lunedì 2 settembre 2013


1869




Traduzioni.


  Balzac, La Erede di Birague. Romanzo del signor di Balzac, «Nuovo Romanziere Illustrato Universale. Letteratura–Storia–Viaggi: pubblicazione settimanale», Firenze, Ferraroli Edoardo gerente (Tipografia Eredi Botta), Anno I, Num. 34, 26 agosto 1869 e segg., pp. 269-272; 278-280; 286-288; 294-296; 302-304; 310-312; 318-320; 326-328; 334-336; 342-344, 350-352; 357-360; 366-368; 373-376; 382-384; 390-392; 398-400; 406-408; 414-416.[1]



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  Opera in 8°; illustrata. Il romanzo di Balzac è suddiviso in ventinove capitoli. La traduzione è condotta sul testo dell’edizione Marescq del 1855 o su quello della sua ristampa pubblicato da Lévy nel 1867.


Studî e riferimenti critici.


  La Chiesa e le moderne teoriche della scienza economica, «Scienza e Fede», Napoli, All’Uffizio della Biblioteca Cattolica, Anno Ventesimonono, Vol. V della Serie Terza, fasc. 429, febbraio 1869, pp. 177-201.

  p. 198. Gli About ed i Cayle, i Quinet e gli Esquiros, gli Havin ed i Gueroult si scagliarono contro quella Chiesa che odiava la civiltà; gli increduli ed i settarii italiani li imitarono … […]. Or ci dicano essi ed i loro simili a chi si deve il merito di quella sozza letteratura che ci appesta e ci ammorba? […] Ci dicano se Sue, Dumas, Fereab, Kock, Balzac, Soulie (sic), Hugo, Louvet, Sand, colui che mentì la qualità di abate per ingannare più facilmente [trattasi di Lamennais], sono cattolici; ci dicano se ciò che ha di svergognato e di vituperoso la letteratura francese, belga, tedesca ed italiana è frutto di penne cattoliche.

  7.° Dialoghi sul vaiuolo e sul vaccino; del dott. Antonio Demeva («L’Igea», numeri 10 e 11 del 1869), «Annali universali di medicina», Milano, presso la Società per la pubblicazione degli Annali universali delle scienze e dell’industria, Serie Quarta, Vol. CCIX, Fasc. 625, Luglio 1869, pp. 431-432.

  Nell’estate del 1868, il dott. Demeva trovandosi in uno degli alpestri villaggi della Provincia di Porto Maurizio, per vedere una eruzione pustolosa sviluppatasi alle mammelle di alcune vacche ed esaminare se per avventura fosse cow-pox, o vaiuolo vaccino, venne richiesto di consiglio medico da un sacerdote di faccia simpatica, dell’età di cinquant’anni circa, molto educato e molto istruito. Questo sacerdote era il parroco del villaggio, uomo amato e venerato da tutte le sue pecorelle, dedito alla istruzione del popolo ed alle opere di carità, alieno da brighe e da partiti, insomma il vero tipo dell’ottimo pastore, quale lo dipinsero il brillante Balzac, e il nostro angelico prof. Ravizza, che ha lasciato sì grate ricordanze nella gioventù milanese, da lui educata al culto del bello e del buono.

  Appendice. “Parigi e Londra al fine del secolo scorso” Romanzo di Carlo Dickens. Libro Primo. “Risuscitato!”. Capitolo I. “Il secolo”, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno III, Num. 276, 5 ottobre 1869, pp. 1-2.
  p. 1. Al romanzo sociale di Vittorio Bersezio facciamo succedere nell’appendice del giornale un capolavoro del principe dei romanzieri inglesi, Carlo Dickens.
  Il Parigi e Londra segna forse il vertice nella piramide letteraria del romanzo storico. L’arte moderna non poteva produrre risultato più grande dal lato del concetto arditissimo, della verità storica, dei caratteri al vivo scolpiti, e più che tutto gli episodi veri e strazianti.
  La lettura di Carlo Dickens è una di quelle che raccomanderemmo vivamente a tutti, ed in ispecie ai giovani. Balzac vi rende scettici, vi agghiaccia l’anima; vi fa piangere: Dickens vi solleva ad ideali regioni, sempre restando nel più assoluto reale, vi migliora l’animo, vi fa pensare.


  AA.VV., La Donna. La donna nell’istoria – La donna nella natura e nella società – La donna nelle opere de’ più illustri scrittori di tutti i tempi e di tutte le nazioni – La donna nel romanzo – La donna e l’amore – La donna davanti al patibolo – L’uomo giudicato dalla donna, ecc. Opera enciclopedica. Volume I, Torino, Claudio Perrin, Editore, 1869.

Capitolo V.

La donna ne’ tempi moderni.

Giorgio Sand, pp. 349-351.

  pp. 350-351. Il talento della Sand è incontrastabile e dopo Balzac, ella è senza dubbio, il primo scrittore francese contemporaneo. […].

  In una parola la Sand è una delle scrittrici più feconde, e cosa rara, più potenti del secolo nostro, e il suo nome vivrà eterno con quello di Balzac e di Vittore Ugo (sic).


Principessa Maria Bonaparte Wyse ora madama Rattazzi, pp. 365-368.

  p. 366. Nè Lammennais, Béranger e Sue soltanto, ma altri illustri vanta la principessa fra suoi ammiratori ed amici fra i quali citeremo: Chateaubriand, che la chiamava un enfant de génie; la celebre mad. Recamier, che l'accolse spesso come un angelo consolatore nel suo ritiro dell’Abaye (sic) aux Bois; il profondo filosofo Ballanche, ch’ella sapeva rendere amabile; il grande Balzac e l’infelice Gérard di Nerval, che spesso sovenne e che, se la fosse stata a Parigi, non si sarebbe certamente appiccato alla spagnoletta di una finestra.


Principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso, p. 369.

  Balzac ha creduto ravvisare in questa gran dama liberale ed artista, quella duchessa di San Severino, che è l'eroina della Certosa di Parma, capolavoro di Stendhal (Beyle).


  AA.VV., La Donna. La donna nell’istoria – La donna nella natura e nella società – La donna nelle opere de’ più illustri scrittori di tutti i tempi e di tutte le nazioni – La donna nel romanzo – La donna e l’amore – La donna davanti al patibolo – L’uomo giudicato dalla donna, ecc. Opera enciclopedica. Volume II, Torino, Claudio Perrin, Editore, 1869.

Capitolo IV.

Dell’amore in generale.

  p. 65. L’amore è la più melodiosa delle armonie, noi ne abbiamo il sentimento innato. – La donna è un soave strumento del piacere; ma bisogna conoscerne le corde oscillanti, studiarne gli accordi, la delicata tastiera, ed il maneggio svariato e capriccioso ... Quanti uomini prendono moglie senza sapere che sia la donna! In amore, fatta astrazione dal sentimento, la donna è come una cetra, che non manifesta i suoi segreti se non all'abile suonatore. (De Balzac). [Physiologie du mariage].


Capitolo V.

Il bene che fu detto dell’amore.

  p. 84. È nota l’allegoria poetica di Psiche innamorata d’Amore: Psiche vale a dir l’anima. Questo mito, trasmessoci da Apuleio (il secondo Balzac della letteratura romana, di cui Petronio è il primo), questo mito, diciamo, ha ispirato a La Fontaine una bella composizione in prosa ed in versi, e fu trattato da molti poeti.

  p. 86. È pur suo detto [di Stendhal]:

  Quanto v’ha di bello e sublime in questo mondo forma parte di quella bellezza che si ama.

  Balzac, serbando forse memoria di quel passo:

  Esiste una specie d'amore nel quale incapparono tutte le giovinette. È desso quell’amor vago, quell’amor dell’incognito, del quale le immagini vengono tutte a concretarsi attorno ad una figura che volle il caso, si esponesse ai loro sguardi, in quella guisa stessa che il bioccolo di neve si appiglia al fuscellino di paglia sospeso dal vento sul davanzale d’una finestra. […]. [La Cousine Bette].

  Balzac:

  Si prova nei primi momenti d’amore quella stessa trepidazione ch’è figlia della paura e fa sì che rattiensi la vita allora appunto che questa mostrasi più rigogliosa ed esita a svelare l’interno dell’anima, per obbedienza a quello stesso virginale pudore che agita le giovinette prima di comparire innanzi all’amato sposo.

  p. 87. Balzac :

  L’amore è una viva sorgente, che partita dal suo letto di nasturzio, di fiori e di rena, va facendosi fiumana; si tramuta poscia in fiume; e cangiando natura ed aspetto ad ogni flutto, finisce per gettarsi in un oceano incomparabile, nel quale gli spiriti incompleti sorgono la monotonia, e le anime grandi s'ingolfano in perpetue contemplazioni. […]. [La Peau de chagrin].

  p. 89. Balzac:

  Orribile destino delle donne. Prive di tutti mezzi d'azione che possedono gli uomini, devono aspettare l’epoca dell’amore. Precorrere l’amante è mancanza che pochi sanno perdonare. La maggior parte di questi vede una degradazione in questa celeste lusinga; ma ciò non avviene alle anime grandi. […].

  p. 90. Balzac:

  Una sola menzogna, è sufficiente a distruggere quella confidenza che è per certe anime il fondo stesso d'amore.

***

  Il vero amore, nella sua ingenuità, si avvede poi della menzogna?

  E collo stesso Balzac:

  L'accordar fede alle menzogne d’una femmina, non è forse sufficiente per colui che deve crederle? Tutto il resto dell’uman genere ha per due amanti la stessa importanza che possono avere dei personaggi di tapizzeria. […].

  p. 91. Balzac:

  L’amore che si desta in cuore verso colei che è di natura sfornita di quei vantaggi che attraggono i figli di Adamo, è appunto il vero amore, la passione veramente misteriosa, un'ardente stretta di due anime, un sentimento che impedisce il momento della disillusione di giungere a noi. […].

  p. 92. Balzac:

  Ogni passione ha il proprio istinto. Lasciate che un ghiottone possa servirsi in un piatto di frutta, ed egli senza sbagliarsi piglierà il migliore. Così se voi lasciate ad un’educata giovinetta la libera scelta dello sposo, raramente accadrà ch’esse vadano errate nella scelta se la posizione loro consente di sposare quello che avranno stabilito.

  La natura è infallibile e l’opera sua in questo genere si risolve in amare a prima vista. In amore la prima veduta riesce bellamente alla seconda. […].

  Balzac:

  Il modo con cui una donna offre il tè, costituisce per sè un genere di parlare e di ciò le donne sono ben conscie. Fornisce pertanto materia di curioso studio ogni loro gesto, sguardo, accento nell’adempire a questo tratto di cortesia in apparenza tanto semplice.

  Dalla domanda «Volete tè?... una tazza di tè?» fatta con freddezza, e l’ordine dato alla ninfa, che tien l’urna di servirlo, sino all'enorme poema dell’odalisco veniente alla tavola dove si piglia il tè, tenendo fra le mani la tazza che offre al pacha in aria sommessa ed in tuono carezzevole, con uno sguardo pieno di promesse, un fisiologista può osservare tutti i sentimenti femminili, dall’avversione ed indifferenza sino alla dichiarazione di Fedra ad Ippolito.

  Le donne possono riescire in tal modo sprezzanti sino all’insulto ed umili quanto lo schiavo orientale. […].

  p. 94. Balzac:

  Quel fino e dolce spirito che modifica l’uniformità di sentimento, come le faccette d’una pietra preziosa ne rilevano la monotonia facendone riverberare tutte le luci, operazione ammirabile, il cui segreto è noto soltanto alle anime amanti, e che rende le donne fedeli all’artistica mano, sotto la quale le forme sempre rinascono a nuova vita, voce che non ripete giammai una sola frase senza ringiovanirla con nuove modulazioni. Amore è non solo un sentimento, ma eziandio un’arte. […].

  p. 95. Balzac:

  Il vero amore, sia nella vita reale, che nei racconti i più ingegnosi delle fate, si slancia in un precipizio per conquistarvi il fiore che canta o l’uccello. […].

  p. 96. Balzac nel Quinola:

  Amare significa sacrificarsi senza il menomo compenso.

  FAUSTINA

  Amate voi Fontanarès?

  MARIA

  Da cinque anni in qua.

  FAUSTINA

  A sedici anni non si conosce ancora cosa sia l’amore.

  MARIA

  E che importa ciò quando si ama?

  FAUSTINA

  Angiolo mio, l’amore per noi è un sacrificio.

  MARIA

  Ed io mi sottoporrò.

  FAUSTINA

  Vediamo. Rinunziereste a lui pel suo interesse?

  MARIA

  Sarebbe una morte, ma la mia vita gli appartiene ... Se sapeste. Ogni giorno ad una cert’ora, egli viene a passare sotto le mie finestre; quest’ora è tutto un giorno per me.

  Certe delicatezze non si incontrano se non presso le giovinette del popolo. Esse ricevono le percosse senza restitituirle (sic). Scorre nelle loro vene un resto del sangue dei martiri. […].

  p. 104. Balzac:

  Donde viene questa fiamma che splende intorno una donna amante e la distingue fra tutte? Donde quella leggerezza di Silfide che par cambii le leggi della gravità? L’anima s’invola ella? La felicità ha ella delle virtù fisiche? […].

  p. 105. Balzac:

  Senza la credenza nella sua eternità l’amore sarebbe nulla, la costanza lo ingrandisce. […].

  p. 107. Balzac:

  L’instabilità delle passioni è la migliore prova che possa addursi per confermare necessaria l’indissolubilità del vincolo matrimoniale.

  È di necessità che i due sessi vengano incatenati a guisa di belve, per mezzo di leggi fatali, sorde e mute.

  Fra le glorie sociali noverasi pur quella d’aver creato la donna, là ove natura pose soltanto un essere femminile, d’aver sostituito la perpetuità di desiderio a quella della specie, d’aver finalmente inventato l’amore, che è la più bella fra le umane religioni.

  La storpia, che appare diritta agli occhi del marito, la gobba che piace in tal guisa, la vecchia che sembra giovane; ecco tante felici creazioni del mondo femmineo. – La passione non potrebbe spingersi più oltre ...

  In che altro è riposta la gloria d’una donna, se non nel rendere oggetto di amore ciò che in essa apparisce siccome un difetto?

  L’amore, che per gli esseri dappoco si traduce in un bisogno puramente sensuale, risulta invece per gli esseri superiori la più immensa e la più attraente fra le creazioni morali.

  Il vaiuolo è per una donna la sua battaglia di Waterloo. L’indomani essa riconosce coloro che veramente l’amano.

  Amore è l’anima universale della vita, e l’amore coniugale ha il diritto speciale di poter animare tutti gli esseri benchè minimi.

  La forma posta in obblio dall'affezione scompare in quella creatura, la cui anima è profondamente apprezzata.

  L’abitudine a vedere la fisonomia ed il corpo di una persona, è l’adito a conoscerne insensibilmente le qualità dell’animo, e finisce per cancellarne i difetti. […].

  p. 112. Balzac:

  Esiste un amore che non si manifesta agli uomini, ed i cui segreti sono accolti dagli angeli con celestiale sorriso? È l'amore privo di speranza, allorchè ispira la vita, infonde in essa i principi di devozione, quando nobilita le azioni coll’intento di raggiungere una perfezione ideale. […].

  p. 113. Balzac:

  Le consolazioni che partono da una donna, sono di una delicatezza che ha sempre affinità coll’amore materno, e riescono quindi previdenti e complete. Se poi a quelle parole di speranza e di pace congiungesi la grazia del gesto e quell’eloquenza di tocco che viene dal cuore, e più di tutto se la benefattrice è bella, allora è impossibile resisterle.

  La contessa mi avvolgeva nelle protezioni e cure di un amore affatto materno; mentrechè l’amor mio serafico in sua presenza, diveniva fuori del suo cospetto alterato ed ardente a somiglianza d’un ferro rovente.

  Io l’amava di un doppio amore che scoccava l’un dietro all’altro i mille dardi del desiderio, e li lanciavo ne’ cieli, ove perdevansi in uno spazio impossibile a raggiungersi.

  Ella restava profondamente scossa per un sol detto, che fosse troppo vivace; e bastava ad offenderla un sol desiderio. Con lei faceva d’uopo spiegare un amore velato, una forza mista a tenerezza; essere insomma per essa ciò ch’essa era per gli altri.

  Che più? Devo dirlo a voi che sì femminilmente sentite? quella situazione esigeva incantevoli languori, istanti di soavità divina, e quel contento che proviene da tacita immolazione.

  La sua coscienza era contagiosa; la sua abnegazione priva d’ogni terreno compenso era imponente per la sua persistenza, e quella viva e segreta pietà, che serviva di legame alle altre sue virtù, faceva all’intorno la (sic) stesso effetto d’uno spirituale incenso.

  Oltrecchè io aveva la giovinezza! Quella giovinezza che mi permetteva di concentrare la mia natura in quel bacio ch’ella mi permetteva d’imprimere sì raramente sulla sua mano, su quella mano di cui essa non volle presentarmi il rovescio e mai la palma, che forse era per lei il limite da cui avevano principio i piaceri sensuali. Se due anime non si avvinsero giammai in più ardente nodo; non mai due corpi più intrepidamente e vittoriosomente (sic).

  Il vero amore è eterno, infinito e sempre pari a se stesso. Esso scorre eguale e puro senza violenti dimostrazioni: incanutito il crine; egli ha sempre giovane il cuore. […].

  Balzac:

  L’amore è la poesia dei sensi: Egli è destinato a dar compimento a tutto che v’ha di grandioso nell’uomo, ed a tutto che procede dal suo pensiero. Egli non può esistere se non è sublime e quando ha vita va sempre innanzi aumentando.

  L’amore si compiace a variare i trasporti della passione, mercè il molle languore di quel riposo in cui le anime sono lanciate in un’estasi talmente elevata che sembrano dimentiche dell’unione corporale. […].

  p. 114. Balzac:

  L’amore è per la natura quello appunto che è il sole per la terra. […].


Capitolo VI.

Il male che fu detto dell’amore.


  pp. 119-120. Un moralista ebbe a dire che:

  Più la donna sta in ozio, più ha il cuore occupato.

  Ciò equivale al detto di Balzac nostro contemporaneo:

  L’amore inorridisce di tutto ciò che diversifica dalla sua natura. […].

  Balzac soggiunge:

  È d’uopo eziandio possedere grandi ricchezze per poter amare; poichè l’amore annienta l'uomo.

  Se l’amore genera l’ozio, suolsi dire, che a vicenda l’oziosità dispone all’amore. […].

  p. 122. Balzac:

  Credesi che Otello, il minore Orosmano, S. Preux, René, Werther ed altri amanti di cui è fama, rappresentino l’amore. Giammai i loro padri dal cuore agghiacciato conobbero ciò che sia un amore assoluto. Il solo Molière pensò di conoscerlo. L’amore non esiste già nell’amare una donna insigne, una Clarissa: che sorta di forte proposito richiedesi mai per ciò? Amore intendesi il poter ripetere a sè stesso: «Colei che io amo è un infame; finirà per ingannarmi; è donna scostumata, e d’indole veramente diabolica; e con tutto ciò correrle dietro, ed in quell’essere da trivio rinvenire l’azzurro celestiale e tutti i fiori del paradiso! ... […].

  p. 123. Balzac:

  In amore commettonsi i più atroci delitti colla massima segretezza, e l’assassinato stesso ha interesse a tacere. – Ne segue adunque che l’amore ha propizi sì il codice che la vendetta; e la società non ci ha che vedere.

  Le donne in generale hanno una fede particolare ed una morale loro propria. Esse accordano fede a quella moralità che riflette tutto ciò che può servire i loro interessi e le loro passioni. […].

  p. 124. Balzac:

  Se le giovani volessero confessare il vero, ci sarebbe da meravigliare nello intendere la causa del loro amore. Una donna diceva, parlando del suo amante: Quel bonheur, il n’a pas une idée. […].

  p. 128. Balzac:

  Le donne di Giava non piangono mai l’uomo che seppelliscono. Elleno lo dimenticano dopo averlo adorato più che non amano Dio. […].

  p. 129. Balzac:

  I bindoli sono grand’uomini in amore. […].

  p. 134. Marivaux, il Balzac de tempi antichi:

  Rado le donne abbandonano i loro amanti per non amar altri; gli è sempre per amarne un altro. La semplice fedeltà sarebbe insipida per esse e non le tenterebbe senza la salsa della perfidia. […].

  pp. 135-136. Balzac:

  Le donne che credono amare, che dicono di amar più delle altre, danzano, valzano, civettano con altri uomini, si rimbelliscono per piacere a tutti, e vanno a cercare ogni dove ammirazione ed omaggi. […].

  Balzac:

  L’amore ha così ben la coscienza della sua poca durata che provasi un desiderio invincibile di domandare: Mi ami tu? Mi amerai tu sempre? […].

  p. 139. Ma Balzac, conoscitore profondo del cuore umano, osserva con molto acume e verità:

  A meno che non sia un angelo sceso dal cielo una donna che ama anteporrebbe vedere il proprio amante nei tormenti dell’agonia piuttosto che in braccio alla rivale; più ama, più sarà offesa. […].

  p. 140. Balzac:

  Che havvi egli mai nell’amore che, non ostante le sue delizie, noi siamo oppressi dal dolore? […].

  p. 142. Balzac:

  Basta una qualsiasi resistenza perché una donna aneli di vincerla. […].

  p. 143. Balzac:

  L’uomo che non si appartiene è precisamente l’uomo di cui sono vaghe le donne. L’amore è essenzialmente ladro. […].


Capitolo VII.

Il bene che fu detto delle donne.


  p. 158. Le donne sono tutto che havvi di bello e di buono nell’umanità. Balzac.

  Le donne si accostano più degli uomini alla natura angelica in ciò che le sanno frammischiare una tenerezza infinita alla più perfetta compassione, segreto che non appartiene che agli angeli intravveduti in alcuni sogni provvidenzialmente sparsi a lunghi intervalli nella vita umana. Id. […].

  p. 162. Ci è delle donne che sono all’anima quello che il clima di Nizza o di Napoli al petto. Balzac. […].


Capitolo IX.

Aneddoti pro e contro le donne.


  p. 202. Alfredo di Vigny, morto or son pochi mesi, aveva nella sua giovinezza una grande inclinazione per la scienza ed era in pari tempo di costumi purissimi. Egli era intimo d’una signora bella, civettuola e amante dei piaceri. […]. Un giorno si parlava davanti la signora della scienza; Vigny affermava che la scienza spandeva nell’anima di chi abbandonavasi intieramente ad essa tale un’ebbrezza letificante che assorbiva tutte le facoltà e diveniva l’unica passione della sua vita, e citava in prova Newton che morì vergine.

  Uno degli astanti pretendeva per contro che la scienza non è contraria alla galanteria e citava Rousseau, Mirabeau, Vittor Hugo, Balzac e altri molti. […].


Capitolo X.

Cos’è la donna.


  p. 211. O voi, che andate spesso esclamando: Io non so cosa abbia mia moglie! ... Baciate questa pagina di filosofia trascendente giacchè ci troverete la chiave del carattere di tutte le donne ... Ma conoscerle come le conosco io non è conoscele (sic) gran fatto; elleno stesse non si conoscono! Epperò, voi lo sapete, Dio s’ingannò sul conto della sola ch’ebbe a governare e che si prese il fastidio di creare. Balzac. […].

  p. 212. La donna col suo genio da carnefice, co’ suoi talenti per la tortura, è e sarà sempre la tortura dell’uomo. Balzac. […].

  La donna è infine regina del mondo e schiava d’un desiderio.

  L’idea del matrimonio la sgomenta perché deve rimaner pregiudicata la sua corporatura; pur tuttavia vi si accomoda, nella lusinga di rinvenire in esso la felicità. La sua fecondità è dovuta al caso, e la prole sua, fatta adulta, viene da lei celata. Balzac. […].

  p. 216. Le donne sono come i fanciulli. Mostrate loro un pezzo di zucchero e le vedrete a far la danza dei ghiottoni. Bisogna però saper tenere in alto dei confetti e mostrarli loro tanto che non venga meno in esse la voglia di assaggiarli. Balzac. […].

  p. 220. Negli scritti di Balzac rinviensi questo breve ma significante passo:

  Paolina: voi sapete bene che la guerra che noi facciamo è una guerra da selvaggi.

  Gertrude: Dite guerra di donne, e voi avrete espresso una guerra più terribile!

  I selvaggi mirano soltanto a ferire il corpo, noi invece cerchiamo di ferir il cuore, l’anima.

  I nostri dardi pigliano di mira la felicità nella sua piazza. […].


Capitolo XI.

Mosaico alfabetico pro e contro le donne.


  p. 224. Un amante rivela ad una donna tutto ciò che il marito le nasconde. Balzac. […].

  p. 227. Trascorsi i quarant’anni una donna diviene un (sic) cosa indicifrabile, e non vi ha che una vecchia donna capace di indovinare una donna vecchia. Balzac. […].

  p. 236. Le donne hanno corrotto più donne che non ne hanno amato gli uomini. Balzac. […].

  p. 241. Quando marito e moglie tengonsi vicendevolmente, il diavolo solo sa quale dei due abbia il sopravvento. Balzac. […].

  p. 251. La donna è una bella creatura che cambia d’amore così facilmente come si cava i guanti. Balzac. […].

  p. 253. Intimità.

  Un amante non rivela che con le sue maniere il grado d’intimità cui è giunto con una donna maritata. Balzac. […].

  p. 254. Letto.

  Un uomo trovato nel letto di una donna onesta è sempre suo marito. Balzac. […].

  p. 255. Malattia.

  Il vaiuolo è la battaglia di Waterloo delle donne. La dimane elleno conoscono coloro che le amano veramente. Balzac. […].

  p. 256. Marito.

  Ciò che forma le qualità del marito, che si ama, forma spesso i difetti del marito che non si ama. Balzac.

  p. 259. Musica.

  L’amore è la più melodiosa di tutte le armonie. La donna è un delizioso strumento di piacere, ma bisogna conoscerne le corde oscillanti, studiarne la tastiera, ecc. Quanti uomini s’ammogliano senza conoscere cosa sia la donna! La donna è una lira che non rivela i suoi segreti se non a chi la sa ben suonare. Balzac.

  p. 264. Persuazione.

  Per persuadere una donna e dirigerla, basta sapere servirsi della potenza di cui usano sì spesso: la sensibilità, i ragionamenti esatti le irritano. Balzac. […].

  p. 266. Piangere.

  Una donna, che piange davanti colui che ama, non è più padrona di se stessa. Balzac. […].

  p. 273. Ridere.

  Una donna che ha riso del proprio marito non può più amarlo. Un uomo dev’essere per la donna che ama un essere pieno di forza, di grandezza e sempre imponente. Balzac. […].

  p. 275. Riuscita.

  Dove un marito inciampa un amante riesce. Gli è che l’amante obbedisce a tutti i capricci di una donna e perciocchè un uomo non è mai vile nelle braccia della sua amante, adoprerà per piacerle mezzi che ripugnano al marito. Balzac. […].

  p. 285. Torto.

  Un amante non ha mai torto. Balzac. […].

  pp. 288-289. Virtù.

  Una dama virtuosa ha sempre nel cuore una fibra di più o di meno delle altre: ella è stupida o sublime. Balzac. […].

  Non pertanto esistono donne virtuose! ... Si quelle che non furono mai tentate e quelle che muoiono nel primo parto! … supponendo che i loro mariti le abbiano sposate vergini. Balzac.

  La virtù e l’amore sono due ozii ... e bisogna che l’uno divori l’altro. Lo stesso.

  p. 292. Vita.

  Nell’ordine elevato la vita dell’uomo è la gloria e la vita della donna è l’amore. Balzac.


  F. Albanese, Quistioni di scienza contemporanea. I. Il nuovo materialismo, «Rivista sicula di scienze, letteratura ed arti», Palermo, Luigi Pedone Lauriel, editore, Anno Primo, Volume Secondo, Agosto 1869, pp. 169-184.
  p. 176. E questa risposta si può dare alle osservazioni fatte sinora sulla composizione chimica del cervello. «Senza fosforo non vi ha pensiero» esclama Maleschott. Ciò è possibile. Supponiamo anzi che ciò fosse certo, supponiamo che Balzac abbia avuto un’intuizione di genio quando dice «l’uomo idiota è quello il di cui cervello contiene meno di fosforo, l’uomo pazzo quello che ne contiene troppo, l’uomo ordinario che ne contiene poco, l’uomo di genio, una proporzione conveniente». Supponiamo che la scienza giunga, come vi tende a stabilire, l’influenza di certi princìpi chimici sullo svolgimento del pensiero. Tutto ciò proverà ancora di più che il pensiero non è indipendente dalle condizioni del cervello, e che un cervello mal fatto importa necessariamente un pensiero imperfetto.

  Can Prop. Gaetano Alimonda, Il Catechismo Cattolico. Conferenza del Can. Prop. Gaetano Alimonda, in AA.VV. Biblioteca di Sacri oratori moderni italiani e stranieri pubblicati e tradotti da Baldassarre Mazzoni e Leopoldo Franchi Canonici della Cattedrale di Prato. Volume VII, Prato, Tipografia di Ranieri Guasti, 1869, pp. 107-134.
  pp. 123-124. Il romanzo primieramente di sua natura è tale, che mira a produrre effetto sopra il sentimento dell’uomo e non sopra la sua intelligenza. Or l’istruzione che nell’ordine del sentimento si conchiude, è priva di luce, non si presta alla grande entratura del sapere, perché il sentimento è cieco. E qual savio, qual moralista, qual personaggio pensò mai in sua vita che in tal tenore si potesse altrui ministrare l’ammaestramento? Citatemelo, chè io lo conosca! E voi, arrivati alla pienezza dell’età moderna, voi senza illuminare ed erudir l’intelletto, vorreste ammaestrare il popolo? Ah mi riuscite più reconditi e più lontani dei filosofi!
  Di secondo tratto il catechismo dei romanzi tende bensì a coltivare il sentimento e a cagionare diletto, ma di qui appunto dà per usato il vizio e s’infogna. I romanzieri hanno per intento di annunziar fatti straordinari, di presentare ai lor lettori l’immagine o la dipintura della società antica o della presente, ma in tale modo che la novità del racconto attragga e rapisca, il lenocinio dello stile sollucheri e la moral conclusione del romanzo non pizzichi di troppo austera al popolo e non iscotti. Ne viene che di leggeri ti cascano alle morbidezze, alle piacente rie, alle descrizioni anche oscene e ai vituperosi apologhi. Dico che i siffatti scrittori su fatale sdrucciolo sono posti e che con la maggior agevolezza del mondo vi tombolano essi e vi fanno precipitare chi li seconda. Contradditemi, se potete! Ed io vi allegherò i romanzi che corrono più strepitosi per la società e di che vanno più ghiotti i nostri giovani: vi allegherò il Werter (sic), il Fausto, l’Hortis, la Novella Eloisa; i Misteri del popolo: vi ricorderò insomma i nomi del Goethe, del Foscolo, del Balzac, del Dumas, del Sue, del (sic) Sand, di Federico Soulié e dell’autore del Maledetto. Non è una contaminazione di affetti e di costumi? […].
  Infelice popolo, che a suoi istruttori tiene i romanzieri!

  Clemente de Angelis, Dei Romanzi, in Fiori di precetti retorici raccolti dal Professore D. Clemente de Angelis e accomodati alle scuole moderne. Parte I.a e II.a, Bologna, Tipografia Mareggiani, 1869, pp. 34-36.
  pp. 35-36. Ebbe quindi ragione il P. Bresciani di mostrare, che il Romanticismo non è naturale al gusto italiano, ed è dannoso alla Religione Cristiana, alla buona politica, ed alla morale. (Del Romanticismo ecc.). Ed anche il Foscolo lamentava che i sogni e le ipocrite virtù di mille Romanzi inondino le nostre case, e gli allettamenti del loro stile facciano quasi aborrire come pedantesca ed inetta la nostra lingua, e le oscenità di mille altri sfiorino negli adolescenti il più gentile ornamento de’ loro labbri, il pudore. (Discorso sull’origine ed Ufficio della Letteratura). E noi fra quegli ipocriti, e quegli osceni porremo principalmente, come fa il Bresciani, i demoniaci del Balzac, di Dumas, di Wictor-Hugo (sic), di Giorgio Sand, ai quali aggiungeremo il lurido Sue, e l’empio Rénan (sic), tutti stomacosissimi corruttori di mezzo mondo.

  Giuseppe Arnaud, La Pasta, la Malibran, La Sontag. Giuditta Pasta, in Teatro. Arte ed artisti. Mosaico d’aneddoti di escursioni storiche. Schizzi biografici ed artistici. Raccolto ed ordinato da Giuseppe Arnaud, Milano, Giovanni Gnocchi di Giacomo, Editore, 1869, pp. 168-174.
  p. 168. Nel tempo che Lamartine, Vittore Ugo (sic), Dumas, De Vigny, Balzac, Giorgio Sand, gettavano le basi della loro gran rinomanza, in quel tempo stesso che Rossini, Mercadante, Donizetti, Bellini sfolgoravano su l’orizzonte della musica, la Pasta, la Malibran, la Sontag sollevavano il dramma lirico ad altezze fino allora imperscrutate, esercitavano il loro fascino sul pubblico parigino dell’opera italiana e lo formavano al sentimento dell’arte vera.
  Le feste di Versaglia. – Artisti italiani. – La principessa d’Elide, comedia. – Il Matrimonio per forza, burletta, di Molière. – I tre primi atti del Tartuffo dello stesso, pp. 188-191.
  pp. 188-189. L’allegoria, questa graziosa chimera, erasi riprodotta sotto tutte le forme per prestare un’anima, una vita, un senso radoppiato ai divertimenti. I cavalieri, gli araldi d’arme, i paggi, gli scudieri, avrebbero però meglio trasportato ai tempi della cavalleria, se le loro bandiere, i loro scudi, i loro cimieri non fossero stati sopracarichi di divise e di motti in cui il poetastro Benserade aveva versato la grazia di Anacreonte, la voluttà d’Ovidio, la licenza del Boccaccio e le smancerie di Balzac. Non ci volea tanto per rammentare un tempo rozzo ed ingenuo.

Vittorio Bersezio, Appendice. La settimana letteraria. “L’Abbici di chi lavora”, per Edomondo About, traduzione italiana. – Milano, Treves editore, 1869, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno III, Num. 253, 12 Settembre 1869, pp. 1-2.

  p. 1. Il signor About ha un ingegno dei più versatili e fecondi […]. Sul fondamento dei severi studii che gli rimase nel cervello, edificò un mondo di creazioni dell’immaginativa, e domandò per esso l’incisiva e mordace eleganza dello stile a Voltaire, e la potenza osservativa a Balzac; e questi due non disdegnarono di concedergli qualche cosa delle loro ricchezze.

  Vittorio Bersezio, Appendice. La settimana letteraria. “Il retaggio fatale di Holmer Lee”, riduzione dall’inglese per Ludovico de Rosa. (Vol. 2, Milano, Treves, 1869). “John Holifax”, di Miss Mulloch. – (vol. 1, Milano, Treves, 1869). “Il grillo del focolare”, di Carlo Dickens. – (vol. 1, Milano, Treves, 1869). “Galileo Galilei”, romanzo storico di M. Bavers, tradotto dal tedesco da Gustavo Strafforello. – (Volumi 2, Unione Tip. Editrice. – Torino-Napoli, 1869), «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno III, Num. 267, 26 Settembre 1869, pp. 1-2.

  p. 1. In fatto di letteratura, l’Italia subisce tuttavia l’influenza straniera. Credo che ciò si possa lamentare, ma non se ne debba sdegnare; prima perché è una conseguenza necessaria delle condizioni del paese, poi perché mi par cosa tutt’altro che dannosa, giovevole anzi allo sviluppo dell’intelletto e dell’educazione del nostro popolo. […]
  La verità vuole che si proclami come raramente si sia levata per un popolo un’epoca di tanta fecondità, di tanta grandezza, di tanta gloria letteraria, qual è quella che sorrise alla Francia nel periodo di tempo che testè ho accennato [dalla caduta del primo impero napoleonico fino al giorno d’oggi]. Aspettate che a dare le giuste proporzioni a siffatta epoca ed alle opere prodottevi sia intravvenuto il frammentarsi di secoli, che fa da giusta lente misuratrice, e il merito l’efficacia, la vastità di questa meravigliosa epoca in cui si possono contare Chateaubriand e Nodier, Guizot e Thiers, Royer-Collard e Cousin, Cuvier e Saint-Hilaire, Hugo e Lamartine, Sand e Balzac, Dumas e Scribe, andranno innanzi al tanto vantato secolo di Luigi XIV. La Francia letteraria di questo secolo fu un focolare ardente ed attivissimo delle più giuste, più generose, più profonde idee della civiltà moderna; fedele alla sua missione, il genio di quel popolo pose quelle idee nella forma più semplice, più netta, più elegante e piacevole, e quindi più insinuantesi, e le diffuse pel mondo.


  Lodovico Bertocchini, Il medio insegnamento per Lodovico Bertocchini, Napoli, Tipografia del Giornale di Napoli, 1869.

 

Capitolo quarto.

 

Per consolidare i vantaggi ottenuti dal Medio Insegnamento conviene riformare l’educazione della donna.

 

  p. 301. Eccovi, o signori, la donna, il cuor della quale fu nutrito dalla irreligione, la mente educata dai Balzac, dai Sue, dai Dumas, dai Duvenant e da altri il cui nome è un insulto al pudore; eccovi la donna che uno sfrenato libito di piacere formò tutta la sua occupazione fin dai primi anni, eccovi la donna infine ch’ebbe a diletto la civetteria, il pettegolezzo e l’intrigo. Dio salvi l’Italia da donne si fatte: elleno le saranno più funeste di quello a lei non furono le orde numerose dei feroci croati e più di quello potessero essere le straniere dominazioni. […].

  p. 318. Sì, maledetti que’ romanzi ne’ quali l’uomo giusto rimane vittima, il ribaldo sempre in trionfo, e nei quali certe speciali virtù sono poste in derisione e le basi del viver sociale scassinate. E che altro c’insegnano, o giovanette carissime, e che altro c’insegnano i Balzac, i Sue, i Dumas. i Kock, i Giorgio Sand, per tacere di tanti altri anche più spudorati ed inverecondi? No, di questi non intendo parlare, e voi, dilettissime, dovete guardarvene come da cibo avvelenato, come da un panierino di fiori, ove si nasconde velenoso aspide. Sì, tali libri sono micidiali, vi si cela il serpe, o forse là più si nasconde, ove più lusinghieri sembrano i fiori. No, tali romanzi nei quali apparisce una fantasia ma pazza e scarmigliata, un nerbo di eloquenza ma febbrile e convulso, un cuore commosso ma a scapito dell’onesto e del giusto, ove la curiosità è pasciuta, ma a danno del buon senso e della ragione; no, tali opere non debbono far parte all’erudita libreria di una giovinetta , ma bensì sieno quei romanzi ove il cuore e la mente trovano salubre nutrimento, nei quali il bello il buono ed il vero sono dimostrati con simultaneo accordo, ove si rispetta Iddio, ove la virtù si onora , ove il vizio è presto o tardi punito.



  [E. L. Alexandre Brisebarre, Marc Michel], Una tigre del Bengala ossia L’eccesso della Gelosia. Commedia in un atto. Traduzione dal francese di Amilcare Belotti, Firenze, Tip. Popolare di Eduardo Ducci, 1869 («Nuova raccolta delle più accreditate farse di Autori Italiani e Stranieri sì antichi che moderni. Raccolte e pubblicate per cura del Tipografo-Editore Eduardo Ducci»).

 

Atto Unico. Scena II.

 

  p. 7.

 

  Pon. [Pontiche] (Mettendo un grido) Ah! Ci sono, ci sono, ci sono.

  Aur. [Aurelia sua moglie] A che?

  Pon. Alle porte della verità. (Fisiologia del matrimonio, pagina 52... eh io conosco Balzach! (sic)) E’ scritto come colla mano.

  Aur. Che cosa?

  Pon. La dichiarazione.

 

Scena XI.

 

  p. 22.

 

  Pon. (E’ tempo di tendere la rete come ho letto nella fisiologia del matrimonio di Balzac) (mette un, piccolo grido come si ricordasse d’una cosa) Ah! ...


  Riccardo Castelvecchio [Giulio Pullè], La Donna romantica. Commedia in cinque atti in versi di Riccardo Castelvecchio, Milano, Libreria Amelia Bettoni, 1869, Fascicoli 15 e 16.


Atto primo. Scena II, pp. 10-15.


  pp. 10-13.
  Camilla dalla destra, con due libri, e detto [Il Conte Pomo].
  Conte
  Vien qua la mia fanciulla. (vedendo i libri che essa nasconde dietro la schiena)
  Cos’è che nascondi con tanta fretta?
  Camilla (confusa)
  Nulla.
  Conte.
  Scommetto che son libri: esaminarli io vo;
  Dammeli.
  Camilla (esitando)
  Caro Padre.
  Conte (le toglie un libro e legge).
  Opere di Rousseau; La novella Eloisa: e lì dietro le spalle.
  Cos’hai? Vediam.
  (le toglie l’altro libro).
  Balzac, il Giglio della valle (sic).
  Rispondi a me: di lettere tu sai ch’io non m’intendo;
  Cosa son questi libri? dimmelo, lo pretendo.
  Camilla.
  Son libri moralissimi.
  Conte.
  Per quello che ho sentito,
  Rousseau dovrebbe essere un autor proibito:
  Se proibita è l’opera ci sarà una ragione.
  E Balzac di che tratta?
  Camilla.
  Tratta … d’educazione.
  Conte (dandole i libri).
  Via, via, manco male: ma tu da chi li avesti?
  Camilla.
  Dal cavaliere Ascanio.
  Conte.
  Oh! allor son libri onesti.
  Il cavaliere è un giovane saggio, gentil, prudente,
  Un mio amico carissimo, che stimo immensamente.
  Godo ch’egli avvicini sì spesso la mia sposa.
  A proposito senti, vien qua, dimmi una cosa:
  Tua matrigna è malata, sapresti dir qual sia
  L’origine del morbo?
  Camilla. (con un sospiro)
  Cupa malinconia.
  Conte.
  Malinconia? perbacco, ma di che, perché mai?
  Camilla. (con accento patetico)
  E non vi son di lagrime cagioni in terra assai?
  Hanno dal mondo gli uomini ogni virtù sbandita,
  Sentier sparso di triboli fatta è da lor la vita;
  Un tradimento in core porta ciascun celato,
  È la virtude oppressa, il vizio incoronato,
  L’ipocrisia governa, e la nequizia ha regno,
  E tutto per movente ha un vil calcolo indegno,
  Cagion queste non sono che scorra il pianto a fiumi?
  Conte.
  Son tante belle cose stampate in quei volumi?
  Camilla.
  È stata l’esperienza che aperse i miei pensieri.
  Conte.
  Che parli d’esperienza tu che sei nata jeri?
  Ma già quest’è la moda, nel secol del progresso
  Il farla da filosofo è a ciaschedun permesso.
  Nascon cogli occhi aperti i bimbi, e appena nati
  Son tanti Ciceroni o Seneca svenati!
  Una curiosa smania agita i pessimisti
  Di far comparir gli uomini tutti sleali e tristi.
  A sentir lor, la terra è un bosco ispido e folto,
  E noi siam tante belve feroci in uman volto.
  Lascia sì pazze idee, fanciulla, e credi a me:
  Il mondo è tal qual’era ai tempi di Noè.
  Mutar si posson gli usi, non mutan le passioni,
  E sempre, in ogni tempo, vi furo i tristi e i buoni.
  Anche il sol, tanto bello, ti sembrerà sbiadato
  Se lo guardi attraverso d’un vetro affumicato.
  Chi vede il mal dovunque malvagio alfin diviene,
  Ond’io, per non guastarmi, vedo dovunque il bene.
  Mi spiace di sentirti parlare in guisa tale;
  Disdice a una fanciulla sì pessima morale.
  Or vieppiù mi confermo in quel che ho stabilito.
  Camilla.
  Qual’intenzione avrebbe?
  Conte.
  Voglio darti marito.
  Camilla.
  Il matrimonio! agghiaccio pensando a una tal cosa.

Atto secondo. Scena VIII, pp. 52-58.


  Camilla, indi il Dottore.
  Camilla.
  In ver, bella caparra mi dà del proprio sesso!
  Uomini non ne voglio … ho paura …
  Dottore.
  È permesso?
  Camilla.
  Il dottor!
  Dottore.
  Signorina …
  Camilla (seccamente).
  S’accomodi, è padrone. (fugge in un angolo)
  Dottore.
  Perché, s’io mi presento, fuggite in un cantone?
  Camilla.
  Cerca del signor padre? tosto a chiamarlo io volo.
  Dottore.
  Fermatevi carina, prego, un momento solo.
  Camilla (contemplandolo con diffidenza ma insieme con piacere)
  (È bel, non c’è che dire: ma Vittor Ugo (sic) ha detto
  Che spesso assume Satana d’un angelo l’aspetto).
  Dottore.
  Perché mi contemplate con tanta diffidenza?
  Venite … Avvicinatevi …
  Camilla.
  Signor … con sua licenza … (p.p.)
  Dottore.
  Son forse tanto bruto che fuggirmi volete?
  Camilla.
  Anzi fuggo per questo che troppo bel voi siete.
  Dottore.
  Oh! la cara innocenza, porgetemi la mano … (per prenderla)
  Camilla (ritirandosi).
  No no, non son malata; statemi pur lontano.
  Dottore.
  Perbacco avete i medici o gli uomini in orrore? Dite, con chi l’avete?
  Camilla.
  Cogli uomini, signore.
  Dottore.
  Che cosa v’hanno fatto? V’han disturbato il sonno?
  Camilla.
  Non temo quel ch’han fatto, ma quel che far mi ponno.
  Dottore.
  Chi v’inspirò di noi sì trista opinïone?
  Camilla.
  I libri che ho studiato, il cuore e la ragione.
  Dottore.
  Il cuor non lo credo, i libri esser ben può. Ma se m’ascolterete vi disingannerò.
  Quali sono questi libri che avete consultati?
  Camilla.
  Son romanzi francesi d’autori rinomati:
  Balzac, Dumas, Féval, Vittor Ugo, Soulié, Sue, Giorgio Sand, De Kock, Montepin e Maquet.
  Dottore.
  Ah! ah! non mi sorprendo se in tale compagnia
  Siasi un tantin scaldata la vostra fantasia.
  Quello che in me cagiona non lieve meraviglia
  È il padre che permette tai letture a sua figlia.
  Camilla.
  Di lettere mio padre non sa né vuol sapere.
  Dottore.
  Chi dunque v’instruisce?
  Camilla.
  Sua moglie, e il cavaliere.
  Dottore.
  Quel cavalier ch’è entrato jer nelle stanze sue?
  Camilla.
  Appunto; egli s’è fatto maestro ad ambedue.
  Dottore.
  Maestro con tai massime? (povero me, che scuola!). Venite qua, sentite, mia buona figliuola.
  Che donna è vostra madre, o matrigna che sia?
  Camilla (avvicinandosegli).
  È donna assai romantica, è tutta poesia:
  Ha preso per la Lelia di Sand tanta passione,
  Che or tenta della donna un’emancipazione.
  E poi che da sé stessa intende cominciare,
  Vuol vestirsi da uomo, vuol compor, vuol fumare, Vuol cavalcare e bevere …
  Dottore.
  Farete come lei?
  Camilla.
  Per vero dir tant’oltre spingermi non vorrei.
  Dottore.
  Essa, da quel che sento, è una testa esaltata;
  E voi, se l’imitate, sarete rovinata.
  Però nel vostro petto, non è sì radicato
  Il mal, che non si possa guarirlo appena nato.
  Volete ch’io intraprenda dunque la vostra cura?
  Non sarà dolorosa, non abbiate paura.
  Camilla.
  Qual farmachi userete?
  Dottore.
  Quei che ogni stolto sprezza;
  Un poco di ragione e un poco di dolcezza.
  Camilla.
  Dottore, vi debbo parlar sinceramente,
  Nei vostri detti avete tal che di persuadente …
  Dottore.
  E nei vostri sguardi avete un tal candore
  Che sin dal primo istante m’ha inebbriato il core!
  Camilla.
  Per carità volgete altrove il vostro aspetto …
  Quegli occhi nascondetemi … mi fanno un certo effetto … !
  Dottore.
  Davvero? vi dispiacciono?
  Camilla (indietreggiando con paura).
  Mi fanno troppo male.
  Dottore, in voi s’asconde lo spirito infernale!
  Dottore.
  No, cara; in me s’asconde un vero e schietto amico …
  Da brava, avvicinatevi, e attenta a quel ch’io dico.
  Nei libri che leggete si cela un rio veleno,
  Dolcissimo al palato, ma perfido pel seno.
  Son fatti per corrompere la vergine innocenza;
  Opere di progetto, non d’amore e di scienza.
  E fanno immense vittime dell’ingordigia loro.
  Pazienza le facessero nel proprio lor paese,
  Ma giungono pur troppo a farle a nostre spese!
  Non nego io già il talento, gli splendidi concetti.
  Dico che non son libri da darsi ai giovinetti.
  Un’idea falsa e strana gli autor francesi illude;
  Voglion per via del vizio condurre alla virtude,
  Ma il vizio san dipingere bello di tanta luce,
  Che gl’inesperti abbaglia, li adesca e li seduce.
  La fantasia si scalda, la testa va gironi.
  Nel petto come il turbine scoppiano le passioni,
  S’accendon desiderj terribili, funesti … !
  Del velen che contengono i sintomi son questi:
  Chi tal liquore inghiotte, prima s’esalta e ride,
  Poi cade in un sopore ed alla fin s’uccide.
  Camilla.
  Per carità dottore, m’avete spaventata … !
  Ho intorno questi sintomi … io sono avvelenata.
  Dottore.
  Vi do il contravveleno … Lo volete?
  Camilla.
  Qual è?
  Dottore.
  Bruciate i vostri libri … vogliate bene a me.
  Camilla.
  A voi?
  Dottore.
  Se non vi spiaccio?
  Camilla (con ingenuità ed affetto).
  Vo i libri ad abbruciare …
  Dottore.
  E poi?
  Camilla.
  E poi …
  Dottore.
  Via, dite …
  Camilla.
  Mi lascerò curare. (fugge dal mezzo).

  Senatore [Andrea] Cittadella-Vigodarzere, Seguito della discussione del progetto di legge per l’abrogazione degli articoli 98 e 99 sul reclutamento militare, in AA.VV., Rendiconti del Parlamento Italiano. Discussioni del Senato del Regno, (X Legislatura). Sessione del 1867-68-69. Terzo periodo dal 21 novembre 1868 al 17 giugno 1869. Seconda edizione ufficiale riveduta. Vol. Terzo, Firenze, Cotta e Compagnia, Tipografi del Senato del Regno, 1869.
  Tornata del 20 Maggio 1869.
  Presidenza Casati.
  p. 2160. […] Seguito della discussione del progetto di legge per l’abrogazione degli articoli 98 e 99 sul reclutamento militare.
[…]
  Senatore Cittadella- Vigodarzere
  p. 2161. […] Io mi sottometto in molte cose ai numeri della statistica; ma mi ribello alla sua tirannia in questa parte; e dirò pure, che al sentimento non l’ho veduta applicata mai, se non in qualche libro umoristico: per esempio in quel libro drolatique de la physiologie du mariage del sommo Balzac.

  F.[rancesco] Dall’Ongaro, Un viaggetto nuziale, in Racconti, Firenze, Successori Le Monnier, 1869, pp. 399-420.[2]

Il mare e la terra.

  p. 400. Punto, punto, vi dico. Io [Claudina] il mare, vedete, non l’ho mai veduto, ma l’amo: sento che deve essere il mio elemento. I miei sogni sono tutti marini … venti, tempeste, uragani, pirati … Benedetto il Balzac! Egli l’ha detto in una delle sue opere: tre sono le belle cose: una nave a golfo lanciato, un cavallo alla carriera, una donna alla danza … lasciatemi dire! voi siete sempre lì per interrompermi. Io sono affatto daccordo (sic) col signor di Balzac. Non già ch’io ponga quelle tre cose nella stessa categoria. Si vede che il Balzac non ha scritto romanzi marinareschi. Cooper e Maryat non avrebbero messe a mazzo quelle tre cose. Oh! una nave a piene vele, una nave a tre ponti … sublime spettacolo!


  Alessandro Dumas, Amaury. Romanzo di Alessandro Dumas, Milano, Parigi, Edoardo Sonzogno, Editore, 1869.

  p. 3.
  - Zitto, non lo dite nè a Lamennais, nè a Béranger, nè ad Alfredo di Vigny, nè a Soulié, nè a Balzac, nè a Deschamps, nè a Sainte-Beuve, nè a Dumas, ma ho una promessa per un seggio vacante all’Accademia, se continuo a non far nulla. Appena insediato, allora sarò libero.
  “Augusto, amico mio, proseguì il conte di M… rivolgendosi al giovine che era ritornato col manoscritto, sedetevi e leggete, noi vi ascoltiamo”.

  Alessandro Dumas figlio, Il Romanzo di una donna di Alessandro Dumas, figlio, «Il Romanziere Illustrato», Milano, Parigi, Edoardo Sonzogno, Editore, Anno V, N. 214, Dal 5 al 11 Agosto 1869.

  p. 26.
X.
  Ripetiamo adunque che in materia di coscienza, Emanuele era un puritano, ma in materia d’amore tutt’altro. […] Per farla corta, ei leggeva tutti i giornali, tutti i libri serii, dalla prima lettera all’ultima; passava in ciò fare nottate intere, e sarebbesi addormentato sul primo capitolo di un romanzo di Balzac, caso mai gli fosse venuta l’idea di leggerlo; ma l’idea non gli era mai venuta, fortuna per Balzac! E tuttavia egli credeva di conoscere il cuore umano. Il pazzo! e non sapeva che gli è studiando le donne che si giunge a conoscere gli uomini!


  B. Galletti, Il celibato clericale (Continuazione e fine), «Il Libero Pensiero. Giornale dei Razionalisti. Filosofia, Scienze storiche, giuridiche e naturali applicate al razionalismo», Milano, presso la Libreria Brigola; Parma, Presso l’Amministrazione, Anno IV, N. 15, 7 Ottobre 1869, pp. 225-229.
  p. 227. Ma a toccar con mano la iniquità e sconvenienza del celibato clericale, basta accompagnar la vita tipico-normale di un prete qualunque. […].
  Ora perché il Balzac non lasciò scritta la Fisiologia di una parrocchia del secolo XIX?

  F.[rancesco] D.[omenico] Guerrazzi, Veronica Cybo, in Tre racconti di F.-D. Guerrazzi. “Veronica Cybo”. “La serpicina”. “I nuovi tartufi”, Firenze, Successori Le Monnier, 1869, pp. 1-125.

  pp. 11-12. Una fata si sarebbe scelta per dimora cotesta villa; quel benedetto ingegno di messer Lodovico avrebbe saputo appena immaginarla più bella. Ma io non istarò a descrivertela, amico lettore, però che da quando mi accorsi come gli uscieri, e simili persone onorandissime deputate a commettere gravamenti, descrivessero mobili e vesti, quanto Scotto o Balzac, io meco stesso divisassi lasciare intera alle prefate onorandissime persone la gloria degl’inventarii.

  Leone Levi, Lampi sulla società contemporanea di Leone Levi Membro della Società filotecnica di Torino Socio corrispondente dell’Accademia fisio-medico-statistica di Milano Autore del saggio di critica storica Piemonte ed Italia, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1869.
  p. 121. Il giovane ammalato chiamò presso di sé la moglie, le diede un bacio sulla fronte, terse con un dito una lagrima che gli spuntò sul ciglio, poi non disse più nulla. […].

***

  – Oh sciagurato lampo, che maledetto dramma tu mi hai fatto.
  Che? ti vuoi fare romanziero ora? Speri tu che le tue svanite parodie valgano la vendetta di quel grandissimo fra i pochi grandi cantastorie di questo secolo che fu il filosofo Balzac? […]
  p. 300, nota (1). La donna, checché se ne dica, si modella sull’uomo.
  I costumi che derivano dall’abituale pulizia dei corpi hanno un’influenza assai più grande di quanto comunemente si creda sulla felicità dei matrimonii e quindi della famiglia.
  Non è possibile portare gran rispetto a persona che muova a schifo, però un marito non potrà mai impunemente trasgredire colla moglie sua, quei precetti che la delicatezza di tatto sa apportare nelle più intime relazioni (1).
  (1) In uno dei più bei lavori di Balzac lo scrittore filosofo immagina di una madre che salvò il figliuol suo dal pericolo di essere insultato con adulterio, rinchiudendo la nuora in camera collo spasimante ed obbligando questi a soddisfare in presenza di lei ad un imperioso bisogno a cui l’aveva costretto con una bevanda apprestatagli poco tempo prima.

  B. E. Maineri, Edgardo Poe, in Edgardo Poe, Storie incredibili. Saggio e versione di B. E. Maineri, Milano, Tipografia Pirola, 1869, pp. 3-46.
  p. 14. Le eccezioni poi a queste disarmonie della materia con lo spirito costituiscono la vera sintesi della perfezione artistica umana, la quale nell’antichità pigliò nome da Omero, nel medio evo da Dante, nell’era moderna da Goethe.
  Enrico Heine, Vittore Hugo, Schelley (sic), Keats, Elisabetta Browning, Edgardo Poe, Balzac, Delacroix, Decamps e non pochi dei nostri connazionali poeti e pittori, passati e contemporanei, verrebbero a comprovare le antitesi, superiormente accennate, dei primi.

  [Paolo Minucci], Le Merende di Burchiello. Cronachetta del secolo XV narrata da Buricchio e pubblicata da Paolo Minucci con commenti di Bianchina, Firenze, Tipografia Tofani, 1869.

Capitolo V.
  p. 46, nota 2. Cfr. 1863.

  Francesco Mistrali, Rossiniana. Eco di Pesero (sic), in Le Ciarle bolognesi per Francesco Mistrali Direttore del ‘Monitore di Bologna’, Bologna, Società Tipografica dei Compositori, 1869, pp. 409-454.
  pp. 432-433. Balzac il gran romanziere travide ciò che noi abbiamo affermato: travide in Rossini autore del Mosè Rossini patriota innamorato della libertà. Nell’udire la preghiera del Mosè, dice Balzac, mi parea di assistere alla liberazione dell’oppressa Italia. Questa musica rialza le teste chinate sotto il giogo e apre alla fede ed alla speranza i cori più intorpiditi. Qui la scienza scompare: la sola ispirazione splende: è un grido di amore sgorgato da un’anima grande.
  Eppure quanta semplicità: […] la preghiera del Mosè rivela una povertà di mezzi proprio elementare: […] direbbesi che la preghiera del popolo salendo al cielo incontra l’eco dei cori immortali, e par che si fondano in uno slancio supremo le voci degli uomini e le voci dei santi: gli alleluianti cherubini, che danzano colle serpe d’oro dattorno al sole, mandano dalle eccelse sfere un saluto alla libertà. Balzac ha ragione: a quella melodia divina l’uomo si sente sollevato verso un mondo più sereno: squarciati i cieli paiono alla mente illuminata le legioni degli arcangioli armate di spade fiammeggianti, e i cori dei serafini che cantano osanna, e l’eco delle divine arpe, e il profumo dei turiboli d’oro.

  Pompeo Gherardo Molmenti, Ippolito Nievo. Cenni critico-biografici. Reminiscenza, Venezia, Tip. del Commercio di M. Visentini, 1869.[3]
  Dopo pochi anni di matrimonio, essa pianta lo sposo, abbandona la madre e si getta fra le braccia del suo Carlino. E lo segue nelle sue vicissitudini, e si trova accanto a lui nei pericoli, e lo salva dal carcere e dal supplizio. Però quando la Pisana unisce Carlino ad altra donna, il Nievo mi dà negli sdruccioli. È il solo punto che stuona i questo carattere. Che si possano trovar donne, che sacrificano i loro affetti per la felicità di coloro che amano, sta bene; ma che si trovi un uomo, il quale solamente per far piacere alla donna che ama, s’adatti a sposarne un’altra, che egli confessa che gli sarebbe abbominevole, ei parmi un tantino difficile. C’è qualche cosa che arieggia questa situazione nella Béatrix di Balzac. Ma in Balzac l’amore eroicamente disinteressato, è dipinto con quella finezza di sentimento, in cui egli solo riesce maestro insuperabile. Non per questo il carattere della Pisana perde il suo merito.

  Carlo Pepoli, Bollettino bibliografico. Sulle Mura Milanesi di Massimiano – Notizie di Antonio Ceruti dell’Ambrosiana. – Torino, Stamperia Reale, 1869. Sul Congresso Archeologico internazionale in Bologna l’anno 1870. – Lettere al Conte Professore Albicini. 1.a Lettera, «Rivista Bolognese di Scienze e Lettere diretta e compilata dai Professori Albicini, Fiorentino e Panzacchi», Bologna, presso Gaetano Romagnoli, Anno Terzo – Seconda Serie, 1869, pp. 492-501.
  p. 492. Erano un circa trenta vecchi e giovani, e laureati e laureandi a ritrovo letterario adunati, che per essere chiaramente più intesi, alzavano tutti ad un tempo la voce, facendo schiamazzo come sessanta. […].
  pp. 493-494. Nel mezzo di tanto frastuono, v’era una mano di uomini, che serbavano «pretiosa silentia». Ma che? S’ingannò a partito il Balzac dicendo - «Le silence est pour tous les êtres attaqués le seul moyen de triompher». [citazione da Pierrette].
  Questa volta l’eloquenza del dio silenzio non trionfò, ma fu reputata dispregio.

  Ponson du Terrail, Il Grillo del mulino. Romanzo di Ponson du Terrail, «Il Romanziere Illustrato», Milano, Parigi, Edoardo Sonzogno, Editore, Anno V, N. 233, Dal 16 al 22 Dicembre 1869.

  p. 61.
LIX.

  Jouval l’aveva veduto [Michele], e si diresse direttamente verso di lui.
  - C’è ancora qualche novità? diss’egli saltando sulla riva così lestamente come gli permetteva la sua corpulenza, poiché, bisogna dirlo, Jouval non era quell’usuraio famelico, dal corpo diafano, dalle dita adunche, dal viso dimagrito, cugino germano del Gobseck di Balzac, e che i romanzieri si compiacciono a tratteggiare.


  Jacopo Rabbeno, Una pagina strappata alla statistica dell’amore, in Nozze Gioachino Luzzatto e Adele Rabbeno, Vicenza, Tip. di G. Bureto, 1869, pp. 9-27.


  p. 10. Le furie di Otello, la disperazione di Werther e di Ortis, l’ambizione sotto forma d’amore dei protagonisti di Balzac non potranno da esso [lo statista] considerarsi come prodotto della legge delle cause accidentali e sommati colla potenza d’affetto di certi buoni borghesi, che amano perché amare fu il primo verbo che coniugarono alla scuola, dedurre la media che determini lo stato amoroso della società?


  F. de Renzis, Le Lettere di Bellerofonte. – Proverbio, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Firenze, Direzione della Nuova Antologia, Volume Decimosecondo, Fascicolo Decimoprimo, Novembre 1869, pp. 553-575.


Scena quinta.


  Il Conte solo.
  p. 559. È civetta, malgrado la rinomanza di virtù che le si dà nel paese. E poi … che più? Dei libri … Ah! ah! di bene in meglio. Dimmi che cosa leggi e ti dirò chi sei … Mamiani, Teorica della Rivoluzione e dello Stato, libro vergine di lettura. La signora non si occupa né di religione né di politica. Balzac, Oeuvres complètes, disillusione della vita! Musset! È affar grave! pare che la signora abbia una certa tendenza per l’amor realista. No, qui c’è un correttivo: Aleardi, Lettere a Maria, amore mistico … e senza conseguenze. Ah no, le conseguenze potrebbero esservi. La signora Matilde potrebbe volere che io le improvvisassi un sonetto!

  Pietro Ruggeri, Gran sogn giopinorio, in Poesie in dialetto bergamasco di Pietro Ruggeri da Stabello raccolte da Antonio Tiraboschi, Bergamo, dalla Tipografia Pagnoncelli, 1869, pp. 145-160.

  pp. 145-146.
Töt quel mai che s’ved dipint
Per fa pura a Sant’Antone,
El vèd lé töt quant distìnt,
Féna i sòcoi di sò none:
Eco ü sògn töt pié de sügo
De Balzac e Victor Ugo (sic),
Chè ‘l saràv öna ergògna
Che ‘l Giopi no ‘l sa insognès
In d’ü secol ch’i sa insògna,
Sea per dréc che per isbies
E per lòt e poesea,
A’ i pöòc de tèra grea.


  Francesco de Sanctis, Saint-Marc de Girardin. «Cours de littérature dramatique», in Saggi critici di Francesco de Sanctis. Seconda edizione. Riveduta dall’Autore ed aumentata di nuovi lavori, Napoli, Antonio Morano Libraio-Editore, 1869, pp. 21-28.

  pp. 25-26. Cfr. 1856.
  «La Divina Commedia». Versione di F. Lamennais. Con una introduzione sulla vita, le dottrine e le opere di Dante, pp. 428-446.
  p. 443. Cfr. 1855.

  V. Sardou, Serafina (La devota). Commedia in cinque atti di V. Sardou. Traduzione di Filippo Mazzoni, Firenze, Tipografia e Libreria Teatrale Galletti, Romei e C., 1869.

Atto Primo – Scena III.


  pp. 6-7.

  Rob. [Roberto] Ah! mio caro! … Questo quartiere silenzioso e raccolto … questa strada male illuminata, senza vetture, senza passeggieri, salvo qualche rara parrocchiana che allunga il passo per recarsi alla benedizione della sera … questa vecchia casa e la sua pesante porta, munita d’una inferriata, il vestibolo severo, le scale di pietra monastica, il portiere che sembra uno svizzero, il cameriere che ha l’aria d’un bidello il groom d’un chierico, producono l’effetto d’una pagina di Balzac, o d’un viaggio in provincia. E quando si è pranzato da Brebant in una compagnia di scapati il contrasto è troppo forte.


  Giovanni Timbs, Scienza e Manifattura. La pelle di Zigrino, in Cose utili e poco note. Libro pei giovani e pei vecchi. Seconda Serie, Milano, E. Treves, Editore, 1869 (“Biblioteca Utile”, 46), p. 139.


  Così detta dal persiano shagri, si fa ad Astracan, era in addietro ed è tuttora molto adoperata per formare piccoli astucci, scatole, ecc. La pelle di zigrino (peau de Chagrin, titolo strano di un romanzo di Balzac) non è altro che la pelle ruvida e forte del dorso o groppa del cavallo o dell’asino. La si rende granulata premendo nella pelle, quando è ancor fresca, duri semi rotondi, i quali si scuotono quando è secca. Poscia si tinge in verde con limatura di rame e sale ammoniaco.


  Il Vecchio Celibe, La Grammatica dell’Amore ad uso d’ambo i sessi scritta da un vecchio celibe, Milano, presso Carlo Barbini, Librajo-Editore, 1869.



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Prolusione, pp. 11-21.


  p. 13. Alle corte, scelgo a caso nella mia bella galleria vivente.
  Vi è:
  La fanciulla che esce dal collegio o convento, la nobile, la borghese, la provinciale, la maestra, la sartina, la crestaia, l’operaia, l’attrice, la stiratrice, la mantenuta, e la donna di quarant’anni.
  Dimenticava la vecchia pulzella. Ombra di Balzac, risparmiami!


  Z., Corriere di Parigi. Parigi, 24 febbraio, «L’Universo illustrato. Giornale per tutti», Milano, Anno III, N. 22, 28 febbraio 1869, p. 371.[4]

  Nuova edizione di Balzac.
  Finalmente accenno ai lettori dell’Universo la nuova edizione che l’editore Michel Lévy ha impresa dell’opera intera del grande notomista del cuore umano, del romanziere incomparabile; ho nominato Balzac. Questa edizione fatta con amore comprenderà anche tutte le varianti, e aggiunte inedite ritrovate, nonché tutta la corrispondenza di Balzac che riescirà interessantissima.


[1] Segnalato ed analizzato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., pp. 515-516. Questa pubblicazione è presente nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.
[2] Pubblicato in prima edizione ne: «La Favilla», Trieste, anno VIII, n. 23, 15 dicembre 1843, pp. 357-364; n. 24, 31 dicembre 1843, pp. 379-387. (Cfr. R. de Cesare, La prima fortuna di Balzac … cit., vol. II, p. 904).
[3] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 542.  
[4] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., pp. 541-542.

Marco Stupazzoni


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