mercoledì 11 aprile 2018



1917



Traduzioni.



   Onorato di Balzac, Illusioni perdute di Onorato di Balzac. I. I due Poeti. Un grand’uomo di provincia a Parigi. II. Un grand’uomo di provincia a Parigi. Eva e David, Milano, Fratelli Treves Editori, 1917 («Biblioteca Amena», NN. 758-759), Terzo migliaio, pp. 315 e 293.

  Cfr. 1909.



   O. de Balzac, Il Martirio di O. de Balzac, «Il Romanzo Quattrini. Pubblicazione settimanale dell’editore Quattrini», Firenze, Serie A, N. 292, 22 marzo 1917, pp. 1-35.


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  Questa traduzione di Honorine non ci è nuova: essa costituisce, infatti, la riproduzione della mediocre versione italiana che A. G. Corrieri ha fornito del romanzo balzachiano nel 1901.



   O. de Balzac, Il Martirio, Firenze, Editore Quattrini Casa Editrice Italiana, 1917 («Biblioteca Amena Quattrini», N. 110), pp. 74.

  Cfr. scheda precedente.



  Balzac, Papà Goriot. Romanzo. Traduzione di Ketty Nagel, Milano, Fratelli Treves, Editori (Tip. Treves), 1917 («Biblioteca Amena», N. 652), Quinto migliaio, pp. 295.

  Cfr. 1903; 1912.



  Balzac, Trattato della vita elegante. Traduzione di Guido Tutino, Milano, Istituto Editoriale Italiano, s. d. [1917?] («Raccolta di breviari intellettuali», N. 50), 1 volume di complessive 202 pagine.


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  Condotta sul modello originale pubblicato ne «La Mode» (1830), la traduzione che Guido Tutino offre del Traité de la vie élégante può dirsi, nel suo insieme, soddisfacente.



   Onorato de Balzac, Una Figlia d’Eva di Onorato de Balzac. Romanzo. Traduzione di M. Domenichini, Lanciano, G. Carabba, (Gennaio) 1917 («Scrittori Italiani e Stranieri»), 1 volume di complessive pagine IV-178.


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  È riportata la traduzione della dedica del romanzo Alla Contessa Bolognini Vimercati, pp. III-IV. Benché il testo sia suddiviso in nove capitoli, secondo il modello dell’edizione originale Souverain del 1839, il traduttore, Mario Domenichini, ha esemplato la sua versione italiana di Une Fille d’Eve – da considerarsi, nel complesso, corretta – sul testo dell’edizione definitiva del romanzo (Furne, 1842).




Studî e riferimenti critici.



  Corriere Milanese. Le conferenze, «Corriere della Sera», Milano, Anno 42, Num. 57, 26 Febbraio 1917, p. 3.

  Al Cercle Français, poi, il prof. P. Raoul Tiprez parlò, anche lui applaudito, sul tema Les jeunes filles de Balzac, prendendo le mosse dalle delicate figure di donna tratteggiate dal grande romanziere per giungere alla donna francese in generale la quale, in occasione della guerra, ha saputo trasfor­marsi in paziente infermiera e provvida benefat­trice.



   Corriere Teatrale. Lirico, «Corriere della Sera», Milano, Anno 42, Num. 123, 3 Maggio 1917, p. 4.

  Col titolo di Gabba-la-morte. Valentino Soldani ha messo in iscena alcuni episodi di cui è prota­gonista un famigerato e famoso personaggio balzacchiano: Vautrin. Il manifesto informa che la commedia è stata tratta «dal celebre romanzo di Balzac». In verità i romanzi di Balzac, nel quali campeggia la figura del diabolico galeotto, sono parecchi: Père Goriot, Splendeurs et misères des courtisanes. La dernière incarnation de Vautrin, e da questi romanzi lo stesso autore della «Commedia umana» trasse un brutto dramma, Vautrin, che non ebbe fortuna. E’ difficile, col solo aiuto della memoria, risalire, attraverso l'intricato de­dalo delle avventure e la folla innumerevole dei personaggi balzacchiani, sino alle fonti di questo Gabba- la-morte. Quel Raoul de Silva, elle il Soldani ha introdotto nei suoi tre atti, sembra ripro­durre alcuni tratti di Lucien de Rubempré, che il galeotto aveva preso come alter ego per le sue fur­fanterie: a lui. come a Luciano, nel romanzo, Vautrin dice: «Io sono l'autore, tu sarai il dram­ma: se tu. non riuscirai, sarò io il fischiato». Ma le vicende di De Silva non coincidono con quelle di Rubempré e v'è da credere che il rifacitore abbia fusi e confusi, traendoli sempre da Balzac, episodi diversi. Comunque sia, il Vautrin del gran­de romanziere è divenuto in Gabba-la-morte, un personaggio da dramma popolare, e come tale in­teressò, ieri sera, il pubblico del Lirico, che applaudì l'avventurosa azione inscenata dal Soldani, e il suo principale interprete, Renzi.



  Riviste e giornali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 42, Num. 134, 14 Maggio 1917, p. 2.

  Intorno a due parole che hanno consegui­to ormai una rinomanza mondiale — boche e poilu — un collaboratore del Mercure de France ha fatto ampie ricerche di cui espone ora i risultati. La parola poilu è da un secolo nel gergo militare: lo testimonia Balzac, quando nel «Medico di campagna» Bénassis presenta al comandante Génestas un vetera­no della Beresina che contribuì alla costru­zione di un ponte per l'annata, agli ordini del generale Eblée, che non potè trovare che quarantadue pontieri «assez poilus». La pa­rola a quell'epoca era ancora aggettivo; ma parecchi anni prima della guerra l'operaio parigino chiamava poilu un uomo qualsiasi, contrapposto al soldato, indicato con la pa­rola troufion che nella sua ironia richiamava l’idea delle reclute campagnole ebeti e sba­lordite. Con la guerra le troufion è divenuto le poilu; ma è curioso notare che nelle trin­cee la parola è stata soppiantata dall'altra les bonhommes. Sulla parola boche un gior­nale apri già una discussione che provocò una serie di fantasticherie etimologiche, sen­za valore. Quello che si può assicurare è che una quarantina d’anni fa, a Parigi e altrove, si chiamarono col nomignolo tête de boche le persane e specialmente i fanciulli testardi. E siccome non tardò a formarsi la convin­zione che questa qualità appartenesse ai vi­cini di oltre Reno, cosi accadde che Allemand si corrompesse in Alleboche e Alboche sotto l'influenza di tête de boche. Quanto all'ori­gine di questa frase, pare che essa debba ri­tenersi come un equivalente di tote de bois; ma boche potrebbe anche essere una parola calcata sull’italiana boccia, che significa la palla di legno per il giuoco delle boccie.



  P.L.M. L’attività della “Tiber Film”, «film. Corriere dei Cinematografi», Napoli-Roma, Anno IV.°, Numero 15, 19 Maggio 1917, p. 13.

  Contemporaneamente, la bella Hesperia si accingerà alla interpretazione di un lavoro di Balzac: La donna abbandonata.



  Quindicina Milanese, «Rivista dei Teatri», Milano, Anno IV, N. 7, 20 Maggio 1917, p. 14.

  Terminata la fortunata sta­gione, Gustavo Salvini, ha lasciato il posto alla Compagnia di spettacoli popolari Renzi Gabrielli, che ha rappresentato con successo un dramma di Balzac Gabba la morte in una buona riduzione fatta da Valentino Soldani.



   “La vagabonda” di Colette Villy (sic) edita dalla “Film d’arte italiana”, «film. Corriere dei Cinematografi», Napoli-Roma, Anno IV.°, Numero 17, 4 Giugno 1917, pp. 7 e 10.

  p. 10. E chiudiamo le serie delle indiscrezioni – che ci impegniamo a riaprire, tuttavia, nei prossimi numeri. Ma non concluderemo, per oggi, senza aggiungere, anche, che la Film d’arte italiana, pure allestendo La vagabonda, in questi ultimi tempi, non ha limitato a questa superba pellicola ogni sua attività creatrice; contemporaneamente un’altra film, anche, si va ultimando nei suoi magici laboratori, e cioè Papà Goriot di Onorato de Balzac. Il famoso romanzo di Balzac rivive nella traduzione della Film d’arte italiana, in una serie di quadri di efficacissimo valore; l’indimenticabile trama del grande capolavoro verista palpita sullo schermo bianco, in una interpretazione fervorosa e sicura, in una messa in iscena nobile e precisa, preziosissimamente! Anche a Papà Goriot (che è quasi pronto) non mancherà certo quel consenso di ammirazione plebiscitaria cui la Film d’arte italiana è ormai abituata!



  Lyda Borelli protagonista della “Storia dei Tredici” di Balzac, «film. Corriere dei Cinematografi», Napoli-Roma, Anno IV.°, Numero 20, 23 Giugno 1917, p. 2.


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  Signor di Balzac, avreste voi mai immaginato che un vostro romanzo, uno dei vostri più profondi, più umani, più sinceri romanzi, uno di quei capolavori nei quali l’indagine sinuosa della vicenda psicologica è più precisa, più nitida e più diritta, e si traduce in osservazioni e in rivelazioni di una evidenza intima incomparabile – avreste voi immaginato che, un giorno, per miracolo incredibile, una di queste vostre istorie sì plasticamente vive per la potenza interiore che i personaggi hanno, sarebbe diventata preziosa materia per una film cinematografica, plasma aureo per un capolavoro del teatro silenzioso? Signor di Balzac, voi non lo avreste immaginato affatto. Ai vostri tempi il cinematografo non esisteva. Ai vostri tempi nessuno sognava, certo, che si potesse fare dell’arte purissima e nobilissima, impeccabilmente alata, sullo schermo bianco e muto. Ed invero, fu gran peccato: chè se i grandissimi romanzieri e novellatori che il secolo scorso si ebbe, specialmente in terra di Francia, avessero potuto prevedere una così radiosa rivoluzione dei mezzi di espressione che la genialità, la fantasia e l’eleganza intellettuale degli uomini avrebbero avuto, di poi, a disposizione, certo essi avrebbero direttamente elevato al Cinematografo quel monumento di consacrazione imperitura che, assai più faticosamente, noi, oggi, passando al crivello le loro opere di teatro e di romanzo, riducendole, condensandole, e spesso anche mutandole, andiamo quotidianamente costruendo, tra il consenso sempre più caldo e più sincero della enorme maggioranza del pubblico! Ed, invero accostandoci, volta per volta, ad ognuno dei colossali lavori che i grandissimi scrittori del secolo scorso ci hanno lasciato, noi non riusciamo a vincere, spesso, la più sacra e giustificata trepidazione, la più onesta e profonda tema, di cadere, senza volerlo, certo, in profanazioni immeritate; noi non ci nascondiamo le difficoltà estreme della vivificazione cinematografica di quei capolavori, ed ogni volta che ad essi ci appressiamo, noi non riusciamo a frenare in noi stessi quel senso di batticuore che ci vince come innanzi alle figurazioni della deità stessa. E però noi vogliamo, allora, che le interpreti del capolavoro siano tra le più valorose e tra le elette che la nostra schiera vanti; e vogliamo che tutti i particolari della messa in scena siano curati con quello scrupolo reverente che la magnifica trama impone, e vogliamo che tutta l’istoria prodigiosa ripalpiti come in una atmosfera di onore e di gloria, ancora, passando dalla pagina bianca del libro al bianco schermo del cinema.

  Signor di Balzac, state pur tranquillo, che di tutte queste reverenti premure, la Cines ha voluto e saputo circondare La storia dei tredici, che è già pronto nei suoi stabilimenti, e non attende che d’essere lanciato in pubbliche visioni di incanto memorabile! Siate più sicuro, o maestro dei maestri, Onorato di Balzac, che la Cines ha ridotta ed allestita la Storia dei tredici con un ossequio inestimabile, con una adorazione fervorosa e profonda, per la vostra arte sublime; ed ha raggiunto lo scopo di rendere omaggio anche più commosso e appassionato alla vostra formidabile potenza di indagatore dei più misteriosi segreti dell’anima nostra, affidando alla più soave, alla più perfetta, alla più bella ed alla più raffinata nostra attrice, l’interpretazione del Vostro capolavoro imperituro! La Storia dei tredici è, infatti, interpretata da Lyda Borelli! Quale senso di amore e di fede, quale prodigiosa impeccabilità spirituale, quale grazia interiore ed esteriore Lyda Borelli abbia donato alla interpretazione del capolavoro balzacchiano, non è possibile riassumere in un fugace articolo di giornale. Questa portentosa creatura, che è giustamente proclamata la regina ideale della Cinematografia italiana, e che possiede una ipersensibilità stupenda, e che vive di evanescenze filiali come di ardori e di turbini spasmodici, con sorprendente efficacia, sempre, e con un sì vivo senso di umanità e di realtà, ha collaborato all’incarnazione cinematografica della Storia dei tredici con il suo più caldo e sincero senso dell’arte, con la sua più travolgente e fremente potenza di vita; e però il capolavoro che la Cines si appresta a gettare sul mercato, nell’imminente domani, sarà, per Lyda Borelli, un trionfo di meravigliosa abbacinante bellezza eterna! Lyda Borelli era l’interprete che l’arte di Balzac chiedeva: la sua anima intuitiva, il gesto espressivo, la nobilissima maschera del suo viso, trionfano incomparabilmente delle inaudite difficoltà che l’arte balzacchiana racchiude! Lyda Borelli ha potuto, così, compiere quello che sembrava impossibile e inconcepibile; e gli effetti di commozione interiore e di seduzione esteriore che, con il minimo mezzo, essa raggiunge, nella Storia dei tredici, sono il più degno attestato della sua mirabile scienza e coscienza di artista e di donna!

  La Cines ha messo in iscena con sfarzo pari all’importanza del cimento affrontato, la Storia dei tredici. Carmine Gallone ha diretto la messa in iscena con una perizia e una intelligenza di alto stile; gran parte del merito del successo che ha la Storia dei tredici otterrà, è anche suo. Carmine Gallone ha raggiunto, nella Storia dei tredici, effetti di scena e di insieme che faranno delirare il pubblico, ed anche a lui, signor di Balzac, nostro autore e nostro maestro, voi manderete certo un bravo, dal vostro olimpo radioso, dal mondo dei geni che vivono nella nostra adorazione perenne!



  Lyda Borelli nella sua recentissima stupenda interpretazione della “Storia dei Tredici” di Balzac, «film. Corriere dei Cinematografi», Napoli-Roma, Anno IV.°, Numero 21, 4 Luglio 1917, p. 5. [fotografia].


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  Le grandi novità della “Tiber”, «film. Corriere dei Cinematografi», Napoli-Roma, Anno IV.°, Numero 28, 22 Settembre 1917, pp. 14 e 17.

  p. 17. Ma oltre la Signora Arleochino, anche un altro film, attesissimo, è del tutto ultimato, e pronto, nei laboratori della Tiber. Si tratta del nuovissimo film di Hesperia, la bellissima, tratto dal romanzo di Onorato di Balzac La donna abbandonata. In questo grandioso soggetto, Hesperia è di una efficacia portentosa. La sua opulenza e la sua arte irradiano il film dalla prima all’ultima scena, e lo rendono sfolgorante. Ella trae dal capolavoro di Balzac effetti di insuperabile passione, di irresistibile fascino […].



  I successi letterari, «Minerva. Rivista delle Riviste», Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Anno XXVII, Vol. XXXVII, N. 21, 1° novembre 1917, pp. 805-807.

  [Su un articolo di Albert Cim, «La Nouvelle Revue», 1-15 septembre 1917].

  pp. 805-806. Balzac, nonostante il prodigioso lavoro, fece magrissimi affari coi libri durante la sua vita. Morto lui, gli editori Jaccotte e Bourdilliat fecero della Commedia umana un’edizione a una lira il volume, la quale, per dieci anni, fruttò alla vedova 40,000 lire annue di diritti d’autore.



  Il nuovo trionfo di Lyda Borelli nel film “La Storia dei Tredici” della “Cines” al Teatro Cines di Roma. I giudizj della Stampa Romana, «film. Corriere dei Cinematografi», Napoli-Roma, Anno IV.°, Numero 33, 4 Novembre 1917, pp. 2, 4 e 17.

  Sono trascritti alcuni giudizî tratti dalla stampa periodica romana in merito all’adattamento cinematografico del romanzo balzachiano curato da Lucio d’Ambra, per la regia di Carmine Gallone e con protagonista l’attrice Lyda Borelli. Qui, di seguito, riportiamo quei rilievi che esaminano, più particolarmente, l’opera di Balzac messa a confronto con la sua riduzione cinematografica.

  Il Messaggero.

  […]. Il successo della Storia dei tredici si è delineato dal primo atto ed è durato, si è intensificato anzi di scena, fino alla fine della celebre romantica storia di Onorato Balzac. V’è chi non ricorda più la storia dei 13?

  Un poeta, uno scultore, un filosofo, un astronomo, un pittore, un musicista ed altri sette compagni d’arte e di piaceri, stanchi delle gioie che la ricchezza, la gioventù e l’ardire potevano loro offrire nella vita del loro tempo, s’erano riuniti per allietare la loro esistenza di godimenti e di emozioni d’altri tempi. “Uno per tutti, tutti per uno” era il motto della strana fraternità segreta, nella quale nessuna audacia era eccessiva per il loro piacere. L’amore soltanto era bandito dalla loro vita; era questo il patto. Guai a dimenticarsene!

  Ma uno tra loro tradì il patto: amò. L’accusa anonima non aveva svelato il colpevole: “Uno dei tredici è innamorato della Duchessa di Langeais” così diceva l’accusa. In una riunione si decise di affidare a Montriveaux (sic) il mandato di scoprire il colpevole.

  Nessuno s’era accorto che un tremito era passato in tutta la persona di Montriveaux nel pronunziare il nome della duchessa di Langeais. Il colpevole era lui e del suo mandato egli si valse per assediare più da presso l’austera virtù della duchessa.

  Gli amici sospettarono e vollero la prova. Un romanzesco ratto della duchessa in pieno veglione fu organizzato per mettere alla prova Montriveaux. Trasportata con l’inganno ed il mistero la duchessa innanzi ai tredici mascherati nel loro covo elegante, uno di essi finse di voler imprimere sulla fronte della duchessa una croce rovente per vendicarsi della croce che ella aveva inflitto in cuore a uno di loro. Montriveax non resistette all’attentato feroce, accorse per difendere la bella sdegnosa e fra le risa dei convenuti è spiegato il tranello e la donna cavallerescamente rimessa in libertà con le scuse dei suoi finti carnefici. Il colpevole del peccato d’amore, scoperto, giurò che da quella sera non avrebbe mai riveduto l’oggetto della sua fiamma.

  L’oltraggiosa finzione aveva ferito l’orgoglio della duchessa di Langeais; ma tuttavia lo sguardo del misterioso salvatore si era impresso nella sua memoria. Quando ella apprese che quell’uomo era Montriveaux credette di odiarlo come gli altri; ma pur troppo quello che essa credeva odio era amore.

  Montriveaux tenne il giuramento e la duchessa di Langeais, poiché ormai non avrebbe saputo più vivere senza quell’amore, decise di rinchiudersi in un convento lontano!

  I tredici avevano creato col loro cinismo due infelici … Più tardi, vinti dal rimorso, cercarono di riunire i due esseri amanti divisi dalla loro leggerezza; ma non fu possibile sapere altro, che la duchessa si era rifugiata in un convento. Con l’aiuto di Cent’anni, il vecchio amico della duchessa, pellegrinarono in Francia e fuori per tutti i conventi, ma invano. Finalmente un giorno, in Ispagna, dall’oratorio di una cappella, la divina voce di una monaca che cantava la prece mattutina, rivelò il rifugio della duchessa.

  Ne fu informato Montriveaux. Fu organizzato un altro romanzesco rapimento, allo scopo di glorificare l’amore, questa volta. L’emozione della duchessa fu tale che pare dovesse morirne. Ma la gioia non uccide … I giovani amanti partono, felici, per il loro viaggio d’amore!

  La duchessa di Langeais era Lyda Borelli, e la nostra insigne attrice ha avuto modo di vivificare, con un’efficacia singolare di espressione, di gesti, di movimenti, l’orgoglio, il dolore, l’esasperazione, la gioia mortale della nobilissima donna, della monaca triste, dell’amante riamata. Circondata da buoni attori – fra i quali merita una specialissima lode il Piperno, che ha reso mirabilmente la figura del vecchio amico Cent’Anni – Lyda Borelli ha tratto dalle scene del romanzo balzacchiano quanto era possibile di umanità vivente, avvincente, commovente. Il Gallone ha scelto per il dramma – abilmente sceneggiato da Lucio d’Ambra – interni ed esterni, effetti di luce ed effetti di tenebre, quadri di gioia e quadri di tristezza d’incomparabile bellezza. […]. Certo vi sono nel romanzo stramberie, ingenuità, ficelles che il riduttore non poteva far sparire; ma lo spettatore indulge al genio di Balzac che ha così bene meritato la gratitudine di quanti hanno tratto dalle sue opere immortali insegnamenti e godimenti straordinari. […].


  Il Giornale d’Italia.

  […]. La romantica storia, balzata dalla mente di Onorato Balzac, passò dinanzi allo sguardo ed all’anima dei numerosissimi spettatori in una splendida successione di azione e di quadri, concepiti e armonizzati con tecnica sapiente e con illuminato criterio, mirabilmente proiettati, con deliziosi accompagnamenti musicali.

  Le passioni e le ansie che agitano e scuotono le dolenti e vive creature del Balzac sono poste in questa nuova film, che rappresenta certo l’ultimo successo cinematografico, in giusto rilievo di umanità e di vita mondo da ogni ingenuità e da ogni ficelles che pur si ravvisa talvolta nell’arte balzacchiana. […].


  La Tribuna.

  […]. La storia dei tredici è stata ridotta a dramma visivo dal famoso romanzo di Balzac, da Lucio d’Ambra, un mago del cinematografo, ed anche un innovatore, poiché tende, con la sua esperienza ed abilità di scrittore drammatico, a dare caratteri e dignità d’arte a questa tanto discussa rappresentazione muta di vita. Egli non ha compiuto un’opera facile di adattamento e fredda riduzione. Dalle pagine del più grande illustratore di costumi sociali e del più fantasioso narratore egli ha preso la materia del dramma, ma le ha dato caratteri e struttura nuovi.

  La storia dei tredici è quanto mai romanzesca. […].

  Segue la descrizione degli eventi più rilevanti che formano la trama di questa celebrata riduzione cinematografica dell’Histoire des Treize.



  Cronaca Cittadina. I Divertimenti. Tredici! 13 – 13 – 13 – 13 – 13 – 13 – 13, «La Stampa», Torino, Anno 51, Numero 310, 8 Novembre 1917, p. 3.

  E’ tutta una storia, una storia di godimenti e di emozioni di altri tempi. L’hanno creata tredici individui: un poeta, uno scultore, un filosofo, un astronomo, un pittore, un musicista ed altri sette compagni d’arte e di piaceri, stanchi delle gioie che la ricchezza, la gioventù e l’ardire potevano loro offrire nella vita del loro tempo. La storia venne meravigliosamente narrata da O. de Balzac. Era una magnifica finzione romantica e letteraria. Ma vennero tredici individui, che la misero realmente in pratica. Per la sventura di una bellissima donna, Lyda Borelli, e d’un magnifico attore, Ugo Piperno.



  Cronaca Cittadina. I Divertimenti. Una strana storia d’altri tempi rivissuta nel 1917, «La Stampa», Torino, Anno 51, Numero 311, 9 Novembre 1917, p. 2.

  Tempo già fu che tredici gaudenti,

  Raccolti in una strana fratellanza,

  Esaltando i più strani godimenti,

  Disprezzarono Amor, la sua possanza,

  Il fatto è antico, e menò gran scalpore,

  Che Amor la vinse, contro ogni furore,

  Il cuor gettando d’una bella un fiore.

  Questa storia (La Storia dei Tredici) è stata magistralmente narrata da Onorato di Balzac; venne in questi giorni ripresa, agghindata e sceneggiata da Lucio d’Ambra e la bellissima Lyda Borelli; accettò la terribile lotta contro i tredici odiatori dell’amore. La stranissima tenzone si svolgerà lunedì, 12, al Cinema Teatro Vittoria, sotto gli auspici della Cines.



  Cronaca Cittadina. I Divertimenti. Lyda Borelli … nella gabbia dei tredici, «La Stampa», Torino, Anno 51, Numero 312, 10 Novembre 1917, p. 3.

  Mai una bellissima creatura corse tanto pericolo e suscitò tanta animosità violenta. Ma perché i «tredici» che erano poi soltanto «dodici» a pensarla così, le si rivoltarono contro? Bisogna domandarlo a Montrivaux (sic)! Ma chi è Montrivaux? Bisogna chiederlo a Onorato di Balzac. Ma dove abita Onorato di Balzac? Rivolgersi per informazioni a Lucio d’Ambra e alla Cines di Roma, presso il Cinema Teatro Vittoria.



  Cronaca Cittadina. I Divertimenti. Lyda, grande attrice commuove ed esalta al Vittoria nella “Storia dei Tredici”, «La Stampa», Torino, Anno 51, Numero 315, 13 Novembre 1917, p. 3.

  […] Chi ha assistito ieri alla originale storia di Onorato di Balzac, sceneggiata per la film da Lucio d’Ambra, ha dovuto inchinarsi alla magnificenza di questa nuova produzione della Cines   […]. Lyda Borelli è grande nell’interpretare la figura aristocratica ed amorosa della Duchessa di Langeais; il suo gesto ha penetrazioni suggestive e potenti; la sua fisionomia ha un giuoco magnifico, che tiene tutti intenti e commossi, e strappa l’ammirazione. […].



  Cronaca Cittadina. I Divertimenti. Lyda Borelli in persona assiste alla “Storia dei Tredici” al Cinema-Teatro Vittoria, «La Stampa», Torino, Anno 51, Numero 319, 17 Novembre 1917, p. 3.

  Ieri sera al numeroso pubblico che assisteva alla proiezione del magnifico lavoro della «Cines»: «La storia dei 13», toccò una gradita sorpresa. La protagonista stessa, la bellissima ed eccelsa attrice nostra, Lyda Borelli, si recò al Vittoria, spettatrice della propria interpretazione. […]. La originalissima storia di O. di Balzac, tracciata per la film, con grande arte, da Lucio d’Ambra, rimarrà in programma ancora due giorni, oggi e domani.



  La morte di Rodin, «Corriere della Sera», Milano, Anno 42, Num. 322, 18 Novembre 1917, p. 2.

  Il successo, però, venne tardi. Gli arrise per la prima volta nel 1871, quando espose il suo San Giovanni Battista. Arrivava alla noto­rietà a 45 anni, dopo 30 anni di oscurità e di miseria. E allora ebbe delle ordinazioni, tra le quali quei Borghesi di Calais che furono rifiutati, e che figurarono in una delle prime esposizioni di Venezia, o la famosa statua di Balzac: famosa specialmente per il chiasso che vi si fece intorno, quando la «Société des Gens de Lettres», che gliel’aveva ordinata, ricusò di accettarla e di pagarla, e passò la commissione a Falguière. Rodin sdegnò di appellarsi ai tribunali, si riprese la sua opera e per dimostrare a Falguière che non gli por­tava alcun rancore, gli fece un busto.



  La morte di Rodin, «La Stampa», Torino, Anno 51, Numero 320, 18 Novembre 1917, p. 2.

  La sua vasta opera da cui emergono culminanti il Pensatore […]; i Borghesi di Calais […]; il Balzac grande e doloroso […].



  Auguste Rodin, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XLIV, N. 47, 27 Novembre 1917, p. 453.

  Tanto vero che la co­lossale statua di Onorato di Balzac, l’opera che egli stesso proclamò «finita» e non modificabile, suscitò le proteste della Società des gens de lettres, rifiutantesi di riconoscervi la raffigurazione del grande romanziere. Gli amici di Rodin aprirono, con suc­cesso, una sottoscrizione per acquistarla; egli rispose agli uni e agli altri con un gesto nel quale era tutto il suo carattere: «l'ho fatta, è una delle poche che mi persuadono, me la tengo!» Ed è forse, fra le innumerevoli, la sua opera migliore.



  Corriere Milanese. Echi di spettacoli, ritrovi, ecc., «Corriere della Sera», Milano, Anno 42, Num. 363, 29 Dicembre 1917, p. 3.

  Lyda Borelli nella Storia dei Tredici può es­sere, oltre che ammirata, studiata attentamente come attrice e come interpreto del bel lavoro di Balzac. E l'esame critico di questa creazione dell'acclamata attrice non può riuscire che favorevole. Si è davanti a un vero lavoro d’arte, ad un ge­nuino sforzo artistico pienamente riuscito, il che spiega non solo l’affluenza ma la soddisfazione del pubblico del Cinema Centrale. In questo lavoro la Borelli sfoggia, come l'argomento richiede, tutti i fascini della sua bellezza non solo, ma una grande intellettualità, che riesco a commuovere e a convincere. Ugo Piperno è pari a sè stesso in una deliziosa figura di vecchio galante.



  Tito Alacevich, Cronaca cinematografica di Roma. […]. La storia dei 13 […]., «film. Corriere dei Cinematografi», Napoli-Roma, Anno IV.°, Numero 33, 4 Novembre 1917, p. 20.

  La storia dei 13 di H. de Balzac. La Cines ci ha dato un’altra di quelle opere cinematografiche, che sono destinate a rimanere come modelli di eleganza e buon gusto.

   Splendida particolarmente la fotografia, con effetti di luce straordinaria. Molti quadri sono d’una bellezza impressionante. Vi sono anche dei motivi fotografici nuovi, delle vere trovate. Un quadro nel giardino della duchessa di Langeais e diverse marine non hanno nulla di paragonabile nel repertorio cinematografico italiano e straniero.

  L’opera è stata magistralmente diretta: all’operatore ed al direttore spettano i principali onori del successo.

  Nondimeno a questa Storia dei 13, proiettatasi al teatro Cines, manca una cosa: un personale in ogni sua parte adatto.

  La questione della scelta del personale è sempre stata una cosa ardua, e quando si tratta di inscenare una vera opera d’arte, diventa un problema che solo un direttore fisionomista può affrontare con possibilità di imbroccare.

  Chi ha diretto la Storia dei 13 ha dato prova di grande capacità tecnica, ma gli è mancato l’intuito fisiologico, filosofico e fisonomista. Quei 13 dovevano avere ciascuno un carattere speciale, un tipo adatto; e, invece, non tutti ce l’hanno. Quella duchessa di Langeais non doveva essere impersonata in un’attrice così nota e personale com’è la Borelli. La vera opera d’arte richiede sempre tipi nuovi o poco conosciuti per le figure che devono maggiormente spiccare.



  Francesco Aquilanti, Il cinematografo. Un grande problema sociale, «L’Ordine», Lecce, Anno XII, N. 8, 2 Marzo 1917, p. 1.

  Ogni giorno sullo schermo bianco, con una rapidità prodigiza (sic) di riproduzione e di diffusione, passano dinanzi ad un (sic) folla incapace di pensare e solo vaga di forti emozioni, in un'atmosfera viziata di peccato e di microbi, le fi­gure scialbe, smorte, decadenti di uo­mini corrosi dal vizio, e donne ebre di piacere spesso vittime, e a loro volta autrici del male. Occorrerebbe la pen­na d’un Balzac per rilevare la supre­ma ambascia di quella società apparen­temente lieta e frenetica. Non è, viva Dio, non è quello il mondo della real­tà, dove si vive e si muore, dove si crede e si spera, dove il sacrificio non è parola vana, ma sostanza di vita vis­suta.



   Piero Barbèra, Polonia e Italia, «La Lettura. Rivista mensile del Corriere della Sera», Milano, Anno XVII, N. 7, Luglio 1917, pp. 517-528.


I. Italiani in Polonia.

  p. 520. Il romanzo di Pietro Bonaventura e di Bianca Capello non è un caso isolato: questo è un romanzo storico, ma non sono novelle di pura fantasia alcuni dei Contes drolatiques di Balzac celebranti le gesta erotiche di giovani mercanti fiorentini in terra francese.



   Olindo Guerrini [Lorenzo Stecchetti], Brani di vita, Bologna, Nicola Zanichelli Editore, 1917.


Divorzio, pp. 201-208.

  p. 202. Non c’è bisogno di chiedere alla umoristica ironia di Onorato Balzac ed agli ameni calcoli coi quali nella Fisiologia del matrimonio cerca il numero delle donne oneste in Francia, per accorgersi che dappertutto in questi poveri paesi latini e cattolici ferve un processo di dissoluzione gravissimo.



  Hec, Il mondo che gira e il mondo che si gira. Taccuino di Hec. Ottobre-Novembre, «Penombra. Rivista del Cinematografo», Roma, Numero I, Novembre-Dicembre 1917, pp. 52-56.

  p. 56. «La storia dei tredici» - pellicola desunta dall’omonimo lavoro di Onorato di Balzac si può dire che abbia iniziata la serie delle novità cinematografiche più vere e maggiori. Pensate: autore Balzac; riduttore: Lucio d’Ambra; direttore di scena: Carmine Gallone; interprete principale: Lyda Borelli; casa editrice: la «Cines». Mi pare che ce ne sia anche troppo, non è vero? per invogliare il povero mortale ad accorrere fulmineo ed ammirare tanto spettacolo. Ed io povero mortale sono accorso a vedere il portento ed ho subito una grave malinconia. Non voglio dir male del lavoro. Perché poi? Si mantiene bene, è interpretato bene. Ma con tanto sfoggio di nomi come volete ch’io non debba esigere di meglio?



  Ernesto Masi, Il Risorgimento italiano. Con prefazione di Pier Desiderio Pasolini, Firenze, G. C. Sansoni, Editore, 1917.

  p. 487. Ma allora e per lungo tempo se ne fece un gran vocio e le accuse — specie quelle di tradi­mento all’Armandi — sono riassunte dallo Stendhal — il fa­moso autore della Chartreuse, de Parme e preteso padre del naturalismo letterario francese del Balzac, del Flaubert e dello Zola — in un libro intitolato: Stendhal diplomate, dove si dà notizia della sua corrispondenza politica, quand’era Con­sole a Civitavecchia.



  Roberto Michels, Cenni sulla migrazione e sul movimento di popolazione durante la Prima Guerra, «La Riforma sociale. Rivista critica di economia e di finanza», Torino, Officine grafiche della S.T.E.N. (Società Tipografico-Editrice Nazionale), Anno XXIV – Volume XXVIII, Terza Serie, 1917, pp. 1-60.

  p. 44.

Capitolo VIII.

Un ostacolo grave alla riattivazione della natalità: il diffondersi delle malattie veneree.

  Per la guerra attuale vale, nei rapporti erotici, quanto scrisse oltre un secolo addietro, Honoré de Balzac sull'epoca napoleonica. – D’un «premier à un cinquième bulletin de la Grande Armée, une femme pouvait «être successivement amante, épouse, mère et veuve. Etait-ce la per­spective d’un prochain veuvage, celle d’une dotation, ou l’espoir de porter un nom promis à l’histoire, qui rendirent les militaires si séduisants? Les femmes furent-elles entraînées vers eux par la certitude que le secret, de leurs passions serait enterré sur les champs de bataille, ou doit-on chercher la cause de ce doux fanatisme dans le noble attrait que le courage a pour elles? Peut-être ces raisons, que l’historien futur des mœurs impériales s’amusera sans doute à peser, entraient-elles toutes pour quelque chose dans leur facile promptitude à se livrer aux amours ? (1)».

(1) Honoré de Balzac, «La paix du ménage. Scènes de la vie privée», Ed. Paris 1856, Libr. Nouv., p. 2 e 3.



   Nemi, Tra libri e riviste. Prolunghiamo la vita!, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della «Nuova Antologia», Sesta Serie, Volume CLXXXVII – Della Raccolta CCLXXI, Fascicolo 1082, 16 febbraio 1917, pp. 531-534.

  pp. 532-533. Del resto, anche le nostre idee sui limiti della età si sono singolarmente modificate da un secolo in qua. […] Balzac aveva provocato uno scandalo parlando de «La femme de trente ans», capace d’amare e d’essere amata. Come queste cose ci sembrano oggi false e infantili! […].

  Una grande differenza passa tra la concezione della bellezza della donna che si ha oggi e quella che si ebbe in altri tempi. Un secolo e mezzo prima di Balzac, un filosofo come Charles Fourrier (sic) disperava della sorte sentimentale delle giovani che non avevano trovato da maritarsi prima dei diciotto anni. Per l’autore della Théorie des quatre mouvements le diciotto primavere costituivano l’età critica della donna. Balzac l’ha portata fino ai 30 anni, e oggi questo limite è stato trasportato ai 40 e anche ai 50 anni!



  Alfredo Niceforo, Metodo statistico e documenti letterari, «Rivista d’Italia», Roma, Anno XX, Fasc. VIII, 31 Agosto 1917, pp. 121-148.

  pp. 128-131. La lunghezza del periodo è stata in tal modo studiata, da chi scrive, per vari autori. Riporterò qui soltanto i risultati otte­nuti studiando e confrontando lo Chateaubriand, il Voltaire e il Balzac. Abbiamo, per ciò fare, conteggiato i primi 128 periodi, per lo Chateaubriand dell'Atala; e per il Voltaire, del Candide. Del Balzac, al cui stile dedicheremo altrove un particolare studio quantitativo, abbiamo conteggiato i primi 128 periodi di un’opera giovanile: Jean-Louis e di un’opera della maturità: Splendeurs et misères des courtisanes.

  Se ci fermassimo alle semplici applicazioni del metodo in fino a oggi seguito, ci contenteremmo di dire quante parole ha in media il periodo di ciascuno dei quattro autori, e si otterrebbe (come subito si vedrà) che il periodo più lungo spetterebbe al Voltaire (30,0 parole), segue, con periodo meno lungo, il Balzac giovane (26,2 parole), e poi il Balzac maturo (25,7 parole). Viene ultimo lo Chateaubriand, col periodo più corto (24,3 parole).

  Ma tale risultato è, da un lato, troppo schematico; dall’altro può nascondere e anche falsare la vera fisonomia del fenomeno, e cioè della struttura di ogni massa di periodi considerati. In­convenienti che si eliminano applicando il metodo seriale, il quale, come si sa, consiste nello stendere un quadro, o, meglio, nel graduare le frequenze osservate, in modo da rispondere a questa domanda: quanti periodi sono formati da 1 sola parola, quanti da 2 parole, quanti da 3? e così di seguito.

  Eseguendo tale calcolo, e formando le classi di grandezze in modo che procedano di 5 in 5 unità, otteniamo il quadro che segue:


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  Chiamando ogni classe col nome della sua grandezza centrale, diremo che il periodo più frequente è di 8 parole nel Balzac gio­vane; di 13 parole nel Voltaire; di 18 nello Chateaubriand e di 23 nel Balzac maturo, risultato diverso da quello che si otter­rebbe calcolando la media, come facemmo poco sopra, da queste stesse seriazioni (media seriale) È cosa molto essenziale, nel «guardare» un fenomeno, il considerarlo, oltre che nella sua media, nel suo «punto di densità massima» o modo tipico, come fu detto, di prodursi. Considerando, oltre di ciò, la forma generale che prende ogni distribuzione graduata dei 128 periodi, saltano all'occhio alcune differenze. Il Balzac giovane, ad esempio, si serviva di molti periodi brevissimi, ma adoperava anche periodi lunghissimi. Dalla frequenza tipica del suo periodare, che è breve, perché di 8 parole per periodo, si va a periodi di più di 70 parole. Nella maturità, il periodo balzacchiano, per così dire, si racco­glie; abbandona la forma eccessivamente breve; e presenta, come forma tipica, la forma un poco più lunga (23 parole). Scom­paiono i periodi lunghissimi, e la distribuzione degradante intorno al periodo di lunghezza tipica, o normale, si fa in modo che è alquanto diverso da quel che era nell'opera di gioventù.

  Tutte queste osservazioni meglio apparirebbero dalla traduzione grafica delle due distribuzioni di frequenze indicanti l'una il pe­riodare del Balzac giovane, l'altra quello del Balzac maturo.

  Anche abbastanza raccolto intorno al suo tipo centrale, è il periodare dello Chateaubriand, che si raccoglie intorno a un pe­riodo un po' meno lungo di quello dell'opera matura del Balzac. Il Voltaire presenta mescolanza di brevi e di lunghi periodi, ma la sua brevità non è così esagerata come nel Balzac di gioventù. Tuttociò, bene inteso, limitatamente al numero di osservazioni fatte, e cioè alla massa di 128 periodi. Potrebbesi assai parlare su queste quattro distribuzioni; e mostrare come sia anche ne­cessario, prima di concludere, considerare separatamente le de­scrizioni dai dialoghi, e confrontare, nel confrontare i vari autori, periodi che si riferiscano alla medesima categoria: compito che è stato assolto altrove da chi scrive, insieme con altri che sempre riguardano lo studio della lunghezza del periodo in questi quattro autori. […].



  Alfredo Oriani, No. Romanzo, Bari, Gius. Laterza & Figli, 1917 («Opere di Alfredo Oriani», IV).

  p. 122. Non sapeva nulla e, peggio, non vi era nulla a sa­pere, ma la sua volontà, ritta nell’atteggiamento di Cambronne in faccia ai cannoni inglesi, eruttava contro il destino la parola sublimemente oscena di quell’invincibile vinto. Quindi il mondo ricomparve con tutta la magia de’ suoi piaceri, le fronti s’inchi­narono lontane, le gemme sorrisero il loro sorriso cortigiano, e la fanciulla si sentì grandeggiare nel­l’animo la implacabile ambizione del vizio. I forti non potevano fuggire la vita, perché la volontà era la suprema delle forze: Balzac e Schopenhauer lo avevano provato.



   Vittorio Pica, Un visionario romantico della guerra (Henry De Groux), «Emporium. Rivista mensile illustrata d’arte – letteratura – scienze», Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Vol. XLV, N. 266, Febbraio 1917, pp. 83-102.

  p. 92. Il critico, ad esempio, che si attardi a rimproverare al Père Goriot o ad altro dei romanzi di Balzac l’esorbitante accentuazione della figura morale del protagonista o la descrizione troppo diffusa minuziosa e particolareggiata del mobilio della casa in cui se ne svolge l’azione mi fa pensare ad un naturalista che facesse torto all’elefante di avere la coda corta ed il naso prolungato in proboscide.



  Domenico Russo, Il Parlamento (Nostra corrispondenza particolare), «La Stampa», Torino, Anno 51, Numero 259, 18 Novembre 1917, pp. 1-2.

  p. 1. Le teste più forti del secolo, Comte, Le Play, Balzac, Taine, Renan, l’avevano condannato.



  G. C. Spetia, Favole di guerra. Mercato chiuso, «La Vita Cinematografica. Organo indipendente dell’industria cinematografica italiana», Torino, Anno VIII, Numero speciale, Dicembre 1917, pp. 166-168.

  pp. 167-168. In questo frattempo – durante l’ultimo spasimo sanguinante delle nazioni – i nostri industriali cerchino pure di liquidare tutti i fondi del loro vecchio magazzino; espongano l’ultima scimmia e l’ultimo omo-cannone; saccheggino ancora Balzac e Francesco d’Assisi […] ma non si dimentichino, per carità, di volgere uno sguardo al futuro.



  Avv. Nicola Stolfi, La Proprietà intellettuale. Seconda Edizione interamente rifatta. Volume Secondo, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1917.

  p. 169, nota (3). Anche i più grandi scrittori hanno tratto i soggetti delle loro opere o dalla vita reale (Balzac, Zola) o da opere altrui.

  p. 295, nota (2). Talvolta – come, per es., quando si tratta di romanzi di appendice – non si rimette l’intero manoscritto, prima che ne cominci l pubblicazione, ma lo si consegna di mano in mano che questa procede. Balzac, e, da noi, il Mastriani, hanno così, giorno per giorno, scritto non pochi romanzi.

  p. 639. Ben a ragione perciò il Patter, il Voltaire, e il Balzac formularono il voto che, con un accordo internazionale, fosse tutelato il più nobile ed alto lavoro umano, e fossero affratellate le nazioni civili in questo còmpito, che è tra i più generosi e i più giusti.



  Luigi Tonelli, Il Pessimismo misantropico, in Lo Spirito francese contemporaneo, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1917, pp. 78-120.


Il tragico.

  pp. 79-84.

  Per comprendere perfettamente il tragico proprio dell’età che studiamo (sappiamo che vi sono tante specie di tragico, quante le colture ed i tempi), occorre compararlo col tragico proprio del Balzac e dello Stendhal. Si vedrà come pur essendo sensibilissima la dipendenza dei romanzieri contemporanei da quelli che ne possono essere considerati padri legittimi, profonda è tuttavia la differenza psicologica fra coloro che fiorirono al tempo delle maggiori speranze e quelli che vissero al tempo dei maggiori disinganni e sconforti.

  Balzac e Stendhal sono apparentemente diversissimi. L’uno di temperamento sanguigno, l’altro nervoso; l’uno assorbito interamente nell’invenzione e composizione de’ suoi romanzi, sì da confondere e talvolta scambiare la vita vera con quella illusoria dell’immaginazione, l’altro desideroso di vita attiva ed esteriore, soldato e viaggiatore instancabile. L’uno, psicologo sommario e talvolta allucinato, inventore piuttosto che osservatore di caratteri; l’altro, psicologo acuto, sottile, profondo, non d’altro studioso che dell’umile quotidiana realtà. L’uno infine scrittore abbondante, inesauribile, autore di un centinaio di opere; l’altro stitico, lento, autore di appena tre o quattro volumi ...

  Eppure sondando profondamente l’anima di entrambi, ci accorgiamo d’esser dinanzi alla stessa filosofia della vita, allo stesso ideale.

  Entrambi infatti concepiscono l’umanità come animalità. Togliete quella leggera patina che chiamasi civiltà, e in ogni uomo riconoscerete il bruto. Tutte le belle qualità che sogliono esaltarsi sono in realtà semplici illusioni, sotto le quali si nascondono non di rado i più neri egoismi, le peggiori viltà: le vere forze che determinano le azioni umane sono l’istinto con le sue violenze e l’interesse con le sue rapacità ... Ad ogni modo, il bene non è che una risultante come il male; e bene e male sono in fondo semplici prodotti naturali, come il vino e l’aceto.

  Nella società moderna, quale si è costituita in seguito alla rivoluzione, l’uomo, lungi dal migliorare, è sostanzialmente peggiorato. Per l’avvento della democrazia essendo infatti divenuto per tutti possibile l’adito a tutti gli uffici, l’acquisto di tutti gli onori, la conquista di tutti i poteri, ognuno ha sentito in se stesso acutizzarsi fino allo spasimo l’ambizione di primeggiare e quindi la volontà di farsi largo in mezzo alla folla. Per la maggiore concorrenza la lotta è divenuta più accanita: le unghie per graffiare si sono acuminate, i canini per mordere si sono affilati, l’animale da preda si è scatenato con maggiore violenza ... Ed ecco Rastignac, Julien Sorel, Vautrin, tre gradazioni diverse della medesima anima, tre incarnazioni diverse della medesima volontà.

  Rastignac è l’ambizioso violento, ancor troppo giovine tuttavia per non conservare qualche scrupolo, qualche illusione: rasenta la colpa, senza giungere al delitto. — Julien è il freddo calcolatore, che d’ogni cosa, anche dell’amore, si fa un’arma per arrivare là dove possa finalmente vendicarsi delle umiliazioni che gli ha imposta la società. Quando ogni speranza sembra perduta, la rabbia del vinto insieme col tormento d’una passione amorosa fan sì ch’egli non arretri dinanzi all’idea del delitto. — Vautrin è l’uomo assolutamente privo di senso morale, tutto logica e calcolo nel suo terribile istinto di rapina. Il crimine essendo per lui un’azione come un’altra, in cui soltanto occorrono abilità e coraggio maggiori, egli passa di delitto in delitto senza rimorso, con supremo disdegno. — «Non v’è diritto naturale ... — medita Julien alla vigilia dell’esecuzione. — Questa parola non è che un’antica sciocchezza ... Non v’è diritto che quando si ha una legge per difendere qualche cosa sotto pena di punizione. Prima della legge, non v’è di naturale che la forza del leone, o il bisogno dell’essere che ha fame, che ha freddo; il bisogno in una parola ...» E questa assoluta negazione d’ogni legge e d’ogni morale è quella stessa che è implicita in tutti gli atti e pensieri di Vautrin, e ispirerà Rastignac non più giovane.

  Balzac e Stendhal erano sinceramente e profondamente amorali: il loro ideale fu la virtus latina o machiavellica, e per adoperare la parola sì cara al Beyle, l’energia. A Napoleone infatti, come a colui che più d’ogni altro incarnò questo ideale, andarono le ammirazioni illimitate dell’uno e dell’altro. E non erano essi stessi anime napoleoniche? Il Balzac confessava di voler fare con la meravigliosa Comédie humaine ciò che non potè nella vita il Bonaparte, e creava Père Grandet, Père Goriot, Philippe Brideau, Vautrin, figure michelangiolesche per la dismisura della passione e della volontà. Lo Stendhal prendeva parte alle guerre napoleoniche, adorava l’Italia come culla naturale dell’energia, creava le indimenticabili figure di Fabrice e di J. Sorel, il cui desiderio d’agire è insieme volontà e passione.

  Dato ciò, ben s’intende quale debba essere il tragico balzacchiano e stendhaliano. Esso scaturirà non già dalla classica antitesi di dovere e sentimento, o di quella romantica di passione e passione, giacché manca nel nostro caso una coscienza morale; rampollerà invece dal cozzo di terribili volontà contro il mondo esterno che vorrebbe piegarle e non riesce che a spezzarle. Vautrin e Sorel sono figure tragiche appunto in tal senso: la loro vita è interamente dedicata a lottare contro tutto e tutti per attenuare la propria individualità al di là d’ogni limitazione, al di sopra d’ogni necessità. Giunge il momento che la società vince: Vautrin è ricondotto al bagno, Sorel è condannato al capestro. Ma pur dinanzi al gendarme o alla morte entrambi restano indomi: nessun pentimento, nessun rimpianto, nessuna debolezza. Riprovevoli, o se volete, orribili addirittura, dal punto di vista morale, essi sono ammirevoli e grandi come caratteri. Caratteri essenzialmente tragici, della stessa tempra del Capaneo dantesco.



  Un Medico in Francia [Axel Munthe], Croce Rossa e Croce di Ferro, Napoli, Nicola Jovene e C., 1917.


Capitolo III.

  pp. 70-71. «Non metterò mai più piede nella cappella mortuaria», disse il vecchio medico, «nemmeno Balzac avrebbe potuto evocare una scena più macabra».

  «Mi fa pensare a Dostoievsky», disse l’altro. «È proprio una scena del suo genere. Ma la finzione è davvero una cosa ben timida in paragone con la realtà, e dopo tutto è la vita stessa che è il più audace ed il più originale romanziere che il mondo abbia mai prodotto. Il vostro Balzac era un grande lettore di libri e così pure Dostoievsky; non dubito che avrebbero potuto, l’uno quanto l’altro, descrivere correttamente una tale scena di morte – risus sardonicus – e tutto il resto. Ma avrebbero l’uno o l’altro di quei grandi maestri avuto il coraggio di mettere in bocca al loro soldato quella lunga arringa contro l’imperatore? Non lo credo. Essi l’avrebbero ritenuta troppo melodrammatica e troppo inverosimile per osar di stamparla».




Adattamenti cinematografici.



   L’Intorbidatrice ovvero Il Colonnello Bridau. Riduzione da Onorato de Balzac. Direttore artistico: Giuseppe Pinto. Operatore: Giulio Rufini. Interpreti: Pepa Bonafè, Raffaello Mariani, Mimì Bruni, Nelly Pinto, Gemma Vitti, Cola Crespi, Camillo De Rossi, cav. Dario Ferraresi, Giuseppe Maione Diaz, Filippo Ricci, Roma, Cosmopoli Film, 1917.


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   La Storia dei Tredici. Adattamento di Lucio D’Ambra. Regi di Carmine Gallone. Fotografia di Giovanni Grimaldi. Interpreti: Lyda Borelli, Ugo Piperno, Sandro Salvini, Roma, Società Italiana “Cines”, 1917.


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Marco Stupazzoni


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