martedì 6 agosto 2019


 

1884

 

 

Traduzioni.

 

   O. De Balzac, Diadeste’, «L’Ordine. Corriere salentino», Lecce, Anno III. N. 21, 5 Aprile 1884, p. 3.

 

  Si tratta della traduzione dell’episodio narrato nel Post-scriptum alla conclusione della Méditation XXX della Physiologie du mariage. Eccone la riproduzione integrale:

  Al principio dell’Impero le signore misero alla moda un giuoco che consisteva a non accettar nulla dalla persona colla quale si era convenuto di giocare, senza dire la parola Diadestè. Una partita durava settimane intere e il colmo dell’astuzia consisteva nel fare accettare una cosa senza che fosse pronunciato il motto sacramentale.

  Avvenne dunque che un filosofo avea com­posto un’alta raccolta di tutto le gherminelle usate dal sesso debole, e per difendersene la portava continuamente seco. Un giorno viaggiando si trovò vicino a un accampamento arabo. All’avvicinarsi dello straniero una donna assisa all’ombra di una palma si alzò subito e l’invitò con tanta cortesia a riposarsi sotto la sua tenda che egli non potò ricusare.

  Appena coricatosi su un molle tappeto, l’ospite gli presentò datteri freschi e un al-carasaz pieno di latte; facendogli ammirare la piccolezza delle sue mani; ma il filosofo, por soffocare le sensazioni accese dalle grazie dell’Araba, trasse il libro e si mise a leggerlo. La seducente creatura, punta da questa noncuranza, gli disse con la sua voce melodiosa: — Questo libro deve essere molto interessante se vi sembra l’unica cosa degna di attenzione. Sono forse indiscreta se ve ne domando il soggetto?

  Il filosofo, tenendo gli occhi abbassali, rispose: —Il libro non vi riguarda.

  Questo rifiuto eccitò di più la curiosità dell’Araba. Ella avanzò il più vezzoso piedino che mai avesse lasciata la sua impronta fuggitiva, su le sabbie mobili del deserto.

  Il filosofo ebbe delle distrazioni, e il suo occhio non tardò a posarsi su quei piedi, salendo su su per tutto il corpo fino alle nere pupille della giovane asiatica.

  – Io sono l’autore di questo libro, disse il filosofo ammaliato, ma il fondo non è mio, perché contiene tutte le astuzie inventate dalle donne.

  – Che! ... tutte assolutamente? chiese la figlia del deserto.

  – Sì, tutte, e a forza di studiarle son giunto a non temerle più.

  — Ah! ... notò l’Araba, abbassando le lunghe ciglia e lanciandogli uno sguardo di fuoco. Quello sguardo fece dimenticare al filosofo il libro e le gherminelle.

  Egli credendo scorgere nei modi della donna una leggiera ombra di civetteria, osò balbettare qualche parola carezzevole.

  Come avrebbe potuto resistere? il cielo era azzurro, la sabbia brillava da lungi come lamine d’oro, il vento del deserto recava l’amore, e la donna di Arabia sembrava riflettere tutte le fiamme da cui era circondata: così i suoi occhi penetranti divennero umidi e con un cenno di testa che parve imprimere un movimento d’ondulazione a quella luminosa atmosfera, consentì ad ascoltare le pagaie d’amore susurratele dallo straniero.

  Il saggio si inebriava già delle più lusinghiere speranze, quando la donna udendo il galoppo serrato di un cavallo, gridò: — Siamo perduti; è mio marito, geloso come una tigre ..., ancora più implacabile ... in nome del profeta ... se amate la vita, nascondetevi in quel baule! ...

  Il filosofo, spaventato, non vedendo altra via di salvezza, entrò nel baule e vi si rannicchiò; la donna, dopo averlo chiuso, prese la chiave, e andando incontro al marito, dopo qualche carezza che lo mise di buon umore: — Bisogna, disse, che vi racconti un'avventura ben singolare.

  — Ascolto, mia gazzella, rispose l’Arabo sedendosi sul tappeto a gambo incrociate.

  – Oggi è arrivato una specie di filosofo, che pretende aver raccolto in un libro tutte le furberie di cui è capace il mio sesso. Questo falso sapiente mi ha parlato di amore.

  – Ebbene? ... gridò l'Arabo.

  – L’ho ascoltato, riprese ella con sangue freddo, è giovane ... è incalzante, insomma siete venuto molto a proposito per soccorrere la mia virtù vacillante!

  L’Arabo balzò come un lioncello e afferrò il suo cangiar. Il filosofo che dal fondo del baule udiva tutto, mandava ad Arimane il suo libro le donne e gli uomini di tutta l’Arabia Petrea.

  – Fatima! ... gridò il marito, se tu vuoi vivere rispondi ... dov’è il traditore?

  Spaventata dalla tempesta eccitata, Fatima si gettò ai piedi dello sposo, e tremando sotto l’acciaio del pugnale, accen­nò il baule con uno sguardo solo, vivo e timido, si rialzò pallida dalla vergogna e prese la chiave che le pendeva dalla cintura, la consegnò al geloso inferocito; il quale, prendendola senza pronunziare il famoso motto Diadestè, stava per cacciarla nella serratura, quando l’Araba maliziosa dette in uno scoppio di risa.

  L’Arabo si arrestò interdetto e fissò sua moglie con inquietitudine.

  — Finalmente avrò la catena d’oro, gridò ella saltando dalla gioia, datemela, voi avete perduto il Diadestè. Un’altra volta abbiate più memoria, mio caro.

  Il marito stupefatto lasciò cadere la chiave e presentò la catena desiderata, in ginocchio, alla sua cara Fatima, promettendole di recarle tutti i tesori della caravana che assalterebbe nell’annata, se rinunziava a impiegare astuzie così crudeli per vincere a Diadestè. Poi siccome era un Arabo e non amava perdere una catena d'oro, benché passasse a sua moglie, risalì a cavallo e partì, sfogando nel deserto il suo dispetto.

  La donna tirò fuori dal baule il filosofo più morto che vivo, e gli disse con gravità: Signor dottore, non dimenticate questa gherminella nella vostra raccolta.

O. De Balzac.

 

  O. Balzac, La Locanda rossa. Racconto di O. Balzac, «L’Illustrazione Popolare», Milano, Fratelli Treves, Editori, Vol. XXI, N. 32, 10 Agosto 1884, pp. 499-502; N. 33, 17 Agosto 1884, pp. 523-526; N. 34, 24 Agosto 1884, pp. 539-542; N. 35, 31 Agosto 1884, pp. 555-558; N. 36, 7 Settembre 1884, pp. 574-575; N. 37, 14 Settembre 1884, pp. 590-591.

  Questa nuova traduzione italiana del racconto filosofico balzachiano, non firmata, è indipendente dalla versione fornita da Luigi Carrer nel 1837: tuttavia, come quest’ultima, essa non si fonda nè sul testo dell’edizione originale (Furne, 1846), nè su quello dell’edizione precedente pubblicata da Werdet nel 1837, ma sul modello di una edizione del testo cronologicamente anteriore identificabile, presumibilmente, in quello inserito nei Nouveaux contes philosophiques pubblicati da Gosselin nel 1832 (oppure, ipotesi da non escludere, in qualche contraffazione belga dei Nouveaux contes philosophiques edita sempre nel 1832). 

  Come osserva puntualmente Luciano Carcereri, questa traduzione de L’Auberge rouge di Balzac – condotta sul testo dell’edizione originale del racconto (1832) e non sull’edizione definitiva che sarà inserita nella Comédie humaine – dimostra, ancora una volta, «la scarsa fedeltà delle traduzioni all’opera originale e il protrarsi nei decenni dell’uso di edizioni non recenti, che non contengono l’ultima stesura del testo balzachiano».[1]

 

  Balzac, Dalla “Physiologie du mariage” di Balzac. Nozze Fabris Terribile. Agli Sposi, Vicenza, Tipografia Commerciale, 1884, pp. 6.

  Opuscolo in 32°. 

  La redazione si deve alla cura di R. Dalle Mole e del Dott. V. Menghello che firmano la breve presentazione (datata, Vicenza, 23 agosto 1884) delle nove meditazioni tratte dalla Physiologie du Mariage, qui raccolte e scelte «da quel vecchio e acuto filosofo della società ch’è il Balzac» (p. 2).

 

  Balzac, Una storiella di Balzac, «Il Piccolo», Trieste, Anno III, N. 976, 10 Settembre 1884, pp. 1-2. 

  Questa storiella balzachiana è tratta dal Post-scriptum alla conclusione della Méditation XXX della Physiologie du mariage. 


 

Studî e riferimenti critici.

 

  Corriere Teatrale. “Due case”, dramma dei signori V. Colombo e M. Praga, «Corriere della Sera», Milano, Anno IX, Num. 12, 12-13 Gennaio 1884, p. 3.

  […] i mariti hanno molti dei difetti che il Balzac attribuiva loro mezzo secolo fa nella Physiologie da mariage — miniera inesauribile per gli autori drammatici.

 

  Cronaca e fatti vari. Una bella risposta, «Il Piccolo», Trieste, Anno III, N. 745, 23 Gennaio 1884, p. 2.

  Edmondo de Goncourt, invitato a far parte di un comitato per innalzare un monumento a Balzac, ha risposto con la lettera seguente:

  “In questo momento di statuomania, mi par degno degli uomini come Balzac di non avere statue affatto; però rinunzio all’onore di far parte di questo comitato. Edmondo de Goncourt.

 

  Abitudini stravaganti, «L’Illustrazione Popolare», Milano, Fratelli Treves, Vol. XXI, N. 6, 10 Febbraio 1884, p. 94.

  Balzac, anche di giorno, scriveva al lume di due candele. Per ispirarsi stava delle ore intiere in un caffè osservando a giuocare a scacchi e sorseggiando un bicchierino di assenzio tra il fumo delle pipe.

 

   Abitudini stravaganti, «Il Piccolo», Trieste, Anno III, N. 767, 14 Febbraio 1884, p. 2.

 

  Cfr. scheda precedente.

 

  (Note della Direzione) a Edouard Rod, Corrispondenza di Parigi. “La Joie de vivre”, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VI, N° 10, 9 marzo 1884, p. 2.

  L’originalità dell’opera è tutta costì: nessun romanziere aveva ancora afferrato un così terribil soggetto (2) […].

  E alcuni romanzi terribili del Balzac, egregio signor Rod?

 

  Richepin e Gill, «L’Indipendente. Organo per gli interessi di Trieste, del Goriziano e dell’Istria», Trieste, Anno VIII, N. 2454, 17 Marzo 1884, pp. 2-3.

  p. 3. Difatti Andrea Gill – e a chi non è noto? – ha passato alcuni tristi anni della sua travagliata esistenza a Charrenton, nell’ospedale dei pazzi, invaso dalla mania furiosa dell’oro, della ricchezza, del lusso, come il Balzac, senza possedere del Balzac la forza dei muscoli e la potenza del genio.


  La revisione tipografica. Autori e correttori, «L’Arte della Stampa. Rivista tecnica», Firenze, Anno XIV, Serie III, N.° 17, Maggio 1884, pp. 129-130.

  p. 129. Il celebre romanziere Balzac, a furia di correggere le bozze di stampa e di obbligare lo stampatore a ricomporre più e più volte il suo originale, finì col far fallire l’editore.

 

  Com’è morto Balzac, «Il Piccolo», Trieste, Anno III, N. 850, 7 Maggio 1884, pp. 1-2.

  La storia è una statua d’oro, di rame e di bronzo che si fa poco a poco colle monete spicciole dei contemporanei. Eugenio Giraud era un pezzo d’intimi documenti ed attingeva a buona fonte.

  Egli ha narrato così la morte di Balzac.

  E’ una scena più terribile delle scene più dramatiche dei romanzi di quel grande scrittore.

  L’ammalato non era troppo inquieto — perché la sua signora aveva l’arte di ingannarlo: volle però interrogare il medico.

  – Mio caro dottore, — gli disse — io non sono un uomo come un altro; non vorrei esser sorpreso dalla morte: ho ancora molte cose da dire ... voglio terminare il mio lavoro.

  – Sì, voi avete innalzato uno dei monumenti del diciannovesimo secolo.

  – Quante finestre mancano a questo monumento! quanti ornamenti! quante statue!

  Balzac si battè la testa.

  – Il frontespizio c’è ancora ... Vi sono delle persone che non capiscono: la luce è la chiave del genio ...

  Coll’aumentare della febbre si animava.

  – Dottore io voglio da voi tutta la verità. Voi siete un principe della scienza. Voi mi stimate abbastanza per non nascondermi il vero. Ascoltate, vedo che son più malato di quanto credeva: sento che perdo terreno. Ho un bel sovreccitare la mia immaginazione: tutto mi fa orrore. Quanto tempo credete voi ch’io possa vivere ancora?

  Il medico non rispondeva.

  – Come, dottore? Mi prendete per un fanciullo? Vi dico ancora una volta che non posso morire come il primo venuto. Un uomo come me deve un testamento al publico.

  Questa parola di testamento fece aprire la bocca al medico. Se Balzac doveva fare un testamento al publico, ne doveva forse uno alla sua famiglia e a sua moglie ...

  – Mio caro ammalato, quanto tempo v’abbisogna per ciò che vi resta a fare?

  – Sei mesi, rispose Balzac, con l’aria d’uomo che ha ben contato.

  E guardò fisso il suo medico.

  – Sei mesi! sei mesi! — rispose il dottore, scotendo il capo.

  – Ah! — esclamò dolorosamente Balzac. — Vedo bene che non m’accordate sei mesi ... Ma mi donerete sei settimane, almeno ... Sei settimane colla febbre, sono ancora l’eternità. Le ore sono giorni ... E poi le notti non sono perdute.

  Il medico scosse il capo come la prima volta.

  Balzac si alzò, quasi sdegnato. Credeva egli adunque che il dottore fosse padrone d’allungare o d’abbreviare la sua esistenza?

  Il dottore aveva preso troppo sul serio la sommissione del suo ammalato: egli aveva deciso di dir la verità.

  Balzac, ansioso, rialzava la sua forza morale, per esser degno della verità.

  – E che, dottore! io sono adunque un uomo morto! Grazie a Dio, mi sento ancora forte per combattere. Ma mi sento anche coraggio per sottomettermi: sono pronto al sacrificio. Se la vostra scienza non v’inganna, e voi non ingannate me stesso! Che poss’io sperare ancora? Mi darete almeno sei giorni?

  Il dottore non poteva parlare: si volse per nascondere le lagrime.

  – Sei giorni! – ripetè Balzac – Ebbene indicherò a gran tratti ciò che mi restava a fare, per finire; i miei umici metteranno i punti sugli i. Avrò il tempo di gettare un rapido sguardo sui miei cinquanta volumi. Staccherò le pagine cattive: accentuerò le migliori. La volontà umana fa miracoli. Dio ha creato il mondo in sei giorni; io pos­so dare una vita immortale al mondo che ho creato. Riposerò il settimo.

  Qui un doloroso sguardo e un sospiro più doloroso ancora.

  Dopo quei terribili punti interrogativi, Balzac era invecchiato di dieci anni. Egli non trovava più la sua voce per interrogare ancora il medico, il quale, da parte sua non trovava più la propria voce por rispondere.

  – Mio caro ammalato – disse infine il dottore abbozzando un sorriso, sorriso da medico – chi può rispondere d’un ora (sic) quaggiù? Uno che sta bene può morire prima di voi. Ma voi mi avete chiesta la verità, avete parlato del testamento al vostro publico ...

  – Ebbene!

  – Ebbene, questo testamento al publico bisogna farlo oggi! D'altronde, voi avete forse un altro testamento da fare, non bisogna aspettar domani.

  Balzac sollevò la testa.

  – Non ho dunque che sei ore? – esclamò spaventato.

***

  Egli ricadde sull'origliere. Quell’ultima parola del medico, fu il colpo di morte.

  Colui che si chiamava Balzac entrò in agonia. Quella testa creatrice prese gli ultimi pallori, quello spirito luminoso sparì nelle tenebre. Aveva voluto verità e la verità lo aveva ucciso prima dell'ora.

  Fu torto di quel gran medico di cui non dirò il nome il togliere il velo alla morte che era là, quando poteva mascherarla ancora. Noi non avremmo una pagina di più, ma Balzac sarebbe vissuto qualche giorno di più, e non avrebbe udito la sua condanna di morte. Se ne sarebbe andato all’altro mondo colle illusioni di un uomo che crede addormentarsi per isvegliarsi.

  Ma un simile spirito si risveglia sempre, qualunque sia l’orrore della notte.

  E’ oggi quasi un terzo di secolo dacché il creatore della Commedia umana è morto. I suoi entusiasti, voglio dire i suoi lettori, si sdegnano di non veder innalzarsi il monumento di Balzac. Egli non ha la sua statua in una piazza publica nè sulla sua tomba. Non ha il suo busto all’Accademia. Ma a che un altro monumento, quando c’è quello delle sue opere? In questo secolo di statuomania, il marmo non è abbastanza puro, il bronzo non è abbastanza fiero per rappresentare l’uomo di genio. Molière non ha statua nemmeno lui.

 

  Aneddoti sul ballo, «Il Piccolo», Trieste, Anno III, N. 860, 17 Maggio 1884, p. 2.

  Siamo ben lontani dalla riverenza anacreontica inventata dal maestro di Balzac, tanto raffinata e delicata, che Balzac non era mai riuscito a capire.

 

  Manuale del Romanziere ossia Precetti da seguirsi per scrivere un Romanzo, «Lo Spirito Folletto. Giornale Umoristico Illustrato mensile», Milano, Anno XXIV, N. 1198, Luglio 1884, p. 57.

  Finalmente la scuola minuziosa direbbe: “Maria contava sedici anni, tre mesi, sei giorni, otto ore e quattro minuti; la pura sua fronte era solcata da tre linee leggerissime appena percettibili col microscopio; fra la sua chioma dorata si nascondevano tre capelli bianchi; i suoi denti di incomparabile candore presentavano una lieve disuguaglianza nell’ultimo molare della mascella superiore, ed il suo colorito sì puro era un po’ deturpato da una piccola macchia della grandezza di una testa di spillo situata sotto l'orecchio sinistro”.

  Questa scuola, che ha per antesignano Balzac, è buona per tutti quelli che possiedono una vista acuta, ma è impraticabile dai miopi. Quando si vuol seguirla con buon esito, fa mestieri munirsi di un miscroscopio (sic) dei più potenti.

 

  Giorgio Sand, «L’Indipendente. Organo per gli interessi di Trieste, del Goriziano e dell’Istria», Trieste, Anno VIII, N. 2597, 9 Agosto 1884, pp. 2-3.

  La Sand occupa nella letteratura francese il primo posto dopo Vittore Hugo. Sembra che in lei siensi riunite tutte le doti diverse dei diversi grandi ingegni che l’hanno avvicinata. — Ha talvolta le fantasie sbrigliate e morbose del cantore di Rolla — il fare entusiasta di Lamennais — tal’altra ancora l’osservazione inesorabile di Balzac e poco dopo il misticismo rivoluzionario di Pierre Lerroux (sic), talvolta persino il verismo convenzionale del Dumas figlio. […].

   Si disse da alcuno che la Sand abbia primeggiato nel romanzo sociale. Potrà essere, ma la Sand riuscì valentissima in quello che in Francia si chiama romanzo di caratteri — Le opere sue non s’informano a quel piano generale, a quella sapiente distribuzione delle parti che concorrono a formare un tutto unito; ciò che forma uno dei meriti principali di Balzac — nè troviamo in essa quella costante evolu­zione verso un più esteso ideale religioso-politico che riesce bellezza e difetto in Hugo. […].

   Ma a tutti i modi l’Accademia, che ha negato i suoi stalli a Molière, a Dumas e a Balzac, ha posto Giorgio Sand – se il suo genio ne avesse avuto di bisogno — in una compagnia immortale.

 

  Rivista della Stampa italiana. I. “Histoire de la Monarchie de Juillet” par Paul Thureau-Dangin. 1, 2 vol. Paris, E. Plon, Nourrit et C. Imprimeurs – Éditeurs, «La Civiltà Cattolica», Firenze, presso Luigi Mannelli, Libraio, Anno Trigesimoquinto, Serie XII, Vol. VII, Quaderno 821, 28 agosto 1884, pp. 573-576.

  pp. 573-574. Oltracciò con la chiara anzi splendida esposizione de’ fatti e degli avvenimenti, e la ricerca sicura delle loro cause, il valente storico ti presenta i ritratti vivi e parlanti degli uomini che vi ebbero parte e che in qualsivoglia modo fecero parlare di sé in tutto il periodo di tempo che il ch. Autore prese a narrare. […] il Lamartine, Victor Hugo, Giorgio Sand, il Balzac, il de Musset nella letteratura, ti passano davanti agli occhi co’ meriti o i vizii loro non dissimulati, non esagerati, ma sempre vivamente espressi e imparzialmente giudicati.

 

  Corriere di Parigi. […]. Due aneddoti su Balzac. […], «Il Piccolo», Trieste, Anno III, N. 986, 20 Settembre 1884, pp. 1-2.

  p. 2. E il Balzac, questo genio, quando avrà il suo momento? E’ una vergogna per la Francia che egli non abbia ancora avuto.

  Si raccontavano ieri due aneddotiche, a proposito di romanzieri, dimostrano quale forza e sincerità avesse la fantasia del Balzac. Egli viveva addirittura co’ suoi personaggi.

  Il Sendeau (sic) riferiva che un giorno, tanto lo sapevano assorbito in questa comunione co’ suoi personaggi, egli arrivò alle Jardies villa del Balzac, con Leone Gozlan.

  Il Gozlan entrò il primo, o col tuono più naturale:

  – La signora Marneffe è giù, domanda di parlarti.

  – Vado! — egli disse, alzandosi e accomodandosi la cravatta dinanzi ad uno specchio.

  Dopo un poco; dette in una risata, comprendendo la mistificazione.

  L’aneddoto è tipico.

  Un’altra volta gli rimproveravano di aver fatto il suo barone Hulot troppo vizioso.

  – Troppo vizioso! Ma come ... Si vede bene che voi non conoscete Hulot!

  Egli lo conosceva! Non lasciava i suoi personaggi per tutto il tempo nel quale covava, a così dire un romanzo. E però erano uomini, veri uomini; donne, vere donne, que’ suoi personaggi!

 

  Notizie, «Cronaca Sibarita letteraria artistica quindicinale», Napoli, Anno I, Numero 3, 16 Novembre 1884, p. 8.

  È [Le vice suprême di Joséphin Péladan] un’opera bizzarra, eccessiva, nella quale il sadismo e la magia si mescolano al cattolicesimo intransigente, un’opera sul genere di quelle famose e bellissime di Barbey d’Aurevilly, che ha per essa fatta una prefazione, nella quale assomiglia l’autore nientemeno che a Balzac, un’opera che sorprende per la stranezza delle idee, ma che è scritta da un artista, e si fa leggere con interesse.

 

  Che cosa è la Donna? (Gioco poetico N. 348), «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XVIII, Num. 346, 15 Dicembre 1884, p. 4.

  Taluni [lettori] ci diedero un riflesso dell’inno di Prati; taluni altri della fisiologia di Balzac; nessuno, un’idea schiettamente nuova, originale, viva.

 

  Arti e Scienze. Teatro Carignano, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XVIII, Num. 350, 19 Dicembre 1884, p. 3.

  Giovanni Emanuel rappresenterà stasera il Mercadet, di Balzac.

  Dobbiamo fare delle raccomandazioni?


  Raffaello Barbiera, Paolo Giacometti, «L’Illustrazione Popolare», Milano, Vol. XXI, N. 39, 28 Settembre 1884, pp. 615-618.

 

  p. 615. Il Balzac scriveva alla sorella che voleva farsi dramma vivente; il Giacometti drammaturgo, che cercava di colorire le passioni con le tinte forti, non avea bisogno di domandare alla storia soggetti di dramma: pur troppo, divenne un giorno dramma egli stesso.


 

  Anton Giulio Barrili, La Donna di picche. Romanzo di Anton Giulio Barrili, Milano, Fratelli Treves, editori, 1884. Ristampa successiva: 1899.

  Cfr. 1880.


  Anton Giulio Barrili, Alessandro Dumas e il romanzo moderno, «La Rassegna Nazionale», Firenze, Vol. XVII, Anno VI, Fascicolo III, 1° Maggio 1884, pp. 388-399.

 

  p. 389. Il colosso si è visto di prospetto; altri dovrebbe considerarlo di profilo, e fare intorno a lui un volume, come se ne son fatti tanti intorno al Balzac, suo fratello di fatica ed emulo di gloria, mostrando fin dove fu lui, e per quanta parte entrò, mirabile trasformatore, nel lavoro degli altri, da ultimo segnando i gradi del benefico influsso che esercitò sugli scrittori del tempo suo, e insieme sulla Francia moderna.

 

  p. 397. E sarà, non lo nego; ma il Dumas, di cui debbo parlare, usava altri ingredienti. Ed anche il Balzac, che pure s’invoca a maestro dai novatori. Il Balzac, a buon conto, ebbe sopra tutto l’occhio alla tesi; tesi politica, tesi sociale, tesi filosofica, tesi artistica, sempre e dovunque la tesi. Chi ci rende la fresca idealità del Lys dans la vallée! E l’Eugenia Grandet! Il suo autore inspirato non andò mica a cercare il segreto d’una virtù, la virtù del sacrifizio semplice e domestico, in una felice predisposizione alla polisarcia!

  p. 399. Il Balzac, nella sua Comédie humaine, forse un tal po’ pretenzionosa nel titolo, ha libri più saldi e durevoli del bronzo; il Dumas, con la esuberanza delle sue fantasie, verboso troppo, se volete, non mai stucchevole, scintillerà per mill’anni.

 

  A.[chille] Bizzoni, Sulla scena, «La Commedia Umana. Giornale – Opuscolo settimanale», Milano, Anno I, Punt.a N. 1, 21 Dicembre 1884, pp. 1-4.

  pp. 1-2. La Commedia Umana, titolo che può sembrare pretenzioso a qualcuno, perché ricorda l’opera grandiosa, colossale cui Balzac sacrificò tutta la sua esistenza, il suo genio, e tuttavia rimasta incompiuta, ci cadde dalla penna colla miglior buona fede del mondo, lontani dal pensiero di voler emulare il grande scrittore francese, quanto il nostro povero ingegno è lontano dal suo, che riempì un secolo del nome immortale.

  Balzac, «che oltrepassa Tacito, scrive Victor Hugo, e giunge fino a Svetonio, che attraversa Beaumarchais e va fino a Rabelais» c’entra colla nostra umile pubblicazione quanto la sua Commedia Umana colla Divina di Dante. […].

  E Balzac ed Hamon, l’illustre pittore della splendida allegoria, che appunto Commedia Umana s’intitola, dormano tranquilli i loro sonni, alla loro memoria non abbiamo voluto attentare.

 

  F. Boisgobey, Il Biglietto rosso, «Il Piccolo», Trieste, Anno III, N. 996, 30 Settembre 1884, pp. 1-2.

  Si sarebbe potuto prendere pel figlio di un pari inglese, egli doveva certamente aver successo nella società aristocratica, dove Balzac sceglieva volentieri i personaggi della sua commedia umana.

 

  Adolfo Borgognoni, Alessandro Manzoni, in Studi contemporanei. 1° Migliaio, Roma, Casa Editrice A. Sommaruga e C., 1884, pp. 11-67.

  p. 29. Oh quella dello Scott si può dir davvero larghezza e fecondità epica! Fecondità che, sebbene contenuta forse in più angusti confini di spontaneità e di prestanza, pure mal si potrebbe negare al Balzac e a qualche altro de’ romanzieri moderni. Ma epici, specie per quel riguardo, i Promessi Sposi, no.

 

  Maurizio Caffarelli, Profili contemporanei. L’Affarista, «La Domenica Letteraria», Roma, Anno III, Num. 21, 25 Maggio 1884, p. 2.

  Il tipo, oggi, è tornato di moda. Balzac ha creato quello immortale di Mercadet, l’audace bugiardo che immagina delle speculazioni impossibili, basate tutte sulla problematica speranza del ritorno di Godot. Ma da allora in poi le cose sono notevolmente mutate.

 

  A. G. Cagna, Parva Calende. Schizzi della vita di provincia, «Il Pungolo della Domenica. Giornale di amena lettura», Milano, Anno II, N. 46, 16 Novembre 1884, pp. 364-366.

  Ma la coltura dei Calendesi non si limita al culto prediletto della gentile arte dei suoni. La letteratura è rappresentata con alto onore da valentissimi campioni dotti e profondi ed eleganti insieme. Le signore di buona società che tengono ricevimenti, sono inzuppate di letteratura moderna, disputano su Balzac nei suoi rapporti di primogenitura con Zola, accettano la Bovary come romanzo sperimentale patologico, non ne vogliono sapere di Nanà cortigiana indecente, ma di soppiatto leggono monsieur madame e Bebé nelle ore notturne, sogguardando con infinita commiserazione la berretta del prosaico marito che giace a loro fianco inerte, addormentato, russante e sibilante.

  Anni addietro, quando il professor Palloni buon’anima dava l’intonazione letteraria incombendo sul gusto dei suoi concittadini, le cose avevano ben altro dirizzone.

  Durante la sua dittatura nessuno avrebbe osato di aver letto Balzac, col quale egli professor Palloni l’aveva a morte … A quel tempo l’ambiente letterario di Calende era saturo delle emanazioni classiche e rettoriche degli egregi professori del Liceo.


  Eugenio Camerini, Scritti rari di illustri italiani. Le poesie del Berchet, «L’Illustrazione Popolare», Milano, Vol. XXI, N. 38, 21 Settembre 1884, pp. 594-595.

 

  p. 595. Il signor Cusani ci ha fatto un bel dono, illustrando Berchet, sebbene non gli potesse riuscire di renderlo più glorioso. Si cercano i cartoni e i primi quadri dei grandi pittori; servono a meglio comprendere e gustare i lor capolavori. Si leggono con ardore i primi romanzi, per cui il Balzac disperò della fama.

 

  Luigi Capuana, Spiritismo?, Catania, Niccolò Giannotta, Editore, 1884.

  pp. 216-218. Per quanto sia vero che la riflessione entri oggi nell’opera di arte in maggior quantità che non pel passato, c’è sempre un punto, nell’atto della produzione, in cui la facoltà artistica agisce con completa incoscienza.

  Il mestiere, il tecnicismo giova, fino a un determinato grado, nell’elaborazione della forma; la prepara, la stimola, l’agevola, la mette in moto; ma l’atto, ma il vero punto della creazione si avvolge infine, come in ogni altro fenomeno vitale, nelle misteriose oscurità dell’incoscienza.

  Le preparazioni, i processi possono variare all’infinito. Tra il Balzac, per esempio, che ha bisogno di una elaborazione faticosissima e si dibatte e si contorce disperatamente nei suoi lunghi dolori del parto, tra lo Zola che architetta freddamente, matematicamente tutta la serie dei suoi lavori e un certo Salvatore Farina […] c’è, chi non lo vede? un’enormissima differenza di messa in opera e di processo. Ma nel punto culminante? Il Balzac, lo Zola e quel Salvatore Farina di nostra intima conoscenza riescono tutti e tre ad un identico risultato, riescono a quella che io chiamerò l’allucinazione artistica, alla incosciente incarnazione di un loro concetto, inesorabile analisi psicologica, legge di patologia umana, geniale benignità morale, non fa caso. […].

  pp. 222-223. Due o trecento personaggi della Comédie Humaine hanno tale e tanta evidenza da farli confondere affatto con quelli della vita reale. L’allucinazione dell’artista si è lì così prodigiosamente condensata e solidificata nella forma, che l’impressione della lettura non solo eguaglia l’impressione diretta ma talvolta la vince, perché nell’opera d’arte c’è come un concentramento di raggi in cui l’eccitata immaginazione dell’artista fa l’ufficio di lente.

  pp. 224-225. L’allucinazione artistica, per la intensità e la durata, differisce notevolmente da quella delle sonnambule e dei mediums […]; ma questo non impedisce di riconoscere la identità nella differenza e la somiglianza nella diversità che corre fra le due specie di fenomeni in discorso.

  Il Balzac non parlava forse dei personaggi dei suoi romanzi come di persone reali, impensierito delle difficoltà di un matrimonio, attristato da una scabrosa avventura di qualcuno di essi?

 

  Giosuè Carducci, Giovanni Prati, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno IV, Vol. VI, Num. 11, I Giugno 1884, pp. 89-92.

  p. 90. Nel 1841, dopo le leggende e i poemi in ottava rima del Grossi, dopo anche le novelle in versi sciolti del Carrer, del Baldacchini e di altri, Giovanni Prati pubblicò la Ermengarda.

  Fu gridato allora Habemus ponteficem: fu scritto anche l’altr’ieri che quella donna borghese colpevole pare alle volte saltata fuori da un romanzo di Balzac e che dovè essere, in mezzo ai fantasmi evanescenti d’Ildegonda, di Fiorina, di Pia, una grande novità, un vero ardimento. Con tutta la stima che io ho al giovine e valente critico, non lo credo: anzi credo ancora che Ildegonda e Pia, con la loro spettrale parvenza di spiriti ritornanti nella vita della leggenda, siano più vere e compiute di Edmenegarda; la quale non ha la finitezza ideale che l’arte dei poeti consci del loro lavoro dié alle due donne del passato, non ha il rilievo dell’analisi psicologica che solo un romanziere, e un romanziere come il Balzac, e non un poeta, e segnatamente un poeta come il Prati, poteva dare a una donna moderna in quel caso. Verseggiare un fatto vero non è fare un poema vero.

 

  O.[reste] Cenacchi, A proposito di “Chérie”, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, Num. 26, 21 Giugno 1884, pp. 206-207.

  p. 207. Non mi si obbietti che l’evoluzione non è ancora completa, che siamo ancora in un periodo battagliero, e che perciò il largo posto dato alla descrizione della natura è una violenta reazione contro l’assoluto dominio delle avventure strane, inverosimili dell’uomo, reso senza il menomo studio di influenze esteriori d’ambiente, senza alcuna ricerca di verità, del vecchio romanzo. Io spero che il romanzo nuovo non sia sorto per abbattere le manipolazioni di Ponson du Terrail; d’altra parte un avversario ben altrimenti forte e terribile, Giorgio Sand, non sopravvivrà di dieci anni alla sua morte. L’opera iniziata da Gustavo Flaubert e da Balzac è stata, con meritato successo, continuata da De Goncourt, da Zola, da Daudet, e sono vent’anni circa che essi, difendendo le teoriche loro nella critica, applicandole nei libri, vanno conquistando il pubblico. Creo perciò venuto il momento di rifuggire da ogni esagerazione, di stabilire un giusto equilibrio fra gli elementi che debbono costituire il vero romanzo dell’epoca nostra.

 

  O.[reste] Cenacchi, “Sapho” di Alfonso Daudet(1), «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, Num. 33, 9 Agosto 1884, pp. 258-260.

  Dei tre scrittori che più coraggiosamente e con maggior successo si sono accinti a continuare l’opera di Balzac, Alfonso Daudet è stato sempre il meno discusso, il meno attaccato.

  Ciò forse non forma il suo maggiore elogio, perché l’unanime assentimento della folla assai di sovente più che vero indizio di forza, è indizio di una felice pieghevolezza dell’ingegno, di un sapiente eccletismo con cui l’autore, riuscendo a fondere varii sistemi, riesce a soddisfare a varii gusti. Balzac non è mai stato popolare: César Birotteau, la Cousine Bette, Eugénie Grandet, avrebbero dovuto bastare a creare un patrimonio, ed invece il loro autore ebbe sempre a lottare colla miseria, ed accanto ai volumi dei Contes Drolatiques dovette sempre mettere quello dei Contes Mélanconiques … cioè dei cartoni pieni di note da pagare; Flaubert non ebbe la metà del successo di Alessandro Dumas, eppure Madama Bovary da sola doveva bastare a renderlo celebre. […].

  Del quale [Zola], Daudet è ben lontano di avere la forza, come è lontano dall’avere l’ampiezza di Balzac; ma è più lontano ancora dalla amarezza dello Stendhal, giacchè un senso di bontà, di mitezza spira per ogni suo lavoro.

  (1) G. Charpentier, édit., Paris.

 

  Chiquita, Piccola cronaca letteraria, «capitan Fracassa», Roma, Anno V, N. 348, 18 Dicembre 1884, p. 2-3.

  p. 2. Buon giorno e buon anno, dolci signore. È presto, forse, per cominciare gli augurii; ma sempre più l’anno nascente accorcia l’agonia dell’anno moribondo. […].

  Mi torna in mente un gran romanzo di Balzac, Ursule Mirouet: prima che il vecchio sia bene morto, gli eredi vanno per la casa, rabbiosamente, guardando e fiutando l’eredità.

  Il povero vecchio, assistito dall’unica pietosa, Orsola, gode o soffre gli ultimi momenti della vita, e i parenti già si disputano le sue spoglie. Così accade all’anno: ogni anno usurpa al vecchio l’ultimo mese di vita.

 

  Jules Claretie, Appendice della “Gazzetta Piemontese”. “Miss Laura la saltatrice”. Romanzo di Jules Claretie. VI. Il matrimonio (Seguito), «Gazzetta Piemontese», Torino», Anno XVIII, Num. 305, 4 Novembre 1884, p. 2.

  Hamelia rimise sul camino il volume di Balzac che aveva preso ridendo al principio della sua conversazione.


  Arturo Colautti, Fidelia. Romanzo, Milano, Giuseppe Galli, Libraio-Editore, 1884.

 

  p. 155. A questo punto Paolo credette opportuno di soccorrere l’infelice.

  - La lettura di Balzac ti ha guasto! – diss’egli paternamente [...].

 

  p. 166. Eh, caro te, la moglie la fa il marito – declamò l’altro ironico.

  E sei tu che lo affermi? fece Speraldi con un sorriso di commiserazione.

  No, è Balzac.

  Il dottore si strinse nelle spalle.

  Un burlone di genio! mormorò.

  Hai un bel sorridere ribadì Cosimo, ferito nel suo culto per il romanziere – filosofo – la Physiologie non resterà meno per questo il breviario dei mariti ...

  Dei celibi, dovresti dire. Essa non mostra che i difetti e i pericoli del matrimonio ... La sua lettura incoraggia a passare nella solitudine il resto dei propri giorni.

  Ma se è un trattato di polizia coniugale! – rimbeccò De Marchis convintissimo.

  Sì, un trattato che ha il difetto di servire egregiamente anche agli avversari dell’istituzione. Balzac, credimi, non è, in fondo, che un apologista del divorzio. Il tuo messale, mio caro, appartiene alla biblioteca dell’adulterio ... Tant’è vero che non ti dispensa di essere geloso ...

 

  p. 167. Che felicità, se anche Diana fosse un po’ tubercolosa! Dormirei tra due guanciali, senza dover consultare Balzac.

 

  p. 206. Pare che tuo marito non ne sia troppo persuaso.

  Mio marito è una bestia! La lettura di Balzac lo abbrutisce.

 

  p. 392. Povero De Marchis! Questa volta aveva proprio indovinato. Ma tutta la sua vigilanza non aveva, al solito, impedito niente. Balzac non lo avrebbe salvato. Ed ecco cosa succede quando si sposa una bella donna.


  A. Colautti, Appendice del “Corriere della Sera”. Le brutte lettere. L’Impressionismo, «Corriere della Sera», Milano, Anno IX, Num. 300, 30-31 Ottobre 1884, pp. 1-2.

  Ecco perché il naturalismo puro e semplice non li [i cosiddetti discepoli di Zola] soddisfa più. Balzac, per esempio — il papà di tutti — non è ai loro occhi accesi che un pedante, precisamente come Beethoven per gli avveniristi. Flaubert è un ipocrita che ter­minò per pentirsi del male che non fece.

 

  Cesare Correnti, Achille Mauri, «Il Nipote del Vesta-Verde. Strenna Popolare per l’anno bisestile 1884», Milano, Casa editrice Dottor Francesco Vallardi, Anno I, Serie II, 1884, pp. 261-267.

  p. 264. Il romanzo poi della bella fattucchiera di Broni potrebbe pigliare fra i paralipomeni dei Promessi sposi quel posto che invano credette di usurpare, in grazia del titolo, La Signora di Monza del Rosini: e se avessi a dire quel che me ne pare, la pittura dell’amore stregone è meglio riuscita al Mauri, in questo libro poco manco che dimenticato, di quello che il dramma della foja senile di Claudio Frollo, e della superstizione afrodisiaca ritratta dal Balzac ne’ suoi Contes drolatiques. Consuete fortune dei libri italiani! È la platea che fa l’attore, è il pubblico che fa il libro.

 

  Giovanni Deabate, La poesia nei villaggi, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, Num. 9, 23 Febbraio 1884, pp. 68-69.

  p. 68. Inoltre lo studio di siffatte poesie, lo studio di questi “infinitamente piccoli”, che fece già scrivere al Balzac pagine immortali, ci porge importantissimi documenti umani, ed è tanto più da curarsi per lo sviluppo sempre maggiore, per la maggiore importanza sociale e politica che vanno acquistando gli strati sociali in cui esse nascono.

 

  Carlo Del Balzo, Parigi e i parigini, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1884.

 

Bois de Boulogne, pp. 67-84.

  p. 73. E vedo insieme al Gautier, il suo grande amico, il principe del romanzo moderno, vedo Balzac con la sua bella testa, piena di espressione, col suo busto scultoreo a larghe spalle, il quale va studiando, lì, in mezzo alla folla variopinta, gli splendori e le miserie delle cortigiane e gli splendori e le miserie dell’umana natura.

 

Comédie Française, pp. 148-185.

  p. 157. Tutta questa gente, che è venuta per vedere e per farsi vedere, che fa la commedia e il romanzo per conto suo, poco ascolta, esce, mangiucchia dei dolci nei corridoi e beve sciroppi, rientra, riesce, taglia i panni addosso al prossimo, domanda e dà indirizzi alle palchettaie. Le più svelte, le più chiassose sono le belles petites, le quali sono come in casa loro, e fanno ricordare la sentenza di Balzac: le cortigiane, i ladri e i preti si trovano dovunque a casa loro.

 

Boulevards extérieurs, pp. 292-316.

  pp. 301-302. Queste locande sono frequentate dalle borse più meschine e da coloro, che non vogliono farsi notare, venuti a Parigi, per ordire qualche nera matassa; da sensali e da lenoni di ogni sorta; da Gobsek (sic) e da Gigonnet, che vengono a cantare il vaudeville delle fausses dettes per exécuter un barone Nucingen qualunque; e da fanciulle, che vogliono scendere sui grandi boulevards, che vogliono faire leur tête.

 

  Carlo Del Balzo, Boulevardisme, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno IV, Vol. VI, Num. 21, I Novembre 1884, pp. 166-167.

  p. 167. Parlandovi di letterati non bisogna dimenticare una lettera di Lecomte (sic) de Lisle. Il poeta, accusato come Balzac, di usare un de che non gli spetta, ha risposto finemente, che lo usa perché gli spetta.

 

  Carlo Del Balzo, Altalena, «Nabab», Roma, Anno I, N. 9, 29 Dicembre 1884, pp. 1-2.

  p. 1. Il grande Balzac, non quello vuoto e noioso del salotto Rambouillet, ha scritto un romanzo tutto cucinato con la mostarda, e con intingoli di cuciniere di cartello sopra gli splendori e le miserie delle cortigiane.

  Questo libro, che può anche essere chiamato trattato di calcolo di ciò che costa ai vecchi l’amore menò del rumore apparendo, poi è stato un po’ dimenticato, offuscato dai suoi fratelli maggiori.

  È proprio il caso di ricordarsi del motto oraziano Habent sua fata libelli.

  Leggete questo romanzo non celebre del Balzac e ve ne troverete contenti. Un po’ meno di Belot, di Malot e un po’ più di Balzac non fa male. Vi sono due tipi in questo volume del fecondo romanziere, dell’instancabile agitatore di idee, che meritan di essere studiati.

  L’uomo vecchio, solleticato nelle membra gelate per sua sventura, dal pizzico d’amore, imbecillito, preso pel naso, spremuto, essicato, burlato, è presentato con esattezza di particolari, efficacissimo, nella persona spelata del banchiere Nucingen.

  Poi l’arpia, in forma di uno scheletro, che scricchiola, che ruba cuore e borsa, complice necessario dell’arpia in gonnella, che ha il guizzo del serpente e il sorriso di D. Giovanni, è, con parsimonia eloquente, scolpita da maestro, nella persona del signor Gobek (sic).

  Adunque, leggete gli Splendori e le miserie. Se siete vecchio, potrete compilare il vostro bilancio dell’amore, e se giovine vivrete molti anni in poche ore.

  Mi son ricordato di questo romanzo tra gli echi mondani che giungono d’oltremonti.

 

  Cesare Donati, La Tabacchiera del Nonno, in Foglie secche. La Tabacchiera del Nonno. La Gegia del Ponte. Una Gamba rotta. – Un Figaro. – Il Disertore. Annella Di Rosa, Firenze, Successori Le Monnier, 1884, pp. 1-198.

  Cfr. 1875.

 

  Dottor Bugìa, Lettera alla Lettrice, «Il Pungolo della Domenica. Giornale di amena lettura», Milano, Anno II, N. 4, 27 Gennaio 1884, pp. 25-26.

  p. 25. Quello che mi occorre adesso non è però di sapere se abbiano ragione i veristi italiani che pretendono d’essere autoctoni ovvero questi loro critici tedeschi, che, senza tanti complimenti, scrivono sulle radici dell’albero italico, molto ricco di frondi e poco di frutta, il nome di Zola o, magari anche di Balzac …

 

  Dottor Bugìa, Lettera alla Lettrice, «Il Pungolo della Domenica. Giornale di amena lettura», Milano, Anno II, N. 29, 20 Luglio 1884, pp. 225-227.

  p. 226. Da noi i preti si sono lasciati togliere uno dei monopolii più possenti per far perdere la testa alla povera gente: ormai, tranne qualche frate zoccolante o qualche prete schiavone, non c’è più nessun ministro del Signore che esorcizzi: all’anima che se ne va, un Deprofundis, qualche messa, e chi s’è visto s’è visto. Sono, invece, de’ laici, degli spregiudicati, peggio: degli uomini d’ingegno, che sono invasi, nuovamente, dalla manìa dello spiritismo. In Inghilterra, una delle più gravi riviste, la Nineteenth Century, si apre agli studî di questa … scienza. In Italia il signor Farina e il signor Fogazzaro tentano d’imitare Balzac, che nella Seraphita-Seraphiteo e nell’Orsula Mirouet si abbandona in balia del swedenborghismo e mediante il magnetismo più volgare, fa scoprire un delitto e ritrovare una eredità.

 

  Alexandre Dumas fils, Una lettera inedita di A. Dumas Figlio (Traduz. Di G. Rigutini), «La Nuova Rivista Internazionale. Periodico di Lettere, Scienze ed Arti», Firenze, coi tipi dei Successori Le Monnier, Anno Quarto, Vol. I, Num. 10, Maggio 1884, pp. 612-622. (dal Temps).

  pp. 613-614. Il giornale, di cui siete uno dei compilatori, ristampa nella sua appendice il mio romanzo La Dame aux Camélias, e a questo proposito mi consacrate un articolo. Pare che il lavoro non valga veramente gran cosa (così incominciate), e che sia molto inferiore ai capolavori di Balzac, di Stendhal, di Flaubert, dei Goncourt, di Zola e di Daudet. Non v’aspettate che io confuti il vostro giudizio. […].

  Tutti i grandi critici, e con loro lo stesso Napoleone, cred’io, avrebbero un bello spolmonarsi a ripetere che Manon Lescaut è un libro scritto per le cuoche: Manon vivrà finchè ci saranno al mondo giovinotti che abbiano delle passioni, e graziose fanciulle che abbiano dei bisogni: cosa che parrebbe dovesse essere sempre. O che, scrivendo, usiate lo stile di Rabelais o di Jean-Jacques, di Voltaire o di Hugo, di Marivaux o di Balzac, di Le Sage o di Scribe, di Bossuet o di Béranger, dell’abate Prévost o di Renan, di Pascal o di Zola, sempre che avrete toccato la vera corda del cuore umano, il vostro lavoro sarà durevole. […].

  pp. 616-617. Parlare a un gran numero di persone raccolte in poco spazio, per due o tre ore, nella forma più seducente e più persuasiva, è cosa che tenta ed è anche comoda. Disgraziatamente c’è un istrumento, che il maneggiar non è facile; e quegli stessi scrittori da voi rammentati, ed ai quali attribuite tanti capolavori di libri, hanno sempre fallito nei loro tentativi drammatici. Se una commedia del più grande tra loro, il Mercadet, ha fatto furore per qualche tempo, il merito è tutto di un uomo di gran talento drammatico, che voi dovreste altamente disprezzare, vo’ dire di Dennery, il quale rifece la commedia da cima a fondo. Il Candidat di Flaubert avrebbe avuto egual sorte, se lo stesso Dennery non gli avesse reso il medesimo servizio. […].

  Ecco perché, ammettendo in fondo, come volete voi, un valore eguale fra Balzac e Molière, il vantaggio immediato e finale sarà sempre per colui che parlerà dal teatro, su colui che parlerà da un libro; perché il primo ha al suo comando tutte le manifestazioni della vita stessa ed opera d’un colpo sulla moltitudine invece di operare a poco alla volta sull’individuo che legge ad intervalli, che è distratto e per lungo tempo inespugnabile.

 

  Guglielmo Ferrari, Uno sprazzo… sugli sprazzi d’intelligenza, «Gazzetta Letteraria Artistica Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, N. 44, 25 ottobre 1884, pp. 350-351.

  I pensieri, gli assiomi ed ogni sorta di queste esplicazioni del lavoro intellettuale sono sempre stati di moda, si può dire, fin dal giorno in cui l’uomo ha trovato il modo di renderli pubblici. […].

  Si potrebbe andare in lungo se si volesse passare in esame ognuno di questi generi di sprazzi, e ci sarebbe da fare uno studio accurato e di qualche utilità se si volesse passare in rassegna gli assiomi di illustri osservatori e scrittori, come Balzac, Smiles, Poe, Hugo, Mazzini, Guerrazzi e tanti altri, ma le sentenze di costoro sono, nella maggior parte, frutto di elevati raziocinii, come i proverbi popolari – la materia prima degli assiomi – sono frutto di lunghe esperienze, e perciò non appartengono agli sprazzi vergini causati dalle sensazioni comuni, tema del presente esame.

 

  Fritz, Corriere umoristico dell’Esposizione, «Lo Spirito Folletto. Giornale Umoristico Illustrato mensile», Milano, Anno XXIV, N. 1201, Ottobre 1884, p. 80.

  I quadri, le statue, le industrie tessili, la piscicoltura, la fabbricazione della ciocco­lata alla vaniglia, e via discorrendo, sono cose interessanti senza dubbio, ma la eterna commedia umana, che immortalava Balzac, vi par forse un soggetto da lasciarsi in un cantone?

  Mettetevi in giro per le gallerie, signori miei, ed osservate.

 

  Furio Ginestri, Edamus et…, «La Domenica Letteraria», Roma, Anno III, Num. 49, 7 Dicembre 1884, p. 1.

  Il vino non è più scomunicato: la macchinetta del caffè è sulla scrivania dei lavoratori come Balzac l’alleata del calamaio e fa quasi parte dell’occorrente per iscrivere, e il Carducci come il Cossa non si sono mai gloriati di essere astemi come tanti anacoreti.

 

  Edmondo de Goncourt, La Prefazione di “Chérie” ultimo romanzo di Edmondo de Goncourt, «L’Indipendente. Organo per gli interessi di Trieste, del Goriziano e dell’Istria», Trieste, Anno VIII, N. 2501, 4 Maggio 1884, pp. 2-3.

  p. 2. Ma cotesta fanciulla avrebbe dovuto essere dipinta da Balzac, al tempo della restaurazione o del regno di Luigi Filippo — e non già in questi anni, nei quali la società legittimista non appartiene quasi più, si può dire, alla vita viva del secolo.

 

  Arsenio Houssaye, Ricordi letterari. Le ultime ore di Balzac (Trad. di Ar. Ellero), «L’Illustrazione Popolare», Milano, Fratelli Treves, Vol. XXI - N. 18, 4 Maggio 1884, pp. 274-275.[2]

  Io non so cosa più profondamente drammatica delle ultime ore di Balzac. Egli erasi molto preoccupato di scrivere la Tragedia borghese – un ciclo, come la Commedia umana. E non trovò mai un quinto atto più desolato né più fulminante del quinto atto della sua vita.

  Egli volle sorridere lieto all’idea del suo viaggio in Russia, dove andava a sposare quella «giovane di cinquant’anni» che gli pareva più bella delle sue donne di trent’anni. La morte fu il suo viaggio di nozze! La signora Hanska lo aspettava, tutta adorna di pampini, perché non era più l’ora dei fiori d’arancio. Ma ahimè! il cercatore dell’assoluto, Balzac, arrivava troppo tardi per vendemmiare in quella vigna. Addio, panieri, le vendemmie erano state fatte!

***

  Quando Balzac ritornò a Parigi, superbo della sua «giovane sposa» che aveva cominciato il secolo con lui, si immaginava d’aver rapito alla Russia tutta una primavera coronata di rose. Illusioni perdute! La Russia aveva nevicato su tutti e due.

  Benchè a due passi dalla tomba, Balzac viveva colle proprie chimere. Si credeva innamorato e ricco. Avrebbe, diceva lui, fatto stupire Parigi e i suoi creditori. Ma il suo bel sogno non durò più di quanto durano i sogni. Fu il direttore dell’ospedale di Beaujou (sic) che lo svegliò. Il signor Annocet chiese di parlare a lui solo. Fu introdotto. Come si vicinò, Balzac voleva fargli ammirare quattro piccole tele portate dal suo viaggio. Ma il signor Annocet non era andato per guardar dei quadri.

  – Signor Balzac, - diss’egli, - ho una triste novella da darvi. Già da alcuni giorni, avete una sorella all’ospedale Beaujou.

  – Giammai! – esclamò Balzac, che temeva la sposa sentisse.

  – Oh! signor di Balzac, io non m’inganno; ella è vostra sorella.

  – Non ho che una sorella, - rispose Balzac: - la signora di Surville. Quella non è all’ospedale.

  – Infine, signor di Balzac, io vi rispondo che avete una sorella all’ospedale.

  – Ed io vi rispondo che conosco la mia famiglia. Non ho che una sorella.

  Il direttore dell’ospedale salutò ed uscì.

  Quando la contessa Hanska rientrò in sala, Balzac camminava agitatissimo.

  – Che cosa avete? Che vi ha detto quell’uomo?

  – Un seccatore che, sotto pretesto d’interessarmi alle miserie dell’ospedale, ha preteso che il mio Raffaello fosse un Giulio Romano.

  – Non importa, amico mio. Gli invierò subito cinque luigi pe’ suoi ammalati.

  – Sì, – disse Balzac, – Io pure darò cinque luigi perché si comperino dei fiori per tutte le donne che soffrono.

  – Ah! amico mio, voi sarete sempre il migliore e il più poetico degli uomini!

  Quando Balzac fu solo, pianse.

***

  Due mesi dopo, non c’erano fiori sul suo letto: era morente. Ordinò al suo cameriere di condurgli il direttore dell’ospedale Beaujou. Un quarto d’ora dopo, il signor Annocet era davanti a quel letto sepolcrale.

  – Ebbene, signor di Balzac, voi non siete felice del vostro ritorno dalla Russia?

  Balzac cercò di sorridere.

  – Io subisco tutti i disastri della grande armata.

  E, dopo un sospiro:

  – Signor Annocet, io v’ho chiamato per un atto di costrizione. Ho paura di morire, e voglio mettermi in regola colla mia coscienza. Voglio cominciare ad umiliarmi davanti a voi.

  Balzac non potè continuare: i singhiozzi gli mozzavano la voce. Infine riprese la parola:

  – Voi avevate ragione; è mia sorella. Giovanni Battista Rousseau ha rinnegato suo padre; io ho rinnegato mia sorella. E ciò ha portato disgrazia a Rousseau e a me.

  – Sapevo bene che era vostra sorella, signor di Balzac. Voi l’avete scritto: ci sono in tutte le famiglie dei parenti poveri

  – Non terminate, – disse Balzac. – Che volete che faccia di più? Un altro si sarebbe accusato davanti un confessore. Ma a che mi varrebbe la confessione, poich’ella è secreta? Voi siete un galantuomo: io doveva accusarmi davanti a voi. Potrei dire che non era una sorella dello stesso letto; potrei dire che ho mascherato il mio cuore, perché non voleva che mia moglie sapesse, il giorno del suo arrivo, che una delle sue cognate moriva all’ospedale. Ebbene, no! io vi confido tutto l’orrore della mia cattiva azione.

  Il signor Annocet strinse la mano del morente.

  – Ciò che fate è un gran bene! Confesso che vi accusava, ma ora sono felice di stringervi la mano.

  Balzac alzò gli occhi sul signor Annocet, e gli chiese con voce soffocata:

  – È ella morta?

  – Sì, ma vi ha perdonato, perché è morta con Dio.

***

  Ho veduto Balzac poche settimane prima del suo ultimo giorno. Egli venne al Teatro Francese, ma siccome la sua malattia di cuore lo faceva soffrire nelle ascensioni, fui pregato di salire nella sua carrozza.

  Sua moglie era in carrozza. Appena le fui presentato, ella prese la parola per ispiegarmi il genio drammatico del romanziere. Spaventato dal pallor mortale di Balzac, io promisi tutto ciò che mi si chiese. Credo di aver promesso di rappresentare da allora soltanto le commedie di Balzac e di Molière. Egli mi pregò d’andarne a parlare con lui, il che gli avrebbe offerto occasione di mostrarmi i suoi quadri e le sue curiosità.

  Tre giorni dopo, lo trovai nel suo piccolissimo gabinetto da lavoro di quella casa lillipuziana, che è ancora in piedi, in via Balzac. Egli la chiamava il suo palazzo. Era semplicemente l’antica casa del giardiniere del castello Beaujou. Se, entrando, non avessi salutato, il mio cappello avrebbe urtato il soffitto. Balzac mi condusse dappertutto colla solennità d’un Medici. La felicità di mostrarmi le sue ricchezze, richiamò sulle guancie un leggero colorito. Mi vantò la sua biblioteca, che non racchiudeva un solo libro di prezzo, poiché non c’erano elzeviri, né libri originali, né incisioni, né messali miniati. Se n’ebbe la prova alla vendita dell’anno scorso, quando i creditori della signora Balzac abbandonarono all’incanto la vanità del principe dei romanzieri. Fu dei suoi quadri come dei suoi libri: i Raffaelli ed i Rubens si vendevano a cento lire. Sicchè si ha diritto di stupirsi dell’apoteosi che di Balzac dilettante fece Teofilo Gautier.

  Secondo il Gautier, la casa del giardiniere era una casa signorile, che dico? un palazzo tutto risplendente di capolavori: quadri, marmi, libri.

  Ma tutti questi splendori non esistevano che nello stile di Teofilo, un mago che cangiava le pietre in carbonchi. I mobili erano della stessa famiglia dei quadri e della biblioteca.

  Sicchè Balzac non aveva compiuto il suo sogno.

***

  Nel pomeriggio del 20 agosto 1850, io ritornai per vedere il Balzac. Incontrai sulla porta Eugenio Giraud.

  – Balzac? – mi diss’egli, – l’ho veduto adesso; egli non c’è più, è finito!

  Mi sentii impallidire.

  – Già! – esclamai.

  Giraud aprì il suo portafoglio per mostrarmi un magnifico disegno a tre matite. Era Balzac nel suo letto funebre. La contessa medesima era andata a pregarlo di conservar quel disegno alla storia.

  Guardai con emozione l’immagine del grand’uomo.

  – Sapevo bene ch’egli non sarebbe andato lungi, – ripresi; – ma non lo credevo sì vicino alla morte.

  – E lui nemmeno.

  Pregai Giraud di risalire col ritratto sotto pretesto di ritoccarlo, per poter salire con lui. Una suora ci accolse con quel bel sorriso di rassegnazione che parla del cielo alla terra.

  La morte aveva messo la grandezza e la dignità della vita eterna sulla faccia un po’ aggrinzata di Balzac. Salutai rispettosamente il gran romanziere toccandogli la mano. Grandezza e miseria dell’uomo! Quella fronte che aveva creato tutto un mondo vivente, non raggiava più sotto il pensiero.

  Noi passammo pel gabinetto da lavoro, dove trovammo la signora di Balzac, che ci disse:

  – La morte disfa tutto, ma nulla cangierà di ciò che è qui. Nessuno toccherà questa tavola, ancora tutta piena del genio di Balzac. Il tempo disseccherà il calamaio, ma io non toccherò più quella penna.

  Su quella tavola, molte lettere e carte; una minuta già ingiallita, con molte cancellature; parecchie pagine della scrittura di Balzac, frammenti d’una commedia, di cui non vidi il titolo. Infine l’ultima parola della vita e della morte: l’ordinazione del medico, datata dalla vigilia.

***

  La storia è una statua d’oro, di rame e di bronzo, che si fa a poco a poco colle monete spicciole dei contemporanei. Eugenio Giraud era un pozzo d’intimi documenti, e attingeva a buona fonte.

  Lo studio di lui toccava la casa di Balzac. Salutata la desolata vedova, lo accompagnai a casa.

  – Tu non sai, – mi diss’egli, – come è morto Balzac? Ascolta.

  E mi raccontò una scena più terribile delle scene più drammatiche dei romanzi di quel grande scrittore.

  L’ammalato non era troppo inquieto perché la sua signora aveva l’arte di ingannarlo: volle però interrogare il medico.

  – Mio caro dottore, – gli disse, – io non sono un uomo come un altro; non vorrei esser sorpreso dalla morte: ho ancora molte cose da dire … voglio terminare il mio lavoro.

  – Sì, voi avete innalzato uno dei monumenti del diciannovesimo secolo.

  – Quante finestre mancano ancora a questo monumento! quanti ornamenti! quante statue!

  Balzac si battè la testa.

  – Il frontespizio c’è ancora … Vi sono delle persone che non capiscono: la luce è la chiave del genio …

  Coll’aumentare della febbre si animava.

  – Dottore, io voglio da voi tutta la verità. Voi siete un principe della scienza. Voi mi stimate abbastanza, per non nascondermi il vero. Ascoltate: vedo che son più malato di quanto credeva: sento che perdo terreno. Ho un bel sovreccitare la mia immaginazione: tutto mi fa orrore. Quanto tempo credete voi ch’io possa vivere ancora?

  Il medico non rispondeva.

  – Come, dottore? Mi prendete per un fanciullo? Vi dico ancora una volta che non posso morire come il primo venuto. Un uomo come me deve un testamento al pubblico.

  Questa parola di testamento fece aprire la bocca al medico. Se Balzac doveva fare un testamento al pubblico, ne doveva forse uno alla sua famiglia e a sua moglie …

  - Mio caro ammalato, quanto tempo v’abbisogna per ciò che vi resta a fare?

  – Sei mesi, – rispose Balzac, coll’aria d’uomo che ha ben contato.

  E guardò fisso il suo medico.

  – Sei mesi! sei mesi! – rispose il dottore, scotendo il capo.

  – Ah! – esclamò dolorosamente Balzac. – Vedo bene che non m’accordate sei mesi … Ma mi donerete sei settimane, almeno … Sei settimane colla febbre, sono ancora l’eternità. Le ore sono giorni … E poi le notti non sono perdute.

  Il medico scosse il capo come la prima volta.

  Balzac si alzò, quasi sdegnato. Credeva egli dunque che il dottore fosse padrone d’allungare o d’abbreviare la sua esistenza?

  Il dottore aveva presa troppo sul serio la sommissione del suo ammalato: egli aveva deciso di dir la verità.

  – E che, dottore! io sono dunque un uomo morto? Grazie a Dio, mi sento ancora forte per combattere. Ma mi sento anche coraggio per sottomettermi: sono pronto al sacrificio. Se la vostra scienza non v’inganna, e voi non ingannate me stesso! Che poss’io sperare ancora? Mi darete almeno sei giorni?

  Il dottore non poteva parlare; si volse per nascondere le lagrime.

  – Sei giorni! – ripetè Balzac. – Ebbene, indicherò a grandi tratti ciò che mi restava da fare, per finire; i miei amici metteranno i punti sugli i. Avrò il tempo di gettare un rapido sguardi sui miei cinquanta volumi. Staccherò le pagine cattive; accentuerò le migliori. La volontà umana fa miracoli. Dio ha creato il mondo in sei giorni; io posso dare una vita immortale al mondo che ho creato. Riposerò il settimo.

  Qui un doloroso sguardo e un sospiro più doloroso ancora.

  Dopo quei terribili punti interrogativi, Balzac era invecchiato di dieci anni. Egli non trovava più la sua voce per interrogare ancora il medico, il quale, da parte sua non trovava più la propria voce per rispondere.

  – Mio caro ammalato, – disse infine il dottore abbozzando un sorriso, un sorriso da medico: – chi può rispondere d’un’ora quaggiù? Uno che sta bene, può morire prima di voi. Ma voi m’avete chiesta la verità, avete parlato del testamento al vostro pubblico …

  – Ebbene!

  – Ebbene, questo testamento al pubblico bisogna farlo oggi! D’altronde, voi avete forse un altro testamento da fare, non bisogna aspettar domani.

  Balzac sollevò la testa.

  – Non ho dunque che sei ore? – esclamò spaventato.

***

  Egli ricadde sull’origliere. Quell’ultima parola del medico, fu il colpo di morte.

  Colui che si chiamava Balzac entrò in agonia. Quella testa creatrice prese gli ultimi pallori, quello spirito luminoso sparì nelle tenebre. Aveva voluto la verità, e la verità lo aveva ucciso prima dell’ora.

  Fu torto di quel gran medico – di cui non dirò il nome – il togliere il velo alla morte che era là, quando poteva mascherarla ancora. Noi non avremmo una pagina di più, ma Balzac sarebbe vissuto qualche giorno di più, e non avrebbe udito la sua condanna di morte. Se ne sarebbe andato all’altro mondo colle illusioni di un uomo che crede addormentarsi per isvegliarsi.

  Ma un simile spirito si risveglia sempre, qualunque sia l’orrore della notte.

  È oggi quasi un terzo di secolo dacchè il creatore della Commedia umana è morto. I suoi entusiasti, voglio dire i suoi lettori, si sdegnano di non veder innalzarsi il monumento di Balzac. Egli non ha ancora la sua statua in una piazza pubblica né sulla sua tomba. Non ha il suo busto all’Accademia. Ma a che un altro monumento, quando c’è quello delle sue opere? In questo secolo di statuomania, il marmo non è abbastanza puro per rappresentare l’uomo di genio. Molière non ha una statua nemmeno lui.

 

  La Cronaca Bizantina, Un dramma pastorale, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno IV, Vol. VI, Num. 3, I Febbraio 1884, pp. 17-18. [La Cavalleria rusticana di G. Verga].

  p. 18. Tutti quelli che si sono occupati di questa questione, non escluso lo Zola, non hanno pensato a una semplicissima cosa: che voler introdurre il naturalismo in teatro è fatica sprecata, però che la comedia sia sempre stata, sia, per natura sua, naturalista: anzi il naturalismo anche nella tragedia è entrato da padrone nel Cinquecento. Non vi parlerò di Molière, né vi domanderò qual mai comico sperimentale abbia avuto il coraggio di presentar sulla scena il ruffianesimo e l’istigazione all’adulterio per mezzo del confessore, come fece il Machiavelli; e né meno vi farò notare che il Balzac dalla comedia appunto derivò nel romanzo l’osservazione e l’esperienza della vita; tanto questo è vero, che uno de’ suoi più forti romanzi, Les employés, non è se non una comedia non recitabile, che, in fine, al complesso della sua opera diede per l’appunto il nome di comedia.


  Augusto Lenzoni, L’origine delle navi, «Ateneo Italiano. Periodico letterario-artistico-scientifico», Forlì, Anno VIII, N. 8, 15 Aprile 1884, pp. 60-61.

 

  p. 61. Il mare è come la donna capricciosa di cui parla il Balzac nella Fisiologia del matrimonio: bisogna piegarlo a forza di severità e d’energia.

 

  Michele Lessona, Fisiologia del naturalista, in Venti anni fa per Michele Lessona, Roma, Edoardo Perino, editore, 1884, pp. 93-97.

  p. 93. Vi ricordate quando il signor di Balzac venne fuori colla sua Fisiologia del matrimonio? Quel libro che mirava a colpire nelle viscere il matrimonio, trovò pel suo titolo una caterva sterminata di imitatori, tutti autori di fisiologie. – Fisiologia dell’avvocato, fisiologia dello studente, del medico, del magistrato, della crestaia, del vetturale, ecc. ecc. Poi la inondazione delle fisiologie cessò, e cominciò quella dei Misteri.

 

  A. R. Levi, Classici e Romantici, «Il Pungolo della Domenica. Giornale di amena lettura», Milano, Anno II, N. 32, 10 Agosto 1884, pp. 251-252.

  p. 252. È appunto alla Comédie francese che si svolse la grande battaglia tra classici e romantici. I nostri lettori ci seguano in via Richelieu, e, nell’antica casa di Molière, assisteranno alla lotta veramente titanica la quale ebbe per attori gli Orazî e i Curiazî della letteratura moderna, e, per spettatori, gli uomini più eminenti d’Europa, da Dumas padre a Gioachino Rossini, da Giorgio Sand a Eugenio Scribe, da Teofilo Gauthier (sic) al maestro Auber, da Onorato di Balzac a Ettore Berlioz.

 

  Paul Lindau, Bibliografia. “Saffo”, romanzo di Alfonso Daudet, Paris, Charpentier et Cie. 1884 (Estratto), «La Nuova Rivista Internazionale. Periodico di Lettere, Scienze ed Arti», Firenze, coi tipi dei Successori Le Monnier, Anno Quarto, Vol. II, Num. 13, Luglio 1884, pp. 176-184.

  p. 176. La poesia narrativa in Francia è negli ultimi tempi, così per la materia come per la forma, in modo notevolissimo peggiorata. […].

  Dove sono quei tempi quando le prudenti signore si facevano scrupolo a confessare di aver letto il più recente romanzo di Giorgio Sand? Quando l’arrischiatezza del Balzac stupiva, le donnette di Paul de Kock irritavano, Fanny di Ernesto Feydeau era messa al bando, e Madama Bovary del Flaubert sottoposta a regolare processo per le sue tendenze immorali? Ai lettori dei romanzi francesi moderni tutte codeste opere sembrano in sommo grado innocenti.


  A. Lo Re, Il Campo sperimentale. Conferenza di agricoltura, «La Sicilia Agricola. Periodico settimanale», Palermo, Stabilimento Tipografico Virzì, Anno II, 1884, pp. -110.

 

  p. 106. La scuola superiore in Italia ha un campo, ma può anche non averlo, come non lo aveva quella di Portici sino a tre anni or sono: la scuola secondaria non ne ha punto; la scuola Pratica o primaria lo ha sempre, e, quasi sempre è inconseguente come le mogli della Fisiologie (sic) du mariage di Balzac.


 

  Renzo Manzoni, El Yèmen. Tre anni nell’Arabia felice. Escursioni fatte dal Settembre 1877 al Marzo 1880, Roma, Tipografia Eredi Botta, 1884.

 

Cap. XIV.

  pp. 200-201. Ho detto che le Arabe di Samâa sono generalmente oneste; però anche gli Arabi stessi conoscono questi sotterfugi delle loro donne; ma pare che non vi pongano mente.

  E perché questi mariti arabi non vi mettono rimedio?

  Tutto il mondo è paese; e con Balzac risponderò: «Je m’adresse aux mariés d’hier et d’aujourd’hui; à qui, en sortant de l’église ou de la municipalité, conçoivent l’espérance de garder leur (sic) femmes pour eux seuls; à ceux qui, je ne sais quel égoïsme ou quel sentiment indéfinissable fait dire, à l’aspect des malheurs d’autrui: - Cela n’arrivera pas, à moi ! –

  Je m’adresse à ces marins, qui, après avoir vu des vaisseaux sombrer, se mettent en mer; à ces garçons qui, après avoir causé le naufrage de plus d’une vertu conjugale, osent se marier» (I)

  (I) De Balzac; Physiologie du mariage.

 

  [Federico] Maranzana, A proposito di bozzetti, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, Num. 19, 3 Maggio 1884, pp. 146-148.

  Era il bozzetto più specialmente per le tendenze veriste, per lo studio della natura e l’osservazione pronta e minuta che si trova nel Decamerone. I babbi della scuola moderna, che noi andiamo a cercare in Francia, li abbiamo proprio in casa e buoni, ed il Balzac e lo Zola possono mettersi accanto al certaldese senza timore che la sua figura non riesca punto rimpicciolita. […].

  Un’altra cagione che promuove e favorisce codesta funzione letteraria è nel grande sviluppo che hanno preso i giornali ebdomadari, siano dessi grandi o piccini. […].

  Eppure con tanta produzione la nostra letteratura bozzettaia rimane sempre meschina. Gli è che codesto genere letterario ha un difetto in sé che ne fa la palestra di tutti gli studenti ed autori rientrati che pullulano nelle nostre città di provincia; l’apparente facilità del lavoro. Certo sarà più facile fare il volume di trecento pagine e di trenta raccontini stillati a poco a poco dal cerebro laboratorio anziché scrivere Le cousin Pons (H. de Balzac), ma dal più al meno ci corre. […].

  Piaga grande è l’imitazione. […].

  La classe borghese ha anch’essa le sue pagine che possono servire al nostro lavoro, e sono più alla nostra portata. Molti di quelli che annaspano a dipingere le passioni della plebe riuscirebbero a colorare le ipocrisie galanti dei nostri salotti. Studii ognuno il suo ambiente e lo riproduca; nel mondo c’è posto per tutti e non è necessario per camminare di mettere il piede nell’orma che ha lasciato il nostro vicino. Non tutta la borghesia ha descritto Balzac, ma Balzac viveva in Francia e poi è morto da tempo ed il mondo si sarà cambiato poco, voglio anche acconsentire, ma qualche cosa si sarà pure cambiato. […].

  Viva Dio, almeno i nostri trecentisti pensavano ed osservavano per conto loro. […] Il Boccaccio è moderno da quanto lo Zola ed in lui ritroviamo molte di quelle caratteristiche che si credono esclusivo privilegio della scuola realista. La vita borghese del trecento è tutta nel suo libro condensata, come quella parigina, nella Comédie Humaine […].

 

  C. Merouvel, Gli ultimi Kérandal, «Corriere della Sera», Milano, Anno IX, Num. 185, 6-7 Luglio 1884, p. 2.

  Tutta la mia filosofia consisto nel menare la vita allegramente, a non rifiutarmi niente, nè i vini di lusso, nè i tartufi, nè i gamberi dei gabinetti particolari, nè le belle ragazze, ma preservandomi dalla gente di affari, dagli usurai, […] e dalle discendenti di madama Marneffe, di messer Onorato Balzac.

 

  D.[omenico] Milelli, Letteratura del colera, «La Domenica Letteraria», Roma, Anno III, Num. 29, 20 Luglio 1884, p. 2.

  Si dovrebbe invece saper da tutti che fra coloro i quali lasciarono qualche cosa alla letteratura del colera vi è appunto Balzac – il proavo glorioso di tutti i novellieri e romanzieri sperimentali e naturalisti moderni – il Balzac, che si nascondeva celiando lo pseudonimo di Eugenio Morisseau(*). […].

  E senza rifar qui le caricature a Casimiro Périer, e al barone di F…, senza richiamarci a’ famosi couplets di una canzone ai députés ventrus che si vociava per le vie su la musica del Roi d’Yvetot, senza riprodurre le buffonate di Derville, attingiamo un po’ alla fonte più viva, e rifacciamo, come si può meglio nel nostro linguaggio, la geniale ed allegra trovata di Balzac.

  «Quando il duca di Joinville per istudiar la marina correva per la Francia in carrozza di posta, arrivò improvvisamente in una piccola città. Il sindaco non prevenuto non riuscì di organizzare gli ufficiali entusiasmi di rigore. Il principe ne rimase malcontento, il sindaco ne restò disperato. Questi, che aveva un suo amico a Parigi, scrisse rimproverandolo fortemente del non averlo avvisato dell’arrivo dell’augusto visitatore. L’amico giurava di avere scritto e aggiungeva che la lettera si era dovuta smarrire.

  L’amico di Parigi di fatti avea scritto; ma avea pregato un tale, che era presso di lui, d’impostare la lettera. Questi a sua volta avea incaricato dello stesso ufficio altra persona, e questa un’altra, finchè la lettera capitò nelle mani di un tale che andava a Costantinopoli, e, dimenticando d’impostarla, la portò seco a Stambul.

  Un giorno, nell’atto di spedire alcuni dispacci, trovossi addosso la lettera e mandolla subito nello stesso tempo per mezzo di un vascello, che ritornava in Francia.

  Così una mattina il sindaco si vide arrivare una lettera; una lettera lacera, bucherellata e fetente di acido a dieci passi. Ei ne fu veramente colpito; l’aprì e lesse. La lettera era così concepita:

  Parigi …

  Mio caro amico,

  Vi avviso che passerà per la vostra città il duca di Joinville. Voi riceverete questa lettera due giorni prima del suo arrivo. Prendete le vostre precauzioni.

  Essa era firmata dall’amico.

  – Egli vorrà riparare il proprio errore, disse il sindaco; bene; a ogni peccato misericordia. E questa volta non si slabbra.

  Subito dopo questa idea consolante, ne venne un’altra al pubblico funzionario, che gli fece rizzare i capelli su la fronte e gli sbiancò la faccia sì che il segretario ne fu spaventato.

  La lettera bucata da parte a parte, tagliuzzata, era passata per l’aceto!

  Di certo il «cholera-morbus» è a Parigi. E questo: prendete le vostre precauzioni, non ammette più alcun dubbio.

  Si riunisce il consiglio municipale.

  Si decreta quanto segue:

  I. Sarà spedito a Parigi un espresso per supplicare il sig. duca di Joinville di differire il proprio viaggio.

  2. Sarà steso attorno alla città un cordone sanitario.

  3. Sarà posto un lazzaretto fuori della città.

  4. Saranno collocate qui le persone attaccate o sospette.

  5. I trattamenti di tutte le altre malattie e gli sgravi di qualunque genere saranno differiti, e ciò per non distrarre dalle cure importanti, richieste dallo avvicinarsi del colèra, i medici e le levatrici della città.

  6. Si faranno delle pubbliche preghiere.

  7. Dall’autorità di polizia saranno, fino a nuovo ordine, per non eccitare le collere del cielo, interdetti il giuramento, il furto, il sacrilegio, il ratto, la ubriachezza, la violenza, l’assassinio, i calembours o altro contro il potere.

  8. Saranno bruciate per le vie delle erbe aromatiche.

  Tre guardie nazionali di buona volontà formarono il cordone sanitario attorniando la città a distanza l’una dall’altra che a taluno parve troppa; e che, ad onta di ciò, non trovò modo di colmare la lacuna.

  E lo spavento si sparse per la città. Gli atei diventarono credenti, gli empi si convertirono, i preti fecero l’elemosina.

  Questo durò due giorni, e giunse al fine l’amico del sindaco. Lo volevano chiudere nel lazzaretto. Egli forzò la linea. Si correva a salvezza per le vie. Si sonava a martello. Si chiudevan le porte a doppio giro di chiave. Gli si volevan tirare delle fucilate. Ei veniva da Parigi e probabilmente era infetto.

  Egli andò a picchiare alla porta del sindaco. Il sindaco impallidì. La moglie e la figliuola gridarono. La serva urlò. Il cane abbaiò. Quegli continuava a picchiare. Il sindaco aprì la finestra del granaio e, dopo averlo pregato di mettersi sotto vento per non mandargli le pestilenziali esalazioni, quegli spiegò l’accaduto. Rivoleva la lettera, e il sindaco gliela gittò dalla finestra. La prese con sé il vento, e l’amico le corse dietro per più di un’ora, empiendo di spavento tutte le vie per le quali egli passava. Poi ritornò ridendo, e tutto fu spiegato, e il cordone sanitario se ne andò a letto».

  (*) Vedi: Le Livre, Bibliographie Rétrospective, 1883, p. 173.

 

  D.[omenico] Milelli, Ricordi d’arte, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno IV, Vol. VI, Num. 24, 16 Dicembre 1884, pp. 189-190.

  p. 190. Ed ancora: difficilissima cosa trovare nei libri del Verga un’idea che, serenamente calma, si faccia via tra il turbine delle strane fantasie e dei pensieri febbrili. Talune volte ti par quasi che egli si fermi a studiare per poscia ritrarre un carattere gentile; ma non ci è dubbio, quella fermata dura poco, essa si stacca con un accento spiccato d’interruzione dall’assieme generale del lavoro del Verga che ha tutt’altra indole e tutt’altro carattere. Il Verga, in breve, educato alla scuola del Balzac, non lecca le piaghe, le brucia, non anatomizza soltanto, incide.

 

  Orlando Mitraglia, Lettere critiche al Fanfulla della Domenica, Milano, Ditta Natale Battezzati, 1884.

  Cfr. 1879 e 1882.

 

  Giuseppe Cesare Molineri, Lettera II, in F.[erdinando] Fontana, In Teatro (con due lettere di G. C. Molineri). Polemica – La Musica in teatro – Tre poemi musicali. 5° Migliaio, Roma, Casa editrice A. Sommaruga e C., 1884, pp. 59-60.

  Tu scrivi ancora: «In teatro l’arte scende a mercato, e allora non ha più diritto di chiamarsi arte […]». Queste tue osservazioni si attagliano non che al teatro, a tutta l’arte. Gli imbrattacarte si curano del mestiere e non dell’arte, sia che scrivano libri, sia che facciano rappresentare drammi, e il popolino ignorante e in teatro e fuori corre dietro allo spolvero. Non ti ricordi del Parini che cadeva nel fango per le vie di Milano, mentre il Casti ingrassava alla Corte di Vienna? Credi tu che abbiano avuto più lettori I Sepolcri di Ugo Foscolo o Il naso del Guadagnoli, i romanzi del Balzac o quelli di Ponson du Terrail?

 

  Enrico Montecorboli, “Lise Fleuron” di Giorgio Ohnet, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, Num. 23, 31 Maggio 1884, pp. 181-182.

  p. 181. La nuova forma del romanzo, oggi tanto apprezzata, che comincia da Balzac passando per Flaubert e Zola, non lo attira e non lo seduce.

 

  Emilio Motta, Dei personaggi celebri che varcarono il Gottardo nei tempi antichi e moderni. Tentativo storico, Bellinzona, Tipografia e Litografia C. Colombi, 1884.

  Cfr. 1883.

 

  Neera, Corrierino delle Signore. Facciamoci belle, «Il Pungolo della Domenica. Giornale di amena lettura», Milano, Anno II, N. 16, 20 Aprile 1884, p. 121.

  Osservate, quando leggete un romanzo, la descrizione dell’eroina; l’autore impiega trenta parole a definire la tinta dei capelli, quaranta il baleno degli occhi, e se è Balzac, capacissimo di tenervi in iscacco per cinque pagine. La lunghezza del naso, la forma, l’origine greca, latina, sassone, scandinava, è l’affare di un intero capitolo. Eppure vi è riuscito una volta, una volta sola, di afferrare precisamente la fisionomia ideata dall’autore?

  Giurerei che no. È molto più facile cogliere la fisionomia morale del personaggio e dietro quella ricostruire nella propria mente il personaggio stesso. Con questo voglio dire che non la linea, ma l’espressione danno il carattere di un volto – per conseguenza la simpatia – ergo la bellezza col suo senso più pratico.

  Dunque facciamoci belli.

 

  Enrico Nencioni, Una questione ardente, in L. Chiarini – L. Lodi – E. Nencioni – E. Panzacchi, Alla ricerca della verecondia, Roma, Casa Editrice A. Sommaruga e C., 1884, pp. 87-105 [dal «Fanfulla della domenica», N. 33, 19 agosto 1883].

  Cfr. 1883.

 

  Enrico Nencioni, L’umorismo e gli umoristi, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XIX, Seconda Serie - Volume Quarantatreesimo Della Raccolta, Volume LXXIII, Fascicolo II, 15 Gennaio 1884, pp. 193-211.

  p. 198. Il romanzo fisiologista, realista e naturalista francese non ha neppur l’ombra di vero umorismo: né Balzac, né Flaubert, né Emilio Zola. E quando questi tre potenti romanzieri ne hanno qualche velleità e vi si provano, diventan grotteschi. Il loro umorismo somiglia le grazie di un elefante. Della loro scuola, il solo che talvolta ha un delicato profumo di umorismo è Alfonso Daudet. […].

  p. 203. L’ideale dell’umanità gli è sempre presente; e le follie e i vizii sono da lui [Thackeray] sempre descritti in modo da far capire e sentire al lettore che sono anormalità e deviazioni: all’opposto del Balzac, del Flaubert e dello Zola, che dipingendo la corruzione sociale, lo fanno, a almeno sembrano farlo, con un contagioso compiacimento.

 

  Enrico Nencioni, L’umorismo, «La Domenica letteraria», Roma, Anno III, Num. 13, 30 Marzo 1884, p. 4.

  Cfr. supra.

 

  E.[nrico] Nencioni, L’Umorismo e gli umoristi, «La Domenica Letteraria», Roma, Anno III, Num. 14, 6 Aprile 1884, p. 3.

  Cfr. supra.

 

  Enrico Nencioni, Aurora Leigh. Poema di Elisabetta Barrett Browning, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XIX, Seconda Serie, Volume Quarantacinquesimo Della Raccolta, Volume LXXV, Fascicolo IX, 1 Maggio 1884, pp. 5-18.

  p. 5. Rileggendo questo poema di Elisabetta Barrett Browning, la più grande poetessa dell’età moderna, anzi la sola veramente grande dopo l’unica Saffo, e sola paragonabile ai più insigni poeti – rileggendo, dico, questo libro nel quale la più schietta poesia dipinge anche le umili realtà della vita, senza falsarle trasfigurandole, e senza mai divenire volgare; questo poema nel quale la vita contemporanea è rappresentata in tutte le sue espressioni, dove il dialogo ha l’arguta finezza di Thackeray e la descrizione l’esattezza di Balzac, e dove pur non è un verso con non rifletta un raggio di poesia; ho creduto che un esame critico di questo capolavoro potrebbe oggi riuscire attraente e opportuno […].

 

  Enrico Nencioni, Le scienze naturali nella letteratura. Paolo Lioy, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XIX, Seconda Serie, Volume Quarantasettesimo Della Raccolta, Volume LXXVII, Fascicolo XVIII, 15 Settembre 1884, pp. 209-224.

  p. 209. Ventisette anni addietro, il Sainte-Beuve concludeva un suo articolo su Madame Bovary del Flaubert, con queste parole: “Je crois reconnaître des signes littéraires nouveaux: science, esprit d’observation, maturité, force, un peu de dureté. Ce sont les caractères que semblent affecter les chefs de file des générations nouvelles. Anatomistes et physiologistes, je vous retrouve partout!” – Con Stendhal infatti, con Balzac, col Taine, col Flaubert, il metodo scientifico e sperimentale aveva già invaso i dominii della critica letteraria e del romanzo – e già accennava a dar nuovo indirizzo al teatro.

 

  Enrico Nencioni, I Monumenti a Diderot e a Giorgio Sand, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XIX, Seconda Serie, Volume Quarantesimo Sesto Della Raccolta, Volume LXXVI, Fascicolo XVI, 15 Agosto 1884, pp. 698-705.

  p. 700. Giorgio Sand ha scritto più di cento romanzi – ne ha scritti più di Walter Scott, più di Balzac, più di Dickens, più dello stesso Dumas. […].

  Giorgio Sand è innanzi tutto un grande poeta: un organismo in cui la immaginazione, la contemplazione ed il sentimento prevalgono sulla osservazione, la riflessione e la deduzione scientifica. È l’opposto di Balzac – ma, nel suo genere, essa è grande quanto, e forse più, dell’autore dei Parents pauvres. Ripeto, essa è innanzi tutto un grande poeta. […].

  pp. 702-703. Agli occhi della critica imparziale e spregiudicata, lo stesso Balzac, a un polo artistico opposto, e con una straordinaria potenza di osservazione e di esecuzione, è eguale, non superiore, a Giorgio Sand: chè se egli la vince come pittore della realtà della vita, essa gli sovrasta come analizzatrice della passione, come rivelatrice dei più delicati sentimenti, come paesista, e come scrittore. Di più: Giorgio Sand ha avuto simile a Rousseau e a Lamennais, a Shelley ed a Dickens, un profondo senso di amore e un rispetto per l’umanità, che Balzac ha sempre considerata e dipinta come una ménagerie, e che i suoi discepoli ci descrivono come un postribolo e come una stalla. […].

  p. 704. Egli [Diderot] sembra un nostro contemporaneo piuttosto che un filosofo del secolo passato. Nel Sogno di D’Alembert, nei Salons, nella Religieuse, in Madame de la Pommeraye, par di riconoscere un coetaneo di Spencer e di Darwin, del Taine e del Gautier, di Mérimée e di Balzac.

 

  Enrico Nencioni, I Monumenti …., «La Domenica letteraria», Roma, Anno III, Num. 39, 28 Settembre 1884, p. 3.

  Cfr. supra.

 

  Enrico Nencioni, L’edizione definitiva delle opere di Victor Hugo, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XIX, Seconda Serie, Volume Quarantottesimo Della Raccolta, Volume LXXVIII, Fascicolo XXIV, 15 Dicembre 1884, pp. 601-617.

  p. 602. La fantasia creatrice e la ognipotente parola di Victor Hugo si sono imposte in Francia a tutti i poeti, a tutti gli artisti della parola che son venuti dopo di lui; e tutti, anche i più ripugnanti, ne hanno subita la irresistibile influenza. Sainte-Beuve, Barbier, Gautier, Musset, Baudelaire, Banville, Leconte de Lisle, Prudhomme, posson dirsi suoi discepoli, almeno di stile. Balzac, Flaubert, Zola stesso, come stilista, derivan da lui: il primo modello della moderna prosa pittrice applicata al romanzo analitico, è in Notre-Dame de Paris. […].

  p. 616. Ma dove Victor Hugo mantiene una incontestata grandezza, da pareggiare quasi quella della sua Lirica, è nel Romanzo. Il suo non è il romanzo puramente narrativo di Walter Scott, né quello analitico e psicologico del Manzoni: non è quello ideale di Giorgio Sand, né il realista del Balzac, né il naturalista del Flaubert e di Giorgio Eliot. Hugo non è un satirico come Thackeray, non la l’umorismo di Gian-Paolo o di Dickens. Non è un puro raccontatore come Dumas, né un filosofo come Goethe. I suoi romanzi sono l’epopea drammatica dell’uomo nella dolorosa triplice lotta contro la oppressione dei dommi, delle leggi e delle cose […].

 

  Enrico Nencioni, Flora romantica, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VI, N.° 52, 28 dicembre 1884, p. 1-2.

  Vi è un’arcana armonia tra i fiori l’amore e la morte: tutti i poeti l’hanno sentita ed espressa: sovranamente lo Shelley, nella sua Pianta Sensitiva. Virgilio, Dante, Shakespeare, Goethe, Schiller, Wordsworth, Keats, Rückert, Heine, Lamartine, Leopardi, G. Sand, Balzac, Dickens, Swinburne, hanno pagine adorabili su l’arcano linguaggio dei fiori, sul divino simbolismo del loro odore e dei loro colori, sul mistico legame onde partecipano alla vita umana, posti sulle chiome e sul seno della bellezza, sugli altari, sulle mense, e sopra le tombe. […].

  Il potente architetto dell’enorme edifizio della Comédie humaine ha nel Lys dans la vallée un mazzo di fiori di una freschezza, di una fragranza, di una poesia incomparabili. Balzac che troppo spesso crede di fare una pittura, mentre non fa che una descrizione o una enumerazione – quando però dipinge davvero, ottiene effetti supremi. In certe pagine ha la visione netta e quasi violenta di Victor Ugo (sic) e di Dickens; in altre, il soffio poetico di Michelet e di Giorgio Sand. Nella Femme abandonnée, nella Grenadière, in Séraphita, nel Lys dans la vallée, Balzac è poeta, e poeta di primo ordine.

  L’amante di Henriette de Mortsauf le rivela i più ardenti e i più delicati sentimenti col linguaggio dei fiori – fiori scelti da lui, e accomodati in un magnifico mazzo … Bisogna leggere questa ammirabile traduzione in parole, di colori di profumi e di luce. «Figurez-vous une source de fleurs retombant en vague frange, et du sein de laquelle s’élançaient mes vœux en roses blanches, en lys à la coupe d’argent … Sur cette fraîche étoffe brillaient les blues, les myosotis, toutes les fleurs bleues, dont les nuances, prises dans le ciel, se marient si bien avec le blanc …» e la deliziosa pittura finisce con queste parole indimenticabili: «L’amour a son blason; et la comtesse le déchiffra secrètement. Elle me jeta un de ces regards incisifs qui ressemblent au cri d’un malade touché dans sa plaie: elle était à la fois honteuse et ravie».

 

  Nigerrimus [Giustino Luigi Ferri], Paradossi immorali. I romanzi, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno IV, Vol. VI, Num. 3, I Febbraio 1884, p. 22.

  Molti romanzi di Balzac, scritti quando l’analisi incominciava a sedurre gl’ingegni energici, lenti e severi, sono stati scoperti dai lettori postumi: i contemporanei ci si erano annoiati. Il direttore del giornale, in cui il Balzac pubblicava per appendice i suoi Paysans, lo minacciò più volte d’interrompere il romanzo se non si affrettava a finirlo. E adesso, per contrapposto, Fantasia di Matilde Serao, ha trovato il lettore pronto, educato ai romanzi serii, e scrutatori dei misteri psicologici.

 

  C. D. G. Nola, Fermo in posta, «Il Diavolo rosa. Gazzettino umoristico – fantastico – sociale – illustrato», Torino, Anno VII, N. 6, 1884, pp. 3 e 6.

  p. 3. Ora prendete pazienza, se vi è possibile, e guardate. La Commedia Umana di Balzac va a sfilare innanzi agli occhi vostri.


  S. Ottolenghi, Riviste e bibliografia. S. Wilns. — Influenza delle emozioni sulla pupilla (The pupillar emotional states, Brain, avril, 1882. Rev. gen. d’ophtal., 8, 1883), «Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale», Torino, Fratelli Bocca, Volume V, Fascicolo I, 1884, p. 128.

 

  Wilos allude a diversi lavori e specialmente alla descrizione fatta da Balzac nel Curé de Village dell’alterazione della pupilla di Veronica.

 

  Papavero [Edoardo Scarfoglio], Misdea e Lombroso, «capitan Fracassa», Roma, Anno V, N. 158, 8 Giugno 1884, p. 1.

  Parrebbe strano, da principio, che lo spiritismo alligni proprio nella letteratura sperimentale, eppure è sempre stato così; e se Flaubert in Bouvard et Pécuchet ha fatto la caricatura dei mesmerismi, per contrario Balzac conferì straordinariamente con parecchi dei suoi romanzi filosofici specialmente con Séraphita-Séraphitus, alla propagazione dello swedenborghismo e delle monomanie di madame Krudener.

 

  Giuseppe Pardini, Come le teorie filosofiche influissero sulla nuova costituzione d’Italia nel secolo XIX. Capo X. La musica e la sua influenza, in Influenza delle teorie filosofiche sulla civiltà e moralità italiana dal secolo XVI ai nostri giorni per Giuseppe Pardini. Opera premiata al Concorso Ravizza dell’anno 1882, Milano, Fratelli Dumolard, Editori, 1884, pp. 265-268.

  p. 266. Si dice che quando Balzac udì la preghiera del Mosè del Rossini: dal tuo stellato soglio, intonato dal popolo d’Israele prima di attraversare il Mar Rosso, esclamasse: sembrami di assistere alla liberazione d’Italia.

 

  Pessimista [Felice Cameroni], Giulio Vallès, in Giulio Vallès, I refrattari, Milano, Casa Editrice Sonzogno, s. d. [ma 1884] («Biblioteca Universale», N. 109), pp. 3-13.

  p. 7. Murger nel Manicotto di Francine e nei Bevitori d’acqua, Moreau e Gilbert nei loro canti più cupi, e Balzac nei capitoli più tristi dell’immortale Commedia umana, sono i soli scrittori che possono essere confrontati coll’autore dei Refrattari nella potenza e nella verità della fisiologia della bohême. Ma Vallès tutti li supera nell’intendimento, giacchè Murger non ha scopo sociale, Moreau e Gilbert conducono alla disperazione, Balzac alla misantropia, i Refrattari alla battaglia contro le ingiustizie.

 

‘I refrattari’, pp. 15-23.

  p. 22-23. E qui l’autore colla caratteristica sua breviloquenza ed originalità, passa in rivista i libri, che destano di solito le più durature impressioni nelle diverse fasi della vita, da Robinson a Balzac, da Jean Bart a Murger, da Byron a Musset, da Walter Scott a Dumas figlio. […].

  Caustico come Heine, fantastico come Musset, scapigliato come Murger, vero come Balzac, interessante come Champfleury e Maillard, l’apologista dei Refrattari in sé raduna due doti che ben di rado trovansi congiunte: l’ispirazione del poeta, lo studio del filosofo.

 

  F.[erdinando] Petruccelli della Gattina, I Suicidi di Parigi (romanzo), Milano, Edoardo Sonzogno, Editore, 1884.

  Cfr. 1878.

 

  F.[erdinando] Petruccelli della Gattina, Le Grandi Etère. IX, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno IV, Vol. II, Num. 9, 1 Maggio 1884, pp. 69-70.

  p. 70. La Monnier, che si avvicina all’ideale supremo della donna di Balzac e di Sofia Arnould – i quarant’anni – innamorò Alfonso Karr a Nizza o nelle vicinanze, dove lo spiritoso umorista s’industriava da giardiniere, e vendeva fiori che rendevano meglio de’ suoi libri – i quali pure rendevano stupendamente, principalmente Les Guêpes.

 

  F.[erdinando] Petruccelli della Gattina, Le Grandi Etère. X, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno IV, Vol. II, Num. 10, 16 Maggio 1884, pp. 82-83.

  p. 83. Quel gabinetto era semplicissimo. Un secrétaire d’ebano incrostato di madreperla. Una sedia lunga vicino ad esso, per sdraiarvisi a leggere; due piccole biblioteche di quercia scolpite, ed in esse parecchi volumi di autori drammatici, corsi e resoconti di letteratura drammatica; le opere di Victor Hugo; Shakespeare, tradotto dal figlio di costui, François Hugo; Molière, illustrato da Dorè, credo; le opere di Corneille; la Vie de César Napoleone III – con dedica autografa. Poi Goethe, Schiller, Lessing, Lopez de Vega … ed altri libri dell’arte; e tutti i romanzi di Balzac e le storie di Michelet.

 

  F.[erdinando] Petruccelli della Gattina, Le Grandi Etère. XIII, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno IV, Vol. II, Num. 13, 1 Luglio 1884, pp. 110-111.

  Le Etère del nostro secolo figurano tutte, sotto altro nome, nei romanzi di Balzac, principalmente – di Sue, di Soulier (sic), di Dumas … e nei drammi e nelle commedie del teatro contemporaneo francese di Dumas figlio, Augier, Sardou, Barrère, De Musset, di Octave Fouillet (sic) … d’Arsène Houssaye sopra tutto, e della banda minore, nella quale si distinguono, per due tipi diversi, l’idealista Alfonso Daudet, ed Emilio Zola, il realista à tout rompre. […].

  Accennerò inoltre, con mano prudente, ai grandi marescialli delle lettere che cominciarono il loro futuro illustre ménage in una maniera irregolare, e poi l’accamparono con gloria, secondo le sociali esigenze, la loro fama e la loro dignità. Balzac, il sommo Balzac, visse per molti anni con una bellissima contessa polacca, cui dedicò taluni de’ suoi romanzi, ed in altri la dipinge. Quando questa signora divenne vedova, Balzac la sposò; e vissero insieme nobile vita. Caso identico quel di Dumas figlio, con una contessa russa, cui descrisse nella Dame aux Perles. […].

  Balzac – che ha del Petronio: romanziere libertino ed osservatore psicologico dell’elemento sociale nel quale spaziava – questo dipinge nella Comédie Humaine, come Petronio il suo, nel Satyricon. Costui era ricco, e generoso, bello e benfatto, impaziente di godimenti, e, da impaziente, moltiplica i suoi amori e cambia ogni giorno di ganze. Sarebbe morto di spossamento e di stravizi, se la collera di Nerone non l’avesse spinto ad aprirsi le vene per sfuggire alla minaccia del supplizio. Avrebbe preferito una morte lenta e più voluttuosa; ma anche un tiranno è qualche volta istrumento benefico del destino.

  Balzac non ebbe queste tempeste nella sua vita. L’amore della contessa polacca lo salvò in ogni modo. Egli era legittimista, ma non cospirava come Petronio contro il governo di fatto. Ebbe non pochi amori, ma non chiamò tutta Parigi ad andare a contemplarlo nel suo modesto châlet, Les Jardies, ad Auteuil; ereditato poi da Gambetta. Viveva nel mondo cui idealizzò epicamente. E quando volle essere realista – come si fu pur troppo sotto la Restaurazione e nei primi anni di Luigi Filippo – per mostrare che da questa scostavasi, scrisse Les Contes Drolatiques nella lingua e con lo stile di Rabelais – cui imitò maravigliosamente. […].

  Perocchè egli [Dumas fils] non vilipese le sue Camelie; le celebrò anzi, ne’ suoi romanzi e ne’ suoi drammi. S’inebriò di loro, finchè elleno furono fresche, finchè egli fu scapolo, e non avvenne, come Balzac, nella donna che gli s’impose, lo mise sulla via onesta, e lo sposò.

 

  Vittorio Pica, Gustavo Flaubert e Giorgio Sand, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VI, N° 10, 9 marzo 1884, pp. 2-3.

  p. 2. È raro trovare due letterati di una stessa epoca e di una stessa nazione, che diversifichino tra loro per temperamento e per tendenza più di Gustavo Flaubert e di Giorgio Sand. L’uno, ad onta che si proclamasse romantico accanito e sostenesse di avere scritto Madame Bovary in odio a Champfleury ed agli altri romanzieri realisti che si vantavano di scriver male, è stato quello che ha raccolto i germi sparsi nell’opera titanica di Balzac ed ha formulato il moderno romanzo naturalista; […].

 

  Vittorio Pica, “La Joie de vivre”, «Cronaca Bizantina», Roma, Casa Editrice Sommaruga e C., Anno I, Vol. VI, Num. 6, 16 Marzo 1884, pp. 42-43.

  p. 43. Io, tralasciando di raccontare l’argomento che i lettori possono trovare negli altri giornali, passo senz’altro ad esaminare questo nuovo romanzo, che ha un’importanza grandissima, e perché si differenzia compiutamente dagli altri libri dello Zola e perché nessun romanziere, nemmeno il Balzac, come a torto è parso alla redazione del Fanfulla della domenica, aveva finora attaccato corpo a corpo un così terribile e straziante soggetto.

 

  Vittorio Pica, Un nuovo romanziere, «Il Pungolo della Domenica. Giornale di amena lettura», Milano, Anno II, N. 11, 16 Marzo 1884, pp. 84-85. [Guy de Maupassant].

  p. 85. Continui pur a strepitare il volgo dei criticuzzi dei giornali, che giudicano gli scrittori il più delle volte senza nemmeno averne lette le opere e soltanto per soddisfare o bassi rancori o ingiustificabili antipatie, continui pure a gridare che il De Maupassant, il Céard, l’Huysmans, l’Alexis, sono dei meschini imitatori dello Zola, privi di qualsiasi originalità, di qualsiasi talento. Le grida, le insolenze, le indignazioni dei critici passano, i libri restano, e lì v’è La fin de Lucie Pellegrin, v’è Une belle journée, v’è Les soeurs Vatard, v’è Une vie, che ci assicurano che l’opera coraggiosamente iniziata da Balzac, da Flaubert, dai De Goncourt, da Zola e da Daudet sarà continuata con gloria da tutta una falange di valorosi scrittori.

 

  [Vittorio Pica], Romanticismo, Realismo e Naturalismo, «Gazzetta Letteraria, Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, Num. 12, 15 Marzo 1884, pp. 89-90; Num. 14, 29 Marzo 1884, pp. 110-111.

  p. 90. Mentre la discendenza di Rousseau, con la febbre lirica del romanticismo trionfava, la discendenza di Diderot cresceva nell’ombra e nel silenzio, aspettando fiduciosa che il secolo ritornasse all’inchiesta scientifica ed all’analisi esatta: accanto a Chateaubriand sorgeva De Stendhal, accanto a Vittor Hugo ed a Giorgio Sand, l’iniziatrice del moderno romanzo sperimentale, sorgeva Balzac.

  Ed ora il romanticismo, dopo appena cinquant’anni di vita, è completamente tramontato. […] Adesso finalmente è venuto il tempo del trionfo della discendenza di Diderot, di Stendhal e di Balzac, giacchè il naturalismo è la letteratura che corrisponde alla nostra epoca scientifica.

  Non bisogna però dimenticare che fu il romanticismo, che, abbattendo le regole ed i precetti della scuola classica e proclamando la libertà in arte, ha aperto la via al naturalismo.

***

  p. 110. L’opera di Balzac nella letteratura moderna è davvero titanica: è lui che ha sollevato il romanzo ad altezze non mai, prima di lui, raggiunte e che ne ha fatto la più importante forma letteraria del secolo; è lui che, muovendo fiera guerra alle morbose esuberanze della letteratura di fantasia e di immaginazione, applicò per il metodo esatto l’inchiesta scientifica alle dipinture della moderna società; è lui quindi il vero inauguratore della nuova formola artistica, corrispondente alle tendenze scientifiche ed al bisogno di verità della nostra epoca. E, cosa ancora più mirabile, egli tentò ed effettuò questa grandiosa rivoluzione letteraria in pieno trionfo romantico.

  Iniziando, con meraviglioso intuito, la letteratura della verità, mentre i romantici veri Don Chisciotte dell’arte si attardavano a combattere i mulini a vento del classicismo e cadevano in deliqui di entusiastica ammirazione innanzi agli splendidi colori delle bolle di sapone, il Balzac non aveva, a parlar schietto, un concetto chiaro e determinato di ciò che stava per fare, né seguiva un piano già prestabilito della sua mente, ma cedeva agl’impulsi dello speciale suo temperamento artistico. Nelle sue opere quindi vi erano, sì, i germi della grande evoluzione letteraria del nostro secolo, ma la nuova formola non vi era però bene esplicata e determinata, sicchè bisognava da detti germi saperla sviluppare.

  Fu nel 1856 con la pubblicazione di “Madame Bovary” del Flaubert che la formola naturalista si andò chiarendo e precisando. Quando apparve “Madame Bovary” dice lo Zola nel suo stupendo saggio critico su Gustavo Flaubert, vi fu tutta un’evoluzione letteraria. Sembrò che la formola del romanzo moderno, sparsa nell’opera colossale di Balzac, fosse stata ridotta e chiaramente enunciata nelle quattrocento pagine di un libro. Il codice dell’arte nuova era scritto; “Madame Bovary” aveva una chiarezza ed una perfezione che ne facevano il romanzo tipo, il modello definitivo del genere. […].

  Uno dei maggiori dispiaceri di Balzac era di non possedere la forma splendida degli scrittori romantici. Egli ammirava entusiasticamente lo stile di Teofilo Gautier e cercava d’imitarlo; anzi da pazienti osservatori è stato scoperto che in alcuni suoi romanzi egli ha copiato, con leggiere e pur troppo poco felici modificazioni, delle frasi, delle immagini, degl’interi periodi delle opere del simpatico e capelluto autore di Emaux et camées. Ebbene, con Flaubert il naturalismo non soltanto si determina nettamente, ma acquista anche lo splendore della forma. […].

  Fra gl’iniziatori del naturalismo, accanto a Flaubert, bisogna mettere Edmondo e Giulio de Goncourt. Essi, al contrario di Balzac e di Flaubert, ebbero sempre chiara la coscienza dell’opera alla quale si dedicavano e fin dai loro primi passi nella carriera letteraria, mostrarono la tendenza che avevano i loro spiriti ad introdurre nell’invenzione del romanzo la verità del documento umano. […].

  Il secondo carattere del romanzo naturalista è rappresentato da una spiccata differenza che vi è tra Balzac ed i moderni romanzieri, ed ecco in che consiste: il Balzac aveva il vezzo d’ingrandire smisuratamente i protagonisti dei suoi romanzi, di dar loro delle proporzioni colossali, in modo che essi sembrano dei giganti, aggirantisi in mezzo a dei nani; invece i moderni romanzieri naturalisti, i quali si preoccupano sopratutto di scrivere delle opere di verità che siano quasi dei processi verbali umani, ripugnano dal mettere in iscena degli eroi e ritraggono invece uomini e donne nelle loro proporzioni veritiere, quali a noi tutti li mostra quotidianamente la realtà dell’esistenza ordinaria. […].

  Con Balzac, con Flaubert, con i De Goncourt, con Zola e con Daudet, il romanzo si è ampliato ed ingrandito, è incominciato ad essere la gran forma seria, appassionata, vivente dello studio letterario e dell’inchiesta sociale; è, per mezzo dell’analisi e dell’indagine psicologica, diventato l’istoria morale contemporanea. Esso non è più una forma letteraria dedicata a divertire con faticose costruzioni di strane ed inverosimili avventure gli ozi delle signore sentimentali, no, esso si è invece imposti gli studi ed i doveri della scienza e ne ha rivendicate la libertà e la franchezza in modo che adesso può dirsi che era un giusto orgoglio quello di Balzac di intitolarsi dottore in scienze sociali.

  Col metodo naturalista l’antico romanzo di cavalleria, il romanzo di avventure, il romanzo romantico ed idealista è diventato una vera critica dei costumi, delle passioni, degli atti dell’eroe messo in iscena, studiato nel suo proprio essere e nelle influenze che l’ambiente e le circostanze hanno avuto su di lui.

  L’immaginazione, come è facile comprendere, in tutto ciò non ha più la parte principale; essa si trasforma in intuizione, in deduzione, ed essa opera sui fatti probabili che non si è potuti osservare direttamente e sulle conseguenze possibili dei fatti che si cercano di stabilire logicamente secondo il metodo.

 

  V.[ittorio] Pica, Libri e periodici. “Le roi Ramire”, di Ferdinando Fabre – Paris, G. Charpentier et C., éditeurs, 1884, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, Num. 16, 12 Aprile 1884, p. 127.

  Ferdinando Fabre, che giustamente dal Saint-Beuve (sic) fu chiamato “un fort élève de Balzac”, si è specialmente dedicato alla dipintura della vita clericale francese, che nessuno ha ritratta con maggiore efficacia ed amore del reale di lui.

 

  Vittorio Pica, Chérie1, «La Domenica Letteraria», Roma, Anno III, Num. 21, 25 Maggio 1884, pp. 1-2.

  1 Edmond de Goncourt, Chérie – G. Charpentier et Cie, éditeurs. – Paris, 1884.

  p. 1. Ed è proprio questo il caso di varie delle prefazioni dei Goncourt, le quali segnano delle date nell’evoluzione letteraria moderna e dimostrano che i due fratelli, al contrario del Balzac e del Flaubert, hanno sempre avuto chiaro e preciso il concetto dell’opera alla quale si dedicavano.

 

  Vittorio Pica, Sapho1, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno IV, Vol. VI, n. 13, 1 luglio 1884, pp. 105-106.

  1 Alphonse Daudet: Sapho, G. Charpentier et C.ie, éditeurs, Paris, 1884.

  p. 106. E poi in ogni sua descrizione egli introduce una o due di quelle frasi, che costituiscono il maggiore fàscino del suo stile e che gli dànno un sapore delizioso di originalità ; […] Ora consiste proprio in ciò la differenza tra il Daudet e il Goncourt da una parte e gli altri scrittori, come il Balzac ad esempio, dall’altra, chè, mentre questi con le loro descrizioni si prefiggono d’indicare al lettore gli aspetti delle persone, delle cose, degli ambienti, essi invece tentano di esprimere le sensazioni che persone, cose, ambienti producono.

 

  Vittorio Pica, À rebours, «Cronaca Sibarita letteraria artistica quindicinale», Napoli, Anno I, Numero 2, 1° Novembre 1884, pp. 2-4.

  p. 3. Sarebbe certamente sciocco se ad uno scrittore naturalista, al quale sembrasse che tra sé medesimo ed uno dei personaggi da lui messi in iscena nel suo romanzo esiste o pel temperamento o per l’animo o per una speciale situazione morale o sociale qualche rapporto di somiglianza, si volesse negare di servirsi delle proprie sensazioni, delle proprie idee, degli avvenimenti della propria esistenza onde infondere maggior vita a quel tale personaggio, onde renderlo più umano. Tali sensazioni, tali idee, tali avvenimenti non sono infine che dei documenti umani, così come quelli che lo scrittore va con ogni cura ricercando intorno a sé, con lo studiare gli ambienti, col raccogliere confessioni, con l’osservare le azioni, i discorsi altrui.

  Sì, Balzac ha un po’ rappresentato le sue tribolazioni finanziarie in quelle di César Birotteau; come Stendhal ha in Julien Sorel analizzato le sue ambizioni e le sue finezze diplomatiche; come Flaubert, narrando l’amore platonico di Frédéric per M.me Arnoux e l’amicizia di Frédéric e Deslaugiers (sic), non ha fatto che narrare un suo poetico amore giovanile e la sua amicizia per Luigi Bouilhet; come i Goncourt hanno in Charles Demailly descritta la duplice loro personalità nella sua nervosità; come Edmondo de Goncourt ha nella patetica istoria dei Frères Zemganno adombrato la sua antica esistenza in due insieme col fratello Giulio; come Zola nel dolore risentito da Lazare alla morte della madre ha analizzato il proprio dolore per una simile perdita; come Daudet, come Fabre, nel Petit Chose ed in Jules Savignac hanno in certo modo fatta la storia della loro adolescenza.

  Ma Balzac, Stendhal, Flaubert, i Goncourt, Zola, Daudet, Fabre, in questa trasfusione di qualche parte della loro individualità in un personaggio di romanzo, hanno seguito un procedimento molto diverso da quello di Goethe, di Byron, di Foscolo, di M.me de Staël, di Beniamino Constant, della Sand, di De Musset e di tanti altri. Costoro in Werther, in Manfred, in Jacopo Ortis, in Corinne, in Adolphe, in Lélia, in Octave hanno voluto presentare la propria persona sotto un aspetto pomposo, lirico, sentimentale e commuovere il pubblico con una semplicità che poi non era che il frutto della loro fantasia sovreccitata dalla gelosia o da un amore non ricambiato. […].

  Gli scrittori naturalisti invece non mai hanno inteso di mostrarsi al pubblico sotto sembianze poetiche ed interessanti, non mai hanno voluto commuoverlo col racconto delle loro sventure erotiche e fargli ammirare le rare qualità della loro mente e del loro cuore e persuaderlo del grave torto che la società ha avuto col non comprenderli e con l’amareggiare la tribolata loro esistenza. Essi al contrario adoperano nell’autopsia dei loro sentimenti, delle loro passioni la medesima serenità indagatrice, la medesima rigorosità scientifica che nell’esame delle passioni e dei sentimenti altrui e così riescono a rendere più vere, più umane le creature dei loro libri.

 

  Vittorio Pica, Il Libro di Don Chisciotte, «Cronaca Sibarita letteraria artistica quindicinale», Napoli, Anno I, Numero 3, 16 Novembre 1884, pp. 1-2.

  p. 2. Però anche in ciò lo Scarfoglio eccede e sorpassa ogni limite: io non posso qui portare degli esempii, perché ciò mi farebbe di troppo dilungare, ma basta leggere le pagine nelle quali lo Scarfoglio parla di Balzac, di Zola e degli altri romanzieri naturalisti per vedere con quanta prodigiosa disinvoltura egli fa dir nero a chi ha detto bianco(*).

  (*) Un esempio, qui in nota, voglio però portarlo perché mi riguarda personalmente. Nel Libro di Don Chisciotte si legge a pag. 124: «La Vita dei Campi, pubblicata qualche anno addietro, è un libro quale né Emilio Zola, né, con buona pace del signor Vittorio Pica che ha una sconfinata ammirazione per costoro, gli scolari suoi hanno saputo scrivere, e confrontando ora le Novelle rusticane coi racconti pubblicati ultimamente dallo Zola intitolati dal Capitano Burle e da Naïs Micoulin appare chiaramente una cosa: che in Italia la vita della campagna s’intuisce con un acume sottile e profondo insieme, e si rappresenta con una vivezza di colore e con una forma di disegno che nessun novelliere francese del nostro tempo ha». E sapete che cosa avevo detto in una polemica che ebbi nel marzo 1883 con lo Scarfoglio? Sentite: «Che se si voleva ad ogni costo trovare una superiorità della novella italiana su quella francese, si poteva piuttosto osservare che il Verga si è posto a studiare ed a rappresentare dal vero le popolazioni della campagna, mentre manca ancora uno scrittore che faccia lo stesso in Francia: difatti gli eroi poetici e sentimentali dei romanzi della Sand e di parecchi suoi imitatori rassomigliano tanto ai veri contadini, quanto i pastori e le pastorelle dai colletti e dai manichini di merletto del Boucher, e d’altra parte il tentativo fatto in cotesto genere dal Balzac, col romanzo «Les paysans», non può dirsi che riuscito a metà, perché egli, più che sull’osservazione, si fonda sul meraviglioso suo intuito» (Fantasio – Anno III – n. 4). Ogni commento parmi superfluo.

 

  G.[iuseppe] Pipitone-Federico, La morte del Naturalismo, «Il Momento artistico-letterario-teatrale», Palermo, Anno II, N. 4, 15 Luglio 1884.

  Quanto ai naturalisti, costoro se, con giusto orgoglio, da Balzac in poi, si vantano dottori in scienze sociali, non si propongono – a dispetto delle dolci illusioni teleologiche di E. Zola – alcun fine prestabilito dal metodo sperimentale. Si appagano d’additare la piaga, di studiarla; ai mezzi, della guarigione avvisino gli statisti.

 

  Giuseppe Pipitone-Federico, Une Vie, «Il Momento artistico-letterario-teatrale», Palermo, Anno II, N. 10-11, 15 Novembre 1884, pp. 1-3.[3]

  pp. 1-2. Così la letteratura francese contemporanea ha finito coll’elevare alla filosofia dello sconforto un monumento duraturo, e ad innalzarlo – chi più chi meno: dal Beyle De Stendhal e dal Balzac, al Flaubert e allo Zola – han contribuito i maggiori naturalisti […].

  Nell’Abbé Tolbiac, a dir vero, sarebbe stato desiderabile un tentativo di parsimonia: così com’è, il suo profilo rasenta la caricatura; la pannella non è arte, De Kock non è Balzac.

 

  Riccardo Pitteri, Romanzi francesi (Da una lettera), «L’Indipendente», Trieste, Anno VIII, N. 2674, 25 Ottobre 1884, pp. 2-3.

  [Su: Le dernier duc d’Hallali di Xavier de Montépin].

  p. 3. Oggi chi scrive un romanzo, prima di vergarne la prima parola, ha il suo piano, più che il suo piano, la sua tesi, o meglio il suo individuo colto in un determinato punto della passione umana, e per questo si dice – con la mania di tecnicizzare ogni cosa -: il tale ha raccolto i suoi documenti umani e su questi scriverà un romanzo.

  Ebbene, ciò significa qualche cosa di nuovo, per quelli per i quali la letteratura apre la sua storia nel 1875 e più in là non ci sono che fossili. Ciò significa qualche cosa di nuovo per quelli che ignorano come e che cosa facessero Balzac e Féval, come e che cosa facesse il più vero, il più naturale di quanti narrarono delle umane passioni: Paul de Kock.

 

  Clotaldo Piucco, «Mercadet» di Balzac, in Prime rappresentazioni nei teatri di prosa a Venezia. Debutti di attrici e attori celebri e altre curiosità (1848-1866). Note e reminiscenze di Clotaldo Piucco. Per Nozze Caïs de Pierlas- Mocenigo, Venezia, 1884, pp. 6-7. 

  La sera dopo [4 marzo 1852] Meynadier cominciava le recite all’Apollo, col Mercadet di Balzac, una commedia celebre cui si possono rimproverare molti difetti, ma che ha tanto spirito che solo l’immortale Matrimonio di Figaro, di Beaumarchais, può sostenerne il paragone. Il Mercadet di Balzac fu risuscitato in questi ultimi anni da due attori italiani, l’Emanuel e il Paladini Ettore, con fortuna. Quest’ultimo lo recitò a Venezia il 5 novembre 1878.

 

  [Luigi Previti], Della decadenza del pensiero italiano. Il romanzo, «La Civiltà Cattolica», Firenze, presso Luigi Manuelli, libraio, Anno Trigesimoquarto, Vol. VIII della Serie Duodecima, Fasc. 824, 10 ottobre 1884, pp. 178-195.

  p. 190. Il maggiore scandalo lo ha dato ai dì nostri Emilio Zola: Onorato Balzac e Paolo di Kock gli avevano aperto la via; ma il primo non andò tant’oltre quanto il secondo, il cui romanzo laido e scollacciato, è un romanzo monello e nulla più.

 

  Luigi Previti, Della decadenza del pensiero italiano per Luigi Previti, Firenze, Tipografia di M. Ricci, 1884. [1885. Seconda edizione].

 

Capitolo XIV.

  p. 319. Cfr. scheda precedente.

 

  P. S. Eudonimo, Il Plagio in letteratura, «La Domenica Letteraria», Roma, Anno III, Num. 27, 6 Luglio 1884, p. 1.

  Il plagio in letteratura, io diceva, non è una colpa. Imperocchè un’idea, un concetto, un argomento comune a dieci scrittori, sarà evidentemente esplicato in dieci maniere diverse, a seconda dell’indole e dell’ingegno di ogni scrittore. […].

  Non è egli ammesso come una verità vera, che Balzac ha scritto il Père Goriot, quel meraviglioso capolavoro, sotto l’ispirazione diretta del Re Lear di Shakespeare? Or bene, non è egli pur vero che il romanzo di Balzac, che vivrà esterno come l’arte, non ha in nessuna guisa nociuto alla tragedia immortale?

  Lo stesso Balzac, componendo Le lys dans la vallée, ha seguito passo a passo un racconto di Margherita di Navarra. C’è la stessa invenzione, le stesse scene, le stesse peripezie, gli stessi personaggi. Eppure, anche prendendo tutto questo al racconto di Margherita di Navarra, Balzac ha fatto opera di creatore, poiché il genio trasfigura tutto quello che tocca.

 

  P. S. Eudonimo, Le origini di Prudhomme, «La Domenica Letteraria», Roma, Anno III, Num. 28, 13 Luglio 1884, pp. 1-2.

  p. 1. Balzac, col suo genio insuperato, aveva compreso quale partito poteva trarsi da quel personaggio; e il 10 febbraio 1844, scrivendo alla signora Hauska (sic), manifestava il proposito di scrivere una commedia intitolata: Monsieur Prudhomme en bonne fortune. E bisogna proprio dire che il grande romanziere confidasse enormemente in quel suo soggetto, dappoichè – contro ogni sua abitudine – non mutò subito idea, la comunicò a Poinson, allora direttore del Gymnase, e il 20 marzo 1844 – scrivendo alla confidente abituale de’ suoi progetti letterari – manifestava ancora il proposito di scrivere quella commedia.

  Ma poi, come di tante altre cose, non ne fece più niente. E fu davvero un peccato; imperocchè le situazioni comicissime cui avrebbero dato origine i tentativi e gli smacchi amorosi di un così solenne personaggio, avrebbero fuor di dubbio costituito una pagina splendidissima nella storia del teatro comico moderno.

  Se Enrico Monnier ed il Balzac avessero potuto o voluto darsi la mano per procedere uniti verso una mèta comune, avrebbero potuto avere una influenza decisiva sull’indirizzo dell’arte drammatica.

  Invece, per fatalità! quei due grandi non poterono o non vollero intendersi. Il Monnier si volse ai vaudevillistes. I quali, se non mancavano di fantasia drammatica, avevano però questo difetto: che la necessità di meravigliare il pubblico, li portava a concezioni troppo bizzarre, specie quelli che appartenevano alla scuola che credeva all’influenza del titolo sopra una produzione letteraria. E quindi, nel momento medesimo in cui un uomo di genio scriveva sulla prima pagina d’un suo manoscritto Eugenia Grandet, qualche altro si rallegrava e si compiaceva d’aver trovato come titolo d’una commedia: La donna allo spiedo, che dovea stordire assolutamente i lettori dei manifesti del Palais-Royal.

 

  Federico de Roberto, Psicologia contemporanea, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VI, N° 41, 12 ottobre 1884, pp. 2-3.

  p. 3. E qual è dunque la causa prima di questo male del secolo? Sarebbe forse l’abuso del pensiero, ed avrebbe ragione il Balzac di dire che se questo è l’elemento sociale, è anche l’elemento distruttore?

 

  Federico de Roberto, Un tipo di umorista. Graindorge, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VI, N° 50, 14 dicembre 1884, pp. 2-3.

  p. 3. Una volta dato un tempo positivista e scettico, nel quale le masse si preoccupano dei materiali godimenti e i pensatori della sola realtà, è naturale che l’umorismo non possa essere né delicato, né geniale. Il Nencioni lo ha bene intravisto, dicendo che l’umorismo del Balzac, del Flaubert, dello Zola somiglia le grazie d’un elefante.


  Alessandro Roberts, Appendice. La Pensionaria. Novella di Alessandro Roberts, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, N. 36, 30 Agosto 1884, pp. 282-285.

 

  p. 285. E mentre così correva, passò nel caos dei miei pensieri come un tempo. Erano le parole di Vautrin nel Père Goriot del grande Balzac: «Non esistono principii, non esistono che accidenti! Non esistono leggi di coscienza, non esistono che occasioni! L'occasione è tutto!».

  Con una chiarezza spaventevole mi si elevava dinanzi la diabolica teoria di Vautrin sull’onoratezza relativa. Io non aveva mai potuto comprendere una tale teoria, e dall’alto dell’orgoglio della mia virtù corazzata contro tali istigazioni, io aveva sempre guardato con orrore i suoi calcoli fantastici.

  Ed egli aveva ragione, oh! aveva ragione Vautrin! Ora io udiva la sua voce fischiarmi all’orecchio: Dunque che vale la tua onoratezza? [...]».



  Giovanni Robustelli, Appendice. Due vittime del femminino eterno, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, N. 44, 25 Ottobre 1884, pp. 346-347.

 

  La contessa era seduta; sul tavolino aveva il suo Balzac favorito. Lo andava sfogliando con mano irrequieta. Cercava un capitolo, una pagina, una riga, una parola, forse, che tornasse al suo proposito, e non le riesciva di trovarla. [...].

  E intanto la contessa continuava a tormentare il suo Balzac e a cercarvi, una pagina, una riga, una parola, foss’anco una virgola, che tornasse al suo proposito. [...].

  È vostro quest’articolo? – ricominciò la contessa traendo di sotto al volumetto di Balzac il giornale Lo Staffile [...].

 

  Edouard Rod, I. K. Huysmans, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, Num. 30, 19 Luglio 1884, pp. 237-238.

  p. 237. Veramente, egli è naturalista in un certo senso, ha cioè la preoccupazione dell’esattezza, del documento, del fatto preciso; ma c’è anche in lui un sognatore fantastico all’eccesso, dai gusti e dalle tendenze particolari. Spesso lo intesi protestare ad alta voce quando Zola caldeggiava e profetava una lingua semplice, uno stile facile “buon diavolone” com’egli dice. Huysmans alzava l’indice e si lasciava sfuggire qualche frase di biasimo e di riprovazione. Buon diavolone, no, non lo è in alcun modo. Egli non è di quelli che rileggono Balzac per loro piacere; ai più grandi scrittori, a quelli che, come Shakspeare (sic), seppero far vibrare tutte le passioni umane, preferisce i cesellatori della lingua ed i curiosi di psicologia.

 

  Carlo Rolfi, Giovanni Faldella, in Giovanni Faldella, Una serenata ai morti. Prefazione di Carlo Rolfi, Roma, Perino, 1884.

  Fatto il matrimonio, egli si trovò contento di avere acquistata una moglie più vecchia e più brutta di lui. Trovava comodo di avere in casa chi lo stirava, lo rammendava, lo consigliava e gli faceva da cassa di risparmio con interesse coniugale e non con intento mercenario. Egli aveva i vantaggi del coniugio e della famiglia senza le seccature della figliolanza, della gelosia e dei soverchi timori inspirati da Balzac sulla fedeltà femminina; imperocchè la signora Clitennestra con la sua figura di una giraffa, aggirantesi nella più accertata sterilità di un deserto, era proprio al riparo di ogni tentazione, anche del demonio. […].

  Il sindaco si sentiva a volte a volte vuotare la testa e poi riempire da mille ricordi: - Cesare coi suoi piccoli soldati, e le sue parlate superbe, nervose, di due righe a quei parlamenti di giganti, sempre promettenti e sempre mancatori di parola […] – il lievito minotaurino che bolle nel ciclo romanzesco di Emilio Zola; - Gustavo Buona Lana del Kock, che gioca al bigliardo alle spalle di un marito babbeo; - il mondo tornito e luccicante di Balzac; - i generali russi di Scribe; - i gesuiti di Sue; - le spalle quadre e le scarpe basse contadinesche del menestrello patriarcale e patriottico Béranger; - la critica, la tribuna, a cui sta attento tutto il mondo. […].

  Non è riducibile in prosa scritta la ciarla, la persuasione, l’insistenza zingaresca ora mendicatrice, ora autorevole adoperata da quei merciaiuoli. Uno di essi vendeva delle raccolte complete di bottoni neri per lutto. E non invocava mica nessun corrotto della patria per esitarli; diceva con un muso, in cui era stilata tutta la filosofia del capitolo di Balzac sulla Belle-mère: - Comprateli, comprateli! Signori … vi serviranno sempre per piangere qualche vostra suocera …

  La sindachessa aveva volontà di annuvolarsi per protestare contro quella irriverenza usata verso sua mamma; ma finì anche lei per ridere.


  Gian Martino S., L’Ideale nell’arte, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, N. 40, 27 Settembre 1884, pp. 313-314.

 

  p. 314. La convergenza degli effetti è mirabile nei due più grandi osservatori della natura umana Shakspeare (sic) e Balzac. Essi preparano il loro personaggio, e quando ce lo presentano, sentiamo che non può essere diverso di quel che è: lo sostiene una solida armatura, la logica profonda che l’ha costruito. [...]. In Balzac la facoltà osservatrice prevale alla forza intuitiva; ma nessuno del nostro tempo, più sapiente di lui nel maneggiare i tesori della natura morale; nessuno che abbia mostrato meglio la formazione di un carattere umano, il successivo sovrapporsi di strati diversi, l’incrociarsi degli effetti di parentela, di prime impressioni, di ambiente. Egli espone a lungo; qualche volta stanca anche nel descrivervi, come dice il Guerrazzi, persino i chiodi di una casa; pertanto egli vi conduce sempre, come il gran tragedo inglese, all’effetto voluto, e il suo talento consiste nel raccogliere un enorme materiale di elementi formatori e di influenze morali in una sola direzione, come altrettanti ruscelli che vanno ad ingrossare uno stesso fiume.

  In Shakspeare e in Balzac, intreccio e azione, si subordinano al carattere e si accomodano in modo che commuovono le anime sino al fondo per far galleggiare alla superficie gli istinti profondi e le facoltà ignorate, gli strani mostri delle passioni appiattati nel fondo del nostro cuore, non avvertiti nel corso ordinario della vita per il flusso monotono dell’abitudine.

 

  Giulio Salvadori, Prefazione, in Luigi Capuana, Parodie. Giobbe-Lucifero. Con prefazione di G. Salvadori, Catania, Niccolò Giannotta, Editore, 1884, pp. V-XII.

  p. V. Lo dissi già una volta che Luigi Capuana s’era fatto critico per essere artista: lungo noviziato di chi è paziente perché sa d’esser forte, e cerca di far arrivare al pieno sviluppo la sua forza intellettuale perché sia pronto a rispondere quando il momento sarà venuto: l’ho detto e, pur rimettendomi al giudizio suo che, in materia come questa, non mi pare, per un critico trascurabile, credo proprio di aver colpito nel segno. Naturalmente, ha detto una volta Balzac, ognuno ha la sua maniera di prendere il toro per le corna: v’ha chi riesce a fare il colpo solo dopo averne assaggiato le punte parecchie colte; e chi, presa norma per un pezzo dalla dolorosa esperienza altrui, sa al primo slancio buttare a terra la mala bestia.

 

  Gian Martino S.[aragat], L’Ideale nell’arte, «Gazzetta Letteraria Artistica e Scientifica», Torino, Roux e Favale, Anno VIII, N. 40, 27 settembre 1884, pp. 313-314.

I.

  L’opera d’arte si propone di manifestare qualche carattere essenziale più chiaramente e completamente che non facciano gli oggetti reali. Così le cose passano dal reale all’ideale, allorchè l’artista, alterando il rapporto delle parti, rende più visibile una nota saliente, un carattere importante di esse.

  Per ciascun oggetto non v’ha una forma ideale, fuori della quale tutto sia deviazione o errore: lo stesso soggetto può essere trattato in molte maniere, e nelle più opposte qualche volta. Meglio; gli artisti possono differire tra loro di razza, di spirito, d’educazione; quindi ne viene che sieno diversamente impressionati da uno stesso soggetto; ciascuno afferra una nota saliente, distinta e si forma un’idea originale, e quest’idea, tradotta nell’opera, arricchisce il patrimonio dell’arte d’una nuova forma. Plauto ci dà Euclione, l’varo povero; Molière, ripigliando lo stesso personaggio, fa Arpagone, l’avaro ricco; nelle mani di Balzac, l’avaro, non più sciocco e deriso, diviene le père Grandet e l’usuraio Gobseck. Il padre maltrattato dai figli ingrati ha suggerito l’Edipo di Sofocle, il Re Lear di Shakspeare (sic) e il Père Goriot di Balzac. […].

  Passando dal morale al fisico, le variazioni sono meno sensibili: un impercettibile modificarsi del cervello fa il pazzo o l’uomo di genio; i grandi avvenimenti sociali che rinnovano i congegni dello spirito e della volontà, non fanno che sfiorare gli organi. […].

  Ora, il dominio dell’arte si estende su quanto v’ha di notevole nella natura umana: sono gli uomini di carattere che le offrono la materia; un personaggio di comune levatura, di quelli buoni solamente a far numero, non c’interessa nella vita reale, meno poi quando lo vediamo trasportato in un romanzo o in una commedia.

  La convergenza degli effetti è mirabile nei due più grandi osservatori della natura umana Shakspeare e Balzac. Essi preparano il loro personaggio, e quando ce lo presentano, sentiamo che non può essere diverso di quel che è: lo sostiene una solida armatura, la logica profonda che l’ha costruito. In Shakspeare una sola parola, un gesto, un’immagine, una idea scucita, servono come indizio, come richiamo che ci mostra l’interiore del personaggio, il suo passato, il suo avvenire. In Balzac la facoltà osservatrice prevale alla forza intuitiva; ma nessuno del nostro tempo, più sapiente di lui nel maneggiare i tesori della natura morale; nessuno che abbia mostrato meglio la formazione di un carattere umano, il successivo sovrapporsi di strati diversi, l’incrociarsi degli effetti di parentela, di prime impressioni, di ambienti. Egli espone a lungo; qualche volta stanca anche nel descrivervi, come dice il Guerrazzi, persino i chiodi di una casa; pertanto egli vi conduce sempre, come il gran tragedo inglese, all’effetto voluto, e il suo talento consiste nel raccogliere un enorme materiale di elementi formatori e di influenze morali in una sola direzione, come altrettanti ruscelli che vanno ad ingrossare uno stesso fiume.

  In Shakspeare e in Balzac, intreccio e azione, si subordinano al carattere e si accomodano in modo che commuovono le anime sino al fondo per far galleggiare alla superficie gli istinti profondi e le facoltà ignorate, gli strani mostri delle passioni appiattati nel fondo del nostro cuore, non avvertiti nel corso ordinario della vita per il flusso monotono dell’abitudine.

 

  Luisa Saredo, Melania di Metternich, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XIX, Seconda Serie – Volume Quarantesimo Sesto Della Raccolta, Volume LXXVI, Fascicolo XV, 1° Agosto 1884, pp. 411-442. [cfr. Memorie del principe di Metternich].

  p. 425. Recandosi a Vienna, Balzac si fa presentare al principe di Metternich. Nel gran romanziere Melania non scorge che un uomo semplice e buono. Evidentemente il genio dell’eminente scrittore sfugge alla sua perspicacia; ella si contenta di riportare le parole colle quali Balzac è accolto dal suo Clemente.

  “Signore, io non ho letto i vostri lavori, ma vi conosco, ed è chiaro per me che voi siete matto e vi divertite alle spalle di altri matti che volete punire col mezzo di una follia più grande della loro. Balzac, soggiunge Melania, rispose che Clemente aveva indovinato e che quello appunto era il suo scopo. Clemente è rimasto incantato del modo con cui Balzac vede e giudica le cose” (VI, 14).

  Che Balzac abbia voluto divertirsi alle spalle di entrambi?

 

  E.[doardo] Scarfoglio, L’ultimo Romanzo di Zola1, «La Domenica Letteraria», Roma, Anno III, Num. 16, 20 Aprile 1884, pp. 2-3 (cfr. 17/01/’84).

  1 La joie de vivre, Paris, Charpentier, 1884.

  p. 2. E l’occasione per questa volta me l’offre il più recente romanzo di Zola, Le (sic) joie de vivre, ove la pretenzione scientifica è più evidente e di maggior danno. […].

  Un altro grandissimo difetto del sistema zoliano sta in un falso concetto dell’opera di Balzac. Zola ha considerato Balzac come l’inventore, o almeno come un rinnovatore del romanzo moderno, senza riguardo allo sviluppo generale di questa forma dell’arte. Prima di tutto, Balzac, tra la smania teorizzatrice del romanticismo, non intese di creare un sistema: egli si appigliò al romanzo come a un qualunque mezzo d’arte e di sussistenza; e fra la pompa fantastica e la bella felicità di quel beato tempo entrò come un intruso, come un coscritto di cervice dura e di molto buon volere, che si affatichi ad andare al passo con gli altri coscritti e a stare in riga e a non farsi nella marcia sopraffare dalla compagnia. Egli fu un romantico ammiratore di Lamartine e dedicatore di libri a Victor Hugo; e in tutta l’opera sua ci è una latente aspirazione al romanticismo sentimentale. Trovò il romanzo già maturo: da una parte, la forma più largamente e radicalmente sperimentale tentata sinora nel romanzo, che è la forma storica, propagantesi in tutto il mondo per virtù di Walter Scott; dall’altra, il romanzo dell’anima umana cominciato forse con Clarissa Harlowe di Richardson, accennato certamente nei libri romanzeschi di Rousseau, proseguito da Goethe, da Gian Paolo Richter, dalla Staël, tratto per la Via Sacra sopra la quadriga trionfante tra le acclamazioni del popolo da Beniamino Constant. […].

  Il romanzo sperimentale dunque, chiamiamolo pure così, raccoglie nelle ampie braccia del romanticismo Beniamino Constant e Walter Scott, il Manzoni e la Staël, Balzac e la Sand, Zola e Dumas figlio, i fratelli Goncourt e Daudet, Richter e Rousseau, Goethe e Victor Hugo: tra l’uno e l’altro di costoro corrono distanze grandissime di metodo, d’intelletto, di studi; ma il vincolo comune è appunto un più o meno bene inteso e conseguito amore della verità. […].

  E guardate: appunto Balzac, il quale senza essere darwiniano fu tra i più potenti intuitori della vita, in uno de’ suoi romanzi si domanda se per avventura le nuove significazioni della passione non fossero una mitologia non saputa dagli antichi, rappresentatori di tutti i fatti e di tutti gli atteggiamenti della natura.

  Balzac dunque non scoprì una in conosciuta plaga romanzesca, ma nella selva già per molta parte abbattuta prese con tutta la forza delle sue braccia a tagliar alberi. E poiché la forza delle braccia sue era molta, il taglio fu, quanto non potè più essere mai, larghissimo. Egli recò in quest’opera le peculiari attitudini del suo ingegno e la sua potente originalità; ma nella forma universale del romanzo osservativo si può dire che non mutasse nulla. Infatti ci è voluto il sospetto buon volere di Zola per scoprire nello sciagurato esploratore di miniere una missione e un’opera innovatrici. Balzac una sola cosa ha fatto: ha conquistato al romanzo un materiale fino a lui infruttifero. A lui il senso, diciamo, poetico della vita sfuggiva; anzi, per confessione sua propria, non sentiva né pur l’elemento musicale del verso. Era tutto penetrato e materiato di prosa: era il nume vero della prosa, apata ad ogni soffio lirico, ad ogni emanazione epica, ad ogni concitamento drammatico; e in mezzo al romanticismo, che fu tutto un lievito di poesia, apparve come Guerrin Meschino fra la festa in onore di Macometto. Però egli, come il Meschino e come Bertoldo, ebbe il buon senso di calarsi le brache e di voltar le natiche alla poesia. E qui sta la sua gran forza.

  Egli infatti, non giungendo a cogliere il vago e l’impalpabile che era come la nota fondamentale del romanticismo francese, e nel mondo romantico non potendo afferrare l’immateriale, si buttò con animo disperato alle cose esteriori, e trovò un campo vergine nell’attività industriale della vita. La formula della pretesa rivoluzione di Balzac, eccola: les affaires! Gli affari, proprio. Egli seppe dedurre un elemento d’arte dal giro delle cambiali, dalla diffusione monetaria, dalle ambizioni suscitate fra la società umana dall’agente metallico; e pose per cardine della vita moderna lo scudo. Fondò dunque anch’egli una generazione di miti e fra gli dèi del romanticismo guidò in trionfo il vitello d’oro. Si può dir questa una rivoluzione? Per me, e per chiunque ha delle rivoluzioni un concetto sano, questo non è altro che né più che un contributo. Con tributo larghissimo, certo, ma rivoluzione, non mai. Questo, quanto al contenuto. Quanto alla forma che per opera di Balzac trovò questa materia, io non intendo come un uomo di tanto ingegno, quanto è quello di Zola, possa in buona fede predicarla come un universal canone d’arte. Ha egli dunque dimenticata la singolarità dell’intelletto di Balzac? Balzac non aveva il tocco sicuro e l’imagine netta: il fantasma nella sua mente era come velato da una nebbiolina maligna, e non poteva essere buttato nella prosa con una pennellata sola, franca, brutale. Egli doveva procedere alla luci dazione minuta del suo pensiero nelle parole, lentamente e ordinatamente: alla sintesi fantastica, che da un concetto confuso elice una figura viva, non potè giungere mai, e dovette miniar sempre; se avesse trascurata una linea o un punto, la rappresentazione non sarebbe stata più piena. Per ciò egli procede ordinatamente, e dovendo dar l’imagine di una casa, comincia dai comignoli e scende alle fondamenta, e dovendo rappresentare una passione o raccontare un fatto, procede come se facesse un ragionamento logico. Egli dunque si vale dei mezzi che sono in suo potere per giungere allo scopo finale dell’arte: non elegge quella forma deliberatamente perché gli sembri l’unica eccellente, o, almeno, la migliore. Così la sua minuziosa cura dei particolari fu per lui una necessità, non una elezione: anzi, quando la materia gli consentì un maggior ozio fantastico, egli se ne giovò volentieri. Così nella terza parte del Grand’homme de province à Paris, così nella seconda di Béatrix, così nell’Interdiction, così ovunque potè subito cogliere l’elemento drammatico e raccoglierlo in pochi tratti.

***

  Il sistema zoliano dunque, fondato sopra un falso concetto della scienza moderna ne’ suoi postulati finali e nelle sue relazioni con l’arte e sopra una erronea interpretazione degli intendimenti e dell’opera di Balzac, non è nella generale evoluzione della verità se non una viottola trasversale, che invece di accorciare il cammino, lo allunga.

 

  E.[doardo] Scarfoglio, L’Accademia di Médan, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VI, N° 37, 14 settembre 1884, p. 1.

  Abbiamo dunque un libro [À rebours] subbiettivo, e vediamo compiuto un fatto ch’era facilmente prevedibile: il romanzo sperimentale, mentre lo Zola tuttavia vive e scrive, ridiventa personale e lirico e si ricongiunge al racconto sentimentale dei precursori del Balzac. Anzi, per l’aridezza e la povertà, retrocede sino ai tentativi narratorii del Diderot. Invano dal Goethe alla Sand il romanzo bevve avidamente alla poesia d’amore; invano con Balzac si slanciò audacemente in mezzo a tutta quanta l’opera della vita umana; invano con Flaubert si affaticò a purificarsi al fuoco vivo dell’arte. […].

  Così, gl’impostori della verità non altro fanno se non costruire stentatamente una falsità secca e prosaica, che fa rimpiangere la bella falsità antica, la quale aveva almeno il fascino della bellezza. […]. È questa la vita umana che il Balzac additò ai futuri minatori della verità? Il signor Huysmans potrebbe rispondere affermativamente, poiché il suo misantropello, che Timone greco piglierebbe a sassate per segno di sprezzo, esiste realmente, è noto a tutta Parigi, e si chiama il signor Montesqiou (sic).

 

  Edoardo Scarfoglio, La verità vera, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VI, N.° 39, 28 settembre 1884, pp. 2-3.

  p. 3. Il romanzo, del resto, è maturo alla grande novità: gl’Inglesi gli hanno dato abbastanza di nervi, i Tedeschi di sentimento, i Francesi di bellezza e di larghezza meccanica, perché esso possa tentare le più gloriose avventure dell’arte futura. Esso è un policordo magnifico, atto a ripercotere tutte le voci della vita umana: il Goethe gli ha insegnato a sognare, Walter Scott a narrare, Balzac a esaminare, Dickens a piangere ridendo.

 

  Matilde Serao, Giorgio Sand, «capitan Fracassa», Roma, Anno V, N. 221, 10 Agosto 1884, p. 1.

  Oggi, dieci agosto, a La Châtre, capoluogo del dipartimento d’Indre, sarà inaugurato un monumento a Giorgio Sand. Dopo Alessandro Dumas, il meraviglioso narratore d’avventure, il favoleggiatore felice e prima di Balzac, il creatore di tutto un mondo vivo e vero, gli onori del trionfo sono decretati alla forte romanziera, alla profonda pensatrice. Questi tre grandi spiriti, così potenti nella loro essenza, così diversi nella loro forma d’arte, restano ancora insuperati per quello che pensarono e per quello che scrissero.

  Chi ha saputo più magicamente raccontare di Alessandro Dumas? E la verità di senso e di sentimento, l’opera completa che è la Commedia Umana, chi l’ha fatta? […].

  Molti hanno ricordato, con gratitudine, quale affetto avesse pel nostro paese la romanziera francese. Essa lo ha amato teneramente, come Balzac che ha dedicato i suoi migliori romanzi ai suoi amici italiani, come Stendhal che voleva far incidere sulla propria tomba: Enrico Beyle, milanese, come Enrico Taine che nel suo Voyage en Italie, ha scritto su Napoli le pagine più frementi di ispirazione.

 

  Matilde Serao, Romanzi d’amore, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno VI, N° 38, 21 settembre 1884, p. 1.

  [Su: Sapho di A. Daudet].

  Da qualche tempo e, se occorre precisare il tempo, da Balzac in poi, il romanzo ha rinunziato a questo sicuro mezzo di trionfo. Il Balzac ebbe altre passioni e infuse nella prosa un diverso colore. La sua potente anima borghese non si appagava della tenerezza d’amore: a lui piacquero il movimento del commercio e delle banche, il tumulto dei mercati, l’agitazione dei sentimenti umani tanto più gagliardi quanto men puri. Egli dunque, con la sua potente mano abbattè per sempre il dramma della passione, e all’accompagnamento dei baci e dei sospiri sostituì un’altra musica: il rumore secco del denaro contato. Ma prima di lui il romanzo non aveva pretensioni d’impersonalità, era anzi deliberatamente personale e subbiettivo, come la lirica.

 

  E.[ttore] S.[chmitz] [Italo Svevo], Il libro di don Chisciotte di Edoardo Scarfoglio, «L’Indipendente. Organo per gli interessi di Trieste, del Goriziano e dell’Istria», Trieste, Anno VIII, N. 2637, 18 Settembre 1884, pp. 2-3.

  Che in tutta l’opera del Balzac ci sia una latente aspirazione al romanticismo sentimentale, come asserisce lo Scarfoglio (pag. 719, non è vero. Si sente troppo di sovente in Balzac la gioia dell’osservazione e della parola esatta per poter ammettere ragionevolmente quest’asserzione; è la gioia dell’artista che si compiace di essere com’è, che ha tutta la coscienza della propria grandezza. […].

  Che lo Zola, poi, non abbia tanto errato facendo derivare la sua opera da quella del Balzac, lo confessa lo stesso Scarfoglio a pag. 116. “Da qualche tempo l’arte sente il bisogno di tuffarsi alle fonti della vita; e dal Balzac in poi il romanzo ha deviato dalla sua antica forma narrativa, piegando allo studio fisiologico e psicologico dell’uomo”.

  Il fatto, che il Balzac avrebbe voluto essere diverso da quello che fa, è secondario per i suoi scolari, i quali trassero la loro teoria dalla sua opera. Rimane innovatore per quanto lo fosse stato contro volere. […].

  “L’altro grandissimo errore consiste nel criterio ch’egli [Zola] ha dell’opera di Balzac, perché Balzac, dice Scarfoglio, non può venir considerato come l’inventore o almeno rinnovatore del romanzo moderno. Egli aveva tutt’altre intenzioni di quelle che gli attribuisce Zola. Si appigliò al romanzo, come a un qualunque mezzo d’arte e di sussistenza; e fra la pompa fantastica e la bella felicità di quel bel tempo entrò come un intruso, come un coscritto di cervice dura e di molto buon volere, che s’affatichi ad andare al passo con gli altri coscritti e a stare in riga e a non lasciarsi nella marcia sopraffare dalla compagnia. Egli fu un romantico ammiratore di Lamartine e dedicatore di libri a Victor Hugo”. (pag. 71)

  Zola conosce anzitutto gli entusiasmi di Balzac per Lamartine e Victor Hugo e se ne meraviglia come di un’incongruenza del romanziere realista. Lo Scarfoglio pare invece creda incongruenza del critico romantico i romanzi realisti.

  Così che abbiamo fondata speranza di rimanere romantici fino al finimondo, o almeno finchè non sorgesse una generazione di cretini che abdicasse volontaria alla libertà una volta conquistata. […].

  Trascorreranno secoli prima che la distanza riesca a impicciolire agli occhi dei posteri la differenza che a noi sembra tanto grande, come quella che c’è di metodi e di scopi tra Beniamino Constant, la Staël, Walter Scott, Victor Hugo, e il Balzac, Zola, i fratelli De Goncourt.

 

  Francesco Tanini, La Donna secondo il giudizio dei detti e dei proverbi di tutti i popoli, ovvero circa 2000 fra sentenze e proverbi, tre quarti dei quali con commenti e illustrazioni per cura del cav. Francesco Tanini, Prato, Gran Deposito presso gli Editori Banco e Filippo Fratelli Tanini, 1884.

  Cfr. 1872.

 

  Pasquale Villari, Il signor Taine e la critica dell’arte, in Arte, Storia e Filosofia. Saggi critici di Pasquale Villari, in Firenze, G. C. Sansoni, Editore, 1884, pp. 99-134. [«Perseveranza», febbraio 1867].

  pp. 109-110. «Noi oggi cerchiamo di descrivere l’ombra fugace di un affetto, una delle mille varietà del carattere; ma allora una nuova attitudine, un movimento difficile, disinvolto ed agile dei muscoli, ridestava un’attenzione generale, era come una nuova idea. Un piccolo amore nudo, visto dalle piante dei piedi, slanciato in aria col suo caduceo; un giovane robusto e ben formato, che si ripiega mollemente sulle sue anche, suggerivano mille associazioni d’idee, come oggi il tale intrigante, la tal donna di mondo, il tal finanziere del Balzac […]».

 

  Florindo Zamponi, Maria Adelaide di Savoia, Duchessa di Borgogna, Delfina di Francia, Firenze, Galletti e Cocci Tipografi Editori, 1884.

  pp. 62-63. Onorato di Balzac un secolo dopo con molto spirito e originalità identificando le strade coi loro abitanti, animandole e personificandole, e dando ad esse una vita individuale e morale scriveva:

  «Vi sono in Parigi certe strade disonorate quanto può esserlo un uomo colpevole d’infamia; strade nobili, strade semplicemente oneste, altre giovani e sulla cui moralità l’opinione è tuttora incerta; strade più vecchie di una vecchia vedova che sempre più invecchiando gode dei beni a lei assegnati dal marito; strade malandrine, altre stimabili, alcune sempre luride e dove non fisseresti mai la tua dimora, altre sempre nette ed altre operaie, faticanti, mercantili» …

 

  Remigio Zena [Gaspare Invrea], Champfleury. Letteratura contemporanea (Continuazione e fine), «Frou-Frou», Anno II, N. 10, 10 giugno 1884, pp. 7-8.

  p. 7. La gente era stufa d’un’osservazione superficiale e tutta esteriore come quella di Champfleury perché Balzac e Flaubert le avevano insegnato l’analisi o meglio l’anatomia degli uomini fatta sulla carne viva, lo studio profondo delle cose, lasciando le inutilità e venendo al concreto, profittando del grottesco e del comico senza abusarne, combinando l’eccezione colla volgarità della vita comune. Ma Balzac e Flaubert, come ora i loro successori, avevano la tempra forte, adattata al mestiere del chirurgo, per essi che capivano l’arte sotto un altro aspetto, il realismo era la verità fisiologica, mentre per Champfleury era semplicemente il dagherrotipo.

  Dopo questo, con quale fondamento hanno potuto dire taluni critici che Champfleury abbia preso in Balzac il suo modello? Forse perché egli, come Balzac, non cerca l’effetto nei colpi di scena, negli intrecci arruffati, nelle macchine infernali, e ci dà la vita intima d’una classe di persone che non escono dal comune? Ma non è dal soggetto d’un quadro che si può con sicurezza arguire a quale maestro questo pittore si sia ispirato, è dalla maniera con cui è trattato il soggetto; ora, quando la maniera del preteso discepolo differisce sostanzialmente da quella del preteso maestro; quando il procedimento è affatto diverso, e affatto diverso il risultato, l’imitazione non è che apparente agli occhi dei miopi che non vedono più in là della punta del loro naso. Champfleury conosceva troppo bene se medesimo e le sue forze e il suo temperamento per imporsi un peso come quello che Balzac si era imposto, e prova ne siano le sue stesse parole di disgusto pel romanzo d’osservazione da lui prima tentato, poi rinnegato. Come si disse, non basta riprodurre «les conversations de petits bourgeois» per fare il vero, il vero non è tutto lì, non basta essere chiamato dal volgo «pontefice del realismo» per creare delle opere d’arte nelle quali scorra lo stesso sangue che fermenta nella Cousine Bette, in Eugénie Grandet, nel Père Goriot.

 


  [1] Cfr. L. Carcereri, Editoria e critica balzachiana … cit., p. 496.


  [2] Traduzione dell’articolo che A. Houssaye pubblicò ne «Le Figaro» il 20 agosto 1883 con il titolo: Les dernières heures de Balzac.


  [3] Pubblicato successivamente in Il Naturalismo contemporaneo in letteratura. Impressioni e note, Palermo, Luigi Sandron, Editore, 1886, pp. 114-134.

 

Marco Stupazzoni


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