sabato 28 dicembre 2013


1881




Traduzioni.

  Appendice del “Giornale di Padova”. Onorato di Balzac, Gloria Mundi. Romanzo di Onorato di Balzac. [Traduzione di Ugolino Ugolini], «Il Giornale di Padova Politico-Quotidiano», Padova, Anno XVI, N. 136, 17 Maggio 1881, p. 1; N. 137, 18 Maggio 1881, p. 1; N. 138, 19 Maggio 1881, p. 1; N. 139, 20 Maggio 1881, p. 1; N. 140, 21 Maggio 1881, p. 1; N. 141, 22 Maggio 1881, p. 1; N. 142, 23 Maggio 1881, p. 1; N. 143, 24 Maggio 1881, p. 1; N. 144, 25 Maggio 1881, p. 1; N. 145 26 Maggio 1881, p. 1; N. 146, 27 Maggio 1881, p. 1; N. 147, 28 Maggio 1881, p. 1; N. 148, 29 Maggio 1881, p. 1; N. 149, 30 Maggio 1881, p. 1; N. 150, 31 Maggio 1881, p. 1; N. 151, 1 Giugno 1881, p. 1.; N. 152, 2 Giugno 1881, p. 1; N. 153, 3 Giugno 1881, p. 1; N. 154, 4 Giugno 1881, p. 1; N. 155, 6 Giugno 1881, p. 1; N. 156, 7 Giugno 1881, p. 1; N. 157, 8 Giugno 1881, p. 1; N. 158, 9 Giugno 1881, p. 1; N. 159, 10 Giugno 1881, p. 1; N. 160, 11 Giugno 1881, p. 1; N. 161, 12 Giugno 1881, p. 1; N. 162, 13 Giugno 1881, p. 1; N. 163, 14 Giugno 1881, p. 1; N. 164, 15 Giugno 1881, p. 1; N. 165, 16 Giugno 1881, p. 1; N. 166, 17 Giugno 1881, p. 1; N. 167, 18 Giugno 1881, p. 1; N. 168, 19 Giugno 1881, p. 1; N. 169, 20 Giugno 1881, p. 1.


  Siamo verosimilmente di fronte alla prima traduzione integrale in lingua italiana di Albert Savarus. La suddivisione della traduzione in sessanta capitoli (33 puntate) e la presenza di alcune lezioni significative scomparse (insieme ai capitoli) nell’edizione originale (Furne, 1842) consentono di precisare che il compilatore (Ugolino Ugolini, a cui si deve anche la traduzione de: L’Evangéliste di Alphonse Daudet pubblicata nel 1883 dagli editori Treves di Milano) ha condotto il suo lavoro sul testo dell’edizione pre-originale del romanzo (Le Siècle, 29 mai-11 juin 1842) o, più probabilmente, su una delle préfaçons belges di Albert Savarus pubblicate nello stesso anno. Nel complesso, riteniamo che questa traduzione possa essere considerata abbastanza corretta nonostante il testo appaia, a volte, piuttosto libero e disinvolto e caratterizzato da improprietà e imprecisioni.



Studî e riferimenti critici.



  Lettere, Arti e Teatri. Teatro Alfieri, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XV, Num. 11, 11 Gennaio 1881, p. 2.
  Iersera, nella quarta replica del Mercadet di Balzac, Giovanni Emanuel fu veramente insuperabile. Non è questo il posto di tenere partitamente la critica e dello stupendo lavoro di Balzac e della esecuzione dell’Emanuel. Pubblicheremo in proposito, fra due o tre giorni, un articolo che ci ha mandato l’amico nostro e collaboratore F. Fontana.

  Cronaca cittadina e notizie varie. Una legnata per gelosia, «Il Giornale di Padova Politico-Quotidiano», Padova, Anno XVI, N. 27, 27 Gennaio 1881, p. 2.

  Certo L. M., calzolaio, era entrato nel Caffè dei Mugnai a Ponte Molino, e vi stava centellinando una tazza

   Di buon moca fumante,

  quando gli capitò addosso insalutato l’amico L. D., il quale, armato di bastone, gli applicò alla testa una so­nora legnata, cagionandogli una con­tusione non disprezzabile.

  Adesso il L. M. è a letto.

  Si dice che il malanno sia derivato da vecchie e non sopite gelosie.

  Balzac ha sempre ragione.


  Il matrimonio di Laurina, «Corriere della Sera», Milano, Anno VI, 23 Febbraio 1881, pp. 2-3.

  [Su: Salvatore Farina, Il Matrimonio di Laurina].

  p. 2. Anche i romanzi possono essere così classificati: quarant’anni fa, in Francia, il re dei costruttori d’intreccio era Dumas, il re del romanzo di carattere era Balzac, entrambi ugualmente celebri, gustati e popolari.


  Roberto Sacchetti, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XV, Num. 86, 27 Marzo 1881, pp. 2-3.
  p. 3. Il Sacchetti era grande ammiratore del Balzac, e credeva dover essere quella la vera scuola letteraria.

  Italia. Il giornalismo, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XV, Num. 263, 24 Settembre 1881, p. 1.
  [Sull’articolo: Adieux di Emile Zola, «Le Figaro», 22 Settembre 1881].
  «In letteratura – egli prosegue – io ho insistito su questa grande evoluzione naturalista che, partita dalla scienza nel secolo scorso, ha trasformato nel nostro la storia, la critica, il romanzo arrecando quel movimento che, incominciato con Rousseau, passato per Balzac, ha finito colle nostre opere positiviste e sperimentali d’oggidì».

  L’ora dei giornali a Parigi, «L’Indipendente. Organo per gli interessi di Trieste, del Goriziano e dell’Istria», Trieste, Anno V, N. 1581, 18 Ottobre 1881, pp. 2-3.

  p. 2. Questa potenza colossale, tutt’af­fatto di creazione moderna, che è il giornalismo, ha creato, alla sua volta, tutto un mondo di tipi singolarissimi. La sola delizia ch’essi porgono all’oc­chio dell’osservatore, il quale si ponga a studiarli, farebbe riconciliare Balzac con questa potenza ch’egli abborriva e in odio alla quale egli scrisse il famoso assioma: Se il giornalismo non esistesse, non bisognerebbe inventarlo.

  Per Balzac, il giornalista — il cancanier, com’egli lo chiamava — non è che una varietà più velenosa delle zanzare. La potenza attuale della stam­pa convertirebbe tuttavia Balzac, e farebbe gridare di gioia un uomo come lui, innamorato della forza, e che avrebbe voluto proiettare le sue proprie idee su degli universi addirittura.


  Lettere, Arti e Teatri. Teatro Alfieri, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XV, Num. 321, 21 Novembre 1881, p. 2.
  Giovanni Emanuel si presenterà stasera nel Mercadet di Balzac.
  Avviso agli amatori del valentissimo artista.

  Edmondo de Amicis, Alfonso Daudet, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno V, Num. 1, dal 1° all’8 gennaio 1881, pp. 1-5.
  p. 1. Lo Zola ha più di lui [Daudet] un qualche cosa di grave, di largamente basato e di macchinoso, che è nel Balzac.

  Edmondo de Amicis, Emilio Augier e Alessandro Dumas, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno V, Num. 3, dal 15 al 22 gennaio 1881, pp. 17-22.
  p. 21. Ma delle sue ragioni intime d’artista è difficile che parli anche con gli amici più stretti, non per disdegno, ma perché gli ripugna naturalmente discorrere di sé e delle cose sue come d’affari di Stato. E questa ripugnanza «a servire in tavola l’anima propria», come diceva il Balzac, si riconosce nelle sue liriche, nelle quali e rarissimo trovare un verso che getti un po’ di luce sopra la sua indole e sopra la sua vita, se non sono i versi d’amore, che pure non hanno nulla di profondamente individuale; […].


  Edmondo de Amicis, Alfonso Daudet, in Ritratti Letterari. Seconda edizione, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1881, pp. 1-50.
  p. 6. Cfr. supra.


  Edmondo de Amicis, Emilio Augier e Alessandro Dumas, in Ritratti letterari … cit., pp. 107-172.
  p. 157. Cfr. supra.


  Edmondo de Amicis, Osservazioni psicologiche sulle espressioni del viso (Continuazione e fine), «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno V, Num. 20, dal 14 al 21 maggio 1881, pp. 153-156.
  pp. 154-155. Il Balzac dà pure un precetto molto arguto al giovine poeta che vuol avere un giudizio sulla sua poesia: leggila a un collega, gli dice, e terminato l’ultimo verso, guardalo in viso: se tu vedi che il suo muscolo frontale si distende leggermente, ciò che rende liscia e serena la fronte, e i suoi occhi si lumeggiano di placida benevolenza, - rimetti la poesia nel cassetto: è segno che è cattiva; anche il tuo più affettuoso amico si sarebbe rannuvolato, se la poesia fosse stata bella. […].
  Un’ultima considerazione rimane a farsi: considerare queste espressioni del viso rispetto all’arte (io debbo restringermi ad un’arte sola). […] C’è una pennellata meravigliosa sulla fine del Curato di Tours del Balzac: quando quel prete scellerato, che ha fatto morire a colpi di spilla, dolcemente, il povero curato Birotteau, terminava il discorso – ipocritamente pietoso – che ha pronunciato sulla sua fossa, gli guizza all’estremità delle labbra l’insolenza feroce di un sorriso, che chiude e illumina d’una luce d’inferno tutto il romanzo, e vi lascia un brivido nelle ossa.

  L.[uigi] Archinti, Categorie sì o categorie no? Discorsi sulla prossima Esposizione, «Rivista Minima di scienze, lettere ed arti», Milano, A. Brigola & C., Editori, Anno XI, Fascicolo 1.°, 1881, pp. 33-39.
  pp. 34-35. Dato che un quadro di tema moderno, di vita sociale o di paesaggio, sia la più bella cosa dell’esposizione, dovrà esso dalla commissione dei premi esser tenuta da meno di un quadro di tema storico che come oggetto d’arte non sia degno nemmeno di essergli messo a confronto? Ciò si è visto a Torino, per delle opere dette di genere e di paesaggio posposte con premi inferiori ad altre di tema storico.
  Volendo esporre altrimenti la stessa domanda per traslato si potrebbe dire: si continuerà anche in questa esposizione a procedere con principî pei quali un Romanzo storico della scuola di Alessandro Dumas padre, per esempio, viene anteposto a priori, per il tema che tratta, ad uno dei migliori romanzi di Balzac, od alla Petite Fadette di Giorgio Sand?

  Luigi Arrigoni, Autori drammatici. Balzac (Honoré), in Organografia ossia Descrizione degli istrumenti musicali antichi. Autografia e bibliografia musicale della Collezione Arrigoni Luigi bibliofilo antiquario in Milano, Milano, 1881, F. Pagnoni, 1881, p. 48.

  Balzac (Honoré), n. Tours 20 maggio 1799, m. Parigi 20 agosto 1850 (sic). Celebre romanziere, autore drammatico.
  L.A.S. Paris, 20 dicembre 1819 (sic). Bellissima lettera di 2 pp. 1-2 in-4, scritta come presidente del Comitato della Società degli uomini di lettere.


  Raffaello Barbiera, Alfredo de Musset e George Sand, «Corriere della Sera», Milano, Anno VI, Num. 27, 27-28 Gennaio 1881, pp. 2-3.

  p. 2. Il Balzac, in una profonda novella, rappre­senta la gelosia in un occhio senza palpebra, sempre aperto, fisso, che giorno e notte guarda e inquieta o atterisce un povero mortale. Quel­l’occhio guardava implacabile il disgraziato poeta dei Contes d'Espagne et d’Italie.


  Anton Giulio Barrili, I Rossi e i Neri. Romanzo di Anton Giulio Barrili, Milano, Fratelli Treves, editori, 1881.
  Cfr. 1871.


  Carlo Beni, Guida illustrata del Casentino scritta dall’Avv. Carlo Beni di Stia sotto gli auspici della sezione fiorentina del Club Alpino Italiano. Con carta topografica, Firenze, Tipografia Niccolai, 1881.

 

  p. 69. Tutti gli uomini di gran cuore hanno provato e provano una naturale attrazione per le foreste. Quelle personne, parmi les gens dont l’esprit est cultivé, ou dont le cœur a reçu des blessures, esclama Balzac, peut se promener dans une forêt sans que la forêt lui parle?


  Bric-à-Brac, Appendice della “Gazzetta Piemontese”. Corriere di Parigi. L’era dei giornalisti, «Gazzetta Piemontese», Torino, Anno XV, Num. 65, 6 Marzo 1881, p. 2.
  Per fare la fisiologia del compratore di giornali ci vorrebbe uno spazio più vasto di quello concessomi per un semplice Corriere. Bisogna parlare cogli edicolisti e cogli strilloni per sentirne delle belle!
  Questa potenza colossale, tutt’effetto di creazione moderna, che è il giornalismo, ha creato, alla sua volta, tutto un mondo di tipi singolarissimi. La sola delizia ch’essi porgono all’occhio dell’osservatore il quale si ponga a studiarli, farebbe riconciliare Balzac con questa potenza che egli abborriva e in odio alla quale egli scrisse il famoso assioma: «Se il giornalismo non esistesse, non bisognerebbe inventarlo».
  Per Balzac, il giornalista – il cancanier, il rimologue com’egli lo chiamava, - non è che una varietà più velenosa delle zanzare. – La potenza attuale della stampa convertirebbe tuttavia Balzac, e farebbe gridare di gioia un uomo come lui, innamorato della forza, e che avrebbe voluto proiettato le sue proprie idee su degli universi addirittura.
  Narrasi che Napoleone Primo, a Sant’Elena, si battè la fronte quando gli si parlò dei battelli a vapore di Fulton. –
  Per Balzac la stampa risulterebbe adesso come l’applicazione più ben riuscita e più formidabile del vapore alla trasmissione del pensiero umano; e chissà se il grande scrittore della Comédie humaine, vivendo oggidì, attirato dal potere di questa macchina immensa che è la stampa, non sarebbe diventato pubblicista, polemista, ecc.?

  A.[ntonio] Caccianiga, Reminiscenze dell’esilio. In casa Ancelot, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 13, 27 marzo 1881, p. 3.
  Chi si rammenta Milano prima del quarantotto non deve aver dimenticato che lo stabilimento musicale Ricordi si trovava in quel tempo sotto il portico a sinistra guardando il Teatro della Scala; e deve aver notato una grande litografia di caricature francesi, intitolata le chemin de la postérité, che rimase lungo tempo affissa dietro un’invetriata di quello stabilimento. Vi si vedevano gli scrittori francesi viventi che si avviavano alla posterità, con qualche segno caratteristico dei loro meriti. Vittor Hugo con una testa immensa precedeva i suoi colleghi; Dumas attraversava il Mediterraneo con un passo, portando sulle spalle i volumi delle sue impressioni di viaggi; e seguivano Balzac, Scribe, Soulié, Sue, Paul de Kock ed altri allora famosi; […].

  Antonio Caccianiga, Reminiscenze dell’esilio. VI. Nel mondo elegante, in Sotto i ligustri, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1881, pp. 194-205.
  pp. 203-204. Dei francesi morti in quel tempo mi ricordo Balzac, come della perdita d’un amico, quantunque non lo avessi mai conosciuto di persona. Ma quando ero studente avevo letto con passione i suoi romanzi; mi pareva d’aver conosciuto i suoi personaggi, e credevo talvolta di vederli, incontrandomi per le vie di Parigi con certi tipi da lui descritti. Chi mi avrebbe detto a Padova, quando leggevo la Comédie Humaine, che avrei assistito ai funerali dell’autore! … Era uno di quei giorni tristi e piovigginosi, così frequenti a Parigi. Vittor Hugo, Alessandro Dumas, il ministro Baroche, e Francis Wey tenevano i fiocchi della bara. Seguivano il carro funebre molte celebrità, scienziati, letterati, artisti, uomini di Stato, e un numero considerevole di stranieri d’ogni paese.
  Vittor Hugo pronunziò un breve discorso sulla tomba al Père Lachaise, ove riposa l’illustre romanziere, vicino a Casimiro Delavigne.

VII. In campagna, pp. 206-218.
  pp. 216-217. Un giorno siamo andati a visitare il Castello di Montecristo che sorge sopra un poggio in fianco alla Senna sulla strada da Bougival a Saint-Germain. Alessandro Dumas padre spese in questa fabbrica duecento cinquantamila lire guadagnate colla penna. In Francia il caso non è raro, specialmente per gli scrittori drammatici. Scribe ebbe cento mille lire di rendita, ed una magnifica villa a Montalais presso Meudon; la Sand ha abbellita la sua casa di Nohan (sic)nel Berry, e perfino Paul de Kock, l’ingenuo romanziere degli studenti e delle grisettes, potè soddisfare i suoi voti coll’acquisto d’un casinetto di campagna a Romainville. Per Balzac le magnificenze della sua villa della Jardie (sic), dove soleva coltivare gli ananas, rimasero sempre allo stato di progetto, ma egli che viveva di sogni, vedeva la villa completa come una realtà, e la trovava stupenda.

IX. In casa Ancelot, pp. 228-236.
  Cfr. supra.
  p. 232.

  Felice Cameroni, Le novità letterarie francesi. Émile Zola, “Le naturalisme au théâtre”, Paris, Charpentier éditeur […], «La Farfalla», Anno VII, vol. XIII, n. 9, 27 febbraio 1881, pp. 67-69.
  p. 67. Romanzo, teatro, critica letteraria, critica drammatica, critica del Salon, opuscoli, appendici, tutto diventa per lui [Zola] arme di lotta e di propaganda.
  In pittura, egli difese Manet contro la folla, sistematicamente avversa ad ogni innovatore, - in letteratura, da solo osò sfidare l’Hugolatria, rivendicando l’avvenire a Balzac.
  Non gli basta creare una nuova Comédie humaine coi Rougon-Macquart, ma all’arditezza del romanziere associa quella ancor più pericolosa del polemista. […].
  Sino al 1830, Stendhal preparava l’odierna evoluzione letteraria. Balzac direi quasi che spaventa colle proporzioni colossali del suo monumento verista. […].
  Oggi, le scuole di Corneille e di V. Hugo hanno fatto il loro tempo; una corrente irresistibile spinge la società contemporanea verso il reale, ma ancora non è sorto il Balzac del teatro. L’evoluzione avviene assai più difficilmente che nel romanzo.

  Felice Cameroni, Le novità letterarie francesi. “En ménage” di K.-J. Huysmans, «La Farfalla», Anno VII, N. 12, 20 marzo 1881, pp. 91-95.
  p. 91. Come in tanti milioni di altri ménages, anche in quello di Andrea e di Berta, si succedono le diverse fasi, analizzate con perspicacia da Balzac nella Fisiologia del matrimonio e sceneggiate con evidenza da Huysmans in questo romanzo, finchè si giunge alla predestinata catastrofe.

  Felice Cameroni, Le novità letterarie francesi. Émile Zola, - “Les romanciers naturalistes”, - Paris, Charpentier éditeur, «La Farfalla», Anno VII, vol. XIV, n. 1, 3 luglio 1881, pp. 2-4.
  pp. 3-4. Dopo Le roman expérimental, le ultime opere critiche dello Zola, da me accennate in queste riviste, furono Le naturalisme au théâtre e Nos auteurs dramatiques. Oggi annunzio un’altra raccolta di articoli letterarî dello stesso Zola, cioè il nuovissimo Les romanciers naturalistes, costituito dagli studî ch’egli inviò al Messager de l’Europe di Pietroburgo sulla storia del romanzo naturalista francese rappresentata ne’ suoi periodi, nelle sue modificazioni da Stendhal, Balzac, Flaubert, De Goncourt e Daudet.
  Come ognuno lo sa, in ordine di tempo il primo fra i romanzieri naturalisti è Enrico Beyle, un francese che tanto amò l’Italia ed in particolar modo Milano, da voler esser sepolto a Montmartre coll’iscrizione: Ad Arrigo Beyle, milanese. Zola dedica all’autore della Chartreuse de Parme e del Rouge et noir uno studio finissimo, lo considera al pari di Balzac «notre père à tous» perché ha apportato al romanzo l’analisi, perché colla sua sagacia, colla sua penetrazione ci ha lasciato dei preziosi documenti umani, ma confessa sinceramente che cessa dall’ammirarlo, quando le preziosità della logica lo spinge all’alchimia del pensiero. Pone quindi in confronto anche i tre studî, ch’egli proferisce su Beyle, cioè Balzac e Taine da una parte e Sainte-Beuve dall’altra. «Prenez un personnage de Stendhal: c’est une machine intellectuelle et passionelle (sic) parfaitement montée. Prenez un personnage de Balzac, c’est un homme en chair et en os, avec son vêtement et l’air qui l’enveloppe». Ecco il punto più interessante di questo capitolo di Zola; quando avesse tempo, egli dovrebbe compirlo, passando in esame l’interessantissima corrispondenza di Stendhal, le curiose Promenades en Italie e la teoria della cristallizzazione dell’Amour, che rappresenta il non plus ultra della lambiccatura analitica. Assieme alle lettere di Courier, quelle dello Stendhal, ufficiale napoleonico, poi vice console e le sue impressioni su Milano, Firenze, Roma, Napoli, formano un prezioso documento fisiologico della vita e dell’arte italiana, nella prima metà del nostro secolo.
  Le idee di Zola su Balzac molte volte abbiamo avuto l’occasione di conoscerle nel Bien Public e nel Voltaire, a sbalzi, per incidenza, come termini di confronto. Mettendo in testa ai Romanciers naturalistes un piccolo lavoro su Balzac, studiato nella sua corrispondenza, Zola neppur per sogno ha la pretesa di analizzare quell’immenso colosso, che ha creato la Comédie humaine. «Je comptais reprendre ce travail, l’élargir en étudiant particulièrement en lui le romancier, mais comme le temps et le courage m’ont manqué, je me décide à publier les pages que j’ai sous la main, pour qu’elles marquent, au moins, à notre tête, au sommet, la glorieuse place du père du roman naturaliste». Colle lettere pubblicate dal Lévy, egli tratteggia a grandi linee l’uomo, nei più rimarchevoli momenti della sua esistenza, - il romanziere, che ha gettato le basi della letteratura naturalista, senza possederne il programma completo e preciso, - l’autore drammatico che è forse morto alla vigilia di scrivere la migliore delle sue produzioni sceniche, - il critico, che giudicava secondo l’impressione del momento, senza metodo logico e guidato dall’immaginazione, anziché dal sistema sperimentale. «Il a flotté à tous les extrèmes, de la foi à la science, du romantisme au naturalisme. Mais il suffit qu’il soit notre véritable père, qu’il ait le premier affirmé l’action décisive du milieu sur le personnage, qu’il ait porté dans le roman les méthodes d’observation et d’expérimentation. C’est là, ce qui fait de lui le génie du siècle».

  F.[elice] Cameroni, Bibliografia. Giovanni Verga: “I Malavoglia” – Milano, Treves editore, «La Rivista Repubblicana di politica, filosofia, scienze, lettere ed arti», Milano, Anno VI, Fasc. 2, 1881, pp. 162-166.
  pp. 163-164. Nella Comédie humaine e nei Rougon-Macquart, ci sfilano davanti (proprio come nella vita d’ogni giorno) i vincitori ed i vinti della incessante lotta per l’esistenza, quelli che l’affrontano con fortuna e quelli che ne restano schiacciati, i temerari ed i rassegnati. Sarà meno vasto il campo d’osservazione, scelto da Verga secondo le sue forze ed infatti si limita soltanto ai sommersi.

  C.[esare] Cantù, Sul Manzoni. Reminiscenze. IX. Ancora Amici e Conoscenti, «La Rassegna Nazionale», Firenze, presso l’Ufizio del Periodico, Vol. V, Anno III, Fascicolo 3°, Giugno 1881, pp. 433-449.
  pp. 444-445. Qualvolta tornasse a Milano, egli [il cav. Felice Carrone marchese di San Tommaso] capitava da Manzoni, e una sera vi condusse Balzac, il famoso romanziere, che alcuni giorni s’era fermato in questa città (1), stupendo di vedere sulle botteghe i cognomi dei gran signori che gli davano pranzi e palchetto a teatro. Balzac avea gran corpo, gran naso, vasta fronte, collo toroso, attorniato da poco più che nastro; occhio da domator di fiere; chioma folta gettata indietro, soverchiata da gran cappello floscio. Testa potente con vedute non comuni, infatuato di se (sic), voleva mostrarsi eccentrico in tutto, per la vanità di far parlare di sé. La sua notorietà di dentro trasformò presto in celebrità di fuori, sicchè era letto da per tutto; il Cesare Berotteau (sic) gli fu pagato 20 mila lire, e disse all’Azeglio che l’editore della traduzione dell’Ettore Fieramosca avea speso in annunzj, più che l’autore non avesse ricavato dal suo manoscritto.
  Come a Manzoni, gli mancava la spontaneità della forma, correndo un abisso tra questa e il pensiero: e poiché si preoccupava dello stile, rifaceva sin tre o quattro volte i suoi componimenti, ma sugli stamponi. Agli eroi del medioevo, ai paladini, ai trobadori, alle castellane avea sostituito impiegati, capi d’ufficio, agenti di cambio, usuraj, poliziotti, chimici, e fu il vero antesignano dell’odierno verismo.
  Il Medico di Campagna, il Giglio nella valle, la Messa dell’Ateo, il Curato del Villaggio erano romanzi che poteano esser letti anche da persone oneste; e Manzoni conosceva certamente Eugenia Grandet, forse il migliore di tutti.
  Balzac disse che, al veder Manzoni, gli era parso di vedere Chateaubriand, e Manzoni soggiunse che lo stesso era parso a me (2); però l’illustre Francese avea modi più risoluti e nella alta persuasione di sé stesso davasi aria d’importanza, e oracoleggiava.
  Io mi persuasi che Balzac non avesse letto i Promessi Sposi; tanto ne distonavano i discorsi che tenne: non parlò che di sé, d’un romanzo nuovo che faceva, La ricerca dell’assoluto; d’una commedia che farebbe furore sulle scene; de’ suoi Juvenilia che raccoglieva; dissertò su quel vago suo panteismo e sulla cranioscopia; né mai mostrò un’idea di reale umanità.
  Sempre fantasticando qualche fortuna colossale, come quelle de’ suoi personaggi, pensava allora arricchirsi mediante contratti con libraj italiani: disilluso ben presto, meditava scavi in Sicilia (sic), per ritrarne l’oro che i Romani vi aveano lasciato per inesperienza.
  Manzoni non poteva seguitare questo gran veterinario dei mali incurabili quando parlò di donne, delle quali avea dipinto tante.
  (1) Gli fu rubato l’oriuolo: e il governatore si piccò di riconsegnarglielo. Questa prova di abilità nel ricuperar un oggetto rubato accusava la negligenza di lasciarne perdere tant’altri.
  (2) Quando, nell’agosto 1832, vidi Chateaubriand a Lugano, dove avea preso a fitto la villa Tanzi. Lo rividi poi più volte nella conversazione di Madame Récamier alla Abbaye des Bois a Parigi.

  Luigi Capuana, Un autografo del Balzac, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 1, 2 gennaio 1881, pp. 1-2.[1]

I.
  Il Balzac venne in Italia nel febbraio del 1837, munito di una procura del conte Emilio Guidoboni-Visconti per regolare gli interessi di questo col signor Lorenzo Costantin, suo fratello uterino, a proposito dell’eredità materna della contessa Giovanna Patellani. Fu a Milano, poi a Venezia, nel marzo: e, tornato a Milano, vi stette fino alla metà di maggio.
  A Genova un negoziante gli parlò delle miniere d’argento della Sardegna, delle scorie ammonticchiate nelle vicinanze di esse, scorie ricche di piombo dal quale era stato ricavato anche dell’argento. La fantasia del Balzac prese subito fuoco. I Romani, i metallurgisti del medio-evo non dovevano essere molto pratici nella mineralogia; poteva darsi benissimo fosse nascosta in quelle scorie una immensa ricchezza. Un gran chimico, suo amico, aveva trovato il segreto di estrarne, con poca spesa, l’oro e l’argento in qualunque modo e in qualunque proporzione stessero mescolati cogli altri metalli. Bisognava avere i campioni per fare un saggio. Il Genovese promise di spedirglieli a Parigi. Il Balzac, nel caso di ottimo esito, s’impegnava di ottenere pel Genovese e per sé la privativa dell’affare dal governo sardo.
  Dopo un anno, visto che il Genovese non si faceva vivo, il Balzac tornò in Italia, andò in Sardegna e trovò che quegli aveva fatto fare dei saggi per conto proprio e contrastava la privativa, presso la Corte di Torino, a una società marsigliese la quale aveva scoperto potersi ricavare dalle scorie il dieci per cento di piombo, e dal piombo il dieci per cento di argento.
  Fu una delle tante sue delusioni!
  Era partito da Parigi, facendo un gran sforzo per raggranellare i quattrini pel viaggio. Aveva impegnato il po’ d’oro che possedeva: la sua mamma e una sua cugina si erano salassate per lui. Aveva viaggiato quattro giorni e cinque notti sopra una imperiale, bevendo soltanto dieci soldi di latte al giorno e aveva pranzato con trenta. Aveva scritto alla madre: Pense qu’il y a beaucoup plus d’envie de faire cesser des souffrances chez des persone chères, que de désir de fortune personnelle dans ce que j’entreprends ; quand on n’a pas de mise de fonds, on ne peut pas faire fortune que par des idées semblables à celle que je vais mettre à fin. (Correspondance, pag. 283). E trovava il posto preso! E i suoi castelli in aria rovesciavano ad un tratto! Bisognava rimettersi al gran supplizio del lavoro. Si faceva coraggio. Je vais faire trois ouvrages tout de suite, sans débrider! Però … però … ! Era stato a visitare la miniera abbandonata dell’Argentara nella parte più selvaggia dell’isola, e aveva portato via dei saggi di minerale. Peut-être le hasard me servira-t-il mieux que les combinaisons de l’esprit. Già pensava di ritornare in Italia col suo cognato, l’ingegnere Surville, e con un ingegnere delle miniere. «Tu verrai con tuo marito», scriveva alla sorella Laura. «Grazie dell’esperienza che ho acquistata, spenderemo poco più di quel che si spende a Parigi. E siccome non c’è di mezzo nessun Genovese, così potremo aspettare finchè saremo più tranquilli. Io sono dunque pressoché consolato». Aveva bisogno di una chimera: non sapeva staccarsi da questa.
II.
  Andò a Milano per isbrogliare ancora alcuni interessi del conte Guidoboni-Visconti. Pare che il governo austriaco intendesse sequestrare quel po’ di beni che il conte possedeva tuttavia in Lombardia. Il Balzac si adoperò in maniera che il sequestro fu evitato. Credeva tornar subito a Parigi, ma si mise a lavorare. Les mémoires de deux jeunes mariées furono cominciate (sic) a scrivere in casa del principe Porcia, in una stanza a pianterreno che dava sul giardino, messa dall’amicizia del principe a disposizione di lui. Nella sua prima dimora in Milano il Balzac vi aveva conosciuto molte persone dell’aristocrazia; ma ora faceva una vita da certosino. La contessa Bossi, che non aveva dimenticato le belle serate passate con lui alle Chênes presso i Sismondi, dovette fermarlo coraggiosamente in mezzo alla via per rimproverarlo di non essersi fatto vedere in casa sua. Il suo lavoro lo assorbiva tutto. Era una idea che gli frullava in mente da due anni e non era riuscita a concretarsi. Dipingere l’amore felice, l’amore soddisfatto senza la rettorica del Rousseau e senza le prediche del Richardson: ecco il suo ideale di quel momento. Voleva pubblicare il suo libro senza nome di autore, come l’Imitazione, e voleva poterlo scrivere a Milano!
  Ma era tristo per diverse ragioni. Aveva duecentomila franchi di debiti e i suoi affari andavano male: e il suo cuore era in Russia, presso la persona che fu poi la consolatrice degli ultimi suoi giorni e sua moglie. Invidiava il principe Porcia che era così felice colla sua amante, la contessa Bolognini. «Ah! se sapeva, scriveva alla Hanska, che malinconiche meditazioni m’ispira l’aspetto della vita felice del Porcia che abita sul Corso Orientale, dieci case più in là della contessa!». Aveva la nostalgia. «La Francia, col suo cielo sempre grigio, mi serra il cuore sotto questo bel cielo di Milano; il Duomo, parato delle sue trine, m’intorpidisce l’anima d’indifferenza!». Il 20 maggio aveva scritto: «Domani, dopo aver fatto scrivere due lettere alle mie amanti, sarò più allegro e sarò da voi calmo e savio da far invidia a un santo». Due giorni dopo: «Il mio libro è abbandonato; ho lasciato lì le mie amanti per riprenderle un giorno o l’altro». Infatti passarono quattro anni prima che quel romanzo vedesse la luce nelle appendici della Presse dopo essere stato lungo tempo annunziato dalla Revue de Paris.
  Se si dovesse dar retta alla dedica che si legge ora in testa al romanzo Splendeurs et misères des courtisanes, questo lavoro sarebbe nato anch’esso sotto il tetto ospitale di casa Porcia, sul Corso di Porta Renza, ora Corso Venezia. Ma la dedica da principio si riferiva alla sola prima metà della prima parte del romanzo che allora s’intitolava La Torpille. Può darsi che quest’episodio, trasformato nell’edizione definitiva in Comment aiment les filles sia nato a Milano.
  Certamente il Balzac portò via dei ricordi durevoli del suo soggiorno in questa città: lo dimostrano le dediche di altri suoi lavori a persone milanesi: La Vendetta allo scultore Puttinati, La fausse maîtresse alla contessa Clara Maffei, Une Fille d’Eve alla contessa Bolognini-Vimercati, Les employés alla contessa Sanseverino, sorella del principe Porcia.
  Il Balzac non ricevè una bella impressione dalle nostre donne. Gli parvero tutte prive di attrattive di spirito, d’istruzione, meno una Cortanse di Torino. Le Milanesi, invece, dicono che egli non era bello, che era goffo, taciturno, e che di stupendo aveva soltanto gli occhi, due occhi di fuoco. Il Balzac in quei giorni era di umor nero. Forse passava per uno di quei periodi di astinenza d’anacoreta ai quali si condannava per resistere alla violenza del suo lavoro. Un motto di lui rispetto alle donne, detto in una cena di soli uomini presso il Porcia, conferma questo mio sospetto; ma non è possibile riferirlo qui. Alla Hanska scriveva: «Comincio a credere che la fama ha ragione, attribuendo alle Italiane qualcosa di troppo materiale in amore». Tutto questo può diminuire in qualche maniera il severo giudizio del gran romanziere.
  Il Balzac lasciò Milano il 6 giugno del 1838 e non tornò più fra noi.
III.
  Mi è parso giusto premettere queste poche notizie alla descrizione dell’unico autografo del Balzac – di qualche importanza – che si trovi in Italia.
  È preziosissimo. Ci mostra il grande romanziere intento al lavoro, in quella terribile lotta colla forma che rende proprio miracolosa la sua vasta produzione in mezzo a preoccupazioni d’interessi materiali da ammazzare qualunque altr’uomo non nato, come lui, un colosso di mente e di corpo.
  Lo Champfleury ha scritto un opuscolo intitolato: Balzac. Sa méthode de travail, études d’après ses manuscrits (Paris, Patay, 1879), ove sta sempre sulle generali e non dice nulla che non si sapesse. Perfino il fac-simile di una prova di stampa del Début dans la vie, premessa al suo opuscolo, ha ispirato dei dubbi sulla sua autenticità. Secondo il Lovenjoul, che deve intendersene, le correzioni, piuttosto che del Balzac, paiono della signora Surville, sua sorella. Perciò ho creduto che, anche dopo lo scritto di Champfleury, queste notizie possano avere un po’ d’interesse. E ringrazio la gentile persona che mi ha cortesemente confidato il prezioso manoscritto e mi ha permesso di descriverlo.
  È un volume in 8° grande, rilegato in rosso col dorso di cuoio filettato in nero; il titolo in oro: Études philosophiques (Les Martires [sic] ignorés).
  Nella prima pagina si legge: Offert par l’auteur – comme un souvenir – du gracieux accueil qu’il – a reçu – . H. de Balzac. – Paris, ce 15 juin, 1837. – C’est comme je vous l’ai dit le – premier ouvrage que j’ai fait – à mon retour.
  Questo non è precisamente vero di tutto il lavoro. Al suo solito, Balzac aveva fatto un innesto sul frammento Ecce Homo, pubblicato nella Chronique de Paris nel giugno 1836. Al suo ritorno egli aveva potuto scrivere soltanto le undici pagine di manoscritto che formano la introduzione. Infatti nell’ultima pagina, dopo tredici righe di scrittura, si trovano incollati due pezzetti ineguali di stampato, e di fianco si legge: Continuer avec la copie de la Chronique.
  Nella seconda pagina, prima aveva scritto: Les Martires ignorés – de la légende. – (Fragment du Phédon d’aujourd’hui), ma poi cancellò le parole: de la légende.
  Vengono poi undici fogli di manoscritto su carta di paglia comune, scritti, meno il primo, tutti da una sola facciata, con pochissime correzioni.
  Seguono, rilegate col manoscritto, cinque prove di stampa che sono certamente quelle della quarta edizione degli (sic) Études philosophiques (volume XII), pubblicata col nome del Werdet presso Delloye e Lecou.
  Qui comincia il fermento del lavoro del Balzac: le prove si riempiono di cassature, di richiami, s’ingrossano di aggiunte su pezzettini di carta incollati ai margini con delle ostie; le correzioni si accavallano; le correzioni sottentrano alle correzioni. Nel manoscritto l’introduzione era di sei pagine e sei righe; nella prima prova sono già incollate altre due paginette, e in fine c’è l’avvertenza: Charles, laissez-moi deux pages blanches. Nella prima pagina, alla prima prova di stampa, ove è il solo titolo, scrive: Charles, tâchez d’avoir fini cela pour une heure en vous y mettant avec quelque (sic) lapins, que les corrections soient bien faites, cela ira jusque à 4 feuilles pas plus. Mettez-moi la 21-22 en page et composez-la, vous avez 4 garnitures. On pourrait si ce peut-il mardi. On a fait une boulette au commencement, voyez ce qui est à mettre en petit texte comme un titre d’une comédie, et interl: sans fin.
  Nella seconda prova ha già fatto scomporre l’introduzione per ricomporla in carattere più piccolo; dove diceva: Personnages ha messo: Silhouettes des interlocuteurs; ma già vuole en italique le prime sette righe. Anche questa prova ritorna alla stamperia terribilmente maltrattata, sovraccarica di aggiunte incollate ai margini, con aggiunte incollate alle aggiunte. È un vero fuoco d’artifizio. Si vede il viso che doveva fare quel povero proto di Charles, leggendo dietro alle bozze: Charles, encore une épreuve et composez la 1/2 feuille de la fin en y mettant la table des matières. E più sotto: Puis-je cette fois compter avoir une épreuve à trois heures? R.s.v.p.
  E la quarta bozza differisce poco dalle altre. Ghirigori, razzi si partono da tutte le pagine, intrecciandosi, confondendosi in maniera da far perdere la testa ai correttori. E l’incontentabile autore scrive: Charles, encore une épreuve, vous devriez corriger vous-même pour que je puisse la rendre en bon à tirer.
  Il povero proto non ne può più: ha rivisto, ha corretto anche lui. Manda la quinta prova perfettamente ripulita. Credete che il Balzac sia contento? Donner une révision! Sarebbe capace di cominciare da capo.
  Scelgo un piccolo squarcio, uno dei meno complicati, per porre sotto gli occhi dei lettori il processo letterario con cui sono state fatte tutte le opere del Balzac. Metto fra parentesi, in corsivo, le parole cancellate, e segno con puntini ove la cancellatura è illeggibile.
  Il manoscritto diceva:
  «Le docteur Phantasma (Chose): Il m’est impossible de passer sous silence un fait qui est à ma connaissance personnelle et qui ne s’expliquerait que par le système (de Monsieur) du docteur Physidor. Voici l’histoire à laquelle je ne voudrais (rien) ajouter aucun ornement superflu qui lui donnât (l’air d’) une tournure romanesque. Je ne sais (pas) si vous avez connu (M.) l’abbé Bouju (de Tonduse) Vicaire général de … (je ne) je ne (connais pas) me rappelle jamais les diocèses (d’aujourd’hui) conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, il y a vingt ans Monsieur Bouju c’était (ce que l’on nomme) vulgairement parlant (un bon vivant), ce qui devrait s’appeler en bonne philosophie un égoïste. (Il) Soit qu’il (eu pensé de la …) regardât comme profondément risibles les idées de ceux qui s’occupent d’avenir, qui (…) font des théories délicieuses, quand il est prouvé que l’espace entre la terre et le soleil est de trente-trois millions de lieues; et (qu’il est) que l’espace entre nous et certains (sic) planètes est si considérable que leur lumière ne nous est pas encore arrivée quoique la lumière fasse de millions de lieues à la minutes (sic); soit (qu’il ne) que tout lui fût indifférent, excepté ces propres jouissances, il ne faisait que ce que (sic) lui plaisait».
  Tutto questo è troppo pieno, troppo pesante; si legge a fatica. Ma già nella prima correzione comincia a sveltirsi. Ecco qua:
  «Le docteur Phantasma. Il m’est impossible de passer sous silence un fait qui est à ma connaissance personnelle et qui ne s’expliquerait que par le système de Physidor. Je ne sais si vous avez connu l’abbé Bouju, un vicaire général de … de … de … . Ma foi, je ne me rappelle jamais les diocèses conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, il y a de cela quelque quarante ans, M. Bouju était, vulgairement parlant, un bon vivant, ce que les imbéciles nomment un égoïste, comme si nous n’étions pas tous égoïstes, l’oubli de soi-même est une dépravation. Soit qu’il regardât comme profondément risibles les idées religieuses, soit que tout lui fût indifférent etc.».
  Nella seconda prova l’epurazione continua. Il periodo si muove con più agio. La mano inesorabile dello scrittore, sfronda senza pietà. Osservate:
  «Le docteur Phantasma. J’ai rencontré hier quelqu’un qui m’a rappelé un fait qui est à ma connaissance personnelle et qui s’appliquerait au système (de) que Physidor nous développait avant hier. Avez-vous entendu parler de l’abbé Bouju (un) qui est vicaire général de … de … de … . Ma foi, je ne me rappelle jamais les diocèses conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, c’est lui dont il s’agit. Il y a quelques quarante ans, M. Bouju était etc.».
  Ma già alla terza prova il brano è quasi irriconoscibile; è dialogo, non più racconto.
  «Le docteur Phantasma. J’ai rencontré hier une douillette pouce …
  Le Libraire:  Mâle ou femelle ?
  Phantasma. Elle m’a rappelé un fait à ma connaissance personnelle et qui s’appliquerait au système que vous nous développiez avant-hier. Avez-vous entendu parler de l’abbé Bouju qui est vicaire général de … de … de … . Ma foi, je ne me souviens jamais des diocèses conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, c’est de lui qu’il s’agit».
  E il resto continua come nella seconda prova ; solamente dopo le parole: tous égoïstes aggiunge : de naissance ou par expérience.
  Nella quarta prova questo passo subisce un’insignificante modificazione. Dove diceva: M. Bouju était, si legge: mon Bouju. È tutto. La lezione si conserva tale nell’edizione definitiva.
  Allo stesso modo che coi periodi della sua prosa, soleva adoperare il Balzac colla struttura dei suoi romanzi. Fondeva insieme più racconti, saldava parti diverse, e non sempre in maniera che la saldatura non si scorgesse. Ma in molti punti della sua Comédie humaine il lavoro lento, paziente della creazione ha ottenuto il gran risultato a cui agognava: vi si sente l’immortalità della vita dell’arte e l’onnipotenza del genio.[2]

  Luigi Capuana, «I Malavoglia» di Giovanni Verga, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 22, 29 maggio 1881, pp. 1-2.
  p. 2. Il romanzo, da noi, è una pianta che bisogna ancora acclimare. Non ha tradizioni, nasce appena, quando è già grande e glorioso altrove, in Francia e in Inghilterra; in Francia, specialmente, si può seguire passo a passo tutto lo svolgimento di questa modernissima forma dell’arte che ha un colosso, il Balzac, tra i suoi cultori, uno di quei genii che fanno fare all’arte i passi del Giove omerico. […].
  Con una decina di novelle del Decamerone alla mano, potremmo trovare dei meravigliosi riscontri col Balzac, col Flaubert, collo Zola, tenuto il debito conto della differenza che corre fra un organismo incipiente e un organismo quasi arrivato al suo completo sviluppo. […].
  E, inoltre, pel romanzo non si tratta d’un organismo elementare, o protozoo letterario, ma d’un organismo maturo, il quale si riproduce oggimai per fecondazione diretta e trasmettendo, per eredità, i suoi caratteri speciali, perfezionandoli, adattandoli, ma non mutandoli a capriccio di questo o di quello.
  Il Balzac, il gran padre del romanzo moderno, ha i suoi predecessori ai quali sta, forse, meno attaccato che i suoi successori non istiano attaccati a lui necessariamente. Il Flaubert, i de Goncourt, lo Zola non hanno fatto e non fanno altro che svolger meglio, ridurre a maggior perfezione quelle parti della forma del romanzo che nella Comédie humaine rimasero in uno stato incipiente o imperfetto. Il naturalismo, i famosi documenti umani non sono una trovata dello Zola. Bisogna non aver letto la prefazione del Balzac al suo immenso monumento per credere che il trasportare nel romanzo il metodo della storia naturale sia una novità strana e pericolosa. […].
  Nei romanzi del Balzac, questo sparire dell’autore avviene ad intervalli. Egli si mescola ogni po’ all’azione, spiega, descrive, torna addietro, fa delle lunghe divagazioni prima di lasciar i suoi personaggi a dibattersi soli soli colle loro passioni, col loro carattere, colle potenti influenze del lor tempo e dei luoghi: e l’onnipotenza del suo genio non si mostra mai così intera come quando quelle sue creature rimangono libere, abbandonate ai loro istinti, alla loro tragica fatalità naturale. I suoi successori intervengono assai meno di lui nell’azione o non intervengono affatto.


  Arnaldo Carrera, La missione del teatro, «L’Ateneo Veneto. Rivista mensile di scienze, lettere ed arti», Venezia, Stabilimento tip. di M. Fontana, Serie IV, N. 3, Agosto 1881, pp. 167-179.

 

  p. 173. Nella prefazione al Figlio naturale, Alessandro Dumas dice che il pubblico divora e dimentica gli autori che scrivono per lui, e cita ad esempio Balzac, Musset, Murger. Lamartine, Hugo, Sand, Dumas padre, etc.

  E aggiunge:

  «Ciò avviene perché il nostro è il secolo più affrettato che sia mai stato; che si sente trascinato come il vascello di Colombo verso una meta sconosciuta; che scruta la linea brumosa dell’orizzonte ... Quando avrà preso terra e piantate le sue tende, ritornerà probabilmente ad ascoltare i bardi e i trovatori, le ingenuità pastorali, le avventure cavalleresche, le melanconie dolci e le delicatezze dell’anima. Ma adesso non è momento per queste cose.

  Il passato lo incalza, il presente lo minaccia, l’avvenire lo spaventa!».

  Il pubblico, seguita Dumas, ha pianto con René e Jocelyn,ha dubitato con Didier, Antony, Rolla; ha rabbrividito con Balzac, delirato con Sand.


  Carlo Cattaneo, Sul romanzo delle donne contemporanee in Italia, in Opere edite ed inedite di Carlo Cattaneo raccolte e ordinate per cura di Agostino Bertani. Scritti letterari. Vol. I, Firenze, Successori Le Monnier, 1881, pp. 358-389.
  Cfr. 1863.

  G. A. Cesareo (Hierro), Questioni estetiche, «Rivista Minima di scienze, lettere ed arti», Milano, A. Brigola e C., Editori, Anno XI, Fascicolo 10.°, 1881, pp. 721-730.
  p. 727. Insomma, l’arte sarà democratica, e il piacere estetico sarà per tutti. I maggiori romanzieri del secol nostro, Gualtiero Scott, Alessandro Manzoni, Onorato di Balzac ed Emilio Zola, vanno fino per le mani delle portinaie.


  Luigi Chiala, Ricordi della giovinezza di Alfonso La Marmora editi per cura di Luigi Chiala. Decima edizione rifatta e ampliata con Lettere inedite dei Duchi di Savoia, di Wallmoden, De Brack, ecc. Volume Primo, Roma, Tipografia Eredi Botta, 1881.
  Lettere dei Duchi di Savoia e di Genova a La Marmora.
V.
  [Ferdinando di Savoia a A. La Marmora], Turin, le 9 janvier 1842 (pp. 197-201). Nota (5), pp. 201-202.
  […] En fait de Pupù(5) il n’y a ici rien de nouveau.
  (5) L’argomento – chiamiamolo Pupù – non doveva suonare discaro agli orecchi del nostro La Marmora, giacchè così spesso ne è fatta scherzevole menzione in queste lettere. Per verità, sarebbe da far le meraviglie se la cosa fosse proceduta altrimenti … (È evidente che io parlo a lettori i quali credono col Balzac che un homme sans passion, le juste parfait, est un monstre, nella società in cui siamo). [citazione tratta da Le cousin Pons].

  Chiquita [Matilde Serao], La Commedia umana, «capitan Fracassa», Roma, Anno II, N. 357, 27 Dicembre 1881, p. 1.


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  È un altro atto della Comédie humaine che si svolge al castello di Beauregard, in questi giorni.
  La vedova del signor Honoré de Balzac des Entrangues o des Entraguet, per causa di partenza, fa vendere il mobilio artistico che apparteneva al grande artista.
  Certo, accorreranno a questa vendita quanti hanno amato, odiato, semplicemente ammirato il romanziere: ma la folla non potrà essere indifferenti.
  Vi saranno in quelle sale, sul fondo brutalmente volgare di una vendita, risalti di commenti sentimentali, di allusioni maligne, di osservazioni bizzarre; vi sarà, accanto alla voce monotona e nasale del banditore, dove non vi vibra interesse, la filza degli aneddoti più o meno storici che ritessono la vita intima, così strana di Balzac. Se per mala ventura è vero che, dopo la morte, si senta ancora, egli presiederà quella vendita, ridendo del suo grande riso, alto, ironico e crudele che gli illuminava la larga e grossa faccia.
  Questo artista eccezionale, anche dopo la morte, non rassomiglia a nessuno.
  Molti artisti, in vita, siedono accanto alla tomba, dove è sepolta la loro fama, incapaci di farla risorgere. Qualcuno, più fortunato, muore nel medesimo tempo.
  Pochissimi quelli che ingrandiscono col tempo. Uno dei pochissimi è senza dubbio Balzac.
  Poco a poco, con la lentezza del grandioso, la sua figura diventa colossale e occupa l’orizzonte.
  Davanti a questa figura, completa, che unisce l’armonia al gigantesco, non si osa più nominare quel tale romanzo, o quel tale altro, uscito dalla sua penna.
  Sfuggono i particolari e l’opera si considera in complesso, nella sua piena e profonda unità.
  Balzac è l’autore della commedia umana.
***
  Certo, una vendita di mobilio all’incanto è uno spettacolo duro, qualche volta straziante. Ma Balzac, nella verità, fu il maestro dello strazio. Niuno come lui rese le lente agonie dello spirito che muore e del corpo che si sfascia.
  Non vi è bisogno di essere un’anima sensibile, per fremere al delirio del moribondo Père Goriot, l’ideale più umano e più dolorosamente vero del padre affettuoso.
  Basta aver nervi soltanto, per sentirseli ribellare contro l’agonia lunga, monotona, provinciale in cui si disfà la vita di Eugénie Grandet.
  Basta aver amato una sola volta per sentirsi pieno di una compassione infinita per la contessa del Lys dans la vallée, che scende verso la morte, senza amare, condannata alla castità, condannata all’isolamento.
  Chi può intendere i dolori di David Léchard (sic), il grande inventore sconosciuto?
***
  I giornalisti assisteranno sicuramente a questa vendita.
  Balzac non potette essere un buon giornalista, poiché la sua produzione era troppo rude, troppo acuta; smuoveva troppe idee, richiedeva troppo pensiero e troppo studio per piacere in un giornale.
  Ma, speculatore mancato, poiché egli scriveva i suoi romanzi per pagare le sue cambiali degli affari sballati – egli comprese perfettamente, caso raro, che forza sia il giornalismo.
  Come, oggi, Zola lo ha detto e ridetto, Balzac ha sempre predicato ai giovani valorosi di buttarsi nella stampa, non essendovi altra via di successo e di celebrità.
  Il suo Lucien de Rubempré del Début dans la vie, pieno d’ingenuità e di fiducia, giornalista ideale; quel suo Etienne Lousteau della Muse du département, giornalista di talento, poseur, sfatto, cinico, ma sempre elegante e malvagiamente simpatico, son lì vivi e veri, perché i giornalisti non ci si riveggano con un diletto misto di tristezza (Salve tutte le allusioni e le personalità).
***
  Le signore senza dubbio accorreranno alla vendita del mobilio di Balzac.
  Le donne devono amarlo.
  Dicono che, nei suoi amori, il romanziere fosse frettoloso, un po’ volgare, con una furia di uomo affaccendato.
  Eppure è il più grande creatore di donne dopo Shakspeare (sic); eppure è il più sottile, il più vario analizzatore dell’amore.
  Ma dove ha egli trovato il misticismo sobriamente terreno e femminile di Ursule Mirouet accanto al misticismo fantasticamente divino di Séraphita?
  Non pare possibile che chi ha scritto la vita fresca, ridente, luminosa di bellezza, di gioventù e di lealtà di Modeste Mignon, possa avere descritto la vita ipocritamente viziosa, rosea di vernice e nera di sozzura di madame Marneffe.
  Artista aristocratico per eccellenza, le sue duchesse, le sue contesse, le sue marchese sono veramente tali nella vera frivolezza, nella vera civetteria fredda, nelle vere passioni drammatiche: nessuna di esse parla come una portinaia, nessuna di esse ama come la moglie di un droghiere.
  Il loro vizio, e la loro virtù è propria di loro.
  Le sue provinciali sono un miracolo di provincialità quadrata, intensa, predominante: donne che fanno pietà, che fanno ridere, che fanno rabbia.
***
  È per questa sua galleria di tipi femminili, creata con l’imparzialità dell’ingegno superiore, ma con l’interesse ardente di chi studia il più grande problema umano, che le signore amano Balzac.
  Ho scritto per le lettrici – e per me – non essendo né critico, né un romanziere, né uno psicologo, ma semplicemente una donna.


  D.[omenico] Ciàmpoli, Sacher-Masoch e i suoi racconti galliziani, «Illustrazione Italiana. Rivista settimanale degli avvenimenti e personaggi contemporanei [...]», Milano, Fratelli Treves, Editori, Anno VIII, N. 15, 10 Aprile 1881, pp. 234-238.

 

  p. 238. Questa supremazia della donna, della quale i tedeschi fanno volontieri una schiava in estasi innanzi al padrone, deve parere loro davvero riprovevole. Il rimprovero di monotonia nelle situazioni e nei caratteri, forse ha sviato Sacher-Masoch da forti studii, da costumi locali, ove primeggiava, per cercar di seguire brancolando le orme di Balzac; fors’anche egli ha ceduto al desiderio d’inaugurare un genere sconosciuto in Germania, dove da Goethe i romanzieri non sono usciti affatto dal regno della fantasia. [...]. Comunque sia, l’autore del Legato di Caino si ricordi che la piaga dell’ingegno di Balzac fu la sua ambizione d’essere ad un tempo storico, moralista, poeta, critico, drammaturgo, pubblicista; chi troppo vuole, poco stringe. Sacher-Masoch può imitare da Balzac l’ironia spesso pesante, lo scetticismo, la vasta composizione, lo stile enfatico, ma non dipende da lui l’essere l’analizzatore chiaroveggente e minuzioso dei vizi della società invecchiata: i fiori ch’egli sa cogliere sulle vergini altezze non crescono nella corruzione.



  D.[omenico] Ciàmpoli, Scrittori russi. Ivan Turghenief, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 18, 1° maggio 1881, pp. 1-2.
  p. 1. Così la vita russa si effonde nelle sue opere largamente: […]. È una sintesi chiara e poderosa che pochi hanno saputo fare in altri paesi e che mette Turghenief accanto a Walter Scott e al Balzac.

  D.[omenico] Ciàmpoli, Scrittori russi. N. G. Cerniscevky, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 52, 25 dicembre 1881, pp. 4-5.

  [Che fare?].
  p. 5. Tutto il romanzo però è una ribellione; alle regole, alla retorica, al pessimo gusto, a’ vecchi costumi: ribellione impersonale che scatta da ogni pagina del libro, e sotto forma di analisi accurata, paziente cela un’arte squisitissima, che ricorda Balzac e Stendhal.


  Ciro, In Omnibus, «Lo Staffile. Gazzettino di Lettere, Arti, Teatri, Società, ecc., ecc.», Firenze, Anno II, Num. 12, 22 Aprile 1881, pp. 2-3.

  p. 2. L’interno dell’omnibus, nel quale mi trovavo, era degno della penna di Balzac e di Kock.


  Alphonse Daudet, In casa d’Edmondo de Goncourt, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno V, Num. 47, dal 19 al 26novembre 1881, pp. 372-373.
  p. 372. Applicando al romanzo la stessa ricerca accurata ed esatta dell’informazione, lo stesso scrupolo di reale, non hanno essi [i fratelli Goncourt], in questo masso enorme della vita moderna, sviscerato e scavato col poderoso piccone di Balzac, osato scoprire un nuovo filone, pieno di strane pepite, di cristalli dalle forme bizzarre? Non son essi i capi-scuola di una intiera generazione di romanzieri? Storici che fanno romanzi! Transeat, fossero romanzi storici. E quali romanzi! Romanzi come non se n’è visti mai, romanzi che non han sapore né di Balzac, né di George Sand diluito, romanzi tutti a quadri (l’amore dell’incisione ci mette lo zampino) con un intreccio appena tratteggiato, con grandi vuoti tra un capitolo e l’altro, veri rompicolli, per l’immaginazione del lettore droghiere.

  Carlo del Balzo, Vita letteraria a Milano. Spigolature, «Rivista Nuova di Scienze, Lettere ed Arti» diretta da Carlo del Balzo, Napoli, Tipografia diretta dai Fratelli Carluccio, Anno Terzo, 1881, pp. 289-296.
  p. 289. Che cosa pensa il Sacchetti di Milano? Lascio a lui la parola: […].
  p. 292. Nel celebre crocchio della contessa Maffei tutte le arti hanno oramai delle tradizioni, da quasi mezzo secolo quei due salottini modesti e ricchi di preziosi ricordi hanno ospitato tutte le notorietà italiane e tutti gli stranieri distinti che sono venuti a Milano. Nel 1835 (sic) c’è stato il Balzac; egli ha dedicato alla contessa Clara Maffei uno dei suoi più squisiti lavori La fausse maîtresse e le ha mandato poi le bozze corrette di un altro suo racconto; era, dice lui stesso, il regalo che serbava per i suoi intimi.

  Vincenzo Della Sala, Rassegna bibliografica. Italia, «Rivista Europea. Rivista Internazionale», Roma-Firenze, Direzione della Rivista Europea – Rivista Internazionale, 1869-81 – Nuova Serie, Anno XII, Volume XXIII, Fascicolo II, 16 Gennaio 1881, pp. 307-327.
  pp. 324-325. Egli [Capuana], che ci ha dato i Profili di donne, ch’ebbero quel successo che tutti sanno, e di cui ora è esaurita la terza edizione, e la Giacinta, che fu la manifestazione di un ingegno poderoso, noi non dubitiamo punto, che egli voglia, lasciando da parte l’imitazione dello Zola, darci quel romanzo italiano, che tutti aspettiamo da un pezzo. Se nella Giacinta quest’imitazione c’era, qui, in questo nuovo volume, non amanca affatto. E ci dispiace vivamente che un uomo d’ingegno qual è il Capuana, debba seguir le orme di un altro, fosse anche lo Zola. L’imitazione resta sempre imitazione, ed anche facendo un capolavoro, l’effetto dell’opera d’arte resta danneggiato. Comprendiamo solo che si possa seguire più o meno, in arte, le idee veriste e deriva dal Balzac e dal de Gongourt (sic), ed egli stesso lo ha ripetuto e non si stanca mai di ripeterlo.


  Vincenzo Della Sala, Profili letterari. Matilde Serao, «Gazzetta della Domenica», Roma-Firenze, Anno II, Num. 42, 16 Ottobre 1881, pp. 1-2.
  p. 1. [a proposito di Cuore infermo] E qui l’autrice descrive minutamente, con una esattezza scrupolosa, fotografica, ispirandosi, indubbiamente, in quel creatore del romanzo moderno, che è il Balzac ed in quel suo potente continuatore e discepolo che è lo Zola – la cerimonia del matrimonio ed il viaggio della giovine coppia [Beatrice e Marcello] a Parigi.

  Vincenzo Della Sala, Conversazioni letterarie, «Gazzetta della Domenica», Roma-Firenze, Anno II, Num. 45, 6 Novembre 1881, p. 3.
  Per me è artista il Carducci dell’Idillio maremmano e delle Odi Barbare, dell’Inno a Satana e del Canto dell’Amore, come è artista […] il Balzac e Dickens, Giorgio Sand e Flaubert, il Daudet ed il Champfleury […].

  G.[iustino] Ferri, Il realismo del Balzac. Appunti, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 17, 24 aprile 1881, p. 2.[3]

  La vecchia storia delle scuole è sempre la stessa così oggi come ieri, così ieri come un secolo fa: il maestro desidera la pioggia, lo scolare domanda il diluvio universale: il maestro ama il canto degli usignoli, lo scolare va in estasi per le cicale, ogni volta che c’imbattiamo nell’esagerato, nel gonfio, nell’accartocciato, nel prezioso, si può mettere la mano sul fuoco: è uno scolare che fa la scimmia al maestro. Quanti canzonieri slombati per quel primo di Madonna Laura! Michelangelo deve pingere un’epopea, ficcar quasi un prima e un dopo nella più simultanea di tutte le arti, compendiare l’uomo, il tempo, l’eternità, l’universo, Dio! in una parete, e adopera lo scorcio: viene lo scolare, e per rappresentarci i miracoli della Madonna del latte mette mano a un’esposizione di anatomia patologica, la cui figura più diritta è uno sciancato. Così allora, così ieri. Ieri ancora i bardi indigeni battezzavano per Malvine, e figlie del sospiro, le modiste, le servette, le tabaccaie, e, facendo delle indagini, si potrebbe scoprire ancora oggi qualche leopardiano arrembato, che si dispera dalla mattina alla sera senza sapere di che. Talvolta la smania dell’imitazione penetra nella vita e porta a più luttuose conseguenze che non sia una ballata alla luna, o un’ode barbara. E Murger narra, nell’introduzione alla Vie de Bohême, di un giovane che si ridusse praticamente a morir di stento all’ospedale, per non vivere prosaicamente a casa di suo padre, che aveva diecimila lire di rendita. La dolorosa fine dello Chatterton, o del Gilbert, giacchè quella di G. de Nerval e dell’istesso Murger, non erano ancora avvenute, non fu certo estranea alla morte di quello sciagurato. Così ieri, così oggi. Oggi veramente la scena è mutata: si fa una grande economia di azzurro, di lume di luna, di mestizia, di tramonti; i poeti non sono più bardi o trovatori, né vanno più, almeno per libera elezione, a morire allo spedale; i romanzieri si burlano di quell’archeologo medioevale di Walter Scott; ma volta e gira siamo sempre là: l’idolo si chiama adesso il realismo, il naturalismo, il Medio Evo, Walter Scott. E a quest’idolo, come di regola, si attribuisce ciò che fa comodo ai sacerdoti, sicchè il Balzac, realista per davvero e nel significato più alto della parola, risica di passare per realista sulla stampa del Belot, del Tronconi, che so io? un Paul de Kock in grande.
  Eppure il Balzac aveva dell’arte un’idea ben diversa da quella di molti suoi fanatici imitatori, e voleva come tutti i veri artisti che l’arte si rispettasse; ne volete una prova? Ecco qua un aneddoto raccontato dal Gozlan che fu amico intimo di lui, eccovi un sintomo e per giunta un tratto scelto in uno dei romanzi più arrischiati del Balzac medesimo.
*
  Una sera erano a pranzo in casa del gran romanziere un giornalista della Presse, il Gozlan e un terzo signore sconosciuto al giornalista e al Gozlan. Questo terzo signore, non presentato dal padrone di casa ai suoi invitati, destava la loro curiosità con una strana figura: faccia taurina, larga, intelligente, mezza da uomo di genio, mezza da bestia: una tranquillità da sfinge sulla cinica maschera d’un poco di buono, un tutto insieme tra lo straordinario e il volgare: un tipo, in una parola. I commensali del Balzac lo guardavano con una tale curiosità, quando a un tratto il romanziere si ricordò di presentarlo; bastò il solo nome, che equivaleva ad una biografia:
  - Il signor Vidocq.
  L’autore della Commedia umana, come Edgard Poe, aveva molta stima per gli uffiziali di polizia giudiziari, per quel celebre loro capo specialmente; anzi pretendeva di avere in sé qualcosa del Vidocq; nel che era contracambiato dal Vidocq che si credeva, a tempo avanzato, un pochino Balzac anche lui. E forse non avevano torto né l’uno, né l’altro, perché l’analisi paziente dei caratteri aveva spesso aiutato tanto l’uno quanto l’altro a trovare il bandolo di qualche arruffata matassa letteraria o criminale.
  E le pretensioni letterarie del signor Vidocq non tardarono a far capolino: infatti, quando meno se l’aspettavano, saltò su a dire:
  - Voi vi ammazzate, signor di Balzac, a inventare storie dell’altro mondo, e invece non dovreste far altro che guardarvi intorno, la realtà è là, sotto i vostri occhi.
  Il Balzac lo squadrò ironicamente, e … me ne duole per i suoi seguaci, rispose:
  - Ah! voi credete alla realtà, signor Vidocq? Su via! La realtà? La realtà la facciamo noi.
  – Mi pare di no, signor de Balzac.
  – Vedete, signor mio, riprese più seriamente lo scrittore, la realtà è questa pèsca di Montreuil. Quella che voi chiamate la pèsca vera, la reale, quella lì nasce materialmente nella foresta, o nel vivaio, e non val nulla: è piccola, amara, impossibile a mangiare. La vera pèsca è questa qui, che è stata coltivata per cento anni, che si è ottenuta con certi tagli a dritta e a manca, da un terreno secco e lieve, con l’arte infine.
  L’abbiamo fatta noi questa pèsca squisita, ed è la sola vera. Io uso lo stesso metodo: ottengo la realtà dei miei romanzi, come Montreuil ottiene la realtà delle sue pèsche. Sono giardiniere anch’io, ma coltivo i libri.
  Che ve ne pare? È un aneddoto, ma in quel «giardiniere» c’è tutta un’estetica, vale cinquanta prefazioni.
*
  Ecco ora il brano. È tolto dalla Dernière incarnation de Vautrin. «La hardiesse du vrai s’élève à des combinaisons interdites à l’art, tant elles sont invraisemblables, ou peu décentes, à moins que l’écrivain ne les adoucisse, ne les émende, ne les châtie».
  Al Vidocq egli diceva che la realtà per sè sola non aveva alcun valore nell’arte; qui invece la pone sopra l’arte, e la scarta, facendole una riverenza, c’è dunque contraddizione?
  Apparente, forse; in sostanza le due affermazioni sono di quelle che nelle scuole si dicevano proposizioni parziali. Stia più giù, stia più su, egli non se ne briga, la realtà è sempre fuori dell’arte per lui; sia per questa, sia per quella ragione, l’arte deve sempre potarla, addolcirla, purificarla, fonderla nel suo crogiuolo, farne l’analisi o la sintesi chimica, condensarla o ampliarla, darle infine una vita nuova, immergendola nelle acque lustrali della forma. Ma come avviene, si dirà, che la maggior parte dei libri del Balzac, il Vautrin stesso da cui è tratto quel frammento, sono uno studio di certi costumi, di certe crude realtà, che l’arte poteva lasciare stare? Ecco l’equivoco per il quale si accapigliano da un canto e dall’altro, e che dileguatosi cento volte, cento volte ritorna in ballo in tutte le polemiche su questo argomento.
  Studiare artisticamente, quando è un’intima necessità del soggetto, il vizio, e nelle sue più ributtanti attinenze, è giusto, è legittimo quanto il dipingere le più alte virtù, elevarsi alla contemplazione di eccelsi ideali; ma vizio e virtù non sono che elementi casuali dell’arte, l’arte se li assimila, non può esserne assimilata, insomma l’arte non è mai morale, né immorale: è l’arte, - o non è nulla.
  Il signor Tronconi è più vicino di quel che crede all’abate Soave: anzi più, il Tronconi e il Soave si toccano in questo che partono entrambi dallo stesso principio falso e incompleto d’un’arte che debba servire al vizio o alla virtù. Tutte le brutture della società, della natura umana, tutte le glorie, le grandezze passando per il cervello d’un artista acquistano, o meglio dovrebbero acquistare una novella esistenza, perché la realtà artistica non è quella volgare che vede il lustrastivali inginocchiato davanti alla sua cassetta, è quella che vede il genio dall’alto del suo piedistallo. Francesca, nella Divina Commedia, non è più l’adultera incestuosa, è una bella figura di martire santificata dalla poesia, e dal suo stesso colpevole amore.
  Volete un altro tratto del Balzac? È nelle Illusions perdues.
  «N’est pas des travaux immortels que ceux auxquels nous devons des créatures dont la vie devient plus autentique (sic) que celle des êtres qui ont véritablement vécu, comme la Clarisse de Richardson, la Camille de Chénier, la Délie de Tibulle, l’Angélique de l’Arioste, la Francesca de Dante, l’Alceste de Molière, le Figaro de Beaumarchais, la Rebecca de Walter Scott, le Don Quichotte de Cervantes !».
  E basta. Sarebbe un peccato sciupare la citazione co’ commenti. Tutto sommato, mi pare lecito di poter conchiudere che il Balzac non si allontana teoricamente dall’idea universale dell’arte, la quale comprende realismo e idealismo; poniamo pure che nella pratica se ne sia talora allontanato; ma le esagerazioni teoriche e pratiche dei suoi imitatori l’avrebbero fatto sorridere, come sorrise alle parole di Vidocq.
  Ma non è la prima volta, a questo mondo se ne vedono dei realisti più realisti del … Balzac.

  Antonio Fogazzaro, Malombra, Milano, Libreria Editrice G. Brigola, 1881.
  Dall’edizione pubblicata da Garzanti nel 1973, p. 55:

Parte prima. Cecilia.
Capitolo V. Strana storia.
  Non le mancava un solo romanzo della Sand; ne aveva parecchi di Balzac; aveva tutto Musset, lo Stendhal, le Fleurs du mal di Baudelaire, René di Chateaubriand, Chamfort, parecchi volumi …


  F.[erdinando] Fontana, Appendice della «Gazzetta Piemontese». Chiacchiere del venerdì. Il “Mercadet” di Balzac, «Gazzetta Piemontese», Anno XV, Num. 14, 14 Gennaio 1881, p. 3.[4]


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  Tanto per cambiare, stavolta chiacchieriamo un po’, se non ti dispiace, curioso lettore, di cose letterarie. Io lo faccio tanto più volentieri, inquantochè ho un entusiasmo a cui dar la stura, e, a chi ha tempra squisita, è noto che il piacere di parlare di una cosa con ammirazione è tale da temere pochi mali.
  La mia ammirazione stavolta l’ho trovata in teatro! …
  - Ah! … Ci sei venuto anche tu, o pesciolino, all’acqua dolce! – esclamerà qualcuno dei miei benevoli lettori, al quale non sono andati a verso, più o meno, quelle mie sfuriate contro il vecchio tempio di Talia, di bibliosa memoria.
  Ebbene sì; ma badate che io ne trarrò delle conclusioni, a suo tempo e luogo, assai poco lusinghiere per il vecchio tempio, al quale mi supponete già meno ostile di alcune settimane or sono … Badate!
  Anzitutto, per esser sinceri, dovevo ammettere che io, fin da allora, avevo dichiarato che qualche serata piacevole, cioè gradevole all’intelligenza, ce l’avevo pur passata in teatro. È vero che il numero sottinteso da quel «qualche» collettivo era esiguo assai, tuttavia l’affermazione c’era e non v’ha nulla da dire in contrario. Ebbene, oggi, io devo aggiungere alla cifra di quelle serate, quella datami dalla rappresentazione del Mercadet di Balzac al Teatro Alfieri.
  Io conosceva il Mercadet di Balzac per averlo letto giovanissimo, ma quella smania che si impadronisce di noi quando si prendono a leggere le opere di un grand’uomo, e che ci spinge a non tralasciare di prendere cognizione d’ogni altra pagina sua. Sulle prime quella commedia mi parve un capolavoro così fine, cioè profondamente arguto nella sua struttura, che lo reputai impossibile alle esigenze del teatro; del teatro, dove il grosso sale di cucina e le droghe forti dell’intrigo e dei colpi di scena hanno miglior fortuna del sale attico e della semplicità squisita. Giudicavo allora, e giudicai anzi fino a ieri, che il Mercadet di Balzac dovesse essere posto nel numero di quelle produzioni prelibate, che Teofilo Gautier denominava in genere, Le théâtre dans un fauteuil.

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  Adesso, mercè l’intelligente iniziativa di Giovanni Emanuel, io sono convinto del contrario. Non solo il Mercadet è lavoro, come si direbbe nel gergo proprio della scena, teatrabile, ma a me sembra che se il teatro ha essere un orizzonte da proseguire, un filone da sfruttare, sia questo del genere additato dal Mercadet. Per la gente cui non fanno più nessun effetto gli intrighi, e le tesi, e le grandi frasi in versi e in prosa, ricalcate più o meno abilmente, e più o meno in buona fede sul vecchissimo stampo, questo genere di commedia tutto psicologico, tutto intimamente pieno di brio, tutto profondità d’osservazione, è ancora l’unico che possa attirare la simpatia e l’ammirazione.
  Ippolito Taine, il grande critico francese, scriveva di Balzac, che bisognava rimontare, secondo lui, fino a Shakspeare (sic), per trovare un cervello poderoso da mettere a raffronto con quello dell’autore della Comédie humaine. Certo, a mio debole avviso, l’opinione del Taine non è esagerata. Il soffio possente e naturale, con cui egli rianimò il romanzo e lo purificò dal convenzionalismo, è ancora quella stessa spessissima fonte alla quale i più celebrati romanzieri del mondo, oggidì, attingono (più fortunati del gigantesco pioniere) fama e ricchezze. La rivoluzione romantica, come Balzac l’ideò e compì, dà ora le sue messi copiose, ed è divenuta indiscutibile da chiunque ami la lettura. Ma, senza dubbio, il Taine, con quella definizione gloriosa del Balzac, che ho citato, non voleva parlare soltanto di Balzac romanziere, ma altresì di Balzac autore drammatico. Diventa infatti ogni dì più evidente che, anche in questo campo dell’arte, il grand’uomo voleva applicare quel metodo naturale, e perciò rivoluzionario, che aveva applicato al romanzo.
  Senonchè, se nel campo del romanzo gli ostacoli al successo erano già quasi insormontabili – (e lo sarebbero stati senza «quasi» per altra fibra d’uomo che non fosse quella di Balzac) – figurarsi poi nel campo del teatro! Basta leggere la Corrispondenza di Balzac per farsi un’idea della via dolorosa che egli ebbe a percorrere, dei bocconi amarissimi ch’egli dovette inghiottire, delle invidie giustissime che egli dovette avere dispettosamente vedendosi pagare, lesinando un migliaio di franchi appena, talvolta, certi capolavori immortali da quella stessa mano di editore che pretendeva una somma quaranta volte maggiore ad altri romanzieri di Francia i quali non lo valevano della metà. Ora questi romanzieri, quaranta volte più ben pagati di Balzac, sono caduti già quasi nell’oblio, ed egli, il gigante, ingrandisce tutti i giorni di più; e l’opera sua, da statua, è diventata colosso.
  Ma immaginate voi, se tanto mi dà tanto per il romanzo, in qual modo il pubblico dovesse accogliere il teatro di Balzac. I suoi romanzi non li leggeva, e, allettato e guasto dalle spezie degli altri scrittori, ipocritamente li rifiutava, perché capiva che erano il suo cilicio, essendo il suo ritratto, ma questa ripulsione era tacita, misteriosa; avveniva nell’ombra; e il disgusto di Balzac doveva essere meno intensamente amaro perché non infertogli dall’insulto chiassoso – In teatro invece! … Oh, là il pubblico poteva sfogarsi! … Poteva fischiare! Poteva levarsi la voglia a piacimento, di far capire fragorosamente all’autore che esso non ne voleva sapere un’acca della sua profondità d’osservazione psicologica, e le preferiva, all’incontro, di gran lunga, le combinazioni delle porte segrete, delle crocette di mia madre, ecc. ecc.
  Di quante fitte sia stato cagione al povero Balzac l’insuccesso, il fiasco colossale subito dal suo Mercadet, potete leggerlo nella sua sopracitata Corrispondenza. Ma il triste si è che, da allora in poi, a nessuno in Francia, che io sappia, è mai venuto in mente di rimettere il Mercadet sotto gli occhi di un pubblico meno sviato da pessimi gusti teatrali. Questa rivendicazione il grand’uomo se l’ebbe invece in Italia, e se un giorno i nostri vicini d’oltr’Alpe ci terranno conto di questo merito – (c’è a sperarlo? … Sono tanto campanilisti!) – l’Italia dovrà riversarne una buona metà a giusto beneficio dell’Emanuel.
  L’Emanuel ha, come ognuno sa, un’indole pur troppo unica negli attori odierni italiani; egli si è prefisso di battere una via che vede chiaramente; il suo programma è di ridurre alla maggior naturalezza possibile la recitazione. Il cuore dell’eccellente attore deve aver dunque provato un bel palpito di gioia, quando gli venne fatto di leggere il Mercadet. Questa produzione teatrale, senza intrigo tirato coi denti, basata e ricamata tutta sulla indagine del cuore umano, dalle scene che si succedono e si svolgono serrate intorno a un tipo di tutti i tempi, com’è quello del Mercadet, doveva ben trovarlo consono all’indole sua propria!
  La potenza intellettuale di Balzac scoppietta da ogni parola di questa commedia. Anzitutto Mercadet è un imbroglione simpatico. Balzac aveva capito che il tipo dell’imbroglione smaccato, dell’affarista innamorato del suo turpe mestiere, del briccone insomma contento scioccamente di se stesso, non era, in primo luogo, nuovo, e, in secondo luogo, non poteva essere stoffa di uno studio drammatico degno di lui.
  Mercadet è simpatico, malgrado il suo scetticismo, perché Balzac ci fa capire che egli sarebbe stato tutt’altro, se la forza del destino, rappresentata dalla fuga del socio Godeau, non fosse venuta a metterlo nella terribile contingenza di dover resistere, magari anche colle unghie e coi denti, contro la società che lo assalta da tutte le parti spietatamente e non tenendo conto di nessuna attenuante.
  E questa società come la conosce il nostro Mercadet! … Basterebbe questa sua sua sapiente qualità a farcelo ammirare! … «La società è per il successo?» dice Mercadet. Hai torto, ma vinci, e la società si prosterna; hai ragione, ma cedi e la società ti darà il calcio dell’asino … Dio! Com’è vero! – Ma, allora, come farà, quando si hanno, come Mercadet, delle abitudini agiate, un passato da onesto commerciante e, per dippiù, una moglie e una figliuola da mantenere? … Cosa fare? … «Ah sì … grida Mercadet, allora si lotta!».
  E Mercadet lotta, lotta d’astuzia e d’audacia, di spirito e d’agilità di mente, da quando entra in scena a quando smentisce, con una risposta d’uomo di genio, la sua inconsapevolezza circa l’arrivo di Godeau.
  – Ah se li conosce i suoi polli! … Appena compare, egli si rivela tutto intero.
  – Alla moglie, che parlamenta coi domestici, egli dice: «Non parlare loro così! … Domani eglino vi mancheranno di rispetto!» - I fornitori di casa non vogliono più … fornire un bel nulla; egli impartisce un ordine tale ai servi che i fornitori tornano … a fornire. – Il signor Verdelin deve essere invitato … misteriosamente …; la fine volpe sarà attirata dall’ignoto!
***
  Ma io non ho qui spazio sufficiente per fare uno spoglio accurato di tutti i gioielli del Mercadet; ciò che io mi sono prefisso, più che altro, è di dimostrare il perché sia simpatico questo tipo di Mercadet.
  L’abilità potente del Balzac consiste appunto in ciò, secondo me. – Egli vuol dimostrarvi insomma, che si può fare quello che fa Mercadet, pur essendo buoni, poussés à bout soltanto, come dicono i Francesi, da circostanze deplorevoli e inevitabili. – Anzitutto Mercadet ha del cuore; sotto i suoi aforismi scettici, ma veri, egli ha ancora dell’ammirazione per tutto ciò che è nobile e generoso; non solo; egli opera persino nobilmente e generosamente, a seconda del merito delle persone che lo avvicinano. I suoi creditori sono spietati; profonderebbero il credito a lui, se a lui non fosse toccata la disgrazia della fuga del socio, e, invece, perché questa disgrazia gli è toccata, lo vogliono mandare a Clichy. «… Ebbene, Mercadet si giocherà di loro; e li giuoca. Verdelin, del quale egli ha fatto la fortuna, si rifiuta ad aiutarlo, ed egli adopera tutte le arti per averne 5000 franchi. – Papà Violetta gli si presenta piangendo, facendo appello al suo cuore di debitore in nome dei figli e della moglie che muoiono di fame … Ebbene, Mercadet si commove! … Non ha che cento franchi in casa; gliene darà sessanta, e glie li va a prendere.
  Ma quando, tornato, si accorge che Papà Violetta lo ha ingannato e che nuota, all’incontro, nell’oro, che tiro secco, che operazione chirurgica gli fa, per vendicarsi! I sessanta franchi glieli dà, ma gliene fa sborsare 7000 coll’esca di una speculazione portentosa. – E quando Papà Violetta se ne è andato, lasciandogli il morto, che esclamazione sublime esce di bocca a Mercadet: - Sono un disgraziato! Egli mi ha dato 7000 franchi con tanta felicità, che ne avrei avuto 10,000 se avessi saputo fare! … Ho perduto 5000 franchi!
  Ma dove l’indole buona di Mercadet rifulge, è nella scena in cui egli deve opporsi al matrimonio della figlia, e in quelle nelle quali il giovane commesso Minard gli palesa il suo amore retto ed onesto. Mercadet, colla triste esperienza della vita ch’egli possiede, e stretto dalle circostanze, cerca bensì di convincere i due giovani dell’impossibilità in cui egli si trova di «lasciar sposare l’amore colla miseria», ma in tutte le sue parole c’è un fondo di tenerezza, c’è un tono di simpatia e di riverenza per gli affetti puri e gentili, per i caratteri leali e buoni. Oh! … non è così che Mercadet parla cogli altri! … Fate il raffronto fra il Mercadet, quando si trova, sempre rispettato, malgrado tutto, nel seno della sua famiglia, e il Mercadet diabolico che vuol avere i 5000 franchi da Verdelin, e i 7000 da Papà Violetta, e il Mercadet che rifiuta i 50,000 franchi offerti da Minard dicendo: «Il denaro di questi poveri ragazzi! … No … Mi si spezza il cuore … Si conteggia male lagrimando» - e poi ditemi se ho torto nel sostenere la mia tesi.
***
  L’Emanuel ha sviscerato il tipo di Mercadet da uomo di grande ingegno. – Egli, giovane e bello, si trasforma tanto, si incarna tanto nel tipo creato da Balzac, che non lo si riconosce più. Tutte le finezze di quel carattere l’Emanuel le scolpisce mirabilmente, e vi aggiunge del suo una vitalità così vera e naturale da non temere confronti. La parte di Mercadet non si presta a nessuna volata, a nessun panetto; non esplicata da un attore della sua potenza intellettuale, credo non possa essere gustata, e che meglio valga, per la gente fine, il leggerla addirittura; la parte di Mercadet è un continuo taroccare, un continuo analizzare sé e gli altri e le circostanze; una successione ininterrotta di osservazioni e di tratti di spirito, le quali e i quali non destano la risata o l’applauso plateale, ma il sorriso profondo, l’inarcamento delle ciglia più che il battimani, … l’assentimento intelligente più che l’acclamazione fragorosa e abituale al teatro.
  L’Emanuel, con questa parte di Mercadet, dà l’idea al pubblico italiano di quello che dovrebbe essere davvero l’attore; egli ha mostrato, cioè: che per l’attore vero – per quello solo a cui si può dare meritatamente il nome d’artista – non debbono esistere restrizioni di parti, divisioni e suddivisioni limitate a viete, ma ancora in vigore, di primo attore, caratterista, brillante, ecc. – Come lo scrittore completo, e cioè veramente degno d’un tal nome, non ci devono essere argomenti e idee dinanzi alla estrinsecazione delle quali egli sia obbligato a pronunciare l’abrenuncio! – così per il vero artista drammatico non ci devono essere caratteri, all’esplicazione dei quali egli abbia a trovarsi inabile per qualsiasi ragione.


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Giovanni Emanuel (1847-1902).

  L’Emanuel proseguirà per questa via giustissima, perché fra non molto lo vedremo sotto le spoglie di Figaro, nelle Prime armi di Figaro, di Sardou, e nel celebre Matrimonio di Figaro, di Beaumarchais.
  Quanto al capolavoro di Balzac, quante cose io non potrei scriverci ancora intorno quest’oggi! Esso rappresenta, per me, il vero teatro comico com’io lo sogno; una fisiologia, cioè, dialogata, briosa e profonda, al tempo stesso, libera da quella solita dose di interesse – tutt’altro che interessante il più delle volte – tirata in scena ad ogni tratto per i capegli! … Ma, per il momento, m’accorgo d’essere già andato per le lunghe, e chiedendo scusa all’amico Molineri d’aver messo un piede nei suoi dominii, prendo licenza dai lettori.


  F.[erdinando] Fontana, Un ladro. Racconto (Continuazione e fine), «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno V, Num. 3, dal 15 al 22 gennaio 1881, pp. 22-24.
  p. 23. Tornai [Ferdinando] nella mia stanza e mi coricai; ma così subito, non mi venne fatto di addormentarmi; in quel momento, più che mai, mi pareva strano il contegno dell’amico mio. […] A poco a poco il sonno mi divenne impossibile. Riaccesi il lume e mi posi a leggicchiare, come si fa di solito quando ogni tentativo per ribellarsi all’insonnia appare inutile. Per una buona fortuna, il libro – che avevo preso a caso sulla sedia vicina al mio letto, e che fungeva, unica, in quel momento, da tavolino da notte – era un romanzo di Balzac. Con un libro di Balzac in mano non si può leggicchiare, bisogna leggere addirittura; bisogna cioè, appassionarsi, sorridere, talvolta incarnare spesso le ciglia per ammirazione, quasi ad ogni pagina … Insomma le ore passarono senza che io me ne accorgessi; ad ogni capitolo mi dicevo: - Mah … Ancora questo capitolo e poi chiuderò il libro e dormirò …
  Ma, finito il capitolo, ne cominciavo un altro, … e così via.


  Adolfo de Foresta, L’Adulterio del Marito. Uguaglianza della donna – Divorzio. Studio sociale del Conte Adolfo de Foresta Procuratore generale del Re alla Corte d’Appello di Lucca, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1881.

III.
Colpa del Marito
– La donna di trent’anni –
  p. 101. Chi non conosce in proposito le famose teoriche di Balzac sopra la donna di trent’anni? Quanti non sono coloro, che tentano più volentieri la conquista di una donna di quell’età, che quella di una più giovine, appunto perché, sapendola più appassionata, sperano più facile trionfo e colla vittoria più copiosi allori?
  Se la moglie ha potuto fino allora adattarsi alla maggiore o minor trascuranza del marito, se ha potuto assuefarsi, almeno senza soffrirne materialmente, alla sua indifferenza, alle sue assenze, agli scarsi suoi sfoghi d’amore, quando la voce dei sensi la desta, per così dire, a nuova vita, quando sente più che mai col loro predominio la sete dell’amore sensuale, se il marito continua a mostrarsi freddo come diaccio, se non è in grado, o non ha voglia, di soddisfare a quel legittimo bisogno della moglie, costei si troverà nella dura alternativa, o di soffrire materialmente e moralmente e perciò di prendere il marito in odio, o di ascoltare la voce della concupiscenza e del seduttore che le ronza accanto, e cogliere di nascosto e con questo quel frutto, che l’avaro marito le nega.


  Malvina Franck, “Le Leggi dell’amore” di Domenico Giuriati, Torino – Roux e Favale – 1881, «L’Indipendente. Organo per gl’interessi di Trieste, del Goriziano e dell’Istria», Trieste, Anno V, N. 1421, 9 Maggio 1881, pp. 1-2.

  p. 1. Il nostro preferisce Balzac che lo dice: l'incontro di due fantasie, il contatto di due epidermidi; a me pare, invece sieno bellissime e giuste le parole di Michelangelo: nell’amore, dic’egli, stanno le ali dell’anima per unirsi a Dio a cui parmi somiglino di molto quelle del Giuriati stesso, che più innanzi lo dichiara il migliore degl’istinti umani.


  Giovanni Giuseppe Franco, La letteratura di Corinna, in Gli Spiriti delle tenebre. Racconto contemporaneo, «La Civiltà Cattolica», Firenze, presso Luigi Manuelli Libraio, Anno Trigesimosecondo, Vol. V della Serie Undecima, Quaderno 738, 10 marzo 1881, pp. 696-702.
  p. 699. – E poi, dimmi un poco, o che i giovani, che hanno la nostra età, non se li pasteggiano, senza farsene coscienza?
  – Che dubbio? Mio padre ne ha gli scaffali pieni: ci ha Giorgio Sand, il Sue, il Dumas, il vecchio Balzac, Federico Soulié, Paolo di Kock, il Zola, e via via.
  – Hai ragione da vendere e da serbare. Pensiamo! gli uomini ci vengono a cantare che noi donne si fa peccato a leggerli … Perché li leggono essi? o che eglino hanno il cintolino rosso? –

  Giuseppe Giacosa, Del vero nel teatro, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno V, Num. 25, dal 18 al 25 giugno 1881, pp. 193-195.
  p. 194. Cento anni or sono, il Diderot lodava la Clarissa Harlowe di Richardson, colle stesse identiche parole che adopera lo Zola per lodare Balzac, ed il Flaubert invocava i medesimi principii ora invocati, ne derivava le medesime conseguenze.

  Angelo de Gubernatis, Letteratura. Romanzi, novelle, bozzetti. Verga (G.). “I Malavoglia”: Romanzo. Milano. Treves, 1881. (Un vol. di pag. 465. Prezzo: L. 5), in Annuario della letteratura italiana nel 1880 compilato da Angelo de Gubernatis. Volume unico, Firenze, G. Barbèra, 1881, pp. 438-440.
  p. 438. Dopo essersi felicemente provato nelle novelle siciliane, il Verga tenta il romanzo siciliano. E il primo d’una serie; poiché dal Balzac e dal Dumas padre fino a Zola, invalse l’uso d’incatenare i romanzi fra loro. La serie del Verga s’intitola: I Vinti.


  Angelo de Gubernatis, Rassegna delle letterature straniere. Scene della vita clericale, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Seconda Serie, Volume Ventesimosesto (Della Raccolta – Volume LVI), Fascicolo VII, 1 Aprile 1881, pp. 509-518.
  pp. 517-518. L’editore Derveaux di Parigi ci offre Les Amours Buisonnières di Camille Allary. Questi amori di contrabbando sono per la massima parte amori di monaci e di preti. […] Alcuni particolari sono così minuziosi e di piccolo rilievo, che possono parere superflui e sono tali, senza dubbio, da destare l’impazienza di qualche lettore avido di forti e continue emozioni; ma chi ami conoscere la vita del clero qual è, in queste pagine la trova, senza caricatura, fedelmente espressa, con una diligenza degna del Balzac.


  Angelo de Gubernatis, Rassegna delle letterature straniere. L’Almanacco della stagione in Engandina – Un nuovo giornale russo ed i socialisti russi – Petöfi in Italia – Poeti Greci contemporanei – Tre poeti francesi – “L’expiation” – “Le (sic) France et l’Europe” – Pontmartin e Zola, «Nuova Antologia di Scienze, Lettere ed Arti», Roma, Direzione della Nuova Antologia, Anno XVI, Seconda Serie, Volume Ventesimonono (Della Raccolta – Volume LIX), Fascicolo XVIII, 1 Settembre 1881, pp. 131-146.
  pp. 145-146. Il signor Armand de Pontmartin, che ha già dato alle stampe ben quarantaquattro volumi, fra studi critici e romanzi, intraprende ora a pubblicare una nuova serie di volumi critici col titolo: Souvenirs d’un vieux critique. […].
  A me pare che abbiano perduto entrambi, sconoscendo l’uno i meriti relativi dell’altro; ma il torto maggiore del Pontmartin mi par questo, che più d’una volta egli stesso usurpò nelle sue rassegne critiche quello stile volgare che rimprovera allo Zola. Più che una volta offese egli stesso, col proprio linguaggio, il buon gusto e la sensibilità de’ lettori delicati; quindi la debolezza della sua tesi; egli vuole rimproverare alla repubblica la maniera dello Zola, quasi che il Balzac predecessore dello Zola non avesse fatto la sua gran campagna naturalistica sotto la monarchia, quasi che il Flaubert, il Baudelaire, i Goncourt, il Gautier non fossero stati scrittori dell’Impero; ma lo Zola ha troppo buon giuoco, quando al nobile Pontmartin rinfaccia la frequenza del suo linguaggio plebeo.

  Olindo Guerrini, Lettera ad Angelo Sommaruga, s. d. [188..], in Angelo Sommaruga, Cronaca Bizantina [1881-1885]. Note e ricordi. Con 20 illustrazioni fuori testo, Milano, A. Mondadori – Editore, 1941, pp. 147-148.
  p. 147. […] Sarebbe mia intenzione di fare
  Il Trentanovelle
  di
  Messer Lorenzo Agnolo Stecchetti
  … Farei insomma Les Contes Drolatiques del Balzac all’Italiana.

  Il Fanfulla della Domenica, Bricciche, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 29, 17 luglio 1881, p. 1.
  Pigliamoci del cane: tout ce qu’il y a de mieux dans l’homme c’est le chien, diceva Onorato Balzac (sic) […].[5]

  I. L’Angelo [Cesario Testa], I Vinti (“I Malavoglia”) - romanzo di Giovanni Verga, Milano, Fratelli Treves, 1881, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno I, vol. I, N. 2, 30 giugno 1881, p. 7.
  Io non voglio qui cercare se il romanzo ciclico sia cosa bella o nuova o utile; né spargere la lagrimetta d’obbligo sulle misere condizioni del romanzo da noi, rispetto alle altre nazioni; né spiare, per rapportare gli sfaccendati maligni della platea grossa, quanto sangue di papà Balzac scorra nelle vene di Flaubert e dei Goncourt, quanto di questi in quelle di Emilio Zola, e, men che meno, quanto ne sia filtrato, di tutti costoro, nelle vene del gentile e forte scrittore siciliano.

  Leandro [Giustino Lorenzo Ferri], L’Eredità di un milionario, «capitan Fracassa», Roma, Anno II, N. 358, 28 Dicembre 1881, pp. 1-2.


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  Chiquita vi ha recitato ieri il suo monologhetto intitolato Commedia umana, e ha colto l’occasione, con quella grazietta felina che non par fatto suo, di dirvi tante cose carine, eleganti, d’una femminilità squisita, vale a dire più acuta e sottile di quella che possa trovare un critico di battuta, il quale v’ingarbuglia con paroloni concentrati nel vuoto.
  Permettetemi, cara Chiquita, di stringervi qui, coram populo, quella mano che non mi permettete di baciarvi in privato.
  Ma permettetevi anche di notare che siete stata un po’ ingrata verso i mobili dell’autore della Comédie umaine (sic), la vendita dei quali vi aveva dato il pretesto del grazioso monologo. Li avete dimenticati fra due incisi, per consacrare i più briosi vostri periodi al loro defunto padrone, il quale, per parte sua, ne faceva invece, di questi mobili artistici, quel conto che sapete.
  L’autore del Cousin Pons conosceva perfettamente ed esagerava il valore di tutto il bric-à-brac che egli aveva raccolto, con tutte le astuzie che in quel romanzo ha descritto così minuziosamente.
  Per quel bric-à-brac l’autore del Cousin Pons, tormentato dai creditori, condannato ai lavori forzati d’una fecondità penosa per pagare col genio i debiti dello imprenditore infelice, si credeva qualche volta, si diceva spesso – con gli altri – milionario.
  A sentir lui, egli aveva un tesoro in casa sua. Quel tesoro – ora – come vi ha detto ieri Chiquita, sarà venduto pubblicamente all’asta nel castello di Beauregard, per causa di partenza del signor Honoré de Balzac des Entragues o Entraquet.
***
  Léon Gozlan, nel suo Balzac chez lui, dedica ai mobili del suo maestro dieci pagine, otto delle quali sono il racconto di una visita del Solar, allora direttore dell’Epoque, al romanziere.
  Il Solar aveva domandato all’infaticabile scrittore un romanzo pel suo giornale, e il Balzac gli aveva risposto di andare a visitarlo nella sua casa a Passy, via Basse, 19. Si sarebbero intesi.
  Appena entrato nello studio, il Solar fu sorpreso di veder un busto colossale del Balzac, scolpito da David d’Angers, sopra uno zoccolo nel quale era incassato un orologio.
  Quell’orologio voleva significare che il Balzac aveva vinto il tempo. Oramai è noto a tutti, anche ai lettori dei giornali letterari, che Balzac non si piccava di modestia. Una volta, sul piedistallo d’una statua di gesso di Napoleone I, egli aveva scritto queste parole:
  - Finire con la penna ciò che egli ha incominciato con la spada. –
  Lo studio del Balzac era illuminato da una porta a vetri che si apriva sopra un giardinetto; incontro alla porta a vetri era la biblioteca: nella biblioteca avevano il posto d’onore il Bollettino delle leggi, la Biografia universale, il Dizionario di Bayle. Quei volumacci, discretamente bizzarri, nella biblioteca d’un romanziere, erano i suoi collaboratori, i collaboratori di quelle lunghe digressioni, che hanno fatto gran bene e gran male ai lettori della Comédie humaine. In mezzo alla camera, era una piccola tavola, con un solo libro: un vocabolario francese – ed era la tavola su cui il Balzac lavorava.
  Vestito d’una lunga tonaca bianca di frate, egli ripuliva con un tovagliolo una tazza di porcellana di Sèvres. Veduto appena il Solar, egli, mostrando la tazza, esclamò:
  - Guardate questa tazza!
  – La guardo.
  – È un capolavoro di Watteau. Ho trovato la tazza in Germania e il piattino a Parigi. Tazza e piattino insieme valgono due mila lire.
  – Duemila lire!
  Il Balzac non badò alla meraviglia o all’incredulità del direttore di giornale, e continuò, imperturbato:
  - Guardate, ve ne prego, questa tela che rappresenta il Giudizio di Paride. È la migliore di Giorgione. Me ne hanno offerto dodicimila lire: do-di-ci-mi-la! … lire.
  – Voi le rifiutate?
  – Le rifiuto nettamente. Sapete che io ho più di quattrocentomila lire di quadri e di oggetti d’arte!
  E con lo sguardo scintillante, i capelli scompigliati, le labbra e le nari frementi, il braccio teso come uno piegatore di fenomeni nelle fiere, egli seguitava:
  - Ammirate questo ritratto di donna di Palma il vecchio, il gran Palma dei Palma; osservate questo ritratto della moglie di Greuze, dipinto dall’inimitabile Greuze. È il primo schizzo, il primo getto – quello che l’artista non ritrovò più. Questo è il ritratto di un cavaliere di Malta, che mi è costato più denaro, tempo e astuzia che non ce ne vuole per conquistare un regno. C’è voluto un ordine del papa, per fargli passare i confini dello Stato romano. Se questa tela non è di Raffaello, Raffaello non è più il primo pittore del mondo. Potrò chiedere il prezzo che voglio …
  - Chiedere, non dico di no …
  - Altrimenti ne farò un omaggio all’imperatore di Russia. Un milione o un grazie! Questo mobile d’ebano, incrostato, filettato di oro, appartenne a Maria de’ Medici: vale sessantamila lire. Queste due statuette sono del Cellini. Quell’altra è di un Cellini ignoto del seicento. Tutte e tre valgono il loro peso in oro. Andiamo avanti.
  – Andiamo avanti.
  – Ho fatto comprare a Pekino questi due vasi che erano d’un mandarino di prima classe. Sono di vecchia porcellana della Cina; vale a dire per voi, signor Solar, come per me, roba da non confondersi con la porcellana ordinaria della Cina. In Cina istessa non se ne trova più, e i cinesi istessi la vanno ricomprando a prezzo d’oro. Con questi due vasi io avrei, a Pekino, un milione e tutte le dignità che vorrei. In cambio di questi due vasi io non accetterei la fabbrica di Sèvres …
  Il Solar, che fiutava sotto questa tirata un certo aroma di umorismo o piuttosto il calcolo di uno scrittore che si vuol mostrare ricco per far comprendere che non ha bisogno di vendere, rispose ironicamente:
  - Ma per collocare tutte queste meraviglie vi occorrerà un Louvre!
  – Lo sto fabbricando – rispose senza batter palpebra il terribile romanziere. La grande sala, la sala d’onore mi costa già cento mila lire.
  – Centomila lire!
  – Centomila … i muri sono rivestiti di malachite!
  – Di malachite!
  – Vale a dire di gemme, signor Solar.
***
  Tutte queste spacconate, che secondo l’autore servivano per vendere più caro al direttore dell’Epoque uno dei suoi più temerari romanzi – la Dernière incarnation de Vautrin, erano però meno spacconate di quello che si potrebbe credere. Egli aveva a Passy due mobili degni d’un gran museo e d’un palazzo reale: il forziere di Maria de’ Medici e una scrivania di Enrico IV. Il Gozlan, una volta per far piacere a Balzac ne aveva dovuto pubblicare una descrizione accompagnata dai disegni in un giornale d’arte. L’ebano, l’oro, lo smalto, le incrostazioni di gusto squisito ne fanno, al dire del Gozlan, due diamanti della scuola fiorentina, ritrovati in Turenna nella piccola città di Luynes, dove furono trasportati dopo l’assassinio del maresciallo d’Ancre, a cui Maria de’ Medici li aveva donati.
  Su questi due mobili si sono appoggiati Enrichetta d’Inghilterra, Luigi XIII e Gastone d’Orléans. Guardando questi mobili, quel meraviglioso ricostruttore e induttore del Balzac avrà meglio compresa la Francia sotto l’influenza Medicea. Uccelli, sirene, ornati fantastici, scudi di Francia e di Firenze, corone granducali, monogrammi, trofei d’armi, allegorie guerresche, maschere ghignanti – tutto scolpito con arte inimitabile, nello stile fiorentino – corrono di qua e di là, si attorcigliano, si staccano, si rovesciano, si contorcono, si svolgono in una fioritura di rabeschi delicati, che sono sempre in armonia con la nera severità dell’ebano tirato a pulimento.
  Leone Gozlan domandava nel suo libro, - seconda edizione, 1863:
  - Que sont-ils devenus ces beaux meubles depuis la mort de Balzac!
  Negli ultimi giorni del milleottocentoottantuno la vedova risponde:
  - Li vendo! –
  È avidità sacrilega? È necessità?


  Paolo Lioy, Di notte, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 24, 12 giugno 1881, p. 3.
  L’incanto svanì. Ritornano ai loro avelli gli estinti, i lontano scompaiono, e nella notte, fatta più oscura, cantano i galli. È una voce funerea, come invocazione di spettri. Hanno un terribile problema da sciogliere, ben più terribile della ricerca dell’assoluto, per cui ammattì il protagonista del celebre romanzo di Balzac. La morte non ha per essi la falce allegorica: è una mano che entra nella stia, ghermisce inesorabile i compagni, li porta via; poi odono strida di dolore, rantoli di strangolamenti. La notte si svegliano, chiamano, fanno la rassegna di quelli che ancora non sono morti.

  Alessandro Luzio, Emilio Zola e «Le Roman expérimental», «Preludio. Rivista di Lettere, Scienze ed Arti», Ancona-Bologna, Anno V, N. 1, 16 Gennajo 1881, pp. 5-8.
  pp. 5-6. Lo ripudiano i giornali repubblicani? Accetta la tribuna dell’equivoco Figaro, con la coscienza che nessun immondo contatto può arrivare fino a lui – e di là reclama un’ecatombe de’ mediocri, de’ falliti che infestano la politica; intima a Gambetta di scender dall’Olimpo del pasciuto opportunismo; a proposito dell’Ane, sfata le senili visioni apocalittiche di V. Hugo; e contro l’idea d’un monumento a Dumas padre solleva il maggior diritto di Balzac.
  Quando parla di Balzac, sembra che lo Zola faccia una questione personale; ed è così – all’entusiasmo del discepolo s’aggiunge infatti la coscienza del continuatore. Nel riandare la vita dell’autore della Commedia umana, Emilio Zola ritrova gli stessi odi, le stesse accuse le stesse negazioni. Balzac, che portava l’idea del secolo, non fu postergato ad altre personalità più appariscenti? Non fu negato il suo ingegno; non lo si disse un vanitoso che arieggiava ad innovatore; non lo si tacciò d’immoralità? Bisogna vedere in che modo si compiace lo Zola di ripescare gli articoli, scritti trent’anni fa su Balzac da’ gros bonnetes (sic) della critica; e ritrovarci le banalità, che fanno ancora le spese dei rivistai, e quasi identiche espressioni – di superbi fastidi, di nausee. Originalissimo è l’articolo: Balzac e Janin – l’ex principe della critica1. La conclusione s’indovina facilmente: non pretendiamo d’esser più fortunati di Balzac; il tempo è per noi – lasciamo intanto gracidare chi vuole. – […].
  Oltre il Balzac, lo Zola riconosce a suo grande maestro il Taine – di cui ha pienamente accettato, e applicato al romanzo, la formula critica.
  1 Finisce così: - On respire, en constatant l’imbécillité de la critique, même lorsqu’elle est couronnée … si l’on patauge à ce point lorsqu’on est prince, que penser des jugements portés par le troupeau ces critiques ordinaires?

  Alessandro Luzio, Malombra, «Preludio. Rivista di Lettere, Scienze ed Arti», Ancona-Bologna, Anno V, N. 14, 30 Luglio 1881, pp. 157-160.
  pp. 159-160. Il Panzacchi2, parlando pur egli con restrizioni della esuberanza descrittiva del Fogazzaro, gli rimprovera l’uso ed abuso di tutto animare e personificare, per cui mi pare che «tutto il mondo fisico vada a’ suoi occhi liquefandosi in un tremolio d’animazione universale». E consigliandolo a moderare questa del resto invidiabile facoltà poetica, per antidoto all’elemento morbido della sua fantasia, gli suggerisce «una cura seria, semplice, corroborante di autori come Balzac e Manzoni – spingendosi magari fino ad Emilio Zola!».
  2 Fanfulla della Domenica, 16 Luglio.

  Dott. Giuseppe Macaggi, Sul divorzio, «La Rivista Repubblicana di politica, filosofia, scienze, lettere ed arti», Milano, Anno IV, Fasc. 1, 1881, pp. 1-21.

L’ordre social est-il comme ces petits garçons
qui se bouchent les oreilles au spectacle pour ne pas
entendre les coups de fusil ? a-t-il peur de sonder sa
plaie ? ou serait-il reconnu que ce mal est sans remède
et qu’il faut laisser aller les choses ?
Balzac[6]
  p. 11. L’indissolubilità aumenta l’adulterio e il concubinato. Sotto l’umorismo con cui il Balzac fa nella sua Physiologie di mariage la statistica delle donne oneste e dei predestinati, c’è una grande verità.

  Paolo Mantegazza, La mimica del piacere, in Fisonomia e mimica di Paolo Mantegazza con più che cento disegni originali di Ettore ed Edmondo Ximenes, Milano, Fratelli Dumolard, 1881, pp. 137-157.
  pp. 141-142. A tutti questi sputasentenze e fabbricatori d’indovinelli vorrei presentare tra i viventi Vogt e Pasquale Villari, panciuto il primo, stoccafisso il secondo, d’altissimo ingegno entrambi e che ridono ad ogni momento e sgangheratissimamente. Il Vogt, poi, avendo sopra il diaframma due enormi polmoni e al disotto il contraforte d’un ventre enorme, ride fino a far tremar le case e a minacciarne la sicurezza, ricordando Balzac, che con ventre eguale sghignazzava anche lui fino a far tremare i vetri. […].
  Aprite a caso il primo volume venuto di un volgare scrittore di fisiognomonia, per esempio il Lepelletier, e di troverete: (1)
  Rire bruyant et prolongé …
  «… Après un nombre suffisant d’observations attentives, on ne tarde pas à reconnaître que cette variété du rire en la supposant naturelle, indique les conditions morales suivantes: Intelligence au plus ordinaire ; esprit léger, futile, inappliqué, versatile, jovial, peu sérieux, caractère naïf, ébahi, quelquefois même assez niais (Povero Balzac!), commun, grossier, mal appris, sans tenue sans dignité (Povero Vogt !) […].
  (1) Lepelletier de la Sarthe. Traité complet de physiognomonie, Paris, 1861, pag. 276.

  Mimica della superbia, della vanità, della fierezza, della modestia e dell’umiliazione, pp. 233-248.
  pp. 244-245. Conosco un brav’uomo, che fu soldato valoroso sui campi di battaglia, che oggi è valoroso scrittore nel campo delle lettere e che pure non riuscì mai a divenire alla Camera un valoroso oratore; perché guardando sempre, mentre parlava, alla tribuna delle signore, si preoccupava soprattutto di muovere il braccio destro con certa rotonda flessuosità, che facesse brillare la bellezza del suo corpo e che alternativamente copriva e svelava il bellissimo profilo del suo volto. Quella mimica vanitosa distraeva troppa forza dal pensiero e la parola perdeva ogni efficacia d’azione, ogni nervosità di sentimento. È vero però, che Balzac avrebbe decretato a quel tondeggiar del braccio un premio Montyon; egli che già lo aveva concesso a un mouvement des jupes!
  La mimica nelle razze e nelle professioni, pp. 295-312.
  p. 298. Nelle grandi linee tutti i popoli della terra vanno d’accordo; dapertutto si ride e dapertutto si piange; dovunque si accarezza per dimostrare l’amore, si stringe il pugno o si cava la lingua per mostrare odio e disprezzo. Labillardière vedeva i Maori in segno di gioia ridere a gorge déployée, fregandosi le mani e così rideva Balzac e così ride il nostro Vogt.
  I cinque giudizii sulla fisonomia umana. Il giudizio fisiologico – La buona e la cattiva cera – Le fisonomie patologiche, pp. 335-350.
  p. 348. Più felice è l’abbozzo della fisonomia tisica, quando la malattia è giunta al suo periodo più avanzato, e il deperimento delle forme corporee è condotto agli estremi. […].
  La sommità delle gote tinta di un vermiglio circoscritto e fugace, che dà un aspetto d’ingannevole vivacità, paragonabile, secondo l’espressione di Balzac, al rossore delle nubi d’occidente che annuncia il tramonto del sole.

  F.[erdinando] Martini, Critici e artisti, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 6, 6 febbraio 1881, p. 4.
  Degli artisti dunque soli giudici competenti gli artisti. […]. Per contrario si degnano di concedere qualche facoltà critica, di confessare che d’arte parlarono e parlano piuttosto benino, (cito forestieri soltanto per non dare altrui occasione di uscire dal seminato) il Goethe, il Winkelmann, il Lessing, il Diderot, l’Heine, il Planche, il Balzac, il Taine, l’About, il Browning?


  Alfredo Melani, L’Esposizione di Milano (Belle arti), «Roma Artistica. Periodico illustrato settimanale di belle arti ed arte industriale», Roma, Anno VII, N. 28, 18 Agosto 1881, pp. 206-209.

 

  p. 207. Eppure se non fosse esagerazione vorrei che nelle gallerie della scultura fosse 'stampato ciò che Onorato Balzac stampo sul frontespizio della Fisiologia del matrimonio: «les dames n’entrent pas ici!».


  B.[runo] Melzi, Balzac (Onorato di), in Nuovo Vocabolario Universale della Lingua Italiana compilato da B. Melzi. Seconda edizione riveduta dall’autore, Milan, Librairie Parisienne, 1881, p. 106.
  Romanziere fr., che nella sua opera la Commedia umana, tratteggiò il carattere dell’odierna società. 1799 † 1850.


  G. C. Molineri, Roberto Sacchetti (Commemorazione), «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno V, Num. 14, dal 2 al 9 aprile 1881, pp. 105-106.
  p. 105. Il Balzac fu sempre da lui preferito a tutti i romanzieri, quantunque comprendesse che non conveniva imitarlo, e lo studiasse soltanto per sforzarsi di apprendere da lui l’arte finissima di pennelleggiare i caratteri.

  P.[ietro] Monferini, Cesare Tronconi – Commedie di Venere, «Crepuscolo», Anno IV, Num. 6, s. d. [ma Febbraio 1881], pp. 1-4.

  p. 3. Ad unire le infinite scuciture delle sue commedie, il Tronconi deve avere sudato non poco, e se vi è qualche cosa che manca alle commedie di Venere è appunto il brio spontaneo della narrazione – brio spontaneo che si riscontra in Balzac, in Flaubert, nei De Goncourt, meno in Zola ed in altri, - alle quali ogni tanto occorrono piloni per stare in piedi, e malamente.

  Enrico Nencioni, Rileggendo il Decamerone, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 4, 23 gennaio 1881, p. 1.
  La vita reale e borghese del trecento va cercata nel Decamerone. Qui è la gran galleria di figure che, per varietà di tipi e di fisonomie, non è eguagliata che dal Cervantes, e superata dallo Shakespeare. Il Decamerone è la Comédie humaine dal (sic) secolo decimo quarto.

  Enrico Nencioni, Lei e Lui, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 11, 13 marzo 1881, pp. 1-2.
  p. 2. Feconda più di Walter Scott, più di Balzac stesso, essa [G. Sand] si mantiene in tutti i suoi volumi ammirabile per la magia unica dello stile.

  Enrico Nencioni, «Cuore infermo», «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 42, 16 ottobre 1881, pp. 2-3.
  La cattiva influenza francese ha nociuto a Matilde Serao più particolarmente nel delineare i caratteri, e nel rappresentare la natura esteriore. […]
  I caratteri dei suoi personaggi napoletani non hanno la fisonomia caratteristica dell’aristocrazia napoletana: son francesi, visti attraverso i romanzi francesi. Lalla è tipo artificialmente parigino, Beatrice, tipo Sandiano nella prima parte, diventa poi, con passaggio troppo violento, una specie di Henriette del Lys dans la vallée di Balzac. […]
  Non voglio posar la penna senza dare un ultimo consiglio all’autrice di Cuore infermo. Metta da parte, per un anno almeno, tutti i romanzi francesi contemporanei: il Flaubert, lo Zola, il Goncourt, il Daudet. Per un anno almeno, non riapra neppure il Balzac. Legga i più puri ed efficaci scrittori italiani – e di romanzi, legga, per un anno, solamente gli inglesi: il Dickens, il Thackeray, George Eliot, Nataniele Hawthorne.

  Enrico Nencioni, Centesima edizione!, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 44, 30 ottobre 1881, pp. 1-2.
  Mi giungevano come un murmure, dal quale ogni tanto emergevano, simile a punte di scogli fra le nebbie marine, certe parole ostinatamente ripetute, come Nanà, ritratti, vero, Balzac, maniera, edizioni, Zola, romanzo sperimentale … […].
  Ho letto in seguito romanzi e poemi che fanno epoca nella mia vita; e vi son libri, vi son anche romanzi, che ammiro oggi quanto e più di quei dello Scott: ma nessuno che io ami di più. Re Lear e il Wallenstein, il Fausto e il Don Giovanni, - Shelley, Tennyson e i Promessi Sposi, la Sand e Balzac, Thackeray e Dickens, mi serbavano rivoluzioni e gioie ineffabili.

  Enrico Nencioni, «Numa Roumestan» e il romanzo sperimentale, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 48, 27 novembre 1881, pp. 1-2.
  p. 1. Intorno ai due personaggi principali si aggruppano altri personaggi la cui fisonomia ha il rilievo, il colore, la vita di tutte o quasi tutte le figure animate da Alfonso Daudet. Valmajour, - Alice Bachellery, la falsa giovane dipinta e rimessa a nuovo – Bompard, l’uomo dalle colossali invenzioni, dai progetti miracolosi, un Mr Micanber Provenzale, - i segretari di ministero, - la zia Portal, una provinciale che rammenta i migliori ritratti di Balzac. […].
  Il Daudet è, con Emilio Zola, uno dei più illustri e operosi campioni della scuola naturalista, e del romanzo sperimentale. Io credo che la scuola e il metodo da lui seguiti e rappresentati, abbiano più nociuto che giovato all’indole del suo ingegno, naturalmente poetico, nervoso, umoristico, il quale nei suoi migliori momenti ricorda piuttosto Aristofane, Heine, o Dickens, che Balzac e Flaubert.

  Enrico Nencioni, La nuova tragedia di Swinburne, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 51, 18 dicembre 1881, pp. 1-2.

  [Mary Stuart].
  p. 1. Nulla di idealizzato come nella Stuarda di Schiller, - ma la nuda, terribile e pur poetica verità. Ciò che Balzac faceva per l’immaginaria figura di Madama Marneffe, il poeta inglese lo fa per lo storico personaggio della Stuarda.

  Nestor, Emilio Zola in veste da camera, «Gazzetta della Domenica», Roma-Firenze, Anno II, Num. 6, 6 Febbraio 1881, pp. 2-3. (dal Gil Blas).
  p. 2. Fino al 1870, in lui non c’era altro che un romanziere di gran talento. Procedendo da Balzac, di cui proclamasi allievo senza nasconder molto che crede di sorpassarlo, egli aveva pubblicato quattro o cinque volumi tutti notevoli, e tutti anche pesanti a leggersi.

  Max Nordau, Gustavo Flaubert, «Gazzetta della Domenica», Roma-Firenze, Anno II, Num. 5, 30 Gennaio 1881, p. 1. (dal Magazin für die Literatur des In und Auslandes).
  Si sa quale ammiratore Emilio Zola è dell’autore di Madame Bovary. In questi fogli egli espresse brevemente l’anno scorso le sue opinioni in proposito. Allorchè il «naturalismo» cita i suoi antenati nomina per primo Balzac e poi Flaubert; Balzac come quegli il quale fece uscire il romanzo dall’osservazione esatta; Flaubert il quale alla nuova forma artistica, al «romanzo dei documenti umani», diede il massimo compimento estetico.

  Max Nordau, Zola ed il naturalismo, «Gazzetta Letteraria», Torino, Anno V, Num. 9, dal 26 febbraio al 5 marzo 1881, pp. 65-69.
  p. 69. Il primo che intendesse così il romanzo fu Balzac – e Zola ha ben ragione di chiamarlo suo maestro. Profondamente diverso da Zola, quanto a stile e quanto a metodo, ha di comune con quest’ultimo di incardinare il suo racconto, non già su un singolo eroe, ma su un gruppo d’uomini, su una schiatta del popolo. Tale sviluppo del romanzo è democratico; è un’eco artistica della parola d’ordine onde è pieno il nostro secolo. La stessa corrente d’idee che, in politica, creò l’uguaglianza e sostituì al reggime personale il suffragio universale, doveva condurre la letteratura al romanzo ciclico di Balzac e di Zola, alle scene della Commedia umana e de’ Rougon-Macquart, che abbracciano tutta la vita della nazione. Questa tendenza è un’altra vittoria del collettivismo repubblicano sull’individualismo monarchico, e perciò appunto, al principio di questo capitolo, ho detto che Zola e le opere sue sono un fenomeno concomitante e derivato della Repubblica.


  Panta., Libri. Les Romanciers naturalistes par Emile Zola. Seconda edizione, Parigi, G. Charpentier, 1881, «Rivista Europea. Rivista internazionale», Firenze, Volume XXVI, 1881, pp. 165-168.

 

  pp. 167-168. Senonchè Zola non vede là ancora il naturalismo, forse perché non conscio di sè, non tendente ad una mèta unica e logicamente seguita. Egli discende fin al suo maestro, Onorato Balzac, a cui fa l’onore di chiamarlo il padre dei romanzieri naturalisti, con un termine che include l’universalità. Forse dal suo punto di vista egli ha ragione; ma noi dubitiamo con lui che l’autore di Eugénie Grandet non avrebbe sottoscritto le teorie del suo discepolo, come il Flaubert, dopo Balzac il maggiore dei corifei del naturalismo, mostrò mai sempre un gusto squisito dell’arte. [...].

  Dunque con Balzac, in parte collo Stendhal, è data la base del romanzo naturalista, sulla quale edificheranno poi il Flaubert, i due Goncourt e Alfonso Daudet. [...]. Ritorneranno pure i giorni, dove i Feuillet, i Cherbuliez, o altri che battono la loro strada, riacquisteranno il terreno perduto a lui ed ai suoi; perché in loro v’è arte, e se mancano del genio di Balzac e Flaubert [...].  


  Enrico Panzacchi, Malombra, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, N. 29, 17 luglio 1881, pp. 1-2.
  p. 2. E s’io avessi molta fede nella virtù degli antidoti, gli consiglierei anche di medicare questo elemento morbido della sua fantasia con una cura seria e corroborante di autori come Balzac e Manzoni – spingendosi magari fino ad Emilio Zola!

  Enrico Panzacchi, Emilio Zola [A proposito della “Giacinta” di L. Capuana], in Teste quadre per Enrico Panzacchi, Bologna, Nicola Zanichelli, 1881, pp. 257-285.
  pp. 257-258. Quando Gustave Flaubert ebbe ottenuto col suo primo romanzo quello straordinario successo che tanti gli invidiarono, in una grande aspettazione entrò il pubblico francese. Dopo molti ondeggiamenti e tentativi restati a mezzo, una nuova forma di romanzo sociale, dopo Balzac, era finalmente ritrovata. Madame Bovary, senz’essere una novità capitale o tipica, era quanto basta perché lettori e critici ci vedessero dentro come un semenzaio fecondo, da cui poteva benissimo fiorire una lunga serie di romanzi, una seconda Comédie Humaine, o poco meno. […].
  pp. 259-260. Lo Zola per il primo ha tolto ogni scrupolo a’ suoi critici attestando questa verità in modo generico e anche precisandola allorchè, parlando de’ romanzieri francesi d’oggi, ha chiamato Onorato Balzac: notre père à tous.
  Naturalmente poi, in linea di genealogia letteraria, si confessa molto più volentieri l’uomo che il padre!


  A. Parrini, Corrispondenze. Lucca, «Asmodeo. Monitore artistico-teatrale», Milano, Anno X, N. 14-15, 12 Aprile 1881, pp. 5-6.

  p. 6. Mercadet l'affarista di Balzac, tradotto dal prof. Ugo (sic!; lege: Uda), fu sonoramente fischiato. Decisamente la critica non è fortunata nemmeno ... nello scegliere le sue produzioni da tradurre.


  A. Parrini, Da Lucca, «Gazzetta dei Teatri», Milano, Anno XLIII, N. 14, 14 Aprile 1881, p. 4.

  Dai primi di quaresima recita al nostro tea­tro Pantera la Compagnia drammatica di­retta dall’artista Luigi Checchi, compagnia che ha il doppio e rarissimo pregio di es­sere composta di buoni elementi e di pos­sedere scelto e variato repertorio.

  Tra le commedie nuove che essa ci ha fatte sentire — nuove per Lucca s’intende — citerò: la Sposa di Menecle di Cavallotti, Vita nuova di Gherardi Del Testa, il Figlio di Coralia di Delpit, Mercadet l’affarista di Balzac, tradotto dal prof. Uda e le Lionesse povere di Augier e Foussier. […].

  Mercadet l’affarista fece un terribile ruzzolone […].


  Dott. Pertica [Angelo Sommaruga], Commedia!?..., «Cronaca Bizantina», Roma, Anno I, vol. I, N. 9, 15 ottobre 1881, pp. 2-3.
  p. 3. Essa ha una figlia di quello strano suo amore – amore, sì, o che credete? essa lo ama come si amerebbe un Antinoo.
  – E lui?
  – Lui si lascia amare. Ciò gli accomoda.
  – E il principe?
  – Il principe è il tipo più nobilmente scenico di questa commedia, di cui Balzac aveva trovato l’epiteto: umana. È un carattere senza contrasti e senza resistenze, almeno apparenti.

  Pessimista [Felice Cameroni], Le novità letterarie francesi. Jules Vallès. “Les Réfractaires –  Jacques Vingtras, l’enfant – Jacques Vingtras, le bachelier", Paris, Charpentier. Tre volumi […], «La Farfalla», Anno VII, vol. XIII, n. 22, 29 maggio 1881, pp. 171-175.
  p. 172. Sull’esistenza dell’ (sic) jeune homme de province à Paris, avevamo diggià due capolavori nel Lucien de Rubempré e nel Frédéric Moreau dell’Education sentimentale; Vallès col Bachelier ne aggiunge un terzo ancor più verista del romanzo di Balzac, perché non si lascia mai trascinare dalla fantasia oltre la realtà ed ancor più interessante del romanzo di Flaubert, per la fisiologia delle agitazioni politiche della gioventù parigina, negli ultimi mesi della seconda repubblica e nei primi anni del secondo Impero.
  In confronto al Bachelier di Vallès, sembrano quasi milionari il Rubempré di Balzac ed il Moreau di Flaubert. […].
  È col cospicuo patrimonio di 24 soldi, che il nuovo Rubempré gettasi nel mare magnum di Parigi e li impiega nel tirare l’oroscopo, nell’infondersi coraggio con qualche bicchiere di vino.

  Policarpo Petrocchi, Commedia in quattro atti in lingua impossibile, in Teatri vernacoli e teatro popolare italiano. Memoria letta al Terzo congresso drammatico di Milano da Policarpo Petrocchi seguita da una Commedia in quattro atti in lingua impossibile, Milano, Casa Editrice Dottor Francesco Vallardi, 1881.

Atto secondo. Scena VIII.
Memmi e detti [Berlinga, la Zelina, Amaddio].
  p. 55. Men. (entrando nel circolo con gran disinvoltura). No, signori, m’oppongo. Chi beveva colla bottiglia non era Bairon, ma Sciller; ragione per cui diventò poeta d-vino. E se fu anche freddo questo, si è per un’altra ragione diametralmente opposta.
  Buc. Ma sì che ora mi sovviene! Sciller beveva il vin del Reno e teneva i piedi nell’acqua fredda. […].
  Buc. Ora che ci ripenso: era proprio il mio Sciller. Eh ci ho di là tutte le sue opere! Peccato!
  Cl. E il Balzac beveva il cognac colla birra, tant’è vero!
  Buc. Eh lo so pur troppo!
  Cl. E il Musset non meno d’un bricco di caffè per sera!
  Buc. Lo so.
  Men. Salvo, Regina, che è viceversa: il Balzac il caffè …
  Buc. (alla Claudia). Già, viceversa, proprio viceversa.

  F.[erdinando] Petruccelli della Gattina, Tipi sociali. Il conte Riccardo di Saint-Andrè, «Fanfulla della Domenica», Roma, Anno III, Num. 15, 10 aprile 1881, pp. 3-4.
  p. 3. Il conte Riccardo non aveva molto studiato. Non aveva che letto e riletto Balzac, Walter Scott, Saint-Simon, Tallemant des Réaux, Hozier, e quasi tutte le (sic) Mémoires descritte nei saloni del XVII e XVIII secolo.

  [Ferdinando] Petruccelli della Gattina, Idea del libro, «Rivista Minima di scienze, lettere ed arti», Milano, A. Brigola e C., Editori, Anno XI, Fascicolo 9.°, 1881, pp. 708-710. [Riprodotto anche nel Fascicolo 10.°, pp. 794-797; citaz. a p. 794].
  p. 708. La storia è una musa – prova Michelet, Macaulay, Gibbon, Carlyle: idealismo e poesia, accompagnate dalla critica. E che secolo che questo in cui si manifestano e menano gli eventi Napoleone I e III, Palmerston, Pio IX, Bismark, Gortchakoff, Cavour – e la Triade di Casa Savoia! I Francesi vi aggiungerebbero Thiers, perché commediante: io esito. Balzac lo giudicò nella Revue de Paris del 1840: mi tengo a questo giudizio e passo oltre.

  Vittorio Pica, Profili di letterati francesi. Edmondo e Giulio De Goncourt, «Rivista Nuova di Scienze Lettere ed Arti», diretta da Carlo del Balzo, Napoli, Tipografia diretta dai Fratelli Carluccio, Anno Terzo, 1881, pp. 481-492.
  p. 482. Edmondo e Giulio De Goncourt sono fra’ più importanti campioni del verismo, ed insieme a Gustavo Flaubert, rappresentano gli anelli di congiunzione tra Onorato De Balzac, questo titano della moderna letteratura francese che ha sollevato il romanzo ad altezze prodigiose, non mai raggiunte prima di lui, e ne ha fatta la più importante forma letteraria del nostro secolo, ed Emilio Zola; ma essi, molto più che al Balzac, sono prossimi allo Zola, con il quale hanno moltissimi punti di contatto, e del quale sono, nell’evoluzione dell’Arte verso il naturalismo, i predecessori immediati. […].
  p. 491. Queste due produzioni [Henriette Maréchal e La Patrie en danger] sono state riunite nel 1879 in un volume dall’editore Charpentier, con l’aggiunta di una curiosa prefazione di Edmondo De Goncourt: in essa egli dichiara di non essere verista nel teatro, e di essere quindi su questo punto in completo disaccordo con lo Zola ed i suoi fidi seguaci, essendo convinto che il naturalismo nel teatro è assurdo e perché sulla scena sono impossibili dei profondi ed intimi studii di costumi, e perché i personaggi non vi hanno sviluppo psicologico, e perché la natura stessa del teatro è essenzialmente convenzionale, in modo che su di esso l’avarizia buffa dell’«Avare» di Molière arriva al punto giusto dell’ottica, mentre l’avarizia umana di un Grandet, questa avarizia così bellamente studiata, non vi farebbe certo l’effetto dell’altra.

  Picche (F. Verdinois), Petruccelli della Gattina, in Profili letterari napoletani di Picche, Napoli, Cav. Antonio Morano, Editore, 1881, pp. 53-59.
  p. 57. Ha scritto nella Presse, nei Débats, nell’Indépendance Belge, nella Liberté, nel Paris Journal, nella Revue de Paris fondata dal Balzac, nella Libre recherche, nel Courrier Français, nella Cloche […].

  G.[iuseppe] Pipitone Federico, Hégésippe Moreau, «Cronaca Bizantina», Roma, Anno I, Vol. I, N. 11, 15 novembre 1881, pp. 1-3.
  p. 1. Hégésippe Moreau fu anche lui della balda schiera dei valorosi che al 1830 fecero la grande rivoluzione letteraria, mentre i popolani delle barricate facevano, dal canto loro, la rivoluzione politica.
  Su tutti quei giovani ardenti, entusiasti, sulla grande armata nelle cui fila militavano Balzac, Sainte-Beuve, Vigny, Musset, Gautier, Gérard de Nerval, Delacroix, Moreau … gigatenggiava, circonfusa di smagliante aureola, la figura corretta di Vittorio Hugo, l’enfant sublime dell’autore dei Martiri, il gran filosofo […].


  G. Robustelli, Scienze, Lettere ed Arti. Bibliografia. “La fiera delle vanità, romanzo senza eroe”, di Guglielmo Makepeace Thacheray (sic) — Traduzione dall’inglese con note e dedicate a S. M. la Regina Margherita, da G. B. Martelli — (Roma, Forzani edit., 1880). “Il marito di Laurina”, novella di Salvatore Farina — (Torino, Roux e Favale, 1881), «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», Roma, Num. 73, Anno 1881, 29 Marzo, p. 1282.

 

  Ma si torni al Thackeray. Quel suo romanzo senza eroe ha, ripetiamo, l’impronta democratica che volendo esser riflesso della vita reale, mirando a pennelleggiare una somma di esistenze umane, a ottener luce diffusa sull’indole di una schiatta, su tendenze d’una società, il romanzo odierno, auspice il Balzac colla sua Commedia umana, molto più spiegabile che lo Zola coi suoi Rougon Macquart, deve avere quasi per necessità.


  Alberto Róndani, Iacopo Sanvitale e le sue poesie [«Nuova Antologia», 1875], in Saggi di critiche letterarie, Firenze, Tipografia della Gazzetta d’Italia, 1881, pp. 3-145.
  p. 52, nota 2. Ai nomi di quelli che cedettero nel magnetismo, si potrebbe forse aggiungere Honoré de Balzac; e ci ebbe e, forse, ci ha fede ancora l’illustre William Crookes. Quanto a Balzac, Gautier, che lo conosceva moltissimo, diceva di trovar in lui «une sorte de foi aux sciences occultes, sur lesquelles les sciences officielles n’ont pas dit encore leur dernier mot».

  p. 135. Che povera cosa in confronto della lotta dell’uomo contro se stesso, contro i dolori, l’egoismo, le debolezze; contro tutte le passioni malsane; lotta si può dire incessante e che pure l’uomo combatte con serenità, se ha in vista come premio del trionfo quel premio «Che i desiderî avanza». Lotta bellissima anche dal lato puramente umano, perché la «répression des tendances dépravées de l'homme est le plus grand élément de l’ordre sociale (sic)»: e di queste cose Balzac era in grado di giudicare.


  Onorato Roux, Il primo sigaro. Cicalata, «Ateneo romagnolo», Forlì, Anno V, N. 5-6, 1 Marzo 1881, pp. 44-46.

 

  p. 44.

 

  Il tabacco distrugge i corpi, attacca le intelligenze, ed inebetisce le Nazioni.

Onorato Balzac.

 

  V. S., Libri nuovi. “Teste quadre” per Enrico Panzacchi (N. Zanichelli, Bologna), «Rivista Minima di scienze, lettere ed arti», Milano, A. Brigola e C., Editori, Anno XI, Fascicolo 9.°, 1881, pp. 713-717.
  pp. 716-717. Nello studio che segue, d’Emilio Zola e della sua scuola, il Panzacchi non parla che per incidente, in proposito della Giacinta di Luigi Capuana, epperò senza fare come il De Sanctis, una diagnosi accurata dell’indirizzo e dei principii letterari dello Zola – tratteggia molto bene il periodo di formazione che, incominciato col Balzac, col Mürger e con altri meno noti, si estrinsecava in Gustavo Flaubert, l’autore di Madame Bovary.

  Roberto Sacchetti, Vita letteraria, in AA.VV., Milano 1881, Milano, Giuseppe Ottino, Editore, 1881, pp. 427-455.
  pp. 429-430. Nel labirinto della vecchia Milano [il giovinetto] ritrova delle reminiscenze letterarie, raccatta dei frastagli di biografie illustri, coroncine di mortificazioni col gloria in capo, pezzettini di prismi attraverso ai quali anche il riflesso del rigagnolo piglia i più bei colori; nelle viuzze tortuose, nei tetri passaggi raffigura la Parigi di Balzac e, dietro le anguste vetrine il ceffo arcigno di qualche Douriat oscuro. […].
  p. 437. Nel celebre crocchio della contessa Maffei tutte le arti hanno oramai delle tradizioni, perché da quasi mezzo secolo quei due salottini modesti e ricchi di preziosi ricordi hanno ospitato tutte le notorietà italiane e tutti gli stranieri distinti che sono venuti a Milano. Nel 1835 (sic) c’è stato il Balzac; egli ha dedicato alla contessa Clara Maffei uno dei suoi più squisiti lavori La fausse maîtresse e le ha mandato poi le bozze corrette di un altro suo racconto; era, dice lui stesso, il regalo che serbava per i suoi intimi.


  Michele de Sangro, La persecuzione religiosa in Francia (Lettera al Conte De Barrème), in Scritti politici e religiosi di Michele de Sangro Duca di Casacalenda, Como, Tipografia dell’Ordine di Cavalleri e Bazzi, 1881, pp. 121-126.

 

  p. 121. Onorevole Sig. Conte,

 

J’écris à la lueur de deux vérités

éternelles, la religion, la Monarchie,

deux nécessités que les événements con-

temporains proclament, et vers les-

quelles tout écrivain de bon sens doit

essayer de ramener notre pays.

De Balzac.

 

  Permetta che incominci questa mia lettera con le parole di un immortale scrittore della cattolica Francia, che tengo sempre presente ne’ miei poveri scritti.


  Dr. Scartazzini [G. A. Scartazzini], Rassegna letteraria germanica. Deutsche Rundschau. Gennaio. […] 3°. Giorgio Brandes: “Romanzieri francesi contemporanei”, «La Nuova Rivista Internazionale. Periodico di Lettere, Scienze ed Arti», Firenze, Tipografia del Vocabolario, Anno Secondo, N° 10, Gennaio 1881, pp. 774-800.
  pp. 777-778. – Giorgio Brandes parla in questo suo primo articolo forse troppo a lungo d’Honoré de Balzac, il celebre romanziere francese. I saggi letterarj del Brandes – e ne abbiamo già letti molti – si somigliano come un uovo all’altro. La sua ricetta è sempre la medesima: Una introduzione, succinte notizie bibliografiche, analisi ordinariamente assai vaste delle opere dello scrittore di cui imprende a trattare, alle volte con apprezzamenti estetici e con un pochettino di critica, alle volte senza. Eppure possiamo dire per esperienza che i saggi letterarj del Brandes non riescono mai stanchevoli e molto meno nojosi. Egli ha un fare semplice, schietto e nello stesso tempo elegante e arguto che lo fa leggere volentieri anche da chi conosce già le materie che egli imprende a svolgere. Questo lavoro sul Balzac poi è condito di copiose finissime osservazioni, che il leggerlo è proprio una ricreazione, benché non contenga veramente cose nuove.

  Sergeant Perry, M. Zola qual critico, «Rivista Europea. Rivista Internazionale», Roma-Firenze, Direzione della Rivista Europea – Rivista Internazionale, 1869-81 – Nuova Serie, Anno XII, Volume XXIV, 1881, pp. 267-279.
  pp. 268-269. A proposito del volume di M. Zola Le Roman expérimental, Paris, 1880, ecco quel che si legge nella International Review, Febbraio 1881, scritto dal signor Sergeant Perry.
  […] tutti noi ricordiamo le prefazioni di Vittor Ugo (sic) nelle quali imprese a provare la somiglianza di famiglia che esso aveva con Shakespeare; ed ora Zola segue a provare le sue relazioni con Balzac, sul quale versa lodi perpetue. […].
  Nella letteratura francese ugualmente gli uomini che hanno una fama estesa, son coloro, che sono stati contenti di lasciar che le loro opere si rafforzassero di tutto ciò che è pensiero, senza darsi briga delle regole di forma. Tali sono Rabelais, Montaigne e Balzac. […].
  p. 271. Zola continua: «Tornando al romanzo, crediamo che lo scrittore impieghi l’osservazione e l’esperimento […]». Per un esempio sceglie la Cousine Bette di Balzac, nel qual romanzo l’autore prende per problema da risolvere l’effetto di un temperamento sensuale, come quello del Barone Hulot, sulla società e la famiglia.
  Tostochè ebbe scelto il suo soggetto, prese le mosse dai fatti che aveva osservato; e incominciò il suo sperimento col sottomettere Hulot ad una serie di prove per trar da lui certe sperienze che dimostrassero qual mente avesse operato il meccanismo delle sue passioni. È chiaro allora che qui non abbiamo osservazione soltanto ma sperimento ancora; Balzac quindi non si tenne stretto al fotografare i fatti, ma si occupò direttamente di porre il suo carattere nelle condizioni di cui era padrone. Il problema sta nel conoscere ciò che una tal passione, in certe circostanze e in un certo ambiente produrrà, sia considerata dal lato dell’individuo, sia da quello della società; ed un romanzo sperimentale, per esempio la Cousine Bette, non è altro che la relazione officiale dell’esperimento che il romanziere espone dinanzi all’occhio del pubblico. In una parola, l’operazione intiera consiste nel prendere i fatti in natura; studiarne poi il meccanismo operando su di essi con le modificazioni delle circostanze e dell’ambiente, senza mai staccarli dalle leggi di natura. Per risultato abbiamo la conoscenza scientifica di un uomo nella sua azione individuale e sociale». […].
  p. 275. Zola, a conti fatti, odia realmente la moribonda scuola romantica soltanto. E quando denunzia la letteratura del passato, accenna a Vittor Ugo (sic), come quando loda Balzac, intendi Zola. […].
  p. 277-278. Zola è nel suo meglio allorchè batte adirato cordialmente i suoi critici, perché, per usare una frase popolare, egli dà il buono che possiede. Vuolsi avvertire peraltro, che non ha nulla che possa dire circa l’articolo di Colani nella Nouvelle Revue, col quale Zola rimase convinto di varie inesattezze. Esso fa pur citazioni di quel che alcuni contemporanei di Balzac scrissero e con bel modo, se le parole non avrebbero potuto essere scritte ieri, e contro qualche altra persona ancora? Quel che può inferirsene naturalmente, si è, che, uno scrittore che è trattato ora, come Balzac avrebbe potuto esserlo trenta o quaranta anni sono, è un altro Balzac. La premessa taciuta però è questa, che tutti gli scrittori di cui i contemporanei fanno abuso son realmente grandi. Il verdetto finale deve esser tratto dai romanzi, e non da quel che il loro autore scrive intorno ad essi.

  Syncerus, Ideale e reale, «La Provincia di Molise», Campobasso, Anno II, N. 44, 14 Giugno 1881, pp. 1-2.

  Due secoli appresso, l’avaro, non più sciocco e ridicolo come una volta, ma potente e trionfante, diviene il padre Grandet nelle mani del Balzac: e lo stes­so avaro, uscito della provincia, e divenuto parigino cittadino del mondo e poeta di camera, fornisce allo stesso Balzac l’usu­raio Gobseck. Una sola situazione, quella del padre maltrattato dai figliuoli ingrati, ha suggerito l’Edipo a Colonna a Sofocle, il Re Lear allo Shakspeare (sic) e il padre Goriot al Balzac. Tutti i romanzi e tutti i tea­tri vi danno una coppia d’amanti. Sotto quante figure diverse non è ricomparsa questa coppia da che l’arte è arte?

  E tutti questi tipi sono meno ideali per essere umani e veri?


  Niccolò Tommaseo, Lettera a Cesare Cantù. 7 Agosto 1837. Parigi, in C.[esare] Cantù, Sul Manzoni. Reminiscenze. IX. Amici e Conoscenti, «La Rassegna Nazionale», Firenze, presso l’Ufizio del Periodico, Vol. V, Anno III, Fascicolo 2°, Maggio 1881, p. 326 [il saggio completo va da p. 284 a p. 329].
  Questa lettera è segnalata da Raffaele de Cesare (cfr. La prima di fortuna di Balzac in Italia … cit., Vol. I, pp. 378-379) e porta come data di compilazione non il 7 Agosto, ma il 7 Aprile 1837. A questo proposito, si veda anche Ettore Verga, Il Primo esilio di Niccolò Tommaseo. 1834-1839. Lettere di lui a Cesare Cantù edite ed illustrate da Ettore Verga, Milano, Tipografia Editrice L. F. Cogliati, 1904, pp. 113-117 [Lettera XVI].
  Che il Balzac sia accarezzato costà, me ne duole più che d’una invasione di Barbari. Son queste, mio caro, le nostre piaghe, e di queste vivono i bachi che voi sapete. L’Azeglio non lo doveva presentare al Manzoni; ma l’Azeglio è un po’ su quel gusto. E a me disse spropositi degni d’un nobile piemontese. Dite del resto a codesta crassa galanteria milanese, che il Balzac è tenuto fino a Parigi per cosa ridicola e bassa; scrivente manierato, senza la potenza di que’ che creano una maniera; pittore minuzioso della parte materiale di certe cose, ignorante del resto, e sterile sì di fantasia sì d’affetto.
  Godo che il Manzoni s’apparecchi a stampare. S’egli sapesse quanto bene e quanto piacere fanno le cose sue, aprirebbe le ali delle mani con men ritegno. […].

  Luigi Arnaldo Vassallo, Il Colonnello Chabert. Atti: 1; personaggi: 5, 1881 [copione].
  Il documento è conservato nella Biblioteca del Burcardo di Roma, Fondo: Fondi storici Collocazione: C 184:06.

  E. Z., Rassegna letteraria e bibliografica. Russia. “Il Messaggere d’Europa”, «Rivista Europea. Rivista Internazionale», Roma-Firenze, Direzione della Rivista Europea – Rivista Internazionale, 1869-81 – Nuova Serie, Anno XII, Volume XXIII, Fascicolo II, 16 Gennaio 1881, pp. 302-307.
  pp. 302-304. – Nel fascicolo del Messaggere d’Europa troviamo un lungo articolo intitolato: «Il romanzo contemporaneo e i suoi rappresentanti» dove si parla dei fratelli Gancourt (sic) e delle loro opere. […].
  «Non si assume egli Gancourt una responsabilità troppo grande nell’indicare con tanta sicurezza la strada al risultato finale del romanzo realista? Del resto il neo-realismo non si è finora rinchiuso nella cornice della vita popolare e plebea; la società parigina è stata descritta nelle alte sfere da Balzac, Flaubert, Zola e dagli stessi Gancourt. Perché nessuno di questi non ha ottenuto la vittoria che Gancourt promette al futuro seguace di quella scuola? Il trionfo del metodo non dipende dall’oggetto, a cui lo uniscono, ma dal valore interno de’ suoi modi; il trionfo della scuola letteraria non dipende dal solo metodo, ma dalla provvista d’idee, di cui essa dispone, dalla perfezione della forma da lei usata. La scuola francese realista o naturale ora ha di già raggiunto tutto quello, su cui poteva fare assegnamento; si è guadagnato un posto nel campo del romanzo, si è fatta considerare eguale a tutti in genere di diritti ed ha acquistato un vasto continente di lettori e di cortigiani, ha fatto tentennare l’autorità de la routine e dell’uso. Non le resta che a penetrare nel seno dell’Accademia ed è assai probabile che gli allori, di cui non giunsero a coronarsi Balzac e Flaubert, toccheranno in sorte a uno dei loro seguaci».


   [1] Come già il Capuana lasciava intendere nel suo articolo su Balzac del 2 febbraio 1880, l’esigenza di procedere ad uno studio sistematico delle varianti dei singoli romanzi della Comédie humaine si concretizza nell’analisi dettagliata delle fasi alquanto travagliate della elaborazione de Les Martyrs ignorés presente in questo nuovo saggio pubblicato nel primo numero del 1881 del «Fanfulla della Domenica». Come ci informa con rigore Raffaele de Cesare (cfr. Capuana e Balzac … cit., pp. 79 e segg.), Capuana, «frequentatore assiduo, fin dai primi anni del suo soggiorno milanese, del salotto della contessa Chiara Spinelli Maffei, […] aveva sollecitato l’autorizzazione, verso la fine del 1880, di esaminare il manoscritto e le bozze di stampa de Les Martyrs ignorés che Balzac aveva offerti alla “petite Maffei”, nel giugno 1837» (p. 79).

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Francesco Hayez, Portrait de la comtesse Clara Maffei.

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Luigi Capuana

  La contessa Maffei, puntualizza ancora il de Cesare nella nota (38) a p. 80, «non si limitò a concedere a Capuana il permesso di consultare i documenti dei Martyrs ignorés. […] Ella dovette anche far dono al critico di una delle tante aggiunte autografe fatte da Balzac al primo getto o alle prime bozze del manoscritto, staccandola dal ‘dossier’».
  Questo studio fu poi ristampato, con qualche variante formale, nel 1882 negli Studii di letteratura contemporanea, Seconda Serie insieme all’articolo del 1880 (pp. 73-85).
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  [3] (Picinisco, 1857 – Roma, 1913). Nel 1878 si laureò in giurisprudenza a Napoli. Collaborò al Capitan Fracassa, dove esordì il 10 agosto 1880 con un pezzo firmato Leandro. Al Capitan Fracassa è legato anche il suo esordio di narratore: sul numero domenicale del 22 agosto 1880 comparve infatti il bozzetto “Faust” a Napoli; in seguito, fra gli altri, vi furono pubblicati i racconti Salto mortale (7 maggio 1882), Mancia competente (27 agosto 1882), Il monologo dell’atto V (19 novembre 1883), Inchiostro azzurro (15 gennaio 1884) e Cielo e terra (5 giugno 1884), nonché, in appendice, i romanzi Un dramma dell’Alhambra (dal 31 luglio al 16 ottobre 1881), L’ultima notte (dal 26 febbraio al 17 maggio 1882) e, con lo pseudonimo “J. Willis Nevermore”, La vergine dei sette peccati (dal 29 agosto al 24 novembre 1884, poi in volume con una sua introduzione [Roma 1885]). Dal 30 novembre 1881 aveva anche avuto inizio la sua collaborazione alla Cronaca bizantina di A. Sommaruga, su cui videro la luce, tra l’ottobre 1883 e il dicembre 1884, i Paradossi immorali (firmati “Nigerrimus”).
  Sempre sulla Cronaca bizantina furono pubblicati fra il 1883 e il 1884 gli scritti intitolati Roma gialla. Sulla Cronaca bizantina collaborò anche, insieme con Matilde Serao, alla rubrica “Salotti romani”.
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Giustino Ferri
 
  Nella sua lunga attività di giornalista e romanziere, il Ferri si firmò spesso con vari pseudonimi, fra cui ricordiamo, oltre ai già citati, Maffio Savelli, Marchese di Carabas, Matamoros, Furio Ginestri, Plongiak, Furio Stiniger, Razzola, Kappa d’Ics; inoltre, essendo superstizioso ed avendo notato che il suo nome si componeva di tredici lettere, si firmò Giustino L. Ferri, dove la L. stava per Lorenzo, suo secondo nome.
  Nel 1884 collaborò sporadicamente anche alla Domenica letteraria, nel periodo in cui questa fu diretta da L. Lodi. A questa stessa data risale l'inizio della sua collaborazione al Fanfulla, di cui fu redattore capo per alcuni anni, e sul quale, sotto lo pseudonimo di “Marchese di Carabas”, si occupò di politica parlamentare, di varietà, e stese la rubrica “Corriere di Roma”. Dalla fine del 1885 fino alla morte, anche se a fasi alterne, collaborò anche al Fanfulla della Domenica con novelle, racconti, pezzi di varietà e note letterarie. Per brevi periodi fu inoltre redattore del quotidiano sommarughiano Nabab e collaboratore (con lo pseudonimo Furio Ginestri) del settimanale Il Parlamentarismo.
  Un posto particolare spetta alla sua attività di critico teatrale, che si svolse sulle pagine della Rivista d'Italia (1889-1900) e del Tirso (di cui fu redattore insieme con Lucio D’Ambra dal 1906 al 1908), ma soprattutto su quelle della Nuova Antologia, di cui fu critico drammatico dal 1905 (anno in cui sostituì E. Boutet, che passò a dirigere la compagnia drammatica stabile) fino alla morte. Su questa rivista fu pubblicato (dal 16 aprile al 16 giugno 1908) il romanzo La camminante (poi in volume, Roma 1908). Nel 1892 il Ferri aveva già pubblicato, in appendice al Caffaro, il romanzo Il capolavoro (poi in volume, Torino-Roma 1901). Tra le altre opere ricordiamo Il castello fantasma (Roma 1899), comprendente una parte della sua produzione narrativa per i giornali, Avventure ai bagni. Tuffolina si diverte (ibid. 1885), raccolta – firmata Leandro – di novelle e testi di varietà d'ambientazione marina, La fine del secolo XX (Milano 1906), romanzo d'interesse sociologico legato al filone avveniristico, Dea passio. Studio di vita provinciale (Napoli 1910).
   [4] Letterato italiano (Milano 1850 – Lugano 1919). Scrittore di idee socialiste, partecipò alla sommossa del 1898 e si rifugiò subito dopo in Svizzera. È uno degli esponenti laterali, ma non per questo meno significativi, della scapigliatura milanese, della quale espresse le punte più aspre e socialmente più risentite. Autore di poesie in lingua (Poesie e novelle in versi, 1887) e in dialetto (Bambann, 1891), è rimasto celebre soprattutto per il suo Canto dell’odio (1878) scritto in contrapposizione al carducciano Canto dell’amore; autore di racconti, tutti mediocri, fu librettista fecondo e scrisse, sempre in dialetto milanese, scenette e commedie (La Pina madamin, 1875; La statoa del sur Incioda, 1899) contribuendo largamente alla rinascita del teatro dialettale milanese che in quegli anni, con Cletto Arrighi ed E. Ferravilla, conobbe un periodo di vera fortuna. Esponente della seconda Scapigliatura, fu uno scrittore molto versatile: oltre alle commedie e ai libretti scrisse poesie, anche in dialetto, libri di viaggi e fu un apprezzato giornalista, tra l'altro del “Corriere della Sera”. Tra il 1878 e il 1879 fu corrispondente da Berlino per la Gazzetta Piemontese” (oggi “La Stampa”).
   [5] La versione corretta di questa citazione è, in realtà: «A bien dire, ce qu’il y a de meilleur dans l’homme, c’est le chien» e si deve a Nicolas-Toussaint Charlet (Légende d’une lithographie).
   [6] Citazione tratta dalla Physiologie du mariage. Méditation IV. De la femme vertueuse.

Marco Stupazzoni

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