giovedì 24 marzo 2016


1907




Estratti in lingua francese.


  Silvio Serafini, La France littéraire contemporaine. Morceaux choisis des plus célèbres auteurs de nos jours précédés d’un Essai historique et critique par Luigi Gerboni. Livre destiné aux Écoles secondaires et aux personnes cultivées avec 42 portraits des auteurs, Città di Castello, Casa Tipografico-Editrice S. Lapi, 1907.

  [da Eugénie Grandet] :
  Provisions arrachées, pp. 339-343 ;
  La convoitise de l’argent sèche le cœur, pp. 343-348 ;
  La fin d’un avare, pp. 348-350.
  [da Les Paysans, IIe partie, ch. VI] :
  Le glanage, pp. 351-352.
  [da Le Cousin Pons] :
  Un habillement étrange, pp. 352-356 ;
  Le grand jeu, pp. 356-359.

  Tutti gli estratti sono corredati di note al testo.


Traduzioni.


  Onorato di Balzac, I Celibi. Pierina. Il curato di Tours di Onorato di Balzac, Milano, Fratelli Treves Editori (Tip. Treves), 1907 («Biblioteca Amena», N. 737), pp. 260.

  Struttura dell’opera:
  Pierina, pp. 1-170; Il curato di Tours, pp. 171-260.

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  Entrambe le traduzioni – integrali e anonime – si fondano sui testi delle rispettive edizioni definitive pubblicate da Furne nel 1843. Tuttavia, non sono inserite, da parte del compilatore, le dediche “À Mademoiselle Anna de Hanska” (Pierrette) e “À David, statuaire” (Le Curé de Tours).
  Nonostante la presenza di qualche rifuso tipografico e di alcuni errori di trascrizione piuttosto evidenti, queste nuove versioni italiane dei due romanzi balzachiani ci sembrano, nel complesso, corrette. La presenza, seppur infrequente, di omissioni, di sviste e di errori da parte del traduttore è confermata da questa scelta di esempî: nel caso di Pierina:

  p. 30 [cfr. Pierrette. Introduction de Jean-Louis Tritter, in La Comédie humaine, Paris, Gallimard (‘Nouvelle Pléiade’), t. IV, 1976) :
  […] par un mouvement que notait une délibération […] non è tradotto ; [il corsivo è nostro].
  p. 31. […] particulier aux gens de l’Ouest […].
  p. 3. […] speciale ai popoli occidentali […].
  p. 33. […] ses petits yeux d’un bleu pâle et froid […].
  p. 6. […] gli occhi pallidi e freddi […].
  p. 35. […] deux ou trois fois en cent ans?
  p. 8. […] ogni due o trecento anni?

  Per quel che riguarda Il curato di Tours:

  p. 183 [cfr. Le Curé de Tours. Introduction de Nicole Mozet, Ibid.].
  […] depuis vingt ans […].
  p. 179. […] da 27 anni […].
  p. 190. […] sur un Christ de Lebrun […].
  p. 189. […] su di un busto di Lebrun.


  Onorato Balzac, Cesare Birottò. Romanzo di Onorato Balzac. Traduzione di Galeazzo Falconi, Milano, Fratelli Treves, Editori (Tip. Treves), 1907 («Biblioteca Amena», N. 729), pp. XI-307.

  Struttura dell’opera:

  Galeazzo Falconi, Balzac e la “Commedia Umana” in Italia, pp. V-XI; Cesare Birottò, pp. 1-306; Indice, p. 307.


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  La traduzione del romanzo di Balzac è preceduta da una prefazione di Galeazzo Falconi (Balzac e la “Commedia Umana” in Italia) che riproduce, pressoché integralmente, il testo dell’articolo che l’autore pubblicò, nel 1906, sul periodico «Avanti della Domenica».
  A p. X, nota (2), l’Editore fornisce al lettore la motivazione relativa alla scelta del titolo: «In tutto il volume, per la maggior facilità di lettura, stampiamo Birottò, che è la traduzione fonica della voce francese».
  La traduzione del Falconi è condotta non sul testo dell’edizione Furne del 1844 (a cui seguirà quella, definitiva, pubblicata nel «Musée littéraire» del «Siècle» nel 1847), ma su quello dell’edizione originale Boulé (dicembre 1837). Seguendo il modello francese, la struttura di questo Cesare Birottò è suddivisa in tre parti (Cesare al suo apogeo; Cesare alle prese con le disgrazie; Trionfo di Cesare), ripartite, a loro volta, in sedici capitoli.
  La traduzione fornita dal Falconi ci sembra, nei suoi aspetti generali, fedele e corretta rispetto al modello balzachiano, nonostante la resa, a volte discutibile e poco convincente, di alcune sequenze del testo francese, e la presenza di alcune improprietà ed imprecisioni linguistiche. Incomprensibile, ad esempio, è la traduzione, a p. 41 e a p. 44, dell’aggettivo francese ‘bête’ con il sostantivo italiano ‘bestia’; alquanto originale ci pare altresì la traduzione, a p. 18, delle locuzioni: «ce petit drôle de du Tillet» e «faisons le bien pour le bien» rispettivamente in: «quel trappoloncello di Del Tillet», e «facciamo pro bono pacis».
  Sono presenti alcune note al testo dovute allo stesso Falconi, che qui trascriviamo:
  p. 20, nota (1). Nel tempo in cui comincia questa storia egli [F. Birotteau] si trovava a Tours, vicario della cattedrale […] (1).

  (1) Vedi Balzac, I celibi (Il curato di Tours).[1]

  pp. 36-37, nota (1). Per render bene il giuoco di parole, intraducibile, abbiamo dovuto lasciarle [ormoire e armoire] nella loro lingua originale.
  p. 37, nota (2). [A proposito del pittore Sommervieux]. Vedi Balzac. La casa del Gatto che palleggia.
  p. 37, nota (4). [in merito alla traduzione italiana di «faire venir le thé» in «far venire il thé»]. Nel senso di far crescere, coltivare: giuoco di parole intraducibile altrimenti (Note d. T.).


  [Balzac], Novella della piacevole simplicità di due fanciulli e del frutto che a ciascuno è lecito ritrarne, in Umberto Carrara, Nozze Mario-Alessio, Padova, Tipografia E. Pizzati, 1907, 2 pagine.

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  Ignoto Chierico Livornese imitò in volgare questa novella, contenuta nei «Contes drolactiques par le Sire de Balzac».
  Umberto Carrara la volle stampata, nel mese di Maggio dell’anno mcmvii, pei tipi della tipografia E. Pizzati di Padova.
  Si tratta della traduzione, con qualche omissione non rilevante, della novella Naifueté, scritta nel 1837, e compresa nella Terza Decina dei Cent Contes drolatiques pubblicati dall’editore Werdet.


  O. de Balzac, Voluttà d’amore o La Duchessa di Langeais. Romanzo galante. Versione di G. Lubrano, Napoli, Giuseppe Lubrano Editore (Tipografia Napoletana F. Ricciardi), 1907, pp. 152.

  Struttura dell’opera:

  Voluttà d’amore, pp. 3-134; Il falso profeta (Novella di Macès), pp. 135-152.

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  Questa nuova traduzione italiana de La Duchesse de Langeais è condotta da Giuseppe Lubrano sul testo dell’edizione definitiva Furne del 1843 (o ristampe successive). Non è riportata la dedica ‘À Frantz Liszt’; a p. 134, quale indicazione della conclusione del romanzo, il compilatore scrive: «Fine della Contessa di Langeais».
  Siamo di fronte ad un vero e proprio stravolgimento dell’impianto strutturale e narrativo operato dal Lubrano rispetto al modello originale. Tutta la prima parte del romanzo, che nell’edizione curata da Rose Fortassier per la collana della ‘Nouvelle Pléiade’ di Gallimard comprende all’incirca trenta pagine (pp. 905-934) è posta come Conclusione (pp. 99-125) alla fine del testo. Il romanzo balzachiano inizia, nella versione-rifacimento del Lubrano, con la descrizione delle atmosfere del faubourg Saint-Germain entro cui sono descritti gli intrighi e gli amori tra Antoinette de Langeais e Armand de Montriveau. Tutto questo, attraverso una arbitraria e radicale operazione di omissioni, tagli e ricuciture di ampie sequenze testuali del romanzo di Balzac che ne snaturano irrimediabilmente la portata narrativa, stilistica e poetica.

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Studî e riferimenti critici.


  AA.VV., La Librairie d’un libre cénobite, «Coenobium. Rivista internazionale di liberi studi», Lugano, Anno II, N. I, Novembre-Dicembre 1907, pp. 71-100.

  Ed. Dreyfus-Brisac, pp. 76-77.

  Les livres que j’indique sont ceux qui, à travers nos révolutions politiques et intellectuelles, me paraissent avoir conservé la fraîcheur de la jeunesse et la force de la vérité. […]
  Balzac (Eugénie Grandet). […].
  Paul Gaultier, p. 80.
  […] Balzac : La cousine Bette; La recherche de l’Absolu. […].
  F. Jollivet Castelot, p. 83.
  […] la Recherche de l’Absolu; Séraphita (sic); Louis Lambert, de Balzac; […].
  Ch. Beauquer, p. 85.
  […] Balzac : Plusieurs de ses romans. […].
  Adolphe Talasso, pp. 95-96.
  p. 95. Prosateurs: […] Balzac, Pages choisies; […].
  Pierre Broodcoorens, pp. 96-97.
  […] Balzac, La Recherche de l’Absolu. […].


  Bibliografia. Riviste di Antropologia normale e Antropologia criminale, «Archivio di Psichiatria, Neuropatologia, Antropologia criminale e Medicina legale», Torino, Fratelli Bocca Editori, Vol. XXVIII (Vol. IV della Serie III) con 8 tavole e 48 figure nel testo, 1907, pp. 231-233.

  p. 232. N. 150. – Roux, Balzac juriconsulte et criminaliste [Spogliando nelle diverse opere dell’illustre scrittore, l’A. trova che il Balzac non fu profondo né come giureconsulto né come illustratore di tipi criminali].


  Miscellanea. La magia a Parigi, «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari. Rivista trimestrale», Torino, Carlo Clausen Libraio, Volume XXIII, 1907, pp. 247-248.

  Esiste davvero la magia nella Parigi del secolo XX? […].

  Eccoci, in una discreta, solitaria e austera strada del quartiere latino. Una porta stretta e bassa, a sinistra, nel bel mezzo di una casa vecchia e decrepita. Un corridoio a destra, due capi di scale; una porta s’apre. Siamo in piena bottega di «magia». Una confusione, un caos, un disordine di oggetti i più vari, i più dissimili, i più strani, i più eterogenei. Ricordatela meravigliosa descrizione della bottega d’antiquario nelle prime pagine di Peau de Chagrin di quell’altro mago che si chiama Honoré de Balzac? Ebbene, figuratevi qualche cosa di simile, ma di meno ricco, di meno smagliante, di meno imponente, ma ugualmente suggestionante e disordinato.



  Arti e Scienze. L’operetta al Carignano, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XLI, Num. 9, 9 Gennaio 1907, p. 2.

  E’ anche allo studio Testagru, novissima novella musicale, con costumi medioevali, già presentata con successo al Politeama Margherita di Genova. Il soggetto è tolto dai Contes Drolatiques di Balzac.


  Riviste e giornali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 32°, Num. 58, 5 Marzo 1907, p. 3.

  Balzac era un grande lavoratore ed un gran mangiatore. Capacissimo di resistere a un lungo digiuno nell’ardore infaticabile del­lo scrivere, quando poi si metteva a tavola dilaniava in modo da far spavento. E’ rima­sto storico il suo pranzo a un ristorante — un pranzo comandato per sè solo e divorato tutto: cento ostriche d’Ostenda, dodici costo­lette di montone, una piccola anitra con ver­dura, due pernici arrostite, una soglia nor­manna, senza contare gli hors-doeuvre, le frut­ta, ecc.


  Cronaca parigina. La cleptomania di un architetto, «Corriere della Sera», Milano, Anno 32°, Num. 66, 8 Marzo 1907, p. 2.

  L’inchiesta fatta dall’autorità giudiziaria, mostra che il Thomas [architetto autore di un furto di libri al palazzo delle belle arti] era un personaggio degno dei romanzi di Balzac.


  La statura dei grandi uomini, «Verso l’Ideale. Periodico bimensile degli studenti», Piacenza, Anno I, N. 10, 28 Marzo 1907, p. 4.

  Finalmente la piccola classe comprende Beethoven 1,63; Balzac, 1,63 […].


  Corriere Teatrale. Al Petruzzelli. “Il colonnello Bridan” (sic) di E. Fabre da Balzac, «Corriere delle Puglie. Giornale quotidiano di Bari», Bari, Anno XXI, Num. 94, 5 Aprile 1907, pp. 2-3. 

  Io conosco del signor Fabre — se l’omonimia non m’inganna qualche cosa di più forte e vitale di questo colonnello Bridan, che solo l’arte di Alfredo Di Sanctis, di questo nostro geniale figlio di Puglia, salva dal naufragio: conosco, dicevo, del Fabre quei Ventri dorati, che rappresentano un gioiello teatrale, per la perfetta tecnicità della scena, in cui si muove un mondo quasi a noi sconosciuto, di affaristi e banchieri; e chi ha il coraggio, come il Fabre, di far girare questo scene per cinque atti, dando di proposito il bando alle donne, deve del teatro conoscere tutte le abilità e tutte le ruses.

  Ecco perché mi meraviglio nel vedere il signor Fabre, spirito originale e dialoghista magnifico, portare sulla scena questo episodio della vie de province; far calcare al protagonista le tavole di un palcoscenico, con la foga e l’irruenza di agir comme sur les champs de bataille.

  Perché Balzac non è per la scena: egli stesso vi si provò, originalmente, e non fu certo il suo un singolare successo; l’uomo di genio che aveva visto passarsi davanti tutto un popolo, scappante dalle caserme, dalle officine, dai palazzi, dalle vecchie case signorili, l’uomo che fa della realtà come nessun altro, e come nessun altro visse tutta la vita nel sogno, tanto il sogno è l’unica verità; l’uomo che slanciò per le diverse vie del mondo cinquemila personaggi, e diè ad ognuno di loro un’anima ed una vita; l’uomo che aveva conquistato la sua corona di alloro foglia a foglia; d’un subito volle tentare il teatro — su cui padroneggiava despota sovrano il genio romantico di Victor Hugo — e apparvero alla ribalta tipi in cui più non si conosceva il genio creatore.

  Ed è logico: i romanzi del Balzac sono la commedia umana; e in questa commedia di cui noi siamo i protagonisti, e che rappresentiamo giorno per giorno, ora per ora, non s’incontrano sempre dramatis personae: corre spesso la vita, lene, col finire tranquillo d’un solingo fuscello, che dighe naturali portano al mare della morte.

  L’arte di Balzac è tutta di osservazione: ogni gesto di un suo personaggio corrisponde a un lento lavorio interno, a un moto del cervello e del pensiero; nulla v’è d’impulsivo, e quella che può talvolta parere impulsività non è che il risultato di azioni interne, premeditate da un io consciente (sic), o irrompenti per leggi fisiologiche. Tutta l’opera di Balzac è analitica; ora: sino a qual punto questa forma d’arte può essere portata sul teatro? è possibile nella cerchia breve di tempo e di spazio, dare ai personaggi quella fisionomia che hanno nel romanzo? E’ perciò che mai, mai, alcuna riduzione teatrale ha retto al paragone del libro; perché il teatro è azione, e l’azione smorza, nel nostro caso, ogni analisi, smorza cioè la vera forza intellettuale di Onorato de Balzac. Ed è tanto vero quello che dico, che il Fabre, per sceneggiare questo episodio, ha dovuto infine allontanarsi alquanto dal romanzo.

  E allora, domando io, perché infliggere al creatore di Rastignac o Mercadet, questa postuma umiliazione? perché prendere una delle sue creature, forte e vitale, e trasportarla sulla tavola anatomica di un teatro, al cospetto di una platea curiosa, imbavagliare quella creatura, e amputarla? e, quel che è paggio, mi si perdoni la frase, amputarle l’anima?

  Nella vita comune ciò si chiama una cattiva azione; in arte è peggio; attaccare gli dei è un sacrilegio. Non voglio da ciò dedurre che l'arte odierna sia tutta profanatrice — il Fabre, anzi, ci ha dato magnifici esempi in contrario — osservo solo che i colossi è bene restino soli, sul loro piedistallo di gloria, soli sulla folla che passa; come lo scultore ha effigiato il Balzac, nel monumento che accampa su di una piazza di Parigi: solo, tra la folla, verso l’eternità!


  Da Puskin a Gorki. Conferenza dell’avv. Lefemine alla sala Comunale, «La Conquista. Settimanale Socialista di Terra di Bari», Bari, Anno I, N. 14, 7 Aprile 1907, pp. 1-2.

  p. 1. La Francia ebbe grandi romanzieri, ebbe Stendhal, il sommo Balzac la cui Comedia umana spazzò le mistiche va­porosità dei Chateaubriand e Lamartine, ma Balzac resta sempre un grande idealista. […].

  Leggendo Dostojevsky, si è atterriti. Raskolnikoff è un progenitore di Cor­rado Brando, come Teiteikoff di Gogol ricorda Vantrin (sic) di Balzac e Valjean di Hugo perché tutti sono il prodotto de l’ambiente sociale.


  Attraverso le arti sorelle. Drammatica, «Ars et Labor. Musica e Musicisti», Milano, Anno 62, Vol. I, 15 Aprile 1907, pp. 387-388.

  p. 388. Un commediografo ignoto, ma che ha molta polvere da sparare, è il conte Ugo Tolomei: annuncia un episodio drammatico in due atti, intitolato Piccolo dramma, ed ha pronto un dramma in un atto, interessantissimo: Collera bianca. Egli inoltre attende ad un dramma storico in un atto dal titolo La morte di Anita e ad una commedia, in quattro atti, il cui soggetto ha tolto dal romanzo Papà Goriot di Balzac.



  Riviste e giornali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 32°, 7 Giugno 1907, p. 3.

  Le elezioni all’Accademia di Francia rimettono ogni volta in circolazione un’infinità di aneddoti sulle elezioni più famose e specialmente sui grandi scrittori che non vi furono ammessi. Come si sa quando Onorato di Balzac presentò la sua candidatura agl’Immortali della Cupola non ebbe che due voti: si sa meno – ed è il Sardou che lo ha raccontato alle Annales politiques et littéraires – che questi due voti egli li dovette entrambi a Victor Hugo. Il grande poeta scendeva in carrozza per una via, quando Balzac, scorgendolo, si precipitò verso di lui. – Caro maestro, io venivo a trovarvi. – Ebbene, salite su, vi porto io stesso. – Venivo appunto per farmi portare – aggiunse il grande romanziere – ma per farmi portare all’Accademia: osavo contare sul vostro voto. – E’ bell’e inteso: lo avrete. Victor Hugo arriva alla seduta dell’Accademia quando vi si discuteva la candidatura del Vatout, di cui ora si ricorda appena vagamente il nome. Un altro accademico, Pougerville (sic), era accanto a Victor Hugo e scriveva sulla sua scheda il nome del Vatout. – Pougerville scrive in un’altra scheda il nome di Balzac, ma al momento del voto esita, tenendo in una mano la scheda per Vatout e in un’altra quella per Balzac. Ma Victor Hugo, risoluto, gli dà un colpo sulla mano che teneva la scheda col nome di Vatout e la scheda cade a terra, e Pougerville, per non perdere tempo lascia cadere nell’urna il nome di Balzac. Così l’autore dei Parenti poveri ebbe due voti per merito d’un solo fautore. E’ vero che questo fautore si chiamava Victor Hugo …


  In Memoria, «Ars et Labor. Musica e Musicisti», Milano, Anno 62, Vol. II, 15 Agosto 1907, p. 822.

  A Royat, all’età di 69 anni, morì il visconte de Spuelterch (sic) de Lovenjoul, che aveva riunito collezioni di note, lettere, opere incompiute, abbozzi dei più grandi letterati della Francia. Pos­sedeva su Gautier, su Balzac, su George Sand, su Musset, su Vigny, specialmente, documenti preziosi ed inediti. Il signor de Lovenjoul aveva pubblicato una interessantissima Storia delle opere di Balzac, una Storia delle opere di Th. Gautier, aveva esu­mato L'Ecole des ménages, tragedia borghese di Balzac.



  Notizie, libri recenti e pubblicazioni, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della «Nuova Antologia», Quinta Serie, Volume CXXVIII – Della Raccolta CCXII, Fascicolo 858, 16 settembre 1907, pp. 168-171.

  p. 169. Lettres du comte Valentin Esterhazy à sa femme (1784-1792) […] queste lettere danno idea della vita mondana e militare negli ultimi anni della monarchia, sia a Versailles o a Chantilly, sia in provincia, dove una visita fatta alla madre fornisce alla penna agile dello scrittore di tracciare un quadro di costumi semi patriarcali, che per qualche tratto ricorda le «scene della vita di provincia» dell’immortale Balzac.   


  Notizie, «La Bibliofilia. Rivista dell'arte antica in libri, stampe, manoscritti, autografi e legature», Firenze, Leo S. Olschki - Editore, Anno IX, Volume IX, Dispensa 7°, Ottobre 1907, p. 278.

   Il celebre Institut de France di Parigi viene arricchito della biblioteca pregevole dell’eminente bibliofilo di Bruxelles, il fu visconte Spoelberch de Lovenjoul. Questa raccolta contiene una straordinaria quantità di reliquie letterarie e un tesoro di libri scelti con grande criterio e diligenza. Balzac vi si trova rappresentato in prima linea, con manoscritti originali di tutti i suoi romanzi (salvo 3 o 4); essi sono tutti macchiati di caffè, alcuni assai ben conservati, altri malconci. [...].


  Mirbeau e la morte di Balzac. Una voce inattesa e un nobile gesto, «Corriere della Sera», Milano, Anno 32°, Num. 306, 9 Novembre 1907, p. 3.

  Ci telefonano da Parigi, 8 novembre, notte:
  Oggi doveva uscire un nuovo volume di Ottavio Mirbeau, dal titolo bizzarro di «La 628 E 8»; ma i lettori impazienti sono accorsi indarno dai librai. Essi si sono sentiti risponder che la pubblicazione è ritardata di una o due settimane. Il ritardo è dovuto a un motivo singolare, degno di essere esposto.
  Il titolo, come è facile indovinare, è il numero di un’automobile, e l’automobile 628 E 8 è quella su cui il Mirbeau ha percorso mezza Europa durante le sue vacanze. Non potendo descrivere un viaggio avventuroso come quello del collega Barzini, Mirbeau ha dovuto ricorrere a qualche espediente per riempire il volume e si è messo a ricamare qualche capitolo intorno ai libri letti durante le soste forzate. Può darsi anche che il viaggio in automobile sia stato per un lui un semplice pretesto per ricucire insieme una serie di articoli letterari e filosofici. Comunque sia, si conosce già del libro un capitolo, pubblicato alcuni giorni or sono dal Temps[2] e dedicato interamente al matrimonio e alla morte di Balzac. E’ noto che il grande e fecondissimo romanziere pochi mesi prima di morire sposò una sua ammiratrice russa, la contessa de Hanska, con la quale aveva scambiato per vari anni una corrispondenza romantica. Balzac, sovraccarico di debiti e perseguitato dagli usurai, sperava col matrimonio di procurarsi una esistenza tranquilla ed agiata; ma dopo pochi giorni di vita comune scoppiò tra lui e sua moglie un dissidio irreparabile e ancora inesplicato.
  La delusione accelerò certamente la fine di Balzac, già roso dalla malattia, e appena cinquantenne, egli spirò la sera del 18 agosto 1850.
  Ottavio Mirbeau ritesse nel capitolo del suo nuovo libro la storia dolorosa della delusione finale del grande scrittore e ne descrive gli ultimi momenti, concludendo con un tratto degno della sua penna, avvezza alle pitture amaramente ciniche. Riferisce cioè la narrazione del pittore Gigoux, che era amico della famiglia Balzac e che la frequentava, da questa narrazione risulta che quando, dopo una giornata di ansia, il servo accorse ad annunziare alla contessa la morte del marito, ella e il pittore stavano insieme in colloquio intimo.
  La vedova di Balzac ha lasciato una figlia nata dal suo primo matrimonio, la contessa de Hanska di Miszech, che ora si trova nel monastero della croce a Parigi. Ella ha mandato al Temps una lettera che ha provocato una nobile risposta di Mirbeau e il ritardo nella pubblicazione del volume.
  La contessa Hanska così scrive:
  «Vivendo lontano dal mondo, soltanto stasera ricevo comunicazione dell’articolo che avete pubblicato sul nuovo libro di Ottavio Mirbeau. Come figlia unica della signora di Balzac, tengo a protestare nel modo più energico contro le abbominevoli calunnie del signor Mirbeau. Non vi è una sola parola di vero di quanto egli racconta. All’epoca della morte di Balzac, mia madre non conosceva nemmeno il Gigoux che le fu presentato da me stessa due anni dopo la morte del mio padrigno. Aggiungerò una cosa: una mia cugina, che conosce il Mirbeau, lo informò della circostanza che mia madre non conosceva affatto il Gigoux quando divenne vedova e gli propose di metterlo in comunicazione con me che sono l’unica persona vivente la quale abbia conosciuto il Balzac e possa fornire particolari esatti sulla sua vita e la sua morte. Mirbeau rifiutò la proposta e pubblicò di proposito il suo libro. La mia dignità mi vieta di impegnare una polemica con uno scrittore capace di tali procedimenti, ma per mezzo vostro faccio appello alla coscienza di tutte le persone oneste per giudicarlo».
  Il Temps comunicò la lettera al Mirbeau, il quale si affrettò a rispondere nei seguenti termini.
  «La commovente lettera che avete scritto mi impone una risoluzione. Di fronte alla vostra vecchiaia e alla vostra pietà filiale non discuto. Non voglio nemmeno invocare la testimonianza di coloro che conobbero il Gigoux e udirono dalle sue labbra la narrazione da me riprodotta. Per quanto la cosa mi sia grave come scrittore, sopprimo dal mio libro il capitolo che tanto vi affligge, non volendo attristare i vostri ultimi anni. E se non vi ho risposto immediatamente, è perché si trovavano di mezzo gravi interessi; non parlo dei miei, ma di quelli del mio editore, e bisognava danneggiarli il meno possibile. Non occorre dirvi che quando furono scritte quelle pagine, io ignoravo assolutamente la vostra esistenza silenziosa e ritirata. Vi prego di aggradire l’omaggio del mio rispetto profondo».
  In seguito alla decisione presa dal Mirbeau, la comparsa del volume è stata ritardata per permettere all’editore di sopprimere il capitolo già stampato.


  Recentissime. Da Parigi. Mirbeau e la morte di Balzac. La contessa Miszech ritira la querela, «Corriere della Sera», Milano, Anno 32°, Num. 309, 12 Novembre 1907, p. 5 e Num. 310, 13 Novembre 1907, p. 5.

  Un redattore del Gil Blas s'è recato al con­vento della Croce a interrogare la figlia della vedova di Balzac, la contessa Hanska Miszech, lo cui proteste hanno indotto il romanziere Ottavio Mirbeau a sopprimere dal suo nuovo volume il capitolo relativo alla morte di Balzac. La contessa si è mostrata molto ricono­scente per l’atto generoso di Mirbeau.

  — Non avevo alcun sentore del suo progetto — essa disse — e la pubblicazione del capitolo relativo alla morte di Balzac è stata per me un colpo di fulmine. Ne sono ancora tutta tur­bata. La riputazione di cui gode Mirbeau mi faceva temere che lo scandalo avesse a diffon­dersi in tutta Europa. Avevo quindi sporto que­rela contro il romanziere, come ogni persona insultala e diffamata ha diritto di fare. La sua decisione generosa mi ha disarmato. Ho dato ordine di ritirare immediatamente la querela. Poiché Ottavio Mirbeau ha soppresso dal suo libro il capitolo incriminato, non ho più nulla a dire. D'ora innanzi ammirerò in lui non sol­tanto lo scrittore, ma anche l’uomo. Non nu­tro alcun risentimento a suo riguardo e come straniera sono particolarmente commossa pel contegno cortese tenuto in questa occasione dalla stampa parigina».

  Il Gil Blas pubblica pure una lettera del conservatore del museo Gigoux a Besanzone. Gigoux fu mi pittore alla moda durante il secondo Impero che il Mirbeau nella sua versione gli attribuiva una amicizia troppo intima con la signora Balzac, intimità che si sarebbe manifestata proprio nel momento stesso in cui Balzac rendeva l'ultimo sospiro. Il conservatore del museo scrive: «Per 40 anni ho vis­suto con Gigoux, di cui abito ancora la casa e non l’ho mai udito narrare, la storia riferita da Mirbeau. Il racconto è così odioso e deturpa in tal modo la memoria del mio vecchio mae­stro ed amico, che non posso lasciarlo pubbli­care senza una protesta. Gigoux non conosceva nemmeno Balzac, se non per averlo scorto di sfuggita nella strada, e fece la conoscenza della signora Balzac soltanto dopo la morte del romanziere. Lo posso provare per mezzo della corrispondenza scambiata tra il pittore e la ve­dova Balzac. Credo necessario di far conoscere questa circostanza, perché il Mirbeau nella, sua lettera di risposta alla contessa Miszech allude alle testimonianze di persone che hanno udito il Gigoux narrare l'incidente. Desidere­rei che il Mirbeau mi comunicasse i nomi di quelle persone por pregarlo di precisare a loro volta l’accusa».


  Da Parigi. La polemica sulla morte di Balzac, «Corriere della Sera», Milano, Anno 32°, Num. 311, 14 Novembre 1907, p. 3.

  Continua la polemica intorno alla morte di Balzac a proposito della pubblicazione d’un capitolo del nuovo libro di Ottavio Mirbeau.

  Il Gil Blas pubblica stamane una nuova let­tera del romanziere Mirbeau. il quale dice: «Sopprimendo dal mio libro, dietro richiesta della contessa Miszech, il capitolo sulla mor­te di Balzac, mi sono imposto di non riac­cendere le polemiche intorno a quell’argomento. Posso dire però, senza venir meno alla mia risoluzione, che ho veduto una vol­ta il pittore Gigoux in casa sua e l’ho incon­trato a più riprese presso amici comuni, tra altri presso lo scultore Rodin». Indirettamente, il Mirbeau sostiene con questa lettera l'attendibilità delle sue prime informazioni intorno al racconto fatto dal pittore Gigoux.

  Il Gil Blas pubblica pure una nuova lettera della confessa Miszech, con cui rettifica al­cune informazioni pubblicate ieri dallo stesso giornale, al quale essa comunica anche la lettera inviata al Mirbeau il 6 novembre e che, per un caso bizzarro giunse al Mirbeau soltanto dopo la pubblicazione fatta nel Temps. In quella lettera, tra altro, la contessa Miszceh diceva: «Sono stupita che il vostro grande, talento possa acconsentire a fare uso di voci assurde e menzognere. Spero che vor­rete togliere dal vostro libro quelle pagine. Mia madre è stata una sposa perfetta pel mio venerato padre e più tardi pel signor Balzac, a cui ero anch'io profondamente affezionata per la sua bontà, che era pari al suo meraviglioso ingegno. Mia madre lo ha curato fino all’ultimo momento con un’attenzione in­stancabile. Se voi non acconsentite alla mia giusta domanda, sarò costretta mio malgrado a servirmi dei mezzi che la legge pone a di­sposizione delle persone oltraggiate e diffa­mate».


  Camillo Antona Traversi, Del romanzo contemporaneo francese, «Varietas. Rivista mensile illustrata», Milano, Anno IV, N. 41, Settembre 1907, pp. 734-738. 

  p. 735. Non nego che cotale adattamento sia, per sè stesso, una forma di volgarizzamento; ma l’effetto rimane pressochè nullo, chè il romanzo, in questo caso, non serba della dottrina divulgata se non una imagine pallida o infedele. Ben diversamente andrebbero le cose, se un gran romanziere — come il Tolstoi e il Balzac, ad esempio possedesse insieme il temperamento di un apostolo originale, e quello di un creatore di genio. […].

  p. 738. Quale, poi, tra i romanzatori francesi viventi merita l’estimazione universale? E quale è da preferirsi?

  A dir vero, nessuno domina dall’alto i suoi confratelli. Non si vede nè uno Stendhal, nè un Balzac, nè un Flaubert, e nè manco uno Zola!



  Fernand Baldensperger, La Germania e i tedeschi nella letteratura francese (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rivista moderna», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XVII, Vol. XXVII, N. 32, 14 luglio 1907, pp. 745-747.

  (1) Da un articolo di Fernand Baldensperger, nella Bibliothèque Universelle, giugno.

  p. 746. Tutta una generazione trovò piacere a rinfrescare la sua nervosità e ad eccitare il suo amor proprio nel contatto d’un popolo ancora ignorante delle lustre e degli artifici. Balzac si compiace nell’offrire un tedesco-tipo, «figlio di quella e pura e nobile Germania, sì fertile di caratteri onorevoli e i cui costumi pacifici non si sono mai smentiti».[3]



  Giuseppe Baracconi, Venere (con 43 illustrazioni fuori testo), Torino-Roma, Società Tipografico-Editrice Nazionale, 1907 (“Biblioteca d’Arte”, 4).

Il simulacro di Venere, pp. 211-246.

  pp. 241-242. Raffinatezza erotica, che spunta, senza volerlo, di mezzo a quel complesso di costumi rudi e artificiali, e ricorda e vince quelle discusse con comica serietà dal Balzac in taluni capitoli della Physiologie du Mariage. Certo, all’intento di conservar vivo l’estro amoroso e l’illusione nel mondo prosaico del matrimonio, più degli espedienti dello scrittore francese, dovettero valere gl’impacci frapposti dal legislatore spartano [Licurgo].

Bellezza, pp. 301-348.

  p. 331, nota (1). Si può, dico, in coscienza favorire la bellezza corrente quando è diventata, insomma, una professione, un mestiere, una industria di parrucchieri, di modiste, di meccanici? (1)
  (1) […] Anche il Balzac, nella Physiologie du mariage, Chap. II, disegnò una specie di statistica degli effetti economico-industriali, prodotti dalla galanteria dei célibataires. Oggi bellezza, amore, Venere, basterebbero, da soli, a far le spese di tutta l’industria europea.
  p. 345, nota (1). Il Balzac, completando la ricetta [riguardante diverse definizioni di bellezza uxoria], scriveva: «Nous regardons comme un principe certain que pour être le moins malheureux en ménage, une grande douceur d’âme, unie chez une femme à une laideur supportable, sont des éléments infaillibles de succès.
  Philol. (sic) du mariage, Médit. : VI.

Epilogo, pp. 309-386.

  p. 373. Piace tutto ciò a coteste signore? Vedere svelati senza difesa i loro vezzi più intimi, e dati in pascolo alla curiosità pubblica, ai villani appetiti della folla, in cento pubblicazioni balordamente invereconde?
  Un sogghigno sfiora la bocca dei maligni, a tale domanda. Lo Chamfort e il Balzac l’avrebbero giudicata, per lo meno, ingenua; […]. […]
  p. 385. Trovare la formula che ondeggi fra senso e spirito, fra cuore e intelletto, fra sogno e realtà, tale il più degno scopo dell’esistenza. […] reo di aver disséqué non une femme au moins, come prescrive il Balzac (1), a me parve che solo ed unico bene nostro fosse l’idea […].
(1) Phis. (sic) du mariage, chap. V.


  Bergeret, Barrès fra gli immortali, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XLI, Num. 21, 21 Gennaio 1907, p. 3.

  Il primo di questi libri [Les déracinés] è monumentale. Per me sta che, dopo Balzac, non è stato scritto un romanzo altrettanto penetrato del senso delle vaste realità sociali […].


   Bergeret, Un teatro di Stato, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XLI, Num. 40, 9 Febbraio 1907, pp. 1-2.

   p. 2. Teatro di Corte, oggi come un secolo e tre secoli fa, l’Opera pare sia governata ancora dai marchesi di Molière, e destinata agli intrighi delle eroine di Balzac.


  Bergeret, Les amabilités dramatiques, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XLI, Num. 105, 16 Aprile 1907, pp. 1-2.

  p. 1. Ma in uno scaffale più basso s’allineano altri volumi che gittano una formidabile smentita alla benigna testimonianza di Eugenio Scribe sull’umanità del suo tempo. I Souvenirs di Tocqueville, per esempio, e i romanzi di Balzac raccontano la lunga serie degli errori, delle leggerezze, dei crimini e delle insensatezze di quella medesima gente che pareva così ingenua e dabbene allorchè, in luogo di ricevere in pieno viso lo sprazzo della lanterna dello storico e del romanziere, era illuminata dolcemente dalla luce obliqua della ribalta. Tra Scribe e Balzac, uno dei due si è sbagliato. Come i periti nei processi, entrambi posseggono la verità scientifica: soltanto, questa diversità parla diversamente per la bocca di ciascuno, ciò che la rende più misteriosa e quindi più venerabile. La verità assoluta ha braccia così ampie che tutte le contraddizioni vi possono dormire tranquillamente i loro sonni: e io credo che molti innocenti scolari, apprendendo la sbalorditiva notizia che due rette parallele, le quali per definizione non si incontrano mai, possono invece raggiungersi comodamente all’infinito, abbiamo pronunciato il saggio responso di Sant’Agostino: credo quia absurdum. Ma la verità storica dovrebbe essere più chiara e accessibile. E’ umiliante che non si possa sapere né pure che cosa furono e come vissero i nostri nonni: è irritante che Scribe ci dica che persino un brigante del suo tempo aveva l’animo e la movenza d’un gentiluomo, mentre Balzac per contro ci assicura che i gentiluomini loro contemporanei potevano al confronto riabilitare i briganti. Insomma non ci è concesso di farci un’idea chiara se non degli uomini e della società in mezzo alla quale viviamo.


  Umberto Boccioni, Primo taccuino. Venezia, 13 Maggio 1907, ora in Taccuini futuristi (1907-1915), Roma, Mancosu, 1993 e 2004.

 

  Un’infantilità gaia era il carattere di Balzac anche all’aspetto: la sera, quando egli deponeva la penna per ciarlare con gli amici, (...) un’anima in vacanza.

  Quante virtù aspre e difficili non si celavano sotto quell’apparenza di giovialità.



  Henri Bordeaux, La donna onesta nel romanzo (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rivista moderna», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XVII, Vol. XXVII, N. 27, 9 giugno 1907, pp. 639-642.

  (1) Da una conferenza di Henri Bordeaux tenuta presso l’«Azione Sociale della Donna» e pubblicata in Revue Hebdomadaire, 27 aprile.

La fanciulla.

  p. 639. Anche molti romanzieri della prima metà del secolo XIX hanno visto il tipo della fanciulla a traverso un velo rosa […]. Questo tipo non doveva corrispondere al vero: la fanciulla era poco osservata e poco conosciuta poiché si riteneva che la vera vita della donna cominciasse col matrimonio. Solo Balzac, nella sua grande varietà di tipi, ci presenta quella signorina di Wateville (sic) a mostrare quanta dissimulazione e quanta istintiva crudeltà possa albergare nell’anima d’una collegiale.[4]



  G. A. Borgese, Un sacerdote dell’arte, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XLI, Num. 229, 19 Agosto 1907, p. 3.

  Nemmeno sopravviverà nel fascino prodigioso e nella selva aneddotica di Paganini, perché non si racconta nessun aneddoto di Omero e di Shakespeare, e pochissimi se ne raccontano di Balzac, perché muoiono senza lasciar tracce tutti gli artisti che si profondarono nella loro arte invece di carpir dall’arte l’alimento della loro vanità personale.


  Bernard Bouvier, L’Oeuvre de Zola. [Fragments tirés de « Trois Conférences »], in Silvio Serafini, La France littéraire contemporaine. Morceau choisis des plus célèbres auteurs de nos jours … cit., pp. 818-838.

  p. 823. Hanté par l’exemple de Balzac, Zola porta comme lui, une société dans sa tête. Il entre voyait une nouvelle Comédie humaine, la peinture de la société démocratique. Car Balzac avait peint une époque où l’aristocratie s’efforçait de restaurer un régime disparu, et ses préférences personnelles allaient à cet ancien régime.


  Ferdinando Carlesi, Prefazione, in Vita e avventura di Lazzarino da Tormes (La vida de Lazzarillo da Tormesy sus fortunas y adversidades), Firenze, F. Lumachi, Libraio-Editore, 1907, pp. III-XXIX.

  p. XXIX. Cfr. 1906.


  Carlo Del Balzo, L’idea sociale nell’arte e nelle lettere. Dal Rinascimento alle sue ultime manifestazioni, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della «Nuova Antologia», Quinta Serie, Volume CXXVIII – Della Raccolta CCXII, Fascicolo 858, 16 settembre 1907, pp. 271-285.

  p. 280. Talenti sovrani in Francia come Eugenio Sue, Victor Hugo, Balzac, Zola, hanno investito il grande e secolare problema, e, spesso in pagine viventi intensamente, sature di lagrime, hanno dimostrato i vizi organici di una società, che non può dare all’uomo la possibile felicità, cui si può aspirare.


  Dì., Arti e Scienze. “Il colonnello Bridau”. Azione eroicomica in 4 atti di Emile Fabre (Teatro Alfieri – 22 maggio 1907), «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XLI, Num. 141, 23 Maggio 1907, p. 3.

  La storia fu già raccontata dal Balzac nel suo Ménage de garçon, che, con i Deux frères, forma una specie di unico romanzo, divenuto nell’edizione definitiva La rabouilleuse. Emile Fabre ne trasse, alcuni anni or sono, nel 1903, se non erro, i quattro atti, cui conservò l’ultimo titolo del romanzo, e che ora compaiono dinanzi col nome: Il colonnello Bridau.
  Voi non avrete forse dimenticata l’azione del romanzo balzachiano. Flora Brazier, detta la Rabouilleuse, e Filippo Bridau ne sono gli eroi principali. Il nomignolo della donna è qualcosa d’intraducibile e ricorda il suo antico mestiere di pescatrice di gamberi, allorquando ella con un piccolo ramo fronzuto stava «rabouillant l’eau, du ruisseau» per impadronirsi della sua preda.
  Flora Brazier, entrata come serva nella casa del vecchio Rouget, ne diventa l’amante e la dominatrice, e aspira all’eredità de’ suoi milioni. Si trae persino in casa un amante del cuore, il comandante Massimo Gillet, un bel giovane, che vive alle spalle di lei e del padrone protettori. Così entrambi comandano a bacchetta il buon uomo, tutto preso nei lacci della sua senile passione per l’astuta donna.
  L’azione scenica comincia a questo punto. Una sorella del vecchio Rouget, la signora Bridau, giunge nella casa di lui, con il figliuolo Giuseppe, per chiedere al fratello la somma di dodicimila lire, che deve servire a trarre l’altro figliuolo Bridau, Filippo, da certi suoi imbarazzi. La poveretta non deve far i conti soltanto col cuore del vecchio, ma con la volontà di Flora e del suo bell’amante Gillet. Essa supplica invano; Massimo e Flora impongono a quel dabben’uomo di Rouget il rifiuto e mettono alla porta recisamente la signora Bridau e il figlio. Il vecchio si acconcia, dopo tutto, un po’ a malincuore, a questa cattiva azione; non è forse malcontento di risparmiare la somma richiestagli, ma in fondo un pensiero lo inquieta: «E se venisse egli stesso, Filippo Brideau? [sic]»
  Filippo Bridau arriva, infatti, al secondo atto. Tutto il primo atto si passa senza di lui, ma non senza il senso della sua attesa, della sua persona, che lo domina anche di lontano. Dunque, Filippo arriva in casa del vecchio zio. Filippo Bridau è anche lui un soldataccio, un pezzo d’uomo alto, violento, spavaldo. S’egli entra in quella casa, si capisce ch’è per far piazza netta di coloro che la fanno da padroni sul vecchio rimbambito. Massimo e Flora sono i due nemici di Bridau: la lotta scoppierà certamente tra lui e i due complici alleati. Quanto a Massimo, Filippo non vede altro mezzo per sbarazzarsene: o se ne vada, o penserà lui a sopprimerlo. E Flora? Flora è un’altra faccenda. L’astuta donna e il suo amante concertono un piano che deve scompigliare i disegni prepotenti di quel terribile Bridau. Flora partirà. O fingerà di partire dalla casa; il vecchio Rouget non potrà stare senza di lei, la ricercherà, la raggiungerà. Quando il vecchio sta [?] di nuovo nelle sue mani, sarà facile costringerlo a farle une donazione di tutte le sue sostanze. Ma Filippo Bridau è più furbo di Flora, suppone e previene il tranello. La donna non è che nascosta in una casa vicina, e ritorna da Rouget chiamata dal colonnello. A domarla, a vincerla ci penserà ormai Bridau. Egli conosce, come l’eroe shakspeariano (sic) della bisbetica domata il segreto di soggiogare le donne riottose: il bastone. Quanto a furberia chi lo vince, il terribile colonnello Bridau?
  Quest’atto è indubbiamente migliore del primo: corre rapidamente, si muove, si snoda con agilità, con vivacità, con interesse. Appena è entrato in scena Filippo Bridau conduce da conquistatore la commedia. Mostra veramente nei muscoli la forza poderosa che gli viene dal suo primo creatore: Balzac
  L’atto ha ieri sera attratto fin dal principio a sé il pubblico, che prima sembrava freddo e indifferente.
  Al terzo l’azione sembra ritornare indietro: non c’è più Bridau, e che fa la commedia senza di lui? Rivediamo Flora e Massimo ancora installati da padroni presso il vecchio Rouget, che si rode di gelosia per il giovane rivale che gli è giuocoforza sopportare. Bisogna metter Bridau contro Massimo, se pur Bridau non coltiva sempre l’antico disegno contro il bell’intruso che gli scrocca i denari e l’amante dello zio. Bisogna che i due si provochino, si battano, che Bridau uccida Massimo. E la provocazione avviene in un convegno di ufficiali del vecchio esercito napoleonico, dove arriva pure Filippo Bridau. La scena dapprima un po’ lunga, si fa colorita e vivace; Bridau sfoggia la sua arguzia eroicomica, ricca di allusioni violente, contro Massimo Gillet. Un duello è stabilito fra i due. Rimane Flora. E con la donna, Filippo Bridau impegna – in una scena un po’ prolissa, ma magnifica per sicurezza di condotta e agilità di espedienti e di mosse – un altro duello di furberie, nel quale gli riesce di smascherare il giochetto di Flora. Essa spera che Massimo la liberi con un buon colpo di spada di quell’importuno violento. Ma Bridau è allegro, sicuro! Sarà lui che ammazzerà il comandante Gillet.
  E così accade. Al quarto atto Massimo è morto per una terribile sciabolata dell’avversario, e Flora piange, si dispera, vuol vendicarsi di Bridau. La commedia sembra volgere, anzi volge decisamente al melodramma, e in principio cammina un po’ stanca e lenta. Il fedele servitore di Massimo, un corso di nome Ors’anto, si assume l’incarico di vendicare il padrone. Spinto da Flora, attende Bridau ad un angolo di via e lo pugnala. Il dramma, o, per dir meglio, il melodramma qui è completo, e Filippo Bridau giunge ancora sulla scena ferito, per morirvi … Cioè, così aveva il Fabre pensato e disposto la soluzione, e così fu rappresentato finora in Francia, ma il Desanctis ieri sera ci ha fatto assistere ad un’altra fine, che con felice e perduto movimento restituisce alla commedia la fisonomia eroicomica che aveva perduto, e al carattere di Filippo Bridau presta un nuovo tratto di coerenza con la sua natura balzachiana. Filippo Bridau non muore assassinato, ma ferisce il suo assalitore, ritorna in scena fingendosi insanguinato e morente, smaschera con questo inganno la malvagia intenzione di Flora dinanzi al vecchio che la scaccia, e si mostra in fine sano e salvo, lieto di quest’ultimo gioco della sua imaginosa fantasia.
  La commedia ha ottenuto ieri sera un pieno e caloroso successo. Questa intonazione eroicomica esercita sempre un fascino sopra il pubblico, e i quattro atti del Fabre, se pur qualche volta appaiono lenti e un po’ lunghi, hanno virtù di divertirlo, di ravvivarne, quando sta per sminuire, l’attenzione con qualche rapido ripiglio della materia comica. Gli è che il Fabre vi rivela con ricchezza di espressioni le sue virtù di uomo di teatro. Certamente sta dietro di lui, anima poderosa del congegno, l’arte scultoria del Balzac: Bridau è la spina dorsale della commedia, la illumina, la ravviva, la svolge con l’impeto della sua forza. In quest’opera di riduzione il Balzac è rimaneggiato talora liberamente dal Fabre, ma la struttura dei caratteri principali, e molti tratti del dialogo del grande romanziere vi si trovano strettamente riportati. Nel quarto atto il Fabre si è scostato dal romanzo e si è abbandonato nelle situazioni, e nell’invenzione del personaggio Ors’anto, maggiormente alla sua fantasia. Non è certo l’atto migliore della commedia, ma ad ogni modo non ne è indegno.
  Il Colonnello Bridau è dunque una commedia interessante. Anche quando è difettosa, anche quando sembra eccessiva, anche quando la macchina comica si complica artificiosamente con i mezzi del melodramma, essa è viva, attraente: geniale nella sua figurazione complessiva.
  Ed è anche eseguita eccellentemente. Alfredo Desanctis, che abbiamo riveduto dopo parecchi anni di assenza, con piacere e con simpatia, ha di Filippo Bridau dato un saggio interpretativo, che se qualche volta può desiderare qualche maggior finezza e misura, appare però vigoroso, originale, efficace in ogni suo aspetto. Egli è ritornato ieri sera a noi con la conferma del suo singolare valore. L’uditorio – la sala del teatro era affollatissima – gli diede le più calorose approvazioni.
  Assai notevole anche l’esecuzione generale dei quattro atti. Non posso ora parlare degli altri interpreti ma avrò occasione di occuparmene. Debbo però dire fin d’ora che essi hanno offerto un congegno di parti assai armonico, e che la commedia è recitata senza suggeritore.
  Stasera il colonnello Bridau si ripete.


  Carlo Dupuy, Il pericolo sociale dell’alcool (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rivista moderna», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XVII, Vol. XXVII, N. 30, 30 giugno 1907, pp. 704-705.

  (1) Da un articolo del senatore Carlo Dupuy, ex-ministro, in Revue Hebdomadaire, 15 giugno.

  p. 704. Balzac ha detto: «Abbiamo paura del colera, ma l’alcool è ben altro flagello!». Né questa è una bella frase, chè anche gli scienziati son dello stesso avviso […].


  Galeazzo Falconi, Prefazione. Balzac e la “Commedia Umana” in Italia, in Onorato Balzac, Cesare Birottò… cit., Milano, Treves, 1907, pp. V-XI.

  Rivisto nel giugno 1907, questo intervento di Galeazzo Falconi riproduce, con qualche giustificata variante formale, il saggio pubblicato, con lo stesso titolo, ne «L’Avanti della Domenica» del 1906 (N. 22).
  Cfr. 1906.


  Giustino L. Ferri, Fra un atto e l’altro. “Dina” di Alfredo Oriani e “Fedra” attraverso i secoli […], «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della «Nuova Antologia», Quinta Serie, Volume CXXVIII – Della Raccolta CCXII, Fascicolo 847, 1° aprile 1907, pp. 519-521.

  p. 521. Intorno alla Dina di Alfredo Oriani critica e pubblico si sono mostrati d’accordo su due punti: il primo è che Alfredo Oriani è uno scrittore d’ingegno veramente singolare, il secondo che il teatro all’ingegno dell’Oriani si è dimostrato finora più noverco di Dina a Mario. Ma Alfredo Oriani se ne può consolare: il caso è capitato e capita a molti romanzieri e dei più grandi. Senza Mercadet sarebbe capitato anche a Balzac, i cui due volumi drammatici dimostrano quanto l’autore della Comédie humaine si trovasse a disagio sulle tavole del palcoscenico, pur facendosi accompagnare dal suo terribile e portentoso Vautrin.


  Giustino L. Ferri, Dal «viandante» alla «casa in ordine», «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della «Nuova Antologia», Quinta Serie, Volume CXXVIII – Della Raccolta CCXII, Fascicolo 853, 1° luglio 1907, pp. 144-149.

  p. 145. Ogni secolo che passa riprende uno di quei temi [il ritorno, l’amore e l’odio, l’infedeltà e la gelosia] e vi lascia un’impronta particolare: Vasanteda, Maddalena, Manon, Margherita Gauthier, le cortigiane innamorate di Victor Hugo o del Balzac, dimostrano che l’arte e l’umanità ritrovano, come i bambini in certe fiabe tante volte ascoltate, sorgenti inesauste di commozione in certi motivi semplici, capaci di tutti i più ricchi e vari svolgimenti, massime, quando il motivo non è suggerito dall’imitazione letteraria, ma dall’osservazione diretta della vita.


  F. Franceschini, L’altra faccia, «La Lettura. Rivista mensile del Corriere della Sera», Milano, Anno VII, N. 11, Novembre 1907, pp. 932-935.

  p. 932. Anche Balzac asseriva che imparare a conoscere i sentimenti della mano, che quasi sempre una donna abbandona senza esitazione e senza diffidenza, è uno studio meno ingrato e assai più sicuro di quello del viso. «In tal modo, egli soleva dire, voi potrete, in virtù di questa scienza, armarvi di un potere formidabile e munirvi di un filo conduttore, che vi guiderà nei labirinti dei cuori più impenetrabili». (1)
  (1) Fisiologia del Matrimonio.


  Antonio Fusco, La Filosofia dell’arte in Gustavo Flaubert (da un’opera in preparazione su “La Critica Letteraria in Francia nella seconda metà del secolo XIX), Messina, Stabilimento Cromo-Tipografico Paolo Trinchera, 1907.

  p. 55. […] notiamo per lo scopo nostro che, dopo la gran rivoluzione e l’epoca napoleonica, quella, che si è portata d’ogni lato sugli scudi, è stata l’arte utilitaria, sia che se ne volesse usar come di un argine al dilagar del vizio e si mirasse a render buoni e virtuosi i cittadini; sia che se ne volesse fare come una tribuna di propaganda sociale e politica. È una storia che va, per restare nel campo delle lettere, dallo Chateaubriand al Saint-Simon, al Balzac, dallo Champfleury al Proudhon, al Bourget, dal Vinet allo Schérer, giù giù fino al Doumic. […].
  p. 118. Come il romanticismo, prima di essere estetico era stato filosofico e morale; così il realismo, prima che nella fantasia, fu nel pensiero e nelle coscienze; prima che nell’arte dello Stendhal, del Balzac e del Flaubert, fu nelle speculazioni del Comte e del Littré e in tutte le manifestazioni della vita e dell’anima francese. […].
  p. 122. Alla corona stessa del Balzac, che fa così di frequente capolino nelle pagine dei suoi romanzi, non una fronda sarebbe mancata, se pari alle costruzioni grandiose avesse avuto lo stile. […].
  p. 155. Dopo aver criticati acerbamente i Misérables, per esempio, [Flaubert] nota: «L’osservazione è una qualità secondaria in letteratura; ma non è consentito di dipingere con colori sì falsi al tempo del Balzac e del Dickens. Tuttavia, era un bel tema».[5]



  G.[ottardo] Garollo, Balzac (de) Honoré, in Dizionario biografico universale. Volume I, Milano, Ulrico Hoepli Editore-Libraio della Real Casa, 1907 («Manuali Hoepli»), p. 183.

  Balzac (de) Honoré (20/5 1799-18/5 1850), di Tours, fu celebre romanziere, creatore del romanzo di costumi («Comédie humaine»); 3 mesi prima di morire sposò la ricca polacca Evelina Hanska; m. a Parigi; ne scrissero sua sorella Laura maritata Surville (1858), Gautier (1858), Saltus (1884), Favre (1887), Ferry (1888), Barrière (1890), Lemer (1892), Champfleury (1897).


  Luigi Gerboni, La Littérature française contemporaine. Essai historique et critique par Luigi Gerboni, in Silvio Serafini, La France littéraire contemporaine …, cit., pp. 1-56.

  pp. 9-12. Comme dans l’Enfer de Dante les quatre fleuves naissent des larmes qui jaillissent des yeux du “gran Veglio” de Crète ; du même tous les courants de la littérature française contemporaine aboutissent directement ou indirectement au génie colossal qui occupe et remplit de sa masse énorme la première moitié du XIXe siècle : Honoré de Balzac. Comme le vieillard crétois fait jaillir de son corps tous les pleurs d’une humanité pécheresse et douloureuse ; de même le géant Tourangeau enfanta dans son cerveau tout un monde de créatures vivantes et passionnées. Le vieillard du mont Ida a la tête d’or, la poitrine d’argent, le ventre d’airain, les jambes de fer, le pied droit de terre cuite ; de même l’inépuisable inventeur de la Comédie humaine a dans sa personnalité énorme et exubérante les éléments les plus divers, de nature et de valeur très différentes.
  Le père du naturalisme est romantique à outrance dans sa conception d’intrigues compliquées et invraisemblables; il est romantique jusqu’à la nausée dans les dissertations philosophiques et les tirades sociales qu’il débite gravement, avec l’assurance d’un philosophe réformateur ; il est romantique jusqu’au ridicule dans les élans poétiques auxquels il s’abandonne avec la souplesse et la légèreté d’un éléphant qui vient contrefaire la gazelle. Il n’a pas de style pour tout cela. Très riche en matériel linguistique pour exprimer ce qui est positif et tangible, il est très pauvre dans la partie idéale et poétique de la langue. Il est bien armé pour la marche, mais non pour le vol. Vertu, délicatesse, poésie, ce n’est pas son affaire. Bien qu’il aspire souvent à se faire l’interprète des âmes, il est pauvre d’observation intérieure et par conséquent de psychologie. Voilà les parties du colosse qui sont de métal grossier et de terre. Mais qu’il ait à créer une personnalité simple et vulgaire, aux lignes schématiques et de puissant relief, aux mouvements nets et brusques, un caractère élémentaire dominé et entraîné par une passion unique et souveraine qui marque de son empreinte tous les actes de l’être physique et moral, qui conforme ou déforme à son image tous les mouvements de l’âme comme tous les traits du visage, qui bouleverse toute la vie de celui qu’elle possède et de ceux qui l’entourent ; que ce soit l’avarice monstrueuse du père Grandet, ou l’amour paternel du père Goriot, l’envie de la cousine Bette ou l’esprit de négoce et d’intrigue de César Birotteau: donnez à Balzac tout cela, et le géant vous prouvera victorieusement ce que vaut le noble métal de son génie. Dans l’existence agitée et pénible de l’ancien clerc de notaire, toujours éperonnée et tourmentée par le besoin, l’amour avait eu peu de part ; et il n’a pas grand part non plus dans son art. Les personnages des autres romanciers ne font guère autre chose que d’aimer. Ceux de Balzac ont bien d’autres soucis. En proie à leur passion particulière, ils se lancent dans mille entreprises, tentent mille moyens, s’essaient à mille professions, luttent pour la vie dans les milieux les plus divers, dans les fabriques, dans les camps, dans les banques, dans les casernes, dans les églises, dans les boutiques. L’homme que vous quittez jeune encore à la fin d’un roman, vous le retrouvez parvenu à l’âge mûr ou à la vieillesse dans un autre, marqué par des stigmates de la passion, portant sur son visage et dans toute sa personne, dans ses actes et dans son langage, le tic, la ligne, la courbature caractéristique de sa race, de ses habitudes, de son vice, de sa profession. Et autour de chaque individu, son milieu qu’il a modifié à sa façon et dans lequel son être intime se reflète. Balzac, qui fuit comme instinctivement les subtiles recherches psychologiques, est exact, minutieux, surabondant jusqu’à la fatigue, quand il s’agit de noter, décrire, cataloguer les meubles d’une maison, les marchandises d’une boutique, tous les outils d’un atelier. Y cherche-t-il le reflet de l’âme dont l’essence intime lui échappe ? Est-ce qu’attiré par la réalité sensible, il ne sait pas s’en détacher, avant de l’avoir embrassée tout entière ? Peut-être l’une et l’autre chose. Certainement, chez lui, les choses vivent comme les personnes et donnent tout ensemble l’impression et, pour ainsi dire, le cauchemar d’une vie véritablement et intensément vécue.
  Mais Balzac dépasse, chronologiquement, les limites de cette étude. Qu’il nous suffise de noter comment il marque le passage du romantisme au naturalisme, et, dans les divers éléments de son art, dans ses qualités et dans ses défauts, contient en germe presque toutes les formes des écoles littéraires qui sont issues de lui. Nous avons vu tout ce qu’il y a de romantique dans son œuvre, dans la partie mort-née et aujourd’hui oubliée. Celle-là, au contraire, vit et semble immortelle, qui fut l’émanation spontanée de son génie, qui lui coûta le moins de peine et que pour cette raison il estimait moins. Et cette partie est précisément celle dont la matière et la méthode font pressentir le naturalisme. […].
  p. 17. Balzac a créé des personnes vivantes, des individualités solides et profondes, et dans ses romans la foule disparaît, dominée et comme absorbée par l’individu. Zola, au contraire, est le peintre de l’âme collective. […].
  pp. 49-50. Les grandes découvertes scientifiques de notre siècle avaient enflammé d’enthousiasme toutes les âmes ; la foi en la science n’avait plus de limites ; et de cette foi, de cette soumission à la science était né le naturalisme historique et philosophique de Comte, de Taine, de Renan, de Sainte-Beuve, et le naturalisme artistique et psychologique de Balzac, de Flaubert, de Stendhal ; […].


  Carlo Giordano, Giovanni Prati. Studio biografico con inediti e un’appendice di cose inedite e rare, Torino, Società Tipografico-Editrice Nazionale, 1907.

Capitolo II (1840-1843), pp. 40-87.

  pp. 64-65. “[…] quella Edmenegarda [...]; quella colpevole donna borghese del nostro secolo, che alle volte par saltata fuori da un romanzo del Balzac, era una grande novità, un vero ardimento”. [Cfr. F. Torraca, 1885].
  pp. 74 e 76-77. Il Grossi e il D’Azeglio, il Prati e il Giusti, il Niccolini e il Revere, Ippolito Nievo e Carlo Tenca, i fratelli Venosta e Tullio Massarani, Giulio Carcano e Giuseppe Finzi, Giuseppe Zanardelli ed Emilio Dandolo, Giuseppe Ascoli e Ruggero Bonghi, Francesco Hayez e Giuseppe Verdi, tutti questi, e altri ben molti, tra cui Onorato Balzac, Daniele Stern e i sommi pianisti Francesco Listz e Thalberg, tutti quanti frequentarono il salotto Maffei e non mancarono di lasciare nell’Album della contessa un gentile pensiero per la graziosa regina delle loro intellettuali conversazioni. […].
  E Onorato Balzac, lo scapigliato romanziere, non alto e pallido e scarno, come forse qualcuno potrebbe immaginarlo, ma piccolo, grasso, paffuto, rotondo, rubicondo, e con due occhi neri e scintillanti, il Balzac, che premetteva tanto di de al suo cognome, avendo la debolezza di voler passare dovunque per nobile, e che a trent’anni gemeva sotto il peso di dugento mila franchi di debiti e più, lo scapigliato romanziere, un giorno in cui il sole pare giuocasse a capo-nascondi fra le nuvole, scriveva sull’Album:
“Rien ne ressemble plus à la vie humaine que les vicissitudes de l’atmosphère et que les changements du ciel. Le temps est le fond de la vie, comme la terre est le fond sur lequel agissent les intempéries et les beautés du soleil et des saisons. Tantôt, il arrive des journées splendides, pendant lesquelles tout est azur et fleurs, verdure et rosée ; tantôt, des clairs-obscurs, où tout est piège et doute dans la nature ; puis de longues brumes, des temps lourds, des nuées grises. La plus part des hommes ont une pente qui les porte à s’harmoniser avec cette instabilité de l’air ; mais pour ceux qui se réfugient dans le domaine moral et qui ne comptent pour rien tout ce qui n’est pas la vie de l’âme, il peut toujours faire beau dans le ciel. Le souvenir est un des moyens qui peuvent nous aider à rendre l’air pur et faire briller le soleil dans notre âme.
“24 avril, 1837”.


  Remy de Gourmont, Letterati contemporanei: Rachilde, «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte – letteratura – scienze e varietà», Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Vol. XXVI, N. 153, Settembre 1907, pp. 179-183.

  pp. 179-180. Il sognare del poeta e del romanziere creatore, quale era il Balzac, assomiglia un po’ all’ipnosi: nel secreto più intimo del subcosciente essi trovano quelle immagini, quelle riflessioni e quelle deduzioni, che ha deposto in essi la vita, e, forse più che la vita, l’ereditarietà. […].
  I personaggi de’ suoi lavori potrebbero comporre un mondo che in qualche modo si lascerebbe confrontare alla Comédie humaine del Balzac.


  Jamais, Lettera dal Belgio. La futura stagione lirica – Periodo di riposo – Sarah Bernhardt attrice ed … autrice – Andrè (sic) Antoine, «La Maschera. Cronaca del teatro», Napoli, Anno III, N. 22, 15 Luglio 1907, p. 7.

  Al teatro del Parco – uno dei più eleganti ritrovi di Bruxelles – ha piantato le sue tende un’altra gloria del teatro francese: Andrè Antoine. Ci ha dato per ora: La Rabouilleuse il dramma che Emilio Fabre ha tratto dal romanzo omonimo di Onorato di Balzac. Voi già conoscete il lavoro, perché il vostro Alfredo de Sanctis l’ha fatto trionfare in Italia in un’interpretazione splendida, sotto il titolo di Colonnello Bridau.[6]



  Ettore Janni, Il milione, «Corriere della Sera», Milano, Anno 32°, Num. 24, 24 Gennaio 1907, p. 3.

  Credo che da Balzac in poi nessuno abbia osata l’apologia del giuoco del lotto. Il Balzac, che fu nella sua vita un fervente dell’insolito e del nuovo, e per la sua letteratura, attraverso le più geniali sensazioni della realtà, un cercatore delle possibilità più fantasti­camente verosimili e sorprendenti, deplorava che si condannasse un giuoco il quale permette a tanti umili mortali di riaffidarsi ogni nuova domenica, dopo la delusione patita, alla spe­ranza del prossimo sabato e della prossima fortuna e sognare di settimana in settimana, lungo il deserto della povertà, l’apparizione della dolce oasi verdeggiante.




  C.[esare] Lombroso, Bibliografia. Nevrosi del genio. Mitomania e pseudologia fantastica in Balzac (“Figaro”, 1906), «Archivio di Psichiatria, Neuropatologia, Antropologia criminale e Medicina legale», Torino, Fratelli Bocca Editori, Vol. XXVIII (Vol. IV della Serie III) con 8 tavole e 48 figure nel testo, 1907, pp. 618-619.

  Bourget in un articolo su Balzac nel Figaro, 20 agosto 1906[7], mostra come le ultime lettere scoperte di Balzac indichino che i suoi amori coll’étrangère fossero fin da principio tutt’altro che platonici e come egli contemporaneamente tenesse 5 o 6 amori, mentre diceva a Dumas che la castità era necessarissima pel genio.
  Ma più curioso è l’altro fatto, che egli aveva una vera mitomania e pseudologia fantastica.
  «Se io penso alla punta di un coltello che entri nelle mie carni», scrive egli nel Louis Lambert, «sento in dolore acuto come se fosse entrato realmente».
  Parlando di alcuni operai nel romanzo Facino Cane, dice che sentiva i loro cenci nella propria carne, i loro desiderî nella propria carne.
  «Divenire un altro nella ebbrezza della propria facoltà morale è la massima delle mie gioie». E osserva poi: «Non mena questa qualità alla follia?».
  Egli promette un cavallo a Sanday (sic; lege: Sandeau) e dopo pochi giorni glie ne chiama notizie come se glie l’avesse realmente regalato.
  La sua casa era decorata ma di iscrizioni: per es. vi si leggeva: Qui c’è un quadro di Raffaello Qui una statua di Michelangelo e non c’era niente. Dovendo poi confortare un amico oppresso da un lutto di famiglia scrive: «Ma torniamo alla realtà. Chi sposa Eugenio (sic) Grandet?».


  Alberto Lumbroso, Attraverso la Rivoluzione e il Primo Impero, Torino, Fratelli Bocca, Editori, 1907 (“Piccola Biblioteca di Scienze moderne”, N° 138).
Giuseppe Fouché duca d’Otranto [Dalla Rivista Storica di Torino, 1901], pp. 55-78.

  p. 60. Per il Balzac, il nostro Fouché ha “le génie ténébreux, profond, extraordinaire”[8], ch’egli paragona a Tiberio ed a Cesare Borgia, ma senza mai volerlo far apparire ridicolo; […].

Il generale d’armata Teodoro Lechi. La famiglia sua [1898], pp. 273-316.

  pp. 286-287, nota (2). Sono del tutto sconosciute la lettera del Vives al Lechi e la risposta di questo a quello; le trovo in un rarissimo opuscolo: L’assedio di Barcellona o la calunnia del fanatismo, dramma storico in 5 atti, pubblicato per conto dell’Autore, onde farne umile offerta e ricordo ai suoi amici (2) […].
  Firenze, Stamperia sulle Logge del Grano, 1846, 44 pag., in-16°. […] La scena è in Barcellona durante l’assedio. L’autore stampa in principio l’Oggetto del presente componimento: “Scolpare un illustre generale [Giuseppe Lechi] dalla calunnia di cui fu vittima; porre in luce un fatto storico e glorioso all’Italia; mostrare di quanta gagliardia, costanza e valore fosse corredato quell’eroico esercito del Regno d’Italia; impor silenzio alle contumelie straniere … [del Balzac] tale fu l’unico e assoluto scopo nel pubblicare questo dramma del Soldato autore C.D.L.T.C. [senza dubbio “Cesare de Laugier tenente colonnello (…)].

Stendhaliana. Contumelie hugo-stendhaliane [Dal Campo di Torino, n° 37 del 1905], pp. 469-472.

  pp. 471-472. Pochi giorni or sono, in uno scritto poderoso ed acuto intitolato Stendhal et la guerre[9], quel fine prosatore, quell’elegante poeta che è Henry de Régnier […] scriveva dell’autore della Chartreuse de Parme:
  “Il suo valore di critico, di psicologo, di romanziere, è riconosciuto da tutti. Con il Balzac e con Giorgio Sand, egli è stimato uno dei tre grandi romanzieri della prima metà del scolo XIX”.


  Antonio Mataro, XXIX Settembre, «La Democrazia. Politico – amministrativo – commerciale – letterario», Lecce, Anno VIII, N. 35, 12 Ottobre 1907, p. 1.

  Se l'opera dello Zola letterariamente si connette con quella dello Stendhal che trovò la più geniale esplicazione negli scritti del Balzac e del Flanbert (sic), in tutto ciò che riguarda la concezione dei ca­ratteri dei personaggi, in tutto il resto riflette un monumento storico-letterario ben diverso.



  Guido Mazzoni, Prefazione, in Giulio Caprin, Carlo Goldoni. La sua vita – le sue opere con introduzione di Guido Mazzoni, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1907, pp. I-XXIII.

  p. XIX, nota 1. Di altri scrittori, e propriamente dei più originali, è stato detto lo stesso: per il Balzac, il Brunetière, dopo averlo sentenziato “l’un des pires écrivains qui jamais aient tourmenté cette pauvre langue française”, deve poi ricredersi: “Lui reprocher d’avoir mal écrit comme on le fait encore, et comme je l’ai fait moi-même, il y a bien des années, quand j’étais encore jeune, c’est se rapporter à une conception de style un peu étroite et un peu abstraite, qu’on pourrait définir par les mots fameux de Winckelmann : “La beauté parfaite est comme l’eau pure, qui n’a point de saveur particulière”. Trovo questa citazione in V. Morello, Balzac e l’antropologia criminale, nella Nuova Antologia del 1.° marzo 1901, p. 39-40 in nota.


  Vincenzo Morello, Prefazione, in Emilio Zola, Lettere di Emilio Zola (a Baille, a Cézanne, a Paul Alexis, a Mario Roux) con prefazione di Vincenzo Morello, Torino-Roma, Società Tipografico-Editrice Nazionale, 1907, pp. VII-XXXI.

  pp. VII-IX. Vi sono, è vero, scrittori i quali, più che i principii e le idee, nella corrispondenza di tutti i giorni rivelano i sogni della loro mente o lasciano le traccie della macerazione del loro temperamento nel grande esercizio della creazione: tale il Balzac; ma l’epistolario, sebbene perda un po’ del valore documentale, diventa allora, per se stesso, un’opera d’arte, e basta da solo a rivelare, senza bisogno di altri dati e comenti, l’intera personalità dell’artista. Chi potrebbe osare di costruire, con le lettere, la storia sicura della mente di Balzac? Il creatore della Commedia umana veramente viveva in una febbrile atmosfera di sogno, e veramente scambiava e spesse volte confondeva gli elementi del sogno con quelli della realtà; e come agli amici che di ritorno da Tours gli chiedevano notizie della famiglia, rispondeva con la massima tranquillità: «Parliamo piuttosto di cose serie, degli amori di Luciano di Rubempré e dei tesori di Grandet», così nelle lettere dava come notizie vere e discuteva come veri avvenimenti le fantasie che nel momento occupavano il suo spirito o tentavano il suo cervello. L’epistolario di Balzac può essere infatti considerato come uno dei più grandi romanzi della Commedia umana, partecipante di tutte le serie, dalla vita di provincia alla vita di città, dalla vita degli affari alla vita del pensiero. In Facino Cane, parlando della sua facoltà di sostituzione all’individuo che sottopone al suo studio ed alla sua osservazione, dice che per essa egli è come il derviche delle Mille e una notte che prendeva l’anima e il corpo delle persone nelle quali pronunciava certe magiche parole. E descrivendo un operaio con la moglie che seguiva per via aggiunge: «Je pouvais épouser leur vie, je me sentais leurs guenilles sur le dos, je marchais les pieds dans leurs souliers percés; leurs désirs, leurs besoins, tout passait dans mon âme, ou mon âme passait dans la leur. C’était le rêve d’un homme éveillé». Tale l’uomo, tale l’artista, tale l’epistolografo.
  L’epistolario di Emilio Zola, che ora viene in luce, è della natura di quelli di Taine e Flaubert, non di quello di Balzac.
  Emilio Zola non ebbe che la vita del suo pensiero e dei suoi libri. […].


  Guido Muoni, La Leggenda del Byron in Italia, Milano, Società Editrice Libraria, 1907.

Appendici.
«La Commedia del secolo» di Pasquale de Virgilî, pp. 83-107.

  p. 84. Quanto al concetto informatore di codesto poema drammatico, il De Sanctis vi vedeva un riflesso della voga che incontrava allora la filosofia della storia, Hegel e Cousin, ed un’imitazione del Faust di Goethe; il titolo poi, diceva preso da Dante e dal Balzac. […]
  p. 106. […] nel verismo precorre la scuola francese, pur ritraendo anche dai contemporanei Sand e Balzac, nel simbolismo si riallaccia, per derivazioni non del tutto pure e dirette, al più sentimentale, al più ideale ed individuale dei romanticismi, il tedesco. […]

I romantici francesi e l’Italia, pp. 107-110.

  pp. 108-109. Nell’inverno del 1837 Onorato di Balzac venne, ricevuto lietamente, a Milano: del suo soggiorno nella nostra città e del rumore che si destò nella società letteraria e mondana si fece esatto e compiuto cronista in un suo fortunato libro (Il salotto della contessa Maffei) Raffaello Barbiera; ricorderò solamente che le feste al romanziere francese non furono generali, chè ad alcuni timorati dispiaceva l’immorale dipintore di turpi realità; altri, invece, ragionevolmente s’offese di vedere pur lui, preteso maestro di verità, intaccato dal banale e vile antitalianismo di moda: fu questi Antonio Lissoni, antico ufficiale di cavalleria, autore di una Difesa dell’onore delle armi italiane, oltraggiato dal signor di Balzac, nelle sue Scene della vita parigina (Milano, Rusconi, 1837), ove si confutavano molti errori intorno alla storia militare della guerra di Spagna ed alla parte gloriosa presavi dagli italiani, seminati con leggerezza ignara e offensiva nel romanzo La Marana: «Il tuo Ugo, per tacer d’altri, non sa trovar traditori e scellerati altro che sotto questo cielo … Dove eri tu, o Balzac, quando gli italiani spendevano le loro vite in prò dei tuoi amici, della gloria della tua patria? … Noi dimentichiamo le vostre ingiurie e i benefici che vi rendemmo; noi vi onoriamo ingiuriati, e voi ci pagate di parole, di atti, di sentimenti vituperosi, tristi …».


  Guido Muoni, La Letteratura filellenica nel Romanticismo italiano, Milano, Società Editrice Libraria, 1907.

  p. 82. Il controllare la veridicità di quella parte delle Memorie d’oltretomba che si riferisce al soggiorno dello Chateaubriand in Italia, sarebbe anche probabilmente un contributo prezioso allo studio psicologico di quello che il Bourget, in un recente brillante articolo sul Figaro a proposito della pubblicazione delle Lettres à l’étrangère di Balzac, chiamò la mitomania romantica.


  Ada Negri, Ufficio di Collocamento per donne di servizio, «Corriere della Sera», Milano, Anno 32°, Num. 133, 16 Maggio 1907, p. 3.

  In alcune fattorie di campagna, in alcune case modeste, perdute fra il dilagare enorme e tempestoso del fasto moderno, del lusso di paccottiglia, delle sfrenate ambizioni, rimane ancora il tipo della vera serva, il vecchio tipo che Onorato Balzac immortalò.



  Nemi [La Redazione], Tra libri e riviste. Balzac e Mme Anska (sic), «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della «Nuova Antologia», Quinta Serie, Volume CXXVIII – Della Raccolta CCXII, Fascicolo 862, 16 novembre 1907, pp. 333-335.

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  Octave Mirbeau sta per pubblicare un volume in cui narra le sue sensazioni di un viaggio automobilistico attraverso buona parte d’Europa; dal Temps del 6 novembre, che dà interessanti primizie sul tanto atteso lavoro, togliamo dei particolari sulla vita di Onorato di Balzac, particolari riguardanti il singolare matrimonio colla contessa russa Hanska, contratto da lui nell’ultimo anno della sua vita.
  È noto come Balzac conobbe la signora Hanska. Una lettera trovata presso il suo editore Léon Gosselin, il 28 febbraio 1832, gli esprimeva l’ammirazione entusiastica d’una giovane signora russa che si firmava semplicemente l’Etrangère. Ne seguì una corrispondenza e l’autore della Comédie Humaine seppe presto che la sua corrispondente era giovane, bella, nobile, ricca e maritata ad un uomo che non amava. Mirbeau traccia della signora Hanska questo ritratto, secondo ciò che gliene disse Barbey d’Aurevilly.
  «Elle était d’une beauté imposante et noble, un peu massive, un peu empâtée. Mais elle savait conserver dans l’embonpoint un charme très vif, que pimentait un accent étranger délicieux, et des allures sensuelles fort impressionnantes. Elle avait d’admirables épaules, les plus beaux bras du monde, un teint d’un éclat irradiant. Les yeux très noirs, légèrement troubles, inquiétants ; sa bouche épaisse et très rouge, sa lourde chevelure, encadrant de boucles à l’anglaise un front d’un dessin infiniment pur, la mollesse serpentine de ses mouvements lui donnaient à la fois un air d’abandon et de dignité, une expression hautaine et lascive dont la saveur était rare et prenante».
  Balzac era brutto, ma, appena parlava, si operava in lui un mutamento singolare, e diveniva attraente. Balzac conquistò i coniugi Hanska (sic), e il compianto Spoelberg (sic) de Lovenjoul ha pubblicato una lettera del nobile russo nella quale egli esprime al romanziere tutta la sua ammirazione. Mirbeau afferma anche che questi, avvertito del desiderio che aveva la propria moglie di sposare Balzac, non mettesse ostacoli a questi progetti postumi; mise forse però una certa ostinazione a morire a comodo suo, meno presto di quel che si sarebbe desiderato.
  Ecco come Octave Mirbeau narra la prima intervista fra Balzac e Madame Hanska:
  «A Neufchâtel, le jour de la première rencontre, M.me Hanska est assise, comme il est convenu, sur un banc de la promenade avec son mari et ses enfants. Pour se faire reconnaître, elle doit tenir, sur ses genoux, un roman de Balzac, bien en vue. Le livre y est, mais l’émotion de la pauvre femme est telle qu’elle ne s’aperçoit pas qu’elle l’a entièrement caché sous une écharpe. Un homme petit, gras, très laid, passe et repasse: «Oh ! mon Dieu, se dit Mme Hanska, pourvu que ce ne soit pas lui !» Elle a vu enfin sa maladresse … Elle découvre le livre … L’homme aussitôt l’aborde … Elle dit, tout pâle, dans un cri de désespoir: «C’est lui … C’est lui» Et quelques instants après, «à l’ombre d’un grand chêne», pendant que M. Hanski s’en est allé, on ne sait où, ils échangent le premier blaiser (sic) et le serment des fiançailles !»
  Un po’ prima del febbraio 1848, Balzac, ingannando i suoi creditori, ha potuto mettere una somma ingente in salvo dalle loro rivendicazioni, somme che egli intende portare in dote alla signora Hanska. Per consiglio del barone Rotschild (sic), egli compra azioni delle ferrovie del Nord. Soppraggiunge la rivoluzione; i valori cadono; Balzac è rovinato. Si decide nondimeno a partire per la Russia, onde sposare la signora Hanska, già da tempo vedova.
  «Il paraît – scrive François Ponsard nel Temps del 6 novembre , a proposito del libro del Mirbeau – que Balzac eut beaucoup de peine à décider l’Etrangère. Elle avait réfléchi et voulait renoncer à une union qui avait subi trop d’entraves et ne la tentait plus. Et Balzac était malade, déjà de crises au foie et au cœur. Cependant un soir du mois de mai 1850, Balzac rentrait à Paris, marié. Marié et presque mourant.
  Cette première nuit passée à Paris ne fut point telle que l’avait rêvée le grand romancier».
  Mirbeau racconta che Balzac e sua moglie scesero di vettura, molto stanchi per il viaggio, dinanzi alla porta di casa, a Parigi. Balzac aveva pregato la nipote di preparare la cena, di accendere tutti i lumi, di metter fiori dappertutto, e di affidare la cura della casa a un domestico preso per circostanza, un certo François Munck.
«Ils arrivent. Ils voient la maison tout illuminée. Ils sonnent. Rien ne leur répond. Ils sonnent encore. Rien. Que se passe-t-il donc? Balzac appelle, crie, frappe à grands coups contre la grille. Rien toujours. La nuit est fraîche. Mme de Balzac a froid, elle s’impatiente. Enfin on va réveiller un serrurier, tandis que Mme de Balzac s’est assise sur une malle, très lasse, la tête dans ses mains.
  La forte enfoncée, on se trouve en présence du domestique François Munck devenu subitement fou. Il a saccagé le souper, brisé la vaisselle et les meubles et il rit. On s’en débarrasse, mais Mme de Balzac voit en cette mésaventure les plus mauvais présages.
  Elle n’avait pas tort, car huit jours après leur arrivée à Paris, M. et Mme de Balzac s’étaient résolus de vivre à part, dans la même maison, «sachant mettre plus de distance d’une chambre à l’autre qu’il y en avait de Paris à Wierschownia. Et ils ne se rencontrèrent plus, même aux repas.».
  Ils ne se pardonnaient point de s’être dupés l’un l’autre. L’énorme fortune de Mme Hanska se réduisait à peu de chose et ce mariage que Balzac croyait être le salut, l’apothéose de sa vie, n’était en définitive qu’un embarras et une charge de plus.
  Quant à elle, pleurant ses rêves de gloire, elle se trouvait mariée à un demi-mourant, isolé de tout et de tous, traqué par toutes sortes de créanciers, sans amis, sans liens de famille, habitant une maison où était figurée à la craie, sur les murs nus, la place des meubles vendus, ou des meubles à acheter».
  A queste notizie, già note in gran parte, della vita del sommo romanziere, seguivano nel Temps dei particolari un po’ crudi sulla condotta della signora Hanska durante gli ultimi giorni dello scrittore francese. Lette queste primizie nel giornale parigino, la figlia della signora Hanska, che conduce vita ritirata in ospizio, scrisse una lettera assai vivace al Mirbeau, denunziando la falsità delle notizie date da lui, dietro informazioni d’un amico di Balzac, il pittore Gigoux.
  Il Mirbeau allora sospese immediatamente la pubblicazione del volume, ordinò la soppressione dell’intero capitolo riguardante il Balzac, annunziando in una cortesissima lettera la sua risoluzione alla signora Hanska.


  Ugo Ojetti, Ritorni d’idee. Un bel racconto romantico, «Corriere della Sera», Milano, Anno 32°, Num. 120, 3 Marzo 1907, p. 3.

  [Su: E. Rod, L’Ombre s’étend sur la montagne].

  V’ha dentro un po’ di George Sand e un po’ del primo Balzac, un po’ di Vigny e un po’ di Musset […].


  Ugo Ojetti, Contro Emilio Zola, «Corriere della Sera», Milano, Anno 32°, Num. 314, 17 Novembre 1907, p. 3.

  [Su: Henri Martineau, Le roman scientifique d’Emile Zola, 1907].

  Le teorie d’arte mutano; l’opera d’arte resta. L’opera di Balzac è meno rivoluzionaria, meno democratica, meno libera perché egli si proclamava monarchico, reazionario, religiosissimo? […]

  Il dottor Martineau mostra che qualche volta [i termini tecnici di medicina e chirurgia] non sono esatti; ciò prova che per lo più questi termini sono esattissimi, più esatti, ad esempio, che nei romanzi di Balzac. E perciò qualcuno vorrà biasimare Balzac?


  Omero, Note Mondane Gallipoline. Istantanee di Salotti – Un ritratto di Nicolino De Donno, «Il Risorgimento. Organo degli intessi pugliesi», Lecce, Anno XXXII, Numero 32, 26 settembre 1907, p. 3.

  […] io credo che la più ambita prima e la più gradita dopo delle approvazioni debba essere stata per lui quella appunto dello stesso Nicolino De Don­no, che di pittura ragiona con rara competenza, e del quale potrebbe ripetersi la arguta ed acuta osservazione del Balzac nel Mercadet l'affarista. Ricordate? «Egli è molto intelligente nonostante che sia molto ricco; ed è anche molto istruito nonostante che sia molto intelligente; ed è da ultimo un uomo di spirito nonostante che sia molto istruito».


  Sergio de Pilato, La coppia geniale. Da uno studio in preparazione su “La collaborazione in arte”. Estratto dalla “Rivista Popolare di politica, lettere e scienze sociali”, Anno XIII – 1907, Roma-Napoli, presso la Rivista Popolare, 1907, pp. 5-16.

  pp. 6-8. Gli affetti domestici, le calme gioie del focolare, la intimità della casa non sono fatti per l’ar­tista, che da essi raramente sa trarre la sua ispira­zione, raramente vi ritrova il terreno fecondo per le sue concezioni e pei suoi sublimi sogni e se pur non bastassero le irrefragabili prove che si raccolgono da tutte le memorie biografiche ed autobiografiche e dagli epistolari, a comprovare ciò sta il fatto che questo acuto dissidio tra la famiglia e l’arte hanno studiato e rilevato gli stessi artisti con le loro opere ed anche in esse la casa cede il campo all’arte, la moglie all'amante, gli effetti domestici alla estranea ispirazione. Senza accennare tra i tanti, ad Animi (sic) solitarie , ed a La campana sommersa dell' Hauptmann, a Peau de Chagrin di Balzac ed a Quando noi morti ci destiamo dell’Ibsen, mi limiterò a ricordare la Gioconda del nostro d’Annunzio, in cui Gioconda, la bellezza ispi­ratrice dell’artista alla moglie di Lucio Settala che va a ritrovarla nello studio di scultura del marito, lo dice apertamente: «Questa non è mia casa, gli affetti familiari non hanno qui la loro sede, le virtù domestiche non hanno qui il loro sacrario» e procla­mando che la statua è sua, che le appartiene perché è fatta della sua vita, la scaccia.

  La moglie dunque ha un crudele destino nella vita dell’artista, il più triste per una donna, quello cioè di vedersi trascurata per l’arte, peggio ancora, per un’al­tra donna, e se ha il sopravvento sulla moglie si può comprendere quale forza e quale predominio debba esercitare l’amante nella esistenza dell’artista. Essa è la ispiratrice inconsapevole, come Laura, riempie tutta una vita spirituale, come Beatrice, passa come un turbine devastatore e squassante, come la Sand per Al­fredo de Musset, è la soave consolazione nel triste autunno degli anni, come Vittoria Colonna; e nella donna, nelle sue bellezze, nei suoi furori , nelle sue carezze , nei suoi tormenti, nelle sue voluttà il genio coglie le note più delicate e più dolci per l’arte , ora, come Göthe, passando di amore in amore e quasi cri­stallizzando in creazioni artistiche tutti i suoi senti­menti e le sue avventure, ora come Balzac riportando i tipi delle donne amate nella sua Commedia umana […].

  Modesta ma non meno intensa è la partecipazione come sorella. Dolcissime ed evanescenti figure che hanno aiutato, confortato, indirizzato il genio nei primi passi, hanno cooperato e collaborato nelle opere sue appaiono alla memoria, modeste, semplici, umili crea­ture, sempre vigili e sommesse, sempre buone e co­stanti, con tenerezze materne e con cuore di amanti: Enrichetta, la sorella di Ernesto Rénan (sic), Paolina, la buona sorella del povero Leopardi, Laura la cara so­rella di Balzac, Lucilla l’affezionata sorella di Chataubriand (sic), Maria la dolce sorella di Giovanni Pascoli.



  Giuseppe Prezzolini, L’arte di persuadere, Firenze, Francesco Lumachi Editore, 1907 (“Biblioteca del Leonardo”, Volume settimo).

La ricetta della Santità.

  p. 46. Dalle mele marcie di Schiller all’haschich di Baudelaire fino al caffè del Balzac si potrebbero scoprire nelle autobiografie e nelle biografie dei grandi uomini i segreti belletti e le misteriose cantaridi dei loro cervelli.



  Henry Prior, Questionario. Domande, «Il Libro e la Stampa», Milano, Anno I (N. S.), Fascicolo 2, Marzo-Aprile 1907, p. 67.

 

  Autografi del Balzac e della Sand. Sarei molto grato ai cortesi lettori di questo giornale che volessero indicarmi in quali Raccolte e Collezioni italiane pubbliche o private si trovino autografi di Georges Sand e del Balzac.

Henry Prior



  Bernardo Sansiventi, Manuale di letteratura spagnola del D.r Bernardo Sansiventi, Milano, Ulrico Hoepli Editore-Libraio della Real Casa, 1907 (“Manuali Hoepli”).

  p. 171. José Maria de Pereda (n. 1834) […]; […] nel Buey suelto […] delinea le miserie del celibato contro il Balzac che derise quelle del matrimonio […].



  Margherita G. Sarfatti, L’Arte a Venezia. La pittura, «Varietas. Rivista mensile illustrata», Milano, Anno IV, N. 43, Novembre 1907, pp. 857-865. 

  p. 859. Nel fatto il realismo pittorico dello Zorn è lontano dalla senile riproduzione fotografica della realtà quanto, ad esempio, il realismo letterario d’un Balzac.



  [G. M.] Sc.[alinger], Le “Prime” in Italia. “I Gabbiani” di Paul Adam rappresentato la sera del 23 marzo ai “Fiorentini” di Napoli, «La Maschera. Cronaca del teatro», Napoli, Anno III, N. 13, 31 Marzo 1907, pp. 9-10.

  p. 9. Paul Adam, evidentemente, non è un homme de théatre (sic). Il romanziere forte, ardito, a cui balena larga ed originale la visione, lo scrittore dalla imaginazione ciclica, che non si esita qualche volta riavvicinare a Balzac, è, nel tentare la scena, riuscito assai meschinamente.


  Americo Scarlatti, Et ab hic et ab hoc. I Libri adottivi, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rivista moderna», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XVII, Vol. XXVII, N. 9, 3 febbraio 1907, pp. 213-215.

Paternità letterarie cedute per interesse.

  pp. 213-214. Il più grande affetto, però, che può spingere gli autori a rinunziare alla paternità dei propri lavori è quello che ognuno sente per se stesso. In questo caso è la forte molla dell’interesse che vince ogni altra considerazione, e si può estrinsecare in varie guise. La più semplice e più comune è quella che si manifesta in forma di una somma più o meno grande di denaro da conseguire immediatamente, ed è ben difficile che uno scrittore stretto dalla necessità non ceda a simile tentazione, stimandosi anche fortunato quando gli capita.
  Un esempio tipico a questo riguardo ce lo offre una lettera di Balzac a Madame Hanska, pubblicata il 15 febbraio 1899 dalla Revue de Paris, nella quale lettera il grande romanziere racconta a quella signora, che, dopo avere impiegato sette anni a spigolare dappertutto dei pensieri di Napoleone, il bisogno lo aveva costretto a vendere quella sua opera a un ex-cappellaio che voleva la croce di cavaliere e che era sicuro di ottenerla pubblicando quell’opera col suo nome e dedicandola a Luigi Filippo. E Balzac aggiunge malinconicamente: «Napoléon m’aura rapporté quatre mille francs et le bonnetier peut en gagner cent mille. Vous réconnaitrez (sic) la main de votre esclave dans la dédicace à Louis Philippe».


  Americo Scarlatti, Et ab hic et ab hoc. La statura umana, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rivista moderna», Roma, Società Editrice Laziale, Anno XVII, Vol. XXVII, N. 35, 4-11 agosto 1907, pp. 837-839.

  p. 838.
Bassi.
  Balzac m. 1,63.


  Silvio Serafini, Honoré de Balzac (romancier) né à Tours en 1799, mort à Paris en 1850, in La France littéraire contemporaine. Morceaux choisis des plus célèbres auteurs de nos jours … cit., pp. 336-339 ; ill.

  Balzac, par son don précieux d’observation, a été le romancier le plus pénétrant et le plus profond de notre époque ; il était peintre de mœurs surtout; il avait un sentiment très fin de la vie privée, des mœurs bourgeoises, des petites misères et des trivialités ; sous ce rapport, sa faculté d’observation, servie par une vaste mémoire, lui fournit des effets d’une réalité saisissante. Quand il trace un portrait, on dirait que le modèle pose devant lui.
  Zola – a dit M. B. Bouvier, mon vaillant professeur de littérature à l’Université de Genève, dans son étude critique sur Zola – pour se créer des ancêtres, a proclamé Balzac l’inventeur du roman d’analyse et d’observation. Et quand il fait et refait le portrait de Balzac, on dirait qu’il voudrait lui ressembler, qu’il taille à grands coups de ciseaux sa propre image idéale. «C’est Balzac, dit Zola, qu’a écrasé la littérature idéaliste et menteuse, c’est lui qui a assigné au roman la mission de peindre la société contemporaine, sans souci de moralité ni de beauté. C’est lui qui a le premier affirmé l’action décisive du milieu sur les personnages. Il a composé une œuvre grandiose, où, sur les ruines d’une société pourrie, la démocratie grandit et s’affirme. Il fut, écrit toujours Zola, l’initiateur, l’homme de science qui a tracé le chemin à tout le vingtième siècle». Et Taine dans ses «Nouveaux Essais» disait : «L’idéal manque au naturaliste, il manque encore plus au naturaliste Balzac. Pour lui, il n’y a pas d’ordure. Il comprend et manie de force ; c’est là son plaisir ; il n’en a pas d’autre ; il ne dit pas : «Le beau spectacle !» mais : «Le beau sujet !». Et les beaux sujets sont les êtres curieux, importants dans les sciences, capables de mettre en lumière quelque type notable, quelque déformation singulière».
  On ignorait, aux temps heureux du romantisme la haine des classes. On se contentait de railler, dans le ton de la «Vie de Bohème», les bourgeois, les gens sensés, rangés, réglés, économes, amis de l’ordre. Mais ce dédain du bourgeois, dans Balzac, l’admirateur de la force, est plus profond.
  L’argent joue un grand rôle dans les pièces de Balzac ; il ne put s’empêcher de le mettre au premier plan dans la plupart de ses œuvres, et ses types n’ont d’autre dieu que l’or, d’autre loi que l’intérêt, d’autre religion que le sens, d’autre culte que le plaisir ; tout un monde louche d’avoués, de recors, d’huissiers, s’agite dans ses romans, comme ils s’agitaient autour de lui-même dans la vie réelle.
  Balzac fut, de plus, le chroniqueur des femmes, surtout des femmes du monde. Il sait leurs secrets et il a des consolations, même des compensations, pour les vieilles filles, pour les laides, pour les femmes méconnues, pour toutes celles qui sont malheureuses ou qui croient l’être.
***
  Né de famille d’humbles laboureurs et manouvriers [?], il alla jeune à Paris où il mena, jusqu’à l’âge de trente ans, une vie singulièrement aventureuse, pleine d’efforts et de tâtonnements en sens divers, d’entreprises qui ne réussirent point et ne lui laissèrent que des dettes. Mais Balzac avait une foi inébranlable dans son génie et il persévéra obstinément dans sa voie.
***
  Il ouvre la série de ses ouvrages[10] avec Le dernier Chouan (1827), mais celui qui le fit connaître ce fut la Physiologie du mariage ou Méditation (sic) de philosophie éclectique sur le bonheur et le malheur conjugal, manquant parfois de délicatesse, paru en 1828, et en 1830, avec la Peau de chagrin, la plus belle des études philosophiques de Balzac, un conte-roman où l’auteur s’est livré avec une prodigalité de magicien à de prestigieux développements sur le suicide, le jeu, la débauche, l’amour, le vouloir et le pouvoir, le matérialisme et l’idéalisme, une peinture nouvelle de l’éternelle lutte entre l’âme et la chair, la plus fouillée, la plus riche en couleurs de toutes celles que l’on doit au magistral pinceau de Balzac, et dont le succès fut complet, il fut classé parmi les romanciers en renom.
  Sa production littéraire la Comédie humaine, l’œuvre principale et le véritable titre de gloire de Balzac, œuvre immense qui atteste l’inépuisable fécondité de son génie et qui comprend une série très nombreuse de ses principaux ouvrages, va de l’an 1830 à l’an 1847 (sic) ; c’est un tableau de la société étudiée dans les différentes Scènes de la vie privée, Scènes de la vie de province, Scènes de la vie parisienne, Scènes de la vie militaire, Scènes de la vie de campagne, Scènes de la vie politique et Études philosophiques. Les principaux de ces tableaux sont : La femme abandonnée (1832), la Femme de trente ans (1842), le Colonel Chabert (1832), Père Goriot (sic) (1834), le Lys de la vallée (sic) (1835), la Vieille Fille (1836), etc. ; mais, au premier rang, il faut classer Eugénie Grandet (1833), dont l’héroïne semble prouver la vérité du mot de Balzac : «Sentir, aimer, souffrir, se dévouer, sera toujours le texte de la vie des femmes».
  En 1876 a été publiée la Correspondance de Balzac, comprenant deux gros volumes de 450 pages et embrassant toute sa vie, laquelle est le plus intéressant et le plus réel de tous ses romans.
  La plupart de ses lettres sont adressées à sa sœur, à sa mère et un assez grand nombre à Mme Hanska, qui, en 1848 (sic), devint Mme de Balzac.
  La dernière lettre, adressée à Théophile Gautier, est de 1850 et il l’écrivit à demi mourant.
  Mme de Surville, Léon Gozlan, Th. Gautier, Werdet, Saint Beuve (sic), H. Taine, Faguet et Vte de Lovenjoul ont été ses biographes et ses critiques.


  Francesco Torraca, Malombra, in Saggi critici di Francesco Torraca, Napoli, Francesco Perrella, Editore, 1907 (“Nuova Biblioteca di letteratura, storia ed arte” diretta da Francesco Torraca, I), pp. 391-402.

  p. 391. Cfr. 1885.

Giovanni Prati, pp. 423-440.

  pp. 424; 426, nota (1). Cfr. 1885.


  Guido Villa, Ragione e fede, «Coenobium. Rivista internazionale di liberi studi», Lugano, Casa editrice del Coenobium, Anno I, N. 2, Gennaio-Febbraio 1907, pp. 60-69.

  E tuttavia il dominio dello spirito fu dall’indagine psicologica dei moderni poeti ampliato ed elevato molto al di là dei confini più precisi ma più angusti, in cui lo tenevan chiuso gli scrittori dell’età precedente o che a questa direttamente si ricollegano: la psicologia del Balzac, di Vittor Hugo, del Haubert, del Maupassant, e tanto meno quella dello Zola, è ben lungi dalla sottigliezza penetrante del Bourget e del D’Annunzio, né ha nulla di comune cola potenza suggestiva degli scrittori nordici, come il Tolstoi, o l’Ibsen o il Gorki, dai quali veramente esce e penetra in noi l’intuizione di un mondo spirituale immenso e libero, indefinito e ribelle.


  Francesco Zingaropoli, Prefazione a Camillo Flammarion, Lumen. Tradotto da M. Paolucci. Prefazione di F. Zingaropoli, Roma, Enrico Voghera, Editore, 1907 («Collezione “La nuova parola»), pp. V-LII.

  p. XL. Qualche volta l'artista ha intuizioni che sorpassano l'acume del filosofo e del freddo ricercatore; vere visioni introspettive delle latebre più ascose della nostra coscienza. Balzac, per esempio, nel suo romanzo «Séraphitus-Séraphita» ha in proposito un concetto acutissimo, espresso in forma scultoria:

  «Le qualità acquisite e che si sviluppano lentamente in noi, sono i legami indivisibili che riattaccano ciascuna delle nostre esistenze, l’una alle altre e che l'Anima sola si ricorda, perché la materia non può ricordarsi di alcuna cosa spirituale. Solo il pensiero ha il ricordo dell’anteriore».

  In quest'ultima frase, con una formula rigorosamente filosofica, è intraveduta la necessità dell'oblio del passato, condizione imprescindibile del libero sviluppo di tutte le attività fisiche e morali per espletare la prova dell’esistenza in questo mondo.



  Emilio Zola, Lettere ad Alexis, in Lettere di Emilio Zola … cit.

L.
Parigi, 25 agosto 1871.

  p. 268. La tesi poi di sostenere che la vostra arte parla agli occhi mentre, per esempio, l’analisi di Balzac parla all’intelligenza, è una tesi che la si vede trascinare dovunque. In fondo poi essa non significa niente e solo conferma che esistono diverse scuole letterarie. […]

LVI.
Piriac, 20 agosto 1876.

  p. 281. Ho desiderio di porre il mio prossimo romanzo a Guérande[11], che Balzac ha già scelto per la sua Béatrix; trovo che non ha abbastanza approfittato dello scenario, e conto passare un giorno e una notte a Guérande per prendere alcune note. […].

CI.
Parigi, 30 marzo 1892.

  p. 301. Per parte mia, vi posso promettere di agire presso il Ministero dell’Interno, il giorno in cui si presenterà una favorevole occasione. Credo che dovrò recarmici prossimamente per il mio Balzac, e tasterò il terreno. […].




Adattamenti teatrali.

    
  Anton Menotti-Buia, Olga. Dramma lirico in 4 atti di Anton-Menotti Buia (da Balzac) [Le Lys dans la vallée?]. Musica di Edoardo Granelli, Napoli, Tipografia E. Biscotti & G. Direttore, 1907, pp. 43.

  
   Testagrù (tolta dai «Contes drolatiques» di Balzac)[12], Torino, Muletti, M. A. de Cecco libr., 1907.

  Rappresentata al Teatro Carignano di Torino il 15 gennaio 1907.


  [1] La menzione della traduzione del Curé de Tours (cfr. supra) potrebbe far supporre che il Falconi abbia forse curato, per l’editore Treves, anche la versione italiana dei romanzi che formano il ciclo dei Célibataires (I celibi): Pierrette (Pierina), Le Curé de Tours (Il curato di Tours) e La Rabouilleuse (Casa di scapolo, 1908).

  [2] 6, 9, 20 novembre 1907. Ristampato in «Annales romantiques», nov.-déc. 1907.

  [3] Traduzione di una citazione tratta da L’Auberge rouge.

  [4] Cfr. Albert Savarus.

  [5] Cfr. G. Flaubert, Lettre à Mme Roger de Genette, juillet 1862.

  [6] Del successo, in Romania, di questo adattamento teatrale del testo di Balzac da parte di Émile Fabre e messo in scena dalla Compagnia di A. de Sanctis, il periodico napoletano si è occupato in una nota pubblicata nel N. 2 del 13 Gennaio 1907 (cfr. La M., Alfredo de Sanctis in Rumenia, p. 6).

  [7] Cfr. Paul Bourget, Un des énigmes de Balzac, «Le Figaro», 20 août 1906.

  [8] Citazione tratta da Une ténébreuse affaire.

  [9] «Le Gaulois», 10 juillet 1905.

  [10] Numerosi sono gli errori nell’indicazione della data di pubblicazione dei romanzi balzachiani che il Serafini riporta in questo elenco.

  [11] Cfr. Les Coquillages de M. Chabre.

  [12] Novella musicale in tre atti e quattro quadri. Parole di Hector Falquette. Musica di Paul Argentier.

Marco Stupazzoni

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