giovedì 10 dicembre 2015


1905



Traduzioni.


  O. di Balzac, I Celibi con prefazione di E. Zola. Prima versione italiana per Alfredo De Prospero, Napoli, Salvatore Romano, Editore, 1905, pp. 293.
  Struttura dell’opera:
  E. Zola, Prefazione, pp. 3-8; Pierina, pp. 1-98; La famiglia di un celibe [La Rabouilleuse], pp. 99-293.
  Cfr. 1902.

  O. de Balzac, I Celibi. Serie I-II. Pierrette. Il Curato di Tours. I due fratelli - La casa di un celibe. Traduzione di F.[rancesco] Mantella-Profumi, Napoli, Libreria Editrice Bideri, 1905 («Biblioteca Varia Bideri», 11-12), 2 volumi rispettivamente di pagine XI-183 e VII-264. In copertina: La Nubile. Il Prete.



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  Come introduzione alla traduzione dei tre romanzi che compongono il ciclo dei Célibataires, è pubblicata, alle pp. V-XI del primo volume, un estratto dello studio che Émile Zola dedicò ad Honoré de Balzac nel volume: Les romanciers naturalistes del 1881, già pubblicato da Alfredo de Prospero nel 1902 come premessa a I Celibi (Napoli, Salvatore Romano, editore).
  La traduzione di Pierrette (pp. XV; 1-124) e de La Rabouilleuse (I due fratelli; La casa di un celibe) si fondano sui testi delle edizioni originali dei romanzi pubblicati dall’editore Souverain, rispettivamente nel giugno 1840 e nel dicembre 1842.
  Il testo di Pierrette è suddiviso in dieci capitoli, mentre quello de La Rabouilleuse è strutturato in tre parti (I due fratelli [Les deux frères], pp. V-86; La casa di un celibe e Chi sarà l’erede? [Un ménage de garçon en province], pp. 89-206 e 207-264), suddivise, a loro volta, rispettivamente in nove, undici e cinque capitoli. Tale ripartizione dei romanzi, soppressa da Balzac nell’edizione definitiva Furne del 1843, è rispettata dal curatore di questa traduzione della trilogia romanzesca balzachiana, anche se è presente, tanto nell’edizione Souverain quanto in questa traduzione, un errore di numerazione nella successione dei capitoli della seconda parte (capitoli VII-IX).
  Per quel che riguarda, invece, Le Curé de Tours (vol. I, pp. 125-183), il modello testuale di riferimento è quello dell’edizione Furne (t. VI de La Comédie humaine; t. II delle Scènes de la vie de province) pubblicato da Furne sempre nel 1843.
  Questa nuova traduzione dei Célibataires, curata da Francesco Mantella-Profumi per la casa editrice Bideri di Napoli, è indipendente, almeno per quanto concerne le traduzioni di Pierrette e de La Rabouilleuse, dalle versioni che, di questi due romanzi, ha fornito Alfredo de Prospero nel 1902.
  A dispetto della patetica captatio benevolentiae che il Mantella-Profumi rivolge al lettore nella Nota posta alla fine del secondo volume[1] – nella quale il compilatore si preoccupa di dichiarare che il «traduttore […] spera non essere stato traditore», la qualità di queste traduzioni ci pare, sotto il profilo linguistico e stilistico, alquanto mediocre e insoddisfacente. Frequenti sono, infatti, gli interventi personali e le interpretazioni del tutto arbitrarie del testo balzachiano; altrettanto numerosi gli errori di trascrizione, la resa alquanto approssimativa (ai limiti della fedeltà) o l’omissione di sequenze testuali, nonché il mancato rispetto, il più delle volte, della punteggiatura nei confronti del testo originale. Valgano, a dimostrazione di quanto affermato, alcuni esempî tratti dai singoli romanzi.
  Pierrette.[2]


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  p. 29 [N. Pl.]. [Dédicace].
  Ne faut-il pas vous parler des malheurs qu’une jeune fille adorée comme vous l’êtes ne connaîtra jamais, car vos jolies mains pourront un jour les consoler ? [il corsivo è nostro].
  p. XIII. Non bisognerebbe parlarvi – o fanciulla adorata – di dolori che, altrimenti, non sarebbero mai conosciuti da voi; ma io ve ne parlo perché (conoscendoli un giorno), le vostre belle mani potranno consolarli.
  p. 29. En octobre 1827, à l’aube, un jeune homme âgé d’environ seize ans et dont la mise annonçant ce que la phraséologie moderne appelle si isolement un prolétaire s’arrêta sur une petite place qui se trouve dans le bas Provins. À cette heure, il put examiner sans être observé les différentes maisons situées sur cette place qui forme un carré long.
  p. 1. Un’alba dell’ottobre del 1827.
  Un giovanotto di forse sedici anni – di cui l’aspetto tradiva, come direbbe la fraseologia moderna, il proletario – si fermò sur una piccola piazza della bassa Provins e poi che l’ora era solitaria, potè osservare – senza essere osservato – le case di vario aspetto che limitavano questa piazza a forma di rettangolo.
  p. 30. Un bout de cette place arrive presque à la grande rue de la basse ville. L’autre bout est barré par une rue parallèle à cette grande rue et dont les jardins s’étendent sur une des deux rivières qui arrosent la vallée de Provins.
  p. 1. La piazza, da un capo, dà su la via maestra della bassa Provins, da l’altro è sbarrata da una via parallela circondata da giardini degradanti fino a la riviera.
  p. 32. L’ouvrier sauta comme une grenouille effrayée vers le tournant qu’un moulin fait faire à cette rue qui va déboucher dans la grande rue, l’artère de la basse ville ; mais, malgré sa prestesse, ses souliers ferrés, en retentissant sur le petit pavé de Provins, produisirent un son facile à distinguer dans la musique du moulin, et que put entendre la personne qui ouvrait la fenêtre.
  p. 3. Il giovanotto, come una rana spaventata, saltò dietro il gomito formato in quella via da un mulino ma la sua sveltezza non potè impedire o attutire il rumore delle sue scarpe ferrate molto differente e distinto dalla musica del mulino e che la persona, la quale fece cigolare le imposte, udì bene.
  Il Curato di Tours.[3]

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  È tradotta la dedica del romanzo allo scultore David che Balzac inserì nell’edizione Furne del 1843.
  p. 181. Au commencement de l’automne de l’année 1826, l’abbé Birotteau, principal personnage de cette histoire [add. F], fut surpris par une averse en revenant de la maison où il était allé passer la soirée. Il traversait donc aussi promptement que son embonpoint pouvait le lui permettre la petite place déserte nommée le Cloître, qui se trouve derrière le chevet de Saint-Gatien, à Tours.
  p. 129. In una sera, sul principio dell’autunno del 1826, l’abate Birotteau, mentre tornava da una delle sue visite abituali, fu sorpreso dalla pioggia. Costretto ad accelerare il passo per quanto glielo permettesse la sua rotondità, cercava di attraversare sollecitamente la piazza detta del Chiostro, situata dietro la cattedrale S. Gatien.
  I Celibi. I due fratelli – La casa di un celibe.[4]
  p. 271. À Monsieur Charles Nodier, Membre de l’Académie française, bibliothécaire à l’Arsenal.
  p. VI. Dedica.
  A Carlo Nodier dell’Accademia Francese.
  Ibid. Peut-être n’ai-je dessiné le tableau … […].
  Puisse-t-elle [la société] recourir promptement au catholicisme pour purifier les masses par le sentiment religieux
  Ibid. Io non ho mai scritto un libro … […].
  Possa essa ricorrere al cristianesimo per far passare su le masse l’acqua lustrale dei sentimenti religiosi …
  p. 272. Cette femme, une demoiselle Descoing […] eut d’abord un fils, puis une fille qui, par hasard, vint dix ans après le frère, et à laquelle, disait-on toujours, le docteur ne s’attendait point.
  p. 1. La moglie, appartenente a’ Descoing […] gli regalò subito un figlio: rimase infeconda dieci anni e solo alla fine del decimo anno mise alla luce una bambina della quale – di diceva – il padre, benché medico, non si dava gran cura.
  p. 278. En toute saison, quelque temps qu’il fît lorsqu’il partait
  p. 8. In tutte le stagioni, caldo o freddo, pioveva o tirasse vento …
  p. 279. […] la mort de Bridau, qui périt, en 1808, tué par ses veilles
  p. 8. […] la morte di Bridau, ucciso dalle lunghe vigilie di lavoro …
  p. 367. Mme Gilet, grosse de Max en 1788, avait pendant longtemps désiré cette bénédiction du ciel
  p. 98. Ella, che da molto tempo desiderava un figlio, si incinse nel 1778, di Max …
  pp. 371-372. Max jouait à Issoudun un rôle presque semblable à celui du Forgeron dans La Jolie Fille de Perth, il y était le champion du Bonapartisme et de l’Opposition. On comptait sur lui comme les bourgeois de Perth comptaient sur Smith dans les grandes occasions. Une affaire mit surtout en relief le héros et la victime des Cent-Jours.
  p. 102. Max rappresentava ad Issoudun una parte simile a quella di Forgeron ne La bella fanciulla di Perth; era, insomma, il campione del bonapartismo e dell’opposizione.
  Un fatto mise specialmente in rilievo l’eroe e la vittima dei Cento Giorni.
  p. 541. «Bah! la pépie vient en mangeant!»
  p. 264. – Bah! La piccina vien mangiando!


  Onorato Balzac, Eugenia Grandet (Scene della vita di provincia). Romanzo di Onorato Balzac (Versione di Francesco Contaldi), «L’Illustrazione Popolare. Giornale per le Famiglie», Milano, Fratelli Treves, Editori, Anno 36.° (Vol. XLII), N. 39, 27 Agosto 1905, pp. 630-631; N. 40, 3 Settembre 1905, pp. 646-647; N. 41, 10 Settembre 1905, pp. 662-663; N. 42, 17 Settembre 1905, pp. 678-679; N. 43, 24 Settembre 1905, pp. 694-695; N. 44, 1.° Ottobre 1905, pp. 710-711; N. 45, 8 Ottobre 1905, pp. 726-727; N. 46, 15 Ottobre, pp. 742-743; N. 47, 22 Ottobre 1905, pp. 758-759; N. 48, 29 Ottobre 1905, pp. 774-775; N. 49, 5 Novembre 1905, pp. 790-791; N. 50, 12 Novembre 1905, pp. 806-807; N. 51, 19 Novembre 1905, pp. 822-823; N. 52, 26 Novembre 1905, pp. 838-839 [...].

 

  Nel N. 38 del 20 Agosto 1905, p. 611, leggiamo la seguente nota di annuncio relativa alla pubblicazione della traduzione del romanzo balzachiano:

 

  Nel prossimo numero, cominceremo un romanzo ch’è un capolavoro di bellezza: è uno dei più bei romanzi che sieno stati mai creati. È l’unico romanzo adatto alle famiglie che il Balzac scrisse; e noi ne abbiamo fatto eseguire da un eletto letterato una nuova versione accuratissima. Il romanzo uscirà in ogni numero, occupando invariabilmente, sino alla fine, le ultime due pagine dell’Illustrazione Popolare.

  La nuova generazione non conosce il capolavoro del Balzac; e anche molti della generazione passata non lo lessero mai. Sarà quindi, si può dire, una novità. Al prossimo numero col grande romanziere!

 

  p. 618. In questo numero, cominciamo il promesso romanzo, quasi sconosciuto e meravigliosamente bello del Balzac, l’unico che il sommo romanziere abbia scritto immune da pecche censurabili dai moralisti più austeri. Lo presentiamo in una nuova versione, accuratissima, fatta apposta per l’Illustrazione Popolare [...].

 

  Per l’analisi della traduzione, cfr. 1906.


  Onorato de Balzac, Fisiologia del matrimonio o meditazioni sulla felicità e la infelicità coniugale, Firenze, Adriano Salani, Editore (Tipografia Salani), 1905 («Biblioteca Salani Illustrata», 20), 1 volume di complessive 255 pagine.
  Cfr. 1885; 1894; 1896; 1898; 1901.

  O. di Balzac, Fisiologia del matrimonio o meditazioni di filosofia eclettica sulla felicità e la infelicità coniugale di O. di Balzac, Milano, Società Editrice Sonzogno, 1905 («Biblioteca Universale», NN° 64-65), pp. 268.
  Alle pp. 3-4, è presente la nota: Balzac.
  Cfr. 1883; 1885; 1888; 1890; 1892; 1897; 1902.


  Balzac, I guanti rivelatori, «L’Illustrazione Popolare. Giornale per le Famiglie», Milano, Fratelli Treves, Editori, Anno 36.° (Vol. XLII), N. 24, 15 Maggio 1905, pp. 378-379.

 

  Si tratta della traduzione della faintaisie intitolata Étude de moeurs par les gants pubblicata, senza firma dell’autore, ne «La Silhouette» del gennaio 1830. La critica balzachiana recente esita alquanto nell’attribuire la paternità di questo scritto a Balzac, al punto che i curatori del secondo tomo delle Oeuvres diverses (Paris, Gallimard – Nouvelle Pléiade, 1996) non lo includono nel corpus degli articoli attribuiti allo scrittore, apparsi nel periodico parigino tra il gennaio e l’ottobre 1830.


  Onorato Balzac, La pace domestica. L’elisir di lunga vita. La borsa. Racconti scelti di Onorato Balzac, Milano, Società Editrice Sonzogno (Tip. dello Stab. della Società Editrice Sonzogno), 1905 («Biblioteca Universale», N° 218), pp. 96.
  Struttura dell’opera:
  Prefazione, pp. 3-4; La pace domestica, pp. 7-40; L’elisir di lunga vita, pp. 43-64; La borsa, pp. 67-96].
  Cfr. 1893; 1901.



Studî e riferimenti critici.


  Grandi uomini e uomini grandi, in Almanacco illustrato del giornale … La Voce del Popolo. Per l’anno 1905 … Dono agli abbonati, San Francisco, Carlo Pedretti e Figli, editori, 1905, p. 86.
  Se l’umanità ama rappresentarsi i proprî eroi con tutti gli attributi della forza e della bellezza, la storia c’insegna che Alessandro Magno, Augusto, e più vicino a noi Napoleone erano di piccola statura. […] Balzac se ne consolava dicendo che “quasi tutti i grandi uomini sono piccoli”.
  Ecco gli elenchi, secondo la statura, dei grandi uomini, che decisamente non bisogna confondere con gli uomini grandi:
  […].
  Statura bassa: Aristotile, Augusto, Balzac, Beethoven, Calvino, Comte, Condé, Cartesio, Erasmo, Orazio, Kant, Moissonnier, Lamennais, Locke, Carlo Martello, Mendelsohn, Milton, Montaigne, Montesquieu, Mozart, Napoleone, Nelson, Thiers, Wagner.

  Drammatica, «Il Soffietto. Giornale teatrale con annessa Agenzia lirica – drammatica», Milano, Anno II, Num. I, 5 Gennaio 1905, p. 2.

  Venezia, 27. […]. Molto probabilmente domani la novità: Il capitano Bridau (La Rabouilleuse), dram­ma eroi-comico di Balzac e Fabre.


  Corriere teatrale, «Corriere della Sera», Milano, Anno 30°, Num. 113, 25 Aprile 1905, p. 3.

  Fossati. — La Compagnia De Sanctis rappresen­ta stasera Il colonnello Bridau, azione eroicomica in 4 atti, di G. Fabre, dal noto romanzo di Balzac, nuovo per Milano.


  Un poeta di novant’anni [François Fertiault], «L’Indipendente», Trieste, Anno XXVIII, N. 9539, 26 Aprile 1905, p. 1.

  I grandi della terra incoraggiarono lo scrittore, Lamartine lo protesse; Balzac, Alfonso Karr e Sainte-Beuve gli dimostrarono la loro benevolenza.


  Come dobbiamo scrivere?, «L’Illustrazione Popolare. Giornale per le Famiglie», Milano, Fratelli Treves, Editori, Anno 36.°, N. 22, 30 Aprile 1905, p. 347.

 

  Fra i romanzi della giovinezza di Balzac e i Parenti poveri, c’è un abisso. Si potrebbe anzi formulare un assioma che non mancherebbe di giustezza: “Non si è originali, ma si diventa”.



  I primi passi di Balzac, «Il Marzocco», Firenze, Anno X, N. 23, 4 Giugno 1905, pp. 4-5.
  Balzac che, come è noto, era destinato dal padre agli studî notarili seppe rassegnarsi a questa onorata sì ma modesta professione. Fino dalla prima giovinezza era stato un ribelle. Il Direttore del Collegio Vendôme nel quale egli rimase dal 1807 al 1813 ebbe a dichiarare che per i primi due anni nello scolare si poteva notare soltanto una ripugnanza invincibile per ogni occupazione, tanto che egli passò una buona parte del suo tempo in penitenza. Non appena poté ottenere due anni di dilazione per dar prova alla famiglia di ciò che egli avrebbe saputo fare, Onorato di Balzac andò a stabilirsi in una soffitta a Parigi. Colà, privo di tutto segregato dal mondo, attanagliato dalla fame, egli è felice. È di quel tempo una sua originalissima lettera[5] che Virgile Rossel riporta nell’ultimo numero delle Semaine litteraire (sic). È così caratteristica che ci sembra opportuna di darla tradotta nella sua integrità:
  «Cara sorella. – Tu desideri alcuni particolari sul mio modo di vivere e sulla mia casa. Eccoli: ho risposto alla mamma per gli acquisti; ma tu ora fremerai; altro che acquisti! ho preso un servitore! – Un servitore? Ma che dici fratello mio? Tu scherzi … – Sì, un servitore che ha un nome buffo come quello del servitore del dottor Nacquart; il suo si chiama Tranquillo, il mio si chiama Me-stesso. Cattiva compra davvero! Me-stesso è pigro, sgraziato, imprevidente. Il suo padrone ha fame, ha sete, ed egli talvolta non ha né pane né acqua da offrirgli. Egli non sa nemmeno ripararlo dal vento che soffia attraverso la porta e la finestra come Tulou nel suo flauto, ma meno piacevolmente. Appena mi sveglio, chiamo Me-stesso ed egli mi rifà il letto, poi si mette a spazzare e non è punto esperto in questa pratica. – Me-stesso! – Desidera signore? – Guardate questa tela di ragno dove quel moscone getta grida disperate che mi stordiscono! E questi montoni che passeggiano sotto il letto e questa polvere sui vetri che mi accieca! – Ma signore, io non vedo! – Allora tacete … ragionatore. Ed egli tace. Batte i miei vestiti, canta spazzolando, spazzola cantando, ride discorrendo, discorre ridendo. In fin dei conti è un buon ragazzo … In via Lesdiguières numero nove ha preso fuoco la testa di un povero giovane e i pompieri non hanno potuto domare il fuoco. Il fuoco è stato appiccato da una bella donna che quel giovane non conosce: si dice che ella stia alle Quattro Nazioni, alla testa del ponte delle Arti; essa si chiama la Gloria».
  È proprio il caso di dire, come osserva il Rossel, che allora Balzac era un grand’uomo soltanto per il suo servitore … Egli era ben deciso ad esordire con un capolavoro, come egli scrive sempre alla sorella, ma la sua prima tragedia sottoposta al giudizio di un antico professore gli procura questa risposta: «Fa’ quello che vuoi, fuor che della letteratura». Ma egli non cede e allora, nascosto sotto vari pseudonimi, approfittando della carestia dei romanzi in quattro o cinque anni ne scrive e ne colloca una trentina. Poi si caccia in una sballata impresa editoriale. Nel 1828 pareva rovinato e finito; i suoi debiti ammontavano a 90.000 franchi. Per un momento egli pensò al suicidio. E invece nel 1829 pubblicava col suo nome Les Chouans e nello stesso anno La Fisiologia del matrimonio. La sua terribile e gloriosa carriera di scrittore cominciava allora …


  Notizie teatrali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 30°, Num. 174, 27 Giugno 1905, p. 2.

  L’autore dei Due derelitti e d’altri lavori drammatici, Decourcelle, ha tolto dalla Cousine Bette, di Balzac, una commedia che sarà rappre­sentata la stagione prossima al Vaudeville di Pa­rigi.


  Notizie, libri e recenti pubblicazioni. Francia, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume CXVIII – Della Raccolta, CCII, Fascicolo 806, 16 luglio 1905, pp. 370-377.
  p. 371. – Decourcelle, l’autore dei Due derelitti e d’altri celebri lavori drammatici, ha tolto dalla Cousine Bette di Balzac una commedia che sarà rappresentata la stagione prossima al Vaudeville di Parigi.

  Notizie d’arte. Teatro drammatico, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 232, 22 Agosto 1905, p. 3.
  Madame Bovary, l’immortale creazione di Balzac (sic!), sta per passare sulla scena […].

  Da Londra. […] Un libro di Balzac al rogo, «Corriere della Sera», Milano, Anno XXX, 5 Settembre 1905, p. 2.
  Londra, 4 settembre, notte.
  Il Tribunale di Manchester ha ordinato la distruzione di novemila copie della traduzione inglese dei Contes Drôlatiques del Balzac, giudicandoli pornografici.


  Notizie teatrali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 30°, Num. 263, 25 Settembre 1905, p. 3.

  Oltre le novità [all’Odéon nella stagione 1905-1906], vi saranno delle risurrezioni – l’Andrea del Sarto del De Musset e la Pamele (sic) Giraud del Balzac […].


  Cronaca. Il romanzo d’uno strozzino, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 271, 30 Settembre 1905, pp. 3-4.
  p. 3. E’ davvero curioso il fatto di uno strozzino che fallisce. E che è costretto, per cercare una momentanea salvezza, a ricorrere al falso in cambiali. Pare il mondo alla rovescia.
  Ma nel caso del Giaccone forse la cosa è meno inesplicabile che non sembri. […].
  E ci fu un periodo in cui, con grande disperazione dei suoi capitalisti, che lo avrebbero voluto richiamare agli affari seri, il fantastico strozzino si perdeva, come Balzac, a immaginare le più strane speculazioni.

  Balzac in Sardegna alla ricerca dell’oro, «La Nuova Sardegna», Sassari, Anno XV, 24 Ottobre 1905, p. 2.

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  Questo articolo riproduce pressoché integralmente la nota editoriale relativa al saggio di Gabriel Ferry sull’esperienza di viaggio del romanziere in Sardegna nel 1838, pubblicata nel fascicolo n. 812 della «Nuova Antologia» a firma Nemi. Forniremo, successivamente, la trascrizione integrale della nota in oggetto a cui rimandiamo il lettore.
  In aggiunta all’intervento in oggetto, l’articolista della «Nuova Sardegna», osserva, in conclusione che:
  «Il Ferry però non sembra molto bene informato delle escursioni di Balzac in Sardegna».


  Balzac tipografo, «L’Arte della Stampa. Rivista tecnica», Firenze, Anno XXV, Serie VI, N.° 59, Novembre 1905, p. 484.

 

  Nel 1825 Balzac aveva ventisei anni; i suoi genitori, che a malincuore gli avevano permesso di tentare la carriera letteraria, speravano di distogliernelo lesinandogli il denaro e lasciandolo a poco a poco senza mezzi. Egli, dal canto suo, era stanco e vergognoso di scrivere, per la necessità di vivere, dei romanzacci che egli stesso chiamava littérature marchande; si sentiva già maturo per i capolavori e, come fece per tutta la vita, e come faceva del resto anche suo padre, accarezzava sogni di fortuna insperata di milioni che gli avrebbero per messo di darsi alla produzione letteraria senza alcuna altra preoccupazione. Incoraggiato da un amico che si offrì di fornirgli i primi fondi, si gettò nel mare magno degli affari, e diventò editore, poi tipografo, poi fonditore di caratteri; e da quest’impresa uscì, dopo quattro anni, con un debito di circa centomila franchi. A questo brevissimo periodo della vita del grande romanziere è dedicato un grosso volume in - 4, di più di 260 pagine, infarcito di una quantità enorme di documenti, intitolato Balzac imprimeur, testé pubblicato l’ex ministro Hanotaux. Andrea Le Breton, rendendo conto di questa pubblicazione nel Journal des Débats, trova che 260 pagine, per un soggetto simile, son troppe. Tuttavia, egli aggiunge, è un volume curioso, che si legge con piacere, e in cui sono notevoli le pagine consacrate a madama de Berny, la prima donna amata da Balzac, anzi l’unica che abbia amata veramente. Intorno a questa signora si avevano già delle notizie, ma i due studiosi ne aggiungono di nuove e interessanti: essi determinano le origini della signora de Berny e i vincoli che la univano all’antico regime, dimostrano quale tenerezza materna ella avesse per il giovane romanziere, ciò che ella fece per preservarlo dalla completa rovina, e la salutare influenza ch’ella esercitò su lui. (Dalla Minerva).


  Notizie, libri e recenti pubblicazioni. Inghilterra e Stati Uniti, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume CXX – Della Raccolta, CCIV, Fascicolo 814, 16 novembre 1905, pp. 347-349.
  p. 348. – Il tribunale di Manchester ha ordinato la distruzione di 9,000 esemplari della traduzione inglese dei Contes drôlatiques di Balzac, giudicati pornografici.

  Arti e Scienze. Il romanzo francese. Conferenza di Eduard (sic) Rod al teatro Carignano, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 329, 27 Novembre 1905, p. 3.
  [E. Rod] si limitò troppo in distinzioni, suddistinzioni, classificazioni abbastanza scolastiche tra i varii generi di romanzo psicologico o a tesi, di carattere o di costumi, ecc., dei grandi maestri del romanzo francese, di Balzac, di Maupassant, di Zola, di Anatol (sic) France, della loro opera e del loro influsso, fece appena un fuggevolissimo cenno.

  Teatri. Il “Colonnello Bridau” al Nazionale, «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno IX, Numero 3236, 3 Dicembre 1905, p. 3.

  Non parleremo di Balzac, perché Balzac non è stato che un ottimo pretesto commerciale, alla riduzione scenica tentata dal signor Fabre, e che ieri sera si salvò al Nazionale solo per l’arte di Alfredo De Sanctis.

  Quella di ieri sera non può onestamente chiamarsi una riduzione, è invece una profanazione ed una evirazione.

  Balzac, intravveduto da quelle miserabili scene, appariva come un Ercole spogliati di tutti i simboli della fora e da tutti i sogni della virilità, un Ercole che avesse acquistato le arti per accattonare un po' di favore dai passanti, un leone privo di zanne e di artigli, mostrato al pubblico attraverso le sbarre di una povera gabbia.

  La riduzione ha in sé un difetto organico, un peccato originale, derivante dalla quasi impossibilità di costringere i romanzi di Balzac nelle strettoie e nelle angustie d’una azione drammatica. Il romanzo è infatti per Balzac il pretesto alla descrizione minuta dei costumi di un’epoca, ottenuta con particolari che sulla scena o non si possono rendere, o perdono in gran parte del loro valore.

  Il sig. Fabre non ha nemmeno tentato la prova, e della vita della piccola città di provincia, grigia, fatta di tedio e di sonnolenza e sconvolta subitamente da un episodio di violenza, il pubblico non ha nulla sentito; solo ne ha udito qualche cosa attraverso le frasi di qualche attore annoiato.

  Io vidi in platea un adoratore di Balzac, che dall’opera del maestro ha tratto la fortuna di uno pseudonimo [Vincenzo Morello, Rastignac?]; lo vidi crollare la testa con un senso di sfiducia e di disgusto, e mi parve che quello potesse significare il miglior documento e la più efficace critica della riduzione scenica del sig. Fabre.

  Alfredo de Sanctis – lo abbiamo già detto – seppe con arte efficacissima salvare il dramma dall’insuccesso che già si delineava dal primo atto.

  Ma non mi sembrò che gli altri attori lo coadiuvassero nel salvataggio.

  Questa sera il Colonnello Bridau si replica.


  Notizie teatrali, «Corriere della Sera», Milano, Anno 30°, Num. 333, 4 Dicembre 1905, p. 2.

  Infine dalla Commedia umana, di Balzac, Dante Signorini sta traendo una commedia in cinque atti, che avrà per titolo Rastignac. Sarà pronta probabilmente per la prossima quaresima.


  Gli ultimi giorni della Bohème, «L’Indipendente», Trieste, Anno XXVIII, N. 9732, 13 Dicembre 1905, pp. 1-2.

  p. 2. — E i miei romanzi (diceva malinconicamente il Balzac, l’autore della Commedia Umana) non mi fruttano che 10,000 franchi!


  G. B., Arti e Scienze. La Conferenza Pompilj a Palazzo Madama [su Massimo Gorki], «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 149, 31 Maggio 1905, p. 3.
  Il tipo fondamentale di Gorki, che bastò a lievitare la società russa, è il reietto, lo scalzo, il vagabondo, una delle molte varietà che compongono la turba innumerevole dei miserabili e dei diseredati, non mancata mai sulla faccia della terra e nelle pagine dell’arte, da Aristofane a Victor Hugo e a Balzac.


  Giorgio Barini, Federico Chopin e Giorgio Sand, «Rivista d’Italia», Roma, Anno VIII, Fasc. III, Marzo 1905, pp. 393-415.

 

  pp. 405-406. In quanto alla d’Agoult, essa nel 1866 (qualche anno dopo che la Sand avevale scritto le buone parole già da me riportate) permetteva si ristampasse uno dei suoi primi lavori, Julien, in cui par di sentire in suono breve e sommesso qualche flebile eco della Béatrix, del Balzac lasciandovi la stessa dedica della prima edizione: Ad una amicizia spezzata, senza dubbio riguardante la Sand: “Dovevo scrivere il vostro nome in testa a questo bozzetto; me l’ero promesso in un tempo irrevocabilmente passato. Oggi, signora, non indovinerete nemmeno questo nome che io taccio e che mi fu si caro. La vita si passa in vani sforzi e in più vani rimpianti. Avevamo voluto amarci ...

  A me pare che la verità possa ricavarsi da un altro romanzo, anch’esso tratto dal vero, ma tanto obbiettivo quanto soggettivi, Lucrezia Floriani, Elle et lui, Lui et elle, Lui, Nélida, Mémoires d’une cosaque, e altri simili: il romanzo in questione è appunto Béatrix ou les amours forcées (sic) del Balzac. Il Liszt dichiarava alla Wohl che avendo sfogliato quel libro, rimase ammirato di fronte alla intuizione del genio del Balzac: “La signora di Rochefide (il personaggio del romanzo in cui è rappresentata la d’Agoult) è un ritratto magistrale, una fotografia così minuta che io, mentre ritenevo di conoscere a fondo quella donna, la quale cercava la notorietà come altri la fuggono, rimasi abbagliato e la compresi meglio dopo la lettura di quel libro„. Il musicista Conti, altro personaggio del romanzo Béatrix, è Francesco Liszt: “Io pretendo di non esservi, egli dichiara, ma la signora d’Agoult non era affatto del mio parere„. La signorina Felicita des Touches, scrittrice fortissima, con lo pseudonimo maschile di Camillo Maupin. è senza il menomo dubbio la Sand, fotografata fisicamente, intellettualmente, moralmente; Claudio Vignon è il critico Gustavo Planche; il giovane Calisto du Guénic se non è tutto lo Chopin, lo è in grandissima parte Beatrice di Rochefide, divisa dal marito, convive col Conti, il quale era prima stato legato a Felicita ; questa ama Calisto e ne è riamata, ma sacrifica il proprio affetto, per gettare il giovane nelle braccia di Beatrice, per cui egli sente amore: una violenta scena tra le due donne innamorate e gelose, l’attrito fra il Conti e Calisto ci rappresentano probabilmente la verità con più esattezza che non le contradittorie e reticenti dichiarazioni degli eroi del romanzo vissuto. Non è forse ammissibile che la Sand, la quale, come abbiamo visto, si firmava la sua vecchia nei primi anni della loro relazione, e per cui l'amore con l’artista polacco era stato più che altro fonte ili dispiaceri e di delusioni, avesse cercato di far compir l’opera alla contessa d’Agoult, dandole dopo il Liszt anche lo Chopin? I nomi dello Chopin e della d’Agoult sono stati più volte riuniti da chi li conobbe, e si affermò esservi stato tra loro un legame più forte dell’amicizia: ma anche per questo probabilmente in Béatrix è la verità; la signora di Rochefide e Calisto sono ormai prossimi a intendersi tra loro, ma il Conti interviene in tempo e porta via seco Beatrice. Il seguito del romanzo, pubblicato alcuni anni più tardi, ha ben diverso andamento, e non ha più il valore biografico del principio: sola Beatrice vi si mantiene uguale a sé stessa.


  Fernand Baldensperger, Inghilterra e Inglesi veduti attraverso la letteratura francese (1), «Minerva. Rivista delle Riviste. Rivista moderna», Roma, Anno XV, Vol. XXV, N. 25, 28 maggio 1905, pp. 589-593.
  (1) Da un articolo di Fernand Baldensperger, Bibliothèque Universelle et Revue Suisse, maggio.

Nel secolo XIX.
  p. 592. Intanto, dietro la moralità nella quale si presentava il grande edificio dell’Inghilterra, dietro il benessere di cui andava superba la nazione britannica, gli scrittori francesi cercavano di trovare la bruttezza morale e sociale, e soprattutto accusavano il popolo inglese di ipocrisia: insieme con le parole comfortable e fashionable, penetrò allora nella lingua francese la nota parola cant, e su questa Balzac si può dire fondò la psicologia dell’inglese e della inglese, psicologia che sembra abbastanza conforme alla media della opinione pubblica dei Francesi.

  Raffaello Barbiera, Un giornalista della rivoluzione: Leone Fortis, in Verso l’Ideale. Profili di letteratura e d’arte […], Milano, Libreria Editrice Nazionale, 1905, pp. 33-69.
  pp. 66-67. Vi sono anche nel giornalismo angeli che, come quelli dell’Inferno di Dante, passano lo Stige con le piante asciutte; e il Sacchetti, che aveva un cuor d’oro, una mente retta, e che prendeva sul serio la vita, sarebbe divenuto uno di codesti angeli. Tuttavia egli era beato quando, dimenticata la politica, poteva, alla sera, discutere d’arte e di letteratura, o meglio quando a tarda ora se ne andava a casa, verso la stazione centrale in una via spaziosa, bella e ventilata, a scrivere i suoi cari romanzi, con la mente fissa al Balzac, maestro e idolo suo.

Giovanni Prati, pp. 157-187.
  pp. 169-170. L’Edmenegarda resta il maggior titolo di gloria del poeta. […] Quella «giovinetta cara» non poteva essere, come qualcuno vorrebbe, Giulietta Pezzi, poetessa romantica, figlia del Pezzi giornalista, nato a Venezia, al quale era stato (sic) affidata a Milano la gazzetta ufficiale del Governo austriaco. Io ricordo anche lei, gentile e bella vecchietta dai riccioli cadenti sulle tempie, gli stessi che erano piaciuti un giorno al Balzac, se non che il bell’oro d’un giorno era diventato un bell’argento.
  Nell’album di Giulietta Pezzi, lasciarono ricordi il Balzac, venuto a Milano nel 1837; il Mazzini, idolo venerato di Giulietta; Emilio Visconti Venosta allora mazziniano […].

Un capitolo dei campi: Antonio Caccianiga, pp. 309-321.
  p. 320. La stanza di lavoro del Caccianiga a Villa Saltore è riccamente addobbata: è quella del letterato possidente. Cominciò il Balzac ad adornare il proprio studio con sfarzo. Il grande autore delle (sic) Comédie humaine abitava a Parigi in una soffitta, alla quale si arrivava arrampicandosi su su per una scala sudicia, angusta, patibolare (mi raccontava un dì chi la vide); ma, entrato nella soffitta, il visitatore aveva la visione di trovarsi nel gabinetto d’un rajà addobbato con rarissimi oggetti. Nel capolavoro di Balzac, La peau de chagrin, è rappresentato un buongustaio innamorato d’ogni rarità artistica appassionato d’ogni lusso del genere più eletto: tale era Onorato Balzac.

Giovanni Verga, pp. 343-375.
  p. 349. Egli lavora lento, non per altro come il Flaubert: corregge e ricorregge quasi come il Balzac.
  p. 375. E’ tutta un’opera d’artista profondo quella di Giovanni Verga, il quale deriva dal Balzac, dal Flaubert, dallo Zola, ma con nitidissime visioni proprie, con arte propria, e italiano, o meglio siciliano, nei soggetti.


  P.[aolo] B.[ernasconi], Teatri parigini. Odéon: “I ventri dorati”, cinque atti di Emilio Fabre […], «Corriere della Sera», Milano, Anno 30°, Num. 68, 9 Marzo 1905, pp. 1-2.

  p. 1. Questa commedia appartiene alla categoria interessante di lavori […], i quali hanno tutti una certa parentela col Mercadet di Balzac.


  P.[aolo] B.[ernasconi], In che modo Zola componeva i suoi romanzi, «Corriere della Sera», Milano, Anno 30°, Num. 185, 8 Luglio 1905, pp. 1-2.

  p. 2. Zola, come Balzac, non ha la foga, l’ispirazione subitanea e felice […].


  P.[aolo] B.[ernasconi], La Cugina Betta, «Corriere della Sera», Milano, Anno 30°, Num. 338, 9 Dicembre 1905, pp. 1-2.


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(Per lettera al Corriere della Sera)

Parigi, 6 dicembre.
  Trasformare le 569 pagine del romanzo di Balzac, concentrarle e ridurle in un lavoro teatrale di sette quadri, è impresa formidabile e arrischiata; così, coloro che tentarono di adattare quel romanzo al teatro del Vaudeville – Pietro Decourcelle e Granet[6] – vi riescirono soltanto in parte e non ottennero un successo completo.
  La Cugina Betta aveva tentato già un altro autore drammatico, Clairville, che, col consenso di Balzac, fece rappresentare, oltre mezzo secolo fa, un vaudeville drammatico in cinque atti, Madame Marneffe, che è in sostanza La Cugina Betta … senza la cugina[7]. Solo un grande bisogno di denaro potè indurre l’autore della Commedia Umana a permettere una simile degradazione dell’opera sua.
  Da tre anni le opere di Balzac sono cadute nel dominio pubblico, e gli adattatori non hanno più bisogno del consenso degli eredi e non sono obbligati a pagar loro dei diritti d’autore. Diversi scrittori preparano o hanno pronti dei drammi e delle commedie tratte dalla gran miniera abbandonata ai posteri dall’illustre romanziere; due di essi al primo annunzio di quella data iersera al Vaudeville, dichiararono di avere pronta, ciascuno nel proprio cassetto, una Cugina Betta, tratta dal romanzo di Balzac.
  Il dramma del Vaudeville era stato scritto dapprima dal Grenet solo, sotto il tutolo di Barone Hulot, e componevasi di quattro atti; ma non trovò nessun impresario per metterlo in scena. Pietro Decourcelle, rimaneggiandolo, gli diede maggior sviluppo, lo divise in sette quadri, e trovò nel Porel un direttore disposto a offrirlo al pubblico.
  I due adattatori non ebbero certamente l’ambizione di emulare Balzac; essi vollero soltanto segnalare i punti salienti dell’opera celebre, lasciando da parte ciò che non si potrebbe tradurre scenicamente senza il soccorso dell’analisi e lo sviluppo del libro.
  Sgraziatamente il personaggio così simpatico della baronessa Hulot, perde d’importanza e diventa quasi inesplicabile; la cugina Betta, così attiva e vivente nel romanzo, col suo odio sordo e l’implacabile gelosia, diventa una figura scialba, che recita la parte d’una confidente della tragedia antica.
  Gli autori al contrario misero in evidenza la coppia Marneffe, col barone Hulot e l’ex-profumiere Crevel. L’azione principale si svolge intorno a questi due e si riduce alla rivalità dei vecchi nelle buone grazie d’una donna astuta e venale. Il tipo più profondamente studiato da Balzac, nella categoria dei monomani, è il barone Hulot d’Ervy, l’eroe del romanzo La Cugina Betta; gli adattatori ne fecero un personaggio un po’ bonario, quasi incosciente.
  Per quei lettori che avessero dimenticato le diverse combinazioni della Commedia umana, sarà necessario rammentare che il barone Hulot d’Ervy intendente militare del periodo imperiale, era, all’epoca in cui avviene il dramma, nel 1838, sotto Luigi Filippo, un alto funzionario del Ministero della guerra. Il barone ha per moglie una donna bellissima ancora, malgrado i suoi 47 anni, buona, virtuosa, madre di due figli, uno dei quali, Vittorino, ha sposato la figlia dell’ex-profumiere Crevel; mentre Ortensia, figlia della baronessa, non ha ancora trovato marito, perché il barone, rovinato dalle sue amanti, non può darle una dote.
***
  Betta Fischer, povera, già oltre la quarantina, e non più bella, se mai lo fu, non ha potuto vedere, senza una gran rabbia contenuta e una invidia feroce, la sua bella cugina Adelina sposare il barone Hulot, ricco e altolocato. Betta mira soltanto a far del male ad Adelina, che l’accoglie cordialmente in casa. Essa sa che il barone non può essere marito fedele, benché professi per la consorte un amore pieno di ammirazione e rispetto, essa gli procura un’amante temibile, la bella signora Marneffe, la quale, maritata a un modesto impiegato del Ministero della guerra, ignobile e brutto, si accinge, colla complicità dello sposo, alla conquista di una situazione e della ricchezza sfruttando abilmente i propri vezzi.
  La Marneffe combina col marito una scena di flagrante delitto in cui il barone si trova preso così bene che non gli rimane altro scampo, se non conjugare, in tutti i modi e in tutti i tempi, il verbo «pagare». E tanto paga che non gli rimane più nulla. Allora si dà alle truffe, coinvolgendo in esse uno zio di sua moglie Johann Fischer, che si riduce al suicidio.
  Il barone Hulot avrebbe bisogno di duecentomila franchi per evitare il correzionale. L’eroica, ma veramente troppo buona baronessa si decide a recarsi dal padre della sua nuora, l’ex-profumiere milionario Crevel, che ha fatto, diverse volte, delle proposte infami. Ma Crevel, commosso da quel passo inatteso e insperato, si lascia vincere da un moto generoso e promette i duecentomila franchi senza condizioni.
  Senonchè, per opera della cugina Betta, si vede egli pure circondato dalle trappole della bella Marneffe che gli impedisce di mantenere la promessa. Tutto sarebbe perduto se il maresciallo Hulot, fratello maggiore del barone, non cedesse ogni suo avere per rimborsare le somme stornate o rubate dal suo cadetto. Paga, l’eroico maresciallo, e in pari tempo mostra una pistola al fratello. Ma questi è caduto tanto in basso che non vede l’arma o finge di non comprenderne il gesto. E allora il vecchio soldato laverà col proprio sangue la macchia fatta al nome della famiglia.
  Il barone va a nascondere la sua vergogna e la miseria in una botteguccia, ove, sotto altro nome, vive facendo lo scrivano pubblico. La sua degna sposa va ancora a cercarlo, e lo trova, sessagenario, ostinato nella sua abbiezione insieme ad un’operaia, a cui ha fatto vendere un angolo del paradiso, regalandole un paio di stivaletti e un cappellino.
  La baronessa, che ha ricuperato una bella sostanza, quasi per miracolo, persuade con tenera ma autorevole insistenza il marito a tornare con essa, e perché si decida, colla di lei infinita bontà, gli promette di pensare all’avvenire della giovane operaia. Così termina il dramma, senza darci la sicurezza che il vecchio libertino non si lascerà sedurre da una qualunque altra donnetta o donnaccia che incontrerà per via.
  A tutte queste peripezie la cugina Betta assiste con gioia infernale, provocando essa medesima gli avvenimenti, facilitando gli amori illeciti del marito di Adelina, sviluppando in lui quei vizi che rovineranno tutta la famiglia e prepareranno la catastrofe che deve vendicare Betta, l’invidiosa cugina, del destino toccatole. È questo forse il più crudele, il più doloroso tra i romanzi di Balzac, quello in cui l’umanità è più duramente flagellata.
  Nel trasportare gli elementi del romanzo sulla scena, i nostri due autori hanno lasciato cadere e smarrito per via, molte gemme preziose che abbellivano l’opera di Balzac. Un capolavoro così travestito corre rischio di perdere la sua bellezza. Ciò malgrado il dramma recitato iersera al Teatro del Vaudeville conserva ancora molto vigore e condensa in sé gran parte del doloroso pessimismo che esala dal libro.
  Il suo massimo difetto consiste in ciò che la cugina Betta, personaggio principale, non ha il suo completo valore che nel primo atto. In seguito, impallidisce, confondendosi coi personaggi secondari, e lo spettatore cerca invano, in Betta la «parente povera» ipocrita, invidiosa e malefica.

  Alberto Boccardi, “Mercadet” di Onorato de Balzac, in Teatro e Vita. Tipi, ricordi e appunti drammatici. Con sessanta ritratti, Trieste, Stabilimento tipografico Giovanni Balestra, edit., 1905, pp. 25-60; ill.[8]


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  Per un critico, il quale si proponga di raffrontare il grado di perfezione in cui le attitudini peculiari di una mente superiore son riescite a manifestarsi in forme diverse della letteratura, non credo possa offerirsi soggetto più curioso e gustoso de’ saggi che Onorato de Balzac, questo titano del romanzo psicologico, ha voluto tentare nel dramma.
  Già l’incentivo, onde il grande autore del Lys dans la vallée fu spinto a cimentare il proprio valore sul fortunoso campo del teatro, è per sé stesso argomento piacevolissimo di osservazioni e porge adito a spigolare nelle numerose biografie del bizzarro artista larga copia di caratteristici aneddoti.
  Alessandro Dumas padre in una pagina squisita delle sue genialissime confessioni autobiografiche ha dato una splendida illustrazione analitica delle seduzioni che su tutti gli scrittori o prima o poi esercita il teatro. La febbre delle grandi serate di battaglia, quella specie di aspro e inebbriante duello, che s’impegna fra l’autore tremante di ansietà e il pubblico raffinatamente crudele, la gioia del trionfo, la stessa amarezza tragica delle sconfitte, costituiscono un piacere malsano ed irresistibile, che prima affascina con tutte le allettative delle cose ignote e bramate, e che, provato una volta, sia pure col massimo danno, riafferra ancora, inesorabile, per virtù delle sue sempre nuove lusinghe.
  In Onorato de Balzac a codeste attrattive sentimentali un’altra più positiva ma non meno urgente s’aggiungeva. Troppo è noto come il sublime creatore della Comédie humaine abbia dovuto durare, pel corso di pressoché tutta la propria carriera, una lotta implacabile contro le più penose strettezze finanziarie, causate, bisogna dirlo, per la massima parte dalla sua vita eccentrica e capricciosa. I suoi biografi han raccontato le chimeriche fissazioni di questo scrittore, pur così equilibrato nella osservazione della psiche umana; ed anche hanno raccontato le fantastiche trovate con cui egli in certe ore, nelle quali più minaccioso facevasi il bisogno, si proponeva di rattoppare la nave pericolante. Era una volta l’ubbia di trasformare il suo famoso podere delle Jardies – una breve tenuta dalle fabbriche mezzo cadenti e dai campi mal coltivati – in un grande vivaio di ananassi che avrebbe fornito di magnifici e costosi esemplari le mense più ricche della Francia. Era altra volta un disegno splendidissimo di farsi iniziatore di una vasta associazione per coltivare l’oppio nell’isola di Corsica: un’impresa infallibile, che avrebbe dovuto fruttare l’oro a carrate. E fu così che, stretto fra le tirchierie degli editori e le esigenze de’ tipografi (i quali con la sua eterna mania di correggere e cinque e dieci e venti volte una bozza gli facevano dei conti addirittura favolosi) cominciò a carezzare l’idea di trovarsi il suo bravo filone aurifero nelle rendite che con una serie di successi teatrali egli avrebbe potuto – e gli pareva agevol cosa – in breve tempo conseguire.
  In uno dei brillanti volumi che Leone Gozlan ha dedicato al grande romanziere (Balzac en pantoufles) sono rimarchevoli le pagine in cui egli narra di una visita fatta da Victor Hugo alle Jardies e della concitazione vivissima di Balzac nel sentirlo parlare dei suoi diritti di autore. Il poeta dei Miserabili e di Nôtre Dame (sic) nell’olimpica serenità della sua grandezza non rifuggiva dal discorrere con un certo dolce compiacimento de’ superbi redditi che nel giro di brevi anni, dal ’30 al ’38, i suoi drammi, da Hernani a Maria Tudor, da Angelo a Ruy Blas, gli procurarono sulle varie scene parigine. E il povero Balzac, che con tutte le sue glorie era costretto a lottare di espedienti per pacificare gli uscieri ed a chiedere delle antecipazioni settimanali sulle appendici future per pagare al sabato gli operai occupati a rappezzare secondo i suoi pazzi disegni la rovinosa residenza delle Jardies, all’udire e il discorso soddisfatto e le cifre splendide dell’invidiabile poeta, si fa pallido di emozione, è invaso da un tremito convulso, ha gli occhi che mandano lampi …
  E il demone del teatro lo tiene ormai avvinto nelle sue spire vittoriose, lo infiamma tutto, non gli lascia più pace.
  Fu in tale stato d’animo sovreccitato che il Balzac si diede alla febbrile ricerca dei mezzi per raggiungere in modo sollecito e sicuro la meta. E poiché codesta ricerca era uno studio assai più di speculazione commerciale che non d’intento artistico, conseguenza logica che il tipo drammatico, il quale primo si affaccia all’autore impaziente sia il portato di un gretto calcolo di probabilità di successo, molto più che il risultato di quelle osservazioni tranquille e profonde, onde ebbero origine le figure indimenticabili di papà Goriot, dell’illustre Gaudissart, di Eugenia Grandet, di Cesare Birotteau, di Rastignac e d’altri numerosi personaggi che passano, non ombre ma esseri vivi e veri, nell’ampio quadro dell’opera balzachiana.
  Nel tempo in cui Balzac stava ideando il suo primo lavoro teatrale – epperò intorno al 1839 – durava ancora in tutta Parigi una vera frenesia per il colossale successo riportato dal fortissimo autore Federico Lemaître in un farraginoso dramma, che questi aveva voluto ridursi da un mediocre lavoro di tre autori pressoché ignoti, invaghito, chi sa per quale bizzarro capriccio di artista scapigliato, della losca figura dell’eroe: il famoso delinquente Roberto Macaire.
  Il Lemaître era una tempra eccezionale di attore di genio: il suo pubblico l’adorava: i suoi colleghi lo tenevano in conto d’un ingegno superiore: «le Mirabeau de l’art dramatique» lo chiama ancor oggi con un’ardita antonomasia il Lassouche, uno dei suoi colleghi contemporanei, in un libro di saporite memorie (1903 ed. Félix Juven). – Federico Lemaître, stanco di recitare tutte le sere le parti classiche, che già gli avevano fruttato una eccezionale rinomanza, non ebbe a sdegno di rifugiarsi con un’accolta di grami comicastri in un teatruccio secondario pur di poter incarnare il tipo che lo aveva innamorato. Il pubblico per diciotto mesi consecutivi corre ogni sera a riempire il teatro.
  I critici maggiori, constatando con dolore l’abiezione in cui il Lemaître è caduto per quella sua idea singolare, non possono a meno di occuparsene e di constatare il successo. Giulio Janin giunge persino a coonestarlo con le sue ironiche ed argute argomentazioni, rispecchianti in modo fedele il discutibile gusto dell’epoca, che riunisce in un solo trionfo l’interprete eccezionale e l’emozionante dramma; «cette piece monstruese (sic) (scrive un altro critico valente, Carlo Monselet, nel suo magnifico libro dei Ressuscités)[9] qui a exercé autant d’influence sur les moeurs du dix-neuvième siècle que le Mariage de Figaro sur celle du dix-huitième».
  Agli occhi del buon popolo parigino la torbida figura del malfattore diventa oggetto di viva predilezione; tanto che non appena il successo accenna a illanguidire, è una pioggia di seguiti, in tutte le forme. Macaire, – anche quando il suo creatore deve, addolorato, sospendere le recite per assumere le parti di Ruy Blas che Victor Hugo gli ha creata nell’apposito intento di toglierlo a quel fango – Macaire continua a vivere nei ricordi delle scene parigine. «Hélas non! (esclama il Janin nella sua Histoire de la littérature dramatique) Robert Macaire n’est pas mort; le bagne, la guillotine, la prison, la cour d’assises et les gendarmes n’y peuvent rien; Macaire est immortel comme Gil Blas ou Sancho, Macaire est un type comme Falstaff, Polichinelle, Arlequin».
  Il trionfo di questo fortunato galeotto doveva inspirare naturalmente le imitazioni. E per molto tempo fu cura assidua de’ produttori di letteratura a buon mercato di evocare i propri eroi dalle sinistre mura di Tolone, di Brest e di Rochefort.
  Balzac, per avere a disposizione un eroe di questo genere, non ebbe bisogno di cercarlo così lontano. Uno ne aveva egli già ritratto più volte e con particolare cura ne’ propri racconti. I lettori dell’opera balzachiana non devono aver dimenticato il tipo di galeotto classico, accoppiamento singolare di efferatezza cinica e di sentimentalità romantica, che ha presentato come personaggio episodico nella famosa pension Vauquer, descritta con sì possente colore di verità ne’ primi capitoli del Père Goriot, passa in quel libro magnifico, scolpito con rapidi ed indimenticabili tratti: interessante nella problematica figura, suggestionante ne’ paradossali consigli, che con un’amara e dolorosa conoscenza delle più repulsive realtà della vita, egli imparte, a momenti demone seduttore, a momenti mèntore affettuoso, al giovane Rastignac.
  Più tardi il Balzac ha ripreso più amorosamente il bizzarro personaggio nel drammatico racconto La dernière incarnation de Vautrin. Il vecchio peccatore, che al termine del Père Goriot vediamo sparire in mezzo a’ gendarmi che vengono a sorprenderlo nel suo ignorato ritiro, resuscita sotto nuove forme. Vautrin, di suo vero nome Jacques Colin (sic), contraddistinto da’ suoi pari col nomignolo significativo Trompe-la-mort, rivive, evaso dal carcere. Rivive sotto le vesti rispettabili di un canonico di Toledo, Carlo Herrera, ed è l’amico, la guida, l’inspiratore, l’angelo tutelare ed anche il malgenio di un altro giovane, Lucien de Rubempré, che salvato un giorno per opera di quest’uomo perverso da una morte disperata è spinto poi involontariamente da lui stesso a finire in tragico modo suicida in una cella della Conciergerie.
  Jacques Colin, – dopo aver dato adito al suo creatore di mettere in luce un vero trattato sulla vita intima degli ergastoli e persino sul gergo particolare ai forzati (les fanandels) – non è abbandonato dal suo illustratore. Balzac non poteva dimenticare il personaggio che egli aveva glorificato persino colle lusinghiere perifrasi di Cromwell e Machiavel du bagne.
  E questo tipo – alla fervida mente del Balzac – parve degno non solo, ma anche particolarmente indicato, a divenire il protagonista di un’opera teatrale. Bilboquet e Roberto Macaire, potevano avere ancora un interessante collega. Ed ecco risorgere ne’ disegni del poeta, ancora Vautrin, ancora Trompe-la-mort, ancora lui, sempre eguale: perverso e generoso, artefice insuperabile di travestimenti e di cabale, filosofo e speculatore, scettico ed ingenuo: innamorato sempre de’ giovani, de’ quali – o pel bene loro o per quello che a lui apparisce siccome il bene – saprà mettere a frutto ogni cosa: dall’ingegno alla libertà, dall’interesse all’anima, pronto a riaffrontare la galera per una sola parola di gratitudine e di benevolenza.
  Scelto codesto tipo quale strumento più promettente di lieto successo, il poeta si dà con foga febbrile a immaginare l’azione di cui quegli dovrà essere il centro. È in gran parte una rievocazione delle istorie da lui narrate che deve formare il fondamento del dramma. E l’intreccio si complica, s’ingarbuglia, si annoda, sino all’assurdo.
  Il poeta ne era in tal modo infiammato e tale era il suo desiderio di tradurre in fatto il suo disegno che – come narra brillantemente il Gautier – una certa mattina chiama a sé in gran furia quattro amici, Edorardo Ourliac, Laurent Jan, de Belloy e lo stesso autore di Mademoiselle de Maupin, proponendo loro di scrivere per ciascuno entro ventiquattro ore un atto del suo dramma: egli si sarebbe incaricato del quinto: e con questa collaborazione a vapore in men di tre giorni si potevano avere i fondi … per pagare una cambiale. Gli amici risero e sedotti dalla stravaganza dell’offerta stavano già per lasciarsi tentare.
  «– Contez moi (sic) le sujet, indiquez moi le plan, dessinez-moi en quelques mots les personnages et je vais me mettre à l’œuvre, lui repondis-je (sic) passablement effaré». (Scrive il Gautier).
  Ma bastò questa domanda per mandare a rotoli ogni cosa :
  «– Ah! s’ecria-t-il (sic) avec un air d’accablement superbe et de dedaigne (sic) magnifique, s’il faut vous conter le sujet nous n’aurons jamais fini !»
  E, postosi da solo con gran foga all’opera, scrisse in breve termine quel Vautrin, che, rappresentato la prima volta al teatro della Porte-Saint-Martin il 14 marzo 1840, resta famoso negli annali parigini come una delle più romorose serate di battaglia, alla quale non si potrebbe trovare forse più dicevole confronto che nella memoranda caduta dei Burgraves di Victor Hugo, avvenuta al Teatro francese, il 7 marzo del ’43.
  Il tipo che aveva sorriso alla mente del Balzac apparve – ed era in gran parte – una caricatura malriescita ed irritante. Il vecchio inquilino di Brest, che s’introduce – a furia di miracolose trovate – a tutte le ore del giorno e della notte, con grotteschi pretesti e con ridicoli travestimenti, nell’aristocratica casa del duca di Montsorel, coll’unico scopo di fare la felicità di un suo giovane protetto, Raoul de Frescas, – anziché interessare fece ridere.
  Fece ridere perché il pubblico che si aspettava dall’ingegno di Balzac un tipo umano, osservato dal vero e riprodotto nella sua essenza reale, si sentì quasi corbellato al veder girare e rigirare nei cinque lunghi atti del complicato dramma, tutto zeppo di luoghi comuni, di ingenuità e di mezzucci puerili, questo fantoccio declamatore, che sorge al momento buono come un diavoletto provvidenziale a sciogliere gli imbrogli, a mettere sul retto cammino il pupillo del suo cuore e a recitare la sua brava tiratina pessimista, dedicata più particolarmente al pubblichetto facile alle commozioni.
  Di queste frasi, dall’effetto calcolato, la commedia ribocca.
  «– Ciascuno in Francia vuol essere colonnello ed io non so né dove né come si possano trovare dei soldati!» – dice Vautrin nel prim’atto al vecchio duca di Montsorel. «– Veramente la società s’avvia ad una dissoluzione prossima, la quale avrà la sua origine da questa tendenza generale per i gradi elevati e da questo disgusto per l’inferiorità. Ecco il frutto dell’eguaglianza rivoluzionaria. La religione, ecco il solo rimedio da opporre a codesta corruzione».
  E più innanzi, ragionando con certi suoi compari, venuti essi pure nella casa, automi destinati a far riescire i suoi imbrogli:
  «– Prendete un bagno d’oro e ne sortirete virtuosi! … E siate ciechi e chiaroveggenti, astuti o stolidi, spiritosi o zotici, purchè a proposito, come si conviene a tutti quelli che voglion fare fortuna».
  E infine, in una scena, piena del resto di movimento, tra lui e il suo protetto:
  « – Fanciullo mio, non v’ha che due sole specie di uomini onnipossenti: i re che sono o dovrebbero essere al disopra delle leggi e i delinquenti che vi sono al disotto!»
  Vautrin non trovò pietà agli occhi dello spettatore. I tre primi atti passano tra gli sbadigli e i romorii mal trattenuti, ma quando alla seconda scena del terzo atto Federico Lemaître – cui è affidata la parte del protagonista – si presenta sotto il travestimento di un generale messicano, con un enorme cappello piumato e con una truccatura in cui tutto il pubblico riconosce il re Luigi Filippo, scoppia una tale bufera di fischi, di risate, di grugniti che gli attori possono appena con enormi sforzi far sentire la loro voce e giungere alla fine della recita.
  Il clamoroso insuccesso della serata ha un’eco clamorosa nelle cronache giornalistiche e ne’ commenti dell’indomani.
  I critici più autorevoli non risparmiano biasimo. Quello autorevolissimo dei Débats[10] non esita a chiamare il Vautrin «oeuvre de désolation, de barbarie et d’ineptie» e di qualificarla tra quelle deplorevoli opere «in cui manca tutto: lo spirito, lo stile, la lingua, la finitezza, l’invenzione, il senso comune». Anzi non esita a concludere: «C’est un lamentable chapitre à ajouter aux égarements de l’ésprit (sic) humain». – E nulla giova a far perdonare all’autore il suo infausto lavoro. Nulla: né il divieto di altre rappresentazioni, decretato per viste d’ordine pubblico colla firma de Remusat; né la diceria messa in giro che il Governo avesse offerto, e l’autore rifiutato con disdegno, un’indennità per ritirare il copione; né, nemmeno, qualche tempo più tardi, il proemio defensionale posto dall’autore innanzi alla sua commedia, con cui tenta di gettare a carico delle autorità, dei giornali, del pubblico la mala riuscita del lavoro, richiamandosi (povero e sterile conforto) all’appoggio certo poco costoso ed all’applauso certo non poco discutibile di qualche isolato amico. «Au milieu du désastre (scrive il Balzac) que l’énergie du gouvernement a causé, mais que, dit on (sic), le fer d’un coiffeur aurait pu réparer, l’auteur a trouvé quelque compensation dans les preuves d’intérêt qui lui ont été données». E cita Victor Hugo, che primo viene a stendergli la mano, dimostrando come fossero ingiuste le voci dei detrattori, sempre pronti a calunniare il carattere sincero e disinteressato.
  Dopo tutti questi incidenti Vautrin sparisce per sempre. De’ suoi funerali dura però per molto tempo non piccolo chiasso ne’ circoli artistici di Parigi. Mèry (sic) possedeva (racconta l’Audebrand nelle Petites (sic) mémoires d’une stalle d’orchestre) un grazioso biglietto di Federico Lemaître, col quale, al domani della caduta di Vautrin, annunciava a tutti gli amici «la perdita fatta dal più fecondo dei romanzieri di Francia nella persona di Trompe-la-mort, sepolto nella buca del suggeritore»[11].
  Questi episodi aneddotici non erano inutili a ricapitolarsi in un breve riassunto per mostrare a quanti (sic) ed a quali difficoltà anche in ingegno sommo, come il Balzac, deve andare incontro per creare un tipo che abbia in sé gli elementi di sottrarsi all’effimera vita, cui per la massima parte sono destinate le figure teatrali.
  Né la prima prova bastava. Il Balzac esperì ancora e inutilmente il tentativo in tre o quattro lavori.
  A noi basterà di citare per sommi capi cotesti informi e malriesciti tentativi.
  Prima in ordine di tempo è la commedia in cinque atti ed un prologo, rappresentata il 19 marzo 1842 all’Odéon col titolo Les ressources de Quinola. Anche per questa commedia, come per il Vautrin, lunga la preparazione, le stamburate vigorose e sapienti, l’insuccesso colossale e irrimediabile. L’impresario, il Lireux, un guascone, tutto fuoco ed intraprendenza, aveva saputo per il nuovo lavoro di Balzac illudere un po’ tutti: il pubblico, cui fece intendere che la commedia francese avrebbe potuto emulare i saggi migliori di Calderon e di Lope de Vega; l’autore e sé stesso.
  Il lavoro, gonfio, artificioso, pesante, è inspirato a una notizia registrata dall’Arago circa l’atto disperato di un inventore, che, oppresso dalla calunnia, intorno all’anno 1588 fece colare a fondo, nel porto di Barcellona, innanzi a 200,000 spettatori, il battello a vapore, ch’egli, in un’informe prima idea, aveva costruito precorrendo l’opera immortale di Worcester, di Salomone de Causs e di Papin. L’eroe, Alfonso Fontanarès, è un tipo melodrammaticamente fatale e sospiroso e perseguitato, costretto a combattere, per cinque lunghi atti ed un lunghissimo prologo, con le più varie traversie. Animato dall’amore, trova il principale nemico in un rivale perfido e astioso. I maneggi dei potenti, i tranelli degli invidiosi, le cabale di un branco di feneratori ingordi, le bizze presuntuose degli ignoranti, i raggiri di innamorate poste in oblio, la stessa innocente avversione dei lavoratori, che vedono nel progresso un nemico periglioso, dovrebbero costituire lo sfondo, la base, dell’azione. E se questo era, ne’ primi disegni dell’autore, non ebbe in pratica il dovuto risalto, disparendo ogni cosa confusamente in una gran nebbia densa, in un grande arruffio, complicato di ingenuità e di inesperienze sceniche. Ma l’insuccesso più significante per l’autore sta nella riescita del tipo ch’egli intendeva creare: il vero protagonista, la vera forza motrice e determinante di tutta l’azione: Lavradi, un valletto, soprannominato Quinola, che messo accanto al sentimentale eroe, tutto smarrito fra gli amori e le invenzioni, è incaricato della parte di buon genio, smascheratore dei tristi, inventore di lepidi stratagemmi, spacciatore felice di motti di spirito e di invettive pungenti contro i detrattori – un Vautrin annacquato, più elegante, senza digrignamento di denti né propositi sanguinari – un rangia-pastiss da far ricordare un po’ quelli della buona vecchia commedia piemontese – l’Arlecchino «servo fedele, soldato intrepido e furbo trincato» delle ingenue commedie dell’arte. L’autore (e lo scrisse in una prefazione polemica alla sua commedia) intendeva di creare un tipo e di fare un’opera «con tutte le libertà degli antichi teatri francese e spagnolo». Ma l’opera cadde in sì misero modo che nella sala gremita di pubblico, narra il Gozlan, non si udiva più la voce degli attori: ma in compenso risonavano in un terribile frastuono gli abbaiamenti del cane; il canto del gallo, il raglio dell’asino e il nitrito del cavallo. Quinola, ideato come un tipo, nacque morto, né credo, che a malgrado dei certificati di stima datigli da Victor Hugo, da Lamartine e dalla signora de Girardin, potrà avere mai sulle scene il trionfo postumo, che con affettuose parole gli predisse quel grande adoratore di Balzac che fu Eugenio di Mirecourt.
  Inconcludenti per la fama dello scrittore come autor drammatico e insignificanti affatto per l’idea fondamentale che informa queste nostre pagine i due susseguenti lavori scenici del Balzac, Pamela Giraud (rappresentata nel settembre del ’43 al Teatro della Gaîté a Parigi) e La marâtre (comparsa la prima volta sulle scene del Théâtre historique il maggio del 1848).
  È la prima una storia complicata di un nobile sacrificio d’amore, un grosso romanzo infantilmente sceneggiato, ricco però di belle osservazioni e di qualche arguto particolare; è la seconda altra macchinosa composizione a base di passioni ardenti, di veleni e di situazioni lagrimose, che un paio di scene magistrali (come quella, stupenda veramente e forte, cosidetta «delle lettere» – la VII dell’atto II) non basta a salvare dall’oblio.
  Il Balzac, che nel romanzo era abituato a conseguire pressoché in ogni suo libro una nuova vittoria; il psicologo acuto, che anche nei suoi componimenti minori era riuscito, spesso con pochi segni, a tracciare figure dal rilievo umano epperò duraturo, continuò per lunghi anni a cercare, senza riescire di darvi anima, un tipo teatrale, che restasse, che fosse vero, nelle cui vene fluisse sangue, nella cui azione fosse la realtà, anche turpe, anche dolorosa, anche amara della vita.
  Vautrin, Quinola, le pallide larve convenzionali, che voglion parer persone negli altri suoi drammi, brillano di fuggevole vita sulle scene; non bastano a rianimarle né le paterne gagliarde ingegnose difese del loro creatore né il mutar dei tempi né le evocazioni più o meno sincere degli impresari speculatori.
  Ma Balzac, la mente che ha creato il Goriot nel romanzo, doveva lasciare la sua orma leonina anche nella storia del teatro.
  Ed ecco apparire, rivincita vera del grande ingegno, poderosa affermazione di potenza sovrana, il tipo che resta, il tipo preso dalla vita e riprodotto vivo sul teatro: miracolo di osservazione perfetta e profonda: Mercadet, Mercadet, l’affarista, il tipico personaggio, che, vero per la società del 1851, la quale prima lo vide sulle scene, era vero nel momento in cui è ritratto (la Francia speculatrice del 1839), è vero oggi al principio del secolo XX e resterà tale lungamente nei tempi venturi.
  Invidiabile prerogativa di poche eccezionali figure drammatiche, costituita unicamente da una somma di elementi umani, osservati e raccolti in una sintesi rigorosa e profonda.
  Basterebbe la creazione di Mercadet perché la fama di Balzac possa esser assicurata come durevole anche nella storia del teatro. E su questa creazione egli infatti, con alta coscienza d’artista, fondava le più serie speranze. «Il croyait fermement que Mercadet, (scrive Alfonso de Lamartine nel suo prezioso volume Balzac et ses œuvres) pris dans la passion industrielle de la bourgeoisie, serait le Figaro du siècle».
  Se tali speranze furono giuste od esagerate è difficile il precisare. Certo è che Mercadet fu sino agli ultimi giorni del suo creatore – mancato ai vivi, come si sa, il 18 agosto 1850, – oggetto per lui delle più affettuose preoccupazioni e che sommo rammarico ne ebbe di non poterlo vedere sulle scene.
  Sono a questo proposito interessanti due brani di lettere, che il poeta diresse nell’inverno del ’49 dalla Russia ad un amico di Parigi (Laurent Jan) e che trovansi riportate nell’affettuosa biografia che dell’illustre fratello dettò, traendone i dati dalla corrispondenza inedita, la signora L. Surville de Balzac:
  «Se il Teatro francese non accoglie Mercadet, tu puoi offrire il lavoro, con tutte le precauzioni d’uso, a Frédérick Lemaître».
  E poco appresso:
  «Mia sorella mi scrive delle strane trasformazioni che Harel vuol far subire a Mercadet. Il tuo spirito e la tua ragione debbono, prima ch’io ti scriva, aver dimostrato come sia impossibile di cambiare una commedia di carattere in un grosso melodramma. Io m’oppongo pertanto formalmente a che si travesta Mercadet e lo si rappresenti … La mia commedia deve rimanere così com’essa è».
  Mercadet, ritoccato alquanto e reso più snello da un attore molto pratico della scena (quell’Adolfo D’Ennery, che ha legato il suo nome ai successi di molti drammoni lagrimosi, tra i quali le famose Due orfanelle) non potè andare in scena che il 23 agosto 1851, epperò dopo più di un anno dalla morte dell’autore, avendo ad interprete della parte titolare il valente autore Geoffroy.
  Il successo fu buono, ma non scevro di incidenti e di discussioni. Ci fu persino una minaccia di proibizioni delle successive rappresentazioni e non ci vollero che attive pratiche di amici perché la tempesta fosse stornata. Il visconte Spoelberch de Lovenjoul, uno dei più esatti ed affettuosi biografi del Balzac, ha toccato diffusamente di tali incidenti nel suo volume Un roman d’amour.
  Di supremo interesse sarebbe il raccogliere e raffrontare i principali giudizi che a bella prima diedero sull’opera i critici maggiori: miti alcuni e benevoli, come il Planche nella Revue e il Janin nei Débats, altri acerbi e addirittura demolitori come l’Achard nell’Assemblée nationale e il Mathorel de Fiennes nel Siècle.
  Un breve riassunto della commedia potrà far comprendere quanto maggiori in quest’opera fossero i pregi di confronto ai difetti. Infatti se anche in questo lavoro si riscontra quel carattere particolare d’ineguaglianza, che il de Mazade ha così bene definito siccome una nota caratteristica dell’autore, è in esso tanta forza di osservazione, di vitalità, di verità, da poter impunemente sfidare gli oltraggi del tempo.
  Augusto Mercadet è uno speculatore. Dotato d’un raro istinto degli affari, sognatore perpetuo di grandi imprese, ogni giorno all’orlo della fortuna e ogni giorno colpito da una nuova disillusione, egli è il combattente mai stanco, pertinace, che sa trovare all’ultimo istante l’espediente di salvezza che non fallisce, o che almeno assicura il modo di arrivare al domani evitando il sequestro, lo scandalo o la prigione. È l’Anteo dell’affarismo, che dopo ogni caduta risorge più robusto. È l’immagine esatta di quegli innamorati della ricchezza, che costituiscono un sì forte contingente tra i combattenti la gran lotta della vita. È il tipo che pullula, vario di forme, ma sempre eguale nell’indole, nell’essenza, nelle tendenze, immortale, sotto l’occhio di noi tutti.
  Il Balzac ancor prima che il protagonista esca sulla scena lo fa dipingere (per vero dire con un assai vieto mezzuccio) in una conversazione de’ tre domestici, come al solito per grande comodità dell’autore chiacchieroni ed indiscreti. Il servo Giustino, che conosce il suo padrone come meglio non si potrebbe, ma che lo ammira per la irresistibile sua forza, lo qualifica brevemente «capace di tutto … anche di diventar ricco!» E sèguita a dipingerlo spenditore senza misura, crivellato di debiti, assediato dai creditori, ch’egli colle sue maniere, le sue astuzie e le sue carezze tramuta ne’ più pacifici e teneri amici. «Come altri doma i leoni e gli sciacalli Mercadet doma i creditori. È questa la sua partita!»
  E i bravi servitori, quasi a delineare allo spettatore i tratti principali della commedia che si appresta, accennano, un po’ per uno, i tipi più importanti de’ nemici coi quali il genio sottile di Mercadet avrà a lottare: Pierquin, il creditore-tigre, che si nutre di biglietti di banca; Goulard, lo scontista arrabbiato, che pretende giocare di furberia e morde all’offa come un bambino goloso; il babbo Violet, il creditore mendicante, dalla faccia sparuta, che chi lo vede «sente il bisogno di offrirgli una tazza di brodo», e che a furia di lagrime, di singhiozzi e di descrizioni patetiche riesce o bene o male a strappare gli acconti persino a … Mercadet.
Presentato così a rapidi cenni il protagonista, bastano le prime magistrali scene in cui egli apparisce, perché la figura di lui ne risulti, all’occhio dello spettatore, scolpita con rilievi perfetti. Credo che pochi esempi di dialogo efficace si abbiano nella letteratura drammatica atti a sostenere il confronto colla splendida scena in cui Mercadet spiega alla moglie – mite e bonaria donnetta di casa – le proprie teoriche utilitarie, le quali, secondo lui, altro non sono che un obbligo imperioso e indiscutibile per qualunque mortale che voglia afferrare il ciuffetto della volubile dea.
  Tratta di saccoccia una moneta da cinque franchi egli la addita alla moglie come un simbolo dei più eloquenti: «Vedi questo? Eccoti qui l’onore moderno!» Poi soggiunge: «Lo sai tu perché i drammi i cui eroi sono degli scellerati attraggono tanto pubblico? Egli è che tutti gli spettatori se ne vanno lusingati, dicendosi: Via dunque, io valgo ancora un po’ meglio di codesti farabutti!»
  E Mercadet, che è in fondo un filosofo gioviale e vuol prendere il mondo con quei mezzi, ai quali in coscienza è convinto si debba ricorrere, ci tiene a mostrare ch’egli non è per questo né punto né poco un birbaccione volgare. Egli – e lo proclama battendosi il petto – sta scontando innanzi tutto la colpa del suo socio, Godeau, il quale un bel giorno impossessatosi della cassa sociale filò bravamente per l’America. E poi – egli si domanda – è proprio un gran male ad avere dei debiti?
  E seguita, con un’amenissima logica tutta propria, a giustificarsi nel modo seguente:
  – Un disonore a dovere altrui qualche cosa? – «Ma che! Qual è l’uomo che non muoia senza aver corrisposto al debito suo verso il proprio padre? Egli si deve la vita e non gliela può restituire. La terra è in costante bancarotta col sole. La vita è un prestito perpetuo: e non prende ad imprestito chi vuole! Non sono io forse superiore a’ miei creditori? Io ho il loro denaro ed essi aspettano il mio; io non domando nulla da loro ed essi m’importunano sempre. Un uomo che non deve nulla … ma c’è anima viva che pensi a lui? … Di me invece i miei creditori s’interessano sempre …»
  Fedele a tali principi egli, che ha già divisato di far sposare la figlia ad un ricco giovane, il signor De la Brive, (combinazione mirabilissima che deve stordire tutta Parigi) pensa che dal momento che le nozze si risolveranno in un beneficio per i suoi creditori, debbano essi avanzare le somme necessarie per mettere insieme alla ragazza uno splendido corredo. E poiché la signora Mercadet trova poco morale il ricorrere in tal forma a della gente estranea, egli si affretta a dimostrarle con argomenti inoppugnabili la insussistenza de’ suoi scrupoli di femminetta.
  «– I creditori … ma non formano essi parte della mia famiglia? Trovami un parente che desideri al pari di loro di vedermi florido e ricco … Se io morissi, avrei certo a’ miei funerali un numero più grande di creditori che non di parenti: questi porterebbero per me il lutto nel cuore e sul cappello … quegli altri nei loro registri e nelle loro borse … Ed è qui che la sua perdita lascierebbe il vero vuoto! Il cuore oblia e le gramaglie spariscono in capo ad un anno, ma un importo non pagato non si cancella ed il vuoto non si ricolma!»
  E Mercadet, che con le parole intende armonizzare i fatti, si gioca bellamente de’ creditori come un’abile (sic) burattinaio sa fare co’ suoi fantocci.
  Ne segue nella commedia una serie di scene piene di arguzia e di brio. Goulard, l’arrabbiato, si fa mansueto e dolce dinanzi al miraggio del gran matrimonio che sta per rigenerare la casa di Mercadet e già sorride di concupiscenza a un certo affarone a base di miniere che il destro suo debitore sa a tempo e luogo fargli balenare agli sguardi come una visione tutta accesa di smaglianti colori; Perquin, il tigre sitibondo, cade anch’egli, come un agnellino innocente, nella prima trappola, che l’altro gli fa scattare sotto i piedi; il piagnucoloso e astuto Violet, proprio nel momento in cui seco stesso si gloria di aver saputo strappare al suo inafferrabile creditore un magro acconto di 60 franchi, si trova costretto da lui a offrirgli in compenso una nuova antecipazione di 6000!
  Sono gabbati tutti quanti e tutti van via ammirati, placati, contenti, persino riconoscenti. «– Vous me sauvez la vie!» dice il credulo Goulard, beato come una pasqua di essere stato corbellato.
  Questi accenni sarebbero più che sufficienti per dimostrare la genialità del tipo di Mercadet. I dilettanti di genealogie letterarie non ebbero difficoltà a scoprire nel Turcaret del Lesage l’avolo autentico dell’arruffone balzachiano. Ma bastano i pochi ricordi sommari delle scene sin qui accennate per richiamare al pensiero del lettore, il quale abbia sia pure una mediocre conoscenza di commedie e di romanzi, tutta una lunghissima serie di tipi, originati poi direttamente dall’eroe del Balzac.
  Ricordiamo con piacere una delle sue più felici ed argute riproduzioni moderne. Il Matteo Cantasirena nella Baraonda del nostro carissimo e valoroso Gerolamo Rovetta.
  Ma Mercadet non si contenta di fare il comodo proprio coll’intera legione de’ suoi creditori: egli estende il suo fascino irresistibile su quanti altri lo circondano.
  I domestici si fanno un dovere di offrire i loro risparmi per preparare le cene sontuose che il padrone comanda. Un amico di casa, il signor Verdelin (figura accessoria ma squisitamente ritratta) benché si atteggi a burbero, a freddo ragionatore, a rappresentante del buon senso di fronte e in opposizione alle aberrazioni chimeriche di Mercadet, finisce per essere il primo a subire la sua volontà: è lui infatti che per facilitare il matrimonio della piccola Giulia Mercadet con risso signor De la Brive mette fuori un bel gruzzolo di denaro e … presta un magnifico servizio di argenteria e di porcellana per il primo desinare offerto dalla famiglia al fidanzato.
  Senonchè tutti i bei disegni, i quali trovavano il loro principale fondamento appunto su questo matrimonio. Se ne vanno – e, diciamolo pure, con una ingenuità molto primitiva di mezzi, la quale attesta chiaramente le deficienti attitudini del Balzac per la tecnica teatrale – in completa rovina.
  Il De la Brive, che tutti credono un Creso sfondato, è – come cento personaggi visti e rivisti in mille commedie sino alla sazietà – uno spiantato di prima forza, il quale va cercando affannosamente egli stesso un’àncora di salvezza, e crede con tutta fidanza d’averla trovata nel matrimonio colla bella ereditiera dell’affarista.
  L’episodio, come si vede, è banale, stantio, abusato. Ma della volgarità dell’invenzione compensa largamente l’acuta arguzia della scena in cui il signor De la Brive, che poi si chiama semplicemente Michonnin, confessa i suoi piani disperati ad un indulgentissimo amico e compare, il signor Méricourt.
  Di questa scena, che è una satira profonda de’ tempi in cui fu scritta e che può considerarsi come un vero corollario illustrativo dell’ambiente, onde Mercadet traeva la sua vita, varrebbe la pena di fare uno studio speciale. «Bisogna essere giunti all’ultimo grado della disperazione per ammogliarsi!» (esclama uno dei due amici). E poiché a questo grado il De la Brive è ormai irrimediabilmente pervenuto – rovinato al gioco, e svanita ogni speranza di incontrarsi nella proverbiale vedova inglese, dal cuore infiammabile e dalle mani bucate, – altro di meglio non gli resta a fare che associarsi alle fortune d’un Mercadet qualunque: le finanze del babbo renderanno tollerabile il peso della figliola e una nuova strada si aprirà facilmente allo scavezzacollo ridottosi alla serietà della vita: il giornalismo prima, la grande politica poi. In quanto ai princìpi, la cosa non può dare pensiero.
  «– Mio caro, in ogni ramo, nelle scienze, nelle arti, nelle lettere, occorre una base positiva, delle cognizioni speciali e saper provare la propria capacità, ma in politica si ha tutto e tutto si è con una sola parola … Volete conoscere i princìpi de’ miei amici, il partito al quale io appartengo? … cercate!»
  Se per altro Mercadet per un momento può illudersi sulla vera indole del pretendere di sua figlia, la verità non tarda a manifestarsi al suo spirito. Non lo aveva commosso il vedere la sua creatura innamorata senza speranza di un povero diavolo – un galantuomo sincero, che l‘adora, che è pronto per lei ad ogni sacrificio, – ma lo commuove il veder tramontare la bella combinazione che il signor De la Brive aveva l’apparenza di offrirgli. E pensa, poi che altro di meglio non si può fare, di trarre tutto il partito possibile dalle speciali attitudini del pretendente, omai riconosciuto per quel miserabile speculatore ch’egli è di fatto. E, valendosi di lui, architetta ciò che da solo caratterizza «un colpo maestro», per effetto del quale egli calcola di essere chiamato gloriosamente al domani «le Napoléon des affaires».
  Il sipario prudentemente cala a questo punto lasciando gli spettatori incerti e curiosi della nuova trovata di Mercadet.
  L’attesa è peraltro in gran parte delusa. La trovata si risolve in un mezzuccio de’ più volgari, che solo ad un autore novellino – non certo al genio di Balzac – avrebbe potuto balenare.
  L’affarista, convinto della necessità d’impressionare profondamente i suoi creditori, ha pensato che nulla di meglio potrebbe idearsi che fare ritornare il fuggiasco Godeau: farlo tornare pentito, riabilitato, carico di un grosso sacco di marenghi, per pagare tutti quanti, per riguadagnarsi la stima di tutti. La parte di Godeau dovrebbe essere fatta dal signor De la Brive. Bene infagottato in grossi scialli, fingendo di arrivare in una sedia da posta, tutta lorda di fango e di polvere, per fermarsi tutt’al più un giorno o due – il tempo di rimediare alle grosse avaree della situazione – avrebbe potuto raggiungere un effetto de’ più efficaci.
  Suggestionato dalla dialettica stringente di Mercadet il De la Brive, che della morale ha un concetto tutto suo particolare, acconsente, si acconcia, persuaso che, ad ogni modo, da perdere per lui non c’è proprio nulla.
  E Mercadet già si frega le mani pregustando il successo della piccante commedia.
  Il piano non tarderebbe anche ad essere posto ad effetto se la mamma Mercadet, che ha saputo ogni cosa, non intervenisse a tempo per persuadere il De la Brive a dimettere il folle proposito.
  Da qui, data la poco sostenibile verità della trovata, sgorga (Bisogna riconoscerlo) una situazione buffonescamente comica.
  Mercadet, sicuro di veder giungere al momento convenuto il falso Godeau, convoca i creditori, preannuncia loro la salvezza, glorifica dinanzi ai loro sguardi estatici l’immagine romanzesca del ladro pentito che viene a salvare la propria coscienza ed a saldare tutti quanti.
  Ma il comico sta in ciò che Godeau, il genuino Godeau, l’avis rara de’ cassieri fuggiti, torna – proprio all’ora ed al minuto che ci voleva – torna realmente dall’America, col sognato sacco di marenghi e col proposito mirabilmente onesto di pagare dal primo all’ultimo tutti i creditori della vecchia ditta sociale.
  Mercadet – e c’è qui forse uno squisito recondito fine d’ironia – casca dalle nuvole. Come mai il sogno, che gli pareva arditamente pazzo di un naufrago alla disperazione, può tramutarsi nella verità consolante di un avvenimento positivo, ma inaudito? Fatto sta che, sotto a’ suoi occhi, che non credono di vedere, i creditori se ne vengono raggianti, colle mani piene di oro, inneggianti all’onestà, al galantomismo, alla rettitudine de’ loro debitori de’ quali deplorano d’aver ingiustamente sospettato. Intorno a lui tutto è inni di giubilo, scoppi di ammirazione, sorrisi di contento. E quando la famiglia, cui nulla più resta da desiderare, lo invita ad andar ad abbracciare egli pure il reduce socio pentito:
  «– Ebbene, in nome di Dio, – esclama scrollando filosoficamente le spalle – andiamo pure! Ho fatto intravvedere tante volte questo benedetto Godeau … Avrò bene il diritto di vederlo una volta anch’io!»
  Con questa esclamazione acutamente satirica la commedia si chiude.
  Se anche il critico, avvezzo a domandare alla scena lo sviluppo logico e persuasivo di una azione, quest’ultima parte del capolavoro balzachiano, deve apparire, com’è, goffa e rasentante troppo da vicino la farsa, il tipo del protagonista non è da tale riflessione menomamente minorato nelle sue splendide caratteristiche di osservazione e di verità.
  Gustavo Planche, nell’arcigna Revue des deux mondes, benché trovasse opportuno di fare le sue brave riserve sulla moralità del tipo, deve riconoscere lealmente, in un brillante suo articolo (apparso nell’ottobre del 1851) che «la figura di Mercadet è da un capo all’altro disegnata perfettamente» e che «dopo Figaro, di felice memoria, mai gli venne fatto di vedere sul teatro un altro personaggio dotato di una simile destrezza, così abile nello sventare le furberie degli avversari, così pronto alla replica, così rapido nelle sue decisioni, così accorto nel liberarsi dagli imbrogli che gli nascono improvvisi d’attorno».
  Ma – il critico prosegue – certo è che per creare un simile personaggio bisognava aver vissuto realmente nel mondo degli usurai e degli scontisti: un brutto inferno, che, per disgrazia sua, il signor de Balzac conosceva a meraviglia. E per vero e gli scontisti e gli usurai, riconoscendo la esattezza della pittura, erano i primi a darne vanto allo scrittore ed a battergli le mani.
  E il Planche con molta arguzia riproduce nel suo articolo le esclamazioni entusiastiche con le quali, due noti e famosi affaristi, che per combinazione gli sedevano accanto alla prima rappresentazione, accompagnavano le esposizioni de’ princìpi di Mercadet, le sue trovate, i suoi motti di spirito. E nelle parole dei due messeri, che nel personaggio andavan così bene riconoscendo sé stessi e tanti altri loro colleghi, era la più vera constatazione della fedeltà del tipo; epperò il più vero ed invidiabile trionfo dello scrittore.
  Con tutto questo la commedia non ebbe alla sua prima comparsa, come già fu detto, la fortuna che avrebbe meritato. Né l’ottenne alle successive riprese alla Maison de Molière, anche quando vi ebbe un interprete eccezionale come Edmondo Got, l’artista insigne, che nella lunga sua carriera fu prezioso collaboratore ai migliori successi di un’intera pleiade di poeti: da Emlio Augier a Erckmann-Chatrian, da Eduardo Pailleron a Giovanni Richepin.
  E fu ottima l’idea di quello squisito artista, che è l’attuale reggente del teatro francese, Jules Claretie, d’aver voluto curare in questi ultimi anni una nuovissima riproduzione del capolavoro, nel suo testo originale e con gli esatti costumi dell’epoca (1835). La commedia rappresentata il 30 gennaio ’99, col Férandy nella parte di Mercadet, vi ebbe, sebbene non ancora perfettamente studiata, ottimo incontro. E il tipo dell’affarista, benché ormai vecchio di oltre mezzo secolo, parve vivo, fresco, ritratto da una mano maestrevole sopra un modello vivente.
  I critici più reputati che scrissero di questa felice risurrezione dell’opera non dissentirono gran fatto con gli illustri antecessori che ne ebbero salutata la prima comparsa. Basterà a tal fine citare poche linee da un’appendice del Temps dell’autorevolissimo Francisque Sarcey. «Io stimo Mercadet un capolavoro, né molto ci vorrebbe a farmi dire che tra le commedie di questo secolo non ve n’hanno che due sole di cui potrei senza tema d’errore predire la immortalità (un’immortalità relativa, si intende bene) Mercadet e il Genero del signor Poirier; Mercadet in prima linea … Un carattere ammirabilmente tracciato e degno di Molière».
  In Italia, che io sappia, Mercadet non fu rappresentato, almeno da attori eminenti, se non che per poche volte e già parecchi anni sono da Giovanni Emanuel, il quale col suo ingegno distinto deve averne fatto una creazione superba, ma ebbe torto di non mantenerlo di poi nel suo repertorio.
  Di fronte al diluvio sempre più incalzante delle sguaiate buffonerie, che i capicomici nostri s’affrettano a portare anche dagli infimi teatruccoli parigini sulle scene italiane, non sarebbe forse lodevole opera per qualche nostro attore coscienzioso di far soggetto di studio amorevole il Mercadet balzachiano? Io penso, ad esempio, che ove Ermete Novelli si decidesse a questo assunto, egli avrebbe da aggiungere un’altra grande interpretazione alle ammirabilissime sue di Euclione, di Shylock, di Lébonnard, di Papà Martin, di Luigi XI.
  Ogni vero amatore dell’arte non potrebbe che applaudire a così simpatico e interessante esperimento.

IV.
“Monsieur Alphonse” di Alessandro Dumas figlio, pp. 89-109.
  p. 104. Tra il generoso Montaiglin e quella semplice e buona signora Guichard, che il Savigny ha definito quale una figura che Balzac avrebbe invidiato, il losco tipo del giovinastro, il quale ha ormai perduto ogni senso di umana dignità, riesce disegnato con una stupenda evidenza.

VII.
“Monssù Travet” di Vittorio Bersezio, pp. 157-179.
  p. 160. Il Balzac ha lasciato un curioso suo scritto intorno alla difficoltà di scegliere un nome per un personaggio di commedia o di romanzo. È diventata una storiella che tutti sanno la infinita odissea di giri, di studi, di ricerche, che ha costato all’autore di Eugenia Grandet, il famoso nome di Z. Marcas, l’originale protagonista di un suo mirabile racconto. Sarà stata anche questa una di quelle fissazioni geniali, che concorsero così bene a render famoso il tipo eccentrico del grande scrittore. Ma è pur indiscutibile che nella popolarità di molte persone drammatiche concorse in modo non dubbio la struttura, il suono, la dolcezza e l’asprezza del loro nome.


  L. M. Bottazzi, Il centenario di un poeta [Auguste Barbier], «Avanti! Giornale socialista», Roma, Anno IX, Numero 3016, 25 Aprile 1905, pp. 1-2.

  p. 1. Egli fu salutato fra i primi della scuola romantica da Balzac: «Barbier c’est avec Lamartine, le seul poète vraiment poète de cette époque. Hugo n’as (sic) que des moments lucides».


  Ettore Botti, Tendenze generali del diritto moderno in ordine ai delitti di pubblici ufficiali. Estratto dal periodico «Il Filangieri», n. 12, 1905, Milano, Società Editrice Libraria, 1905.
  pp. 3-4. Un senso di vero disagio si diffonde ogni giorno di più, specialmente nelle classi medie, che forniscono il maggior contingente di impiegati e di funzionari. Per giunta le stesse condizioni della maggior parte degli uffici pubblici, costituiscono un opprimente e pericoloso surménage.
  L’importanza di questo fenomeno venne intuita e descritta con la consueta penetrazione psicologica e con paradossale vivacità di forma, da quel meraviglioso artista che fu il Balzac. «Il governo – egli scriveva (3) – bandisce fra le giovani intelligenze, da diciotto a venti anni, una leva di ingegni precoci, e logora con un lavoro prematuro molti grandi cervelli, che raccoglie per sceglierli nel crivello come il colono fa col grano! … Su cinquecento teste inebriate di speranze, che la parte più elevata della cittadinanza gli offre, esso ne accetta una terza parte, la mette in grandi sacchi che chiama scuole, e l’agita per alcuni anni … Infine, esso assicura a costoro, quanto vi ha di più elevato nei gradi subalterni. Poi, quando questi uomini eletti, rimpinzati di matematica e roridi di scienza, hanno raggiunto il cinquantesimo anno, esso procura loro, in ricompensa dei loro servigi, un terzo piano, una moglie carica di figli, e tutte le delizie della mediocrità …».
  Se tale è la sintesi della vita di molti impieghi, ai quali – come per ironia – si dà il nome di uffici pubblici, è facile desumerne le conseguenze in rapporto al delitto.
  (3) H. de Balzac, Melmoth réconcilié, in princ.

  O. Bréton, Les prétentions aristocratiques de M. de Balzac, «Rivista del Collegio Araldico», Roma, Presso il Collegio Araldico, Anno III, settembre 1905, pp. 529-530.
  La petite ville de Balzac, près Brioude en Auvergne a donné son nom à la Maison de Balzac. Au XVIe siècle elle se divisait en quatre branches : celle des sieurs d’Entragues ou d’Entraigues ou branche directe ; celle des comtes de Clermont ; la branche des barons des Dunes et celle des seigneurs de Montaigu.
  Cette famille devait sa notoriété à certains de ses membres ; Jean de Balzac aida le roi Charles VII de tous ses biens contre les anglais ; Robert, conseiller et chambellan du roi et sénéchal d’Agenois ; Roffac, sénéchal d’Agenois et gouverneur de Pise pour le roi Charles VIII ; Pierre, chevalier de l’Ordre du roi, gouverneur de la haute et basse Marche ; Guillaume, gouverneur du Havre-de-Grâce.
  Leurs armes étaient d’azur à trois sautoirs d’argent, au chef d’or chargé de trois sautoirs d’azur.
  Haut et puissant messire, Jean de Balzac, seigneur d’Entragues, fut la tige des branches de cette maison, au XVe siècle. Guillaume de Balzac d’Entragues, son petit fils, épousa Louise d’Humières, dont François, père de la marquise de Verneuil et Charles comte de Clermont dit le bel Entragues ou Entraguet, qu’après avoir été fort intime du roi Henry III, tomba en disgrâce et n’eut pas le collier du Saint Esprit, que le roi donna à son frère François. Ce dernier avait épousé en premières noces Jacqueline de Rohan et en secondes noces Marie Jacossie, dite Touchet, ancienne maîtresse du roi Charles IX.
  De cette union naquit Henriette de Balzac, marquise de Verneuil, qui, douée par atavisme, peut être (sic), de dispositions particulières, devint la maîtresse d’Henry IV!
  Catherine Charlotte de Balzac d’Entragues épousa Jacques d’Illiers, seigneur de Chantemesle, dont Léon, qui hérita de la Maison d’Entragues à la condition d’en porter le nom et les armes.
  Louis Guez de Balzac, membre de l’Académie française au XVIIe siècle, appartient a une autre famille, qui prit son nom du château de Balzac à 6 kil. d’Angoulème (sic).
  Les Guez de Balzac portent d’azur à deux fasces d’or. Il y a des Balsac en France qui portent les armes des sieurs d’Entragues !
  Le célèbre romancier Honoré de Balzac s’appellait (sic) Balzac tout court, et selon les études de M. Champoiseau (Revue des Deux Mondes, 15 décembre 1856) il n’avait absolument rien de commun avec les familles auxquelles il prétendait se rattacher. Il était de naissance roturière. La particule ne lui appartenait pas. Sur son acte de naissance, ainsi que sur ceux de son frère Henry François et de sa sœur Laure (Mme Surville) il est tout bonnement nommé Balzac. Dans ses rêves romanesques il s’était forgé de toutes pièces une généalogie qui le rattachait à la belle marquise de Verneuil, gloire peu enviée, mais qui flattait son amour propre. Il avait fini par prendre au serieux (sic) cette généalogie, par une faiblesse vaniteuse de son âme d’artiste, alléchée par ses tendances aristocratiques et par ses sentiments royalistes.

  Calcante, Gli originali di Balzac, «L’Italia Centrale. Gazzetta di Reggio-Emilia», Reggio Emilia, Anno XLIII, N. 75 (sic; lege: 57), 27 Febbraio 1905, p. 2.

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  «Balzac! Un osservatore prodigioso oppure un prodigioso inventore?» Ecco la domanda alla quale André Le Breton risponde nella Revue de Paris[12]. E risponde che Balzac ha molto inventato, ha moltissimo osservato. Di molte delle sue opere si possono indicare gli originali su cui son modellati i suoi personaggi.
  Il primo degli originali di Balzac, fu Balzac stesso.
  Egli mise molto di sé stesso nella Commedia Umana, anzi assai più che non suppongano i suoi lettori. Egli ha raccontata la sua infanzia in Louis Lambert, nella Peau de chagrin e in Lys de la (sic) Vallée. Sulla pretesa nobiltà della sua famiglia, sulla pensione di Tours in cui apprese a leggere, sul collegio di Vendôme e la pensione Lepitre, sul carattere difficile di sua madre, sullo stato di compressione in cui si svolse la sua giovinezza, sulle sue previsioni, sulle proprie fantasie di gloria e di grandezza, egli ha prodigato i particolari; vi ci si trova tutto: anche i suoi geloni.
  I suoi anni di pratica presso il notaio e l’avvocato si trovano ricordati nelle prime pagine de Colonnello Chabert. Sul suo granaio della rue Lesdiguières, sui suoi giorni di laboriosa e forte bohème «in cui l’olio della sua lampada gli costava più caro del pane», la Peau de chagrin, Facino Cane, le Illusions perdues, il Père Goriot non ci fanno ignorar nulla. Egli non dimentica nulla, né la fontana pubblica in cui andava egli stesso ad attinger l’acqua, né il «paesaggio di tetti bruni, grigiastri, rossi» né la vecchia donna «l’Iris messaggera» che i suoi parenti di tempo in tempo incaricavano d’apportargli le provvigioni.
  Egli si credeva il più discreto degli amanti e per nessuna cosa al mondo, avrebbe voluto nominare nelle sue opere colei che era stata la grande anima della sua giovinezza. Eppure quante volte se ne parla! E’ noto in quale strana maniera si dichiara l’amor di Vandenesse per madame Mortsauf (Le lys dan /sic/ la vallée): seduto dietro a lei al ballo, egli le applica d’improvviso un bacio nella schiena. Tale era stata, come attesta una lettera privata, la prima dichiarazione di Balzac a madame de B., ed egli ha detto, del resto, che madame de Mortsauf non era che «una pallida prova» di madame de B. …
  In una lettera si trova segnato:
  «Io solo conosco ciò che vi ha di orribile nella Duchesse de Langeais».
  Ciò che per lui vi era di orribile era il ricordo e l’analisi esatta di tutte le civetterie e le astuzie con le quali madame de C. … lo aveva altra volta attirato e sedotto; era l’arte di giuocare con un cuore, di offrirsi e di non darsi, arte che egli presta a madame de Langeais e nella quale sapeva che madame de C. … era eccellente. Egli era cascato nella trappola con tanta ingenuità!
  E non è tutto.
  Egli ha detto, in Albert Savarus, i suoi sogni d’ambizione politica e le sue candidature infruttuose; in César Birotteau, nei Petits Bourgeois, ha sviluppato le sue concezioni finanziarie e le meravigliose speculazioni che servivano ad indebitarlo sempre più. Gobseck, Un homme d’affaires, Mercadet descrivono le sue lotte col denaro, i mille ed uno espedienti per mezzo dei quali egli sperava di far perdere la propria pista ai creditori ed impietosirli. Massimilla Doni, Gambara ci dànno il Balzac abbonato agli Italiani e all’Opera nel 1834, che ascolta la musica di Mayerber (sic) e di Rossini.
  Il (sic) Cousin Pons c’è Balzac collezionista. In una delle pagine d’Albert Savarus egli descrive sé stesso:
  «Una testa superba: capelli neri, un po’ mescolati di capelli bianchi, capelli come li hanno i San Pietro e i San Paolo dei nostri quadri, e ricciolini grossi e rilucenti, capelli duri come crini; un collo bianco e rotondo come quello d’una donna; una fronte magnifica divisa dal solco potente che i grandi progetti, i grandi pensieri, le forti meditazioni iscrivono sulla fronte dei grandi uomini; una tinta olivastra marmorata di macchie rosse, occhi di fuoco, poi le guance infossate, marcate da due righe lunghe, piene di sofferenza, una bocca dal sorriso sardonico ed un piccolo mento sottile e corto; le zampe d’oca alle tempie, gli occhi cavi, che giravano sotto le arcate sopraccigliari come due globi ardenti; ma non ostante tutti questi indici di violente passioni, un’aria calma …
  Ma se dipingeva sé stesso, si occupava anche degli altri. Gli eroi degli Chouans, egli li aveva sorpresi sulla bocca di Pommerel (sic) testimone della guerra di Vandea, come ormai è risaputo dal libro di Pontevice de Hussey: Balzac in Bretagne (sic).
  Due suoi romanzi: Une tenebreuse (sic) affaire e l’Envers de l’histoire contemporaine, egli li ha trovati nelle memorie di madame d’Abrantès, della quale ha copiato di peso tutto un capitolo, che si ritrova nella Vendetta di Balzac.
  La sorella di Balzac, la signora Surville, narra che il soggetto di l’Auberge Rouge fu dato allo scrittore dal chirurgo che aveva assistito l’uomo ingiustamente condannato. «Mio fratello non vi aggiunse che l’epilogo». Nella Cousine Bette vi è l’eco e il contraccolpo del processo Colomès, che aveva così vivamente interessato nel dicembre 1845.
  Balzac dichiara egualmente che Desplein, Henry de Marsay e papà Goriot son realmente esistiti. Di Papà Goriot egli dice:
  «Il fatto che ha servito di modello presentava circostanze spaventevoli, come non ne avvengono nemmen presso i cannibali: il povero padre ha gridato durante venti ore d’agonia perché gli dessero da bere, senza che nessuno si occupasse di lui; e le sue due figliuole erano l’una al ballo, l’altra allo spettacolo, benché non ignorassero lo stato del loro padre».
  Cesare Birotteau è esistito perfettamente. Egli si chiamava Antoine Caron, profumiere residente rue du Four-Saint-Germain. La sua bottega all’insegna della Reine des Fleurs, aveva servito di rifugio ai realisti ed ai cospiratori sotto il Direttorio e il Consolato. Luigi XVIII gli decretò una medaglia in compenso dei suoi servizi.
  Ma è inutile continuare. Si può dire che la quasi totalità dei suoi personaggi sia stata tolta dalla realtà.
  Sua sorella ha lasciato scritto che egli lavorava guardando attorno alle persone che lo circondavano. I suoi intimi temevano che i suoi ritratti non gli facessero dei nemici mortali. Egli ha attinto a piene mani dalla vita altrui come dalla propria vita. Eppure nessuno dei suoi romanzi è una confessione o un romanzo a chiave. Certamente vi era un po’ di malizia nel dedicare una delle sue opere al barone Rotschil (sic), dopo aver creato Nucingen, e ad affidare l’illustrazione degli Impiegati ad Henry Monnier, che era stato riconosciuto in uno dei personaggi del romanzo, Bixiou. Forse in questo c’era meno malizia e più finezza. Balzac probabilmente non aveva l’intenzione di far la satira personale e credeva di essere un vero creatore. La realtà lo suggestionava quasi inconsapevolmente. Egli pigliava ad imprestito dalla vita i suoi personaggi, come il danaro dai suoi amici: quasi senza accorgersene.

  Camillo, “Monsieur Piégois”. Commedia novissima in tre atti di Alfredo Capus. (Notra corrispondenza particolare), «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 55, 6 Marzo 1905, pp. 1-2.
  p. 2. Ecco tutta la mia storia … Non è quella, a dir vero, d’un eroe di Balzac … ma noi non siamo all’indomani del primo Impero!

  O.[reste] Cenacchi (Compare Turiddu), Teatro nuovo. Il teatro completo di Enrico Becque, in Vecchi motivi di critica. Note e ricerche. […], Bologna, Ditta Nicola Zanichelli, 1905, pp. 53-85.[13]
  p. 72. Il quadro, per la precisa ricostruzione delle figure, studiate non solo nei loro rapporti sociali, ma anche nella loro intima realtà, rivelata tratto tratto con qualche motto che scuote per la sua energia di verità spietata e crudele, è degno di Balzac.
  E il nome di Balzac si ricorda anche meglio ove si tenga presente su quale passione umana, su quale lato della esistenza sociale si porti l’osservazione.
  p. 85. Un solo filo forse, ma tenue, di derivazione c’è per una sola delle commedie, pei Corbeaux, che hanno qualche aria di famiglia con alcuni personaggi di Balzac.

III.
  Alessandro Dumas Padre, pp. 185-194.[14]
  p. 192. Questo è il secolo delle commemorazioni letterarie e dei centenari. Pochi mesi or sono fu celebrato quello di Victor Hugo; ora quello di Dumas; in breve forse anche Balzac avrà la sua statua.
  Assai dissimile è l’opera di questi due ultimi scrittori, in forma e contenuto: comune però ha questo, la grandiosità delle linee; l’uno ha fatto la Commedia umana, l’altro ha tentato la Commedia storica.
  Balzac ha faticosamente frugato per entro l’intimità dell’animo umano e colto il segreto delle sue gioie, dei suoi dolori, delle sue debolezze, dei suoi eroismi.
  E l’opera sua non perirà.
  Ma anche quella di Dumas non morrà; in lui l’invenzione è epica e superba […].

Armand de Pontmartin, pp. 229-235.
  pp. 231-232. Cfr. 1890.

  G. Luigi Cerchiari, Scienze e ricerche affini o derivate, in Fisionomia e mimica. Note curiose – Ricerche storiche e scientifiche – Osservazioni e commenti sulle interpretazioni dei caratteri dai segni della fisonomia, e dei sentimenti dalla mimica delle loro espressioni con 77 incisioni nel testo e XXXIII tavole, Milano, Ulrico Hoepli Editore della Real Casa, 1905, pp. 59-71.

  p. 70. È risaputo anche nella conoscenza volgare che la mano ha una grande significazione fisionomica. «Prima di farmi un amico gli guardo bene le mani» soleva dire un grande filosofo; «l’oeil peut peindre l’état de notre âme; mais la main trahît (sic) tout à la fois les secrets du corps et ceux de la pensée» lasciò scritto Onorato di Balzac. [Citazione tratta dalla Physiologie du mariage].


Capitolo XII
La mano, pp. 155-168.

  p. 155.
L’oeil peut peindre l’état de notre
âme, mais la main trahit tout à
la fois les secrets du corps et ceux
de la pensée.
                                                                                         Balzac. (cfr. citaz. prec.)

  pp. 167-168. Così dunque in breve riassunto l’esame della mano e delle sue particolarità; vale a dire la sintesi dello studio della chiromanzia, che se esso non vi persuadesse pensate che da Aristotile in qua a Balzac, a Dumas ebbe lunga fila di ammiratori; […].

  Cini, L’arringa dell’avv. Bernasconi in difesa della Bonetti (Corte d’Assise di Torino), «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 171, 22 Giugno 1905, pp. 3-4.
  p. 4. E Balzac diceva: L’humanité de la courtisane comporte des magnificences qui la remontent aux anges.[15]

  Cini, L’arringa dell’on Vecchini in difesa di Linda Murri (Corte d’Assise di Torino), «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 185, 6 Luglio 1905, pp. 4-5.
  p. 5. Io non dirò con Balzac, il grande osservatore e valutatore dell’anima umana: «Quando una donna ha riso di suo marito non può più amarlo».

  Cini, L’arringa dell’avv. Abramo Levi in difesa della Bonetti (Corte d’Assise di Torino), «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 202, 23 Luglio 1905, pp. 2-3.
  p. 2. L’anima della donna perduta è squilibrata, mista di sorditezza, di interesse e di generosità. E’ procliva al vagabondaggio; è impudica, non ama la famiglia; […] Chi lo nega?
  Bernasconi domandò al Balzac la prova che la prostituta ha delle magnificenze di generosità che la fanno assurgere al cielo degli angioli. Ma, caro amico, la differenza fra la donna onesta e quella che non è tale, è questa: Che una donna onesta ripugna le intimità coll’uomo che non ama, invece la prostituta dà all’amante il fiore del sentimento, ed accorda al primo venuto l’abbandono completo del corpo. […].
  A proposito di Balzac, il mio pensiero corre a Morello, che predilige in modo così vivo Balzac. […] Dunque Balzac, che è sì caro a Morello, che ha l’animo scettico (tanto per non fargli solo degli elogi), ha detto che la magnanimità della donna del fango sale talvolta alle eteree regioni degli angeli.

  Enrico Costa, Ancora Balzac in Sardegna, «La Nuova Sardegna», Sassari, Anno XV, 29 ottobre 1905, pp. 1-2.

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  Sul viaggio di Onorato Balzac in Sardegna, descritto da Gabriel Ferry nell’articolo riassunto dalla Nuova Antologia, e riportato giorni or sono dalla Nuova Sardegna (cfr. supra), si hanno ben pochi particolari, oltre quelli fornitici da parecchie lettere dell’illustre autore della Commedia umana, indirizzate alla sorella.
  L’articolista della Nuova dubita, ed a ragione, che il Ferry non fosse ben informato dell’escursione di Balzac nell’isola nostra. Dicesi che il celebre romanziere francese abbia visitato Cagliari, Iglesias, Nuoro, ed altri paesi della Sardegna; ma nessuno scrittore di cose sarde (che io sappia) riporta alcuna notizia in proposito. Siccome Balzac era venuto in Sardegna con la speranza di arricchirsi sfruttando qualche miniera, così è naturale che il suo passaggio non sia stato avvertito che da qualche speculatore di miniere, il quale non vide in lui che un rivale, ossia un concorrente importuno e pericoloso. Nessuno certamente aveva in lui notato il celebre romanziere francese!
  Il Ferry (con la scorta delle lettere di Balzac) ci parla dei tre viaggi fatti in Italia dal celebre romanziere, negli anni 1836 al 1838; egli accenna al soggiorno di Balzac in Torino nell’agosto del 1836; poi in Milano nel 1837, indi a Genova, dove trovò quel negoziante genovese, al quale incautamente spiegò il passo di Tacito che parlava delle ricchezze delle miniere sarde. Continua il Ferry, notando la partenza di Balzac da Parigi nel marzo del 1838; il suo arrivo ad Ajaccio, o la sua gita in barca ad Alghero, impiegando cinque giorni nel tragitto. Montato a cavallo in Alghero, Balzac si portò a Sassari, e da Sassari all’Argentiera, dove trovò lo scaltro genovese che sfruttava la miniera da lui vagheggiata. Scoraggiato e disilluso, Balzac partì per Cagliari, e di là a Genova ed a Milano, per far ritorno a Parigi nel giugno del 1838.
  Di questo viaggio di Balzac in Sardegna è menzione in due pubblicazioni: nel libro L’île de Sardaigne, pubblicato a Parigi da Augusto Bouiller nel 1865[16]; e nell’Itinerario del Lamarmora, tradotto in italiano ed annotato dallo Spano nel 1868[17].
  Il primo accenna ai cinque illustri personaggi che vennero in Sardegna: – Carlo V, Napoleone Bonaparte, Nelson, Lamartine e Balzac.
  Lamartine, il celebre poeta, storico e statista francese, fu costretto da una tempesta ad approdare alla spiaggia di Palmas, ed a scendere a terra il 17 luglio 1832. Il Boullier riporta una bella pagina del Voyage en Orient, in cui Lamartine, dopo aver ritratto la natura di quella spiaggia con tocchi da vero maestro, descrive l’incontro avuto con sette od otto sardi dalla bella fisonomia, dalla fronte spaziosa e dall’occhio fiero, per metà nudi e per metà vestiti, armati di lunghi fucili. Questi uomini finirono per offrirgli grosse ceste di frutti di mare, ricusando generosamente qualunque mercede. Il più curioso è questo: che, per ingraziarsi quei sardi, Lamartine pronunciò il nome di alcuni loro compaesani, coi quali egli aveva stretto amicizia nella giovinezza. Quali erano questi nomi? Forse quelli di Angioi e di Azuni, che aveva conosciuto a Parigi; ma io dubito che li conoscessero quegli otto sardi, mezzo nudo e mezzo vestiti!
  In seguito, narra Boullier, che un anno dopo (nel 1833 [sic]), capitò in Sardegna il celebre Balzac per tentare la fortuna delle miniere; e riporta alcuni brani delle lettere scritte alla sorella, in cui dice che trovò in Sardegna dei veri briganti che non gli rubarono nulla (de vrais brigands qui ne lui volerent /sic/ rien).
  «I sardi, scrive Balzac, sono assez bons diables, e mi hanno sempre dato soddisfazione su quanto ho loro chiesto; ond’è che non tardai ad accorgermi che per essi io non era un cliente. Credo fermamente, Dio mi perdoni, che essi, anziché chiedermi del danaro, me ne avrebbero di buon grado prestato … All’incontro un onesto capitano genovese, al quale comunicai il mio progetto, non tardò a rubarmelo! …»
  Il Boullier non accenna al punto dell’isola, in cui si trovava la miniera; lo Spano aggiunge, che Balzac venne appositamente in Sardegna nel 1833 per esaminare le scorie antiche ch’erano nelle vicinanze di Villamassargia (territorio d’Iglesias), e parla della miniera detta l’Argentiera in monte Zipara, coltivata nel 1860 da una società inglese.
  Evidentemente è qui un errore di data tra il 1833 e il 1836, ed una confusione fra l’Argentiera del capo settentrionale e quella del capo meridionale – a meno che non vogliamo ammettere che il Balzac sia stato due volte in Sardegna.
  Il romanziere e filosofo Balzac (secondo Ferry) fu spinto a recarsi in Sardegna dal genovese a cui nel 1837 parlò delle ricche miniere sarde; e si decise al viaggio nel marzo dell’anno seguente (1838).
  Io, però, non sono lontano dal credere che fin dal 1836 (prima di recarsi a Genova e di parlare col genovese) Balzac avesse intenzione di visitare la Sardegna per studiarvi i costumi, indottovi da un gentiluomo sassarese, dimorante a Torino.
  Era costui Francesco Boyl, marchese di Putifigari e poi conte di Villaflor – il figlio di quel marchese Vittorio Pilo Boyl, il benemerito cittadino a cui i sassaresi devono il palazzo e il teatro civico, l’illuminazione pubblica, l’impianto dell’orfanotrofio, ed altre istituzioni. Don Francesco aveva molta influenza in corte, ed era amico di quasi tutti i letterati piemontesi, fra i quali Brofferio, Felice Romani e Federico Sclopis […].
  Questo marchese era un vero gentiluomo, molto colto, franco, aperto ed amante appassionato dei sardi; a lui si ricorreva in ogni occasione, ed egli otteneva dal re molti favori a beneficio de’ suoi conterranei; basti il dire che fece nominare cinque vescovi ed un arcivescovo, tutti sardi. […].
  Tornando a Balzac, noi ora sappiamo, che prima di recarsi a Genova nel 1837 egli già pensava di visitare la Sardegna; senonchè, invece di studiare i costumi sardi, egli si diede a studiare le sarde miniere … e forse sotto un falso nome. E’ certo che l’illustre romanziere venne a Sassari con una lettera del marchese Boyl, il quale lo raccomandava a don Pasquale Tola; ma questa lettera andò smarrita, e manca nel nostro archivio.
  Un fatto curioso (dovuto certamente al caso) è questo: che don Pasquale Tola ed i suoi eredi ebbero una parte di lucro nella miniera dell’Argentiera – in quella miniera che diede le vertigini ad Onorato Balzac, l’illustre autore della Commedia umana, della Fisiologia del matrimonio, del Giglio della (sic) valle, e di altre eccellenti pubblicazioni che resero immortale il suo nome.

  Benedetto Croce, Il concetto e la rappresentazione storica, in Lineamenti di una logica come scienza del concetto puro. Memoria letta all’Accademia Pontaniana nelle tornate del 10 aprile e 1 maggio 1904, e del 2 aprile 1905 dal socio Benedetto Croce, «Atti dell’Accademia Ponatniana», Napoli, R. Tipografia Francesco Giannini & Figli, Volume XXXV, Serie II. – Volume X, 1905, pp. 44-61.
  p. 50. Prendiamo una proposizione di mera rappresentazione, che non abbia pretesa esistenziale e – sempre per la stessa ragione di escludere al possibile equivoco che è nelle frasi isolate e negli esempii astratti – togliamola da una poesia. […] Non sappiamo, non potendosi desumere in niun modo da quell’effusione lirica; né Orazio stesso, in quanto poeta poetante, lo sapeva: pel poeta, la realtà è la sua immagine, né egli esce da essa per contrapporla ad altre; se pur non faccia talora la contrapposizione all’inverso come Onorato Balzac, che usciva dalla realtà allorchè doveva occuparsi delle miserie della vita quotidiana, e ci tornava quando ripigliava nell’immaginazione il filo dei suoi romanzi.

  F. D’Algrana, Fra libri vecchi e nuovi. Vincenzo Morello (Rastignac): “L’Energia letteraria”, p. 346, in 12°; Torino-Roma, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, «Minerva. Rivista delle Riviste. Rivista moderna». Roma, Anno XV, Vol. XXV, N. 30, 2 luglio 1905, pp. 714-716.
  pp. 715-716. Fortunatamente non tutta la critica del Morello si occupa di questi problemi, di queste escatologie [derivanti da «un positivismo assoluto, (…) assoluto e intransigente»]; per la massima parte, essa rimane nel campo della letteratura, delle questioni sociali, politiche e morali. […].
  Così, è bello e poderoso lo studio su Emilio Zola; finissima l’analisi della «Francesca» D’Annunziana; magnifico e potente lo studio sul mondo criminale del Balzac, dove è una così fine analisi di quel periodo post-napoleonico, nel quale si esercitò l’opera scrutatrice e creatrice del Balzac, che sono sicuro di fare cosa grata al lettore riportandone una buona pagina:
  “Era finito da poco il periodo eroico. L’atmosfera, dopo la catastrofe napoleonica, era rimasta come impregnata di polvere e di sangue: del sangue delle guerre civili; della polvere che avevano suscitato nel loro passaggio gli eserciti vittoriosi e gli eserciti sconfitti. […] La criminalità conquistò così tutti gli spaldi rimasti deserti, e si estese in tutti i gradi sociali che gli avvenimenti politici avevano sconvolti. «La moralità di un popolo – dice il Tarde – è strettamente legata alla stabilità dei suoi usi e costumi, come in generale quella di un individuo alla regolarità delle sue abitudini»”. (Cfr. 1902).


  Grazia Deledda, Nostalgie. Romanzo, Roma, Nuova Antologia, 1905.

 

  p. 263. Allora il giovane padre si curvò, e non senza molte difficoltà rimise il piedino caldo e palpitante entro la scarpetta, rivolgendo alla bimba delle frasi che, direbbe Balzac, a leggerle sono ridicole, ma in bocca d’un padre sono sublimi.


  Philip Gibbs, Onorato Balzac, in Sapere e potere (Guida alla coltura) tradotto dall’inglese e adattato per gli italiani da Antonio Agresti, Milano, Casa editrice L. F. Pallestrini & C., 1905 («Biblioteca generale di coltura», N.°3), pp. 172-179.
  Non è possibile, volendo avere una conoscenza anche sommaria del romanzo francese, non conoscere e non apprezzare Balzac. Egli è uno dei rari uomini, superlativamente dotati, la cui opera segna un’epoca nella letteratura e nell’arte di un paese. È opportuno, anzi è doveroso notare subito che Balzac non è uno stilista. Egli non aspetta nulla e nulla chiede al lenocinio della forma. L’emozione scaturisce nell’opera dell’enorme romanziere dalla osservazione, e dalla efficacia con la quale sono ritrattati i tipi ch’egli descrive. Alcuni dei suoi eroi son rimasti tipici nella letteratura francese. Egli ha colto un carattere, una debolezza, un vizio, una virtù in mezzo alla grande folla degli uomini ed ha obbligato il suo tipo a rivelarsi tutto intiero, sotto le sue diverse faccie al mondo. I caratteri studiati da lui, vivono nella vita; e come vivono, con le loro bontà e le loro cattiverie, i loro vizi e le loro virtù, egli ce li presenta e li fa agire logicamente secondo il loro temperamento, con una rigorosità di metodo che potrebbe essere chiamata scientifica, se non sapessimo che in lui era soltanto opera e frutto del suo vasto genio. Vissuto in pieno periodo romantico, fra le immaginazioni meravigliose di Victor Ugo (sic), e la grazia e la forza delicata e suggestiva di Giorgio Sand (Aurore Dupin maritata Dudevent [sic]), egli appare come un grosso e forte contadino che in mezzo ad una folla lavora di gomiti per farsi largo. Egli non ha le belle immagini hughiane, non ha la grazia di Alfred De Vigny, né lo stile forbito e caustico di Nodier o di Stendhal. Egli è grossolano, duro, assai frequentemente sgraziato. Quando si ostina a volere essere artista fallisce regolarmente il suo scopo e diventa brutto e pesante, ma quanta forza in lui, però, quando, assolutamente padrone di un tipo, descrive semplicemente, senza voler far dello stile e dell’arte. Allora egli è davvero inconsapevolmente, involontariamente, un artista e un grande artista. Allora egli descrive potentemente, in pagine magistrali, tipi ed ambienti che non hanno pari altro che nella realtà della vita.
  Egli è il descrittore inimitabile e insuperabile della vita e dei tipi borghesi della Francia, della Restaurazione e della II Repubblica. I suoi aristocratici, la sua buona società, il suo mondo degli affari sono veramente suoi, scaturiti dal suo cervello, figli della sua immaginazione; ma da quegli aristocratici, da quei finanzieri, da quei nobili d’una convezione tutta Balzachiana, egli viene a trarre tali e tanto profondi e veri effetti d’osservazione sociale e psicologica, che il difetto primordiale scompare per lasciarci in preda alla emozione e alla persuasione che, se proprio così non è, pure così potrebbe essere. E questa è la potenza del genio di Balzac; perché Balzac è veramente il romanziere di genio fra i romanzieri francesi.
  L’uomo.
  Onorato Balzac nacque a Tours nel 1799. Da giovane fu impiegato in uno studio di notaro, donde uscì per associarsi con uno stampatore insieme al quale subì i primi rovesci della fortuna. E’ notevole questo tratto del carattere del Balzac. Egli, che in molti dei suoi romanzi tratta di finanza, e del mondo degli affari, non riuscì mai a menarne a bene uno per conto suo. Due volte fece e disperse la sua fortuna e la sua vita, e i guadagni che egli ritraeva dai suoi lavori furono intieramente spesi a pagare i debiti contratti negli affari commerciali. Quella misura e quella sobrietà di condotta che regnano nei suoi romanzi, non regnarono mai nella sua vita. Conscio del suo grande valore letterario egli non si preoccupò mai di dirigere bene le imprese industriali alle quali si accingeva. La sua facile immaginazione gli faceva vedere possibilità di lauti guadagni, là dove un altro, un po’ esperto d’affari, non avrebbe veduto altro che inganno teso da altri uomini, o piccoli superficiali guadagni che non valevano la pena del lavoro e il valore del capitale impiegato a lanciarli e a tentare di condurli a buon porto.
  Nel 1837 fu in Italia e dimorò un certo tempo a Milano, a Venezia, a Genova. In questa città gli fu consigliato un affare di miniere in Sardegna, nel quale, come al solito, rimase vittima d’un imbroglione. A Milano, nel frattempo, scrisse il romanzo Memoires de deux jeunes mariés (sic). Nel ’38 fu ancora una volta in Italia, chiamatovi da quello sfortunato affare delle miniere di Sardegna. Tornato in Francia, non si mosse più da Parigi, dove morì nel 1850. Si era da poco sposato ad una polacca, la signora Hanska, che gli portò in dote quella ricchezza ch’egli aveva sempre sognato, ma che non era riuscito mai a realizzare né con affari, né con la penna.
  Le opere.
  Non bisogna supporre che Balzac fosse volontariamente trasandato nel suo stile, e che egli mancasse di forza nei suoi lavori. Quando non era sotto l’influenza dello stile di qualcuno, come di Gauthier (sic) per esempio, egli era allora efficacissimo, anzi, egli è, il romanziere che meglio di tutti ha saputo cogliere sul vivo e sul vero i suoi caratteri. Le sue descrizioni semplici e sobrie sono deliziosi quadretti di paesaggi, di luoghi e di vita. I principali personaggi dei suoi personaggi sono fotografie, esseri vivi e veri che noi vediamo costantemente intorno a noi e nella nostra società.
  Questa grande potenza di verità ha fatto di lui il creatore del romanzo moderno. In Francia Zola lo prese per maestro, e costruì tutta la sua teoria del romanzo sperimentale, della letteratura naturalista, su esempi dell’opera di Balzac. In Italia la influenza della sua opera si è fatta potentemente sentire ed anche in Inghilterra e in Germania, quantunque per il diverso carattere di questi due popoli, il genio latino possa poco su la loro letteratura, tuttavia Balzac ha lasciato forte traccia di sé.
  Egli ha colto nel loro parossismo le passioni umane, e di ognuna ha saputo trovare il tipo che la incarna e che è quella passione stessa personificata. Eppure egli non ha nulla dei romantici pei quali l’uomo spariva di fronte all’astrazione. I tipi di Balzac, i suoi personaggi appartengono meravigliosamente alla vita. Lo sviluppo comico e tragico degli avvenimenti di cui essi sono il pernio, è tale quale è nella vita, ed essi, e la loro vita, le loro idee e le loro passioni sono ad un tempo semplici e complessi come una vita esaminata dal di fuori, quasi superficialmente dagli effetti e dai fatti che le si creano intorno. Semplice perché Balzac non fa molta psicologia, non studia i mille ripieghi, e le risorse, e le lotte, e le dedizioni, e le rivincite dell’anima; complessi perché in loro si compendia una vittoria o una rovina, il disastro di una famiglia, o la sciagura d’un essere, tragici perché essi vanno diritti al loro scopo, fisso nella loro idea come maniaci terribili che sacrificano tutti e tutto, e per fino se stessi, alla loro chimera, alla loro follia, alla passione per la quale, sola, sembrano nati a vivere. Così è del Père Grandet nel romanzo Eugenie (sic) Grandet, così è di Hulot, di Bette, di Goriot, di Cloes (sic), di Rabourdin, di tutti i tipi dei suoi principali romanzi, da quel terribile Corentin degli Chouens (sic) a Orsola Mironet (sic), passando a traverso i caratteri del Cousin Pons, dell’assurda Femme de trente ans e di quei capolavori che sono César Biratteau (sic), Modeste Mignon, Le Père Goriot e La rècherche (sic) de l’absolu.
  A tutta la sua opera Balzac diede il titolo di Commedia umana, né meglio egli la poteva intitolare, poiché con i sotto titoli di Scena (sic) della vita di Provincia, Scena della vita privata, Della vita militare, Della vita politica, Della vita parigina, ecc., egli ha messo in scena il popolo e la borghesia francese della prima metà del secolo XIX. La storia che vorrà parlare dei costumi, delle abitudini, dei sistemi politici e della vita pubblica e privata di quella epoca, dovrà ricorrere a Balzac, dovrà studiarlo e tenerne conto, poiché l’enorme romanziere, che è un romantico nella concezione dei fatti e dell’intreccio de’ suoi romanzi, è al tempo stesso un rigoroso naturalista, un verista severo nella descrizione degli ambienti, dei costumi, della società; è il fotografo del pensiero, del sentimento e delle espressioni della società borghese e del popolo di Francia al suo tempo. Egli è stato il descrittore arguto, efficace, sottile delle relazioni sociali della sua epoca; basta leggere, per convincersene, La Maison Nucingen e ancora La dérnière (sic) incarnation de Vautrin e L’illustre Gaudimant (sic), e si ha tosto l’impressione di sapere quali forme di sentimenti e di principii predominavano nella borghesia e nel popolo francese il 1832 e il 1850. Non a torto dunque Zola lo prese a modello, lo proclamò il creatore del romanzo sperimentale in queste parole: «Egli ha fondato il romanzo contemporaneo, perché ha recato al romanzo e messo in opera, uno dei primi, quel senso del reale che gli ha permesso di evocare tutto un mondo». Ma Balzac non era soltanto un romanziere dalla vena inesauribile e dalla potenza di osservazione unica più che rara, egli era anche un pensatore.
  Balzac filosofo.
  E questo suo carattere bisogna coglierlo qua e là ne’ suoi romanzi. Egli ama fare digressioni e dire, a proposito d’un fatto o d’un soggetto qualunque, la sua opinione: e quella sua opinione è sempre lucida e profonda; sempre materiata di una chiara percezione delle cose e delle loro cause intime e forti. Egli non ha un sistema; la filosofia di Balzac non è il risultato di uno studio o di un concetto speciale delle funzioni dell’uomo sul mondo, del posto dell’uomo e del mondo nell’infinito e nell’eternità; è piuttosto un sistema di buon senso che scende direttamente dalla osservazione e dallo studio dei fatti individuali e sociali che formano il soggetto dei romanzi di Balzac. Ma quel sistema è logico, è uno e se ne trovano le traccie tanto dei (sic) Splendeurs et misères des courtisanes come in Memoires de deux jeunes mariés; nella Fisiologia del matrimonio come nel Député d’ Arcis. L’osservazione dei fatti e dei risultati dello svolgersi della vita offre mille volte a Balzac l’occasione di discutere, di generalizzare un principio, un’idea, un sentimento; dal fatto specifico egli trae la legge generale e l’afferma; può darsi che l’affermazione sia troppo assoluta, ma l’osservazione non è mai falsa e, cosa sorprendente in un creatore di fatti e di tipi come lui, anche molto sovente sottile e minuziosa. Certamente il suo metodo di divagare e di filosofare non è il più in armonia con i metodi del romanzo moderno; ma Balzac lo adopera tanto a proposito e con tanto acume, che l’economia e la condotta del romanzo non ne soffre mai. Si potrebbe dire che tutto il suo sistema di filosofia si basa su la bontà. È strano che un uomo che è riuscito a creare quelle figure terribilmente tragiche che sono il Père Grandet, Delfina, della Maison Nucingen; la Cousine Bette; che ha frugato e studiato l’avarizia, la gelosia, la viltà, il vizio con una tanto terribile verità che i tipi ed i fatti rimangono fissi per sempre nella mente, sia un ottimista. E veramente egli era un ottimista. La sua bontà naturale gli si leggeva negli occhi, nella faccia forte e bonacciona, si manifestava nel suo riso largo e pieno che gli scuoteva il corpo come in un convulso.
  Il metodo di lavoro di Balzac.
  Vale la pena di parlare del come egli soleva lavorare, perché nessun altro scrittore al mondo ha avuto un metodo altrettanto strano. Molti dei suoi romanzi nella edizione definitiva son la riunione e la rifusione in un solo di parecchi racconti e romanzi più brevi. Il lavoro di lima e di rifinitura era in lui costante, ostinato, persistente. Per questo, benché egli non sia uno stilista, i suoi romanzi hanno tutti una forte impronta speciale, sua, particolare: Son Balzac, e lo sono tanto, che egli poteva dire francamente ed in tutta sicurezza a chi gli diceva che, perché lento sul lavoro, poteva farsi rubare le idee: «Oh! non ci pensate, non ci sono che io che possa fare del Balzac!» E se per lui fare del Balzac voleva dire dare la forte sua impronta all’opera sua, per i compositori tipografi voleva dire essere alla tortura. Essi usavano mettere in contratto che non sarebbero obbligati a fare del Balzac più d’un’ora per giorno. Soleva mandare le prime cartelle del lavoro quasi come un abbozzo dell’idea dalla quale doveva uscire il romanzo. Su le prime bozze di stampa correggeva le frasi, aggiungeva, modificava, aggiungeva sopratutto, e così di seguito fino, qualche volta, alla sedicesima, alla ventesima revisione. Il Père Goriot è stato riveduto ventidue volte. Ma dopo quel lungo lavoro di correzione l’opera usciva perfetta, tale, che oggi a voi, come ai contemporanei di Balzac, dà l’impressione che i tipi descritti nei romanzi sono tipi che il romanziere aveva avuto agio di vedere, studiare e copiare dalla vita. E questo è veramente il grande pregio di Balzac, la rivelazione del suo potente genio: la creazione di tipi che usciti dalla sua immaginazione sono al tempo stesso caratteri del mondo e della vita.

  Il Lettore, Corriere letterario, «Corriere della Sera», Milano, Anno 30°, Num. 118, 30 Aprile 1905, pp. 1-2.

  p. 2.

I Romantici sperduti.

  E che dire di Carlo Lassailly, il Jeune-France che serve di modello a Teofilo Gautier, e che un altro maestro, il Balzac, scrittura per farsene un collaboratore obbligandosi a dargli ricetto e vitto purché a qualunque ora del giorno e della notte, nella villa delle Jardies dove si chiude a chiave con lui, gli suggerisca piani di romanzi e scioglimenti di situazioni; obbligo tanto tormentoso, che una notte il malcapitato, rinunziando al pane quotidiano, scavalca il muro del giardino, al chiaro di luna, fuggendosene senza cappello, con gli abiti lacerati, per la campagna deserta …


  Lord Bonfil, Cronache femminili. I vantaggi morali delle acque curative, «Corriere della Sera», Milano, Anno 30°, Num. 230, 23 Agosto 1905, pp. 1-2.

  p. 1. Dopo il matrimonio le signore infatti raramente si ritirano ad esercizi spirituali, ma cominciano le cure termali che hanno la stessa durata di due o tre settimane e lo stesso scopo di felicità futura, dànno occasione allo stesso esame di coscienza nel riposo d’una vita metodica e nella rinuncia provvisoria al­l’uso della propria volontà.

  Io parlo, si sa, delle dame oneste le quali per essere deliberatamente oneste devono, secondo Balzac, aver meno di quarant’anni.


  Albert Lumbroso, Souvenirs sur Maupassant. Sa dernière maladie. Sa mort. Avec des lettres inédites communiquées par Madame Laure de Maupassant et des notes recueillies parmi les amis et les médecins de l’écrivain. Portraits, autographes, instantanées, Rome, Bocca Frères, Éditeurs Libraires de Sa Majesté, 1905. 

  p. 32, nota (1). M. (sic) Morello (Rastignac) a jugé très sévèrement ce livre [cfr. Max Nordau, Vus du dehors, 1903] dans un article: Nell’Arte e nella Vita, «Nè fuori ne dentro» de la Tribuna du 5 novembre 1902, mercredi. Comme il s’est déjà occupé, dans une Revue, de Balzac, M. Morello n’examine, dans tout le volume de Nordau, que les «dieci paginette sul Balzac», c’est-à-dire le premier chapitre de Vus du dehors. Il accuse surtout Max Nordau de ne pas avoir lu Balzac!

  pp. 35-37, nota (1). Le secret n’a pas été mieux gardé par Ugo Ojetti; je reproduis ici le début de son article Ricordi di Maupassant «La Giostra», Catania, a. II, n. 2, septembre 1903): […]

  La sua prosa è un sottile cristallo sulla realtà: quella degli altri, da Balzac a Zola, dai Goucourt a Daudet, è una lente che déforma e trascolora, poco o molto.

  p. 244. [A proposito di un articolo a firma: H. C. M. su Le Horla del 1901]. « On sait avec quel soin, quelle peine souvent, les romanciers choisissent plutôt qu’ils ne créent les noms de leurs héros, et il y a au sujet d’un roman de Balzac, Z. Marcas, une anecdote devenue classique.

  pp. 271-272. [Su L’Evolution du roman au XIXe siècle par Guy de Maupassant (Article de la Révue de l’Exposition Universelle de novembre 1889)]. Mais deux écrivains ont ensuite apparu de qui date la réelle évolution de l’aventure imaginée à l’aventure observée, ou mieux, à l'’venture racontée comme si elle appartenait à la vie: Stendhal et Balzac. […].

  Et Maupassant de donner la préférence à Balzac: «Mais devant Balzac on ose à peine critiquer. Un croyant oserait-il reprocher à son Dieu toutes les imperfections de l’univers?».

  Nota (1). Note de mon ami Paul Arbelet (1904): «Pourtant, si l’on reproche à Stendhal son style, - et «l’on a bien raison, - comment accepter celui de Balzac? «Stendhal, ignorant l’art des mots, ne cherche pas à bien écrire; il n’a pas un mauvais style, il n’en a pas. Balzac a la prétention d’être un artiste de la forme; il se figure qu’il écrit bien; il s’y efforce. Et le résultat est piteux. Mieux vaut, comme Stendhal, n’essayer pas».

  p. 575. Enrico Morselli m’écrivait de Nervi le 25 août 1901:

  «Egregio Barone, Il libro di A. G. Bianchi, Patologia del Genio, fu pubblicato dall’editore Max Kantorowicz, di Milano. Io credo ora l’editore fallito, ma il libro facile a trovarsi.

  «Là v’è la mia opinione d’allora (un po’ diversa da quella d’oggi) sul genio: — quanto al Maupassant non ho cambiato d’avviso: — per me egli è il più grande scrittore francese da Flaubert in poi, fors’anco da Balzac: — un vero genio di chiarezza, di precisione, di concisione». […].

  pp. 575-579. [Su: Chez Tolstoï - Trois jours à Iasnaïa-Poliana (juillet 1901). Souvenirs publiés par Paul Boyer dans Le Temps du 28 août 1901]; p. 578. «Mais qu’on ne me parle pas de l’évolution du roman, qu’on ne me dise pas que Stendhal explique Balzac, et qu’à son tour Balzac explique Flaubert. Tout cela, ce sont des inventions de critiques. J’aime beaucoup vos critiques français, et ce sont les seuls que je lise; ce n’est pas que les plus notoires d’entre eux ne soient en retard de quarante bonnes années pour tout ce qui touche aux questions religieuses ou sociales; mais leurs “essays” sont joliment écrits et je les lis avec plaisir. N’empêche que je ne partage pas leurs idées sur la succession Stendhal-Balzac-Flaubert. Les génies ne procèdent point les uns des autres : les génies naissent indépendants, toujours».


  Paolo Mantegazza, Le tinture del corpo e dell’anima, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 63, 4 Marzo 1905, pp. 1-2.
  p. 2. Balzac, il più grande psicologo che abbia avuto il secolo scorso, disse che il più grande gesuita di tutti i gesuiti è ancora meno gesuita della meno gesuita delle donne, e forse è vero; ma le figlie d’Eva hanno almeno la scusa di esser deboli e oppresse, per cui devono coll’astuzia supplire alla forza; ma noi uomini, perché ci tingiamo l’anima ogni giorno, fingendo convinzioni che non abbiamo, simulando virtù che ignoriamo, facendo sgambetti di eroismo e proteste di coraggio, quando siamo pieni di debolezza e di tare!

  Dino Mantovani, Cronache Letterarie. L’Energia. Vincenzo Morello (Rastignac): “L’energia letteraria” – Un vol., Torino-Roma, Casa editrice nazionale Roux e Viarengo, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 177, 28 Aprile 1905, pp. 1-2.
  Come critico letterario, egli studia sopratutto lo svolgersi di quella che il Balzac chiamava «la letteratura delle idee» […] e cerca in essa l’espressione di quell’essenza della vita che col suo Stendhal e co’ filosofi del monismo chiama «energia». […].
  E’ naturale che, tutto inteso alla «letteratura delle idee», il Morello si volga di preferenza alla letteratura francese, la più rappresentativa e la più comunicativa del mondo moderno. Ed è naturale che in quella egli pregi sopra gli altri gli scrittori che nell’opera letteraria tennero i concetti e i metodi della scienza positiva, Stendhal, Balzac, Zola, perché è egli stesso un positivista schietto […].

  Dino Mantovani, Cronache letterarie. Paul Adam, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 325, 23 Novembre 1905, pp. 1-2.
  p. 2. I Balzac, i Tolstoi, i Maupassant possono divagare, sorridere, anche scherzare, ma il fondo d’ogni loro discorso è un concetto della vita alto e severo che, a qualunque conclusione venga, incute rispetto.
  Di tale famiglia mi pare sia Paul Adam.

  Felice Momigliano, Giuseppe Mazzini e le idealità moderne, Milano, Libreria Editrice Lombarda, 1905.

L’Arte nella mente di G. Mazzini.
  p. 241. L’uomo che nel 1839 si sdegnava delle crudezze veriste del Balzac e di altri minori, la cui arte procede fredda impassibile nei dominî del male come nella cucina della strega del Faust, ritiene legittimo il brutto morale nell’arte, purchè non diventi maestro d’incredulità e di egoismo. […].
  p. 243. Il determinismo fisiologico da cui sono tirannicamente dominati i personaggi dei romanzi del Balzac e dello Zola, vittime inconsapevoli di sfrenati appetiti che s’annidano nella loro carne, lo avrebbe fatto inorridire come un materialismo mostruoso.

Le applicazioni nella critica.
  pp. 373-374. Che cosa potevano dire le opere del Janin, del Balzac, del Soulié, del Gozlan, del Sue che egli mette a rifascio senza badare se per avventura, la statura gigantesca dell’autore della Comédie humaine non soverchiasse di quanto, tutti gli altri ad uno spirito come il suo? Il Balzac, non meno dei fratelli minori, si compiaceva della dipintura dell’animalità umana. Poteva applicare a lui ciò che Vittor Hugo dice del Satiro della Legende des Siecles (sic):

«Il peignit l’arbre vu du côté des racines :
Le combat meutrier (sic) des plantes assassines».

  Il manifesto del periodico che esprimeva gli intendimenti della nuova scuola, gli rintronava l’orecchio come urla di blasfematori.

  Momus, Al Caffè Momus, «La Bohème», Trani, Anno IV, Num. 9, 14 Maggio 1905, pp. 1-2.

  p. 2. L’amore per Balzac.

  Il più grande errore che possono com­mettere gli uomini, è quello di credere che l’umore non risiede che nei momenti fug­gitivi, i quali, secondo la magnifica espres­sione di Bossuet, somigliano nella nostra vita a chiodi conficcati nella muraglia; cui appaiono numerosi all'occhio, ma riuniti en­treranno nel cavo della mano.

  L’amore scorre quasi sempre in conver­sazione. Non vi è che una sola cosa d’inesauribile in un amante; è la bontà, la gra­zia e la delicatezza. Sentir tutto, indovinar tutto, prevenir tutto; far rimproveri senza affliggere la tenerezza; disarmare un dono da ogni orgoglio; raddoppiare il valore di un atto con forme ingegnose; porre l’adu­lazione nelle azioni e non nelle parole; farsi udire anziché afferrare vivamente; toccare senza colpire; porre la carezza ne­gli sguardi e fino nel suono della voce; non imbarazzar mai; divertire senza offendere il gusto; sempre solleticare il cuore; parlare dell’anima …

  Ecco ciò che le donne dimandano; esse abbandoneranno tutti i benefici delle notti di Messalina, per vivere con un essere che prodigherà quelle carezze d’anima, di cui sono tanto ghiotte, e che non costano nulla agli uomini, tranne un po’ d’attenzione.


  Vincenzo Morello (Rastignac), Il mondo criminale di Balzac, in L’Energia letteraria, Torino-Roma, Casa Editrice Nazionale Roux & Viarengo, 1905, pp. 103-139.[18]
  Cfr. 1901 (Balzac e l’antropologia criminale).
  Segnaliamo gli altri studî presenti nel volume che contengono riferimenti balzachiani:
  L’energia letteraria, pp. 7-18.
  pp. 15-16. [Su Stendhal]. Straordinaria natura d’uomo! Egli ha tutto visto, tutto intravisto, tutto indovinato, tutto imaginato, tutto preveduto, prima degli altri. La sua mente è una delle sorgenti di idee più ricche, più varie, più scintillanti, e più continue, che la storia letteraria possa vantare o ricordare. Le idee sorgono, si dispiegano, si espandono inesauribilmente, per tutte le vie, in tutte le direzioni. Balzac, parlando di Stendhal, nella Revue de Paris disse che egli è il «maestro della letteratura delle idee» […].
  Emilio Zola, pp. 39-79.
  p. 42. Massimo, fra gli scrittori equilibrati, si può dire Emilio Zola. Io non credo che nella moderna storia letteraria sia un tipo rappresentativo del tempo più completo di Zola. Certo, Balzac è più complesso e più vasto; ma Zola è più consapevole. Egli è lo scrittore consapevole per eccellenza. […].
  pp. 46-48. Le correnti della scienza avevano già traversato l’atmosfera dell’arte, e svegliato specialmente nuovo vigore e indotta nuova fecondità nell’ampia foresta del romanzo; ma le leggi che governavano quelle correnti non furono determinate e formulate con rigore di sistema che da Zola. L’immenso Balzac – io non posso mai pronunziare il nome di Balzac senza avere la visione e la sensazione dell’immensità – si era servito, tanto nello studio dei suoi personaggi che nella costruzione dei suoi romanzi, del materiale della esperienza e delle osservazioni che la scienza aveva fino a lui, raccolto ed ordinato. Egli era un discepolo di Geoffroy Saint-Hilaire, come poi Zola di Claudio Bernard. Ma mentre Balzac si arrestava, a un certo punto, nelle conseguenze politiche e morali della scienza e chiamava in aiuto la tradizione, rappresentata dalla religione e dalla monarchia, per il buon governo della società; Zola andava diritto fino alle ultime deduzioni e conseguenze non tenendo conto che delle sole forze naturali e non credendo che alla sola irradiazione di queste forze nella vita e alla sola loro necessità per il progresso degli ordini civili. Questa la differenza specifica fra i due grandi romanzieri del naturalismo. Balzac fu il primo a fare del romanzo, secondo la sua formula, la storia naturale dell’uomo civilizzato; Zola, completando e integrando e determinando sempre più precisamente i criteri di Balzac, arrivò alla storia naturale e sociale di una famiglia del Secondo Impero; completando, cioè, la storia naturale con la sociale; integrando, cioè, il romanzo psicologico, individuale, col momento storico, sociale; determinando, infine, nella specie il gruppo particolare. Balzac accettava le teorie della scienza, ma in quelle teorie gittava il fermento della sua immaginazione swedenborghiana: era un mago che per meglio riuscire nei suoi sortilegi usava il microscopio. Nei romanzi di Balzac è diffuso lo spirito del loro autore; nei romanzi di Zola è diffuso lo spirito della scienza. Quindi è che il mondo di Balzac è retto e governato dalla terribile filosofia personale del suo creatore; e il mondo di Zola obbedisce soltanto alla semplice logica delle cose. Quindi è, infine, che, mentre le popolazioni e la società, che si agitano nel mondo di Balzac, par che chiedano un Dio che le rinnovelli o un conquistatore che le domini; quelle di Zola non mostrano di avere bisogno che di un medico che le curi, di una scuola che le educhi e le disciplini. […].
  pp. 56-57. Terribile poema questa Nanà, che soltanto l’audacia di Emilio Zola, lo spirito vendicatore di un poeta da Giudizio Universale poteva concepire e portare a fine. Qui non siamo dinnanzi a questo o a quel tipo di cortigiana più o meno romantica, più o meno sensuale: Manon, Margherita Gauthier, madame Marneffe; miniature, al paragone di questo affresco pauroso. […].
  pp. 58-59. Noi abbiamo, nella letteratura moderna, quattro grandi descrizioni di battaglie: quella di Waterloo, nella Chartreuse di Stendhal; quella di Waterloo, nei Miserabili di Victor Hugo; quelle di Austerlitz e Borodino, in Guerra e Pace di Tolstoi; e questa di Zola nella Debâcle (sic). […] – Stendhal, invece [rispetto alla visione di Hugo], in quelle sue pagine meravigliose, classiche, che Balzac a ragione gli invidiava e dichiarava degne di invidia, toglie alla guerra qualsiasi emozione poetica, qualsiasi carattere eroico, riduce la guerra alle misere e modeste proporzioni di una lotta di ladri e di gaglioffi, che non pensano ad altro che a soddisfare i loro appetiti e a salvare possibilmente la pelle. […].
  pp. 72-73. È questa la letteratura di un pessimista? la letteratura di un corruttore? – come pretendono i nemici di Zola. […].
  Il signor Edward Georghegen osò affermare, cinquant’anni addietro con le stesse parole, la stessa cosa di Balzac. «Il rimprovero di immoralità – disse, del resto, l’autore della Commedia umana – ha sempre perseguito lo scrittore coraggioso». «Come una sfida – ripiglia subito Teofilo Gautier – della mediocrità impotente contro la potenza del genio». […].
  La poesia dell’utilitarismo, pp. 213-130.
  p. 226. [Sulla figura di Cecil Rhodes]. […] l’aspirazione alla ricchezza non deriva dai bassi fondi di un’anima gonfia di vizi e di peccati, ma dalla logica inesorabile della vita sociale; non è, come nella selva di carne della Comedia umana di Balzac, l’alimento delle passioni e degli interessi dei più degenerati, ma è, come nella grande storia delle conquiste, la grande affermazione di una superiore necessità delle cose che non è dato all’individuo di trascurare o di negare.
  Il romanzo dell’educazione (“L’Etape”), pp. 261-282.
  p. 282. Balzac sentiva vivere in sé i suoi personaggi, e camminava e agiva e discuteva con essi, come fossero suoi amici, e al Sandeau, reduce dalla provincia, che gli raccontava un suo lutto domestico, troncava in mezzo il discorso, dicendo: «Va bene tutto questo, ma torniamo alla realtà». E la realtà, per lui, in quel momento, era la Pension Vauquer del Père Goriot. Ma il Bourget non sente vivere che le sue tesi. […] Egli è che i personaggi di Balzac uscivano dall’utero sociale e portavano ancora con sé le traccie del sangue e le macchie della fecondazione che, nell’enorme fatica, il loro autore non aveva avuto il tempo di raschiare e ripulire. Questi poveri mostriciattoli del Bourget nascono, invece, e sono avvolti nelle fasce dei versetti della Bibbia, nelle sentenze dei santi Padri, nei sermoncini dei moralisti accademici, nei quali il neo cattolico nazionalista sviluppa ormai e compone e mortifica il suo cervello nel penoso calvario del pensiero.

  Nemi, Tra libri e riviste. L’Accademia francese, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume CXVIII – Della Raccolta CCII, Fascicolo 808, 16 agosto 1905, pp. 706-707.
  p. 707. […] Balzac, Gautier, Flaubert, i Goncourt, Zola, ne furono esclusi, come Ferdinand Fabre, Becque, Daudet, e furono eletti in loro luogo uomini politici o semplicemente titolati.

  Nemi [La Redazione], Tra libri e riviste. Balzac in Sardegna […], «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume CXIX – della Raccolta, CCIII, Fascicolo 812, 16 ottobre 1905, pp. 696-697.
  Balzac amava molto l’Italia. Dal 1836 al 1838 vi fece tre viaggi successivi che lasciarono dei ricordi nella sua vita.
  Nell’agosto 1836 lo scrittore andò in Piemonte in compagnia della signora Marbouty, letterata, che aveva acquistato una certa notorietà sotto lo pseudonimo di Claire Brunne: essa non era che un’amica per Balzac che da tre anni amava M.me Hanska divenuta sua moglie alcuni anni più tardi. A Torino il conte Federico Sclopis di Salerano (non di Salerno, come scrive Gabriel Ferry nella Grande Revue[19], da cui togliamo queste note) li presentò in alcuni salotti. Uno scultore italiano ritrattò il romanziere in una statuetta che sarebbe interessante rintracciare.
  L’anno seguente Balzac andò a Milano, ove soggiornò alcune settimane e si presentò più volte nel salotto della contessa Maffei; di là si recò a Genova, ove per caso conobbe un negoziante col quale, in un discorso, volle dilucidare un particolare storico rimasto nella memoria, dietro una lettera di Tacito. Egli vi aveva letto che la Sardegna conteneva abbondanti miniere d’argento. Il negoziante disse che dovevano trovarsi in una località chiamata anche oggi Argentora (sic?), fra Alghero e Sassari, ove dovevano rimanere ancora delle scorie di piombo donde nell’antichità si era estratto l’argento. La indicazione colpì Balzac: egli pregò il genovese di mandargli a Parigi un po’ di quelle scorie.
  A Parigi il romanziere parlò del progetto ad alcuni amici, fra cui il comandante Carraud, il quale lo indirizzò al chimico Biot che aveva inventato un processo speciale per l’estrazione dell’oro e dell’argento. In principio dell’anno 1838 Balzac si trovò a corto di danaro e il progetto della Sardegna gli parve una provvidenza.
***
  Queste strettezze finanziarie avevano parecchie cause. Dal 1833 al 1837 Balzac si era tuffato nella gran vita parigina. Possedeva uno splendido cocchio e domestici colla livrea H. B. sormontata dallo scudo di Entragues, essendosi persuaso di appartenere ai Balzac di Entragues. Aveva un palco agli Italiens, frequentava i salotti dei Rothschild e della contessa d’Apponij; i suoi vestiti davano il tono alla moda. Era venuto in rapporti con l’editore Werdet, che gli apriva la sua cassa con una certa buona grazia: questi lasciò anche un volume di Souvenirs su Balzac; il romanziere lo esortava a esser per lui quello che era stato Archibald Constable per Walter Scott.
  Questo privilegio non era stato senza inconvenienti per l’editore. Nel 1835 Balzac fece un viaggio a Vienna per trovarvi M.me Hanska, e Werdet gli anticipò 2000 franchi dietro promessa d’un manoscritto. Da Vienna, nel novembre, Balzac gli domandò altri 1500 franchi; anzi gli scrisse di averli già presi a Rothschild, rimettendogli una tratta sull’editore, pagabile fra dieci giorni. L’editore non aveva appena ricevuta la lettera che si vide portar la tratta della banca, ov’era scritto a vista. Ed ecco il Werdet correre da Rothschild per domandare almeno i dieci giorni di cui parlava Balzac nella lettera.
  Rothschild glieli concesse, ma consigliandolo a badare, perché Balzac era un homme bien léger.
  Qualche giorno dopo arriva lo scrittore, senza manoscritti, ma in compenso raccontandogli degli splendori di Vienna e degli onori colà contribuitigli. Anche la diplomazia l’aveva entusiasmato, ed egli contava di darsi alla politica per diventare ministro degli affari esteri. Allora il suo editore avrebbe avuto gloria e ricchezza.
  «Ascoltavo in silenzio – scrive il Werdet nei Souvenirs – questi racconti orientali, inventati da un’immaginazione delirante; e mi dicevo sottovoce, come il gallo della favola:
Le moindre grain de mil
Ferait bien mieux mon affaire[20]

  Werdet e lo scrittore ruppero i loro rapporti nel 1837, e gli affari di Balzac peggiorarono. Dopo aver comprato il terreno per farsi una casa, le Jardies, egli si trovò con duecento mila franchi di debito.
  Allora decise di partire per la Sardegna.
***
  Veramente il negoziante genovese non si era fatto vivo. Senza preoccuparsi di ciò, Balzac si procurò 500 franchi portando alcuni oggetti al monte, chiedendo un piccolo prestito alla madre e a un’umile cugina. Lasciò Parigi il 15 marzo, salendo sull’imperiale della diligenza Parigi-Lione-Marsiglia. Arrivò in questa città il 20. Ecco quanto scriveva a M.me Carraud:
  Fra qualche giorno avrò, purtroppo, una illusione di meno, poiché è sempre al momento della soluzione che s’incomincia a non crederci più. Parto domani per Tolone e sarò venerdì ad Ajaccio… Posso dirvi che non mi conoscete se credete che il lusso mi sia indispensabile: ho viaggiato cinque giorni e quattro notti su un imperiale, bevendo dieci soldi di latte al giorno. Vi scrivo da un albergo di Marsiglia, dove la camera costa 15 soldi e il pranzo 30. Non temo l’andata, ma quale ritorno, se non mi riesce! Bisognerà passar delle notti a lavorare per ristabilir l’equilibrio e mantener la posizione.
  Si fermò dieci ore a Tolone e lo stesso girono partì per Ajaccio, ove arrivò col mar cattivo l’indomani. Rimase una settimana cercando un mezzo economico per passare in Sardegna. Approfittò di una barca di pescatori di corallo, a remi, che impiegò cinque giorni per raggiungere il porto d’Alghero, dove giunto dovette sopportare cinque altri giorni di quarantena, sospettando il governatore che in Corsica ci fosse il colera. Da Alghero, a cavallo, Balzac andò a Sassari e di qui all’Argentora. Per la descrizione di questo tragitto pittoresco ma penosissimo rimandiamo i lettori al brillante articolo di Gabriel Ferry.
  Giunto alle miniere, che vi trova? Il negoziante di Genova ha approfittato egli stesso dell’indicazione, ha domandato licenza a Torino e sta sfruttando le scorie argentifere. Balzac annuncia la cosa alla sorella, a Mme Carraud e a Mme Hanska con particolari che mutano alquanto da una lettera all’altra. Qui dice che le scorie racchiudono un milione, là più ancora. La Casa di Marsiglia s’era associata al negoziante genovese e aveva trovato che le scorie davano il dieci per cento di piombo, il piombo il dieci per cento di argento.
  Qualche studioso italiano potrebbe trovar qui un soggetto di ricerca non privo d’interesse.
***
  Dopo la crudele delusione Balzac arrivò a Cagliari e s’imbarcò per Genova. Dovette passare a Milano a fin di trovare il danaro per il ritorno, e vi rimase alcune settimane, ben ricevuto da alcuni suoi ammiratori italiani. Nel principio di giugno tornò a Parigi passando per il San Gottardo.
  «Questo viaggio in Italia – conclude Ferry – che aveva durato circa tre mesi non riassume una delle fasi più originali nella vita del grande scrittore?».

  Ugo Ojetti, Cronache femminili. La Donna Fatale, «Corriere della Sera», Milano, Anno 30°, Num. 248, 21 Agosto 1905, pp. 1-2.

  p. 2. Balzac ha detto la parola santa: – Mai un marito sarà vendicato così bene come dall’amante di sua moglie.

  La frase ci sembra cinica […].


  B. Orero, Da Pesaro a Messina (Ricordi del 1860-61), Torino-Genova, Renzo Streglio & C.ia-Editori, 1905.
Capitolo III.
Castelfidardo.
  p. 74. Lo [il generale Cialdini] accompagnavano il capitano Tancredi Mosti, il tenente Emilio Castelli, il tenente Alfredo Serristori. Un amante sorpreso da un marito, anche se questi non fosse stato il mite e pedante professore della storiella di Balzac (1), si sarebbe trovato non molto più imbarazzato di quanto io lo fossi in quel momento.
  (1) «Physiologie du mariage»:
  Lo studente (sorpreso dal suo professore, volgendosi alla moglie di costui): Je vous le disais bien qu’il fallait que je m’en aille.
  Il professore: Dites au moins: que je m’en allasse.

  Vittorio Osimo, Critici recenti, «L’Illustrazione Italiana», Milano, Anno XXXII, N. 20, 14 Maggio 1905, pp. 469-473.
  p. 472. L’ammirazione del Morello [cfr. L’Energia letteraria] è, invece, piena, incondizionata, entusiastica per i tre titani del romanzo e della letteratura francese del secolo diciannovesimo: Balzac, Hugo e Zola. In tre saggi mirabili, solo qua e là forse un po’ eccessivi e unilaterali, egli ne scolpisce la figura e addita le linee caratteristiche e sviscera i caratteri informativi e peculiari dell’opera loro; la quale fu opera fortissima, sana, rivoluzionaria nel più nobile senso del termine, e irraggiata poi – non pure nell’Hugo, ma altresì nell’istoriatore sarcastico, che fu anche un precursore geniale di veri scientifici, dalla Comédie humaine e nell’autore del ciclo tragico dei Rougon-Macquart – da un ideale vividissimo e alto, da un ideale fatto di probità, di pensiero e di poesia.

  G. P., Corriere teatrale. Fossati. “Il colonnello Bridau”. Azione eroicomica in 4 atti di E. Fabre, «Corriere della Sera», Milano, Anno 30°, Num. 114, 26 Aprile 1905, p. 4.

  La commedia eroicomica fu sempre ed è tut­tavia la preferita dal pubblico dei teatri popolari; e non si capisce per qual ragione debba esserlo anche dagli autori che sogliono scrivere pel teatro popolare.

  Questi autori si son dati oggidì ai drammoni pieni di losche figure, di delitti, di stracci e di putridume. Ma fra il loro romanticismo umani­tario, piagnucoloso e fastidioso — se non e an­che balordo — e il vecchio romanticismo che celebra la forza, l’audacia, la destrezza e l’astuzia de’ suoi eroi trionfanti e sorridenti, la scelta del pubblico non è mai dubbia. Il pubbli­co ama ancora l’eroe quale esso sia; lo ama e applaude parteggiando per lui contro coloro che lo insidiano, prendendo quasi una parte di­retta nell’azione scenica, godendo della vittoria di lui come di una sua propria vittoria.

  Ieri sera, infatti, su nelle gallerie del Fossati il successo della commedia fu pieno.

  Il colonnello Bridau — un colonnello di Na­poleone primo — col suo coraggio, la sua energia, i suoi modi spicci, la sua spavalderia motteggiatrice fu continuamente applaudito. E non senza ragione. Il colonnello Bridau è il per­sonaggio simpatico per eccellenza. Ne ha fatte, è vero, di crude e di cotte. Fu anche in prigio­ne. Ma non importa. Gli uomini come lui cado­no nel fango senza imbrattarsi. Ora è venuto a mettere un po' di ordine in casa di uno zio vec­chio milionario rimbambito, e a salvare da certe mani ladre l’eredità.

  Giunge inaspettato ed entra da padrone. Lo zio non vorrebbe neanche vederlo; ed egli un po’ colle buone e un po’ colle brusche lo costrin­ge a riceverlo a braccia aperte. Flora, la gio­vine serva diventata padrona, tenta invano di opporre audacia ad audacia, scaltrezza a scal­trezza. Il colonnello è volpe insieme e leone. Non si lascia tirare in trappola da lusinghe, come non si lascia intimorire da minaccie. Il suo occhio di sparviero vede tutto, la sua scaltrez­za tutto indovina.

  Lo zio ha fatto testamento lasciando tutta la sua ricchezza alla serva? e il colonnello ag­guanta il prezioso autografo e se lo mette in tasca. Flora finge di abbandonare la casa per costringere il vecchio a scegliere fra lei e il ni­pote. Il colonnello la costringe a ritornare. Flo­ra ha un amante, un giovane capitano che di­viderà con lei le ricchezze del vecchio? E il co­lonnello lo sfida e lo ammazza. E fa tutto ciò allegramente, giocando d’astuzia, prevenendo i colpi, sventando i complotti, persuadendo, in­gannando o minacciando colla sicurezza di chi non ha paura neanche del diavolo, collo spirito di chi osa dire la verità in faccia a chicchessia. E questo singolare personaggio occupa tutta la scena. L’azione è tutta raccolta intorno a lui. Egli l’arruffa e la dipana a modo suo coi più piacevoli accorgimenti; e la scioglie alla fine con un colpo da maestro.

  La commedia è tratta da un romanzo del Balzac, di cui non riesco a ricordare il titolo; ed è di fattura assai semplice.

  L’autore non ci ha dato la parte psicologica e analitica, del romanzo, nè lo studio del tempo e dell’ambiente provinciale. Anche le figure dei personaggi sono piuttosto abbozzate che dise­gnate e colorite. Ma la commedia corre spiglia­ta e divertente, e il suo protagonista ha una animaccia in corpo che ci seduce e ci conquista.

  Il De Sanctis diede molto rilievo alla figura del colonnello Bridau esagerandone forse al­quanto i modi bruschi e imperativi fino a ren­derli qualche volta un po’ triviali. E a lui spe­cialmente la commedia deve il suo successo. La recitazione degli altri interpreti potrebbe essere più franca e colorita.

  Il successo fu pieno. La commedia, ascoltata con viva attenzione, fu calorosamente applaudi­ta alla fine di ogni atto. Così che avrà certa­mente molte repliche fortunate.


  G. P., Corriere teatrale. Manzoni. “La corsa della fiaccola”. Tragedia in 4 atti di P. Hervieu, «Corriere della Sera», Milano, Anno 30°, Num. 303, 4 Novembre 1905, p. 2.

  La sua Sabina Revel può fare il paio col Père Goriot del Balzac come esempio di amore pei figli spinto oltre i limiti naturali. Se non che il Balzac nel suo personaggio non ha inteso studiare che un carattere individuale ed eccezionale; l’Hervieu invece ha preteso studiare nel suo l’amore materno — e questo appunto è il suo torto.


  G. Pacchioni, Idee, persone e cose. In difesa degli oziosi (Appunti da Stevenson), «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 247, 6 Settembre 1905, pp. 1-2.
  p. 1. «La strada … Non è questo il luogo per soffermarsi a trattare ampiamente di questo istituto … d’educazione … che fu la scuola preferita di Dickens e Balzac … Basti dire che se un ragazzo non impara per le strade … ciò non significa che egli non ha la capacità di imparare».

  Mario Pilo, Estetica. Lezioni sul bello di Mario Pilo nell’Università di Bologna, Milano, Ulrico Hoepli Editore Libraio della Real Casa, 1905 («Manuali Hoepli»).

Parte Terza.
Le combinazioni del bello.
Lezione VII. Il bello complesso.
  pp. 200-201. E romanzieri e poeti fan lunghe ricerche e prove e meditazioni per trovare, ed all’occorrenza creare, dei nomi che «vadano bene», che siano «adatti» ai loro protagonisti o alle loro eroine […]: senza citare Balzac, né Flaubert, né i Goncourt, vi rammento soltanto quel Cantasirena, anzi Matteo Cantasirena, del mio buon amico Rovetta […].

Lezione VIII. Il bello composto.
Il bello curioso ed il tipico.
  pp. 223-224. Ragioni consimili, a base essenzialmente psico-fisiologica, spiegano pure il perché del bello, tutto comparativo, del grande e del piccolo, dell’estremo e del medio, dell’abituale e del nuovo […]; e, nell’arte, i personaggi medii e mediocri, comuni e rispondenti al valore ordinario dei più, che s’affollano nei romanzi borghesi del Balzac, dello Zola, del nostro Rovetta, e quelli eccessivi ed eccezionali, prodotti aberranti di civiltà raffinate, che si disegnano nelle fantasie aristocratiche dei Goncourt, dell’Huysmans, del D’Annunzio […].

Lezione IX. Il bello adombrato.
La varietà dell’umorismo.
  p. 248. Ma, per concretare, v’invito a considerare un momento l’umorismo tragico di quella frase, in Balzac, dell’ultima lettera d’Esther suicida all’amante: «… ed ora, chi ti farà più la riga ai capelli, mio povero amico, ora ch’io sarò morta?»: frase che nel rileggerla ad alta voce con gli occhi annebbiati di lacrime, faceva gridare al suo autore: «Ah, questo è bello, perdio!».

  I.[talo] Pizzi, B.[alzac] (Onorato), in AA.VV., Dizionario di cognizioni utili. Enciclopedia elementare di scienze, lettere, arti, agricoltura, diritto, medicina, geografia ecc. fondata sui Programmi delle Scuole Secondarie e ad uso delle famiglie colte, compilata da specialisti nelle varie materie. Direttore Dr Mario Lessona. Volume Primo con 2 Tavole in nero e 711 figure nel testo, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1905, p. 395.
  Celebre romanziere francese, nato a Tours nel 1799, morto a Parigi nel 1850. Cominciò la sua carriera letteraria con romanzi mediocri, pubblicati sotto finto nome, che non ebbero gran successo. Fece allora il tipografo, ma poi ne abbandonò l’arte per ritornare alla letteratura. Assunse, perciò, altra maniera, maniera tutta nuova e inattesa, che gli assicurò fama e fortuna. La Fisiologia del matrimonio, uscita nel 1830, col vero nome dell’autore, è il primo romanzo in cui egli rivelò la nuova sua arte, la quale consiste nel dimostrare una grande finezza di osservazione, nel descrivere con efficacia ed evidenza talvolta troppo rozza e brutalmente veridica, nell’analizzare con meravigliosa sottigliezza le passioni, i moti, gli affetti, i sentimenti e le conseguenti azioni umane, nell’adoperare uno stile originale e sommamente descrittivo. Accanto ai pregi, i difetti. In luogo di dare della vita una immagine ideale, egli la dipinge nudamente quale è, a preferenza nella parte ridicola e comica e nella sconcia. Ed egoistiche sono in gran parte le sue teoriche sociali, dannose perciò e rovinose estremamente ove fossero messe in pratica o fossero professate dai più.
  Si provò anche nel dramma, ma non riuscì come nel romanzo. Nel 1840, fu vietata la rappresentazione del Vautrin, giudicato dramma pericoloso per le idee espostevi. Del resto, egli si era prefissato di attuare un suo gran disegno in una serie di romanzi, che, nel complesso, avrebbero dovuto descrivere tutta quanta la vita umana ne’ suoi diversi aspetti, specialmente la società contemporanea, presentarne gli aspetti comici e ridicoli, i manchevoli e i difettosi, i pregi e le debolezze, e il tutto doveva avere per titolo: La Commedia umana. Le singole parti dovevano toccare: la vita privata, la vita parigina, la vita di provincia, la vita politica, la vita militare, la vita di campagna, e così di seguito. Ma non riuscì a far tanto. Oltre la Physiologie du mariage, vanno considerati come i suoi migliori romanzi, d’intorno a novanta che ne scrisse, i seguenti, dei quali, per non riuscir meno chiari traducendolo, diamo il titolo rispettivo in francese: Eugénie Grandet, le Père Goriot, César Birotteau, la Cousine Bette, la Femme de Trent’ans (sic), la Recherche de l’absolu, le Lis (sic) dans la vallée, Illusions perdues, la Duchesse de Langeais, l’Illustre Gaudissart, le Médecin de campagne, le Curé de village, la Peau de chagrin, Louis Lambert.

  Ernesto Ragazzoni, La morte di Giulio Verne, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 84, 25 Marzo 1905, p. 4.
  Giulio Verne non fu, no, un pensatore, uno psicologo come Balzac, scrutatore del cuore umano, profondo analizzatore di sentimenti e di passioni; non un poeta come Victor Hugo, nella cui opera si sentono vibrare tutte le corde della lira umana; non un artefice della forma come il Flaubert; non un colorista come il Gauthier (sic); non un elegante conversatore come Anatole France; non fu, per vero dire, un letterato; pure la sua opera è nobile, sana e bella.

  Rastignac [Vincenzo Morello], La stampa e i processi, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 8, 8 Gennaio 1905, pp. 2-3.
  p. 3. Lasciando pur da parte Voltaire e Balzac e Zola, lo scrittore di giornali ha sempre in qualche taschino della sua intelligenza un po’ di psicologia e un po’ di morale, oltre che di letteratura, da far valere e trionfare spesso a danno altrui nella discussione preventiva di questo o quel processo.

  Rastignac [Vincenzo Morello], La poesia dell’utilitarismo, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 104, 14 Aprile 1905, pp. 1-2.
  p. 2. Cfr. supra, V. Morello, L’Energia letteraria.

  Rastignac [Vincenzo Morello], Balzac a teatro, «La Stampa. Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XXXIX, N. 333, 1° Dicembre 1905, p. 1.

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  Chi glielo avrebbe detto al gran Mago che un giorno o l’altro il suo nome avrebbe trovato posto anche sui cartelloni teatrali, e i personaggi della sua fantasia sarebbero stati applauditi anche alla ribalta? La gloria del teatro era stata il tormento degli ultimi anni di sua vita. L’enorme fucina del suo cervello si arroventava di quando in quando e sull’incudine d’oro il martello batteva violentemente per foggiare con tutti i metalli il mostro misterioso che avrebbe dovuto portare il suo sogno al contatto diretto colle folle; ma il soffio dell’insuccesso spegneva quell’incendio e il buon gigante si rimetteva sorridendo al tavolino a compiere pagina su pagina una più grande commedia di quella che può occupare la passeggera curiosità di una pubblica serata, l’eterna Comedia Umana. Ed ecco, dopo 50 anni, quando la fantasia degli scrittori, esaurita in mille sottili disquisizioni bizantine, par che non sappia più trovar la via della verità e della vita in nessuna forma d’arte, la Comedia Umana apre generosamente tutte le sue porte ed offre al teatro, che un mucchio di mostricciattoli sta per ridurre ad una clinica di mancata ostetricia, tutte le sue dramatis personae, persone in carne e ossa dalla fiera statura, dal torace ampio e possente per la respirazione di tutto il bene e di tutto il male, e, grazie a Balzac, il teatro rivede ancora un po’ di Shakespaeare sulla scena. In pochi anni gli Chouans, il Colonnello Chabert, Filippo Brideau (della Rabouilleuse) che la Compagnia De Sanctis rappresenterà domani al teatro Nazionale – ed è annunciata tra giorni al Vaudeville di Parigi la Cousine Bette; e dopo la Cousine Bette, il Cousin Pons. E chi può dire dove l’esercito si arresterà?
  Vi sarebbe uno studio curioso da fare sui momenti psicologici, nei quali la febbre del teatro accendeva le fibre intellettuali del gran Prometeo del romanzo moderno. Il Balzac, è noto, non viveva nella realtà che colle pupille. Del resto, egli viveva in un mondo tutto suo, che non si può dire nemmeno fantastico, perché la fantasia si mantiene spesso in buone relazioni colla realtà, ma addirittura visionario. Egli era sempre pieno di debiti in seguito alle mille imprese sballate, nelle quali continuamente si ingolfava nella speranza di realizzare quei cento milioni che, pare, gli fossero necessari per rifare la sua veste da camera monacale o per comprare la frutta o il caffè, di cui ordinariamente si componeva il suo pranzo; o lavorava giorno e notte come un negro per pagare questi debiti. Ma non sempre il lavoro ordinario bastava a far argine al Niagara delle sue scadenze. Nel suo corso il Niagara gonfiava e per fermarlo bisognava elevare barriere di granito. E allora il visionario pensava contemporaneamente al teatro e alle miniere. Teatro? erano centinaia di progetti di drammi storici, comedie di costumi, melodrammi forsennati da far rappresentare alla Comédie, alla Porte Saint-Martin, alla Gaité; e parti per tutti gli artisti più in voga, per Sampson, per Madame Dorval, per Frédéric Lemaître; d’onde si imprometteva un reddito stabile di mezzo milione all’anno che divideva in anticipazione cogli amici prediletti. In uno di questi momenti scritturò per via un certo Lassailly, che, non si sa perché, si era messo in testa avesse il bernoccolo dell’arte drammatica.
  Questo Lassailly era un disoccupato senza bottoni alla camicia e senza idee nel cervello; ma Balzac, credendo che fosse un parente di Shakespeare, se lo portò a casa, lo ripulì, gli offrì letto e mensa come un gran signore, e lo elesse suo collaboratore. Bisogna leggere nel Gozlan (Balzac en pantoufles), che le descrive per esteso, le comiche scene che si avvicendavano tra Balzac e questo avventuriero. Balzac si metteva a lavorare ad un’ora dopo la mezzanotte e proseguiva imperturbato fino ad un’ora del giorno seguente. Da un’ora all’altra egli sonava il campanello, e Lassailly, svegliato di soprassalto, gli si presentava. – Lassailly, avete scritto nulla? – Di che cosa? – Dio mio, del nostro dramma! – Lassailly, voi avete gli occhi pieni di sonno; rimettetevi a letto: sonerò più tardi. – E il dialogo si rinnovava ad ogni ora, finchè Lassailly, un bel giorno, anzi una bella notte, abbandonò la casa dello scrittore, dove era nutrito e vestito come un principe, ma dove non gli era possibile di chiudere un occhio. E Balzac a seguitare a sonare e a chiedere al fantasma di Lassailly: «Ebbene, dunque, Lassailly, e l’atto secondo del nostro dramma?»
  Lassailly o Gauthier (sic) per lui era indifferente nei gravi momenti di sovraeccitazione cerebrale.
  Un giorno (racconta l’aneddoto lo stesso Gauthier nel bel libro sul suo grande amico) Balzac manda a chiamare Gauthier di premura: un minuto di ritardo avrebbe fatto perdere un milione! Gauthier, che sapeva di poter fare la via a passo lento senza far perdere al suo amico neppure una lira, arrivò un po’ tardi all’appuntamento e naturalmente lo trovò su tutte le furie. – Ma, mio caro Théo, voi dovreste esser qui da un’ora. Non sapete dunque che domani io leggerò ad Harel un gran dramma in cinque atti? – E voi desiderate di avere la nostra opinione naturalmente. Eccomi dunque, sono tutto orecchi. – Ma il dramma non è ancora fatto, rispose Balzac. – Bene; allora rimetteremo la lettura ad un mese e mezzo dal giorno d’oggi. – Ma no, voi non capite – aggiunse Balzac inquietandosi: – il dramma non è fatto, ma lo faremo nella notte. Ed ecco come ho distribuito le parti: Voi farete un atto, l’Ourlam (sic) un altro, Laurent-Jan farà il terzo, De Bellay il quarto, io farò il quinto. Un atto non conta più di 500 linee di dialogo. Si possono ben fare in una notte 500 linee, che diavolo! – Proveremo – disse a sua volta Gauthier. – Ma intanto raccontatemi l’argomento, spiegatemi il piano, ditemi insomma il soggetto. – Oh – rispose Balzac, come svegliandosi con un’aria di accasciamento superbo e di magnifico disdegno. – Ma, mio caro Théo, se debbo mettermi a raccontarvi anche il soggetto non la finiremo più! …
  E’ vero che era quello il tempo in cui, credendo di avere al dito l’anello del gran profeta, che era poi un anello comperato per pochi soldi da un rigattiere, si mise in giro in una notte d’inverno a svegliare tutti i suoi amici, proponendo loro un viaggio al paese del Mogol per venderlo e fare i duecento milioni che gli bisognavano per le Jardis (sic) – e mentre faceva questo programma cadde come fulminato in un sonno lungo che durò parecchie ore, e svegliatosi non parlò più dell’anello, né del gran Mogol, né dei duecento milioni …
  E non è men vero che attraverso quelle crisi sonnamboliche egli scriveva anche per il teatro Mercadet le faiseur, che è un capolavoro e il cui linguaggio può ben essere definito come il substrato del dramma moderno. Ma l’infinita materia del teatro è in tutti i volumi della Comedia umana.
  A proposito della riduzione della Cousine Bette, di prossima rappresentazione al Vaudeville, si è accesa grande polemica in Francia tra i devoti di Balzac. – Sono utili queste riduzioni in sé stesse? sono opportune per la propaganda della letteratura balzachiana? – E mentre alcuni sostengono che le riduzioni per teatro servono alla popolarità dell’opera del gran maestro, altri sostengono che esse costituiscono delle vere e proprie profanazioni perché spezzano l’unità interiore dei personaggi e ne dissolvono, per così dire, l’anima negli artifici inevitabili della scena. Io non conosco ancora queste riduzioni – mi riservo di giudicarle direttamente. So che di quella della Rabouilleuse è autore il Fabre, uno dei balzachiani più intelligenti e fortunati del teatro contemporaneo; e questo mi affida per le sorti di Filippo Brideau. Comunque, vi è tanta esuberanza di energia nei personaggi della Comedia Umana che, anche traverso i lambicchi di una riduzione scenica, resta abbastanza di vita per commuovere ed appassionare il pubblico non più alla vita abituato.
  Del resto, il Colonnello, Filippo Brideau, apparirà domani sulle scene del Nazionale col suo sguardo qui plombe les imbeciles (sic) ed avremo, se mai, occasione di parlarne dopo, e di fare dopo tutto le osservazioni su questo importante problema delle riduzioni per teatro che in questo momento occupa tutti i cultori della letteratura balzachiana.
  Filippo Brideau, nel suo terribile cinismo, è uno di quei tipi universali della Comedia Umana. E col problema morale potremo discutere, per lui e attorno a lui, più efficacemente anche il problema d’arte che riguarda lo suo autore.

  Ferruccio Rizzatti, Celebrità mondiali. Poesia, Tragedia, Dramma, Commedia, Romanzo. 1799-1850. Balzac, in Enciclopedia Tascabile. Repertorio di cognizioni utili per tutti. Compilazione di Ferruccio Rizzatti, Firenze, R. Bemporad & Figlio editori, 1905, p. 49.
  – L’autore della Commedia umana, delle Fisiologie (sic) del matrimonio, di Candido (sic!!). Vittor Hugo lo disse «uno dei primi fra i grandi, uno dei più alti fra i migliori».

  Giuseppe Roberti, Notizia letteraria. Dall’89 al ’14 (Recenti libri di storia della Rivoluzione e dell’Impero): “L’Emigré”, par Sénac De Meilhan (Paris, Fontemoing, 1904) […],«Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume CXX – Della Raccolta, CCIV, Fascicolo 813, 1° novembre 1905, pp. 95-101.
  p. 95. Così frequente, così intensa, così buona ed utile, in generale, è la produzione storica contemporanea, nelle lingue più diverse, intorno al periodo della Rivoluzione e dell’Impero napoleonico […].
  Tra queste la più antica, perché ne uscì una prima edizione nientemeno che nel 1797, è un romanzo, ora divenuto rarissimo, l’Émigré di Sénac de Meilhan […]. Come sarebbero quindi per il secolo decimonono Le Rouge et le Noir, Les (sic) Illusions perdues, Madame Bovary, Jacques Vingtras, nei quali Stendhal, Balzac, Flaubert, Vallès, pur così diversi sotto tanti rispetti, affrontano problemi sociali, trattano anzi, ognuno a modo suo, lo stesso soggetto, l’ascensione individuale, il bisogno di elevarsi al disopra della condizione originaria.

  Scipio Sighele, Processo Murri. Arringa dell’Avv. Scipio Sighele (Corte d’Assise di Torino – Udienze del 6 e 7 Giugno 1905), Riva di Trento, Premiato Stab. Tipografico Benacense F. Mori, editore, 1905.
  p. 78. […] non credendo esistano uomini senza difetti, non possiam certo credere che il Bonmartini ne fosse privo. Del resto ha detto Balzac, che era un grande psicologo, che l’esagerazione è la menzogna inconscia delle anime buone. E il Bonmartini – anima profondamente buona – aveva il difetto di essere esagerato in certi racconti […].

  R. Steiner, La vita intellettuale [trad. di G. Muoni], in Hans Kraemer, Il Secolo XIX descritto e illustrato. Storia delle vicende politiche e della coltura compilata da Hans Kraemer col concorso di eminenti collaboratori. Prima traduzione italiana autorizzata con numerose illustrazioni ed aggiunte originali. Volume Terzo. 1871-1900, Milano, Società Editrice Libraria, 1905, pp. 123-173.
  p. 146. Emilio Zola (1840) volle essere il teorista del naturalismo. Naturalisti di fatto lo eran stati prima di lui Balzac, Flaubert, i De Goncourt […]. […].
  p. 151. Paolo Adam (1862). Meraviglioso spettacolo di energia primordiale, questo giovanissimo, creatore di un «mondo psicologico», viene già paragonato a Balzac.

  Pietro Toldo, Rabelais et Honoré de Balzac, «Revue des Études Rabelaisiennes. Publication trimestrielle consacrée à Rabelais et à son temps», Paris, Honoré Champion, Tome III, 1905, pp. 117-137.[21]


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  Achille Torelli, Il Poeta e il Socialismo, «L’Italia Moderna. Grande Rivista settimanale di Scienze, Lettere, Arti, Politica ed Economia», Roma, Anno III, Fasc. XXXIII, 19 Agosto 1905, pp.569-594.

  Tutti gli operai del Genio sono rappresentati dal Fontanarès di Balzac nelle sue Ressources de Quinola: mirabile commedia per intendimento; difettosissima per condotta e ciarpame romantico. Per cui mentre giustamente la platea la fischiava, Vittor Ugo (sic) e Lamartine l’applaudivano.

  Tutte le colpe dei pazzi della Folla, dei bruti della Plebe, dell’invidia dei Mediocri, dell’egoismo dei grandi, degli sfruttatori, degli impudenti, dei vampiri, tutte le vediamo in quel quadro. Gli esseri che più destano ribrezzo non sono certamente i pazzi e gl’ignoranti della Folla, ma i mezzi ingegni, che fiutano l’ingegno superiore, lo derubano e tentano vincerlo mercè le stesse ruberie che gli commettono. — «Ingegni borsaiuoli e adattatori meravigliosi!» diceva Giuseppe Orgitano. Solo questo tipo manca fra i tanti messi in iscena da Balzac. Ma scolpiti nel marmo sono quelli dell’Inquisitore, di Avalores (sic; lege: Avaloros) (cioè non valore, per la privativa che precede la parola valores), di Don Fregoso, di Matteo Regis (sic; lege: Magis), e di quell’amenissimo Don Ramon, la bestia trionfante, che sorretta da tutte le altre bestie, più o meno suine o ferine, riesce a scavalcare e spegnere il genio di Fontanarès.

  Balzac sente ripetersi in cuor suo lo strazio patito dall’ignoto uomo di genio che, nel XVI secolo, riuscì a far andare, per forza di vapore, una caravella nel porto di Barcellona, e si affondò poi con essa, alla presenza di duecento mila spettatori.

  Nulla monta se la catastrofe avvenne per disgrazia o per ira dell’inventore: non i fatti storici sono necessarii, ma la morale che ne scaturisce, e si fa poesia, restando a fecondare la genialità delle genti. Che importa alla Poesia se l’Abate Barthélemy prova che alle Termopili non furono trecento ma settemila gli Spartani? E se Fourier attesta che il famoso suicidio di Saffo si ridusse à la realité (sic) toute prosaique (sic) d’une mort très naturelle? ... Chi preferisce alla bellezza artistica di Lucrezia la realtà storica per cui ella, essendosi data, si uccise pour se dérober au jugement de ses proches? (Fourier). Non i fatti, il cui accertamento spetta alla Storia, ma la morale che ne emana occorre alla nostra Poesia, alla nostra esistenza.

  Opera di genio, per quanto, ripeto, scenicamente imperfettissima, è la commedia del Balzac; ed esprime sopra ogni altra giustizia quella che assegna il premio più alto non a Fontanarès, ma a Quinola, non al Genio, ma a chi l’ama. — Bellissima giustizia! — Pertanto non Fontanarès ma Quinola è il protagonista dell’opera. — Non so se la Scienza sociale riuscirà ad assegnare con altrettante equità il compenso dovuto ad ognuno, secondo il suo merito.

  Il più quotato dei valori deve essere l’Amore, perché solo per esso il povero uomo di genio può resistere all’Invidia ... Mille volte più bella dell’Uomo di genio è la donna che lo ama e gli offre il proprio seno a rifugiarvisi contro tutte le tigri dell’Invidia.

  Eppure Quinola è tutt’altro che un galantuomo, perché, a tempo e luogo, caccia anche la mano nelle tasche altrui; ma l’astuzia, la costanza, la grazia lo rendono sinuoso come una serpe e svelto come un uccello: tenta ogni ardimento, ogni sotterfugio, ogni mariuoleria, perché trionfi il proprio padrone.

  L’antico servo delle commedie plautine tocca il supremo grado della propria evoluzione in Quinola, che possiede l’acutezza mentale di Jago non violentata a servir l’Egoismo, ma spontaneamente mossa a combattere per amore.

  E l’Amore può tanto in lui che egli riesce persino a far distinguere dalla cupa e sospettosa mente di Filippo II l’uomo di genio dal pazzo.

  — Non si passa senza averne il diritto! — dice l’alabardiere di sentinella all’entrata del quartiere reale: — Chi sei?

  — Ambasciatore! — risponde Quinola. — E ha ragione: l’Amore è l’ambasciatore del Genio.

  — Di quale paese?

  — Quello della miseria.

  E ha ragione: il paese del Genio è quello della Miseria ... E prima che Verdi riuscisse ad accozzar il desinare con la cena, ce ne volle! E se Vittorio Emanuele II non avesse data una pensione a Manzoni, e Margherita di Savoia non avesse comprata la biblioteca di Carducci, anche Manzoni e Carducci avrebbero finita la vita in angustie. Il Genio, almeno, trova sempre un cuore che lo rifà dei suoi dolori; e per lo più è quello di una donna. Però l’amore della donna ha varie forme. Artistica quanto altra mai è quella della Faustina Brancadoro (sic; lege: Brancadori): una tigre in amore diceva Yorick. «No, rispondevo io: un’orsa bianca in amore: perché sotto la più fredda premeditazione procede con la febbre di far suo Fontanarès, mentre sa che egli ama un’altra donna. E lei la costringe a farsi monaca; e scava d’ogni intorno a lui un abisso, affinchè non gli resti altra uscita che di buttarsi nelle sue braccia ... Questa Brancadoro ci richiama a mente la popolana del nostro Russo, la quale riesce finalmente a trarsi nelle braccia il giovane amato e gli dice:  

  T’aggio menato a accidere pe te potè vasà;

  Ho tirato ad ucciderti, per poterti baciare.

  E quel Don Ramon? Formica dell’ingegno, incarnazione vivente del verso: il faut être âne comme un maître d’école? Il Genio, che sfida il fulmine, muore poi sotto i morsi di queste formiche dell’ingegno. «Invente, et tu mourras persécuté comme un criminel: copie, et tu vivras heureux comme un sot!» (Balzac).

  — Non vi pare — osserva la Brancadoro — non vi pare che questo giovane (Fontanarès) abbia in modo speciale il segreto di trarsi i fulmini sul capo?

  — Lo porta così alto! ...

  Le formiche dell’ingegno, i Mirmidoni, si annusano; si amano, si raccolgono in una consorteria spaventevole; hanno un fiuto particolare; e, sentono alla bella prima i perversi loro alleati; usurpano tutti i posti, strappano ogni pezzo di pane da mano agli altri; si fanno il granaio, si spalleggiano senza giuramento di setta che sospinga gli uni verso gli altri: in arme tutti, per naturale istinto, contro le anime elette, che son solitarie, perché si sentono forti ... L’Ingegno e il Delitto sarebbero la stessa cosa?...

  La vera sciagura sociale non ha luogo tanto pel trionfo dei malvagi quanto per quello delle formiche dell’ingegno, che coi loro mille voti nell’urne vincono il solitario voto di un Dante Alighieri ... Codesto Socialismo non sarà mai il nostro.

  Il Poeta non è certamente da mettere a capo di una Repubblica. — Dio guardi! — Quando interrogarono San Tommaso su chi dovesse reggere un ordine monastico, egli volle essere informato dei candidati a quel posto: — Che cosa è l’uno? — Un santo. — Preghi! — L’altro? — Un dotto. — Insegni! — Il terzo? — Un uomo prudente. Governi!

  E il Poeta è sempre un imprudente, per la ragione che vuol sempre giungere di lancio, dove, a volte, bisogna andare di passo.

  Il a trop de talent pour ne pas être un enfant! —dice la Brancadoro. Mille volte sarebbe da porre a capo della Repubblica Quinola, che s’appariglia, per varii aspetti, a Sancio Pancia, il quale riuscì quel meraviglioso Governatore che sapete. Quinola affida la propria condotta a tre figliuoli di Giobbe: il Silenzio, la Pazienza e la Costanza. È un fariseo a rovescio.

  La natura del Genio ha del femmineo e del virile: partecipa dei muscoli di Ercole e dei nervi, anzi dell’isterismo di Venere ...

  Invece Quinola è tutto e sempre di ferro. Et le fer sera toujours le maître de l’or.

  Balzac non si propone certo, come Zola, di erigere la nuova Città sociale, ma ne vede il suo primo fattore nell’Amore, che schiaccia l’Invidia e gli sfruttatori della Genialità.

  Fontanarès è il migliore dei proletarii; ed eccolo come una pecora nelle branche dei Regis e degli Avalores, dove la Brancadoro l’ha spinto. Né pane né gloria, perché essa gli è rubata da Don Ramon, che si appropria il merito della scoperta.

  La più amena scena non è quella dove Regis e Avalores o l’Inquisitore sono azzannati e lacerati dal Poeta, ma quella dove Quinola riesce a spennacchiare quella cornacchia di Don Ramon. Sembra che Molière, dal cupolino del suggeritore, mandi la parola di Sganarello a Quinola. Questo, per essere stato sempre accanto a Fontanarès, ha finito con l’acquistare una infarinatura della sua scienza; e ne parla con viso di bronzo a Don Ramon. Il quale (incantevole Balzac!) capisce tutto quello che Quinola dice senza capire. Don Ramon, a furia di studio, è divenuto un asino eccelso, mentre, se si fosse tirato su senz’aprir libro, sarebbe rimasto un asino naturale. Ed è addirittura un incanto quando annuncia al popolo che il vero genio di sapienza non è Fontanarès, ma Quinola. Costui inventerebbe anche il latino, ma non si arrischia, perché Don Ramon è una bestia che sa di latino ... Che cosa è il Genio di fronte a una bestia che sa di latino e si unisce ad altre bestie più o meno ferine o suine per dargli addosso? Il est là comme un homme devant un précipice, poursuivi par des tigres.

  — Il denaro — dice quel misto di volpe e di iena che è Avalores — il denaro bisogna saperlo perdere a tempo, così come si sacrifica un manipolo di soldati per salvare l’esercito. Se si ha danaro da perdere a tempo si ha tutto! Una cattiva speculazione può mutarsi in ottima, perché mentre gli altri ne disperano, noi ce ne impossessiamo prevedendo il frutto che potrà dare. E, se è cattiva davvero, ma creduta buona, è buona di fatto per noi, mentre dura l’inganno altrui. Mettersi in pugno l’uomo di genio è la migliore delle speculazioni, perché in lui c’è sempre il fanciullo. Sfruttato l’uomo, i Regis e gli Avalores si troveranno dinanzi il fanciullo, che con le sue bizze si metterà dalla parte del torto, e allora niente di più facile di levarselo dai piedi.

  — Ah, turco cane! — urla Quinola.

  — Per l’appunto! — soggiunge Regis: — Il Capitale è senza Fede, senza Speranza e senza Carità: è turco.

  Tutti contro uno, sol perché egli ha più ingegno di tutti. E soccombe. La macchina inventata da Fontanarès, è messa all’asta. Ma Quinola, volpe sfuggita a tante tagliuole, avendo fiutato il vento infido e previsto che a questo si sarebbe venuto, ha fatto costruire sempre in doppio esemplare ogni pezzo della macchina. Ecco, quindi, venir fuori la seconda quando la Brancadoro è riuscita a far disperdere la prima, della quale Regis e Avalores, son divenuti proprietarii, pel denaro che hanno anticipato a Fontanarès. L’Inquisitore, che grugniva di soddisfazione, rugge di rabbia! Dopo l’invenzione della Stampa, la scoperta del Vapore?! Andrà all'aria l’ignoranza umana, ed essa è necessaria, non foss’altro, perché i Farisei possano farsi vanto di mettere il bastone in mano ai ciechi.

  La stupida folla, sobillata da diritta e da sinistra, vedendo la nave andar senza remi o vela, attribuisce il prodigio a Don Ramon, che fu semplicemente messo da Regis e da Avalores a far da vedetta, per loro conto, accanto a Fontanarès, mentre la costruiva.

  — Ah sì ? — urla allora Fontanarès — Non io ma Don Ramon ne è l’autore?... Ebbene, se egli ha fatto la prima faccia la seconda!

 E affonda la nave. Immaginatene la tolda dove Fontanarès si sente re assoluto: vedetelo pazzo di dolore in mezzo ai suoi assassini, i quali, dopo essersi impossessati commercialmente dell’opera sua, gliene tolgono persino la gloria attribuendola a Don Ramon; vedete Quinola col ringhio della belva, e con una torcia accesa pronto a dar fuoco alle polveri; figgete ancora lo sguardo in Fontanarès, che dopo lo scoppio dell'ira, ora è già freddo e calmo come la morte, e intenderete tutto il partito che Balzac non ha tratto e può trarsi da questo complesso drammatico:

  — Ah sì? Don Ramon ha ideato quest’opera? e io non ho fatto altro che eseguirla? ... Ebbene, è necessario che Don Ramon viva, perché possa provare di esser lui l’autore. Se lo condannassi a saltare in aria con me non riuscirei a distruggere la persuasione che l'autore è lui ... Se quest’opera è mia, sono in diritto di distruggerla; e se è sua, egli saprà rifarla ... Andate! ... Quando non ci sarà più il meno pericolo per voi tutti, quando tutti sarete a riva, allora soltanto salteremo in aria io e l’opera mia!

  — Ed io! – dovrebbe soggiungere Quinola.

  — Ed io anche! — dovrebbe mormorare la Brancadoro straziata dal rimorso, torcendosi a terra, ai piedi dell’uomo che ha distrutto.

  La truce calma di Fontanarès, il sorriso satanico di Quinola, il rantolo disperato della Brancadoro, e l’esclusione d’ogni tinta grottesca nella fuga di quei vigliacchi, dovrebbero accompagnarsi con l’ultima amarissima parola di Fontanarès a Dio:

  — L’Ingegno e il Delitto sono dunque la medesima cosa ai tuoi occhi?

  Suprema ammonizione a chi vuole ogni uguaglianza nella, fraternità! ... Quale uguaglianza? Quella prodotta dal letto di Procuste, per cui tutti gl’ingegni dovrebbero essere ridotti alla medesima misura? ... Lasciatevi piuttosto ammonire da Nicola Sole, dove, nella Storia d’una perla, canta che fra tante stille di brina cadenti dal cielo una gemeva per dover sparire nell'abisso del mare ... Un genio, mosso a pietà della gemente, la raccolse sull’ala e la riversò in una conchiglia, venuta alla superficie dell’acque ... Nella conchiglia la gocciola si converse in perla ... Procurate all’ingegno la conchiglia in cui possa mutarsi in perla!... Parlateci di fratellanza! E fraternamente fate che tanti bellissimi ingegni non si perdano! Quanti Licurghi e Aristidi a cui manca il potere; e Pindari a cui s’infrange la lira, e Aristofani traditi dalla scena!


  Valetta, Rassegna musicale. I Congressi di musica sacra a Torino ed a Strasburgo […], «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Quarta Serie, Volume CXIX – Della Raccolta, CCIII, Fascicolo 810, 16 settembre 1905, pp. 287-294.
  p. 287. Non so se un moderno Balzac abbia già scritto La fisiologia dei Congressi, ma il volume avrebbe certo rapida e meritata fortuna, perché ognuno, quasi senza eccezione, potrebbe vedervi per più versi riflesso il suo aspetto istesso.

  F.[rancesco] Zingaropoli, “Séraphitus-Séraphita” (sic) di O. Balzac, «La Nuova Parola. Rivista illustrata d’attualità dedicata ai nuovi ideali nell’arte, nella scienza, nella vita.», Roma, Anno IV, N. 4, Aprile 1905, pp. 265-276.

  La dottrina delle scienze psichiche non ha soltanto attratto nella sua orbita i più grandi scienziati e pensatori, ma ha esercitato un fascino irresistibile sugli artisti più decantati dell’epoca moderna.

  Onorato di Balzac fu tra coloro che meglio ne intravidero la ripercussione sui destini dell’umanità ed in diversi suoi romanzi Séraphitus-Séraphita, Louis Lambert, Ursule Mirouet (sic), La peau de Chagrin, seppe affrontare i più alti problemi del magnetismo e della vita invisibile. Ma quei libri sono tutti così densi di pensiero che non è possibile discorrerne contemporaneamente, tanto molteplici e complesse sarebbero le considerazioni che da essi germogliano.

  Mi fermerò, invece, sul primo che è il più lirico e suggestivo e converge nell’insieme coi principii dello spiritismo moderno, le cui origini rimontano al 1848, mentre il romanzo fu finito di scrivere nel 1835.

  L’accenno a queste date ha la sua importanza. È notevole che i grandi scrittori francesi del periodo romantico ebbero geniali intuizioni delle verità medianiche fondamentali: la possibilità dei contatti dei defunti coi viventi e la legge della pluralità delle esistenze — e ciò varii anni prima della rivelazione del medianismo moderno e dell’organizzazione metodica della dottrina per opera di Allan Kardec. Oltre Victor Hugo e Balzac, potrebbero alla rinfusa ricordarsi i romanzi Avatar e Spirite di Teofilo Gauthier (sic), Consuelo, La comtesse de Rudolstad, Spiridion, M.lle de (sic) la Quintinie, Le peché (sic) de M. Antoine e il dramma Le Drac di Giorgio Sand, Gilbert et Gilberte di Eugenio Sue, Il castello di Eppstein, Il pastore Asbhourn e M.me de Chamblay di Alessandro Dumas padre. Si ha l’impressione che questi artisti portentosi sieno stati i precursori del nuovo tempo e i loro romanzi sieno gli albori antelucani dell’aurora consolatrice spuntata dalle Americhe nel ‘48 e che in nome della scienza ridonava le idealità che il materialismo pareva aver spente nei nostri cuori per sempre.

  Balzac fu dotato di quel dono della specialità, della quale è parola nell’altro suo studio filosofico Luigi Lambert: «La specialità consiste nel vedere tanto le cose del mondo materiale, quanto quelle del mondo spirituale nelle loro ramificazioni originarie e conseguenziali. I più perfetti genii umani sono coloro che partirono dalle tenebre dell’astrazione per arrivare ai lumi della specialità. (Specialità, species, veduta; speculare, vedere tutto e in un sol colpo; speculum, specchio o mezzo di comprendere una cosa vedendola tutta intera). Gesù era specialista. Egli vedeva il fatto nelle sue radici e nelle sue produzioni nel passato che l’aveva generato, nell’avvenire ove esso si sviluppava; la sua vista penetrava il sentimento altrui ... La specialità importa l’intuizione. L’intuizione è una delle facoltà dell'uomo interiore di cui lo specialismo è un attributo ... Lo specialismo svela all’uomo la sua vera carriera; l’Infinito comincia a balenargli, gli intravede il suo destino».

  Certo che le sue teoriche sono una derivazione di quelle di Emmanuele Swedenborg; ma, nel fondo, egli le plasma in una maniera più razionale. L’Angelo di Swedenborg diventa lo Spirito eletto e la Sfera della preghiera si trasforma in quella dell’Amore. Le opere del veggente svedese, Il Cielo e l’Inferno, L’Apocalisse, Gli arcani celesti, La nuova Gerusalemme, La saggezza angelica, La vera religione cristiana, dovettero non poco influire sulle sue convinzioni, a giudicare dal capitolo III di Séraphitus-Séraphita, in cui s’intrattiene, con molto lusso di particolari, intorno all’autore prediletto e ne tesse la vita, i prodigi, la filosofia.

  Ma, per meglio intendere il pensiero balzacchiano, non è inopportuno un rapido accenno alle dottrine che l’ispirarono.

  Swedenborg era un medio naturale, estatico, veggente e udiente die ha scritto ciò che ha veduto e udito. La sua dottrina, fondata sulle impressioni di una sola individualità, differisce in qualche punto da quella medianica che è il risultato delle osservazioni fatte con l’aiuto di migliaia di medii; onde è stato possibile studiare il mondo invisibile in tutte le sue fasi, astrazion fatta dall’idea dell’individuo. Ciò nondimeno, egli è uno del più eminenti antesignani degli studj psichici […].

  In fondo il teorema della sua dottrina che attirò Balzac, e che è l’idea ispiratrice di Séraphitus-Séraphita, è il cammino ascendente degli spiriti, suddiviso in tre stadii: l’amore di sè stesso, l’amore del mondo, l’amore del cielo.

  L’amore di sè stesso che, nella primordiale sua espressione, è l’attaccamento della vita istintiva e la cui suprema espressione è il genio umano.

  L’amore del mondo che produce i profeti ed i grandi che la terra prende per guida e saluta col nome di divini.

   L’amore del cielo che rende gli spiriti angelici.

  Siffatta gradazione, per quanto allegorica, si traduce nella legge delle rincarnazioni progressive.

  Le pagine di Séraphitus-Séraphita sono tra le più alte e penetranti della letteratura spiritica e, nel tempo stesso, tra le più potenti produzioni uscire dalla penna di quell’artefice gigantesco, nel periodo della maturità completa del suo talento.

  Dai Contes drolatiques, il trionfo degli istinti e dei sensi, in cui rivive la giocondità del Boccaccio e del Rabelais; dai romanzi della Commedia umana, in cui tutti gli splendori e le miserie di quaggiù sono notomizzati e descritti, dai suoi studii analitici, come la Fisiologia del matrimonio; arriva negli studii filosofici a tentar di scrutare il mistero dell’ultima mèta dell’Anima e seguirne la corsa ascendente attraverso le sfere siderali.

  In Séraphitus-Séraphita, Balzac ebbe l’intuito di uno Spirito Perfetto e lo mise in iscena, senza preoccuparsi che esso, rivestendo forme umane, diventasse una persona vivente con tutti i suoi legami corporali. Egli, invece, nel campo delle astrazioni, ideò un simbolo, immaginando che questo Spirito, vivendo transitoriamente in mezzo agli uomini, non ismettesse i suoi attributi ideali e lo figura come partecipante ai due sessi, o meglio senza sesso, concetto rispondente alla dottrina spiritica ed anche all’Evangelio. Ivi, in fatti, si legge (S. Marco, XII, 25): «Perocché, quando gli uomini, saranno risuscitati dai morti, non prenderanno, nè daranno moglie; ma saranno come gli angeli che sono nei cieli».

  Il sesso è alcun che di insito strettamente alla materia ed alla necessità della conservazione della specie: non vi è, ed è un assurdo immaginare, generazione di anime. Siccome dobbiamo progredire in tutto, ciascun sesso, come ciascuna posizione sociale, offre loro delle prove e dei doveri speciali e l’occasione di apprendere dall’esperienza. Colui che fosse sempre maschio, non saprebbe che quel che sanno solamente i maschi.

  Così non apparirà fantastica, al certo, l’impostazione del racconto, nel quale il protagonista assume a volte le sembianze di maschio ed, a volte, quelle di femmina.

  In fondo, l’orditura di questo studio filosofico si risolve nella conversazione di un’anima eletta che parla della vita futura e suggerisce le norme per raggiungere, attraverso le esistenze successive, l’Eterna Felicità. Spiriticamente esso ha una grande importanza, per avere Balzac intraveduto il fondamento etico della dottrina.

  L’autore della Commedia umana intuì che la vita di quaggiù fosse transitoria ed imperfetta e che il dolore ne fosse il sostrato; che l’attaccamento per le cose terrene costituisse un ostacolo alla perfezione; che la beatitudine suprema si dovesse raggiungere attraverso una serie di espiazioni graduali ed argomentò, col rigore della logica, l’imprescindibilità delle vite successive, scala ascendente che non ha limite, perché gli ultimi gradini si confondono con l’Infinito.

II.

  In un mattino iemale di Norvegia, su di un picco inaccessibile di montagna rivestita dalle nevi eterne, Séraphitus, essere misterioso che appartiene dunque più al mondo spirituale che a quello corporale e che dimostra le fattezze di un giovane diciassettenne, accompagna Minna, la figliuola del pastore Becker.

  Essi fanno sosta dopo un lungo cammino e Minna rivela a Séraphitus l’amore che l’ha presa per la bella persona. Egli la dissuade: «Io non ho nulla di ciò che vedi in me. Il tuo amore è troppo materiale. Perché non ami Wilfrid? È uomo sperimentato alle passioni, saprà stringerti fra le sue braccia nervose e ti farà sentire una mano larga e forte. Egli ha bei capelli neri, occhi pensosi ... ti colmerà di carezze e sarà il tuo innamorato, il tuo sposo. Io desideravo un compagno per andare nel regno della luce, io ti veggo ancora attaccata alla terra ... Addio».

  Minna non intende la parola mistica e pura, e Séraphitus, volando, più che correndo, attraverso il bianco deserto di neve, la riconduce nell’umile dimora del pastore.

  E qui Séraphitus appare un essere di genere indefinito. Al vederlo avviluppato nel suo vestimento abituale che tanto somigliava ad un accappatoio di donna quanto ad un mantello da uomo, era impossibile non attribuire ad una fanciulla i piccoli piedi che pendevano dal divano ove era disteso … ma la sua fronte, il profilo della testa lasciavano trasparire l’espressione della forza al grado più elevato ... E Séraphitus si addormenta.

  Ma Wilfrid entra nella sua camera a parlare di amore. Séraphita dissuade anche lui, incitandolo a sposare Minna: «... Maritatevi e che io vi scorga felici prima di lasciare questa sfera di pruove e di dolore!».

  Al vecchio Becker, Minna e Wilfrid confidano alternativamente il fascino che li avvince per la strana creatura. E Becker, di quest’essere misterioso, racconta l’istoria.

  Il barone di Séraphitz, ardente discepolo del veggente Emmanuele Swedenborg, cercava fra le donne uno spirito angelico. Swedenborg gliela ritrovò in una visione: «La sua fidanzata fu la figlia di un calzolaio di Londra, nella quale brillava la via del cielo e le cui prove anteriori erano state compiute». Da queste nozze nasce Séraphita e, nel giorno del suo primo vagito, Swedenborg apparisce e riempie di luce la stanza, esclamando: «L’opera è compiuta, i cieli gioiscono».

  Pochi anni di poi, Séraphita, orbata dei genitori, resta sola nella contemplazione e la preghiera.

  Ed in quella capanna di Norvegia, fra le nevi eterne, Séraphita sta per lasciare la terra.

  «Vi sono due maniere di morire; per alcuni la morte è una vittoria, per altri una sconfitta.

  — Voi credete di aver vinto? — domanda Minna. — Non lo so: forse sarà un passo in avanti!».

  I suoi addii sono il canto delle altitudini, la parola dell’amore per quelli che soffrono, per le creature affrancate e tormentate dal dolore; dal dolore che è il fuoco che purifica o ritempra gli spiriti. '

  Il materialismo trionfante nello scorso secolo partorì le sue legittime e funeste conseguenze. Distrutta la credenza del di Là, non restava più nulla, all’ infuori del Male. La vita così piena d’ineguaglianze e d’ingiustizie non aveva più ragione di essere; onde il risorgere del pessimismo come unica forma possibile di filosofia e il rifiorire di una letteratura, la cui nota essenziale è la desolazione e il gusto dell’annientamento e il cui ultimo verbo è nel pensiero di Giacomo Leopardi: «Tutto è male. Non vi è altro bene che quello che non esiste. L’esistenza è una mostruosità».

  Ma i grandi poeti del pessimismo cantarono il dolore infecondo. Infecondo, perché di fronte alla vanità del tutto, ciò che più vano ed inutile appare è appunto la virtù, retaggio, allora, dei timidi e dei deboli.

  La vita senza la speranza del di Là o porta al suicidio che si presenta il più delle volte come la conclusione più fatalmente logica e necessaria; od alla ribellione delle masse diseredate contro i felici ed i potenti della terra; od al trionfo del superuomo che, reputandosi di razza privilegiata, sente il diritto di asservire i pretesi esseri inferiori alla sua ambizione, alla sua gloria ed ai suoi piaceri, La più crudele e regressiva delle filosofie che ci trasporta allo stato di barbarie e la cui ultima espressione è il vangelo di Federico Nietzsche che vagheggia il ritorno delle antiche caste: quella degli schiavi lavoratori, quella dei guerrieri, intermediari tra gli schiavi e i padroni, e quella dei padroni, ossia dei superuomini.

  «Come sarà superato l’uomo?» — si domanda Zarathustra — «avete voi il coraggio, o miei fratelli, quel coraggio che non ha bisogno di alcun testimonio, neanche di un Dio che lo veda, il coraggio dell’aquila solitaria? ... Chi vede l’abisso con occhi d’aquila, chi con artiglio d’aquila pende dall’orlo dell'abisso, costui solo è coraggioso. L’uomo è cattivo — dicono tutti i saggi — Ah! se fosse vero oggi; perché la malvagità è la miglior forza dell’uomo. Ah! E voi, eccelsi, dovrete farvi sempre peggiori, sempre più duri, perché solo così s’innalza l’uomo fino alla regione dei fulmini, dove gli balena la luce della verità».

  Così parlò Zarathustra e le sue conclusioni sono fatalmente necessarie; perché non potrebbe intendersi quali dovrebbero essere le basi di una morale materialistica.

  Senza Dio non v’è altro dominatore che il Fatto, davanti al quale i materialisti s’inchinano sempre — lasciò scritto il più grande italiano dei tempi nuovi (Mazzini, Doveri dell’uomo, II, Dio), parafrasando le parole di S. Paolo: Dov’è lo spirito di Dio, ivi è la libertà.

  Infecondo è del pari il dolore per dolore, il dolore per macerazione della carne ed annientamento corporeo, i volontari ed inutili triboli dei solitari della Tebaide, di S. Simone Stilita, di S. Labro; l’annullamento della vita predicato da Tommaso de Kempis!

  Se le mortificazioni non servono che a colui che le pratica ed, anzi, isolandolo, gl’impediscono di fare il bene, si risolvono nel puro egoismo. Soffrire, invece, per gli altri è la vera mortificazione. E questo è il dolore fecondo!

  E al dolore fecondo che è amore e carità inneggia Séraphita nel momento di lasciare la terra; al dolore come esistenza perfezionata che preludia la felicità delle altre vite successive.

  «Vedete colui che, curvo sul solco inaffiato dal suo dolore, si riposa un istante per interrogare il cielo; colei che raccoglie i bambini per nutrirli del suo latte; e chi ammaina le corde nel fitto della tempesta; e quella che resta seduta nel cavo di una roccia aspettando il padre? ... Vedete tutti coloro che stendono la mano dopo una vita consumata in penosi lavori? ... A tutti pace e coraggio, a tutti addio! Ascoltate il grido del soldato morente sconosciuto; il lamento dell’uomo smarrito nel deserto? A tutti pace e coraggio, a tutti addio. Addio, voi che morite pei re della terra. E addio ancora, popoli senza patria; addio, terre senza popoli che scambievolmente vi desiderate. Addio, sopratutto a te che non sai ove riposare la testa, proscritto sublime. Addio, madri assise presso i vostri figli morenti! Addio, sante donne angosciate! Addio, poveri! Addio, fanciulli deboli e sofferenti, voi dei quali tante volte ho sposato i dolori. Addio, voi che vi aggirate nella sfera dell’istinto, soffrendo per gli altri. Addio, naviganti che cercato l’Oriente attraverso le tenebre fitte delle vostre astrazioni ... Addio, martiri del pensiero trasportati per esso alla vera luce ... Addio, granito, tu diventerai fiore; addio, fiore, tu diventerai colomba; addio, colomba, tu diventerai donna; addio, donna, tu diventerai dolore; addio, uomo, tu diventerai fede; addio, voi che diventerete tutto, amore e preghiera!».

  E con queste parole Séraphita sta per allontanarsi dalla terra. In quell’ora suprema — l’ora della vita — essa insegna alle due creature terrene, Minna e Wilfrid, la via del Cielo:

  «Tutti gli esseri passano una prima vita nella sfera degli istinti; ove si affaticano ad imparare l'inutilità dei tesori terreni, dopo essersi data tanta pena per ammassarli. Molte volte si vive in questo primo mondo prima di uscirne preparato per ricominciare delle altre prove nella sfera delle astrazioni; ove il pensiero si esercita in delle false scienze, ove lo spirito si stanca, alfine, della parola umana, perché finita la materia, viene lo spirito.

  Molte, forme, l’essere che aspira al cielo, ha rivestite prima di venire a comprendere il presso del silenzio e della solitudine ... Dopo avere sperimentato il vuoto e il nulla, gli occhi si volgono verso la buona via. Occorrono, allora, altre esistente per arrivare al sentiero dove brilla la luce. La morte è la sosta di questo viaggio. Le esperienze si fanno, allora, in senso inverso: occorre, talvolta, tutta una vita per acquistare le virtù che sono l’opposto degli errori nei quali l’uomo ha precedentemente vissuto. Così viene, nel primo momento, la vita dove si soffre e nella quale le torture danno sete dell’amore. Poi la vita nella quale si ama e la divozione per la creatura ci fa apprendere la devozione pel Creatore; nella quale vita le virtù dell’amore, i suoi mille martirii, la sua angelica speranza, le sue gioie seguite dal dolore, la sua pazienza, la sua rassegnazione ci fanno anelare alle cose divine. Dopo viene la vita in cui nel silenzio si ricercano le tracce del Verbo e nella quale si diviene umile e caritatevole. Poi la vita nella quale si desidera. Poi quella nella quale si prega. Là è l’eterna luce, là sono i fiori e la messe.

  Le qualità acquisite e che si sviluppano lentamente in noi sono i legami invisibili che riattaccano ciascuna delle nostre esistenze, l’una alle altre, e che l’anima sola si ricorda, perché la materia non può ricordarsi di alcuna cosa spirituale. Solo il pensiero ha il ricordo dell’anteriore».

  In questo brano così smagliante è delineato il fondamento etico dello spiritismo. L’idea della pluralità delle esistenze, anche dove non è stata insegnata dai filosofi, fu intuita dall’anima umana come l’unica verità consolante e rigeneratrice, perché risponde all’aspirazione del progresso indefinito che è la legge suprema di tutti i mondi.

  Balzac abbraccia la teoria della rincarnazione, proclamata alla distanza di secoli dalle più grandi figure dell’umanità, quali Pitagora, Platone, Cicerone, Virgilio, Origene, Gesù, Beniamino Franklin, Mazzini e tanti altri altissimi pensatori — e, pur non emancipandosi dalle idee swedenborgiane, intravede la ragione dell’essere delle vite successive e la finalità suprema cui tendono.

  La marcia ascendente delle esistenze che si succedono attraverso la sola sosta della morte è rappresentata con lucidità mirabile. La vita degli istinti rinnovellata più volte per ritemprarsi alla vita delle astrazioni.

  Impressionante il pensiero delle esperienze che, nelle vite successive, si fanno in senso inverso, per acquistare le virtù che sono l’opposto degli errori nei quali l’uomo ha precedentemente vissuto.

  Analoghe osservazioni dettava più tardi il profondo Allan Kardec a proposito delle trasmigrazioni successive: « La vita dello spirito, nel suo insieme, percorre le stesse fasi che noi scorgiamo nella vita corporale: passa gradualmente dallo stato di embrione a quello dell'infanzia per arrivare, attraverso un succedersi di periodi, allo stato di adolescenza che è quello della perfezione; con questa differenza, che non ha punto il declinare e la decrepitezza come nella vita corporale: che la sua vita che ha avuto un principio non avrà fine; che gli occorre un tempo immenso dal nostro punto di vista per passare dall’infanzia spiritica ad uno sviluppo completo ed il suo progresso si compie non su di un solo pianeta, ma passando per mondi diversi.

  La vita dello spirito si compone così di una serie di esistenze corporali, delle quali ciascuna è per lui occasione di progresso; come ciascuna esistenza corporale si compone di una serie di giorni, in ciascuno dei quali l’uomo acquista un aumento d’esperienza e d’istruzione».

  Il tristo imparerà, soffrendo, a non far soffrire, perché i patimenti sono insegnamenti.

  Le esistenze di miserie e di dolori debbono rappresentare un progresso in riscontro alle anteriori, perché l’Anima si purifica nel fuoco delle tribolazioni.

  E solo attraverso le pruove di questo fuoco ritempratore, ricorrono sulle labbra i teneri addii di Séraphita! ...

III.

  Ma riflettete ancora a queste altre parole:

  «Solo il Pensiero ha il ricordo dell’anteriore».

  Qui il Pensiero è adoperato da Balzac nel senso puramente immateriale e scevro di alcun rapporto col legame corporeo — nel senso, cioè, d’idee innate per cui diventano acquisiti i moniti, le pruove, le esperienze e le espiazioni delle esistenze anteriori.

  Il Pensiero è l’Individualità, la Memoria è la Personalità. La Persona è una maschera, una larva, come dicevano i latini. Infatti, nell’idioma latino, persona ha il significato di maschera.

  È la personalità che non ha ricordo, perché il corpo e la personalità sono tutt’uno; ma l’Individualità, cioè lo spirito puro — l’omogeneo eterno di Platone — ricorda.

  E così deve intendersi la frase: Solo il Pensiero ha il ricordo dell’anteriore, in cui, con una formula prettamente filosofica, è intraveduta la necessità dell’oblio del passato, condizione imprescindibile, del libero sviluppo di tutte le attività fisiche e morali per espletare la prova dell’esistenza in questo mondo.

  Fino a quando lo spirito è ligato al corpo, il panorama delle vite passate è ancora circonfuso di oscurità e, solo quando lo spirito si emancipa all’intutto dai legami corporei, esso ci apparirà per valutare l’efficacia delle prove già fatte e di quelle che occorrerà di fare per raggiungere la perfezione.

  Il dottor Gyel nelle sue recenti opere, Essai de revue générale et d’interpetration (sic) synthetique du spiritisme e nell’Etre subcoscient, così scrive:

  «L’ignoranza della personalità, relativamente all’individuo, non è che momentanea. Questa ignoranza, al punto di vista della filosofia dell'evoluzione, non è un male: è una necessità.

  È necessario che l’essere, nelle sue fasi inferiori (ed ogni personalità è una fase inferiore), ignori il suo stato reale, perché si sottometta e si conformi il meglio che è possibile alla legge dello sforzo. Perciò bisogna che tema la morte, che si sviluppi conformemente al mezzo ove nasce senza essere inceppato dal paragone con gli stati anteriori. Ricordi, affezioni, rancori passati lo distornerebbero infatti dalla sua via. Similmente la conoscenza delle colpe passate e di quelle dei simili non potrebbe che dare impaccio alla sua vita attuale. E così l’uso degli acquisti psichici antichi gl’impedirebbe spesso di lavorare come deve ad acquisti nuovi che non gli parrebbero indispensabili. Tutti questi argomenti spiegano anche l’utilità della morte: la morte delle personalità successive è semplicemente una condizione favorevole al progresso dell’individualità, rendendo necessario il suo passaggio, la sua rincarnazione in organismi diversissimi.

  Così la memoria individuale persiste nelle trasformazioni progressive dell’intelligenza. L’essere, arrivato alla coscienza, non la perderà più, ma la svilupperà incessantemente, evolvendo solidalmente con organismi sempre più perfezionati ed in condizioni le più svariate. Il suo progresso sarà più o meno rapido, ma sarà sempre, e dopo aver traversato una serie immensa di incarnazioni e disincarnazioni, l’essere arriverà alle fasi superiori della sua evoluzione: le fasi della Libertà e della Felicità».

  Ecco, in tal guisa, meglio intesa e spiegata tutta la profondità delle ultime parole di Séraphita nel momento di lasciare ancora una volta la terra.

  Séraphita è stata immaginata da Balzac spirito puro e perfetto che ha compiuto tutte le prove e le espiazioni in una serie innumerevole di esistenze anteriori.

  Alla fine il poeta, con uno slancio lirico dei più potenti, si eleva con la fantasia all’Impenetrabile e tenta squarciare il velo del mistero. accompagnando Séraphitus-Séraphita nel suo volo a Dio.

  «Lo spirito batteva alla Porta Santa. — Che vuoi? — risponde un coro la cui intonazione si ripercuoteva noi mondi. — Andare a Dio! — Hai tu vinto? — Io ho vinto la carne con l’astinenza, la scienza menzognera con l’Umiltà; ho vinto l’orgoglio con la Carità; la terra per l’Amore; io ho pagato il mio tributo al dolore ...».

  Qui l’osservazione e l’intuito si arrestano e si arresta la parola, perché il pensiero non sa nè può varcare la soglia dell’Infinito. Noi non sappiamo che vi sia oltre la Porta Santa, alla quale batte Séraphita: possiamo solo intravedere il cammino per arrivarvi.

  «Vincere l’orgoglio con l’umiltà, la terra per l’amore, pagare il tributo al dolore».

  In quest’ultima perorazione è tutto il contenuto etico dello spiritismo. Le vite successive non rappresentano che il cammino dell’anima verso il progresso indefinito, secondo la parabola kardecchiana del succo della vite (Lib. spiriti, capo IV, pag. 86): «Questa contiene in sè l’alcool, ma confuso con una quantità di materie eterogenee che ne alterano l’essenza e non perviene alla purezza assoluta che dopo parecchie distillazioni, in ciascuna delle quali si spoglia di qualche impurità. L’alambicco è il corpo nel quale esso deve entrare per purificarsi, le materie estranee sono come il perispirito che si epura esso stesso a misura che il corpo si approssima alla perfezione».

  Il ciclo swedenborgiano per arrivare alla perfezione, l’Amore di sè stesso, l’Amore del mondo, l’Amore del Cielo, che fu l’idea ispiratrice di Balzac, per quanto simbolico, risponde al concetto di questa Legge.

  La pluralità delle esistenze porta, per logica necessità, ad una diversa ideazione della morte e, per conseguenza, ad un’ideazione più razionale e feconda della vita. Per gli spiritisti la morte non è, come nella maggior parte dei credenti delle religioni dogmatiche, alcun che di pauroso e di terribile, perché non è, nè può essere, l’Irreparabile!

  Essa non è che un diverso modo di esistere; è il separarsi, senza poter prevedere la durata del distacco, dalle persone amate, per intraprendere un nuovo viaggio in terre sconosciute ed inesplorate.

  Séraphita ha vissuto altre esistenze anteriori di prove e non ne ha temporaneamente il ricordo; ma sa che si svolsero in senso progressivo sempre; onde, al momento della morte, esclama;

  «Forse sarà un passo in avanti! …».


  E. Zola, Prefazione, in O. di Balzac, I Celibi… cit., Napoli, Romano, 1905, pp. 3-8.
  Cfr. 1902.

Adattamenti teatrali.


  Il Colonnello Bridau, commedia in 4 atti di Emilio Fabre (da Balzac), Milano, Teatro Fossati, Compagnia Alfredo De Sanctis (attore protagonista), 25 aprile 1905.


   [1] Scrive il Mantella-Profumi a p. 264: «Questo romanzo termina il ciclo dei Celibi, de’ quali Pierrette e il Curato di Tour [sic] (che hanno avuto anche per titolo: La NubileIl Prete) sono i due primi episodi pubblicati dallo stesso Editore nella Prima serie. Esso fu intitolato dal Balzac: I due fratelli nella prima edizione [cfr. «La Presse», 24 février-4 mars 1841) e l’edizione in volume pubblicata da Souverain nel 1842], seguito dalla Casa di un celibe.
  Il traduttore che spera non essere stato traditore, conserva questi titoli, perché li crede più comprensibili alla generalità (o mediocrità) del pubblico e perché il titolo di Rabouilleuse non potrebbe essere compreso se non dopo la lettura del romanzo, anche da lettori che pizzicano il francese.
  In Italia la traduzione dei Celibi completa non era stata ancora fatta e noi la presentiamo divisa in due serie 1a e 2a – La prima col sottotitolo: La nubileIl Prete, – La seconda: Il Militare.
   [2] Cfr. Balzac, Les Célibataires. Première histoire. Pierrette. Introduction de Jean-Louis Tritter, in La Comédie humaine …, Paris, ‘Nouvelle Pléiade’, t. IV, 1976.
   [3] Cfr. Balzac, Les Célibataires. Deuxième histoire. Le Curé de Tours. Introduction de Nicole Mozet, in La Comédie humaine … cit., t. IV, 1976.
   [4] Cfr. Balzac, Les Célibataires. Troisième histoire. La Rabouilleuse. Introduction de René Guise, in La Comédie humaine … cit. t. IV, 1976.
   [5] Cfr. A Laure Balzac, 12 août 1819, H. de Balzac, Correspondance. Textes réunis, classés et annotés par Roger Pierrot. Tome I (1809-Juin 1832), Paris, Garnier, 1960, pp. 30 e sgg.
   [6] La Cousine Bette. Texte de Pierre Decourcelle, Paul Granet; d’après Honoré de Balzac; avec Lérand (Marneffe), Gaston Dubosc (Prince de Wissembourg), Berthe Cerny (Madame Marneffe), Paris, Théâtre du Vaudeville, 10 décembre 1905.
   [7] Madame Marneffe ou le Père prodigue, vaudeville en cinq actes par Clairville, Théâtre du Gymnase Dramatique, 14 janvier 1849.
   [8] Alberto Boccardi (Trieste, 1850-1921) fu una figura di spicco della cultura triestina del secondo Ottocento e del primo Novecento. Critico teatrale attento al teatro realista, Boccardi fu anche autore di commedie e drammi, di romanzi, fiabe e novelle.
   [9] Cfr. Charles Monselet, Les Ressuscités, Paris, Calmann-Lévy, 1876.
   [10] Cfr. Jules Janin, Vautrin, «Journal de Débats», 16 mars 1840.
 
  [11] Cfr. Philippe Audebrand, Petits mémoires d’une stalle d’orchestre, Paris, Jules Lévy, 1883, p. 195:
 Monsieur, 
J’ai la douleur de vous annoncer la perte que
le plus fécond de nos romanciers vient de faire
en la personne de M. Vautrin, dit Trompe-la-mort
ancien forçat libéré , décédé subitement au
théâtre de la Porte-Saint-Martin, où on l'a en-
terré dans le trou du souffleur.

Frédérick Lemaître.
   [12] Cfr. A. Le Breton, Les originaux de la «Comédie humaine», «Revue de Paris», I, 1905, pp. 585-604.
   [13] Cfr. «La Gazzetta dell’Emilia», 1891.
   [14] Cfr. «Vita Moderna», nn. 20 e 21, 1892.
   [15] Citazione tratta da Illusions perdues.
   [16] Cfr. Auguste Boullier, L’Ile de Sardaigne. Description, Histoire – Statistique . Mœurs – État social, Paris, E. Dentu, Libraire-Éditeur, 1865.
   [17] Cfr. Alberto Della-Marmora, Itinerario dell’isola di Sardegna del conte Alberto Della-Marmora tradotto e compendiato con note dal Canon. Giovanni Spano, Cagliari, Tip. A. Alagna, 1868.
   [18] Sulla figura e sull’opera di Vincenzo Morello, segnaliamo due interessanti studî: Isabella Loschiavo Prete, Vincenzo Morello. Rastignac – Vita e opere, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 1985; Lina Anzalone, Storia di Rastignac. Un calabrese protagonista e testimone del suo tempo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005.

  [19] L’articolo di Gabriel Ferry a cui si fa riferimento è il seguente: Un projet de fortune de Balzac, «La Grande Revue», IX, III, 15 septembre 1905, pp. 589-602.
   [20] Cfr. Jean de La Fontaine, Le Coq et la Perle (Fables, I, 20).
   [21] Sulla figura e l’opera critica di Pietro Toldo (1859-1926), cfr. Stefania Cirri – Manuela Simili, Pietro Toldo Studioso di letteratura francese, «Francofonia», 65, Primavera 1983, pp. 129-143.


Marco Stupazzoni

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