venerdì 7 febbraio 2020



1949

 


 

Edizioni in lingua francese.

 

 

  Honoré de Balzac, Le Napoléon du peuple, avec introduction et notes par Scevola Mariotti, Milano, Carlo Signorelli-Editore, 1949 («Scrittori francesi»), pp. 63.


  Struttura dell’opera:

 

  Scevola Mariotti, Honoré de Balzac. 1799-1850, pp. 5-13; [cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici].

  Le Napoléon du peuple, pp. 14-162.

 

  Il celebre episodio tratto da Le Médecin de campagne (1833), è preceduto dalla nota introduttiva che trascriviamo integralmente:

 

  «Le Napoléon du peuple est un chef-d’œuvre».

Gabriel Faure

 

 

  Ces pages du Napoléon du peuple, épisode publié dans le Médecin de campagne (septembre 1833), furent tirées à part dès 1833 et publiées sous le titre: Histoire de Napoléon, contée dans une grange par un vieux soldat 1. Une autre édition fut publiée en 1842 2. L’exemplaire à peu près unique, imprimé en 1833, intitulé: Dialogue d’un vieux grenadier de la Garde impériale surnommé le Sans-Peur 3 est une réédition de l’épisode du Médecin de campagne.

  Dans la première édition, le Médecin de campagne 4 était divise en trente-six chapitres. Le vingt et unième avait pour titre: Une veillée.

  La scène se passe en 1829, à Voreppe, un bourg des environs de Grenoble. Le docteur Benassis, le commandant Genestas, qui avait été à Wagram, le pontonnier Gondrin, qui s’était trouvé à la Bérésina, assistent dans une grange à la veillée où le piéton de la poste, Goguelat, un ancien soldat de la garde impériale, décoré sur le champ de bataille à Valontina, raconte aux bonnes gens du village l’histoire de l’empereur. Sous sa forme soldatesque, ce récit est un chef-d’œuvre: «Voyez-vous, mes amis, Napoléon est né en Corse ...». Et le récit continue, avec, de distance en distance, cette parole qui revient comme un refrain: «Ah ça, mes amis, croyez-vous que c’était naturel?».

  Le brave Goguelat, de plus en plus grisé par son sujet, finit par ces mots: «Vive Napoléon, le père du peuple et du soldat!».

  En écrivant cet épisode, Balzac avait fait surtout œuvre d’artiste. Il avait peint le Napoléon du Peuple, et il avait pris quelque plaisir à faire pleurer la duchesse d’Abrantès 5.

  Le Médecin de campagne fut écrit entre le premier et le quinze septembre, à la Chartreuse. L’auteur se déclare dans une lettre, à sa mère: «En travaillant trois jours et trois nuits, j’ai fait un volume in dix-huit, intitulé le Médecin de campagne» (23 septembre 1833) 6.

  Il fondait de très grandes espérances sur ce volume et comptait de vendre de nombreuses éditions 7. Mais son beau rêve s’évanouit rapidement. Le public se montra plus que tiède. L’Académie ne jugea pas l’ouvrage digne du prix Montyon. «Le fiasco du Médecin de campagne, déclarait-il en janvier 1834, m’a chagriné, mais j’ai pris mon parti».

  La postérité a bien vengé Balzac, et, de son vivant, il eut la joie de voir son œuvre mieux comprise et plusieurs fois rééditée.


  Note. [La numerazione è nostra].

 

  1. Paris, Imprimerie de Baudoin, rue des Boucheries-Saint-Germain.

  2. J.-J. Dubochet et Ce, J. Hetzel et Paulin Aubert et Ce.

  3. Simon, rue du Temple, N. 6

  4. «Dans l’œuvre inégale et touffue de Balzac, j’ai toujours eu une tendresse particulière pour le Médecin de campagne. C’est l'un de ses meilleurs romans, bien que le roman y tienne peu de place». Gabriel Faure.

  5. Quelques semaines avant la mise en vente du Médecin de campagne, Balzac écrivait à Mme Zulma Carraud: «Mme d’Abrantès, qui pleure rarement, a fondu en larmes au désastre de la Bérézina. dans la Vie de Napoléon racontée par un soldat dans une grange». Voir: «Correspondance», t. I, p. 249.

  6. Mais si le volume fut achevé en trois jours, il prit à l’auteur plus de trois mois de corrections.

  7. Dans une lettre à son éditeur Mame, Balzac écrivait: «J’ai été depuis longtemps frappé et désireux de la gloire populaire qui consiste à faire vendre à des milliers considérables d’exemplaires un petit volume en dix-huit comme Atala, Paul et Virginie, etc ...».

 

 

 

Estratti.

 

 

  Honoré de Balzac, Il racconto della domenica. La Sposa di Topino, «l’Unità. Organo del Partito comunista italiano», Roma, Anno XXVI, N. 152, 26 Giugno 1949, p. 3; 1 ill. [Balzac, ritratto di Bertall, 1847].

 

  Honoré De Balzac di cui si celebra in questi giorni a Parigi il centocinquantenario, iniziò la sua carriera di romanziere come imitatore di Walter Scott. Instaccatosi ben presto da questa maniera, diede mano alla composizione di «Scènes de la vie privée» che diventa ben debitamente ampliata la grandiosa costruzione de «La comédie humaine».

Questa opera che supera la mole di 16 volumi assicura il definitivo successo di Balzac tra i suoi contemporanei.

  Il racconto che presentiamo è tratto dai «Contes drolatiques», una delle raccolte di novelle più spregiudicate e piccanti dovute alla penna di Balzac.

 

  Si tratta della traduzione di un brano tratto dal racconto: Les Trois Clercq de Sainct-Nicholas (Secund Dixain).

 

 

  H. de Balzac, Novella. La sposa di Topino di H. de Balzac, «Minerva. Rivista delle Riviste», Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Anno LVIX, N. 9, Settembre 1949, pp. 107-108.

 

  Cfr. scheda precedente. 

 

 

Traduzioni.

 

 

  Honoré de Balzac, Il Colonnello Chabert di Honoré de Balzac. A cura di Renato Fabietti, Milano, Universale Economica (Milano, Archetipografia per conto della «Cooperativa Libro Popolare»), (dicembre) 1949 («Serie letteratura», n. 31, Volume XVI), pp. 85.


  [Segnalato da Paolo Russo, Primo inventario … cit., p. 550].

 

  Struttura dell’opera:

 

  Renato Fabietti, Prefazione, pp. 7-12; [cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici].

  Il colonnello Chabert, pp. 13-85.

 

  Traduzione nel complesso corretta. Non è riportata la dedica del romanzo a ‘Madame la comtesse Ida de Bocarmé, née Du Chasteler’.

 

 

  Honoré de Balzac, Eugenia Grandet. Traduzione di Gabriella Alzati, Milano, Rizzoli Editore, (ottobre) 1949 («Biblioteca Universale Rizzoli», 61-63), pp. 221.


  [Segnalato da Paolo Russo, Primo inventario … cit., p. 550].

 

  Struttura dell’opera:

 

  Nota, pp. 5-6. [cfr. la sezione: Studî e riferimenti critici].

  Eugenia Grandet, pp. 7-221.

 

  La traduzione del capolavoro balzachiano fornita da Gabriella Alzati è da ritenersi fedele e corretta.

 

 

  Honoré de Balzac, Storia della grandezza e della decadenza di Cesare Birotteau commerciate di profumi, assessore al secondo rione di Parigi, cavaliere della Legion d’onore, ecc. Traduzione di Bruno Schacherl, «Il Nuovo Corriere», Firenze, Anno IV, 31 Luglio-2 Novembre 1949, p. 3.

 

  La traduzione che Bruno Schacherl fornisce del romanzo balzachiano, da ritenersi nel complesso adeguata, sarà pubblicata, in volume, nel 1959 presso gli Editori Riuniti di Roma.

 

 

 

Studî e riferimenti critici.

 

 

  Romanzi sceneggiati. Il colonnello Chabert, «Radiocorriere. Settimanale della Radio Italiana», Torino, anno 26, numero 1, 2-8 gennaio 1949, p. 27.

 

  Un giovane avvocato riceve un giorno a Parigi, pochi anni dopo la caduta dell’Impero, la visita di un vecchio miserabile, il quale gli rivela di essere il celebre colonnello Chabert, dato per morto quasi dieci anni prima alla battaglia di Eylau, dove egli aveva procacciato la vittoria con una celebre carica di cavalleria. Il vecchio gli narra come, risvegliandosi in una fossa fra i cadaveri, con un’orribile ferita al cranio, e raccolto da certi contadini, fosse riuscito a guarire e a ritornare in Francia, dopo aver passato attraverso una lunga odissea. Nessuno però l’ha voluto riconoscere: sua moglie, presunta vedova, ed erede della sua fortuna, ha sposato un Conte dalla Restaurazione, mentre lui, colonnello, è ridotto all’estrema miseria e stimato pazzo da tutti quelli ai quali si rivolge per aiuto. Il giovane avvocato gli crede, lo soccorre, e promette di sostenere la sua causa.

  Siccome la moglie teme lo scandalo, egli riesce a persuaderla a venire a una transazione: il colonnello Chabert riavrà da lei parte della sua fortuna e intenterà una duplice azione giudiziaria per ottenere al tempo stesso l’annullamento dell’atto di decesso e del matrimonio. Ma questo piano non conviene alla signora la quale, speculando sull’amore che il colonnello Chabert continua a sentire per lei, e sulla nobiltà d’animo del vecchio soldato, sta per ottenere da lui che egli continui a passare per morto e scompaia per non distruggere la sua felicità. Ma un errore di tatto dell’uomo d’affari provoca una reazione del vecchio colonnello, il quale viene a comprendere che la moglie ha finto per lui affetto e gratitudine, ma in realtà lo odia, nel suo mostruoso egoismo. Questa rivelazione fa sorgere nell’animo semplice e leale di Chabert un tale senso di disgusto, che egli volontariamente si ritira, rinuncia a tutto e diviene un vagabondo senza tetto e senza nome.

  Una dozzina d’anni più tardi l’avvocato lo riconosce in un vecchio rimbecillito e maniaco che trascina gli ultimi suoi giorni in un ospizio.

  La morale del racconto sta nelle parole dell’avvocato a un suo giovane amico: «Esistono nella nostra società tre uomini, il prete, il medico e l’uomo di legge che non possono stimare il mondo. Essi vanno vestiti di nero forse perché portano il lutto di tutte le virtù e di tutte le illusioni».

  Questo romanzo, uscito nel 1832, è una delle prime opere di Honoré de Balzac.



  Corriere milanese. Quando la professione è apostolato. Un medico lombardo verso la gloria degli altri, «Corriere d’informazione», Milano, Anno V, N. 75, 29-30 marzo 1949, p. 2.

 

  Ma, pii com’erano, anche quel medico infruttifero dava loro motivo di mistico orgoglio. Il dott. Pampuri insomma, aveva fatto della medicina un apostolato, con tutte le conseguenze che Balzac ha analizzato nel suo «Medico di campagna».



  Romanzi sceneggiati. Papà Goriot, «Radiocorriere. Settimanale della Radio Italiana», Torino, anno 26, numero 23, 5-11 giugno 1949, p. 26.

 

  Il vecchio Goriot, commerciante a riposo, vive unicamente dell’amore fanatico per le sue due figliole. Anastasia e Delfina, che egli ha innalzate, con grave sacrificio, a un grado sociale molto superiore al suo, sposando l’una al conte Restaud, l’altra al barone Nucingen. L’amore paterno è per Goriot una passione così esclusiva, assorbente e cieca, che lo induce a compiacersi perfino delle colpe delle due figlie, di cui la prima è l’amante di Maxime de Trailles, l’altra di Eugène de Restignac (sic). Vanitose, egoiste, crudeli, esse lo taglieggiano fino all’ultimo quando, ridotto in sempre più dura povertà, è costretto a trascorrere i suoi tardi anni nella meschina pensione borghese della signora Vauquer. E qui pure sono allogati il giovane Restignac, che si accinge, come allora si diceva, a conquistare Parigi; Vautrin, ch’è il forzato Jacques Collin, in lotta assidua con la società; Vittorina Taillefer, gentile fanciulla, respinta dal padre, un gran signore, la cui fortuna aveva preso le mosse da un delitto impunito. Le ansie dolorose, la decadenza e la morte di papà Goriot (che s’illumina quasi di un raggio della tragedia di Re Lear) costituiscono la trama principale del romanzo, in cui il Balzac ha fatto le prime prove della sua tumultuosa rappresentazione ciclica della vita contemporanea. Ma nell’esistenza dei protagonisti si inseriscono, a tutto rilievo, figure minori, come l’usuraio Gobseck, formando un fondo vivo di folla scomposta in passioni e in atteggiamenti diversi e continuamente tesa in un dramma di interessi che non trova conclusione nè pace.

  Questo romanzo viene considerato comunemente quale uno dei capolavori di Honoré de Balzac.

 

 

  Corriere milanese, «Corriere d’informazione», Milano, Anno V, N. 278, 25-26 novembre 1949, p. 2.

 

  Su Balzac parlerà domani, sabato, alle ore 18, al Circolo Filologico. lo scrittore francese André Billy, dell’Accademia Goncourt.

 

 

  Nota, in Honoré de Balzac, Eugenia Grandet ... cit., pp. 5-6.

 

  Honoré de Balzac, il padre del romanzo realistico, nacque a Tours il 20 maggio 1799. Fu dapprima avvocato, poi aiuto di notaio e finalmente socio di un editore: ma in nessuna di queste attività, che pure dovevano fornirgli spunti e ritratti per la sua opera letteraria, si ritrovò, in nessuna raggiunse il minimo successo: le imprese editoriali, per contro, non gli procurarono che disinganni e debiti, per pagare i quali — oltre che per dare sfogo a un’irresistibile vocazione, a un’irrefrenabile piena creativa — cominciò, a partire dal 1829, a scrivere.

  Né riuscì la letteratura a dargli calma e riposo: temperamento a cui la natura stessa negava ogni specie di tranquillità, e ossessionato, inoltre, dal bisogno di denaro richiesto dalle sue molte altre imprese sbagliate o disgraziate nonché da un irreprimibile gusto per lo spreco, egli continuò a scrivere, in un’ansia senza pause e senza precedenti, quindici ore al giorno, «terminando le sue opere come in un’ebrezza della fantasia alimentata da innumerevoli caffè. Lo stampatore veniva a ritirare le pagine manoscritte l’una dopo l’altra, ed egli correggeva le bozze, apportandovi interminabili aggiunte col medesimo ardore, esasperando i tipografi. Era fiero della sua eccezionale potenza di creazione e di lavoro: si considerava il “Napoleone della letteratura”», e finì per ammazzarsi letteralmente di fatica. Aveva, infatti, da poco sposato la contessa Hanska, sua vecchia amica, quando il 18 agosto 1850, a Parigi, cadde fulminato da un attacco apoplettico.

  Cinquantun anni di vita: ventuno di ininterrotta febbre letteraria, durante i quali pubblicò duemila pagine all’anno, novantasei romanzi che, suddivisi in differenti serie, chiamò complessivamente Commedia, umana. Ecco i principali titoli: “Scene della vita privata”: Gobseck (1830), La donna di trent’anni (1831-42), Il colonnello Chabert ( 1832); “Scene della vita di provincia”: Eugenia Grandet (1833), Il giglio nella vallata (1835), Orsola Mirouet (1841), Una casa di scapolo (1842); “Scene della vita parigina”: Papà Goriot (sic) (1834), Grandezza e decadenza di Cesare Birotteau (1837), La cugina Bette (1846), Il cugino Pons (1847); “Scene della vita politica”: Un affare tenebroso (1841); “Scene della vita militare”: Gli “chouans” (1829); “Scene della vita di campagna”: Il medico di campagna (1833), Il parroco di villaggio (1839-46), I contadini (1844). E oltre alla Commedia umana, scrisse studi filosofici, alcune commedie, una serie di racconti rabelaisiani, ecc.

  Ognuno dei suoi personaggi è lo specchio di un vizio, e a volte anche di una virtù: in essi non c’è ombra di sfumature, son tutti esseri straordinari, che oltrepassano la realtà: ma c’è in ognuno impresso un carattere, in modo tanto incisivo, da render vive ed eterne queste figure, pur nella loro inverosimiglianza e nella eccezionalità dei loro casi.

  Tuttavia, in Eugenia Grandet (nell’originale: Eugénie Grandet), scrive il Valeri, «ch’è generalmente considerato il suo capolavoro, il realismo del narratore si fonda direttamente sul vero ... Questa “verità” del racconto, anche se non può essere documentata, è ben sensibile a chi legge. Eugenia è una ragazza di provincia, che vede sfiorire la sua giovinezza, giorno per giorno, nella squallida solitudine della sua casa senza sole, tra il vecchio padre avaro che ammassa oro su oro, da feroce maniaco, e la madre che non ha nemmeno coraggio di fiatare davanti al domestico tiranno. La fuggevole apparizione d’un cugino, Carlo, dà alla povera Eugenia un’illusione d’amore, di cui ella si riscalda e nutre per sette anni: finché una lettera dell’amato le annunzia ch’egli sposa un’altra donna. Intanto i suoi genitori sono morti, ed essa è sola al mondo, con la sua grande ricchezza, nella casa deserta. Finirà a sposar uno del paese; poi, rimasta vedova, si darà alle opere di beneficenza. Storia in grigio d’un grigio destino di donna».

  Ma il potente quadro dell’avarizia di Grandet ravviva la penombra con sprazzi indimenticabili: il Balzac ha forgiato questo suo personaggio con tale efficacia, da farlo degno di sedere accanto alle figure dei suoi più celebri compagni, Arpagone e Shylock.


 

  V. A., Il centenario di un grande romanziere. La fede cristiana di Balzac sociologo, «Il Messaggero di Roma», Roma, Anno 71, N. 222, 11 Agosto 1949, p. 3.

 

  “Il pensiero, origine di tutti i mali e di tutti i beni, può essere preparato, domato, diretto soltanto dalla religione: e l'unica possibile è il Cristianesimo”.

 

  L’avvicinarsi del centenario della morte di Balzac ha provocato la pubblicazione di un interessante «inedito» di Paolo Bourget. in cui si esamina la fisionomia del grande romanziere sotto un punto di vista poco comune. Paolo Bourget ha scoperto in Balzac il sociologo, non nel senso generico e approssimativo della parola, ma nel senso più preciso. Egli sostiene che in Balzac le preoccupazioni sociologiche sono in prima linea. Resta da vedere se Balzac sia grande a causa di queste o nonostante queste preoccupazioni.

  Secondo il Bourget. acquista molta importanza il fatto che Balzac abbia «collocato» e raggruppato i suoi eroi e le loro avventure in «ambienti» determinati. Non per nulla egli ha scritto le scene della vita di provincia. quelle della vita parigina: le storie dei parenti poveri e perfino i romanzi polizieschi. Nonostante il potente rilievo delle figure che emergono in quei racconti il romanziere dà grande importanza all’ambiente sociale, al «milieu» collettivo.

  Ciò è proprio del sociologo più che dell'artista: e spiega anche certe minute descrizioni di paesi, di citta, di periodi storici, che non fanno solo da sfondo, ma in certo modo, caratterizzano il racconto Questo è sempre accuratamente ambientato: non si concepisce la Cousine Bette fuori di Parigi, Eugenia Grandet fuori di Saumur, Orsola Mirouet senza la sua Sancerre. Il narratore scopre in quegli ambienti gli elementi locali che determinano, in certo modo, gli avvenimenti, e spiegano almeno in parte le azioni dei suoi personaggi.

  Gli studi del celebre Geoffroy Saint-Hilaire influirono molto su Balzac. Il biologo aperse la via alle ricerche del sociologo, donde una certa nota «naturalistica» presente nei romanzi balzacchiani, anche in quelli più ricchi di elementi poetici. Secondo lui, un operaio, un dotto, un prete, un soldato sono tanto diversi fra loro quanto un leone, un lupo. un pescecane, un uccello o via dicendo Le differenze sociali segnano separazioni fondamentali fra gli uomini, come le differenze di specie fra gli altri esseri viventi E queste differenze, vere o supposte, eccitano enormemente la curiosità dello scrittore. suggerendo e ispirando alcuni aspetti salienti della sua grande arte. Si è domandato più volte come Balzac, figlio della rivoluzione (era nato nel 1799), prigioniero di preconcetti sociologici che potevano rasentare il grossolano materialismo, fu invece cattolico convinto e monarchico deciso?

  Il Bourget si pone il problema e lo risolve con la sua nota sottigliezza Qual è il fattore primitivo, essenziale, della società? La famiglia Nel mondo politico e storico la famiglia reale — la dinastia — ha una preziosa funzione conservatrice, è il maggior, «organo della durata» di un paese Ora la «durata» comporta un’economia delle forze vitali, è preziosa salvaguardia della vita delle nazioni. Il contrario della «durata» è la rivoluzione continua, l’orgia di novità verso la quale propende purtroppo il pensiero umano libero di se stesso. Balzac diffida del pensiero: per questo sociologo pessimista e conservatore «si pensa troppo». Il pensiero, naturalmente, non può essere abolito nè mortificato, ma può trovare il suo regolatore nella religione. «Il pensiero, origine di tutti i mali e di tutti i beni, può essere preparato, domato, diretto soltanto dalla religione: e l’unica religione possibile è il Cristianesimo».

  Ecco pertanto come dallo scientificismo biologico e sociologico del Lavater e del Saint Hilaire si arriva al Vangelo. Balzac è cristiano anzi cattolico. perché nella sua qualità di «dottore in scienze sociali» egli proclama che il cattolicismo è la forma superiore del Cristianesimo. Egli riconosce nel cattolicismo «un sistema completo di repressione delle tendenza depravate dell’uomo e il più efficace elemento di ordine sociale»

  In questo, Balzac si avvicina al Taine, il quale pure asserisce che senza il cristianesimo «la società diventa uno scannatoio o un bordello». Ma il Taine, positivista. vede nella religione soltanto un fattore sociale praticamente utile; invece il grande romanziere trova in essa la verità assoluta. fuori della quale non v’è salvezza.

  Così Bourget ricostruisce la fisionomia di Balzac come sociologo. L’opera colossale di Balzac, la Commedia umana, può effettivamente essere meglio illuminata in alcune sue parti tenendo conto delle osservazioni del Bourget. Le vicende di quei mille personaggi sono tutte, in fondo, determinate dalla violazione di una legge morale o sociale: la legge della famiglia, la disciplina religiosa, l’attaccamento al luogo natale. Il romanziere, pertanto, è anche un moralista e un sociologo: ma la potente ala del suo genio trasforma quella materia scientifica in dramma e in poesia. E questo è quello che conta.

 

 

  Alfa, Il centenario della morte di un grande romanziere. Balzac dichiarò il falso, «L’Umbria. Quotidiano del mattino», Perugia, Anno I, N. 70, 4 Giugno 1949, p. III.

 

  In realtà era scappato da Parigi per non essere arrestato a causa di cambiali non pagate – In fatto d’amore fu un platonico e un timido – La sua unica passione.

 

  Verso la fine del secolo scorso, un coraggioso editore pubblicò a dispense la Commedia Umana, trad. dall’originale delle opere del più grande romanziere che onori la letteratura francese: Balzac, fino allora mediocremente noto tra noi.

  Nei miei ricordi ormai abbastanza lontani, è la più bella edizione dei suoi romanzi stampata a Bruxelles, illustrata dal Messonier, la cui fama di pittore s’era fatta chiara, onde i suoi quadri, specie quelli raffiguranti scene napoleoniche, ornavano le più illustri pinacoteche.

  In quest’anno si compiono 100 anni dalla morte di Honoré de Balzac. La Francia giustamente, per tale ricorrenza prepara straordinarie onoranze alla memoria dell’uomo la cui prestigiosa penna non ebbe mai tregua creando un mondo rispecchiante il suo tempo, in uno scenario incomparabile per colore e vigore stilistico.

  Piccolo di statura tozzo ed abbondante per il resto, il capo sostenuto da un collo erculeo, egli era tutt’altro che bello, ma gli occhi profondi e scintillanti denotavano il carattere focoso, che trasfondeva nelle sue scritture.

  Instancabile, capace, cioè di lavorare continuamente dodici ore al giorno. La sua calligrafia rassomigliava ai geroglifici con abbondanti cancellature, onde i tipografi penavano assai per tradurla in carattere da stampa.

  Peraltro un gigante della fantasia e del pensiero; e nel contempo originale, singolare, maniaco e sognatore, ma in fondo buono, generoso, di esemplari costumi e astemio. Durante la sua esistenza — morì a 51 anni — non assaggiò mai vino e tanto meno liquori. Indebitato fin sopra i capelli, perseguitato dai creditori a causa del fallimento di tutte le speculazioni cervellotiche da lui tentate; infaticabile allo scopo di far denaro; raffinato di gusti non mai potuti soddisfare, talché se magistralmente sapeva descrivere il magico splendore aurato dei saloni parigini, apprezzare con squisito senso artistico i capolavori esposti nei numerosi musei, viveva in una soffitta spoglia d’ogni modesta comodità e spesso fredda per insufficiente riscaldamento.

  L’esame, se pure superficiale delle sue opere sarebbe lungo; a noi importa, almeno per ora, dire dell’uomo nelle sue manifestazioni sinceramente umane, dell’impressione suscitata durante il soggiorno in Italia, a Milano, dove fu accolto con letizia generosa e gentile nel famoso salotto della contessa Chiara Maffei, sposa C.e Andrea Maffei. uno degli uomini più eruditi del suo tempo. E’ noto che del famoso salotto, mèta quasi per mezzo secolo di stranieri e italiani illustri per opere e nomi, scrisse da par suo il nostro Raffaello Barbiera.

  Il 16 febbraio 1837, un’amica della contessa le scriveva da Parigi avvisandola del prossimo arrivo a Milano di Balzac e Teofilo Gautier, raccomandandolo assai vivamente. A Torino il Gautier si distaccò dall’amico per ragioni di cuore o d’altro, per cui Balzac giunse a Milano solo — e non accompagnato da un misterioso paggio che sarebbe stato una donnina in abiti maschili, come qualcuno aveva scritto — e accolto festosamente dalla Maffei.

  L’amica che ne aveva preannunziato l’arrivo, s’era creduta in dovere di far cenno alla figura fisica di Balzac. «Non se lo immagini — ella scriveva — grande e snello, pallido e scarno, con una di quelle fisionomie che sono già un’ispirazione, una poesia! Si guardi da così bella aspettazione. Egli è un uomo piccolo, grasso, paffuto, rotondo, rubicondo, con due occhi neri e scintillanti, foga nel dialogo, il foco della sua penna». Così la contessa Fanny Sanseverino Porcia, sorella del ciambellano dell’imperatore d’Austria — amabile donna di ventinove primavere e sposa a un Vimercate lo descrive. Raccontava ella, fra l’altro, che quando a Parigi si recò a visitare Balzac — già celebre — dovette salire molte scale e arrampicarsi in una soffitta, dove il grande romanziere trascorreva i suoi giorni lontano dai clamori mondani. Piuttosto — diciamo noi — onde sottrarsi ai creditori. La bella signora trovò ... dinanzi un eremita. Balzac indossava, infatti una tonaca bianca da frate, tonaca con cui venne ritratto dal pittore Destuge nel suo «colosso del romanzo moderno» ritratto che si vede a Versailles nella sala degli scrittori francesi celebri.

  Balzac fu a Milano il 19 febbraio 1837. Aveva trentotto anni. Alla Polizia si dichiarò «possidente» dando a credere che era venuto in Italia per liquidare e mettere in sesto gli interessi complicati di un suo ricchissimo amico. Bugia! bugia in quanto in realtà egli era scappato da Parigi per non essere arrestate per cambiali non pagate. Il suo arrivo venne annunziato dalla «Gazzetta privilegiata di Milano», la quale scriveva che il romanziere si sarebbe fermato alquanto, onde «raccogliere materiale inerente alle campagne dei francesi in Italia».

  Sembra che la contessa Maffei abbia ispirato all’illustre scrittore un sentimento superiore alla amicizia, tanto da destare la gelosia del marito. In realtà le visite molto assidue di Balzac alla contessa, specie nelle ore del mattino quando ella era quasi sola, diedero luogo a chiacchiere e a qualche pettegolezzo. Ma non è da credere — per diverse ragioni aderenti al carattere della contessa e del suo ammiratore — che questi attentasse all’onere della nobilissima signora.

  Balzac, in, fatto di amore, era quello che si dice un timido, un platonico e niente altro. Il suo unico e vero amore fu per madama Hanska, una polacca, crudele nei confronti del buono e semplice Honoré di cui respingeva sistematicamente le profferte di amore e di matrimonio, il quale ebbe luogo solamente dopo diciotto anni, alla vigilia della morte dello scrittore.

  Aveva avuto donne? Forse, ma è da dubitare assai se ne avesse goduto l’intimità. Fra le tante fu la duchessa d’Abrantè (sic), vedova di Junot, morto pazzo. Ella, già assai matura, si pose a scrivere le sue «Memorie» interessanti per le notizie contenute in esse sulla corte napoleonica, ma da raccogliere con molta cautela. Colui il quale corresse e collaborò a quelle «Memorie» fu precisamente Balzac.



  Francesco Alziator, Balzac in Sardegna, «Il Convegno. Rassegna mensile illustrata di cultura e di attualità», Cagliari, Anno II, n. 2 – Anno III, n. 1, Dicembre 1949-Gennaio 1950, pp. 12-14.

 

  Il tenero e sfortunato Goriot e l’infelice amore di Eugénie Grandet avevano già da tempo varcato le frontiere della Francia quando Balzac, nell’aprile del 1838, approdò in Sardegna.

  Lo sbarco, in realtà, avvenne senza troppi onori e, per poco, Don Andrea Cugia di Sant’Orsola, governatore della Città di Alghero non mandò al diavolo il signore di Balzac così lo scrittore si faceva chiamare già dal 1830 ed i suoi compagni di viaggio per violazione delle norme sulla quarantena.

  Così, cominciato sotto cattivi auspici, il soggiorno sardo di Balzac terminò malamente ed il grande romanziere se ne vendicò per l’eternità scrivendo sull’isola alcune magnifiche pagine che sono però tra le cose più terribili ed allo stesso tempo più stupide che siano mai state immaginate, sempre che vengano prese dal punto di vista della verità oggettiva.

  Tutti sanno di quali pessimi affari fosse capace Balzac: la stamperia da lui acquistata a Parigi con l’aiuto di Madame de Berny fu una vera rovina, nonostante il tentativo del tutto moderno di stampe pubblicitarie a grande tiratura per pillole di lunga vita e sull’arte di mettersi la cravatta in ogni maniera conosciuta ed usata.

  Il fallimento del 16 aprile 1828 lo seppellì sotto 200 000 franchi di debiti gravati dai più pesanti interessi che furono l’ossessione costante di tutta la sua vita.

  Gli affari da lui tentati successivamente: coltivazione di ananassi presso Parigi e appalti per traversine da binari, non andarono, chissà se bene o male per lui, mai oltre lo stato di progetto.

  Nè fu condotto a termine l’affare che lo spinse a cercar fortuna in Sardegna. Balzac aveva pensato all’Isola come ad una non lontana e comoda California che, con le scorie abbandonate dei minerali di piombo, gli avrebbe potuto riempire le tasche di abbondante argento.

  Così almeno gli era stato assicurato a Milano, nel 1837, da un commerciante genovese. D’altronde Balzac conosceva già l’Isola dall’anno prima, se non altro per sentito dire, perché ospite in Torino del Marchese Boyl di Putifigari aveva udito da questi degli incantati aranceti delle sue tenute di Milis e delle altre bellezze dell’Isola. Anzi, Boyl aveva proprio pensato di condurre il romanziere in Sardegna e ne aveva scritto in proposito a Pasquale Tola.

  Ed Onorato andò in Sardegna non ospite nel bel palazzo cagliaritano del suo nobile amico, ma passeggero sconosciuto e presuntuoso con pochi quattrini rimediati da gioielli impegnati, e da qualcosa imprestatogli dalla madre, a bornio di una paranza di pescatori di corallo diretti in Africa.

  Dalle lettere alla madre, alla sorella e sopratutto da quelle alla «Straniera», la contessa polacca Hanska, la donna che amò ed inseguì per tutta la vita, in una continua, allucinante corsa dalla Svizzera a Vienna, dall’Ucraina a Parigi, ci è interamente documentato l’itinerario sardo di Onorato di Balzac.

  «Qui comincia l’Africa ...» questo tra l’altro scriveva alla Hanska, appena sbarcato, l’8 di Aprile del 1838.

  Un innamorato ha sempre bisogno di ingigantire quello che fa agli occhi della sua donna, e così fa Balzac.

  Il viaggio per mare, che in cinque giorni lo ha portato da Aiaccio ad Alghero, ha del favoloso. Nulla da mangiare altro che il pesce pescato a bordo, poi la quarantena, normalissima misura di igiene marittima dato che si era in tempi di colera, che viene mutata da Balzac in un tormento inflitto da un governatore che vuol solo farsi obbedire, e poi quei tremendi selvaggi dei Sardi che negano tutto alla nave in quarantena. Come se per i begli occhi del romanziere dovessero rischiare il contagio!

  «Qui comincia l’Africa ...» la frase che può essere anche di effetto e del tutto giustificata dalla fantasia di un romanziere, trovava nella verità oggettiva ben poche rispondenze: una misura sanitaria da parte delle autorità ed una naturale precauzione igienica da parte dei portuali.

  Balzac mentiva dunque, e lo sapeva e possiamo anche dire che mentiva bene, poiché a quel terribile «Qui comincia l’Africa» fa seguire tutto un quadro infernale; gente coperta di cenci, seminuda, di pelle scura come gli Etiopici.

  Balzac mente pittorescamente e lo sa: gli isolani del settentrione sono tutt’altro che scuri ed in quanto a vesti, come tutti i Sardi, ne hanno anche troppe.

 E nota la grande fantasia di Balzac; che meraviglia, quindi, se nove giorni dopo, in un’altra lettera alla contessa polacca, afferma che ha girato tutta la Sardegna e vi ha visto delle cose che si sentono dire solo degli Uroni e della Polinesia?

  «L’Isola, prosegue il romanziere nella stessa lettera, è interamente deserta, veri selvaggi, nessuna coltivazione, distese di palme spontanee, cisti e capre dappertutto che brucano tutti i germogli e mantengono le piante all’altezza della cintura».

 E sempre linnamorato che ha bisogno di narrare qualcosa di eccezionale alla sua bella straniera ed infatti, non contento delle desolate tinte con le quali ha dipinto quella squallida Sardegna, le parla di una rovinosa cavalcata di diciotto ore tra foreste vergini e lande senza case, dal sud al nord dell’Isola.

  Non soddisfatto di quelle massacranti diciotto ore di sella, Balzac assicura la contessa Hanska di essere subito rimontato a cavallo per andare da Alghero a Sassari.

  Anche per questa seconda cavalcata le cose non sono molto diverse: paesani che mangiano pane fatto di farine di ghiande con argilla, e dovunque gente nuda che si copre le vergogne con brandelli di cenci bucati.

  «Nel giorno di Pasqua, sono testuali parole di Balzac, ho visto, masse di creature distese al sole, a guisa di greggi lungo i muriccioli terrosi delle loro spelonche», e poi ancora una sfilata di altra sorprendenti notizie.

  Balzac, si sa, mentiva, ma, in verità ormai vedeva proprio nero; poiché dal suo sbarco nell’Isola all’attesa di pater tornare a Milano, attesa fatta più esasperante dal cattivo tempo che blocca in porto il piroscafo per Genova e taglia ogni comunicazione, sono avvenute molte, cose: il progressivo crollare delle speranze sull’argento tanto sognato, il bisogno di rientrare nel suo mondo, lo sconforto.

  L’avventura nella quale si era buttato con tutta sicurezza — in una lettera a sua madre del 20 Maggio 1838 le affermava che tutto si sarebbe concluso in otto giorni — volgeva ormai invece verso una fine ingloriosa.

  Preceduto, almeno così pare, nel tentativo di accaparrarsi le scorie argentifere della Nurra o dell’Iglesiente a Balzac non restava che tornare, anche senza quei quattro soldi che aveva rimediato tra il Monte di Pietà e sua madre.

  L’Isola era stata la tomba delle sue speranze, un triste luogo che gli poteva parlare solo di una grande occasione perduta.

  E fu così che se la prese con tutti: baldanzosamente, prima, contro Cugia di Sant’Orsola, che fece staccare la gomena attaccata di prepotenza alla banchina: «Non hanno permesso che attraccassimo — è scritto nella lettera alla contessa Hanska dell’Aprile 1838 — ma siccome siamo francesi, un marinaio si è gettato in acqua ed ha attaccato il cavo di prepotenza».

  Poi la baldanza cessa e resta il disprezzo per quel popolo di straccioni ed infine viene, lo scoramento.

  A dire il vero, povero Balzac, quanto abbia sofferto per il crollo del suo progetto non è facile da immaginarsi.

  L’incubo dei debiti, la pesante eredità del fallimento dell’aprile 1838 non lo lascerà mai più: tutte le carte erano puntate su quel promettente Eldorado. Il gioco gli fallì invece ancora una volta.

  Quel, viaggio, iniziato quando egli non aveva compiuto ancora 39 anni, avrebbe dovuto assicurargli la possibilità di una tranquilla vecchiaia.

  Ma Balzac non doveva conoscere nè l’agiatezza, nè la vecchiaia, morì infatti a soli 51 anni il 18 di Agosto del 1850.

  Cosa è rimasto allora in definitiva di quel viaggio malaugurato? Qualche lettera, molte insolenze per la Sardegna, una triste pagina della vita di Balzac.

  Qualche lettera colorita ed efficace nelle figure, e nei paesaggi, con una indimenticabile cavalcata, un intrico di liane e di rami tra lecci, quercie, allori e arbusti alti trenta piedi.

  Le insolenze ai Sardi perdono poi ogni valore se considerate sotto il profilo dell’arte, poiché quella paurosa terra di cui lo scrittore parla alla sua amica lontana non è la Sardegna della realtà, ma quella della sua fantasia, una Sardegna che è così solo perché così il Poeta la immagina, terribile e primitiva come quella di Grazia Deledda, ma assolutamente inesistente nel reale come tutti i paesaggi e tutte le vicende che la fantasia ha tradotto in arte nei secoli dei secoli.



  Paolo Arcari, Balzac. Nuova edizione riveduta ed accresciuta, Brescia, Morcelliana, 1949, pp. 200.


  [Segnalato da Paolo Russo, Primo inventario … cit., p. 549].

 

  Cfr. 1934. Rispetto alla prima edizione del 1934, sono stati aggiunti i seguenti capitoli: Ripresa sinfonica di motivi balzacchiani (pp. 129-173) e Panorama di studi balzacchiani (pp. 175-200) già pubblicato in «Pagine nuove» nel 1948, oltre all’Indice alfabetico di autori, opere e personaggi.

 

 

  Berto Berti, Uomini nella storia. Solo pane e latte per la vita di Honoré, «Avanti! Quotidiano del Partito socialista italiano», Milano, Anno LIII – Nuova serie, N. 40, 16 Febbraio 1949, p. 3.

 

  Honoré de Balzac lavorava tutta la notte. Per fare economia viveva con tre soldi di pane e due soldi di latte. Sul bilancio quotidiano pesavano anche sei soldi per l’affitto e l’olio per dar vita alla lucerna.

 

  Dicono le cronache che Laura Sallambier, nella casa dal sarto Damourette, a Tours, mise al mondo né più né meno che un semplice Honoré Balsa. Solo col tempo il nome maturò modificandosi, e Honoré Balsa divenne Honoré De Balzac. Il padre Bernardo Francesco, di oltre 50 anni, e la madre di soli 20, furono lieti che nell’ultimo anno del Settecento, fosse nato, per restare tra i vivi, quel maschietto secondogenito. Il primo parto non era andato bene. Ma ora tutto risultava normale. E siccome Bernardo Francesco, già segretario del Consiglio del re e segretario poi di Bertrand De Molleville, ministro della marina durante la Rivoluzione francese, si era innamorato e infarcito di leggi, desiderò, col tempo, che il figlio apprendeste l’arte del notaro. E Onorato fu nel Collegio di Vendôme, e a Parigi assistette alle lezioni che alla Sorbona tenevano Guizot e Cousin.

  Vitaccia, tuttavia, per il giovane Balzac. In famiglia lo tenevano dispoticamente. E lo scrittore stesso confessò poi che sino a ventun anni gli imposero una specie di severa regola monastica. Fino a che, pur essendo un tipo pacifico e allegro, un bel giorno il figlio del segretario si ribellò ai familiari. Volle essere libero (e non nascose alla sorella che la libertà gli era necessaria poiché egli doveva lavorare per diventar celebre).

  Ristrettezze finanziarie conducono poi la famiglia in provincia, a Villeparisis. Benissimo, dice Onorato. E resta a Parigi. Abita la Mansarde. Di giorno frequenta la biblioteca dell’Arsenale. Di notte lavora affannosamente, ore ed ore. Fa economia: tre soldi di pane, due soldi di latte. Altri tre soldi al giorno per l’affitto. Di notte la lucerna gli consuma tre soldi di olio. Rimette a posto da sé il letto. Porta camicie di flanella e non di seta come di moda, per non spendere molto. Insomma, fatti i calcoli, gli restano due soldi per gli imprevisti. Vita di sacrificio. Studia, legge, scrive. Voltaire lo spaventa. Corneille lo esalta. Sogna di essere celebre e amato, sogna e scrive nelle notti fredde ed ha sulle spalle solo un vecchio scialle di famiglia. Quando va in giro per Parigi vaste malamente sicché, confessa Balzac stesso, si poteva mischiare con gli operai senza che questi si accorgessero di lui che era solo operaio della fantasia.

  Allinea libri ma siccome carmina non dant panem, si mette a speculare. Sono naturalmente speculazioni fatte con vedute da poeta. Ci vuole altro! Per cui raggiunge sempre il fallimento, con una regolarità impressionante. E continua ad accumulare debiti su debiti. Fa l’editore. Nel 1827 compera, assieme a un socio, per 30 000 franchi, una fonderia di caratteri tipografici. Fallimento anche questa volta. Disastri su disastri. Allora Balzac decide di tornare al piccolo tavolo ricoperto di un verde tappeto, al lume di quattro candele. Gli si è fatta intanto amica madama De Berny (bella, ma ha già 45 anni, ed è nonna). La De Berny lo asseconda, lo consiglia, lo incoraggia. Altri volumi nascono. E prodigiosa la fecondità del grasso poeta. Vive di fantasie, di sogni: e di caffè, di molto caffè.

  Un giorno una lettrice scrive a Balzac, incognita. La corrispondenza diventa poi fitta. La donna alla fine si rivela: è la duchessa di Castries. Abita al faubourg S. Germain. Trentacinque anni, bionda, bella. Vada pure, signore di Balzac, a trovarla! Infatti per parecchio tempo lo scrittore frequenta il salotto che la signora ha in rue de Varenne. Il poeta ha lasciato nonna Berny. Ora è innamorato di quest’altra femmina e da lei prende ispirazione.

  I libri gli dànno una rendita non vistosa. I debiti non accennano a diminuire. Anzi, con la De Castries accanto, Balzac cambia totalmente. Diventa un elegantone. Molti lo riveriscono. I suoi scritti li pubblicano la Revue de Paris, la Revue des deux Mondes. Balzac approfitta della stima. Compera una «tilbury» marrone e il cavallo. Mette cuoco e camerieri. Si fa confezionare trentun gilè. Veste di seta e si profuma.

  Nel 1832 il suo editore Gosselin gli fa avere una lettera firmata «la Straniera». Una altra donna. L’anonima poi si rivela per la polacca Hanska: vive col marito e la figlia nel castello di Wierzchownia. E’ un destino che Balzac debba incocciare sempre con donne in età e spesso maritate. La relazione con la polacca dura 17 anni e si concluderà con il matrimonio tra la vedova Hanska e il poeta.

  Intanto nel 1839 Balzac finisce in prigione per non aver voluto servire nella Guardia Nazionale di re Luigi Filippo, fatto ritenuto disonorevole. E in prigione incontra il romanziere Eugenio Sue, carcerato anch’egli per ugual motivo.

  Siamo ora alla vigilia dei viaggi di Balzac in Italia. C’è in ballo la famosa eredità della Constantin morta di colera nel 1836. La consistenza patrimoniale è poca ma le leggi sono francesi, sono austriache e bisogna vedere, discutere. Con procura legale allora Balzac (che evidentemente sa curar bene solo gli affari degli altri) parte per l’Italia ed a Torino lo accompagna Carolina Marbouty (in arte Clara Brunne scrittrice). Alla maniera di George Sand, la donna veste da uomo e si fa chiamare Marcello. E’ la moglie del cancelliere capo del tribunale di Limoges. Arrivati a Torino alloggiano all'Albergo Europa. Poi Silvio Pellico si accorge che Marcello è una donna. Scandalo. I due tornano a Parigi e si separano.

  Il 19 febbraio 1837 Balzac parte dalla Francia per Milano. E’ ancora in discussione la famosa eredità. Le accoglienze sono festose. Alloggia all’Albergo Bella Venezia, in piazza S. Fedele, lo storico albergo che ospitò Goldoni, Mazzini, Stendhal, Manzoni, Caruso e cento altri famosi nomi, e che venne demolito una quindicina di anni fa. L’arrivo è salutato dalla Gazzetta di Milano e dal Corriere delle Dame. Chiarina Maffei lo invita nel suo salotto dove conosce Giulietta Pezzi e naturalmente se ne innamora. Ammira il Duomo, il Corso, la Scala: ma il suo pensiero è a Parigi, ai 200000 franchi di debiti, ed anche al cielo grigio che sovrasta la sua terra. Milano gli piace, ma la nostalgia gliela annebbia. (Ci fu un solo cittadino a Milano che non portò rispetto a Balzac e lestamente rubò al poeta. In piazza S. Fedele, l’orologio e la catena: ma la polizia ebbe buon fiuto e i due oggetti furono restituiti subito allo scrittore ospite).

  Balzac torna a Milano quando è reduce dalla quasi comica avventura vissuta in Sardegna alla ricerca dell’argento. Fallita l’impresa, è a Genova senza denaro e pensa allora di recarsi a Milano dove ha molti amici. Anche l’avventura dell’Argentario gli è costata parecchio. Al Monte dà pietà parigino aveva portato tutto ciò che di prezioso possedeva per ricavare quel tanto necessario a prendere la diligenza verso la fortuna.

  Dopo qualche anno Balzac è nuovamente in Italia, stavolta con la Hanska; a Napoli, a Pisa, a Roma.

  Lotta in eterno tra i debiti. Le speculazioni si concludono sempre male. Anche quando fa sorgere a Sèvres la casa detta Les Jardies, combina un’impresa sbagliata: si dimentica di far costruire la scala.

  Lavora. Ma il fisico non sopporta ormai le diciotto ore di fatica giornaliera. Ha frequenti emicranie. Giallo e rosso in volto. Il ventre enorme. Non è più colui che durante la rivoluzione del 1848 fu tra i primi alle Tuileries. Quarantamila righe di appendice all’anno sono troppe. Cerca di distrarsi. Va in Russia nel 1850 ed è felice perché può finalmente sposare Hanska. Torna a Parigi. Ma ormai l’opera ha ucciso l’uomo. Fa scrivere dalla moglie a Gauthier (sic): «Non posso leggere né scrivere». E’ la fine. Ha 51 anni e da soli cinque mesi è marito. Nella notte del 18 agosto 1850 Onorato di Balzac, l’autore di Papà Goriot e di decine e decine di altri romanzi. Muore. Gli è accanto Victor Hugo. Tre giorni dopo un triste corteo scende silenziosamente per il sobborgo S. Honoré, in una mattina grigia, piovosa, e va verso il «Père Lachaise» dove da quel giorno un altro poeta riposerà per sempre.

 

 

  Giuseppe Bevilacqua, Vittoriano Sardou in comunicazione con il pianeta Giove, «L’Umbria. Quotidiano del mattino», Perugia, Anno I, N. 79, 15 Giugno 1949, p. III.

 

  Del resto, gli scrittori francesi che nell’Ottocento e sulla soglia del Novecento furono spiritisti appassionati, abbondano. Victor Hugo, nell’esilio di Jersey, con l’aiuto di madama Girardin interrogava i tavolini a tre gambe; Balzac si onorava di essere discepolo dell’oculista Svedenborg (sic) e in alcuni volumi come Pelle di zigrino, Orsola Mirouet, I proscritti, ecc. circola un’atmosfera di veggenza; [...].

 

 

  Carlo Bo, Abiurate l’amore concludeva Balzac, «La Settimana Incom», Roma, Anno II, N. 33, 13 Agosto 1949, p. 19; 4 ill. [Balzac a vent’anni; Balzac a trent’anni; Madame Hanska; Madame de Berny].

 

  «E la sua vita amorosa? Ha avuto molte avventure?» È la domanda inevitabile che vi farà lo spettatore ingenuo di fronte alla figura, alla grande figura di qualunque scrittore. Riproponete poi la questione nei termini di una commemorazione e avrete per forza questo suffragio mondano, questo giuoco umilmente umano della curiosità. Del resto non è neppure cosa da trascurarsi; uno che se ne intendeva, il Sainte-Beuve, raccomandava appunto a chi studiava uno scrittore di partire sempre da certe domande fisse e una di queste era proprio: «e sul capitolo delle donne?».

  Ora se ci poniamo di fronte a questo problema e d’altra parte seguiamo la vita di Honoré de Balzac (di cui in Francia hanno festeggiato il 150 anniversario della nascita) sentiamo subito che una risposta assoluta è impossibile e che in ultima analisi bisogna accontentarci di una soluzione approssimativa. Ma anche a questo punto, accettando cioè la tesi di una modesta vita amorosa dello scrittore si ha sempre il sospetto di essere rimasti alla superficie delle cose, di avere giuocato soltanto sui dati e sulle persone della storia senza essere penetrati nell’altra parte della verità, nella realtà segreta delle suggestioni. E qui il problema ritorna generale, non si tratta di sapere se Balzac ha avuto pochi o molti amori ma di stabilire in che modo si è formata e fissata la sua scienza dell’amore che era grande. Sainte-Beuve in una delle sue note velenose parlando della corruzione del secolo non ha avuto paura di aggiungere che Balzac era qualcosa di più di un semplice storico, era — se possiamo usare questo termine — un’inventore, (sic), era insomma uno capace di aggiungere qualcosa alla corruzione del tempo (il tempo della rivoluzione, dell’Impero, della società sconvolta, delle nuove classi, dell’aristocrazia declinante, della borghesia esaltata dal successo, dalla sensazione di potere disporre del mondo). E ammettiamo che la scienza amorosa di Balzac avesse le proporzioni suggerite dal critico, ammettiamo tutto, resterà pur sempre un’altra domanda assai più sottile e cioè: il romanziere per scrivere, per ritrarre la vita deve conoscere direttamente, deve fare un’esperienza su se stesso oppure gli è sufficiente ispirarsi con l’aiuto del proprio genio ai dati che la realtà gli fornisce? Vale a dire le pena di ricordare a questo proposito la storia che si racconta di uno scrittore inglese criticato da Mattew Arnold. Lo scrittore aveva descritto una esecuzione capitale, e il critico recensendo il romanzo aveva notato che la scena era inverosimile e che pertanto risultava in modo evidente che il romanziere aveva giuocato soltanto di fantasia e quasi a sostegno della tesi forniva egli stesso una descrizione dell’esecuzione. Il romanziere riconosceva l’appunto del critico e scrisse al critico per confessare la colpa, egli non aveva mai assistito alla scena descritta. E allora il critico gli mandò un telegramma con due parole soltanto: «Neppure io». Neppure lui aveva assistito all’esecuzione ma la passione fantastica lo aveva aiutato di più. Bisognerebbe concludere che lo scrittore vero non si limita a riprodurre il campo, il quadro psicologico delle proprie esperienze ma va al di là, arriva col soccorso della fantasia a una verità maggiore. Ora questo è senza dubbio il caso del nostro Balzac: nei suoi romanzi qualcosa è stato aggiunto allo stato della corruzione del tempo, ma non era derivato dalla sua povera storia d’uomo, era la logica conseguenza di un esame approfondito. Voglio dire che certi tratti di Vautrin non sono ricalcati sulla sua storia, certo vizio che oggi è ampiamente illustrato nei romanzi comuni, il vizio che Proust ha illuminato attraverso la realtà pesante di Charlus è qui appena accennato e proprio per un dovere di verità, non per il gusto dello scandalo.

  Ma non è di ciò che volevamo occuparci, ci interessava soltanto di mettere in guardia il lettore e invitarlo a non confondere storia dell’uomo e storia del romanziere, la piccola esperienza amorosa di Balzac e le passioni dei suoi personaggi.

  Il ventenne che si innamora della signora de Berny non più giovane, che aveva già passato i quarant’anni (la donna deve una grande riconoscenza a Balzac per averle spostato i limiti dell’amore di molto esaltando e illuminando il mito della donna di trent’anni. E’ da Balzac che parte questo movimento di rivalutazione «amorosa» della donna che non subirà arresti per tutto il secolo e che continua tutt’oggi: si pensi alla forza della donna di cinquant’anni nella civiltà americana), non sembra rispondere all’immagine che ci fornisce il Sainte-Beuve. Sentitelo che cosa scrive alla sua adorata protettrice (Madame de Berny è stata definita da Balzac, Dilecta, nunc et semper Dilecta»): «la prima volta che vi ho visto, ebbi il presentimento di una natura angelica, i miei sensi ne furono commossi e l’immaginazione mi si accese a tal punto da vedere in voi la perfezione. Feci astrazione di tutto il resto e vidi soltanto questo in voi». E con termini ancora più rivelatori: «Sappiate dunque, Signora, che questa lettera è l’espressione sincera di una giovane anima che si trova nella vostra posizione. E’ allegra, qualche volta si abbandona alla malinconia ed è in uno di questi momenti che sembrano colmi di pena che si è rivolta a voi per eleggervi confidente dei pensieri di cui voi siete il centro». C'è la tendenza a spostare la relazione su un terreno spirituale e d’altra parte Madame de Berny per la sua età, per la somma delle sue esperienze era fatta a posta per diventare una sorella maggiore, una consigliera, una figura di amore particolare.

  La prima donna si chiamava, abbiamo visto, Madame de Berny, l’ultima è Madame Hanska: che differenza c’è realmente fra le due donne? Si tratta di due esseri senza alcun rapporto fra loro o meglio si tratta di due figure che rispondono a un’unica immagine spirituale? L’uomo che, secondo il velenoso critico, era in grado di aggiungere qualcosa al marcio del suo tempo (e noi abbiamo limitato la suggestione al campo del fantastico) in fondo non si è mai staccato da un’esaltazione della donna, dalla fedeltà a un’unica immagine femminile, dalla fedeltà all’amore unico. «L’amore è un’ammirazione che non si stanca mai», ha scritto in Seraphita (sic). E quando in Un prince de la Bohème ci parla delle idee che ha sull’amore Charles-Edouard, non dobbiamo fare uno sforzo eccessivo per capire che parla di sé: «Secondo lui, non ci sono due amori nella vita dell’uomo, ce n’è uno solo, profondo come il mare ma senza riva. In ogni età quest’amore cala su di voi come la grazia colpì San Paolo. Un uomo può vivere fino a sessant’anni senza averlo provato. Quest’amore, secondo una bella espressione di Heine, è forse la malattia segreta del cuore, una combinazione del sentimento dell’infinito che è in noi e dell’ideale che si rivela sotto forma visibile. Infine tale amore abbraccia la creatura e la creazione».

  Ma non tutti i testi confermano la prima immagine del Balzac propugnatore dell’amore unico, ci sono altri passi che ci offrono un pensiero molto diverso, un’attenzione provata da altre esperienze e da altre suggestioni. C’è lo autore dei Contes drôlatiques, un Balzac che esce dalla lettura dei grandi libertini e chiama pane il pane e non fa più filosofia su questi problemi. Ma si tratta di una strada minore, di una deviazione mentre la grande realtà di Balzac procede su un cammino completamente diverso e che per comodità nostra possiamo fare partire da Madame de Berny e fare cessate con il matrimonio tragico con Madame Hanska. Il suo grande tentativo è stato quello di fare coincidere bellezza morale e bellezza fisica. E infine si nota sempre più il desiderio di illustrare la natura angelica della donna. In una prefazione che non fu più ristampata per Eugenie Grandet (sic) troviamo questa singolare confessione: «Se l’autore continua ad accordare, nonostante le critiche, tante perfezioni alla donna, gli è che pur essendo giovane pensa che la donna sia l’essere più perfetto fra le creature. Uscita per ultima dalle mani che hanno formato il mondo, essa deve esprimere più puramente degli altri il pensiero divino». E la donna «come l’uomo è presa nel granito primordiale ma tratta dai fianchi dello uomo, materia elastica e duttile, è una creazione transitoria fra l’uomo e l’angelo ... forte come è forte l’uomo e delicatamente intelligente pel sentimento, come è l’angelo».

  Ma qualcuno potrebbe obiettare a questo punto, Balzac ha davvero conosciuto l’amore? La sua stessa storia d’uomo, gli amori esaltati per la Berny, quelli altrettanto esaltati e veramente inventati (18 anni di attesa!) per Madame Hanska lascerebbero supporre una fondamentale indifferenza per le donne e per gli amori. E in aiuto ci viene addirittura una pagina dello stesso Balzac, la pagina cha chiude la Phisiologie du Mariage (sic): «Abiurate l’amore. Intanto non più disordine, non più premure, finite le inquietudini: basta con queste piccole passioni che sciupano le forze umane ...».

  Sarà questa la vera immagine del Balzac amoroso?

 

 

  Carlo Bo, Balzac visionario della realtà, «La Fiera letteraria. Settimanale delle lettere, delle arti e delle scienze», Roma, Anno IV, n. 51, 18 Dic.[embre] 1949, p. 1.


  [Segnalato da Paolo Russo, Primo inventario … cit., p. 550].

 

  Spesso si parla di crisi del romanzo e se ne indicano le cause in un’eccessiva ragion filosofica, nella mancanza di stile e nella soggezione dai modelli stranieri (in modo particolare, di quelli americani) ma raramente si imposta il problema nei suoi termini reali, e cioè: in che modo il romanzo moderno rispetta il senso della realtà? Oggi che ricordiamo l’opera di Balzac in occasione del 150. anniversario della sua nascita (ma questi 1949 e 1950 sono i suoi anni perché l’anno venturo in occasione del primo centenario della morte non mancheranno certo i motivi per ricordarlo anche esternamente): siamo portati a cogliere in una voce sola due problemi di grande importanza letteraria. Si tratta di sapere la ragione della forza di Balzac e quindi di accostarsi a un insegnamento che da molti anni gli scrittori di romanzi hanno quasi completamente dimenticato.

  La grande forza di Balzac sta precisamente in questa viva intelligenza della realtà; egli non si è limitato a fotografare, a ripetere, a innestare nei suoi libri le figure che lo. spettacolo dei suoi giorni gli offriva, ha capito, che per resistere in questa lunga lotta con il tempo era necessario mettersi sullo stesso piano, creare e non soltanto raffigurare e perdersi in un giuoco infinito di riproduzioni. Oggi, a distanza di tanti anni, i suoi personaggi comandano la vita, siamo noi che involontariamente ci adeguiamo a quei modelli, è la vita stessa che ripete gli umori, le smorfie, gli atteggiamenti dell’umanità incosciente. In che modo è arrivato a questa creazione profonda e totale? Non si tratta solo di osservazione perché allora uno Stendhal potrebbe avanzare dei risultati ancora più sorprendenti per vivacità, per intelligenza, per finezza d’intuito, si tratta piuttosto di un segreto di collaborazione. Balzac, è stato senza dubbio un osservatore parziale della vita e alla fine ha preferito perdersi nel mare confuso degli avvenimenti, delle forme e delle suggestioni centrali del suo tempo. Si pensi alla particolare posizione dell’uomo, alle sue ingenuità, a tutto il ritmo della sua vita e poi si riporti la memoria alla logica, alla costruzione delle azioni dei suoi personaggi e finalmente si capirà che una madame Marneffe o un barone Hulot hanno qualcosa di più della semplice realtà, che sono stati fatti nell’ambito di un’altra vocazione, che Balzac vi ha aggiunto qualcosa che non si può catalogare nella cronaca, nell’informazione minuta: le sue sono creature veramente animate da un’altra verità.

  La riprova sta nel fatto che non già questi personaggi hanno dei contatti più o meno normali con la realtà ma che nella nostra vita comune spesso ci capita di imbatterci in figure e in situazioni che chiamiamo balzachiane: è la riprova assoluta per un’opera di romanziere. Ma queste sono verità particolari e il libro di Balzac non sarebbe così grande e non avrebbe l’assoluta importanza che gli concediamo se non fosse retto da altre verità, da quelle che si chiamano verità centrali. Qui l’intelligenza dell’uomo l’ha salvato, gli ha fatto, cioè, capire quali sarebbero stati i grandi motori dell’età moderna, l’importanza del denaro, l’incanto del potere, insomma i miti della borghesia che ancora oggi conservano tanta materia di illusione. L’intelligenza della corruzione per servirci di una immagine di Sainte-Beuve (su cui appunto il critico fondava le sue accuse e le sue grosse riserve), gli ha inoltre permesso di cogliere un altro aspetto della realtà, il volto sincero delle nostre ambizioni e dei nostri tormenti. Sainte-Beuve soggiungeva che Balzac era in grado di aggiungere qualche voce e qualche colore alla corruzione del loro tempo e quella che doveva essere una spietata accusa diventa la forza e la bandiera del romanziere. Perché un romanziere possa pretendere a un grado di salvezza, perché il romanziere possa pretendere di diventare uno storico è proprio necessario che egli completi la realtà interpretata, occorre che le sue parole non siano soltanto esterne ma abbian qualcosa di nuovo, di libero, di involontario, quel tanto, cioè, che appartiene all’atto misterioso della creazione Ora nessuno ha mai posseduto questo dono in modo così travolgente come Balzac: qualcuno potrebbe fare il nome di Dostoievskij ma già gli interessi del romanziere russo sono troppo complessi, sono troppo diversi dalla semplice realtà comune perché lo si possa riportare su un piano comune di interpretazione. Resta, dunque, quest’unico esempio di lavoro ingenuo, di creazione dall’apparenza spontanea e oggi assistiamo a una grossa rivincita di questo romanziere che sembrava condannato all’esaurimento immediato, alla gloria fragile della cronaca e della storia segnata giorno per giorno, senza preoccuparsi di maggiori definizioni e di più alte ragioni.

  Un critico svizzero [Albert Béguin] che ha studiato il Balzac visionario ha però sempre tenuto in stretto rapporto questa qualità di fantasia profonda con la realtà: Balzac sarebbe, secondo una sua felice definizione, un visionario della realtà. Ma non è già. una definizione della realtà stessa del romanzo, dei suoi compiti, del suo primo dovere? Quando noi parliamo di crisi, di stanchezza dei nostri romanzieri contemporanei dimentichiamo appunto questo dato fondamentale: noi siamo abituati da qualche grande scrittore che ha consumato la sua giornata in altre, speculazioni, Kafka per esempio, a trascurare il primo termine di questa necessaria collaborazione. Il simbolo, è stato caricato di un peso che non sopporta, di qui le divagazioni, gli, sforzi del linguaggio, i mezzi insufficienti di ricuperi parziali: intanto i nostri, romanzi denunciano questa enorme lacuna, sono stati lavorati al di fuori delle dimensioni della realtà. Per forza alla fine si riducono ad essere soltanto delle aspirazioni più o meno felici, delle invenzioni del tutto illusorie. Balzac arriva al simbolo al termine di lunghissime interrogazioni della realtà: certi suoi libri si piegano al nome di un vizio, l’avarizia, la lussuria ma il nome è sempre suscitato da una creazione, da un personaggio vivo. Non ci sono soltanto dei gesti, degli atti rappresentativi ma staccati, c’è qualcosa di più: il suo romanzo si appoggia ancora su un giuoco di anime, sul dramma naturale degli uomini. Il resto, tutto il resto (che è, d’altra parte, costituito da un vero tesoro di definizioni particolari, di notazioni preziose, da interpretazioni psicologiche) rientra nel testo per vie naturali ma lo scopo principale rimane sempre uno solo, lo scopo di creare delle persone vive, degli uomini da gettare nella realtà quotidiana, nella nostra vita. Ed è qui che riusciamo a capire la forza della sua verità perché i personaggi che ha creato non hanno una data e la Storia di quel tempo perduto ma hanno la nostra fisionomia, parlano la nostra lingua; sopratutto sono dominati dalle nostre stesse preoccupazioni. La realtà e qualcosa più della realtà, ecco su che cosa, vive la forza di Balzac, quello che ha determinato il senso stesso della grande verità continua che ha illustrato nella Comédie.

 

 

  Ma.[rio] B.[onfantini], Storia dei Tredici [Histoire des Treize], in AA.VV., Dizionario letterario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature. Volume Settimo. Opere: S-Z, Milano, Valentino Bompiani Editore, 1949, p. 56.

 

  Opera narrativa di Honoré de Balzac (1799-1850) pubblicata in tre riprese, dal 1833 al 1835, e composto di tre racconti. Nel primo di essi, Ferragus, un giovane ufficiale, il barone Augusto de Maulincour, è innamorato in segreto di una giovane signora, la moglie dellagente d! cambio Jules Desmarets. Ella, di nome Clémence, non aveva stato civile, e lui era semplice impiegato presso un agente di cambio; ma, con l’aiuto di un misterioso capitalista, in quattro anni Jules Desmarets, fattosi agente di cambio, è diventato ricchissimo. Intanto il barone, sempre sulle tracce della donna amata, crede di scoprire misteriosi rapporti fra lei e un vecchio pezzente. È questi Ferragus, un ex-galeotto che, in lotta sorda e mortale con la società, scovato nella sua tana si difende; l’ufficiale, preso nel giro di questa lotta impari, inesperto, timoroso per la vita della giovane, che crede circuita dal criminale, arriva a denunciarla a suo marito. Una stretta sorveglianza mette questi in condizione di intercettare una missiva segreta diretta alla moglie, ed egli scopre così che Ferragus è il padre di Clémence, quello stesso capitalista che aveva reso possibile la sua fortuna. Il banchiere è finalmente certo della purezza e dell’amore della sua donna; ma la delicata salute di Clémence non resiste a queste prove e al dubbio che la rivelazione diminuisca l’affetto del marito per lei. Egualmente tragico e ancor più romanzesco è il secondo racconto, La Duchessa di Langeais [La Duchesse de Langeais]. La storia inizia in un’isola spagnola del Mediterraneo dove un generale francese, dopo avervi ristabilito l’ordine per incarico di Ferdinando VII, rimane allo scopo di introdursi in un convento di carmelitane, dove egli sospetta si nasconda la donna amata, scomparsa misteriosamente da anni. È infatti così, e l’ufficiale riesce ad avere un drammatico colloquio con lei, scongiurandola invano a ritornare al mondo. Disperato, ritorna a Parigi, e noi apprendiamo il lungo antefatto della vicenda. Nella vita frivola dei salotti, la duchessa di Langeais aveva incontrato Armando di Montriveau, bella e romantica figura di ufficiale e scienziato. Mentre la duchessa lo tormentava con la sua civetteria, il Montriveau concepiva per lei una violenta passione e, persuaso di conoscere la leggerezza della donna, se n’era allontanato sdegnato. Ma essa a sua volta, tocca dall’amore, aveva cercato di riconquistarlo. Mentre il Montriveau placato stava per tornare a lei, un casuale ritardo al convegno decisivo aveva fatto credere alla duchessa di non essere più corrisposta; cosicché, disperata e tormentata dai rimorsi, essa era fuggita da Parigi per rinchiudersi in quel convento. Ora, dopo l’avventurosa scoperta, il Montriveau a Parigi fa appello alla misteriosa «Società dei Tredici», e riesce a porre in effetto un geniale piano di rapimento. Trova però la sua donna morta, uccisa dal violento contrasto dell’amore terreno che essa aveva voluto superare nell’amore di Dio. Il terzo episodio si intitola La ragazza dagli occhi d’oro [La fille aux yeux d’or], È costei una giovane di meravigliosa bellezza, così soprannominata nel quartiere dove abita e fa misteriose apparizioni, sempre strettamente vigilata da una governante. Enrico de Marsay la vede, e, vincendo molte difficoltà, riesce a manifestarle il suo amore e a trovarne corrispondenza. Enrico riesce ad avere un convegno con Paquita Valdes (così si chiama la misteriosa giovinetta), e i due giovani si abbandonano all’ebbrezza della più violenta passione. Ma un mistero, una minaccia pesa sulla giovine, e il De Marsay scopre infine l’orribile verità: Paquita è vittima d’una dama del gran mondo che la tiene legata a sé d’un perverso amore. Dopo aver superato l’ira e il disgusto, egli ritorna nottetempo, coi suoi amici della «Società dei Tredici», deciso a rapire Paquita. Ma egli è stato già preceduto dalla malefica dama, la quale à già compiuto la sua vendetta. La donna ed Enrico si guardano negli occhi; e il giovane riconosce in lei una sua sorellastra, Margherita Eufemia Porrabéril, la quale, è come lui uno dei figli naturali di lord Dudley. I tre tragici racconti dovevano nell’intenzione del Balzac illustrare l’attività della misteriosa «Società dei Tredici», una comunità segreta alla quale partecipano anche uomini dell’alta società parigina, che è capeggiata dall’ex forzato Ferragus. In questa figura abbiamo come un primo abbozzo di quello che sarà il personaggio ben più grandioso e potente di Vautrin, e l’opera nel suo assieme è perciò da accostarsi all’altra assai più vasta che seguirà, Splendori e miserie delle cortigiane. I racconti in sé sono di valore diseguale; macchinoso e d’un tragico fittizio il secondo; assai più interessanti e ricchi di autentica poesia, nei pittoreschi giochi di chiaroscuro delle romanzesche vicende, il primo e il terzo: rispettivamente dominati dalle due figure di Clémence e Paquita, così dissimili ed egualmente poetiche nella primitiva schiettezza del loro temperamento come nella pungente tristezza del loro infelice destino.

 

  Tutte le figure di Balzac ànno il dono del medesimo ardore di vita che animò il loro creatore. Tutte, le sue finzioni ànno l’intenso colore dei sogni. Ogni intelletto è un’arma caricata di volontà. Persino i suoi sguatteri ànno il genio. (Baudelaire).

  Nessun poeta fu mai più intensamente assorto nella propria opera, nessuno conobbe mai, più di lui la fede nei propri sogni, l’allucinazione tanto vicina al limite dell’inganno da lui. stesso ordito. Non sempre, sapeva frenare come una macchina la propria emozione, fermare di colpo l’enorme ruota in moto, distinguere fantasma da realtà, segnare un limite tra questo e quell'universo. (S. Zweig).

 

  Uomo d’affari (Un) [Un homme d’affaires], p. 605.

 

  Racconto di Honoré de Balzac (1790-1850) pubblicato nel 1845. Nel salone di una «lorette», la bella e simpatica Margherita Turquet detta Malaga, sono riuniti in conversazione vari personaggi che ricorrono spesso nell’opera balzacchiana: notaio Cardot, protettore della ragazza, il caricaturista Bixiou, il giornalista Lousteau, il romanziere Nathan, e l’avvocato Desroches. Quest’ultimo, poiché il discorso è caduto su quel serrato duello tra debitori e creditori che è uno egli aspetti più caratteristici della vita mondana parigina, racconta un tipico episodio che a esso riferisce. Ne sono protagonisti il famoso conte Maxime de Trailles, il «principe degli scapestrati» della metropoli, e un losco affarista, Cérizet; costui à acquistato a basso prezzo un credito di qualche migliaio di lire sul de Trailles: scommette di riuscire a farsi pagare, e raggiunge il suo scopo con un rocambolesco gioco di travestimenti. La storia, assai rapidamente sbrigata, non presenta eccezionale interesse, e l’opera è da considerarsi più che altro un divertimento del grande romanziere. V’è però in essa l’episodio della bella Antonia, favorita del conte Massimo e corteggiata da due anziani borghesi, nel quale si riconosce il segno del genio, giacché Balzac vi à prodigato con facile mano le pittoresche minuzie di quella sorta di realismo magico del quale egli resta l’insuperato maestro.

 

  Vendetta (La), p. 670.

 

  Titolo italiano di uno dei primi racconti di Honoré de Balzac (1799-1850), pubblicato nel 1830. Il vecchio còrso Bartolommeo Del Piombo, sua moglie e sua figlia Ginevra, vivono esuli a Parigi in seguito alle disastrose vicende di una delle tradizionali «vendette» del loro paese, e il fiero proscritto trova protezione e fortuna presso l’Imperatore suo compatriota. Ginevra, di imperiosa e folgorante bellezza, cresce col carattere indomabile del padre. Sopravvenendo la caduta di Napoleone, la giovane conosce e ama un brillante ufficiale perseguitato come bonapartista. Lottando col geloso e quasi morboso affetto del padre, ella riesce a imporre l’ufficiale alla famiglia come suo fidanzato, quando ecco si scopre che costui (un Luigi Porta) è l’ultimo superstite della famiglia che è stata per generazioni in lotta mortale col Del Piombo. Scacciata dal vecchio Bartolommeo irremovibile, Ginevra si sposa egualmente; ma cade in miseria, e, dopo brevi anni di contrastata felicità, muore di stenti. Con questa rapida fine, mal giustificata delle premesse, il racconto presenta il tipico difetto, non raro nel Balzac della prima maniera, di una trama romanticamente arbitraria, colta a pretesto dall’autore per sfogare le sue prepotenti qualità stilistiche in alcuni ritratti di personaggi di incomparabile rilievo e in alcune scene tragiche di rara suggestione.

 

  Balzac, non vuol essere misurato dal singolo lavoro, ma dall’insieme, vuol essere guardato come un panorama con monti e valli, con sconfinali orizzonti, con abissi traditori e rapidi torrenti. Con lui comincia – e se non fosse venuto Dostoevskij si potrebbe anche quasi dire finisce – l’idea del romanzo quale enciclopedia del mondo interiore. (S. Zweig).

 

  Verdugo (El), pp. 683-684.

 

  Titolo spagnolo (= il carnefice) di un racconto di Honoré de Balzac (1799-1850), pubblicato nel 1830. In Spagna, durante l’invasione napoleonica, i francesi ànno occupato con un presidio il castello e il paese di Menda, e sono ora ospiti del marchese di Légariés, il quale li à accolti con strana affabilità e à preparato una festa in onore degli ufficiali invasori. Ma durante il ballo notturno scoppia, capeggiata dal marchese, la predisposta rivolta, e tutti i francesi presi alla sprovvista vengono massacrati, a eccezione di uno che riesce a salvarsi favorito dalla figlia dell’ospite, colta da un’improvvisa simpatia per lui. Costui guida poco dopo un numeroso distaccamento che giunge alla riscossa: il generale ordina che si proceda all’esecuzione di tutta la famiglia del marchese: alle rimostranze dei notabili del paese egli concede questa singolare e atroce grazia: quel Légariés che avrà il coraggio di fare da carnefice a tutta la sua famiglia, potrà aver salva la vita e conservare il patrimonio che andrà così esente da confisca. Il figlio maggiore del marchese, Juanito, è obbligato da tutti i suoi e dall’autorità del padre a offrirsi allo spaventoso sacrificio; non riuscirebbe però certamente a giustiziare anche la vecchia madre, ma costei se ne accorge e per la salvezza del figlio si uccide buttandosi da uno spalto del castello. «El Verdugo» è il titolo di nobiltà che il re di Spagna darà poi allo sventurato giovane. Nella sua assurda ferocia, la vicenda testimonia quel gusto dell’atroce e del truculento che fu del primo romanticismo francese (v. il Teatro di Clara Gazul del Mérimée), al quale anche il Balzac concedette agli inizi della sua carriera, e che doveva d’altronde riapparire come componente in tutta l’opera sua.

  Balzac non componeva i suoi romanzi con esattezza, si perdeva in essi come in una passione, si abbandonava, godendo, alle descrizioni, alle parole, come al contatto di morbide stoffe, o di fiorente carne nuda. Afferra i personaggi, li prende da ogni ceto, da ogni famiglia, da ogni provincia di Francia, come Napoleone i suoi soldati, li divide in brigate, mette l’uno in cavalleria, l’altro coi cannoni, il terzo nel genio, sparge polvere sugli scodellini dei fucili e li abbandona alla loro stessa forza indomita. (S. Zweig).

 

  Z. Marcas, p. 933.

 

  Titolo di una breve opera narrativa di Honoré de Balzac (1799-1860), pubblicata nel 1840. L’operetta, più che un racconto, è da considerarsi un «ritratto». Zeffirino Marcas, provinciale povero di grande ingegno e di energico carattere, laureatosi in legge a Parigi, si è solidamente preparato per la carriera politica. Ma la miseria è per lui un insormontabile ostacolo, in quella società di Luigi Filippo nella quale nulla si fa senza denaro. L’infelice Marcas, nella speranza di raggiungere il censo necessario a farsi eleggere deputato, si è gettato nel giornalismo; ma la sua onestà gli à impedito i facili guadagni, ed egli è caduto vittima d’un mediocre politicante che lo sfrutta e lo nutre di promesse. Per sottrarsi a quel gioco, egli è ripiombato nella miseria. Finalmente, però, quell’uomo politico, in una difficile congiuntura, torna da lui, pronto ad accontentare le sue pretese: la vittoria nella difficile impresa che gli vien proposta sarà per Marcas il principio della sua vera vita. Ma il progetto naufraga: Marcas sconfitto non sopravvive a tanta delusione, e perisce vittima d’una febbre cerebrale, a trentacinque anni. In questa romantica storia Balzac à profuso i più forti colori d’uno stile teso e violento, ricco d’una eccezionale serie di toni scuri, nel quale spesso l’eloquenza riesce a divenire poesia. Il breve scritto à pure uno speciale interesse nel quadro delle opere del Balzac, perché è come la chiave del giudizio che il grande romanziere volle portare sulla società contemporanea; del suo pessimismo riguardo alla nuova società politica nata dalla rivoluzione di luglio.

 

 

  Dino Buzzati, Il crollo del pianista, «Corriere della Sera», Milano, Anno 75, N. 228, 24 settembre 1949, p. 3.

 

  Le mani di Benedetti Michelangeli si allentarono, le dita di Votto non si mossero più, il pittoresco e geniale testone di Tagliapietra, così simile a quello di Balzac, si mosse da una parte e dall’altra come per dire: che peccato.

 

 

  F. C.[ataluccio?], Centenari di letterati, poeti e filosofi, in AA.VV., Almanacco italiano. Piccola enciclopedia popolare della vita pratica e annuario diplomatico amministrativo, economico e statistico. Volume LII per l’anno comune 1950. Con circa 1000 figure e disegni, ritratti e caricature, Firenze, Casa Editrice Marzocco, 1949, pp. 359-366.

 

  pp. 364-365. Ultimo per ordine di tempo in questo elenco, un romanziere, che non ha bisogno di troppa presentazione. Chi non ha letto qualche romanzo di Balzac?

  Onorato Balzac nacque a Tours nel 1799. Studiò legge e s’alloggiò come giovane di studio presso un avvocato, ma la passione per la letteratura lo spinse a Parigi a tentare la fortuna letteraria. Il padre, naturalmente e tradizionalmente ostile a questa sua avventura, nondimeno gli concesse un anno di prova, e s’impegnò a mantenerlo per tal periodo ma non oltre. Purtroppo alla fine dell’anno il successo era ancora lontano.

  Allora il giovinotto tentò per altra via di farsi una base d’indipendenza economica che gli consentisse di dedicarsi liberamente all’arte dello scrittore senza preoccupazione di guadagno immediato, e si ingolfò in un mare di affari e specolazioni sbagliate che lo indebitarono per tutta la vita.

  Per guadagnarsi il pane e tacitare i suoi creditori si sottopose allo spaventevole regime di dodici ore di lavoro giornaliero, ripartite in quel modo bizzarro e quasi si direbbe pazzesco che forma una delle curiosità della sua vita. Ogni sera alle sei, dopo un frettoloso desinare, andava a letto, si levava alla mezzanotte, si rinvoltava nella veste da camera, pigliava un caffè forte, e si metteva a lavorare alla luce di un candelabro a sette candele fino a mezzogiorno. In questo modo in vent’anni costruì un’opera gigantesca che lo rese immortale, ma vi sciupò la salute. Morì a un tratto nel 1850 quando ormai tutto cominciava a sorridergli, la ricchezza, la gloria, la felicità.

  Balzac stesso volle dare vita unitaria alla sua opera – una ventina di normali volumi in ottavo – comprendendola in un titolo riassuntivo, La Comédie humaine. Essa si compone di novelle e romanzi raggruppati alla loro volta in sotto titoli secondo l’argomento a cui si ispirano: Scènes de la vie privée, Scènes de la vie de province, Scènes de la vie parisienne, ecc. I singoli romanzi più celebri sono: Eugénie Grandet, Le curé de Tours, Le père Goriot, Le Colonel Chabert, Les Chouans, César Birotteau, ecc.

  Tutta l’opera è un vasto quadro della società francese della prima metà dell’Ottocento; tutti i libri formano un libro vivo, luminoso, profondo, dove si vede andare e venire, marciare e muoversi, con un non so che di smarrito e di terribile misto al reale, tutta la civiltà di quell’epoca.

  La grandezza di Balzac sta appunto nell’espressione di realtà poeticamente viva che balza dal vasto quadro; la costruzione è possente, mentre l’esame dei particolari porta a scoprire difetti enormi e primo di tutti la mancanza di stile. La sua impotenza in questo campo si rivela crudamente ogni volta che la perfezione dello stile sarebbe necessaria per dar valore all’idea. E tuttavia ciò toglie ben poco alla sua gloria: la «Commedia umana» è quel che poteva essere nell’Ottocento un poema epico; egli è l’Omero della moderna società borghese, còlta forse nel momento della sua più florida maturazione.

 

 

  Raffaele de Cesare, Immagini di carità nella “Comédie humaine”, «Vita e Pensiero. Rassegna italiana di cultura», Milano, Anno XXXII, N. 7, Luglio 1949, pp. 373-382.


  [Segnalato da Paolo Russo, Primo inventario … cit., pp. 549-550].

 

  Corre il detto — avvalorato dalla testimonianza di molti e noti critici — che nel vasto mondo, pullulante di creature, della Comédie Humaine, i personaggi maggiormente dotati di vita poetica, in quanto più profondamente partecipi delle esigenze vere dell’ispirazione balzacchiana, siano i personaggi volti al male, privi di ogni idealità religiosa come di ogni scrupolo morale, cinici o scettici, dominati, in altre parole, dalla potenza delle tenebre. Effetto di quello che si potrebbe chiamare — se la formulazione non si prestasse ad una genericità già stigmatizzata in sede metodologica — il pessimismo di Balzac: una visione delle cose disincantata e cruda, propensa a vedere dovunque la vittoria del Male sul Bene, convinta della necessità dell’inganno o della sopraffazione come elemento di riuscita nei rapporti umani, e forse troppo sensibile, talora, al raggiungimento di una felicità terrena (allo scrittore costantemente negata) per non apprezzare chi, comunque, tenti di impossessarsene. Visione che nasce, in effetti, da una sostanziale indifferenza per una vita dell’al di là e che, per quanto estranea ad ogni apologetica del male e, forse, permeata di intendimenti moralizzatori, domina la Comédie Humaine per volume di riferimenti e per intensità di poesia.

  Vautrin e Corentin (o Contenson); Lucien de Rubempré e Maxime de Trailles; de Marsay e Rastignac; Nucingen e du Tillet; Philippe Bridau e Maxence Gilet; il barone Hulot e Rigou; M.me de Restaud e la duchessa de Langeais; la cugina Bette e M.me Marneffe, sono tutti infatti fra i personaggi più vivi e più suggestivi della Comédie Humaine; e taluni — l’esemplificazione è troppo facile per rinnovarla — di un rilievo così artisticamente preciso, di uno spicco poetico così vigoroso da potersi chiamare i veri, grandi personaggi della società balzacchiana; personaggi-mondi o personaggi-idee che son diventati quasi un simbolo (senza peraltro esser diventati le tipizzazioni) di pervertito ribellismo o di efferatezza morale, incarnazioni — in certo senso definitive — del male e di diabolica pervicacia. E tali che non solo rappresentano i pilastri dell’immenso edificio narrativo del Balzac e gli esseri che lo scrittore accompagna con il più chiaro compiacimento di creatore, ma costituiscono altresì le migliori testimonianze dell’arte balzacchiana. Entrato a contatto con questi personaggi, siano essi protagonisti o comparse, lo scrittore trova infatti il suo migliore sè stesso poetico e fa del suo fantasma una realizzazione plastica e statuaria; le proporzioni ingrandite a dismisura e dismisuratamente approfondite non piegano nella tipizzazione insita per natura nel personaggio «malvagio», ma, sorrette da una scrittura aderente ed articolatissima, acquistano poteri di lucida evocazione e di essenziale concentrazione, altrove ignoti al Balzac; figure a tutto rilievo esse si calano in una realtà stilistica avvincente, magica e, al contempo, tutta nervi e muscolature. Il discorso procede veloce sotto l’ansia dell’ispirazione che urge, e l’organizzazione sintattica, perduta quella sua lenta ed affaticata andatura o quell’incolore prosaicismo che le sono caratteristici in tanta parte della Comédie Humaine, s’inarca, quasi con subito scatto, sotto la tensione poetica di una espressione necessaria.

  Chi contrapporre, invece — di primo ricordo — a questi personaggi? Nessuno, certo, a Vautrin, caso-limite della malvagità, solitario, nella sua quasi rarefatta potenza, fra il mondo della società balzacchiana; e non certo all’arrivismo senza scrupoli di un Lucien de Rubempré, il severo impegno di ricerca spirituale e la schiva modestia di un Daniel d’Artez o, in altra sede, l’onesto lavoro di un David Séchard; a de Marsay o a Rastignac, un Albert Savarus; a Nucingen o a du Tillet, il buon banchiere Mongenod; a Philippe Bridau, suo fratello Joseph; ai personaggi femminili già citati, l’incolore presenza di una Lady Brandom, o di una M.me du Guenic, di Césarine Birotteau o della stessa, troppo ed ingiustamente celebrata, Eugénie Grandet.

  Qui, al contrario — nella impostazione e nello sviluppo di questi caratteri — il Balzac non solo è parco per volume di riferimenti, ma realizza non eccellentemente il pur intenzionale tentativo di «rendre intéressant un personnage vertueux». Ed accusa una certa stanchezza d’ispirazione che, quando non determina una decadenza del personaggio in tipo ed una diminuzione di ricchezza umana, cagiona una minor vivezza prospettica. Sì che, nonostante le intenzioni espresse nel titolo, è l’avaro Grandet e non Eugénie (il cui dramma rimane episodico e opaco) il protagonista di Eugénie Grandet, come Philippe Bridau, Maxence Gilet, il vecchio Rouget e Flora, e non Joseph e sua madre, sono gli eroi de La Rabouilleuse. Nè è certo a Pons, personaggio atteggiatamente ingenuo, che possa risalire la grandezza del Cousin Pons. Personaggi minori, tutti questi, non sono in fondo che l’ostacolo contro il quale la malvagità altrui, a bella posta infrangendosi, può sollevarsi a maggiori altezze o a contrasti più potenti; e Pons quasi non costituisce che il pretesto per l’apprestamento maligno e feroce dei raggiri di M.me Camusot, della vedova Cibot, o di Fraser.

  Con tutto ciò, la tesi accennata non solo è esagerata nella sua troppo recisa dualità, ma non risponde ovunque al vero. E se può servire come un elemento chiarificatore — e non dei più trascurabili — di un importante aspetto della tematica balzacchiana e di una fonte etica quivi particolarmente ricca, non esaurisce l’ispirazione del Nostro. La quale, pur fra carenze e fratture, non è sempre, a ben guardare, estranea al dramma umano di anime pure ed austere, ma ad esso, in una misura che varia di romanzo in romanzo, partecipa con una presenza poetica talora intima e vibrante.

  Mancano realmente nella Comédie Humaine — val quindi domandarsi — personaggi la cui bontà, la cui fidente rassegnazione, il cui spirito di sacrificio, il cui umile rivolgersi in soccorso dell’umanità sofferente non hanno solo un significato di presenza morale ma, anche, un valore esemplarmente poetico? E i quali, pur non sempre reggendo tutti al confronto con taluni dei personaggi prima citati, siano essi pure «saillants», abbiano un loro rilievo lucido e suggestivo e testimonino in ciò l’esistenza di sentimenti di bontà, di nobiltà morale così profondamente rivissuti da convertirsi in immagini liriche, in nuclei promotori di poesia?

  La risposta, naturalmente, impegna ad una indagine troppo vasta e troppo complessa per potersi fare qui. E non solo richiede una chiara precisazione dei termini di ricerca, ma presuppone altresì, accanto ad una enucleazione dei personaggi dei romanzi di cui fanno parte (enucleazione pericolosa anche se, come è ovvio, personaggio vuol dire stato d’animo e, quindi, tema) una esegesi sistematica di tutte le opere componenti la Comédie Humaine.

  In una indagine di natura essenzialmente estetica, valga quindi restringere la risoluzione di tale problema ad un aspetto definito e circoscritto di bontà e limitarsi perciò ad un tema particolare; il tema della Carità. Un tema al contempo religiorso (sic) e morale che è stato particolarmente trattato dal Nostro e ha dato anche origine ad una breve ma intensa cristallizzazione poetica. Nell’esame generale che altri potrà fare di tutta la tematica etico-religiosa del Balzac e nella più ampia risoluzione del problema ora accennato, queste pagine non rappresentino quindi che un contributo alla chiarificazione del solo motivo caritativo sia nei suoi aspetti di dottrina, sia — ciò che massimamente conta — nella sua trasformazione artistica; unico indice della sincerità del motivo stesso.

 

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  Presente ed atteggiato in diverso modo e con differente validità poetica nei vari luoghi in cui compare, il tema della Carità non ha, come è naturale, una fisionomia precisa lungo tutta l’opera balzacchiana. Nel Médecin de campagne (1832-1833), nel Curé de village (1838-1845), nell’Envers de l’Historie (sic) contemporaine (1843-1847)[1] — per tralasciare altri romanzi in cui questo tema non ricorre che incidentalmente[2] — la Carità ha un suo volto dottrinale ed artistico di volta in volta individuo e, per così dire, inestensibile. Identificata in una filantropia sostanzialmente razionalistica, prima; in un atto di riparazione e di espiazione morale, poi; illuminata da un cieco disinteresse e dal puro, religioso dono di sè, infine, essa, quanto a dottrina, oscilla fra una codificazione illuministica della beneficenza e la sublime formulazione paolina. Nè si distingue solo per una differente giustificazione ideologica; ma, mentre nel primo ro-manzo non rappresenta che un tema coesistente fra gli altri, assume nel secondo proporzioni maggiori (se non maggiori esiti poetici) e diventa, nel terzo, motivo dominante capace di assorbire in sè ogni altro interesse del poeta. Successione importante, dunque, non solo ai fini della cultura balzacchiana, ma anche a quelli della sua arte per il maggior controllo strutturale e l’affinamento poetico onde il tema, sempre più intenso e ricco di immagini, si presenta.

  Cominciando, così, da Le Médecin de campagne (abbozzato in tre giorni nel settembre del 1832, ma completato solo fra il finire di quell’anno e l’autunno del successivo) si ricordino, anzitutto, le intenzioni affidatevi dallo scrittore: «J’ai pris l’Evangile et le Catéchisme ... et j’ai fait le mien» (a Mame sett. 1832); «... ouvrage tout à fait évangelique et qui me semble l’Imitation de Jesus-Christ poetisée» (a M.me Hanska genn. 1833); «C’est un Evangile, c’est une lecture de tous les moments» (alla stessa maggio 1833); «C’est l’Evangile en action (a M.me Carraud, sett. 1833). Libro dunque, a giudicare da queste e da altre affermazioni, in cui lo spirito del Vangelo e dell’Imitazione di Cristo avrebbero dovuto riflettersi in una atmosfera di intensa religiosità. Storia di un’anima sconfortata e stanca di una vana guerra mondana che, esiliatasi dal mondo, ritrova la pace interiore nell’esercizio della Carità. Transire benefaciendo è già la divisa impostasi dal Balzac nella realizzazione di questa opera; e, in effetti, in un costante, instancabile susseguirsi di opere di bene si sviluppa la missione del dottor Benassis.

  Tali propositi rimangono tuttavia nella condotta del romanzo piuttosto intenzionali o si realizzano divergendo verso altri scopi determinati da preoccupazioni estranee ai testi cui il Balzac si è riferito. Quasi un pretesto, la carità del dottor Benassis è subordinata ora ad interessi e ad ambizioni politici, ora a variazioni intorno ad un tema epico-nazionale (variazioni destinate probabilmente ad altro romanzo e qui inserite con palese eccentricità di tono); ora, infine, ad excursus autobiografico-sentimentali;

  Il problema centrale, quello della vocazione caritativa del dottor Benassis, viene infatti solo inizialmente proposto, e ben presto è spezzato dalla presenza di questi diversi elementi i quali, come è naturale, non si inseriscono nel romanzo solo come capitoli o come episodi a parte, ma affiorano in tutta la tessitura dell’opera e modulano in diversa misura il tono di essa. In altre parole, il tema della Carità non solo viene interrotto, pretermesso, ma viene altresì interpretato alla luce di tutte queste esigenze.

  Il dottor Benassis ha abbandonato Parigi lasciando dietro di sè tutte le incertezze di una vita interiormente dissipata e, rifugiatosi in uno sperduto cantone del Delfinato, ha quivi iniziato un’opera di bene. E qual’è, fondamentalmente, quest’opera di carità? Una carità di esclusiva natura pratica, sopraintesa da una concezione illuministica («Qui travaille mange, et qui mange pense») che provvede al benessere, e ad un benessere economico-sociale inteso come esauriente di ogni esigenza umana. Tutti gli sforzi del dottor Benassis tendono in fondo a fare del suo cantone un cantone-modello dove, scomparso il cretinismo, terribile piaga di quelle contrade, ogni famiglia sia ricca, l’industria fiorente, gli scambi attivi, l’igiene osservata, la cultura non negletta. («Il existe dans la Commune — dirà in un luogo il dottore, ricapitolando la propria attività — «douze familles riches, cent familles aisées, deux cents qui prospèrent. Le reste travaille. Tout le monde sait lire et écrire. Enfin nous avons dix-sept abonnements à différents journaux»). Nessun timore dell’agiatezza raggiunta, nessuna preoccupazione di porre alla carità altre mete; e che gli abitanti, anche se agiati, possano essere bisognosi di una carità intesa in una accezione più alta, più spiritualmente soddisfacente, è problema che il dottor Benassis neppure si pone. Del tutto laico e legato ad intendimenti essenzialmente economici, il programma del Médecin de campagne è programma di amministratore «éclairé», ora cauto, ora impetuoso, ora appoggiato ad una blanda persuasione, ora alla violenza, sempre, comunque, politicamente determinato e controllato.

  Nella politica militante, infatti, la carità del dottor Benassis trova la sua foce ed impegna le ambizioni del Balzac (in quegli anni desideroso di candidature) a più lungo discorso. Invitato da una osservazione del comandante Genestas («Monsieur, lui dit-il, vous avez une âme vraiment citoyenne, et je m’étonne qu’après avoir accompli tant de choses vous n’ayez pas pensé l’éclairer le gouvernement»), il dottor Benassis enuncia un intero programma politico che si snoda in discussioni ed in interventi occupanti un’ampia parte del volume. Programma politico-elettorale, a sfondo aristocratico e legittimistico che non solo è in contrasto con la carità cristianamente intesa, ma anche con quella, pur paternalistica, del dottor Benassis[3]. E programma che appartiene in proprio al Balzac (come si desume dagli articoli politici di quei medesimi anni e, in particolar modo, dal saggio Du gouvernement moderne) convertitosi da breve tempo al legittimismo «ultra» e desideroso di farsi una base elettorale. Dall’inizio del colloquio fra Genestas e il dottor Benassis, nel punto in cui lo abbiamo citato, alla passeggiata in campagna («A travers champs») e al pranzo con i notabili del cantone («Le Napoléon du peuple»), il discorso politico prosegue quasi ininterrottamente dando un suo tono ora di disquisizione ideologica, ora di concretezza amministrativa al romanzo ed assorbendone ogni altro interesse.

  L’esigenza religiosa che era al fondo della vocazione del dottor Benassis e che, sopraintendendone l’azione caritativa, doveva salvarla da una partecipazione politica militante, già dissoltasi nei fini specificatamente economici di questa azione, è andata dunque del tutto disparendo ed ha assunto anch’essa un carattere di prassi politica. Sì che essa, pur non più considerata «comme un amas de préjugés et de superstitions habilement exploités desquels une civilisation intelligente devait faire justice» non va tuttavia al di là di una «nécessité politique» e di una «utilité morale» ; e cioè della «seule force qui puisse relier les espèces sociales et leur donner une forme durable». Ridotta ad elemento di buon governo e al solo fine di mantenere certe tradizionali gerarchie sociali troppo care al conservatorismo balzacchiano, la religione è assorbita dalla politicità dell’assunto e non lievita in alcun modo, con un disinteressato, principio, la sostanza del romanzo.

  Dopo quanto si è detto, è ovvio che l’intensità artistica di questo tema della carità non può essere che minima. Diventato «pamphlet» il libro non può infatti che poeticamente decadere e ridursi ad un manifesto-programma i cui fini e le cui ambizioni nettamente definiti partecipano alla natura delle commendatizie. E caduto nell’utopistico in tutti i suoi risultati etico-sociali (per l’assenza nel Balzac della logicità di uno statista e della storicità di un pensatore), il libro non assume nemmeno il valore di un saggio di pensiero. In questo stato ambiguo dove politica ed arte cercavano di conciliare le loro opposte esigenze, nessuna voce intensa e tersa di poesia viene a vivificare pertanto il nostro tema. E l’accento lirico dell’opera, estraneo a tutta questa realizzazione di carità, piega solo sulla leggenda napoleonica quale si finge rivissuta da un vecchio «troupier» (brano eccentrico alla struttura del Médecin de campagne e di un virtuosismo talora scoperto e freddo, ma, bene spesso, potentemente evocatore) e su taluni momenti autobiografici della giovinezza del dottor Benassis. Particolarmente su questi che, sia legati — come nella prima redazione — al tormento per l’abbandono di M.me de Castries, sia — come nella seconda — all’attesa di una (sic) amore nuovo, rappresentano sentimenti a cui il Balzac porta un maggior calore di interiore partecipazione, un sofferto palpitare, un cocente ricordo. Si pensi, senza venire ad una esemplificazione particolareggiata di queste pagine, a taluni momenti iniziali della confessione del dottor Benassis, alla rievocazione di una giovinezza stentata e deserta che diremmo la giovinezza di Balzac se la presenza lirica non ne obbiettivizzasse ed estendesse a noi tutti le emozioni: «Qu’était dans le monde un pauvre étudiant? rien. Vivement stimulé par la vigueur de mes passions, et ne leur trouvant pas l’issue; arrêté par le manque d’argent à chaque pas, à chaque désir; regardant l’étude et la gloire comme une voie trop tardive pour procurer les plaisirs qui me tentaient; flottant entre mes pudeurs secrètes et les mauvais exemples; rencontrant toute facilité pour les désordres en bas lieu, ne voyant que des difficultés pour arriver à la bonne compaignie (sic), je passais de tristes jours en proie au vague des passions, au désouvrement (sic) qui tue, à des découragements mêlés à de soudaines exaltations».

  Non dunque per non aver prospettato le dissipazioni giovanili del dottor Benassis e non averne sottolineato il disincanto, il Nostro è stato incapace di fare della vocazione morale del suo personaggio una realizzazione di poesia. Ma arrestatosi qui, estraniando lo sviluppo di tale vocazione dalle uniche esigenze spirituali capaci di determinarlo e disperdendolo in esiti politico-amministrativi, ha impoverito il tema della Carità di ogni concretezza umana relegandolo a dato di cultura, interessante solo ai fini documentari della propria biografia.

 

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  Fra il gennaio e l’agosto 1839 viene a porsi il secondo romanzo che al tema della Carità dedica una grande quantità di riferimenti: Le curé de village uscito appunto in tre frammenti sulla «Presse» di quei mesi e — con l’aggiunta di alcuni capitoli — pubblicato in volume due anni dopo, nel 1841.

  Si tratta di un romanzo che, per taluni aspetti (purtroppo frammentari) può essere posto accanto ai capolavori di Balzac ed ha, in effetti, pagine di un’alta, intensissima drammaticità. M.me Veronique Graslin ha amato un giovane operaio, Jean Francois Tascheron che, per fuggire con lei, si induce a derubare e ad uccidere un vecchio proprietario di campagna e che, scoperto di lì a poco, è condannato a morte e giustiziato. Salvata dal silenzio dell’assassino, ma impossibilitata a vivere nella città di provincia dove il delitto è stato commesso (ogni particolare le rinnova quivi il dramma del suo amore e le abituali visite dell’Avvocato Generale le richiamano il corso di una giustizia umana sempre attenta e sospettosa), Veronique Graslin si ritira in un villaggio sperduto del Limousin, Montégnac, dove, coadiuvata dal parroco del luogo, in uno stato d’animo di pentimento e di espiazione, inizia un’ardua missione di carità. E vi muore dopo una vita esemplare che la riscatta dalla colpa passata, compianta da tutto il popolo del villaggio presso il quale non ha seminato che bene e ha portato benessere ed agiatezza.

  La tematica del Curé de village non è, come si vede, molto dissimile da quella del Médecin de campagne. Qua e là, due anime sconvolte da una vita di dissipazione o di colpa che ritrovano la loro pace interiore solo nell’esercizio del Bene e della Carità; e di una Carità che, pur non intesa questa volta in senso esclusivamente laico («La Philantropie moderne est le malheur des sociétés; les principes de la religion catholique peuvent seuls guérir les maladies qui travaillent le corps social», dice in un luogo del romanzo l’abate Bonnet) si sviluppa tuttavia negli stessi moduli propri al Médecin de campagne. Tutta la parte relativa alla Carità in questo romanzo è infatti informata dai principi economico-politici ed ha di mira, come precedentemente, un benessere pratico. Le preoccupazioni di M.me Graslin e dell’abate Bonnet a Montégnac riguardano miglioramenti agricoli, economici, operazioni di bonifica, risanamenti, e sono tutte determinate dagli scopi di arricchire la regione, di ottenere un maggior numero di scambi commerciali, una più diffusa agiatezza.

  «L’année 1843 vit la prospérité de Montégnac s’accroitre au délà (sic) de toutes les espérances. La ferme du Gabou rivalisait avec les fermes de la plaine et celle du château donnait l’exemple de toutes les améliorations. Les cinq autres fermes dont le loyer progressif devait atteindre la somme de trente mille francs pour chacune à la douzième année du bail, donnaient alors en tout soixante mille francs de revenu. Les fermiers, qui commençaient à recueillir le fruit de leurs sacrificies et de ceux de Madame Graslin pouvaient alors amender les prairies de la plaine, où venaient des herbes de première qualité qui ne craignaient jamais la sécheresse. La ferme du Gabou paya joyeusement un premier fermage de quatre mille francs. Pendant cette année un homme de Montégnac établit une diligence allant du chef-lieu d’arrondissement à Limoges et qui partait tous les jours et de Limoges et du chef-lieu. Le neveu de monsieur Clousier vendit son greffe et obtint la création d’une étude de notaire en sa faveur. L’administration nomma Fresquin précepteur du canton. Le nouveau notaire se bâtit une jolie maison dans le Haut-Montégnac, planta des muriers dans les terrains qui en dépendaient et fut l’adojoint (sic) de Gerard. L’ingénieur, enhardi par tant de succès, connut un projet de nature à rendre colossal la fortune de Madame Graslin qui rentra cette année dans la possession des rentes engagées pour solder son emprunt»[4].

  La citazione, per quanto lunga e prosaica nella sua schematica elencazione di fatti, illumina ottimamente il senso della concezione caritativa quale, subordinata ad una visione illuministica che solo nel benessere materiale si esaurisce, ricorre ancora nel Curé de village. Nè solo la Carità continua, in concreto, ad essere identificata con l’operosità economico-sociale, ma si inserisce altresì in un programma politico — più distaccato, è vero, e meno teso a scopi immediati — che occupa nondimeno larghissimi passaggi del volume. A cominciare dalla lettera-programma di Gérard (il giovane ingegnere destinato a bonificare Montégnac) a Grossetête sullo stato dell’istruzione tecnica in Francia e sulle funzioni delle scuole d’ingegneria, fino ai discorsi che sovraintendono le serate nel castello di M.me Graslin e alle realizzazioni di bonifica che seguono, il tono del libro è quello di un trattato di economia politica. Il Balzac attinge ancora a premesse teoriche già stese in appendice al saggio Du gouvernement moderne, relega sovente in secondo piano l’origine morale-religiosa dell’attività di M.me Graslin e si abbandona ad una immaginaria ricostruzione di un paese o alla immaginaria bonifica di una landa, come ad una inaspettata sorgente di ricchezza e come ad un ottimo affare commerciale («L’ingénieur, enhardi par tant de succès, conçut un projet de nature à rendre colossale la fortune de M.me Graslin ...»).

  Solo inizialmente permeata di una esigenza religiosa ed intesa come necessaria arra di espiazione, la Carità è dunque ancor priva del suo spirituale valore interiore e si depaupera in un’organizzazione che si potrebbe chiamare industriale e che si disperde in un piacere, talora utopistico, dello scrittore compiaciutosi nei suoi vasti disegni speculativi: quei disegni che, per rinviare a episodi bografici (sic), entusiasmavano il Balzac scopritore delle miniere sarde. Onde se può parer ammissibile, come altri ha detto, che il Nostro partecipi a questa vertigine del colonizzatore e che un programma operoso di bonifiche e di miglioramenti si offra a lui come una tentazione (tentazione — il ricordo di Faust insegni — delle più suggestive) tale rigenerazione dell’arida montagna e della desolata landa non è, nel testo, risentita con poetica passione. Il vero Balzac, quello che imprime alla propria ispirazione un timbro d’arte, ne è lontanissimo. Lontanissimo quanto ad intimità interiore se non quanto a superficiale vagheggiamento biografico. E le pagine caritative o politiche che fanno dell’abate Bonnet un santo, di M.me Graslin una austera rappresentazione di beneficenza o di Gerard un ottimo amministratore e — per la lungimiranza delle proprie viste — forse un ottimo politico, sono le meno interessanti del romanzo. Personaggi artisticamente di secondo piano, essi appaiono quivi come figure incolori, troppo sicure di sè, troppo programmatiche, quasi non più anime vive, mosse dalla cangiante ricchezza della loro umanità, ma freddi elementi di discorso o di tesi.

  Certo, nei vari momenti in cui le immagini di carità si offrono alla mente dello scrittore, il momento del Curé de village appare più lucido di quello del Médecin de campagne e, in effetti, s’affonda in una giustificazione religiosa e si carica di un valore più intenso per la presenza (non continua ma, comunque, preposta) di una colpa da espiare che lo determina. Ma non diventa ancora il tema dominante del romanzo; ne è quasi la cornice, un soprappiù; il dramma poetico è precedente all’ opera di colonizzazione di M.me Graslin la quale, dalle pagine che seguono la sua partenza da Limoges per Montégnac ha perduto il suo carattere degradato dal peccato (ma poeticissimo) di creatura umana per ravvolgersi negli atteggiamenti di una simbolistica morale, astratta, talora, sovente calcata ed inconvincente. Ed è il suo dramma passionale, connesso ai rapporti con Tascheron e sviluppantesi nelle varie fasi del processo, dramma di rimorsi e di richiami al senso, il vero tema poetico; quello che, nell’intravvedersi di colpevoli rapporti, in una lotta segreta fra carne e spirito, in una fitta rete di calcoli orribili, di ritegni morali, di abbandoni, acquista una intensità lirica magica e potente. Qui, dove ogni parola del condannato, dell’Avvocato Generale, di M.me Graslin, è parola di vita o di morte e gronda il sangue dell’assassinato, dell’amante, e rappresenta d’altro canto, una conquista morale necessaria al corso della giustizia umana, il Balzac, maestro nella investigazione, ha saputo dare la misura del suo talento artistico lucidamente scrutatore dei più riposti e complessi sentimenti. I due personaggi che dominano la scena in queste pagine del processo, M.me Graslin e Tascheron, sono figurazioni su cui cadono fasci di luce fredda, livida e delle quali nessun atto sfugge ad una rappresentazione rapida, incisiva, eppur carica di allusioni all’inespresso. Solo la scena della confessione pubblica di M.me Graslin al letto di morte (che è un ritorno al tema) nel tono tuttavia più pacato e più pudico di una confessione diretta, può avvicinarsi a queste pagine iniziali per intensità e potenza di immagini.

  Non intimamente né continuativamente connesso alle ragioni dell’Espiazione, nemmeno in questo secondo romanzo il tema della Carità riesce dunque a trovare fonde risonanze nell’espressione dello scrittore. E per quanto ampiamente trattato e più libero da preoccupazioni immediate, non si attua in quella realizzazione poetica propria del dramma passionale di Veronique Graslin, ben più condiviso dalla ispirazione del Balzac.

 

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  Altro discorso da quello sin qui tenuto, è necessario invece iniziare per il terzo fra i romanzi balzacchiani attinenti al tema della Carità: L’Envers de l’Histoire Contemporaine, pubblicato fra il 1844 (I episodio: Madame de la Chanterie) e il 1848 (II episodio: L’Initié). Uno degli ultimi romanzi scritti dal Balzac e forse, anche per questo aspetto esterno, dei più cari a chi, lettore appassionato della Comédie Humaine, non può rimanere insensibile al fascino che la stessa biografia dello scrittore -— quasi uno dei personaggi della sua stessa opera — esercita. Difficilmente, ad esempio, è possibile staccare una parte della suggestione dell’Initié dal pensiero che queste pagine, le ultime scritte dal Nostro, nascevano in mesi di grande sofferenza fisica, di profondo abbattimento morale, distrutta in una ormai ventennale fatica intellettuale la propria resistentissima fibra e compromessa nell’allora mancata attuazione dei propri disegni matrimoniali, l’unica speranza di tranquillità sentimentale ed economica. Inquadrato negli stati d’animo che l’ultima parte delle Lettres à l’Etrangère drammaticamente ci rivela, l’Initié ci si manifesta ancor più indicativo ed assume il valore di una ricapitolazione di tutta l’attività narrativa e, quasi, una preparazione, alta e suggestiva, ad un trapasso presentito. Il titolo stesso dell’intero romanzo — L’Envers de l’histoire contemporaine — ha la suggestione dell’opera riassuntiva che apre sulla fosca e perversa realtà della Società contemporanea quel raggio di luce, di speranza, di religiosa bontà e purezza, quale può arridere a chi giunga al porto di una faticosa navigazione umana.

  Ancora una volta, gli elementi generali della trama restano fondamentalmente quelli del Médecin de campagne e del Curé de village. Madame de la Chanterie, coinvolta con la figlia in una congiura legittimistica, ha subito le pene più dolorose e più oltraggiose in una lunga prigionia e, soprattutto, ha sofferto in sè il martirio della figlia, poco più che ventenne, condannata a morte e giustiziata. In questa terribile prova che le ha creato attorno il vuoto, M.me de la Chanterie non ha trovato se non la consolazione della religione. E per essa, senza ambizioni di sorta, senza nessun orgoglio di pubblicità, senza nemmeno il compiacimento del proprio apostolato, nel silenzio, opera il Bene soccorrendo tutte le miserie, tutte le sofferenze nascoste, tutti i drammi interiori che le tristi leggi della società quotidianamente rinnovano. Intorno a lei, accomunati nella stessa opera di carità, si sono riuniti alcuni uomini; un prete, l’abate de Vèze dal volto «blanc, augute (sic) ... ravagé»; Monsieur Alain, un piccolo borghese gioviale, e due silenziosi signori dai modi aristocratici, Monsieur Joseph e Monsieur Nicolas, provati anch’essi dalle vicissitudini della vita e pervenuti ormai, in questo loro esercizio di silenziosa ed instancabile carità, al raggiungimento della saggezza spirituale.

  A questa accolita si aggiunge, già segnato dallo (sic) scontentezza di una vita inutilmente dissipata e senza colore, un giovane, Godefroid, il quale, inavvertitamente guadagnato dalla misteriosa nobiltà morale che si sprigiona dall’ambiente di M.me de la Chanterie, viene anch’esso associato all’opera di bene da lei promossa («Les frères de la consolation») e vi si inizia con animo sempre più consapevole e spoglio dall’inconsiderato entusiasmo del neofita. La prima missione a cui Godefroid è chiamato, si svolge, così, presso una famiglia non solo immersa nella povertà e nel dolore, ma succube di tutti i pudori di una decadenza non confessata e di un triste complesso sentimentale: quella di un ex-magistrato che, con la figlia malata ed un giovane nipote, conduce una vita di privazioni e di stenti. Nè importa che, nel condurre a termine la propria missione, Godefroid, costernato, si accorga di aver beneficato colui che, già procuratore generale del tribunale speciale istituito per i fatti rivoluzionari di Normandia, ha istruito il processo di M.me de la Chanterie determinando l’imprigionamento di lei e la morte di sua figlia; quel barone Bourlac di cui il buon Alain aveva già fatto leggere a Godefroid la dura, implacabile requisitoria. La carità cristiana dei «Frères de la Consolation» non interrompe l’opera di beneficenza iniziata nei; riguardi del vecchio Bourlac, e a Godefroid, nel perfezionare l’opera di carità, succede il silenzioso Monsieur Nicolas. Solo quando, per una fortuita circostanza, il barone Bourlac viene a conoscere la fonte donde tutto il suo benessere è scaturito e, presentatosi nella casa di M.me de la Chanterie, ne invoca, in nome delle sofferenze indurate per tanti anni, il perdono, e lo riceve, solo allora i sentimenti di una umanità comune, soffocati dalla perfezione cristiana, ma non del tutto scomparsi, dei Fratelli della Consolazione, hanno per un istante il sopravvento. «Ne revenez plus, Monsieur», dice M. Nicolas al vecchio barone Bourlac, «autremente vous tueriez aussi la mère, car la Puissance de Dieu est infinie, mais la nature humaine a ses limites».

  Il tema della carità, come si vede, è qui dominante. Una Carità che si impone anche per purezza dottrinale, per l’altezza a cui il Balzac ha voluta porre questa virtù, per la nobiltà austera e disinteressata con cui ha saputo interpretarla. Spoglia di ogni orgoglio, di ogni vanità, finanche di ogni amor proprio, attuata nel silenzio, ciecamente («Il est des souffrances, des misères, des plaies que nous pansons immédiatement, sans hésitation, sans chercher à savoir qui nous secourons: religion, honneur, caractère, tout est indifferent ...»), avendo di mira non il solo benessere materiale, ma l’intera somma di bisogni dell’umanità, essa assume una tale grandezza da dominare con il suo peso etico le pagine di questo romanzo. Sì che pur non mancando temi partecipanti ad altri interessi e, anche, talora, ad un gusto in certo modo autonomo della narrazione, essi non hanno che un’importanza di margine e — a differenza di quanto avveniva nei romanzi precedentemente citati — non raccolgono le preoccupazioni principali dello scrittore. Il racconto dei tragici antefatti della vita di M.me de la Chanterie o di quelli, assai più semplici, del bonhomme Alain («Les méchancetés d’un saint») non che occupare una assai breve parte dell’economia strutturale dell’opera sono, nelle loro migliori pagine, tutti assorbiti dal tema dominante e, per esso, prendono luce.

  Né solo per struttura narrativa e per nobiltà dottrinale, questo tema è centrale, ma anche, e soprattutto, per intensità di immagini poetiche e per potenza evocatrice di atteggiamenti e di situazioni. Presiedendo ogni avvenimento del libro e operandone i legami, la Carità ora investe, infatti, cose e persone di un chiaroscuro suggestivo, ora segue con pennellate larghe e dense i contorni dei personaggi, ora immerge l’opera entro una luce misteriosa in un riuscitissimo gioco di toni in cui i rilievi paiono sfumarsi oltre il quadro del romanzo, nei margini lasciati dalla lettura.

  La vecchia casa di rue Chanoinesse; il singolare gruppo che fanno, intorno a M.me de la Chanterie, i quattro uomini («Les quatre hommes assis, fixes, immobiles et silencieux comme des bonzes avaient, ainsi que Madame de la Chanterie, évidemment cessé leur conversation en entendant revenir l’étranger»); le piccole cose che determinano la decisione di Godfroid (sic) ad iniziarsi nella nuova missione; la stessa esistenza dell’infelice Bourlac con la sua insostenibile e quasi innaturale preoccupazione di tener nascosto alla figlia lo stato terribile di indigenza in cui si trova; la gioia dapprima guardinga e sospettsoa (sic; lege: sospettosa), quindi più aperta, con cui riceve aiuti da Godefroid, tutto partecipa a questa intensità poetica, ad un costante equilibrio lirico determinato — si direbbe — proprio da questo tema della Carità; presenza invisibile che, al di sopra dei personaggi, accende o placa le tinte, determina la prospettiva degli avvenimenti.

  La Carità — tema promotore di poesia avvolge dunque benefattori e beneficati di un suo alone, operando in loro miracolosamente come per un’unzione di santità; e migliorandoli come uomini li migliora anche artisticamente senza quindi piegarli ad una simbolistica astratta. Illuminati dalla carità tornano ora — profondamente trasformati — personaggi già noti della Comédie Humaine: «Monsieur, se nomme monsieur Nicolas ...» dice Madame de la Chanterie a Godefroid indicando due dei Fratelli della Consolazione, «il est colonel de gendarmerie en retraite avec le grade de maréchal de camp. Monsieur est un ancien conseiller à la Cour royale de Paris, qui s’est retiré de la magistrature en août 1830, il se nomme monsieur Joseph. Quoique vous ne soyez ici que l’hier, je vous dirai que dans le monde, monsieur Nicolas portait le nom de marquis de Montauran, et monsieur Joseph celui de Lecamus baron de Tresnes; mais pour nous comme pour tout le monde, ces noms-là n’existent plus, ces messieurs sont sans héritiers; ils devancent l’oubli qui attend leurs familles, et ils sont tout simplement messieurs Nicolas et Joseph comme vous serez monsieur Godefroid».

  Il «bonhomme Alain» non è che uni piccolo-borghese aperto e gioviale; eppure si manifesta in lui il segno di una saggezza interiore, di una «égalité d’âme» candida e spiritualmente ricca che fa di lui una creatura superiore, dal giudizio e dal consiglio sicuri: «Il y a deux curiosités», dice a Gofroid (sic) in una delle lunghe conversazioni serali, «celle du bien et celle du mal; vous avez en ce moment la bonne. Si vous devez être un ouvrier de notre vigne, le jus de grappe vous donnera la soif perpetuelle du fruit divin. L’initiation est, comme en toute science naturelle, facile en apparence et difficile en réalité. C’est en bienfaisance comme en poésie. Rien de plus facile que d’attraper l’apparence. Mais ici, comme au Parnasse, nous ne nous contentons que de la perfection. Pour devenir un de nôtres, vous devez acquérir une grande Science de la vie, et de quelle vie, bon Dieu!, la vie parisienne qui défie la sagacité de monsieur le Préfet de Policie (sic) et de ses messieurs, N’avons-nous pas à déjouer la conspiration permanente du mal? à la saisir dans ses formes si changeantes qu’on les croirait infinies ? La charité dans Paris, doit être aussi savante que le vice, de même que l’agent de police doit être aussi rusé que le voleur. Chacun de nous doit être candide et défiant; avoir le jugement sur et rapide autant que le coup d’œil ...».

  E chi riconoscerebbe il Godefroid delle prime pagine «petit, mal fait, sans esprit et sans direction soutenue», dal cui viso traspaiono non solo «des ambitions trompées ou mortes», ma anche «une misère intérieure, une haine endormie dans l’indolence d’une vie assez occupée par le spectacle extérieur et journalier de Paris, une inappétence qui cherche des irritations, la plainte sans le talent» nel Godefroid iniziato all’Ordine della Consolazione, dall’instancabile operosità, dalla tempestività dell’intervento, acuto nell’eludere i raggiri della «vieille Vauthier», di una sensibilità, altrove, dolce e finissima, e capace, anche, dell’arguto motto di spirito?

  — Qui donc êtes-vous ? [lui demanda Monsieur Bernard].

  — Godefroid, répondit l’Initié. Et comme vous me permettez de vous offrir de quoi mieux vivre, vous pouvez, ajouta-t-il en souriant, me nommer Godefroid de Bouillon».

  Questo processo di «Verbesserung» etica determinato dall’esercizio della carità è dunque accompagnato da una partecipazione poetica che dà apertura ed intensità artistiche alla pagina. Il Balzac non discetta più; non fa programmi nè enuncia teorie; ha lasciato da un canto problemi economico-politici e non annette alla sua opera funzioni pubblicistiche di sorta. Penetrato per primo di una esigenza di solidarietà umana — e di una solidarietà umana che abbia per base e per giustificazione la religione — penetra di questa nuova concezione i suoi personaggi; e la concezione, convertita in immagini, lievita la struttura del romanzo, crea una misteriosa tensione spirituale, impegna il lettore ad una convinta partecipazione dell’anima.

  Certo, altri aspetti poetici di questo romanzo in cui il tema della Carità non entra che mediatamente, andrebbero ancora rilevati; aspetti determinati dalla partecipazione al dolore e alle tempeste della miseria che sottolineano, ad esempio, il ritratto del vecchio Monsieur Bernard [...].

 

 

  Ezio Colombo, L’anno santo della “Comédie Humaine”. Honoré de Balzac irresistibile dongiovanni, «Avanti! Quotidiano del Partito socialista», Milano, Anno LIII – Nuova serie, N. 179, 28 Luglio 1949, p. 3.

 

  Quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario della nascita di Honoré de Balzac. L’epoca contemporanea, attratta e spesso addirittura sopraffatta da avvenimenti di carattere sociale e politico, non si dimostra molto incline a concedere agli scrittori e agli artisti in genere gli oneri del trionfo. A memoria d’uomo mai un letterato, per grande e geniale ch’egli fosse, ha scosso col suo ricordo una massa di milioni di persone in modo così compatto ed entusiastico.

  A Parigi il nome di Balzac è sulla bocca di tutti, in ogni città — anche nei più modesti paesi di provincia — non manca l’iniziativa per una pubblica commemorazione. Le opere del più fecondo romanziere dell’800 vanno a ruba nelle librerie. In un’epoca in cui la crisi editoriale è diventata purtroppo una norma di vita, il successo di vendita dei romanzi di Balzac assume proporzioni eccezionali.

  Un noto libraio parigino, interrogato dai giornalisti, ha confessato che da quando sono incominciate le celebrazioni balzacchiane, egli vende in media al giorno settanta volumi del prestigioso romanziere. Fregandosi compiaciuto le mani, ha concluso esclamando: «Questo è veramente l’anno santo della Comédie Humaine».

  Bisogna ammettere che fa piacere vedere finalmente che in qualche parte d’Europa il pubblico non s’entusiasma soltanto per le vicende del Tour, per le prodezze dei giocatori di calcio o per gli scandali della cronaca nera.

  D’altra parte Balzac è sempre stato un narratore popolare, letto e seguito non soltanto da un pubblico «specializzato». Un particolare curioso è risultato da una indagine condotta in Francia: l’ottanta per cento dei lettori delle sue opere è rappresentato dal gentil sesso. Balzac, non ostante il suo realismo, non ostante la sua intenzionalità sociale, resta sempre il grande — e forse insuperato — narratore delle intimità femminili.

  Le donne nei libri di Balzac hanno sempre avuto il predominio, tanto che quel padreterno della critica che all’acume intellettuale non disgiungeva la causticità del giudizio (vogliamo alludere al Sainte-Beuve) non potè trattenersi dal commentare i successi dell’amico romanziere con queste valide ma velenose parole: «Balzac s’è introdotto nelle questioni sessuali su un piano di un confidente consolatore, di un confessore con parvenze dì medico; nei suoi libri egli propone alle donne dei problemi arditi. Si comporta come un giovane dottore che frequenta i vicoli e le alcove: così si arroga il diritto di parlare sottovoce dei misteriosi particolari dell’intimità che avvincono, confondendole, le più pudiche».

  A parte l’evidente velo di malignità, Sainte-Beuve toccava il tasto più sensibile dell’ispirazione balzacchiana. Ma non soltanto come artista il creatore de «La Comédie Humaine» si lasciò avvincere dal fascino femminile. Anche nella vita privata egli è da considerarsi senz’altro uno del più irresistibili don Giovanni dell’800. La leggenda ha tramandato di lui un volto unilaterale: Balzac nell’immagine comune sopravvive soltanto come un pantagruelico epulone. Ora non si vuole togliere nulla alla sua fama di formidabile forchetta (il fatto che egli a pranzo divorasse sette pietanze col più serafico dei sorrisi non appartiene alla leggenda ma alla realtà storica), tuttavia sarebbe anche opportuno tener conto di un’altra sua caratteristica-record: le conquiste tra il sesso debole.

  Quando, dopo il 1830, il suo nome cominciò a varcare sulle ali della gloria i limiti dell’ambiente letterario parigino, divenne immediatamente il bersaglio preferito delle torrentizie espansioni epistolari femminili. Lo scrittore, a un certo momento, non sapeva più come difendersi: gli era materialmente impossibile schidionare tutti i cuori languenti che gli si offrivano. Da ogni parte del mondo gli giungevano testimonianze d’ammirazione e d'affetto. Gli esempi offrono soltanto l’imbarazzo della scelta. Lasciamo per un momento parlare Balzac in persona: «Durante un viaggia in Russia in compagnia di alcuni amici, una sera fummo costretti a chiedere ospitalità ad un castello. Appena entrati la padrona e le sue dame di compagnia ci accolsero con un certo riserbo. Tuttavia una delle donne s’allontanò dal salone per andare a prepararci qualche rinfresco. Nel frattempo mi presentai alla castellana, la quale si dimostrò subito entusiasta e mi sottopose a un fuoco di fila di domande. Quando la dama, che era uscita, ritornò tenendo in mano un vassoio con una bottiglia e dei bicchieri, udì d’improvviso queste parole: — Ebbene, signor de Balzac, voi credete che ... — sorpresa e invasa da una fiammata di gioia lasciò cadere tutto quello che aveva in mano per terra».

  Pensate che eravamo in Russia e che nel 1834 la notorietà, per diffondersi, aveva a disposizione mezzi irrisori a paragone di quelli attuali.

  E come non ricordare la povera commessa londinese? Un giorno Balzac, tanto per non smentire la sua fama di eccezionale buongustaio, trovandosi in Inghilterra entra in una pasticceria e senza tanti complimenti spolvera alcuni vassoi di dolci. Passata la bufera della gola, lo scrittore chiama la commessa per pagare. Intanto nella sala qualcuno lo ha riconosciuto e il suo nome viene mormorato da un orecchio all’altro. La giovane commessa intuisce e arrossendo fin sopra ai capelli, invece di fare il conto, chiede: «Siete proprio il grande Balzac?». Al che il romanziere, sorridendo, risponde: «Anche se voi mi credevate più magro, sono proprio Balzac in persona». La ragazza è scossa da una irrefrenabile emozione: non sa come contenere la sua felicità e rifiuta nel modo più categorico di essere pagata.

  Alle gentili insistenze dello scrittore esclama: «Nessuna ricchezza potrà mai pagare la mia fortuna d’avervi conosciuto di persona!».

  Di questo passo si potrebbe anche scrivere un libro. Giustamente qualcuno ha fatto notare che se le amicizie maschili di Balzac si possono contare sulle dita dì una mano, per tener dietro a quelle femminili occorre un gigantesco pallottoliere.

  Tuttavia fra le innumerevoli avventure passeggere e le più circoscritte passioni durature, anche per Balzac è possibile scegliere la donna prediletta, anzi dilecta come egli stesso la definì. Laura de Berny non fu soltanto il primo grande amore, ma risultò alla fine anche la persona che ha avuto maggior influenza sulla vita e sull’arte del narratore.

  Nel 1819 allorché Balzac giunse a Parigi dalla nativa Tours (l’umile casa dove egli vide la luce il 20 maggio 1799 andò purtroppo distrutta nel giugno 1940 sotto un bombardamento dell’artiglieria tedesca), era ricco soltanto di sogni di gloria letteraria. Suo padre, capo della sussistenza d’un reparto militare, dopo aver perso l’impiego s’era lasciato indurre a rischiare i risparmi in una disastrosa speculazione. In tal modo la famiglia Balzac si dibatteva in un mare di miseria. Fu proprio in quel periodo di sconforto che allo sconosciuto scrittore s’offerse come una ancora di salvezza l’amicizia di Madame de Berny. Nonostante avesse già toccato la quarantina, ella conservava ancora un fascino irresistibile.

  Mal sposata (suo marito, consigliere di Corte, era un vecchio pieno d’acciacchi e di stravaganze), Laura de Berny aveva già fatto parlare di sé le cronache della Parigi elegante.

  Qualche sua relazione s’era anche protratta assai a lungo, tanto da far pensare ch’ella avesse definitivamente chiuso il capitolo degli entusiasmi amorosi. Senonchè la sua più ardente esperienza la attendeva ai limiti della maturità.

  Appena Balzac conobbe l’elegante signora si sentì subito infiammato da una grande passione. I primi tempi non osava manifestare i propri sentimenti e si limitava a scrivere compite lettere colme di propositi letterari. Ma il destino aveva già pronta l’inevitabile tagliola nella quale i due innamorati caddero nella primavera del 1832. Da allora cominciò una delle più inebrianti avventure d’amore che la storia letteraria ricordi. Balzac, accanto alla sua Dilecta, dimenticava le miserie della vita, le sconfitte del suo tirocinio di scrittore. D’altra parte Laura non mancò d'aiutarlo. E non furono soltanto aiuti morali. Sennochè i due amanti, non tenendo conto della loro enorme differenza d’età, avevano lanciato una sfida al tempo. E il tempo, implacabile, attendeva la sua vendetta. Quando Balzac cominciò ad assaporare la fama, la loro relazione ormai aveva perduto l’ardore della novità. Inutilmente Dilecta si rodeva dì gelosia; Balzac non sapeva e non poteva restarle fedele. Tuttavia, pur intrecciando altre relazioni, non l’abbandonò mai. Allorché la morte la raggiunse nel 1836, il grande romanziere, già ormai carico di esperienze femminili, scrisse: «La persona che ho perduta era più di una madre, più di una amica, più di quello che qualsiasi creatura può essere per un’altra. Laura mi aveva sostenuto con le parole, coi fatti, con la devozione durante le tempeste della mia esistenza. Se io ho vissuto, lo devo a lei, che era e resterà tutto per me».

 

 

  P. D., Balzac creatore della società des Gens de lettres. “Ora faranno i conti con l’intelligenza”, «Roma. Quotidiano del Mezzogiorno», Napoli, Anno II, 2 novembre 1949, p. 3.

 

  “Noi diamo al Paese dei tesori che esso non avrebbe, e come prezzo del più esorbitante di tutti i nostri lavori il Paese ne confisca il reddito”.

 

  Si è aperto in Francia l’anno delle celebrazioni di Balzac. Esse dureranno per la importanza di questo splendente genio delle lettere, quindici mesi, poiché vanno dall’anniversario della sua nascita nel 1799 a quello della sua morte 1850.

  In occasione di questo cento-cinquantenario e di questo centenario fiumi di eloquenza seno dedicati a «Balzac-uomo» che è un mondo in sè, e all’opera di Balzac, che rappresenta un prodigioso universo: realizzata in meno di venti anni con una forza e un successo vertiginosi.

  Léon Gozlan, noto romanziere suo amico che ci ha lasciato su di lui dei ricordi pieni di colore, gridava – «Non che questo vasto mare – perché Balzac fu un mare! — non avesse dei limiti, ma egli li portava così lontani, così lontani ... che l’infinito e il niente si confondevano in lui, al punto che, spero, alla fine dei suoi progetti o piuttosto dei suoi sogni, gli sembrava di essere diventato pazzo, e quelli che lo ascoltavano completamente imbecilli». – Sì! Balzac fu tutto un mondo e, se si vuole, come ha proclamato Gozlan, «un mare».

  Si può, a scelta, trovare in Balzac, venti esseri differenti e che, presi isolatamente, farebbero per ognuno un uomo completo. Si potrebbe scrivere non la vita, ma le vite dei Balzac. V’è in lui, un romanziere, un narratore, un critico, un sperimentatore, un autore, un giornalista, un uomo di affari, un tipografo, un amatore d’arte, un osservatore di costumi. Egli è stato similmente precursore, uomo moderno, inventore della pubblicità e della propaganda. Egli è stato innamorato, amante, amico, marito.

  La prima nozione d’una società della gente di Lettere s’impose a Balzac nel 1833; egli ne fu il vero creatore, il vero ispiratore. Nella sua opera egli aveva già deplorato lo sfruttamento che subiva il genio che crea (in qualsiasi branca della attività umana). Col suo temperamento combattivo, egli s’alzò contro questo ruolo di ingenui e portò con veemenza il processo davanti all’opinione pubblica per difendere la gente di lettere contro un ambiente di brigantaggio: di questo processo, esteso dal particolare al generale, nacque la «Società des Gens de lettres», la cui fama è ormai universale, perché raggruppa il meglio e l’insieme di coloro che scrivono: difende i loro interessi mantenendo altissimo l’onore professionale.

  Perciò la sua ammirabile «lettera agli scrittori del XIX. secolo», dove dice specialmente: «Tutte le leggi sono per noi scrittori che prodighiamo dei tesori. Noi diamo al paese dei tesori che esso non avrebbe, indipendenti dal suolo, e dalle transazioni sociali, e come prezzo del più esorbitante di tutti i nostri lavori, il paese ne confisca il reddito».

  Come mezzo efficace di difesa, Balzac domandava dal 1833, a tutti gli scrittori di riunirsi, di formare una società – come gli autori drammatici avevano fondato la loro. – Da allora la Società delle genti di Lettere sorse in potenza. Egli assegnava d’altronde nella sua «lettera» tutto un programma alla futura società; rigenerazione del libro, le leggi sulla proprietà, letteraria, «i manifesti culturali»; filantropia; e questa formula decisiva: «Riuniti noi siamo all’altezza del potere che individualmente ci uccide». Ogni frase segna un punto sulla via della futura società realizzata poi dagli sforzi costruttivi di Louis Desnoyers; perché, trascinato da una superproduzione febbrile, Balzac non ebbe il tempo di dare la forma e la formula pratica alla sua idea, il potente romanziere non cessò di proseguire la sua campagna. La lettura dei [?] attesta la attività di Balzac e la sua fecondità di idee, delle quali molte colpiscono i suoi colleghi. E Balzac viene nominato Presidente des Gens de Lettres nel 1839.

  La sua azione s’afferma su tutti i terreni per raggruppare saldamente «la sua società», costituirla fortemente e saggiamente, in condizioni d’unità imponente: «Si è inteso creare un centro in cui i forti tendano la mano ai deboli, dove le risorse dell’associazione vengano in aiuto alle miserie dell’isolamento». Ormai, grazie a Balzac, bisognerà «fare i conti con l’intelligenza che non ha saputo fare i conti con nessuno».

  Egli ebbe sopratutto da vincere certe ostilità che sollevava la creazione della società, senza rinunciare a delle iniziative grandiose; un annuario letterario, una banca a profitto dei membri della società, un codice letterario, etc.

  Stancato dalle lotte incessanti, egli offrì le sue dimissioni in ottobre 1841: non furono accettate; alla fine dell’anno rifiutò la rielezione per la Presidenza e restò membro della Società.

  Il 20 agosto 1850 la morte di Balzac. L’eco fu profonda. Da allora il suo nome è inciso nel marmo del Memoriale della Società.

 

 

  Corrado Di Blasi, Itinerari del Capuana. Primi e decisivi contatti con la narrativa di Balzac, «Corriere di Sicilia», Catania, N. 257, 30 Ottobre 1949, p. 3.

 

  Allineati, nell’uniformità del la loro copertina giallognola, spiccano in una delle scansie della Biblioteca del Capuana, in Mineo, i quarantadue volumi della «Comédie Humaine», editi a Parigi, dal Levy (sic), fra il 1865 e l’80.

  Ogni volume porte con sè, nel frontespizio interno, la firma del Capuana, una data e l’indicazione del luogo ove il volume era stato comprato o letto: Firenze, Roma, Milano, Napoli, Catania, Mineo ...

 

  Seguendo il succedersi delle annotazioni autografe siam potuti risalire a quella che ci orienta sull’iniziale e basilare presa di contatto del ventiseenne Capuana (navigante ancora col vascello epico-lirico-drammatico delle sue stesure storico-romantiche) con l’opera del Balzac, rivelatrice d’un mondo narrativo vasto, nuovo, palpitante d’attualità e d’interesse psicologico-sociale a largo raggio.

  Primo ad inserirsi nella cerchia culturale del Capuana (proprio negli anni del periodo fiorentino — 1864-68 — segnanti una data decisiva nel cammino artistico dello scrittore) doveva essere il romanzo «Les Paysans», letto nel dicembre del 1866.

  Come ricorderà il Capuana stesso, nel corso delle sue «Confessioni a Neera» (che fan da prefazione al volume di novelle «Homo») l’invito ad una integrale e decisa conoscenza della «Comédie Humaine» era venuto all’ansioso ricercatore di nuove fonti di cultura dal «biondo e pallido» Carlo Levi, scrittore, critico teatrale e corrispondente, da Firenze, del «Pungolo milanese». Il Balzac, conosciuto specialmente negli ambienti milanesi del ventennio 1830-50 anche per le sue stravaganze turistiche, letterarie e mondane, non aveva avuto ancora (a cominciare dalla stessa Francia) quel riconoscimento diciamo — «immortalante» della grande critica. Era considerato, generalmente, come un romanziere «ameno» e la sua narrativa, sminuzzata nei molti lavori che si susseguivano prodigiosamente, mancava ancora della luce prospettica del tempo, per poter essere considerata ed afferrata, dalla critica più esigente, nel suo colossale insieme, nei suoi veristici motivi animatori, scoperti, quasi, negli abissi dell’anima individuale e collettiva. L’essere stato cancellato il Balzac con una glaciale [?] candidati all’Accademia di Francia, poteva considerarsi come il più rilevante fattore negativo nei riguardi della sua opera. Pochi erano i grandi o almeno, noti critici che battevano. il martello d’una difesa aperta e valorizzatrice. In Italia, s’era fatta strada (nel giudizio dei molti che si contentavano di far da orecchianti, nelle considerazioni sui romanzi dello scrittore francese) l’opinione de Tommaseo, il quale, punzecchiando l’appassionata schiera degli ammiratori del Balzac, aveva scritto (nel 37) ad un amico di «dolersi» nel sapere che degli intellettuali milanesi «accarezzavano ancora, un autore che sin’anco a Parigi era tenuto per cosa ridicola e bassa».

  Giudice meno azzardato e più sereno era stato invece il Cantù, che giustificando il fervore ammirativo dei Balzacchiani, ne trovava ì motivi nelle geniali doti d’intuito e di penetrazione psicologica ch’erano qualità fondamentali nell’opera del Balzac: «Poco studioso di libri, studiosissimo, invece, della natura e della società scriveva il Cantù il Balzac vi addentra il suo occhio penetrantissimo, investigandone gli intimi segreti ... rivelando mille piccoli atti di cui i più non trovano alcuna significazione, colorando ed animando le sue scene con perspicacia ... Se non nobilita il secolo nostro lo dipinge al vero ...».

 

***

 

 Il Capuana, prima di leggere «Les Paysans» si era «incontrato» quasi di sfuggita, col solo «nome» del romanziere francese, nel ‘65, leggendo un volumetto su alcuni aspetti salienti della letteratura europea del tempo, così com’erano finalisticamente giudicati da un discepolo dell’abate Fornari. Del Balzac si diceva ch’era un «leggerissimo» romanziere e che la sua popolarità era dovuta alla solita grossolanità d’un certo pubblico di lettori. Quel «leggerissimo» regalato, così, alla svelta, «non mi fece — scriverà poi il Capuana — allora nè caldo nè freddo». Quando, (come s’è accennato) attraverso il primo contatto fiorentino con «Les Paysans», nel ‘66, il giovane scrittore (ansiosamente cercante qualcosa di nuovo, attenagliante, sostanzioso e attualistico nel campo della narrativa del suo tempo) si accorgerà della potenza trasfiguratrice psicologica e descrittiva del Balzac, quel «leggerissimo» che lo aveva nel ‘65, lasciato indifferente, gli sembrerà «enorme» ed ingenuamente liquidatorio. Comincerà, così per il Capuana la decisiva, graduale, minuziosa, conquista della «Comédie Humaine» i cui volumi la libreria Bocca, da poco aperta nella capitale provvisoria, aveva fatto pervenire, nell’edizione francese del Levy, da Parigi. Quale fosse stato l’intenso, entusiasta, febbrile interessamento del Capuana per le nuove letture, può rilevarsi anche esteriormente, dalla «documentazione» che viene offerta da alcune annotazioni autografe.

  «Papà Goriot», «Eugénie Grandet», «La Cousine Bette» (romanzi editi dal Lévy fra il 1865 e il 67) furono letti con una appassionata febbrilità di vero «iniziato». La tragica conclusione del grande amore paterno di Papà Goriot, venuto a cozzare con l’ingratitudine delle figlie, la silenziosa sofferenza di Eugenia Grandet a contatto della sordida avarizia del padre e della superficialità affaristica di colui che intimamente amava, la ricchezza spirituale della «povera» «Cousine Bette» elevantesi sulla meschina agiatezza dei suoi parenti ricchi, tutto il succedersi delle vicende intime ed esterne dei protagonisti, inquadrantesi in una tela animata da tocchi realistici, ispirati da un’acuta osservazione della vita quotidiana, dovevano costituire per il Capuana i punti di partenza per la conquista integrale di tutta la «Comédie Humaine».

  «Papà Goriot» veniva letto l’11 e il 12 Giugno del 1867, lasciando il posto, il 13, ad «Eugénie Grandet», immediatamente rimpiazzata, il 14, dalla «Cousine Bette». In quei giorni di intensissime letture balzacchiane, il Capuana verseggiatore ed estensore di drammi storico-medievalistici, alla moda, ormai esaurientesi, del tempo, finiva — potenzialmente — d’esistere, mentre s’incubava, a distanza di qualche decennio, il narratore dalla sensibilità psicologicamente e socialmente realistica, desideroso di ricercare i motivi animatori della sua arte nell’ambiente in cui viveva, per poi fondere, con la fantasia, i diversi «documenti umani» che lo studio attento degli individui e delle collettività gli offrivano, così come, magistralmente, aveva fatto il Balzac per la società francese della restaurazione.

  Ricordando, nel corso della citata «prefazione alle novelle Homo» i giorni fiorentini delle intense letture dei romanzi-del Balzac, il Capuana fra l’arguto e il serio, ne faceva rivivere la «scena» puntando sull’importanza che esse dovevano avere per il suo ulteriore e decisivo orientamento artistico: «Ó silenziosa camera di Piazza S. Caterina, o piccolo giardino che fiorivi sotto la mia finestra e spandevi la tua ombra fresca sul davanzale di essa, mentre io, appoggiatovi su i gomiti e tenendo il capo fra le mani, divoravo quelle dapprima ostiche pagine balzacchiane che dovevano infondermi nelle vene il mortifero veleno della novella e del romanzo! Perché mai non ebbi io la forza di buttar via quei tristi ma affascinanti volumi e di riprendere le interrotte scene della «Ghisola» il più ... shakesperiano dei miei drammi tentati? Invano, ahimè, invano quella povera Ghisola faceva ansioso appello contro i gelosi furori del suo amato Lamberto? ...».

  Con l’inserimento della narrativa del Balzac, nella cerchia delle sue conoscenze, rinnovantesi «al vento della cultura moderna» che era cominciato a «soffiar forte nel cervello» proprio nel benefico periodo fiorentino, il Capuana poteva ben dirsi incanalato verso le nuove vie di un’arte realistica la cui esigenza si faceva già sentire in altri campi dell’attività culturale e spirituale del tempo e che (per rimanere, nella letteratura) aveva trovato proprio nel Balzac colui che aveva saputo stendere — come scriverà il Capuana stesso — «nello stato civile dell’arte» l’atto di nascita del romanzo moderno, essenzialmente legato ai «documenti umani».

 

 

  Renato Fabietti, Prefazione, in Honoré de Balzac, Il colonnello Chabert … cit., pp. 7-12.

 

  L’introduzione di R. Fabietti è preceduta da questa nota biografica.

 

L’Autore.

 

  Honoré de Balzac nacque a Tours il 20 maggio 1799. Entrato a otto anni in un collegio (all'età di quattro anni sapeva già leggere e far di conto), dovette essere ripreso in casa a causa delle grandi letture fatte di nascosto e che lo avevano gravemente indebolito. Trasferitasi la famiglia a Parigi, il giovine Balzac entrò in un collegio dove ottenne una licenza di belle lettere; segui poi alla Sorbona i corsi di diritto che non compì, e fece pratica in uno studio di notaio. Avendo il padre perduto molto denaro in speculazioni, la famiglia fu costretta a ritirarsi in campagna. Balzac restò a Parigi, dove, continuando a divorare libri d’ogni genere e scrivendo migliaia di versi, poemi storici, e romanzi d’appendice, e vivendo in una soffitta gelida d’inverno, rovente d’estate, provò tutti i disagi dello scrittore bohémien. Dopo alcuni romanzi scritti dal ‘20 al ‘27 in collaborazione con un amico che lo introdusse nel mondo degli editori, pubblicò nel 1829 il suo primo romanzo, Les Chouans (Gli Scioani), che ebbe grande successo. Così ebbe inizio il suo enorme lavoro di scrittore che lo tenne inchiodato al tavolo sedici ore su ventiquattro, immerso nel lusso e nei debiti. Dal ‘29 al ‘49, scrisse quasi cinquanta volumi raccolti sotto il titolo La commedia umana. Poco prima di morire, Balzac sposò la signora Hanska, una polacca amata per lunghi anni. Morì a Parigi, il 20 agosto 1850.

 

Prefazione.

 

  Honoré de Balzac nacque a Tours il 20 maggio 1799. Il padre. Bernard François Balzac, nato ad Albi, aveva lasciato giovane la sua cittadina e si era recato a Parigi dove aveva fatto fortuna. Da semplice scrivano in uno studio notarile era arrivato a un alto grado nell’amministrazione dello Stato; aveva, cinquantenne, sposato una giovane, ricca e bella parigina, Laure Sallambier; e, mandato a Tours nel 1798, vi occupava il posto di direttore delle Contribuzioni e amministratore dell’ospedale. Honoré, quindi, nacque nell’agiatezza, anzi, durante la sua infanzia il tono di vita della sua famiglia era lussuoso e il padre si era persino ornato di una illecita particella nobiliare. Tanto il padre quanto la madre erano d’intelligenza viva, nutriti di buone letture e il piccolo Honoré incominciò presto ad assimilare l’atmosfera della casa, a quattro anni sapeva già leggere e far di conto. A otto anni entrò quale interno nell’elegante collegio degli Oratoriani a Vendôme, e vi rimase fino ai quattordici anni, età in cui i genitori furono costretti a riprenderlo in casa perché, causa le grandi letture fatte di nascosto, era diventato magro, pallido e viveva in stato di quasi sonnambulo. «Congestione di idee», egli definì più tardi la sua prima orgia di libri. Tornato a casa si rimise in pochi mesi, diventò un grosso ed esuberante liceale che gridava alle sorelle Laura e Lorenza: «Un giorno si parlerà di vostro fratello come di un grand’uomo!»; cosa che intanto non gli impediva la pigrizia, e pessimi voti al liceo di Tours.

  Nel 1814 il padre fu trasferito a Parigi, direttore dei viveri alla Divisione Militare, ed Honoré entrò nel collegio Lepître dove fu mediocre scolaro, ma dove ottenne ugualmente una licenza in belle lettere. Seguì poi alla Sorbona i corsi di diritto e nel 1819 era laureando in legge. Il padre voleva farne un notaio, il giovane Honoré ventenne incominciò la sua pratica nello studio di un notaio di spirito il quale, quando voleva lavorare in pace, pregava il suo scrivano di rimanere a casa. Honoré non aveva nessuna vocazione per la professione di notaio, seguitava a divorare libri su libri: filosofia, scienza, storia, letteratura. Nel 1819 stesso il padre venne messo a riposo, ma, perduto molto denaro in speculazioni, dovette ritirarsi a vivere con la famiglia in campagna, a Villeparisis. Honoré, il quale entro un anno avrebbe dovuto incominciare la carriera di notaio, dichiarò ch’egli intendeva rimanere a Parigi e fare il poeta. «Disgraziato, — urlò la madre, che non era tenera — non sai che nella carriera delle lettere bisogna essere re per non morire di fame?». Ebbene, sarò re», rispose il giovane Honoré. Nonostante l’ostilità della madre, aiutato dal padre che, scrittore dilettante, non ne vedeva di cattivo occhio la vocazione, Honoré rimase a Parigi, con un misero assegno mensile e la consegna d’essere entro due anni poeta o di vedersi tagliare i viveri.

  Incominciò per Honoré un lavoro accanito in mezzo ai disagi, nella quasi indigenza della sua soffitta di via Lesdiguières, gelata d’inverno, rovente l’estate. Ma gli alessandrini non si piegavano sotto la sua penna armata di buona volontà, invano egli invocava il soffio creatore. Scrisse diverse migliaia di versi e, dopo un anno, con il poema storico Cromwell sotto il braccio, andò a Villeparisis per darne lettura alla famiglia riunita. Fu un disastro. Neppure le illusioni create dall’affetto impedirono ai familiari di capire che i versi erano pessimi. Honoré esclamò: «Non sono poeta, sarò romanziere», e tornò alla sua soffitta di via Lesdiguières.

  Pieno fino ai capelli delle letture di Walter Scott e di Anne Radcliffe, si lanciò nel mare del romanzo d’avventure, incominciò Falthurne, incominciò Stenio o gli errori filosofici e fece la conoscenza di Le Poitevin, il quale lo inoltrò nel mondo dei librai, dei giornalisti e della gente di teatro. Ma la madre, finito l’anno, lo reclamò a Villeparisis. Honoré dovette ubbidire. Visse in campagna due anni, e quei due anni non furono sprecati per lui perché vi conobbe, amò, venne riamato, da madame de Berny, la donna matura che lo iniziò alla vita del cuore e dei sensi, lo aiutò, lo assistette, ne fu l’amica vera fino alla sua morte.

  Intanto Le Poitevin, avendo capito che poteva sfruttare l’immaginazione esuberante del giovane Honoré, gli propose di scrivere romanzi in collaborazione. Furono così stampati i primi romanzi popolareschi firmati Le Poitevin de Vieillergé e lord Rhoone, che altri non era se non Balzac: L’ereditiera di Birague, Jean Louis. Da questo oscuro inizio seguirono i suoi diretti rapporti con editori per libri che firmò con lo pseudonimo di Horace de Saint-Aubin: Il vicario delle Ardenne, Clotilde di Lusignan, Wann-Clore (sic), Argow il pirata, ecc.

  Insomma, il genio di Balzac non fu esplosivo, egli andò a tastoni per dieci anni, stampando romanzi, trattati di filosofia, saggi, articoli d’ogni genere e quella Fisiologia del matrimonio, non firmata, ch’ebbe successo. Soltanto nel 1829 uscì il suo primo romanzo dove erano riuniti e portati a un grado di potenza, l’invenzione, lo stile, il sentimento: Gli Scioani, firmato finalmente col suo nome intero: Honoré de Balzac. Fu un grande successo, che gli apri le porte di un pubblico immenso; e fu l’inizio di quel mostruoso lavoro che fino alla morte, per vent’anni, lo inchiodò al tavolo sedici ore su ventiquattro, carico di cose da dire, di genio e di caffè, il micidiale caffè che doveva tenerlo sveglio. Balzac era un uomo prodigioso, di forte vitalità, disordinato, clamante, originale, che amava il lusso e faceva debiti su debiti. Per pagarli scriveva un libro; scriveva coi creditori e gli editori in attesa alla sua porta. Scrisse in vent’anni la Commedia Humana (sic), quasi cinquanta volumi, opera immensa in cui è descritta la società francese dell’epoca in tutti i suoi ceti e dove sono studiate fino ai segreti più riposti le grandi passioni umane: l’avarizia, l’ambizione, la vanità, la lussuria, l’amore, l’orgoglio.

  Ammalato, Balzac correva l’Europa per raggiungere l’inafferrabile madame Hanska, ricca e nobile polacca ch’egli amava da diciassette anni e che riuscì a sposare morente nella primavera del 185o. Nell’agosto dello stesso anno, a Parigi, moriva.

  Balzac visse la sua maturità di uomo e di artista nel periodo della Restaurazione seguíta alla sconfitta di Napoleone a Waterloo: un dato biografico che ha decisiva importanza nella formazione della sua personalità.

  La Rivoluzione francese aveva obbedito a un’intima logica storica tanto nel lungo periodo di incubazione, quanto nel suo svolgimento. Con essa si era affermato il Terzo Stato, cioè, più che il proletariato vero e proprio, la sorgente borghesia che, attraverso un’opera intelligente e tenace, si era ormai conquistata il diritto di guidare le sorti della Francia, già nelle mani dell’aristocrazia monarchica e del clero.

  L’enorme travaglio storico che aveva risolto vecchi problemi per impostarne di nuovi, aveva annullato o mortificato le vecchie classi, per potenziare e portare alla ribalta della storia nuovi strati sociali. Il dramma di tutto un popolo si era svolto al di sopra degli infiniti drammi individuali: essi costituiscono appunto il centro d'attrazione della sensibilità letteraria di Balzac.

  La borghesia, che si trova ad essere la protagonista della storia, si tuffa arditamente in questo flusso sociale, tesa alla conquista di un predominio culturale ed economico che non le può più sfuggire: come l’aristocrazia aveva avuto il suo punto di forza nella tradizione, così la borghesia cerca il proprio su tutto ciò che possa elevarla sopra la plebe, e darle una forza concreta e indiscutibile, e tale punto di forza essa lo trova nel predominio economico, nel danaro.

  Balzac, che alla minuziosità analitica del narratore unisce la rapidità sintetica del filosofo, intuisce chiaramente gli aspetti fondamentali di quella realtà sociale e li proietta nella sua opera, lasciandoceli intravedere tuttavia immersi come sono nell’infinita distesa delle umane vicende.

  Partita da premesse conciliative la Rivoluzione, a causa dell’insipienza di un re e dell’anacronistica resistenza della nobiltà, aveva in fine assunto un ritmo accelerato, scandito dalle note della Marsigliese e dal passo dei battaglioni dei Sanculotti che accorrevano a difesa dei confini minacciati dai legittimisti di tutta Europa.

  Nelle provincie della Francia, i contadini, ancora allo stato di servi della gleba, si ribellavano, gonfi del rancore accumulato nella soggezione di secoli e assalivano fattorie e castelli, facendosi quindi patrioti per difendere, con la testimonianza del loro sacrificio, le terre strappate al dominio nobiliare. Poi, nella scia di questo tempo eroico e appassionato, si insinuano gli immancabili speculatori che sanno tempestivamente approfittare di questi sconvolgimenti sociali: per pochi soldi, le terre confiscate dallo Stato passano nelle loro mani dando così origine al nuovo strato sociale dei piccoli proprietari terrieri. Una nobiltà parassitarla prima, che viveva su un passato di glorie militari e dinastiche e sullo sfruttamento tradizionale della proprietà fondiaria; una borghesia attiva, intelligente e avida dopo, che attraverso il dispotismo napoleonico rinsalda le sue file e si impadronisce definitivamente delle redini del potere.

  Avida, si è detto: ed è appunto su questa caratteristica che si sofferma l’attenzione di Balzac. La lunga serie di romanzi usciti dalla sua penna tende a darci un quadro di questa nuova società, guidata e sospinta dalla febbre dell’oro.

  Nel «Colonnello Chabert», Balzac riassume nelle sue grandi linee la tragedia vissuta dalla Francia negli anni che vanno dallo splendore napoleonico alla restaurazione monarchica.

  Attraverso un quadro breve e limitato, Balzac ci fa intuire un affresco sociale molto più ampio rivelandoci una realtà intessuta di violente passioni. E se questa società, costituita da arrivisti e da speculatori, non vuole e non può riconoscere la realtà eroica da cui è nata, il vecchio colonnello Chabert, veterano di tante battaglie combattute al fianco di Napoleone, tenterà invano di risuscitare un mondo affogato nelle più vili passioni: per lui, per il vincitore della battaglia di Eylau, non ci sarà che scherno e disprezzo.

  Da questa situazione, per se stessa già densa di drammaticità, Balzac ricava il suo perfetto disegno, basato sull’antitesi fra i rappresentanti di due mondi. Da una parte, il colonnello Chabert, il vecchio soldato che non potrà mai venir meno alla propria dignità, animato da un’ingenuità quasi infantile: dall’altra, questa nuova borghesia che si à fatta piedistallo del danaro per portarsi al livello della nobiltà ormai decaduta.

 Per il colonnello Chabert non c’è pietà né comprensione; la moglie, diventata la contessa Ferraud, che riunisce in sé, come in una macabra caricatura, tutta la miseria morale di un’intera società, non ha un solo moto di pietà di fronte al primo marito redivivo. Balzac, ai fini della sua polemica, la spoglia sia pure di un minimo di umanità: essa calcola e agisce di conseguenza, né un sorriso, né una lacrima illumina il suo volto senza un preciso secondo fine.

  Anche al cospetto dei due ingenui bambini avuti dal secondo marito essa è capace di recitare la più agghiacciante delle commedie, pur di respingere il colonnello Chabert e conservare così la sua splendida posizione economica e sociale. Il colonnello stanco, ingannato, abbandona tutto, per ritornare sulla strada, tra i mendichi e i diseredati, l’infimo livello della società di Parigi che Balzac ci dipinge nelle ultime sconfortanti pagine del racconto.

  Questa la vicenda: ma al di là di essa è facile scorgere una sdegnosa condanna che trascende l’episodio.

  Evidentemente Balzac, allo scopo di approfondire un motivo che lo interessa particolarmente, nel delineare un dato personaggio rinuncia a tutto ciò che non gli appare essenziale, quasi per timore di distrarre il lettore dalla scarna geometria del suo problema. Questi uomini e queste donne che portano nel loro cuore l’ebbrezza e la dannazione dell’oro, non hanno tempo per certi atteggiamenti che sono di tutti gli esseri umani, perché in essi il problema è unico e dritto come una spada: il danaro. E quindi, tutti i valori si annullano in un esasperante grigiore morale, in cui ogni moto umano si spegne senza eco. La tragedia del vecchio Chabert nasce infatti da questa solitudine morale che egli tenta invano di spezzare, cercando l’amore e la solidarietà degli altri uomini.



  Giacomo Falco, Balzac e “la straniera”, «Radiocorriere. Settimanale della Radio italiana», Torino, anno 26, numero 31, 31 luglio-6 agosto 1949, p. 7.

 

  L’Etrangère riappare. Nel 1849, dunque un secolo fa, in questi stessi mesi, — in questa stagione — Honoré de Balzac si trovava in Russia, a Wierzschownia, ospite della contessa Hanska, colei che, nel marzo 1850, pochi mesi prima della morte del romanziere, sarebbe diventata, in seconde nozze, la signora Evelina De Balzac. Egli era laggiù, proprio perché aspettava, accanto all’amata, che avesse fine il suo stato di celibe, il lungo, tormentoso fidanzamento.

  Lo scrittore è felice di trovarsi nella casa del suo «ange idolatré» della sue «bien-aimée», circondato, non soltanto dall’amore intelligente e onnipresente di lei, ma anche dalle premure dei parenti che non finisce di ammirare e di lodare: purtroppo, la salute declina, il grande lavoratore che tutto aveva posposto alla gigantesca fatica, è costretto per la prima volta in vita sua a curarsi seriamente, ad ascoltare i medici.

  Con amarezza, confessa, nell’aprile alla sorella, quanto pesi ad un uomo della sua «vivacità» il dover «prendre garde à tout» persino ad una «parole trop vive», ad un «pas trop rapide»: e si lamenta del clima: «influences terribles de ce climat asiatique».

  E più tardi, nell’autunno, con la stessa amorosissima sorella Laura, la madre delle due nipotine Surville, tanto amate dal romanziere, ancora si dorrà e di una lunga febbre che lo ha spossato e smagrito, e dei suoi vecchi mali che, non solo non accennano a scomparire, ma sembrano essersi aggravati.

  Fanno sorridere, fra le ripetute espressioni di dolore, quelle frasi che meglio rivelano il lato infantile del Balzac, la sua veramente ingenua e non simulata capacità di incantarsi, di estasiarsi.

  Eccolo, ad esempio, deliziosamente compiacersi per una veste da camera, un incantevole esotico indumento che lo preserva dal freddo e lo illumina interiormente.

  «Mi hanno dato per coprirmi durante la malattia una veste da camera che fa persino scomparire le candide tonache dei certosini, è una veste da camera in termolana. Devo aggiungere che da tempo questa stoffa persiana o circassa era per me un tessuto di sogno ... io pensavo che soltanto le regine potessero vestirsene ...».

  Il discorso sui romanzi, sui personaggi, che tanto colpisce nelle lettere degli anni precedenti, e consente allo studioso ampia messe di notizie, è ora del tutto spento.

  L’ultimo suo grande anno creativo è stato il 1846: quello di «Cousine Bette» e di «Cousin Pons»: è anche il grande anno del loro amore, che ormai dura da tredici anni. Riassumiamo — preludio alle celebrazioni che tutto il mondo tributerà, nel prossimo 1950, alla memoria di Balzac pel centenario della morte — questa gentile, patetica storia. E’ ben romantica, anzi romanzesca!

  Nel 1832 una sconosciuta scrive al Balzac per esprimergli, con la sua ammirazione, alcuni rilievi sugli ultimi romanzi. Era un’attenta, fervida lettrice!

  Ella firmava la prima lettera con uno pseudonimo, «L’Etrangère» e chiedeva le si rispondesse con un semplice cenno su «Le Quotidien» (e il cenno, infatti, sul giornale, apparve). La romantica e ignota lettrice era Evelina Hanska, nata contessa Rzewuska di pochi anni più giovane del romanziere, che diverrà figura dominante, nella biografia balzachiana. Con quella lettera, con la prima risposta, ha inizio l’incontro — per il momento epistolare soltanto — di due cuori e due intelligenze affini, che più tardi avrebbero conosciuto le più strette «alliances» e il più intimo, indistruttibile nodo.

  Non vi ha dubbio che il misterioso apparire nella sua vita — non nuova certo alle vicende d’amore — di questa donna, nonché il blasone e la lontananze, siano stati elementi di singolare richiamo per il Balzac: anche il meno attento dei lettori sa con quanta predilezione egli accarezzi, nei romanzi, le sue duchessine, e con quanta invidia i suoi borghesi arricchiti nel commercio e nelle speculazioni — il Crevel, di «Cousine Bette», è tipico — contemplino quegli Eldoradi, le case patrizie dalle quali sono esclusi. Il realista, il nemico della repubblica, anzi il legittimista che egli fu, guardava con simpatia, con tenerezza quelle vecchie famiglie nobili, depositarie, nel suo pensiero, di un cavalleresco, eroico mondo spento ...

  E poi, dicevamo, la giovinezza, la lontananza, la intuita bellezza di lei ... E bella, in realtà, era la nobildonna polacca. Così, sin dalle prime lettere, la fantasia galoppa:

  «Voi non immaginate che cosa significhi per un poeta solitario l’apparizione di una soave figura femminile i cui lineamenti sono anche più attraenti per il mistero che ne li circonda ...».

  Ancora (e non siamo che agli inizi, proprio in quel fatale 1833), sempre più esaltandosi la fantasia, scriverà, un poco enfaticamente:

  «Sono come un prigioniero, che, dal limo della sua cella, sente in lontananza una deliziosa voce di donna. Egli affida tutta l’anima sua alle fragili e pure potenti vibrazioni di questa voce ...».

  Quale epistolario d’amore, le «Lettres à l’Etrangère»!

  Una dama inglese ha riassunto molto efficacemente le proprie impressioni così: cominciano con un pianissimo, raggiungono molto presto il con molta espressione, il crescendo, cui segue assai rapidamente il molto furore.

  Le sentiremo spesso citate, nel 1950: molti le leggeranno per la prima volta.

  La relazione epistolare sfociò presto in conoscenza personale ed in amore; tutto sembrava predisposto dal destino. E, di grazia, si pensi per un istante alla difficoltà degli incontri per due innamorati che risiedano rispettivamente a Parigi ed in Ucraina, e non si dimentichi che la signora Hanska era sposata (le testimonianze sul marito lo dipingono uomo buono ed intelligente, che dimostrò sempre molta simpatia al romanziere francese, il quale a sua volta manifestava sentimenti assai amichevoli per il consorte della sua «stella polare»), sposata, dicevamo, e madre. Eppure, considerate le difficoltà di ogni genere, non ultima, per Balzac. la considerazione del molto denaro che occorreva per così lunghi viaggi, gli incontri non furono pochi. Nello stesso 1833, si vedono per la prima volta in Svizzera, a Neuchâtel, nel medesimo anno e nei primi mesi del successivo, possono più lungamente vedersi ed incontrarsi sempre in Svizzera, a Ginevra; nel 1835 a Vienna. Molti anni trascorrono senza che gli amanti si rivedano: la corrispondenza di lui ci dice tuttavia che i suoi sentimenti non sono illanguiditi; e si ha ragione di ritenere che nemmeno l’animo di lei fosse mutato, sebbene più volte il romanziere si dolga dei lunghi e per lui inspiegabili silenzi.

  Nel 1841 muore Hanska (sic), avvenimento molto importante per le possibili conseguenze. E’ bene rileggere di Balzac alcune linee di quella sua lettera di condoglianze, così nobilmente rispettosa della morte e pur così colma di trepida speranza, perché, sì, nella speranza è la vita.

  «Per quanto mi concerne, mia adorata, sebbene questo evento mi accosti a quel che io desidero ardentemente da quasi dieci anni, posso, davanti a Dio ed a voi, rendermi giustizia: mai ho nutrito in cuor mio se non la più assoluta docilità (ai voleri del Cielo) e mai ho insozzato l’anima mia, neppure nei più crudeli momenti, con perfidi voti. Talora non si contengono certi slanci involontari. E spesso mi sono detto soltanto: quanto sarebbe lieve la mia vita con lei!».

  E dovevano passare otto anni ancora! Si capisce che la vedova Hanska si sia sentita, dopo il lutto, più stretta alla figlia, si sia votata ella sua educazione e alla sua felicità: le titubanze di una madre si capiscono anche troppo bene. Altri incontri, più lunghi, si seguono in quegli anni: nel 1843 a Pietroburgo, nel 1845 a Dresda, o sempre nel 1845, viaggio in Italia, sino a Napoli, e nel 1846, nuovo incontro e comune soggiorno a Roma; e nello stesso 1846, altri viaggi con la contessa, e con la figlia e il genero, oramai affettuosamente legati al Balzac. e nel 1847, primo viaggio di Balzac a Wierzschownia: nel 1848, secondo viaggio e lunghissimo soggiorno nella casa di colei che è ormai, anche ufficialmente, anche di fronte ai parenti, la sua fidanzata. Dovranno ancora essere risolte alcune difficoltà di ordine amministrativo, burocratico, trattandosi di matrimonio tra stranieri; verranno superate. Ma sappiamo bene, perché tutto ciò traspare dalle lettere, che l’anno 1849 fu quello della più struggente, dolorosa attesa, per il cuore del grandissimo romanziere.

  Il pensiero della salute che sfugge si intreccia con quello delle nozze, un pensiero di morte e un pensiero di più completa vita per il fidanzato di cinquant’anni: e non è vero che sian nemici, che contrastino fra loro. Amore e morte ...

  A cent’anni giusti di lontananza, quei sospiri di un uomo di lettere lontano dalla patria, pieno di freddo e di malanni, quell’ansia per le nozze, la preoccupazione, persino, che la sposa trovasse la casa piena di fiori — la casa della Rue Fortunée predisposta per lei, con tante spese, tante cure — non ci sembra gentile, commovente materia di romanzo?

  E lui, Balzac, ci avrebbe raccontato quella vigilia forse con lo stesso animo, la stessa penna che narravano, negli anni della immane fatica, le storie di Eugenia Grandet, di babbo Goriot.

 

 

  Marise Ferro, Due donne tormentarono Balzac, «Milano-sera. Quotidiano indipendente d’informazione», Milano, Anno V, 13-14 luglio 1949, p. 3.

 

  Si sa che fare la moglie di un grand’uomo è oltremodo difficile; e che più l’uomo è grande più le persone che gli vivono vicino sono sottoposte dai contemporanei prima, dalla posterità dopo a un attento esame. Purtroppo la rettorica che invischia i sentimenti familiari che è poi una rettorica sociale, salva o nasconde quasi sempre madri e sorelle di grandi uomini; le mogli e le amanti, invece, più facilmente attaccabili perché agenti come femmine, cioè portate alle traversie della vita amorosa che non è mai semplice, sono giudicate con meno cecità (si badi che ho detto cecità non severità; so benissimo che gli uomini non vedono le madri e le sorelle, miti duri da vincere e custoditi dall’organizzazione sociale).

 

  Balzac ebbe, una pessima madre e una pessima moglie; delle due donne quella che sopportò i biasimi e la calunnia dei contemporanei, le aspre critiche dei posteri, fu, bene inteso, la moglie. E fu moglie per cinque mesi, povera madame Hanska! Oh, io non voglio difenderla, era una donna d’intelligenza mediocre, avara e altezzosa, ma voglio almeno, dopo avere letto calunniatori e difensori, cercare di capirla. Eveline Rzewuski era una polacca di ricca e nobile famiglia imparentata con la regina Marie Leczinska, figlia del conte Adam Rzewuski, sposata a diciannove anni, il cuore pieno d'amore per un suo cugino, col conte Hanska (sic), di ventidue anni più vecchio di lei, ricchissimo russo proprietario della tenuta di Wiezchownia (sic), in Ucraina. Ecco dunque Eveline prigioniera in un castello stupendo, circondato da steppe e da sterminati campi di grano. D’estate era chiusa in un deserto di spighe, d’invernò in un deserto di neve. Dava qualche festa, riceveva i vicini, faceva figli — cinque, di cui quattro morti in fasce — ma si annoiava. La sua unica distrazione era la lettura; leggeva i libri allora in voga di George Sand; leggeva i libri dello scrittore che aveva maggiore successo in Francia, Honoré Balzac. Egli era il primo scrittore che si occupava della donna per difenderla, darle importanza sociale, allungarne la giovinezza, ed Eveline leggendo, era trasportata. Un giorno del 1832 gli scrisse la sua ammirazione a proposito de La peau de chagrin e si firmò l’Etrangère assicurando che voleva rimanere tale.

  Balzac le rispose, e fra di loro si stabilì una corrispondenza animata. Eveline rinunciò all’anonimato, si confidò, raccontò la sua vita; Balzac anche, ma, fantasia di fuoco, si accese per l'Etrangère e volle conoscerla. Da Parigi alla Russia la distanza era grande. Balzac sempre tormentato dalla mancanza di quattrini, dovette aspettare fino al settembre del 1883 a conoscere Eveline Hanska. Si incontrarono a Neuchâtel, in Svizzera, dove i conti Hanska, con figlia e seguitò, villeggiavano, su un promontorio pittoresco che dominava la città. Si riconobbero subito, ed Eveline, ch’era impulsiva, abbracciò il grande scrittore; lo scrittore, soltanto, il suo cuore era ancora guardingo, in lei parlava l’ammirazione. Balzac, invece, ch’era già pieno di palpito, si infiammò. Eveline Hanska era una bella donna di trentadue anni (ne confessava ventisette), alta, un po’ grassa, di portamento maestoso, elegantissima, bianca di pelle e bruna di capelli, la bocca piccola e ben fatta, l’occhio nero risplendente. L’imperio, le maniere di grande dama erano appena temperate dalla bellezza.

  Quella prima passeggiata fu seguita da altre, che non rimasero platoniche. Eveline Hanska era di sangue caldo e per cinque giorni fu l’amante dello scrittore. Tornati, uno a Parigi, l’altra a Wiezchownia, la corrispondenza riprese, una corrispondenza ardente, di cui purtroppo non conosciamo che una voce, la più importante, è vero, perché Eveline Hanska stessa distrusse tutte le proprie lettere; una corrispondenza che riassume diciassette anni della vita dei due amanti, e occupa due grossi volumi (Lettres à l’Etrangère).

  Diciassette anni! Diciassette anni inframmezzati da rari incontri, il primo dopo Neuchâtel a Ginevra nel 1834, il secondo a Vienna nel 1835, il terzo a Pietroburgo nel 1843, con un intervallo di quasi nove anni d’assenza! Nella storia dei rapporti amorosi fra un uomo e una donna, è questo l’unico caso in cui un sentimento duri per tanto tempo alimentato solo dalla memoria. E’ vero che chi amava era Balzac, uomo prodigioso, di fortissima volontà, che voleva sposare Eveline Hanska. La sposò, a dispetto degli anni, della malattia, delle difficoltà finanziarie, delle lotte familiari, dei capricci, le riluttanze, le esitazioni di Eveline Hanska stessa.

  Bisogna dire subito che se Eveline amò il grande scrittore nei primi tempi dei loro incontri, in seguito si raffreddò molto, e non gli risparmiò rampogne, rimproveri, scene, malumori, lunghi silenzi.

  La donna è essenzialmente un essere senza speranza, un essere quotidiano ... Eveline Hanska non amò Balzac, si lasciò amare e, riluttante, dopo infinite tergiversazioni, rimasta vedova nel 1841 si decise a sposarlo morente nel 1850! I denigratori di Eveline Hanska hanno avuto buon gioco in quei diciassette anni coerenti da una parte sola, illuminati dalla fiducia e dall’amore da una parte sola, e l’hanno accusata d’avere esasperato e disperato Balzac, d’averlo fatto attraversare, ammalato, l’Europa, di non averlo capito, e soprattutto di non avere rispettato il suo lavoro e il suo ingegno. Quest’ultima accusa, fra tutte le altre, è la più vera. Eveline Hanska non ha rispettato Balzac. Ma, ecco, Eveline era una aristocratica di intelligenza e di cuore mediocri, imperiosa, altezzosa, legata a grosse tradizioni di famiglia, abituata alla ricchezza, all’ordine e al rigore creati dal lusso, avara come solo sanno esserlo i ricchissimi (quanto fece sospirare a Balzac, il quale scriveva cinque libri in sei mesi per pagare debiti e viaggi in Ucraina, poche decine di migliaia di franchi!), snob, piena di rispetto per i proprii parenti che le scrivevano lettere di questo genere: “Il tuo dovere quale figlia del conte Rzewuski, ultimo ambasciatore della Polonia libera, nipote della regina Leczinska, è quello, di rifiutare con indignazione qualsiasi unione con uno scribacchino straniero ...”, come poteva decidersi a sposare un uomo disordinato nella vita e nelle spese, rumoroso, borghese, con una famiglia dissestata, che non sapeva vestire, che forse non sapeva stare a tavola! Quell’uomo aveva concepito e scritto la Comédie Humaine, aveva riempito di caratteri vivi, di passioni vere, di storia, di pensiero, quasi cinquanta volumi, era un veggente e un precursore, era un genio, insomma, ma poteva essere capito e accettato dalla vedova del conte Hanska, castellana di Wiezchowinia (sic), terre che un cavallo al galoppo non avrebbe potuto percorrere in due giorni? Eveline Hanska non poteva capire Honoré Balzac. Lo sposò, ugualmente, e si dice che lo sposasse per pietà. Il grande scrittore era ammalatissimo, non poteva neppure più scrivere. Eveline lo sposò nel villaggio vicino al suo castello e lo accompagnò a Parigi per seppellirvelo dopo cinque mesi. Victor Hugo racconta in pagine stupende delle Choses vues che al capezzale dello scrittore rantolante, al quale egli faceva l’estrema visita, la moglie non c’era. Il mistero di quell’assenza nel momento dell’agonia rimane una terribile accusa per madame Hanska.

 

 

  Marise Ferro, La ricca polacca moglie per cinque mesi, «Nuova Stampa Sera», Torino, Anno III, Num. 235, 3-4 Ottobre 1949, p. 3.

 

  Di intelligenza mediocre, avara e altezzosa madame Hanska non risparmiò amarezze a Balzac esasperandolo fino alla disperazione.

 

  Per quel che riguarda il corpo centrale dell’articolo (da «Balzac ebbe una pessima madre [...]» alla fine), cfr. la scheda precedente.

 

 

  Clemente Fusero, Stendhal di Clemente Fusero, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1949 («Biblioteca Moderna Mondadori», LVII).

 

  p. 190. Elaborava con meticolosa cura il suo bilancio, pagava coscienziosamente l’albergatore, restituiva con onesta premura i cento o duecento franchi che di tanto in tanto era costretto a farsi prestare da monsieur Beau; e nel settembre del 1830, quando la benignità dei fatti lo avviò per migliori sentieri, il suo passivo si riduceva a un debito di quattrocento franchi verso il sarto Michel. Un’inezia, dopo tanti anni d’esistenza allo sbaraglio. Balzac e Dumas si sarebbero sentiti disonorati da una cifra così ridicola.

 

  pp. 239-240. Dove la ragione del paesaggio si rivelava insufficiente, soccorreva la storia; taceva la poesia e si faceva avanti l’erudizione a girare intorno ai monumenti, a frugare gli archivi; antiche e recenti ombre venivano evocate dagli oblii. La provincia si riscattava dallo spregio e dalla negligenza dei letterati: lo stesso ultraparigino Balzac, sacco in spalla, bardato come un grottesco chierico vagante, batteva le strade della Turenna cantando e sudando sotto un sole torrido.

 

  p. 247. All’opposta estremità dell’opinione d’un Balzac, il quale scorgeva la grandezza dell’opera [La Chartreuse de Parme] dall’angolo visivo del romanzo di costumi, e dell’ammirazione d’un Taine, che s’entusiasmava per la consumata perizia dell’analisi psicologica, sta il rifiuto di Sainte-Beuve, che vi vedeva semplicemente una spirituelle mascarade italienne [...].

 

  pp. 255-256. Il 1840 fa un anno ricco di contrasti, di chiaroscuri. [...].

  A Parigi accadeva intanto qualcosa di eccezionalmente importante per lui. Falliti i suoi tentativi teatrali (14 marzo 1840: fiasco di Vautrin), Balzac tentava per la seconda volta di risalire la china dei debiti aggrappandosi a una rivista. La. nuova formula era quella d’una rassegna mensile di piccolo formato, in cui avrebbe messo di tutto — letteratura, teatro, politica — e detto a tutti la sua con rude energia. La Revue Parisienne, che doveva uscire tre soli mesi, si risolse praticamente in un nuovo disastro pecuniario, ribadendo una catena di più al piede del portentoso galeotto; ma procurò a Stendhal la più cospicua consolazione della sua vita di scrittore. Nell’ottobre 1840 veniva a posarsi sul suo tavolo consolare un fascicolo della Revue Parisienne del 25 settembre, in cui il sovrano dei romanzieri aveva dedicato alla Chartreuse de Parme settanta entusiastiche pagine di recensione: e si sa come vada inteso l’entusiasmo, quando si parla di Balzac! La Chartreuse veniva proclamata il più potente romanzo del secolo, un capolavoro alla portata di non più di millecinquecento lettori in tutta Europa, un libro per il quale non esitava a ricorrere ai più solenni nomi della storia letteraria. Le uniche riserve che Balzac poneva, riguardavano lo stile, non abbastanza curato e levigato: Je souhaite que M. Beyle soit mis à même de travailler, de polir la Chartreuse de Parme, et de lui imprimer le caractère da perfection, le cachet dirréprochable beauté que MM. de Chateaubriand et de Maistre ont donné à leurs livres chéris ...

  L’autorevole e generoso riconoscimento suscitò nell’animo di Stendhal una commozione profonda. Era la prima grande luce sulla sua opera, una conferma alle sue certezze. La lettera, abbozzata tre volte, con cui ringraziò l’autore dell’articolo per la pitié exagérée dimostrata verso un orphelin abandonné dans la rue, suggerisce tra linea e linea la testimonianza d’una gioia che fu probabilmente l’ultima della sua vita. Quanto alla rielaborazione formale del libro, era una questione che si poneva per lui in termini ben diversi da quelli che Balzac, conoscitore insufficiente delle sue idee sullo stile, poteva immaginare nel suggerirgli quel lavoro di lima. Bastava quel nome di Chateaubriand, a erigere tra i due romanzieri un muro di impossibilità d’intesa! E Stendhal, pur attenuando con molta accortezza e delicatezza l’affermazione dei suoi principi, non mancò infatti di chiarire il proprio punto di vista sul lavoro di revisione che gli veniva consigliato, e che condusse con lunga applicazione.

 

  p. 258. Con l’avvicinarsi della primavera, i suoi pensieri si volsero risolutamente al lavoro. Bisognava scrivere, approfondire ancora il solco, allargare i confini della notorietà apertigli da Balzac.

 

 

  Cesare Giardini, Centocinquant’anni dalla nascita cent’anni dalla morte. Due buoni anniversari per celebrare il genio di Balzac, «Il Gazzettino», Venezia, Anno 63, 7 Dicembre 1949, p. 3.

 

  «Qui nous délivrera des Americains?». Questo grido di allarme, convieni dirlo subito a scanso di equivoci, non è politico. ma letterario. Corrisponde al «qui nous délivrera des Russes» di trent’anni or sono, ed è più giustificato. Assistiamo, infatti, nel romanzo, nella novella, nel teatro a una preoccupante inflazione di scrittori americani. Già, dinanzi all’avanzata irresistibile dei vari Hemingway. Faulkner, Caldwel, Steimbeck, Saroyan, seguiti dalle falangi dei minori e dei minimi, molti lettori, e non dei meno provveduti, ripiegano su scrittori più antichi, di ieri o dell’altrieri.

 

Trent’anni di lavoro.

 

  Anche io, lo confesso, ho ripiegato in buon ordine; per il momento ho ripiegato sino a Balzac, rileggendo alcuni dei suoi romanzi più belli. In questa lettura ho cercato, oltre l’eco della gioia che mi diede molti anni or sono la scoperta della «Comédie humaine» (forse che Stendhal non si augurava di dimenticare ogni anno il «Don Chisciotte» e «Le mille e una notte» per volerli ogni anno riscoprire?), un mondo meno elementare di quello che ci rivelano i libri venuti d’oltre Atlantico, più sapientemente articolato, nel quale i sentimenti sono differenziati e la fondamentale brutalità della natura umana attutita e ammassata da secoli di civile convivenza e diciamo pure da una dose maggiore di ipocrisia; di quella ipocrisia della quale un giorno bisognerà pure scrivere l’elogio.

  C’è ancora qualcuno che legga Balzac? E’ sperabile che due commemorazioni successive e vicine saranno sufficienti a richiamare l’attenzione dei distratti lettoti di oggidì sull'opera di colui che sembra impersonare in sè il genio stesso del romanzo. Proprio quest’anno, infatti, sono compiuti i centocinquant’anni dal giorno della sua nascita e l’anno prossimo cadrà il centenario della sua morte. Egli nacque a Tours. il 20 maggio 1799, morì, a Parigi, il 19 agosto 1950.

  Mezzo secolo di vita, trenta anni di lavoro (il primo romanzo, «Le dernier Chouan», che mutò più tardi il titolo in quello di «Les Chouans», uscì nel 1829), gli bastarono per creare un mondo. Si racconta che durante le esequie di Balzac. il rappresentante del governo, un tale Baroche, ministro degli Interni, dicesse a Victor Hugo, che gli stava accanto, riferendosi al defunto: «Era un uomo di merito», e che il poeta, anticipando il giudizio della posterità, rispondesse sdegnosamente: «Era un genio!».

  Ogni grande scrittore dà con la sua opera al lettore un piacere della stessa qualità. di quello che egli ha provato scrivendola. Perciò il piacere che si prova a leggere Balzac è paragonabile a quello, tutto animale, di chi assiste a uno spettacolo sovrabbondante di vita e di forza; in ogni modo si tratta di un godimento che oserei chiamare antintellettuale e anticerebrale.

  Pochi autori rivelano tanto facilmente quanto Balzac i loro segreti di laboratorio, quello che Cocteau chiama «le secret professionel (sic)».

  Balzac lavora all’aria aperta, in mezzo alla piazza: «Prego osservare, signori! Nè trucchi, nè doppifondi!» Balzac non conosce distanza tra il pensiero e la sua attuazione. Appena un’idea gli balena nel cervello, la comunica ad altri. Non ha paura di essere derubato. Anzitutto, di idee egli ne ha sin troppe; trovarsene, a conti fatti, una di più o una di meno, per lui. gran signore, non ha importanza. In secondo luogo, è convinto, giustamente, che nessuno riuscirà a realizzare le sue idee con una perfezione e una rapidità pari alle sue.

  Per questo ama esporre trame di romanzi, piani e particolari e disegni di opere agli amici e ai parenti, spesso anche agli sconosciuti. E’, forse, questo, un modo di dare una prima concretizzazione, una prima obiettivazione alle sue fantasie. Ma i suoi piani, i suoi disegni, anche in queste prime esposizioni sono fissati in una linea pressochè definitiva. Non muteranno quando egli si troverà dinanzi al foglio bianco che Mallarmé, vero spirito pavido di decadente, temeva tanto. La tortura a cui sottoporrà le bozze di stampa, aggiungendo pezzi di carta ai margini, verso i quali diramerà tutto un sistema complicato di linee, di richiami di segnali, non avrà altro scopo che quello di aggiungere particolari, di sviluppare situazioni, rami e foglie su un tronco scabro; ma il tronco rimarrà quale è nato.

 

La Comédie humaine.

 

  L’opera come intuizione umana, nasce in Balzac integra, definitiva. Pare quasi che egli non abbia che da farla uscire dal suo cervello con un «tour de main», come un prestidigitatore fa uscire un bambino da un cilindro o da un imbuto di carta. Per questo un critico ha potuto dire che, mentre per gli artisti di un’altra categoria, quali Shakespeare, Dostoievski, ecc., l’opera è «creazione», per Balzac essa è un vero e proprio «parto».

  Quando l’idea della «Comédie humaine» gli si presenta alla mente, il primo pensiero di Balzac è di correre dalla sorella, che vive col marito e le figlie una mediocre vita borghese. La sua entrata in quella pacifica casa, prossima l’ora del pranzo, mette tutto a soqquadro. Stupore e confusione sono i sentimenti dei congiunti dinanzi alla gioia dilagante, rumorosa del creatore che sente di aver trovato la sua strada.

  Ma egli vuole l’ammirazione: «Non vedete» grida «che sto per avere del genio!». Ed eccolo lanciato sulla via delle confidenze, se confidenze si possono chiamare le sue. Eccolo spiegare il suo piano con quella foga che egli solo possiede, che è uno dei suoi fascini irresistibili: «Io farò il quadro fisico, psicologico, fisiologico, metafisico della nostra società», ed espone: «Prima parte: «Studi di costume». Rappresenteranno tutti gli sforzi sociali, tutti. Nessuna situazione della vita, nessun carattere, nessuna professione, nessuna zona sociale, nessun paesaggio francese sarà dimenticato. Ecco la base! Seconda parte: «Studi filosofici». Dopo gli effetti. le cause. Io dirò la ragione dei sentimenti. Dopo aver percorso la società per descriverla, la percorrerò per giudicarla. Finalmente, gli «Studi analitici». Stabiliti gli effetti e le cause, bisogna cercarne i principi. I costumi sono lo spettacolo, le cause sono le quinte e i meccanismi, i principi sono l’autore.

 

Il suo segreto.

 

  Su queste basi, Balzac ha costruito un’opera enorme. Enorme per la mole ed enorme per il contenuto. Ma la sua forza sta in questo: che mentre egli credeva di agire «a posteriori», di copiare, cioè, la vita, egli agiva «a priori» e creava la vita.

  Balzac non ricerca il documento umano, non indaga la realtà, come più tardi Zola, ma trae dal suo spirito una realtà umana eterna e superiore sulla quale la piccola realtà quotidiana si modellerà. Egli può dire a un amico merciaio: «La merceria non sarà mai nulla se io non mi decido un giorno a dipingere un merciaio Giusto orgoglio! Giusto anche quando a un letteratucolo che egli aveva beffato e che voleva sfidarlo, rispondeva: «Bambino! Credete che ci si battesse con Napoleone?».

  Io ho voluto e voglio bene a Balzac: c’è ancora qualche libro suo che non conosco e lo tengo in serbo come una scusa per guadagnare qualche giorno di vita allorché la morte si ricorderà di me. Ma la maggior parte della tua opera l’ho letta fra i quindici e i diciotto anni. E’ l’età buona: passata questa è difficile che un uomo si accinga a leggere «tutto Balzac», a meno che non giunga agli ottant’anni e goda di una serena e vegeta vecchiezza. L’opera di Balzac va bene tanto come prologo quanto come conclusione alla vita. Nel primo caso serve di iniziazione, nel secondo di commento. Dirò che è igienica in ambedue i casi: essa toglie ogni illusione, ma lascia qualche speranza al giovane; il vecchio vi trova invece l’assicurazione che la vita da cui sta per dipartirsi non vale gran che, ma che v’è un premio dopo la morte. Quest’opera pessimistica è scritta da un ottimista: ecco il suo segreto.

  Ottimista Balzac lo fu sino alla fine. Il suo ottimismo nasceva dalla sua fiducia in se stesso, nel proprio genio e dalla sua costituzionale ingenuità dinanzi a quella vita che egli si era proposto di descrivere.

 

 

  Antonio Gramsci, Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo stato moderno, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1949.

 

  p. 289. La religione, il lotto e l’oppio della miseria. Testimonianze cattoliche. «Si insidia e si sovverte lentamente l’unità religiosa della patria; s'insegna la ribellione alla Chiesa, rappresentandola quale semplice società umana, che si arrogherebbe diritti che non ha, e di rimbalzo si colpisce anche la società civile, e si preparano gli uomini all’insofferenza di ogni giogo. Poiché, scosso il giogo di Dio e della Chiesa, quale altro se ne troverà che possa frenare l’uomo, e costringerlo al dovere duro della vita quotidiana?»: «Civiltà Cattolica», 2 gennaio 1932, ultimo periodo dell’articolo Il regno di Dio secondo alcuni filosofi moderni. Espressioni di questo genere sono diventate sempre più frequenti nella «Civiltà Cattolica» (accanto alle espressioni che propongono la filosofia di S. Tomaso come «filosofia nazionale» italiana, come «prodotto nazionale» che deve preferirsi ai prodotti stranieri) e ciò è per lo meno strano, perché è la teorizzazione esplicita della religione come strumento di azione politica. La religione, il lotto e l’oppio della miseria. Nelle Conversazioni critiche (Serie II, pp. 300-301) [Il Paese della cuccagna della Serao e un pensiero del Balzac. Serie seconda, Bari, Gius. Laterza & Figli, 1924] il Croce ricerca la «fonte» del Paese di Cuccagna di Matilde Serao e la trova in un pensiero del Balzac. Nel racconto La Rabouilleuse scritto nel 1841 e poi intitolato Un ménage de garçon, narrandosi di madama Descoings la quale da ventun anni giocava un famoso suo terno, il «sociologo e filosofo romanziere» osserva: «Cette passion, si universellement condamnée, n’a jamais été étudiée. Personne n’y a l’opium de la misère. La loterie, la plus puissante fée du monde, ne développerait-elle pas des espérances magiques? Le coup de roulette qui faisait voir aux joueurs des masses d'or et de jouissances ne durait que ce que dure un éclair: tandis que la loterie donnait cinq jours d’existence à ce magnifique éclair. Quelle est aujourd’hui la puissance sociale qui peut, pour quarante sous, vous rendre heureux pendant cinq jours et vous livrer idéalement tous les bonheurs de la civilisation?» [...]. Il brano di Balzac potrebbe anche connettersi con l’espressione «oppio del popolo» impiegata nella Critica della filosofia del Diritto di Hegel pubblicata nel 1844 (verificare la data), il cui autore fu un grande ammiratore di Balzac: «Aveva una tale ammirazione per Balzac che si proponeva di scrivere un saggio critico sulla Commedia umana», scrive Lafargue nei suoi ricordi su Carlo Marx pubblicati nella nota raccolta del Riazanov (p. 114 dell’edizione francese). In questi ultimi tempi (forse nel 1931) è stata pubblicata una lettera inedita di Engels in cui si parla diffusamente del Balzac e dell’importanza culturale che occorre attribuirgli. È probabile che il passaggio dall’espressione «oppio della miseria» usata dal Balzac per il lotto, all’espressione «oppio del popolo» per la religione, sia stato aiutato dalla riflessione sul «pari» di Pascal, che avvicina la religione al gioco d'azzardo, alle scommesse. [...].

 

  p. 291. È da vedere inoltre se Baudelaire nel titolo del suo libro I paradisi artificiali (e anche nella trattazione) si sia ispirato all’espressione «oppio del popolo»: la formula potrebbe essergli giunta indirettamente dalla letteratura politica o giornalistica. Non mi pare probabile (ma non è escluso) che esistesse già prima del libro del Balzac qualche modo di dire per cui l’oppio e gli altri stupefacenti e narcotici erano presentati come mezzo per godere un paradiso artificiale. (Bisogna ricordare, d’altronde, che Baudelaire fino al 1848 partecipò a una certa attività pratica, fu direttore di settimanali politici e prese parte attiva agli avvenimenti parigini del 1848).

 

 

  D. A. Lemmi, L’ingegnere di “Roma città aperta” ripete l’audacia di Zola contro Balzac, «Avanti! Quotidiano del Partito socialista», Milano, Anno LIII – Nuova serie, N. 244, 18 Ottobre 1949, p. 3.

 

  Noi non vogliamo azzardarci su una questione che non è particolarmente di nostra competenza, ma ci è sembrato, vedendo questo film, che Pagliero, di fronte al film di Carnè, abbia ragionato come aveva ragionato Zola di fronte al romanzo di Balzac. E se, incalzati dall’argomento, dovessimo sviscerarlo, non esiteremmo a sostenere che si riflette nel regista Pagliero la stessa audacia cinematografica che animò lo scrittore Emilio Zola ad entrare in lizza contro il romanzo psicologico che era e resta l’onore della letteratura moderna, ma al quale la reazione naturalistica non fece affatto male.



  Scevola Mariotti, Honoré de Balzac. 1799-1850, in Honoré de Balzac, Le Napoléon du peuple … cit., pp. 5-13.

 

  Le romancier qui a porté dans son cerveau la société tout entière du temps de la Restauration, de Louis Philippe, de l’Empire, et celle de tous les temps et de tous les âges; qui a peint tous les hommes, depuis les pairs de France jusqu’aux forçats, devançant, avec Vautrin, le roman moderne et tous les Sherlock Holmes, Balzac est une sorte de voyant et de prophète.

  La vie de cet écrivain pantagruélique fut une poursuite de l’amour, une chasse à la fortune et aux millions. «Laisser un nom, disait-il, soit ! Mais laisser des millions, voilà la vérité!».

 

***

 

  Honoré de Balzac 1 naquit à Tours le 27 floréal an VII (20 mai 1799) 2. Sa mère Laure Sallambier était parisienne; son père, un languedocien, administrateur de l’Hospice général, s’était retiré avec une douzaine de mille francs de rente. C’était un personnage bien singulier. Il ne songeait qu’à prolonger la vie humaine: il voulait mourir centenaire, c’était son idée fixe, et, pour cela, il avait inventé un élixir de longue vie. Il se promenait dans les forêts et buvait la sève des chênes 3. Il publia des brochures sur la dépopulation, la criminalité, la réforme de la justice, l’éducation des jeunes filles. C’est à côté de cet esprit bizarre et fumeux que le jeune Balzac tenait le chimérique de son imagination, qu’il garda jusqu’à sa mort.

  Le petit Honoré fit ses premières études au collège des Oratoriens de Vendôme, où il resta de neuf à quinze ans. Là il lui arriva un petit incident qui fut comme un symbole de tout ce qui se passa par la suite dans sa vie: il avait quatorze ans, lorsque sa mère reçut du supérieur du collège une invitation à venir chercher d’urgence son fils: on lui dit qu’il était tombé dans une sorte de coma, d’hébétement dont il était absolument impossible de le tirer. En fait, quand elle aperçut son fils, elle fut stupéfaite. Il était complètement ahuri. Il expliqua plus tard ce qui s’était alors passé en lui et dit:

  — «J’ai eu une espèce de congestion d'idées».

  Cette congestion d’idées lui était venue, parce que, comme il était très mauvais élève, il était quotidiennement enfermé au cachot, et alors, pour se distraire, il y avait emporté tonte la bibliothèque du collège qu’il avait ainsi dévorée!

  Dans ce temps-là, il lisait trop; plus tard, il écrira trop! Mais tel fut le régime auquel il soumit toujours son incomparable et merveilleux cerveau 4.

 

***

 

  En 1814, le père de Balzac avait été nommé directeur des vivres de la première division militaire, à Paris, et ce fut dans cette ville que le jeune homme acheva ses études. On voulait faire de lui un grave notaire. II fit alors son droit et alla étudier la procédure chez un avoué, maître Guyonnet-Merville, et, après, dans l’étude d’un notaire, maître Passez. Le Palais de Justice est un des endroits où vient échouer toute la misère humaine. Au Palais, Balzac vit tout un côté de l’humanité: le monde grouillant et formidable des plaideurs, des affaires et des appétits déchaînés. Il pénétra dans les officines louches des prêteurs, où l’on vend des bijoux à crédit; il plongea chez l’agent d’affaires véreux, sordide, où toutes nos passions, nos amours, nos douleurs sont mis en formules sur des feuilles de papier timbré. Là, il apprit la vie en apprenant les misères et les intérêts humains et la bataille pour l’existence. Cela lui ôta tout goût pour le notariat; il ne garda que la science du droit, qu’il mit à profit dans César Birotteau.

 

***

 

  Balzac, qui avait déjà sa volonté, obtint de ses parents qu’on lui louât une toute petite mansarde, rue Lesdiguières, aux environs de l’Arsenal, pour être près d’une bibliothèque. Il voulait écrire. Ecrire! cela ne séduisait pas ses parents; mais il ne céda point.

  Dans sa cellule il se couchait à six heures, se relevait à minuit, prenait un café, travaillait douze heures de suite, la plume à la main, besognant à la façon d’un manœuvre. Et ainsi tous les jours, pendant de longs mois.

  Au bout de deux années, il arriva à Tours, chez ses parents, avec une valise toute chargée de manuscrits, parmi lesquels une magnifique tragédie intitulée Cromwell, comme Victor Hugo; il rassembla alors ses parents et les amis et leur fit la lecture de Cromwell. Ce fut un four épouvantable. Il s’en rendit compte et dit:

  – Le théâtre n’est, pas ma voie, je vais travailler au roman!

  Seulement, il avait tellement maigri, tellement dépéri dans sa mansarde, que le cœur maternel s’attendrit. On le garda, pendant six ans, en province, et là il put écrire des romans. Il en écrivit quarante, dont Sainte-Beuve nous a conservé quelques titres, mais que Balzac, les jugeant parfaitement, condamna et qu’il ne publia pas. Il écrivit ses romans soit par lui seul, soit en collaboration avec de Saint-Alme. En même temps il aidait Horace Raisson à composer une Histoire impartiale des Jésuites (1824) et le Code des honnêtes gens (1825).

  Il ne vivait que pour écrire; il était hanté, obsédé par l’idée de la gloire.

  Déjà à Paris, la grande ville rugissante, formidable, broyeuse d’hommes, l’avait pris. Dans ses promenades au Père-Lachaise, il l’avait vue s’étendre, frémissante a ses pieds. Là, du haut de la colline, où sont les tombes 5, bien souvent, comme Rastignac, il avait dû montrer le poing à la grande cité et lui dire:

  — A nous deux, Paris !

 

***

 

  Si Balzac, depuis son plus jeune âge out l’orgueil l’amour frénétique de la célébrité, il fut trop intelligent pour ne pas se rendre compte que, dans une société comme celle qu’il se réservait de peindre, le moyen le plus sûr de parvenir à la gloire était l’argent et par conséquent les affaires.

  Alors, les inventions les plus chimériques et les plus fantastiques traversèrent son cerveau. Il se fit éditeur; il eut l’idée de publier les classiques français en édition compacte, et il fit un Molière et un La Fontaine, en un volume; il n’en vendit pas vingt exemplaires, mais comme il en avait tiré beaucoup, il lui fallut louer une chambre pour mettre les livres invendus. L’édition ne lui ayant pas réussi, il se fit imprimeur et fondeur de caractères, rue des Marais-Saint-Germain 6. Alors il perdit ce qui lui restait d’argent, et même davantage 7. Il se débarrassa de son imprimerie, et, là où il avait échoué, son successeur fit fortune.

  A trente ans, Balzac se t[r]ouva ainsi être l’homme qui n’avait pas réussi dans les affaires, qui avait derrière lui une dette effroyable, mais qui, gardant le sentiment de l’honneur, se vit dans l’obligation de payer cette dette et qui ne trouva plus d’autre moyen d’y parvenir que d’écrire, alors qu’autour de lui, son entourage, ses amis, sa famille, ne croyaient pas encore à son talent.

  — Ah! disait-il un jour, si quelque Mécène généreux pouvait me dire: «Prenez, prisez dans ma caisse, j’ai foi en vous!» je serai sauvé!

  Il n’en fut rien de tout cela. Balzac ne fut grand que par son travail et sa plume, par son œuvre gigantesque et ses quatre-vingt-dix-sept volumes écrits en moins de vingt ans.

  «Un jour, dit-il à sa sœur 8, on saura que, si j’ai vécu de ma plume, il n’est jamais entré deux centimes dans ma bourse qui ne fussent durement et laborieusement gagnés».

  Dans cette lutte pour l’argent, il prit corps à corps la société dont il souffrit.

  – Je veux, dit-il, peindre le grand monstre moderne sous toutes ses faces. J’aurai porte une société tout entière dans ma tête. Autant vivre ainsi que de dire tous les jours: «Pique, atout, carreau, cœur».

  Et il riait dans sa misère.

 

***

 

  Cette misère du début fit de Balzac un poète de la jeunesse pauvre. Il souffrit comme ses héros, comme Rastignac, comme Bianchon, comme Rubempré, de la pauvreté; il connut comme eux les inquiétudes de savoir si l’on pourra payer, à la fin du mois, la pension où l’on mange à crédit. Mais il était gai encore.

  —Ton frère, écrivait-il à Mme de Surville, ton frère, destine à tant de célébrité, est déjà nourri absolument comme un grand homme, c’est-à-dire qu’il meurt de faim».

  Pour atteindre à la célébrité, il devint le romancier des affaires, le peintre de tous ceux qui eurent, comme lui, le même besoin d’argent. Mais quel formidable travail et quel labeur! Il mena tonte sa vie ce qu’il appelait «l’existence d’un lièvre poursuivi».

  « J’ai juré, écrivait-il à sa mère, d’avoir ma liberté, de ne devoir ni une page, ni un sou; et devrais-je crever comme un mousquet, j’irai courageusement jusqu’à la fin».

  Et il travailla avec fièvre, avec joie, passant ses jours et ses nuits devant son papier 9.

  En 1829, il fit paraitre le premier roman qu’il signa de son nom: Le Dernier Chouan ou la Bretagne en 1800.

  Depuis il donna coup sur coup un grand nombre de romans dont la réunion forma la Comédie Humaine.

  Le jour où Balzac eut l’idée d’enchainer tous ses personnages les uns aux autres, de relier tous ses romans comme une suite historique, il éprouva un moment d’ivresse. Ce fut en 1834, il venait d’écrire un de ses plus beaux livres, Le Médecin de campagne; il avait travaillé le matin rue Cassini; tout d’un coup, il eut une illumination, il sortit de chez lui, se précipita jusqu’au faubourg Poissonnière, où habitait sa sœur. Là il trouva Mme Surville et son beau-frère, et il leur dit:

  – Je suis tout simplement en train de devenir un homme de génie! 10

  La Comédie Humaine 11, c’est la peinture des époques sociales que Balzac a eues sous les yeux. Elle est née par le geste le plus spontané, le plus naturel qui puisse se trouver. On pourrait dire qu’elle a jailli de son âme comme un arbre de la terre. Les principaux romans de cette œuvre immense sont: Scènes de la vie privée: Gobseck (1830), La maison du Chat-qui-pelote (1830), La Femme de Trente ans (1831-1842), Le Colonel Chabert (1832).

  Scènes de la vie de province: Eugénie Grandet (1833), Le Lys dans la Vallée (1835), Les illusions perdues (sic) (1837-1843), Ursule Mirouet (1841), Un Ménage de garçon (1842).

  Scènes de la vie parisienne: Le Père Goriot (sic) (1834), Grandeur et décadence de César Birotteau (1837), La cousine Bette (1840), Le Cousin Pons (1847).

  Scènes de la vie politique: Une ténébreuse affaire (1841), Un épisode sous la terreur, Le deputé d’Arcis (1847).

  Scènes de la vie militaire: Les Chouans (1829), L’armée roulante, Le corsaire algérien (1830).[Le ultime due opere, comprese nel Catalogue del 1845, figurano tra quelle “qui restent à faire”].

  Scènes de la vie de campagne: Le Médecin de campagne (1833), Le Curé de village (1839-1846), Les Paysans (1844).

  Études philosophiques: La Recherche de l’Absolu (1834), La Peau de chagrin (1831), L’'Elixir de longue vie.

  Théâtre: Mercadet (1838), Vautrin (1840), Les Ressources de Quinola (1842), La Marâtre (1848)

  Ces volumes sont faits et refaits. jusqu’à dix et douze fois. Il envoyait à l’imprimerie son premier jet, puis sur le placard imprimé qu’on lui rapportait, en marge, il récrivait tout et refaisait son volume. C’étaient, des ratures, des fusées, des renvois, des dessins et aussi des taches rondes, des traces brunes de la tasse de café que Balzac, passant ses nuits, posait sur ces feuilles tout en écrivant 12.

  En travaillant de la sorte, Balzac a créé une humanité complète, ayant tous ses types, tous ses rouages, toutes ses institutions, qui n’est pas toujours exactement accommodée sur le modèle de la réalité, mais qui prend elle-même le caractère, le relief, la vie de la réalité, parce qu’elle se suffit à elle seule comme un organisme complet.

  Dans La Comédie Humaine, Balzac a peint la bourgeoisie qui se pousse par l’argent. Il a été, sous tous ses aspects et à tous les moments, le peintre de ces efforts pour parvenir, le peintre de cette bourgeoisie faisant son chemin par tous les moyens, et, là-dessus, il n’a pas lésine sur les bassesses, sur les scélératesses, il a peint tout ce qu’il a vu avec franchise, avec loyauté, et aussi tout ce qu’il a imaginé 13.

  Ses personnages, pour lui, ne sont pas des héros de romans; il les a rencontrés, il les a connus, il a vécu avec eux dans l’atmosphère même de leur vie. Il a mangé avec Rastignac à la pension Wauquer (sic), près du Panthéon, il l’a suivi dans les journaux, dans les salons; Bianchon, le médecin de ses romans, il l’a connu très jeune, étudiant à l’hôpital Cochin, puis célèbre. Il l’a créé. Donc, pour lui, il existe et il a foi en lui. Ainsi rien de plus douloureux que l’anecdote racontée par le docteur Nacquart: l’appel désespéré de Balzac mourant à un héros de ses livres.

  Le docteur Nacquart est à son chevet, Balzac se relève sur son oreiller et lui dit:

  — « Docteur, je suis malade, bien malade! Appelez Bianchon!» Bianchon! le médecin que Balzac a créé.

  Bianchon! celui qui a connu Vautrin, le Père Goriot, Rastignac étudiant, toutes ces figures qui passent et repassent devant les yeux du romancier mourant!

  — « Ah! Bianchon ne vient pas, docteur ! Alors, je suis perdu ! Bianchon seul pourrait me sauver!».

 

***

  Balzac, dans sa vie, poursuivait la chimère. Il vivait avec cotte puissance et cette intensité hors de la mesure humaine, qu’à symbolisées le ciseau de Rodin.

  Depuis quatorze ans il aimait la comtesse Ève de Hanska, une Polonaise, arrière-petite cousine de Marie Leckzinska.

  Il voulait, lui aussi, sa part, de bonheur en ce monde, car il aimait la vie avec âpreté, il la respirait de tous ses pores et s’en grisait. Il chercha la fortune sans la trouver; il chercha l’amour et ne le trouva guère. Marié en mars 1789 (sic), le 18 août 1850, il mourait. Il mourait, comme dit Léon Gozlan, de cent volumes, il mourait de cette vie de bête traquée, du poids de la dette, de sa tâche quotidienne, de ses jours sans repos, de ses nuits sans sommeil, de ses abus de café, de sa chasse incessante à la fortune et à la chimère. Il mourait aussi de son amour, de son pauvre cœur torturé, pendant quatorze ans, d’espérances et de rêves 14.

 

***

 

  Mais quel est le vrai Balzac ? Le bohême gouailleur et débraillé mystificateur parfois cynique, dont Gozlan n’hésitait pas à affirmer qu’il «avait besoin de laisser croire qu’il avait des dettes, beaucoup de dettes, immensément de dettes», parce qu’elles étaient aussi célèbres que ses œuvres? Ou bien est-ce l’hôte déconcertant que George Sand observait attentivement à Nohant pour conclure: «Balzac ne dépense en paroles que de la folie. Il jette là son trop-plein et garde sa sagesse profonde pour son œuvre» ? Théophile Gautier, après avoir considéré ses yeux de souverain, de voyant, de dompteur, déclarait: «C’est un homme pour qui le monde extérieur n’existe pas.». «Je ne suis plus un frère, un fils, un ami, disait Balzac quand il prenait la plume, je suis un cerveau; il faut que les autres existences concourent à la mienne»15.

  Balzac, à lui seul, est un monde. Chez lui, tout est curieux, varié, puissant, émouvant. Il est écrivain, philosophe, médecin, savant, physicien, chimiste, occultiste, juriste, politicien, sociologue, car en lui il a tout, comme dans la mer, source de vie. Il est attirant et insondable comme les océans.

  De ses deux mille personnages, dont chacun est un nouvel être ajouté à l’état civil, il fait un monde véritable, et, suivant son expression, «une société tout entière»16.

  L’édifice que ce chevaucheur de chimères a construit s’il ne lui a pas été donne de l’achever, s’il renferme, comme l’ancien Louvre, des espaces vides, et, dans l’ombre même du palais, une dizaine de maisons à façades ruinées, cet édifice n’en demeure pas moins l’œuvre la plus considérable, le monument le plus extraordinaire du XIXe siècle 17.

  Dans une lettre adressée au journal «La Presse» 18, Balzac rappelait la belle expression de Victor Hugo sur «les dix ou douze maréchaux de France littéraires. Il n’avait pas caché qu’il croyait être l’un de ces dix ou douze maréchaux de son temps. Cela est juste. Nous voyons en lui, comme l’a fait Paul Bourget, «notre Napoléon littéraire».

  «L’édifice qu’il a bâti, écrit Théophile Gautier, s’élève à mesure qu’on s’éloigne, comme la cathédrale d’une ville que masquaient les maisons voisines. Le monument n’est, pas achevé; mais tel qu’il est, il effraye par son énormité; et les générations surprises se demanderont quel est le géant qui a soulevé seul ces blocs formidables, et monté si haut cette Babel qui bourdonne toute une société».

  En effet, ce fut un géant.

  Barbey d’Aurevilly disait de lui:

  — Je le contemplais comme les Alpes.

  Ce grand génie, qui est devenu, avec Shakespeare et Molière, suivant l’expression même de Taine, l’un des plus grands magasins de documents humains, rayonne sur son siècle: comme Napoléon 19 lui aussi a fait son épopée, l’épopée du monde moderne, qui n’est que la curée des appétits déchaînés!

 

  Note. [La numerazione è nostra].

 

  1. La famille de Balzac était originaire du hameau de Nougaïrié, dans le Tarn. Elle se composait d’humbles roturiers du nom de Balssa. Le père d’Honoré fut le premier à signer Balzac.

  2. C’était le jour de la fête de saint Honoré.

  3. Balzac père voulait supprimer la rage et ne trouva rien de mieux que de demander la suppression de tous les chiens!

  4. Au collège Balzac fut un très mauvais élève, mais il commença à écrire. Il composa alors un Traité de la volonté, qu’un professeur, qui n’aimait pas la littérature, déchira et brûla.

  5. Balzac aimait les cimetières où il faisait, disait-il, des études de douleur.

  6. C’est aujourd’hui la rue Visconti.

  7. «L’imprimerie ma pris tant de capital quil faut qu’elle me le rende». Balzac.

  8. Laure de Balzac, dame Surville (1800-1871), femme de lettres, auteur d’une notice sur son frère: Balzac, sa vie et ses œuvres d’après sa correspondance (1858) et de contes et nouvelles pour les enfants: Le compagnon du foyer, La fée des mages, etc.

  9. Or, ce que j’appelle travailler c’est quelque chose qu’il faut voir et qu’aucune prose ne peut dépeindre; car, depuis un mois, ce que j’ai fait aurait mis sur les dents un homme bien organisé. J’ai corrigé les treizième et quatorzième volumes de La Comédie Humaine ..., j’ai fini Béatrix, j’ai fait et corrigé des articles pour Le Diable de Paris et j’ai noué des affaires!

  Tout cela n’est rien, ce n’est pas travailler. Travailler, chère comtesse c’est me lever tous les soirs à minuit, écrire jusqu’à huit heures, déjeuner en un quart d’heure, travailler jusqu’à cinq heures, dîner, me recoucher et recommencer le lendemain. Et de ce travail, il sort cinq volumes en quarante jours». Lettre de Balzac à Mme de Hanska.

  10. Voici ce qu’il écrivait à Mme Hanska, le 5 février 1844: «En somme, voici le jeu que je joue: quatre hommes auront eu, en ce demi-siècle, une influence immense: Napoléon, Cuvier, O’ Connel (sic); je voudrais être le quatrième. Le premier a vécu du sang de l’Europe, il s’est inoculé des armées; le second a épousé le globe; le troisième s’est incarné un peuple; moi, j’aurai porté une société tout entière dans ma tête. (Correspondance, t. II, p. 64).

  11. «Je crois tout bonnement qu’en donnant à son œuvre ce titre de la Comédie Humaine, Balzac a pris le mot au gens tout simple où l’avait pris Musset:


«Toujours mêmes acteurs et même comédie;

Et quoi qu’ait inventé l’humaine hypocrisie,

Rien de vrai là-dessous que le squelette humain».

 

  C’est encore le sens où le prendra Vigny, dans sa Maison du Berger:

 

«Je n’entends ni vos cris. ni vos soupirs, à peine

Je sens passer sur moi la comédie humaine,

Qui cherche en vain au ciel ses muets spectateurs».

 

Brunetière.

 

  12.  Il y avait dans les imprimeries une plaisanterie courante: — «J’ai fait mon heure de Balzac, disait le prote; maintenant, qui prend la copie? J’en ai assez, je n’en peux plus!».

  13. Auprès de ses contemporains, Balzac faisait figure plutôt de démolisseur et de révolutionnaire que de conservateur; si on lui accorda quelque estime, ce fut comme romantique. Certains même affirmèrent, comme Gautier, «que Balzac, revendiqué pour maître par l’école réaliste, n’avait avec elle aucun rapport de tendances». Romantique, certes il l’est comme il est aussi réaliste, et comme il est, avant que le mot et la chose soient définis, naturaliste.

  14. «L’uomo che aveva lottato e sofferto durante quasi tutta la sua esistenza, che aveva sprecato gran parte delle sue meravigliose energie correndo dietro a fantasmi di progetti e di imprese industriali ch’egli non raggiungeva mai, doveva spegnersi tra il lusso e gli splendori della ricchezza da lui tanto agognata e da così poco tempo raggiunta. La sua vita potrebbe rassomigliarsi ad uno di quei giorni torbidi di tempesta che si chiudono, quasi per miracolo, nella rosea luce di un magnifico tramonto improvviso», Scipio Sighele.

  15. René Bouvier, Balzac, homme d’affaires.

  16. Lettre à Mme Hanska, du 5 février 1844.

  17. «L’opera del Balzac è un’opera di vita; sorge dall’humus sociale, tutta e intera, e vi resta con le radici profonde, in perpetua fioritura», Vincenzo Morello.

  18. Lettre du 18 août 1839.

  19. Dans la petite maison de Passy, rue Basse (aujourd’hui Musée Balzac, 47, rue Raynouard), Balzac écrivit sous le buste de Napoléon cette fière devise: «Achever par la plume ce qu’il a commencé per (sic) l’épée».

 

 

  Mario Missiroli, Calendario, «Il Messaggero di Roma», Roma, Anno 71, N. 121, 1 Maggio 1949, p. 3.

 

  Il bell’articolo di Bruno Romani su Balzac, di cui ricorre il cento e cinquantesimo anniversario della nascita, pubblicato su queste colonne [cfr. B. Romani, Gli squisiti caffè di Balzac [...] riprodotto successivamente], ha sorvolato sugli amori del grande romanziere con la signora Hanska. Gli ottimisti che parlano delle donne ispiratrici del genio, leggano i due volumi della «Corrispondenza» di Balzac e avranno una pallida idea dei tormenti che per diciassette anni consecutivi quella piccola donna inflisse a quell’uomo così candido e buono. Egli lavora dodici ore al giorno rovinandosi la salute all’unico scopo di pagare i debiti e crearle una casa ed essa lo accusa di essere un ozioso dedito al giuoco; crea il più grande dei capolavori della moderna letteratura ed essa gli rimprovera di non far parte dell’Accademia; le scrive delle lunghe lettere riboccanti di amore e di dolore ed essa gli risponde di rado con due righe; le dedica quanto di meglio esce dal suo cuore e dal suo cervello ed essa preferisce i romanzi d’appendice. Gli promette di sposarlo e ricorre a tutti i pretesti per venir meno alla parola data; gli vieta per molto tempo di raggiungerla in Russia e glielo permette solo quando infuria il colera, nella speranza che la paura del terribile morbo lo trattenga; egli implora un matrimonio che consacri finalmente una devozione durata diciassette anni ed essa acconsente solo quando lo sa colpito a morte per cinque bronchiti abbattutesi una dopo l’altra sul petto del titano Questa la storia di Balzac, il romanzo del romanziere.

 

 

  Mario Missiroli, Calendario, «Il Messaggero di Roma», Roma, Anno 71, N. 162, 12 Giugno 1949, p. 3.

 

  Contrariamente a quel che pensano i più, Napoleone non fu mai «popolare» nel senso che si suole attribuire a questa parola. Si veda la prefazione del Michelet all’ultimo volume della sua Storia della Rivoluzione. Ma chi voglia avere un’idea di ciò che fu il Napoleone della leggenda si affidi a Balzac e legga quel meraviglioso capitolo intitolato Le Napoléon du peuple, che è il terzo di un romanzo pubblicato più di cento anni fa: Le médecin de campagne. Nessuno storico riuscirà mai a ricostruire la leggenda napoleonica con la potenza e la intensità con le quali Balzac riferisce il racconto di Goguelat, il mutilato della Beresina. Pochi periodi bastano a dare una idea di quello che fu lo stato d’animo popolare durante la Restaurazione. «Les rois, qu’étaient habitués aux douceurs de leur trônes, se font naturellement tirer l’oreille; et alors, en avant, nous autres. Nous marchons, nous allons, et le tremblement recommence avec une solidité générale ... Aussi nous mourions tous sans rien dire, parce qu’on avait le plaisir de voir l’empereur faire ça sur les géographies. (Là, le fantassin décrivit lestement un rond avec son pied sur l’aire de la grange). Et il disait: «Ça ce sera un royaume!» et c’était un royaume. Quel bon temps!».

 

 

  Eugenio Montale, Il vento è mutato, «Corriere della Sera», Milano, Anno 74, N. 306, 30 dicembre 1949, p. 3.

 

  Manca in Svevo l’elegia, la musica proustiana, manca al suo romanzare il sostegno di un’alta tradizione letteraria. O è un’altra tradizione che lo soccorre, quella di Balzac e degli scrittori di cose, tradizione ch’egli ha raccolto e spontaneamente fatta nostra.

 

 

  Ferdinando Neri, Tenebroso affare (Un) [Une ténébreuse affaire], in AA.VV., Dizionario letterario Bompiani … cit., Volume Settimo, p. 367.

 

  Romanzo di Honoré de Balzac (1799-1850), pubblicato nel 1841, accolto poi nella Commedia umana – «Scene della vita politica»; prende lo spunto da un fatto storico, il ratto del senatore Clément de Ris, a cui corrisponde il personaggio di Malin (conte di Gondreville). Malin che conosceva il segreto di una congiura ordita da Fouché al tempo della battaglia di Marengo, viene sequestrato, per ordine dal ministro, da agenti mascherati che dovevano perquisire la sua villa e impadronirsi di certe carte. Del ratto sono accusati i nobili legittimisti delle famiglie Simeuse e Hauteserre e il fattore Michu, devoto alla sua padrona, Lorenza (Laurence) de Cinq-Cygne. All’intrigo politico, inasprito dal risentimento di Corentin, l’agente di Fouché, contro la signorina di Cinq-Cygne, si alterna l’elemento passionale, poiché Laurence è amata dai suoi due cugini Simeuse e da Adrien de Hauteserre (e quest’ultimo diverrà poi suo marito). Con ardita fierezza, Laurence raggiunge il campo di Jena, e alla vigilia della battaglia ottiene da Napoleone la grazia per i suoi cugini; rimarrà vittima innocente il fedele Michu. Il romanzo, costrutto con grande maestria intorno a un mistero poliziesco che si chiarisce soltanto alla fine in una conversazione che si svolge, molti anni dopo, nel salotto della principessa di Cadignan, è tipica creazione del Balzac narratore. Ma, oltre all’interesse del racconto, il libro si avvalora per la creazione del carattere di Lorenza, tutta vibrante di orgoglio e, insieme di una pura e alla passione.

 

  Mille volte mi à stupito che la gloria di Balzac derivasse dall’esser considerato un osservatore: mi era sempre sembrato che il suo merito principale fosse d’essere visionario, e visionario appassionato. Tutti i suoi personaggi sono dotati dell’ardore di vita da cui egli stesso era animato. Tutte le sue invenzioni sono così fortemente colorite come i sogni. (Baudelaire).

 

 

  Joseph Newman, Testimonianza diretta sulla vita dell’U.R.S.S. Il diritto di veto sui matrimoni stranieri, «Corriere d’informazione», Milano, Anno V, N. 275, 22-23 novembre 1949, p. 1.

 

  Esattamente 100 anni fa Honoré de Balzac, lanciò un appello allo zar Nicola I perché gli permettesse di sposare e portare con sè la signora Hanska, suddita polacca. Lo zar respinse l’appello. Il motto francese «plus ça change, plus c’est la même chose» può venire spesso applicato alle cose russe.

 

 

  Alfredo Niceforo, Pessimismo psicologico e pessimismo sociologico. In omaggio a H. de Balzac nell’imminente centenario della morte (1850-1950), «Gazzetta sanitaria», Milano, Anno XX, N. 6-7, Giugno-Luglio 1949, pp. 250-253; 1 ill. [Honoré de Balzac. Daguerréotype (Collection Nadar)].

 

  Qualche pagina di un’opera di imminente pubblicazione, consacrata alla psicologia dell’Io profondo, trattando il tema: pessimismo psicologico e pessimismo sociologico, ricorda (da un lato) gli aforismi — raccolti nei più vari campi e sotto i più vari orizzonti — che furono pronunziati a proposito della « innata » colpa che oscurerebbe il fondo dell’anima umana mentre (d’altro canto) rammenta i diversi sistemi, scientifici o no, presentanti la Società umana, con le sue crudeli strutture e le sue sempre barbare attività (nascoste sotto il più o meno brillante tatuaggio dell’incivilimento), come orrendo campo di battaglia ... da cui, una visione pessimista della vita sociale. Il primo modo di vedere è da chiamarsi: pessimismo psicologico, mentre al secondo conviene l’indicazione di pessimismo sociologico. Espressivo rappresentante di quest’ultimo è Honoré de Balzac il quale, iniziatore del realismo nell’arte narrativa e nella descrizione dell’umana Società, traccia appunto, nella Commedia umana [il corsivo è nostro] un continuo sceneggiare di ben tristi vicende della vita sociale. Se ne dovrà parlare di proposito tra qualche tempo quando da ogni parte si faranno innanzi pubblicazioni di ordine vario celebranti il centenario della morte di quel grande: ve ne sarà anche, tra esse, una che in particolare si riferirà al pessimismo sociologico balzacchiano?

  Per il momento torniamo ai due pessimismi, ma in special modo trattenendoci — in omaggio al centenario di cui sopra — su quello («sociologico») della Commedia umana. Una parola soltanto, tuttavia, sull’altro pessimismo («psicologico»).

 

* * *

 

  L’uomo nasce cattivo ... e non ne guarisce mai. Così afferma il pessimismo psicologico, di assai antica data : corda filiorum hominum implentur malitia et contemptu; e via via procedendo verso i tempi nostri si odono risuonare voci del medesimo genere, da quelle che insegnano, con le Massime di La Rochefoucauld, essere l’egoismo il segreto (sempre vigile e insaziabile) motore dell’umana condotta, a quelle schopenhaueriane e leopardiane che tutti conosciamo a memoria ... e che tutti ripetiamo, a titolo di consolazione, nei tristi momenti e nelle spiacevoli vicende della nostra vita allorché l’amato prossimo ci colpisce — sempre leale — alle spalle. Assicurano queste ultime (le leopardiane) che gli incomparabili vizi e misfatti degli uomini di oggi superano per numero e per tristezza quelli dell’epoca antidiluviana; tra le altre (quelle dovute a Schopenhauer) si legge, niente di meno, essere tale l’egoismo dell’uomo che se questi mancasse di grasso per lucidare le proprie scarpe, non esiterebbe a scannare il prossimo per procurarsi tale mistura. Del che, sta detto di passaggio, abbiamo avuto esempi in tempi non lontani. Ma ... non penetriamo troppo in fondo e volgiamoci piuttosto a quel pessimismo «sociologico» di cui volevamo discorrere, sia pure con breve cenno e anticipando su ciò che sarà detto altrove.

 

***

 

  Non fermiamoci sulle vedute, di carattere scientifico, di un pessimismo «sociologico» quale — ad esempio — risulta da tutta la sociologia di Ludovico Gumplowicz o da moderni frammenti sociologici. Ma veniamo alla Commedia umana. Un realista come Balzac poteva non essere pessimista nel contemplare e descrivere la vita sociale? Si veda, infatti.

  In primo luogo, quale moneta ha maggior valore, nel tumultuoso mercato della vita sociale: l’onestà o la disonestà? In altri termini, la «carriera» si fa meglio e più rapidamente per mezzo di carte false o giocando a viso aperto? La Commedia propende per le carte false ed è scintillante di tali dimostrazioni. Monsieur Minard giunge ad essere grande e ricco commerciante di droghe coloniali, sindaco del suo quartiere, giudice al tribunale di commercio, persona «onoratissima» e «rispettabilissima» essendo partito modestamente, nella sua carriera, col vendere e spacciare cioccolata falsificata e foglie di thè già bollite e strabollite. Philippe Bridau, ladro e assassino, finisce l’onorevole carriera sua come colonnello del più bel reggimento della guardia reale oltre che conte di Brambourg! E poi, passando dal profano al sacro, come finisce quell’abate Troubert, anima a doppio fondo, abilissimo nel carpire testamenti? Nullameno che vescovo. Per contro, quante persone dabbene cadono nella miseria, nella disperazione e nel nulla! Tale la sorte dell’ingenuo e ingannato abate Birotteau. E qual carriera più invidiabile e più fortunata di quella del finanziere Du Tillet il quale prende le mosse scassinando il cassetto del principale (quello che è mio è mio, quello che è tuo è mio) e che arriva poi, dopo qualche anno, a collocarsi tra i più grandi manipolatori di denaro della capitale e del regno di Francia, assai ben visto e rispettato ovunque il guardo si giri? D’altra parte, anche il venditore e rivenditore di quadri pseudo-antichi — Magus — di frode in frode raccoglie milioni; più brillante ancora la carriera dell’antico rivendugliuolo Rémonencq il quale, venuto su dagli stracci, si fa strada a poco a poco nel guazzabuglio dei rigattieri e giunge sapientemente a spogliare del suo il povero e onesto Sylvain Pons. Curiosa, e forse esatta osservazione sulle «carriere» e sul trionfo nella vita, fa Balzac quando scrive che nel mondo dei letterati e analoghi (e di ciò Balzac ne sapeva qualcosa) «ciascuno è nemico di chiunque cerchi innalzarsi; non si ha simpatia che per i propri inferiori per modo che si trovano decuplicate le probabilità di successo degli uomini mediocri: costoro, infatti, non destano invidia o sospetto; fanno il cammino loro a modo di talpa e per quanto deficienti di mente pervengono a ben collocarsi quando ancora uomini di talento si battono tra loro alle porte dell’edificio in cui tentano entrare cercando impedirsene — a vicenda — l’ingresso».

 

* * *

  In secondo luogo si rammenti come una intera, o quasi intera, visione pessimista della vita sociale possa ben risultare dagli aforismi che a ogni passo si fanno sentire, con tagliente incidenza, nella Commedia umana. Che cosa è mai questa pesante vita che trasciniamo sulla terra? E l’aforismo risponde: «Una vita che trascorriamo su una terra disseminata di abissi, calpestata da pazzi e misurata dai cu curiosi della scienza». Che cosa vede chi sa ben guardare la folla degli uomini che si muovono nell’agitarsi della vita sociale? «Sono tra essi quelli che ciecamente inseguono la speranza in sin sulle sabbie mobili e nemiche in cui questa li trascina, e quelli che faticosamente si innalzano verso i più alti picchi per isolarsi, e quelli ancora che si ostinano a persister nella lotta pur sanguinando da ogni ferita e vedendo cadere intorno a sé a una a una ogni illusione». Che cosa è mai la proclamazione di nobili diritti e la ricerca di giuste libertà da parte di questo o quel gruppo sociale? «Ogni associazione di uomini si forma proclamando come scopo il raggiungimento di una superiore ed universale idealità, ma ogni componente di quelle associazioni, rientrando in casa propria dopo aver preso parte a una rumorosa riunione in cui furono espressi i più nobili sentimenti nelle più sfavillanti forme, escogita il modo di servirsi di quei collettivi sentimenti come di un trampolino da cui spiccherà il salto per raggiungere i suoi egoistici scopi». Qui, come si vede, pessimismo psicologico e pessimismo sociologico mescolano i loro bagliori e le loro ombre. E si potrebbe continuare con altri aforismi del genere, vere fialette di veleno ... con la speranza, tuttavia, che altri sappia trovare qualche contravveleno.

 

* * *

  In terzo luogo si scorrano — attraverso la Commedia umana — i vari «credo» profferiti e proclamati dai personaggi messi in scena; vari «credo» che esprimono in sintesi che cosa sia, in ultima analisi, vita sociale e quale la condotta da seguire lungo il viaggio che stiamo tutti conducendo quaggiù. Appaiono tutti -— quei «credo» — sotto i più neri veli del pessimismo tanto psicologico quanto sociologico. È vero che il «credo», affidato dalla contessa de Morsauf al suo giovane protetto quando costui lascia la provincia per l’inferno parigino, è un credo ottimista (la giustizia è sempre trionfante, l’uomo onesto conquista sempre la vittoria, ecce ecc.), ma è pur vero che nella realtà quelle credenze non mantengono affatto la loro promessa; e proprio in quel «credo» si trova l’avvertenza indicante che «in questo mondo molti soccombono e vanno a fondo in ragione delle loro buone qualità morali, mentre altri trionfano a motivo della loro malvagità». E si aggiunge che la Società può essere concepita come una sala da giuoco in cui intorno al tappeto verde si affollano i giuocatori, anche giuocando con carte false ... Il quale giuoco può prender fine, tanto con la conquista di un milione, quanto con una condanna all’ergastolo. Ma vero e proprio «credo» pessimista è dato, per quanto in forma odiosa e più che realista, dalle affermazioni dell’ex forzato Vautrin e da quelle dello scaltrissimo finanziere Gobsek (sic). Le affermazioni del primo — nel discorso a Rastignac — anche sotto la forma dei più urtanti paradossi sono in molte parti un vero decalco della triste realtà e presentano la vita sociale non certo quale noi desidereremmo che essa fosse ma, purtroppo, quale è. Gli insegnamenti del secondo, ironici, freddi, taglienti, esposti al giovane intimidito che va a chiedere consiglio, espongono agghiaccianti teorie. Come mai può esistere – insinua quell’arido personaggio – une legge morale e sociale, dal momento che i principî morali cambiano da latitudine a latitudine sicché ciò che l’Europa ammira, l’Asia condanna? Non vedete che nulla quaggiù e stabile e che sol esistono convenzioni da modificarsi secondo l’occasione e l’ambiente? ... Il cinico «credo» aggiunge essere il solo vero sentimento in noi riposto dalla Natura, quello della conservazione, sentimento che diventa, nelle nostre Società, interesse personale da soddisfarsi essenzialmente per mezzo del denaro. E così di seguito.

  Vi è da domandarsi, in verità, se le sopra dette pitture della vita sociale corrispondano davvero alla realtà della vita stessa e come mai Balzac, che per temperamento e costituzione era un esuberante, un entusiasta e fondamentalmente un ottimista, abbia visto attraverso tanti veli neri la vita che lo circondava ... Ma si tratta di temi che saranno illustrati in altro luogo.

 

 

  Alfredo Niceforo, L’«Io» profondo e le sue maschere. Psicologia oscura degli individui e dei gruppi sociali, Milano, Fratelli Bocca Editori, 1949 («Biblioteca di scienze moderne», N. 137).

 

Parte prima.

L’”Io” allo specchio. Autogiustificazioni e autocontemplazioni.

 

Capitolo secondo.

Autogiuastificazioni – I dialoghi dell’«Io» con sé stesso.

 

4. Anzi ... rubare non è rubare.

 

  p. 24. Ragionamento e autogiustificazione di medesimo genere si trovano nelle moderne pagine in cui si narra che cosa dica a sè stesso il losco personaggio balzacchiano Philippe Bridau quando dal pagliericcio di una povera vecchia sottrae le poche monete d’oro che vi erano ascose: «Il denaro non è fatto per rimanere in un pagliericcio, c’est de l’argent perdu; quel denaro è più utile a me che alla vecchia la quale, davvero, non sa che farsi di esso, je l’emploierais si bien!» (Un ménage de garçon, pag. 77 dell’edizione non illustrata del centenario). L’autore della Commedia umana, che tanto saggiamente faceva parlare Bridau, conosceva a fondo l’animo di quei personaggi industriosi che con lauta pessimistica crudezza egli metteva sulla scena: quando parla di Gaubertin, amministratore ladro della grande proprietà terriera del conte di Montcornet, egli ci dice che costui. pur ladroneggiando, si credeva onestissima persona ... «il che di frequente avviene – continua Balzac con precisa verità — in quasi tutte quelle professioni in cui ci si impadronisce dell’avere altrui con mezzi non previsti dal Codice» (Les paysans, ed. ill. 1900, pag. 134). Anzi, quel Gaubertin è riuscito a convincere se medesimo che, in ultima analisi, il beneficiato da quelle sue manomissioni, più che lui stesso, era addirittura il derubato e cioè il proprietario! Altissima filosofia che fa pensare al sovrano ragionamento fatto dalla serva o dalla cuoca al momento di comperare — al mercato — e di far pagare alla padrona un tanto per cento in più della spesa effettiva (è sempre Balzac che scrive e narra): «Se la padrona stessa avesse comprato e fatto la spesa, avrebbe pagato ancor di più; per conseguenza, facendo come io faccio, non solo non reco danno a lei, ma le procaccio un guadagno» (pag. 134 dello stesso romanzo). Personaggi da romanzo? No, personaggi della vita.

 

Parte seconda.

L’”Io” a più piani.

Capitolo terzo.

Un’oscura pagina di psicologia: fiori del male.

6. Il primo impulso.

 

  pp. 162-163. Di questi «primi impulsi», con assai minore fantasticheria fiabesca ma con acutissima penetrazione realistica, aveva dato più volte saggio Honoré de Balzac nello scendere nellintimo fondo psichico dei suoi personaggi. Nel suo Etude de femme, l’autore della Commedia umana presenta la deliziosa, dolce, onestissima e purissima Clementine, sposa modello: una lettera d’amore a lei diretta per equivoco è nelle sue mani; rimane indifferente la virtuosissima, ma appena viene essa a scoprire che quelle pagine ad altra donna effettivamente erano state dirette, internamente si rammarica! Primo impulso, al contatto con la realtà, che rimarrà sepolto nelle tenebre, ma che pur in quelle tenebre si era sprigionato. Avrà cura, quella virtuosissima, di non manifestarlo ad alcuno ... e nemmeno a sé stessa. Meglio ancora, ascoltate che cosa accada – con la fugace velocità di un lampo che subito dispare – nell’intimo del buon abate Birotteau, così come si narra nel romanzo balzachiano Le curé de Tours. Quel buon abate era uomo di cuore eccellente, candido e ingenuo — anche troppo — ma intanto, di tempo in tempo, quale segreto e quasi inconscio sentire veniva a sorgergli nel fondo dell’animo? Il vecchio amico di lui abate Chapeloud, come doveva essere felice e tranquillo nella pace della sua abitazione, accanto alla chiesa affacciata sul giardino silenzioso, con i suoi mobili severi e, soprattutto, con la sua ricca biblioteca! Non aveva costui promesso di cedere a lui, in caso di morte, quell’appartamento, e non avrebbe forse legato a lui – abate Birotteau – ogni altro suo bene, compresa la ricca biblioteca, quando a Colui che tutto regge, sarebbe piaciuto di chiamarlo a sè? Ecco un giorno il vecchio Chapeloud cadere in malattia ed ecco il buon abate Birotteau recarsi ogni dì a portargli il soccorso della sua amicizia; soccorso ripieno di sincerità «ma all’aver notizia della malattia dell’amico e nel recarsi a far visita a costui, sentiva egli venir su, suo malgrado, dal fondo del proprio essere, indistinti pensieri diversi di cui però la più sintetica e semplice forma pareva suonasse: «Si Chapeloud mourait, je pourrais avoir son logement» (Le curé de Tours, p. 211 ed. 1882). Il buon uomo sentiva bene che siffatto desiderio costituiva peccato e a cagione di ciò si costringeva — come dice Balzac – per contrizione, a mostrarsi e ad essere di fatto il più possibile soccorrevole e devoto ammalato (id id.). Il sottile coltello anatomico di Balzac psicologo non si arresta e continua a scendere, così vivisezionando, quando si aggiunge che, una volta trapassato l’amico, ricevuta effettivamente l’ambita eredità, «tale possesso addolcisce assai nel cuore di Birotteau il dolore prodotto da quella morte» pur continuando Birotteau a piangere lo scomparso. Ma lo avrebbe resuscitato se ciò gli fosse stato possibile? Il nostro spietato psicologo dice di no ... nonostante l’eccellente cuore e la devota e soccorrevole amicizia. Forse, il non guaribile pessimismo balzachiano andava, nella sua investigazione anatomica, oltre il segno.

 

9. Pessimismo psicologico e pessimismo sociologico.

 

  pp. 169-171. Del quale pessimismo sociologico vi sarebbe da fare assai colorita esposizione ricordando, da un lato, le più o meno moderne interpetrazioni unitarie che — ispirate a tale pessimismo — ebbero a farsi della vita sociale per opera di eminenti sociologi, cd esponendo, d’altro canto, le descrizioni artistiche e letterarie di una vita sociale quale fu vista da artisti, sempre nel senso sopra detto, crudi osservatori della vita reale. Chi volesse fermarsi, almeno per il momento, su questa seconda categoria di osservatori potrebbe richiamare le non mortali pagine d’un grande realista: Honoré de Balzac. Non fu forse costui il fondatore, o quasi, della letteratura narrativa realista, e spietatamente verista? Ora, vedere la vita sociale fatta di brutture, non è forse vederla quale è, realisticamente, e non attraverso una sognante visione ottimista? Se vuoi raccogliere ricchezze e onori nelle fortunose vicende della vita, hai da avere animo tristo e senza scrupoli, insegnano le più brillanti carriere degli eroi descritti nella Commedia umana; Monsieur Minard giunge ad essere grande e ricco commerciante e sindaco del suo quartiere parigino ecc. ecc. essendo partito nella sua carriera col vendere e spacciare cioccolata falsificata (Les petits bourgeois); Rastignac che in gioventù attinge denaro dalla borsa della sua ricca amante, finisce sotto-segretario di Stato (Le père Goriot e romanzi seguenti); Philippe Bridau, ladro, assassino, finisce l’onorevole carriera sua con l’ottenere uno dei più alti gradi della guardia reale o repubblicana che fosse (Un ménage de garçon); l’abate Troubert. anima a doppio fondo e maneggiatore di testamenti, finisce con il conquistare altissima carica (Le curé de Tours); il banchiere Du Tillet, re delle banche parigine, ha iniziato il suo cammino scassinando il cassetto del principale (César Birotteau). Anche il losco antiquario Magus diventa, grazie alle sue mille arti, più che milionario (La «vendetta» e altri romanzi) proprio come l’astuto ladro Remonencq, venuto su dagli stracci, e diventato poi ricchissimo (Le cousin Pons). E che dire di quell’altro sovrano delle banche parigine, Taillefer che da giovane uccide per rubare lasciando poi accusare del suo proprio delitto l’amico e che poi raggiunge i più alti fastigi della vita sociale? (L’auberge rouge).

  In verità, non è proprio detto che tutti i trionfatori nella vita, figuranti nella Commedia umana, abbiano preso le mosse dal furto e dall’assassinio ... ma sta di fatto che gentiluomini di tal fatta hanno dinanzi a sè — in quella Commedia — la via del successo. Ma pur si mostrano, in quella stessa Commedia, altre qualità più che utili per «arrivare». Anche i mediocri hanno probabilità di ascesa, poiché non recano fastidio e possono penetrare nel tempio della Fortuna mentre virtuosi di primo ordine rimangono in anticamera (Une fille d’Eve); il mediocrissimo pittore Pierre Grassou finisce con l’ottenere un posto d’onore all’Accademia di belle arti (Pierre Grassou). Per converso, onestà, innocenza, cortesia d’animo e simili, rimangono nell’ombra o cadono sotto la schiera degli audaci che ogni cosa calpestano.

  D’altra parte, un vero corpus del pessimismo sociologico potrebbe comporsi con una serie di aforismi da trarsi, ancora una volta, dalla Commedia balzacchiana. La vita sociale è un «cammino su una terra disseminata di abissi e calpestata da pazzi» (Théorie de la démarche); camminano gli uomini «sulle sabbie mobili e nemiche inseguendo ciecamente la speranza mentre pochi faticosamente sinnalzano verso i più alti piani, ed altri si ostinano a persistere nella lotta pur sanguinando da ogni ferita» (Honorine). E quale l’intimo pensiero che muove i gruppi umani gli uni contro gli altri o gli uni accanto agli altri? «Ogni associazione di uomini si forma proclamando come scopo il raggiungimento di una superiore ed universale idealità, ma ogni componente di quelle associazioni, rientrando in casa propria dopo aver preso parte a una rumorosa riunione in cui fuorono (sic) espressi i più nobili sentimenti nelle più sfavillanti forme, escogita il modo di servirsi di quei collettivi sentimenti altruistici come di un trampolino da cui spiccherà il salto per raggiungere egoistici ed ambiziosi scopi» (L’envers de l’histoire contemporaine).

  Singolare e incisivo tributo alla teoria di un «pessimismo sociologico» potrebbe pur essere portato raccogliendo e illustrando i varii credo che Balzac fa di tanto in tanto enunciare a questo o a quello dei suoi personaggi più in altorilievo, credo nei quali sono per l’appunto condensati i modi di vedere la vita sociale da parte dei personaggi in questione. Si trova, è vero, nelle pagine della Commedia un lucidissimo e idealista credo pieno di ottimismo pronunciato dalla contessa de Mortsauf (nel Le lys dans la vallée) ma quel credo è proprio fatto per dimostrare, che nella realtà — come potrà accertare colui a cui quel credo è diretto — nessuna di quelle vedute ottimiste può effettuarsi. Piuttosto, si pensi allo spaventoso credo che il forzato Vautrin proclama al suo Rastignac in cui si tenta mostrare quanta immoralità, ferocia, cinismo, governino — nella vita sociale — le gesta di coloro che debbono e vogliono conquistare il successo (Le père Goriot) e si rammenti l’analogo credo del finanziere Gobsek (sic): «Ciò che l’Europa ammira, l’Asia condanna; ciò che è vizio a Parigi è necessità di là dalle Azzorre» ... Nella vita individuale e sociale «le convenzioni e la morale stessa non sono che parole senza valore» (Gobsek). D’altronde — e qui la parola è direttamente di Balzac — la Società umana è composta di tanti aggruppamenti sociali così diversi gli uni dagli altri come sono diversi gli animali in zoologia quali lupi, leoni, pescecani, avvoltoi; tra i quali uomini battaglie furiose che innalzano gli uni e fanno cadere nel fango gli altri (Avant-propos della Commedia).

 

Parte quarta.

Trasformazioni e mascherature degli istinti profondi.

Capitolo terzo.

Deviazione dei bassi istinti e sue varie forme.

1. Adattamenti a speciali attività professionali.

 

  Lo Scannatore descritto da Eugenio Sue nei Misteri di Parigi, ad esempio, non potrà forse deviare legittimamente i suoi profondi istinti di colore sanguinario mettendosi a capo di un grande e portentoso macellatoio? Vero è che il romanticismo del fantasioso narratore fa guarire, come per tocco magico, l’anima di quel crudele trasformandolo quasi in quello di un angelo, prima ancora che a quel crudele si offra l’onesto esercizio del sangue; tanto che neppure allo sguardo dell’agnello morente, il già crudele Scannatore sa resistere ... ma è pur vero che la deviazione ideata dal romanziere per dar legittimo varco di uscita all’irrequieta agitazione del suo personaggio, può rispondere a verità. Assai crudamente (ma con esatta rispondenza alla verità?) il Balzac, in uno di quei suoi panoramici romanzi in cui con tanto pessimismo parla dell’umana psicologia e dell’umana Società, fa dire alla giovane M.lle du Tillet, figlia del banchiere du Tillet: «Le aggressioni e gli assassini sulle strade maestre sono vere azioni di pietà e caritatevoli in confronto con certe combinazioni finanziarie. Ai grandi uomini d’affari importa meno che nulla il trarre la gente a rovina». Diremo, con ciò, che l’autore della Commedia umana abbia creduto vedere come certi figuri di finanzieri e di uomini d’affari, anche di primo piano, altro non siano che personaggi i quali tramutano sapientemente la diretta esplosione del loro istinto di accaparramento in azioni legittimamente, o quasi legittimamente, ammesse? La moderna antropologia e psicologia criminale, si noti, ha ben voluto dire un qualche di simile.

  Senza ricorrere a pagine di fantasia, si ricordi quel che oggidì insegna la nuova scienza detta «orientamento professionale». Essa studiando — tra l’altro — e mettendo in evidenza le vere e le false vocazioni dei bimbi o dei giovani, e operando in ciò per mezzo delle cognizioni fornite dalla psicologia profonda e anche grazie al metodo che abbiamo altrove chiamato dell’interrogatorio e della confessione o grazie ad altri sistemi ancora, mette in evidenza come si possa trovare nell’esercizio di alcune professioni l’equivalenza — se non il vero e proprio concretarsi in realtà — di bassi istinti quali la violenza, la crudeltà o, quanto meno, la fredda insensibilità ... E persino si può trovare nell’esercizio di tale o tal altro mestiere una legittima o quasi legittima applicazione e deviazione della gioia di veder soffrire (neronismo) o — anche questo! — della assoluta inadattabilità al lavoro normale, o dello spirito di vagabondaggio e via dicendo. Il giovane Butifer ardito personaggio di un romanzo balzacchiano — è un irrequieto e impenitente contrabbandiere «ma (dice di lui il buon dottor Benassis) per quanto sia egli su assai cattiva strada, venga il giorno in cui la nostra terra si dovrà levare contro il nemico, e quell’uomo, alla testa di un gruppo di giovani animosi, saprà far fronte a un intero reggimento» (Le médecin de campagne, p. 161 dell’edizione non illustrata del centenario).

 

Capitolo quarto.

Altre singolari trasformazioni e deviazioni.

  1. Piccoli e apparentemente insignificanti gesti di equivalenza e di scarica (tic erotici? E altri. Gesti maniaci liberatori. Tic verbali, lapsus, sintomi).

 

  p. 287. Stereotipie verbali che si seguono a ripetizione nel dire di tale o di tale altro individuo pur si danno costituenti, non già una sola parola o poche sillabe come sopra, ma intera frase, per quanto breve come: «aspettate un momentino» (petit moment ... è un intercalare che Balzac pone sulle labbra di un suo alquanto ridicolo personaggio nella novella: La grande Bretèche, e che abbiamo ritrovato in qualche persona di nostra conoscenza, in italiano); [...].

 

Parte quinta.

Come l’Io inganna sé stesso – Autoconsolazioni.

Capitolo primo.

Il grande sotterfugio: l’evasione.

10. L’artificiale ausilio alle fantasticherie.

 

  p. 320. Diceva Gobseck — strano personaggio della Commedia umana, nella novella del medesimo nome – che contemplando i ceppi dissolventisi al fuoco del caminetto, i giovani vedono degli abbozzi di scene che in quei tizzoni si disegnano, figure di giovani donne e sogni di imperio, mentre i vecchi vi scorgono le più che frantumate rovine dei loro lontani ricordi. Un modo di fantasticare, anche questo, accanto al caminetto, che è oggi scomparso o che va scomparendo.

 

Parte sesta.

L’autoconsolazione per mezzo dei diversi modi di sorridere e di ridere.

Capitolo secondo.

Ricettario, scopi ed effetti del riso.

6. Un’altra parentesi: riso e personalità; il fine del riso, gli effetti del ridere.

 

  p. 412. Più lardi ancora, moderni studiosi della fisiognomonia davano classificazioni, diremo così, psicologiche del sorriso o del riso indicando il riso o il sorriso buono e aperto, arguto, benevolo, giovanile, malizioso, ironico, triste, ecc. (Paola Lombroso), mentre il grande Balzac (che, per il suo spirito di osservazione e in forza del suo metodo verista e naturalista, minutamente descriveva ogni particolare del finito di una persona) aveva descritto il sorriso scettico, il sorriso sofferente, il sorriso di convenienza, il sorriso enigmatico, il sorriso del sentimento e del pensiero [...].

 

 

  Aldo Parini, Il romanzo di un romanziere. Balzac sposò la “straniera” dopo diciassette anni di fidanzamento, «Il Messaggero di Roma», Roma, Anno 71, N. 168, 18 Giugno 1949, p. 3.

 

  Una lettera anonima – “Voglio essere la vostra coscienza!” – Il primo incontro, presente il marito – Debiti, infedeltà e rimproveri – Una supplica della vedova con strane affermazioni.

 

  Una lettera anonima, firmata «la straniera», nella quale gli si chiedeva di rispondere con un annuncio nella «Quotidienne», attendeva Balzac il 28 febbraio 1832 presso il suo editore Gosselin. Questa lettera, che portava il timbro postale di Odessa, suscitò in lui un viro interesse per la sincerità alla quale era improntata. Altre lettere, dalle quali si sprigionava un incanto delicato, si susseguirono. «La straniera» professa di essergli amica, lo loda perché nei suoi romanzi «innalzava la donna alla sua dignità». «Il vostro genio, gli scrive, mi sembra sublime, ma bisogna che divenga divino. Vorrei essere vostra sorella. Con voi sola, essere la vostra giustizia, la vostra morale, la vostra coscienza».

 

Il fascino del mistero.

 

  Balzac è conquistato e non sa resistere a questo pressante appello. E’ il romanticismo del mistero o un presentimento quello che lo attira? Essendosi «la straniera» fatta conoscere, la loro corrispondenza diverrà a mano a mano sempre più assidua E poiché gli ha scritto di essere dispiaciuta di non avere trovato sempre nei suoi romanzi il suo «Balzac» eguale a se stesso e costante nei suoi ideali, le risponde esortandola a sorvolare su quanto le è dispiaciuto nelle sue opere. «Se mi conosceste personalmente, le scrive. riconoscereste che in me vi è dell’antitesi fra l’uomo ed i suoi scritti. Il mio destino è quello di descrivere la felicità che godono gli altri, e di desiderarla completa senza incontrarla mai».

  Peraltro, se non proprio la felicità, egli doveva incontrarne la speranza sulle rive del lago di Neuchâtel, dove «la straniera» gli diede appuntamento il 25 settembre 1833. L’accompagnava il suo vecchio sposo conte Waclaio Hanski, cavaliere dell’Ordine di Malta appartenente alla nobiltà della Volinia, e proprietario di numerosi dominii, tra cui quello di Vierchovnia.

  Evelina Hanska, poiché era lei «la straniera», apparteneva ad una illustre famiglia polacca. Era figlia del conte Adamo Wawczyniec Rzewuski ed era nata il 24 dicembre 1800 nel castello di Pohrebytzcze; a diciotto anni, senza gioia, aveva sposato il conte Hanski, che l’aveva resa madre di cinque figli. Gli anni più belli della sua vita li aveva vissuti mediocremente a Vierchovnia, trovando consolazione e diletto nella lettura. I romanzi di Balzac l’avevano appassionata e commossa.

  Come la contessa Hanska fosse riuscita a fare accettare dal geloso marito la corrispondenza con Balzac e l’idea dell’incontro a Neuchâtel rimase un mistero.

  Il primo incontro di Balzac con la «sua stella». come egli lo narrò in una lettera del 12 ottobre 1833 alla sorella Laura Surville, avvenne alla presenza del marito, il quale non la lasciò mai sola con lui durante i cinque giorni trascorsi dal romanziere a Neuchâtel. Il allait de la jupe de ma femme à mon gilet precisa Balzac, non senza malumore. in questa lettera. Evelina Hanska gli apparve in tutto lo splendore della sua bellezza, di una bellezza superiore a quella della sua amica principessa Cristina di Belgioioso; i suoi capelli neri, la sua pelle soave e deliziosamente fine, le sue delicate manine, i suoi occhi di uno splendore voluttuoso lo abbagliarono.

  Malgrado la vigilanza del marito, elusa in un momento in cui si era allontanato per andare ad ordinare la colazione, Evelina ed Onorato, all’ombra di una grande quercia, poterono scambiarsi il primo furtivo bacio d’amore. «Siccome il vostro marito s’incammina verso la sessantina, ho giurato di attendere, ed ella di conservarmi la sua mano ed il suo cuore», aggiunge nella lettera alla cara sorella, ed alcune righe dopo chiama Evelina la «sua fidanzata».

 

Promesse e attesa.

 

  I «fidanzati» si incontrarono nuovamente alla fine del dicembre 1833 a Ginevra: poi a Vienna nel 1835; a Pietroburgo nel 1843; a Dresda e a Baden nel 1845; a Francoforte due anni dopo. Il conte Hanski era morto fin dal 1842, ma dovettero trascorrere ancora sette lunghi anni prima che fossero superati tutti gli ostacoli di varia natura, provenienti tanto dall’uno che dall’altra, alla realizzazione dei loro progetti. Solamente nel 1846 Balzac ottenne dalla vedova Hanska la promessa formale che diverrebbe sua moglie. Gli amanti, che si erano incontrati a Strasburgo, passarono insieme alcune, settimane a Parigi: ma Evelina dovè ritornare in Ucraina e là la raggiunse Balzac nell’autunno del 1847.

  Il matrimonio oramai non sembrava dipendere che da questioni finanziarie ed era continuamente protratto dalla esitanza e dalla resistenza di Evelina, la quale non risparmiava le sue doglianze a Balzac, rimproverandogli le infedeltà, le spese folli e di non far parte dell’Accademia.

  Richiamatovi da presunti affari, Balzac ritornò a Parigi nel 1848, allo scoppio della rivoluzione di febbraio. Ivi apprese che un nuovo ostatolo gli sorgeva dinanzi. L’Imperatore di Russia, in seguito ai torbidi che infierirono in Francia, aveva impartito l’ordine di non concedere più il visto ai passaporti francesi. Di fronte al pericolo di non poter più rientrare in Russia il romanziere scrisse al capo della polizia conte Orlov per ottenere una deroga in suo favore agli ordini dello zar e il permesso di entrare in Russia gli fu concesso, ma sotto stretta sorveglianza.

 

Rivoluzione in Francia.

 

  L’Imperatore Nicola I era indignato per la rivoluzione scoppiata a Parigi e pensava alla guerra contro la Francia. Qual’era (sic) il vero motivo di questa sorveglianza? Che si poteva temere da Balzac? Egli godeva di una grande popolarità in tutta la Russia. I suoi romanzi erano stati tradotti in russo e Dostojewski stava traducendo il romanzo Eugenia Grandet. Questa celebrità dello scrittore spiega il favore imperiale nei suoi riguardi, ma agli occhi di Nicola I, che temeva «i risultati malefici della letteratura», essa costituiva un motivo di preoccupazione. Secondo il suo parere, un «uomo di lettere era sospetto per la natura stessa del suo mestiere» e lo era doppiamente se veniva dalla Francia, da questo centro di idee sovversive.

  La polizia russa non tardò a tranquillarsi sul conto di Balzac ricevendo le prove che i motivi del suo soggiorno in Russia erano d’ordine puramente sentimentale. Finalmente nel 1849 la contessa Hanska ottenne dall’Imperatore il permesso di sposare Balzac.

  Balzac aveva atteso per diciassette anni l’attuazione del «più grande affare» della sua vita e nell’attesa si era dedicato a un lavoro immane nello intento di pagare i debiti e di creare una casa alla donna amata, ma nello estenuante lavoro aveva stancato il suo cuore e consumato la sua fibra anzitempo. Più nulla contava per lui se non il suo amore e la sua felicità sempre rinviata.

  Quando il matrimonio può finalmente essere celebrato, ne dà notizia alla madre con una lettera datata 15 marzo 1850: «Ieri alle sette della mattina, grazie a Dio, il mio matrimonio è stato benedetto detto e celebrato nella chiesa di Santa Barbara di Berditchev ...».

  I coniugi Balzac ritornarono a Parigi all’inizio dell’estate per stabilirsi nel nido tanto amorosamente preparato dal romanziere. Balzac era allora all’apice della sua fortuna letteraria, aveva pagato i debiti che erano stati la causa di molti dei suoi affanni e aveva accolto trionfalmente nella sua casa la tanto attesa sposa. Aveva finalmente raggiunto la sua mèta. Ma questa felicità fu di breve durata, perché ricadde nuovamente infermo e morì il 18 agosto.

  Alcuni mesi dopo la morte dello scrittore, essendo giunta all’orecchio della sua vedova la notizia della confisca dei beni da lei ceduti alla figlia Anna, essa scrisse una lettera al conte Orlov, nella quale parlava, fra l’altro. dei sentimenti di Balzac verso l’Imperatore Nicola I, e di un progetto del romanziere di scrivere un libro per confutare «le dottrine perverse che da tanti anni attentano all’edificio sociale».

  «L’Imperatore Nicola — proseguiva la lettera — era particolarmente l’oggetto del suo culto e lo stimava come il solo rappresentante in Europa, del principio salvatore dell’autorità. Il signore di Balzac teneva sempre davanti agli occhi un ritratto dell’imperatore e diceva che la contemplazione di quella magnifica testa gli faceva del bene, che calmata le sue preoccupazioni per l’avvenire dell’Europa ...».

 

Quanto di vero?

 

  Questa lettera Evelina la scrisse certamente per entrare nelle buone grazie dell’Imperatore. Fino a che punto le sue affermazioni rispondevano alla verità? Quale progetto aveva veramente in mente di attuare il romanziere?

  Balzac si professò sempre cattolico, legittimista e uomo d’ordine integrale, tuttavia è poco probabile ch’egli fosse un entusiasta ammiratore di uno zar timoroso dei «risultati malefici della letteratura».

  Infatti, Balzac, secondo il giudizio di Emile Zola, «sosteneva Dio e il Re, se non come credente almeno da politico che credeva nella necessità di una polizia umana di direzione e di repressione. Ora, egli ha scritto l’opera più rivoluzionaria, un’opera nella quale sulle rovine di una società corrotta, la democrazia si innalza e si afferma».

 

 

  Aldo Parini, Il romanzo vero di un romanziere. In un mare di debiti spendeva da milionario, «Il Messaggero di Roma», Roma, Anno 71, N. 205, 25 Luglio 1949, p. 3.

 

  Neanche uno dei suoi “affari” si realizzò – Editore improvvisato – Speculazioni che falliscono – Splendore da nababbo nella assoluta povertà – Il vero guadagno dellesperienza.

 

  L'ossessione del danaro è il movente di quasi tutti i drammi narrati nei romanzi di Balzac nei quali quanto ha riferimento al danaro fu il risultato della sua esperienza immediata personale. Egli visse tutta la vita in questa ossessione che si palesò anche in tutte le sue lettere. Fino dagli inizi della sua carriera letteraria la vita dell’uomo si confuse in lui con quella dello scrittore. «Vedete come tutto va a finire in letteratura», egli scrisse ad Evelina Hanska.

  La vera letteratura si identifica appunto con la vita dello scrittore. Il reale non si inventa, lo si subisce e lo si esprime. Così tutti i progetti e le attività finanziarie dei personaggi di Balzac furono anche i suoi e le loro esperienze le sue. Nei romanzi è un contabile che non si sbaglia, ma nelle lettere come nella vita la sua fantasia ebbe il sopravvento e le cifre da lui citate non corrisposero alla realtà. Oppresso dai debiti, ebbe talvolta dei gridi di trionfo all’idea di essere prossimo ad estinguerli, ma fu sempre una vana illusione.

 

Incassi di fantasia.

 

Nel compilare i suoi bilanci vi fece entrare delle somme inesistenti, fece affidamento su degli incassi irrealizzabili e su degli utili elevati che gli avrebbero procurato delle speculazioni audaci. Purtroppo, come dimostra René Bouvier (anche lui uomo d’affari) nel suo interessante saggio: Balzac homme d’affaires, le grandi imprese finanziarie dello scrittore fiorirono soprattutto nella sua immaginazione e nemmeno una si realizzò. Il prolifico romanziere con la sua abbondante produzione e con i suoi successi potè maneggiare delle somme considerevoli e guadagnò molto danaro, ma il danaro nelle sue mani divenne incorporeo, si volatilizzò ed egli si trovò sempre a mani vuote. Balzac fu un prodigo di un genere singolare: il prodigo che tiene i suoi conti: ma in lui a tenerli fu la fantasia ed essa non è una buona amministratrice.

  E’ un’opinione molto diffusa che i disordini finanziari di Balzac siano imputabili a un primo debito iniziale contratto nella sua giovinezza. René Bouvier e Edouard Maynal — due eruditi che compulsarono l’innumerevole fondo delle carte d’affari del romanziere conservate negli archivi) Supelbergh (sic) a Chantilly — nel libro Les comptes dramatiques de Balzac[5], con le cifre alla mano, confutano questa opinione.

E’ assodato, infatti, che gli inizi della vita parigina del giovane Balzac furono agevolati dalla famiglia dalla quale riceveva millecinquecento franchi all’anno (all’incirca un milione di franchi dei nostri giorni) con i quali, nel 1820. poteva vivere senza strettezze. I primi quattro i libri da lui pubblicati, nel 1822, gli procurarono un guadagno di quattromila franchi. Le spese che sostenne in quegli anni attestano che poi non era né sfortunato nè infelice. Poteva, infatti, permettersi di pagare i biglietti degli spettacoli teatrali, di acquistare dei libri e di farli rilegare. Far rilegare dei libri a ventidue anni è certamente un lusso.

  L’ambizioso Balzac aspirava a ben altro e immaginò di fare rapidamente fortuna improvvisandosi editore. Egli investì in affari editoriali novemila franchi in parte prestatigli dalla sua buona amica signora Berny da lui affettuosamente chiamata dilecta. I libri non si venderono e la Casa editrice dovè essere ceduta ad altri a condizioni svantaggiose. Successivamente il romanziere, sempre con la partecipazione della famiglia Berny, acquistò una tipografia ed una fonderia.

  Sorvoliamo sui particolari di questa azienda, che, male amministrata, dovè di lì a poco esser liquidata, ma, una volta eliminato Balzac, divenne largamente redditizia. La liquidazione mise a carico del romanziere circa sessantamila franchi, dei quali cinquantamila dovuti alla sua famiglia intervenuta per salvarlo. Sono dunque solamente diecimila franchi che il Nostro doveva pagare subito ad alcuni creditori perché i suoi parenti attesero di essere pagati fino dopo la sua morte. Si è lontani dai centoventimila franchi che Balzac pretendeva di avere perduti nel suo «disastro».

 

Creditori in agguato.

 

  Il disastro non era irreparabile e la causa del suo dissesto finanziario deve essere ricercata altrove anziché nel famoso «debito iniziale» Egli doveva ancora pagare questo debito iniziale quando, nel 1829. pubblicò Les Chouans e su mille franchi dei diritti d’autore riscossi ne diede novecento ad un creditore. Avendo tenuto per sè solo cento franchi, si trovò presto in strettezze finanziarie, ed allora vendè all’editore Mame cinque romanzi, dei quali uno solo era scritto e tre non furono mai nemmeno pubblicati.

  Ecco il romanziere nell’ingranaggio: vende in anticipo dei libri del quali non ha scritto una riga, ma che dovrà scrivere all’ultimo momento, ansante e febbricitante, sollecitato pressantemente dagli editori che lo minacciano di rompere i contratti, che gli reclamano la restituzione degli anticipi quando non lo fanno citare in Tribunale per chiedergli la rifusione dei danni. A questo regime d’anticipi, il povero scrittore non ebbe mai il piacere di tesoreggiare un po’ del danaro che gli procurava la vendita dei suoi manoscritti.

 

Splendido e povero.

 

  Tutto era speso in anticipo ed il deficit aumentava paurosamente a mano a mano con l’accrescersi della produzione del romanziere Dotato di una tempra laboriosa, ingenua ed entusiasta, Balzac affrontò tutte queste difficoltà e le sgominò o le dimenticò per attingere, alle volte attraverso un vero eroismo letterario, quella rappresentazione della società contemporanea che formò la sua passione e la sua gloria. Malgrado le avversità, egli fu sempre ottimista e convinto che sarebbe divenuto milionario l’indomani.

  Da questa sicurezza gli derivarono la sua magnifica noncuranza, la sua incapacità di ridurre le spese, le sue maniere fastose da signore del Rinascimento Egli non aveva un soldo in tasca. era debitore di somme ingenti, ma si consolava acquistando di tutto: mobili, quadri, gingilli maioliche, bronzi, orologi. Voleva essere elegante, vestire secando i dettami della moda, e ordinava al sarto Pion e a Buisson diecine di vestiti. Il sarto Buisson era orgoglioso, di vestirlo e all’occorrenza gli prestò anche del danaro, cosicché si trovò un giorno ad essergli creditore di quindicimila franchi. Non basta, il prodigo romanziere fece arredare successivamente vari appartamenti con la raffinatezza di un dandy e il fasto di un nababbo Senza troppo riflettere, acquistò tappeti, mobili, decorazioni, pitture per quell’appartamento della rue Fortunée, che fece sistemare con tanto amore per accogliervi la «sua stella», la sua promessa, sposa Evelina Hanska.

  La saggia signora Carraud, che gli fu sincera amica, un giorno si indignò nel vedere il grande scrittore perdersi in simili frivolezze e gli disse: «Uno degli scogli della vita lussuosa è la dipendenza dalle cose». Questa «dipendenza» Balzac l’amava perché forse era per lui un mezzo di evasione. E’ quindi da scusare se gli piacquero tanto i ninnoli. i «bibelots»; di tutto il danaro che si dissipò nelle sue mani fu la sola cosa che gli rimase.

  La triste vita finanziaria di Balzac non si chiuse totalmente: in passivo e nessuna delle sue esperienze fu sterile. Da ciascuno dei suoi disastri, attraverso i personaggi dei suoi romanzi, da Birotteau a Séchard, da Nucingen a Grandet, egli trasse una lezione profonda ed efficace, per cui, confrontando la sua vita e i suoi romanzi si giunge alla conclusione che la sua vita fu fantastica, mentre i suoi romanzi furono veri. Nei suoi personaggi, non vi è il minimo errore di calcolo. Egli non si sbagliò che per se stesso.

  Furono le folli imprese quelle che costarono più caro a Balzac, più ancora del suo fasto: la fondazione di un giornale, quella di una rivista, l’acquisto dei (sic) Jardies, i progetti di sfruttare le miniere d’argento della Sardegna, le foreste polacche e la cultura degli ananassi. Nel 1841 i suoi debiti oltrepassavano i duecento-mila franchi.

 

Matrimonio sospirato.

 

  Solamente col matrimonio, tanto desiderato ed atteso, con la signora Hanska, celebratosi il 14 marzo 1850, potè risollevarsi, ma per breve tempo, perché cinque mesi dopo, il 18 agosto egli moriva a Parigi.

  Per questo matrimonio d’interesse fu fatta a Balzac la puerile accusa di immoralità; ma a suo discarico è opportuno non dimenticare che lasciò la proprietà letteraria della Comédie humaine alla vedeva che ne ricavò certamente maggiori profitti di quanto egli non ne avesse goduti.

  Con la morte incominciò anche la gloria dell’autore della meravigliosa Comédie humaine, che. secondo Victor Hugo, avrebbe potuto intitolare Storia.

  La gloria è il sole dei morti. Questa frase è di Balzac. L’autore delle Illusioni perdute molte ne perdè, ma conservò sempre la certezza, e non si ingannò, che i posteri gli avrebbero reso giustizia.

 

 

  Guido Piovene, Stanchezza dell’austerità. Quando al mondo pace la regola di vita del Sud, «Corriere della Sera», Milano, Anno 75, N. 235, 2 ottobre 1949, p. 3.

 

  Solo nella Parigi immaginaria d’uno scrittore francese come Balzac poteva ricorrere con tanta frequenza una fantasia stravagante: case dall’esterno sordide, ignorate da tutti, e all’interno sfarzose come regge orientali. Anche qui, la fantasia del privato e dell’occulto.

  Penso, come scrivo da tempo, che i due elementi-base della vita francese siano lo spirito di conservazione e il risparmio. La stessa cultura francese ne dà la dimostrazione. Opere, come quelle d’un Balzac o d’un Proust, sono anche il frutto di prodigiosi risparmi e accumulazioni della memoria, che non scarta mai nulla, che si trasforma in un archivio.

 

 

  Annarosa Poli, Il romanzetto che Balzac scrisse per riposo in un giorno, «Giornale dell’Emilia. Quotidiano indipendente della Valle Padana», Bologna, Anno V, 1 Dicembre 1949, p. 3.

 

  [Su L’Amour masqué, romanzo di assai dubbia paternità balzachiana].

 

  Il romanzo L’amour masqué, ovvero Imprudence et bonheur fu offerto «manoscritto», quale prezioso dono, dallo stesso Honoré de Balzac alla Signora Talleyrand-Perigord, duchessa di Dino. Durante quasi un secolo il piccolo libro rimase ignorato nella Biblioteca di Talleyrand, finchè il figlio della Duchessa non ne fece dono al valente studioso Luciano Aubanel. Questi ne curò l’edizione e lo diede finalmente alle stampe.

  Lavorando accanitamente, sotto le minaccie dei creditori, creando in diciotto ore di fatica diurna e notturna decine e decine di personaggi e centinaia di avvenimenti, come potè questo gigante creatore mettersi in ferie per fare una deliziosa sorpresa alla Signora di Dino?

  Tutto fa sospettare che il libro sia il prodotto di un sol giorno di lavoro: un giorno in cui Balzac volle riposarsi scrivendo un romanzo per gioco. Ecco ciò che fin dall’inizio ci commuove

  Dell’instancabile volontà di narrare, propria della natura di Balzac non si potrebbe addurre prova migliore di questo romanzetto scritto non per necessità di denaro, nè per ispirazione, ma per galanteria e per divertimento.

  Tutto il romanzo si aggira sulla stravaganza della splendida Madame Roselis. Nata in un paese d’oltre oceano, ella è andata sposa ad un ricchissimo ed abietto possidente che non le ha risparmiato umiliazioni e tradimenti. Rimasta vedova a venticinque anni Roselis giunge finalmente, in Francia; qui essa vuol conoscere per mezzo della maternità tutto il bene di quell’amore che per lei è stato soltanto male. Ma il desiderio della maternità senza matrimonio appare un capriccio momentaneo della bella Signora, che la società, così com’è, non le dispiace.

  La castissima e misteriosa frequentatrice dei salotti parigini conosce ad un ballo il baldo ufficiale De Preval e gli consente di sperare. Infatti, dopo avere assunte particolari informazioni sul suo conto, lo riceve nella sua villa solitaria e gli si dà, avvolta in veli, gli occhi bellissimi bendati.

  Questa ultraromantica follia, unita alla particolare cura delle convenienze sociali, dimostra che Balzac qui ha voluto solo celiare.

  Se il nostro Autore avesse considerato seriamente la sua Roselis, si sarebbe accorto che una donna che osa distinguere fra l’amore e la maternità non può pensare quello che ogni donna pensa, cioè che onore e castità sono una cosa sola.

  Nulla infatti impedirebbe a Madame Roselis di mostrare in pubblico il suo peccato, quale ammonimento a quelle che, non sapranno mai spezzare la catena. Ma non possiamo neppure lontanamente supporre che Balzac ignorasse tutto ciò. Infatti se egli ha lasciato la contraddizione, ripetiamo, non l’ha fatto che per divertirsi e divertire l’amica Talleyrand-Périgord.

  Con quale futile artificio si intrecciano gli eventi graziosi e lagrimosi! L’ingenua Roselis, che il nome dovrebbe dipingere alla perfezione (splendore di rosa e purezza di giglio), non pensa di aver fatto il male. E così De Preval che, fedele alla parola data, non ha mai voluto rivedere la misteriosa donna velata, non si darà pace finché non troverà la morte sul campo. Ma il destino vuole altrimenti.

  La guerra lo porta infatti, ferito, proprio sulle soglie della villa ove Roselis vive con la sua bambina. Amorosamente curato dalla Signora egli, guarisce, ma il suo cuore resterà ferito per sempre. Com’era possibile altrimenti? Si inizia così nell’animo dell’ufficiale un tragico conflitto di sentimenti: resterà egli fedele alla bella sconosciuta o sposerà la tenera infermiera che lo ha restituito alla vita? Quest’ultima sarà la lieta soluzione del vivace romanzetto balzachiano. L’inesauribile Autore ha saputo dunque mostrarci come egli sa sorridere, pur sentendosi gravato dal peso di tutto un mondo.

  A volte, nell’«Amour masqué», i motivi spiritosi e concettosi s’allineano in così piacevoli simmetrie che di momento in momento parrebbe dovesse spuntare la rima di Musset. Ma, per scrivere un idillio scherzoso manca a Balzac, oltre alla grazia stilistica, l’«insouciance» dello scettico.

  Purtroppo qua e là nel romanzo spunta il moralista ben conosciuto. Mentre sorride, egli vuoi farci sapere che tuttavia, in fondo, Madame Roselis è stata ben imprudente a giocare in quel modo con l’amore e con la maternità.

  Il gioco è già obliato: la domenica di Balzac è finita.

 

 

  Polonio, Lunario delle lettere, «Corriere d’informazione», Milano, Anno V, N. 11, 13-14 gennaio 1949, p. 3.

 

  Balzac avrà, in Francia, un anno intero di celebrazioni: il 29 (sic) maggio del 1949 ricorre infatti il 150° anniversario della sua nascita, e il 18 agosto 1950 il centenario della sua morte. C’è qualche studioso che sappia ritrovare, se esiste ancora, la casa dove egli abitò quando venne a Milano?



  Ottavio Profeta, Incontri con De Roberto, «La Fiera letteraria. Settimanale delle lettere, delle arti e delle scienze», Roma, Anno IV, Numero 22, 29 Maggio 1949, p. 2.

 

  Quante donne lo occuparono! Le due Eve di Balzac; Eva di Hanska [...].

 

 

  Carola Prosperi, Il suo romanzo, «Nuova Stampa Sera», Torino, Anno III, Num. 35, 10-11 Febbraio 1949, p. 3.

 

  La contessa Evelina, giovane, discretamente bella, nonostante la sua fronte troppo convessa e il suo mento assai scarso, ricca, moglie a un tal conte Hanski anziano e dabbene e madre di una graziosa fanciulla, avrebbe potuto condurre nel suo bel castello di Wierzchownia, nei dintorni di Kiev, una vita, come si suol dire, da papa, se non fosse stata una donna inquieta, piena di rivolta contro tutte le costrizioni e di appetito sfrenato di evasione e di liberta. Era una di quelle romantiche muse che dal 1820 al ‘51, l’epoca in cui naufragarono grandi sogni romantici, pullularono nei salotti e si fecero ritrarre, meste e pensose, accanto a un’arpa malinconica o appoggiate a un pianoforte. In realtà non ci voleva molto per essere definita una musa, bastava avere un aspetto sognante, un pallido viso incorniciato da due bande di capelli neri ed essere abbonate a una biblioteca circolante. Poiché nei dintorni del castello non esistevano biblioteche, la contessa Evelina si faceva mandare le novità librarie direttamente da Parigi e seduta alla sua scrivania, sfiorando le pagine coi lunghi ricci neri, divorava avidamente i romanzi del giovane scrittore alla moda e sentiva che se non avesse potuto corrispondere con un simile genio la sua vita non sarebbe stata altro che un sogno doloroso.

  «Signore — ella gli scrisse nel novembre del 1832 — io ammiro il vostro talento e rendo omaggio alla vostra anima. Vorrei essere vostra sorella. Mettete un trafiletto nel giornale La Quotidienne, affinchè io sappia che avete ricevuto questo mio messaggio».

  Benché la lettera fosse firmata soltanto L’étrangère il giovane grande scrittore capì dalla finezza della scrittura e dal suo profumo che si trattava di una gran dama russa e si gettò a capofitto nell’avventura. Purtroppo egli vedeva la bellezza delle donne attraverso lo splendore del loro nome. Era sempre stato così. Aveva cominciato con la signora De Berny, un angelo di donna, anziana e non bella, ma che, figlia di una cameriera della regina Maria Antonietta, avendo conosciuto tutta la nobiltà dell’antico regime, era stata per lui una guida preziosa nelle memorie di quel passato che ancora lo abbagliava. Poi era venuta la volta della duchessa di Abrantès, non più giovane neppur lei e ormai decaduta, ma che era stata testimone degli splendori dell’Impero e aveva frequentato Napoleone fin da ragazzo (sic). Dopo l’Abrantès, egli cedette alle lusinghe della duchessa di Castries, la quale, pur avendo un’apparenza vaporosa, quasi incorporea, era un osso duro e si divertiva a far soffrire i suoi spasimanti. Per fortuna, ecco comparire in scena la contessa Evelina.

  Cominciò così una celebre corrispondenza e l’avventura si trasformò in un appassionato amore che sarebbe stato anche felice se la contessa non l’avesse guastato con la sua gelosia. Ora la lettura dei romanzi di lui non le dava più nessuna gioia, ella se ne stava muta e corrucciata nel suo salotto e le pareva di veder entrare, a farle circolo intorno beffardamente, tutte quello duchesse della Restaurazione a cui egli aveva dato vita, così altere, raffinate, splendide, quella Langeais, quella Beauséant, quella Restaud, quella Mortsauf e tante altre. Il povero grand’uomo faceva spese pazze e attraversava l’Europa per andarla a trovare e darle così modo di fargli delle scene terribili in faccia. E sempre più affaticava quel suo prodigioso cuore, nell’amore, nel lavoro, nelle sue preoccupazioni e nella sua passione di gloria. Così per diciassette anni. Il marito ebbe tempo di morire e la figliuola di sposarsi e alla fine la contessa Evelina si decise a lasciare la sua parte di musa romantica e a diventare una semplice moglie. Forse si era anche accorta che l’uomo non aveva più molto, tempo da vivere.

  Era l’aprile del 1850 quando essi giunsero a Parigi sposi e trovarono ad accoglierli nel loro nuovo appartamento il domestico improvvisamente impazzito. Ma il sinistro presagio non turbò l’ingenua felicità dello sposo che si credeva ormai in porto e sopportava stoicamente i suoi malanni. Nell’estate quei malanni si moltiplicarono: idropisia, ascessi alle gambe, peritonite e quel povero cuore a pezzi. Ogni tanto la contessa mandava un bigliettino si medico ...

  In una afosa sera d’agosto di quello stesso anno, Victor Hugo, dopo cena, andò a suonare alla porta di via Fortunée. Venne ad aprire una domestica, con una candela accesa in mano. Piangeva.

  — Il vostro padrone?

  — Ah, il signore sta morendo ...

  — E la signora? —

  Si è chiusa nelle sue stanze.

  Victor Hugo se ne andò via a capo chino. E dopo poco Gustave Flaubert scriveva infuriato ad un amico: «Egli morto solo e di dolore, sì, per i dispiaceri che gli causava sua moglie!».

  L’anno appresso ella s’innamorò di Champfleury, un giovane scrittore entusiasta e mediocre, e gli propose di finire certi romanzi lasciati incompiuti dallo sposo.

  – Io? – chiese il giovane inorridito.

  E non si fece più vedere.

  La vedova non gli piaceva gran che come donna, con quel carattere poi!

  Dopo di che, ella s’imbattè nel pittore Gigoux, tipo più malleabile, e convisse con lui quasi coniugalmente, fino al 1882, cioè fino alla sua morte. Ella aveva compiuto i 77 anni.

  «E’ possibile che madame Hanska non sia simpatica a molti — scrisse Marcel Bouteron in una sua serie di Muses romantiques [6]—ma non si può negare che, fin quando egli visse, ella l’amò di puro e sincero amore ...».

  Ma se al posto di Bouteron fosse stato lui, il grande scrittore, a narrare la vita della contessa Evelina? Ah, come le passioni deliranti e le cupidigie profonde, si sarebbero incrociate con cupi bagliori! Con che pessimismo acre, con quale amara chiaroveggenza egli avrebbe raccontato il suo romanzo! Meglio di ogni altro, il prodigioso scrittore, il grande eroe della letteratura, avrebbe potuto rendere evidente la purezza, l’ingenuità di cuore di quel povero, illuso, tiranneggiato uomo, che si chiamava Onorato di Balzac.

 

 

  Gino Raya, Girardin narratrice, «Siculorum gymnasium. Rassegna semestrale della Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Catania», Catania, N. S. Anno II, N. 2, Luglio-Dicembre 1949, pp. 340-345.

 

  p. 344. Un romanzo gemello del Lorgnon – per estensione. per impalcatura, per movimento e scioglimento – è La canne de M. de Balzac. Se l’arnese miracoloso del primo è un occhiale, quello del secondo è un bastone, il quale rende invisibile colui che lo porta con la sinistra. Ne è possessore il Balzac, che perciò può descrivere con tanta esattezza gli ambienti più diversi, ch’egli frequenta e studia a suo agio, non visto da alcuno. Questo riferimento al Balzac, come gli altri al Lamartine, allo Chateaubriand, a poeti e poetesse del tempo, non sono essenziali al romanzo, ma costituiscono un artificio episodico, allo scopo di elogiare illustri contemporanei ed amici.

  Protagonista del racconto non è dunque Honoré de Balzac, ma un giovane provinciale che si reca a Parigi per ottenere un posto, ma non vi riesce perché troppo bello e perché ha un nome ridicolo: Tancrède Dorimont. Per caso, egli scopre il segreto del Balzac, dal quale ottiene in prestito il bastone prodigioso.

 

 

  Bruno Romani, Visitando la casa di un grande scrittore. Gli squisiti caffè di Balzac e la sua tattica contro i creditori, «Il Messaggero di Roma», Roma, Anno 71, N. 121, 1 Maggio 1949, p. 3.

 

  Trasferiranno i suoi resti al “Père-Lachaise”? – La prua di Rastignac – Cinque controlli e una parola d’ordine per arrivare al romanziere – La passione per le belle frutta.

 

  Ricorre quest’anno il cento-cinquantesimo anniversario della nascita di Balzac: nel prossimo anno sarà, invece, ricordato il centenario della sua morte. Già si parla in Francia di un «anno Balzac» e si preparano solenni onoranze a questo che fu uno dei più prolifici romanzieri che siano mai vissuti. Il Consiglio municipale di Parigi ha tra l’altro proposto di trasferire le ossa di Balzac dal cimitero del Père-Lachaise, dove attualmente riposano, al Panthéon, ma la proposta non ha suscitato molto entusiasmo fra gli scrittori e i critici.

  La principale obiezione fatta al trasferimento è che Balzac è di casa al Père-Lachaise. Il romanziere ha scelto questo cimitero come sfondo di alcuni episodi dei suoi romanzi: è, infatti, dall’alto del Père-Lachaise che Rastignac lancia la sua celebre sfida a Parigi: «E ora a noi due», ed è in questo stesso cimitero che babbo Goriot viene sepolto. Nel Panthéon, invece, Balzac si troverebbe, come un estraneo. «Trasportare Balzac al Panthéon vuol dire, ha scritto un balzachiano, l’étatiser, le banaliser, l’officialiser». Della questione si occuperà prossimamente la Camera dei deputati, e si può prevedere che una vivace polemica nascerà anche tra i rappresentanti del popolo.

 

L’anno Balzac.

 

  All’inizio dunque di questo «anno Balzac» che si preannuncia ricco di polemiche, abbiamo voluto riprendere contatto con l’esuberante e prodigioso scrittore. La sua tomba, sperduta tra le piante, i riali e gli spiazzi assolati del Père-Lachaise consente solo un contatto spirituale. Invece, la casa ove Balzac abitò più a lungo, trasformata ora in museo balzachiano, una casa dall’aspetto rustico posta tra l’antica rue Berton e la aerea rue Raynouard. nel cuore del vecchio quartiere di Passy, ci permette di entrare in un rapporto quasi fisico con lo scrittore.

  Aprendo la porta che dal giardinetto pensile immette in quella che fu la sala da pranzo di Balzac si ha l’impressione di entrare in un luogo ancora abitato, e che, dietro la porticina che introduce nella stanza da lavoro, il romanziere si agiti e si tormenti sulle pagine bianche. Le tappezzerie, i pochi mobili rimasti, la piccola scrivania, la poltrona a braccioli, sono ancora gli stessi. Come centotrè anni fa, sulla scrivania si trovano i quattro grossi volumi del dizionario francese e la caffettiera in maiolica di Sèvres. Il caffè e la proprietà della lingua: ecco le due principali preoccupazioni di Balzac durante le lunghe ore notturne che egli dedicava al lavoro.

 

Diciotto romanzi.

 

  L’operosità di Balzac è straordinaria. Nei sette anni in cui abitò la casa di Passy, dal 1840 al 1847, scrisse diciotto romanzi, tra i quali alcuni capolavori, come «Ursule Mirouet», «La Rabouilleuse», «Splendeur (sic) et misères des courtisanes», «Le cousin Pons», «La cousine Bette». A quei tempi Passy era ancora un villaggio alle porte di Parigi. Oggi, le basse e screpolate case di rue de l’Annonciation e quelle poche che il piccone ha risparmiato in rue Raynouard. proprio di fronte alla casa di Balzac, dànno una idea vivente della architettura e dell’atmosfera tranquilla e campestre dell’antico villaggio.

  Sul prospetto della rue Raynouard, un tempo detta rue Basse, la casa di Balzac si presenta sotto la forma di un padiglione costituito dal solo piano terreno. Visto dallo sottostante rue Berton, il padiglione diventa il secondo piano di una costruzione che dà su un cortile rustico. La casa aveva due entrate. e fu per questa ragione che Balzac la preferì, in un primo momento, alle altre. Preso in un ciclo infernale di debiti, lo scrittore doveva sottrarsi continuamente alla caccia dei suoi creditori.

  E non era nemmeno facile essere ammessi nello studio di Balzac. Per arrivarvi bisognava passare attraverso cinque controlli e conoscere la parola d’ordine, che era «Monsieur de Breugnol». «A partire dal momento in cui riceverete questa lettera scrivetemi al seguente indirizzo Monsieur de Breugnol rue Basse 19, a Passy presso Parigi», avvertiva egli il 16 novembre 1840 la signora Hanska, che divenne, negli ultimi anni, la signora Balzac. Nei suoi «Mémoires», il direttore del giornale «L’Epoque», Solar, descrive una sua visita a Balzac nella casa di Passy. Egli si trovò immediatamente davanti al portiere, cerbero diffidente, che lo scrutò a lungo prima di farlo salire al primo piano: qui lo fermò la portinaia, e all’ingresso del giardino pensile la giovane figlia dei portinai: infine, fu la volta della cameriera tedesca e della governante dello scrittore, signora Breugnol. Il povero Balzac si difendeva in questo modo dai creditori e dai visitatori importuni. Attraversava un periodo di intenso lavoro e alle sette, di sera, anche in piena estate, si coricava e dormiva fino a mezzanotte: poi indossava una specie di saio e si mettete a tavolino scrivendo ininterrottamente fino a mezzogiorno, interrompendosi di tanto in tanto per bere una tazza di caffè o per mangiare della frutta.

  Balzac preparava il caffè in modo magistrale. «Il caffè di Balzac (ha lasciato scritto il suo biografo Léon Gozlan) avrebbe meritato di rimanere proverbiale. Non credo che quello di Voltaire avrebbe osato disputargli la palma. Che colore! Che aroma! Esso si componeva di tre specie di grani: borbone. martinica e moca. Il borbone egli lo acquistava in rue du Mont-Blanc (Chaussée d’Antin): il martinica in rue des Vieilles-Andriettes, presso un droghiere che non deve aver dimenticato il suo glorioso cliente: il moca al Faubourg Saint-Germain, presso un droghiere della rue de l’Université. non so più quale, benché io abbia accompagnato Balzac una o due volte nei suoi viaggi alla ricerca del buon caffè. Non ci voleva meno di una mezza giornata di giri attraverso Parigi Ma un buon caffè vale questo e anche più».

 

Il bevitore d’acqua.

 

  A tavola Balzac era ghiotto solo di frutta. Beveva sempre acqua, ma non sapeva resistere alla tentazione di un bel paniere di frutta «Le sue labbra palpitavano (scrive ancora Gozlan), i suoi occhi brillavano di felicità; le sue mani tremavano di gioia alla vista di una piramide di pere o di belle pesche Non ne rimaneva nemmeno una per raccontare la disfatta delle altre. Egli divorava tutto. Fra superbo nel suo pantagruelismo vegetale, la cravatta sciolta, la camicia aperta, il coltello da frutta in mano, ridente, bevendo acqua, tagliando la polpa di una pera rara».

  Sfortunatamente, di questo Balzac in pantofole, gran bevitore di acqua e di caffè, gran mangiatore di frutta, gran debitore e gran lavoratore, sono rimaste solo poche tracce nella vecchia casa di Passy. Il museo tende se mai a riflettere una immagine ufficiale dello scrittore. Vi sono, è vero, alle pareti caricature dell’epoca e i ritratti delle donne che Balzac più amò.

  Ma la sola stanza che commuove veramente, meglio il solo angolo, è quello in cui egli lavorava: la poltrona a braccioli, il tavolo, la caffettiera. Del suo tavolo Balzac scrisse un giorno: «Lo posseggo da dieci anni. Ha visto tutte le mie miserie, asciugate tutte le mie lacrime, conosciuto tutti i miei progetti, ascoltato tutti i miei pensieri. Il mio braccio l’ha quasi consumato a forza di muoverlo quando scrive».

 

Il tavolo consunto.

 

  Ci chiniamo sul tavolo, ed esso ci sembra veramente consumato nel punto dove il gomito destro, si appoggiata durante le interminabili ore di lavoro E la poltrona a braccioli, con la sua tappezzeria a fiori sembra recare ancora l’impronta del corpo di Balzac, che, camicia sbottonata, capelli in disordine, petto ansimante, proprio come ce lo mostrano i molti ritratti e il grande busto scolpito da David d’Angers, vi rimaneva inchiodato per dodici ore consecutive riempiendo della sua veloce scrittura pagine su pagine.

  Usciamo nel giardinetto pensile dal quale si domina il castello della sventurata principessa di Lamballe, oggi residenza dell’ambasciatore turco All’ombra dei folti alberi centenari, vecchi signori leggono il giornale mentre i loro nipotini giuocano a rincorrersi. Nonostante i progressi dell’urbanesimo e la marcia della città tentacolare, la casa e il giardino di Passy sono rimasti un’oasi di pace e di serenità. Se Balzac dovesse per miracolo tornare in vita, egli sceglierebbe ancora questo tranquillo angolo agreste per lavorarvi serenamente Soltanto rifiuterebbe con sdegno la compagnia degli «amici di Balzac», di quei pedanti che sotto l’egida del museo balzachiano si sono installati nella sua piccola casa e vi pubblicano un «Corriere balzachiano» pieno di polverosa erudizione, ma poverissimo di vita.

 

 

  Bruno Romani, A 150 anni dalla nascita di Balzac. L’ombra dello scrittore nella vecchia casa di Passy, «Il Gazzettino», Venezia, Anno 63, 6 Maggio 1949, p. 3.

 

  È riprodotto il testo dell’articolo segnalato nella scheda precedente.

 

 

  G.[ualtieri] di San Lazzaro, Balzac innamorato. Adesso le donne non lo ricordano più, «La Sicilia. Quotidiano liberale», Catania, Anno V, N. 130, 1 giugno 1949, p. 3.

 

  L’altra domenica, al crocicchio Raspail-Montparnasse, raccolti attorno alla tanto discussa e senza dubbio discutibile statua di Rodin, gli «amici di Balzac» hanno commemorato il centocinquantesimo anniversario della nascita del creatore della Commedia umana. Tours, la città, natale, ha dedicato alla memoria di Balzac alcune «giornate». Ma non c’è citta in Francia che non abbia reso in questi giorni omaggio a uno dei più grandi geni dell’Ottocento.

  Sorprende che le donne non abbiano preso l’iniziativa di queste manifestazioni, come sarebbe stato loro stretto dovere. Balzac non fu forse, come osservò Sainte-Beuve, il «confidente consolatore», il «confessore un po’ medico» del bel sesso? «Noi abbiamo per voi — scriveva una lettrice, nel 1836 all’autore della Donna di trent’anni – una affettuosa ammirazione, e se l’ipocrisia del mondo ci costringe qualche volta a condannare alcuni capitoli delle vostre opere, quando siamo sole nell’intimità, ci diciamo sottovoce: «Amo Balzac! Balzac conosce tutte le miserie della condizione delle donne, Balzac ha creato Giuseppina (la signora Claës nella Ricerca dell’assoluto), Eugenia (Grandet). Onore a Balzac, viva Balzac! Battiamo le mani piano piano, con la gioia delle schiave che fuggono l’occhio del padrone, poi rientriamo nella società parlando di Jocelyn». In un’epoca in cui da Lisbona a San Petersburgo, bastava parlare francese per sfuggire alla mediocrità del proprio ambiente, non sorprende che a trentacinque anni Balzac fosse celebre in tutta l’Europa. Ma sono soprattutto le donne ad alimentare la sua fama, a ispirargli fiducia nel suo genio, a sostenerlo nelle avversità. Come Stendhal, ma con maggiore fondamento, Balzac potrebbe dire: «Sono come le donne mi hanno fatto». Stendhal alle donne ha sempre dato, non ha mai ricevuto nulla, il suo commercio con il bel sesso non è mai stato una partita doppia. Balzac, invece, deve alle donne tutto il suo genio e la sua fortuna; non solo alle tre «grandi», Laura de Berny, la duchessa d’Abrantès, e la contessa Guidoboni-Visconti che tanto influsso hanno avuto sulla sua opera, ma anche alle sconosciute che gli scrivevano da ogni parte d’Europa per confidargli i loro segreti, i tormenti, i desideri, le passioni insoddisfatte. E quanto lo scrittore fosse sensibile ai rimproveri e all’approvazione delle sue lettrici è noto.

  Egli doveva del resto sposare, cinque mesi prima di concludere, a cinquantun anni, la sua impetuosa esistenza, una sua ammiratrice, la «straniera» che il 28 febbraio 1832 gli scriveva da Odessa una lettera alla quale, profondamente turbato, così rispondeva: «attribuite, sinora, le cose che vi irritano, nei miei libri, alla necessità che ci costringe a colpire fortemente un pubblico blasé». «Il vostro genio mi sembra sublime, ma deve diventare divino ... Vorrei essere il vostro angelo di luce e proteggervi dagli errori ... Ammiro il vostro talento, rendo omaggio alla vostra anima, vorrei essere vostra sorella ... Con voi soltanto, e soltanto per voi vorrei essere la vostra giustizia, la vostra morale, la vostra coscienza» replicava la sconosciuta.

  Gli «amici di Balzac» non hanno ancora perdonato al loro grand’uomo la passione per la bella polacca, che dopo le prime lettere firmate «la straniera», rivelò il suo nome: Eveline Hanska. Essa era stata data in isposa, a diciott’anni, al vecchio conte Hanski, maresciallo della nobiltà e proprietario di vaste tenute.

  La bella e infelice castellana cercava di dimenticare nella lettura la ingenua passione che ancor giovinetta aveva nutrito per un cugino, disgraziatamente povero e la monotonia della sua vita feudale. Balzac era il suo autore preferito, era anzi il solo autore di cui, come tante altre lettrici, sia pure inconsapevolmente essa fosse, innamorata. Il timore che egli avesse potuto realmente conoscere nella vita la diabolica Feodora di Peau de chagrin l’indusse a scrivergli, presso l’editore Gosselin, la già menzionata lettera del 28 febbraio 1832, da Odessa.

  Nel settembre del 1833 dava appuntamento allo scrittore sulle rive del lago di Neufchâtel, in Svizzera. Il vecchio marito l’accompagnò, ma non riuscì a impedire, fra la moglie e lo scrittore, il «primo furtivo bacio dell’amore» all'ombra di una quercia.

  A Nemours, la cinquantenne Laura de Berny, la donna che gli aveva rivelato l’amore, la Dilecta materna e voluttuosa, soffriva pazientemente i tormenti della gelosia. Era anch’essa la coscienza e la forza dello scrittore, che non aveva saputo resistere però al fascino della duchessa d’Abrantès, di cui da tre anni era l’amante.

  L’uomo accorso all’appuntamento della polacca, non era dunque un amante deluso deciso a prendersi una crudele rivincita. Era un innamorato assetato d’amore: «L’essenziale — scriveva alla sorella, subito dopo il primo incontro con la polacca – è che abbiamo ventisette anni (no, trentadue), che siamo meravigliosamente belli, che possediamo i più bei capelli neri del mondo, una piccola mano d’amore, un cuore di ventisette anni, puro. Non ti parlo delle ricchezze colossali».

  Le Lettres à l’Etrangère, di cui Eveline Hanska non ha voluto privare l’umanità rivelano tutto l’ardore di quella inesauribile sete d’amore. E in ogni lettera, egli sembra scoprire l’amore per la prima volta. Nei diciassette anni di quella mostruosa corrispondenza non gli venne mai meno l’affetto delle donne. Una giovane inglese, Frances-Sarah Lovell, che aveva sposato un italiano, il conte Emilio Guidoboni Visconti, tentò invano di fargli dimenticare la bella polacca. Cento altre donne, Soofka la polacca, una contessa belga, la misteriosa Luisa, tentarono invano di placare quella sete. Finalmente, morto il settantenne marito, vinte le ultime resistenze della famiglia, Eveline Hanska consentì a diventare la signora Balzac. Se l’autore di Lys dans la vallée non era più nel 1850 il dandy che la contessa aveva conosciuto a Neufchâtel, e che aveva poi rivisto altre tre o quattro volte, a Vienna, a Dresda, a Francoforte, la «meravigliosamente bella» del primo furtivo bacio d’amore era diventata una corpulenta signora, degna del corpulento marito. Ma l’amore è cieco e Balzac visse cinque mesi felici.

  Victor Hugo si stupì di non trovare. la «straniera» al capezzale del marito agonizzante: «Intesi un rantolo profondo e sinistro. Ero nella camera di Balzac. Un letto era in mezzo a questa camera. Un letto di mogano, avente, ai piedi e a capo delle traverse e delle cinghie che indicavano un apparecchio di sospensione per muovere il malato. Balzac era sul letto, la testa adagiata su una montagna di cuscini ai quali erano stati aggiunti cuscini di damasco del canapè. Aveva la faccia violetta, quasi nera, reclinata a destra, la barba lunga, i capelli grigi e corti, l’occhio aperto e immobile. Lo vedevo di profilo e rassomigliava all’imperatore. Una vecchia donna, l’infermiera, e un domestico stavano in piedi ai due lati del letto. Una candela ardeva dietro il capezzale, su un tavolo, un’altra su un comò vicino alla porta, c’era un vaso d’argento sul comodino da notte.  L’uomo e la donna tacevano con una specie di terrore a ascoltavano i rantoli del morente ... Un odore insopportabile si diffondeva dal letto.

  Sollevai le coperte e presi la mano di Balzac. Era madida di sudore. La strinsi. Non rispondeva alla stretta».

  Una cameriera aveva avvertito il poeta che la signora si trovava nella stanza attigua. Con un amico, insinuò poi Mirbeau. Può darsi ch’essa avesse in quel momento più bisogno di conforto del marito, che si disfaceva sul letto di morte in un penso odor di cadavere. Può darsi che nella stanza attigua fosse realmente con lei un amico, non certo un amante. E fu solo per pudore, ch’essa non volle posare per le «cose viste» del poeta della Leggenda dei secoli, come per pudore distrusse, qualche tempo dopo, le sue lettere al creatore della Commedia umana, all’innamorato sensuale e patetico delle Lettere alla straniera.

  Ecco perché stupisce che le donne si siano già dimenticate del loro primo «confessore». Schiave, adoravano Balzac, uno dei geni più «titanici», secondo André Maurois; libere leggono Via col vento e Ambra.

  Povero Balzac, povera società basata sull’ingratitudine delle donne.

 

 

  Ettore Settanni, Viaggio alle frontiere della pace. La grande “amitié amoureuse” di Balzac: madame Eva Hanska, «Avanti! Quotidiano del Partito socialista», Milano, Anno LIII – Nuova serie, N. 222, 17 Settembre 1949, p. 3.

 

  Tre anni Onorato di Balzac rimase in questo paese, a due passi dall’Ucraina, che canta coi suoi cento fiumi magici di azzurro e ha foreste di betulle che sono le figlie predilette della terra decantata dai più delicati poeti slavi. I contadini dicono che in autunno le ragazze innamorate che vengono di notte a far l’amore nel tepido verde sospendono le loro vesti sgargianti di oro e d’argento, i fazzolettoni rossi e gialli, a quei rami, e poi li dimenticano perché l’intensità dei loro amori le rende subitamente smemorate (esse rientrano frettolose al primo albeggiare e le porte delle isbe si chiudono sui loro corpi nudi che anticipano la neve).

  Altre voci qui parlano di spettri della vecchia Russia e dell’antica Polonia che si sono scelti una terra così di sogno, abbandonando il paradiso degli altri. Stranamente, le pietre che segnano le strade ucraine somigliano di fatto a scheletri affioranti e non c’è contadino che nelle prime ore della notte non le abbia sentite mormorarsi a vicenda le storie più remote dei due paesi amici.

  Onorato di Balzac venne quassù poco prima della sua morte e forse fu questo il periodo più riposante della sua vita. Il suo viaggio ai limiti dell’Europa avvenne quando egli era già uno scrittore celebre in tutto il mondo, il grande autore della «Commedia Umana». I suoi personaggi visti da qui eran lontani, quasi si rinserravano nelle ombre dei comignoli di Parigi, calavano dalle grondaie scroscianti, figli delle chimere che si specchiano nella Senna.

  Balzac era già l’autore di «Chouans», di «Psicologia (sic) del Matrimonio», di «Pelle di Zigrino», della «Donna di Trent’anni», quando, appunto da Wierzchownia, gli giunse la lettera d’un'ammiratrice polacca che apertamente e a differenza delle altre, più rimproverava la brutalità del romanzo «La pelle di Zigrino », esortandolo a guardare al dì là della «banlieue» parigina e delle pianure di Francia: «Ritornate alle sorgenti pure dell’ispirazione e leggetevi queste imitazioni di Cristo che vi spedisco».

  «Onorato Balzac è un artista la cui figura cresce e s’ingigantisce sempre più col tempo. Egli è lo Shakespeare dei tempi moderni». Così, ampiamente, è stato definito dal più fine critico polacco di letteratura francese, da Taddeo Boy-Zelenski, che quasi ricreò nella sua lingua originale i capolavori, da Rabelais a Molière, da Balzac a Proust. Di Boy-Zelenski — che io conobbi nelle lunghe serate invernali passate prima dell’ultima guerra nel Caffè Zemianski di Varsavia — uscivamo verso l’alba che la neve non più spalata nella rigidezza della notte sembrava una bara bianca all’altezza delle nostre spalle), ho letto ora lo scritto tradotto in francese su Balzac, con stralci di lettere della madre e della sorella dello scrittore francese, che allargano la storia della vita del Grande con la rivelazione del suo amore per Madame Hanska, la relegata della nostalgia di Wierzchownia. Il più affascinante capitolo segreto della sua vita.

  Grazie alle preziose pagine di Boy-Zelenski (i tedeschi fra i loro crimini più vergognosi devono registrare la fucilazione di questo finissimo esponente della cultura europea; che si rifiutò di riconoscere la tracotanza della loro occupazione sostenendo la libertà dello spirito), noi ci riallacciamo a quella lontana lettera dell’ammiratrice polacca per seguire la parabola sentimentale della vita di Balzac fino alla morte. Lo stile di Boy-Zelenski arricchisce di particolari e di curiosità il racconto, quasi romanzandolo. Diciotto anni durò questa relazione che non fu solo sentimentale. Balzac ricevette la lettera della Hanska nel 1832 e le sue mani non l’ebbero aperta, che tremarono. Aveva allora trentadue anni, ed è questa l’età più propizia all’esaltazione dell’immaginazione e alle cosiddette pazzie amorose. La loro corrispondenza, partita da una premessa spirituale, si accese ben presto di vera e propria passione. «A quell’epoca del romanticismo — scrive Boy-Zelenski — un tale gioco del cuore e dell’immaginazione, pieno di rischi e che non scartava comiche delusioni, era assai caratteristico». Balzac si gettò nell’avventura fiducioso, e così Madame Eva Hanska, la quale, moglie di uno dei più ricchi latifondisti dell’Ucraina polacca, invogliò il marito ad un viaggio a Parigi, allo scopo di incontrarvi Balzac. Suo marito aveva subodorato la cosa e brigò a Mosca affinchè le autorità zariste rifiutassero il permesso alla giovane moglie. Madame Hanska avrebbe perduto il suo ascendente fra i numerosi schiavi della gleba, dando il cattivo esempio di recarsi nella città del diavolo e delle «boites[?]» della dannazione. Ma Eva non disarmò: non sognava altro che l’incontro col lontano scrittore francese, che era diventato la sua unica vita. Indusse così il marito a partire con lei per la virtuosa Svizzera, non senza avervi dato prima appuntamento a Balzac, a Neuchâtel. Si conobbero in un giardino, ad un segnale convenuto, e ben presto la fiamma della passione li divorò. Madame Hanska dovette poco dopo seguire il marito in Italia, protraendovi il suo soggiorno per un anno, dopo di che i due si ritrovarono a Vienna, dove Balzac li aveva preceduti con la scusa di una visita ai campi di battaglia di Wagram, scena di un libro che egli si proponeva di scrivere sull’epopea napoleonica e del quale non verga mai un solo rigo.

  Dopo Vienna trascorsero sette anni senza che i due amanti si incontrassero una sola volta, ma nel frattempo la loro corrispondenza s’infittì, sino a costituire il voluminoso materiale dell’opera intitolata dal Balzac «Lettere alla Straniera», rimasta fino ad oggi incompiuto. L’epoca era, come abbiamo detto, romantica, e le cose si facevano per benino anche allora: la liaison amoureuse fra i due era avvenuta dopo un matrimonio segreto mistico che avrebbe dovuto avere attuazione pratica in caso che il Signore si fosse deciso a chiamare al suo paradiso il cornificato signor Paul Hanska (sic), che d’altronde era un gagliardo per nulla disposto a sacrificarsi per la loro felicità.

  Gli anni passano; per Balzac è il trionfo e, coi successi, si susseguono anche le avventure galanti, Madame Hanska ne è gelosa, nella sua prigione dalle betulle dorate di Wierzchownia. Essa si accorge che con la lontananza diventa sempre più per Balzac un’ombra pallida e incorporea; la fidanzata esotica ai confini dell’Europa. Non gli risparmia recriminazioni per la sua infedeltà, lei che è bellissima e adulata da tutti e sa conservarglisi di una fedeltà adamantina.

  La «Commedia Umana» è il coronamento dell’arte balzacchiana e costituisce il suo trionfo. Egli se ne inebria tanto che quasi non si ricorda più della sua amica lontana, quando gli giunge una lettera da Wierzchownia listata di nero: il marito di Eva è morto lasciandola milionaria. «Balzac — scrive Boy-Zelenski — si precipita al suo paese. Non si tratta solo di una questione di cuore ma di ambizione e di un calcolo veramente balzacchiano: una magnifica fine del romanzo della sua vita. Un matrimonio così ricco e aristocratico, egli lo riservava ai suoi personaggi più favoriti» Epperò, Eva non è più quella di una volta e il genio dello scrittore l’impaurisce, al pari delle infedeltà che hanno fatto sfiorire la sua immaginazione. Non è più quella che gli ha scritto mille volte di volersene fuggire verso il suo amore con la sola veste che indossa. D’altra parte, Balzac a Wierzchownia è sbalordito dall’ambiente. Egli scrive alla madre, alle sorelle, suggerendo loro il tono più altisonante da usare nelle loro lettere, che vengono lette da lui nella solennità della campagna ucraina, ad alta voce. Madame Hanska, ancor bellissima, indugia a stringere il nodo del matrimonio. Ma finalmente il compimento arriva, dopo molte vicende. Scrive Balzac all’indomani delle nozze alla sorella: «Ci ha sposato un santo e virtuoso sacerdote che è anche nobile: l’abate conte Czarnski. Il cognome dì nascita di Madame Hanska è contessa Rzewuska, e in questo giorno ella è stata il vero gioiello della vecchia magnifica famiglia Rzewuska. Il tuo fratello Onorato, al colmo della felicità».

  Onorato di Balzac scriveva questo il 15 marzo 1850; il 18 agosto dello stesso anno, il grande scrittore non era più di questo mondo.

  La testimonianza di Boy-Zelenski è venuta ad arricchire di particolari questo che non è stato un episodio, ma un profondo solco nella vita di Balzac. Il più fine critico polacco di letteratura francese, che tanto apporto avrebbe ancora potuto dare al mondo culturale di oggi, è stato soppresso dal piombo più bruto che registri la storia! Ma davanti al plotone di esecuzione egli, più d’ogni altro, ha fatto avvampare la fiamma dello spirito, gridando all’ufficiale che lo comandava: «Sono felice di morire per la libertà. Fuoco!».

 

 

  Stefano Sorelli, “Avrebbero creato ben altro senza le donne!”. Balzac raccomanda la castità, «L’Elefante. Settimanale a 12 pagine», Roma, Anno I, N. 36, 27 Ottobre 1949, p. 3.

 

  Non esiste senza dubbio per i lavoratori alcuna regola generale se non quella che ognuno si formi e segua una propria legge. La cosa non cambia se si tratti di lavoratori intellettuali invece che di manuali. Non soccorsa dalla presenza di un metodo la nostra attività si disorienta e diviene simile a una barca alla deriva, che, per quanto dotata di una velatura perfetta, perde il tempo bordeggiando a dritta e a mancina, senza mantenersi in quella linea retta solitamente seguita nella pratica quotidiana e che, malgrado le nuove opinioni di Einstein, costituisce la via più breve da un punto all’altro.

  Pure, si obietterà, dove va a finire la fantasia così cara ai poeti? Certo, la fantasia è sinonimo di libertà. Ma libertà non significa affatto anarchia. E sebbene il poeta sia il più indipendente, e talvolta il più capriccioso dei creatori, pure anch’egli deve sottoporsi a regole che per essere dettate da lui stesso e non da altri, tuttavia gli si impongono come una consuetudine e una tecnica necessarie, che fungono da metodo personale. Non è forse questa la verità per un Villon, per un Verlaine, che sembra vagare simile a una foglia morta? Così, non possiamo immaginare un Dante che segua unicamente i capricci dell’ispirazione, o un Victor Hugo che attenda dal vento che passa il segreto dei suoi poemi.

  Conosciamo esattamente le regole di lavoro dell’autore delle contemplations e della Légende des Siècles. A letto ogni sera alle undici, si alzava alle sei e si metteva subito al lavoro. Restava a tavolino fino all’ora di colazione, in una stanza priva di riscaldamento, con la finestra spalancata estate e inverno. Lamartine, invece, andava a letto di buon’ora e si alzava verso le tre di notte per scrivere fino a giorno fatto. Wagner lavorava dalle nove del mattino fino all’una, e riprendeva la sua fatica nel pomeriggio. Com’è noto, c’è chi lavora di sera, chi all’alba, chi di giorno e chi di notte. E non è raro vedere lo stesso scrittore o lo stesso compositore mutare regola e usanze. Ma, in ogni caso, il suo lavoro rimane invariabilmente sottoposto al metodo che non è altro che l’espressione delle necessità derivanti dal temperamento e dal carattere.

  Balzac, duro lavoratore delle lettere, costituisce la miglior prova di questa verità. Ma la sua originalità era di spingersi fino a un estremismo intransigente nel campo che potremmo chiamare dell’igiene letteraria. Chiudersi per tre anni come in un chiostro, bere acqua, mangiare verdura bollita, coricarsi alle sei di sera, alzarsi a mezzanotte, lavorare fino al mattino, poi, durante il giorno, rivedere, perfezionare il lavoro notturno, correggere le bozze, prendere appunti, procedere a letture e studi preparatori richiesti dall’opera iniziata o da iniziare, e sopratutto ... vivere in una castità totale ... Non sorridete! Non si tratta, da parte di Balzac, di una vanteria o di una battuta di spirito. Egli insisteva con molta energia su questa prescrizione. E’ da notare che nel momento in cui egli formulava questa regola, si trovava nella pienezza dei suoi venticinque anni! Esiste una legge che afferma che l’attività intellettuale è in ragione inversa dell’attività sessuale. Balzac ne era intimamente convinto. Secondo lui, la castità sviluppa al più alto grado le capacità dello spirito. Meglio ancora: essa suscita in coloro che la praticano facoltà ignote. E’ più facile obbiettargli, non è vero?, che i più grandi scrittori e compositori hanno per lo più pensato e vissuto altrimenti, e che all’origine dei maggiori capolavori si scopre quasi sempre una avventura d’amore. Ci furono naturalmente amici che glielo fecero presente. Ma Balzac, scuotendo il capo, rispondeva: «Avrebbero creato ben altro senza le donne!».

  Dato che era di buon carattere, ammetteva qualche concessione, ma a fior di labbra e quasi contro voglia. Ammetteva che si potesse incontrare la donna amata mezz’ora all’anno, garantendo a quelli ch’erano disposti ad obbedirlo che sarebbero diventati scrittori di prim’ordine. Théophile Gautier, modesto, ma malizioso, confessava, in risposta a questi austeri consigli: «Dalle nostre opere appare evidente che non abbiamo seguito un piano di studi così saggio».

  Balzac sembra si sia davvero sottoposto a questo metodo rigoroso. Pittori, caricaturisti, scultori — chi non conosce la famosa statua di Rodin – ce lo hanno mostrato nell’esercizio della sua attività, vestito d’un saio monacale davanti alla tavola illuminata da un candeliere a sette candele, intento, nel silenzio della notte, ad ascoltare soltanto le parole dei personaggi della sua «Commedia umana». La sua penna era per lo più rapida, precipitosa. Ma abbondavano le correzioni. Per lungo tempo portava chiuso dentro di sé il tema prescelto: poi redigeva una specie di sceneggiatura che mandava alla tipografia. Gli veniva rimandato un testo composto a colonne isolate su larghi fogli. A questo punto incominciava la sua opera di correttore. Correggeva, certo, ma sopratutto aggiungeva. E le frasi nuove proiettavano le loro righe in tutte le direzioni. Parevano scie luminose di esplosioni siderali, di fuochi d’artificio. Seguivano innumerevoli segni, errori, numeri arabi e romani, lettere greche e latine, cancellature, richiami, interpolazioni d’ogni genere. Seguiva l’aggiunta di foglietti di ogni dimensione, incollati o spillati. E’ facile immaginarsi l’imbarazzo degli infelici tipografi di fronte a quegli scarabocchi cabalistici! I poveretti, temendo di perdere la testa, rifiutavano di lavorare per più a un’ora alla composizione ... Il giorno dopo le nozze (sic; lege: bozze) ritornavano nelle mani dello scrittore con un testo raddoppiato. E Balzac ricominciava a correggere. Sei, sette, dieci serie di bozze così rimaneggiate uscivano dalle sue dita, ritornavano dalla tipografia. Lungi dallo scoraggiarlo, un lavoro del genere gli metteva addosso un’eccitazione febbrile.

  Chiunque altro avrebbe finito per soccombere. Ma, lo sappiamo bene, Balzac era fatto della stoffa degli atleti: la clausura monastica accresceva il potenziale del suo temperamento. Lo si vedeva lavorare da sedici a diciotto ore al giorno per due o tre mesi consecutivi. Dormiva appena sei ore d’un sonno febbrile, dopo un pasto frettoloso. Certe mattine, andando a fare una rapida visita a qualche amico, arrivava sfinito dalla notte di lavoro, e, ansimante e affamato, si lasciava cadere sopra un divano. Inghiottiva allora il suo cibo favorito: sardine schiacciate con burro, spalmate sopra un crostino. Ingollato l’ultimo boccone, si addormentava pesantemente, non senza aver pregato l’amico di svegliarlo dopo un’ora. Ma si svegliava da solo, talvolta balzando in piedi, chiamando traditori ed assassini coloro che non l’avevano tratto abbastanza presto dal sopore. Poi spariva precipitosamente per correre a immergersi di nuovo nel lavoro infernale che gli sembrava di aver tradito.

  Balzac, è evidente, fu per se stesso un vulcano, un mondo intiero, un’inferno (sic), ma talvolta anche un asilo di pace e di felicità. Con la bocca aperta in una larga risata, era pronto ad applaudirsi da solo, senza attendere l’elogio altrui, quand’era certo di aver raggiunto la mèta, lui che di solito era così scontento di sè. Gli articoli dei critici lo lasciavano press’a poco indifferente. Ai giornalisti non fece mai la corte. Era questo un atteggiamento che avrebbe dovuto aggiungere alla sua lista di precetti per i giovani letterati! D’altronde, non aveva tempo da perdere per dedicarsi a quest’altro genere di commedia troppo umana. Ma vogliamo ricordare una delle grandi gioie, la più emozionante di tutte, di questo infaticabile e gigantesco lavoratore: quella di riscuotere in fretta il compenso per il lavoro fatto per correre a versarlo ai creditori impazienti che lo perseguitavano persin negli uffici del suo giornale o del suo editore.

 

 

  Maria Teresa Sposato, Balzac Honoré de, in AA.VV., Enciclopedia cattolica, Città del Vaticano, Ente per l’Enciclopedia cattolica e per il libro cattolico, 1949, Vol. II, p. 764; 1 ill. [Balzac, Honoré de – Ritratto inciso da G. Lévey con firma autografa].

 

  Scrittore francese n. a Tours il 20 maggio 1799, e m. a Parigi il 18 ag. 1850. Studiò legge e tentò l’avvocatura, ma, dominato dalla passione per le lettere, abbandonò ben presto la provincia e nel 1819 si stabilì a Parigi, dedicandosi al romanzo. Per accrescere gli scarsi guadagni, avviò più di una speculazione commerciale, ma tutte gli fallirono: fu costretto, così, a lottare sempre coi debiti, anche quando la gloria letteraria gli doveva permettere vita agiata e tranquilla.

  Nel 1829 conseguì il primo successo con Les Chouans, cui tenne dietro una serie di romanzi pubblicata entro un ventennio e che culmina con capolavori quali Le père Goriot, Eugénie Grandet, La Cousine Bette, ecc. Partito dall’imitazione di W. Scott, B. abbandona però subito il romanzo storico, restringendo il suo campo d’osservazione al mondo contemporaneo che lo circonda, ma questo sa guardare e riprodurre nella sua molteplice varietà di luoghi, tipi e condizioni sociali, cogliendone l’essenza, pur senza rinunciare alla cura minuziosa e vigile del particolare realistico, che egli sente come elemento indispensabile per dare carattere ad ogni individuo e creare in lui quella natura sociale, che è ai suoi occhi una natura nella natura. Nascono così le Scènes de la vie privée, vie de province, vie parisienne, vie militane, che nel 1842 l’autore riunisce sotto il titolo di Comédie humaine. In quest’opera gigantesca, trova posto tutto il mondo balzachiano, un mondo dove, accanto all’amore, entrano largamente la politica, gli affari, le speculazioni d’ogni genere, mossi sempre dal gioco di quelle passioni dominanti che nei principali personaggi trovano incarnazione viva e potente. La Comédie humaine ritrae fedelmente la società francese della monarchia di luglio, ma B., che ne è il pittore, non ama quel mondo borghese. Legittimista in politica, egli difende ed esalta la monarchia forte ed accentratrice il cui ideale vede incarnato in Caterina de’ Medici, la regina che seppe sostenere il potere centrale e difenderlo contro ogni attacco, senza rifuggire dai mezzi estremi quando lo richiedeva l’integrità dello Stato.

  Al legittimismo di B. corrisponde il suo atteggiamento in fatto di religione; non era credente ortodosso, però sentiva tutto il valore dell’unità religiosa dei popoli e la forza del cattolicesimo come massimo fattore di ordine sociale. «Io scrivo, dice nella Préface alla Comédie, alla luce di due verità eterne: la religione e la monarchia».

  L’asserzione, quanto alla religione, vale, però, ben poco; le sue opere, infatti, furono tutte poste all’Indice con la formula: Omnes fabulae amatoriae (decr. 16 sett. 1841; 28 genn. 1842; 5 apr. 1842; 20 giugno 1864). E le ragioni sono molto gravi: «Fu detto anatomico del cuore umano, spesso d’una freddezza esasperante nel “sezionare” il vizio, la durezza dei cuori; considera l’uomo solo dal lato peggiore, in una morale deformità che accascia; nessuna virtù esiste; il vizio mira con calcolo al suo soddisfacimento. Esagerazione del realismo nel descrivere le passioni che abbrutiscono l’uomo; nessun intendimento educativo nell’arte ... Dai fatti trae spesso conclusioni che generalizzano il vizio». (G. Casati, L’Indice dei libri proibiti, III, Milano 1939, pp. 29-30).

  Bibl.: Edizioni: Una prima ed. di tutte le opere di B. apparve a Parigi nel 1855, in 20 voll.; l’ed. definitiva, ivi 1869-76, è in 24 voll.; e quella del 1885-88, in 52 voll.; l’ed. critica, in corso, a cura di M. Bouteron e H. Longnon, ivi 1912 sgg., 40 voll. – Letteratura: E. Biré, H. de B., Parigi 1897; A. Le Breton, B. l’homme et l’oeuvre, ivi 1905; F. Brunetière, H. de B., ivi 1906; G. Gigli, B. in Italia, Milano 1920; R. Benjamin, La vie prodigieuse de H. de B., Parigi 1925; A. Bellessort, B. et son oeuvre, ivi 1925; M. Pisani, L’Italia nella Commedia Umana, Napoli 1927; P. Barrière, B. et la tradition littéraire classique, Parigi 1928; P. Bourget, Quelques témoignages (L’art du roman chez B.), ivi 1928; P. Abraham, Recherches sur la création intellectuelle. Créatures chez B., ivi 1931; B. Croce, B., in Poesia e non poesia, Bari 1935, pp. 75-94; P. Arcari, B., Brescia, 1935; G. Casati, L’Indice dei libri proibiti, II, Milano 1937, pp. 215-218.

 

 

  Pietro Paolo Trompeo, Balzac e la Terra dei morti, «La Nuova Stampa», Torino, Anno V, Num. 212, 6 Settembre 1949, p. 3.


  [Segnalato da Paolo Russo, Primo inventario … cit., p. 550].

 

  Non so se il Giusti metteste anche i romanzi di Balzac, come ci metteva quelli di George Sand, tra i «libracci forestieri» che gli lasciavan nella testa «una striscia d’argento falso come fa la lumaca». Certo è che li leggeva attentamente e perfino li postillava. Ferdinando Martini ne ebbe la prova sfogliando un volume di Balzac mostratogli da una signora che molti anni innanzi l’aveva prestato al Giusti: c’erano segni e note a matita di mano del poeta, e tra l’altro c’era sottolineata, nella novella Le Bal de Scheaux (sic), questa sentenza: «Chi non fa pazzie in primavera le fa nell’inverno». Il Martini non potè non ripensare alle Memorie di Pisa:

 

Spesso d’un Socrate

adolescente

n’esce un decrepito

birba o demente:

dal farle tardi

Cristo ci guardi.

 

  E notò che le Memorie sono del 1841, come del 1841 è il biglietto con cui il Giusti ringraziò del prestito la signora e che questa fece legare nel volume da lei conservato come sacro.

  Dell’anno seguente è la Terra dei morti, risposta scherzosa, come sempre s’è detto e come è da ritenere nonostante le obiezioni d’un valente commentatore del Giusti, alla lontana ma non dimenticata apostrofe di Lamartine nel Dernier chant du pèlerinage d’Harold: apostrofe che a suo tempo aveva sollevato lo sdegno degl’italiani e provocato, com’è noto, un duello tra Lamartine stesso (che si comportò in quell’occasione da perfetto cavaliere) e Gabriele Pepe.

  Un incidente simile per poco non era capitato a Balzac per la novella Les Marana, in cui figura un avventuriero italiano, l’ufficiale napoleonico Montefiore. Il milanese Antonio Lissoni, già ufficiale di cavalleria, credette di vedere nella creazione del personaggio un’intenzione ostile all’Italia e pubblicò nel 1837 un opuscolo contro Balzac. Il clamore fu tanto che perfino un’amica del romanziere, la contessa Fanny Vimercati Sanseverino, gli moveva il rimprovero di non amare l’Italia. E Balzac, che in verità non aveva avuto alcun proposito antitaliano, se ne lamentava con una comune amica, la contessa Maffei: «Mi ha accusato di non amare l’Italia proprio nel momento in cui lavoro a un’opera intitolata Massimilla Doni che farà balzare più d’un cuore italiano».

  Massimilla Doni, che uscì nel 1839, è infatti un vero inno all’Italia, e non tanto alla gloriosa Italia del passato, quanto all’Italia contemporanea. La perenne fecondità del genio italiano, il sentimento della dignità nazionale vivo negl’italiani e pronto a reagire contro le offese degli stranieri, il contributo italiano all’incremento della civiltà europea, son riconosciuti da Balzac con generoso calore: proprio l’opposto delle disdegnose allusioni di Lamartine alla «poussière humaine» da lui trovata in Italia. Anzi, in quel suo breve romanzo di ambiente veneziano, Balzac sembra proprio essersi assunto la parte di difensore dell’Italia contemporanea contro il disdegno del suo compatriota, per il quale del resto non aveva nessuna simpatia. Più tardi, quando scriverà Modeste Mignon, cercherà in Lamartine, esagerandoli, gli elementi per la costruzione del personaggio quasi caricaturale (ma che proprio per questo piacque a Gobineau) di Canalis: poeta, oratore e diplomatico proprio come l’autore delle Méditations e delle Harmonies, e come lui capo riconosciuto della «école angélique»; incline alle pose byroniane e agli atteggiamenti malinconici d’arcangelo in esilio; produttore di versi apparentemente puri come il ghiaccio dei laghi, ma in realtà pieni d’ipocrisia; padrone d’un organo di voce flessibile che aveva lasciato il tono carezzoso per quello dogmatico della tribuna parlamentare. In Massimilla Doni non c’è che un’allusione ai «poeti ipocriti» che piangono sulla decadenza italiana: ma tutti dovevan capire a volo, specie in Italia, a chi era diretta la sferzata.

  «Non compiangeteci troppo — dice la protagonista del racconto a un francese che del resto ama l’Italia — noi vi dominiamo sempre! Dal fondo della propria miseria l’Italia regna grazie agli uomini eccezionali che formicolano nelle sue città. Disgraziatamente, la miglior parte di quelli arrivano così presto a comprendere la vita che si chiudono in un penoso godimento; e quanto agli altri che voglion giocare al triste gioco dell’immortalità, sanno ben guadagnarsi il vostro oro e meritare la vostra ammirazione. Sì, in questo paese la cui decadenza vien lamentata da sciocchi viaggiatori e da poeti ipocriti, il cui carattere vien calunniato da uomini politici, in questo paese che sembra infiacchito, impotente, rovinato, invecchiato più ancora che vecchio, si trovano in ogni campo dei geni possenti che gettano rami vigorosi, come da un antico ceppo di vite vengon su dei germogli da cui nascono deliziosi grappoli. Questo popolo di antichi sovrani produce ancora dei re che si chiamano Lagrange, Volta, Rasori, Canova, Rossini, Bartolini, Galvani, Viganò, Beccaria, Cicognara, Corvetto. Questi italiani dominano il punto della scienza umana al quale si applicano e sono i primi nell’arte che coltivano».

  Nel suo palco alla Fenice, Massimilla s’è abbandonata alla foga della sua eloquenza polemica, e sùbito in tutto il teatro si diffonde la voce che la bella dama ha chiuso la bocca, su la questione italiana, al suo ospite francese. Ma noi possiamo riprendere in mano le poesie del Giusti e rileggere La terra dei morti. In quei settenari saltellanti, in quel gioco di risatine sarcastiche, in quello sfaccettamento di arguzie toscane, ritroveremo forse qualcosa dell’impetuoso discorso di Massimilla:

 

Ecco, su tutti i punti

Della tomba funesta

Vagar di testa in testa

Ai miseri defunti

Il pensiero abbrunato

D’un panno mortuario:

L’artistico, il togato,

Il regno letterario

E’ tutto una morìa.

Niccolini è spedito,

Manzoni è seppellito

Co’ morti in libreria.

E tu giunto a compieta,

Lorenzo, come mai

Infondi nella creta

La vita che non hai?

Cos’era Romagnosi?

Un’ombra che pensava,

E i vivi sgomentava,

Dagli eterni riposi.

Per morto era una cima.

Ma per vivo era corto;

Difatto, dopo morto,

E’ più vivo di prima.

 

  Se quella signora di cui parla Ferdinando Martini avesse prestato al Giusti anche Massimilla Doni, alla restituzione del volume forse ci avrebbe trovato un segno di matita accanto alle parole che sopra ho tradotto.

 

 

  O. V., I topi di biblioteca ascoltano la commedia di un editore autore, «Corriere d’informazione», Milano, Anno V, N. 27, 1-2 febbraio 1949, p. 2.

 

  Qualche volta è accaduto — il caso di Balzac è noto a tutti — che uno scrittore diventasse, o tentasse di diventare editore.

 

 

  Giulia Veronesi, Parigi onora Balzac, «Il Nuovo Corriere», Firenze, Anno IV, 5 Giugno 1949, p. 3; 1 ill. [Frontespizio manoscritto di Pensées, Sujets, Fragments, 27 février 1833].

 

  Gli gettarono un fascio di ginestre ancora odorose di bosco due ragazze che si trovarono a passargli davanti mentre tornavano dalla gita domenicale; fermarono un momento il tandem, un piede a terra, vedendo un po’ di folla radunata e mucchi di fiori sul praticello. Guardarono in su: «A Balzac, a Rodin», sta scritto sullo zoccolo; sciolsero allora dal manubrio l’enorme mazzo giallo e i fiori caddero a splendere sull’erba, sparsi. Il carrefour Montparnasse era tutto animato di luci, di passi: dalla «Rotonde» una musichetta veniva flebile a lambire il bronzo della statua, una statua che pare una folata di vento. Balzac poco dopo era già solo, il capo sdegnoso e pieno di gloria aureolato dal verde dei platani sfuggenti dietro le sue spalle come una fresca navata sino in fondo al boulevard; nel suo volto, fra i contorni ariosi e irresoluti della scultura di Rodin spicca solamente uno sguardo, il cavo delle occhiate è un’ombra nera che si vede da lontano. Questo è forse il monumento più bello che Parigi abbia innalzato a un poeta; Balzac ne ha pure un altro sulla rive droite, un po'’convenzionale e romantico ma non affatto volgare, di pietra bianca in una deliziosa piazzetta folta d’alberi nei pressi della via che porta il suo nome e dove egli morì quasi cent’anni fa, il 18 agosto 1850. Aveva sognato la gloria, e l’ebbe dunque: chi può vantare due monumenti in una sola città?

  Parigi ha aperto solennemente proprio in questi giorni un ciclo di onoranze a quello dei suoi scrittori che essa considera più suo; l’eloquenza ufficiale gli ha reso omaggio in cerimonie, conferenze, letture varie, e farà di Balzac l’oggetto di chissà quante altre esercitazioni durante l’anno a lui dedicato («l’année balzacienne») che si è inaugurato con l’anniversario della sua nascita a Tours, il 20 maggio 1799. Nella sua dolce Turaine (sic), lungo le rive della Loira, saranno organizzati viaggi su viaggi a scovare fra il verde dei poggi e dei giardini i luoghi della provincia balzachiana; ma Parigi contende alla Turaine il suo scrittore, lo fa proprio, dichiara che semmai un giorno la città non fosse più, semmai il suo volto scomparisse dalla terra, solamente nelle pagine di Balzac coloro che venissero dopo potrebbero ritrovarne traccia, solamente per esse potrebbero immaginarlo esattamente come era. E va cercando, e va illustrando su tutti i giornali (diversi numeri unici di settimanali letterari e di riviste sono dedicati a Balzac) ogni strada, ogni piazza, ogni casa che lo scrittore abbia consegnato all’immortalità nelle proprie pagine; si accorge allora che tutta la città, quella dei Campi Elisi e quella dei sobborghi, nei suoi interni lussuosi e nei suoi cenci, vive nei cinquanta volumi della «Comédie Humaine»; si accorge che forse nessuno dei suoi scrittori l’ha conosciuta e amata come questo, che non era parigino.

  Perciò, soprattutto, lo onora, e perciò lo rilegge; il fatto letterario non la tocca direttamente, anzi si può dire che un poco di sconcerto lascia i francesi perplessi di fronte a un’evidente grandezza che molti di essi, se ne avessero il coraggio, qualche volta si sentirebbero di negare, almeno in parte. C’è stato mai scrittore, che abbia smentito così in pieno come Balzac una tradizione, un simbolo letterario fieramente e costantemente difeso da tutti? C’è stato mai, nella Francia che è per definizione il paese del razionalismo, il paese della misura e della grazia, scrittore più irragionevolmente eccessivo e barocco di questo, più traboccante, più robusto e trascurato? Rabelais, almeno, ragiona; e Victor Hugo, almeno, canta a voce spiegata. Ma Balzac non ragiona e non canta: solamente, a voce spiegata racconta, ed è prolisso, ed è esagerato, ed è assurdo, ed inventa una realtà che resiste ai secoli, fortissima, appunto perché le sue linee sono più grandiose e più profondamente incise di quelle che il senso della misura riconosce capaci di servire la verosimiglianza. A qualsiasi classicismo si rifiuta dunque Balzac, che è vero per quanto inverosimile, e gonfia la vita di tutti i suoi umori, di tutte le sue linfe, e nell’ampio periodare e nel ricco discorrere slarga sentimenti e passioni, ingrandisce un fatterello in parole così sature di senso da trasformarlo in un avvenimento. Balzac è nato per contraddire i francesi; pertanto, il suo peso nella storia delle loro lettere è in gran parte un peso dialettico; per lui, sull’altro piatto della bilancia la vita si misura con il ragionare, l’analizzare, il controllare, il pungere, il sorridere, l’ironizzare, che son verbi per eccellenza francesi. Così sembra che la grandezza di Balzac cresca a dismisura nonostante la reticenza di molti francesi ad ammetterla; essi non lesinano allo scrittore le proprie riserve, ma per un curioso fenomeno pare che gli errori, stiano formando il nuovo tessuto della sua gloria; gli eccessi, le ridondanze, il «troppo» che è in ogni sua pagina e quasi in ogni parola, quel suo trasfondere passione anche nei sassi, quel suo iperbolico sentire e dire (sentire e dire gli son tutt’uno), quel suo continuo uscire dagli argini non autorizzano già a parlare di surrealismo anche per lui, fino ad oggi considerato concordemente sebbene arbitrariamente il più realista degli scrittori francesi?

  «E’ il più grande dei nostri realisti», scrive per esempio Armand Lunel rispondendo a un’inchiesta condotta da un settimanale letterario e intitolata Balzac visto dai nostri contemporanei». Ma l’immaginazione geniale e eroica di Balzac essendosi messa in gara con la realtà l’ha battuta, «l’ha spremuta e svuotata sino a farne sprizzare in scintille la più preziosa, la folgorante e sostanziale delle poesie, tanto che a un simile punto di ampiezza e di profondità il realismo di Balzac tocca il surrealismo». E qui lo salvano, i nostri contemporanei.

  La mostra commemorativa dell’uomo e dello scrittore allestita alla libreria antiquaria Pierre Berès (che è situata ai piedi del suo monumento bianco nella piazzetta verde), mette in luce un accordo, una armonia, fra la vita di Balzac e la sua opera, che non sono l’ultima ragione della sua verità di scrittore. Una vita paradossale e tutta eccessiva come una qualsiasi delle sue pagine e come l’insieme delle sue mille e mille pagine; un’infaticabile esistenza di lavoratore accanito, una volontà di ferro, una violenta ma generosa ambizione servita da un’eccezionale capacità di sacrificio e di pazienza: il risultato sono più di cinquanta volumi, e quali volumi, scritti in meno di trent’anni, in mezzo a imprese industriali spropositate e finite nel fallimento, in mezzo all’assillo di enormi debiti e alla vana dolcezza di illusioni più che umane, di amori casti e tenacissimi, di alte prove di bontà: «Balzac était bon», scrissero tutti coloro che lo conobbero.

  La mostra è ricchissima, documenti venuti da tutto il mondo vi sono raccolti insieme per la prima volta; sono manoscritti, bozze di stampa con le minutissime e minuziosissime  correzioni di Balzac, il quale rifaceva a volte per intero o più spesso allungava persino del doppio le pagine lavorando sulle bozze; lettere, quadernetti di appunti e di preziose note, di aforismi, di titoli, di progetti, di confessioni in una parola, in una frase, in un sogno appena accennato; fotografie e disegni, legni incisi con le illustrazioni originali delle sue prime edizioni, lettere dei suoi amici a lui o che parlano di lui, lettere delle donne che egli amò di amicizia o di amore e loro ritratti, e ritratti suoi, alcuni suoi più intimi e celebri, il calamaio, la penna, la caffettiera, i suoi bastoni da passeggio tra cui quello, a lui carissimo, dal pomo tempestato di turchesi e trattenuto da una catenella d’oro che era stata di Madame Hanska, l’amata polacca lontana ch’egli desiderò fedelmente per sedici anni e che poté sposare solamente due anni prima di morire; e quasi tutte le edizioni originali della sua opera. Una straordinaria esistenza, la cui sola avventura fu il lavoro appassionato, è ricostituita in un clima così denso di suggestioni che la morte vi è lontana, e un secolo non sembra trascorso. L’uomo generoso, lo scrittore forte che ha arricchito con la sua opera la storia della civiltà è qui vivo, sorride fra le sue carte e vi guarda con la serena malinconia di coloro che danno più di quanto ricevono; ancora osservando vivere gli uomini nella bellezza dei loro grandi amori e dei loro grandi errori, forme ugualmente necessarie e ugualmente ineluttabili di ogni esistenza capace di esser fedele al proprio destino fino all’oblìo di sé: come fu, appunto, la sua.

 

 

  Mario Vugliano, Con una poesia perdute 30 clienti, «Corriere d’informazione», Milano, Anno V, N. 161, 7-8 luglio 1949, p. 2.

 

  A proposito di misure: un sarto di Toursel ha conservato quelle di Balzac. Ora ricorrendo il centesimo anniversario della morte del grande romanziere, un giornale parigino pubblica quelle misure: «Soprabito - Carrure: 21. Dos: 52-78; grosseur du haut: 104; ceinture: 104; manica, gomito: 50-76; largeur: 23-22-76. Panciotto - 132-52-52-56-7. Pantaloni - Côte: 92: entre-jambes: 68; largeur: 40-28-22».

  La pretendeva a paggio e a dandy, Balzac; ed era, invece, un baobab vestito da un sarto di provincia.

 

 

  Mario Vugliano, L’inverosimile personaggio non trovò il suo autore, «Corriere d’informazione», Milano, Anno V, N. 174, 22-23 luglio 1949, p. 2.

 

  Nemmeno il più «padreterno» degli scrittori ha mai uguagliato Giove che si cavò tutta dal cervello Minerva bell’e fatta. Nascono i personaggi dei romanzi da lievitato impasto d’invenzione e di realtà, e quasi sempre hanno nella vita degli originali d’appoggio.

  La ricerca di questi originali, che talora e in fondo si assommano nel romanziere stesso, il quale entra nei loro panni, anche femminili («Madame Bovary sono io» ci ha detto Flaubert» vivamente eccita e diletta la curiosità del lettore.

  A sapere che lo zio Piero di Piccolo mondo antico è realmente esistito, che non del tutto inventate sono le vicende fogazzariane il lettore trova maggior soddisfazione. Non perché la fotografia valga meglio della pittura o la cronaca della storia; ma perché la realtà lo familiarizza con l’arte, che è ideale trasfigurazione, lo immedesima con gli ammirati protagonisti. Piace a chi legge sognare sogni a lui possibili. Alla verità dei personaggi e dei casi si appoggiano del resto anche gli autori, e più scrupolosamente di tutti il Manzoni; del quale, quando saranno pubblicate le Memorie di don Ratti, prevosto di San Fedele, che con lui ebbe lunga dimestichezza, conosceremo al loro stato civile pur gl’inconsapevoli ispiratori di don Abbondio, di Renzo e Lucia.

  Meticolosamente rispettoso persino della verità meteorologica era il nostro grande scrittore.

  Che Balzac fosse altrettanto rispettoso della verità storica non farei scommessa, ma della verosimiglianza umana, sì. Era appassionato cacciatore di personaggi reali da trasformare in tipi da romanzo, e in questa sua caccia si serviva anche di battitori.

  Tale era, ad esempio, un signor Denis Bouchard di Saumur, suo vecchio compagno di scuola.

  Costui, verso il 1810, aveva studiato con Balzac nel collegio di Vendôme; studiato — diceva — un po’ anche per il futuro vulcanico romanziere, allora apatico ragazzo in letargo intellettuale. Poi, quel cattivo scolaro, dal quale suo padre non aveva potuto ricavare nemmeno un notaio, si era messo nella «letteratura»; e l’antico compagno Bouchard — rimasto con lui sempre in relazione — come l’aveva aiutato nei compiti di scuola, così l’aiutava, ora, ne’ suoi romanzi, narrandogli storie di Saumur e descrivendogli curiosi tipi locali.

  Mai che Balzac rispondesse alle lettere del suo volontario fornitore di tipi e di temi; ma gli capitava in casa all’improvviso, dicendogli: «Je vien (sic) voir ton bonhomme». L’amico Bouchard avrebbe allora desiderato sfoggiarlo a braccetto per tutta la città, il suo grande uomo, ma Balzac «per non mettere sull’avviso la selvaggina e coglierla meglio» esigeva l’incognito, e si faceva presentare come un qualunque signor Morel.

  Così un giorno, per conoscere certo Niveleau, uomo favolosamente ricco quanto, avaro, di cui Bouchard gli aveva molto scritto, Balzac sbolidò, come sempre all’improvviso, in piazza della Bilange a Saumur, dove l’amico abitava. Proprio vero che questo Niveleau era d’un’avarizia da ispirare una specie di rispettoso terrore? Che certi suoi gesti d’incredibile rapacità lo avevano reso leggendario e proverbiale da Angers fino a Tours? Che, duro con la propria famiglia quanto con se stesso, affamava la moglie e la figlia? E questa, bella e timida ragazza, per non morir di fame veniva da lui, Bouchard, a ripranzare due, tre volte la settimana e alzandosi da tavola, accartocciava qualche cibo per la madre, che non aveva osato sottrarsi al tiranno?

  Specialista in avarizia — quanto si parla di questo vizio nella Commedia Umana! — Balzac, che allora stava scrivendo il Grandet, voleva sincerarsi se tutto ciò fosse vero. Verissimo? Allora lo presentasse a Niveleau come un ricco signor Morel venuto ad acquistare case e terreni a Saumur.

  Bouchard invitò tutt’e tre i Niveleau a pranzo, ma non vennero che padre e figlia. La signora Niveleau stava malissimo: questa povera donna che non si era mai lamentata moriva, ora, di stenti e di crepacuore. Ma il ricchissimo marito non aveva potuto resistere, avaro com’era, alla gioia di economizzare due pasti, e aveva costretto la figlia ad accompagnarlo. Durante tutto il pranzo, costei che non pensava se non a sua madre moribonda, non disse dieci parole. Balzac attentamente l’osservava, pur discutendo d’interessi col padre. Essi si ammiravano reciprocamente. Lo scrittore aveva recitato a meraviglia la sua parte di Morel. «Questo Morel — disse Niveleau a Bouchard, andandosene — è un uomo d'affari straordinario. E sì che io me ne intendo. Un altro eguale non l’ho mai incontrato». Dal canto suo Balzac, rimasto solo con l’amico, sfogò il suo entusiasmo: «Questo Niveleau sorpassa ogni tua de-scrizione. Non speravo tanto. Resto qui qualche giorno perché ho il presentimento che la povera signora Niveleau morirà e che qualche cosa di straordinario deve succedere».

  E, infatti, successe. La moglie dell’avaro si spense dolcemente. Ma prima di passare a miglior vita, alla presenza del sacerdote che le aveva amministrato i sacramenti, del marito, della figlia e dei parenti riuniti intorno al suo capezzale essa manifestò la ferma e formale volontà di essere sepolta a Nantes, suo paese natio. Niveleau contenne a stento la sua rabbia per questa decisione della moglie, che gli sembrava, e forse era, una vendetta postuma. Il trasporto della salma in diligenza gli sarebbe costato — diceva — non uno ma tutt’e due gli occhi della testa, chè nessuno avrebbe accettato di viaggiare con un cadavere sull’imperiale, e gli sarebbe toccato noleggiare tutta la diligenza per conto proprio.

  Durante l’intera giornata il desolato vedovo studiò il modo di conciliare l’economia con l’esecuzione delle ultime volontà della morta, purtroppo già conosciute da tutta Saumur. Venuta la notte, allontanò la figlia dalla salma materna per vegliarla da solo; all’alba la morta non c’era più. «Non t’inquietare — egli disse con un orribile sorriso alla figlia piangente — ho profittato d’una buona occasione ... La tua povera mamma è già in viaggio per Nantes».

  L’avaro, con la complicità di un addetto alle pompe funebri, aveva ripiegato il cadavere della moglie in una valigia, spedendolo poi come bagaglio. E così non aveva speso che una somma irrisoria. Quando Balzac ciò apprese, esplose: «Ah è troppo bello, meraviglioso, fuori della natura!». «Spero bene — gli disse Bouchard — che questo macabro episodio ti servirà per il più bel capitolo del tuo romanzo». Ma il romanziere, calandogli un formidabile pugno tra capo e collo: «Jamais de la vie, je ne me servirai de cela. Mon pauvre vieux, tu nentendes (sic) rien à l’art». Egli spiegò: «Se scrivessi questo, nessuno ci crederebbe, non avendo l’aria di essere vero, e il mio Grandet sarebbe rovinato».

  Perché il vero che l’arte inventa bisogna che sia verosimile.

 

 

 

Adattamenti radiofonici.

 

 

  Il colonello Chabert. Romanzo sceneggiato. Riduzione di Leopoldo Trieste. Compagnia di Prosa di Radio Firenze con la partecipazione di Alfredo de Sanctis. Regia di Umberto Benedetto, ‘Rete Azzurra’, 5 e 7 gennaio; 6 e 8 aprile 1949.

 

 

  Papà Goriot.  Romanzo sceneggiato di Honoré de Balzac. Riduzione di Leopoldo Trieste. Compagnia di Prosa di Radio Firenze con la partecipazione di Alfredo de Sanctis. Regia di Umberto Benedetto, ‘Rete Rossa’, 7, 9, 14, 16, 21 giugno 1949.



[1] Un legame, sia pure di ordine meramente strutturale, collega anche i tre romanzi di cui ci accingiamo a parlare. In una lettera a M.me Hanska del 17 sett. 1838, le Curé de village è chiamato «le pendant religieux du livre philosophique que vous connaissez: Le Médecin de campagne». E nell’Envers de l’histoire contemporaine non solo è ricordato fra i fondatori dell’ordine dei «Frères de la consolation» il giudice Popinot (vedi: L’Interdiction) ma anche «un médecin de campagne qui a laissé son nom écrit dans un canton» (ed. de la Pléiade, vol. VII, p. 340). [N. d. A.].

[2] Un accenno merita di essere tuttavia fatto all’Interdiction (1836) breve romanzo che raccoglie sulla carità del giudice Popinot talune delle più belle pagine. Ma sono pagine che, pur avendo un vivo risalto poetico, rimangono nondimeno episodiche nel tessuto del romanzo. Il quale si equilibra fondamentalmente, sulla mondana malvagità di Madame d’Espard, da un lato, e sul senso di giustizia (sorretto da una meravigliosa perspicacia psicologica) del giudice Popinot, dall’altro. E nel tema dell’investigazione giudiziaria trova il suo senso e la sua giustificazione. [N. d. A.]. 

[3] Si pensi ad esempio alla seguente formulazione — cardine del pensiero politico balzacchiano — appartenente al saggio Du gouvernement moderne ed entrata, con gran parte delle osservazioni politico-sociali ivi contenute, nel programma del Médecine (sic) de campagne: «En vertu de ce principe (della proprietà) il est évident que l’intérêt bien entendu de la classe moyenne et de la classe aristocratique amène entre elles un contrat naturel en vertu duquel toutes deux doivent se garantir mutuellement la possession de leurs avantages contre la classe ignorante et pauvre, à elle seule matériellement plus forte que les deux premières et qui, déchaînée, renverserait inutilement l’ordre social, car, plus tard, il se retrouverait équilibré comme par le passé» (ed. Guyon, La renaissance du livre, 1933, p. 54). [N. d. A.]. 

[4] Citiamo, naturalmente, dall’edizione del 1846 che reca sulla edizione precedente del 1841 pochi rimaneggiamenti e il cambiamento delle date. [N. d. A.].

[5] Paris, Fernand Sorlot, 1938.

[6] Cfr. Marcel Bouteron, L’Etrangère, in Muses romantiques, Paris, Le Goupy, 1926; Librairie Plon, 1934.



Marco Stupazzoni

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