mercoledì 20 novembre 2013


1879



Studî e riferimenti critici.


  La lettera dell’on. Sella, «Corriere della Sera», Milano, Anno IV, Num. 40, 9-10 Febbraio 1879, p. 1.

  Pensava [l’on. Sella] senza dubbio che il partito da lui diretto dovesse riposare ed adottare il motto d’un personaggio di Balzac: fuge, tace, late.


  Maria Mantegazza all’Alfieri di Torino, «Gazzetta dei Teatri», Milano, Anno XLI, N. 11, 20 Marzo 1879, p. 7.

  Come suonasse Chopin non ve lo posso dire, io che non l’ho sentito: tanto più che coloro che lo ascoltarono si affermano incapaci a de­scrivere le sensazioni che provarono allora.

  Balzac dice che faceva piangere, e a far piangere lui ce ne voleva!


  Thackeray, «La Rassegna Settimanale di politica, scienze, lettere ed arti», Roma, Tipografia di G. Barbèra, Vol. 4°., N° 82, 27 Luglio 1879, pp. 68-71.
  p. 70. […] nei romanzi di Thackeray i caratteri crescono e variano da capitolo a capitolo, anzi talvolta da pagina a pagina. In questo, che è uno dei suoi maggiori pregi, egli uguaglia quasi il Balzac. Ma anche qui siamo colpiti da una differenza totale di trattazione. Il grande romanziere francese si compiace nel tracciare le varie fasi di una metamorfosi spirituale. Egli le segue coll’interesse che prende un medico nel progresso di una malattia. Tutte le scene e le situazioni sono disposte in modo da favorire il procedimento, e così il carattere si svolge in una sola direzione e non di rado al termine del racconto apparisce precisamente l’opposto di ciò che era al principio. Ma nelle mani del Thackeray i personaggi oscillano. Essi avanzano, è vero, ma non in linea retta, né verso un punto certo. Havvi negli influssi ai quali sono sottoposti un’apparenza di eventualità che presta al romanzo un’aria di realtà.


  Corriere Teatrale. Teresa Raquin alla Commenda, «Corriere della Sera», Milano, Anno IV, Num. 243, 4-5 Settembre 1879, p. 3.

  Noi non siamo entusiasti di Zola. Pensiamo che da lui a Balzac, suo maestro, la distanza sia grande. Lo onoriamo però come un potente scrittore.


  Varia, «Corriere dell’Arno. Giornale politico amministrativo», Pisa, Anno VII, Num. 36, 7 Settembre 1879, p. 3.
  Esther Guimont cominciò il suo regno verso il 1824. […].
  Fino dai suoi primi passi nella vita elegante, poiché aveva un appartamento e dava dei ricevimenti, cercò di attirare a sé tutte le persone di grido che contava Parigi. I letterati vi accorsero in folla. Balzac tratteggiò di lei un finissimo ritratto nella sua Ultima incarnazione di Vautrin e in un altro romanzo dette ad una cortigiana il nome di lei Esther.


  Fatti diversi. Sarà vero?, «Corriere della Sera», Milano, Anno IV, Num. 263, 24-25 Settembre 1879, p. 3.

  Un dotto tedesco origina­rio di Hannover, avrebbe trovato il mezzo di tin­gere gli occhi degli animali in generale e degli uomini in particolare. […].

  Ma il più curioso esempio di quest’arte vera­mente soprannaturale, sono il negro e la negra. […].

  La negra, rincarendo sulla famosa eroina di Balzac, la Fanciulla dagli occhi d'oro, ha l’organo vi­suale di destra sfumato d’argento, mentre che quello di sinistra brilla del più bel riflesso dorato.


  Libri nuovi. Francesco De Sanctis – Zola e «L’Assommoir». – Milano, Treves, 1879, «Fanfulla della Domenica», Roma, [Anno I], Num. 12, 12 ottobre 1879, p. 4.

  Intanto a coloro i quali o per biasimarlo o per troppo lodarlo dànno allo Zola dell’innovatore chiediamo: ma l’avete letto il Balzac? Le scènes populaires del Monnier le avete lette? Sì? E allora che innovatore d’Egitto! … L’arte dello Zola procede per le stesse vie, mira agli stessi intenti che l’arte del Monnier e del Balzac. Se non avete messo il broncio allora, perché torcete il muso, come schifati, oggi? […].
  – Ma perché volete, dicono, mostrarci tutte le cancrene, tutte le turpitudini della società?
  O gente delicata, ribatto lì: quale società più cancrenata e più turpe di quella che v’ha descritta l’autore del César Birotteau o dei Parents pauvres? Ma lo Zola è più crudo: troppo crudo, si capisce: non inorpella abbastanza.

  Libri nuovi. Licurgo Cappelletti, “Compendio di letteratura”, - Biella, Amosso, 1879, «Fanfulla della Domenica», Roma, [Anno I], Num. 14, 26 ottobre 1879, p. 4.
  Ma non pare al Cappelletti che sarebbe ora di farla finita, ripetiamo, con queste categorie? […] L’Eugénie Grandet è morale o sociale?


  Varietà. Ai fumatori, «Il Progresso. Corriere dell’Umbria», Perugia, Anno IV, Num. 217, 16 Decembre 1879, p. 3.

 

  Una società, la cui sede è a Parigi, indirizza ciascun mese a molte migliaia di persone, una memoria consacrata ai mali prodotti dall’azione dell’erba nicoziana. La memoria porta per epigrafe questo aforisma di Balzac:

  «Il tabacco distrugge i corpi, attacca le intelligenze, e inebetisce le nazioni».


  Edmondo de Amicis, Emilio Zola, in Ricordi di Parigi. Terza edizione, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1879, pp. 213-288.
  p. 250. Le sue prime letture furono Walter Scott e Vittor Hugo. – Lessi i due autori insieme – disse – ma senza sentir gran fatto la differenza, perché non capivo ancora né lo stile né la lingua di Vittor Hugo. – Poi cominciò a leggere il Balzac. E anche questa è strana. Il Balzac l’annoiò, gli pareva lungo, pesante, poco «interessante»; non lo capì e non lo fece suo che lungo tempo dopo. Fin qui nessuna lettura gli aveva lasciata una profonda impressione. […].
  p. 251. Del Taine ritrae specialmente nell’analisi. Il suo metodo è quello seguito dal Taine nello studio sopra il Balzac; procede come lui ordinato, serrato, cadenzato, a passi eguali e pesanti; dal che deriva, a giudizio di alcuni, un certo difetto di sveltezza al suo stile, che è in ispecial modo apparente nei suoi ultimi libri. […] L’azione poi che esercitò su di lui il Balzac è immensa e visibilissima in tutte le sue opere. Egli l’adora, è suo figlio, e se ne gloria. All’apparire dei suoi primi romanzi, tutti pronunziarono il nome del Balzac. Il Charpentier lo presentava agli amici dicendo: - Ecco un nuovo Balzac. – Perciò toccò appena di volo di questo suo padre letterario, come se la cosa dovesse essere sottintesa.

  Giuseppe Arnaud, Letteratura Francese. Saggio ottavo. Il Diciannovesimo secolo, l’ottocento, in Le Dieci più illustri letterature antiche e moderne. Saggi storico-critici del Prof. Giuseppe Arnaud. Letterature: Ebraica, Greca, Romana, Italiana (Appendice. Le letterate italiane), Spagnuola, Portoghese, Francese, Inglese, Tedesca, Modena, Paolo Toschi e C. Tip. Editori, 1879, pp. 273-289.
  pp. 278-279. Parlare di Balzac, di Eugenio Sue, di Giorgio Sand, d’Alessandro Dumas padre, di Souvestre, di Paul de Kock, gli è un occuparsi di tutta una biblioteca di romanzi, di pitture di costumi e d’impressioni artistiche. Se, nell’esclusione degli altri libri, la lettura di romanzi è, si può dire senza pedanteria, riprovevole, fatta con scelta e modo non la si potrebbe condannare, perché risponde a un bisogno della nostra civile condizione. Un tempo, specialmente nel Medio Evo, la poesia non scrivevasi, ma riduce vasi in atto. Oggi, l’uniformità legale che regna ne’ nostri destini, le convenzioni potenti che ne afferrano al nostro ingresso nella vita, ci assomigliano gli uni agli altri, e non ci consentono gran fatto di scostarci dalla formola generale. Il nostro pensiero, che resta franco da questa monotonia della nostra esistenza, gode di trovare nei campi della finzione, maggior libertà ed arbitrio nel desiderio degli uomini. Indi il fascino dei romanzi, e, in generale, delle opere d’imaginazione; fascino che può avere una soluzione di continuità per qualche tempo, ma che ripiglia presto i suoi dritti allorchè la nostra fantasia non è più stimolata da fatti esterni.
  Ma perché il romanzo diventi un ricreamento dello spirito, utile e dilettevole, non si vuole ch’ei cessi dall’idealizzare la verità, per fare la caricatura della finzione; ed ecco appunto ciò che fecero, da qualche eccezione in fuori, i summenzionati romanzieri, sebbene dotati di grande ingegno, e qualcuno anche di genio. […].
  p. 280. La Commedia Umana, di Onorato de Balzac, è una collezione così chiamata di cento volumi di romanzi; che già si vanno coprendo dell’onorata polvere delle biblioteche. Tre o quattro soli, in sembianza di capolavori, sfuggono ancora a questa trista fine di tutti i libri; sono, Eugenia Grandet, il Padre Goriot, il Giglio nella valle, e il Medico di Campagna. Si osserva generalmente nelle opere di Balzac, una libidine d’investigazione spinta fino ai confini del processo clinico, uno stile soverchiamente elaborato e pieno di neologismi, e degli effetti troppo cercati negli accessori e nelle particolarità. Con un grande apparato di protasi, quasi tutti i suoi viluppi vengono piuttosto mozzi che sciolti. Vi si scorge per altro un grande ingegno intuitivo, abilissimo a stendere l’inventario delle umane miserie.

  C.[arlo] Raffaello Barbiera, Letteratura. Sul realismo di Dante e sul realismo dello Zola, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno III, Num. 52, dal 27 dicembre 1879 al 3 gennaio 1880, pp. 409-410.
  p. 409. Una bella mattina, un gagliardo ingegno, un potentissimo romanziere (sì, lo Zola si mostrò, senza alcun dubbio, tale) si destò coll’altiera idea di poter essere salutato pontefice d’un’arte nuova, d’una scuola nuova, e per primo salutò pontefice massimo se stesso, e, come Napoleone I nel duomo di Milano, si mise a Parigi sul capo da sé una corona, esclamando: Il realismo me l’ha data! guai a chi me la tocca! Molti allora in Francia pensarono ad Onorato Balzac, tempra shakspeariana (sic); ma negli studiosi negletti, ma nelle polverose biblioteche si levava da aperti meditati volumi qualche testa di vecchio letterato italiano, si levava qualche berretto grottesco di bibliofilo e allora in quella testa e sotto quel berretto balenava quest’idea: e il nostro Dante? Non è egli più vero realista dei signori realisti francesi? …

  Anton Giulio Barrili, Val d’Olivi. Racconto di Anton Giulio Barrili. Seconda edizione, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1879.
II.
  p. 12. Imperocchè il Delaiti era nobile, e poteva pretendere ad essere chiamato, nelle occasioni di cerimoniosa dimestichezza, col nome di Don Flaviano. […].
  p. 13. Ingegno ne avea tanto, e sottile, quanto occorre nella civil compagnia, per decifrare un rebus, o dichiarare una sciarrada, anco in lingua francese; per ragionare dell’ultimo romanzo, e anteporre Feydeau a Balzac, venerando, s’intende, Manzoni, senza aver più riletti i Promessi Sposi, né l’Adelchi, dopo l’uscita di collegio; […].

  Anton Giulio Barrili, L’ira di Achille, in Cuor di ferro e cuor d’oro. Romanzo di Anton Giulio Barrili. Seconda edizione riveduta e corretta, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1879, pp. 181-202.

Capitolo XII.
  p. 189. Quanto a vederle volentieri ambedue (perché infatti era così), la cosa andava co’ suoi piedi, per la stessa ragione che la gioventù ama la gioventù, e che un gentil cavaliere fa volentieri omaggio alla donna. È un francese che lo ha detto, e credo che sia proprio Balzac: les servir toutes, n’en aimer qu’une seule.

  Anton Giulio Barrili, I Rossi e i Neri, «Giornale di Padova. Politico-Quotidiano», Padova, Anno XIV, N. 34, 3 Febbraio 1879, p. 1.


Capitolo III.

  Nato dalla libertà, l’amore si nutrirà di stima; la vene­razione, tornando al suo vecchio si­gnificato, farà solenne ciò che ora è brutale o colpevole, doloroso o ridi­colo. Questa poesia dei sensi, come l’ha definito il Balzac, diventerà ii senso più eletto della poesia che in­forma l’umanità tutta quanta, e che ha nella donna la sua incarnazione più efficace e più splendida.


  A. C., Corrispondenza letteraria da Parigi. “I Re in esilio”, «La Rassegna Settimanale di politica, scienze, lettere ed arti», Roma, Tipografia di G. Barbèra, Vol. 4°., N° 97, 9 Novembre 1879, pp. 320-323.
  p. 322. Aggiungasi che alcuni personaggi che hanno figurato nel Nabab ricompariscono nei Re in esilio; è una maniera presa al Balzac che ci parla in tutte le sue opere di Enrico di Marsay, di Rastignac, di Vandenesse, di Nucingen, come personaggi che sono veramente esistiti ed hanno avuto una parte incontestata nella società dell’epoca nostra; una maniera dello Zola che deve rappresentare in una ventina di volumi la famiglia dei Rougon-Macquart originaria di Plassans. Così nei Re in esilio rivediamo Mora, duca e presidente del Consiglio, il vecchio dottore Bouchereau sempre burbero ed arcigno, ma sinceramente buono, che nasconde sotto un sembiante duro una sensibilità squisita (è il Bianchon di Balzac), il venditore di quadri Schwalbach, soprattutto i suoi due rivali, il vecchio padre Leemans e il suo inseparabile Pichery.

  A.[ntonio] Caccianiga, Vestiti, accessori e curiosità, in Novità dell’Industria applicate alla vita domestica. Note e memorie sull’Esposizione di Parigi di A. Caccianiga, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1879, pp. 196-209.
  pp. 198-199. Trovare l’eleganza nella semplicità è sempre più facile che applicarla al lusso complicato, che se il lusso non è che apparente, l’eleganza è impossibile.
  Balzac, che se ne intendeva, lasciò degli aforismi sulla vera eleganza che riportiamo a complemento delle nostre osservazioni. – «Il principio costitutivo dell’eleganza è l’unità. – Non havvi possibile unità senza la nettezza e l’armonia, e senza la semplicità relativa. – Una lacerazione è una disgrazia, ma una macchia è un vizio. – La toeletta non consiste tanto nel vestito quanto in una certa maniera di portarlo. – La prodigalità degli ornamenti nuoce all’effetto. – Tutto ciò che tende a far effetto è di cattivo gusto, come tutto ciò che è tumultuoso».

  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. Alfredo Oriani, “Gramigne” – Bologna, tip. Monti […], «Il Sole», Milano, Anno XVI, 16 Gennaio 1879, p. 1.
  Il vizio (che forma l’argomento dell’Al di là) da Balzac al mediocrissimo lavoro del Bélot M.lle Giraud ma femme venne descritto più volte, ma in modo affatto opposto a quello dell’Oriani, cioè colla verosimiglianza delle scene e dei tipi, non già per osarne l’apologia, bensì coll’intendimento diametralmente contrario.

  [Felice Cameroni], Rivista mensile di Letteratura Francese. “Romanzo”, «La Rivista Repubblicana di politica, filosofia, scienze, lettere ed arti», Milano, Anno II, Num. 1, 20 Gennaio 1879, pp. 45-52.
  pp. 47-48. Contro la enorme diffusione dei romanzi a nulla valsero le coalizioni dei pregiudizi e delle calunnie, l’abuso dei mestieranti da feuilleton, il falso indirizzo del romanzo per ironia detto storico, le tirate pretenziose del romanzo a tesi, la cantariole e le frivolezze del romanzo galante, le assurdità del romanzo ad intreccio pei palati volgari, i belati del romanzo sentimentale per le zitellone isteriche. È col romanzo che divennero celebri moltissimi fra gli scrittori Francesi, incominciando da Stendhal, Balzac, Dumas padre, Sue, Soulié, Murger, Sand, Feydeau, Gautier, Mérimée ecc. ecc. sino ai viventi Sandeau, Feuillet, Flaubert, De Goncourt, Zola, Daudet, Champfleury, Droz, ecc, ecc., ecc. È particolarmente col romanzo che la letteratura Francese si fece e si fa conoscere in tutto il mondo. […].
  Romanzo naturalista, rappresentato da Stendhal e Balzac e svolto colla individuale loro originalità, da Flaubert, dai due fratelli De Goncourt (uno dei quali sopravvive, Edmondo), dallo Zola, da Alfonso Daudet e da Duranty […].
  Nelle venture rassegne, mi riservo occuparmi assai diffusamente dei caratteri, degli intendimenti e delle diverse fasi di questa scuola letteraria, da Stendhal e Balzac ai naturalisti dei nostri giorni; […].
  p. 49. Romanzi sui secoli scorsi = La tentation de S. Antoine, eruditissimo studio archeologico-filosofico di Flaubert, lo smagliante pittore di Salammbô, il continuatore di Balzac nella calunniata Madame Bovary.

  Felice Cameroni, Rivista mensile di Letteratura Francese. “Opere di letteratura e d’arte, corrispondenze, memorie”, «La Rivista Repubblicana di politica, filosofia, scienze, lettere ed arti», Milano, Anno II, Num. 2, 31 Gennaio 1879, pp. 89-93.
  p. 92. Corrispondenze. Una vera caterva d’ogni genere, d’ogni tinta, d’ogni tempo! Cito gli epistolari di Proudhon, Mérimée, Balzac, Berlioz, Régnault, Quinet, Janin, Delacroix, Heine (complemento), Sainte-Beuve, ecc. ecc.

  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. E. Navarro della Miraglia, “La nana”. – Milano, Brigola […], «Il Sole», Milano, Anno XVI, 29 Maggio 1879, p. 1.
  Volendo essere sincero sino allo scrupolo, parmi persino, che la letteratura realista s’avvicini all’eccesso opposto a quello dell’azione, sacrificando talvolta quest’ultima all’analisi, alla fisiologia, alla pittura. Senza risalire alla Chartreuse de Parme ed a molti romanzi della Comédie humaine, a mo’ d’esempio potrei citare l’Education sentimentale, la Manette Salomon, la Faute e la Page d’amour, capolavori stupendi per finezza, ma forse troppo poveri di fatti, in confronto alle descrizioni.

  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. Luigi Capuana: “Giacinta”. – Milano, Brigola, presso, «Il Sole. Giornale commerciale-agricolo-industriale», Milano, Anno XVI, N. 143, 20 Giugno 1879, p. 1.
  Ed ecco la ragione, per cui lo Zola aggradirà la dedica della Giacinta. Mentre taluni tentano farsi la réclame, esagerando il suo indirizzo nelle idee e nella forma, Capuana gli fa omaggio di un’opera d’arte, con sincerità e serietà di propositi, secondo i criteri di quella scuola, la quale cronologicamente si personifica nello Stendhal ed in Balzac, in Flaubert e nei de Goncourt, nello Zola ed in Daudet.

  F.[elice] Cameroni, Appendice. Rassegna bibliografica. Jean la Rue: “Jacques Vingtras. – Paris, Charpentier, «Il Sole. Giornale commerciale-agricolo-industriale», Milano, Anno XVI, N. 170, 21-22 Luglio 1879, p. 1.
  Dopo i ritratti del provveditore e del professore di filosofia (trois cheveux et un filet de vinaigre dans la voix), che voleva dimostrare l’esistenza di Dio, persino coi pezzi di legno e coi fagiuoli, disposti in una certa guisa, vanno succedendosi avariatissime scene sulla vita di provincia, cui potrebbe apporre la sua firma lo stesso Balzac. […]
  Alla fisiologia della vita da collegio in provincia fa degno riscontro quella della vita da studente, a Parigi, nella pensione Legnana; agli episodi campestri, succedono quelli delle prime relazioni di Jacques coi buontemponi del Quartiere latino e cogli operai repubblicani. Sembra di leggere un brano della Comédie humaine, non già con intendimenti monarchico-costituzionali, ma con aspirazioni rivoluzionarie.

  Luigi Capuana, Rassegna letteraria. Teofilo Gautier, «Corriere della Sera», Milano, Anno IV, Num. 233, 25-26 Agosto 1879, pp. 1-3.

  p. 1. L’incontro del Gautier con Vittor Hugo, Gavarni, Balzac, Dumas lo trascinò nel gran vortice romantico e lo mutò […] in un pittore della parola. […]

  p. 2. Balzac gli invidiava la facilità. Gautier era sempre pronto a scrivere il suo articolo in qualunque posto, in qualunque ora. La sua prosa, una delle più ricche della lingua francese, colava dalla penna colla fluidità dell’inchiostro, senza nemmeno una cancellatura. Due soli in Francia sanno il francese, soleva dire il Balzac, Gautier ed io.


  Luigi Capuana, Gavarni(1), «Corriere della Sera», Milano, Anno IV, Num. 324, 24-25 Novembre 1879, pp. 1-2.
  (1) Edmond et Jules De Goncourt, Gavarni. L’homme et l’œuvre, Paris, Charpentier, 1879. Sainte-Beuve, Gavarni. Nouveaux lundis, Paris, Lévy, 1866, t. xi, pp. 138-212.

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  Il Gavarni è il Balzac della matita. Gli storici futuri della prima metà del secolo XIX, insieme alle immortali pagine della Comédie humaine studieranno e dieci mila disegni del Gavarni, come i documenti più autentici della vita francese moderna. Il Balzac ha decomposto e analizzato tutte le passioni, tutti i vizii, tutte le virtù, tutte le debolezze, tutte le miserie di questa civiltà democratica sorta sulle rovine del vecchio mondo aristocratico fra gli entusiasmi e i baccanali della grande Rivoluzione; làvoro d’artista pensatore, che apparisce più meraviglioso e più straordinario di mano in mano che possiamo accostarci ad esso e abituarci a quella vertiginosa immensità. Il Gavarni ha fissato lo stesso mondo del Balzac, cristallizzandolo e rendendolo più immediato colla elegante sveltezza del suo disegno, colla vigorosa potenza dei suoi chiaroscuri litografici e col darci, per di più, oltre l’espressione e la movenza della persona, oltre la commedia e il dramma figurato, il motto vivo, la frase scultoria, condensata, stavo per dire il suono della voce e l’emozione dell’accento di tutti i suoi personaggi.
  Questi due grandi osservatori; cosa strana! sono stati, quasi allo stesso modo, due grandi sognatori. Tutti e due han lavorato sotto l’aspro pungolo dei creditori e degli uscieri, privi affatto del senso delle realtà della vita, prodighi, trascuranti le necessità giornaliere; l’uno ammassando coll’immaginazione gigantesca montagne d’oro che fondevansi come neve appena lui stendesse la mano per toccarle, l’altro coll’idea fissa d’una grande rivoluzione da produrre nella scienza dinamica. […].
  C’è delle rassomiglianze più notevoli. Il Gavarni si rovinò, come il Balzac, per una speculazione fallita, il suo Journal des Gens de monde che non potè andare più in là del diciannovesimo numero e gli mangiò ventiquattromila franchi e l’oppresse di debiti per quasi tutta la vita. Come il Balzac, ebbe le sue Jardies in quel giardino attaccato alla sua casa sulla via di Versailles, a Point du jour, una casa storica che prima era stata fucina di falsi monetarii, e poi proprietà del famoso Leroy sarto dell’imperatrice Giuseppina. In quel benedetto giardino era un continuo fare e disfare. Ogni giorno un viale spostato, alberi trapiantati, ajuole rase e disposte diversamente. Ponticelli, salite, bacini, un gran tavolo di pietra pei desinari all’aria aperta, canili che parevano stanze, muri di rinforzo, letti di torrenti artificiali, … si buttava in aria ogni cosa quando già ogni cosa sembrava messa al suo posto. E che progetti per l’interno! Mobili, bronzi e una pergola da adornar le mura della sala da pranzo, qualcosa di somigliante ai fantastici affreschi che il Balzac mostrava al Gozlan sulle nude pareti delle Jardies appena rivestite di calce.
  La vita di tutti e due è stata una continua lotta: e tutti e due han conquistato il loro posto a furia di pazienza e di ostinatezza, quasi aizzati al lavoro dal pungolo delle avversità economiche ch’essi dimenticavano inebriandosi d’arte, assorbendosi nelle proprie creazioni con identico processo, vivendo la vita dei loro personaggi, cacciandosi sotto la loro pelle per meglio afferrarne l’intima natura del carattere, delle passioni, del ridicolo e dei vizii.
  Nel Balzac c’era qualche cosa che repugnava al Gavarni, la trascuratezza della persona. Egli elengantissimo, pettinato, profumato, pretenziosamente ricercato nel vestire fino a portare, in gioventù, degli anelli sopra i guanti e degli stivaletti che sembravano stivaletti da donna, non poteva patire quegli enormi panciotti bianchi che il Balzac comperava dai rivenduglioli, e quei cappelloni da muratore col fondo di lustrino bleu che questi portava in testa. La prima volta che il Gavarni lo vide, nella stanza della redazione del giornale La Moda, corpulento, con begli occhi neri, col naso rincagnato e un po’ schiacciato, colla voce sonora, lo scambiò per un commesso libraio. Più tardi, i due sognatori furono uniti da uno stesso interesse, quello di sottrarre alla sentenza di morte il giornalista Peytel condannato dalle Assise di Bourg per aver ucciso la moglie. Peytel era amico del Gavarni, il Balzac s’era montato la fantasia credendo il Peytel condannato a torto. Andarono insieme a Bourg per consultarlo sopra alcuni punti della difesa. Il Gavarni raccontava un giorno ai De Goncourt che, al primo rilievo dei cavalli, Balzac cominciò a dire al postiglione: - Fate presto. Quel signore lì guadagna cinquanta franchi al giorno, io cento … Calcolate quel che perdiamo in ogn’ora di ritardo … - E la cifra dei guadagni ad ogni rilievo aumentava.
  Non s’amarono, non furono stretti da grande intimità, ma si giudicarono tutti e due imparzialmente.
  «Gavarni s’è fatto uno stile ed una maniera che il suo pubblico riconosce e nota con una fedeltà onorevolissima per l’artista … Gavarni ha fatto un libro senza saperlo: egli ruba gli scrittori contemporanei … Il suo segreto è la natura presa sul fatto, la verità». Balzac.
  «Balzac ha fatto delle belle cose; non si potrà spingere più in là la vigoria dell’analisi: la sua opera composta d’imaginazione e di intuizione è una grand’opera». Gavarni.
  L’ultima volta che si videro, alla stazione degli omnibus di Versailles, Gavarni era in prima, Balzac in terza classe.
  – Eccoci qui tutti e due, gli disse questi; voi crivellato di debiti, io obbligato a prendere un posto di terza classe … Ne ho parlato questa mattina al ministro.
  Per compire la rassomiglianza, furono tutti e due conservatori in politica, e il Gavarni ebbe sempre sul cuore, come un rimorso, l’unica caricatura politica che avesse fatto in tutta la sua vita, Le Ballon perdu, contro Carlo X, nel 1830.

  Piero Carboni, Appendice della “Lombardia”. Appunti letterari. Felice Cavallotti e le sue “Anticaglie”, «La Lombardia», Milano, Anno XXI, 31 Luglio 1879, pp. 1-2.
  p. 1. I quadri, per riuscire artisticamente veri, non devono essere dipinti, ha detto l’autore dei Miserabili, né con sole tinte biancastre come usano i chinesi, né con sole tinte cupe, come hanno fatto alcuni seguaci della scuola olandese.
  Il chiaroscuro ci vuole, il contrasto, la luce e l’ombra; questa è la verità, questa è la vita. […]. Fantina è vera. […]. Veri sono gli eroi di Ossian, vero è don Quisciotte. Veri sono quasi tutti i personaggi della Commedia Dantesca e dei romanzi di Balzac, che fu verista più di tutti. […].
  Non si attacchino, i signori veristi, alle falde del soprabito dello Zola. Il suo è un genere che fa eccezione: la patologia applicata al romanzo. […]. Zola sta da solo: al pari di Balzac, è inimitabile, e chi tenterà i suoi voli arditi, finirà col capitombolo d’Icaro.

  Stanislao Carlevaris, Appendice. Un bacio, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno III, Num. 38, dal 20 al 27 settembre 1879, pp. 297-302.
  p. 302. Un momento dopo una giovinetta si accostava al nostro gruppo tenendo raccolta contro il seno fra le mani un’ampia provvista di bende e di pannolini.
  E rimase là ritta, lasciando che il dottore prendesse quel che gli faceva bisogno.
  Per poco quell’apparizione non mi strappò un grido di sorpresa, di ammirazione:
  Com’era naturale – considerando i miei diciott’anni – il pensiero passò in rapida rivista tutti i tipi che la fantasia s’era creati, dalla Elena Greca, da Lesbia romana fino alle donne di Musset, di Hugo, di Lamartine, fino alle più – permettamisi l’espressione – più palpabili di Dikens (sic) e di Balzac.


  Enrico Costa, Bozzetti. Cause senza effetti Il Castello misterioso L’albero del riposo Ninetta Fior d’arancio Maggiorana. Con 6 incisioni, Milano, Tipografia Editrice Italiana, 1879.

 

Il castello misterioso.

 

  pp. 93-94. «— Noi , oggi, siamo una bellissima coppia, degna d’invidia; ma, fra dieci anni che cosa accadrà? lo avrò toccato il mezzo secolo, e mia moglie invece sfiorirà i trent’anni. Ora, secondo Cicconi, chi ha cinquanta carnevali si può metter gli stivali; mentre invece, secondo Balzac la donna non ama veracemente che all’età di trent’anni!».


  C.[arlo] D.[el] B.[alzo], Pubblicazioni nuove. E. Navarro della Miraglia, “La nana”. Racconto, «Rivista Nuova di scienze, lettere ed arti», Napoli, Anno I, N. 15, 1 Agosto 1879, p. 484.
  È un altro racconto che ci presenta quella vita di provincia da noi tanto poco conosciuta e studiata, che s’incomincia a descrivere appena oggi, qua e là, con tentativo più o meno fortunato, mentre, come si sa, la Francia, da un pezzo, ha avuto pittori di tocco facile e vero, e il suo Rembrandt addirittura in Onorato Balzac.


  Ottone di Banzole (Alfredo Oriani), Gramigne (seconda edizione), Bologna, Stabilimento Tipografico Successori Monti, 1879.

 

Riccardo ad Enrico.

 

  p. 26. Che cosa è la donna? «Une petite chose , un ensemble de niaiseries» dice Balzac nella Fille aux Yeux d’or, ed ha indubbiamente ragione.


  Ernesto, Letteratura. Daudet e la sua seconda maniera, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno III, Num. 51, dal 20 al 27 dicembre 1879, pp. 401-402.
  p. 401. Dunque oramai – si dice – Alfonso Daudet è entrato, coi Rois en exil, nella sua seconda maniera; ed è un lodatore, questa volta, uno che sostiene in Daudet la scuola osservatrice di Balzac e di Flaubert, è Emilio Zola, per dirla subito, che attribuisce all’autore del Nabab questo mutamento.

  Falenottero, Le bizzarrie di Balzac, «La Farfalla. Io son la Farfalla che scherza tra i fiori – Vola tutte le domeniche», Milano, Anno V, n. s., Volume IX, N. 3, 19 Gennaio 1879, p. 31; N. 4, 26 Gennaio 1879, pp. 43-44; N. 5, 2 Febbraio 1879, pp. 52-54.
  Bizzarria! – Ecco la pietra di scandalo dei pedanti di tutti i paesi e di tutti i tempi!
  Mirateli quei degni professori, che si chiamano da sé i rappresentanti dello scibile, crollare il capo con aria compassionevole alla vista di un giovine che, per trovare una nuova idea, non ha bisogno di struggersi il cervello per un mese, di fare una ventina di indigestioni e di avvertire almeno un tre volte la terra dell’imminente prodigio … Che farne di quest’uomini strani che sanno colpire ciò che la comune delle intelligenze, non che mirare, non sa neppur descrivere, che sembrano cullati continuamente nell’estasi dai misteriosi genii della fantasia, che vivono una vita superiore ed isolata, come se avessero costantemente bisogno di trovarsi nelle regioni della luce e degli astri! … Come il fulmine attraversa la sabbia, la fende e vi lascia la folgorite, qual segno del suo passaggio, così lo scrittore bizzarro attraversa il campo della letteratura, fende le idee e lascia come un marchio al suo secolo. – Io credo che i posteri chiameranno da Balzac il secolo decimonono. Quando il quadro sarà posto alla convenevole distanza, gli occhi sani potranno contemplare lo stupendo ordine di certe linee che, vedute daccanto, sembrano buttate là alla rinfusa e senza scopo da un pazzo.
  E già lo si vide subito dopo la morte del grande scrittore, quando tutti, anche i suoi nemici, gli intrecciarono corone in modo da far dire a Victor Hugo che Balzac entrò, lo stesso giorno, nella gloria e nel sepolcro; ma i suoi contemporanei erano e son troppo saturi di pregiudizii, perché gli rendano tutto l’onore che gli spetta; è necessario che una nuova generazione venga a sostituirli, è necessario che il mellifluo, il rugiadoso, l’alma Dea, sia un ricordo, che l’ipse dixit sia scomparso. Allora tutti onoreranno davvero Balzac …
  Onorato Balzac nacque a Tours, il 20 maggio 1799.
  Crebbe insieme a due belle sorelle, colle quali si rifiutava di giuocare, assorto com’era, fin dall’età più tenera, da una specie di ispirazione precoce che lo portava nel mondo dei sogni.
  Un solo giuocattolo ebbe la fortuna di piacergli; era uno di quei violini da venticinque soldi che si comprano alle fiere. Egli lo portò a casa tutto contento e cominciò a strimpellarlo da mattina a sera.
  – Senti che bei suoni? diceva a Laura, la maggiore delle sorelle.
  - Perdio, rispose questa, tu mi scortichi le orecchie.
  Il bambino rimase come scandalizzato, lasciò la camera e andò a continuare la sua musica sotto gli alberi del giardino.
  Due ore dopo, lo si trovò che suonava ancora il suo violino, cogli occhi fissi nel cielo e col viso inondato di lagrime. Le note strazianti per i genitori e per le sorelle si cambiavano pel bimbo fantastico in un’armonia celeste.
  A cinque anni, divorava tutti i libri che gli cadevan tra le mani. Sovente, alla mattina per empissimo, se ne andava, con un pezzo di pane in tasca, carico di volumi, in fondo ai boschi, ove leggeva fino al cader della notte.
  Mandato al collegio degli Oratoriani di Vendôme, continuò ad abbandonarsi alla passione per la lettura.
  Opere scientifiche, filosofiche o religiose, tutto era buono per lui. Faceva apposta qualche bricconata per farsi mandare nella secreta ed ivi leggeva a suo bell’agio.
  A undici anni, compose un Trattato della volontà, che la sapienza di un professore trovò bene di abbruciare.
  Dotato di una memoria prodigiosa, riteneva tutti i luoghi, i nomi, le parole, le figure, le cose.
  In mezzo a tutto questo ammasso di idee, parve che la ragione si eclissasse. Quando il nostro collegiale tornò a Tours, spaventò la sua famiglia. Si prese per idiotismo la sonnolenza inevitabile cagionata dal lavoro d’assimilazione fatto dal cervello.
  Seduto al banchetto dell’intelligenza, il fanciullo aveva assorbito intere biblioteche e la digestione era difficile.
  Egli sapeva tutto, eccetto le cose più banali e più semplici: domandava come si facesse il pane e non distingueva una vigna da un campo.
  Però questa specie d’apatia intellettuale ben presto di dissipò e il giovine Balzac intravide il suo splendido avvenire raggiante di gloria.
***
  Nel 1813, tutta la famiglia si recò a Parigi ove il nostro giovincello venne posto in uno dei più rinomati collegi per compiervi gli studii.
  A diciotto anni, ricevuti i diplomi di baccelliere e di licenza, si pose a seguire simultaneamente i corsi della scuola di diritto della Sorbona e del Collegio di Francia.
  Era bello, vigoroso, pieno di salute.
  Lo studio più assiduo non lo stancava. Gli occhi suoi scintillavano, aveva sempre il sorriso sulle labbra. Lo si sarebbe detto la personificazione della gioia.
  Per obbedire al padre suo, ancor studente, lavorò presso l’avvocato Guyonnet di Merville, ove incontrò Scribe, al pari di lui poco amante della procedura.
  Una sera di novembre dell’anno 1819, Onorato Balzac ebbe a sostenere un solenne interrogatorio da parte dei suoi genitori.
  – Quale stato hai tu scelto? gli disse il padre.
  – Mi sento inclinato alla letteratura, rispose Onorato.
  – Sei tu pazzo?
  – No, è una deliberazione presa. Voglio essere autore.
  – Sembra, disse la madre, che il signorino abbia una tendenza per la miseria.
  – Sì, rispose il capo della famiglia, vi sono alcuni che hanno bisogno di morire all’ospedale.
  – Onorato, disse la signora Balzac, tu devi essere notaio.
  Il giovine fece un energico gesto negativo.
  – Ma non sai, o sciagurato, disse il padre, dove ti può condurre il mestiere di scrittore? Nelle lettere bisogna esser re per non esser galuppo.
  – Ebbene, disse Balzac, io sarò re.
  E non fu possibile di vincerlo.
  Allora si decise che tutta la famiglia andrebbe in campagna e che si sarebbe lasciato Onorato a Parigi per esercitarvi il suo nuovo mestiere.
  Preso ad affitto un miserabile abbaino, si diede a lavorare con un coraggio non più veduto, in mezzo a privazioni d’ogni sorta e senza perder punto la sua gaiezza. Le lettere che, a quel tempo, mandava alla sorella, sono capolavori di ingenuità comica e brio.
  Essendo la sua soffitta poco ostile ai venti invernali, ed anzi lasciandoli entrare a dispetto dell’abitatore, questi ha spaventosi mal di denti. Ha le guancie enfiate da una perpetua flussione, il che però non gli toglie il suo buon umore e dice a chi gli chiede conto della sua salute:
  - Lo vedete, sono un Pater doloroso!
  Come tutti coloro che esordiscono nella letteratura e che hanno ancora l’immaginazione farcita dalle memorie del collegio, Balzac si pone a comporre la tragedia, secondo le rigidezze aristoteliche ed oraziane. Stende il piano di uno stupendo Cromvello in cinque atti e godiamo di poter offrire un brano di questo meraviglioso abbozzo, togliendolo da una lettera da lui scritta nel 1819 alla sorella Laura:
  «Abbiate rispetto, signorina! Sofocle II vi parla. Ascolta, ingenua! Nella prima scena del primo atto si vede entrare la regina Enrichetta stanca e spogliata delle vesti, prestigio della grandezza. Entra in Westminster sostenuta dal figlio di Strafford. Questi, tutto in lagrime, le descrive le nuove sventure e conclude dicendo che Carlo è prigioniero. Immagina lo slancio della regina che vuol la si conduca dallo sposo per condividerne le catene e difenderlo dai nemici. – Scena II. Mentre Strafford conduce la regina, appariscono Cromvello ed il suo genero Freton. Strafford fa nascondere la regina. – Scena III. Arrivano i congiurati e si discute se si debba o non si debba far morire il re. Questa scena sarà vivacissima. Fairfax (buon diavolo) difende la vita del re e smaschera l’ambizione di Cromvello. – Scena IV. Cromvello rassicura i congiurati sui timori ispirati da Fairfax, e si decide di far morire il re. – Scena V. In questo punto, la regina indignata (ella ha sentito tutto) si slancia fuori dal suo nascondiglio e, immaginati, qual discorso! (Esce). – Scena VI. Cromvello e gli amici rimangono come pietrificati; è una vittima che loro sfuggiva (Escono).
  Atto II (sempre in Westminster)
  Scena I. Il re solo (nella prigione) fa un monologo … : a chi? … ah! … agli uccelli! – Scena II. La regina narra i passi fatti. (Quante difficoltà! l’amor coniugale per minestra della tragedia!) ecc., ecc.
  Tutto il resto del piano è dello stesso candore, dello stesso stile.
  Qualche mese dopo, avendo Balzac terminati i suoi cinque atti, andò a leggerli alla sua famiglia.
  Si avevano invitate alcune persone capaci di giudicare l’opera, fra le quali Stanislao Andreux, professore di letteratura nel collegio di Francia.
  Finita la lettura, questi dichiarò con aria di pedagogo innanzi allo stesso giovine autore, che l’opera non rivelava alcun genere d’ingegno in chi l’aveva scritta.
  Ferito da questa critica bestiale, Balzac ritornò nella sua soffitta, umiliato ma non scoraggiato e deciso di non cedere.
***
  Rinunciò alla tragedia e si fece romanziere.
  Affrontando le sofferenze e ridendo in faccia alla miseria, scrive quaranta volumi, pubblicati uno dietro l’altro da quegli editori vampiri, che stanno alla culla del genio e lo strozzano.
  A venticinque anni risolse di far danari non per altro che per avere il diritto di scrivere.
  Un compagno di collegio gli prestò le somme necessarie per mandare ad effetto una sua idea libraria. Si trattava di stampare in un sol volume le opere di Molière ed in un secondo volume simile al primo quelle di La Fontaine. L’affare sembrava attraente e Balzac scrisse una stupenda introduzione per ciascun volume e li pubblicò.
  Ma non aveva calcolato il cattivo volere dei librai. Il valore dell’edizione ribassò terribilmente e Balzac vide sparire la somma affidatagli.
  L’amico non si scoraggia. Gli prestò altro danaro perché comperasse una stamperia.
  Il padre suo, felice di vedere il figlio incamminato su di una via meno disperata, gli diede trentamila franchi.
  Subito il nostro romanziere si pone con attività meravigliosa a farla da tipografo e crede di riescir finalmente vincitore della gran battaglia del sostentamento; ma anche questa volta non aveva fatto bene i suoi conti.
  Il Borbonismo moribondo credeva di risuscitare, mettendo la museruola alla stampa e schiacciando le librerie a furia d’ostacoli. Ci volevano almeno cinquantamila franchi di scorta per poter aspettare tempi meno perfidi. Il giovine tipografo non li trovò, e fu costretto a cedere a vil prezzo tutto il materiale che fece la fortuna del suo successore.
  Ma la sventura non abbatte i grandi, come il vento non fa crollare le piramidi. Balzac non si scoraggia, ritorna romanziere; un editore vampiro gli pubblica le sue nuove opere, impegnandolo a firmarle col nome suo.

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  D’allora in poi non si fermò più. L’Ultimo scioano, la Donna di trent’anni, Gobsech (sic), La vendetta ed altri trentotto romanzi, formanti in tutto sessanta grossi volumi, appaiono nel brevissimo spazio di sei anni.
  E Balzac non ebbe mai un collaboratore!
  Tutto è frutto di quello spaventoso cervello, il più formidabile nella sua maestà di quanti ne avesse allora la Francia e il mondo. È un gigante, vede sparire i colossi tramezzo alle sue gambe, mentre cammina ardito la sua via attraverso la durata.
  Senza dubbio fu il più grande lavoratore dei tempi moderni. Andava a letto alle cinque di sera e s’alzava alle undici o verso mezzanotte, si poneva al lavoro e non si muoveva fino alle nove di mattina. A quest’ora il suo domestico gli portava la colazione e intanto prendeva le bozze da portarsi immediatamente al tipografo. Subito dopo la colazione, Balzac riprendeva la penna e la deponeva solo verso le tre, quando si alzava per far una passeggiata nei campi fino all’ora del pranzo; quindi si coricava come il giorno precedente. Insomma lavorava circa diciotto ore al giorno.
  Con tutto questo lavoro, non traeva di che vivere. Dopo aver scritti tanti romanzi, che avean arricchito diecine di editori, era sopraccarico di debiti. Vedendo che gli pesavan troppo i cinquantanove mille franchi, che doveva ai suoi creditori, pensò di diminuire l’indigesto peso, fondando un giornale. Ma tanto era capace di ingannare, quanto facilissimamente si lasciva scroccare: e Le feuilleton littéraire, la Revue parisienne e la Cronique (sic) de Paris gli moriron una dopo l’altra tra le mani.

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  Dopo diciotto mesi di lavoro indefesso, trovò di non aver fatto altro che aggiungere 25,000 franchi di più alla cifra del suo debito.
  Sicuro ormai che il giornale è una semplice industria, Balzac si rimise al lavoro con quella passione del bello, che fu la caratteristica in tutta la vita.
  Ai critici che l’assalivano colle loro calunnie, denigrandogli la fama, cercando di togliergli fin quanto gli era di più incontrastabile, il genio, rispose col romanzo-poema più immenso che sia mai stato scritto da alcuno. La Commedia umana schiacciò a forza di splendori tutti i Tersiti della letteratura; il mondo si sentì come invaso da questo diluvio di bellezze; da quel punto Balzac apparve vero sole dell’arte, che non teme le nuvole le quali non ponno far altro che nasconderlo ai pigmei, ma giammai offuscarlo.
  E intanto continuava a lavorare e lavorava disperatamente pressato dal bisogno, dai debiti, dalla calunnia.
  Non ebbe un momento di requie, e quando l’ebbe non potè goderla, perché la sua parte nella commedia umana era finita. Aveva cinquant’anni!
           …………………………………………………………………………………
  Perdonate l’interruzione, belle lettrici; ma se sapeste cosa passò nel frattempo segnato con quei puntini, senza dubbio mi saprete compatire. Udite. Ero intento a richiamare al pensiero la scarsa ambrosia, che avevo assorbito ai miei tempi da quei tisici arbusti che sono i biografi, quando, ad un tratto, mi vedo innanzi mamma Falena irata e furente che mi guarda con due occhi terribili ed un pochino minacciosi.
  Dopo avermi guatato alquanto, grida con voce che mi fece sussultare:
  - Sei una bestia!
  – Certamente! Se son vostro figlio …
  - Scellerato! Dove sono le bizzarrie di Balzac?
  – E che cosa scrissi finora?
  – La vita, non le bizzarrie!
  Rimasi pietrificato come Tito Livio Cianchettini accanto al suo cartellone; però subito mi scossi.
  – E qualcosa più bizzarra, dissi, di questa vita sbalestrata, di questo genio che lotta contro la miseria e la calunnia, contro ladroni colle mani libere che fanno gazzarra sulle sue sventure? Che più? Nei due prossimi paragrafi racconterò le stranezze d’ogni colore, spargerò ilarità a piene mani, farò ridere l’itterizia in persona.
  – Niente del tutto, è troppo tardi!
  – Cioè?
  – Dovevi andare ad attinger acqua alla fonte. Per trovare le bizzarrie di Balzac, v’ha un giardino inesplorato.
  – T’inganni, cara mamma; siamo d’inverno: sarà una serra, cioè, perdona il gallicismo, un tepidario.
  – Sì, un tepidario, molto più che il suo nome volgare fa appunto rima con lui: esso è il suo … epistolario!
  Tableau!
  Inchinai dimesse le mie lucide antenne, arricciai la tromba, con quel senso con cui un negoziante di stracchino arriccia il naso quando trova scadente la sua merce e dissi:
  - Hai ragione; volerò tra i fiori dell’epistolario, mi beerò tra quell’eterno sorriso e poscia apparitò in mezzo agli amici tutto saturo di bellezze e profumi …
  - Tralascia la pena; fosti prevenuto; un gigantesco farfallone fece le tue veci ed ora ha già fatto una stupenda raccolta. Cedigli il posto per questo numero …
  Oh! se sapeste quanto me ne duole, belle lettrici. Aveva raccolto un diluvio di diavoletti tutto spirito ed allegria, ed ora debbo lasciarli sfuggire di nuovo!
  Per tutte le purpuree corolle delle rose! Mi par di vederli sfilare innanzi alla mente come uno stuolo di voi, belle ragazze, col cappellino a sghembo sulla testolina, covo di mali ziette d’ogni colore ma anche di due occhioni calamitati! E debbo salutare e loro e voi! Oh! compiangetemi, care lettrici!
  Ridete? … Non fatelo impunemente: perché, sotto questo foglio chamois, sto io nascosto che faccio eco al vostro ingenuo sorriso col mio volterriano cachinno. Suvvia, piangete la mia sventura ed a rivederci al prossimo numero.
  Lugete Veneres Cupidinesque.


  Farfallone gigantesco, Le bizzarrie di Balzac, «La Farfalla. Io son la Farfalla che scherza tra i fiori – Vola tutte le domeniche», Milano, Anno V, n. s., Volume IX, N. 5, 2 Febbraio 1879, pp. 53-54.
[…]
  Care lettrici! dico care perché tutte le belle donnine, e le lettrici della Farfalla devono essere tutte belle, mi sono care, Falenottero aveva promesso di narrarvi le bizzarrie di Balzac, ma mi pare che non vuol mantenere alta la sua fama di puntualità. Lessi la prima parte e non vi ritrovai bizzarrie, lessi la seconda e niente bizzarrie; allora non seppi trattenermi. Mi recai da mamma Falena e sfogai il mio dolore. Ella mi disse: Fa tu quello che vuoi: a sgridar Falenottero ci penso io.
  La presi in parola, ed eccomi all’opera.
  Balzac fu un uomo bizzarro, molto bizzarro, forse troppo bizzarro. I suoi nemici arrivarono persino a tacciarlo di slealtà, e di aver rovinato due editori; ma le loro calunnie vennero tutte smentite. Era un uomo di genio, ed aveva i difetti degli uomini di genio. Ecco tutto.
  Quando egli si recò a Parigi per dedicarsi alla letteratura, non aveva altro che una magra pensione che gli bastava appena appena per vivere, e lui cosa fa appena arrivato nella capitale? fa compere su compere, ed obbligato a servirsi da sé, ecco con quanta grazia descrive a sua sorella, mentre lotta quasi colla fame, la sua posizione:
  «Ho risposto alla mamma sulle compere; ma ho fatto ben peggio che una compera, ho pigliato un domestico.
  – Un domestico, ma sei pazzo, caro fratello? – Sì, un domestico che si chiama Moi-même. Cattivo acquisto non è vero? Moi-même è pigro, impacciato, imprevidente. Il suo padrone ha fame, ha sete e non ha qualche volta né pane, né acqua da offrirgli, e non sa neppure garantirlo dal freddo che soffre tra le fessure della porta e della finestra, come Toulon nel suo flauto, ma con minor grazia»; e chiude la sua lettera dicendo: «Non meravigliarti se ti scrivo sopra un mezzo foglio, con una cattiva penna, e se ti dico delle stupidaggini, ma bisogna che mi rimborsi delle mie spese e che economizzi su tutto, anche sullo spirito, come vedi».
  E mentre scriveva su di un mezzo foglio per economizzare comperava gingilli che gli costavano una mescita. E sapete come passava i suoi momenti d’ozio, ne’ suoi esordi colui che ha prodotto una così grande rivoluzione nella letteratura contemporanea? Indorando la gabbia del suo canarino!
  La sua prima idea fu di scrivere un libretto per un’opera comica, idea che abbandonò presto.
  «Ho abbandonato la mia opera comica, scrive a sua sorella; non ho potuto trovare un compositore. D’altronde, io non devo scrivere pel gusto attuale, ma fare come hanno fatto Racine e Corneille, lavorare per la posterità».
  Un giorno di settembre, non aveva che pochi franchi in tasca, passa da un fruttivendolo e vede due meloni, che per la stagione inoltrata costavano carissimo; non pensa che i due melloni gli costeranno quasi tutto il suo avere li compera e scrive a sua sorella, che fu sempre la sua confidente, il giorno appresso: «Ho mangiato due melloni. Bisognerà pagarli a furia di noci e di pane secco».
  Sono piccoli particolari, ma è giustamente da essi che possiamo conoscere il carattere di Balzac giovane, che si è mantenuto sempre lo stesso anche nell’età matura. E li chiamiamo colpe!
  «Tuo fratello (ecco un altro squarcio magnifico), destinato a tanta celebrità! è assolutamente nutrito come un grand’uomo, vale a dire che muore di fame».
  E già che ho sott’occhio questa lettera non posso a meno di citarvene un altro brano. Balzac prevedeva pur troppo la vita che gli era destinata:
  «Che io abbia o no del genio, mi preparo in ogni caso molti dolori. Se ho del genio, sarò calunniato, perseguitato, ed allora la signorina Gloria dovrà asciugare molte lagrime».
  A ventidue anni gli venne l’idea di prendere moglie, e in un tono scherzoso scriveva a sua sorella di fresco maritata, di cercargliene una:
  «Cercami qualche vedova o ricca erede. Infine tu comprendi quello che voglio dire. Ma vantami, sai. Buon ragazzo, ventidue anni, buone maniere, l’occhio vivo, del fuoco! Ti do il cinque per cento sulla dote».
  Balzac ha sempre amato profondamente la sua famiglia e specialmente sua madre e sua sorella Laura; ecco cosa scrive in proposito a quest’ultima:
  «Ho la speranza di vendere un romanzo al mese: ciò mi darà abbastanza per cavarmi d’imbarazzo, e aspettare la fortuna, che io dividerò con voi tutti, e che verrà non ne dubito».
  Balzac, che rubava tante ore al sonno, riesciva a star desto a furia di caffè. Ma fuvvi un tempo nel quale le sue forze fisiche erano tanto estenuate che neanche il caffè poteva tenerlo desto. «Il tempo che durava una volta, la eccitazione prodottami dal caffè, scrive a sua sorella, diminuisce; il caffè non dà che quindici minuti d’eccitazione al mio cervello, eccitazione fatale, perché mi cagionava orribili dolori allo stomaco».
  E non perdoneremo noi ad un uomo che ha tanto lavorato, se qualche giorno, stanco, tediato, affranto dalla fatica, lasciava che gli editori se la sbrigassero ed abbandonava gli affari per recarsi, senza che nessuno lo sapesse, in Italia o in Isvizzera, per riposarsi?
  In una lettera alla signora Hanska, la donna distinta che fu più tardi sua moglie, dice: «Si parla delle vittime della guerra, delle epidemie, ma chi pensa ai campi di battaglia delle arti, delle scienze, delle lettere; agli sforzi violenti fatti per riuscire che fanno tante vittime?»
  Ed eri profeta, povero Balzac: è proprio sul campo di battaglia delle lettere che sei morto.
  Fedele sempre alla sua mania speculatrice, non contento degli insuccessi ottenuti, volle tentare una speculazione colle miniere di piombo in Sardegna; ma un capitano marittimo, al quale ebbe la dabbenaggine di confidarsi, gliela rubò ed il povero letterato speculatore fece nuovamente un buco nell’acqua.
  Mentre era in Russia nel castello della signora Hanska, aveva fatto il progetto di una nuova speculazione, l’importazione dei legnami russi in Francia: per sua fortuna le gravi spese di trasporto, lo distolsero dalla sua idea.

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  Una delle ragioni più potenti nelle quali Balzac non potè sbarazzarsi de’ suoi debiti che quasi al fine della sua vita, furono i grossi conti per correzione di bozze che aveva cogli editori. Alcune sue opere vennero corrette persino sedici volte, di maniera che se un volume non corretto contava 100 pagine, ne contava dopo la correzione 300 e la sua mania pei bric e brac, come egli chiamava gli oggetti d’antichità che comperava. Mentre sapeva benissimo di dover pagare qualche cambiale, sperava di raccogliere i fondi con qualche nuovo lavoro e non si ratteneva dallo spender forti somme per l’acquisto di quadri antichi od altri oggetti d’arte. Balzac ha speso nella sua vita più di 200,000 lire in bric e brac; nella sua casa vi esistevano quadri ed oggetti antichi di immenso lavoro. Qualche volta, se era ingannato, si consolava con qualche altra compera che, secondo lui, era un buon affare.

  A. Fiaschi, Appendice. Cosmorama Letterario, «Gazzetta Ferrarese. Giornale politico amministrativo quotidiano», Ferrara, Anno XXXII, N. 15, 20 Gennaio 1879, pp. 1-2.
  p. 2. In Francia si lotta come da noi, ma si agisce nello stesso tempo, e si grida: Ecco dei libri! Emilio Zola, figlio legittimo di Balzac ha innalzato la bandiera del vero realismo, e su vi ha scritto la serie luminosa dei Rougon-Maquart (sic).

  [F.] Filippi, Appunti bibliografici. Luigi Gualdo, “Un mariage excentrique”. Paris, Alphonse Lemerre, éditeur, «La Perseveranza», Milano, Anno XXI, 26 Maggio 1879, pp. 2-3.
  p. 2. Il Gualdo ha letti, ha studiati, anche lui, i naturalisti e credo li ami, ma quelli di buona lega, Zola, Flaubert, e quei fratelli Goncourt, che con Balzac sono i veri fondatori della presunta nuova scuola, in cui lo Zola si atteggia a capo, a fondatore, e non è che seguace.

  Leone Fortis, Dora. – Dio milione [13 febbrajo 1877], in Conversazioni di Leone Fortis (Doctor Veritas). Seconda serie, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1879, pp. 105-117.
  p. 117. L’affarista Armandi è vero, è attuale, è vivente. – Non è né il furbo della vecchia commedia – né l’ipocrita convenzionale – non è né Ludro, né Scapin, né Mercadet – come è parso al signor Capuana – è un uomo, come ne conosciamo tanti, dei giorni nostri – che parla quel linguaggio del positivismo moderno, la cui franchezza tocca il cinismo, ma di cui non potete negare la implacabile logica.

  E. W. Foulques, In cerca di moglie, «Il Gazzettino Letterario di Lecce», Lecce, Anno I, Vol. 2°, Num. 11, 15 Giugno 1879, pp. 164-166.
  p. 164. Quale è il giovane un po’ maturo che non si sia sentito dire tante e tante volte: «Perché non prendete moglie?» Anzi, tutti gli consigliano di farlo, ad eccezione forse di qualche marito … pentitosi, ma un po’ tardi. I soli libri vanno generalmente d’accordo coi nemici del matrimonio a cominciare dal De Virginitate di Sant’Ambrogio, e giù giù fino alla Physiologia (sic) du mariage di Balzac.
  Nelle opere dell’egregio mio amico Paolo Mantegazza, si trova pure una quantità di sentenze in proposito, e quasi tutte sfavorevoli al settimo sacramento.

  Fox., Le Memorie di Alfonso Karr. “Le livre de Bord”. – Paris, Calman Lévy (sic), «Fanfulla della Domenica», Roma [Anno I], Num. 18-19, 23 novembre 1879, p. 7.
  Il Karr parla via via delle sue relazioni coll’Hugo, col Gavarni, col Balzac, col Gozlan, col Reybaud, col Dumas seniore, col Beauvoir, colla Sand, col Sandeau, con Delfina Gay, per tacer de’ minori.

  Antonio Ghislanzoni, Libro serio di Antonio Ghislanzoni, Milano, Tipografia Editrice Lombarda, 1879 («Collezione Biblioteca minima»).
  p. 10. Il celebre tenore Moriani(5), attore e cantante insuperabile, si produceva nel Rolla del Ricci e veniva acclamato il Modena del canto.
  (5) Era chiamato il Re dei Tenori; e davvero Napoleone Moriani fu artista di canto sotto ogni aspetto eminentissimo. […] Balzac e Giorgio Sand accennano a lui ed al fascino ch’egli esercitava colla soavità della voce e colla espressione del canto.

  Angelo de Gubernatis, Fabre (Ferdinando), in Dizionario biografico degli scrittori contemporanei ornato di oltre 300 ritratti diretto da Angelo de Gubernatis. Supplemento, Firenze, coi tipi dei Successori Le Monnier, 1879, p. 1159.
  Romanziere francese, felice dipintore de’ costumi del clero, alla maniera di Balzac, onde fu per l’appunto definito dal Sainte-Beuve come «un fort élève de Balzac», nacque, figlio d’un architetto, nel 1830, a Bédarieux.

  Angelo de Gubernatis, Rassegna delle letterature straniere. Studi biografici del Lovenjoul, dell’Haussonville, del Cuvillier Fleury, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Tipografia Barbèra, Seconda Serie, Volume Decimoquarto (Della Raccolta – Volume XLIV), Fascicolo VIII, 15 aprile 1879, pp. 741-758.
  pp. 748-749. Come le lingue vanno man mano legandosi fra loro in una specie di catena armonica, così le letterature; noi diffidammo gran tempo, per ignoranza, degli scrittori stranieri; ora che incominciamo a conoscerli ci meravigliamo quasi nel vedere che essi sentono così spesso e talora pure si esprimono come noi. Perciò vanno diminuendo sempre più nelle letterature i tipi nazionali; o, per lo meno, sotto la sottile parvenza del tipo nazionale troviamo una salda compagine di affetti umani conformi, l’unità fondamentale e universale del vero. Così avviene che ci sentiamo concittadini del tedesco Goethe che concepisce la letteratura universale, e al tempo stesso, con minore alterigia, ma forse con maggior persuasione dell’autore della Comédie humaine, di Onorato Balzac, che dedicava alcuni de’ suoi lavori ad italiani, come il marchese Gian Carlo Di Negro (1830, l’Étude de femme), il Puttinati (1830, La Vendetta), la marchesa Clara Maffei (1842, La Fausse Maîtresse), la contessa Bolognini nata Vimercati (1838, Une fille d’Eve), il marchese Damaso Pareto (1832, Le message), Achille Deveria (1843, Honorine), Giovacchino Rossini (1835, Le contrat de mariage), il principe Alfonso Serafino di Porcia (1838, Splendeurs et misères des courtisanes, etc.), Michelangelo Caetani allora principe di Teano ora duca di Sermoneta (1846-47, Les parents pauvres, La cousine Bette, Le cousin Pons), la principessa Cristina di Belgioioso (1844, Gaudissart), la contessa Serafina Sanseverino nata Porcia (1836, Les employés). Questa curiosa notizia sopra le dediche del Balzac non ho durato molto a metterla insieme; ne ha tutto il merito un libro bibliografico di Carlo di Lovenjoul pubblicato di recente dall’editore Lévy e intitolato: Histoire des oeuvres de H. de Balzac; si tratta niente meno che d’un volume in 8° grande di ben quattrocento pagine, degno complemento di tutta l’edizione delle opere del Balzac, scritte fra il 1822 e il 1850 e che formano ora ventiquattro grossi volumi. Scrittore più fecondo del Balzac il secolo nostro non ebbe; chè, se può citarsi alcun autore che abbia messo insieme un numero maggiore di volumi di lui, quando si pensi che tutto ciò che il Balzac scriveva gli usciva proprio dalla testa e dal cuore, si comprenderà facilmente che la vera miniera inesauribile era veramente il suo prodigioso intelletto. Niente dunque di più istruttivo e di più attraente che questo catalogo in apparenza così arido de’ numerosi lavori del Balzac, ove son notati i suoi primi passi, i suoi pentimenti, i suoi ritorni, tutta la varia vicenda e la fortuna de’ suoi libri, e i nomi dei principali critici che ne scrissero. Quanta parte di storia letteraria francese contemporanea si può studiare nella sola figura del Balzac, il quale, sebbene fosse solito a far parte da sé, si versò pur tanto al di fuori e interpretò tanta parte de’ costumi e vizi del nostro tempo, che, con la sola guida de’ suoi libri, si è veramente iniziati alla parte più viva della commedia borghese contemporanea.

  Angelo de Gubernatis, Bulletin Bibliographique. Ch. de Lovenjoul : “Histoire des Œuvres de M. de Balzac” (Calmann Lévy), «La Nouvelle Revue», Paris, Première Année, Tome Premier, Novembre 1879, p. 680.
  M. de Lovenjoul dit, dans sa préface, que son travail lui a coûté plusieurs années de recherches incessantes. Nous le croyons sans peine, et il suffit de feuilleter le volume pour s’en rendre compte. La vie littéraire de Balzac y est suivie pas à pas, son œuvre littéraire reprise dans son ensemble, fouillée et vérifiée dans ses moindres détails, avec un scrupule d’exactitude poussé presque à l’excès. Dates et modes de publication de chaque ouvrage, modifications, transformations, incidents accessoires, caprices de l’écrivain, tout est noté, précisé, établi preuves en main. Des éclaircissements utiles et piquants jaillissent de cette étude, qui a, en outre, le mérite de nous révéler un grand nombre de passages supprimés, de pages oubliées, d’articles jusqu’ici négligés de l’auteur de la Comédie humaine. Aussi le volume de M. de Lovenjoul devient-il l’accompagnement naturel et obligé de la collection des Œuvres de Balzac. Sans lui, cette collection ne pourrait plus prendre le titre de «complète».

  Olindo Guerrini, La Vita e le opere di Giulio Cesare Croce. Monografia di Olindo Guerrini, in Bologna, presso Nicola Zanichelli, 1879.

Saggio bibliografico.
  pp. 449-450. 196 – Le nozze di M. Trivello Foranti e di mad. Lesina de gli Appuntati Comedia di Giulio Cesare dalla Croce In Bologna per Bartolomeo Cochi al pozzo rosso Con Licenza de’ Superiori 1613. – L’incisione è uguale a quella del n. 136 del presente Catalogo. […]. V’hanno parte personaggi fantastici come la Virtù, la Fama ecc. Non è che una perpetua derisione della spilorceria e degli avari che qualche volta potrebbe dare dei punti al Molière, al Goldoni ed al Grandet del Balzac.

  O.[lindo] Guerrini, Rabelais in Italia, «La Rassegna Settimanale di politica, scienze, lettere ed arti», Roma, Tipografia di G. Barbèra, Vol. 3°., N° 55, 19 Gennaio 1879, pp. 52-54.
  [Sulla poca fama del Rabelais in Italia].
  p. 54. È quindi troppo naturale che le sue bizzarre opere siano state tenute lontane come pregne d’infezione e pericolose alla serenità delle coscienze. Non è infatti il genere delle cose trattate, non è l’arcaismo grammaticale ed ortografico così bonhomme, ma così ostico ai profani, che impedì la diffusione del pantagruelismo in Italia. Vediamo i Contes drolatiques di Onorato Balzac conosciutissimi tra noi, benché arditi e benché arcaici, mentre l’Apologie pour Hérodote di Enrico Estienne e l’Art de parvenir di Beroaldo de Verville che dovrebbero avere lettori a migliaia sono conosciuti da pochissimi.


  Italo, Teatri e notizie artistiche. Teatro Garibaldi, «Giornale di Padova Politico-Quotidiano», Padova, Anno XIV, N. 341, 10 Dicembre 1879, p. 3.

  — Sino all’ultimo atto, il Mercadet di Balzac passò senza un applauso — allora sol­tanto gli attori furono chiamati una volta all’onore della ribalta.

  Di Balzac bisogna parlare — come si suol dire — col cappello in mano, ed io certo non oserò attentare alla reputazione del grande romanziere.

  Ma è indubitato però che il Mercadet non è una commedia. — Chiamia­mola farsa in tre atti, ed allora andrà bene.

  C’è sempre, sotto quelle scene, in quel dialogo vivo, corrente, pieno d’ar­guzie, lo spirito fino dell’autore del Père Goriot, di Eugenio (sic) Grandet, del Giglio della (sic) Valle; ma quei tipi di gente d’affari sono esagerati —potentemente esagerati — e non sarà certo col Mercadet che Onorato Balzac ag­giungerà un quadro vero ai tanti e splendidi quadri ch’egli dipinse per ritrarre la civiltà, la vita, i costumi del suo tempo.

  L’uomo d’affari è un genere che pre­senta delle gradazioni molteplici, — dal modesto speculatore, all'avventuriero sfacciato ed audace. Mi sono grada­zioni che hanno un limite, oltre il quale il genere: uomo d’affari perde le sue caratteristiche naturali, per assu­mere altre caratteristiche, che non sono le sue.

  E Balzac, col Mercadet, ha varcato quel limite, ha creato della gente che non esisteva, e non poteva esistere, nemmeno trenta o quarant’anni fa, quando il Mercadet venne alla luce.

  E poi c’è un umorismo che trabocca in tutta la commedia, e qualche volta — con la rigidità inalterabile delle cifre — un po’ di serietà, non avrebbe guastato.

  Buona l'esecuzione, specialmente da parte di Paladini. Però osservo che an­che gli attori contribuirono ad esagerare le tinte dei caratteri.


  Samuel David Luzzatto, Il falso progresso. Capitoli tre volgarizzati per la prima volta dall’ebraico, Padova, Tip. Crescini 1879.

 

Capitolo II.

 

  pp. 10-11. Di verace saper son questi soli

  I puri fonti, a loro attinger devo

  Sin che nell’ossa e in cor arcana coli

  Profonda scienza con fatica lieve

  Ed oltre a questi in numero stragrande

  D’altri volumi alto saper si spande.

  Vo’ leggerne di molti, e mane e sera,

  Quando mi corco ed alzo e stando a mensa

  Balzac, Janin, de Kock sono la vera

  Filosofica scuola alta ed intensa

  Ivi spirito, morale e gran cultura

  E farmachi ai dolor d’ogni natura.


  Paolo Mantegazza, Fisiologia dell’amore di Paolo Mantegazza. Terza Edizione, Milano, Gaetano Brigola e Comp., 1879.

  Cfr. 1873.

  E. Mariani, Le donne e le Corti d’Assise, «Gazzetta Letteraria», Torino», Anno III, Num. 43, dal 25 ottobre al 1° novembre 1879, pp. 341-342.
  p. 341. Ma le pare! Bella novità! Oh! chi ha mai detto al signor Direttore di quel giornale che siano quelle signore lì che si scandalizzino ai drammi dello Zola? Oh chi ha mai sognato di pensare che si possa arrossire dell’Assommoir da chi legge i Misteri di Parigi, Les scènes populaires o Les parents pauvres? No, questi non rifuggono certamente né dallo Zola, né dai più crudi così detti veristi. Ma gli è che il mondo non è tutto composto di simil gente. Le signore non vanno tutte alle Assise, non tutti leggono Balzac e Paul de Koch (sic), e prova ne siano i patri fiaschi dei drammi dello Zola e il chiasso e la réclame che furono necessarii prima che i suoi romanzi fossero letti dall’universale.

  F.[erdinando] M.[artini], Libri nuovi. Un nuovo romanzo del de Goncourt (“Les Frères Zemganno”). – Paris, Charpentier, «Fanfulla della Domenica», Roma, [Anno I], Num. 3, 10 agosto 1879, p. 3.
  Tranne le ultime pagine nelle quali spira un’aura di dolce malinconia e d’affetto, il libro vale poco, né è degno di Edmond de Goncourt, un de’ pochi scrittori che sieno ancora in Francia. Già, la più gran parte del volume è spesa a descrivere le costumanze dei saltimbanchi: e quel che fanno, e quel che dicono, e quel che mangiano: bellissime e importantissime cose, ma a dir le quali non importa essere artisti: basta pigliarsi la bega di frequentare i circhi, e di avere a propria disposizione un lapis e un taccuino. Non così intendeva il Balzac la descrizione dell’ambiente: egli, descrivendo, faceva un lavoro d’arte: i discepoli fanno un inventario, accaparrano materiali per un dizionario tecnologico e basta. […].
  Ma forse il realismo si fa consistere in certe quasi-puerilità, come quella di mettere ai personaggi non già de’ nomi immaginarii, ma de’ nomi veri, registrati nei libri dello stato civile. Il Balzac li andava a cercare sui cartelli delle botteghe – e non dico che fino a un certo punto non avesse ragione di far così. Ma almeno pe’ suoi personaggi d’ora cercava nomi d’ora. Il Goncourt, che è un bibliofilo […] li cerca nei cataloghi dei libri vecchi […].

  F.[erdinando] M.[artini], “Les Rois en exil”. Romanzo di Alfonso Daudet (Paris, Dentu), «Fanfulla della Domenica», Roma, [Anno I], Num. 17, 19 novembre 1879, p. 3.
  Quando Emilio Zola nella appendice del Voltaire dette gli esami ai romanzieri francesi, (il Balzac passò a scappellotto e la Sand fu bocciata addirittura) conferito il primo premio a se stesso si degnò concedere l’accessit a Edmondo di Goncourt e ad Alfonso Daudet una menzione onorevole.

  F.[erdinando] M.[artini], La «Nana» di Emilio Zola, «Fanfulla della Domenica», Roma, [Anno I], Num. 13, 19 ottobre 1879, p. 2.
  La cortigiana, nel cui petto si destano un giorno sentimenti di mite dolcezza, desiderî di affetto e di pace, fu soggetto di parecchi tra drammi e romanzi: lasciamo stare il teatro indiano; ma chi non ricorda la Dame aux camélias? E prima de Dumas, Onorato Balzac e dopo Edmondo di Goncourt ne ebbero argomento a bellissime pagine.

  Melanconico [Gustavo Chiesi], Immoralità, «Crepuscolo», Genova, Anno II, Num. 6, 9 Febbraio 1879, pp. 1-3.
  pp. 2-3. Costoro che condannarono la nostr’arte, la nostra letteratura, che non metteranno mai, né Balzac, né Flaubert, né Zola, né Rovani, né Trezza, né Carducci, né Stecchetti, nelle mani della loro prole, son quelli che la mandano a sfamare le cupide bramosie dei Barnabiti e dei Vanchettoni!
  Come si può discutere d’immoralità e di morale, con costoro?

  Orlando Mitraglia, Lettera IV [27 Novembre 1879], in Lettere critiche al Fanfulla della Domenica, Milano, Ditta Natale Battezzati, 1884, pp. 151-168.
  p. 160. Per istinto naturale l’uomo tende alla poligamia, per istinto naturale la donna tende alla poliandria. Ora, stando così le cose, allorquando sorge la legge sociale per infrenare essi istinti, un conflitto è inevitabile, ed è inevitabile che i costumi addivengano allora, per usare la frase di Onorato Balzac, l’ipocrisia delle nazioni. Io non divido l’opinione di coloro che vorrebbero l’abolizione della famiglia.


  E.[manuele] Navarro della Miraglia, Dumas figlio, «Rivista minima di scienze, lettere ed arti», Milano, Anno IX, Fascicolo 1°, 1879, pp. 64-69.

 

  p. 68. Balzac riformò la società francese a modo suo, o, se volete, la presentì, la precorse, la vide ne’ suoi romanzi tal quale è ora. Perché negare la stessa prescienza, la stessa previsione, i medesimi tentativi di riforma a Dumas figlio?


  D. A. Parodi, Uno scandalo letterario, «L’Illustrazione Italiana», Milano-Roma, Anno V, N. 2, 12 Gennaio 1879, pp. 30-32.
  p. 30. L’occasione che, cavando l’astio e il malumore, spiavano i cento autori da lui offesi, l’ha data, credo innocentemente, una Rivista di Ginevra col tradurre e riportare da una Rivista di Pietroburgo uno studio dello Zola sui romanzieri contemporanei.
  Questo scritto, segnato prima e poi riprodotto dal Figaro, ha fatto, cadendo nel campo letterario, l’effetto di una bomba. […] Gli amici, gli editori, gli adulatori, i parassiti si sono aggiunti a loro [ai feriti]; sicchè non c’è foglio pubblico a Parigi che non gli abbia rovesciata addosso la sua catinella d’improperi. […]
  “Ah miserabile! Perché l’Assommoir ha avuto cinquanta edizioni, è una ragione per ringalluzzirsi? Anche Rocambole è un romanzo popolarissimo, stampato e ristampato tante volte. In verità, chi si cred’egli di essere? Un servile imitatore di Gustavo Flaubert e dei due Goncourt! uno svergognato mercante di sozzure, un mestatore di fango, che deve allo scandalo un unico successo! Affè! non di direbbe che questo Delille in prosa abbia inventato il romanzo? che Balzac non abbia mai esistito?”
  Il Balzac ha esistito e lo Zola esiste. S’egli è stato ingiusto verso alcuni di voi, eh! non lo siate tutti verso di lui!

  Cesare Perocco, L’Avvenuto e l’avvenire dei pezzenti, Napoli, Stabilimento Tipografico Fratelli Carluccio, 1879.
  p. 228. Eccovi a Parigi, e non Versailles già soggiorno di Venere e di Marte. Andate per Balzac se vi piace vomitare vedendola dans l’eau o dans l’église.

  Pessimista [Felice Cameroni], Giulio Vallès. “I Refrattari”1) e “Jacques Vingtras”2). Cenni biografici e critici del “Pessimista”, «La Farfalla», Milano, Vol. 3, Anno V – Serie IV, N. 2, 13 luglio 1879, pp. 19-20.
  1) Giulio Vallès, I Refrattari, traduzione italiana, con prefazione del Pessimista. Seconda edizione. – Milano, C. Bignami e Comp.
  2) Jean la Rue, Jacques Vingtras. – Paris, Charpentier.
  p. 19. A questa fisiologia tiene dietro lo studio generale sui Refrattari. Mürger nel Manicotto di Francine e nei Bevitori d’acqua, Moreau e Gilbert nei loro canti e Balzac nei capitoli più tristi dell’immortale Commedia umana, sono i soli scrittori, che possono essere confrontati coll’autore dei Refrattari nello studio della povertà e degli spostati. Ma Vallès tutti li supera nell’intendimento, giacchè Mürger non ha scopo sociale, Moreau e Gilbert conducono alla disperazione, Balzac alla misantropia, i Refrattari alla battaglia contro le ingiustizie.

  [Francesco] Petruccelli della Gattina, Ricordi dell’esilio. Emilio de Girardin, «Fanfulla della Domenica», Roma, [Anno I], Num. 17, 16 novembre 1879, pp. 2-3.
  p. 2. E nella Presse scrissero con lui il Peyrat, il Laguerronnière, il Neffter per la parte politica; per la letteratura […] Delphine Gay sua moglie – la decima musa, di cui tutti correvano ad udire gli oracoli nel famoso palazzo dei Champs-Elysées […] dove Delfina dominava per le qualità dello spirito squisitamente francese ed Emilio aveva la sua niche solitaria. Quivi veniva quanto Parigi aveva di più illustre nelle lettere, nelle scienze, nelle arti, nella politica, ogni uomo celebre di qualsivoglia parte d’Europa che capitasse a Parigi – dal Balzac al Nodier, dall’Humboldt al Cousin, dall’Hugo al Soulié …


  Petruccelli della Gattina, Dichiarazione preliminare, in Giorgione. Romanzo storico, Roma, Stabilimento Tipografico Italiano, 1879, pp. 3-25.

 

  pp. 3-4. Balzac e Federico Soulièr (sic) iniziarono con tanto splendore in Francia, e Charles Dickens e Tackerey (sic) in Inghilterra, l’exploitation della vita moderna nel romanzo, appunto per oppugnare, colà, il successo colossale di Notre Dame di Victor Hugo, e quel torrente di drammatizzamento della storia, con tanto successo intrapreso da Dumas padre; ed in Inghilterra, il successo colossale di Walter Scott.

  Finchè furono intelligenze massime ed osservatori della psicologia e della patologia sociale, della forza di Balzac, di Federico Soulier (sic) e di Eugenio Sue, la bisogna prosperò come ogni cosa nuova. Però, la cominciò a declinare subito – anche dopo l’apparizione di Giorgio Sand, di Merimè (sic) e di Musset quando scesero nell’arringo autori scemi di lena, di second’ordine, senza il bernoccolo dell’osservatore e dell’analizzatore ed il lavoro d’arte e di scienza divenne oggetto di mercanzia di appendici di giornali e di editori alla caccia di novità.

  Si perdé l’originalità dei grandi maestri; la potenza e la varietà del dramma; lo studio dei caratteri presi dai tipi umani viventi – come fatto avevano Balzac, Soulier, Sue, Tackerey, Bulwer, Dickens.

 

  p. 6. Balzac annoverava, per tutta l’Europa, un 300 individui, d’ambo i sessi, i quali formano l’alta società e da buon francese, ne assegnava dugento circa alla Francia, o più propriamente a Parigi.

  p. 17. È maravigliosa la semplicità dei mezzi, dei quali il Farina si serve per produrre i più potenti effetti cui noi altri romanzieri alla foggia di Balzac poniamo in un dramma complicato ed una lotta di caratteri.



  Serafino Pucci, Compendio di letteratura generale italiana e comparata del prof. Serafino Pucci, Genova, Tipografia del Reale Istituto de’ Sordo-muti, 1879.

 

  p. 22, nota (1). La letteratura Francese fu quella che diede maggior numero di esempi di tutte le sopra notate dannose all’arte, indegne, gratuite invero, simili esagerazioni del chiaro-scuro e Tipo del brutto. Basti il ricordare il Vauttrin (sic) di Balzac, il Gamin, il Valjean e tutti gli esseri degradati che insozzano i Miserabili di Ugo (sic), le stranezze dell’Uomo che ride; ma la Dio mercè hanno oggimai disgustati, rivoltati gli stessi Parigini. Dovrebbe dirsi altrimenti che la società presente, essendo necessarii a riscuoterla così orribili e strani apparecchi, presso a farsi cadavere.


  G. Robustelli, Scienze, Lettere ed Arti. Bibliografia. “Oro nascosto”. Scene della vita borghese, romanzo di Salvatore Farina. (Roma, tipografia del Senato, 1879), «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», Roma, Anno 1879, Num. 45, 24 Febbraio, pp. 762-763.

II.

  L’Oro nascosto porta anche per titolo: “Scene della vita borghese”. In verità, leggendo quest’altro titolo, noi siamo corsi col pensiero a Balzac. È certo che i migliori lavori del Turrenese sono quelli in cui è descritta la vita borghese. Merito principale di Balzac è una verità di osservazione cittadinesca, fiamminga, particolareggiata, mirabilmente minuziosa, spesso eccessiva, spesso piccante. Non è nel Lis (sic) dans la vallée e nella Séraphita, dove è sovrabbondanza di misticismo; non è nel (sic) Peau de Chagrin, dove si fa metafisica e non di quella piana; non è nel Louis Lambert, dove l’affettazione non è poca, ma bensì nell’Eugénie Grandet e nel Médecin de Campagne che l’ingegno del Balzac si manifesta potente. Se non avessi letto prima l’Oro nascosto, pubblicato interpolatamente nel Fanfulla, io mi sarei buttato su queste scene della vita borghese del Farina coll’intenzione di vedere se la lettura di Balzac potè più e meglio sull’animo del nostro autore, che quella di Dickens.
  M’affretto a eliminare, per conto mio, anche il confronto con Balzac.

  Francesco de Sanctis, Studio sopra Emilio Zola, in Nuovi Saggi Critici. Seconda edizione aumentata di dodici saggi, Napoli, Cav. Antonio Morano, Editore, 1879, pp. 359-405.[1]
III.
La corruzione sociale.
  pp. 366-367. La corruttela politica e sociale, in cui era la Francia fin da’ tempi di Luigi Filippo, aveva già ispirato il romanzo francese. Esauste le velleità classiche e romantiche, la letteratura volgeva le spalle alle Lucrezie romane e medioevali, i due tipi delle due scuole combattenti, e prendeva abito e colore nazionale, scegliendo a materia la storia e i costumi paesani, ora per via di allusioni, come nel Roi s’amuse, ora per via di tesi, come dalla Matilde della Sand alla Femme de Claude del Dumas, ora per via d’intrecci atti a muovere la curiosità, come ne’ Misteri di Parigi. Questi romanzi sono in fondo psicologici, avendo per base un’azione determinata dallo sviluppo de’ caratteri o de’ fenomeni psichici. Questo è il vero titolo d’onore della moderna letteratura dirimpetto all’antica, di aver sostituito agl’intrecci curiosi e attraenti de’ Gil Blas, delle Pamele e delle Clarisse una storia fina e conscia dell’anima, dove è principe il Balzac, non solo per arte di stile, ma per finezza di osservazione.
  Ma il romanzo psicologico non poteva parere sufficiente ne’ tempi nostri, quando i fenomeni psichici non sono più un primo filosofico, anzi sono un effetto di cause più alte e più lontane. La storia psicologica è divenuta una storia naturale, dove resta assorbita l’anima stessa. Come questa trasformazione sia avvenuta anche nell’arte, e per quali gradazioni, e con quali strani miscugli di panteismo e di materialismo, riflettendo in sé in modo grezzo e talora contradditorio tutto il movimento intellettuale di questo secolo, sarebbe un lavoro critico interessantissimo e sperabile, se i nostri letterati, sperduti nella critica spicciola e giornaliera, e spesso frivola, si volgessero a queste altezze. Incalzato dall’argomento, io esamino in che modo questo movimento si riflette in Emilio Zola.
  È naturale che educato in mezzo a questo nuovo ambiente del pensiero moderno, il nostro giovine dee guardare il romanzo alla Balzac, come una forma già esaurita, e dee volgere in mente un nescio quid corrispondente a’ nuovi studii.

  R. T. D. [Antonio Ghislanzoni], Confessione generale di un critico, «Giornale Capriccio», Milano, Anno III, N. 4, Febbraio 1879, pp. 19-29.
  p. 27. Non ho io ricordato con ammirazione, nelle mie riviste critiche, parecchie centinaia di romanzi stranieri che appena pubblicati invasero le nostre biblioteche, i nostri gabinetti di lettura, i nostri salotti, le nostre camere da letto, obbligandoci a vegliare le lunghe notti nelle illusioni di un mondo ideale e fantastico? Balzac, i due Dumas, Eugenio Sue, Giorgio Sand, Alfonso Karr, Victor Hugo, Gauthier (sic), Dikens (sic), Féval … Quanti nomi di romanzieri, di drammaturgi (sic), di poeti, i cui volumi a mala pena si conterebbero nel vasto salotto dove io sto scrivendo!

  D.[avid] R.[uben] Segré, Onorato di Balzac, in Debitori e creditori celebri (Studj e ricerche). Seconda edizione, Milano, Tipografia Editrice Lombarda di F. Menozzi e Comp., 1879, pp. 303-319.
  Cfr. 1876.

  Paolo Valera, Milano sconosciuta con lettera all’autore dell’avvocato Francesco Giarelli, Milano, C. Bignami e C., 1879.

V.
I tipi notturni, pp. 45-49.
  p. 46. Dovunque vi sono dei libertini, dei viveurs, dei dissipatori, degli esseri che soffrono lo spleen, degli strenui operai insomma che insorgono contro il classico riposo, ivi è certo che abbondano lenoni e megere, fanciulle venedreccie e ladri; gente che, secondo la giusta espressione di Balzac, vont en journée la nuit.
Infatti, calata la sera, uno sciame di persone che di giorno non vedi mai, esce e si sparpaglia così nelle vie popolose come nelle solitarie.

IX.
La via del Guast, pp. 93-100.
  p. 93. Il faut pardonner beaucoup à la misère.
                                                       Balzac.[2]
X.
Soncino Merati, pp. 101-109.
  pp. 107-108. Giunti che fummo nel boudoir, io gustai un acuto profumo che m’inebbriava.
  Mi sembrava d’essere in casa d’una cortigiana greca.
  Sul cumò da notte vi erano una ventina di volumi: Musset, Zola, Feuillet, Balzac, Bernardino da Saint-Pierre, Gaborieau, Ponson du Terrail si alternavano.

XIV.
I bois, pp. 127-136.
  p. 129. I commensali rappresentano apparentemente i due estremi: la miseria in abito nero come la classificò Balzac, e la miseria che non ha più rossore. In sostanza, gli uni più poveri degli altri.

  Jules Vallés (sic), Un refrattario illustre, in AA.VV., Piccoli capolavori veristi della letteratura francese, Milano, C. Bignami Editore (Tip. Pagnoni), 1879, pp. 81-95.
  pp. 87 e sgg. [G. Planche] Non poteva vivere neppure come uno studente. Alloggiava sempre in camere ammobigliate, cui le grisettes del quartiere latino avrebbero trovate ben meschine e squallide. Per lungo tempo abitò il famoso albergo Gian Giacomo, ove Balzac fa discendere Luciano di Rubempré, ed ove hanno dimorato Sandeau e la Sand. […].
  Poichè mi occupo del gran critico, ancora qualche episodio, eppoi finisco. Posso ben occuparmi un po’ a lungo di lui; sono forse le ultime parole d’amicizia, che si diranno su quell’uomo. Chi mi biasimerà, vedendomi per un’ora sulla sua tomba? Comincio dalle piccole storielle, che raccontava a tutti, per finire con quelle che non confidava se non a pochissimi.
  Un giorno, recasi presso Balzac, via di Richelieu: non si giungeva al gran romanziere, se non coll’astuzia e coll’intrigo. Per arrivare alla scala era necessario spiegare tutta l’abilità di Filippo, e forse il mulo d’oro non avrebbe potuto passare … almeno all’epoca di questa storia … giacchè ignoro se siasi conservato inespugnabile. Il critico ed il romanziere andavano pienamente d’accordo.
  Si sa che Balzac aveva fatto cercare Planche perché formasse parte della sua Cronaca di Parigi. In quel giorno appunto, doveva leggergli – indovinate cosa? una commedia, che non apparve mai, e che non fu mai finita. Se i miei ricordi sono esatti, la commedia era in versi. Conciliate questo fatto con le idee sì conosciute del romanziere sulla poesia, e ditemi se m’inganno. Dal canto mio, credo, Dio mel perdoni, dire il vero.
*
  Il gran critico aveva la parola d’ordine. Parlamenta, pronuncia il suo nome, domanda del signor Guglielmo – Balzac si fa appellare il signor Guglielmo – e lo lasciano entrare. Balzac serra la mano al suo collaboratore nella Cronaca, e saltando al manoscritto ne comincia la lettura. Quale n’era il titolo, il soggetto? Era prosa, o poesia? Ancora una volta l’ignoro. Tanto è, che alla fine Balzac invita il suo ospite a desinare.
  – Volontieri! dice Planche un po’ stanco. Credeva di pranzare nella di lui casa e che i servi avrebbero imbandita la tavola nel mezzo della camera. Ma no – discendono la scala.
  – Buon appetito, signor Guglielmo, gli dicono i servi inchinandosi.
  – Grazie! risponde Balzac, spingendo Planche avanti di sé, ed arrivano da Véry.
*
  Fu un pranzo da Sardanapalo. Vini di Costanza, del Reno, vivande costose, diceva Planche ridendo dieci minuti prima che finisse il racconto.
  Il gran critico tagliava le vivande, il romanziere tagliava il mondo, e si scambiavano le porzioni.
  – Volete l’ambasciata di Costantinopoli? diceva egli a Planche, tirandolo pei bottoni dell’abito. O vi piacerebbe meglio il portafogli della pubblica istruzione? Mi rincresce d’averlo già dato ad altri. Combineremo quest’affare. Mi resta la Spagna, ne volete?
  – Perdio, se la voglio! rispondeva Planche, leccandosi le dita e bevendo cose assai care.
  Infine, passando per il Capo di Buona Speranza, la Ungheria, il Reno, i tartufi, i fagiani, arrivarono al termine del viaggio.
  – Pagate, disse Planche, cercando il suo bastone, ed andiamocene. Io parto per Costantinopoli.
  – Spiegatevi, ne abbiamo appena il tempo, risponde Balzac. Cameriere, la lista.
  Arriva la nota. Una cifra enorme! Avevano bevuto cibi sì cari!
  Balzac legge la nota, la mette in tasca, prende il cappello.
  – Partiamo!
  – La nota? Ma io non ho denaro.
  – Avete dimenticata la borsa?
  – Ohibò! È da una settimana che non ho più nulla.
  – Ma voi siete matto!
  – Andiamo, andiamo. È Buisson che riparerà il fallo. Cameriere, seguimi. Signore, fra un quarto d’ora sarete pagato.
*
  Infatti, il debito fu soddisfatto. L’infelice Buisson si sottopose a quel supplizio; era il sarto di Balzac. Questi gli doveva tanto, che lo teneva in pensione presso di sé. Buisson metteva guardiani muti alla di lui porta, proteggeva il suo debitore contro gli altri creditori; pagava i capricci di questo grand’uomo, le sue passeggiate in carrozza ed i pranzi da Véry. Planche ci parlò soventi di queste distrazioni, comuni in Balzac, distrazioni favolose, progetti, sistemi. Specialmente la politica l’occupava. Le generose offerte che faceva or ora a Planche, d’ambasciate e di ministeri le rinnovava spesso. Bussava alla vostra porta a due ore del mattino, vi risvegliava, cercava la vostra biancheria, preparava le vostre scarpe. Bisognava partirsene subito per la China, o pel Perù. Eranvi dei milioni da guadagnare, degli imperi da conquistare, un mondo da meritare! (Cfr. 1874).

  A. Vespucci, Dal mio Giornale. Ricordi di Viaggio. Volume II (Belgio, Olanda e Reno). Seconda Edizione, Torino, Ufficio del Giornale delle Donne, 1879.

  4-5 Luglio, pp. 31-48.
  pp. 33-34. Sono dovute a lei [l’imperatrice Maria Teresa] le più nobili e belle istituzioni di cui si vanta Bruxelles. Avrei una matta voglia di sottoporre questa osservazione storica da me fatta allora a quelli cui con tanto entusiasmo piace sottoscrivere alla sentenza di Balzac che chiamò la donna: une petite chose, un ensemble de niaiseries. A Balzac vorrei opporre un altro colosso, Schiller, il quale assicurò che le donne «sotto il casto velo delle grazie allevano con sacra mano l’immortale pianta dei nobili sentimenti», ma Dio sa dove andrei a finire mettendomi in simile ginepraio.

  P. Villari, Emilio Zola e il suo romanzo sperimentale, «La Rassegna Settimanale di politica, scienze, lettere ed arti», Roma, Tipografia di G. Barbèra, Vol. 4°., N° 104, 28 Dicembre 1879, pp. 462-465.
  p. 462. Qualcuno ha asserito che egli è l’iniziatore del romanzo psicologico, almeno in Francia; ma per dirlo bisogna dimenticare non solo i romanzieri inglesi, bisogna dimenticare il Balzac, G. Sand, e molti altri francesi.


  Yorick, Rassegna drammatica. […] “Teresa Raquin” dramma in quattro atti, in prosa, di Emilio Zola, traduzione di un Anonimo […], «La Nazione», Firenze, Anno XXI, Numero 255, 12 Settembre 1879, pp. 1-2.

  p. 1. Emilio Zola è senza dubbio un uomo d’ingegno. I suoi romanzi rivelano un grande acume di osservazione e un gran talento di descrizione. Fra i discepoli e gl’imitatori di Onorato Di Balzac toccherebbe a lui il primo posto se le sue migliori pagine non fossero talvolta macchiate dallo sforzo troppo apparente di serbare alla forma quel colorito negletto e canagliesco che abbassa lo scrittore, quando parla per conto suo, allo stesso livello de’ suoi personaggi che parlano secondo il loro costume e l’indole loro.

  E. Z., Rassegna letteraria e bibliografica. Russia – Rivista delle Riviste russe, «Rivista Europea. Rivista Internazionale», Firenze, Ufficio della Rivista Europea – Rivista Internazionale, 1869-81. Nuova Serie, Anno X, Volume XII, Fascicolo IV, 16 Aprile 1879, pp. 763-771.

Messaggiere d’Europa.
  p. 769. Dopo aver detto che il secolo appartiene ai naturalisti, ai figli di Diderot e che il verismo trionfò con Balzac, l’autore aggiunge essere stata una crisi necessaria e una conseguenza della rivoluzione, come ora il verismo trionfante può paragonarsi alla repubblica che è sul punto di stabilirsi su solide basi per mezzo della scienza e del buon senso. Dimostra come il verismo penetri da per tutto, cresca a vista d’occhio e in sé racchiuda la forza delle macchine, la base dei prodotti, la molla che mette in moto la società servendosi del romanzo, che è il suo terreno, il suo campo di battaglia e di vittoria.


  X. Y. Z., Rassegna letteraria e bibliografica. Inghilterra, «La Rivista Europea, Rivista internazionale», Firenze, Volume XI, Anno 10°, Vol. XI, Fasc. IV, 16 febbraio 1879.

 

  pp. 827-828. L'articolo sui romanzi del Daudet [in The Blackwood Magazine del gennaio] dimostra che l'articolista li ha letti giacchè ne dà assai bene l’argomento; ma in quanto alla critica, egli dimostra una mente pregiudicata e ristretta. Secondo l'articolista l’immoralità è la caratteristica di tutte le letterature contemporanee all’infuori di quella inglese. Da Balzac a Zola il romanzo francese è un immenso pantano, immondo e pestilenziale. L’autore dei Rougons viene appuntato d’immiligated filth e Balzac è, nè più né meno, nauseubondo. Con tali principii estetici, l’articolista del Blackwood passa ad esaminare i principali romanzi d’Alfonso Daudet e con assai poco criterio e con molta contradizione coi principii da esso emessi. Magnifica il Nabab, che non è davvero niente più morale di quello che lo sieno i romanzi di Zola e di Balzac [...].


  X. Y. Z., Rassegna letteraria e bibliografica. Italia. Libri. “Racconti di Natale” della marchesa Colombi. Milano, Carrara, 1878. “Serate d’inverno”. Racconti della marchesa Colombi. Venezia, 1879, «Rivista Europea. Rivista Internazionale», Firenze, Ufficio della Rivista Europea – Rivista Internazionale, 1869-79. Nuova Serie, Anno X, Volume XII, Fascicolo IV, 16 Aprile 1879, pp. 763-771.
  E così dobbiamo dire di taluni dei suoi racconti dell’altro volume Serate d’inverno e in specie del primo Teste alate nel quale ci riesce di difficile digestione l’episodio del tatuaggio. E anche qui la storia finisce con una pazzia. E presso a poco così finisce l’altro racconto La prima disgrazia (quella d’avere un nome ridicolo, soggetto vietissimo trattato filosoficamente, stupendamente da Balzac e qui, tra noi, umoristicamente da Carlo Lorenzini) almeno se dobbiamo dar retta, al paragrafo finale: «D’allora (in poi è rimasto nella penna) il mio cervello è andato in acqua, e si congela appena qualche rada volta nei freddi intensi, e per breve tempo. Sono i lucidi intervalli di cui mi valsi per narrare alla meglio la mia prima disgrazia alla marchesa Colombi».


  G. B. Zafferoni, Che cosa è la donna? … Angelo o demone? Contraddizioni dei più celebri scrittori antichi e moderni raccolte e ordinate per cura di G. B. Zafferoni, Milano, Casa Editrice Sociale Perussia & Quadrio, 1879.

 

  Terza edizione, Milano, Emilio Quadrio, Editore, 1890, da cui estraiamo e riproduciamo le citazioni concernenti Balzac.

 

  p. 7. Angelo. Le donne sono ciò che v’ha di buono e di bello nell’umanità. (Balzac).

  p. 8. Angelo. Le donne ai avvicinano molto più che gli uomini alla natura angelica, conciossiachè esse sanno mischiare una tenerezza infinita alla più grande compassione, il qual segreto non appartiene che agli angeli apparsi in alcuni sogni provvidenzialmente seminati a lunghi intervalli nella vita umana. (Balzac).

  p. 14. Angelo. Le donne stanno all’anima come il clima di Nizza o di Napoli sta al petto. (Balzac).

  p. 40. Angelo. Il sorriso delle donne rassegnate fenderebbe il granito. (Balzac). Demone. La donna ha spesse volte dei momenti in cui è scimmia e fanciullo nel medesimo tempo; due esseri che credendo di scherzare ci uccidono. (Balzac). Demone. La donna la più angelica non vale ciò eh costa, anche quando si offre gratis. (Balzac). Demone. Le donne che non sono belle di quella bellezza positiva, quasi inalterabile e facile a riconoscere; quello insomma che non possono essere amate che per capriccio, pensano soltanto alla loro vecchiezza ed a formarsi una fortuna. Al contrario quelle che sono realmente belle sono prodighe e quindi più imprevidenti.

  p. 51. Angelo. Gli errori della donna vengono quasi sempre dalla sua credenza al bene e dalla sua confidenza nella verità. (Balzac).

  p. 59. Angelo. Le donne non sono mai responsabili delle loro colpe, perché queste provengono da noi stessi. (Balzac).

  p. 60. Demone. Le donne si fanno giuoco degli uomini come vogliono, quando vogliono ed altrettanto che vogliono. (Balzac).

  p. 62. Angelo. La donna è come l’angelo celeste, che perdona le colpe terrene senza comprenderle. (Balzac).

  p. 67. Demone. Vi sono certe donne abbastanza furbe per nascondere la loro gelosia sotto la bontà più angelica,e tali donne sono quelle che hanno oltrepassato i trent’anni. (Balzac).

  p. 68. Angelo. La costanza negli uomini può stancare; nelle donne mai. (Balzac).

  p. 70. Angelo. L’amore è il più bel latrocinio che la società abbia saputo fare alla natura; ma la maternità non è ella forse la stessa natura in piena gioia? (Balzac).

  p. 71. Demone. Si può amare una donna senza essere felice; si può essere felice senza amare una donna; ma amare una donna ed essere felice sarebbe un prodigio. (Balzac).

  p. 72. Angelo. Le donne sanno dare alle lor parole una santità particolare; comunicano un non so che di vibrante che dilata il senso delle idee e da loro la massima profondità.

  Se poi, qualche volta, l’uditore allettato non sa darci conto di ciò che esso hanno detto, lo scopo tuttavia è stato pienamente raggiunto, il che è proprio dell’eloquenza. (Balzac).

  p. 80. Angelo. Le donne divengono altiere conte imperatrici, quando sono fortunate in amore. (Balzac).

  p. 82. Angelo. Per una donna, il sapersi tutto sulla terra per colui che ama ... il vederlo solo, senza famiglia, senz’altro nel cuore che il suo amore, averlo insomma proprio tutto intiero, è una consolazione immensa ed un grandissimo elemento di felicità. (Balzac).

  p. 85. Angelo. Le donne sono talmente divine nelle loro follie, che si venderebbe l’anima al diavolo per intrattenere quegli angeli nel gusto delle gioie terrestri. (Balzac).

  p. 89. Angelo. Le donne quando non amano, hanno tutte il sangue freddo di un vecchio avvocato. (Balzac).

  p. 90. Demone. Non si può essere a lungo l’amico di una donna, allorquando si può divenirne probabilmente il marito. (Balzac).

  p. 92. Angelo. Il pensiero d’una donna è dotato di una incredibile elasticità; e quando riceve un colpo di mazza, la donna piega, sembra schiacciata ... ma poi riprende subito la sua forma primitiva. (Balzac).

  p. 97. Angelo. Un uomo può essere spinto da mille sentimenti in fondo ad un monastero: egli vi si caccia come in un precipizio; ma le donne non vi entrano che trattevi da un solo sentimento: esse non si snaturano, ma sposano Dio. Ai monaci potrete ben dire: «Perché non avete lottato?» ma la religione delle donne è quasi sempre una lotta sublime. (Balzac):

  p. 100. Angelo. Le donne lottano tutte, o quasi tutte, contro un destino incompleto, il che fa sì che agli occhi degli uomini esse abbiano grande merito. (Balzac):

  p. 101. Angelo. L’affetto senza limiti forma il genio delle fate e delle donne, come la grazia ne forma la bellezza. (Balzac).

  p. 104. Angelo. La donna ha questo in comune cogli angeli, che, cioè, gli esseri che soffrono le appartengono. (Balzac).

  p. 107. Angelo. L’istinto delle donne equivale alla perspicacia degli uomini sommi. (Balzac).

  p. 113. Angelo. Dobbiamo pur dirlo a nostra vergogna, la donna non ci è mai tanto affezionata che in allora che noi soffriamo. A tal pensiero, tutti gli epigrammi scagliati contro il gentil sesso (poiché è divenuta cosa rancida dire il bel sesso) dovrebbero disarmarsi delle loro acute punte e convertirsi in madrigali! … Tutti gli uomini dovrebbero pensare che la sola virtù della donna consiste nell’amore, e che tutte le donne sono prodigiosamente virtuose. (Balzac).

  p. 115. Angelo. Tutte le donne sono eroiche quando hanno la certezza di esser tutto per un uomo grande ed irreprensibile. (Balzac).

  p. 120. Angelo. La donna è l’essere più logico dopo il fanciullo. Tutte due offrono il sublime fenomeno d’un unico pensiero. Il pensiero del fanciullo cangia ad ogni momento, ma per questo pensiero s’agita con tale ardore, che ciascuno gli cede, affascinato dall’ingenuità e dalla persistenza del desiderio. La donna cangia meno di sovente, ma il chiamarla fantastica è un’ingiuria d’ignorante. (Balzac).

  Nobile destino di una donna è di essere più sensibile alle pompe della miseria che agli splendori della fortuna. (Balzac).

  p. 121. Demone. Ben di frequente un uomo di spirito che fa la corte ad una donna, non fa che farla pensare all’amore ed intenerirle l’anima. Essa fa buona accoglienza all’uomo si (sic) spirito che le procura tal piacere; ma un bel giorno quella donna s’incontra nell’uomo che le fa provare ciò che l’altro le ha descritto. (Balzac).

  p. 125. Angelo. Le donne possiedono un talento inimitabile per esprimere i loro sentimenti senza impiegare frasi ampollose, poiché la loro eloquenza è riposta specialmente nell’accento, nel gesto, nell’atteggiamento e negli sguardi. (Balzac).

  Ben di frequente le donne temono di farci sentire la superiorità del loro sentimento, ed in tale circostanza celano il loro dolore con tanta gioia, quanta ve ne vuole per non palesare i loro piaceri misconosciuti. (Balzac).

  p. 126. Angelo. La pietà è una virtù femminile, e che le donne sole sanno trasmettersi. (Balzac).

  p. 130. Demone. Le donne sanno mentire mirabilmente. — Esse sono così seccamente impertinenti, così belle, graziose, vere nella menzogna; ne riconoscono così bene l’utilità, per cansare nella vita sociale gli urti violenti ai quali la loro felicità non resisterebbe, che loro è necessaria come il cotone in cui riporre i gioielli. — Ohimè in amore un inganno interessato è superiore alla verità. Ecco perché tanti uomini pagano così caro gli abili inganni. — Avete voi mai posto mente nelle donne la disinvoltura della menzogna? ... È incredibile la grazia onde sogliono mentire, non che al marito all’amante. L’amor finto è più perfetto dell’amore verace; ed ecco perché moltissime donne ingannano e rimangono alla lor volta ingannate. (Balzac).

  p. 132. Angelo. Le donne sono i soli esseri che sappiano ben ricevere, perché possono sempre restituire. (Balzac).

  p. 139. Angelo. La donna è la provvidenza dell’uomo.

  Nelle consolazioni che le donne ci offrono, troviamo sempre una delicatezza che ha un certo che di materno, di previdente, di confortante e di completo.

  Ma quando alle loro parole di pace e di speranza si uniscono la grazia dei gesti, l’eloquenza di tono che viene dal cuore, e che di soprammercato la benefattrice è bella, allora non possiamo resisterle. (Balzac).

  Quando un oltraggio è pubblico, la donna lo dimentica facimente (sic); ma le offese segrete per quanto tenui, non le assolve mai.

  Imperocché esse non vogliono né le viltà, nè le virtù, nè gli amori nè le passioni che bisogna nascondere. (Balzac).

  p. 148. Angelo. In qualunque situazione, le donne hanno maggiori cause di dolore e soffrono più dell’uomo; imperocché questi è forte ed esercita il proprio potere; agisce, va, s’occupa, pensa, abbraccia l’avvenire e vi trova consolazioni; mentre la donna rimane, e rimane sempre faccia a faccia col dispiacere, senza trovar cosa che valga a distrarnela; discende talvolta fino in fondo all’abisso, lo misura e sovente lo colma di voti e lagrime. (Balzac).

  p. 150. Angelo. In una donna giovine che abbia puro il cuore e che sia vergine nell’amore, anche il sentimento della maternità è sottomesso alla voce del pudore. (Balzac).

  Se le donne volessero confessare il vero, vi sarebbe da strabiliare nell’intendere la causa delle lor predilezioni. Una tale diceva, parlando del suo amante: «Quale felicità! Egli non ha un’idea!». (Balzac).

  p. 153. Angelo. Il cuor d'una madre t un abisso, in fondo al quale si trova sempre il perdono. (Balzac).

  L’amore crea nella donna, una donna novella; quella della vigilia più non esiste al domani. (Balzac).

  p. 154. Angelo. Il sentimento materno spinto all’estremo assolve tutta la vita passata di una donna.

  Le persone sensibili tutto perdonano ad un’eccellente madre. (Balzac).

  Nelle madri e nelle donne che amano si rinviene una paziente rassegnazione, che sorpassa l’energia umana, e rivela quasi l’esistenza di certe corde che Dio ha rifiutate all’uomo. (Balzac).

  Demone. Le donne che credono amare, che dicono di amar più delle altre, danzano, valzano, civettano con altri uomini, si cincischiano per piacere a tutti e cercano ovunque ammirazione ed omaggio. (Balzac).

  p. 158. Demone. L’uomo che non è libero è precisamante (sic) quello cui le donne vanno ghiotte. Ciò prova che l’amore è veramente ladro. (Balzac).

  p. 160. Angelo. Diritto d’ogni donna è rifiutarsi ad un amore che sente non poter dividere. L’uomo che ama senza farsi amare non è da compiangersi e non ha diritto di rammaricarsi. (Balzac).

  p. 162. Demone. Il furore di certe donne che hanno la disgrazia di non sentire passioni d’amore, è una prova evidente che la castità loro riesce gravosa. Senza la paura del diavolo, l’una sarebbe una Laide; un’altra deve la sua virtù all’aridità del cuore; una terza al goffo contegno del suo primo amante; un’altra ancora ... Tuttavia esistono donne virtuose! — Sì, quelle che non sono state mai tentate e quelle che muoiono nel primo parto e che hanno lasciato i loro mariti nella dolce illusione di averle sposate vergini. — Sì, quelle che sono brutte come la Kaitakatarady delle Mille ed una notti. — Sì, quelle che Mirabeau chiama le Fate cocomeri, e che sono composte di atomi esattamente uguali a quelli delle radici di fragola e di ninfea; però non fidiamovici! ... Poi confessiamo, a pregio del secolo, che dalla restaurazione della morale e della religione, si trovano sparse molte donne così religiose, così morali, così affezionate ai loro doveri, così bene regolate, così rigide, così virtuose, così ... che il diavolo non osa neppur guardarle in faccia; costoro sono protette dai rosari, dalle filotee, dai direttori spirituali, da ... zitto! — Noi non vorremo nemmeno accingerci a numerare le donne virtuose per stupidaggine, oh, no, perché è provato che in amore tutte le donne hanno dello spirito. Però non sarebbe cosa impossibile di trovare, in qualche cantuccio, delle donne giovani belle e virtuose, che si tengono celate agli sguardi di tutti; ma badate bene di non dare il nome di donna virtuosa a colei, che combattendo una passione involontaria, nulla ha voluto accordare ad un’amante che pur vorrebbe idolatrare. Sarebbe l’ingiuria più sanguinosa che possa esser fatta ad un marito innamorato. — Che gli resterebbe di sua moglie? Una cosa senza nome; un cadavere animato. — Qual’è (sic) il risultato di queste riflessioni sulla virtù femminina? Eccolo: «una donna virtuosa, dice Rochefoucauld ha nel cuore una fibra di meno o di più delle altre donne: è stupida o sublime.» Egli poi soggiunge che «la virtù delle donne può essere una questione di temperamento». Diderot va più oltre e s’esprime: «Le donne più virtuose hanno in loro qualche cosa che non è mai casto». (Balzac).

  p. 168. Angelo. Nessuna donna osa rifiutarsi, senza motivo, all’amore; nulla di più naturale che di cedervi. (Balzac).

  p. 171. Angelo. Un uomo non ha mai potuto elevare l’amante sua fino a lui; ma una donna colloca sempre il suo amante alla propria altezza. (Balzac).

  p. 185. Demone. Mentre Murger esclama: Oh! la potenza di assorbimento aurifero delle donne! ed a lui fa eco il Balzac: Non s’è giammai l’amico d’una donna, ogni qualvolta si può essere suo amante. (L. A. P.).

  p. 189. Angelo. E che cosa è la donna? Una piccola cosa, un insieme di nonnulla. (Balzac).

 

  p. 208. Nel matrimonio. Io ho sempre inteso dire dacchè sono al mondo: «Il tale o la tale ha fatto un buon matrimonio;» bisogna dunque convenire che qualcuno ne abbia fatto uno cattivo. (Balzac).

  p. 209. Nel matrimonio. Il matrimonio ha questo di comune con un processo, che si nell’uno come nell’altro v’ha sempre una parte malcontenta. (Balzac).

  p. 212. Nell’amore. L’amore è la più melodiosa delle armonie: noi ne abbiamo il sentimento innato. — La donna è un soave strumento del piacere, ma bisogna conoscerne le corde oscillanti, studiarne gli accordi, la delicata tastiera ed il maneggio svariato e capriccioso. Quanti uomini prendono moglie senza sapere che sia la donna! In amore fatta astrazione del sentimento, la donna è come una cetra, che non manifesta i suoi segreti se non all’abile suonatore. (Balzac).

  p. 213. Nell’amore. L’amore è una viva sorgente, che, partita dal suo letto di masturzio, di fiori e di rena, va facendosi fiumana; si tramuta poscia in fiume, e cangiando natura e aspetto ad ogni flutto, finisce per gettarsi in un oceano immenso, nel quale gli spiriti incompleti scorgono la monotonia, e le anime grandi s’ingolfano in perpetue contemplazioni. (Balzac).

  p. 216. Nell’amore. Quale ebbrezza per un giovane, si è quella di veder la sua prediletta primeggiare in bellezza su tutte le altre, ed esser fatta segno agli sguardi appassionati, mentre sa di essere solo a ricevere la luce di quegli sguardi pudicamente modesti, e sa distinguere per modo le modulazioni della sua voce, da scorgere, sotto un tono in apparenza leggero e scherzevole, le prove d’un costante pensiero! (Balzac).

  p. 224. Nell’amore. L’amore ha tanta coscienza della sua poca durata, che prova un desiderio invincibile di chiedere: Mi ami tu? Mi amerai sempre? (Balzac).

  p. 225. Nell’amore. Si può amare senza esser felice: si può esser felice senza amare, ma amare ed esser felice è un prodigio. (Balzac).

  Nel matrimonio. L’instabilità delle passioni è la miglior prova che possa addursi per confermare necessaria l’indissolubilità del vincolo matrimoniale. – È di necessità che i due sessi vengano incatenati a guisa di belve, per mezzo di leggi fatali, sorde e mute. (Balzac).

  p. 228. Nell’amore. Amore è non solo un sentimento, ma eziandio un’arte. (Balzac).

  p. 231. Nell’amore. Amore è l’anima universale della vita. (Balzac).

  p. 233. Nell’amore. A meno che non sia un angelo sceso dal cielo, una donna che ama anteporrebbe vedere il proprio amante nei tormenti dell’agonia, piuttosto che in braccio alla rivale; più ama, più sarà offesa. (Balzac).

  p. 235. Nell’amore. L’amore che si desta in cuore verso colei alla quale natura fu matrigna, non concedendole quei vantaggi che attraggono i figli di Adamo, è appunto il vero amore, la passione veramente misteriosa, un’ardente stretta di due anime, un sentimento che impedisce il momento della delusione di giungere a noi. — Se una donna di brutto aspetto riesce a farsi amare essa farà sì che sarà amata perdutamente; poichè è necessaria o una strana debolezza da parte dell’amante, oppure altre segrete e più irresistibili attrattive che non quelle della bellezza. (Balzac).

  Ogni passione ha il proprio istinto. Lasciate che un ghiottone possa mettere le mani in un piatto di frutta, ed egli senza sbagliarsi piglierà la migliore. Così se voi lasciate ad una giovinetta educata la libera scelta dello sposo, raramente accadrà ch’essa vada errata nella scelta. La natura è infallibile, e l’opera sua in questo genere si risolve in amare (sic?) a prima vista. (Balzac).

  p. 238. Nell’amore. In amore commettonsi i più atroci delitti colla massima segretezza, e l’assassinato stesso ha interesse a tacere. — Ne segue adunque che l’amore ah (sic) propizii tanto il codice che la vendetta; e la società non ci ha che vedere. (Balzac).

  Si prova nei primi momenti d’amore quella stessa trepidazione che è figlia della paura, e fa sì che rattiensi la vita allora appunto che questa mostrasi più rigogliosa ed esitasi a svelare l’interno dell’anima, per ubbidienzza (sic) a quello stesso verginale pudore che agita le giovinette prima di comparire innanzi all’amato sposo. (Balzac).

  p. 239. Nell’amore. L’amore genera l'ozio, e l’oziosità predispone all’amore. (Balzac).

  L’amore inorridisce di tutto ciò che diversifica dalla sua natura. (Balzac).

  p. 247. Nell’amore. Presso le giovani persone, l’amore è il più bello dei sentimenti; esso fa fiorire la vita nell’anima, irradia colla sua potenza solare le più belle ispirazioni ed i grandi pensieri; le primizie in ogni cosa hanno un delizioso sapore. (Balzac).

  p. 249. Nell’amore. L’amore è la poesia dei sensi. (Balzac).

  . 250. Nell’amore. L'amore è per la natura sua quello appunto che il sole è per la terra. (Balzac).

  p. 254. Nell’amore. È una vecchia massima di guerra che si suol far conoscere alle giovani reclute che arrivano al reggimento: — Se avete un biglietto d’alloggio per una casa in cui vi sono due sorelle, e se volete essere amato da una di esse, fate la corte all’altra. (Balzac).

  p. 255. Nell’amore. Basta una qualsiasi resistenza perché una donna aneli di vincerla. (Balzac).

  p. 275. Nell’amore. La donna è una bella creatura che cambia d’amore così facilmente, come si cava i guanti. (Balzac).

  p. 278. Nel matrimonio. Un uomo è, nella nostra civiltà, responsabile di tutta sua moglie.

  Non è il marito che forma la moglie.

  Una donna maritata ha parecchi amor-proprii.

  Un marito deve sempre sapere ciò che ha sua moglie; poiché ella sa sempre ciò che non ha.

  Le mogli sanno sempre bene spiegarci le loro grandezze; sono le loro piccolezze, che ci lasciano indovinare.

  Ogni matrimonio ha la sua corte di cassazione, che non s’occupa giammai del fondo, non giudica che la forma.

  Le mogli hanno sempre paura di ciò che si condivide.

  Una donna onesta è essenzialmente maritata. Una donna maritata, i cui favori sono pagabili, non è una donna onesta.

  Quando un uomo ha guadagnato venti mila lire di rendita, sua moglie è una donna onesta, qualunque sia il genere di commercio al quale egli ha dovuto la sua fortuna.

  Non cominciate mai un matrimonio con uno stupro.

  L’avvenire d’un matrimonio dipende dalla prima notte.

  La donna maritata, la più casta, può essere ad un tempo la più voluttuosa.

  Ogni notte deve avere il suo programma.

  Il marito non deve addormentarsi pel primo nè risvegliarsi l’ultimo.

  Il matrimonio deve indefessamente combattere un mostro che tutto divora: l’abitudine.

  L’uomo che entra nel gabinetto di toeletta di sua moglie, è un filosofo o un imbecille.

  Il marito che nulla si lascia a desiderare, è un uomo perduto.

  La donna maritata è una schiava che bisogna saper collocare in trono.

  Il matrimonio è una scienza, e questi sono i suoi assiomi. (Balzac).

  p. 282. Nell’amore. Il vizio, il cortigiano, la disgrazia e l’amore non conoscono che il presente. (Balzac).

  p. 284. Nell’amore. Le donne hanno corrotto maggiori donne di quante gli uomini non abbiano amate. (Balzac).

  p. 288. Nell’amore. Una donna onesta non ha meno di quaranta anni. (Balzac).

  p. 291. Nel matrimonio. Un marito non deve mai permettersi una sola parola ostile contro sua moglie, in presenza di un terzo.

  Un uomo non può lusingarsi di conoscere sua moglie e di renderla felice, se non quando la vede spesso alle sue ginocchia. (Balzac).

  p. 292. Nel matrimonio. Un marito è perduto, se una volta sola dimentica che havvi un pudore indipendente dai veli. (Balzac).

  p. 293. Nel matrimonio. Nel matrimonio, fisicamente un uomo è più lungamente uomo, che una donna non sia. Moralmente l’uomo è più spesso e più lungamente uomo, di quello che una donna sia donna. (Balzac).

  p. 294. Nel matrimonio. La moglie è per suo marito quella che suo marito l’ha fatta. (Balzac).

  p. 295. Nel matrimonio. La vita della donna sta nella testa, nel cuore o nella passione; in conseguenza, la causa prima di un’infedeltà da lei meditata, proviene dalla vanità, dal sentimento o dal temperamento. (Balzac).

  p. 296. Nel matrimonio. Un marito trova sempre il suo tornaconto a far credere alla fedeltà di sua moglie e a mantenere il silenzio. Il silenzio fa sempre paura alle donne. (Balzac).

  p. 297. Nel matrimonio. All’istante in cui una donna si decide a tradire la fede coniugale, essa calcola suo marito per tutto o per nulla. (Balzac).

  Un amante quasi sempre tradisce co’ suoi modi il segreto della intimità a cui giunse con una donna maritata. (Balzac).

  p. 298. Nel matrimonio. Le azioni di una donna che vuol ingannare suo marito, saranno quasi sempre studiate, ma non mai ragionate. (Balzac).

  Un uomo non può ammogliarsi, senza avere studiata l’anatomia e sezionata una donna almeno. (Balzac).

  p. 299. Nel matrimonio. Un amante presenta il desiderio più volgare come lo slancio di una coscienziosa ammirazione. (Balzac).

  Afferrare abilmente le gradazioni del piacere, svilupparle, dar loro un novello stile, un’espressione originale, è ciò che costituisce il genio di un marito. Fra due esseri che non si amano, siffatto genio è libertinaggio; ma le carezze cui presiede l’amore non sono mai lascive.

  Che un uomo batta la sua amante … sarà una ferita; ma sua moglie … è un suicidio! (Balzac).

  p. 300. Nel matrimonio. Una moglie che ha un amante diventa indulgentissima. (Balzac).

  Un marito tradito non sarà mai sì ben vendicato come dall’amante di sua moglie. Non è mai vendetta uccidere la propria moglie ed il suo amante, sorpresi l’uno nelle braccia dell’altra: è il più gran benefizio che loro si possa fare.

  p. 301. Nell’amore. Più si giudica meno si ama. (Balzac).

  Nel matrimonio. Un amante ha tutti i pregi e tutti i difetti che mancano al marito. Tutte le scimmiottaggini di sensibilità, che può fare una donna, piacciono al suo amante; quando un marito alzerebbe le spalle, l’amante si mostra estasiato, Un amante obbedisce a tutti i capricci d’una donna e impiega, per piacerle, mezzi che spesso ripugnano a un marito. Un amante insegna a una donna tutto quello che suo marito le ha celato. Un amante non parla a una donna che di ciò che può lusingarla; mentre un marito, anche amando sua moglie, non può fare a meno di darle consigli che somigliano a biasimi. Un amante non ha mai torto. Un amante è un araldo che proclama il merito, la bellezza, lo spirito di una donna, mentre il marito non proclama nulla. Ma egli, desiderando sempre di sembrar amabile, è naturalmente inclinato verso un principio d’esagerazione che conduce al ridicolo. (Balzac).

  L’interesse del marito, non meno che il suo onore, gl’impone di non permettersi mai un piacere, ch’egli non abbia avuto l’arte di far desiderare a sua moglie.

  p. 302. Nell’amore. La donna più virtuosa in amore, può essere indecente senza saperlo. (Balzac).

  Esistendo differenza fra un momento di piacere e un altro, un uomo può sempre essere felice colla medesima donna. (Balzac).

  Nel matrimonio. È un terribile giorno quello in cui un marito non arriva a spiegarsi il motivo di un’azione di sua moglie. (Balzac).

  p. 303. Nell’amore. Nell’anima di ogni donna esiste un sentimento che tende a proscrivere i piaceri scompagnati dalla passione. (Balzac).

  La donna che vive solo colla testa, è un flagello terribile, riunisce i difetti della donna amorosa e della appassionata, senza averne le circostanze attenuanti. (Balzac).

  p. 304. Nell’amore. Fra due esseri suscettibili d’amore, la durata della passione sta in ragione della resistenza primitiva della donna, o degli ostacoli che il caso ha frapposti alla loro felicità. (Balzac).

  Nel matrimonio. Un marito d’ingegno non suppone mai aper­tamente che sua moglie abbia un amante. (Balzac).


  Pietro Zaniboni, Scapolo. Romanzo del prof. Pietro Zaniboni, «Giornale di Padova. Politico-Quotidiano», Padova, Anno XIV, N. 70, 11 marzo 1879, p. 1.

  Tutto quanto di più famoso ed ar­guto fu detto e scritto a pungere ed a sbertare quel povero sacramento, il Conte, sto per dire, sel sapeva a me­nadito, e lo ripeteva con gran gusto, ogni qualvolta se gliene presentava l’occasione.

  Soleva dire, per esempio col Gelli che: «chi ha o toglie una moglie, me­rita una corona di pazienza, chi due, ne merita una di pazzia». Con Mon­taigne: «Un buon matrimonio non po­tersi fare che tra una moglie cieca e un marito sordo». Che per tor moglie bisognava ignorare affatto le storie commoventi dei celebri cornuti e dei bastardi illustri, il libro De Virginitate di S. Ambrogio e la Physiologie du mariage di Balzac; e che, se si trattava poi di un povero diavolo, era neces­sario assolutamente non aver mai nem­meno sentite a nominare le opere di Malthus.


  E.[mile] Zola, Il Romanzo sperimentale, «Rivista Europea. Rivista Internazionale», Firenze, Ufficio della Rivista Europea – Rivista Internazionale, 1869-81. Nuova Serie, Anno X, Volume XVI, 1879, pp. 88-119.
  p. 92. Ma per ritornare al romanzo, vediamo nello stesso modo che il romanziere è insieme osservatore ed sperimentatore. […] Il romanziere s’incammina a cercare la verità, o piuttosto, il meccanismo della verità. Prenderò, per esempio, il personaggio del barone Gulot (sic), nella «Cousine Bette» di Balzac. Il fatto generale, osservato da Balzac, è il danno che il temperamento focoso dell’uomo reca a se medesimo, alla famiglia e alla società. Fatta la scelta del soggetto, è partito dai fatti osservati, poi ha prodotto il suo esperimento, assoggettando Gulot ad una serie intera di prove, facendolo agire in diverse sfere per mostrare la funzione del meccanismo della sua passione. Onde è evidente che non si tratta soltanto dell’osservazione, ma anche dell’esperimento, perché Balzac non figura qual severo fotografo dei fatti da lui raccontati, perché egli vi si mischia direttamente, ponendo il suo eroe in condizioni, di cui rimane egli stesso padrone. La questione è di conoscere quali saranno le conseguenze di una data passione, che agisce in una data circostanza e in condizioni dal punto di vista dell’individuo e della società; e il romanzo sperimentale, la «Cousine Bette» per esempio, è soltanto un protocollo dell’esperimento, che il romanziere ripete agli occhi del pubblico. In sostanza tutta l’operazione consiste nel prendere i fatti dalla natura, impararne quindi il meccanismo, ed agire sui fatti mediante l’applicazione delle circostanze e della sfera, senza mai allontanarsi dalle leggi della natura. In fine ne viene la conoscenza dell’uomo, conoscenza scientifica, nelle sue azioni individuali e sociali.
  Senza dubbio noi siamo qui lontani dalla precisione chimica ed anche fisiologica. […].
  pp. 103-104. L’ufficio del medico sperimentatore consiste nel cercare il semplice determinismo del disturbo organico, ossia nell’afferrare il fenomeno incipiente che trae dietro a sé tutti gli altri mediante un determinismo complicato, ma così necessario fra le sue condizioni, come era stato il determinismo incipiente. […] Laonde, quando, nei nostri romanzi noi esaminiamo una grave piaga che infetta la società, noi facciamo come il medico sperimentatore, cerchiamo di trovare il semplice determinismo incipiente, per passare poi ai determinismi complicati, la cui azione segue alla sua volta. Prenderò nuovamente ad esempio il barone Gulot nella «Cousine Bette». Guardate al resultato finale, allo scioglimento del romanzo; un’intera famiglia perduta; successero drammi secondari di ogni sorta, mercè il temperamento appassionato di Gulot; in questo temperamento giace il determinismo incipiente; uno dei membri della famiglia Gulot, è affetto dalla cancrena e immantinente tutto si corrompe intorno a lui, il circulus sociale è danneggiato, distrutta la salute generale. Appoggiandosi specialmente sulla personalità del barone Gulot, Balzac l’ha analizzata con una cura speciale. Egli si serve prima di tutto dell’esperienza, trattandosi di dominare il fenomeno di questa passione sociale per dirigerla a suo talento; figuratevi che Gulot possa essere guarito o almeno tenuto dentro ai limiti dell’innocuità, tutto il seguito del dramma non ha più motivo di esistere, si ristabilisce l’equilibrio, o per di meglio, la salute dell’organismo sociale. Dunque i romanzieri naturalisti sono infatti moralisti-sperimentatori.

Adattamenti teatrali.


  Mercadet l’affarista ovvero i creditori. Drammatica Compagnia italiana di E. Casalini, Udine, Teatro Sociale, 31 marzo 1879.


   [1] Già pubblicato sul giornale «Roma» di Napoli, N. 222, 11 agosto 1877.
   [2] Citazione tratta da Splendeurs et misères des courtisanes.

Marco Stupazzoni

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