracassa», Roma, Anno XI, N. 288, 19 Ottobre 1890, p. 1.

L’estetica degli appartamenti.

  Ricordate la bella e finissima descrizione di un grande magazzino misterioso nella Peau de chagrin di Onorato Balzac?
  La prima stanza conteneva dei mobili di poco valore, delle antichità volgari, delle stoffe modeste; ma via via procedendo, il locale parea moltiplicarsi, gli arazzi delle Fiandre si univano alle grandi maioliche degli Hirschevogli di Norimberga, le statuette pastorali di Sèvres agli smalti moreschi di Granata; e più il visitatore s’inoltrava più apparivano agli occhi suoi le bellezze supreme di tutti i secoli, ed erano meravigliosi Tiziani, avori incisi di Fu-Teheng, argenterie di Pietro Germain e bassorilievi di Jean Goujon; poi venivano le stranezze etnologiche, i mocassini adorni di strane pitture primitive degli Indiani canadesi, gl’idoli barbarici delle isole oceaniche, i Kauris zanguebaresi, e ancora le meraviglie crescevano, si pigiavano nei magazzini troppo stretti per contenerle, invadevano gli scaffali, si spargevano sul pavimento, fino a che in una stanza misteriosa, bagnata da una luce eguale e calma, si mostrava serenamente tranquillo un Cristo dell’Urbinate.
  A questo pensavo ieri, visitando i grandi magazzini che il signor Cagiati ha sul Corso.


  L’impertinente, Balzac e De Nittis, «L’Ape», Foggia, Anno I, N. 23, 5 Novembre 1890, p. 3.

  Quale relazione possa esistere tra il grande scrittore francese e l’illustre inco­gnito foggiano, nessuno a prima vista sa­prebbe dire. Eppure, una relaziono c’è, nè molto lontana.

  State a sentire.

  Viaggiando in Russia, Balzac fu, un giorno, sorpreso da un uragano e costretto a ricoverarsi in un castello. Prima che egli avesse declinato il proprio nome, la padrona di casa lo ricevette nel suo sa­lone (sic?), ove erano alcune persone importami dei dintorni, e mandò la propria dama di compagnia a cercare qualche rinfresco.

  Frattanto Balzac si fece conoscere, ed è facile immaginare con quali riguardi egli fu ascoltato. Si parlò un po’ di tutto ... quando, ad un tratto, l'accorta castella­na, per accarezzare senza dubbio la di lui vanità, gli fece, tra l’aspettativa ge­nerale, questa domanda:

  — Sareste voi tanto buono, signor di Balzac, da darci una definizione della gloria?

  Proprio in quel momento, la dama di compagnia entrava, portando un vassoio pieno di rinfreschi. All’udire il nome di Balzac, stupefatta, essa fece un movimento indietro: le sue braccia, non più obbedienti alla volontà, rilassarono, ed i cristalli caddero a terra, spandendosi in briciole sul pavimento.

  Onorato di Balzac si volse, e, dopo un istante di silenzio, col sorriso fine e profondo che lo distingueva, disse:

  — La gloria, signora, eccola!

  — La gloria, signora, eccola!

  Ora, che avete letta la storiella, la vedete la relaziono fra Balzac e l’illustre come sopra?

  La gloria politica di Don Vincenzino De Nittis è un vassoio pieno di cristalli, che, in un momento di stupefazione, ca­dono a terra e vanno in frantumi.

  Mi sia permessa una domanda indiscre­ta: che mai ha fatto Don Vincenzino per acquistare tanta gloria ... di cristalli rotti?


  Io per Tutti, La vita che si vive. Il matrimonio e gli scrittori, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIV, N. 214, 3 Agosto 1890, p. 3.
  Anche Vigni non prese moglie, ma fu sul punto di sposare Delfina Gay, che poi fu madama De Girardin. Ammogliati erano Guizot, Michelet, Balzac.

  Io per Tutti, La vita che si vive, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIV, N. 242, 31 Agosto 1890, p. 3.
  Senza darvi torto, colti lettori e lettrici, scommetto che novantanove su cento di voi conosce le vere origini del genio. […].
  Per non andare tanto alle lunghe vi dirò subito che il genio nell’uomo viene esclusivamente dallo sciampagna. […].
  Balzac, Lemaître, Dévrieux, Talasse, Wagner e cento altri beverono lo sciampagna come acqua fresca, e solo allo sciampagna debbono il loro genio, la loro immortalità.

  Io per Tutti, La vita che si vive, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXIV, N. 303, 1 Novembre 1890, p. 3.
  [… ?]
  Prima che egli avesse declinato il proprio nome, la padrona di casa lo ricevette nel suo salone – ove erano alcune persone importanti dei dintorni – e mandò la propria dama di compagnia a cercare qualche rinfresco.
  Frattanto Balzac si fece conoscere, ed è facile immaginare con quali riguardi egli fu ascoltato.
  Fu parlato un po’ di tutto … quando, ad un tratto, l’accorta castellana – per accarezzare senza dubbio la di lui vanità – gli fece, tra l’aspettativa generale, questa domanda:
  – Sareste voi tanto buono, signor di Balzac, da darci una definizione della gloria?
  Proprio in quel momento la dama di compagnia entrava, portando un vassoio pieno di rinfreschi.
  All’udire il nome di Balzac, stupefatta, essa fece un movimento indietro; le sue braccia, non più obbedienti alla volontà, si rilassarono, ed i cristalli caddero a terra spandendosi in briciole sul pavimento.
  Onorato di Balzac si volse e dopo un istante di silenzio, col sorriso fine e profondo che lo distingueva, disse:
  – La gloria, signora, eccola!


  Jago, Echi mondani, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIV, N. 4732, 9 Luglio 1890, pp. 1-2.

  p. 2. Questo pensiero è di Legouvé: Sopra sei uomini di trentacinque anni che dicono ad una donna: io vi amo, non ve n’ha forse un solo che ami davvero. Certamente le donne c’ingannano esse pure, noi lo sappiamo pur troppo; ma esse c’inganna­no per nascondere ciò che provano, e gli uomini per mostrare ciò che non provano.

  E questo è di Balzac: La donna è re­gina del mondo e schiava di un desiderio.


  Jago, Echi mondani, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIV, N. 4783, 29 Agosto 1890, p. 2.

  I pensieri degli altri.

  L’oblìo cresce sui morti molto più presto che l'erba. Th. Gauthier (sic).

  Se un uomo batte l’amante le fa male, ma se batte la moglie la uccide.

   Balzac

  Una donna virtuosa ha nel cuore una fibra di più o di meno dell'altre donne: essa è stupida o sublime.   Balzac.


  Roberto Joanna, Echi mondani, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIV, N. 4848, 3 Novembre 1890, p. 2.

  Una definizione della gloria.

  Viaggiando in Russia, Balzac fu un giorno sorpreso da un uragano e costretto a ricove­rarsi in un castello.

  Prima che egli avesse declinato il proprio nome, la padrona di casa lo ricevette nel suo salone — ove erano alcune persone importanti dei dintorni — e mandò la propria dama di compagnia a cercare qualche rinfresco.

  Frattanto Balzac si fece conoscere, ed è facile immaginare con quali riguardi egli fu ascoltato.

  Fu parlato un po’ di tutto ... quando, ad un tratto, l’accorta castellana — per accarezzare senza dubbio la di lui vanità — gli fece, tra l’aspettativa generale questa domanda:

  – Sareste voi tanto buono, signor di Balzac, da darci una definizione della gloria?

  Proprio in quel momento, la dama di com­pagnia entrava; portando un vassoio pieno di rinfreschi.

  All’udire il nome di Balzac, stupefatta, essa fece un movimento indietro; le sue braccia non più obbedienti alla volontà si ribassarono ed i cristalli caddero a terra, spandendosi in frantumi sul pavimento.

  Onorato di Balzac si volse e — dopo un istante di silenzio, col sorriso fine e profondo che lo distingueva — disse:

  – La gloria, signora, eccola!


  K., Necrologio, «L’Ateneo Veneto. Rivista mensile di Scienze, Lettere ed Arti», Venezia, Prem. Stabil. Tipo-Lit. Successori M. Fontana, Serie XIV, Vol. I, 1890, pp. 802-805.
  p. 804. – Nel 19 dicembre morì a Parigi a 59 anni Adolfo Belot. Fu commediografo e romanziere di valore, ma come commediografo non seppe ritrarre né tipi eternamente umani come il Molière, né tipi contemporanei come il Sardou, lo Scribe, l’Augier.
  E come romanziere egli fu inferiore a Zola e Balzac. Egli non si propose, a somiglianza del primo, di risolvere un problema scientifico, né, a somiglianza del secondo, si preoccupò di studiare l’uomo nelle varie vicende della vita. E tanto meno ebbe come Flaubert il culto della forma, miracolo di perfezione nell’autore di Madame Bovary. Contemporaneo di Giorgio Sand, di Lamartine, di Hugo, di Balzac, di De Musset, di Dumas padre, egli non arrivò alla loro altezza.

  Augusto Lenzoni, Per il Romanzo italiano, «Lettere e Arti», Bologna, Anno II, N. 45, 29 Novembre 1890, pp. 722-724.
  p. 723. Ma noi altri, noi, in Italia, noi che il romanzo dobbiamo ancora crearlo, con che sugo, con quale scopo, con quale intendimento ci adagiamo su questa falsariga zoliana? In Francia hanno il Balzac; e lo Zola può dire: - ho un maestro. Ma noi? Noi, che pure abbiamo avuti, ripeto, ottimi elementi novellistici, che l’ingegno l’abbiamo in casa nostra senza andare a cercarlo troppo lontano, noi che siam messi in capo di scrivere ad ogni costo questo tanto sospirato romanzo italiano, non troviamo di meglio che copiare i francesi!

  C.[esare] Lombroso ed R.[odolfo] Laschi, Il Delitto politico e le Rivoluzioni in rapporto al diritto, all’antropologia criminale ed alla scienza di governo. Con 10 tavole e 21 figure nel testo, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1890 («Biblioteca antropologico-giuridica», Serie I, Vol. IX).

Capitolo VI.
Interferenze – Occasioni, pp. 205-218.
  p. 218. Non è dimostrato che le strettezze economiche impediscano il genio: spesso, anzi, pare che lo aiutino e spingano a manifestarsi. Zola scrive di Balzac, che senza le ristrettezze pecuniarie non ci avrebbe dati molti dei suoi capolavori.

Capitolo VII.

Fattori individuali: – Sesso – Età – Ceto e professione, pp. 219-248.
  pp. 219-220. Nell’evoluzione geniale la donna manca assolutamente. I genii femminili sono, addirittura, una strana eccezione nel mondo […].
  Nella fisica emerse, è vero, la Mary Sommerville; come nella letteratura Giorgio Elliot, Giorgio Sand, Daniele Stern e la Staël, meravigliose per la facilità e per la finezza delle loro osservazioni […].
  Ma fra queste scrittrici e scienziate di genio nessuna toccò alla sommità di Michelangelo, di Newton, di Balzac.

Capitolo IX.
Segue: Fattori individuali – Rei politici pazzi, pp. 279-304.
  p. 280. Ben inteso, che essi nulla creano di punto in bianco, ma solo determinano i moti latenti preparati dal tempo e dalle circostanze, perocchè, grazie alla loro passione del nuovo, dell’originale, essi si ispirano quasi sempre alle ultime scoperte o novazioni, e da queste partono per indovinare le future. Così Schopenhauer scrisse in un’epoca in cui il pessimismo cominciava a venir di moda, mescolato al misticismo ed all’enfasi; ed egli non fece che fondere tutto ciò in un sistema filosofico, come Darwin fuse Lamarck, Darwin Erasmo, ecc., e come Zola fuse Balzac e Flaubert.

  Lepoldo Mastrigli, Cento pensieri sulla Musica raccolti da Leopoldo Mistrali, Roma, G. B. Paravia e C., 1890.
  p. 17. La musica è un’altra vita nella vita.
                                                                                    Balzac.

  V.[incenzo] Morello, Alfonso Karr, «La Tribuna Illustrata», Roma, Anno I, nn. 41-42, 19 ottobre 1890, p. 642.
  La letteratura francese di questo secolo è veramente la grande armata napoleonica del pensiero. Sono tutti formidabili generali, di una prodigiosa attività: esploratori gagliardi e agitatori solenni: usi sempre alla vittoria e alla gloria. […]. Victor Hugo levò alte le sue bandiere, attirando verso di esse, con lo sguardo, le aspirazioni e gli entusiasmi liberali vivi e più intensi; Chateaubriand e Lamartine accolsero le lacrime e le paure dei titubanti; Balzac, Stendhal, George Sand si impadronirono del cuore e dei sentimenti di tutte le classi sociali; e Dumas e Gautier, di tutte le fantasie.

  V.[incenzo] Morello, Da una domenica all’altra. Il romanzo elettorale, «La Tribuna Illustrata», Roma, Anno I, Num. 46, 16 Novembre 1890, p. 714.
  Il teatro francese è invece tanto ricco di tipi reali e di forme precise, nella materia elettorale. Dal pallido e scettico Monsieur de Camors, agitantesi nella sua veste di candidato a piè delle belle signore e dei vecchi ringhiosi capi elettori; al Député d’Arcis, dell’immenso Balzac, che in cinquecento fitte pagine pone tutti i problemi morali del genere, e mette in azione tutti gli interessi, dai più piccoli ai più grandi, di Stato, tutte le passioni, tutte le forze, e scovre le batterie di tutte le vanità; […].


  Federico Musso, L’ultimo segretario di Sainte-Beuve, «Gazzetta Letteraria», Torino, L. Roux e C., Anno XIV, N. 32, 9 agosto 1890, pp. 251-252.

 

  p. 251. I Goncourt erano entrati in casa sua «comme des commissaires priseurs»; una sera, ad un pranzo presieduto da Giorgio Sand, ed al quale Sainte-Beuve aveva riunito Berthelot, Flaubert e l’autore del Demi-Monde, essendosi parlato dei due fratelli Alessandro Dumas espresse questo giudizio: «Essi si sforzano di parere quello che non sono, dei raffinati, dei corrotti alla Balzac. [...]».


  Federico Musso, Alfonso Karr, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno XIV, N. 42, 18 ottobre 1890, pp. 333-334.
  p. 333. Si era nel 1831. Il romanzo accennava a trasformarsi. Fino allora questa forma del racconto era stata relegata al secondo posto. Solamente allora cominciava a muoversi quella meravigliosa generazione letteraria francese che inondò poi tutto il mondo del suo ingegno, del suo spirito, dei suoi volumi e dei suoi giornali. Fra gli altri, Onorato di Balzac e Giorgio Sand trasformavano il romanzo, lo nobilitavano, gli aprivano nuovi, sterminati orizzonti.

  Enrico Nencioni, Rassegna delle Letterature straniere (Inglese), «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Venticinquesimo della Raccolta, Volume CIX, Fascicolo IV, 16 Febbraio 1890, pp. 792-802.
  [Su: Amy Levy, A London Plane-Tree, and other verse].
  p. 801. Questa natura umana adulate ieri dai filosofi sentimentali, oggi dai filosofi positivisti, è pur troppo quale la videro e la dipinsero Macchiavelli (sic), Larochefoucauld, Hobbes, Pascal, Saint-Simon, Shakespeare, Molière, Swift, Thackeray, e Balzac: e chi ben si addentra in questo spaventoso labirinto, in questo mistero di contradizioni, in questo imperscrutabile abisso del cuore umano, sente tutta la importanza e la necessità di un soccorso dall’alto, del gran rimedio evangelico.

  Enrico Nencioni, Due nuovi romanzi, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Ventiduesimo della Raccolta, Volume CV, Fascicolo XII, 16 Giugno 1890, pp. 660-671.
  p. 668. [Matilde Serao] È diventata il più profondamente e universalmente umano dei nostri romanzieri. Vi è chi in certe doti le è superiore. Il De Amicis, il Verga, il Fogazzaro, come artista della parola il D’Annunzio; - ma se si guarda all’insieme della sua opera, da Piccole anime a Giovannino o la morte; da Fantasia a All’erta, sentinella, essa vince tutti come pittrice della vita contemporanea meridionale. Ha di più, come pochissimi hanno, il sentimento dei movimenti delle masse, del dramma popolare – e una visione così acuta e perfetta degli ambienti e delle località, da ricordarci, come Riccardo Joanna, le forti pagine di Balzac. Tanto è vero che la vita non s’impara che dalla vita: e tra gli scaffali dei libri non si scrive il romanzo che la riflette.

  Enrico Nencioni, Rassegna delle letterature straniere (Inglese). – “Onorato Balzac”, per Frederick Wedmore, Londra, W. Scott, ed., 1890, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Anno XXV, Volume Ventottesimo della Raccolta, Volume CXII, Fascicolo XVI, 16 Agosto 1890, pp. 714-722.


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  pp. 717-720. Balzac è stato fortunato nei suoi biografi e critici. Il Sainte-Beuve, lo Scherer, lo Zola, il Bourget, il Caro, il James, il Vogüé, da noi il Capuana e oggi Fedrico Wedmore in Inghilterra, ne hanno parlato con più o meno simpatia e ammirazione, ma tutti con coscienza, con abilità, e con competenza. Il signor Wedmore all’accuratezza biografica unisce una rara analisi critica. Egli contradice vittoriosamente molti addebiti fatti a Balzac: per esempio, quando nell’esame del Médecin de Campagne, rispondendo al Taine ed al James, prova che in Balzac era schietto e profondo il sentimento della pietà umana: e quando, parlando di Séraphita e del Lys dans la Vallée trova nel gran realista una larga vena di poetico misticismo.
  Rileggendo questo volume su Balzac, si affollano le idee sul carattere, e la influenza di questo scrittore, il quale, nonostante i suoi molti e gravi difetti, e considerato nel formidabile insieme della sua opera, rimane sempre il più grande dei romanzieri moderni. Il più forte ed efficace impulso direttivo al romanzo contemporaneo è venuto da lui. Da lui, in grado più o meno distinto, derivano e Turgenieff e Zola e Daudet e Tolstoi. Anche in George Eliot, anche in Dickens e in Thackeray, vi son tracce evidenti della sua inevitabile influenza.
  Quale vita! e quale opera! Seguendola passo a passo nella Corrispondenza, e in questa biografia del Wedmore, un senso profondo di rispetto e di ammirazione ci prende per la eroica volontà e perseveranza di questo titanico lavoratore.
  Nelle eloquenti parole che Victor Hugo disse nel cimitero del Père Lachaise sulla tomba dell’amico, è condensato in germe, per così dire, tutto ciò che di più giusto fu poi scritto dai critici sul gran romanziere. E vi è già indicata una cosa alla quale i critici non han posto abbastanza mente, se ne eccettiamo il Vogüé e oggi il Wedmore, cioè che Balzac era un grande poeta nel tempo stesso che era un grande realista: «Ce travailleur unissant ce génie, ce poëte à travers les réalités brusquement et largement déchirées laisse entrevoir tout à coup le plus pur ou le plus tragique idéal. Tous ses livres ne forment qu’un livre; livre vivant, profond, lumineux, où l’on voit aller et venir et marcher et se mouvoir, avec je ne sais quoi d’effaré et de terrible mêlé au réel, notre société contemporaine ; livre qui est en même temps l’observation et l’imagination».
  Infatti, in Balzac, accanto al realista vi è non solo un poeta, ma un visionario ed un mistico. C’è in lui del Ballanche, del Saint-Martin, e dello Swedenborg. Spesso, anche nei romanzi suoi più realisti, la fortuna rapida e inesplicata di un personaggio, un mobiliare impossibile anche in appartamenti imperiali, una metamorfosi di carattere improvvisa e spesso illogica, come quella di Filippo Brideau, o una trasfigurazione shakespeariana come quella della Cousine Bette, ci avvertono che sotto il realista vi è una vulcanica immaginazione di poeta. Il Vogüé scriveva queste giuste e notevoli parole: «Balzac, cet ouvrier du réel, demeure le plus fougueux idéaliste de notre siècle, le voyant qui a vécu toujours dans un mirage ; mirage des millions, du pouvoir absolu, de l’amour pur, et tant d’autres. Les héros de la Comédie humaine ne sont parfois que des interprètes de leur père, chargés de nous traduire les systèmes qui hantent son imagination. Ses personnages de premier plan sont poussés tout entiers vers une seule passion – voyez le père Grandet, Hulot, Nucingen, Balthazar Claës, Béatrix, Madame de Mortsauf … Certes Balzac nous donne l’illusion de la vie; mais, bien souvent, d’une vie mieux composée et plus ardente que celle de tous les jours; ses acteurs sont vrais et naturels, mais du naturel qu’ont les bons acteurs à la scène. Quand ils agissent et parlent, ils se savent regardés, écoutés».
  Vero – ma la sua potenza di rappresentazione fu tale, che i suoi lettori, e soprattutto le sue lettrici, si modellavano sui tipi descritti da lui. – Le lettrici! Esse hanno fatto la gran propaganda balzacchiana, specialmente dal 1830 al 1860, assai più di tutti i critici. Le donne amano Balzac anche per un sentimento di gratitudine. Egli ha prolungato la gioventù della donna. Egli ha, per il primo, accaparrata al romanzo la donna di trenta, di quarant’anni, purchè la fisonomia e la toeletta possano supplire alla perfezione delle forme e alla freschezza della prima gioventù. Egli dorò e carezzò i languidi e dolorosi tramonti delle femmes abandonnées, delle nervose, delle convalescenti. Sentì ed espresse, come nessun altro romanziere, la poesia di un profumo, di un guanto, di una trina, di uno scialle di cachemire, di un mazzo di fiori. Contesse dell’Impero, e duchesse della Restaurazione, pare tutte gli abbiano rivelato i più riposti e intimi segreti del loro cuore – anche certe cose che le donne dicon soltanto al medico e al confessore …
  Ciò che soprattutto ci colpisce leggendo questa nuova biografia di Balzac, è il modo con cui fu inalzato pietra con pietra, marmo su marmo il colossale edifizio della Comédie humaine; è la condizione di spirito in cui si trovava l’artista – stato psicologico che avrebbe paralizzato ogni altro scrittore, e che dette invece una sovrumana energia e la febbre della creazione a Balzac. Egli fu per tutta la vita oppresso dai debiti, tormentato dagli usurai e dagli uscieri di tribunale. Gli appunti delle scadenze di cambiali si alternano nel suo diario con le note e i sommarii per qualche capitolo della Peau de chagrin o dei Parents pauvres. Eppure, la sua potenza e perseveranza di lavoro non fu mai interrotta; e solo la morte potè arrestare improvvisamente il complicato e fulmineo lavoro della possente macchina cerebrale che elaborò la Comédie humaine.
  Se Balzac avesse condotto una vita tranquilla tra i sorrisi della fortuna, non avremmo avuto né il Père Goriot, né la Cousine Bette. Bisognava che Balzac giovane e passionato fosse vissuto in una soffitta di Parigi, avesse provato i morsi atroci e tutte le umiliazioni della povertà, camminando nel fango con le scarpe rotte, e mangiando il desinare a una lire, per sentire tutta l’importanza del denaro, il grande agente, la forza motrice della nostra società d’industriali di ogni genere … Bisognava avere avuto la prospettiva della prigione, e gli uscieri in casa, per fare gli immortali ritratti di Marcas, di Gobseck, di Birotteau.
  Egli viveva talmente della sua opera, che i personaggi dei suoi romanzi, le loro avventure, le loro finanze, le loro passioni, il loro vestiario, erano divenuti per lui cosa più reale della stessa realtà. Era come inebriato del suo lavoro. Un giorno Sandeau lo incontra, e sfoga con lui il suo dolore per la malattia d’una diletta sorella. Balzac ascolta, dice due parole di conforto all’amico, e poi: «Parliamo ora di cose reali. Sapete com’è finito l’affare Nucingen? e che cosa ha deciso Rastignac?».
  Lavorava spesso di notte; per dodici, talvolta per quindici ore di seguito, senza interruzione: e così lavorò per tutta la vita, senza riposo né tregua mai. Nei rari intervalli in cui si permetteva qualche divertimento, era preso da accessi di rimorso, e si batteva la fronte gridando: «Infame mostro! in queste ore perdute avresti potuto scrivere trenta cartelle …».
  Ma non è umanamente possibile far ciò che fece Balzac, e sopravvivere. Morì a cinquant’anni, fulminato dal cuore, come Dickens più tardi morì fulminato al cervello. Le due macchine meravigliose scoppiarono, perché troppo spesso scaldate all’ultimo grado … Al povero Balzac cessò appunto la vita, quando cominciava a sorridergli la fortuna. Aveva sposato la donna amata e desiderata per tanti anni. Le sue finanze erano finalmente assestate. Il teatro prometteva di essergli una miniera più aurea dello stesso romanzo. La sua fama era divenuta mondiale; i suoi romanzi si traducevano in tutte le lingue. Era sempre viva la sua vecchia madre che egli amava tanto. Aveva annunziato la Monographie de la Vertu, la Pathologie de la Vie Sociale, e tre drammi. Gautier gli disse sorridendo: «Finite queste opere, avrai almeno ottant’anni». - «Quatre-vingts ans! rispondeva, bah! c’est la fleur de l’âge». Tre settimane dopo, era morto. Quando Balzac poteva cominciare a goder la vita, la vita l’abbandonava: la lampada aveva consumato fino all’ultima goccia l’olio vitale. Una terribile industria, frutto di una tragica necessità, aveva devastato il terreno, aveva forzata la vita: e l’eccesso, il troppo, è ciò che la Natura non consente e non perdona mai, né agli uomini, né alle cose.
  Il signor Wedmore, nel principio del suo libro, mette Balzac nel numero di quei cinque grandi scrittori, che nel nostro secolo ebbero e promettono aver sempre, la più efficace influenza. Gli altri quattro sono, secondo lui, Goethe, Wordsworth, Dickens e Browing (sic). Grandi uomini certo – ma queste preferenze e affermazioni recise hanno sempre del dommatico e dell’esclusivo. Perché quei cinque, e quei soli cinque? Goethe, non è esatto classarlo fra i grandi del nostro secolo; perché, benché vissuto fino al ’32, la parte più importante e vitale delle sue opere appartiene al secolo passato. Wordsworth ebbe certo larga, e feconda, e benefica influenza: ma Shelley non ne ha forse oggi una maggiore e sempre crescente? E Victor Hugo, per esempio, e Enrico Heine, e Giorgio Eliot, non ebbero e hanno influenza per lo meno paragonabile a quella di Dickens?

  Enrico Nencioni, Nel primo centenario di Lamartine (ottobre 1790-1890), «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Terza Serie, Volume Trentesimo della Raccolta, Volume CXIV, Fascicolo XXI, 1 Novembre 1890, pp. 5-20.
  p. 20. Il suo [di V. Hugo] genio verbale fu così irresistibile, che ad eccezione di Lamartine, di Giorgio Sand e di Renan, tutti i più insigni scrittori francesi suoi contemporanei, qual più qual meno, hanno subìto la sua assorbente e quasi inevitabile influenza: tutti, anche i più repugnanti; anche Balzac, anche Flaubert, anche lo Zola; tutti son più o meno stilisti. Si son serviti dello strumento Hughiano, della parola pittrice, per le loro operazioni fisiologiche e patologiche.


  D.[omenico] O.[liva?], Sempre romanzi, «Corriere della Sera», Milano, Anno XV, Num. 114, 24-25 Aprile 1890, pp. 1-2.

  Eccolo al terzo volume dei suoi Retori: l’esempio del Balzac ha sedotto il Valcarenghi, come tanti altri; ma non segue un piano prestabilito […].


  Domenico Oliva, La fine del secolo. III, «Cronaca d’Arte», Milano, Anno I, N. 52, 28 Dicembre 1890, pp. 9-10.
  p. 10. Così con un’indifferenza suprema, il Taine costruisce la sua grande teoria psicologica in cui trova l’applicazione nelle più svariate manifestazioni dello spirito umano, nel rinascimento italiano, nella vita e nelle opere di un genio significativo, come sarebbe quello di Saint-Simon, di Balzac, di Shakespeare, di Swift, nel colossale fenomeno patologico della Rivoluzione Francese.


  G. P., Corriere teatrale. Manzoni. “Le speranze della patria”. Commedia in 3 atti di G. Giordano, «Corriere della Sera», Milano, Anno XV, Num. 361, 30-31 Dicembre 1890, p. 3.

  Max [uno dei personaggi], già completamente emancipato a ventun’anni, frequenta il demi-monde, fa lo scettico e l’annoiato, sciorina le teorie di Balzac contro il matrimonio, si burla dell'’more sentimentale.


  Enrico Panzacchi, Vincit amor, «Lettere e Arti», Bologna, Anno II, N. 27, 19 Luglio 1890, pp. 425-426.
  p. 426. La speculazione e l’analisi scientifica hanno indotto nelle concezioni dell’amore elementi nuovi e svariatissimi. Ogni scrittore, e potremmo aggiungere ogni uomo del nostro tempo, ha nell’animo una monografia dell’amore che accumula ed evolve in se stessa le speculazioni, le fantasie, le esperienze psicologiche di tutte le generazioni passate. Tutta una ricca letteratura di analisi ci sta innanzi. […]. Biagio Pascal, con qualche tocco luminoso sulla passione amorosa, aveva già preannunziato l’avvenire. Giulio Michelet studiando l’amore «nel suo lato fatale e profondo d’istoria naturale» indovina e tratteggia la immensa distanza: Stendhal e Balzac entrano nel regno dell’amore come in una casa a esplorarla in ogni suo andito, a inventariarla spietatamente: Schopenhauer arriva a delineare la metafisica passando per tutti i più gelosi segreti della fisiologia animale.
  Però ogni ingegno che metta in azione l’amore adesso tende sempre più a specializzare nella analisi, notando tutte le differenze, correndo dietro a tutte le varietà, a tutte le accidentalità, a tutte le sfumature.
  La enorme epopea dell’amore umano generata da tanto travaglio di fantasia e acume di analisi, ci sta ora dinanzi come una macchina dantesca, che dai luminosi giri celestiali scende giù giù per tutti i gradi fino a bolge orribili e nauseanti. – La sadica Giulietta e la mistica Séraphita si passano accanto toccandosi coi lembi delle vesta.

  Prof. Giuseppe Piazza, “La Bestia umana” di E. Zola, «Rassegna Pugliese di Scienze, Lettere ed Arti», Trani, Vol. VII, Num. 7, 4 Maggio 1890, pp. 106-108.
  p. 108. Come per le scienze l’unica speranza sta nella teoria darwiniana, applicata a tutti i fenomeni della vita, siano materiali, o spirituali, così l’unica speranza dell’arte sta nella forma zoliana e naturalistica: ma, la vita moderna, la vita dell’avvenire non è ancora equilibrata, organica, completa in ogni sua parte. Dobbiamo plaudire a Balzac, a Flaubert, a Zola, perché hanno sbarazzato la via dal convenzionale de, così detto, romanzo classico – dai loro romanzi erompe, vibra la verità – ma non è ancor tutta la vita umana, il convenzionale non è ancor del tutto eliminato.

  Vittorio Pica, Romanticismo, Realismo e Naturalismo, in All’avanguardia. Studi sulla letteratura contemporanea, Napoli, Luigi Pierro, Editore, 1890, pp. 13-38.
  Cfr. 1884.

Gustavo Flaubert. I. Lettere di Flaubert alla Sand, pp. 39-54.
  Cfr. 1884.

II. Un libro postumo di Flaubert, pp. 55-64.

  p. 64. Chiuso questo libro, che, accanto a pagine veramente artistiche, ne ha altre che non possono interessare se non il critico, preoccupato di scoprire fin da questi primi tentativi la fisonomia letteraria del futuro autore di “Madame Bovary”, si rimane sorpresi dell’impressione profonda, benché quasi inavvertita, che esso ha prodotto nell’animo nostro. Giacchè il Flaubert, come il Balzac, è di quegli scrittori, che, dapprima ferocemente discussi, s’impongono sempre più alle generazioni future, mentre a poco a poco si spegne, in funebre tramonto, la gloria di tanti altri letterati, che pure hanno raccolte le entusiastiche acclamazioni dei loro contemporanei.

I Fratelli Goncourt. “Chérie”, pp. 65-85.

  Cfr. 1884.

III. L’epistolario di Giulio de Goncourt, pp. 100-114.

  Cfr. 1885.

Emilio Zola. “Pot-Bouille”, pp. 115-125.

  pp. 116-117. Questo è dunque [Octave Mouret] il personaggio centrale, che serve allo svolgimento delle sei o sette istorie borghesi del libro, ma esso però non occupa tutto il romanzo con la sua figura, non si erge prepotente in mezzo ai molti altri personaggi che gli si affollano intorno e parecchi dei quali hanno una stessa, se non anche maggiore importanza. E qui non credo inopportuno il ricordare che una delle differenze tra il Balzac ed i moderni romanzieri naturalisti consiste proprio in ciò, che, mentre Balzac aveva il vezzo d’ingrandire smisuratamente i protagonisti dei suoi romanzi, di dar loro delle proporzioni colossali, in modo che essi sembrano giganti, aggirantisi in mezzo a nani, invece i moderni romanzieri naturalisti, i quali si preoccupano sopratutto di scrivere opere di verità, che siano quasi processi-verbali umani, ripugnano dal mettere in iscena eroi e ritraggono invece uomini e donne nelle loro proporzioni precise, quali li mostra a noi tutti quotidianamente la realtà della esistenza ordinaria. […].
  pp. 123-124. Non vorrei proprio dover discorrere della questione di moralità, ma giacchè l’eterna accusa di immoralità e di disonestà è stata violentemente lanciata contro questo nuovo romanzo di Zola, così come è stata lanciata contro tutti gli altri romanzi suoi e di Flaubert e dei Goncourt, e in tempo un po’ più remoto, contro quelli di Balzac, dirò anche su questo proposito poche parole. A me dunque pare che, se l’immoralità potesse esistere nelle opere d’arte, si dovrebbe piuttosto muovere tale accusa contro quei romanzi che, come ad esempio quelli della Sand, presentano l’adulterio idealizzato da un’aureola poetica, e non già contro un libro di schietta verità, quale è “Pot-Bouille”, in cui invece l’adulterio è presentato in tutta la sua disgustosa ed abbominevole realtà.

II. Au Bonheur des dames, pp. 126-137.

  pp. 129-130. In questo articolo della Serao [cfr. «Capitan Fracassa»] ho letto che il nuovo romanzo dello Zola è monotono, non interessa, e ciò perché vi manca la passione, e che, scritto per le donne, non piace e non piacerà mai alle donne. Ma sa la signorina Serao perché le sembra che nel “Bonheur des dames” manchi la passione? È proprio perché esso non è altro che la serena dipintura della virtù, perché la storia di amore che vi è raccontata rappresenta semplicemente il trionfo della bontà e della dolcezza muliebre: aveva pur ragione il Balzac di esclamare, scrivendo al suo giovane amico Ippolito Castille: la passion c’est l’excès, c’est le mal! [7][…].
  p. 136. Davvero riempie di ammirazione rispettosa lo spettacolo di questo fiero e forte scrittore, che costruisce un’opera colossale, la quale, come quella di un altro atleta della letteratura francese, il Balzac, non sarà forse apprezzata nel suo giusto valore che un trentennio dopo ch’essa sarà compiuta. È mirabile il vederlo affrontare, in una serie di grandiosi romanzi, armato della sua potente analisi, tutti gli ambienti, tutte le classi, il popolino e l’aristocrazia, la borghesia e la società galante, il mondo politico ed il mondo commerciale, e così darci un quadro compiuto di tutta un’epoca.

IV. Germinal, pp. 155-168.

  Cfr. 1885.

Alfonso Daudet. I. L’Évangéliste, pp. 175-182.

  pp. 181-182. Ora che il romanzo non è più una forma letteraria, dedicata ad allietare, con faticose costruzioni di strane ed inverosimili avventure, gli ozi delle signore sentimentali, ora che invece esso si è imposto gli studî ed i doveri della scienza, rivendicandone la libertà e la franchezza, nel nome severo di osservazione dato dal Daudet al suo libro non può vedersi che un giusto orgoglio, simile a quello per il quale Onorato Balzac solevasi intitolare dottore in scienze sociali.

II. Sapho, pp. 183-200.

  Cfr. 1884.
Ferdinando Fabre, pp. 211-220.
  pp. 212-215. Il Sainte-Beuve, che, siccome ho già detto di sopra, lo stimava grandemente, disse che egli era “un fort élève de Balzac”. E l’illustre critico aveva proprio ragione, chè anzi io non mi periterei di affermare che il Fabre, pur rivelando in ciascuna sua opera una tutta particolare originalità, sia, fra i romanzieri moderni francesi, quello che più si avvicina al geniale autore della “Comédie humaine”, quello che può riguardarsi come il suo più legittimo discendente. […].
  Bisogna pur dire che particolari circostanze biografiche spiegano perché nessuno meglio di Ferdinando Fabre possa dipingere le scene della vita clericale francese. […].
  Certo anche altri moderni romanzieri, Stendhal, Hugo, Balzac e Zola in ispecie, hanno fatto di alcuni tipi di prete creazioni altamente artistiche, ma, siccome bene osservava di recente il Levallois, costoro si sono sopra tutto preoccupati di mostrarci i preti nei loro rapporti con la società laica, nella loro influenza su di essa e nella conseguente reazione contro di loro, mentre il Fabre ci fa penetrare nella sacrestia, nel presbiterio, nel salotto del vescovo, nella cella del frate, dovunque infine il pubblico non entra; e ciò che sa, che riproduce, che analizza non sono soltanto gli atti, le parole, i movimenti, ma anche le idee, i sentimenti, le impressioni.

Paolo Bourget, pp. 221-235.

  Cfr. 1887.
Un Critico d’arte (J. K. Huysmans), pp. 253-271.

  Cfr. 1883.

Giuseppe Péladan, pp. 273-287.

  pp. 273-274. Ma “Le Vice Suprême” questo primo strano ed originalissimo volume di una serie di romanzi, con la quale il giovine scrittore francese, seguendo gli esempi gloriosi di Balzac e di Zola, intende ritrarre a grandi linee la vita moderna del suo paese, doveva suscitare curiosità e scandali molto maggiori di quelli risvegliati dalle sue critiche d’arte. […]
  pp. 280-284. [su: Curieuse!] Leggendo i quindici capitoli, che il Péladan ha consacrati a descrivere, con le più tragiche tinte, i costumi corrotti e volgari di tutte le classi della odierna società parigina, segnalandone spietatamente le viziose aspirazioni, i bassi piaceri, lo sciocco cinismo, non si può fare a meno di riconoscere che il Barbey d’Aurevilly ha avuto ragione affermando che il Péladan discende dal Balzac, dal Balzac però dell’ “Histoire des Treize”, dei “Contes philosophiques”, di “Louis Lambert”. […].
  Ed in questa spietata requisitoria contro l’odierna società, non è risparmiato il clero, né l’aristocrazia, né i pretendenti per diritto divino al trono di Francia. Il Péladan ne rivela l’abbiettezza, mostrando che essi partecipano alla generale decadenza latina, e nega l’eredità del potere e dei titoli, proclamando la necessità del trionfo dell’individualismo: “Je suis pour l’inégalité indéfinie “egli scrive” seulement, je ne crois qu’au mérite individuel. […] Vingt générations de crétins seront-elles saluées d’intelligentes, parce que la famille a commencé par un cerveau? La solidarité domine tout dans l’ordre religieux, dans l’ordre social l’individualisme doit tout dominer et le titre mourir avec celui qui l’a mérité. Voyez-vous un neveu de Balzac s’intitulant de la Comédie humaine, un titre qui contrepèse la couronne de Charlemagne?”

Francesco Poictevin, pp. 289-300.

  p. 289. Il Poictevin dunque ha molte affinità con quel gruppo di scrittori simbolici e suggestivi, che riconoscono per loro maestri quei due singolari poeti che sono Paolo Verlaine e Stefano Mallarmé, mentre pure d’altra parte, per uno spiccato senso del vero e per l’entusiastica ammirazione che ha per Balzac, per Flaubert e sopra tutto per i Goncourt, si riattacca in certo modo al gruppo naturalista.

Debutti (Haraucourt – Courmes – Margueritte), pp. 323-339.

  [Su : Tous quatre di Paul Margueritte].
  pp. 337-338. Cfr. 1885.


Romanzieri russi (Dostoievsky – Tolstoi – Turghenièv), pp. 393-404.

  p. 395. D’altra parte il pessimismo imperante ha trovato un possente refrigerio alle sue volontarie amarezze, in quel dolce misticismo che poetizza la maggior parte dei libri di Tolstoi e di Dostoiewsky, in quella rinnovata religione di compassione e di carità fraterna, che viene in essi con tanto convinto ardore esaltata; e le anime rattristate dal feroce e costante dispregio per l’umanità, che contraddistingue le opere magnifiche di Flaubert, e dall’implacabile crudeltà con la quale Balzac, i Goncourt, Zola e altri romanzieri naturalisti mettono a nudo le piaghe vergognose dell’odierna società, sonosi dolcemente commosse alla sincera e spontanea emozione che impregna tutte le pagine dei romanzi russi, e che non va mai scompagnata da una visione sempre esatta delle cose e delle persone, accoppiamento davvero notevole di due qualità così opposte, che è caratteristico della razza slava.

  Vittorio Pica, I Libri. Edouard de Morsier: “Romanciers allemands contemporains” – Perrin et C.ie, éditeurs, Paris, 1890, «Lettere e Arti», Bologna, Anno II, N. 37, 27 Settembre 1890, pp. 596-597.
  p. 596. La letteratura tedesca non può vantare nessun romanziere che possa essere posto accanto, senza troppo sfigurare, a Balzac, a Tolstoi, a Dickens, a Manzoni, questi titani del moderno romanzo; anzi, a parer mio, la Germania un solo novelliere ha avuto davvero geniale ed è Hoffmann, il quale del resto ebbe più il temperamento di un anglo-sassone che di un germano e per la particolare natura del suo ingegno si avvicina più agli scrittori inglesi ed americani che a quelli del suo paese.

  Saverio Procida, Il titolo, «Fortunio. Cronaca illustrata della domenica», Napoli, Anno III, Num. 9, 9 marzo 1890, p. 3.
  Iddio misericordioso perdoni ad Onorato di Balzac il titolo messo al suo profondo studio sul matrimonio. Dacchè su una covertina di editore parigino si potè leggere: Physiologie du mariage, ogni studio di passione e tutti i fenomeni di essa dovettero essere rilegati in volumi eleganti e posti sotto la fortunata fatalità del titolo identico.
  Quante Fisiologie esistono? Quanti scienziati, quanti artisti hanno ceduto all’attrazione di questa calamità, all’irrisistibilità di quest’idea? L’amore, la virtù, l’odio, il vizio, il piacere, il gusto, l’adulterio sono stati rangés, ed ognuna di queste passioni (anche l’ultima, o lettrici coniugate, può essere una passione, anzi una delle più interessanti) ha la propria Fisiologia. Il titolo era dunque indovinato e lo stesso Balzac aveva dovuto comprenderlo se cominciava così: La femme qui, sur le titre de ce livre, serait tentée de l’ouvrir, peut s’en dispenser; elle l’a déjà lu sans le savoir.
  Ebbene, di questo titolo, che a volte può avere tanta potenza da far la fortuna di un lavoro, di un collaboratore così grande del successo, nessuno scriverà la fisiologia? […].
*
  A questo punto, un lettore potrebbe osservare che spesso il titolo è il nome del personaggio principale. Ma è appunto in questo che si rivela il gusto e il talento di uno scrittore. Eugénie Grandet sarà sempre un nome che non ci desta, a pena letto e ignorando il contenuto del romanzo del Balzac, nessuna idea di donna cattiva. Esso ha tale soavità semplice che sdegna d’essere apposto ad una cortigiana e ad una adultera. Il capolavoro della virtù incomincia, dunque, dal nome. Viceversa, Nanà non può essere che un patrimonio del fango dorato. […].
  Ebbene, la trasparenza di questa sensibilità, come squisitamente dice il Bourget, è appunto nel titolo. Il Mercadet di Balzac e il Barbarò di Rovetta, hanno, nell’accoppiamento delle lettere, nel risultato del suono, una trasparenza vaga di usurai e di affaristi.

  Francesco de Sanctis, Studio sopra Emilio Zola, in Nuovi Saggi critici. Quarta Edizione, Napoli, Cav. Antonio Morano, Editore, 1890, pp. 359-405.
  Cfr. 1879; 1888.

  G. M. Scalinger, Povero romanzo!..., «Fortunio. Cronaca illustrata della domenica», Napoli, Anno III, Num. 4, 2 febbraio 1890, p. 1.
  E che cosa, allora, diventano Balzac e poi Flaubert, e poi de Goncourt, se voi eliminate dall’arte moderna degl’italiani la influenza – pardon! – di una vera ispirazione, largamente e dignitosamente intesa, senza servilismo imitativo, ma diffusamente e artisticamente proficua?
  È mai possibile che essi potranno, da un minuto all’altro, essere sconosciuti sino all’eliminazione, e perdere così la loro importanza come voi perdete la vostra riconoscenza verso di loro? Un lavoro meno riuscito degli altri compromette forse la intera evoluzione spirale del Romanzo?

  Armando Silvestre, Pan! Scherzo, «La Favilla. Rivista Letteraria dell’Umbria e delle Marche», Perugia, Tipografia C. Guerra, Anno XIV, Fasc. IX e X, sett. e ott. 1890, pp. 281-284.
  p. 281. Ognun sa che non vi è giornale al mondo in cui la religione è più rispettata che in questo, né scrittore più deferente di me per tutto quanto si riferisce a una forma dell’ideale, di cui non mi sembra ancora compita alcuna felice metamorfosi. Dunque, nemmeno per un istante, mi partirò da questa venerazione comune a tutta la gente bene educata, e, se vi conduco nell’interno di un monastero, gli è solo per pura fantasia e perché le monache che l’abitavano, in un tempo e in un paese che non saprei determinare, sono strette parenti di quelle amabili suore di Poissy, che Onorato di Balzac rese immortali in uno dei suoi racconti allegri, senza attaccare più di me la loro bella istituzione.

  Giulio Spini, Giulio Spini a Cesare Correnti [9 maggio (1838)], in Tullo Massarani, Cesare Correnti nella vita e nelle opere. Introduzione a una edizione postuma degli scritti scelti di lui in parte inediti o rari. Con ritratto, lettere e documenti, Roma, Forzani e C. Tipografi del Senato Editori, 1890, pp. 499-500.
  p. 500. In questo Milanaccio niente di veramente nuovo: i discorsi del giorno sono la compagnia francese, la strada di ferro e la sconfitta di M. de Balzac tornato colle pive nel sacco. Non vedo quasi mai che Carlo; negli affari stagnazione perfetta.
  A ben vederci dunque.
  Giulio
  (Dall’Archivio Correnti).


  Alfredo de Tilla, La Donna e la responsabilità penale. Estratto dalla Gazzetta Dritto e Giurisprudenza, Anno VI, n° 2 e 4, Napoli, Editore Federico Corrado, 1890, pp. 33.

 

  pp. 20-22. «La donna vive per il sentimento, laddove l’uomo vive per lazione» ha scritto Onorato di Balzac. [...].

  Dalla debolezza organica io credo che derivi quella singolare disposizione alla compassione, come la chiama il Tissot, il sentimento della pietà per gl’infelici che soffrono la malattia o la miseria, che ha fatto dire al Balzac, che le donne non ci sono mai tanto affezionate, che quando soffriamo. [...].

  L’infedeltà, quindi, non sarebbe che una conseguenza fatale ed irresistibile della natura femminile!, ciò che potrebbe dar ragione al Balzac di dire : la virtù delle donne è una questione di temperamento! [...].

  Nè mi si apponga, che finora io abbia fatto abuso di aneddoti, imperocchè sono troppo convinto, che gli aneddoti, come scrive il Balzac, sono il passaporto di qualunque morale e l'antinarcotico di ogni libro, per sapere che ho bisogno di ricorrervi spesso nel mio ragionare!

 

  p. 31. Ciò che è detto in maniera insuperabile da quel profondo conoscitore della donna che fu Onorato di Balzac: «La donna ha orrore della convinzione: per essa lasciarsi conquistare è accordare un favore, ma i ragionamenti esatti la irritano e la uccidono: per diriggerla bisogna sapersi servire della potenza di cui ella fa uso tanto spesso, la sensibilità» (75).

  (75) phisiologye (sic) du mariage.


  Luigi Torchi, Riccardo Wagner. Studio critico di Luigi Torchi, Bologna, Nicola Zanichelli Editore, 1890.
Capitolo XV.
  p. 344. Egli accanto al buon poeta drammatico aveva sempre visto il filosofo profondo; rammentava le parole di Balzac: «Io voglio come Molière essere un profondo filosofo prima di fare delle commedie».
Capitolo XVI.
  pp. 361-362. La comparsa di Tristano, la scena terribile nella sua pietà, in cui Marke vede che cosa vale un amico, l’ultima scena che tiene in pochi tratti tutto il dramma, la morte di Siegfried, i conflitti creati intorno a Brünnhilde, Kundry, Sachs, Wotan, Parsifal sono alcuni esempi. Shakespeare, Goethe, Balzac soltanto possono avere sognata e desiderata una pittura simile per i loro caratteri e le più belle e forti situazioni dei loro drammi.
Capitolo XX.
  p. 464. Se si ripensa il dramma da Corneille a Victor Hugo, da Shakespeare a Balzac, da Molière a Lessing, da Diderot a Schiller, a Goethe ed a Wagner, si ha facilmente e subito un’idea di tutto il crescendo dei qualificativi annotati presso la parte dell’attore o nella descrizione della scena; ma la dinamica della recitazione raggiunge coi superlativi di Wagner una tecnica enorme del sentimento che sembra dover essere l’estrema e che pure sarà sorpassata.


  X., Echi mondani, «L’Indipendente», Trieste, Anno XIV, N. 4710, 17 Giugno 1890, p. 2.

  I pensieri degli altri.

  – L’uomo e il suo ideale sono le ruo­te di un medesimo carro che sembra si corrano appresso e non si toccano mai.

  Questo è di un ignoto. Quest' altro è di un inglese, Commerson:

  Io sposerei più volentieri una don­na piccola che una donna grande, perché tra due mali bisogna sempre scegliere il minore.

  E questo è di Balzac:

  – La donna è l’essere più perfetto fra le creature; è una creazione transitoria tra l’uomo e l’angelo.


  Enrico Zanoni, La Civiltà. Saggio di Enrico Zanoni, Milano, Fratelli Dumolard, Editori, 1890.
  p. 372. E, per le forze gagliarde che in sé aduna l’Europa, il secolo XIX va superbo di Goethe e di Schiller, Byron e Leopardi, Heine e Koerner, Vittor Hugo e Swiburne, Balzac e Walter Scott e Manzoni, Augier e Sardou […]. In questi nomi sta rinchiusa la forza morale e intellettuale europea.


  Helen Zimmern, La donna tedesca, «Corriere della Sera», Milano, Anno XV, Num. 48, 17-18 Febbrajo 1890, pp. 1-2.

  [Su un articolo di Anne Saint-Cère, “Nouvelle Revue”].

  p. 2. Nessuno scrittore si prende l’incomodo di studiarla: non ha ispirato né un Flaubert, né un Balzac.




   [1] Questo volume è presente nelle seguenti Biblioteche italiane  Biblioteca Civica di Padova; Biblioteca Comunale di Palermo; Biblioteca Comunale ‘Domenico Topa’ di Palmi (RC); Biblioteca Civica di Vercelli.
   [2] Il volume è presente nelle seguenti Biblioteche italiane : Biblioteca Comunale ‘Francesco Leopoldo Bertoldi’ di Argenta (FE); Biblioteca Comunale ‘Sabino Loffredo’ di Barletta; Biblioteca Provinciale e Biblioteca del Seminario Arcivescovile ‘Pio XI’ di Benevento; Biblioteca del Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi e Biblioteca dell’Istituto storico ‘F. Parri’ Emilia-Romagna di Bologna; Biblioteca Regionale Universitaria di Catania; Biblioteca Comunale Malatestiana di Cesena; Biblioteca Provinciale ‘A. C. De Meis’ di Chieti; Biblioteca Statale di Cremona; Biblioteca Comunale di Fabriano; Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara; Biblioteca Nazionale Centrale e Biblioteca Palagio di Parte Guelfa – Fondo dell’ex Università Popolare di Firenze; Biblioteca Comunale ‘Aurelio Saffi’ di Forlì; Biblioteca Comunale di Imola; Biblioteca Civica ‘Leonardo Lagorio’ di Imperia; Biblioteca Provinciale Salvatore Tommasi di L’Aquila; Biblioteca Comunale Laudense di Lodi; Biblioteca Comunale ‘Mozzi-Borgetti’ di Macerata; Biblioteca Comunale ‘Isidoro Chirulli’ di Martina Franca (TA); Biblioteca Nazionale Braidense e Biblioteca Comunale Centrale di Milano; Biblioteca Comunale ‘G. Panunzio’ di Molfetta; Biblioteca Comunale ‘L. Fumi’ di Orvieto; Biblioteca Civica e Biblioteca della Facoltà di Lettere e Filosofia di Padova; Biblioteca Nazionale di Potenza; Biblioteca Nazionale ‘Vittorio Emanuele II’ di Roma; Biblioteca Civica ‘G. Tartarotti’ di Rovereto; Biblioteca Municipale ‘A. Panizzi’ di Reggio Emilia; Biblioteca Pancaldo dell'Istituto di Istruzione Secondaria Superiore ‘Ferraris Pancaldo’ di Savona; Biblioteca Statale del Monumento nazionale di S. Scolastica di Subiaco; Biblioteca Civica ‘Attilio Hortis’ di Trieste; Biblioteca Comunale ‘V. Joppi’ di Udine; Biblioteca Civica ‘M. Farinone Centa’ di Varallo Sesia; Biblioteca Querini Stampalia di Venezia; Biblioteca Comunale ‘Francesco Selmi’ di Vignola (MO).
   [3] Cfr. A. de Lamartine, Balzac et ses œuvres, Paris, Michel Lévy Frères, 1866.
   [4] Cfr. Le note introduttive anonime intitolate entrambe: Balzac, in O. di Balzac, Mercadet l’affarista … cit., 1882, pp. 3-6, e in Fisiologia del matrimonio … cit., 1883, pp. 3-4.
[5] Traduzione di una citazione tratta da Une Fille d’Eve.
[6] Citazione tratta dalla Physiologie du mariage (Méditation IV. De la femme vertueuse).
[7] Cfr. La Semaine, 11 octobre 1846.

Marco Stupazzoni

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