domenica 19 maggio 2013

 

1851



Studî e riferimenti critici.

  Balzac (Onorato), in Manuale didascalico universale ossia Insegnamento elementare di grammatica, lingua italiana, letteratura, rettorica, poesia, eloquenza, filologia, aritmetica, algebra, geometria, meccanica, fisica, chimica, ricreazioni scientifiche, astronomia, meteorologia, istoria naturale in generale, geologia e mineralogia, botanica, zoologia, anatomia e fisiologia, igiene, medicina e chirurgia, geografia, istoria, biografia, archeologia, numismatica, blasone, religione, filosofia, mitologia, scienze occulte, legislazione, governo e sue forme, industria e pubblica economia, agricoltura ed orticultura, arte militare, marina, stampa, musica, disegno, pittura, scultura, intaglio e litografia, architettura, educazione, riflessioni sull’elezione d’uno stato. Prima edizione italiana modellata sopra l’edizione francese, Prato, Tipografia Aldina, 1851, p. 417.


  Questo breve profilo di Balzac è presente, nella seconda edizione dell’opera pubblicata nel 1852, alle pp. 412-413.


  Balzac (Onorato), scrittor di romanzi, che per un tempo potè qualificarsi come il più fecondo, e che rimane il più distinto di questo secolo, nato a Tours nel 1799, morto a Parigi nel 1850. Nella numerosa serie de’ suoi Romanzi, che volle rannodar insieme sotto il titolo di Vita Umana (sic), si distinguono: la Fisiologia del matrimonio e la Pelle di zigrino.
  Un precedente riferimento a Balzac è contenuto, a p. 30, nel sommario articolo dedicato alla Letteratura Francese:
  I letterati più popolari della Francia sono romanzieri: tali sono Lamartine, Victor Hugo, Balzac, Dumas, Sand, Eugenio Sue ed altri non pochi.

  Prévost d’Eniles (Antonio Francesco, l’abate), in Supplemento alla Nuova Enciclopedia Popolare con Appendice. Volume Unico, Torino, Cugini Pomba e Comp. Editori, 1851, pp. 592-593.
  pp. 592-593. Recò in francese liberamente i Romanzi di Richardson. Il suo capolavoro è Manon Lescaut, romanzo anche a’ dì nostri stimato dai Francesi. È la vita di una giovine dissoluta, scritta con la spontaneità dell’improviso, col fuoco dell’ispirazione, senza artifizio di condotta, ma piena di attrattive per la verità del racconto, del carattere e degli affetti. Il vizio è per così dire in quella piacevole istoria rispettato, nobilitato dall’amore ed ha il pericoloso incanto della virtù. I Francesi giudicano che un tale romanzo è monumento immortale, come il Gil Blas di Lesage; è di un genere nuovo, che fu a’ dì nostri tanto coltivato da Balzac e dagli altri romanzieri. Non è forse un genere morale ma proprio al diletto e alle commozioni profonde dell’animo.

  Sir Roberto Peel, «Il Nipote del Vesta-Verde. Strenna Popolare per l’anno 1851», Milano, Dott. Franc.o Vallardi, Tipografo-Editore, 1851, pp. 155-159.

  p. 155. Se, per soddisfare quella lugubre curiosità, che titilla la maggior parte de’ fruga-almanacchi, io avessi qui a farvi la cronaca necrologica dell’annata, potrei infilarvi molti nomi, più o meno celebri, cominciando da quello di Tao-Kwang il dugensettantesimo imperatore della China, che giusta il linguaggio officiale, salì al cielo sulle ali del dragone dorato il 25 febbrajo, fino a Balzac, l’inesauribile romanziere, che morì in Parigi di 51 anni il 19 agosto passato. Ma non è ancora tempo di pubblicare la lista dei morti; e s’io qui vi dirò quattro parole d’un illustre defunto, gli è che la sua vita spiega molte cose, le quali vi devono importare più d’un epitaffio da cimitero.

  Quanto sia valutato l’ingegno, «Il Diavoletto. Giornale diabolico, politico, umoristico, comico, critico e pittorico», Trieste, Anno IV, N.° 15, 16 Gennaio 1851, p. 58.

  Balzac asseriva di guadagnar annualmente co’ suoi romanzi 100,000 fr.


  Necrologia del 1850, «Cosmorama Pittorico. Giornale politico, artistico, letterario, teatrale, satirico», Milano, Serie II – Anno I, Num. 22, 28 Gennajo 1851, p. 88.

  Poeti, Romanzieri e Letterati: - Francesi: Onorato Balzac; Carlo Berbard (sic) e Rey-Dossueil, romanzieri; […].

  Varietà. Giorgio Sand a quattro soldi, «Il Diavoletto. Giornale diabolico, politico, umoristico, comico, critico e pittorico», Trieste, Anno IV, N. 133, 15 Maggio 1851, pp. 530-531.

  Madama Giorgio Sand sta per pubblicare a quattro soldi. Una trasformazione dell’arte libraria consiste a dare per quattro soldi la materia di un volume di romanzo in 8vo impresso a due colonne con sette od otto ritratti. […] Questa pubblicazione avrà da 120 a 130 puntate, che comprenderanno l’opera generale di Giorgio Sand, e ciascun’opera sarà accompagnata da una nuova nota dell’autrice, la quale spiegherà in quali circostanze sarà stata scritta. Le puntate saranno accompagnate da disegni di Tony Johannot e del figlio della donna illustre, Maurizio Sand. Per ben stabilire l’operazione, si è dovuto fare una gran quantità di calcoli, da uno de’ quali risulta, che le opere complete di Giorgio Sand contengono diciassette milioni trecento cinquanta mila lettere. Il solo Balzac ne ha cinquemila in più.

  Il commercio librario francese e la contraffazione belgica, «Il Crepuscolo. Rivista settimanale di scienze, lettere, arti, industria e commercio», Milano, Anno Secondo, Num. 21, 25 Maggio 1851, p. 82.

 

  Per citare un fatto notissimo, Balzac, il quale aveva rifatto due volte co’ suoi romanzi il proprio patrimonio, era solito lagnarsi che la contraffazione belgica lo avesse frodato di 400 o 500 mila franchi almeno. Ora che cosa significava questo lamento, se non che il fecondo romanziero si sarebbe ricattato sull’editore parigino di quella somma, quando il Belgio non avesse potuto esercitare la sua pirateria?


  Il Platano di Lantara, Memoria del diciassettesimo secolo [?], «Cosmorama Pittorico. Giornale storico, letterario, artistico, teatrale, satirico», Milano, Serie II, Anno I, N. 70, 19 Agosto 1851, p. 277.

  […] allorquando era suo pensiero ritirarsi dal mondo, ma senza ammogliarsi, Balzac andò a nascondersi nei boschi di Ville d’Avray, e poiché v’ebbe fatto due passeggiate, non volle più mai abbandonarli. Il povero Lasailly e due editori associati riuscirono a gran stento una sera a toglierlo di là: pioveva a diluvio, e lo condussero via in carrozza. Quest’avventura può esser paragonata ad un rapimento di monaca strappata a forza alle inferriate del suo convento.


  Notizie, «La Fama del 1851. Rassegna di Scienze, Lettere, Arti, Industria e Teatri», Milano, Anno X, N. 69, 28 Agosto 1851, pp. 275-276.

  p. 275. – Al Teatro Re si è incominciato un altro abbonamento; il buon successo del primo reca a sperar bene anche del secondo. […] Martedì si pose mano alla rappresentazione dell’iliade discorsiva Dantès le marin del Dumas, romanzo in quattro giornate, ossia in quattro drammi, che formeranno per lo meno da 20 a 22 atti. Il Dumas è certamente il più fecondo degli scrittori drammatici francesi, appunto come la buona memoria del Balzac, che ne’ suoi bei giorni era appellato il più fecondo romanziere di Francia e di Navarra.

  Corriere teatrale. Parigi, «Il Pirata. Giornale di letteratura, belle arti e teatri», Torino, Anno XVII, N° 20, 6 settembre 1851, pp. 79-80.

  Egli [Harel], direttore del Théâtre de la Porte Saint-Martin] morì nel 1840 dopo aver dato una sola rappresentazione del Vautrin De Balzac, che fu proibito l’indomani, perché l’attore Frederielt (sic) ebbe la pessima ispirazione di atteggiare la sua fisonomia a modo che sembrasse quella del re Luigi Filippo. Il giovane duca d'Orleans che assisteva alla rappresentazione dietro a noi, in una loggia chiusa, uscì scontentissimo a metà del dramma, e provocò la decisione ministeriale.


  Corrispondenza sui teatri di Parigi, «Il Diavoletto. Giornale diabolico, politico, umoristico, comico, critico e pittorico», Trieste, Anno IV, N. 261, 21 Settembre 1851, pp. 1042-1043.

  p. 1042. Cfr. scheda precedente.

  Teatri e notizie diverse, «L’Italia Musicale. Giornale dei Teatri, di Letteratura, Belle Arti e Varietà», Milano, Anno III, N. 80, 4 Ottobre 1851, pp. 318-319.
  p. 318. Torino. […] – [Al Carignano] Il D’Angennes si riapre colla Comedia Francese. Ci si promettono le novità seguenti: Mercadet, comédie en trois actes, par Balzac […].

  “Viscardello (Rigoletto)” di Giuseppe Verdi al Teatro Argentina di Roma, «Gazzetta Musicale di Milano», Milano, Anno IX, N.° 40, 5 Ottobre 1851, pp. 186-187.

  p. 186. – La pièce est, je vous l'assure, Madame, souverainement morale. - Je ne partage pas votre avis, monsieur, et je la trouve profondément immorale. - Voilà des gens bien près de s’entendre! ... [citazione tratta da Le Conseil, maggio 1832].

  Questo breve dialogo col quale Balzac, di calunniata memoria, incomincia una delle sue Scene della vita privata, potrebbe benissimo applicarsi al caso di questo povero Rigoletto, il cui merito musicale pesa sullo stomaco degli uni, e la cui prominenza gibbosa gravita sulle spalle degli altri.


  Varietà, «Il Diavoletto. Giornale diabolico, politico, umoristico, comico, critico e pittorico», Trieste, Anno IV, N. 323, 23 Novembre 1851, pp. 1291-1292.

  p. 1291. Ecco un fatto, ch’è una prova della trista condizione, nella quale si trovano attualmente i librai di Parigi. Essi aprono venditorii nelle botteghe da caffè ed acquavite, ed i loro impiegati dànno ai consumatori, che fanno una spesa di un franco, un volume stampato delle opere di Vittor Hugo, Balzac, Dumas, Gozlan, ed altri autori celebri.

  Milano, 21 Dicembre, «Gazzetta dei Teatri. Si pubblica in continuazione alla “Moda”», Milano, Anno XIV, N. 69, 21 Dicembre 1851, p. 1.

  L’altra sera abbiamo avuto Mercadé (sic) per beneficiata del direttore della compagnia F. A. Bon. Si dice che codesto Mercadé venga frequentemente rappresentato a Parigi con pieno successo. Se la cosa è vera, allora bisogna credere che noi siamo i gran gonzi, o che il lavoro postumo di Onorato Balzac non venne a noi dato nella sua integrità. Ebbero un bell’affannarsi i due Bon, padre e figlio, per far gustare le bellezze del per noi nuovo lavoro, il pubblico non ne volle sapere, e lasciò che i tre lunghi atti della commedia si succedessero tranquillamente, senza mai darsi nemmanco per inteso, che era pur qualche volta necessario applaudire alla loro distinta abilità.


  Cesare Bordiga, Poche parole sui romanzi e il racconto “Adele” di P.L.D.E., «Il Buon Gusto», Firenze, Anno I, N. 9, 18 ottobre 1851, pp. 33-34.

 

  p. 33. Tale è il motivo che ci fa gridar contro alla caterva di romanzi stranieri che oggidì vanno circolando in Italia, volti nel nostro idioma da traduttori senza pudore senza intelletto e senza coscienza. Tale è il motivo che ci fa stimare stolto chi giudica sinistramente tal genere di letteratura, dopo aver letto soltanto le strane laidezze e le pagliacciate di Kock, le inverosimiglianze e le buffonate di Ducange, le false idee e le esagerazioni di Balzac e di tanti altri suoi commilitoni, i Romanzi dei quali in grazia delle vergone e dei delitti di cui offrono i più minuti racconti nulla hanno da invidiare alla Gazzetta dei Tribunali, e a tutte quelle altre pubblicazioni destinate solo a porre in rilievo quanto di vile di ributtante e di vergognoso può immaginare ed eseguire la mente dell’uomo.


  Cesare Cantù, Storia di cento anni [1750-1850] narrata da Cesare Cantù. Volume Secondo, Firenze, Felice Le Monnier, 1851, p. 494.[1]

  Balzac, con acuto vedere, potente descrizione, arte d’appropriarsi l’altrui, piacque anche a gente seria (Luigi Lambert, Eugenio [sic] Grandet) prima che s’abbandonasse alla sensualità, alla quale pretendendo mescolare non so che di spirituale, produsse un bastardume indecente.

  Tito Delaberrenga, Pietro L. Generini, I Misteri di Trieste. Romanzo contemporaneo. XIV. Gli inganni, «Il Diavoletto. Giornale diabolico, politico, umoristico, comico, critico e pittorico», Trieste, Anno IV, N° 228, 19 Agosto 1851, pp. 910-911.


    p. 910.
Tra le fragranti foglie della rosa trovi il pungolo della vespa, nel bacio d’un sedicente amico, il tradimento.
                                                          Balzac.

  Tito Delaberrenga, Pietro L. Generini, I Misteri di Trieste. Romanzo contemporaneo. XI. Una lettera, «Il Diavoletto. Giornale diabolico, politico, umoristico, comico, critico e pittorico», Trieste, Anno IV, N° 335, 5 Dicembre 1851, pp. 1337-1338.

  p. 1337. Tutt’è scoperto – sono disonorata – soltanto la morte può dar pace al mio cuore straziato dal rimorso.
                                                Balzac.

  Felice Deserti, Corriere teatrale. Torino, «Il Pirata. Giornale di letteratura, belle arti e teatri», Torino, Anno XVII, N° 27, 1° ottobre 1851, pp. 106-107.

  p. 106. Il D’Angennes si riapre colla Commedia Francese. Ci si promettono le novità seguenti: Mercadet, Comédie en trois actes, par Balzac.


  Paolo Emiliani-Giudici, A Tommaso Gherardi Del-Testa, in Beppe Arpia. Racconto di Paolo Emiliani-Giudici, Firenze, Luigi Ducci e Comp. (Tipografia di Mariano Cecchi), 1851, pp. 5-22.[2]
  pp. 7-8. Oh! mi fosse dato di non annojare i miei lettori, ed avvezzarli a vedere le nostre miserie contemporanee descritte da penne italiane e con colori italiani, e persuaderli a non tollerare lo strazio disonesto che gli stranieri, senza conoscerci né punto né poco, fanno di noi e delle cose nostre. Finita la lettura di gran parte del manoscritto, gli astanti si dettero a conversare nel modo seguente:

L’editore.
Dunque che ve ne pare egli, o Signori?
Il critico.
Non c’è poi tanto male; si fa leggere; si può anche andare sino alla fine senza dormire.
Il gallomano.
Oh! ci mancano tante cose.
Il poeta.
Come sarebbe a dire?
Il gallomano.
  Guardate; ci mancano: l’energico colorito di Vittor Hugo, i colpi di scena di Dumas, l’analisi delle passioni di Balzac, la pittura delle grisettes di Paolo de Kock, la poesia intima di Giorgio Sand; non ci sono né prigioni buje, né sotterranei, né guigliottine, né assassini, né briganti, né galeotti, né carnefici: in somma non c’è nulla che faccia rizzare i capelli, e quando il romanzo non mette in convulsione i nervi e non commuove perfino i peli del corpo, secondo me, non vale un fico.
[…]
  p. 18.
Il vecchio.
  Si puole una sola parolina? io che porto sulle spalle un fagotto di sessantacinque anni e sette mesi, ed in mia vita ne ho viste assai delle belle, io non m’intendo di libri, ma questo lo leggo volentieri, perché pratica di mondo ce n’è, e mi par proprio di conversare con antichi conoscenti.
Il poeta.
Pur troppo gli è così.
Il gallomano.
Ma non c’è Balzac.
[…]

  F.[rancesco] D.[omenico] Guerrazzi, Veronica Cybo, in Scritti di F.-D. Guerrazzi. Veronica Cybo – La serpicina – I nuovi tartufi, racconti – Pensieri – Discorsi – Illustrazioni – Traduzioni. I Bianchi e i Neri, dramma. Seconda Edizione, Firenze, Felice Le Monnier, 1851.


III.
  p. 23. È una molto terribile storia quella che adesso vi racconto, e che ha principio nella villa Salviati, posta sopra uno dei bei colli che circondano Firenze, ond’è che non invito a leggerla se non chi ne ha voglia. – Correva il vespero del primo novembre 1637, regnando in Toscana Ferdinando II di gloriosa, immortale, paterna memoria, come fu inciso su l’epitaffio composto dal poeta di corte. Una fata si sarebbe scelta per dimora cotesta villa; quel benedetto ingegno di messere Ludovico avrebbe saputo appena immaginarla più bella. Ma io non istarò a descrivertela, amico lettore, però che da quando mi accorsi come gli uscieri, e simili persone onoratissime deputate a commettere gravemente, descrivessero mobili e vesti, quanto Scott o Balzac, io meco stesso divisassi lasciare intera alle prefate onorandissime persone la gloria degl’inventarii.

 Francesco Larire, Bizzarrie. Posta restante, «Il Pirata. Giornale di letteratura, belle arti e teatri», Torino, Anno XVII, N° 36, 1° novembre 1851, pp. 141-142.


  p. 141. Voi vi ravvisate dei faccendieri, i Vautrin, i Mercadet dell’industria frodolenta che annunziano, ne’ giornali, delle operazioni, delle speculazioni che devon rendere cento per cento, e che si fanno scrivere a posta corrente sotto delle iniziali, onde celare un nome più logoro a coloro ch’ei vogliono attirar nelle loro reti.

  Michele Lessona, [Lettera], in Prof. Lorenzo Camerano, Michele Lessona. Notizie biografiche e bibliografiche, «Bollettino dei Musei di Zoologia ed Anatomia comparata della R. Università di Torino», Torino, Vol. IX, N. 188, 30 Ottobre 1894, pp. 11-17 [pp. 1-72].

  Nota 1, p. 11. In una lettera che il Lessona scrisse in quel tempo ad un suo amico carissimo, raccontò la sua andata in Asti e la sua prima lezione. Ecco la lettera:
Asti, le 14 juillet 1851.
[…]
  p. 16. La dame de qui je loue une chambre est une vraie dame de province, femme de quarante ans selon la formule de M. de Balzac, qui se plaint d’abord du peu d’éducation qu’on lui a donné, avec les rares dispositions dont elle était douée, que (sic) se plaint ensuite et plus hautement de l’excès du prosaïsme de son mari.
  Enfin, une femme incomprise.

  F. Listz, Federico Fr. Chopin, «Gazzetta Musicale di Milano», Milano, Anno IX, N.° 20, 18 Maggio 1851, pp. 93-95.

  p. 93. Lo sprezzo interno che nutrono per coloro che non riescono ad indovinarle, loro assicura quella superiorità che le fa regnare con tanta arte su tutti i cuori, che elleno sanno incantare, lusingare, addomesticare, affezionarsi, e che dominano sino al giorno in cui, appassionandosi con tutta l’anima loro, sanno dividere e disprezzare la morte, l’esilio, il carcere, i più crudeli tormenti, sempre fedeli, sempre tenere, sempre inalterabilmente affezionate. Complesso irresistibile, che affascina, a cui si rende onoranza, e che de Balzac ha schizzato in alcune linee d'antitesi, piene di preziosissimo incenso, dirette «alla giovane di terra straniera; angelo per l’amore, demone per la fantasia, fanciulla per la fede, vecchia per l’esperienza, uomo pel cervello, donne pel cuore, gigante per la speranza, madre pel dolore, e poetessa per la sua imaginazione». (Dedica a Modesta Mignon [il corsivo è nostro]).


  P., Curiosità e Aneddoti musicali. Un maestro di musica ad un festino, «Gazzetta Musicale di Milano», Milano, Anno IX, N.° 13, 30 Marzo 1851, pp. 60-61.

  – Bello, veramente bello! esclamava un uomo di cinquant’anni all’incirca, tenendo in mano un libro in 8.º sulla cui schiena leggevasi: Balzac, Peau de chagrin; proprio assai bello! Mia moglie aveva ragione di animarmi a leggerlo! Quest’orgia è seducente ed io, che non ho mai fatte nè viste simili cose, confesso che a pensarvi soltanto mi sento venir l'acquolina alla bocca. Oh! ma bisogna che una volta o l’altra faccia anch'io la mia scappata, una baracca in tutte le forme! Potrò almen dire d’averlo provato io pure codesto gusto! ... Ma, che cosa dirà poi mia moglie? Io che sono sempre a letto, alle nove ore d’inverno, alle dieci d’estate! ... Che importa? Le darò ad intendere qualche fiaba ed ella dovrà tacere. Questa sera ci deve essere un festino; sono sicuro di trovarvi alcuni giovani colleghi, e specialmente quell’originale di ..., che parla sempre di musica come un Rossini, e non ha mai scritto una nota! Vi andrò, oh vi andrò ... Il maestro Valerio era a questo punto del suo monologo, quando si aprì l’uscio della sua stanza, e vi entrò una donnetta bionda, bianca, grassotta, e dell'età di quasi tutte le donne di Milano, fra i trenta e i cinquanta.

  – Non sei ancor pronto? – Prontissimo, rispose il maestro, deponendo il libro sul tavolo davanti a cui stava seduto.

  – Ma che hai? Mi sembri preoccupato.

  – Nulla ... nulla ... è un gran bel libro questo di Balzac; il capitolo specialmente dell’orgia.

  – Usciamo, usciamo, parleremo di Balzac in appresso.

  Strada facendo, i due coniugi pareano volersi comunicare a vicenda un secreto, senza osarlo. Erano ambedue cogitabondi, distratti. Finalmente la moglie, rompendo prima il silenzio, disse al maestro:

  – Se non sapessi che ti piace coricarti di buon’ora, ti chiederei il permesso di andare stassera dalla nostra vicina di casa, dove c’è trattamento di tortelli.

  – Come, mia cara? Ma con tutto il piacere! rispose il marito, quasi si sentisse cadere dalle spalle un gran peso. – Ma tu che farai così solo?

  – Oh! non darti pensiero di me; andrò baloccando; poi entrerò un momento in teatro, se ne avrò voglia, o più probabilmente mi caccierò fra le coltri.

  – No, va in teatro, amico mio, non mi divertirei quando pensassi che tu stai annojandoti. Queste poche parole destarono una specie di rimorso nell’animo del maestro; ma con la mente ancora esaltata dalla lettura del libro di Balzac, continuò nel suo progetto di fare quella ch’egli chiamava una piccola baracca.

  Non si tosto sua moglie fu entrata nell'appartamento dell’amica dai tortelli, il nostro Valerio corse difilato al luogo del festino, dove trovò la contrada ingombra di carrozze, quasi tutte da nolo, e di pedoni in maschera e senza maschera. Errando poco stante fra quella romorosa riunione, giovane, animata, poco meno che delirante, avreste veduto un uomo di una certa età cacciarsi avido e pauroso tra la folla, ed esaminare ogni cosa con due grandi occhi da spiritato. Sembrava che egli cercasse di sorprendere uno sguardo fra tutti quei travestimenti femminini che l’urtavano, lo spingevano schiamazzando e ridendo; e nondimeno sulla sua fisonomia, bonaccia e curiosa, leggevasi un tal quale spavento di trovarsi isolato a quel modo in mezzo ad un mondo a lui sconosciuto.

  Non andò guari che la fatica lo forzò a cercar di sedersi, e riesci a grande stento a ritrovar disponibile l’estremità di una panca. Vi si era appena collocato alla meglio, quando una mascherina, accostandosegli, con voce sottile gli disse:

  – Non sono tanto indiscreta da chiederti la cessione del tuo posto, ma ti prego di permettermi ch’io mi metta a sedere sulle tue ginocchia, un quarticin d’ora soltanto.

  Il maestro di musica, guardò e riguardò la maschera per assicurarsi ch’essa dirigesse propriamente a lui la parola; ma prima ancora che egli avesse risposto, la signora aveva già preso il proprio partito. Stupefatto dapprima di codesta familiarità di pessimo genere, il povero maestro non osava muoversi sotto il peso che gravitavagli le ginocchia. Poi, ricordando il libro che aveva letto la mattina, e pensando poter essere quello il principio dell’orgia a cui intendeva abbandonarsi a corpo perduto, si fece ad esaminare la donnetta che seguitava a stargli, con tutto suo comodo, addosso.

  Un lungo domino nero avvolgea, disegnandole, forme rotonde e abbondevoli; nel nostro secolo, in cui le vespe sono di moda, alcuno avrebbe forse desiderato un po’ più di sottigliezza alla cintura; ma un bel piedino che la sconosciuta mostrava maliziosamente, una mano piccola che essa spogliava accortamente del guanto, poi una linea di neve o di latte, come vi piacerà meglio, che si lasciava vedere fra la pellegrina del domino e il pizzo della maschera, tutto ciò faceva presumere un’avventura molto piacevole. Il maestro di musica stava immobile, ammirando con varia soddisfazione codeste bellezze, che il caso o la sua buona fortuna gli paravan dinanzi.

  Il quarto d’ora richiesto era già trascorso, e la signora mascherata, anzichè pensare ad alzarsi, pareva far credere ch’ella scambiasse già per una seggiola le ginocchia del suo cavaliere. La conversazione andò poco a poco animandosi; il maestro non pensò altrimenti al quarto d’ora di già passato, ma cercando invece di richiamarsi alla memoria gli audaci particolari di qualcuno de’ brani di Balzac, letti la mattina, chiese addirittura all’incognita quello che i Francesi chiamano un rendez-vous.

  – È impossibile, rispose la maschera; ho il marito più geloso che esista a questo mondo; egli ucciderebbe voi e me insieme. La sola cosa ch’io possa permettervi senza pericolo, si è di ricondurmi alla mia carrozza.

  Desolato di non poter spingere più innanzi la sua orgia, di dover anzi soffermarsi a guardare in prospettiva le gioie desiderate e sperate, il buon Valerio fece nuove e più stringenti istanze, ma tutte indarno.

  Fu mestieri ch’egli si accontentasse di dare la propria mano alla dama, e di condurla fuori del festino, sino alla carrozza, sulla cui portiera il buon maestro di musica vide uno stemma comitale.

  – Posso anche permettervi di pigliar posto accanto a me, gli disse la signora, non appena ella si fu posta a sedere. – Valerio precipitò accosto a lei, e il cocchio partì frettolosamente. La storia aggiunge, che durante il breve viaggio, la mascherina concedesse ancora al suo cavaliere il permesso di baciarle la mano, poi di stringerle un poco il ginocchio, ma che queste due concessioni non accontentassero punto il gran dilettante d’orgie e di baracche.

  Quando la carrozza si fermò, l’ardito maestro dimandò con veemenza la conclusione del romanzo.

  – E mio marito? disse la sconosciuta.

  – Ma vostro marito deve dormire, adorabile Fedora. (La signorina aveva detto di chiamarsi Fedora).

  – Mio marito è a Mosca, rispose l'incognita.

  – Sino a Mosca! Oh! ma allora, di che temete?

  – Temo voi, la vostra imprudenza...

  – Qual prova esigete, o signora, del mio silenzio?

– Questa, ella disse, gettando la propria pelliccia sulla testa del suo cavaliere, e avvolgendogliela intorno con pericolo di soffocarlo; seguitemi.

  Una mano prese quella del maestro; lo diresse a scendere di carrozza, poi di qua lo guidò ad una scala, dove gli si fecer salire non sappiam bene quanti gradini, indi giù per un’altra scala, quasi eguale alla precedente. Allora s’udì aprire una porta, e il maestro di musica, sempre in volto nella pelliccia e sempre guidato dalla stessa mano, traversò sì gran numero di stanze, tanti usci si aprirono e si chiusero dietro a lui, che il pover uomo cominciò alla fine a temer di un agguato. Ei non aveva nascosto alla sua sconosciuta nè un bellissimo oriuolo da tasca, nè un diamante che scintillava sulla sua cravatta, né una borsa ben fornita del prodotto delle sue economie. La paura s’impossessò di lui, volle parlare, sbarazzarsi della pelliccia che soffocavalo, ma invece di due sentì quattro mani che l'obbligavano a star fermo ... e allora perdette proprio la testa.

  – La vita almeno, per carità, egli gridò; almeno la vita.

  E aspettandosi, da un momento all’altro, di sentir scendere nel suo cuore la fredda lama di un pugnale, si disponeva a ripetere le sue praghiere, quando fu libero a un tratto e padrone di sè medesimo. Allora egli strappasi d’addosso la pelliccia, guarda avidamente a sè intorno, si trova in mezzo a fitte tenebre.

  Esitava a risolvere se dovesse tentar di fuggire, oppure aspettare la fine di codesta strana avventura, quando fu aperto un uscio, e una donna, in abito da notte, gli si fece innanzi, con un candelliere in mano.

  Era sua moglie! Il maestro trovavasi in casa propria!

  – Ritorni a casa ben tardi, ella gli disse.

  – Mi pare che torniamo insieme, rispose il maestro.

  Poi ricordando le forme graziose e pienotte del domino, aggiunse con galanteria:

  – La è singolare, Clementina mia. Tu non mi sei mai sembrata bella...

  – Come sotto la maschera, non è vero? essa l’interruppe ridendo.

  – Ebbene, amico mio, gli disse l’indomani uno de suoi amici, a cui il maestro aveva partecipato il suo progetto di fare una mattata, un’orgia. Hai avuto qualche buon incontro la scorsa notte al festino?

  – Oimè, rispose il maestro di musica, non parliamone. Uomo maritato è uomo morto! Ei trova dappertutto la propria moglie! Come poi ciò succeda, il sa Domeneddio!


  Dott. Gio.[vanni] Raiberti, Balzac e il gobbo. Racconto, «La Piccola Lira», Bologna, Tipografia di Giuseppe Tiocchi, Anno IX, 1851, pp. 69-72.

  Trovandosi a Milano nell’estate del trentotto il celebre romanziere Balzac, mi accadde di vederlo più volte in casa di un nobile signore di lui ospite ed amico. Caduto il discorso sul magnetismo, asserì di essere valentissimo magnetizzatore, ed aver operato meraviglie a Parigi. Io osai sorridere ed interrogarlo se diceva da burla o davvero. – Ne volete una prova? – Sì, – A vista. – Vediamo. E fu chiamato un cameriere. Fattoselo sedere davanti, e sedutosi egli stesso, cominciò l’operazione. Faceva occhiacci e modacci da spiritato: disegnava, misurava, trinciava gesti colle mani, sudava e trafelava per l’intensione dell’anima e del corpo in quel lavoro. Io era stupefatto e pensava – Come sono piccioli gli uomini grandi! – Il paziente faceva una cera di mezzo sorriso tra l’incredulo ed il meravigliato, e non batteva palpebra. – Dopo mezz’ora d’inutili sforzi, Balzac si alzò dicendo che l’individuo era poco adatto a subire i fenomeni magnetici, e che sarebbe stata desiderabile una persona fiacca, e, meglio ancora, rachitica. Allora gli dissi: – Io conosco un povero nano che mi arriva all’imbilico, gobbo davanti e di dietro, bistorto in modo, che al suo confronto il vostro Majeux è un Apollo. Volete che ve lo conduca qui? – Sì, domattina alle nove. – Restammo in questo, e corsi pel nano.
  Costui è uno di quegli omiciattoli che stanno sulla porta delle chiese a vendere i libretti e le imagini nei giorni di concorso, ed è un mio conoscente antico. Trovatolo, gli dissi: – Gattino mio, vuoi tu buscare una buona mancia? – Dio lo volesse! – Ebbene, dimani mattina, alle nove precise, lasciati vedere sul ponte di Porta Orientale, dove io verrò a pigliarti. – Al momento indicato il nano passeggiava già da mezz’ora sul ponte. – Andiamo. – Dove si va? In casa di un gran signore. – Ma a che fare? – Ecco… ti dirò io … questo signore ha fatto la scommessa che egli è buono d’addormentare una persona facendogli cogli occhi e colle mani certi segni, ma bisogna che questa persona sia … di una statura piccola: perciò mi sono rivolto a te. – Gattino sospettando qualche gherminella, s’impennò e, piantatosi in mezzo alla strada, non voleva più seguirmi a nessun patto: tentai invano di persuaderlo, cosicchè poco mancò che non me lo portassi sulle braccia, come Plutone quando fece il ratto di Proserpina. Infine gli gridai: – Ma qual male vuoi che ti faccia? Sono un galantuomo, e mi conosci da tant’anni: se vuoi venire, ben per te, che guadagnerai una buona giornata; se no, vattene alla malora, che io vo subito a pigliarne un altro più bello e più ragionevole di te. – E finsi di abbandonarlo. Allora mi corse dietro, mi placcò, mi seguì fino alla stanza del grand’uomo che, al vedere quello scherzo di natura, balzò dal letto sclamando: C’est magnifique! Indossò rapidamente le mutande e la veste da camera, e si pose all’opera. Il cencioso nano adagiato in una ricca seggiola a braccioli; e l’uomo grande a lui dinanzi seduto su di una scranna. Lavorò seriamente e lungamente secondo i precetti dell’arte. Meteva fuori dalla orbita due occhi da ammaliare chicchessia: ma Gattino era intrepido come una statua. As-tu sommeil? Èe? – As-tu envie de dormir? – Comèe? Ed io Te ghe sogn? – Mì no! E Balzac ricominciava la stregoneria. Mi passò per la mente il pensiero che si pigliasse giuoco di me: ma agiva con troppa cordialità: e poi io girava, leggeva, sedeva, andava alla finestra, mentre egli stava là fisso, tutto pendente in avanti, e tremava e ansava per lo sforzo della volontà e dei moti tendenti ad operare l’incantesimo. Insomma passarono quasi due ore, in capo alle quali il nano non solo non si addormentò, ma non provò nemmeno alcun senso di magnetica felicità, se si eccettui quello di star comodo e non far nulla. Balzac allora cessò, confessando che il soggetto era un po’ duro, ma dietro quella seduta preparatoria sperava di riescirne a meglio, e mi pregò tornassimo all’indomane all’ora istessa.
  Gattino non fece più il prezioso: aveva avuto un fiorino, doveva toccarne un altro: così la scommessa fosse durata almeno un anno! La seconda seduta non ebbe esito diverso della prima. Udii più volte il grand’uomo irato a sclamare: - Il y a quelque chose de maledroit (sic) dans ce sacré bossu…! – Fui pregato di assistere ad una terza prova. Trattandosi di compiacere al signor Balzac, e di vedere come sarebbe finita quella scena, ritornai all’indomane col piccolo amico. Credereste? Dopo una mezz’ora di lavoro, Gattino cominciò a presentare una fisonomia più goffa del solito, a descrivere un piccolo cerchio colla bocca, ed a lasciar cadere le palpebre adagio adagio. Era un silenzio sepolcrale. In quell’istante, io leggeva un libro. Balzac fece dei segni per chiamarmi, e poi, impazientito, battè un piede in terra. Accorsi, ma il nano era ritornato più desto che mai. Mi furono narrati i fenomeni avvenuti: lo interrogammo – Hai tu dormito? Ripose che veramente no, ma stava per addormentarsi, per essere così ben adagiato e senza pensieri. Queste poche parole lo rimisero in attenzione, e dopo non ci fu più mezzo di fargli chiudere gli occhi. Passata un’ora, partimmo senz’altri inviti e non udii più Balzac a parlare di magnetismo.
  Nel giorno seguente verso mezzodì sento battere all’uscio, e mi vedo a comparire davanti Gattino, che si lagnava di essere stato per tre ore sul solito ponte ad aspettarmi inutilmente. – Mi conduca ancora che se fa bisogno di dormire, dormirò. – Ah briccone! Sai tu chi è quel Signore? È uno che è nominato come Napoleone: ha messo alla stampa tanti bei libri, e quando va per le strade tutti vogliono vederlo. Sei fortunato di essere stato alla sua presenza tanto tempo. – Ma non potei capacitarlo di questa parte della sua felicità, ed ebbi un bel da fare a levarmelo d’intorno.[3]


  Baldassarre Romano, Lettera a Carmelo Pardi [Termine, 30 novembre ‘51], in AA.VV., Lettere inedite di uomini illustri riguardanti la Sicilia, «Nuove Effemeridi Siciliane. Studi storici, letterari, bibliografici in appendice alla Biblioteca Storica Letteraria di Sicilia compilati da V. Di Giovanni – G. Pitrè – S. Salomone-Marino», Palermo, Luigi Pedone Lauriel, editore, Serie Terza, Vol. II, 1875, pp. 199-200.
  Ma scrivere un romanzo a’ nostri giorni non è cosa da scherzo. Scopo alto, immagini, pensieri, colorito, azione, moto, affetti, scienza, ricchezza e verità, semplicità, natura ricerchiamo oramai in questo genere innalzato al grado sì sublime a cui ci hanno assuefatto Walter Scotto, Goethe, Vittor Hugo, Sue, Cooper, Balzac, e Manzoni, Grossi, Guerrazzi ecc., e Foscolo, Foscolo. […].
  Piacemi che studiate il francese: lingua e letteratura. Siamo spassionati, senza pregiudizj nazionali. L’Italia è grande, è antica, è madre di civiltà, ma la Francia vuol’essere studiata, la sua letteratura dee conoscersi, la sua lingua non può ignorarsi. Imparatela da vero, pronunziatela bene: così voi gusterete la sua poesia, la sua eloquenza: intenderete la sua storia, vedrete ciò che fu, ciò che è, ciò che forse sarà; e se vi glorierete d’essere italiano, non vi griderete già più misogallo.

  Giovanni Siotto-Pintor, Delle Speranze vere d’Italia per Giovanni Siotto-Pintor deputato al Parlamento sardo, Cagliari, Tipografia Nazionale, 1851.

Capo VIII.
Come si debba reagire contro il clero, pp. 103-113.
  p. 105. Fu già chi disse che Cristo non ebbe il tempo di fare un codice politico che sarebbe stato tra i migliori l’ottimo. Il romanziere (1) ha scambiato Cristo con Confucio e colla missione de’ filosofi la missione del figlio di Dio. Ma e’ venne a tutt’altro, e vissuto obbediente alla dominazione romana, si nascose sì tosto ch’egli ebbe l’opera sua compiuto.

  (1) Balzac.


  [Adalberto Thiergen, Pietro Generini], I Misteri di Trieste. Romanzo contemporaneo, «Il Diavoletto. Giornale diabolico, politico, umoristico, comico, critico e pittorico», Trieste, Anno IV, N.° 199, 21 Luglio 1851, pp. 793-794.

  p. 794. […] una leggiera cravatta di raso nero serravagli il collo e chiudevasi elegantemente dinanzi formando un nastro, e se Balzac disse; che un giovane elegante si conosce dal nodo della sua cravatta, il principe Belfardo potea dirsi a tutta ragione il fiore degli eleganti.


 
[1] Segnalato da Luciano Carcereri, Editoria e critica balzachiana in Italia (1851-1875), «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia», Bari, Università degli Studi, XXXV-XXXVI, 1992-1993, pp. 519-520.
[2] Segnalato da L. Carcereri, Editoria…cit., p. 520.
[3] La trascrizione del testo di questo simpatico aneddoto comico riferito dal Raiberti sulle presunte facoltà di Balzac come magnetizzatore durante il suo primo soggiorno a Milano (19 febbraio-24 aprile 1837) è già presente in Raffaele de Cesare, La prima fortuna di Balzac in Italia (1830-1850), a cura di Luciano Carcereri. Prefazione di Arnaldo Pizzorusso, Torino, Aragno, 2005, pp. 698-701 (Dott. Gioanni Raiberti, Un esperimento di magnetismo animale, «Il Messaggiere torinese», Torino, anno IX, n. 13, 27 marzo 1841, p. 50). La riproduzione di questo intervento del Raiberti la ritroviamo anche, con qualche aggiunta e qualche variante formale, in: Appendice all’opuscolo Il Volgo e la medicina. Altro discorso popolare del dottore G. Raiberti, Milano, Bernardoni, 1841, pp. 170-171 (cfr. De Cesare, pp. 701-702); Cronaca del giorno. Appendice all’opuscolo Il Volgo […], «Corriere delle Dame», Milano, anno XLI, n. 20, 10 aprile 1841, pp. 156-157 (cfr. De Cesare, p. 703); con il titolo di L’uomo grande ed il nano, in: «La Favilla», Trieste, anno VI, n. 18, 2 maggio 1841, pp. 141-143 (cfr. De Cesare, p. 712), «Il Silfo. Giornale letterario, artistico, teatrale», Modena, anno I, n. 9, 19 giugno 1841, pp. 70-71 (cfr. De Cesare, p. 717), «La Parola», Bologna, anno I, n. 3, 22 luglio 1841, p. 9 (cfr. De Cesare, p. 719), «La Farfalla», Bologna, [anno III], n. 30, 28 luglio 1841, pp. 2-3 (cfr. De Cesare, p. 724) e in: Balzac, Orsola Mirouet. Novella di Enrico (sic) Balzac recata in italiano per cura di Ercole Marenesi, «Florilegio romantico», tomi XXIII e XXIV, Milano, coi tipi Borroni e Scotti, a spese degli editori, 1842, pp. 11-15.

Marco Stupazzoni


  I contenuti presenti sul blog “balzacinitalia.blogspot.com” dei quali è autore Marco STUPAZZONI non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti perché appartenenti all’autore stesso.

  Copyright © 2013 - 2021 balzacinitalia.blogspot.com by Marco Stupazzoni. All rights reserved.


Nessun commento:

Posta un commento