lunedì 26 agosto 2013


1864



Studî e riferimenti critici.
  Romanzo (letter.), in Nuova Enciclopedia Popolare Italiana ovvero Dizionario generale di scienze, lettere, arti, storia, geografia, ecc ecc. Opera compilata sulle migliori in tal genere, inglesi, tedesche e francesi coll’assistenza e col consiglio di scienziati e letterati italiani corredata di molte incisioni in legno inserite nel testo e di tavole in rame. Quinta edizione conforme alla quarta interamente riveduta ed accresciuta di più migliaja di articoli e di molte incisioni sì in legno che in rame. Volume Vigesimo, Torino, dalla Società L’Unione Tipografico-Editrice, 1864, pp. 81-87.  
  p. 85. Da questi due scrittori [Goethe e Scott] ha principio la folta schiera di romanzieri francesi. Noi rammenteremo alcuni dei più celebri. Balzac ha principali doti la minuta analisi dei sentimenti dell’anima, l’evidenza con cui descrive i particolari della sua tela, ed in generale la verità dei caratteri. Questa facoltà di dipingere il vero, non comune agli altri scrittori francesi, è notevole in lui; ma egli non possiede il segreto di disporre un piano di racconto in modo che tutte le parti abbiano giusta proporzione e dilettino colla loro armonia. Egli è talvolta prolisso: gli antefatti ne’ suoi romanzi ritardano molto l’interesse dell’azione; le digressioni appajono frequenti; le descrizioni sono troppo minute. Balzac non si prefigge altro fine ne’ suoi scritti che di mostrare la società francese quale egli crede che sia, e di procacciare piaceri ai suoi lettori: il carattere della società ch’egli dipinge non è il carattere generale della società francese. Lo scopo morale è spesso tradito da quello scrittore, perché suole adornare e far piacevole il vizio. Giorgio Sand segue altra via diversa da Balzac ne’ suoi romanzi. Il suo concetto è più subbiettivo che obbiettivo; non osserva come il Balzac, non esamina, non scruta per dar la forma del linguaggio a quel che vede, ma concepisce un’idea e poi la veste di avvenimenti, e perciò i suoi concetti non sono veri come quelli dell’altro romanziere, lo scrittore crea personaggi ideali che rispondono ad un pensiero nella mente del lettore. Sarà probabilmente un pensiero democratico, un presentimento di fusione di enti, un simbolo del martirio del genio, un’immagine di qualche utopia, lo sbozzo di qualche demone in cui si personifica qualche gran corruttela. Madama Sand cerca di sciogliere a suo modo nei romanzi astrusi problemi sociali, dove sparge il dubbio, dove la disperazione, dove la speranza in un ordine futuro di cose, architettato nella sua mente. Ma qualche volta trincia da profetessa e da riformatrice, il che non fa Balzac, che si delizia a contemplare la società come si svela alla sua immaginazione. La collezione de’ suoi romanzi è stata da lui intitolata Comédie humaine. Alessandro Dumas, altro romanziere di fama e forse più clamorosa di quella che godono i due citati, essendo ad un tempo drammaturgo e romanziere, quando scrive romanzi è più drammatico, più veemente nelle passioni, più complicato negl’intrecci, più ricercato e più profondo nelle situazioni che Balzac e madama Giorgio Sand. Meglio che in questi due si manifesta in lui lo scopo di ricreare; e vario e molteplice nella scelta degli argomenti, non bada ad idealità, né a riforme; egli non tende che a scuotere i cuori, ad infiammare le immaginazioni. Il suo dire, sebbene non elegante, è molto pittoresco, e superiore in ciò a quello di Balzac e di madama Sand; ma lo stile di Balzac è fiorito, delicato, analitico, e quello di Sand nobile, robusto, poetico, originale.
[…]

   pp. 86-87. In Francia il romanzo scadde assai dopo la morte di Balzac, Sue, Soulié, ecc., e alla grande avidità di leggere romanzi si supplisce con traduzioni da tutte le lingue.


  Sopra i cattivi libri. Istruzione pastorale indiritta dall’Em. Cardinale Arcivescovo e dal Mons. Vescovi del Belgio al Clero e ai fedeli delle rispettive loro Diocesi con aggiunte spettanti alla Pia Società Preservatrice dalla corruzione de’ cattivi libri e giornali, Padova, dalla Tipografia del Seminario a spese della Società Preservatrice, 1864.

 

  p. 11 e nota (3). Noi mettiamo gran peso, nel dimostrare con autorità, che non potrebbero ricusare le persone più preoccupate contro del Clero, in quale grado i libri già riprodotti, e sparsi per la stampa belgica, appartengono ad una letteratura empia, satanica, maledetta. Questa marca ignominiosa, altri prima di noi la hanno già impressa (3).

  (3), pp. 11-12. Il Costituzionale chiama questa letteratura maledetta. La Rivista nazionale ha data la qualificazione di satanica a quella specie detestabile di romanzi, e tuttavia alla moda, ove Alessandro Dumas, Eugenio Sue, Balzac, ed altri «personificano un eroe, al quale essi attribuiscono delle facoltà soprannaturali, un potere misterioso ed occulto, che impera a questo mondo .... essi compongono intrecci spaventevoli da fare drizzare i capelli in testa ... accumulando le maledizioni agli anatemi ... mettendo la virtù inerme alle strette col vizio in agguato per tutti bivji della vita; e poi conchiudono con disperazione, che il mondo è un abisso d’infamia e di malvagità». Dopo avere fatta la critica d’un di questi detestabili romanzi, la Rivista nazionale, parlando degli effetti, che simili letture sono in caso di fare sopra lo spirito del lettore, aggiunge: «Le infelici creature, che teorie menzognere del bene e del male hanno fatto perdere, non sono venute tutte a sedere in sullo scanno d’una corte di Assise? Domandate all’abbominevole suicidio donde riscuota egli ogni giorno il suo orribile tributo; interrogate la dissolutezza, interrogate la miseria, ascoltate al loro letto di dolori la confessione di tutte le infermità morali, che si agitano nel centro della nostra società, e voi forse allora penserete che ... il romanzo satanico ha de’ pericoli che bisogna fare conoscere, ha delle ignominie che la critica deve smascherare». Revue nationale, 5.a serie, 4.° e 5.° fascicolo.

 

  Agli ascritti della Pia Società Preservatrice, pp. 70-72.

 

  p. 70. Affine di rendere sempre più esteso e maggiore il frutto dei Decreti e delle cure degli Illustrissimi e Reverendissimi nostri Superiori Ecclesiastici, avvertiamo i nostri Confratelli dei Libri e Giornali, dalla cui lettura debbono astenersi, se vogliono essere fedeli alle fatte dichiarazioni.

  Essi sono

[...] Balzac, Tutti i romanzi [...].



  La Difesa dei legittimi governi al cospetto della Rivoluzione, Napoli, 1864.

 

  p. 11. Ad una vita di tanti secoli, che ha compiuta la unificazione Cattolica, e per mezzo di una sola credenza ha ravvicinato il mondo, che ha saputo fare la vera Unità d’Italia, la Unità del 500, che ha creato il secolo di Michelangelo di Raffaello, dei grandi miracoli di Arte, e che ha dati all’Italia, ed al mondo gli Ariosto, i Tasso, tutti i grandi poeti della moderna civiltà, voi, pigmei del progresso, supplirete con le vostre utopie, con la letteratura dei Voltaire, dei D’Alembert, dei Guerrazzi, dei Paul de’ Koch (sic), dei Sue, dei Balzac, alle grandi speculazioni della scienza del San Tommaso, di San Bonaventura, del Bacone, del Vico con le idee dei Gioberti, dei Ferrari, degli Ausonio Franchi, alla Unificazione dei Comuni del Medio Evo, con la vostra sfatata Unità, con la vostra sapienza civile? Quando si è pigmei, perché vuolsi avere la stolida pretenzione di esser giganti?



  I clericali ed i liberali, «L’Eco delle Alpi Retiniche», Trento, Anno I, Num. 31, 12 marzo 1864, p. 1.

 

III.

 

  I liberali hanno già libertà di stampa da un pezzo e ne usano ai loro fini; le sette hanno già diffuso in ogni parte i libri che la vendita ha giudicato opportuno mettere in circolazione. Si dia uno sguardo dalle Bibliotechine eleganti delle dame ai poveri ripostigli de’ giovinetti del popolo e vi si troveranno di bei maestri di pudore e di virginale verecondia. Le più luride infamie degli scritti d’una dama adultera fino nel nome, come la chiamava Pietro Giordani, mascheratasi sotto nome di Giorgio Sand, le più turpi e sconce novelle che Eugenio Sue, condotto dal suo abbrutito e selvaggio ingegno trasse dai postriboli o dai covi de’ comunisti, le sconcissime scipitezze di Paolo de Kok (sic), le fine ribalderie del Balzac, le disperanti frenesie del Goethe, le infamie morali del Marmontel, le pungenti empietà del Voltaire; qualche strana lambicatura dell’Hugo, ecco i libri prediletti delle signorine, e de’ giovani [...].



  Memorie originali. Estratti ed analisi di opere. “La scienza dell’ordinamento sociale”: del professore Giovanni Bruno, Palermo 1863. Volume II, di pag. 470, «Annali di statistica economia pubblica, legislazione, storia, viaggi e commercio» compilati da Giuseppe Sacchi e da varj economisti italiani, Milano, presso la Società per la pubblicazione degli Annali universali delle scienze e dell’industria, Volume CLVIII della Serie prima, Volume decimottavo della Serie Quarta, Aprile, Maggio e Giugno 1864, pp. 125-153.

 

  Cfr. 1862.



  Appendice. Per la strada, «Il Termometro mercantile. Periodico Settimanale dell’Agenzia Generale d’Affari rappresentata da Ferrari Giovanni», Mantova, Anno I, N° 3, 20 Giugno 1864, pp. 9-11.

 

  p. 11. Le donne!!!

  Lasciate ch’io vi metta tre bei punti ammirativi; le donne sono creature calunniate e che ancora non hanno trovato altro panegirista che Balzac; ebbene, io pure farò il loro panegirico.


  Notizie, «Gazzetta di Mantova», Mantova, Anno II, N. 77, 5 Luglio 1864, pp. 309-310.

   p. 310. La Congregazione dell’Indice ha condannato tredici opere, fra cui: I Miserabili, di Vittor Hugo; i romanzi di Balzac e di Federico Soulié; Gesù, Mosè, Maometto, per il barone Orbach; la Vita di Gesù di Renan […].

  Cronaca contemporanea. I: Cose italiane, «La Civiltà Cattolica», Serie V, XI, Fascicolo 344, 6 luglio 1864, p. 227.[1]
   Con decreto del 20 Giugno 1864, riferito nel Giornale di Roma del 27, furono inscritte nell’Indice de’ libri proibiti le opere seguenti: […]
   «Balzac (H. de) Le père Goriot. Histoire des Treize. Splendeurs et misères des courtisanes. Esther heureuse : etc., et omnia scripta eiusdem Auctoris.

  Lettere di un Francese sull’Italia. Teatri – Torino – Parigi, «Il Giornale illustrato», Firenze, N. 12, dal 20 al 26 agosto 1864, pp. 91-94.

   Oh mie carissime compatriote dei teatri delle Variétés, della Porte Saint-Martin, oh mie carissime incettatrici di diamanti e di perle fine; voi che prendete per vocazione teatrale il vostro ardente desiderio di vivere all’ombra dei belli alberi dipinti da celebri pittori, alberi le cui frutta sono dei rubli e dei marenghi, voi esitereste ad esporvi agli occhi del pubblico senza belletto e senza bianco in pieno giorno, come le valorose figlie d’Italia. È vero però d’altronde che unicamente preoccupate della loro arte, le mie protette non si occupano né dei proscenii, né degli stalli dell’orchestra, è vero che quella valorosa prima attrice che si chiama Giulia Romei pensa al personaggio che rappresenta e che sia questo od una gran signora italiana o la Linda di Chamonix, o la cantatrice da strada, o la virtuosa moglie di Stenterello negli intrighi della sua ambizione, l’intelligente comica è sempre nella parte che rappresenta. Essa ha pure il dono tanto raro di saper ascoltare i suoi interlocutori, e senza trascurar la sua persona ed il suo abbigliamento, cosa tanto utile al teatro, essa non ne fa però il perno della sua riuscita, né l’origine degli applausi che le si prodigano.
   E la bella amorosa che si direbbe ha ispirato a Balzac il romanzo La fille aux cheveux d’or (sic), può mai essere più ingenua, più accorta. E qual vivacità, qual brio, che anima!

  Fisiologia della Camera, in Cletto Arrighi [direz.; pseud. di Carlo Righetti], I 450 Deputati del presente e i deputati dell’avvenire per Una Società di egregi uomini politici, letterati e giornalisti diretta da Cletto Arrighi. Volume Primo, Milano, Presso gli Editori, 1864, pp. 12-21.

   p. 16. «Questo quadro, coloro che fra voi non conoscono la fisonomia del Parlamento, lo crederanno umoristico, esagerato, e in ogni caso eccezionale. Mi duole altamente di doverli disingannare. I particolari descritti sono côlti dal vero; e i particolari sono preziosi nello studio delle umane vicende. – Les détails, toujours les détails – raccomandava Balzac. I particolari cono come le pietruzze che compongono il mosaico».

  Cesare Cantù, L’Abate Parini e la Lombardia nel secolo passato. “Il Meriggio” di Giuseppe Parini, in Storie minori di Cesare Cantù. Volume Secondo. Storia di Milano. – La Lombardia nel secolo XVII. – Parini e il suo secolo, Torino, dall’Unione Tipografico-Editrice, 1864, pp. 786-829.

   p. 792, nota (9).
Dunque a te giovi de la scorsa notte
ricordar le vicende, e con obliqui
motti pugnerla alquanto; o se, nel volto (9)
paga più che non suole, accor fu vista
il novello straniero, e co’ bei labbri
semiaperti aspettar, quasi marina
conca, la soavissima rugiada
de’ novi accenti; […]
  (9) Questa il Balzac la chiamerebbe une étincelle d’amour propre, baptisé du nom de jalousie.[2]

  G.[iovanni] de Castro, Tredici (I), in Il Mondo secreto. Vol. IX, Milano, G. Daelli & C. Editori, 1864, p. 99.

   Esercitarono occulto potere a Parigi, durante il primo impero. Balzac dedicò ad essi uno de’ suoi più dilettevoli romanzi.


  Giovanni De-Castro, Letteratura e letterati in Italia, «La Rivista italiana di scienze, lettere ed arti colle Effemeridi della Pubblica Istruzione», Torino, Anno quinto, N. 216, 13 novembre 1864, pp. 706-708.

 

  p. 707. Si comprende benissimo la lotta ne’ primi anni della carriera, si comprende benissimo che Balzac abbia avuto quindici romanzi uccisi a’ suoi piedi prima di prendere d’assalto la fama; ma non si comprende che questa lotta debba spesso dorare fino all’ultimo, che la precarietà debba farsi assidua compagna alla vita dello scrittore, che questi non debba mai o quasi mai trovare, se non in una posizione extra letteraria, quel riposo a cui avrebbe diritto.


  Luigia Codemo Gertenbrand, Andrea ovvero Il Padre e la Famiglia. Scene domestiche del Veneto per Luigia Codemo Gertenbrand. Volume unico, Venezia, Premiata Tipografia di Gio. Cecchini Edit., 1864.

  p. 61. Gli [a Antonio Dauli] nasce il primo figliolo e la felicità e l’affetto di Antonio per questo suo primogenito si manifesta in modo che supera quello dei più caldi genitori. Ma tutto questo è niente in confronto dei trasporti d’amore, della tenerezza quasi insensata da cui è preso al nascergli una bambina: e poi un’altra e così per ogni nuovo nato: ma soprattutto per le figliuole ... le pazzie di questo nuovo papà Goriot passavano il segno, poichè di mano in mano che le sue creature venivano su belline, e le grazie dell’infanzia si univano a ciò che ha in sé di seducente l’infanzia femminile, sempre maggiore facevasi l’amor cieco, la cieca ambizione del padre.

  p. 525. – Non impicciarti nelle mie faccende – ringhiò egli [il padre di Ildegarda] – e s’affagottò nel suo nefando tabarro coll’occhio sempre fisso nell’Ildegarda, sempre con quella passionata ambizione, che lo rendeva così miserevolmente un secondo Papà Goriot.


  C.[arlo] C.[ollodi], La Madre debuttante, in Strenna Garibaldi del giornale “Il Lampione” pel 1864, Firenze, Tipografia Grazzini, Giannini e C., 1864, pp. 41-51.
   Viene qui riproposto, con qualche variante formale, l’articolo pubblicato, a firma Carlo Lorenzini, ne «Lo Scaramuccia» dell’otto dicembre 1855.

  
  [Eugène] Cormon, Eugenio Grangé, I Misteri di un marito oppure Emicrania e mal di nervi ovvero Un interrogativo conjugale. Commedia in due atti dei signori Cormon ed Eugenio Grangé. Tradotta dall’Artista Giacomo Martini, Milano, presso l’Editore Carlo Barbini, 1864 («Biblioteca ebdomadaria-teatrale ossia Scelta raccolta delle più accreditate Tragedie, Commedie, drammi e Farse del teatro italiano, francese, inglese, tedesco e spagnuolo», Fasc. 526).

Atto Primo. Scena IV.

   pp. 18-19.
  Ama. [Amalia, moglie di Durosel] E con chi hai fatto questo frugalissimo pasto?
  Mau. [Maurizio Durosel] Con chi? Oh, se anche te lo dicessi, non ne sapresti più di ciò che sai … perché non ne conosci la persona …
  Ama. Ma pure?
  Mau. Ebbene, te lo dirò! con … con un negoziante … un negoziante di Marsiglia … che doveva parlarmi d’affari … il signor … (cercando un nome) il signor Mercadet.
  Ama. Che razza di nome! … Si direbbe che l’hai inventato.
  Mau. Oh, bene! molto bene! prima avevo certi occhi … ora invento dei nomi … ma questo mia cara … Sta a vedere che un uomo non può aver nome Mercadet!
  Ann. [Annetta, moglie di Bertolini] Ah! ah! ah! egli è un nome molto ridicolo!
  Mau. (ridendo anche lui) Ah! ah! ah! voi trovate che? … è un nome Marsigliese … un nome d’origine forense … Mercadet! …
[…]
  Ama. Come! come! esci di nuovo?
  Mau. Oh! non subito … ma fra venti minuti, un quarto d’ora … ho un appuntamento … per certi effetti … che devo rimettere questa sera … a …
  Ama. Al signor Mercadet forse?
  Mau. Precisamente!
[…]
  Ann. (piano ad Amalia) (Oh, mia cara amica, io vorrei che Bertolini pure conoscesse un Mercadet).


  Luigi Gualtieri, I Piombi di Venezia. Racconto storico del secolo XVII seguito dell’Innominato – di Dio e l’Uomo dello stesso autore. Volume II, Milano, Francesco Sanvito, 1864.

   p. 7. Molti poeti e romanzieri descrissero gli effetti dell’alba; e con immagini rubate alla grazia ed alla eleganza dei Greci ora ce la presentano sotto le forme di un’avvenente giovinetta, che colla dita rosee schiude le porte d’Oriente; ovvero sotto le sembianze della sposa di Titone che si alza per fare una infedeltà al vecchio marito, e viene gettando dal grembo rose, perle e rubini sulla strada, dove aspetta il suo favorito, che dee arrivare sopra un carro di luce. […].
   pp. 8-9. La vanità, la burbanza, la meschinità di costoro era il men peggio; ma la loro falsa scuola attecchì; la creazione originale fu proscritta; il concetto fu detto nullo; lo stile tutto; e quale stile? non quello dell’epoca nostra, non quello del trecento; in una maniera si debbe parlare, e scrivere in un’altra; fu stabilito in massima questo errore madornale; e la povera Italia perduta la bussola fu governata in letteratura da questi pedantucoli, colla stessa insipienza, colla medesima intolleranza con cui in politica veniva governata dai suoi tiranelli; e mentre la Francia in questo secolo dava i Vittor Hugo, i Balzac, i Sue, i Delavigne, i Sand, gli Scribe, l’Italia non aveva da porre a riscontro di costoro che un sol uomo, una sola opera degna di star a fronte a quelle di questi grandi: i Promessi Sposi.
   Quali ne furono le conseguenze?
   Che Italia, regina delle arti, della poesia, perdeva il suo scettro, la sua corona d’alloro. I Francesi invasero la scena e i nostri lari colla stessa furia con cui i Galli antichi e moderni invasero Roma; e l’Italia invece di diventar classica divenne oltremontana.

  Francesco Domenico Guerrazzi, La Torre di Nonza. Racconto storico di F. D. Guerrazzi, Milano, Casa editrice Guigoni, 1864 («Biblioteca Enciclopedica Popolare»).
   pp. 55-56. Cfr. 1857.

  L., Tra Scilla e Cariddi. II. «Il Giornale illustrato», Firenze, N. 11, dal 13 al 19 agosto 1864, p. 83.
   All’urto che diede Alfredo nel balzare, in piedi un terzo compagno, il quale sino allora se ne era rimasto rincantucciato e silenzioso levò la testa. Vecchio emigrato del 1830, maturato tra le congiure, le prigioni, le sofferenze e gli esigli, cresciuto tra lo scetticismo d’ogni fede vivente, tenacemente devoto ad una cotal credenza tutta sua alla libertà, alla fratellanza e al progresso, scettico e quasi ateo a fior di labbra, ma più credente d’un apostolo in fondo al cuore, e più immemore di sé che un martire, lottando sempre, egli aveva seguitato il generale da Montevideo al Messico, dal Messico alla China, a Roma, da Roma al nuovo esiglio, da questo a Varese e Marsala, e levando, dico, la testa calva e la vasta barba, che bianca come le spume del mare gli scendeva sino a mezzo il petto.
   – Siete pur fanciulli ancora! egli disse, e malgrado il vostro nobile entusiasmo, il cuore audace e aperto, non siete che figli del realismo vacuo di cui si piace cotesta metà del secolo decimo nono, il quale non è né carne né pesce, né lupo né vergine a guisa del nostro Scilla descritto da Virgilio, né libero né schiavo, ma barcollon barcolloni tra Scilla e Cariddi. Qui non trattasi né di antichi né di moderni, né di classici né di romantici, né di Omero o di Balzac, ma la vista di quello Stretto di Messina, mi offre l’istoria eterna, e mi rappresenta l’eterno dramma dell’umanità. Scilla e Cariddi, miei cari, sono le rivoluzioni, sono le monarchie, sono i popoli, è l’umanità ne’ suoi rigiri eterni, siamo noi. […]
   Questa l’arte magna, che, applicata sopra larga scala da tutti attende ancora il suo istoriografo o meglio il suo medico o naturalista per segnare i caratteri, svelarne i sintomi, fissarne le leggi. Essa si può applicare all’uomo come alla donna, al filosofo come al credente, all’individuo come alla nazione.
   E qui, componendo le labbra tra il severo ed il faceto, dopo breve pausa, «Cominciamo dalle donne, egli riprese: li vedete, là, alla nostra destra in quell’isola delle Sirene cantate da Omero, e poi giù giù ricopiata su mille tuoni da tutti sino a Balzac, li vedete? Eccovi la donna, il marito, l’amante.

  Michele Lessona, L’anno geografico pel 1864, in Dopo il tramonto per Michele Lessona, Genova, Tipografia del R. I. de’ Sordo-Muti, 1864 [1865 in copertina], pp. 145-154.

   p. 145. Ami tu i romanzi, o lettor mio, i buoni romanzi?
   Se sì, ti raccomando la lettura della Chartreuse de Parme del signor Enrico Beyle, il quale scrisse parecchi volumi col pseudonimo di Stendhall (sic), ove si mostrò profondo conoscitore ed amante dell’Italia, e fu, letteralmente, il padre spirituale di Balzac.

  Paolo Lioy, Proemio, in Escursione nel cielo o Descrizione pittoresca dei fenomeni celesti di Paolo Lioy con nove incisioni intercalate nel testo e una carta della luna appositamente incisa, Milano, presso gli Editori della Biblioteca Utile, 1864, pp. 5-16.

    pp. 11-12.  Nella solitudine di un gabinetto nulla più affascina della lettura di alcuni libri ove l’umano ingegno con ardito ma artifizioso lavoro ha costruito sistemi filosofici, con gloriosa illusione vantandosi di avere scoperto l’assoluta essenza del mondo. […] L’entusiasmo dei primi studi non fiorisce invidiabile che in quelli i quali non curando troppo di indagare s’arrestano presuntuosi per via, ma l’erudizione lo colpisce a morte, e se si comincia coll’ardore di apostoli, si finisce collo scetticismo di Bayle; nei creduti rivelatori del supremo mistero dell’esistenza, pallido e desolante sollevasi il profilo di Baldassare, l’uomo della Ricerca dell’assoluto di Balzac.

  Paolo Lioy, Proemio dell’autore, in Fra le Alpi. Romanzo di Paolo Lioy, Milano, G. Daelli e C. Editori, 1864, pp. V-XLVIII.
   pp. XI-XII. Non ha guari fra l’immenso affollarsi delle mediocrità nel campo letterario si riconobbe che il bello non poteva più essere scusa bastevole al traviamento delle lettere. Presagita quasi per istinto la loro condanna, ricorsero al vero. «Noi non presumiamo più, sclamarono i mediocri, di trovare nel valore estetico dei nostri scritti il motivo di pubblicarli; ci sentiamo gretti, meschini; l’arte ci è matrigna. Ebbene! Rinunciamo al genere d’imaginazione, diamo un saluto d’abbandono alla poesia che ricusò di rivelarsi a noi. Pianteremo le nostre tende in un campo più facile; ci raccoglieremo sotto altra bandiera, sotto la bandiera del vero. Saremo adoratori della realtà; non più slanci di fantasia; umili fotografi, se non ci è dato essere grandi pittori. Il maestro lo abbiamo grande e celebrato: l’autore della Ricerca dell’assoluto, di Eugenia Grandet».
   Questo indirizzo letterario che in Francia chiamano realismo, si è finora aggirato intorno a un circolo vizioso. Non difeso dal prestigio di un artista insigne come in tanti romanzi si mostrò Balzac, riuscì solo a farsi condannare ugualmente dal lato del bello e dal lato del vero. Scambiò pel vero l’assurdo, il brutto, il malefico; intese apparecchiare una vasta fisiologia della società delineando solo una odiosa patologia. […].
   p. XXXI. Rinunciando a compiere una nobile missione, lo scrittore si è almeno tenuto nelle alte sfere dell’arte? […] Ha conservato almeno le sue classiche tradizioni? No, non segue altre idee che quelle di Balzac propagate nella Physiologie du mariage. L’effetto di quella stampa è sì illuminante, sì liberale, sì civile è il discredito della famiglia. […].
   p. XXXIV. In Ernesto Feydeau […] v’ha, come fu detto, lo splendido fulgore dello stile di Lelia (sic), l’orientale grandiloquenza di Gauthier (sic), la fine elocuzione di Balzac, ma cuciti a toppe […].


  Avv. Mazzucchi, Udienza del 26 Agosto. Requisitoria e difesa nella causa di associazione di malfattori e di altri crimini discussa dinnanzi la Corte d’Assise [...]. Pubblicazione fatta per cura della Direzione della Gazzetta delle Romagne, Bologna, Tipografia Fava e Garagnani al Progresso, 1864, pp. 281-304.

 

  p. 288. Prendo dunque in esame la fantasmagoria che al rappresentante della legge è piaciuto di presentare al pubblico asseverantemente affermando che in Bologna esisteva una vasta, tremenda, tenebrosa catena di malfattori associati tra loro, un nuovo genere di setta di cui Balzac e Dumas avrebbero potuto comporre interessanti romanzi se conoscessero gli elementi.


  A. Maria Mozzoni, La donna e l’opinione, in La Donna e i suoi rapporti sociali di A. Maria Mozzoni in occasione della revisione del Codice civile italiano. Proprietà dell’autrice, Milano, Tipografia Sociale, diretta da G. Ferrari, Settembre 1864, pp. 27-53.

   p. 28. G. G. Rousseau considerò la donna in natura; Balzac ne disse dal punto di vista degli interessi virili; La Bruyère l’assoggettò a fina analisi senza che da questa si curasse.

  F.[erdinando] Petruccelli della Gattina, Libro Primo. Il Placito, in Il Re dei Re. Convoglio diretto nell’XI secolo per F. Petruccelli della Gattina. Vol. I, Milano, G. Daelli e C. Editori, 1864, pp. 5-68.

  p. 7.
   Per chi ama la storia sbadiglio, come quella
del Guicciardini e del Botta, questo libro è
romanzo.
Per chi ama il romanzo, come quello di Paul
de Kock, di Paul Féval o di Soulié, questo
libro è storia.
A chi si delizia della storia-dramma di
Michelet, della storia in azione di Balzac, di
Vittor Hugo, di Dumas, queste pagine sono
leggere.
Esse sono dei freschi di un secolo di giganti.

  Antonio Piccirilli, Pensieri sull’arte drammatica presso di noi, in Prose e versi di Antonio Piccirilli. “La Vittima” dramma – Prose – Versi. Vol. I, Napoli, Antonio Alberino Librajo-Editore, 1864, pp. 23-27.

   Cfr. 1859.

  R., Appendice. Rivista bibliografica. “Pasquale Paoli”. Racconto di F. D. Guerrazzi. “Storia d’Italia dal 1814 al 1863” di Luigi Anelli, «Gazzetta di Milano», Milano, Anno VI, 23 Marzo 1864, p. 1.
   Quando abbiam pubblicato, or non fanno molti giorni, l’articolo intorno al Maledetto dell’egregio Patuzzi (col quale concordiamo pienamente nel giudizio di quel libro coraggioso), abbiamo omesso di fare alcune osservazioni alla prima parte di esso, perché ci riserbavamo di esporle nell’occasione che avremmo parlato del Guerrazzi. Noi, concedendo libero posto a tutte le opinioni, non possiamo però tacere quand’esse non vanno d’accordo colle nostre vedute. Il silenzio sarebbe un atto di accettazione. Leggendo quell’articolo mentre avevamo tra le mani il bel libro del Guerrazzi, che spontaneamente c’invitava a considerare la condizione, la fortuna e i meriti del romanzo in Italia, non abbiamo potuto sottoscrivere a quel passo, dove i primi posti in Europa, in codesta sfera della letteratura, non sono concessi che a Balzac, a Sue e a Vittor Hugo, che vi è chiamato il più grande di tutti. Quest’opinione espressa da un Francese sarebbe un’ingiustizia, ma pure un’ingiustizia spiegabile; espressa da un Italiano non si può nemmeno chiamarla ingiustizia, ma rimane soltanto un giudizio inesplicabile. […].
   Se consideriamo il Guerrazzi come artista pittore, ei ci offre descrizioni che raggiungono l’evidenza della plastica; se guardiamo lo scrittore filosofo, non è possibile andar più innanzi di lui nello studio del cuore umano. In ciò Guerrazzi non è superabile, e tale già era, sebbene con una certa terribilità che per gli inesperti pareva uscir dal vero, fin da quando giovanissimo dettava la Battaglia di Benevento; Balzac non era ancor celebre allora, e l’anatomia profonda del cuore umano Guerrazzi l’aveva già tentata con pari verità del Francese, e con più poderosa efficacia di stile.

  Dott. F. S…, Bibliografia italiana. […]. “Le farfalle di provincia, scena della vita reale per Lodovico De Rosa, due volumi. […], «La Favilla. Giornale di letteratura, politica, educazione e varietà», Trieste, Anno II, Disp. 10, N. 16, 15 Agosto 1864, pp. 523-524; N. 17, 1. Settembre 1864, pp. 554-555.

  p. 523. Fu allora che taluno ai assunse la cura di far prendere al romanzo la piega opposta, che messa in moda da E. (sic) Balzac, oggi con Flaubert è ancora la predominante e la prediletta, in mezzo ad altri generi che sono parti convulse di menti ammalate. Al concerto di realismo ed ai lavori artistici che ne incarnarono il colorito, la vita e le tendenze, in grazia dell’antitesi che rappresentarono e che rappresentano anche oggi, fu concessa dall’opinione pubblica una, diremo quasi, patente di novità. Veramente, a ben considerare i lavori di questo genere in relazione alla natura, ne pare che i romanzieri del realismo non abbiano che rimesso l’arte al suo posto, mentre tendeva a scostarsene coll’esagerazioni ideali che sono fuori della natura, e coll’agitarsi fra le nubi, rendendosi così infruttifere ai cervelli sani e dannosa ai cervelli deboli ed ammalati. Ciò che fu certo un bene, ma tutt’altro che una novità. Quanti, prima dell’autore dell’Eugenia Grandet, attesero a ritrar la natura tale e quale è? Machiavelli nella Mandragola, Goldoni, L. Sterne, Manzoni e mille e mille altri. La forza del contrasto che nasceva, dall’occasione però impose ai romanzieri del realismo una cura speciale nella ricerca della realtà fino nelle minuzie, ravvicinando a poste e troppo soventi circostanze e particolarità di colore contrario per far spiccare sempre più le continue contraddizioni della natura.

  pp. 554-555. Lo scopo del libro è di mostrare a quali disordini possa condurre una famiglia anche agiata la smania ad ogni costo di accorrere dalla provincia a stabilirsi nella capitale. La lezione non è certo fuor di proposito nemmeno in Italia, benché questo più o meno volontario accentramento d’ogni grandezza e d’ogni miseria, non abbia, nè possa avere qui da noi le proporzioni che ha in Francia. Colà infatti agli economisti invocanti il discentramento, s’unirono i romanzieri a dipingere le tristezze della delusione che attendono la folla accorrente. E Balzac conduce a Parigi, per metà rapito da una donna, il povero poeta di provincia, il signor di Robemprè (sic) che non è che il figlio di uno speziale: il gran centro pieno di vita per lui non è che una vasta solitudine: Parigi col desolante confronto gli straccia foglia per foglia tutti i fiori delle sue illusioni. Queste scene della vita reale, che discendono in linea retta dalla scuola di Balzac, hanno il merito di rammentare molti dei pregi del maestro. Non vi si trova la osservazione profonda e minuta d’ogni atto benché indifferente delle persone, l’analisi eloquente e continua del sentimento, nè il colorito così profuso nelle scene veneziane della Massimilla Doni, ma vi è sempre una gran delicatezza di tatto e la conoscenza del cuore umano e ella società presa a dipingere. La lingua è viva ed elegante; ma, non senza torto, qualche pedante potrebbe trovarla non sempre in buon accordo col vocabolario della Crusca.


  Dott. F. S., Bibliografia italiana. “Il re dei re”, convoglio diretto nell’XI secolo per F. Petruccelli della Gattina, quattro volumi. — “Le farfalle di provincia”, scena della vita reale per Lodovico De Rosa, due volumi. — “Fra le alpi”, romanzo di Paolo Lioy, un volume, «La Favilla. Giornale di educazione, letteratura, varietà e politica», Trieste, Anno II, Disp. 11, N. 17, 1. Settembre 1864, pp. 554-558.

 

  pp. 554-555. Ma torniamo al signor De-Rosa col quale ci è caro congratularci delle sue vivaci pitture di scene della vita reale [...].

  Lo scopo del libro è di mostrare a quali disordini possa condurre una famiglia anche agiata la smania ad ogni costo di accorrere dalla provincia a stabilirsi nella capitale. La lezione non è certo fuor di proposito nemmeno in Italia, benchè questo più o meno volontario accentramento d’ogni grandezza e d’ogni miseria, non abbia, nè possa avere qui da noi le proporzioni che ha in Francia. [...]. E Balzac conduce a Parigi, per metà rapito da una donna, il povero poeta di provincia, il signor di Robemprè (sic) che non è che il figlio di uno speziale; il gran centro pieno di vita per lui non è che una vasta solitudine: Parigi col desolante confronto gli straccia foglia per foglia tutti i fiori delle sue illusioni. Queste scene della vita reale, che discendono in linea retta dalla scuola di Balzac, hanno il merito di rammentare molti dei pregi del maestro. Non vi si trova la osservazione profonda e minuta d’ogni atto benchè indifferente delle persone, l’analisi eloquente e continua del sentimento, nè il colorito così profuso nelle scene veneziane della Massimilla Doni, ma vi è sempre una gran delicatezza di tatto e la conoscenza del cuore umano e della società presa a dipingere.



  S., Le vacanze. Fantasia autunnale, «Il Giornale illustrato», Firenze, N. 20, dal 14 al 20 ottobre 1864, p. 155.

Le but de la vie civilisée
Ou sauvage est le repos.
Le repos absolu produit le
spleen.
H. de Balzac[3]
  
  P. Gioacchino Ventura, Sopra l’uso dei teatri nei luoghi di pubblica educazione, in Opere del P. Gioacchino Ventura. Enciclopedia Ecclesiastica riprodotta e riordinata dal P. Francesco Saverio Procopio del SS. Redentore. Vol. I, Napoli, presso Gabriele Sarracino, 1864, pp. 496-505.

  p. 500. L’umor feroce reciterà da Balzac nel Melesindo; ed il malinconico e il tetro rappresenterà le furie del Serse o dell’Aristodemo.


  X., Lettere dal quinto piano, «Pasquino», Torino, Vol. IX, Num. 5, 31 Gennaio 1864, pp. 34-37.

  p. 35. Da Balzac a Carlo Nugelli, tutti gli uomini di spirito si sono datti la parola per canzonare «questa classe laboriosa e intelligente».

Io, che non sono nè Balzac nè Nugelli, nè uomo di spirito, mi cavo il cappello a questa classe, ecc. E quantunque non sia impiegato io stesso, e che non dia né riceva banchetti, nondimeno riconosco che essi – gli impiegati, non i banchetti – sono altamente benemeriti dalla nazione.


  Y. Y., Appendice. Giornata anti-omeopatica, «Gazzetta Medica Italiana. Provincie Sarde», Torino, Anno decimo quinto, Num. 21, 23 maggio 1864, pp. 161-162.
   p. 162. […] vi racconterò un grazioso aneddoto, di cui ne garantisco la storica verità.
   Lo spiritoso Balzac entrò un giorno da un medico omeopatico, quando era loro concesso di esercitare anche da farmacisti, e si lamentò simulatamente di una fiera e ribelle emicrania.
  Medico. Sarete stato curato dagli allopatici?
  Balzac. Pur troppo.
  M. Non sanno quello che fanno. Io vi guarirò e subito (prende una boccetta); questo è il primo grado del rimedio, basta il far così (la stura e gliela fa odorare tre volte). Come state?
  B. Mi pare un po’ meglio.
  M. Attendete (prende un’altra boccetta). Questo è il secondo grado (la stura e fa come sopra). Ed ora?
  B. Ah! molto bene; ma mi resta un lieve risentimento.
  M. Non è nulla: il rimedio fu anche troppo. Escite fuori, fate per 5 volte 50 passi in fretta davanti la mia porta, e tornate tosto da me.
  B. (Ubbidisce e ritorna dicendo): Son rinato, sto benissimo.
  M. Ve lo dissi. Un allopatico vi avrebbe smunta la borsa prima di arrivare a tanto. In noi, scienza e disinteresse vanno del pari, però siamo uomini e viviamo dell’uomo.
  B. Intendo. Quanto vi devo?
  M. Bastano 20 franchi.
  B. Così avevo io pure stabilito (gli passa un marengo sotto il naso per tre volte).
  M. Cos’è questo? Voi impazzite!
  B. Se non basta, prendo il secondo grado (gli passa, come sopra, sotto il naso un marengo doppio).
  M. Mi meraviglio di voi! È una insolenza!
  B. Nulla, nulla; se manca qualche cosa, escite fuori, passeggiate come ho fatto io davanti la vostra porta e sarete pagato del tutto, come io sono perfettamente guarito.


[1] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 539.
[2] Citazione tratta da : Physiologie du mariage, Méditation III, « De la femme honnête ».
[3] Citazione tratta da: Traité de la vie élégante. De la vie occupée.

Marco Stupazzoni


1863


Traduzioni.


  Balzac, Lo Scomunicato. Prima versione dal francese per Maunand Eugenio, Milano, presso Francesco Scorza Editore-Librajo (Tip. di Gaetano Bozza), 1863.[1]

  Tre volumi in 16°, rispettivamente di 134, 141 e 152 pagine; 3 tavole. L’opera è suddivisa in ventiquattro capitoli così ripartiti: Vol. I: capp. I-VIII; Vol. II: capp. IX-XVI; Vol. III: capp. XVII-XXIV. Di questi, soltanto i primi undici e una parte del dodicesimo appartengono a Balzac, mentre per quel che riguarda la redazione dei restanti capitoli, essa si deve a Belloy, che intervenne anche sul manoscritto balzachiano apportando correzioni di importanza non rilevante. Il testo delle pagine autografe di Balzac è riprodotto alle pp. 307-418 dell’edizione critica delle Oeuvres diverses II (Paris, Gallimard, 1996 «Bibliothèque de la Pléiade»).


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  La traduzione si fonda sul testo dell’edizione originale del romanzo, inserita nella serie delle Oeuvres complètes d’Horace de Saint-Aubin (Paris, Souverain, 1837), o, più probabilmente, su quello delle Oeuvres de Balzac illustrées (Paris, Marescq et Cie, 1855).

  La qualità della versione del Maunand ci pare alquanto insoddisfacente: numerose, infatti, sono le omissioni di interi passi balzachiani, frequenti gli arbitrî linguistici e le interpretazioni errate della morfologia, della sintassi e del lessico francesi. Si confronti, ad esempio, il testo di alcune sequenze iniziali del primo capitolo con la corrispondente traduzione fornita dal compilatore:

  La fin du XIVe siècle et le commencement du XVe préparèrent à la France, une longue anarchie dont la minorité et l’état douloureux du roi Charles VI furent les principales causes. […] Le siècle de malheur qui s’ouvrit alors ne finit qu’au règne de Louis XI monarque terrible, qui en abattant l’orgueil des grands feudataires de la Couronne sous un sombre despotisme ferma les plus vives plaies de la Monarchie et sut créer un royaume aux rois de France.
  La fine del quattordicesimo secolo e l’incominciamento del quindicesimo viddero la Francia abbandonata ad una lunga anarchia, di cui la minorità e la demenza del re Carlo V furono le principali cause. […] Il secolo disastroso che s’aperse allora non terminò che al regno di Luigi XI, il quale, abbattendo l’orgoglio dei grandi feudatari della corona, seppe creare un regno ai re di Francia.

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  Della medesima opera, esisterebbe, secondo le indicazioni bibliografiche fornite da Attilio Pagliaini[2], da Giuseppe Gigli (che indica ‘in due volumi’)[3] e da CLIO, una seconda edizione pubblicata a Milano da G. Bozza nel 1864 e rimasta introvabile. Vista l’indicazione del nome della tipografia di Gaetano Bozza nell’esemplare del 1863, l’edizione del 1864 potrebbe costituire, ammettendo la correttezza della trascrizione della data di pubblicazione, una semplice ristampa della precedente.


Studî e riferimenti critici.


  Balzac (Onorato di), in Enciclopedia elementare. Dizionario di cognizioni utili specialmente alla gioventù studiosa italiana d’ambo i sessi. Opera interamente riveduta dal Cav. Professore Nicomede Bianchi Preside del Liceo del Carmine in Torino. Adorna di molte incisioni inserite nel testo. Volume II, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1863, pp. 16-17.[4]

  Balzac (Onorato di). Uno dei più fecondi romanzieri moderni della Francia, n. a Tours nel 1799, m. a Parigi nel 1850; fece i primi studii nel collegio di Vendôme, ove lasciò fama d’allievo indolente ed indocile. Compiuti gli studii in un istituto privato di Parigi, fu posto dalla sua famiglia in un ufficio di notaio in quella città; ma anziché attendere al foro, prese a scrivere articoli pe’ giornali. Dal 1822, o poco innanzi, fino al 1829, mandò in luce varii romanzi sotto il nome di Orazio di Saint-Aubin, di Veillerge (sic) e di lord Rhoone. Frattanto associatosi con lo stampatore Barbier per la pubblicazione degli Annali romantici, facea professione di libraio, stampatore e scrittore. Finalmente nel 1829 mise in luce il primo romanzo sotto il suo proprio nome, intitolato l’Ultimo Sciuano (Chouan). Nell’anno seguente la sua Fisiologia del matrimonio destò l’attenzione dell’universale sul novello scrittore. Questo libro è un quadro di sociali immoralità, e tuttavia ottenne grandissimo applauso, che non gli può esser dato, senza una qualche riserva, da chiunque ha fede nel nobile magisterio delle lettere. D’allora in poi mandò in luce senza posa una strabocchevole quantità d’opere, nelle quali, sotto i titoli complessivi di Scene della vita privata, di provincia, militare, di campagna o politica, e di studii filosofici ed analitici, tolse a dipingere con vivi colori il gran quadro della civiltà moderna, collegando tutti quegli scritti col porre sempre in scena ora gli uni, ora gli altri de’ medesimi personaggi, e sotto un’idea comune: “La vita è una commedia”. Altri lo accusa di un certo cinismo nel linguaggio e nelle opinioni; ma la colpa non è tanto sua quanto di quella società parigina ch’ei tolse a descrivere incancrenita intimamente da ogni vizio, e ammantata al di fuori da quella vernice di civiltà che abbaglia gl’inesperti e gl’incoscienti. Dotato d’immenso ingegno, può chiamarsi a ragione il più grande anatomista del genere umano ai nostri giorni.


  Le acque di Montecatini, «Il Lampione», Firenze, Anno VI, N. 119, 4 Marzo 1863, p. 4.

 

  Montecatini!

  Ecco un nome che io vorrei che tutte le donne pronunziassero sottovoce, fosse una parola scorretta ecco un paese che le poetiche figlie d’Eva dovrebbero ignorare, o far finta d’ignorare – ecco una località balnearia, sulla quale la civiltà scriverà quanto prima quelle parole che Onorato Balzac ha stampato sul frontespizio della Fisiologia del Matrimonio: Défendu aux Dames!



  Sacco nero. – Ci scrivono, «Gazzetta del Popolo», Torino, Anno XVI, N. 247, 9 Settembre 1863, p. 3.

 

  «Domenica a sera (6) da una Société di dilettanti davasi nel Teatro di Moncalieri una rappresentazione a benefizio del vecchio artista drammatico Bucciotti, che fa già membro della Compagnia Reale.

  Il sempre bravissimo Anista nell’interessante parte di Papà Goriot dimostrò al pubblico accorso numeroso dalla città e dalle circostanti villeggiature, con qual purezza di scuola si recitava al tempo delle Marchionni, dei Vestri e dei Boccomini.

Un Villeggiante

della collina di Moncalieri».



  C. A., “Claudia”. Romanzo di Felice Calvi, «Gazzetta dell’Umbria. Giornale politico quotidiano», Perugia, Anno III, N. 11, 17 Gennaio 1863, p. 3.

 

  Esso è uno di que’ lavori che Balzac chiamava volentieri Etudes de femme.


  Stefano Apicella, I romanzi perversi. Appendice agli articoli: “Gli Ontologi in riguardo all’ultima decisione di Roma”, «La Scienza e la Fede. Raccolta religiosa scientifica letteraria artistica», Napoli, All’Uffizio della Biblioteca Cattolica, Anno Ventesimoterzo, Vol. XLIX, fasc. 294, Giugno 1863, pp. 409-424.

   p. 413. Maledetta letteratura [francese] come chiamolla il Constitutionnel, e satanica, secondo l’espressione della Revue Nationale! Ove, tu o lettore mio, trovi in un eroe, finto o vero, poco monta, personificato un potere magico ed arcano governante questo mondo; e per via di paurose catastrofi, di maledizioni, di misantropismo accanto all’amore più brutale, per vie di lotte continue tra una virtù inerme e spregiata ed un vizio esaltato e felice, sei condotto od alla vita de’ ciacchi, o nella voragine della disperazione, al suicidio. Alessandro Dumas, Eugenio Sue, Balzac, Giorgio Sand, Vittor Ugo (sic), e cento altri di questa risma fan fede a ciò.

  G. Arnaud, Appendice letteraria. Romanzi e romanzieri. II, «La Lombardia. Giornale ufficiale per la pubblicazione degli Atti Governativi e l’inserzione degli Atti Giudiziari», Milano, Anno V, N. 220, 17 Agosto 1863, pp. 1-2.

   Parlare di Dumas, di Balzac, di Giorgio Sand, di Sue, di Souvestre, di Paul de Kock gli è parlare di tutta una biblioteca di romanzi. In tanta concorrenza di scrittori è naturale che dovessero prodursi nuove varietà. A canto al romanzo plutonico e pseudo-storico dell’autore di Montecristo e dei Tre moschettieri, notiamo subito il romanzo fisiologico-sociale di Onorato Balzac. È un complesso di cento volumi, cui egli diede il titolo di Commedia umana, e che sono già coperti a quest’ora dell’onorata polvere delle biblioteche. Eugenia Grandet, il Papà Goriot e qualche altro sfuggono appena a questa trista fine di quasi tutti i romanzi. La di lui minuta osservazione è spinta fino al processo clinico, e le di lui descrizioni fino all’inventario; in compenso colse le mezze tinte delle passioni con una felicità inarrivabile.

  Seguono osservazioni su G. Sand, E. Sue, E. Souvestre, P. de Kock e M. Raymond.


  Bartolomeo Bertolini, Nota, in La mia prigionia in Russia. Racconto storico di Bartolomeo Bertolini da Trento antico Capitano di cavalleria e Cavaliere della Legion d’onore. IV. Edizione ricorretta ed aumentata dall’autore. Volume secondo, Milano, Tipografia Alberti e Comp. 1863, pp. 207-255.

 

  pp. 208-210. Quello poi che mi ha maggiormente colpito di maraviglia, fu la lettura di un libercolo, intitolato «La Marana» scritto dal signor De Balzac, in cui viene descritta la guerra di Spagna sostenuta per la maggior parte dalle truppe italiane; e nella sua descrizione l’autore dipinge gl’Italiani con colori sì oscuri e disonorevoli, da rappresentarli piuttosto a delle orde di briganti, anzicchè a valorosi soldati. Tengo al contrario sott’occhio l’opera «La campagna del 1812 in Russia» , del signor Eugenio Labaume, uno dei più distinti ufficiali francesi, il quale faceva parte del quarto corpo della grande armata nella campagna di Russia; e questo tanto valoroso ufficiale quanto eccellente scrittore, e specialmente storico imparziale, è uno dei pochissimi, anzi unico nel suo genere, che fedelmente descriva le eroiche gesta delle milizie italiane nella loro veritiera entità , e che in pari tempo segni colla massima esattezza i luoghi e le epoche in cui le medesime si sono distinte.

  Ed è così che scrivono degli Italiani tutti quelli che hanno la verità per loro guida, e che non sono mossi da ridicoli pregiudizii nazionali, come si dà chiaramente a conoscere il predetto signor De Balzac, il quale defraudando tutta quella gloria a cui hanno diritto i prodi Italiani, inveisce invece contro i medesimi e li deturpa, rappresentandoli come uomini di singolare ed incredibile corruzione e dissolutezza.

  Non facendomi però carico di questo fantastico romanziere, ed applicandogli il noto verso di Dante,

 

«Non ti curar di lui, ma guarda e passa»,

 

  tanto più che un morto non potrebbe rispondere a quanto io fossi per dire sulle sue patenti calunnie , e specialmente poi perché il prode capitano Lissoni, cavaliere della Corona ferrea e mio buon amico nella sua chiarissima operetta «La gloria delle armi italiane rivendicata», ha evidentemente dimostrato quanto false ed assurde siano le accuse calunniose, mosse da quell’immaginoso poeta di avventure, che sconvolge la storia secondo l’ispirazione delle muse, non già secondo i dettami dell’onesto e del vero; ma risponderò invece francamente a tutti gli scrittori che continuamente attentano all’onore delle eroiche gesta delle legioni italiane, per attribuirne tutta la gloria alla loro Nazione [...].


  Padre Antonio Bresciani, Don Giovanni ossia Il Benefattore occulto aggiuntivi Quattro dialoghi sopra il risorgimento del paganesimo in Italia nel 1849 del Padre Antonio Bresciani della Compagnia di Gesù. Seconda edizione milanese, Milano, Tip. e Lib. Arcivescovile, Ditta Boniardi – Pogliani di Ermenegildo Besozzi; Torino, presso Marietti Tipografo-Librajo, 1863.

   pp. 149-150. Cfr. 1856; 1859; 1862.

  Eugenio Camerini, Letteratura. Le poesie di Berchet, «Museo di Famiglia. Rivista illustrata», Milano, Anno III, Volume III, N. 15, 12 Aprile 1863, pp. 236-239.

  p. 238. Il signor marchese Cusani ci ha fatto un bel dono, illustrando Berchet, sebbene non gli potesse riuscire di renderlo più glorioso. Si cercano i cartoni e i primi quadri dei grandi pittori; servono a meglio comprendere e gustare i lor capolavori. Si leggono con ardore i primi romanzi, per cui il Balzac disperò della fama.


  Cesare Cantù, I Romanzi, in Storia di cento anni (1750-1850) narrata da Cesare Cantù. Vol. II, Firenze, Felice Le Monnier, 1863.
   Cfr. 1851; 1856; 1861.

  Filippo Cardona, Della Fisonomia per Filippo Cardona, Ancona, Tipografia del Commercio, 1863.
Parte Seconda.
Della Fisonomia in ispecie.
Capitolo XXI.
Della mano, pp. 257-278.
   pp. 267-268. Madama Sand, le cui mani son piccolissime, grandeggia negl’intendimenti psicologici, ed an del grandioso anche le sue minuzie. Ell’avrebbe inventato il telescopio!» […]
   Grande è da quello [Stanislas d’Arpentigny, autore di un trattato intitolato: La science de la main, pubblicato nel 1856] descritta nel Balzac: «Il Balzac con tutti i conici manoni conta i frutti della pergola, le foglie del cespuglio, i peli della barba. E’ piacesi delle particolarità fisiologiche, ed avria inventato il microscopio». (Ivi, c. VII, f. 94). […]
   p. 273. «La mano lunga … (aggiugne il Desbarrolles, ivi, f. 163), invita al minuto e perfino al minuzioso: essa antimette il fornito al grande. Il pittor di fiori Redouté aveva grosse, e massimamente grandi mani: il Balzac, l’uomo della trita descrizione, gran mani agute».
   In quest’ultimo passaggio, l’A. si riferisce all’opera di Alphonse Desbarrolles: Les mystères de la main, pubblicata nel 1860.

  [Carlo Cattaneo], Sul romanzo delle donne contemporanee, «Il Politecnico. Repertorio mensile di Studj applicati alla prosperità e coltura sociale», Milano, Editori del Politecnico, Volume XVIII, 1863, pp. 89-112.

   p. 93. La verità che le ispira rende originali le autrici italiane contemporanee. […]
   Informate a quella scuola che i critici d’oltremonti chiamano la scuola del realismo, quanto son lontane dall’inciampare nei suoi eccessi! V’incontrate voi lo sfarzo d’accessori che Balzac sembra abbia preso al pennello di Terburg, o il manierato fare di Champfleury, il realista per progetto? Nulla di tutto ciò. L’autore non fa mai capolino nel libro; vi è come passivo; nessuno potrebbe appuntargli che siasi formato un piano o prefisso uno scopo al quale mostri di convergere i suoi sforzi. Non mai quel tedioso intervenire del narratore nel racconto ch’è sì comune nei romanzi francesi, e che somiglierebbe al teatro in cui i misteri delle quinte si mescessero all’azione, e ad ogni tratto si vedesse o il suggeritore, o il macchinista, o s’udissero cigolare le funi delle scene.

  Teobaldo Ciconi, La Figlia unica. Commedia in 5 atti del Dottor Teobaldi (sic) Ciconi, Milano, Presso l’Editore Edoardo Sonzogno, 1863.


Atto Secondo. Scena III.


   pp. 34-35.
  Amal. [Marchesa Amalia Villanis] […] Il marchese Villanis mi offerse il suo nome.
  Ipp. [Ippolito Grigioni] E le sue carrozze.
  Amal. Sulle prime rifiutai.
  Ipp. Sulle seconde, accettaste.
  Amal. Dio buono! un marito presto o tardi me lo dovevo pigliare. D’altronde poco ci volle a farmi credere che il vostro amore non fosse altro che una avventura da palco scenico, un capriccio di gioventù, un fuoco di paglia insomma. E dico il vero: piuttosto ch’esser vittima di un fuoco di paglia, m’è sembrato conveniente di soffocare le mie inclinazioni.
  Ipp. Sotto le ceneri d’oro d’un marchesato in decadenza. Niente di più naturale.
  Amal. Fu un matrimonio di riflessione, il quale non impediva alla marchesa Villanis di mantenere nel segreto della sua anima le promesse e i giuramenti di madamigella Deserti.
  Ipp. Brava. Ecco veramente una combinazione ingegnosa: l’unico mezzo di salvare la capra, senza perdere i cavoli. Io faceva la parte del cavolo.
  Amal. Avete un bel ridere, ma ne lascio giudice voi stesso. Il sentimento che io nutriva pel povero mio marito, era forse amore? Né voi lo credete, né nessuno. Sotto il nome di moglie io non aveva che i doveri di figlia.
  Ipp. Balzac, Giglio nella Valle, volume 1, capitolo 8: avanti.

  Angelo Mariano Cisco, Pantadicea. Brevi scritti di Angelo Mariano Cisco prete veneziano, Venezia, Tipografia G. B. Merlo Edit., 1863.

 

Annotazioni.

 

  p. 25. (2). I romanzi di Balzac, e di Giorgio Sand; anche di questi molti sono proibiti, ed il cattolico pio e l’uomo morale deve schivare tali letture.


  [Adèle Foucher], Memorie di Vittor Hugo scritte da un testimone della sua vita. Vol. IV, Milano, G. Daelli e C., 1863.

LIV.

Una lettura, pp. 24-31.

   pp. 24-25. Vittor Hugo aveva in mente due argomenti per drammi; era in forse se scriver prima Marion de Lorme o Hernani; preelesse Marion de Lorme, e si pose scriverlo il primo gennaio 1829. […] Il 24 giugno, il dramma era terminato.
   Gli amici ai quali Vittor Hugo leggeva mano mano tutto quello ch’egli faceva gli consigliarono una lettura più pubblica. […].
   Egli lesse pertanto, una sera di luglio, Marion di Lorme, che allora s’intitolava Un duello sotto Richelieu, ad una numerosa adunanza ove si notava Balzac, Eugenio Delacroix, Alfredo di Musset, Alessandro Dumas, Alfredo di Vigny, Sainte-Beuve, Villemain, Mérimée, Armando e Eduardo Bertin, Luigi Boulanger, Federigo Soulié, Taylor, Soumet, Emilio e Antonio Deschamps, i Dévéria, Carlo Magnin, madama Tastu, ecc.
   – Riuscì assalissimo. Uno degli stupori dell’udienza fu che Vittor Hugo avesse fatto un dramma rappresentabile […].

LV.

Hernani, pp. 32-66.

   pp. 45-47. Tutti gli amici dell’autore e tutti quelli che desideravano il trionfo dell’arte nuova eran andati a profferirsi. […] Essi [tra cui, Gautier, Nerval, Dévéria, P. Borel] batterono a raccolta nei campi della letteratura, della musica, negli studj di pittura, scultura ed architettura. Tornarono con liste di nomi che avevano reclutati, e chiesero di condurre ciascun la sua tribù alla pugna. Io ho trovato una lista delle tribù Gautier, Gérard, Petrus Borel ecc. Vi leggo i seguenti nomi: Balzac, Berlioz, Cabat […].
[…]
   Vittor Hugo comprò parecchie risme di carta rossa e tagliò i fogli in piccoli quadrati sui quali stampò con un impronto il vocabolo spagnuolo che vuol dire ferro: Hierro.
   Egli distribuì questi quadrettini ai capi di tribù. Il teatro gli lasciava l’orchestra, le seconde gallerie, e la platea meno una cinquantina di posti.
   Per ben combinare il loro piano strategico, e bene assicurare il loro ordine di battaglia, i giovani chiesero di entrare al teatro prima del pubblico. Fu loro concesso […].
   La porta non si apriva; le tribù impedivano la circolazione; il che era loro assai indifferente; ma una cosa fu a un pelo di far lor perdere la pazienza. L’arte classica non potè vedere ad animo tranquillo quelle orde di barbari che andavano ad invadere il suo asilo; essa raccattò tutte le spazzature e tutte le immondezze del teatro e le gettò dal tetto sugli assedianti. Il signor de Balzac ricevè per sua parte un torsolo di cavolo.

LXV.

La festa a Versailles, pp. 154-158.

   pp. 154-155. Nella state del 1837, Luigi Filippo volle festeggiare a Versailles il matrimonio del duca d’Orleans. Vittor Hugo fu invitato. […].
   La festa cominciava dalla visita dell’interno del castello. Per quanto fosse grande la calca, si girava comodamente in questi vasti appartamenti regi e in quelle gallerie interminabili. Vi s’incontravano quanti erano illustri in letteratura, in pittura, in scultura, in musica, in scienza, in politica ecc. Uno dei primi che incontrarono fu il Balzac, in abito di marchese, preso probabilmente a nolo, e certo fatto per un altro.

  Giuseppe Giusti, Una chiacchierata ai lettori di Dante, in Scritti vari in prosa e in verso per la maggior parte inediti pubblicati per cura di Aurelio Gotti, Firenze, Felice Le Monnier, 1863, pp. 174-175.

   Cfr. 1860.

  G. Gonin, La Lettura, «Pasquino. Giornale umoristico con caricature», Torino, Vol. VIII, Num. 3, 18 Gennaio 1863, p. 21.

  – Il pendolo suona le nove ... Augusto sarà qui a momenti. Ed io attendendolo leggo il GIGLIO NELLA VALLE? Ah! Ma infine io non abito una valle!


  Julius, La famiglia in Questione romana. Democrazia e papismo per Julius, Milano, presso Levino Robecchi, 1863, pp. 241-251.

   pp. 245-246. Che fu infatto nelle epoche cristiane la famiglia in Italia? Come le antiche cronache dei comuni ritraggono i furori dei partiti, le guerre civili d’ogni città, accese in gran parte dalla Chiesa, così i novellieri ritraggono la vita della famiglia. Essi sono le cronache domestiche, come quelle le storie del comune. Le prime ritraggono le città, i secondi la famiglia. Ora che cosa fosse in Italia la famiglia sino dai tempi in cui predominava la fede, sino dai secoli undecimo e duodecimo, lo dicono le novelle del Boccaccio, del Sacchetti e degli altri novellieri antichi. I Balzac e Soulié impallidiscono a peto alle oscene istorie che essi ci conservarono. Eppure non facevano che ritrarre dal vero. Ma gli eroi moderni, i Faublas, i Lovelace, i Don Giovanni, sono laici, i seduttori dei nostri novellieri erano monaci e frati.


 Federico Lacroix, I Misteri della Russia. Quadro politico e morale dell’Impero russo. […]. Opera redatta sui manoscritti d’un diplomatico e d’un viaggiatore da Federico Lacroix. Prima versione italiana con note originali del Dr. G. C., Fiume, Stabilimento Tipo-Litografico Fiumano di Huber & Mohovich, 1863.

 pp. 113-114. Checchè ne sia conosciamo gli atti di liberalità di Nicolò, i quali provano ch’egli era immune da quella lebbra morale che il pittore d’Eugenio (sic) Grandet, coadjuvato da Molière, ha sì energicamente caratterizzata.


  Antonio Malgrani, Il Perno delle cognizioni. Sunto dell’Epitome di un copioso manoscritto, giacente inedito, sorretto da solidi fondamenti, appoggiato a fermi principj di sana e robusta moralità, adorno di svariata erudizione dottrinale, d’incontestabili assiomi, sagaci proverbj, ottimi precetti, giuste massime, sublimi pensieri e provvide sentenze, desunte da libri scelti, dizionarj enciclopedici ed altre opere accreditate, di profondi interpreti ed insigni scrittori antichi e moderni, nazionali e stranieri, versatissimi nei rispettivi rami e singole categorie dell’immensurabile scibile umano. Compilazione di Antonio Malgrani, Venezia, Tipografia del Commercio, 1863.

 

Titolo IX.

Romanticismo, pp. 167-168.

 

  p. 168. Ammesso l’asserto di un ragguardevole numero di dotti, che Omero sia il più grande fattore di Romanzi che conoscasi nel mondo letterario, sussisterebbe pur anco siccome dal poema eroico all’epopea domestica non vi ha differenza, se non che in quello campeggia la sintesi e lo studio generico, in questo l’analisi e la minuziosa ricerca dei particolari; così molti altri individui possono cimentarsi in quell’aringo difficile con riuscita soddisfacente quando a similitudine di Balzac e Sand, che sono gli Omeri dell’epoca nel romanzo intimo, sappiano con sottili innumerevoli raggi dar notizie meravigliose di molte leggi morali, parlando sempre secondo che inspira una gagliarda e sana idea da esprimersi con coraggio in tutti i tempi, in tutti i modi, tenendosi a bello studio sempre lungi dall’immobilità.


  Antonio Mazzucotelli, Romanzi, in L’Arte del Guttemberg ossia La Stampa. Opera del Sacerdote Antonio Mazzucotelli Parroco di Caorle, Diocesi di Bergamo. Utile ad ogni ceto e precipuamente alla gioventù studiosa, Torino, Tip. dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, Agosto 1863, pp. 168-175.

Capitolo Quarto.

Romanzi. Pecche de’ romanzi moderni, pp. 169-172.

   pp. 171-172. Il Werter (sic) es. gr., il Ghoete (sic), l’Hortis, il Foscolo, la Novella Eloisa, il Balzac, Dumas, Sue, Sand, ecc. non imbrattano in vero carta colle sdolcinature de’ personaggi, i quali eternamente ti cantano a ristucco la treccia dorata della loro amanza, ma appunto perché più serii e più robusti dei petrarchisti sono ancor più micidiali, dirigendo ogni loro sforzo all’ultima meta a deificare il vizio e schiantare la fede. […].

Parte Terza. Episodio e conclusioni.

Capitolo Primo.

  Episodio ossia donne e loro educazione. Potenza morale della donna, pp. 193-207.

   pp. 201-202. […] ma per lo invece il Medio Evo studiasi sopra avvelenati libercoli in Walter-Scott, in Balzac, in Dumas, in Sue ed in tanti altri corrompi storie, i quali cospirando contro la verità, travolgono que’ tempi di fede in quadri sì luridi da far rabbrividire ogni uomo che conservi ancora l’ultimo alito della religione. Quinci quante giovinette jeri sì vive ed allegre colle compagne, oggi per la lettura di romanzi sentimentali tristi s’assidono alla lor opera che lor sfugge di mano, cercano il riposo della solitudine: divenute languide e scolorite, sentono capricci, ineguaglianze d’umori insoliti, inappetenze: sopraffatte da lacrime involontarie che a loro insaputa cadono dagli occhi, sospirano, vogliono e non vogliono senza una mira designata. Testè calma, poi agitata a volta a volta arrossisce, imbianca, arde, gela, nutre nella sua anima un sentimento doloroso ch’ella stessa non conosce, che nasconde e che teme a se stessa di confessare … La madre sollecita ed accorta vedendo fuggire le rose dalla gota dell’amata figlia, la gajezza de’ suoi occhi, la limpidezza della sua fronte verginale, interroga, cerca: ma l’abisso di quel cuore è chiuso che non vi giunge neppur lo scandaglio della madre. Qual ne fu la causa? Un romanzo furtivo ferì mortalmente la giovinetta nel cuore: e dentro vi cova le più feriali immaginazioni e per fin la morte istessa. […]
   p. 206. È cosa palmare mille volte raffermata dall’esperienza che l’ingegno femminile quando non sia coartato entro i giusti confini del sentimento cristiano, trascorre in modi temerari, imprudenti, leggieri: la sgarrerebbe all’ingrosso chi si fidasse sulla di lei saviezza; questo sarebbe proprio il caso in cui il marito prudente dovrebbe osservare, secondo la fisiologia di Balzac, il nodo della cravatta di chi va o di chi viene in casa.
[…]
Capitolo secondo. Conclusioni ossia Mezzi onde rendere utile la stampa. Ostacoli alla protezione delle scienze. 1° Il carattere del dotto, pp. 264-268.
   p. 268. Eugenio Sue istessamente incassava pe’ suoi romanzi più di cento mila franchi all’anno: che fortuna non fecero Scribe colle sue commedie, Balzac, Dumas padre e figlio, Victor Hugo ecc. co’ loro romanzi? E ben si noti che le produzioni degli anzidetti autori sono immorali, luride in massima parte, o per lo meno futili e romanzesche.

  [Paolo Minucci], Le Merende di Burchiello. Cronachetta del secolo XV narrata da Buricchio e pubblicata da Paolo Minucci con commenti di Bianchina, Firenze, Tipografia Tofani, 1863; 1869.
   p. 46, nota 2. L’analogia fra la gatta e la donna è stata constatata da vari scrittori, e specialmente da Balzac. Ed io poi aggiungo che tale analogia continuerà ad essere vera, fino a che la cultura intellettuale della donna sarà non solo trascurata, ma eziandio avversata, come lo è generalmente e disgraziatamente in tutta l’Italia.

  Marco Monnier, I Lombardi, in L’Italia è ella la Terra de’ Morti? Libro di Marco Monnier, Venezia, dal Prem. Stabil. di P. Naratovich, 1863, pp. 49-65. 1860.
   pp. 52 e 61. Cfr. 1860.


  S. de Montépin, Dame in terza. Romanzo di S. de Montépin. Volume primo, Trieste, Stabilimento Lib. Tip. Lit. Music. e Belle Arti di Colombo Coen Ed., 1863.

 

V

Amore! Amore .... quando ci hai ...

 

  p. 65. Noi non ci riconosciamo d’altronde nè la scienza, nè il talento necessario per dare una forma attraente a quei lunghi e pazienti studii del cuore umano veduto col microscopio.

  Per riescire in questo genere ingrato e difficile, occorrerebbe niente meno che la penna immortale di Balzac, – e, diciamolo di volo, daremmo di tutto cuore quanto abbiamo scritto e quanto ancora scriveremo, per aver prodotto il più umile volume di questo romanziere di genio.



  Pier-Alessandro Paravia, Lezione di chiusa recitata il 27 giugno 1835, in Vita e documenti letterari di Pier-Alessandro Paravia. Parte seconda, Torino, per Giacinto Marietti Tipografo-Libraio, 1863, pp. 45-60.

 

  p. 55. Eppure con tutte queste storie della rivoluzione di Francia, scritte anche da potenti ed illustri ingegni, chi vuol formarsi una vera idea di que’ tempi di tante virtù e di tanti delitti, di tante glorie e di tante venture, d’uopo è che legga un romanzo, L’ultimo Chouan di Balzac. Lo dicono gli stessi Francesi, e noi dobbiamo lor credere: «Possiamo asserirlo (così la Rivista enciclopedica di Parigi), noi non conoscevamo nè la Bretagna, nè il governo direttoriale in provincia, nè la Vandea spirante, nè l’emigrazione cospiratrice, prima di aver letto l’opera del sig. Balzac».

  Queste sono le principali avvertenze, che debbe avere lo scrittore, il quale voglia imprendere la composizione di un romanzo.


  Pietro Vincenzo Pasquini, Lettera al Compilatore [Pietro Fanfani], «Il Borghini. Studj di filologia e di lettere italiane compilato da Pietro Fanfani», Firenze, Stamperia del Monitore Toscano, Anno Primo, Giugno 1863, pp. 331-346.

   pp. 341-342. L’istituzione dell’Accademia Francese somiglia per alcuni lati all’Accademia della Crusca. Ella pose singolar cura nella impeccabilità dello scrivere, vagliando ciascuna parola, librando lo stile ed il metodo tanto, che vi fu chi propose il giuramento di non usare un vocabolo, che fosse rigettato a maggioranza di voti. […].
   Ma se ha perduto in originalità e varietà, non le si terrà alcun conto dei pregi, che ha guadagnato? L’adulto rimpiangeva pure le grazie dell’adolescenza; ma ha acquistato la maturità del senno, il giudizio. La purezza pregiudicò all’originalità, ma ne ottenne in compenso chiarezza, semplicità, naturalezza, ordine, precisione, e diventò universale. Pure lo stato attuale della lingua francese è transitorio: ed anche la sua letteratura si trasformò e si vivificò, facendosi più fertile, e varia, e Delavigne, e La Martine, e Victor Hugo diedero alla lingua ricchi colori; né Thiers, né Cousin, né Michelet, né Lamennais, né George Sand, né Balzac sono scrittori, né anche in quanto allo stile, monotoni.

  Ferdinando Ranalli, Degli ammaestramenti di letteratura di Ferdinando Ranalli. Libri quattro. Terza edizione con correzioni e miglioramenti. Volume primo, Firenze, Felice Le Monnier, 1863.

   p. 271. Cfr. 1857.

  J. A. Rossi, Rivista letteraria e scientifica, estratta dal Giornale “L’Italie Nouvelle”, – Torino, An. II, N. 4; 23 Agosto 1863; diretto dall’Illustre Economista Francese Sig. Pasquale Duprat, ex-rappresentante del popolo all’Assemblea Nazionale di Parigi. – Du Romantisme en Italie. A propos d’une publication récente titolata – “Nuova Guida al Romanticismo, ovvero Progresso Letterario-Scientifico in Italia dal Medio-Evo a questa parte”. – Studi dell’Avv. Carmelo Arcidiacono-Costanzo. – Catania, 1863; 1 vol. in-8°., in AA.VV., Varii giudizii sull’opera dell’Avv. Carmelo Arcidiacono-Costanzo Socio di varie Accademie intitolata: - “Nuova guida al Romanticismo, ovvero Progresso letterario-scientifico in Italia dal Medio-Evo a questa parte, con influenza della civiltà cristiana. – Raccolti e pubblicati per cura dell’Avv. Sig. L. Tornambene, Catania, Tipografia del Leone di San Marco, 1863, pp. 24-37.

   pp. 34-35. C’est ainsi que l’amour de la patrie et un sentiment exagéré d’admiration lui fait dire que les romans italiens modernes sont supérieurs aux romans étrangers. Ce jugement est tout-à-fait erroné. L’Italie est la nation qui a le moins produit dans cette branche de littérature. Il est juste de reconnaître que quelques romans qu’elle possède sont des œuvres très-estimables, et ne craignent pas la comparaison avec plusieurs des meilleurs français, allemands et anglais. Il n’est pas permis de dire, toutefois, que les romans de Manzoni, de Guerrazzi, de Grossi, d’Azeglio, de Cantù ont plus de prix que ceux de Walter Scott, de Bulwer, de Cooper, de Dickens, de Balzac, de George Sand et de tant d’autres.

  Pietro Selvatico, Il pittore Giuseppe Ribera ed il principe Don Giovanni d’Austria o I Favori de’ grandi costano spesso salati, in Arte ed artisti. Studi e racconti, Padova, Libreria Sacchetto Imp., 1863, pp. 185-245.

   p. 220. Cfr. 1862.

  Carlo Tèoli [Eugenio Camerini], Proemio, in Erasmo da Roterdamo, Elogio della Pazzia di Erasmo da Roterdamo. Antica versione italiana nuovamente riveduta e corretta ed illustrata con disegni di Holbein, Milano, G. Daelli e Comp. Editori, 1863, pp. IX-XVI.

   pp. IX-X. Onorato Balzac raccoglieva i suoi capolavori sotto il titolo di Comédie humaine; erano gran frammenti che rappresentavano la vita dei nostri tempi, ma con tali particolarità e svolgimenti che i volumi s’ammassavano e la piena rappresentazione era di là da venire. Erasmo in uno scorcio magistrale fece quel che Balzac tentò invano nelle sue superbe tele; l’Elogio della Pazzia è la commedia umana, nei suoi principali lineamenti, colta in un tempo fecondo di contrasti e ricco d’originalità.

  Carlo Téoli [Eugenio Camerini], Proemio, in Federigo Luigini, Il Libro della Bella Donna di Federigo Luigini [1554]. Nuova e corretta edizione, Milano, G. Daelli e Comp. Editori, 1863, pp. V-XII.

   p. VII. Le belle italiane del secolo decimo sesto erano sommamente vaghe di vedere adombrate le loro sembianze nei dipinti de’ gran maestri ed eziandio ne’ libri de’ retori. E quando pure una sola parte di loro avesse ad essere illustrata coi colori e con la parola, consentivano all’amputazione della bellezza, cedendo i capelli, o il labbro, od altro ad una imagine esemplare, che poi crediamo, per singolare astrazione, non rimirassero che in quello ch’avea di loro, quasi il capolavoro ignoto di Balzac, di cui non restava intatto che il piè divino, fondamento alla fantasia per ricrear la meravigliosa figura.

  Michele Uda, Un matrimonio per concorso, in Riccardo Armandi, Michele Uda, Scene della Commedia umana. Schizzi e profili. L’amante di mia cugina. Un matrimonio per concorso. Adriana Lecouvreur, Milano, Francesco Sanvito, 1863, pp. 29-63.

   pp. 31-32. Per descrivervi una per una le diverse fasi del regno di Luigi Filippo dal suo nascere al declinare, mi sarebbe mestieri scrivere tanti romanzi quanti ne scrisse quel fecondissimo ingegno di Onorato Balzac. Dalla Peau de Chagrin al Lys dans la vallée troverete in essi un trattato compiuto di fisiologia sociale applicato a quell’epoca, in cui il sistema inaugurato dall’ex-professore di matematica a Reichenau aveva rimescolato tutti i bassi istinti e le abbiette passioni del cuore umano. […]
   Luigi Pierrot veste ancora il corrotto de’ suoi genitori, morti a sessant’anni e legittimisti, allorchè sopravvengono le rivolture di Luglio. Per nascondere le antiche velleità aristocratiche muta il nome di Luigi in quello di Biagio, e si reca a Parigi con trecentomila franchi nel portafogli. Quivi, il povero proletario, chiede pane e riforme col popolo, sollecita un impiego nell’amministrazione e balla il cancan colla borghesia. Sulle prime sfegatato repubblicano co’ repubblicani di San Dionigi, poscia orleanista cogli orleanisti fa stampare i trecentomila franchi in calce al suo biglietto di visita e corteggia assiduamente, prodigando inchini e sorrisi alle liane dell’anticamera, Sua Eccellenza il Milione e Sua Maestà l’Aggiotaggio. Il giovane rampollo del defunto provveditore giunge a smettere in pochi giorni la proverbiale balordaggine del provinciale, atterga un de al proprio nome, applaude a un sermone di Lacordaire e sorseggia deliziosamente lo sfacciato cinismo de’ Contes Drolatiques del signor di Balzac, l’Omero, come vi ho detto, di questa strana epopea che si apre coll’esiglio di Carlo X, e chiudesi nel modesto ritiro di Claremont, dove Luigi Filippo muore, rassegnato senza neppur destare quel senso di pietà e di raccapriccio che nasce dallo spettacolo di una grandezza che tramonta nell’oblio.

  K. X., Bibliografia. C. Arrighi, “La Diplomazia in Commedia”. Versi. M. Uda, “Il cuore di una Beghina”. Romanzo. L. Capranica, “La Congiura di Brescia”. Romanzo, «La Perseveranza», Milano, Anno IV, 26 Gennaio 1863, pp. 1-2.

   p. 1. A proposito del romanzo di M. Uda, si afferma:
   «È un bel lavoro, che si legge d’un fiato e scritto con garbo, e non crediamo aver esagerato nel dire altrove che v’è nell’Uda alcuna cosa del valore psicologico di Balzac».


[1] L’opera è presente nelle seguenti Biblioteche italiane: Biblioteca Zelantea di Acireale; Biblioteca Città di Arezzo; Biblioteca Palagio di Parte Guelfa – Fondo dell’ex Università Popolare di Firenze; Biblioteca ed Emeroteca della Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura di Livorno (voll. I e II); Centro Biblioteca e Archivi della Scuola Normale Superiore di Pisa; Biblioteca Comunale Antonelliana di Senigallia.
[2] Cfr. Catalogo generale della Libreria italiana dall’anno 1847 a tutto il 1899, Milano, Associazione tipografico-libraria italiana, 1901, p. 129.
[3] Cfr. Balzac in Italia. Contributo alla biografia di Onorato di Balzac, Milano, Fratelli Treves, 1920, p. 226.
[4] Segnalato da L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., pp. 538-539.

Marco Stupazzoni